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Nei
mass media italiani c'è una carenza di informazione sulla questione
dell'ingresso della Turchia nella Unione Europea. Un sondaggio condotto il 20
dicembre, ha rilevato che soltanto il 34 percento degli italiani e' favorevole e
il 28 percento e' contrario. Il dato più significativo è però quello degli
"indifferenti", che arriva al 40 percento. Se su un argomento di tale
importanza esiste un numero così elevato di persone che dice di non avere una
opinione in merito è già questo un campanello di allarme, anche perché non ha
riscontri nelle rilevazioni condotte in altri stati europei, dove, innanzitutto
la percentuale dei contrari all'ingresso della Turchia e' nettamente
maggioritaria, e quella di coloro che non hanno una opinione in merito è molto
ridotta.
Questo non vuol dire che agli italiani importi poco della questione turca.
Significa invece – molto più ragionevolmente - che non hanno ricevuto una
informazione sufficiente per formarsi una opinione. Se la questione ha meno
spazio della corsa ai regali di fine anno, allora è logico che la gente non sia
portata a percepirne l'importanza. Ad esempio, il modo in cui importanti mass
media hanno descritto la manifestazione della Lega Nord, contro l'ingresso della
Turchia in Europa, è stato altamente significativo di come non si voglia
parlare della questione. Ma se cinquantamila persone decidono di esprimere il
proprio dissenso, non dovrebbe essere - già soltanto questo - un motivo per
interrogarsi su quanto sta avvenendo?
Il prospettato ingresso della Turchia in Europa inciderà pesantemente nelle
nostre esistenze. Inciderà nel nostro sistema culturale e sociale, che oggi
diamo per acquisito; inciderà sul nostro modo di vivere la religione; inciderà
più materialisticamente sulle nostre tasche perchè l'ingresso della Turchia
significherà nuove tasse da pagare, che poi l'Europa passerà alla Turchia per
risanarne l'economia, i cui parametri non sono paragonabili alla media europea.
L'informazione fuorviante si riscontra anche in argomenti complementari. In uno
dei maggiori quotidiani italiani, il film "La sposa turca" veniva
presentato in un riquadro scrivendo che "racconta le difficoltà dei turchi
in Germania". Chi non ha visto il film può ritenere che si tratti di
difficoltà di vita dovute a conflitti di natura etnica tra turchi e tedeschi.
Ma chi invece il film lo ha visto sa bene che si tratta d'altro. Eppure bastano
queste poche parole, pubblicate da un giornale di grande tiratura, per orientare
la percezione del lettore. Data la differenza netta tra il significato di quella
presentazione e il contenuto reale della pellicola, è naturale che possa
sorgere il dubbio che si voglia in qualche modo distogliere il lettore dal tema.
Perchè in realtà il "messaggio" del film è tutt'altro che
"modernista". Per la nuova generazione - sembrano dirci gli autori del
film - l'unica speranza di prevalere su quella precedente è continuare sulla
stessa strada, anzi tornare alle origini. Altro che multiculturalismo. Si cerca
di far passare una storia di difficilissima evoluzione culturale, anche nelle
giovani generazioni, per qualcos'altro.
La regola machiavellica secondo cui "il fine giustifica i mezzi", oggi
si può applicare anche a una certa stampa. Come nel caso di un serissimo
editoriale pubblicato da un noto quotidiano sportivo, nel dicembre di un paio di
anni fa. Era il periodo in cui il Consiglio europeo decideva di rinviare al 2004
la concessione di una data per i negoziati di ingresso della Turchia. Ebbene,
poichè nella partita tra Lazio e
Inter, Emre, il giocatore turco dell'Inter, segnò due gol, l'editorialista
arrivò a dire che quelle reti erano un punto decisivo a favore dell'ingresso
della Turchia in Europa. Superfluo parlare di standard in tema di politica,
diritti, economia: tutto superato.
L'Unione europea non poteva più dire "no" alla Turchia, perchè quel
giocatore aveva segnato due gol.L'informazione fuorviante si ritrova anche nel
modo in cui vengono trattati argomenti di natura storica, confondendo
volutamente la storia bizantina con quella dell'impero ottomano, poi Turchia.
Qualunque storico inorridirebbe, ma a chi "fa" informazione
finalizzata a precisi interessi non importa nulla, perche' la intenzione e'
confondere. Chi confonde l'informazione sa di avere la possibilita' di due
risultati positivi su tre. A parte l'unica possibilità negativa, si può
riuscire o a ingannare il lettore oppure a rendere l'insieme talmente confuso da
non dare la possibilità di definire le parti, con relative responsabilità e
colpe.
Si può ad esempio sentir dire che storia della Turchia è anche storia europea,
perchè Efeso, ad esempio, è stato uno dei principali centri da cui si è
irradiato il cristianesimo, ed Efeso - dicevano - si trova in Turchia. Questa è
la perfetta dimostrazione di informazione falsa, volta a ingannare lo
spettatore. Il periodo storico in questione è intorno al IV secolo d.C e in
quel periodo adEfeso, come in tutto l'impero bizantino, di cui faceva parte, non
c'era un solo abitante turco. I turchi entreranno in contatto con l'impero
bizantino soltanto settecento anni dopo: i selgiuchidi, nell'XI secolo.
Eppure
quella affermazione, palesemente falsa, mirava altissimo perche' voleva
convincere lo spettatore, magari fino ad ora meno interessato alla Storia, che
in Turchia è stata fatta una parte della storia del Cristianesimo.
Accanto
alla mancanza di informazione e alla cattiva informazione c'è il capovolgimento
a trecentosessanta gradi. Questo è un fenomeno riscontrabile purtroppo in
alcuni giornali di sinistra. Fino a poco tempo fa gli articoli con riferimento
alla Turchia riportavano storie di diritti umani violati, mancanza di libertà
di espressione, repressione etnica e politica. Tutti elementi che di certonon
davano la sensazione di un paese prossimo all'ingresso nella Unione europea,
terra della difesa dei diritti fondamenti e della democrazia. Negli stessi
giornali, nei giorni in cui a Bruxelles di decideva il via libera dei negoziati,
non c'era nessun riferimento a quanto poco prima detto sulla Turchia, anzi vi
era un appoggio entusiastico, e - forse per non lasciare dubbi - si auspicava
che l'iter fosse il più rapido possibile. Coloro che criticano o si oppongono
all'ingresso venivano nemmeno implicitamente, descritti come un
fastidio da sopportare. Che cosa è avvenuto in pochi mesi per
determinare questo cambiamento di linea?
Bastano questi pochi esempi per evidenziare come sia ancora molto lunga la
strada verso una informazione qualitativamente elevata
su una questione determinante per il futuro dell'Europa.
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