Capo d’Orlando: seminario per ricordare lo sterminio degli armeni alla biblioteca comunale (98zero.com 19.04.24)

Tra gli altri, intrerverranno Agop Monoukian (Sociologo e Presidente on. Unione Armeni d’Italia) e Arsen Hakobyan (antropologo, Yerevan State University)

Nell’ambito delle iniziative che ricordano il terribile genocidio del popolo armeno (medz yeghern – il grande crimine), il 23 aprile alle 18.30, si terrà, presso la biblioteca comunale di Capo d’Orlando, un seminario dal titolo “Zartir Lao. Armenia e Nagorno-karabakh. Il genocidio dimenticato”.

Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare.

Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa un milione e mezzo di armeni da parte dell’Impero ottomano (tra deportazioni ed eliminazioni perpetrate tra il 1915-1916 – come il primo genocidio del XX secolo).

Ancora oggi, in Turchia, l’argomento è tabù.

Ufficialmente, quella armena fu una “rivolta” e le vittime non superarono le 300.000.

Pochi turchi osano parlare apertamente di genocidio, anche perché l’articolo 301 del codice penale turco (introdotto nel 2005) punisce il reato di “offesa allo Stato turco”.

All’evento interverranno Agop Monoukian (Sociologo e Presidente on. Unione Armeni d’Italia) Arsen Hakobyan (antropologo, Yerevan State University), Leone Michelini ( antropologo, Universita’ di Messina), Marcello Mollica (antropologo, Universita’ di Messina), Massimo Ingrassia (psicologo, Universita’ di Messina), coordina il Dr.Calogero Sapone Responsabile della Biblioteca.

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Un modello di rocca Armenia donato alla Pro Loco di Brancaleone (Ntacalabria 19.04.24)

Un modello in scala del complesso storico-monumentale di Rocca Armenia di Bruzzano Zeffirio, in provincia di Reggio Calabria, é stato donato alla Pro Loco di Brancaleone APS da parte dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria del “Corso integrato di Studi del Dipartimento Architettura e Territorio”, guidato dal Prof. Gaetano Ginex.

L’opera si inserisce nel cotesto della collaborazione avuta con la Pro Loco di Bruzzano Zeffirio già dallo scorso anno, quando 45 studenti del Corso hanno effettuato lunghe e meticolose indagini e rilievi sul campo per arrivare alla realizzazione di questo modello in scala, che riproduce fedelmente il complesso urbano di Rocca Armenia.

Consegna modello Rocca Armenia

Durante la consegna, il Presidente della Pro Loco di Brancaleone Carmine Verduci ha espresso le sue congratulazioni a tutti gli studenti del corso che hanno lavorato in sinergia con le associazioni del territorio, che con passione e amore per il proprio paese, lavorano da anni ai processi di valorizzazione dei luoghi, che si sono cimentati nella fattiva collaborazione con tutti gli studenti del corso che hanno condotto i rilievi della Rocca Armenia, valutando anche la possibilità di effettuare anche un lavoro sul sito di Brancaleone Vetus, progetto che per ora rimane in cantiere.

Il plastico, realizzato con la tecnologia di stampa 3D adesso è una realtà a completa fruizione del territorio, – ha spiegato Carmine Verduci (di recente ha ricevuto da parte di Epli la nomina di responsabile Nazionale per la Società Geografica Italiana, una delle Istituzioni più prestigiose Nazionali – l’opera sarà esposta presso la sede della Pro Loco di Brancaleone, ma sarà esposta anche in momenti particolari in collaborazione con la pro loco di Bruzzano Zeffirio, con la quale condividiamo gli stessi scopi e interessi per ciò che riguarda la promozione del territorio e delle sue risorse storico-culturali presenti nell’area di pertinenza.

Dichiarazioni Carmine Verduci

E’ un onore per me – ha continuato Verduci – poter ricevere in dono questo lavoro prezioso ed eccellente, che consentirà a tutti noi di non disperdere la memoria degli antichi ruderi della Rocca Armenia, che consideriamo uno dei siti più importanti dell’intera “Vallata degli Armeni” che ci darà modo di ampliare i nostri orizzonti nell’ottica della promozione di questo antico insediamento, importante per comprendere la storiografia locale, legata indissolubilmente alla presenza Armena in Calabria, con i comuni che ne fanno parte, penso anche a Staiti e Ferruzzano. Ringrazio il Prof. Gaetano Ginex per la sua disponibilità nel perseguire questo progetto, che ha portato oltre 40 studenti sul nostro territorio tra la primavera e l’estate 2023, che hanno potuto apprezzare non solo il nostro patrimonio storico-culturale, ma anche saggiare la nostra ospitalità che si è manifestata in maniera del tutto naturale e genuina, come è nostra tradizione fare- Vorrei fare un ringraziamento particolare ai nostri concittadini Danilo e Bruno Ferraro (neo-laureati in Architettura) che hanno condotto con estrema professionalità tutte le operazioni di approccio allo studio del sito di Rocca Armenia, coordinando le nostre associazioni e curando i contatti Istituzionali fra le parti, che hanno prodotto, uno dei risultati più importanti della storia della nostra Associazione – ha concluso Verduci

Dichiarazioni prof Gaetano Ginex

” Oltre agli aspetti architettonici e culturali, – spiega il Prof. Gaetano Ginex – ai fini del nostro lavoro è stato necessario tenere conto dell’elevato valore architettonico e paesistico della Rocca, la sua posizione, la sua storicità, soprattutto la sua bellezza e fascino, che ha portato ad un processo di “scoperta” delle funzioni originali nascoste nei ruderi e abbracciate dalla vegetazione. Ciò si è potuto attuare solo evidenziando le caratteristiche “primigenie” ancora oggi leggibili, gli elementi dello stato attuale, i muri interrotti, i resti di antiche strutture che assumono ancora un ruolo determinante nel paesaggio attuale. Al sito viene così riconosciuto uno stato primigenio raccolto e custodito nella memoria collettiva. Tutte le immagini e i disegni prodotti dal lavoro degli studenti del Corso riescono a creare una nuova memoria del luogo in cui gli archetipi da sempre restano la chiave di lettura dell’intero paesaggio calabrese. E’ stata nostra intenzione – continua Ginex – aver prodotto un materiale di rilievo del sito attuale, oltre ad un modello tridimensionale e video di tutta l’area della Rocca Armenia e farne dono a chi oggi custodisce la memoria degli Armeni nella terra di Calabria e dare vita a manifestazioni che ne divulgano i risultati e ne amplificano la memoria e il ricordo. A tal proposito – ha concluso Ginex- rivolgo un particolare ringraziamento agli studenti del Corso, che con molta determinazione si sono prodigati alla pulizia del sito dalla vegetazione invasiva, in sinergia e con il supporto del Presidente e della Vicepresidente della Pro Loco Bruzzano Zeffirio che hanno restituito una nuova immagine dell’antica Rocca Armenia, svelandola a noi nella sua essenza.

Sito Rocca Armenia

Il sito di Rocca Armenia recentemente è stato oggetto di recupero e restauro grazie ad un progetto portato avanti dall’Attuale Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco Giuseppe Cuzzola che sta restituendo un’immagine straordinaria di tutto il complesso urbanistico e monumentale. I cantieri sono iniziati già prima dell’estate scorsa e stanno continuando a mettere in luce tutta la bellezza intrinseca di un sito tra i più importanti di tutto il territorio, sia come valore storico, sia come valore culturale che a lavori conclusi attirerà sempre più visitatori da tutto il mondo.

Pro Loco Brancaleone

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L’Armenia si ritirerà da quattro cittadine al confine con l’Azerbaijan (Il Post 19.04.24)

Venerdì i governi di Armenia e Azerbaijan hanno raggiunto un accordo che prevede il ritiro dell’Armenia da quattro cittadine azere al confine tra i due paesi. L’Armenia le controllava fin dagli anni Novanta e l’accordo per la loro restituzione è significativo perché è un passo avanti sull’avvio dei colloqui di pace tra i due paesi, in conflitto da decenni soprattutto per il controllo del Nagorno Karabakh, territorio separatista collocato in Azerbaijan ma fino a pochi mesi fa abitato principalmente da persone di etnia armena.

Lo scorso settembre l’esercito dell’Azerbaijan aveva attaccato militarmente il Nagorno Karabakh, costringendo le autorità locali alla resa e spingendo decine di migliaia di persone di etnia armena verso l’Armenia. A dicembre le due parti avevano detto che avrebbero avviato colloqui di pace, ma non sono stati fatti grandi progressi, anzi: i due paesi hanno continuato ad accusarsi di sabotare il processo diplomatico e ci sono stati scontri e attacchi in diverse zone contese al confine.

Le quattro cittadine su cui è stato trovato un accordo sono Baghanis Ayrum, Asagi Eskipara, Heyrimli e Kizilhacili: si trovano nella regione di Gazakh, nella parte nord-orientale del confine tra i due paesi, e furono occupate dall’Armenia durante la prima guerra del Nagorno Karabakh, combattuta tra il 1988 e il 1994.

L’accordo per la loro restituzione è stato raggiunto durante un incontro tra i due vice primi ministri dei rispettivi paesi Shahin Mustafayev (Azerbaijan) e Mher Grigoryan (Armenia), al confine tra i due paesi. Aykhan Hajizada, portavoce del ministero degli Esteri dell’Azerbaijan, ha definito l’accordo «un evento storico lungamente atteso».

Non ci sono al momento dettagli su quando e come dovrebbe iniziare il ritiro dell’Armenia. La restituzione delle quattro cittadine all’Azerbaijan era al centro di trattative da settimane: il controllo dei territori contesi e il riconoscimento reciproco dei confini sono tra i principali ostacoli al raggiungimento di un accordo di pace permanente tra i due paesi.

Lo scorso febbraio quattro soldati armeni erano stati uccisi e uno era stato ferito dall’esercito azero in una postazione di combattimento vicino al paese armeno di Nerkin Hand, al confine con l’Azerbaijan. Il corpo militare di frontiera azero aveva detto che si era trattato di una «operazione di vendetta» in risposta a una «provocazione» che le forze armene avrebbero compiuto il giorno prima.

I colloqui di pace che dovrebbero essere avviati tra i due paesi riguardano anche la liberazione dei prigionieri arrestati durante gli ultimi scontri nel Nagorno Karabakh: sempre venerdì la famiglia di uno di loro, l’ex funzionario armeno Ruben Vardanyan, ha detto che lui sta conducendo uno sciopero della fame da due settimane. Vardanyan è detenuto e attualmente in attesa di un processo.

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Cambia il confine tra Azerbaigian e Armenia, torna quello dell’Unione Sovietica (Meteweb)

La Chiesa Apostolica Armena contro la cessione di un altro territorio all’Azerbaijan (AciStampa 19.04.24)

Dopo aver perso il controllo dei territori dove si trovano diversi monasteri storici in Nagorno Karabakh (nome storico armeno: Artsakh), come quello di Dadivank, l’Armenia sembra apprestarsi a trasferire anche i territori di Tavush Marz, casa di antiche vestigia cristiane, al controllo di Baku. Così, lo scorso 9 aprile la Chiesa Apostolica Armena ha redatto una dichiarazione molto dura riguardo la possibile decisione delle autorità armene.

Secondo la dichiarazione, datata 9 aprile, i “recenti sviluppi non lasciano dubbi sul fatto che le autorità armene, nelle condizioni di completo spopolamento dell’Artsakh e di occupazione dei territori della Repubblica Armena, cedendo alle minacce dell’Azerbaijan si stanno preparando a consegnare i territori di Tavush Marz a quest’ultimo prima della presunta demarcazione”.

La Chiesa Apostolica Armena condanna l’approccio “disfattista” del governo, che ha portato a “successive dolorose concessioni territoriali”, e al fatto che le “false pretese e riprovevole ambizioni del’Azerbaijan nei confronti dei territori dell’Armenia vengono legittimate dalla comunità internazionale”.

Da parte sua, la Chiesa Apostolica Armena “accoglie con favore tutti gli sforzi ragionevoli e i processi volti a raggiungere la pace”, ma considera “indiscutibile che la politica adottata dalle autorità armene per creare una era di pace con concessioni unilaterali non solo è irrealistica, ma anche disastrosa”, perché “la contrattazione sulla patria e le continue concessioni ingiustificate non potranno mai fornire un ambiente sicuro per il nostro popolo”.

Secondo la Chiesa Apostolica Armena è piuttosto “possibile costruire una pace duratura e forte a condizione che si dimostri pieno rispetto per la dignità e i diritti nazionali e si mantenga il principio di reciprocità”.

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Per questo, si chiede alla Repubblica Armena di abbandonare “il modo disfattista di lavorare”, ma anche alle organizzazioni nazionali, politiche e non governative dell’Armenia e della diaspora” di “unirsi e difendere i nostri interessi statali con quelli nazionali”.

Ma perché il marz di Tavush è importante? Si trova a Nord dell’Armenia, ai confini con Georgia e Azerbaijan, è a 1000 metri sopra il livello del mare ed è famoso per l’abbondanza dei fiumi e delle risorse d’acqua, nonché di legame.

Il nome di Tavush viene da una area storica armena, parte della Grande Armenia e vi si trovano diversi luoghi di interesse cristiano.

In particolare, ci sono i complessi monastici di Goshavank (XII – XIII secolo), Haghartsin (XI – XIII secolo), Makaravank (XI – XIII secolo), Voskepar (VI – VII secolo), Mshavank (XII secolo), Nor Varagavank (XII – XIII secolo) e Khoranagat (XIII secolo).

Quando invece la Chiesa Apostolica Armena parla di politica disfattista, fa riferimento alla tensione che si è creata nel Paese per la gestione dei profughi dell’Artsakh, la mancanza di stabilità nelle relazioni con l’Azerbaijan peggiorate da diverse scaramucce in frontiera, nonché alle richieste dell’Azerbaijan di consegnare alcuni centri abitati. In particolare, secondo Bak nella zona di Tavush ci sono otto villaggi sotto il controllo armeno che vanno in realtà assegnati all’amministrazione azerbaigiana.

Come ha precisato il vice-premier azero Šakhin Mustafaev, quattro di questi villaggi (Baganis-Ajrim, Ašagy-Askipara, Khejrimly e Gyzylgadžily) “appartengono all’Azerbaigian e devono essere liberati immediatamente”, mentre per gli altri quattro (Jukhary-Askipara – in armeno Verin-Voskepar, Sofulu, Barkhdarly, Kjarki – in armeno Tigranašen) è necessaria una valutazione concordata, pur ritenendo necessaria la loro “liberazione”.

Da parte armena si sostiene che l’Azerbaigian abbia occupato “totalmente o in parte” 31 villaggi armeni, e Simonyan ha dichiarato che “noi siamo pronti a restituire le enclave azerbaigiane.

Non sono comunque ancora iniziate la trattative per delimitare e demarcare i confini tra Azerbaijan e Armenia, e questo non permette la conclusione di alcun accordo di pace, sebbene una commissione per le delimitazioni sia stata costituita già ad inizio marzo.

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L’Armenia accusa l’Azerbaijan di pulizia etnica davanti alla CIG (Ultimavoce 18.04.24)

Si sono tenute in questa settimana le prime audizioni del caso presentato nel 2021 dall’Armenia contro l’Azerbaijan di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia (CIG): le accuse sono quelle di glorificare l’odio razziale nei confronti della popolazione di etnia armena e di adottare comportamenti violenti e discriminatori. Al confine fra i due paesi sarebbero in atto operazioni di pulizia etnica. 

Le origini del caso: la guerra Armenia-Azerbaijan 

Il caso affonda le sue radici nella disputa riguardo il territorio del Nagorno-Karabakh, un’enclave montuosa che i due paesi del Caucaso di contendono sin dal crollo dell’Unione Sovietica. La regione è stata teatro di una vera e propria guerra Armenia-Azerbaijan, che nel ha causato la morte di più di 6.600 persone. Il conflitto si concluse all’epoca grazie ad un accordo di cessate il fuoco mediato dalla Russia, che garantì all’Azerbaijan il controllo territoriale di alcune parti del Nagorno-Karabakh, lasciando però il governo di altre aree in mano a funzionari armeni.

Le ostilità al confine fra i due paesi si sono riaccese quando, a settembre dello scorso anno, Baku ha avviato un’operazione militare per riportare sotto il proprio controllo la totalità dell’enclave. Questa manovra ha prodotto la maggior parte della popolazione a fuggire verso l’Armenia, che oggi affronta una crisi umanitaria nel tentativo di gestire sia i rifugiati arrivati nel 2020 che i nuovi ingressi di settembre. Nonostante la CIG abbia ordinato all’Azerbaijan di consentire il ritorno della popolazione di etnia armena nel Nagorno-Karabakh già da novembre, gli sfollati non hanno fatto ritorno. A dicembre, le due parti hanno concordato di avviare dei negoziati per un trattato di pace, che però ad oggi non sembrano aver prodotto risultati.

Il caso portato alla Corte Internazionale di Giustizia

La Convenzione dell’ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale prevede una clausola che consente di risolvere le dispute tramite la Corte Internazionale di Giustizia nel caso in cui con i negoziati bilaterali non si riesca a trovare un accordo. Nel 2021 l’Armenia ha quindi presentato un caso alla corte dell’Aja, accusando l’Azerbaijan di adottare comportamenti in chiara violazione della Convezione.

Le accuse sono state prontamente respinte dall’Azerbaijan, che sostiene di non aver mai costretto gli armeni a lasciare il Nagorno-Karabakh, ma al contrario di aver garantito il ritorno in sicurezza e la protezione effettiva di tutti i residenti dell’area in conflitto indipendentemente da nazionalità e etnia.

Questa settimana sono state avviate le prime audizioni pubbliche sul caso, che per ora si limiteranno ad accertare l’effettiva giurisdizione delle Corte Internazionale di Giustizia e quindi non entreranno nel merito delle accuse di discriminazione. Baku ha infatti sollevato due obiezioni all’avvio stesso del processo.

Le audizioni: la posizione dei due paesi

In primo luogo, il rappresentante azero Elnur Mammadov ha argomentato davanti al tribunale che l’Armenia non ha mostrato un reale impegno nei negoziati con l’Azerbaigian per risolvere la questione: la mancanza di una volontà genuina di risolvere il conflitto renderebbe il caso “prematuro, dal momento che per statuto la CIG ha mandato di intervenire nelle controversie solo laddove i dialoghi bilaterali siano falliti.

Mammadov ha poi contrattaccato, aggiungendo che dietro l’azione legale intrapresa dall’Armenia si celerebbe in realtà l’intenzione di sfruttare il processo come lo strumento di una campagna mediatica contro l’Azerbaijan. Accuse fermamente respinte da Yeghishe Kirakosyan, il rappresentante armeno, che ha dichiarato: “l’Armenia ha negoziato con l’Azerbaigian in buona fede e ha portato avanti le discussioni ben oltre il punto di utilità”.

In seconda battuta, l’Azerbaijan sostiene che le accuse presenti nell’istanza dell’Armenia siano semplicemente al di fuori del campo di applicazione della Convenzione contro la discriminazione, il che escluderebbe in automatico la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia. Ancora una volta Kirakosyan ha controbattuto, osservando come le violenze, la detenzione e le scomparse forzate ai danni della popolazione armena siano chiaramente motivate da un intento discriminatorio su base razziale, al contrario di quello che l’Azerbaijan sostiene.

Consolidato il suo il controllo sul Nagorno-Karabak, Baku starebbe ora “cancellando sistematicamente ogni traccia della presenza degli armeni etnici, compreso il patrimonio culturale e religioso armeno”. Secondo il rappresentante armeno, l’Azerbajan ha da sempre interpretato le rivendicazioni in materia di diritti umani come una sfida nei confronti della sua sovranità o integrità territoriale. Alla luce di questo, assume corpo l’ipotesi per cui “dopo aver minacciato di farlo per anni, l’Azerbaigian ha completato la pulizia etnica della regione”: questa l’affermazione lapidaria di Kirakosyan.

Per arrivare a una sentenza per le accuse nel merito potrebbero volerci anni, un lasso di tempo a cui va sommato il periodo necessario per valutare le questioni relative alla giurisdizione. Nel frattempo, non esistono garanzie che la situazione al confine non si deteriori ulteriormente e che la guerra Armenia-Azerbaijan non produca altre vittime.

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Ritiro delle truppe dal Karabakh dove i russi erano forza di pace (Euronews 18.04.24)

Il compito dei militari russi era quello di garantire la sicurezza e il libero passaggio sull’unica strada che collega il Karabakh all’Armenia

Le forze russe sono state ritirate dalla regione del Karabakh in Azerbaigian dove erano stanziate come forze di pace dalla fine della guerra nel 2020.

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato le notizie sul ritiro, ma non ha fornito ulteriori dettagli.

Hikmet Hajiyev, capo della politica estera dell’amministrazione presidenziale dell’Azerbaigian, ha dichiarato che il ritiro delle truppe russe è stato concordato da entrambi i Paesi, anche alla luce del fatto che gli azeri hanno ripreso il pieno controllo della regione lo scorso anno.

Cosa facevano i russi nel Nagorno Karabakh

Il compito dei militari russi doveva essere quello di garantire il libero passaggio sull’unica strada che collega il Karabakh all’Armenia. Ma l’Azerbaigian ha iniziato a bloccare la strada alla fine del 2022, sostenendo che gli armeni la usavano per le spedizioni di armi e per il contrabbando di minerali, e le forze russe non sono intervenute.

Dopo mesi di carenza di cibo e medicinali sempre più grave in Karabakh a causa del blocco, l’Azerbaigian ha lanciato un blitz nel settembre 2023: l’incursione ha costretto le autorità armene del Karabakh a capitolare, dopo un giorno di negoziati mediati dalle forze russe.

Quasi tutti i 50.000 residenti di etnia armena del Karabakh sono fuggiti dalla regione nel giro di pochi giorni.

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AMERIKATSI, LA MEMORIA DOVEROSA DEL TRAGICO GENOCIDIO ARMENO (Mymovies 18.04.24)

Michael A. Goorjian, regista americano di origini armene, ha realizzato Amerikatsi, un film potente e onesto evocando uno dei più efferati delitti della Storia, il genocidio armeno. Il film è stato presentato in anteprima al Woodstock Film Festival e ha vinto il premio come “Miglior film narrativo”. E’ stato candidato agli Oscar fra i film in lingua straniera.  Sarà nella sale italiane in primavera.
Il regista è perfettamente accreditato per questo racconto. E’ un fatto di sua cultura personale e famigliare. I nonni del padre erano miracolosamente sopravvissuti a quello sterminio. Il ragazzo Charlie è protagonista del film. Mentre i soldati ottomani irrompevano nelle case e portavano via gli armeni, Charlie si salvò nascondendosi in un baule che il caso, straordinariamente fortunato, destinava ad essere trasportato negli Stati Uniti.

E’ davvero opportuno, prima di proseguire il racconto, produrre un’istantanea di quella vicenda armena. Col termine “genocidio” oppure “olocausto degli armeni”, si indicano le persecuzioni degli armeni, deportati e uccisi dall’impero ottomano nel biennio 1915/1916. I morti furono più di un milione e mezzo. Gli armeni commemorano quel massacro il 24 aprile. La notte fra il 23 e 24 aprile fu devastante. Vennero arrestatati personaggi della cultura e dell’élite sociale di Costantinopoli. Gli arresti si protrassero per diversi giorni. In un mese oltre mille intellettuali armeni, scrittori, giornalisti, docenti, delegati al parlamento, furono deportati verso l’interno dell’Anatolia e massacrati durante il viaggio. Molti morirono di fame o per sfinimento. Erano presenti, per supervisione, ufficiali tedeschi collegati all’esercito turco. Gli storici rilevarono una analogia, una sorta di prova generale, fra quella marcia della morte, con le marce dei deportati ebrei verso i lager.

Ma il richiamo del Paese e del sangue è forte e Charlie, diventato uomo, decide di tornare nella sua terra. E’ il 1947 e quella nazione è soffocata da un oscurantismo che non fa prigionieri. Fa parte dell’impero sovietico con tutto ciò che il comunismo rappresenta. E’ l’inizio della guerra fredda e Stalin non intende tollerare focolai di democrazia o di affinità con l’Occidente, con L’America. Dunque la sua azione repressiva è impietosa. E Charlie sconta quella dura realtà e ne paga le conseguenze. Viene arrestato col pretesto di portare la cravatta, simbolo di cultura occidentale. Dalla prigione, osservando quel mondo, si rende conto del triste destino della sua terra d’origine. Ma non basta, il regime teme che i modi occidentali dello “straniero” possano influenzare gli altri detenuti e così lo relega in isolamento.
Ma Charlie, dalla sua identità di uomo libero, cerca di capire. E ciò che scopre sono verità disumane e inaccettabili.

Michael A. Goorjian ha espresso una visione di quella terra e del mondo che può essere estesa e misurata nella nostra epoca che vive, come non era mai accaduto, di contrasti fra mistiche, culture, Paesi, guerre, rese dei conti che per decenni erano state tenute sopite e che adesso sono esplose. Amerikatsi offre un’indicazione di resilienza onesta e profonda. Porta l’utente a ragionare sul nostro status attuale.
E’ ciò che devono fare le opere, che sia arte, cinema o scrittura.

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Yervant Gianikian: “La nostra guerra per la pace” (Cinecittànews 18.04.24)

Il festival di Bolzano consegna a Yervant Gianikian il premio alla carriera. “Per me, che sono cresciuto a Merano, è una sorta di ritorno a casa”, ci dice l’artista 82enne. Sul palco, intervistato dal critico Paolo Mereghetti, sarà da solo, ma la compagna di lavoro e di vita Angela Ricci Lucchi, scomparsa nel 2018, è sempre accanto a lui e rivive nei Diari di Angela. Sta infatti per vedere la luce il terzo capitolo di questo grande progetto.

Gianikian, di padre armeno e madre italo-austriaca, con studi di Architettura a Venezia, ha trovato in Angela, nata a Lugo di Romagna, allieva in Austria di Oskar Kokoschka, una complice totale per un lavoro di ricerca che parte dal found footage per esplorare la storia del Novecento, con un metodo personalissimo e temi ricorrenti, come la guerra, il colonialismo, la barbarie. A partire dai “film profumati” degli anni ’70, i due si sono sempre mossi tra videoarte, performance e cinema trovando riconoscimenti dal Festival di Cannes al MoMA di New York. Nel 2015 hanno vinto il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia per la loro partecipazione al Padiglione Armeno e il premio FIAF – International Federation of Film Archives. Così li descrive Paolo Mereghetti: “Dopo i lavori iniziali influenzati dall’arte concettuale, che ruotavano intorno all’idea di catalogazione, associazione – di oggetti ma anche di idee e sensazioni – il lavoro di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi prende corpo, sempre all’interno di una costante tensione formale sulla lettura del ‘rimosso cinematografico’ e sull’analisi del materiale preesistente. A partire dal recupero di vecchi archivi documentari, per proseguire coi film sulla guerra o sulla sopraffazione di una cultura sull’altra, i due registi hanno saputo superare la pura dimensione estetica o nostalgica legata all’utilizzo del found footage – il materiale girato ritrovato – per trasformare i loro film in strumenti di conoscenza e critica capaci di interrogare la ‘verità’ tramandata dalla macchina da presa che gli ultimi lavori dedicati alla compagna scomparsa hanno illuminato di una dimensione più personale ed emotiva”.

A Bolzano vengono proiettati sei loro film: Ritorno a Khodorchur. Diario armeno (1986), Lo specchio di Diana (1996), Images d’Orient – Tourisme vandale (2001), Oh! Uomo (2004), Pays barbare (2013), I diari di Angela – Noi due cineasti. Capitolo 2 (2019) e l’ultima fatica Frente a Guernica (versione integrale) (2023).

“Gianikian e Ricci Lucchi – scrive Robert Lumley nella monografia Dentro al fotogramma, pubblicata nel 2011 – sono dei pionieri che hanno pensato a se stessi anzitutto come a degli artisti, lavorando al confine tra generi e ambiti istituzionali, con il risultato che le loro pellicole sono state lette e fatte proprie da spettatori e da mondi culturali molto diversi”.

Siete stati apprezzati e compresi sia nel mondo dell’arte che in quello del cinema.

La nostra opera è stata al centro di retrospettive al Jeu de Paume di Parigi come al MoMA di New York. La nostra trilogia della guerra è stata accolta in tanti luoghi diversi: Oh! Uomo è stato mostrato al Festival di Cannes nel 2004, Prigionieri della guerra, che è il primo capitolo, del ’95, è entrato nella collezione del MoMA insieme ad altri nostri film, Dal Polo all’Equatore, del 1996, è stato acquisito dal MAXXI di Roma due anni fa, lì abbiamo avuto una grande retrospettiva dei nostri film e ci sono anche nostri disegni e altre cose. Abbiamo fatto l’ultima Biennale veneziana di Harald Szeemann nel 2001 con La marcia dell’uomo e poi il mio ultimo film, che viene mostrato stasera a Bolzano, Frente Guernica (versione integrale) è stato prodotto dal Museo Reina Sofia di Madrid, mentre Pays Barbare è stato fatto insieme a Serge Lalou di Les Film d’ici nel 2013, ed è un film con cui abbiamo girato il mondo.

Dunque, i due mondi, dell’arte e del cinema, hanno percepito entrambi l’importanza e il valore della vostra opera.

Nell’ultimo Diario di Angela c’è Enrico Ghezzi che, all’inizio del film, dice che noi siamo artisti più che cineasti, però è anche vero che i Diari sono stati su Raiplay per dei mesi e lo è stato anche Ritorno a Khodorchur. Diario armeno, che è un film molto personale, sulla storia di mio padre che è sopravvissuto al genocidio armeno e che aveva sempre rifiutato di essere ripreso. È curioso poi che questo premio alla carriera ci venga dato a Bolzano, dato che ho vissuto la mia infanzia a Merano.

È quasi un cerchio che si chiude anche rispetto al discorso dell’identità. Il vostro è un cinema in qualche modo apolide. Lei ha un passaporto variegato per le sue origini armene ma c’è anche un forte radicamento nella lingua italiana.

Io sono cittadino italiano e mi sento italiano, come italiani sono i nostri film. Ma c’è anche questo aspetto: Angela stessa aveva studiato con Oskar Kokoschka a Salisburgo, in Austria. Per lei quello è stato un grande insegnamento, una grande lezione di cultura mitteleuropea, cultura a cui sentiamo di appartenere entrambi. Ora sto preparando un terzo diario di Angela e mi interessa molto che questa sera sia dato il mio film su Picasso e su Guernica perché è stato un grande sforzo, ho impiegato quattro anni a farlo.

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian

Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian

Frente a Guernica aveva debuttato alla Mostra del cinema di Venezia.

Sì, è c’è stata una grande risposta del pubblico e sul web.

Guernica, come molte cose che avete fatto, è un lavoro sugli orrori della guerra e sulla guerra permanente che attraversa il Novecento e che ci portiamo purtroppo nell’oggi.

Abbiamo cominciato nel 1992-93 a costruire la nostra trilogia della guerra: Prigionieri della guerra, Su tutte le vette è pace, Oh! Uomo. Abbiamo continuato a lavorare sul tema e tutti questi film sono stati fatti durante le guerre, nella ex Jugoslavia, ad esempio, dove noi siamo andati anche a mostrarli. Quando Oh! Uomo veniva proiettato a Cannes in contemporanea avvenivano i massacri in Irak e la gente chiedeva che il film fosse mostrato non solo al festival ma nelle scuole e ovunque. Frente a Guernica era quello che a me mancava, un film sulla guerra civile in Spagna, guerra che anticipa la seconda guerra mondiale.

Come si pone oggi rispetto al conflitto in corso in Ucraina e a Gaza?

Noi abbiamo continuato sempre la nostra guerra per la pace. L’abbiamo portata avanti sin dall’inizio, occupandoci dei fascismi, delle ideologie, e continuiamo a farlo. E anche il terzo Diario di Angela sarà su questo.

Angela scriveva ogni giorno questo diario, quindi c’è moltissimo materiale.

Sì, Angela scriveva ogni giorno, ma non voglio anticipare nulla sul nuovo film. 

Se posso farle una domanda personale, la voce di Angela rimane sempre, avete lavorato in simbiosi per tutta la vita e sembra che lei sia ancora lì accanto a lei.

È sempre molto presente e la trovo in queste registrazioni che abbiamo fatto, nelle sue parole che entrano nel film.

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Fermo, la scrittrice armena Sonya Orfalian presenta il suo libro “Alfabeto dei piccoli armeni” (Corrierenews 18.04.24)

FERMO – Nell’ambito degli incontri con autrici ed autori, la Biblioteca “R. Spezioli” di Fermo ha organizzato per venerdì 19 aprile 2024 alle ore 17.00 nella Sala Lettura la presentazione del libro di Sonya Orfalian “Alfabeto dei piccoli armeni” (Sellerio, 2023), alla presenza della scrittrice armena che dialogherà con il prof. Francesco Castiglioni, docente di Storia e Filosofia al Liceo Classico “A. Caro” di Fermo.

 

Info: Biblioteca Civica “R. Spezioli” tel. 0734. 284462 – biblioteca.centrale@comune.fermo.it

Dalla dark age al poeta armeno Yeghishe Charents, due eventi targati Anassilaos (Reggiotoday 17.04.24)

Due significativi eventi in programma per la settimana e  targati Associazione Culturale Anassilaos.

Mercoledì 17 aprile  alle ore 17  presso la Sala Conferenze del MAaRC si terrà il secondo degli incontri promossi congiuntamente dal Museo Archeologico di Reggio Calabria e dal Sodalizio reggino.

“Mura divine. Modelli insediativi e mobilità nel Mediterraneo nella dark age” è il tema della conferenza della professoressa Elena Santagati, Associato di Storia Greca presso Università di Messina, e del professor Luigi Maria Caliò, associato di Archeologia Classica presso Università di Catania.

A condurre e moderare l’incontro il dotor Fabio Arichetta, Coordinatore degli incontri “La percezione del tempo tra Antico, Moderno e Contemporaneità nel cui ciclo si inserisce la manifestazione. Al centro della riflessione degli studiosi quel periodo della storia greca compresa tra il 1200 e l’800 a.C. che si apre con il crollo della Civiltà Micenea, forse a causa dell’arrivo dei Dori, e si prolunga fino ad Omero e alla nascita delle Poleis.

Tale periodo viene definito dagli storici dark age (età oscura) ma anche Medioevo Ellenico. Seppure le ragioni del crollo della civiltà micenea risultino ancora oscure e siano tuttora oggetto di vivace dibattito tra gli storici, è indubbio che intorno al XII secolo a.C.si avverte una profonda rottura con il passato e l’ emergere di una società diversa, non più organizzata intorno al Palazzo del sovrano, caratterizzata da ristagno economico, sociale e culturale.

Come peraltro avverrà in Occidente nel passaggio dal Medioevo all’Umanesimo, è evidente che il concetto di decadenza legato all’idea di una età oscura vuole definire soltanto un momento di passaggio e transizione da una età all’altra. Non a caso alla fine di tale età buia troviamo Omero, l’Iliade e l’Odissea, la nascita delle Città Stato (poleis) e il fiorire rigoglioso qualche secolo dopo della civiltà greca.

Di più stringente attualità, non fosse altro per le vicende internazionali che investono l’Oriente europeo e l’Armenia, l’omaggio al grande poeta armeno Yeghishe Charents (1897-1937) che si terrà giovedì 18 aprile  alle ore 16,45 presso la Sala Giuffre’ della Biblioteca Pietro De Nava promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos congiuntamente con la stessa Biblioteca, con il Patrocinio del Comune di Reggio Calabria e dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e l’adesione dell’Associazione Xenia Book Fair e della Comunità Armena di Calabria.

L’occasione per un tale incontro la pubblicazione, con testo originale e traduzione a cura della Leonida Edizioni, dell’opera poetica di Charents che può essere considerato come una delle più grandi voci poetiche del Novecento. Egli ha vissuto le immani tragedie del 20^ secolo a partire proprio dal Metz Yeghérn—il Grande Male, l’orribile genocidio del popolo armeno.

Fu rivoluzionario e bolscevico e combatté nell’Armata Rossa contribuendo ad instaurare in Armenia il regime comunista per accorgersi dopo che quella utopia si era trasformata nella oppressione dello stesso popolo armeno, la cui libertà e autodeterminazione, la cui religione e cultura, la cui arte e lingua venivano ancora una volta – dopo l’oppressione ottomana – conculcate da un regime dispotico.

Divenne così un oppositore tenace, pronto a battersi per il proprio popolo con le uniche armi di cui può disporre un poeta: la penna e l’ingegno. Il 26 luglio del 1937 venne arrestato e morì nel gulag di Stalin in circostanze tuttora oscure. All’incontro interverranno il dott. Stefano Iorfida (presidente Associazione Anassilaos), la dottoressa Daniela Neri (Responsabile Biblioteca P. De Nava), il dottor Domenico Pòlito (editore Leonida Edizioni), ilprofessor Giorgio Piras (Università di Roma La Sapienza) e il professor Alfonso Pompella (Università degli Studi di Pisa). Nel corso della manifestazione alla Leonida Edizioni, nel 20° anniversario della Fondazione, sarà consegnato il Premio Anassilaos Cultura 2024.

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