|
Tra
il 1915 e il 1918, all’interno dei confini dell’Impero
Ottomano, si consumò quello che venne definito il primo
‘olocausto’ dell’era contemporanea. Una strage che
portò all’eliminazione di centinaia di migliaia di
cristiani armeni, colpevoli soltanto di appartenere ad
un’etnia e ad un credo religioso differente
di
Alberto Rosselli
Con
l’espressione “genocidio armeno” (in lingua armena Medz Yeghern, Grande
Male) (1) ci si
riferisce a due eventi distinti ma legati fra loro: il
primo, quello relativo alla campagna contro gli armeni
condotta negli anni 1894-1896 dal sultano Abdul Hamid II;
il secondo, quello collegato alla deportazione ed
eliminazione degli armeni compiute nel corso del Primo
Conflitto Mondiale dal nuovo governo della Sacra Porta
controllato dai Giovani Turchi. In questa sede ci
limiteremo a ricostruire i fatti salienti di
quest’ultima persecuzione, soprattutto in virtù delle
sue peculiari finalità e metodologie e per il fatto che
essa viene ancora negata o contestata – nonostante
l’enorme mole di documenti e testimonianze -
dall’attuale governo turco. Il sostanziale rifiuto da
parte dell’attuale governo di Ankara di riconoscere le
responsabilità storiche della Sacra Porta rappresenta non
soltanto un chiaro esempio di ‘negazionismo’, ma anche
un ingombrante ostacolo all’ingresso nel consesso
europeo di questo Paese retto sì da un regime laico ma
ancora fortemente permeato di religiosità e di esasperato
e malinteso spirito nazionalista.
***
Verso
la fine del XIX secolo, la crisi politica, economica e
sociale dell’impero ottomano si fece sempre più grave,
sfociando in sedizioni e sommosse. A Salonicco un gruppo
di ufficiali dell’esercito, affiancato da alcuni
esiliati politici turchi confluiti nella Ittihad ve
Terakki (il partito Unione e Progresso), iniziò a tramare
contro l’incapace e retrogrado governo centrale di
Costantinopoli, con l’obiettivo di intraprendere, anche
con la forza, un necessario quanto urgente processo di
modernizzazione dell’impero ormai sull’orlo del
collasso.
Il
24 luglio del 1908, il Comitato Centrale di Unione e
Progresso detronizzò il sultano Abdul Hamid II
sostituendolo con il più malleabile fratello Muhammad.
Seguì un breve periodo di euforia da parte delle
minoranze etniche e religiose della Sublime Porta, tra cui
quella armena, che confidavano nell’inizio di una nuova
era caratterizzata da maggiori libertà. Si trattò però
di una semplice speranza destinata a svanire di fronte ai
reali e non dichiarati intenti che in segreto animavano i
cuori degli appartenenti ad un nuovo partito ‘progressista’,
il Movimento dei Giovani Turchi, intenzionati sì a
modernizzare economicamente e socialmente il loro
agonizzante impero, ma anche ad unificarlo etnicamente e
religiosamente, espandendone nuovamente i confini non ad
occidente, come avevano quasi sempre fatto i sultani del
passato, bensì ad oriente, in direzione della Persia, del
Caucaso e delle immense regioni asiatiche centrali,
abitate da popoli (tartari, azerbaigiani, ceceni, kazachi,
uzbechi, kirghisi e tagiki) linguisticamente ed
etnicamente affini al popolo anatolico. La teoria
geopolitica intorno alla quale ruotava questo piano si
basava sull’ideologia panturanica. Secondo il padre di
quest’ultima - l’orientalista, linguista ed
esploratore ungherese Arminius Vambery (1832-1913)
- l’impero ottomano avrebbe infatti potuto e dovuto
allargare i suoi confini all’intera area caucasica e
asiatico-centrale in virtù della già citata uniformità
etnico-religiosa che caratterizzava l’intero
“popolo” turco.
Fu
per questa ragione che, il 26 gennaio 1913, un triumvirato
di Giovani Turchi formato da Enver Pascià, Taalat Pascià
e Ahmed Jemal – nonostante i precedenti proclami
inneggianti l’eguaglianza di tutti i sudditi della Sublime
Porta – iniziarono ad organizzare un piano di
persecuzione nei confronti di tutte le minoranze, prima
fra tutte quella armena, mettendo in piedi un’efficiente
struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.),
coordinata da due medici, Nazim e Shaker, e dipendente dal
Ministero della Guerra e da quello degli Interni e della
Giustizia.
Nel
1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco
degli Imperi Centrali, i Giovani Turchi poterono
finalmente rendere più che palesi le loro intime
convinzioni e dare il via ad una sistematica e scientifica
persecuzione destinata a protrarsi per quasi tutta la
durata del Primo Conflitto Mondiale.
Tra
l’aprile e il maggio 1915, i turchi concentrarono i loro
sforzi nell’eliminazione dell’élite
economico-culturale e dei militari armeni. Il 24 aprile
1915 (che verrà in seguito ricordata come la data
commemorativa del ‘genocidio’), a Costantinopoli,
circa 500 armeni furono incarcerati e poi eliminati. Tra
le vittime vi era anche il deputato Krikor Zohrab che
pensava di godere dell’amicizia personale di Talaat
Pascià, molti intellettuali, come il poeta Daniel Varujan,
giornalisti e sacerdoti. Tra gli uomini di chiesa, Soghomon
Gevorki Soghomonyan (più noto come il monaco Komitas),
padre della etnomusicologia armena. Komitas fu deportato
assieme ad altri 180 intellettuali armeni a Çankırı
in Anatolia centro settentrionale. Egli sopravvisse alla
prigionia e alla guerra grazie all’intervento del poeta
nazionalista turco Emin Yurdakul, della scrittrice turca
Halide Edip Adıvar
e dell’ambasciatore americano Henry Morgenthau.
Trasferitosi nel 1919 a Parigi, Komitas, sulla scorta
degli orrori patiti, impazzì finendo i suoi giorni in un
manicomio, nel 1935.
Tra
il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani, spalleggiati
da bande curde (2) e da reparti formati da ex detenuti, setacciarono le comunità
delle province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir,
Trebisonda, Sivas e Kharput, dove soprattutto i reparti
curdi depredarono e massacrarono migliaia tra donne,
vecchi e bambini e decine di sacerdoti a molti dei quali,
prima dell’esecuzione, furono strappati gli occhi, le
unghie e i denti. Gevdet Bey, vali (governatore)
della città di Van e cognato del ministro della Difesa
Enver Pascià, era solito fare inchiodare ai piedi dei
prelati ferri di cavallo arroventati. Stando ad un
rapporto del console statunitense ad Ankara, nel luglio
1915, diverse migliaia di soldati armeni inquadrati
nell’esercito ottomano e reduci dalla disastrosa
campagna del Caucaso (scatenata nel dicembre del 1914 da
Enver Pascià contro le forze zariste al comando del
generale Nikolai Yudenich) furono improvvisamente
disarmati dai turchi e spediti nelle zone di Kharput e Diyarbakir
con il pretesto di utilizzarli nella costruzione di una
strada. Ma una volta giunti sul posto essi vennero tutti
fucilati.
Solitamente,
i turchi organizzavano le deportazioni di massa
trasferendo i loro prigionieri in località piuttosto
remote. Una delle destinazioni prescelte fu la desolata
regione siriana di Deir al-Zor, dove centinaia di intere
famiglie armene furono ammassate e lasciate morire di
stenti in primordiali lager privi di baracche e
servizi igienici.. In terra siriana vennero anche spediti
migliaia di giovani ragazze e ragazzi armeni che
riuscirono però a scampare alla morte in parte perché
venduti a gestori arabi di bordelli per etero e
omosessuali, e in parte perché rinchiusi negli speciali
orfanotrofi per cristiani gestiti da Halidé Edib Adivart,
una sadica virago incaricata da Costantinopoli di
‘rieducare’ I piccoli armeni.
“Le deportazioni – annotò in questo periodo il diplomatico tedesco
Max
Erwin
von Scheubner-Richter -furono
giustificate dal governo turco con la scusa di un
necessario spostamento delle comunità armene dalle zone
interessate dalle operazioni militari (Anatolia
orientale e nord orientale, n.d.a) (…) Non
escludo che gran parte dei deportati furono massacrati
durante la loro marcia. (…) Una volta abbandonati i loro villaggi, le bande curde e i gendarmi
turchi si impadronivano di tutte le abitazioni e i beni
degli armeni, grazie anche ad una legge del 10.6.1915 ed
altre a seguire che stabiliva che tutte le proprietà
appartenenti agli armeni deportati fossero dichiarate “beni
abbandonati” (emvali metruke) e quindi soggetti alla
confisca da parte dello Stato turco”. E a testimonianza
dei risvolti economici della strage, basti pensare che “i
profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai
suoi lacchè dai beni rapinati agli armeni arrivarono a
toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”.
Nell’inverno del ‘15, il conte Wolff-Metternich decise
di riferire al ministero degli Esteri tedesco il protrarsi
“di questi inutili
e crudeli eccidi”, chiedendo un intervento
ufficiale presso la Sublime Porta Venuti al corrente della
protesta, Enver Pascià e Taalat Pascià chiesero a
Berlino la sostituzione di Wolff-Metternich che nel 1916
dovette infatti rientrare in Germania.
Va
comunque detto che non tutti i governatori turchi
accettarono di eseguire per filo e per segno gli ordini di
Costantinopoli. Nel luglio 1915, ad esempio, il vali
di Ankara si oppose allo sterminio indiscriminato di
giovani e vecchi, venendo rimosso e sostituito da un
funzionario più zelante, tale Gevdet, che nell’estate
del ‘15 a Siirt fece massacrare oltre 10.000 tra armeni
ortodossi, cristiani nestoriani, giacobini e greci del
Ponto. Resoconti sui molteplici eccidi sono registrati
anche nelle memorie di altri addetti diplomatici francesi,
bulgari, svedesi e italiani (come il console di
Trebisonda, Giovanni Gorrini) presenti all’epoca in
Turchia
Nonostante
tutto, il governo turco non si reputava ancora soddisfatto
di come stava procedendo la risoluzione del “problema
armeno”. “In
base alle relazioni da noi raccolte – annotò il 10
e il 20 gennaio del 1916, il notabile Abdullahad Nouri Bey
- mi risulta che
soltanto il 10 per cento degli armeni soggetti a
deportazione generale abbia raggiunto i luoghi ad essi
destinati; il resto è morto di cause naturali, come fame
e malattie. Vi informiamo che stiamo lavorando per avere
lo stesso risultato riguardo quelli ancora vivi, indicando
e utilizzando misure ancora più severe (…) Il numero
settimanale dei morti non è ancora da considerarsi
soddisfacente”.
Nel
1916, Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal diedero
quindi un ulteriore giro di vite, intimando ai loro
governatori e ai capi di polizia di “eliminare con le
armi, ma se possibile con mezzi più economici, tutti i
sopravvissuti dei campi siriani e anatolici”. In
questa fase del massacro ebbe modo di distinguersi per
efficienza il governatore del già citato distretto di
Deir al-Azor, Zeki Bey, che - secondo quanto riportano
James Bryce e Arnold Toynbee in The Treatment of
Armenians in the Ottoman Empire, 1915–1916 - “rinchiuse
500 armeni all’interno di una stretta palizzata,
costruita su una piana desertica, e li fece morire di fame
e di sete”. Durante l’estate del 1916, gli uomini
di Zeki eliminarono complessivamente oltre 20.000 armeni.
A dimostrazione della criminale sfacciataggine dei leader
turchi, basti pensare che Taalat Pascià arrivò a
vantarsi dell’efficienza del suo governatore con
l’ambasciatore americano Morgenthau, al quale egli ebbe
anche il coraggio di chiedere “l’elenco delle
polizze assicurazioni sulla vita che gli armeni più
ricchi (deceduti nei campi di sterminio) avevano
precedentemente stipulato con compagnie americane, in modo
da consentire al governo di incassare gli utili delle
polizze”.
Altrettanto
crudele ed anche beffardo risultò il destino delle
comunità armene dell’Anatolia orientale che, grazie
anche all’intervento dell’armata zarista, erano
riuscite a trovare momentaneo rifugio nelle valli del
Caucaso. In seguito alla rivoluzione bolscevica del 1917,
l’esercito russo si era infatti ritirato dall’Anatolia
orientale e dalla Ciscaucasia, abbandonando gli armeni al
loro destino. Rioccupata l’importante città-fortezza di
Kars, le forze ottomane iniziarono una vera e propria
caccia all’uomo, eliminando circa 19.000 cristiani.
Identica sorte toccò a quei profughi armeni che,
rifugiatisi in Azerbaigian, furono massacrati dalle locali
minoranze mussulmane tartare e cecene che, nel 1918, nella
sola area di Baku, ne eliminarono 30.000.
Ma
la guerra stava ormai volgendo al termine e
nell’imminenza del crollo della Sublime Porta, i
responsabili delle stragi iniziarono a dileguarsi. Quando,
nell’ottobre 1918, la Turchia si arrese alle forze
dell’Intesa, i principali dirigenti del partito dei
Giovani Turchi vennero arrestati dai britannici ed
internati a Malta per un breve periodo. A carico dei
fautori e degli esecutori dei massacri fu intentato un
processo svoltosi nel 1919 a Costantinopoli sotto la
supervisione del nuovo primo ministro Damad Ferid Pascià
che alla Conferenza di pace di Parigi, il 17 luglio 1919
aveva ammesso i crimini perpetrati ai danni degli armeni.
Lo
scopo del processo di Costantinopoli non era in realtà
quello di rendere giustizia al popolo armeno e di chiarire
le colpe pregresse dell’amministrazione ottomana (cioè
quelle di prima della Grande Guerra), bensì quello di
scaricare tutte le colpe sui leader dei Giovani Turchi,
sicuramente responsabili, ma che avevano potuto portare a
compimento il loro piano di sterminio, grazie alla connivenza di larghi strati della burocrazia civile e militare. Il processo si risolse
quindi in una farsa, senza considerare che nei confronti
dei molti imputati condannati in contumacia
(nell’autunno del 1918 quasi tutti erano riusciti ad
abbandonare al Turchia), non furono mai presentate
richieste di estradizione. Non solo. In una fase
successiva anche i verdetti della corte vennero in gran
parte annullati ed archiviati.
Nell’ottobre
del 1919, a Yerevan, i vertici del partito armeno Dashnak,
più che mai decisi a farsi giustizia, misero a punto un
piano (l’Operazione
Nemesis) per eliminare di circa 200 tra uomini politici,
funzionari turchi e ‘collaborazionisti’ armeni
ritenuti direttamente o indirettamente responsabili del
genocidio.
Il
15 marzo del 1921, a Berlino, l’ex ministro degli Interni Talaat
Pascià, il principale artefice dell’olocausto armeno,
venne ucciso da Solomon Tehlirian che, tuttavia, dopo
essere stato arrestato e processato, nel mese di giugno
dello stesso anno sarà graziato da un tribunale tedesco.
Il 18 luglio 1921, fu la volta di Pipit Jivanshir Khan,
coordinatore del massacro di Baku, assassinato a
Constantinopoli, da Misak Torlakian. Il killer fu
arrestato, ma rilasciato dalla polizia inglese. Il 5
dicembre, a Berlino, l’agente Arshavir Shiragian eliminò
l’ex primo ministro turco Said Halim Pascià. Shiragian
scampò all’arresto, rientrando poi a Constantinopoli.
Il 17 aprile 1922, sempre a Berlino, Aram Yerganian,
spalleggiato probabilmente da un altro sicario (il
misterioso “agente T”) da lui ingaggiato, freddò
Behaeddin Shakir Bey, coordinatore dello speciale Comitato
ittihadista e Jemal Azmi, il ‘mostro’ di Trebisonda,
responsabile della morte di 15.000 armeni, e già
condannato, nel 1919, alla pena capitale da un tribunale
militare turco che tuttavia non aveva ritenuto opportuno
rendere esecutiva la sentenza. Il 25 luglio 1922, fu la
volta dell’ex ministro della Difesa Jemal Pascià che a
Tbilisi cadde sotto i colpi di Stepan Dzaghigian e Bedros
D. Boghosian. Curiosa, ma decisamente consona al
personaggio fu invece la fine di Enver Pascià,
probabilmente il più ambizioso e idealista dei triumviri
turchi, il “piccolo Napoleone” dell’impero e il più
tenace propugnatore del movimento “internazionalista”
turco. Rifugiatosi tra le tribù dell’Asia
Centrale, dove pensava di realizzare il suo antico sogno
panturanico, cioè la creazione di una Grande Nazione
Turca, agli inizi degli anni Venti Enver scatenò una
rivolta mussulmana contro il potere sovietico. Ma il 4
agosto 1922, nei pressi di Baldzhuan, località del
Turkestan meridionale (oggi inclusa del territorio del
Tagikistan) egli venne sconfitto e ucciso con pochi suoi
seguaci da preponderanti forze bolsceviche.
FINE
NOTE:
1) Il
termine “genocidio” fu coniato negli anni Quaranta dal
giurista americano di origine ebreo-polacca Raphael Lemkin
proprio in riferimento alla repressione armena.
2)
A proposito della
collaborazione fornita dai curdi al governo centrale, va
ricordata l’istituzione da parte del sultano dei
reggimenti Hamidye, reparti paramilitari dipendenti
dall’esercito e dalla gendarmeria turchi, che vennero
largamente utilizzate per depredare o incendiare le
comunità armene “ribelli”).
|