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DIPLOMAZIA. Ieri Obama e Netanyahu si sono
incontrati per discutere della situazione palestinese, ma anche della rottura
con la Turchia. Mentre, dal Caucaso, Hillary Clinton punta il dito sui negoziati
armeni.
«Per quello che i nostri volontari hanno subito
sulla Mavi Marmara, sia dal punto di vista dei danni materiali che psicologici,
chiediamo compensazioni da Israele e siamo d’accordo con l’iniziativa del
Governo. In ogni caso la nostra č una strategia a lungo termine,
indipendentemente da quanto otterrą Erdogan: stiamo inoltrando cause contro il
Governo Netanyahu dalla Turchia come dagli altri paesi dei passeggeri della
Freedom Flotilla. Si tratta di almeno 36 Paesi». Suonava tranquillo, dagli
uffici dell’Ihh, il portavoce Omar Farouk.
La sua Ong conta tutte le nove vittime decedute quella notte. Adesso il premier
Erdogan chiede a Israele compensazione e scuse, anche a costo della rottura
diplomatica. Quella stessa rottura fra i due alleati storici americani nel
vicino oriente che, ieri, ha adombrato l’arrivo del premier israeliano alla
vigilia del suo quinto incontro con Barack Obama. Etichetta d’onore, sorrisi e
strette di mano, per riprendere in mano una situazione mediorientale, che si č
fatta bollente per la stessa Washington.
Tre le principali richieste per Tel Aviv: congelamento delle colonie per
riavviare i negoziati con i palestinesi, e riconciliazione con la Turchia che,
da parte di Ankara, č ancorata appunto alle scuse – e quindi al risarcimento –
alle famiglie delle vittime. In realta’ anche la levata del blocco su Gaza e
l’avviamento dei negoziati sono stati posti da Erdogan come precondizioni per
ricucire I rapporti, un tempo solidi, fra Ankara e Tel Aviv. La quadratura del
cerchio sembra possibile solo per intercessione di Obama.
Eppure proprio ieri Netanyahu si č ritrovato improvvisamente alleggerito del suo
fardello turco grazie alla Casa Bianca: mentre il premier israeliano avrebbe
dovuto esporre a Obama la sua strategia per recuperare l’amicizia di Erdogan, il
Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha deciso di riesumare il dossier
caucasico, recandosi nella remota Yerevan. Poverissima, diplomaticamente isolata
se non fosse per l’alleanza di ferro con la madre Russia, l’Armenia si č vista
improvvisamente risollevare dall’iniziativa della Clinton. Turchia e Armenia si
erano imbarcate in un processo di pace lo scorso ottobre, interrotto da una
sentenza della corte armena.
«Invitiamo la Turchia a mantenere, con la massima urgenza, le sue promesse di
riconciliazione», ha sottolineato la Clinton incontrando il presidente Sergei
Sarkissian. Insomma l’incontro fra Netanyahu e Obama si č aperto con una doppia
partita giocata da Washington, una mediorientale e l’altra caucasica, a somma
zero sia per Israele che per Turchia. Probabilmente Netanyahu se ne tornerą in
patria anche stavolta senza aver preso alcun impegno concreto. Tantomeno sul
fronte turco: l’Europa attacca di nuovo Ankara per la mancata libertą
d’espressione, la Clinton punta il dito sui negoziati armeni e il PKK riavvia il
conflitto. |