Jermuk, terme e memoria sovietica sulle montagne dell’Armenia (La Satmap 13.09.26)
A duemila metri sul Vayots Dzor, una città termale nata ai tempi dell’Urss conserva intatta parte della sua atmosfera. Tra medical spa modernissime, balere sul lago e sorgenti minerali, è una delle tappe più curiose di un viaggio nel Paese

Verso sera, nel centro di Jermuk, un piccolo bar sotto un gazebo di legno apre i tavoli per la cena. Sul menu gigante appeso alle travi ci sono panini e specialità armene scritte in caratteri ricurvi incomprensibili. Ma la musica che esce a squarciagola dalle radio, inspiegabilmente, è italiana. E di mezzo secolo fa: Adriano Celentano, qui, sembra andare per la maggiore. D’altra parte non è strano, se consideriamo che un po’ tutto, tranne i macchinari avanzatissimi delle spa medicali, sembra fermo agli anni Sessanta.

Basta entrare in uno degli alberghi di questa stazione termale armena, a duemila metri tra le montagne del Vayots Dzor, per accorgersene. Le facciate sono massicce, simmetriche, costruite con quella solennità un po’ austera delle grandi strutture pubbliche dell’epoca. Dentro si aprono corridoi lunghi e silenziosi, con file di porte tutte uguali e luci morbide che corrono lungo le pareti.
Le spa medicali della città sono tra le più attrezzate del paese, ma i costi restano molto più bassi che nelle stazioni termali e nelle spa di lusso dell’Europa occidentale: spesso un terzo, a volte anche meno.
Anche le sale da pranzo seguono la stessa logica: tavoli allineati, lampadari geometrici, grandi spazi pensati per accogliere molti ospiti contemporaneamente. Il menu è quello tipico delle località di cura dell’ex Unione Sovietica: piatti semplici, molto salutari e decisamente poco spettacolari. Grano saraceno bollito, qualche verdura, uova e carne.
Poi ci sono i dettagli. Le poltroncine basse con i braccioli in legno, i tessuti con motivi geometrici, i piccoli tavolini dove qualcuno si ferma a leggere o a chiacchierare. E le persone: uomini solidi, con quella barba di due giorni che in queste regioni è ancora considerata molto virile, un po’ da uomo di una volta.
Le regole contro il fumo ci sono, naturalmente. Ma ogni tanto si sente odore di sigaretta uscire dal bagno di qualche stanza, o si vede un medico sul balconcino con la porta socchiusa. Piccole abitudini che resistono, come tante altre cose, in questa città che sembra essersi fermata a qualche decennio fa.
Fuori dagli alberghi, la stessa atmosfera si ritrova nel parco che circonda il piccolo lago della città. Al centro dell’acqua galleggia una piattaforma di legno che ogni ora prende a bordo un gruppo di persone. La musica si sente già da lontano, arriva fino ai viali del parco. Quando si sale, si comincia subito a ballare: mazurka, valzer, un brindisi, qualche gridolino di entusiasmo. Intanto la piattaforma gira lentamente sul lago, spinta da una silenziosa elica. Per un’ora si balla senza fermarsi, poi arriva l’ultimo brindisi, un applauso collettivo e si scende. Come una piccola giostra.

Dall’alto, seduti sulle panchine con una tazza in mano, osservano la scena quelli che sono arrivati fin lì per bere l’acqua delle sorgenti. Sotto il portico si riempiono le tazze ai diversi augelli, ognuno con la sua temperatura. Qualcuno assaggia, qualcuno passeggia lentamente tra una fonte e l’altra. E intanto, dal lago, continua ad arrivare la musica.
La Jermuk che si vede oggi prende forma durante i decenni dell’Unione Sovietica. Il primo piano urbanistico della città termale risale al 1945 e nei decenni successivi sulle montagne del Vayots Dzor spuntano sanatori, alberghi e strutture per le cure. Jermuk diventa una delle località termali più note dell’Armenia sovietica, frequentata da ospiti che arrivano dalle diverse repubbliche dell’Urss per bere le acque, curarsi e trascorrere qui periodi di riposo.
Il sanatorio, del resto, era una cosa molto seria. Nell’Unione Sovietica non indicava l’ospedale vagamente sinistro che la parola può evocare oggi in italiano, ma una struttura a metà fra albergo e centro medico, dove il soggiorno era organizzato intorno a cure, alimentazione, riposo e attività fisica. Una vacanza, insomma, durante la quale qualcuno si occupava metodicamente della salute dell’ospite. E Jermuk ne aveva fatto una specialità.
L’Urss è scomparsa nel 1991. I sanatori, almeno alcuni, sono rimasti. Sono stati privatizzati, ristrutturati, aggiornati e trasformati nelle medical spa di oggi, ma senza perdere del tutto l’impronta da cui provengono. Il Moselle, per esempio, oggi un hotel a quattro stelle, era un sanatorio sovietico. E, per fortuna, un po’ si vede ancora.
Non perché siano rimasti apparecchi antidiluviani nei sotterranei. È vero piuttosto il contrario. Dietro i corridoi austeri e gli arredi che ogni tanto sembrano arrivare da un’altra epoca ci sono apparecchiature contemporanee, medici e programmi di cura che hanno continuato ad aggiornarsi. In una di queste strutture la giornata può riempirsi di bagni minerali, aerosol, cuscini riscaldati in posa sulle articolazioni, massaggi, inalazioni, fanghi, paraffina, e idromassaggi parziali del corpo: solo braccia, solo gambe, piedi e basta. C’è persino l’idromassaggio gengivale: un getto d’acqua pulsante che fuoriesce da un byte e, se non si è preparati, finisce per spruzzare il vicino di lavandino, tra le risate generali.
Ed è forse questo il modo più divertente di passare ventiquattr’ore a Jermuk: lasciarsi prendere sul serio dalla città. Bere l’acqua, farsi visitare, provare qualche trattamento, mangiare con maggiore sobrietà del solito, dormire molto. Poi uscire.
Fuori, intanto, l’altitudine ha fatto il suo lavoro. Jermuk è a oltre duemila metri e in piena estate può riservare una sorpresa a chi arriva da Erevan, dove il termometro sfiora i trenta gradi. Qui nel tardo pomeriggio si tira fuori il giubbotto e può capitare di cercare una coperta. Sulla terrazza panoramica del Moselle ne tengono a disposizione di morbide, in finta pelliccia: ci si avvolge dentro per bere qualcosa guardando le montagne mentre tira quel venticello freddo che ricorda, molto rapidamente, che siamo nel Caucaso.
Per questo, se il viaggio in Armenia dura abbastanza, Jermuk merita almeno un giorno e mezzo. Non occorre trasformare la vacanza in un soggiorno termale, né attraversare mezzo continente apposta per un massaggio alle gengive. Basta inserirla nel giro del paese e fermarsi abbastanza da entrarci dentro. Dopo monasteri appollaiati sulle montagne, gole e altipiani, qui si incontra un’altra Armenia: quella cresciuta per settant’anni dentro l’Unione Sovietica e che oggi ha imparato a portarsi dietro quel passato senza rimanerci prigioniera. E, dettaglio niente affatto secondario in estate, si dorme al fresco.
Poco più in là, il parco si apre verso il canyon scavato dal fiume Arpa. Qui l’acqua non si beve soltanto: precipita da una parete rocciosa con un salto impressionante, la cascata di Jermuk, uno dei luoghi più fotografati dell’Armenia. Gli abitanti la chiamano Mermaid’s Hair, i capelli della sirena, perché il getto bianco scivola lungo la roccia come una lunghissima ciocca.
Subito accanto al sentiero si allineano alcuni banchetti. I venditori espongono lunghi cilindri di frutta essiccata dai colori improbabili: rosso, verde, giallo. Appesi in fila sembrano quasi decorazioni più che cibo.

Ed è sempre l’acqua la vera protagonista della città. Quella che sgorga dalle sorgenti viene imbottigliata nello stabilimento poco fuori dal centro e finisce in tutta l’Armenia nelle caratteristiche bottigliette coniche con l’etichetta blu. Nei supermercati e nei ristoranti del paese la si trova ovunque: per molti armeni è semplicemente l’acqua di Jermuk, una delle più celebrate del paese.
marina.palumbo@lastampa.it
