Genocidio Armeno: Voto Commissione Esteri Congresso Usa- Rassegna stampa del 06.03.2010

Libero.it 6.3.10

 

Dietrofront Usa: niente voto sul genocidio armeno Di Caterina Maniaci

La Turchia minaccia la crisi diplomatica e ottiene il voltafaccia Usa. Obama chiede alla Camera di sospendere la risoluzione approvata dalla commissione Esteri

Gli Usa cedono dinanzi al diktat della Turchia, dinanzi alla minaccia di compromettere i delicati equilibri politico-economici e, soprattutto, strategici nell’area mediorientale. L’amministrazione Obama, infatti, ha raggiunto un accordo con i leader del  Congresso per non mettere ai voti alla Camera dei rappresentanti la risoluzione approvata alcuni giorni fa dalla commissione Esteri in cui  viene definito "genocidio" il massacro degli armeni consumato  ai tempi  dell’Impero ottomano, nel 1915. Lo scrive il "Washington Post", citando una  fonte dell’amministrazione, all’indomani della grave crisi diplomatica scoppiata tra Stati Uniti e Turchia a causa di quel voto che, hanno  avvertito i leader di Ankara, rischia di compromettere i rapporti e la collaborazione tra i due Paesi.

"Noi crediamo che i leader del Congresso comprendano le gravi  conseguenze che ogni ulteriore azione avrebbe sulla normalizzazione  delle relazioni tra Turchia e Armenia", ha dichiarato  la fonte al  quotidiano americano. "Noi crediamo che (la risoluzione) non arriverà in aula". Il testo, non vincolante e già approvato, chiede al  presidente Barack Obama di utilizzare il termine "genocidio" per  indicare il massacro degli armeni nel discorso che terrà il prossimo  24 aprile, in occasione della Giornata del ricordo di quella a Erevan  viene definita anche la “Grande calamità”, in cui persero la vita, in seguito a violenze e deportazioni forzate, milioni di persone, soprattutto i più deboli, donne, bambini, anziani.

Alcuni storici non hanno esitato a individuare, in questo atto di totale barbarie, una sorta di “prova generale” di quel che sarebbe stato poi l’Olocausto che sterminò il popolo ebraico.  In seguito al voto di  giovedì, condannato con forza da Ankara, la Turchia ha richiamato il  proprio ambasciatore a Washington, minacciando tra l’altro di vietare  agli Stati Uniti l’accesso alla base aerea di Incirlik, nel sud del  Paese. Un atteggiamento che ha scoraggiato, diciamo così, Washington dal proseguire sulla strada del riconoscimento storico di quanto patito e sofferto dagli armeni.

 Tutto questo è un film già visto: tre anni fa fu fatto un tentativo del genere, negli Usa, e l’allora presidente Bush bloccò la mozione sul genocidio armeno. Oggi il suo successore Obama seguirà il suo esempio, per non compromettere i rapporti con la Turchia, alleato fondamentale e bastione della Nato sul fronte orientale. Insomma, è l’eterna lezione della realpolitik. E l’Europa? Non rifletterà sulla possibilità di definire europea una nazione che reagisce in questo modo al tentativo di fare chiarezza sul (suo) passato? Scrive in prima pagine Avvenire, quotidiano dei vescovi italiani, di una "furibonda reazione" di Ankara al passo fatto dal Congresso americano e che il suo "negazionismo è un vero e proprio dogma sul Bosforo e sembra essere l’unico cemento in grado di tenere insieme un Paese drammaticamente spaccato tra laici e islamismi". Un dato di fatto tragico per un Paese che vuole definirsi europeo. 

 


 

Arabmonitor 06.03.2010

 

 

E' stata la lobby filoisraeliana a determinare il voto sul genocidio armeno

Londra, 6 marzo - Stando al quotidiano arabo Al Quds Al Arabi è stata la lobby filoisraeliana che ha giocato un ruolo di primo piano nell'influenzare il voto della Commissione  esteri della Camera dei rappresentanti Usa, spingendo i membri della Commissione ad approvare il documento che definisce come genocidio commesso dalla Turchia l'uccisione di armeni avvenuta durante gli anni del primo conflitto mondiale.

Secondo il giornale i sostenitori di Israele, che per anni hanno appoggiato le istanze di Ankara negli Stati Uniti, hanno voluto in questo modo "punire" il governo turco per le sue recenti coraggiose prese di posizione circa l'operato israeliano nella striscia di Gaza. 

  


 

Il Giornale 06.03.2010

 

 

«Ora vediamo se Obama manterrà le promesse» di Fausto Biloslavo ·           

A mio nonno tagliarono le mani. Poi lo decapitarono

Alecco Bezikian, 67 anni, imprenditore di Bergamo, è cittadino italiano da una vita, ma il suo cuore batte per il popolo armeno. Della famiglia d’origine si è salvato solo il padre accolto a sette anni in un orfanotrofio libanese. Bezikian è il coordinatore della Federazione euro-armena per la giustizia e la democrazia con sede a Bruxelles. Un’organizzazione che rappresenta un milione di armeni in 23 Paesi dell’Unione europea.
Come considera il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Commissione Esteri del Congresso americano?
«Per noi è una tappa fondamentale. La Turchia contava sugli Stati Uniti per continuare a negare il genocidio degli armeni. Nell’ultima settimana i turchi hanno mandato negli Stati Uniti ben tre delegazioni per convincere i congressisti a votare contro. La risoluzione è passata per un voto, ma la battaglia continua perché adesso arriverà nell’aula del Congresso. Ci siamo abituati: da 100 anni lottiamo per far riconoscere il genocidio del nostro popolo. I turchi hanno sempre pensato di essere i nipotini viziati degli americani, ma questa volta è andata diversamente».
Perché la Turchia non ammette una tragedia imputabile all’impero ottomano?
«Ho preso il nome da mio zio Alessandro. I turchi gli tagliarono le mani e lo decapitarono davanti alla famiglia ad Adana, dove lo sterminio cominciò nel 1910. I turchi si giustificano dicendo che tutto capitò a causa della Prima guerra mondiale scoppiata quattro anni dopo. Una loro legge continua a prevedere la punibilità per chi riconosce il genocidio armeno. È capitato allo scrittore Orhan Pamuk, un premio Nobel. Il timore della Turchia è che riconoscendo il genocidio si apra il contenzioso sui beni che dovrebbero restituire o ricompensare agli armeni e sulle terre perdute. Ma noi, prima di tutto, vogliamo un riconoscimento morale per il milione e mezzo di martiri armeni trucidati».
E se Ankara per ritorsione si sganciasse dall’impegno militare in Afghanistan e mettesse in discussione la concessione agli americani della base aerea di Incirlik?
«Sono solo parole, velate minacce. E poi se i turchi si ritirassero dall’Afghanistan la missione internazionale andrebbe avanti lo stesso. La loro presenza è poco più che di facciata. La base di Incirlik fa parte dello schieramento Nato. Che fa la Turchia... esce dall’Alleanza atlantica?»
Il presidente puntava anche su Ankara per le sanzioni contro l’Iran.
«La Turchia non riuscirà a giocare con gli americani il ricatto iraniano. L’Europa e gli Stati Uniti hanno la forza per decidere da soli».
La normalizzazione dei rapporti fra i turchi e la Repubblica armena, nata dalla ceneri dell’Urss, è possibile?
«Il 10 ottobre dello scorso anno è stato firmato l’accordo di Zurigo sui confini, ma non c’era alcun riferimento al massacro. In Armenia vivono tre milioni di abitanti, ma nel mondo la diaspora conta 8 milioni di armeni. Ankara tenta come sempre di dividere gli armeni. Noi comunque ci battiamo per far entrare la giovane Armenia in Europa».
Obama mercoledì ha chiamato il presidente Gul per far passare in Parlamento i protocolli di normalizzazione tra Turchia e Armenia. Adesso la Casa Bianca è in imbarazzo?
«Negli Stati Uniti vive un milione e mezzo di armeni che ha votato per Barack Obama. Il presidente degli Stati Uniti si era impegnato, durante la campagna elettorale, a far riconoscere il genocidio. Stiamo a vedere se manterrà la promessa fino in fondo»

La Turchia è pronta ad entrare in Europa?
«Il Parlamento europeo nell’87 ha riconosciuto il genocidio degli armeni. Il governo turco si dice democratico e moderno, ma vuole aggregarsi all’Europa senza nemmeno chiedere scusa per il genocidio compiuto. Noi non diciamo che i politici turchi siano colpevoli, ma che continuano a fare i negazionisti. L’Europa non si comporta così. La Germania ha ammesso in ginocchio i tragici errori del passato. I governi europei devono far pressione su Ankara».
www.faustobiloslavo.eu

 

 

Erdogan: «Avanti con il dialogo»

Nonostante il voto, con cui la Commissione Esteri del Congresso americano due giorni fa ha definito «genocidio» i massacri di armeni ai tempi dell’impero ottomano, Ankara continuerà nel processo di normalizzazione dei rapporti avviato con Erevan. Lo ha detto oggi - come riferisce la Ntv - il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu riferendosi ai protocolli firmati fra Turchia e Armenia lo scorso ottobre a Zurigo.

 

 

Armeni, la retromarcia di Hillary Scontro Casa Bianca-Congresso

La batosta è stata forte. All’inizio in crisi c’erano i rapporti diplomatici tra Turchia e Stati Uniti. Oggi, dopo le parole di Hillary Clinton, si prospetta un vero e proprio scontro tra il Congresso e la Casa Bianca. Il problema è nato quando Ankara si è irritata all’indomani dell’approvazione, da parte della Commissione Esteri del Congresso americano, di una risoluzione in cui si definiscono un «genocidio» i massacri di armeni avvenuti ai tempi dell’impero ottomano. Genocidio che Ankara ha sempre negato sostenendo che, al massimo, i morti armeni in quel periodo sono stati tra i 300mila e i 500mila e, comunque, causati non da uno sterminio premeditato ma da una guerra civile che ha fatto migliaia di vittime anche turche. La diplomazia turca indignata ha chiesto che l’amministrazione americana «si impegnasse di più» per far sì che la mozione, se e quando arriverà al Congresso per l’esame in assemblea plenaria, sia respinta. E sono arrivate forti e chiare le riflessioni del premier turco Recep Tayyip Erdogan: «La presa di posizione dell’organismo parlamentare americano rischia di danneggiare le relazioni turco-americane oltre che il processo di normalizzazione tra Turchia e Armenia». Ieri, poche ore dopo, Hillary Clinton ha tentato la disperata retromarcia ed è corsa ai ripari: «Il testo approvato in Commissione si fermerà là dove è e non sarà mai sottoposto al voto dell’assemblea plenaria della Camera». Un tentativo di ricucire lo strappo con i turchi che ora rischia, però, di creare uno squarcio interno al Paese. La situazione appare sempre più complicata. Il testo della Commissione Affari Esteri della Camera mercoledì era stato messo ai voti nonostante la richiesta della stessa Clinton di evitarlo. La Commissione lo aveva quindi approvato a strettissima maggioranza, 23 voti favorevoli e 21 contrari. Il risultato aveva provocato l’immediata reazione della Turchia, culminata nel rientro in patria dell’ambasciatore turco a Washington, come forma di protesta ufficiale. Per Ankara, infatti, la parola «genocidio» non esiste. Eccolo l’inizio della crisi proseguita con la reazione ulteriore del ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu: «A Washington è stata processata una vicenda storica».
La discesa in campo di Hillary dovrebbe servire a attenuare l’irritazione della Turchia, ma come detto, rischia di minare i rapporti interni tra la Casa Bianca e il Congresso. La questione è molto delicata, perché in questi giorni il presidente Obama sta cercando una mediazione con i parlamentari per ottenere il via libera alla riforma sanitaria. Che lo scontro sull’Armenia ora rischia di far naufragare.

 


 

Adnkronos 06.03.2010

 

Turchia: accordo Obama-leader Congresso per non votare risoluzione genocidio

Washington, 6 mar. - (Adnkronos/Washington Post) - L'amministrazione Obama ha raggiunto un accordo con i leader del Congresso per non mettere ai voti alla Camera dei rappresentanti la risoluzione approvata due giorni fa dalla commissione Esteri in cui viene definito "genocidio" il massacro degli armeni compiuto ai temi dell'Impero ottomano. Lo scrive il "Washington Post", citando una fonte dell'amministrazione, all'indomani della grave crisi diplomatica scoppiata tra Stati Uniti e Turchia a causa di quel voto che, hanno avvertito i leader di Ankara, rischia di compromettere i rapporti e la collaborazione tra i due Paesi.


 

La Stampa 06.03.2010

 

 

Lo scontro sul genocidio  La base Usa nel mirino di Ankara Di Maurizio Molinari

Crisi diplomatica: il voto alla Camera mette a rischio la presenza americana a Incirlik

CORRISPONDENTE DA NEW YORK
La Turchia minaccia di cancellare molteplici accordi militari di bloccare l’accesso degli Usa alla base aerea di Incirlik come ritorsione per il voto con cui la commissione Esteri della Camera di Washington ha definito «genocidio» l’uccisione di 1,5 milioni di armeni nel 1915 da parte dell’esercito ottomano. Se subito dopo Ankara ha deciso di richiamare l’ambasciatore da Washington nelle ore seguenti il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu ha parlato di «onore ferito» dalla «commedia avvenuta alla Camera» spingendosi fino a paventare lo scenario di un «collasso delle relazioni». E il presidente Abdullah Gul ha menzionato la «mancanza di rispetto verso la nazione turca».

Sono stati poi alti funzionari del governo a far sapere, in maniera informale, all’amministrazione Obama che l’eventuale «collasso» potrebbe comportare il blocco dell’accesso alla base di Incirlik, da dove gli americani sostengono le operazioni militari in Iraq e Afghanistan. Gli altri tavoli sui quali Ankara minaccia ritorsioni nei confronti di Obama - accusato di «non aver fatto abbastanza» per bloccare la mozione - sono i pendenti contratti militari e il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dove la Turchia è membro non permanente e potrebbe votare contro le nuove sanzioni all’Iran. Il quotidiano «Hurryet» ha riassunto le minacce del governo Erdogan alla Casa Bianca: «Deve scegliere fra la tutela dei suoi interessi in Afghanistan, Iraq, Iran e Caucaso e l’influenza di lobby etniche al Congresso».

Per aumentare la pressione su Washington, la Turchia ha ottenuto dall’alleato Azerbaijan - cruciale per gli interessi militari ed energetici di Washington - una dichiarazione che imputa alla Camera la responsabilità di «destabilizzare la regione». Nel tentativo di arginare la rabbia dei turchi, alcuni democratici della Camera hanno fatto sapere che per il momento «non è prevista» la discussione in aula. Sarebbe stata Nancy Pelosi, presidente della Camera e alleata di Obama, a sbarrare la strada della mozione.

 

 

 

Il passato allontana Ankara dall'Europa

VITTORIO EMANUELE PARSI

Come era prevedibile, il governo turco ha reagito con la massima durezza al voto del Comitato Affari Esteri del Congresso degli Stati Uniti che invitava la Turchia a riconoscere che il massacro di centinaia di migliaia di armeni nel corso della Prima guerra mondiale costituì un vero e proprio genocidio, in tutto per tutto simile all’Olocausto perpetrato dal regime nazista alcuni decenni dopo. Ma come mai, a quasi un secolo di distanza da quei tragici eventi, compiuti per di più da un soggetto istituzionale (l’impero ottomano) diverso dall’attuale repubblica, le autorità di Ankara continuano a mantenere una posizione così rigida? La risposta è che il genocidio del popolo armeno è il più imbarazzante filo rosso che lega il tramonto dell’impero ottomano e la nascita della repubblica kemalista.

Esso rispose infatti al disegno di «turanizzare» (turchizzare, ndr) l’impero, di sostituire alla precedente e ormai decadente fedeltà verso il sultano, una nuova, vigorosa lealtà verso una patria nazionale turca, tutta da costruire, da «inventare», come era accaduto per le altre nazioni affermatesi nel corso del secolo. Quel disegno intersecava e parzialmente dirottava l’ultimo disperato tentativo di riformare l’impero, sostenuto dai giovani turchi a partire dalla fine dell’800.

La deriva nazionalistica del movimento riformatore aveva definitivamente preso il sopravvento dopo le guerre balcaniche del 1912 e del ’13, alimentata dalle stragi e dalle espulsioni forzate delle popolazioni musulmane nelle province europee fino a quel momento appartenute all’impero, perpetrate da greci, serbi e bulgari. A quelle efferatezze, che non avevano risparmiato gli ebrei di Salonicco, i turchi risposero con le prime espulsioni e le prime stragi degli armeni e dei greci dall’Anatolia.

La pulizia etnica riprese vigore durante la guerra mondiale, raggiungendo l’apice con gli eventi del 1915. E si trattava di una pulizia tanto etnica quanto religiosa, esplicitamente e lucidamente perseguita dalla nuova classe dirigente dell’impero, che in parte cospicua transiterà poi nella nuova repubblica fondata da Mustafa Kemal, dopo la vittoriosa guerra contro la Grecia e le altre potenze occupanti. Lo stesso «laico» Kemal Atatürk, in realtà, riteneva che l’equazione tra «vero turco» e musulmano sunnita fosse perfettamente funzionale alla sua causa, e non a caso osteggiò tutte le altre fedi religiose (anche musulmane) e riservò all’islam sunnita una posizione privilegiata presso il ministero del Culto, con una visione del rapporto «Stato-Chiesa» molto più simile al modello inglese di Enrico VIII che a quello francese repubblicano, cui sovente è erroneamente accostato. Nel difendere le origini della Repubblica da un imbarazzante peccato originario, i nuovi signori di Ankara continuano a ritenere, sia pure da posizioni ben più «pie», che l’identità nazionale turca sia di fatto inscindibile da quella islamica e sunnita. E con questo fanno un ulteriore passo che allontana la Turchia da quell’approdo europeo che formalmente sostengono ancora di volere raggiungere.


 

Avvenire 06.03.2010

 

Genocidio armeno, Ankara agli Usa: un voto comico
 DA ISTANBUL MARTA OTTAVIANI

 F ra Turchia e Stati Uniti ormai è scontro aperto. Ieri a poche ore dalla votazione della Commissione Affari esteri del Con­gresso per il riconoscimento del ge­nocidio armeno, il Paese della Mez­zaluna ha fatto chiaramente capi­re di non essere d’accordo con la decisione presa da Washington e di essere pronto a mettere in campo tutte le contromisure del caso.
  Il massacro avvenne fra il 1915 e il 1917, le vittime sarebbero circa un milione, secondo molti anche di più. Ankara si è sempre rifiutata di riconoscerlo contrapponendo la sua versione dei fatti. Non si trattò di uno sterminio premeditato e le vittime furono al massimo 300mi­la. A questo va poi aggiunto che, se­condo gli storici della Mezzaluna, ci sarebbero anche 500mila turchi che furono uccisi dalle truppe rus­se e da quelle armene. Praticamen­te un eccidio al contrario.
  In ottobre è stato firmato un proto­collo fra i due stati per un riavvici­namento. Proprio il rallentamento dei lavori in questi mesi è stato più volte oggetto di richiami da parte di Washington.
  I toni sull’argomento non accen­nano a placarsi. Il primo a prende­re la parola ieri è stato il presidente della Repubblica, Abdullah Gul, che in un messaggio ufficiale ha di­chiarato: «Considero la decisione della Commissione irragionevole e la respingo. Manca di rispetto alla nazione turca. La mozione appro­vata è lontana dalla verità storica». A metà mattina poi sono arrivate le parole del ministro degli Esteri, Ah­met Davutoglu, che, tagliando cor­to, ha definito il voto «senza serietà e comico». Visibilmente irritato Da­vutoglu ha spiegato ai giornalisti che nutre dei dubbi sulla regolarità della votazione, aggiungendo che sarà uno degli argomenti di cui di­scuterà con Namil Tan, ambascia­tore a Washington, richiamato dal­la Turchia proprio per consultazio­ni.
  E se l’Armenia, tramite il ministro degli Esteri Edward Nalbadian ha approvato la decisione della Com­missione, definendola «un pro­gresso nella lotta per i diritti del­l’uomo », l’Amministrazione Oba­ma cerca di correre ai ripari come può.
  Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha detto che «lavorerà con grande impegno» per cercare di fer­mare la risoluzione. Mentre l’am­basciatore Usa ad Ankara, convo­cato dalla diplomazia turca, ha di­chiarato che il voto è avvenuto nel momento sbagliato. I prossimi gior­ni per Washington saranno di ner­vosa attesa. Di mezzo ci sono con­tratti per oltre 40 miliardi di dollari che potrebbero saltare. E, cosa ben più importante, fra le ripercussioni più serie, ci potrebbe essere la chiu­sura della base aerea di Incirlik, nel­l’est del Paese e dalla posizione al­tamente strategica e il ridimensio­namento dell’impegno turco in Af­ghanistan. A questo proposito il mi­nistro Davutoglu ha detto ai gior­nalisti: «Prima ci dobbiamo con­sultare con il nostro ambasciatore, le istituzioni e l’opposizione e poi decideremo. Si tratta di un proble­ma nazionale».
 È crisi dopo la condanna del massacro del 1915. Clinton: «Cercheremo di fermare la risoluzione della Camera»