23.5 di Hrant Dink: a Istanbul il luogo dove la memoria sfida odio e oblio (Gariwo 19.01.26)

A Istanbul, lungo Via Halâskârgazi, il suono caotico dei clacson e delle voci sembra arrestarsi davanti al Palazzo Sebat, ex sede del giornale bilingue turco-armeno Agos, fondato nel 1996. Qui, il 19 gennaio 2007, il caporedattore Hrant Dink è stato assassinato. Dove oggi c’è una targa che riporta l’ora esatta del crimine si è radunata, fin da subito, una folla di persone con i cartelli “siamo tutti Dink”, “siamo tutti armeni”, chiedendo giustizia per il giornalista che aveva dedicato la sua vita al miglioramento delle relazioni tra armeni e turchi.

Il Centro 23,5 come spazio per la memoria e laboratorio civico

Nel 2019, grazie alla Fondazione Hrant Dink (Hrant Dink Vakfı), gli spazi di Agos sono diventati la sede del sito della memoria di Hrant Dink 23.5 (23.5 Hrant Dink Hafıza Mekânı), un centro espositivo e, soprattutto, un laboratorio per la costruzione della memoria collettiva e per favorire il dialogo tra comunità, attraverso l’organizzazione di attività come l’Accademia sui Diritti delle Minoranze e il festival sulla convivenza.

L’enigmatico “23.5” è un riferimento a un articolo di Dink pubblicato su Agos il 23 aprile 1996, in cui rifletteva sulla tensione tra due date simboliche: il 23 aprile, celebrazione della sovranità nazionale in Turchia, e il 24 aprile, data emblematica della tragedia armena del 1915, ancora oggi al centro di una profonda frattura politica e storica.

Per Dink, che sentiva di essere allo stesso tempo armeno e cittadino turco, quelle due date rappresentavano la tensione tra identità che potevano riconciliarsi in uno spazio intermedio, il 23.5, che coincide anche con la notte delle sue nozze con Rakel, tra il 23 e il 24 aprile 1977.

L’aggiunta del termine “luogo” richiama i lieux de mémoire di Pierre Nora, spazi fisici e simbolici centrali nei processi di costruzione della memoria collettiva.

Come ha spiegato Nayat Karaköse, Program Coordinator della Fondazione, “un luogo di dialogo dove le persone si incontrano, si conoscono, parlano tra loro”, pensato come un laboratorio civico in cui vengono trasmessi i valori e gli ideali di Dink.

Hrant Dink: il giornalista-mediatore del dialogo tra armeni e turchi

Nella prima sala, un intero spazio è dedicato alla figura di Hrant Dink, con fotografie, documenti personali e i primi lavori di Agos sulle confische delle proprietà delle minoranze. I video ricordano momenti cruciali, come la conferenza del 2005 che per la prima volta discusse apertamente gli eventi del 1915, nonostante forti pressioni e polemiche.

Il corridoio successivo è rivestito da “un collage di prime pagine che testimonia la pluralità dei temi affrontati”, segno di come Agos abbia contribuito a portare i diritti delle minoranze nell’agenda pubblica turca.

Dink viene ricordato come “una persona accogliente, schietta, un giornalista sul campo, sempre alla ricerca della verità”. La difesa dei diritti delle minoranze era parte di una visione più ampia: “rendere la Turchia un luogo migliore e più democratico, dove la libertà di parola prevalesse”. Con lui, Agos era un luogo di incontro e di ispirazione, soprattutto per i giovani.

Il percorso espositivo: un viaggio nella storia della Turchia contemporanea

Il percorso si sviluppa in stanze tematiche che stimolano la curiosità e invitano alla partecipazione attiva.

La sala del coro del bagno evoca la detenzione e la tortura subite da Dink dopo il colpo di Stato del 1980.
La stanza interattiva Tirttava, il “grido interiore” di Dink, raccoglie le testimonianze dei visitatori: “Perché ognuno di noi sta attraversando violazioni diverse”.

Nella stanza Agos, l’archivio del giornale convive con gli annunci di ricerca dei familiari, memoria viva di una comunità frammentata.
Lo studio di Dink è “come vedere un pezzo della sua vita”, uno spazio educativo pensato soprattutto per i giovani, per raccontare la cultura e la storia armena attraverso l’esperienza personale.

La stanza Sale e Luce, allestita da Sarkis, si fonda sull’idea di “creare tesori dai nostri dolori”, richiamando simbolicamente il kintsugi. Qui, sale e luce diventano metafore di resistenza, speranza e futuro.

La Civiltà di Atlantide racconta il dramma dei bambini armeni privati della loro identità, ponendo la domanda centrale: “chi sono questi bambini?”. Da qui nasce il lavoro di mappatura del patrimonio culturale delle minoranze non musulmane in Turchia.

La stanza dell’Inquietudine della colomba conduce al periodo più oscuro: l’accusa, la condanna e l’assassinio di Dink. L’articolo su Sabiha Gökçen segna l’inizio di una persecuzione culminata nell’uso dell’articolo 301 del Codice penale.

“L’inquietudine della colomba” diventa il suo testamento, una riflessione lucida sulla paura, sulla responsabilità e sulla fiducia nelle persone comuni. “Dink divenne oggetto di un discorso d’odio nei media, culminato nel suo assassinio”.

Giustizia incompleta

La stanza Richiesta per la Giustizia ricostruisce un iter giudiziario lungo, frammentato e ancora incompleto. Nonostante condanne e sentenze, molte organizzazioni per la libertà di stampa ritengono che i veri mandanti non siano mai stati individuati.

L’articolo 301 è ancora in vigore, lasciando ampio margine all’arbitrio giudiziario, come dimostrano casi recenti che richiamano esplicitamente quello di Dink.

Ricordare il passato per migliorare il futuro

Le targhe dell’installazione finale richiamano la necessità di normalizzare le relazioni tra Armenia e Turchia, un processo ancora fragile ma non privo di spiragli.

Nel confronto con il presente globale, Karaköse sottolinea: “Stiamo assistendo a un genocidio davanti ai nostri occhi”, ribadendo che la speranza è l’ossigeno della società civile e che “piantare semi oggi significa costruire il cambiamento nel lungo periodo”.

Uscendo da 23.5, il traffico di Istanbul riprende il suo ritmo. Il 19 gennaio 2026, Halâskârgazi si riempirà di nuovo di chi vorrà ricordare Hrant Dink e il suo messaggio: aspirare alla libertà, nonostante le paure.

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