“E dal cielo caddero tre mele”: vivere l’Armenia con Narine Abgarjan (Meridiano13 17.04.26)

Fresco di stampa per i tipi di EinaudiE dal cielo caddero tre mele  che abbiamo letto e consigliato nella nostra ultima newsletter libresca  è un romanzo ambientato nel paesino immaginario di Maran, sperduto tra le montagne dell’Armenia e abitato da pochi anziani sopravvissuti a guerre, carestie e dolori. Al centro della storia c’è Anatolija, donna segnata dalla perdita, che ha deciso che l’ora della sua morte è vicina.

«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt’uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell’ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini.

[Estratto dalla quarta di copertina del volume]

Un villaggio sospeso tra cielo e terra

C’è un luogo che non troverete su nessuna mappa dell’Armenia: Maran è infatti un piccolo villaggio caucasico immaginato dall’autrice di questo romanzo, aggrappato a un altopiano di montagna, così in alto e così lontano dal mondo da sembrare dimenticato da tutto e da tutti. Tranne che dalla morte. Quando il romanzo si apre, Maran sta morendo insieme ai suoi ultimi abitanti: poche anime anziane, consumate dagli anni e dai dolori, che aspettano la fine con la stessa rassegnazione con cui guardano il cielo cambiare stagione.

È in questo scenario, sospeso come in una fiaba, che la scrittrice armena Narine Abgarjan ambienta il suo romanzo più noto, pubblicato in Russia nel 2014 e uscito in italiano grazie alla traduzione di Claudia Zonghetti*.

Parlare di trama, però, per questo libro è quasi riduttivo. La storia, se proprio vogliamo tracciarla, ruota sì attorno alla morte e ad Anatolija, ma non solo: si rivela una serie di voci, ricordi e racconti intrecciati, perché ogni personaggio porta con sé una vita intera fatta di ferite e perdite. Eppure, non c’è paura della morte in questo libro, ma una sorta di familiarità dolente perché essa arriva come una vicina di casa burbera, ma in fondo in fondo conosciuta.

Abgarjan costruisce il suo mondo per stratificazione: al presente si sovrappongono continuamente il passato, con una naturalezza che ricorda le grandi tradizioni del realismo magico, ma che riesce a rendere in uno stile peculiare.

Il titolo stesso, E dal cielo caddero tre mele, è ricco di significato perché richiama una formula delle fiabe armene, in cui le tre mele che cadono rappresentano: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha creduto.

Di seguito, su concessione della casa editrice e dell’autrice, ne riportiamo un brevissimo estratto iniziale, che non farà che invitarvi alla lettura.

E dal cielo caddero tre mele

Una per chi ha visto

Uno

Venerdì subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire.

Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, scoperchiò le botti sotto le grondaie: se fosse scoppiato un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò fra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco nello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori dall’armadio «le cose da morto»: l’abito in lana col colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura, il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna. Jasaman avrebbe capito che lo voleva fra le dita.

Lasciò i vestiti nel punto più in vista del soggiorno – il pesante tavolo di rovere con la tovaglietta di tela rozza che, a sollevarne un lembo, rivelava i segni chiarissimi e profondi di due colpi d’ascia –, posò sul mucchietto la busta coi soldi per il funerale, prese dalla credenza una vecchia tovaglia di tela cerata a scacchi e andò in camera. Lì scoprì il letto, tagliò in due la tovaglia, ne stese una metà sul lenzuolo, ci si sdraiò sopra, usò l’altra metà per coprirsi, tirò su anche la trapunta, incrociò le braccia sul petto, per qualche lungo istante cercò con la nuca la posizione più comoda sul cuscino, fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Si rialzò subito per andare a spalancare le imposte, che bloccò coi vasi di geranio perché non sbattessero, dopodiché tornò a sdraiarsi. Ora poteva stare tranquilla: spogliata del suo corpo mortale, l’anima non avrebbe vagato sperduta per la stanza e, una volta libera, avrebbe spiccato il volo dalla finestra aperta, incontro al cielo.

Quei preparativi puntigliosi e caparbi si dovevano a una ragione importante e triste insieme: Sevojants Anatolija perdeva sangue dal giorno prima. Quando aveva scoperto le chiazze scure sulla biancheria si era innanzitutto stupita; poi, dopo averle esaminate con attenzione e avere stabilito che era proprio sangue, era scoppiata in un pianto dirotto. Si era subito vergognata della sua paura, però, e subito si era fatta coraggio, asciugandosi in fretta e furia le lacrime con un angolo del fazzoletto che aveva in testa. A che serviva piangere, se l’inevitabile non poteva essere evitato? La morte non è uguale per tutti: a qualcuno ferma il cuore, di qualcun altro si fa beffe privandolo della ragione. A lei era toccato di morire dissanguata.

Anatolija non aveva il minimo dubbio che il suo male fosse incurabile e fulminante. Non per nulla l’aveva trafitta nella parte più inutile e insulsa del suo corpo, l’utero. Ti punisco, pareva dirle, perché hai mancato al tuo principale dovere di donna: mettere al mondo dei figli.

Tuttavia, quand’ebbe deciso che mai più avrebbe pianto e mai più si sarebbe lagnata della sua sorte, a quella stessa sorte Anatolija si rassegnò, ritrovando in un attimo la serenità. Frugò nel baule della biancheria, ne cavò un vecchio lenzuolo, fece delle pezze e le usò come assorbenti. Verso sera, però, le perdite erano talmente abbondanti che dentro di lei pareva essere scoppiata una vena senza fondo. Attinse, dunque, alle misere scorte di ovatta che teneva in casa. E poiché l’ovatta non sarebbe durata a lungo, scucì un angolo della trapunta, sfilò alcuni fiocchi di lana, li lavò con cura e li stese ad asciugare sul davanzale. Certo, avrebbe potuto fare un salto da Šlapkants Jasaman, che viveva poco distante, per chiederla a lei, un po’ d’ovatta, ma desistette: se poi non riusciva a tenere a freno la lingua, scoppiava a piangere e le scappava detto che stava per morire? Jasaman si sarebbe spaventata e sarebbe corsa da Satenik: telegrafa subito a valle e di’ che mandino un’ambulanza…

Anatolija non aveva alcuna intenzione di fare il giro dei dottori per sottoporsi a una sfilza di esami tanto dolorosi quanto inutili.

Anatolija aveva deciso di morire in pace e dignità, tranquilla e serena, fra le mura della casa in cui aveva vissuto invano la sua difficile vita.

Si coricò che era già tardi, dopo avere guardato a lungo l’album di famiglia; alla luce fioca del lume a petrolio, i visi dei suoi cari, ormai nel Lete, sembravano quanto mai tristi e pensierosi. Ci vediamo presto, sussurrava Anatolija accarezzando ogni fotografia con le dita indurite dal lavoro nei campi, ci vediamo presto. Prese sonno facilmente, nonostante l’angoscia e lo sconforto, e dormì fino al mattino. La svegliò il canto smanioso del gallo: era una furia, dentro al pollaio, stanco di aspettare che lo liberassero nell’orto. Anatolija si concentrò per capire come si sentiva. Non male, decise: niente che la preoccupasse, a parte qualche dolore alle reni e un vago capogiro. Si alzò con cautela, andò alla latrina e non senza un ghigno di soddisfazione constatò che le perdite erano più abbondanti che mai. Tornò in casa e si fece una specie di assorbente con un pezzo di stoffa e qualche fiocco di lana. Se continuava a quel modo, la mattina seguente non avrebbe più avuto una goccia di sangue in corpo. Poteva essere l’ultima volta, dunque, in cui vedeva sorgere il sole.

Rimase sulla veranda ad assorbire con ogni poro la luce timida del mattino. Poi andò dalla vicina: a salutarla, a chiederle come stava. Era giorno di bucato per Jasaman, che stava giusto piazzando una pesante tinozza d’acqua sulla stufa a legna. Mentre l’acqua si scaldava, parlarono del più e del meno e delle tante faccende da sbrigare. Era quasi tempo di more di gelso e ci sarebbe stato da raccoglierne in quantità: di una parte avrebbero fatto sciroppo, un’altra l’avrebbero essiccata e un’altra ancora sarebbe finita a fermentare in una botte di legno prima di diventare acquavite. Era anche tempo di raccogliere l’erba brusca; un altro paio di settimane e sarebbe stato troppo tardi: il sole di giugno l’avrebbe seccata in un attimo e non sarebbe stata più buona a nulla. Quando dentro alla tinozza l’acqua cominciò a bollire, Anatolija salutò l’amica e se ne andò. Poteva stare tranquilla: fino al mattino seguente Jasaman si sarebbe dimenticata di lei. Con tutti quei panni da lavare, inamidare, sbiancare col turchinetto, stendere al sole, raccogliere e stirare, ne avrebbe avuto fino a sera tardi. Dunque lei, Anatolija, aveva tutto il tempo per andarsene tranquillamente all’altro mondo.

Confortata, passò la mattina a sbrigare senza fretta le solite faccende, e soltanto nel primo pomeriggio, col sole che percorreva la volta celeste scivolando composto verso l’estremità a ponente della vallata, tornò a coricarsi, pronta a morire.

e dal cielo daccero tre mele
La copertina del volume uscito per Einaudi

E dal cielo caddero tre mele, Narine Abgarjan, traduzione di Claudia Zonghetti, Einaudi, 2026


Narine Abgarjan è nata in Armenia nel 1971 e si è laureata in Lingua e Letteratura russa all’Università di Erevan. Le tracce della sua terra natale sono alla base di tutte le sue opere, a partire dalla prima, la trilogia Manjunja, che ha immediatamente conquistato il favore dei lettori. Nei dieci anni successivi l’autrice ha pubblicato altri sei romanzi e quattro raccolte di racconti. I suoi libri, tradotti in una trentina di lingue, sono stati adattati per il teatro, il cinema e la televisione, anche in versione animata. Nel marzo del 2020 il The Guardian l’ha inclusa fra i sei autori europei piú brillanti. Attualmente vive in Germania, dove si è trasferita dall’Armenia nel 2022.

Claudia Zonghetti traduce dal russo classici e contemporanei. Oltre a Vasilij Grossman, Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj, e alle indagini di Anna Politkovskaja, ha dato voce italiana (tra gli altri) a Pavel Florenskij, Varlam Šalamov, Gajto Gazdanov, e a contemporanei come Narine Abgarjan, Guzel’ Jachina, Saša Filipenko. È socia di Memorial Italia, Strade e AITI.

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