Hrant Dink, colomba pacifista Terra 19.01.2010

Annalena Di Giovanni

 

ANNIVERSARIO. Tre anni fa veniva ucciso il giornalista armeno e cittadino di Ankara, fondatore della testata bilingue “Agos”. In una Turchia sempre più violenta e nazionalista, aveva scelto di lottare per i diritti politici e culturali di tutte le minoranze.

Quel giorno, mentre usciva dalla redazione del suo giornale, Agos, Hrant Dink credeva ancora che in Turchia nessuno avrebbe ucciso una colomba. Era il 19 gennaio del 2007, tre anni fa, Istanbul. Lui, giornalista armeno e cittadino turco, aveva appena scritto di avere paura. «Ricevo minacce ogni giorno. Come le colombe - raccontava - anch’io non faccio che guardare alla mia destra e alla mia sinistra, davanti a me e alle mie spalle. Ma so anche che, in questo Paese, la gente non spara alle colombe». Poco dopo Hrant Dink, l’animatore più radicale e aperto al dialogo fra turchi e armeni, veniva freddato da un ragazzo venuto apposta da Trabzon, poco dopo identificato come Ogun Samast. Oltre alla moglie e ai figli, e a una famiglia allargata di ragazzi cresciuti intorno alla sua scrivania discutendo idee e punti di vista, Hrant Dink si lasciava dietro un’eredità difficile da conservare: il giornale da lui fondato, Agos, in doppia lingua, turco e armeno.
 
Dink non si era mai stancato di adoperarsi per il confronto su temi assolutamente proibiti in Turchia, come il nazionalismo, i diritti delle minoranze, il genocidio, ma anche il controllo che la chiesa armena adoperava sulla sua piccola comunità istanbuliota nutrendosi della paura di convivere con i concittadini turchi. Idee maturate dopo anni di lotte fra movimenti politici di sinistra ed esplorazione della sua identità mista, di turco e armeno, di essere umano diviso fra una memoria dolorosa e negata quella delle persecuzioni contro gli armeni - e la scelta di non richiudersi nel vittimismo e nel nazionalismo di nicchia: in un Paese che permetteva l’uso di una sola lingua e di una solo identità, quella turca, Hrant aveva scelto di lottare per i diritti culturali di tutte le minoranze, non solo degli armeni. E, allo stesso tempo, di adoperarsi perché le minoranze stesse si avvicinassero ai turchi. Ma Hrant si lasciava dietro anche un’odissea giudiziaria senza sconti. Era stato ripetutamente minacciato di detenzione, in base all’articolo 301 del codice penale, per aver umiliato pubblicamente l’identità turca coi propri scritti.
 
Processi che, invece di difenderlo, alimentavano l’odio e le minacce da parte di neofascisti e nazionalisti di ogni sorta, pronti a ucciderlo pur di metterlo a tacere. Con l’assassinio di Dink, però, qualcosa in Turchia si è rotto per sempre: la paura di star zitti. Il giorno dopo della sua morte, migliaia di persone si sono riversate in strada urlando «Siamo tutti armeni». Nella Turchia dei generali e dei colpi di stato, dove chi non sta zitto viene messo a tacere, era la prima volta che una simile ondata di protesta si riversava in strada. Hrant Dink, nessuno lo ha dimenticato. Ma mentre continuano i processi contro altri giornalisti, chi rischia di farcela è proprio lui, l’assassino di Hrant Dink, Ogun Samast, grazie allo stallo del procedimento a suo carico. E, con lui, chi alla colomba Dink ha tolto la scorta, la solidarietà, e persino la dignità di poter scrivere alla sua gente senza venir accusato di infamare il proprio Paese.