Karekin II davanti ai giudici. Ma può uno Stato decidere chi è Vescovo? Il processo si ferma subito: il giudice si ricusa (Korazym e altri 08.08.26)

Il processo contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è cominciato. Ed è finito, almeno per ora, dopo pochi minuti.

Nel pomeriggio di venerdì 7 agosto 2026, il Capo della Chiesa Apostolica Armena è comparso davanti al Tribunale Regionale di Primo Grado di Armavir nella città di Vagharshapat, nota anche come Etchmiadzin, capitale spirituale dell’Armenia e sede della Chiesa Apostolica Armena, insieme a sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo. Poi è accaduto qualcosa che difficilmente poteva essere previsto: il giudice Hakob Manukyan si è ricusato. Il fascicolo dovrà essere assegnato a un altro magistrato e soltanto allora potrà essere fissata una nuova udienza.

Il processo si ferma. Il problema, invece, rimane tutto intero. Perché al centro di questa vicenda non c’è soltanto una sentenza che qualcuno avrebbe rifiutato di eseguire. C’è una questione enormemente più grande: può un tribunale dello Stato stabilire chi debba essere riconosciuto come Vescovo da una Chiesa? E può perseguire penalmente il Capo di quella Chiesa e i suoi Vescovi quando essi applicano il proprio ordinamento canonico?

Sono domande che oltrepassano abbondantemente le mura del tribunale di Armavir.

Un processo che nasce da uno scontro molto più grande

Questo Blog dell’Editore segue da tempo l’escalation dello scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena.

Abbiamo raccontato gli arresti di ecclesiastici, le accuse rivolte alla gerarchia, le prese di posizione internazionali, le iniziative contro Karekin II e il progressivo spostamento di un conflitto inizialmente politico sul terreno giudiziario. Ora il confronto è arrivato davanti a un tribunale.

Il procedimento contro Karekin II e altri sei alti prelati nasce dalla controversia riguardante Gevorg Saroyan, già Vescovo di Masyatsotn della Chiesa Apostolica Armena e uno dei dieci Vescovi schieratisi con Pashinyan nella campagna del Primo Ministro contro il Catholicos.

Karekin II lo aveva rimosso dal suo incarico. Saroyan si era rivolto alla giustizia civile e un tribunale aveva disposto la sua reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non aveva dato esecuzione al provvedimento e successivamente Saroyan era stato ridotto dallo stato clericale.

Ed eccoci al punto.

Per la Chiesa, stabilire chi sia Vescovo, chi possa esercitare una funzione episcopale e quali provvedimenti disciplinari debbano essere adottati nei confronti di un ecclesiastico appartiene alla giurisdizione canonica.

Per gli inquirenti, invece, la mancata esecuzione della decisione del tribunale costituisce un’ostruzione all’attività giudiziaria. Da qui l’incriminazione del Catholicos e dei sei Vescovi.

In caso di condanna, gli imputati potrebbero rischiare fino a due anni di reclusione.

Quando il potere civile entra nel diritto canonico

È qui che la vicenda assume una dimensione che non può essere ridotta alla formula rassicurante di un normale conflitto sull’esecuzione di una sentenza.

Un tribunale civile può naturalmente giudicare comportamenti sottoposti alla legge dello Stato. Ma può stabilire chi sia Vescovo? Può imporre a una Chiesa di considerare ancora investito dell’ufficio episcopale qualcuno che l’autorità religiosa competente ha rimosso? E, soprattutto, può trasformare la decisione ecclesiastica di non riconoscerlo più come tale in una condotta penalmente perseguibile?

La risposta della Santa Sede di Etchmiadzin è netta: la nomina, la rimozione e la disciplina dei Vescovi appartengono alla giurisdizione interna della Chiesa e sono regolate dal diritto canonico. I rappresentanti ecclesiastici sostengono inoltre che tale autonomia sia protetta dal diritto costituzionale all’autogoverno religioso.

Non siamo dunque davanti a una semplice disputa amministrativa. Siamo davanti al confine delicatissimo che separa la sovranità dello Stato dall’autonomia di una comunità religiosa.

Poi il giudice si ricusa

La prima udienza avrebbe dovuto segnare l’inizio formale del processo. Invece, poco dopo l’apertura, il giudice Hakob Manukyan si è ricusato.

Secondo quanto riferito dall’avvocato difensore Ara Zohrabyan, Manukyan aveva precedentemente esercitato come avvocato e aveva ottenuto la propria licenza professionale nel periodo in cui Zohrabyan era Presidente dell’Ordine degli Avvocati dell’Armenia. Il magistrato ha ritenuto che questa circostanza potesse sollevare dubbi sulla sua imparzialità.

Prima della ricusazione, Manukyan aveva disposto che la prima parte dell’udienza si svolgesse a porte chiuse, richiamando ragioni di riservatezza connesse alla vita privata.

Zohrabyan ha accolto favorevolmente la decisione e ha pronunciato una frase che fotografa il clima nel quale si svolge il procedimento: secondo il difensore, il giudice si sarebbe sostanzialmente rifiutato di partecipare a un «processo vergognoso». È la valutazione dell’avvocato, naturalmente. Ma dà la misura della distanza ormai esistente tra le parti.

«Persecuzione giudiziaria»

Nel frattempo, quello che accade a Etchmiadzin non viene più considerato una vicenda interna armena.

Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha definito la convocazione giudiziaria di Karekin II «inaccettabile e condannabile». Ha riferito di aver espresso direttamente al Catholicos la propria profonda indignazione e di avergli persino suggerito di non comparire personalmente davanti al tribunale, inviando un rappresentante. Allo stesso tempo, Aram I ha invitato le autorità dello Stato a cercare una soluzione attraverso il dialogo e il rispetto reciproco, tenendo conto tanto della legislazione armena quanto del diritto canonico e dell’ordinamento interno della Chiesa.

Il Patriarcato Armeno di Gerusalemme è andato ancora oltre, parlando apertamente di «persecuzione giudiziaria in corso» contro la Chiesa Apostolica Armena, la sua leadership e il suo alto clero. E ha individuato precisamente il pericolo: l’interferenza degli organi dello Stato nelle questioni canoniche, amministrative e disciplinari interne della Chiesa contraddirebbe il principio dell’autonomia ecclesiastica e creerebbe un precedente pericoloso nei rapporti tra Chiesa e Stato.

Anche la Diocesi Orientale della Chiesa Armena d’America ha ribadito che le decisioni riguardanti la leadership, il governo e la disciplina ecclesiastica appartengono al sistema canonico della Chiesa stessa.

La questione armena è ormai diventata una questione per tutta la Chiesa Apostolica Armena nel mondo.

Inoltre, anche il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) ha espresso profonda preoccupazione per l’attuale situazione che coinvolge la Chiesa Apostolica Armena, mettendo in guardia contro le interferenze negli affari interni della Chiesa. Il Moderatore del Comitato Centrale del CEC, Vescovo Dr. Heinrich Bedford-Strohm, e il Segretario Generale del CEC, Rev. Prof. Dr. Jerry Pillay, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano il ruolo centrale della Chiesa Apostolica Armena nella vita spirituale, culturale e storica dell’Armenia.

“Il CEC, in quanto comunità globale di chiese, afferma il ruolo vitale della Chiesa Apostolica Armena nella vita spirituale, culturale e storica del popolo armeno e nella più ampia famiglia cristiana”, hanno dichiarato Bedford-Strohm e Pillay. Hanno espresso in particolare preoccupazione per le interferenze esterne in questioni che riguardano la Chiesa stessa. “Come CEC, esprimiamo la nostra preoccupazione per le indebite interferenze nelle questioni interne della Chiesa”.

Bedford-Strohm e Pillay hanno affermato di sperare che il conflitto in corso si risolva in modo da contribuire alla prosperità del popolo armeno. “In questo momento, sosteniamo la Chiesa armena e il suo popolo con la preghiera e il nostro supporto”, hanno aggiunto.

Un’altra tappa di una vicenda che seguiamo da tempo

Questo processo non può essere isolato da ciò che lo ha preceduto.

Questo Blog dell’Editore ha documentato ripetutamente il deterioramento dei rapporti tra Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin, e le accuse rivolte al governo armeno di esercitare pressioni sulla Chiesa.

Abbiamo raccontato una crisi che ha progressivamente superato il normale confronto, anche duro, tra istituzioni civili e religiose, fino a coinvolgere direttamente esponenti della gerarchia ecclesiastica.

Il conflitto si era già aggravato dal 2024, quando un movimento di protesta guidato da un alto prelato aveva chiesto le dimissioni di Pashinyan dopo l’accordo con cui l’Armenia aveva accettato di cedere il controllo di alcuni villaggi di confine all’Azerbaigian.

Da allora la distanza tra governo e Chiesa si è trasformata progressivamente in uno scontro istituzionale. Ora siamo arrivati al punto in cui il Capo della Chiesa Apostolica Armena siede sul banco degli imputati.

 

Karekin II esce dal tribunale e torna a Etchmiadzin

Fuori dal tribunale si erano raccolti parlamentari dell’opposizione e sostenitori del Catholicos.

Aram Vardevanyan, parlamentare dell’opposizione, ha definito illegale il procedimento e ha denunciato quella che considera un’ingerenza contro il clero. Quando gli è stato chiesto di commentare la possibilità di una condanna alla reclusione di Karekin II, ha rifiutato di farlo: discutere della pena, ha spiegato, significherebbe quasi riconoscere legittimità al processo.

Dopo la ricusazione del giudice, Karekin II ha lasciato il tribunale circondato dai sostenitori. Non si è ritirato in una sede politica. Non ha convocato una conferenza stampa. È tornato alla Santa Sede di Etchmiadzin, dove era in corso una funzione religiosa. È un particolare di cronaca. Ma possiede anche una forza simbolica difficilmente ignorabile. A Etchmiadzin da una parte il tribunale, dall’altra la Santa Sede. Da una parte un procedimento penale, dall’altra una Chiesa che rivendica il diritto di governarsi secondo il proprio ordinamento.

Il giudice può cambiare. La domanda resta

Ora verrà nominato un nuovo giudice. Verrà fissata una nuova udienza. Il processo riprenderà. Probabilmente assisteremo ad altre battaglie procedurali e ad altre dichiarazioni politiche. Ma sarebbe un errore perdere di vista la questione essenziale: può uno Stato decidere chi è Vescovo? Non se un Vescovo abbia commesso un reato previsto dalla legge dello Stato. Questa sarebbe un’altra questione. Qui il nodo è precedente: chi possiede l’autorità per attribuire, mantenere o revocare uno status ecclesiastico?

Perché, se un tribunale civile può imporre a una Chiesa di riconoscere un proprio Vescovo contro la decisione della competente autorità ecclesiastica, allora non siamo più soltanto nel campo dell’esecuzione di una sentenza. Siamo entrati nel governo della Chiesa. E questo spiega perché il processo contro Karekin II e i sei Vescovi riguarda molto più di Karekin II e i sei Vescovi.

L’Armenia è la nazione che per prima adottò il Cristianesimo come religione di Stato all’inizio del IV secolo. La Santa Sede di Etchmiadzin occupa da secoli un posto centrale nella storia, nella cultura e nell’identità del popolo armeno. Oggi il suo Catholicos è imputato davanti alla giustizia dello Stato per una vicenda che nasce dall’esercizio dell’autorità ecclesiastica su un Vescovo.

Il primo giudice si è ricusato. Invece, la domanda se uno Stato può decidere chi è Vescovo, nessuno può ricusarla.

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Il patriarca armeno, davanti ai tribunali: Karekin II affronta due anni di carcere insieme a sei vescovi (Infovaticana)


Armenia, il processo a Karekin II si ferma subito: il giudice si astiene. E lo scontro tra governo e Chiesa si congela in tribunale (FarodiRoma)

Armeni sotto tiro Nuovo attacco ai cristiani di Palestina, l’emergenza nascosta (Lanuovabq 06.08.26)

Estremisti ebrei prendono di mira il portone del patriarcato armeno di Gerusalemme. Vecchie questioni urbanistiche si intrecciano con rivendicazioni ideologiche. E a farne le spese è la presenza bimillenaria cristiana.

Libertà religiosa 06_08_2026
Camminare per le strade della Città Vecchia di Gerusalemme con una croce al collo, con un abito religioso o anche soltanto con il segno visibile della propria appartenenza cristiana significa oggi, per molti, muoversi in un clima di crescente insicurezza. In quei vicoli dove da duemila anni la comunità cristiana custodisce la memoria della Città Santa, anche i gesti più semplici – attraversare una strada, entrare in un convento, pregare in un luogo sacro – possono trasformarsi in momenti di paura. Una comunità radicata da secoli rischia così di diventare sempre più fragile proprio nella città che custodisce i luoghi più sacri della Cristianità.L’ultimo episodio ha avuto come bersaglio la comunità armena. Il 2 agosto scorso, di notte, davanti al monastero di San Giacomo, sede del Patriarcato armeno nella Città Vecchia, un gruppo di estremisti ebrei ha preso di mira uno dei luoghi più antichi della presenza cristiana di Gerusalemme: sputi contro il portone, calci all’ingresso, insulti e lancio di pietre contro il complesso religioso. La polizia israeliana è intervenuta fermando alcune delle persone coinvolte nell’episodio, ma quelle immagini diffuse sui social raccontano qualcosa che va oltre il singolo attacco: mostrano un clima di crescente tensione e intolleranza. Dietro quel portone vive una comunità presente a Gerusalemme fin dai primi secoli del Cristianesimo, sopravvissuta a imperi, invasioni e guerre. Una comunità che oggi si trova a difendere non soltanto i propri beni e i propri luoghi sacri, ma anche il diritto stesso di sopravvivere nella città in cui affonda le proprie radici.

Ma accanto ad atti di ostilità diretta, vi sono infatti contese legate agli spazi, ai beni e ai luoghi che da secoli costituiscono il patrimonio armeno. È il caso del “Giardino delle vacche” (Goveroun Bardez), diventato il simbolo della battaglia della comunità per la difesa della propria identità e continuità storica a Gerusalemme. La vicenda non si è ancora conclusa: sarà il tribunale a stabilire la validità degli accordi contestati. Per gli armeni, tuttavia, il timore è che sul terreno possano consolidarsi situazioni difficilmente reversibili prima ancora che la giustizia abbia pronunciato la propria sentenza. Al centro dello scontro vi è un accordo firmato nel 2021 che prevede la concessione per 99 anni di un’area appartenente al Patriarcato armeno a una società privata collegata a un progetto immobiliare. Per la comunità armena, quell’operazione mette in discussione la natura stessa di quei terreni, considerati beni affidati alla custodia del Patriarcato e destinati al sostegno della comunità.

La questione, però, supera i confini di una semplice disputa contrattuale. Il “Giardino delle vacche” è diventato il simbolo della paura di una comunità storica di vedere progressivamente ridotto il proprio spazio nella Città Vecchia attraverso trasformazioni urbanistiche, pressioni politiche e iniziative immobiliari. In gioco non vi è soltanto un terreno, ma il fragile equilibrio che permette alla presenza armena di continuare a essere parte integrante della storia religiosa e culturale di Gerusalemme.

E quello che accade agli armeni s’inserisce in un quadro più ampio. Da anni i cristiani di Gerusalemme denunciano un aumento di episodi di ostilità: sacerdoti insultati mentre percorrono le vie della Città Vecchia, religiosi colpiti con sputi, simboli cristiani danneggiati, luoghi di culto e cimiteri vandalizzati. Il problema più grave è la normalizzazione. Quando un gesto offensivo si ripete così tante volte da diventare quasi prevedibile, quando una comunità deve imparare a convivere con la possibilità di essere provocata o aggredita, non siamo più davanti a episodi isolati. Siamo davanti al deterioramento del tessuto civile di una città che dovrebbe rappresentare il luogo della convivenza religiosa.

Basterebbe cambiare prospettiva per comprendere la gravità della contraddizione: se una comunità ebraica, in un altro paese – come è accaduto nei giorni scorsi in Bulgaria -, fosse costretta a sopportare aggressioni contro i propri cittadini, i propri luoghi di culto, intimidazioni contro i propri rappresentanti religiosi, insulti ai propri simboli, la reazione internazionale sarebbe immediata. Governi e istituzioni chiederebbero protezione, giustizia e interventi concreti.

Lo stesso metro dovrebbe valere per i cristiani di Terra Santa. La libertà religiosa e la tutela delle minoranze non possono dipendere dall’identità di chi subisce l’offesa. Molti degli episodi denunciati sono attribuiti a frange estremiste del movimento dei coloni e dell’ultranazionalismo religioso. Gruppi radicali che considerano la presenza di altre comunità, soprattutto i cristiani, negli spazi contesi di Gerusalemme e della Cisgiordania come un ostacolo al proprio progetto ideologico. La loro pressione viene esercitata anche attraverso la quotidianità: si crea insicurezza, si rende più difficile la permanenza, si modificano lentamente gli equilibri. La stessa dinamica viene denunciata da anni in Cisgiordania, dove le comunità palestinesi raccontano aggressioni, intimidazioni, incendi di terreni agricoli, distruzione di coltivazioni e violenze attribuite agli ebrei ultraortodossi.

Organizzazioni israeliane e internazionali hanno documentato numerosi episodi e l’aumento delle tensioni nelle aree dove gli insediamenti si espandono. Sono state presentate denunce e aperte inchieste, ma troppo spesso le vittime accusano di non vedere arrivare una risposta efficace: i procedimenti si trascinano, gli autori rimangono impuniti e gli episodi si ripetono, alimentando la percezione di un sistema volutamente incapace di garantire protezione e giustizia.

E qui emerge una delle grandi tragedie di questa storia: la solitudine. I cristiani di questi luoghi hanno spesso la sensazione di essere rimasti senza una vera voce politica internazionale. I loro appelli si perdono dentro il rumore della guerra, delle strategie geopolitiche e delle contrapposizioni diplomatiche. Pesa soprattutto il silenzio della vecchia Europa. Un’Europa che ha costruito parte della propria identità sulla difesa dei diritti umani, della libertà religiosa e della tutela delle minoranze appare oggi incapace di trasformare le condanne verbali in una pressione politica capace di fermare questo lento logoramento.

Ogni episodio viene registrato. Ogni aggressione viene condannata. Ma intanto nulla cambia. La comunità armena di Gerusalemme non è un retaggio del passato. I cristiani palestinesi non sono una presenza simbolica destinata ai libri di storia. Sono comunità vive, con una storia e un radicamento profondo. Ma oggi quella presenza è sotto pressione. Una Terra Santa senza cristiani non sarebbe soltanto una Terra Santa più povera. Sarebbe una sconfitta per la storia, per il pluralismo religioso e per l’idea stessa di Gerusalemme come città di tutti.

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Un riconoscimento non richiesto: perché il genocidio non è più una priorità per l’Armenia (ISPI 06.08.26)

Il 28 giugno 2026 il gabinetto israeliano ha approvato all’unanimità una delibera di riconoscimento del genocidio armeno, destinata al voto della Knesset. L’indomani, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha liquidato la questione, commentando “non c’è necessità di rispondere, perché restare fuori dalla strumentalizzazione del genocidio armeno è nell’interesse della Repubblica d’Armenia”. Lo stesso giorno, l’Azerbaigian, stretto alleato di Israele, condannava formalmente la risoluzione. Il testo non è poi arrivato in aula prima della pausa estiva: secondo Haaretz, il voto sarebbe stato bloccato da Netanyahu su sollecitazione di Baku, e rinviato a data da definirsi.

La reazione di Pashinyan si presta a una lettura a due livelli. Il primo riguarda l’uso politico del genocidio armeno: oltre a essere motivata dalla volontà di colpire Ankara, dopo il collasso dei rapporti bilaterali post-7 ottobre 2023, la risoluzione appare anche mirata ad accreditare Israele in una fase in cui la sua condotta a Gaza resta oggetto di forti critiche internazionali. Qualificandola come strumentalizzazione, Pashinyan evita che il genocidio armeno finisca nel contenzioso turco-israeliano – ed è qui che il primo livello sfuma nel secondo.

Quest’ultimo riguarda l’attuale riposizionamento strategico dell’Armenia. La risoluzione israeliana rischiava di incrinare i rapporti armeni con Ankara; nel liquidarla, Pashinyan riconferma il nuovo corso della politica estera armena, per il quale l’apertura del confine con la Turchia è tra le priorità strategiche. Per comprendere appieno le sue parole, è dunque necessario approfondire il ruolo del genocidio nei rapporti con Ankara dal 1991: un ruolo che, per quanto radicato nell’identità nazionale armena, ha sempre avuto un peso specifico inferiore rispetto al conflitto in Nagorno-Karabakh.

La memoria e il negoziato: da Ter-Petrosyan a Sargsyan

Nonostante la Dichiarazione d’indipendenza del 1990 – richiamata dal preambolo della Costituzione del 1995 – contenesse un paragrafo sul riconoscimento internazionale del genocidio, il primo presidente Levon Ter-Petrosyan riteneva la normalizzazione dei rapporti con la Turchia un obiettivo primario, relegando il genocidio a questione interna e non affrontandolo sul piano bilaterale e internazionale. Il suo ottimismo in merito fu infranto dalla prima guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994). Nell’aprile del 1993 l’offensiva armena su Kelbajar aprì la strada al controllo di sette distretti del territorio azerbaigiano. In risposta, la Turchia chiuse il confine, subordinando di fatto la riapertura alla risoluzione del conflitto. Per uscire dall’isolamento regionale, Ter-Petrosyan aderì al piano per fasi del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che rinviava la definizione dello status del Karabakh a seguito della restituzione (ad eccezione del corridoio di Lachin) dei territori occupati. Questa scelta alienò l’ala intransigente del suo governo – tra cui il primo ministro Robert Kocharyan, ex presidente del Nagorno-Karabakh – provocando le dimissioni di Ter-Petrosyan nel febbraio 1998: alle presidenziali gli succedette proprio Kocharyan.

Kocharyan riportò il riconoscimento del genocidio nell’arena internazionale, ma nemmeno lui lo considerò mai una precondizione per la normalizzazione con la Turchia. Nel 2005, l’allora primo ministro turco Erdoğan gli propose di istituire una commissione storica congiunta per risolvere le “interpretazioni divergenti degli eventi verificatisi in un particolare periodo della nostra storia comune”. Kocharyan declinò la proposta, obiettando che “è responsabilità dei governi sviluppare le relazioni bilaterali” (non degli storici) ed esortando invece alla normalizzazione delle relazioni senza precondizioni. Il concetto di normalizzazione senza precondizioni fu ribadito nella National Security Strategy del 2007. Al tempo stesso, però, il documento collocava il riconoscimento internazionale del genocidio – Ankara inclusa – tra gli obiettivi della politica estera armena: una formulazione che consentiva a Kocharyan di perseguire la normalizzazione senza inimicarsi la diaspora e le componenti nazionaliste del suo stesso schieramento. Il documento avanzava inoltre l’idea che la normalizzazione avrebbe creato “un contesto più favorevole alla risoluzione definitiva del conflitto del Nagorno-Karabakh”, ribaltando la sequenza imposta da Ankara.

Anche Serzh Sargsyan,succeduto a Kocharyan nel 2008, seguì la stessa linea sul Nagorno-Karabakh e, al contempo, non pose mai il riconoscimento del genocidio come precondizione per Ankara. Ciò emerge con chiarezza dall’unica intesa turco-armena mai giunta alla firma, i protocolli di Zurigo dell’ottobre 2009. Nei protocolli non vi era alcun riferimento diretto alla risoluzione del conflitto, al ritiro delle forze armene dai sette distretti occupati o al futuro status della regione. Quanto al genocidio, la creazione di una sottocommissione sulla “dimensione storica” era prevista, dal calendario allegato ai protocolli, solo dopo l’apertura del confine turco-armeno. I protocolli, tuttavia, non furono mai ratificati dai due paesi. Già nel maggio 2009 Erdoğan, infatti, subordinò l’apertura del confine al ritiro delle forze armene dai territori azerbaigiani, pretesa che ripeté poco prima e subito dopo la firma, fino a farne la precondizione principale della ratifica. Ne derivò un’impasse diplomatica che di fatto congelò il processo. Sargsyan sospese la ratifica nel 2010 e dichiarò nulli i protocolli nel 2018.

Pashinyan alla prova del Karabakh

Nel 2018 il tentativo di Sargsyan di restare al potere come primo ministro, dopo due mandati presidenziali, innescò la “Rivoluzione di velluto” e lo costrinse alle dimissioni. A guidarla fu Nikol Pashinyan, che divenne premier a maggio e ottenne il 70% dei voti alle elezioni anticipate di dicembre. Verso la Turchia, da un lato il primo governo Pashinyan (2018-2021) non si discostò dai predecessori nella linea di normalizzazione senza precondizioni, che però rimase sulla carta, senza mai tradursi in un processo diplomatico; dall’altro, l’assertività iniziale di Pashinyan sul Karabakh si scontrava con la precondizione turca – sancita in modo ancora più netto dopo il fallimento dei protocolli di Zurigo – di risolvere prima il conflitto. Lo scoppio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, nell’autunno del 2020, modificò radicalmente i rapporti di forza tra Armenia e Azerbaigian: Baku recuperò i sette distretti occupati – quattro con le armi, tre in attuazione dell’accordo di cessate il fuoco – e impose il proprio controllo su circa un terzo della regione. Erevan fu così spinta ad attribuire molta più importanza e urgenza alla normalizzazione con la Turchia. Dimessosi dopo mesi di proteste per indire elezioni anticipate, Pashinyan ottenne comunque una solida maggioranza (54%).

Il secondo governo Pashinyan (2021-2026) si mosse concretamente verso la normalizzazione con Ankara: nel dicembre 2021 l’Armenia nominò un inviato speciale per il dialogo, che si incontrò per la prima volta con l’omologo turco a Mosca il mese successivo e poi a Vienna nel corso del 2022. Il 22 maggio 2023 arrivò la svolta armena sul Nagorno-Karabakh: Pashinyan si dichiarò pronto a riconoscere la regione come parte dell’Azerbaigian, a condizione di garanzie e tutele per la popolazione armena – muovendo nella direzione richiesta da Ankara. Il 19 settembre 2023 Baku mosse l’offensiva finale in Nagorno-Karabakh, che concluse definitivamente il conflitto e comportò la fuga di più di centomila armeni. A differenza del 2020, l’Armenia scelse di non intervenire militarmente, una decisione che costò a Pashinyan durissime critiche interne. Alla base vi era probabilmente la volontà di evitare, data la sproporzione delle forze, un allargamento del conflitto che avrebbe messo a rischio l’integrità territoriale del paese.

Il posto del riconoscimento del genocidio nell’Armenia reale

Venuto meno il vincolo del Karabakh, la strategia di Pashinyan verso Ankara venne rafforzata da una nuova cornice ideologica: ad aprile 2024, il primo ministro introdusse la contrapposizione tra “Armenia reale” – lo Stato entro i confini internazionalmente riconosciuti – e “Armenia storica” – che comprende, oltre allo Stato attuale, le terre storicamente abitate dagli armeni al di fuori di tali confini. In questa nuova visione, il genocidio armeno subisce un mutamento simbolico significativo, come si può notare dalla retorica diversa adottata in occasione della ricorrenza del 24 aprile, la Giornata della Memoria del genocidio armeno. Nel 2019 il primo ministro parlò di come gli armeni non furono solo “distrutti fisicamente, ma anche privati del diritto di vivere nella propria patria“, prendendo l’impegno diretto “di promuovere il riconoscimento internazionale del genocidio armeno”. Nel 2024, invece, Pashinyan parlò dell’importanza dell’”armenizzazione interna” del genocidio, spostando il baricentro dalla dimensione internazionale a quella nazionale. Nelle parole del primo ministro, il genocidio è un trauma irrisolto che spinge gli armeni alla ricerca perpetua di una “patria perduta”. Da qui l’esortazione: “dobbiamo fermare quella ricerca, perché quella patria l’abbiamo trovata”, ed è “la Repubblica d’Armenia”.

Per Pashinyan, la via per consolidare l’integrità territoriale dell’Armenia reale passa per la pace con Baku e la normalizzazione con Ankara. In questo contesto, il genocidio armeno non solo non costituisce più una precondizione per i rapporti con la Turchia, ma non rappresenta nemmeno più una priorità da perseguire a livello internazionale: nel marzo 2025, davanti a una delegazione di giornalisti turchi, Pashinyan dichiarò che “il riconoscimento internazionale del genocidio armeno oggi non rientra tra le nostre priorità di politica estera”. L’obiettivo è chiaro: evitare che questioni legate all’“Armenia storica” compromettano il delicato processo di normalizzazione con la Turchia, che, a sua volta, come ripetuto a più riprese da Ankara, resta subordinata alla pace con l’Azerbaigian.

Se attività come il corridoio TRIPP promosse dall’amministrazione Trump sembra un passo in tale direzione, l’Azerbaigian, però, continua a subordinare la pace alla modifica del preambolo della Costituzione armena. Nonostante la maggioranza ottenuta alle elezioni dello scorso giugno, Pashinyan non dispone dei voti necessari aindire un referendum costituzionale e soddisfare così le pretese di Baku. Così, ogni prospettiva di pace – e con essa, di normalizzazione con Ankara – resta dunque incerta nel breve periodo. In conclusione, il futuro dell’Armenia si gioca su equilibri delicati: nel sottrarre il riconoscimento del genocidio alla sfera internazionale, Pashinyan cerca di scongiurare ogni possibile interferenza lungo la difficile strada verso la stabilizzazione regionale.

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L’Armenia dopo il Nagorno-Karabakh: la nuova geopolitica di un Paese tra Europa, Russia e Caucaso (Atuttomondo 06.08.26)

La riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023 ha segnato uno dei cambiamenti geopolitici più significativi nel Caucaso meridionale dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’offensiva di Baku ha posto fine a oltre trent’anni di amministrazione armena dell’enclave e ha provocato l’esodo di più di 100.000 armeni verso il territorio nazionale. Da allora, l’Armenia ha avviato una profonda revisione della propria politica estera, cercando nuovi partner e ridimensionando il tradizionale rapporto con la Russia.

Per decenni Erevan aveva considerato Mosca il principale garante della propria sicurezza. La presenza delle forze di pace russe nel Nagorno-Karabakh e l’appartenenza dell’Armenia all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) sembravano offrire sufficienti garanzie contro un’eventuale offensiva azera. Tuttavia, il rapido collasso dell’enclave nel 2023 e il mancato intervento russo hanno alimentato un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti del Cremlino, spingendo il governo del primo ministro Nikol Pashinyan a riconsiderare il proprio posizionamento strategico.

Negli ultimi due anni, l’Armenia ha progressivamente rafforzato i rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Bruxelles ha aumentato il sostegno economico e politico a Erevan, promuovendo investimenti nelle infrastrutture, nell’energia e nella connettività regionale. Come riportato da Reuters, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto da 200 milioni di euro destinato a favorire i collegamenti tra i Paesi del Caucaso meridionale e a sostenere il processo di pace con l’Azerbaigian.

Questo riavvicinamento all’Occidente ha però aumentato le tensioni con Mosca. La Russia continua a rappresentare il principale partner commerciale dell’Armenia e il suo maggiore fornitore energetico, ma negli ultimi mesi ha imposto restrizioni all’importazione di diversi prodotti armeni, dalle bevande alla frutta, interpretate da molti osservatori come una forma di pressione economica. Come riportato da Reuters, il premier Pashinyan ha recentemente chiesto al presidente Vladimir Putin di intervenire per rimuovere tali limitazioni, confermando come, nonostante il progressivo avvicinamento all’Europa, Erevan resti ancora fortemente dipendente dalla Russia sotto il profilo economico.

Parallelamente prosegue il difficile dialogo con l’Azerbaigian. Sebbene i due Paesi abbiano raggiunto un’intesa preliminare mediata dagli Stati Uniti, restano aperte numerose questioni, dalla delimitazione definitiva dei confini alle modifiche costituzionali richieste da Baku. L’Azerbaigian sostiene che una pace definitiva potrà essere firmata soltanto dopo la revisione del preambolo della Costituzione armena, ritenuto ancora contenente riferimenti territoriali al Nagorno-Karabakh. Nonostante queste divergenze, entrambe le parti hanno intensificato i contatti diretti e avviato una graduale riapertura delle relazioni commerciali.

Anche gli equilibri regionali stanno cambiando. La Turchia, storico alleato dell’Azerbaigian, guarda con interesse alla normalizzazione dei rapporti con Erevan, che potrebbe favorire la riapertura delle frontiere chiuse dal 1993 e creare nuovi corridoi commerciali tra Europa e Asia. L’Iran, invece, osserva con maggiore cautela questi sviluppi, preoccupato che l’espansione dell’influenza turca e occidentale possa modificare gli equilibri lungo il proprio confine settentrionale.

Sul piano interno, la politica di Pashinyan continua a dividere il Paese. Le opposizioni lo accusano di aver gestito in modo inefficace il conflitto e di aver allontanato l’Armenia dal suo storico alleato russo senza ottenere adeguate garanzie di sicurezza. Il governo, al contrario, sostiene che la perdita del Nagorno-Karabakh abbia dimostrato la necessità di diversificare le alleanze e costruire una politica estera più equilibrata, capace di ridurre la dipendenza da un unico partner strategico. Reuters evidenzia come anche le recenti elezioni parlamentari siano state fortemente influenzate da questo dibattito tra orientamento europeo e tradizionale legame con Mosca.

A quasi tre anni dalla perdita del controllo armeno sul Nagorno-Karabakh, il Caucaso meridionale attraversa una fase di profonda trasformazione. Il futuro dell’Armenia dipenderà dalla capacità di consolidare la pace con l’Azerbaigian, mantenere relazioni pragmatiche con la Russia e rafforzare i legami con l’Unione europea senza trasformare il Paese in un nuovo terreno di competizione tra le principali potenze regionali. Proprio questa ricerca di un equilibrio tra sicurezza, sovranità e nuove alleanze rappresenta oggi la principale sfida geopolitica di Erevan.

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Armenia, il processo al Catholicos Karekin II segna uno spartiacque: la crisi tra Stato e Chiesa entra in tribunale (Korazym 05.08.26)

Alla vigilia dell’udienza del 7 agosto 2026 contro il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, si apre una pagina senza precedenti nella storia della Repubblica di Armenia. Sullo sfondo, lo scontro sempre più duro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, mentre riaffiorano interrogativi sullo stato della democrazia, della libertà religiosa e delle istituzioni del Paese.

L’udienza fissata per il 7 agosto 2026 presso il tribunale di Vagharshapat (Etchmiadzin) rappresenta uno dei momenti più delicati della storia recente dell’Armenia. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica indipendente, il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, comparirà davanti a un tribunale penale insieme ad altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena.

Formalmente il procedimento riguarda la mancata esecuzione della decisione giudiziaria che disponeva il reintegro del Vescovo Gevorg Saroyan, destituito all’inizio dell’anno dalle autorità ecclesiastiche. Sul piano sostanziale, tuttavia, il processo appare come il punto culminante di un confronto politico e istituzionale che da mesi contrappone il Primo Ministro Nikol Pashinyan alla più antica istituzione nazionale armena.

Per questo Blog dell’Editore questa vicenda non costituisce un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo seguito con attenzione il progressivo deterioramento della situazione armena, fino alle crescenti tensioni interne che stanno investendo anche la Chiesa Apostolica Armena. Si tratta di tasselli di una crisi più ampia, nella quale il ricorso agli strumenti giudiziari nei confronti di figure simboliche della nazione solleva interrogativi che travalicano il singolo caso.

Secondo numerosi osservatori, infatti, il procedimento contro il Catholicos rischia di diventare il simbolo di un conflitto istituzionale senza precedenti, destinato ad avere ripercussioni non soltanto religiose ma anche costituzionali e internazionali.

Un conflitto che dura da anni

Lo scontro tra Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena non nasce oggi.

Dal 2018, anno della cosiddetta “Rivoluzione di velluto”, il rapporto tra il governo e il Catholicos si è progressivamente deteriorato, fino a trasformarsi in un confronto aperto.

Negli ultimi mesi il Primo Ministro ha intensificato gli attacchi pubblici contro Sua Santità Karekin II, arrivando a chiederne apertamente le dimissioni e sostenendo la necessità di una profonda “riforma” della Chiesa. In questa prospettiva è stato perfino promosso un “comitato di cittadini” con l’obiettivo dichiarato di individuare una nuova guida per il Catholicosato.

Una scelta che molti canonisti e costituzionalisti giudicano incompatibile con il principio della separazione tra Stato e Chiesa sancito dalla Costituzione armena.

Il caso Saroyan

L’origine immediata del procedimento giudiziario risale alla destituzione del Vescovo Gevorg Saroyan, Primate della diocesi di Masyatsotn.

La Chiesa aveva motivato la decisione richiamando presunti abusi d’ufficio, gravi irregolarità amministrative e pressioni esercitate sul clero della diocesi.

Saroyan ha respinto ogni accusa e si è rivolto ai tribunali civili, ottenendo un provvedimento favorevole che disponeva il suo reintegro.

La gerarchia ecclesiastica, tuttavia, ha sostenuto che la questione rientrasse esclusivamente nella propria giurisdizione canonica, rifiutando di eseguire la decisione.

Da qui l’incriminazione del Catholicos e di altri cinque vescovi – gli Arcivescovi Nathan Hovhannisyan e Haykazun Najaryan, i Vescovi Vahan Hovhannesyan, Edgar Hakobyan e Artur Hakobyan – accusati di avere ostacolato l’esecuzione di una decisione giudiziaria mediante abuso delle rispettive funzioni. Contestualmente è stato disposto anche il divieto di espatrio.

La denuncia di un progressivo ridimensionamento della Chiesa

I sostenitori del Catholicos leggono il processo come l’ultimo tassello di una politica di progressiva marginalizzazione della Chiesa Apostolica Armena. Tra i provvedimenti frequentemente richiamati figurano:

la revoca dei passaporti diplomatici al clero;

l’eliminazione dell’insegnamento della storia della Chiesa armena dalle scuole pubbliche;

la soppressione del servizio dei cappellani negli istituti penitenziari e nelle Forze Armate;

nuove imposizioni fiscali sulle offerte dei fedeli;

le operazioni di polizia all’interno del complesso della Santa Sede di Etchmiadzin;

gli arresti di ecclesiastici accusati di reati che la Chiesa considera politicamente motivati.

Tra gli episodi più contestati figura inoltre il mancato permesso concesso al Catholicos di pronunciare la tradizionale preghiera durante la seduta inaugurale del Parlamento del 2 agosto 2026, circostanza interpretata da molti come un ulteriore segnale della crescente contrapposizione istituzionale (Il nuovo Parlamento armeno aperto senza il Catholicos: una frattura senza precedenti tra Stato e Chiesa Apostolica Armena – 2 agosto 2026).

Una questione che supera il diritto

Per numerosi osservatori la vicenda non riguarda soltanto un conflitto tra governo e gerarchia ecclesiastica.

L’Armenia è universalmente conosciuta come il primo Stato ad aver adottato ufficialmente il Cristianesimo quale religione di Stato, all’inizio del IV secolo. La Chiesa Apostolica Armena non rappresenta soltanto una confessione religiosa, ma uno degli elementi fondamentali dell’identità storica e nazionale del popolo armeno.

Proprio per questo motivo il possibile processo e l’eventuale carcerazione del Catholicos assumono una portata simbolica che va ben oltre la vicenda giudiziaria.

Lo stesso Karekin II ha dichiarato che non intende dimettersi, affermando che continuerà a esercitare il proprio ministero anche qualora fosse incarcerato.

Un banco di prova per lo Stato di diritto

L’udienza del 7 agosto sarà osservata con attenzione non soltanto dagli Armeni della madrepatria e della diaspora, ma anche dalle organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei diritti fondamentali.

Molti giuristi ritengono che il procedimento finirà inevitabilmente per essere oggetto di valutazione anche nelle sedi europee competenti, qualora dovessero emergere violazioni della libertà religiosa, dell’autonomia delle confessioni o del principio di separazione tra Stato e Chiesa.

Qualunque sia l’esito processuale, il caso Karekin II è destinato a diventare uno dei capitoli più significativi della recente storia costituzionale armena. Per un Paese già profondamente segnato dalle conseguenze della guerra del Nagorno-Karabakh, dall’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh e dalle numerose vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti politici, militari e religiosi, il processo al Catholicos rappresenta oggi un nuovo banco di prova per la tenuta delle istituzioni democratiche e dello Stato di diritto in Armenia.

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Volontariato ESC in Armenia: attivismo e creatività (PortaledeiGiovani 04.08.26)

Volontariato ESC in Armenia: attivismo e creatività

L’organizzazione Armenian Progressive Youth (APY) ti invita a unirti a un team internazionale di volontari a Charentsavan, in Armenia, per un’esperienza intensiva di un mese dedicata alla crescita personale e all’impegno sociale.

Attività e missione presso l’Alternative Youth Center 

Il cuore del progetto è l’Alternative Youth Center, uno spazio vibrante dedicato allo sviluppo della comunità e allo scambio interculturale. In qualità di volontari*, supporterai attivamente il centro attraverso diverse mansioni, come:

  • cura degli spazi verdi e del giardino;
  • attività di tutela ambientale;
  • organizzazione di workshop, dibattiti ed eventi comunitari;
  • creazione di contenuti per i media e i social media, per dare visibilità alle iniziative locali.
Profilo del partecipante e requisiti 

L’opportunità è rivolta a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Non sono richieste competenze tecniche o linguistiche specifiche, ma è fondamentale avere spirito d’iniziativa voglia di confrontarsi con una cultura ricca di storia e ospitalità.
Oltre alle ore di servizio, avrai l’opportunità di esplorare i paesaggi e i monasteri che rendono l’Armenia una meta unica al mondo.

Logistica e benefici del programma ESC 

Il progetto si svolgerà dal 22 ottobre al 19 novembre 2026.
Come previsto dagli standard del Corpo Europeo di Solidarietà, la partecipazione è interamente finanziata: i costi di viaggio, alloggio, assicurazione e trasporti locali sono coperti. Riceverai inoltre un’indennità per il vitto e un pocket money giornaliero per le tue spese personali.

Scadenze e candidatura 

Se vuoi vivere un autunno diverso tra le montagne dell’Armenia, non aspettare: il termine ultimo per presentare la tua domanda è il 6 settembre 2026 (ma le candidature potrebbero chiudere prima!).
Candidati compilando il modulo online, ma non dimenticare di registrarti sul Portale ufficiale del Corpo europeo di solidarietà!

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Hama­syan riscrive la geo­gra­fia sonora del jazz (Corriere della Sera 04.08.26)

Laprogrammazione di CUBO Live volge quasi al termine e stasera propone un concerto di Tigran Hamasyan (Giardini di Porta Europa, ore 21.30, ingresso gratuito). Il musicista armeno è un artista che costruisce geografie, dove l’Armenia non coincide con un territorio, ma con una memoria sonora fatta di montagne, monasteri, canti liturgici e racconti popolari. Ascoltare i suoi dischi significa attraversare un paesaggio dove il tempo sembra sospeso e la tradizione smette di essere un archivio per trasformarsi in una forza creativa. Hamasyan non reinterpreta il passato, perché ha deciso che il passato può parlare con il presente. Le melodie popolari, la musica sacra, le antiche modalità armene non vengono trattate come pezzi da museo, ma come materia ancora viva, pronta a dialogare con il jazz, la musica colta europea, l’elettronica e perfino con le complesse ritmiche del progressive metal. In un’intervista rilasciata al «The Guardian» spiegava la natura del suo percorso: «Si può chiamare jazz perché improvviso, ma il linguaggio che cerco quando improvviso non è quello del bebop: è quello della musica popolare armena». Una dichiarazione che può mettere in crisi chi lo reputa un musicista jazz fino al midollo ma aiuta a liberare la sua musica da uno steccato ben definito. Hamasyan appartiene al jazz, ma anche ad un linguaggio che abbraccia secoli di storia ed è terribilmente proiettato verso il futuro. Il musicista vive a tutto tondo le sette note: «Quando incontro un linguaggio musicale, sento il bisogno di immergermi completamente in esso». È probabilmente questa disponibilità all’ascolto che rende le sue composizioni difficili da classificare. Nato a Gyumri nel 1987, il pianista si è imposto giovanissimo all’attenzione internazionale grazie alle vittorie al Montreux Jazz Piano Competition e al Thelonious Monk International Jazz Piano Competition. Importantissime anche le sue uscite discografiche. Da «A fable» a «Mockroot», da «An ancient observer» fino a «Manifeste» (l’ultimo album), ogni lavoro amplia un universo compositivo in cui il pianoforte dialoga con la voce, la tradizione orale e il ritmo. Non sono semplici raccolte di brani, ma opere studiate come percorsi narrativi, attraversati da un’idea coerente della musica.

In concerto Hamasyan al pianoforte, elettronica e voce, è accompagnato da Yessaï Karapetian (tastiere, elettronica), Marc Karapetian (basso elettrico, voce) e Arman Mnatsakanyan (batteria). Live in collaborazione con Fondazione Musica Insieme


Il pianoforte Tigran Hamasyan. Tra classica, jazz e suoni etnici (Il Resto del carlino)

Terra Santa: Gerusalemme, ancora pietre e sputi contro il patriarcato armeno. Abunassar “matrice razzista (SIR 04.08.26)

Nuovo episodio di violenza contro la comunità cristiana nella Città Vecchia di Gerusalemme. Il monastero di San Giacomo, sede del Patriarcato armeno, è stato preso di mira da un gruppo di estremisti ebrei che ha sputato all’ingresso della struttura e lanciato pietre contro il complesso monastico (video). Secondo quanto riporta il sito giordano Abouna.org, la polizia israeliana ha arrestato sei sospetti, tra cui cinque minorenni e un adulto, dopo aver raccolto segnalazioni da cittadini e testimoni oculari presenti nella zona. Tre dei fermati sono stati deferiti all’autorità giudiziaria per valutare la proroga della custodia cautelare, mentre gli altri tre sono stati rilasciati con misure restrittive. Le forze dell’ordine hanno affermato di considerare con la “massima serietà” qualsiasi episodio di violenza o razzismo e hanno assicurato che proseguiranno le indagini per individuare e perseguire i responsabili. L’episodio si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per l’aumento delle aggressioni contro i cristiani e i loro luoghi di culto a Gerusalemme, in particolare nella Città Vecchia. Citando un rapporto del Religious Freedom Data Center, Abouna.org evidenzia che tra aprile e giugno 2026 sono stati registrati 83 attacchi contro cristiani, quasi il doppio rispetto al trimestre precedente. Tra gli episodi documentati figurano sputi, aggressioni fisiche, minacce, insulti, atti vandalici e lanci di pietre contro chiese e monasteri. Il rapporto sottolinea inoltre che molti degli autori delle aggressioni sarebbero minorenni e, in alcuni casi, incoraggiati dai propri familiari. Un dato che trova riscontro anche nell’ultimo episodio, dove cinque dei sei arrestati non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Da tempo le Chiese di Terra Santa denunciano una recrudescenza di questi atti ostili, sostenendo che non si tratta più di casi sporadici ma di un fenomeno che rischia di compromettere la serenità e la presenza della comunità cristiana nella Città Santa. Diversi sacerdoti e religiosi, riportano media internazionali citati da Abouna.org, riferiscono che sputi, insulti e molestie sono ormai esperienze frequenti quando indossano l’abito religioso o mostrano simboli cristiani nello spazio pubblico. L’attacco al monastero di San Giacomo giunge alcuni mesi dopo l’aggressione a una religiosa francese sul Monte Sion, spinta a terra e colpita con calci da un estremista. Un episodio che aveva suscitato dure condanne e rinnovato gli appelli delle Chiese per una tutela più efficace dei luoghi santi, della libertà religiosa e della dignità di tutti i credenti. Wadie Abunassar, Coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, attraverso i social media, davanti alla notizia degli arresti degli autori del gesto, ha ribadito che “occorre lavorare con determinazione per eliminare l’odio”. Citando anche l’aggressione di un autista arabo, fermo con il suo veicolo a un semaforo, da parte di giovani ebrei, Abunassar ha rimarcato che “sono episodi di matrice razzista. Per questo non basta arrestare gli aggressori: è necessario indagare seriamente sui contesti nei quali maturano e si alimentano sentimenti di odio e intolleranza. Occorre inoltre applicare sanzioni severe, non solo per impedire ai responsabili di reiterare simili comportamenti, ma anche per scoraggiare altri dal compiere atti analoghi. Tutto ciò è tanto più urgente in un momento in cui sembra che molti esponenti dell’estremismo di destra siano convinti di poter agire al di sopra della legge”.

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Sputi e pietre contro una chiesa armena a Gerusalemme (InfoVaticana)

Il nuovo Parlamento armeno aperto senza il Catholicos: una frattura senza precedenti tra Stato e Chiesa Apostolica Armena (Korazym 02.08.26)

Per la prima volta dalla riconquistata indipendenza dell’Armenia, la nuova Assemblea Nazionale si è riunita senza la presenza del Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Sua Santità Karekin II non è stato invitato alla seduta inaugurale della IX legislatura, celebrata oggi a Erevan, interrompendo una tradizione che, dalla nascita della Repubblica post-sovietica, aveva sempre visto il capo della Chiesa Apostolica Armena rivolgere un messaggio di benvenuto e impartire la benedizione ai nuovi parlamentari prima del loro giuramento.

L’assenza del Catholicos non costituisce soltanto un fatto protocollare. Essa rappresenta il segnale più evidente della profonda crisi istituzionale che da mesi oppone il Governo guidato dal Primo Ministro Nikol Pashinyan alla più antica istituzione religiosa del Paese, in quella che continua ad apparire come una delle più delicate vicende politiche e costituzionali della storia recente dell’Armenia.

Questo Blog dell’Editore ha seguito costantemente questa evoluzione, documentando il progressivo deterioramento dei rapporti tra l’esecutivo e la Santa Sede di Etchmiadzin, le richieste pubbliche di dimissioni rivolte dal Primo Ministro Nikol Pashinyan al Catholicos Karekin II, i procedimenti giudiziari avviati contro autorevoli esponenti della Chiesa Apostolica Armena e le crescenti preoccupazioni suscitate, anche a livello internazionale, circa il rispetto dell’autonomia della Chiesa nella prima nazione Cristiana della storia [*].

Una tradizione interrotta

La Santa Sede di Etchmiadzin ha confermato di non avere ricevuto alcun invito ufficiale per la cerimonia inaugurale del nuovo Parlamento. L’esclusione appare tanto più significativa se si considera che la legislazione armena riconosce formalmente al Catholicos il diritto di rivolgere un discorso di benvenuto all’apertura della prima sessione parlamentare, insieme al Presidente della Repubblica.

La consuetudine era stata rispettata anche nei momenti di maggiore tensione politica, compresi gli anni successivi alla guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, quando la Chiesa aveva apertamente chiesto le dimissioni del Primo Ministro. Anche dopo le elezioni anticipate del 2021 il Catholicos aveva guidato la tradizionale preghiera inaugurale.

L’Assemblea Nazionale non ha fornito spiegazioni ufficiali circa la mancata convocazione del capo della Chiesa Apostolica Armena. Alcuni esponenti della maggioranza del partito Contratto Civile hanno sostenuto che la sua partecipazione costituirebbe una facoltà e non un obbligo giuridico, interpretazione contestata dall’opposizione.

 

La protesta dell’opposizione

L’assenza del Catholicos ha immediatamente provocato una dura reazione delle forze di opposizione.

I deputati dell’opposizione di Alleanza Armena e di Alleanza Armenia Forte hanno denunciato quella che definiscono una violazione del regolamento parlamentare, rifiutandosi di partecipare normalmente alla cerimonia del giuramento. Rimasti seduti durante la lettura della formula, hanno evitato di pronunciarla pubblicamente, limitandosi successivamente a sottoscriverne il testo.

La protesta si è aggiunta alle polemiche già emerse all’inizio della seduta, quando i parlamentari di Armenia Forte avevano scelto di non alzarsi in piedi durante il giuramento istituzionale e di non applaudire il Presidente della Repubblica, Vahagn Khachatryan.

Nel corso della discussione parlamentare è stato inoltre richiamato il caso del deputato Artur Sargsyan, assente perché ancora agli arresti domiciliari. L’opposizione ha definito anche questa vicenda una conseguenza di una crescente politicizzazione della giustizia.

Intervenendo durante la sessione, il deputato Gegham Manukyan, di Alleanza Armenia, ha descritto il caso contro Sargsyan come politicamente motivato, sostenendo che il tribunale gli aveva impedito di partecipare nonostante una sentenza della Corte Costituzionale.

Rivolgendosi al Presidente della sessione, Knyaz Hasanov, Manukyan ha affermato che Hasanov, in quanto rappresentante della comunità curda armena, dovrebbe comprendere le implicazioni della reclusione politica. Ha inoltre fatto riferimento alla reclusione di figure politiche curde in Turchia, criticando la decisione del tribunale riguardo a Sargsyan. Knyaz Hasanov ha osservato che nessuno potrebbe impedire al Catholicos di partecipare all’Assemblea Nazionale se decidesse di farlo.

Le dimissioni costituzionali del Governo

La prima seduta della nuova Assemblea Nazionale ha coinciso, come previsto dall’articolo 158 della Costituzione armena, con le dimissioni formali del Governo.

Lo stesso Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato, attraverso un videomessaggio, la presentazione delle dimissioni dell’esecutivo, precisando che il Governo continuerà ad esercitare le proprie funzioni fino alla formazione del nuovo Gabinetto. La rielezione di Pashinyan appare comunque scontata, grazie alla maggioranza parlamentare di cui dispone il partito Contratto Civile.

Uno scontro che continua ad aggravarsi

L’episodio odierno costituisce soltanto l’ultimo passaggio di un confronto che negli ultimi mesi ha assunto caratteristiche sempre più radicali.

Pashinyan ha più volte chiesto pubblicamente le dimissioni del Catholicos Karekin II, sostenendo che non possa più continuare ad esercitare il proprio ministero. Il partito di governo ha inserito nel proprio programma politico l’obiettivo di promuoverne la sostituzione entro il 2031. Parallelamente, le autorità giudiziarie hanno aperto procedimenti penali nei confronti del Catholicos e di numerosi alti prelati vicini alla Santa Sede di Etchmiadzin, mentre la Chiesa denuncia continue interferenze dello Stato nella propria autonomia.

Le autorità hanno inoltre contestato a Karekin II presunte violazioni del voto di celibato, mentre suo fratello, l’Arcivescovo Yezras Nersissian, guida della diocesi armena in Russia, è stato accusato di collegamenti con servizi d’intelligence stranieri. Il Governo insiste sulla necessità di una profonda riforma della Chiesa e di una revisione delle modalità di elezione del Catholicos.

Una questione che supera la politica

La mancata partecipazione del Catholicos all’apertura della nuova Assemblea Nazionale assume un significato che va ben oltre il cerimoniale istituzionale.

Per un Paese che rivendica di essere la prima nazione Cristiana della storia, l’interruzione di una tradizione consolidata rappresenta un passaggio altamente simbolico. Lo scontro tra il Governo e la Chiesa Apostolica Armena non riguarda più soltanto il confronto politico tra maggioranza e opposizione, ma investe direttamente il rapporto tra le istituzioni dello Stato, l’identità religiosa della nazione e il ruolo storico della Santa Sede di Etchmiadzin nella vita del popolo armeno.

L’evoluzione di questa crisi continua pertanto a rappresentare uno dei dossier più delicati dell’attuale scenario caucasico, sul quale il Blog dell’Editore continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi.

[*] Dichiarazione dell’Istituto Lemkin sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena – 31 dicembre 2025

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Armenia, Nikol Pashinyan confermato primo ministro: via libera al nuovo esecutivo (Agenparl 02.08.26)

Il quadro istituzionale di Yerevan si è ufficialmente sbloccato. Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha firmato il decreto di rinomina per Nikol Pashinyan, che torna così alla guida del paese per un nuovo mandato. Un passaggio ampiamente previsto dopo l’esito delle urne, che restituisce adesso la pienezza formale dei poteri all’ esecutivo.

Quotidiani

I passaggi istituzionali e i numeri del parlamento

La procedura rispetta in pieno l’iter previsto dalla legge:

  • Le dimissioni tecniche: Con la prima seduta della nuova Assemblea Nazionale, l’esecutivo uscente ha presentato le dimissioni di rito, continuando a occuparsi degli affari correnti fino al completamento della squadra di  governo.
  • La maggioranza alla Camera: Il partito di Pashinyan, Contratto Civile, si è assicurato 64 seggi su 105 nel parlamento. Una solida maggioranza che ha permesso di indicare direttamente il leader come candidato premier senza la necessità di coalizioni complesse.

Cosa c’è in gioco per il nuovo governo

La riconferma arriva in una fase di profonda ridefinizione geopolitica per l’Armenia:

  • I rapporti con l’estero: Pashinyan prosegue nella strategia di smarcamento dalla tradizionale orbita russa, aprendo a forti sinergie e dialoghi con l’Unione Europea.
  • Il percorso di pace: Sul fronte regionale, il governo deve blindare i fragili equilibri nel Caucaso, puntando a chiudere definitivamente i conti con gli strascichi dei conflitti passati attraverso accordi stabili con i paesi confinanti.

La riconferma arriva in una fase di profonda ridefinizione geopolitica per l’Armenia, in cui il premier è chiamato a proseguire la delicata strategia di smarcamento dalla tradizionale orbita russa per blindare i fragili equilibri regionali attraverso accordi stabili con i paesi vicini.

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