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Il riconoscimento da parte degli Usa del
"genocidio" armeno compiuto dalle forze ottomane è avvenuto. Ripercorriamo ora
il calvario di un popolo cristiano che, tra il 1915 e il 1916, ha pagato con
1.500.000 morti la sola colpa di appartenere ad una fede invisa alla Sublime
Porta
Cerchiamo di ricostruire per sommi capitoli la
storia meno recente dei travagliati rapporti tra il popolo turco e quello
armeno, evidenziando le motivazioni etnico-religiose e politiche che, a partire
dall’ultimo frammento dell’Ottocento, indussero i vertici dell’Impero Ottomano
ad assumere un atteggiamento via via sempre più ostile nei confronti della
minoranza armena: atteggiamento che a partire dal 1915 assumerà valenze sempre
più dure e drammatiche che culmineranno in una vera e propria tragedia. Verso la
fine del XIX secolo, la crisi politica, economica e sociale dell’impero ottomano
si fece sempre più grave, sfociando in sedizioni e sommosse. A Salonicco un
gruppo di ufficiali dell’esercito, affiancato da alcuni esiliati politici turchi
confluiti nella Ittihad ve Terakki (il partito Unione e Progresso), iniziò a
tramare contro l’incapace e retrogrado governo centrale di Costantinopoli, con
l’obiettivo di intraprendere, anche con la forza, un necessario quanto urgente
processo di modernizzazione dell’impero ormai sull’orlo del collasso. Il 24
luglio del 1908, il Comitato Centrale di Unione e Progresso detronizzò il
sultano Abdul Hamid II sostituendolo con il più malleabile fratello Muhammad.
Seguì un breve periodo di euforia da parte delle minoranze etniche e religiose
della Sublime Porta, tra cui quella armena, che confidavano nell’inizio di una
nuova era caratterizzata da maggiori libertà. Si trattò però di una semplice
speranza destinata a svanire di fronte ai reali e non dichiarati intenti che in
segreto animavano i cuori degli appartenenti ad un nuovo partito ‘progressista’,
il Movimento dei Giovani Turchi, intenzionati sì a modernizzare economicamente e
socialmente il loro agonizzante impero, ma anche ad unificarlo etnicamente e
religiosamente, espandendone nuovamente i confini non ad occidente, come avevano
quasi sempre fatto i sultani del passato, bensì ad oriente, in direzione della
Persia, del Caucaso e delle immense regioni asiatiche centrali, abitate da
popoli (tartari, azerbaigiani, ceceni, kazachi, uzbechi, kirghisi e tagiki)
linguisticamente ed etnicamente affini al popolo anatolico. La teoria
geopolitica intorno alla quale ruotava questo piano si basava sull’ideologia
panturanica. Secondo il padre di quest’ultima - l’orientalista, linguista ed
esploratore ungherese Arminius Vambery (1832-1913)
- l’impero ottomano avrebbe infatti potuto e dovuto allargare i suoi confini
all’intera area caucasica e asiatico-centrale in virtù della già citata
uniformità etnico-religiosa che caratterizzava l’intero “popolo” turco. Fu per
questa ragione che, il 26 gennaio 1913, un triumvirato di Giovani Turchi formato
da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal – nonostante i precedenti proclami
inneggianti l’eguaglianza di tutti i sudditi della Sublime Porta – iniziarono ad
organizzare un piano di persecuzione nei confronti di tutte le minoranze, prima
fra tutte quella armena, mettendo in piedi un’efficiente struttura paramilitare,
l’Organizzazione Speciale (O.S.), coordinata da due medici, Nazim e Shaker, e
dipendente dal Ministero della Guerra e da quello degli Interni e della
Giustizia. Nel 1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco degli Imperi
Centrali, i Giovani Turchi poterono finalmente rendere più che palesi le loro
intime convinzioni e dare il via ad una sistematica e scientifica persecuzione
destinata a protrarsi per quasi tutta la durata del Primo Conflitto Mondiale.
Questa persecuzione, lo rammentiamo, interessò pure la minoranza greca e quella
assiro-caldea, entrambe cristiane, già vessate dai turchi a partire dall’inizio
del XX secolo.
Metodologie e tappe della persecuzione
Tra l’aprile e il maggio 1915, i turchi
concentrarono i loro sforzi nell’eliminazione dell’élite economico-culturale e
dei militari armeni. Il 24 aprile 1915 (che verrà in seguito ricordata come la
data commemorativa del ‘genocidio’), a Costantinopoli, circa 500 armeni furono
incarcerati e poi eliminati. Tra le vittime vi era anche il deputato Krikor
Zohrab che pensava di godere dell’amicizia personale di Talaat Pascià, molti
intellettuali, come il poeta Daniel Varujan, giornalisti e sacerdoti. Tra gli
uomini di chiesa, Soghomon Gevorki Soghomonyan (più noto come il monaco Komitas),
padre della etnomusicologia armena. Komitas fu deportato assieme ad altri 180
intellettuali armeni a Çankırı in Anatolia centro settentrionale. Egli
sopravvisse alla prigionia e alla guerra grazie all’intervento del poeta
nazionalista turco Emin Yurdakul, della scrittrice turca Halide Edip Adıvar e
dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau. Trasferitosi nel 1919 a Parigi,
Komitas, sulla scorta degli orrori patiti, impazzì finendo i suoi giorni in un
manicomio, nel 1935. Tra il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani,
spalleggiati da bande curde (2) e da reparti formati da ex detenuti,
setacciarono le comunità delle province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir,
Trebisonda, Sivas e Kharput, dove soprattutto i reparti curdi depredarono e
massacrarono migliaia tra donne, vecchi e bambini e decine di sacerdoti a molti
dei quali, prima dell’esecuzione, furono strappati gli occhi, le unghie e i
denti. Gevdet Bey, vali (governatore) della città di Van e cognato del ministro
della Difesa Enver Pascià, era solito fare inchiodare ai piedi dei prelati ferri
di cavallo arroventati. Stando ad un rapporto del console statunitense ad
Ankara, nel luglio 1915, diverse migliaia di soldati armeni inquadrati
nell’esercito ottomano e reduci dalla disastrosa campagna del Caucaso (scatenata
nel dicembre del 1914 da Enver Pascià contro le forze zariste al comando del
generale
Nikolai Yudenich) furono improvvisamente disarmati dai turchi e spediti
nelle zone di Kharput e Diyarbakir con il pretesto di utilizzarli nella
costruzione di una strada. Ma una volta giunti sul posto essi vennero tutti
fucilati. Solitamente, i turchi organizzavano le deportazioni di massa
trasferendo i loro prigionieri in località piuttosto remote. Una delle
destinazioni prescelte fu la desolata regione siriana di Deir al-Zor, dove
centinaia di intere famiglie armene furono ammassate e lasciate morire di stenti
in primordiali lager privi di baracche e servizi igienici.. In terra siriana
vennero anche spediti migliaia di giovani ragazze e ragazzi armeni che
riuscirono però a scampare alla morte in parte perché venduti a gestori arabi di
bordelli per etero e omosessuali, e in parte perché rinchiusi negli speciali
orfanotrofi per cristiani gestiti da Halidé Edib Adivart, una sadica virago
incaricata da Costantinopoli di ‘rieducare’ I piccoli armeni. “Le deportazioni –
annotò in questo periodo il diplomatico tedesco Max Erwin von
Scheubner-Richter -furono giustificate dal governo turco con la scusa di un
necessario spostamento delle comunità armene dalle zone interessate dalle
operazioni militari (Anatolia orientale e nord orientale, n.d.a) (…) Non escludo
che gran parte dei deportati furono massacrati durante la loro marcia. (…) Una
volta abbandonati i loro villaggi, le bande curde e i gendarmi turchi si
impadronivano di tutte le abitazioni e i beni degli armeni, grazie anche ad una
legge del 10.6.1915 ed altre a seguire che stabiliva che tutte le proprietà
appartenenti agli armeni deportati fossero dichiarate “beni abbandonati” (emvali
metruke) e quindi soggetti alla confisca da parte dello Stato turco”. E a
testimonianza dei risvolti economici della strage, basti pensare che “i profitti
derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè dai beni rapinati
agli armeni arrivarono a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”.
Nell’inverno del ‘15, il conte Wolff-Metternich decise di riferire al ministero
degli Esteri tedesco il protrarsi “di questi inutili e crudeli eccidi”,
chiedendo un intervento ufficiale presso la Sacra Porta Venuti al corrente della
protesta, Enver Pascià e Taalat Pascià chiesero a Berlino la sostituzione di
Wolff-Metternich che nel 1916 dovette infatti rientrare in Germania. Va comunque
detto che non tutti i governatori turchi accettarono di eseguire per filo e per
segno gli ordini di Costantinopoli. Nel luglio 1915, ad esempio, il vali di
Ankara si oppose allo sterminio indiscriminato di giovani e vecchi, venendo
rimosso e sostituito da un funzionario più zelante, tale Gevdet, che nell’estate
del ‘15 a Siirt fece massacrare oltre 10.000 tra armeni ortodossi, cristiani
nestoriani, giacobini e greci del Ponto. Resoconti sui molteplici eccidi sono
registrati anche nelle memorie di altri addetti diplomatici francesi, bulgari,
svedesi e italiani (come il console di Trebisonda, Giovanni Gorrini) presenti
all’epoca in Turchia Nonostante tutto, il governo turco non si reputava ancora
soddisfatto di come stava procedendo la risoluzione del “problema armeno”. “In
base alle relazioni da noi raccolte – annotò il 10 e il 20 gennaio del 1916, il
notabile Abdullahad Nouri Bey - mi risulta che soltanto il 10 per cento degli
armeni soggetti a deportazione generale abbia raggiunto i luoghi ad essi
destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame e malattie. Vi
informiamo che stiamo lavorando per avere lo stesso risultato riguardo quelli
ancora vivi, indicando e utilizzando misure ancora più severe (…) Il numero
settimanale dei morti non è ancora da considerarsi soddisfacente”. Nel 1916,
Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal diedero quindi un ulteriore giro di
vite, intimando ai loro governatori e ai capi di polizia di “eliminare con le
armi, ma se possibile con mezzi più economici, tutti i sopravvissuti dei campi
siriani e anatolici”. In questa fase del massacro ebbe modo di distinguersi per
efficienza il governatore del già citato distretto di Deir al-Azor, Zeki Bey,
che - secondo quanto riportano James Bryce e Arnold Toynbee in The Treatment of
Armenians in the Ottoman Empire, 1915–1916 - “rinchiuse 500 armeni all’interno
di una stretta palizzata, costruita su una piana desertica, e li fece morire di
fame e di sete”. Durante l’estate del 1916, gli uomini di Zeki eliminarono
complessivamente oltre 20.000 armeni. A dimostrazione della criminale
sfacciataggine dei leader turchi, basti pensare che Taalat Pascià arrivò a
vantarsi dell’efficienza del suo governatore con l’ambasciatore americano
Morgenthau, al quale egli ebbe anche il coraggio di chiedere “l’elenco delle
polizze assicurazioni sulla vita che gli armeni più ricchi (deceduti nei campi
di sterminio) avevano precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo
da consentire al governo di incassare gli utili delle polizze”. Altrettanto
crudele ed anche beffardo risultò il destino delle comunità armene dell’Anatolia
orientale che, grazie anche all’intervento dell’armata zarista, erano riuscite a
trovare momentaneo rifugio nelle valli del Caucaso. In seguito alla rivoluzione
bolscevica del 1917, l’esercito russo si era infatti ritirato dall’Anatolia
orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli armeni al loro destino.
Rioccupata l’importante città-fortezza di Kars, le forze ottomane iniziarono una
vera e propria caccia all’uomo, eliminando circa 19.000 cristiani. Identica
sorte toccò a quei profughi armeni che, rifugiatisi in Azerbaigian, furono
massacrati dalle locali minoranze mussulmane tartare e cecene che, nel 1918,
nella sola area di Baku, ne eliminarono 30.000.
La resa dei conti
Ma la guerra stava ormai volgendo al termine e
nell’imminenza del crollo della Sublime Porta, i responsabili delle stragi
iniziarono a dileguarsi. Quando, nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle
forze dell’Intesa, i principali dirigenti del partito dei Giovani Turchi vennero
arrestati dai britannici ed internati a Malta per un breve periodo. A carico dei
fautori e degli esecutori dei massacri fu intentato un processo svoltosi nel
1919 a Costantinopoli sotto la supervisione del nuovo primo ministro Damad Ferid
Pascià che alla Conferenza di pace di Parigi, il 17 luglio 1919 aveva ammesso i
crimini perpetrati ai danni degli armeni. Lo scopo del processo di
Costantinopoli non era in realtà quello di rendere giustizia al popolo armeno e
di chiarire le colpe pregresse dell’amministrazione ottomana (cioè quelle di
prima della Grande Guerra), bensì quello di scaricare tutte le colpe sui leader
dei Giovani Turchi, sicuramente responsabili, ma che avevano potuto portare a
compimento il loro piano di sterminio, grazie alla connivenza di larghi strati
della burocrazia civile e militare. Il processo si risolse quindi in una farsa,
senza considerare che nei confronti dei molti imputati condannati in contumacia
(nell’autunno del 1918 quasi tutti erano riusciti ad abbandonare al Turchia),
non furono mai presentate richieste di estradizione. Non solo. In una fase
successiva anche i verdetti della corte vennero in gran parte annullati ed
archiviati. Nell’ottobre del 1919, a Yerevan, i vertici del partito armeno
Dashnak, più che mai decisi a farsi giustizia, misero a punto un piano
(l’Operazione Nemesis) per eliminare di circa 200 tra uomini politici,
funzionari turchi e ‘collaborazionisti’ armeni ritenuti direttamente o
indirettamente responsabili del genocidio. Il 15 marzo del 1921, a Berlino, l’ex
ministro degli Interni Talaat Pascià, il principale artefice dell’olocausto
armeno, venne ucciso da Solomon Tehlirian che, tuttavia, dopo essere stato
arrestato e processato, nel mese di giugno dello stesso anno sarà graziato da un
tribunale tedesco. Il 18 luglio 1921, fu la volta di Pipit Jivanshir Khan,
coordinatore del massacro di Baku, assassinato a Constantinopoli, da Misak
Torlakian. Il killer fu arrestato, ma rilasciato dalla polizia inglese. Il 5
dicembre, a Berlino, l’agente Arshavir Shiragian eliminò l’ex primo ministro
turco Said Halim Pascià. Shiragian scampò all’arresto, rientrando poi a
Constantinopoli. Il 17 aprile 1922, sempre a Berlino, Aram Yerganian,
spalleggiato probabilmente da un altro sicario (il misterioso “agente T”) da lui
ingaggiato, freddò Behaeddin Shakir Bey, coordinatore dello speciale Comitato
ittihadista e Jemal Azmi, il ‘mostro’ di Trebisonda, responsabile della morte di
15.000 armeni, e già condannato, nel 1919, alla pena capitale da un tribunale
militare turco che tuttavia non aveva ritenuto opportuno rendere esecutiva la
sentenza. Il 25 luglio 1922, fu la volta dell’ex ministro della Difesa Jemal
Pascià che a Tbilisi cadde sotto i colpi di Stepan Dzaghigian e Bedros D.
Boghosian. Curiosa, ma decisamente consona al personaggio fu invece la fine di
Enver Pascià, probabilmente il più ambizioso e idealista dei triumviri turchi,
il “piccolo Napoleone” dell’impero e il più tenace propugnatore del movimento
“internazionalista” turco. Rifugiatosi tra le tribù dell’Asia Centrale, dove
pensava di realizzare il suo antico sogno panturanico, cioè la creazione di una
Grande Nazione Turca, agli inizi degli anni Venti Enver scatenò una rivolta
mussulmana contro il potere sovietico. Ma il 4 agosto 1922, nei pressi di
Baldzhuan, località del Turkestan meridionale (oggi inclusa del territorio del
Tagikistan) egli venne sconfitto e ucciso con pochi suoi seguaci da
preponderanti forze bolsceviche.
NOTE:
1) Il termine “genocidio” fu coniato negli anni
Quaranta dal giurista americano di origine ebraico-polacca Raphael Lemkin
proprio in riferimento alla repressione armena.
2) A proposito della collaborazione fornita dai
curdi al governo centrale, va ricordata l’istituzione da parte del sultano dei
reggimenti Hamidye, reparti paramilitari dipendenti dall’esercito e dalla
gendarmeria turchi, che vennero largamente utilizzate per depredare o incendiare
le comunità armene “ribelli”).
BIBLIOGRAFIA:
H.Kaiser, Imperialism, Racism and Development
Theories: The Construction of a Dominant Paradigm on Ottoman Armenians, Gomidas
Institute Books, Princeton, 1998
H.Kaiser, The Baghdad Railway and the Armenian
Genocide, 1915-1916: A Case Study in German Resistance and Complicity, in
Remembrance and Denial: the Case of the Armenian Genocide, Wayne State
University Press, 1999
R. Kevorkian, L’extermination des deportés
arméniens ottomans dans les camps de concentration de Syrie-Mésopotamie
(1915-1916), Revue d’Histoire Arménienne Contemporaine, Tome II, Paris, 1998
Y. Ternon, Gli armeni. 1915-1916: il genocidio
dimenticato, Rizzoli, Milano, 2003
C. Mutafian, Metz Yeghérn Breve storia del
genocidio degli armeni, Angelo Guerrini & Associati, Milano 1998
A. Rosselli, Sulla Turchia e l’Europa, Solfanelli
Editore, Chieti, 2006
A. Rosselli, L’olocausto armeno, Solfanelli
Editore, Chieti, 2006
Alberto Rosselli è un giornalista e saggista
storico che ha collaborato e collabora da tempo con diversi quotidiani italiani
ed esteri e con svariati siti internet tematici di storia, etnologia, storia
militare e diplomatica e geopolitica. Come studioso di storia moderna,
contemporanea e militare Rosselli ha al suo attivo alcune opere di narrativa e
diversi saggi tra cui Québec 1759, Il Conflitto anglo-francese in Nord America
1756-1763 (tradotto anche in lingua inglese), Il Tramonto della Mezzaluna -
L’Impero Ottomano nella Prima Guerra Mondiale, La resistenza antisovietica in
Europa Orientale 1944-1956, L’Ultima Colonia – la guerra coloniale in Africa
Orientale Tedesca 1914 – 1918; Il Ventennio in Celluloide (in collaborazione con
Bruno Pampaloni); Sulla Turchia e l’Europa; L’Olocausto armeno; Storie Segrete
della Seconda Guerra Mondiale; Il Movimento panturanico e la ‘Grande Turchia’ e
La persecuzione dei cattolici nella Spagna repubblicana 1931-1939, La
persecuzione dei cristiani in Cina, La Guerra Civile in Cina 1927-1949 e (di
prossima uscita) La Guerra Civile Greca 1944-1949. Attualmente Alberto Rosselli
è direttore editoriale della rivista bimestrale Storia Verità. |