Trump ha una leva su Aliyev. La pace tra Armenia e Azerbaigian passi anche dalla liberazione dei 19 prigionieri Armeni a Baku (Korazym 23.08.26)

Le strade possono essere aperte, le ferrovie ricostruite, i confini trasformati in vie commerciali. Ma una pace non si misura soltanto in chilometri di asfalto, investimenti e volumi di merci. Finché nelle carceri dell’Azerbaigian resteranno 19 prigionieri Armeni, alcuni dei quali appartenenti alla precedente leadership politica e militare della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian continuerà a portare con sé una questione umanitaria irrisolta, che nessun progetto infrastrutturale potrà cancellare.

È questo, in sostanza, il punto sollevato dall’analista di politica estera Darren G. Spinck, Direttore generale del Janus Forum e ricercatore non residente presso il Danube Institute, in un intervento pubblicato il 20 agosto 2026 su The Washington Times. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostiene Spinck, dispone oggi di una leva politica significativa sul Presidente azero Ilham Aliyev e dovrebbe utilizzarla per ottenere la liberazione dei 19 Armeni ancora detenuti a Baku.

La questione assume un significato particolare proprio mentre Washington cerca di consolidare il processo avviato alla Casa Bianca l’8 agosto 2025 e di trasformarlo in un nuovo assetto politico ed economico del Caucaso meridionale.

La pace non può fermarsi alla TRIPP

Uno dei cardini del nuovo scenario è la Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), il progetto destinato a creare attraverso il territorio armeno un collegamento tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhijevan.

La rotta dovrebbe rimanere sotto la sovranità e la giurisdizione dell’Armenia, consentendo al tempo stesso lo sviluppo di infrastrutture stradali, ferroviarie e di comunicazione capaci di collegare più efficacemente il Caspio, il Caucaso meridionale e i mercati europei.

Per l’Armenia, Paese senza sbocco sul mare e sottoposto da decenni alle conseguenze economiche delle frontiere chiuse, potrebbe rappresentare una possibilità concreta di trasformare una difficile collocazione geografica in una risorsa economica. Per Washington, la TRIPP costituisce anche uno strumento per accrescere la presenza politica ed economica americana in una regione storicamente inserita nella sfera d’influenza russa, senza la necessità di una presenza militare statunitense permanente. Sono prospettive importanti. Ma non bastano.

È precisamente qui che l’argomentazione di Spinck acquista rilievo. Se la pace sostenuta dagli Stati Uniti vuole essere qualcosa di più di un accordo geopolitico accompagnato da nuove rotte commerciali, deve produrre conseguenze concrete anche per le persone che continuano a portare sulla propria pelle le conseguenze della guerra. E tra queste conseguenze vi sono i 19 Armeni ancora detenuti dall’Azerbaigian.

I prigionieri che la pace non può dimenticare

 

Questo Blog dell’Editore di Korazym.org segue da anni questa vicenda e ha documentato i processi celebrati a Baku contro gli ex dirigenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, le pesantissime condanne pronunciate nel febbraio 2026 e le denunce formulate da organizzazioni per i diritti umani circa le garanzie processuali offerte agli imputati [1].

Tra i detenuti figurano gli ex Presidenti dell’Artsakh Arayik Harutyunyan, Bako Sahakyan e Arkadi Ghukasyan, l’ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Davit Ishkhanyan, l’ex Ministro degli Esteri Davit Babayan, gli alti ufficiali Levon Mnatsakanyan e Davit Manukyan e Ruben Vardanyan, filantropo ed ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Il caso di Vardanyan è diventato emblematico. Arrestato il 27 settembre 2023 dalle autorità azere mentre, insieme alla popolazione armena in fuga dall’Artsakh, cercava di raggiungere l’Armenia attraverso il Corridoio di Berdzor (Lachin), è stato condannato nel febbraio scorso a 20 anni di carcere. Il 10 luglio abbiamo riferito che il suo caso sta entrando in una nuova fase davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, mentre restano aperti interrogativi fondamentali sulle garanzie del giusto processo, sull’accesso alla documentazione giudiziaria e sulla possibilità di un controllo internazionale effettivo sulle condizioni dei detenuti.

Non si tratta dunque di un dettaglio marginale da rinviare a dopo la costruzione della pace. È una delle prove della credibilità stessa di quella pace.

Washington ha una leva. Può usarla

Spinck non propone di riaprire attraverso la questione dei prigionieri il contenzioso territoriale sulla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Il punto è diverso e, proprio per questo, difficilmente eludibile.

Trump può continuare a sostenere la normalizzazione delle relazioni tra Yerevan e Baku e contemporaneamente chiedere ad Aliyev un gesto umanitario concreto: liberare i 19 Armeni. Anzi, proprio il crescente coinvolgimento degli Stati Uniti offre a Washington strumenti che in passato erano assai più limitati.

Trump ha investito personalmente il proprio prestigio politico nell’intesa dell’8 agosto 2025. La TRIPP porta perfino il suo nome. Gli Stati Uniti puntano a diventare protagonisti della trasformazione economica del Caucaso meridionale. Baku ha quindi interesse a mantenere e approfondire il rapporto costruito con Washington.

La domanda diventa inevitabile: se questa influenza non viene utilizzata anche per ottenere un gesto umanitario come la liberazione dei prigionieri, a che cosa serve?

Una questione che supera i 19 detenuti

La liberazione avrebbe inoltre un valore che supera la sorte individuale dei prigionieri. Pashinyan sta chiedendo alla società armena di accettare una trasformazione profonda della politica nazionale: riconciliazione con l’Azerbaigian, apertura delle frontiere, nuovi rapporti economici regionali e un progressivo avvicinamento politico agli Stati Uniti e all’Europa. Ma chiedere agli Armeni di credere nella pace mentre uomini catturati in relazione al conflitto dell’Artsakh rimangono nelle prigioni di Baku, significa chiedere fiducia senza offrire uno dei gesti più elementari capaci di alimentarla.

Non è un problema soltanto armeno. La liberazione dei detenuti è stata ripetutamente sollecitata da parlamentari, organismi politici e organizzazioni per i diritti umani in Europa e negli Stati Uniti proprio come misura di costruzione della fiducia.

Il 14 agosto, nel nuovo Parlamento armeno, Sargis Khandanyan, candidato della maggioranza di Contratto Civile alla Presidenza della Commissione per le relazioni estere, ha ribadito che ottenere la liberazione dei prigionieri continuerà a rappresentare una delle priorità del lavoro politico, pur sostenendo la necessità di procedere attraverso un’attività diplomatica discreta. Il problema, dunque, esiste. Anche per Yerevan.

Le strade collegano i Paesi. La giustizia può riconciliare i popoli

Questo Blog dell’Editore ha più volte osservato che una pace costruita cancellando dalla discussione ciò che è accaduto agli Armeni dell’Artsakh rischia di diventare una pace incompleta.

Nel settembre 2023 l’offensiva azera ha posto fine alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e ha provocato l’esodo totale della sua popolazione armena autoctona. Da allora restano aperte questioni che riguardano il diritto al ritorno degli sfollati, la tutela del patrimonio religioso e culturale armeno, la sorte dei dispersi e, appunto, quella dei prigionieri detenuti in Azerbaigian.

Riconoscere queste questioni non significa necessariamente impedire la pace. Può significare esattamente il contrario: impedire che la pace venga edificata sopra problemi semplicemente rimossi dal tavolo.

La TRIPP potrà forse far viaggiare treni e merci attraverso il Caucaso meridionale. Potrà creare investimenti, ridurre costi di trasporto e collegare economie che per decenni si sono guardate attraverso frontiere militarizzate. Ma nessuna ferrovia può produrre da sola riconciliazione.

Donald Trump sostiene di avere contribuito a costruire la cornice per una pace storica tra Armenia e Azerbaigian. Se davvero Washington dispone oggi dell’influenza politica che questo nuovo rapporto presuppone, la liberazione dei 19 prigionieri Armeni rappresenterebbe un banco di prova concreto. Perché la pace non consiste soltanto nell’aprire una strada tra l’Azerbaigian e il Nakhijevan. Consiste anche nell’aprire le porte di una prigione. E permettere a 19 Armeni di tornare a casa.

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