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Annalena Di Giovanni
ANNIVERSARIO. Tre anni fa veniva ucciso il
giornalista armeno e cittadino di Ankara, fondatore della testata bilingue “Agos”.
In una Turchia sempre più violenta e nazionalista, aveva scelto di lottare per i
diritti politici e culturali di tutte le minoranze.
Quel giorno, mentre usciva dalla redazione del suo
giornale, Agos, Hrant Dink credeva ancora che in Turchia nessuno avrebbe ucciso
una colomba. Era il 19 gennaio del 2007, tre anni fa, Istanbul. Lui, giornalista
armeno e cittadino turco, aveva appena scritto di avere paura. «Ricevo minacce
ogni giorno. Come le colombe - raccontava - anch’io non faccio che guardare alla
mia destra e alla mia sinistra, davanti a me e alle mie spalle. Ma so anche che,
in questo Paese, la gente non spara alle colombe». Poco dopo Hrant Dink,
l’animatore più radicale e aperto al dialogo fra turchi e armeni, veniva
freddato da un ragazzo venuto apposta da Trabzon, poco dopo identificato come
Ogun Samast. Oltre alla moglie e ai figli, e a una famiglia allargata di ragazzi
cresciuti intorno alla sua scrivania discutendo idee e punti di vista, Hrant
Dink si lasciava dietro un’eredità difficile da conservare: il giornale da lui
fondato, Agos, in doppia lingua, turco e armeno.
Dink non si era mai stancato di adoperarsi per il confronto su temi
assolutamente proibiti in Turchia, come il nazionalismo, i diritti delle
minoranze, il genocidio, ma anche il controllo che la chiesa armena adoperava
sulla sua piccola comunità istanbuliota nutrendosi della paura di convivere con
i concittadini turchi. Idee maturate dopo anni di lotte fra movimenti politici
di sinistra ed esplorazione della sua identità mista, di turco e armeno, di
essere umano diviso fra una memoria dolorosa e negata quella delle persecuzioni
contro gli armeni - e la scelta di non richiudersi nel vittimismo e nel
nazionalismo di nicchia: in un Paese che permetteva l’uso di una sola lingua e
di una solo identità, quella turca, Hrant aveva scelto di lottare per i diritti
culturali di tutte le minoranze, non solo degli armeni. E, allo stesso tempo, di
adoperarsi perché le minoranze stesse si avvicinassero ai turchi. Ma Hrant si
lasciava dietro anche un’odissea giudiziaria senza sconti. Era stato
ripetutamente minacciato di detenzione, in base all’articolo 301 del codice
penale, per aver umiliato pubblicamente l’identità turca coi propri scritti.
Processi che, invece di difenderlo, alimentavano l’odio e le minacce da parte di
neofascisti e nazionalisti di ogni sorta, pronti a ucciderlo pur di metterlo a
tacere. Con l’assassinio di Dink, però, qualcosa in Turchia si è rotto per
sempre: la paura di star zitti. Il giorno dopo della sua morte, migliaia di
persone si sono riversate in strada urlando «Siamo tutti armeni». Nella Turchia
dei generali e dei colpi di stato, dove chi non sta zitto viene messo a tacere,
era la prima volta che una simile ondata di protesta si riversava in strada.
Hrant Dink, nessuno lo ha dimenticato. Ma mentre continuano i processi contro
altri giornalisti, chi rischia di farcela è proprio lui, l’assassino di Hrant
Dink, Ogun Samast, grazie allo stallo del procedimento a suo carico. E, con lui,
chi alla colomba Dink ha tolto la scorta, la solidarietà, e persino la dignità
di poter scrivere alla sua gente senza venir accusato di infamare il proprio
Paese. |