L’Armenia vista da qui

di Valeria Bertesina


Quando ci si riferisce al popolo del Libro o al popolo della diaspora o ancora al popolo del genocidio o dell’olocausto è a quello ebraico che subito si volge il nostro pensiero. Eppure tutti questi appellativi calzerebbero perfettamente anche al popolo armeno. Fu esso il primo ad abbracciare in massa il cristianesimo e a cercare nei suoi testi sacri, Antico e Nuovo Testamento (regina delle traduzioni è stata definita la Bibbia armena), il senso più profondo del proprio essere; il primo a essere stato vittima, un secolo fa, di un piano di distruzione fisica culturale memoriale attuato con spietata lucida razionalità dal gruppo dirigente del Partito dei Giovani Turchi. Un milione e mezzo di vittime.

Ai sopravvissuti non rimase che l’esilio, nel vicino oriente o nei paesi occidentali (in Francia e negli Stati Uniti soprattutto, ma anche in Italia dove, come è noto, nel 1717 l’Isola di san Lazzaro fu donata dal Senato della Serenissima all’Ordine dei Padri Mechitaristi).
A questo popolo del Libro oggi nove artisti di diverse nazioni occidentali (Italia, Svizzera, Serbia, Cuba) vogliono recare omaggio racchiudendo nei loro libri d’artista le voci di poeti armeni e fondendole in creazioni artistiche originali. Cantando i poeti d’Armenia nei libri d’artista, dunque, come recita il titolo esplicativo della mostra, che pure si presta a una arricchente ambivalenza potendo “i poeti” essere intesi anche come soggetto di “cantando”: il rapporto tra artisti e poeti si fa allora perfettamente speculare e come l’artista dal poeta ha tratto ispirazione così i poeti, la loro voce sopravvissuta viva e vitale, si giova dell’opera nuova per tornare all’espressione, sottovoce o nel canto.

Sono nomi, a parte forse quelli dell’ashik (trovatore) Sayat-Nova (XVIII sec.) e di Daniel Varujan (poeta martire assieme al suo popolo) poco noti al pubblico occidentale e per lo più vissuti nell’arco dei decenni tra Ottocento e Novecento che fu, per la cultura armena, periodo di intensa fioritura, troncata da un colpo di falce.
I temi delle poesie quelli della sofferenza corale, il canto (e l’angoscia) di una patria assaltata invasa, perseguitata, l’amore per la terra e i riti contadini, la speranza struggente e insanguinata. Le parole originali si riflettono nell’italiano, nel francese, nell’inglese, nello spagnolo, le lingue degli artisti e dei paesi in cui approdarono gli esuli, ma l’alfabeto armeno si mostra qua e là nella solida eleganza e schietta grazia che gli conferì san Mesrop all’inizio del V secolo.

I libri sono alquanto diversi tra di loro, come la tempra degli artisti, per materiali (ma sono per lo più cartacei), tecniche di stampa, resa figurativa o astratta dell’ispirazione, ma soprattutto per i variabili equilibri sottesi alla triangolazione parola-immagine-libro. Tutti comunque rigorosamente libri (non allusioni, oggetti puri e inerti), da sfogliare, distendere, dispiegare e scoprire e vedere e leggere. Un’esperienza sensoriale plurima che coinvolge vista tatto udito (per l’invito alla lettura a voce alta o mentale) e si libra tra la dimensione dinamica e quella istantanea del tempo dell’esperienza artistica. In alcune opere le pagine assurgono a cellula ritmica o verso dell’intera composizione iconica.
L’opera diventa poesia di poesia. La delicata leggerezza del libro l’anima delle pietre di basalto delle chiese e delle croci d’Armenia, il nastro bianco appeso come ex voto all’albero dei monasteri di montagna.
Accostarsi a queste opere potrebbe voler dire leggere prima la poesia nella scheda che accompagna ciascuna di esse e riscoprirla poi nella ricontestualizzazione artistica come pure affidarsi dapprima all’esperienza della scoperta tattile-visiva che rinvia in un secondo tempo la decodifica del testo (la quale non può che rimandare infine a un nuovo sguardo d’insieme). In taluni pezzi le parole paiono incidersi nel canto dei segni e dei colori, sposarsi al silenzio vivo dello sguardo e allora non resta – come al poeta disteso sul covone sotto la volta stellata – che “lasciare che ogni raggio tocchi il nostro cuore” o risuoni in noi di sommesse inquiete crescenti interrogazioni.

Ma perché cantare (e piangere e trasfigurare) l’Armenia e i suoi poeti proprio nel libro d’artista? La domanda potrebbe essere oziosa essendo ovvio che qualsiasi mezzo e forma d’arte sarebbero ugualmente legittimi allo scopo. Ma, per ritornare da dove eravamo partiti, gli armeni sono più che mai il popolo del libro. Non solo del libro unico, il popolo dell’amore per il libro in quanto espressione e custode dell’identità collettiva, religiosa etnica e culturale, di quella teologia della storia, insomma, che come un filo rosso lega il passato antichissimo alla riconquistata indipendenza statale nel 1991, sia pure l’Armenia di oggi una piccola patria (un decimo degli antichi regni d’Armenia), sia pure oggi l’Ararat, dove tradizione vuole si sia incagliata l’arca di Noè, territorio turco, visibile, come nella lontananza del ricordo, dal massiccio monastero di Khor Virap.

È sorprendente la quantità di codici che questo popolo ha prodotto nei secoli, sorprendente la loro qualità artigianale e il pregio artistico delle miniature (massime quelle dei secoli XIII e XIV all’epoca del Regno armeno di Cilicia). Nel colophon di uno di questi così scrisse l’anonimo amanuense: “Per lo stolto il manoscritto non vale niente; per il saggio ha il prezzo del mondo”. Furono proprio il fermento culturale, la ricca biblioteca, i 4000 codici armeni conservativi, le accurate pubblicazioni multilingue che uscivano dalla tipografia dei padri mechitaristi di San Lazzaro a permettere all’ordine e al convento di sopravvivere all’editto napoleonico che proclamava soppressione degli ordini religiosi, essendo quello veneziano considerato alla stregua di un’accademia letteraria. E ancora. Mormorando i versetti del Libro della lamentazione di Gregorio di Narek colonne di condannati andarono incontro alla morte e il corpo insanguinato del poeta Varujan portava ancora nelle tasche il manoscritto del Canto del pane.