Gli ostaggi Armeni portano i processi di Baku davanti alla CEDU. Depositato il ricorso per quindici detenuti (Korazym 01.09.26)
Il passaggio che avevamo annunciato il 10 luglio scorso, riferendo dell’apertura della via verso Strasburgo per Ruben Vardanyan e degli ostacoli incontrati dagli altri quindici detenuti, si è ora compiuto anche per questi ultimi: il 21 agosto è stato depositato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il ricorso collettivo contro l’Azerbaigian per le violazioni che sarebbero state commesse nei loro confronti. Tra i ricorrenti figurano gli ex vertici politici e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.
A presentare il ricorso è stata l’avvocato e difensore dei diritti umani Siranush Sahakyan, rappresentante dei prigionieri Armeni davanti alla Corte di Strasburgo, in collaborazione con il Center for International and Comparative Law e l’Armenian Legal Center for Justice and Human Rights. La notizia, resa pubblica il 31 agosto, è stata riferita tra gli altri da Horizon Weekly.
Il ricorso riguarda gli ex Presidenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh Bako Sahakyan, Arkadi Ghukasyan e Arayik Harutyunyan; l’ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Davit Ishkhanyan; l’ex Ministro degli Esteri Davit Babayan; l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Davit Manukyan; l’ex Ministro della Difesa Levon Mnatsakanyan; nonché Madat Babayan, Garik Martirosyan, Levon Balayan, Davit Allahverdyan, Vasili Beglaryan, Erik Ghazaryan, Gurgen Stepanyan e Melikset Pashayan.
Dal ricorso annunciato al procedimento davanti a Strasburgo
Il nuovo ricorso costituisce un passaggio distinto da quello già presentato per Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, il cui procedimento è stato separato da quello degli altri detenuti e si è concluso il 17 febbraio 2026 con una condanna a venti anni di reclusione.
Il 10 luglio avevamo riferito che Vardanyan si preparava a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Successivamente era emerso che anche i quindici Armeni processati congiuntamente davanti al Tribunale militare di Baku intendevano rivolgersi a Strasburgo. Quel ricorso ora è stato formalmente depositato.
Il caso di Vardanyan e il ricorso collettivo dei quindici detenuti non esauriscono la questione dei diciannove Armeni che risultano ancora trattenuti nelle carceri azere. Come abbiamo sottolineato nella nostra copertura, la loro liberazione continua a rappresentare un banco di prova per la credibilità del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian: nessuna intesa geopolitica può ignorare la sorte degli ostaggi Armeni.
Le contestazioni sui processi celebrati a Baku
Il ricorso sostiene che i procedimenti celebrati dal Tribunale militare di Baku siano incompatibili con il diritto a un processo equo garantito dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Secondo i ricorrenti, si sarebbe trattato di processi dall’esito predeterminato, privi delle garanzie di indipendenza e imparzialità richieste dalla Convenzione.
Viene inoltre contestata la competenza di un tribunale militare a giudicare imputati civili, compresi gli ex responsabili politici della Repubblica di Artsakh.
Un altro punto riguarda la presunzione d’innocenza. Prima ancora che fossero pronunciate le sentenze, alti rappresentanti delle autorità azere, compreso il Presidente Ilham Aliyev, avevano pubblicamente definito gli imputati «terroristi», «criminali di guerra» e «separatisti». La stessa rappresentazione sarebbe stata ripresa dai mezzi d’informazione statali o vicini al governo, presentando le accuse come fatti già accertati e contribuendo così, secondo il ricorso, a costruire una dichiarazione pubblica di colpevolezza precedente alla conclusione dei processi.
Centocinquemila pagine e il diritto alla difesa
Particolarmente gravi sono le contestazioni relative alle concrete possibilità concesse agli imputati di preparare la propria difesa.
Il fascicolo processuale era composto da 422 volumi, per un totale di circa 105.000 pagine. Secondo quanto documentato nel ricorso, la maggior parte di questo materiale non sarebbe stata resa disponibile in una traduzione adeguata. Le richieste della difesa di consultare integralmente gli atti, ottenere le traduzioni necessarie, disporre di tempo sufficiente e comunicare efficacemente con gli assistiti sarebbero state respinte o soddisfatte con ritardi incompatibili con l’effettivo esercizio del diritto alla difesa.
Le restrizioni sarebbero proseguite anche dopo la pronuncia delle sentenze. Ai detenuti sarebbe stato consentito soltanto di leggere un testo privo di sigillo ufficiale e di altri elementi capaci di certificarne autenticità, completezza e definitività. Né le famiglie né gli avvocati nominati in Azerbaigian avrebbero ricevuto copie integrali certificate delle decisioni, ma soltanto alcuni estratti.
Nonostante queste limitazioni, il 6 agosto 2026 la Corte d’Appello azera ha confermato le condanne, senza modificare le pene inflitte.
Il principio: nessuna pena senza una responsabilità personale
Il ricorso invoca anche l’articolo 7 della Convenzione, che sancisce il principio secondo cui non può esservi reato né pena senza una legge che qualifichi come criminale la condotta contestata.
Secondo i ricorrenti, la partecipazione dei dirigenti politico-militari dell’Artsakh alle operazioni belliche o il semplice porto di armi non possono essere automaticamente trasformati in terrorismo o in altre fattispecie penali. Per giungere a una condanna sarebbe stato necessario individuare, per ciascun imputato, una specifica condotta criminale e dimostrarne la responsabilità personale, senza ricorrere a un’attribuzione collettiva di colpe.
È questo uno dei punti centrali dell’intera vicenda: stabilire se i processi abbiano accertato responsabilità penali individuali oppure abbiano giudicato, attraverso i loro ex dirigenti, l’esistenza stessa della Repubblica di Artsakh e l’esercizio del diritto all’autodeterminazione da parte della sua popolazione armena.
Ciò che Strasburgo potrà decidere
Il deposito del ricorso non comporta automaticamente una pronuncia sul merito. La Corte dovrà innanzitutto valutarne l’ammissibilità e, qualora il procedimento prosegua, accertare se l’Azerbaigian abbia violato una o più disposizioni della Convenzione.
La CEDU non opera come una corte d’appello dei tribunali nazionali e non può annullare o modificare direttamente le loro sentenze, come precisa la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Un’eventuale decisione favorevole potrebbe tuttavia accertare sul piano giuridico internazionale che i procedimenti di Baku non hanno rispettato le garanzie fondamentali del giusto processo.
Una simile pronuncia obbligherebbe l’Azerbaigian, in quanto Stato parte della Convenzione, ad adottare le misure individuali e generali necessarie per porre rimedio alle violazioni accertate, sotto la vigilanza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. In circostanze eccezionali tali misure possono comprendere la riapertura di un processo iniquo o altri interventi capaci di rimuovere le conseguenze della violazione.
Il ricorso depositato il 21 agosto porta dunque davanti a una giurisdizione internazionale non soltanto la sorte dei quindici detenuti, ma la natura stessa dei processi celebrati a Baku. Dopo le condanne pronunciate senza un controllo internazionale indipendente, Strasburgo diventa il luogo nel quale verificare se l’Azerbaigian abbia realmente amministrato giustizia o abbia attribuito una veste giudiziaria a una decisione politica già presa.

A Parigi sono stati esposti i ritratti dei 19 prigionieri politici Armeni detenuti in Azerbaigian
A Parigi è stata inaugurata una mostra di ritratti dei 19 prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian. La mostra rimarrà aperta fino al 4 settembre. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Parigi e dal Consiglio di Coordinamento delle Organizzazioni Armene in Francia (CCAF). I ritratti sono stati esposti davanti al municipio di Parigi. Gli organizzatori affermano di voler richiamare l’attenzione sulla sorte dei prigionieri Armeni e di voler ricordare gli arresti di membri della leadership politica e militare della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh avvenuti dopo che l’Azerbaigian ha assunto il controllo della regione nel settembre 2023.


“Oggi, a Parigi, non sono esposti solo ritratti di prigionieri. Si tratta di testimonianze viventi della storia dell’Artsakh, della sua vita politica e dei diritti del suo popolo”, ha affermato Murad Papazian, co-Presidente del CCAF. La mostra ci ricorda anche il diritto degli Armeni costretti a lasciare l’Artsakh di farvi ritorno. Secondo Ara Toranyan, co-Presidente del CCAF, la mostra dovrebbe servire a ricordare la necessità del rilascio dei prigionieri armeni. “Finché i prigionieri Armeni non saranno liberati, i loro volti ricorderanno al mondo che la giustizia non può essere sostituita dall’oblio, né la libertà umana da accordi politici”, ha affermato.
Parigi ha ripetutamente espresso il proprio sostegno agli Armeni dell’Artsakh. Nell’agosto del 2023, il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo ha visitato l’Armenia insieme a politici regionali francesi e ha sostenuto un’iniziativa umanitaria a favore della popolazione dell’Artsakh sotto blocco. Nel novembre dello stesso anno, il Consiglio comunale di Parigi ha conferito all’unanimità agli Armeni dell’Artsakh il titolo di cittadini onorari della città. Nel febbraio 2026, l’Assemblea nazionale francese ha adottato una risoluzione che chiedeva il rilascio dei prigionieri Armeni, oggi ancora detenuti in Azerbaigian.
Foto di copertina: un’udienza del 7 febbraio 2025 presso il complesso giudiziario di Baku nel processo contro i quindici Armeni, tra cui gli ex vertici politici e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, le cui condanne sono ora contestate davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Foto Anadolu Agency).
