Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra (Korazym 14.08.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.08.2026 – Vik van Brantegem] – L’Artsakh non esiste più come Repubblica armena de facto, Stepanakert è sotto il controllo dell’Azerbajgian con la forza e la sua popolazione armena autoctona è stata costretta ad abbandonare interamente la propria terra ancestrale nel settembre 2023. Ma l’Artsakh continua a dividere profondamente l’Armenia. E soprattutto continua a porre una domanda alla quale Erevan non può sottrarsi: che cosa resta dei diritti di un popolo quando, in nome della pace, si decide di accettare come definitiva la situazione prodotta dalla forza?

La domanda è riemersa con particolare durezza nell’Assemblea Nazionale armena, prima attraverso uno scontro tra maggioranza e opposizione sulle responsabilità della guerra e delle migliaia di vittime armene, poi attraverso alcune dichiarazioni del Presidente del Parlamento Ruben Rubinyan destinate probabilmente a provocare una discussione ben più profonda.

Per Rubinyan, trasformare il ritorno degli Armeni sfollati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh in un obiettivo ufficiale dello Stato armeno significherebbe rischiare di «riaccendere la logica del conflitto». La proposta della maggioranza è un’altra: riconoscere la situazione attuale, guardare avanti e cercare di assicurare «100 anni di pace».

Ma qui si trova il nodo. La pace può essere costruita chiedendo ai sfollati con la forza di rinunciare persino a considerare politicamente il ritorno nella propria terra? E il diritto al ritorno può essere trasformato da diritto della vittima in potenziale causa di un nuovo conflitto?

«Guerra, vittime, perdite e bonus»

La tensione era esplosa il giorno precedente durante un intervento del deputato Edgar Ghazaryan del partito di opposizione Armenia Forte.

Ghazaryan ha rivolto un durissimo attacco al governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e al partito di maggioranza Contratto Civile, accusando le autorità di aver fatto fallire il processo negoziale sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh e attribuendo loro responsabilità politiche per la guerra e per le sue conseguenze.

Il parlamentare ha evocato anche Aghajan Janoyan, una delle vittime della guerra del 2020, accusando la maggioranza di sfruttare politicamente la morte dei soldati. Lo scontro verbale è diventato talmente acceso che la seduta è stata sospesa per venti minuti. La discussione è proseguita anche nei corridoi del Parlamento, senza tuttavia, secondo quanto riferito, degenerare in uno scontro fisico.

Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Hayk Konjoryan, deputato di Contratto Civile, ha ammonito Ghazaryan per il suo comportamento, definendolo inappropriato e arrogante, e avvertendo che, qualora si fosse ripetuto, il deputato avrebbe potuto essere allontanato dall’aula e dall’edificio parlamentare.

Alla ripresa della seduta, Rubinyan ha chiesto al leader del gruppo Armenia Forte, Narek Karapetyan, di intervenire sulla condotta del proprio parlamentare. Karapetyan ha riconosciuto che alcune delle preoccupazioni espresse dalla maggioranza erano condivisibili e ha annunciato una riunione del gruppo per valutare il comportamento di Ghazaryan.

La forma delle parole può certamente essere contestata. Rimane però intatta la sostanza della questione politica che quelle parole hanno riportato nell’aula: chi porta la responsabilità della catastrofe dell’Artsakh?

Dalla responsabilità per il passato alla rinuncia per il futuro

Il dibattito ha assunto oggi una dimensione ancora più significativa. Rispondendo alle critiche dell’opposizione, secondo cui gli accordi raggiunti con l’Azerbajgian non eliminerebbero le cause profonde del conflitto armeno-azero, Rubinyan ha proposto una propria interpretazione storica.

Secondo il Presidente dell’Assemblea Nazionale, il conflitto non avrebbe avuto origine nel 1988 con il Movimento del Karabakh, ma dovrebbe essere inserito nella più lunga storia degli scontri armeno-tatari iniziati nel 1905.

Rubinyan individua due elementi ricorrenti: da un lato, la presenza di popolazioni armene e azere insediate negli stessi territori; dall’altro, l’intervento delle grandi potenze interessate a mantenere la propria influenza nel Caucaso meridionale. Ha citato Bosnia, Cipro, Kosovo e Macedonia del Nord e ha ricordato anche lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia del 1923, sostenendo che la formazione di maggioranze nazionali territorialmente più compatte avrebbe contribuito a evitare nuove guerre etniche tra i due Paesi.

Applicando questo ragionamento alla situazione attuale, Rubinyan è arrivato alla conclusione politicamente più delicata. Oggi, ha osservato, gli Armeni vivono nella Repubblica d’Armenia – insieme alle minoranze yazide, curde, assire e russe e agli Armeni sfollati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh – mentre gli Azeri vivono in Azerbaigian.

Ripristinare la precedente «architettura», secondo il Presidente del Parlamento, significherebbe rischiare di ricreare le condizioni che avevano prodotto il conflitto.

Il ritorno a casa diventa «generatore di conflitto»

Rubinyan distingue il desiderio individuale dello sfollato dal suo riconoscimento quale obiettivo politico dello Stato. Un Armeno dell’Artsakh, ha spiegato riferendosi in particolare alla parlamentare Arega Hovsepyan, può legittimamente affermare: «Voglio tornare a casa mia». Il problema nascerebbe quando quella aspirazione diventasse politica dello Stato armeno.

Secondo Rubinyan, formulare il ritorno della popolazione dell’Artsakh come obiettivo statale significherebbe «riaccendere la logica del conflitto». Da qui la conclusione: occorrerebbe riconoscere la situazione esistente, guardare avanti e assicurare «100 anni di pace».

È precisamente qui che occorre fermarsi.

Perché tra il rivendicare nuovamente l’Artsakh attraverso una guerra e il rinunciare al diritto degli Armeni dell’Artsakh a vivere nella loro terra esiste uno spazio enorme: quello del diritto internazionale, della diplomazia, della tutela dei diritti umani e della responsabilità della comunità internazionale.

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato anche del ritorno

C’è inoltre un elemento giuridico che rende particolarmente problematica l’idea che il ritorno debba essere considerato, in quanto tale, «generatore di conflitto».

Il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, pronunciandosi sulla richiesta di misure provvisorie presentata dall’Armenia contro l’Azerbajgian, stabilì che Baku dovesse garantire che le persone che avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano tornarvi potessero farlo in condizioni di sicurezza, senza impedimenti e rapidamente. La Corte impose inoltre all’Azerbajgian di garantire che quanti fossero rimasti o fossero tornati nel Nagorno-Karabakh potessero vivere senza uso della forza o intimidazioni tali da costringerli nuovamente alla fuga.

Non stiamo quindi parlando soltanto di nostalgia, memoria o rivendicazione politica. Stiamo parlando di un diritto che la più alta istanza giudiziaria delle Nazioni Unite ha esplicitamente contemplato.

Prima il blocco, poi l’attacco, infine l’esodo

Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito questa vicenda giorno per giorno.

Dal 12 dicembre 2022 abbiamo documentato il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), unica via che collegava l’Artsakh all’Armenia e al resto del mondo; la progressiva crisi umanitaria; la scarsità di alimenti e medicinali; gli appelli rimasti sostanzialmente senza conseguenze; infine l’attacco militare azero del 19 settembre 2023. Il 20 settembre arrivò la resa. Poi iniziò l’esodo.

Una popolazione armena radicata da secoli nella propria terra lasciò interamente l’Artsakh in pochi giorni. Stepanakert si svuotò. Il mondo assistette alla fine della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e alla scomparsa della sua comunità armena dal territorio senza riuscire – o senza volere – impedirla.

Per questo oggi è difficile accettare una narrazione nella quale la situazione prodotta da quegli eventi diventi semplicemente la «realtà attuale» da riconoscere per poter andare avanti. La realtà esiste. Ma riconoscere una realtà non significa necessariamente dichiararla giusta, né trasformarla automaticamente nel fondamento morale e politico del futuro.

Cento anni di pace. Ma quale pace?

Tutti possono desiderare cento anni di pace tra Armenia e Azerbaigian. Dopo decenni di sangue sarebbe irresponsabile desiderare il contrario. Ma la questione decisiva è quale pace. Una pace autentica non dovrebbe avere bisogno della cancellazione della memoria delle vittime. Non dovrebbe chiedere agli sfollati di dimenticare la propria casa. Non dovrebbe trasformare un diritto in una minaccia. E soprattutto non dovrebbe confondere due cose profondamente diverse: rivendicare un territorio attraverso la forza e rivendicare attraverso il diritto la possibilità per persone espulse dalla propria terra di tornarvi e viverci in sicurezza.

Gli Armeni dell’Artsakh non sono un problema da eliminare dall’equazione per rendere più semplice la pace tra Erevan e Baku. Sono persone. Avevano case, villaggi, chiese, monasteri, cimiteri, scuole, ricordi e una storia nella terra dalla quale sono fuggiti nel settembre 2023.

La domanda che oggi attraversa il Parlamento armeno va dunque molto oltre lo scontro tra Ghazaryan e la maggioranza. La questione è se l’Armenia, per ottenere la pace, debba arrivare non soltanto a riconoscere la perdita dell’Artsakh, ma anche a rinunciare politicamente al diritto dei suoi Armeni di poter tornare un giorno nelle loro case.

La pace richiede compromessi. Non dovrebbe richiedere la cancellazione dei diritti. E cento anni di pace non si costruiscono dichiarando chiusa la storia di un popolo perché la forza delle armi ha modificato la realtà sul terreno. Si costruiscono facendo in modo che nessuno abbia più bisogno delle armi per vedere riconosciuti i propri diritti.

Postscriptum

Questo Blog dell’Editore offre una copertura fortemente solidale verso la Repubblica di Artsakh e la sua popolazione armena-Cristiana, inquadrando il sequestro della Rappresentanza a Erevan come una mossa politica del governo di Nikol Pashinyan, che ostacola il diritto al ritorno degli armeni e cancella la memoria storica. Abbiamo diffeso legittimità delle istituzioni in esilio, denunciando la pressione esercitata sulle strutture operative che assistono gli sfollati.

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