Ancona, dopo 46 anni riapre la chiesa di San Gregorio Armeno già San Bartolomeo (Tmnotizie 10.12.18)

ANCONA – La chiesa di San Gregorio Armeno riapre dopo 46 anni, grazie agli interventi di restauro e ripristino curati dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e paesaggio con il Segretariato Regionale dei Beni e delle attività culturali delle Marche. L’amministrazione comunale di Ancona ha seguito il percorso che porta, venerdì 14 dicembre, alla riapertura, adoperandosi per la sua riuscita e accoglie con grande entusiasmo la restituzione alla città di uno dei luoghi più attesi dalla comunità.

La chiesa di San Bartolomeo, eretta attorno al 1520 con l’annesso convento, subì importanti modifiche nel Settecento ad opera dell’architetto Ciaraffoni e dello scultore Gioacchino Varlè. Nel 1847, a seguito dell’acquisto della chiesa da parte delle monache benedettine armene, assunse la denominazione di San Gregorio Illuminatore. Era chiusa dal terremoto del 1972. Due grandi eventi nel segnano le tappe della riapertura.

“La Soprintendenza- spiega l’assessore alla Cultura e al Turismo, Paolo  Marasca-  ha deciso di inaugurare la nuova vita della Chiesa con una importante mostra dal titolo Terre in movimento. Tre dei maggiori fotografi in attività si sono dedicati ai territori marchigiani colpiti dal sisma e le loro opere vengono esposte nel cuore del capoluogo marchigiano. Mi pare si tratti di una scelta significativa, perché la Soprintendenza, il Segretariato, il Nucleo tutela dei Carabinieri e tantissimi altri sono in prima linea ancora oggi per occuparsi delle persone e del paesaggio (artistico e ambientale) drammaticamente segnato dal sisma.   Il contributo degli artisti è quindi, da un lato, un riconoscimento, dall’altro un punto di vista differente per riflettere sul futuro della regione intera.

Al termine della mostra, la Chiesa vedrà un altro grande evento: il ritorno della Pala di Siciolante da Sermoneta nella sua collocazione originaria. La Pala fu portata a Milano nel 1811. Il lavoro che abbiamo fatto e stiamo concludendo, assieme alla Soprintendenza e con uno straordinario supporto da parte della Pinacoteca di Brera, è destinato ad essere una pietra miliare a livello nazionale, perché accade di rado che opere mosse nel periodo napoleonico ritornino nelle loro sedi di origine.

Anche questo, è un atto di riflessione sul paesaggio artistico delle Marche, ed è un’opera di rigenerazione. Stiamo lavorando affinché la Pala arrivi in primavera, e la Soprintendenza ha proposto di realizzare il restauro e la pulitura già all’interno della Chiesa, aprendo al pubblico le operazioni, cosa che ci sembra bella ed opportuna.”

Con i lavori previsti per l’anfiteatro, e il riordino e l’organizzazione dell’Ancona archeologica cui Comune e Soprintendenza stanno lavorando attraverso due progetti finanziati, la riapertura di San Gregorio è uno dei principali tasselli della nuova vitalità dell’Ancona antica.

La mostra Terre in movimento ospita i lavori di Olivo Barbieri, Paola De Pietri e Petra Noordkamp ed è curata da Associazione Demanio Marittimo km276 e Maxxi di Roma. L’inaugurazione è prevista venerdì 14 dicembre alle ore 17.

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Il COAF Smart Center in Armenia, progetto di Paul Kaloustian (Inexhibit.com 10.12.18)

Il COAF Smart Center in Armenia, progetto di Paul Kaloustian

Realizzato da COAF (Fondazione per i bambini armeni) e progettato dall’architetto Paul Kaloustian, SMART è un campus per la promozione dell’educazione e l’innovazione situato a Debet, nella regione di Lori in Armenia, un’area montuosa nella parte nord del paese, gravemente segnata da un terremoto nel 1988.
Inaugurato nel 2018, il campus, che si estende su circa 1850 metri quadrati, è destinato ad essere il primo di una serie di hub volti al miglioramento delle condizioni di vita delle comunità rurali in Armenia, attraverso l’educazione creativa e critica e l’offerta di programmi orientati all’innovazione.

COAF smat center Lori Armenia Paul Paul Kaloustian aerial

Il campus SMART; vista aerea, courtesy of COAF.

I campus sono concepiti seguendo i criteri di un design sostenibile e all’avanguardia, implementando l’autosufficienza energetica, materiali da costruzione sostenibili, illuminazione naturale e tecnologie di energia rinnovabile nel rispetto dell’ambiente naturale e dell’estetica rurale. Ognuno dei centri comprende aule, postazioni sanitarie, laboratori, sale computer, spazi per riunioni, un auditorium multifunzionale, una biblioteca, ristoranti, alloggi per ospiti e spazi per le attività interne ed esterne – dallo sport all’intrattenimento, dalle arti all’agricoltura.

Il campus di Lori, progettato dall’architetto basato a Beirut Paul Kaloustian, è concepito come un nastro continuo ad un unico piano che serpeggia dolcemente sul terreno adattandosi al paesaggio ondulato della valle. Afferma il progettista: “questa presenza doveva avere una propria identità per differenziarla dal resto e renderla un vero e proprio punto di riferimento a sé stante all’interno del paesaggio alberato. Tuttavia, anziché enfatizzare l’architettura abbiamo deciso che il paesaggio doveva essere il punto di riferimento (…) l’architettura del campus stabilisce una nuova lettura del rapporto fra la natura e il costruito creando una sorta di ambiguità …. Genera un ambiente invece di generare un edificio, dove il paesaggio abbracciato diventa una celebrazione dell’ambiente rurale “.(trad. di Inexhibit)

La forma trilobata dell’edificio principale abbraccia la piazza d’ingresso e l’ampio cortile concepito come un’estensione dell’interno. Come nel Grace Farms River Building di SANAA a New Canaan – basato su un concetto simile sebbene sviluppato con una forma diversa – questo layout ha contribuito a creare un complesso architettonico al contempo iconico ed estremamente rispettoso del paesaggio naturale con il quale è in continuo scambio grazie alle grandi superfici vetrate.


Paul Kaloustian

Lo Studio di architettura Paul Kaloustian, basato a Beirut, lavora su progetti  a varie scale, dagli edifici al design d’ interni.
Paul Kaloustian ha conseguito il Master alla Harvard Graduate School of Design (1999) e ha lavorato presso Herzog e de Meuron a Basilea (2000). Ha insegnato al Boston Architecture Center (2000) e all’università americana di Beirut (2009-10); ha ricevuto il Mokbel Award e il premio Order of Engineers and Architects. Il progetto “House in a Forest” è stato esposto alla 13° Biennale di Architettura di Venezia, all’Istituto del mondo arabo di Parigi e alla mostra “Atlante del mondo non ricostruito” a Londra. Il suo progetto SMART Center è stato esposto alla 15° Biennale di Architettura di Venezia.

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Testimoni dei pogrom di Sumgait (Gariwo 10.12.18)

Durante i pogrom violenti verso etnie considerate “nemiche”, c’è sempre qualcuno che si oppone allo scatenarsi dell’odio, della violenza, della rapina, della sopraffazione. A Sumgait, in Azerbaigian, quando negli ultimi giorni del febbraio del 1988, in tempo di pace, una violenza brutale si è scatenata contro la minoranza armena, si verificarono anche episodi di solidarietà, di soccorso, di difesa delle vittime da parte di azeri che non hanno seguito gli ordini emanati dalle autorità al potere, ma piuttosto un moto profondo dettato dal principio di umanità e da un sentimento di ribellione di fronte all’ingiustizia che si traduce in azioni concrete. Oggi quei “Giusti azeri” sono considerati dai governanti dell’Azerbaigian dei “traditori”. La loro storia è raccontata dai salvati, sopravvissuti che hanno visto infrangersi il fronte dei carnefici e la compattezza della “zona grigia”, grazie all’aiuto di chi ha vinto l’indifferenza e ha agito. Ma a restituire loro la forza di raccontare hanno contribuito anche i testimoni di verità, che hanno infranto la barriera del negazionismo sempre elevata dalla “storia ufficiale” scritta da chi vuole occultare la verità.

Riporto alcune testimonianze raccolte a caldo in Armenia dove i profughi si sono rifugiati con la speranza di poter un giorno rientrare nelle loro case a Sumgait. Oggi sappiamo che nessuno degli intervistati è ritornato a casa [1].

I racconti dei sopravvissuti sono raccapriccianti. Hanno visto la potenza del male abbattersi improvvisamente su di loro e niente più è stato come prima nella loro vita. Ho volutamente tralasciato le pagine più terribili di ciò che è avvenuto in quei tre giorni di indicibile violenza, anche se sappiamo che il male, come ci ricordava Salvatore Natoli recentemente, bisogna “prenderlo sul serio”. In molte testimonianze gli armeni che sono riusciti a fuggire da Sumgait chiedono che non si riportino i loro cognomi, per vergogna, per paura o per possibili ritorsioni. Allo stesso modo alcuni tra gli armeni salvati chiedono che non vengano riportati i nomi dei loro salvatori, azeri, georgiani, russi, affinché questi ultimi non vengano indagati in quanto “traditori”, poiché salvato e aiutato invece di partecipare ai pogrom. C’è sempre l’accusa “ufficiale” di tradimento da parte del potere costituito, come ci ricorda Marcello Flores [2]; nello specifico da parte di un governo che non solo non ha voluto proteggere la minoranza armena vittima dei massacri di Sumgait e Baku, ma che in molti casi ha anche facilitato, con ordini precisi di “non intervento” o di divieto dell’uso delle armi impartiti ai militari, l’esplosione delle atrocità.

Sicuramente l’orrore del giovane militare russo svenuto di fronte all’adolescente armena sfigurata, violentata, ridotta in fin di vita segnala l’entità del male e insieme il fatto che se non distogli lo sguardo puoi non reggere alla vista delle conseguenze provocate dall’indicazione di un nemico “minaccioso” da abbattere, anche se costituito per lo più, da donne, vecchi e bambine che padri, mariti e fratelli armeni non sono riusciti a difendere perché abbattuti per primi.

Anche i testimoni di verità, Giusti a pieno diritto, rientrano nella schiera dei traditori e rischiano la vita, come è accaduto a Constantin Pkhakadze, un ex ufficiale dell’armata sovietica di stanza in Ungheria, nato a Sumgait e ritornato nella sua città dove lavorava come elettricista. Recatosi in piazza Lenin per vedere con i suoi occhi cosa stava accadendo, aveva constatato che sulla tribuna centrale si alternavano oratori che incitavano a uccidere tutti gli armeni. Vedeva arrivare i militari inviati da Gorbaciov per por fine al “genocidio”, così Constantin definisce il massacro degli armeni in terra azera, armati solo di manganelli contro gli insorti in possesso di Mauser di nuovo tipo e di coltelli. Quando un soldato russo arrestava qualcuno tra la folla scatenata consegnandolo alla polizia, subito veniva rilasciato. Constantin Pkhakazde, nel corso della testimonianza, si indigna nel ricordare che una divisione sovietica di élite di 10.000 soldati non è riuscita a difendere 18.000 armeni, che venivano massacrati da una folla di azeri, drogati e ubriachi (stupefacenti e droga erano stati distribuiti in grande quantità), e la sua indignazione aumenta quando ricorda le menzogne della stampa ufficiale che all’indomani del massacro scrisse che tutti i responsabili erano stati individuati e arrestati. “Dove trovare la verità in questi giornali? Che ne è della verità, della glasnost, della trasparenza, della giustizia?” Gli accenti accorati di questo testimone di verità ci dicono che la ripresa della vita dopo le grandi esplosioni di violenza è possibile solo se si può fare riferimento a persone come Constantin Pkhakadze. Appartiene alla schiera dei Giusti. Il suo racconto della verità dei fatti ha trasmesso un filo di speranza agli esuli sopravvissuti armeni che hanno cercato di ricominciare a vivere e, forse, a dimenticare.

Per quanto mi riguarda, dopo avere letto i resoconti dei massacri e avere ascoltato la voce dei sopravvissuti, l’accavallarsi dei racconti orribili ha raggiunto un limite insopportabile. Come un serbatoio pieno ha una valvola di sfogo che evita la fuoriuscita del liquido dal bordo, così è avvenuto in me: dopo essermi riempito del male fino all’orlo, sono andato alla ricerca del bene.

Testimonianza di Rosa, famiglia M… : “Se non si fosse trovato qualche azero semplice e di cuore (ne esistono) per difenderci, nessuno di noi sarebbe sopravvissuto. Se, ad esempio, il capitano Sabir Kassumov non ci avesse aperto la sua porta, né io, né mio marito, né i miei bambini saremmo ancora vivi” [3].

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Armenia, il premier Pashinyan ha vinto le elezioni parlamentari anticipate (Rsssegna stampa 10.12.18)

Armenia, Osce: elezioni rispettano “libertà fondamentali  (Askanews 10.12.18)

Erevan, 10 dic. (askanews) – Gli osservatori internazionali hanno affermato che le elezioni parlamentari anticipate in Armenia, vinte dalla formazione del premier ad interim Nikol Pashinyan, rispettano le libertà fondamentali. “La generale assenza di illeciti elettorali, compresi la compravendita di voti e le pressioni sugli elettori, ha consentito una reale competizione” hanno affermato gli osservatori dell’ Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa che hanno monitorato il voto di ieri.


Armenia, il premier Pashinyan ha vinto le elezioni parlamentari anticipate (TPI 10.12.18)

Il 9 dicembre 2018 si sono tenute le elezioni parlamentari anticipate in Armenia. Le urne hanno premiato il partito dell’attuale premier Nikol Pashinyan.

My Step Alliance, che include il Partito di Pashinyan, ha ottenuto il 70,4 percento dei voti, secondo quanto riferito dalla Central Election Commission (CEC) che ha pubblicato i risultati sul suo sito internet.

I partiti di opposizione moderata – Prosperous Armenia e Bright Armenia – hanno superato la soglia di sbarramento del 5 per cento.

Il vincitore tuttavia non potrà avere più dei due terzi dei seggi: la Costituzione impone infatti la presenza di almeno tre partiti in Parlamento.

Più di 2,6 milioni di persone hanno preso parte alle votazioni del 9 dicembre, svoltesi sotto lo sguardo degli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

“I cittadini armeni hanno eletto una maggioranza rivoluzionaria in parlamento”, ha detto Pashinyan ai giornalisti nel quartier generale del suo partito subito dopo la pubblicazione dei primi risultati…… Vai al sito


Armenia, l’ex giornalista Nikol Pachinian conquista la maggioranza assoluta in Parlamento (La Repubblica 10.12.18)

Ha vinto la sua scommessa, l’ex giornalista Nikol Pachinian, nominato premier dell’Armenia a furor di popolo la scorsa primavera. A novembre, Pachinian si è dimesso per indire elezioni politiche anticipate puntando a conquistare la maggioranza assoluta in Parlamento, senza cui non riuscirebbe a portare avanti il suo ambizioso programma di riforme. E ieri, con il 70,4 per cento delle preferenze, il partito da lui guidato, “Il Contratto civile”, ha trionfato. Al secondo posto arriva “Armenia Prospera”, guidata dall’imprenditore Gagik Tsarukian, mentre rimane molto indietro il Partito Repubblica, che è stato al potere negli ultimi 20 anni e che dovrebbe comunque superare la soglia di sbarramento del 5% per entrare all’Assemblea nazionale. Secondo la legge armena al vincitore non potrà comunque andare più dei due terzi dei seggi. La Costituzione impone infatti la presenza di almeno tre partiti in Parlamento.

Quarantatré anni, Pashinyan ha assunto la guida del governo nel maggio scorso, dopo le proteste popolari che portarono alle dimissioni di Serzh Sarkisian, veterano della politica armena. L’artefice della “vittoriosa rivoluzione armena”, come la chiamano i suoi sostenitori, parla spesso di amore e tolleranza, e confessa di essersi ispirato a Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela. Fatto sta che con la sua rivolta pacifista Nikol Pachinian ha sedotto le nuove generazioni del suo Paese, quei giovani che non hanno conosciuto la repressione dell’era sovietica, che sono scesi senza paura nelle piazze e che in sole tre settimane hanno sconfitto una classe politica corrotta e incapace.

Con un eloquio pungente e un’esemplare dirittura morale, Pachinian si è sempre considerato “l’oppositore storico” alla nomenklatura di Erevan. Nato a Idjevan, cittadina del nord-est del Paese, e figlio di un insegnante di ginnastica, fu condannato dall’ex regime a 7 anni di carcere, di cui grazie a un’amnistia ne scontò solo 18 mesi. Dopo la sua vittoriosa “rivoluzione di velluto”, Pachinian ha immediatamente messo in atto il suo programma, promuovendo una campagna giudiziaria per ripulire dalla corruzione ogni settore della piccola repubblica caucasica, dall’amministrazione all’esercito, dalle dogane alla cerchia più vicina all’ex presidente Serge Sarkissian. In poche mesi, tra multe e sequestri il premier ha recuperato l’equivalente di 36 milioni di euro con cui risanare le casse di un Paese dove il 30 per cento dei suoi 3 milioni di abitanti  vive al di sotto della soglia della povertà. C’è chi si diceva preoccupato per lui, perché i suoi nemici sono forti e senza scrupoli. E soprattutto perché Pachinian è un bersaglio facile. Do oggi, lo è un po’ meno.

A differenza di altre rivoluzioni “colorate” e post-sovietiche, come quelle in Georgia e Ucraina, sostenute dall’Occidente e ostili alla Russia, quella armena della scorsa primavera aveva come unico obiettivo il rovesciamento di una classe politica avida e incapace. Non solo, una volta eletto Pachinian ha subito giurato che rimarrà fedele ai suoi impegni internazionali, e che rispetterà la sua alleanza con Mosca in seno alla Comunità degli Stati indipendenti e all’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva. Ma il nuovo premier ha anche spiegato, rischiando di contrariare Putin, che la politica estera del Paese sarà d’ora in poi concentrata esclusivamente sulle priorità nazionali.

Fatto sta che al momento Pachinian è sostenuto da gran parte degli armeni, molti dei quali lo incitano a proseguire la sua lotta. Ma per andare avanti all’ex cronista giudiziario servirebbe un appoggio esterno. E tra Russia e Occidente, il cammino che ha davanti a sé è stretto e pieno di ostacoli.


ARMENIA: Il leader della rivoluzione Nikol Pashinyan stravince le elezioni (Eastjournal 10.12.18)  

La rivoluzione è compiuta, o meglio, continua. Le elezioni parlamentari di domenica si sono infatti concluse con una vittoria schiacciante della coalizione guidata dal premier ad interim Nikol Pashinyan, uomo simbolo di quella cosiddetta Rivoluzione di velluto che lo scorso aprile ha ribaltato completamente lo scenario politico armeno; al quale spetta ora il duro compito di dare un nuovo futuro al paese.

Vittoria netta

Come previsto dai sondaggi, l’alleanza Il mio passo (Im kaylǝ), nata lo scorso agosto e formata dal partito Contratto Civile, guidato appunto da Pashinyan, e dal Partito della Missione, di Manuk Sukiasyan, è riuscita a imporsi nettamente sulle altre formazioni politiche, conquistando il 70,43% dei voti degli aventi diritto.

Un abisso più indietro invece gli altri partiti, con Armenia Prospera, di Gagik Tsarukyan (8,27%), ed Armenia Luminosa, di Edmon Marukyan (6,37%) che si sono aggiudicate rispettivamente la seconda e la terza piazza, riuscendo per pochi punti percentuali ad entrare in parlamento (la soglia di sbarramento era fissata al 5% per i singoli partiti e al 7% per le coalizioni).

Chi è rimasto fuori dall’Assemblea Nazionale, per soli tre punti decimali, è invece il Partito Repubblicano, fermatosi al 4,70% delle preferenze. I repubblicani, che detenevano la maggioranza dall’ormai lontano 1995, e che alle parlamentari del 2017 avevano guadagnato il 49,17% dei consensi, ottenendo ben 58 seggi in parlamento, pagano come previsto gli innumerevoli scandali legati alla corruzione emersi in seguito alla Rivoluzione di velluto, scoppiata proprio a causa della crescente impopolarità dell’ex partito di governo.

Fuori dal parlamento anche la Federazione Rivoluzionaria Armena (3,89%), prima presente con 7 seggi, e la coalizione Noi Alleanza di Aram Sargsyan, ex alleato politico di Pashinyan ai tempi di Yelk (2%), la quale disponeva di un seggio.

Da segnalare comunque la bassa affluenza alle urne, attestata al 48,63% (per un totale di circa 1.260.000 cittadini votanti), percentuale nettamente inferiore a quella dell’aprile 2017, quando andò a votare il 60,86% degli armeni aventi diritto; a dimostrazione di come gli ultimi sviluppi politici non siano stati sufficienti a curare la disaffezione di buona parte della popolazione nei confronti della politica.

Ora viene il difficile

Pashinyan, che nel corso del suo primo mandato da premier si era ritrovato a dover governare disponendo di soli 9 seggi in parlamento, ovvero quelli in dote all’alleanza Yelk, si trova ora ad avere un’ampia maggioranza all’interno dell’Assemblea Nazionale, cosa che gli dovrebbe consentire di lavorare ai propri provvedimenti senza gli impedimenti precedenti.

Come sembra avere ampiamente dimostrato il voto di domenica, le aspettative della popolazione armena nei confronti del leader de Il mio passo sono molto alte. Sta ora a Pashinyan dimostrare di essere in grado di tener fede alla parola data, trasformando l’Armenia in uno stato di diritto democratico, portando avanti la lotta alla corruzione e promuovendo le riforme necessarie a creare nuovi posti di lavoro e fare uscire il paese da quella crisi economica che negli ultimi anni ha generato oltre un milione di poveri (circa un terzo della popolazione totale).

Importante sarà inoltre vedere come il nuovo governo si muoverà in politica estera, altro settore chiave per il paese caucasico. Se da una parte Pashinyan è sempre stato un convinto sostenitore del processo di integrazione europea, tanto da arrivare a chiedere, quando ancora era all’opposizione, l’uscita dell’Armenia dall’Unione Economica Euroasiatica; dall’altra, una volta salito al governo, ha fatto capire di non voler mettere in discussione il rapporto d’amicizia con Mosca, alleato fondamentale di Yerevan a livello regionale nonché principale partner economico.

Restando in tema di politica estera, la questione più spinosa che il nuovo governo si ritroverà ad affrontare rimane però quella del Nagorno-Karabakh. Pur senza mettere in discussione la sovranità de facto dell’Artsakh, ad agosto Pashinyan si era detto pronto ad avviare un dialogo pacifico con l’Azerbaigian, aprendo inoltre alla possibilità di reinsediare una parte degli sfollati azeri nella regione contesa, a patto però che tale provvedimento venga approvato dalla popolazione armena. Una mossa, questa, che se realmente attuata potrebbe finalmente dare una svolta a un contenzioso bloccato ormai da decenni.


Armenia: trionfa Nikol Pashinyan, confermato premier (Euronews 10.12.18)

L’Armenia conferma Nikol Pashinyan primo ministro. Il suo partito, Contratto Civile, ha annunciato la vittoria dell’alleanza, a sostegno del premier uscente, con il 70,4% dei voti.

Ex giornalista, è stato leader della Rivoluzione di velluto della primavera scorsa, che ha messo fine al decennio di dominio incontrastato di Serzh Sargsyan e del suo Partito repubblicano, che ora rischia di non entrare nemmeno in Parlamento.

Le proteste avevano portato Sargsyan alle dimissioni da primo ministro e alla nomina a maggio di Pashinyan che, con una manovra politica, aveva poi ottenuto lo scioglimento del Parlamento e la convocazione di elezioni anticipate.

Pashinyan, favorevole ad un riavvicinamento con l’Unione europea, ha tuttavia fatto sapere che non ha alcuna intenzione di rompere con l’alleato russo.


L’alleanza che appoggiava il primo ministro Nikol Pashinyan ha stravinto le elezioni in Armenia (Ilpost 10.12.18)

L’alleanza centrista del primo ministro armeno uscente, Nikol Pashinyan, ha stravinto le elezioni anticipate che si sono tenute domenica in Armenia, ottenendo più del 70 per cento dei voti. Pashinyan, che prima di fare il politico era un giornalista, è riuscito a sfruttare al meglio il grande consenso che aveva costruito dopo avere realizzato la cosiddetta “rivoluzione di velluto” con cui lo scorso maggio era stato destituito Serzh Sargsyan, presidente armeno dal 2008 considerato responsabile di avere trasformato il paese in un regime autoritario. L’affluenza alle elezioni di domenica è stata piuttosto bassa, poco meno del 50 per cento, mentre la forza politica che si è avvicinata di più all’alleanza che ha appoggiato Pashinyan, il partito moderato Armenia Prosperosa, ha ottenuto circa l’8 per cento dei voti

Un incontro per ricordare il terremoto in Armenia (Giornaledilecco.it 08.12.18)

Il prossimo 15 dicembre l’appuntamento per ricordare il terremoto del 1988 in Armenia è al Circolo Libero Pensiero di Rancio (Lecco). Alle 12.30 sarà possibile, su prenotazione, pranzare insieme e, alle 14.30, seguirà la proiezione di immagini e filmati dei gruppi delle organizzazioni sindacali, delle associazioni imprenditoriali e del volontariato, coordinate dalle istituzioni locali.

Filmati e impressioni da condividere

I coordinatori dei tre gruppi di lecchesi che si sono avvicendati nell’estate scorsa in Armenia, visitando la cittadina di Vanadzor, intendono promuovere un incontro pubblico aperto a tutti, proprio per consentire di trasmettere i sinceri ringraziamenti che sono pervenuti dai rappresentanti scolastici ed istituzionali armeni da cui sono stati accolti. Oggi, a trent’anni dai tragici eventi del 1988, oltre allo scopo turistico e di conoscenza, si è compiuto l’intento di riattivare contatti e relazioni, con la comunità di Vanadzor, ricevendo un’accoglienza ed un’ospitalità davvero inaspettata ed emozionante.

Il terremoto in Armenia

Trenta anni fa, il 7 dicembre 1988, avvenne un disastroso terremoto in Armenia, che allora era una delle 15 Repubbliche Sovietiche. Morirono oltre 50.000 persone. Il disastroso evento suscitò una grande emozione e solidarietà umana internazionale e vide protagonista la nostra città e la popolazione lecchese, che si mobilitò con le loro organizzazioni sindacali ed associazioni imprenditoriali e del volontariato coordinate dalle istituzioni locali. Un’ora di lavoro volontario consentì, in pochi mesi, di raccogliere circa 300 milioni di lire. Ad un anno di distanza dal terremoto, nel dicembre 1989, con quella somma, vennero costruite ed inaugurate due scuole elementari nei territori colpiti in Armenia.

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Osce. Conclusa la presidenza di turno italiana. Sottoscritto documento per la libertà di stampa (Notiziegeoolitiche.ner 08.12.18)

Con il vertice di Milano si è chiusa la presidenza di turno dell’Italia dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa ideata per la promozione della pace, del dialogo politico, della giustizia e della cooperazione e che conta 57 paesi membri.
Per la prima volta l’Osce si è espressa ufficialmente per la libertà di stampa: come ha spiegato il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, “Per la prima volta dopo 26 anni l’Osce ha trovato consenso unanime per adottare un documento che riguarda i giornalisti: per la libertà, il pluralismo e la sicurezza dei giornalisti che per la loro attività corrono rischi di carattere persecutorio”. “Questa – ha affermato in occasione della conferenza stampa di chiusura del summit – può sembrare una decisione scontata, ma in 26 anni non era mai accaduto. Da oggi è stata adottata all’unanimità”.
Il capo della Farnesina ha anche detto che durante la presidenza di turno italiana “l’Osce ha contribuito a mantenere aperto il dialogo tra tutti i partecipanti: siedono attorno a questo tavolo tanti paesi che possono avere punti di vista anche molto diversi”. E l’esempio più evidente, oltre al documento che tutela i giornalisti e la libertà di stampa, è il passo fatto da Armenia ed Azerbaijan per la chiusura del conflitto del Nagorno Karabakh.
“Sul fronte politico militare – ha aggiunto Moavero Milanesi – abbiamo lavorato per la sicurezza del Mediterraneo”, tema portato al centro del dibattito politico internazionale: “Ci sono guerre in aree vicine al Mediterraneo e situazioni complesse: aver dato alla dimensione mediterranea una sua valenza è stato importante”.
Il testimone ora passa alla Slovacchia.

L’Osce comprende 57 Stati partecipanti dell’Europa, dell’Asia centrale e del Nord America:
Albania
Andorra
Armenia
Austria
Azerbaigian
Belarus
Belgio
Bosnia Erzegovina
Bulgaria
Canada
Cipro
Croazia
Danimarca
Estonia
Federazione Russa
Finlandia
Francia
Georgia
Germania
Grecia
Irlanda
Islanda
Italia
Kazakistan
Kirghizistan
L’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia
Lettonia
Liechtenstein
Lituania
Lussemburgo
Malta
Moldova
Monaco
Mongolia
Montenegro
Norvegia
Paesi Bassi
Polonia
Portogallo
Regno Unito
Repubblica Ceca
Romania
San Marino
Santa Sede
Serbia
Slovacchia
Slovenia
Spagna
Stati Uniti
Svezia
Svizzera
Tagikistan
Turchia
Turkmenistan
Ucraina
Ungheria
Uzbekistan

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Armenia, al voto domenica per sancire la “rivoluzione” di Pshinyan (Askanews 07.12.18)

Erevan (Armenia), 7 dic. (askanews) – L’Armenia va alle urne domenica per le elezioni anticipate dopo le proteste di maggio che hanno causato la caduta del premier Serzh Sarkisian e l’affermazione del leader riformista Nikol Pashinyan. Quest’ultimo auspica di saldare la sua posizione di supremazia grazie al voto.

La politica riformista dell’ex giornalista 43enne, infatti, è rimasta ferma per mesi a causa dell’ostruzionismo del partito di maggioranza di Sarkisian. Dopo mesi di manovre politiche e di ulteriori proteste di piazza il mese scorso il Parlamento è stato sciolto.

Secondo i sondaggi il partito di Pashinyan otterrà la maggioranza nella nuova legislatura, posizione che gli consentirà di avviare la sua “rivoluzione economica”. “Trasformeremo l’Armenia in un Paese industriale, high-tech, orientato all’export”, ha detto ribadendo che il voto dovrà rispettare il livello degli standard internazionali.

Il premier uscente, che secondo gli esperti sarà riconfermato al suo ruolo, ha dichiarato di voler combattere la corruzione e la povertà dilagante. Sul fronte della politica estera Pashinyan ha sottolineato la necessità di “rafforzare ulteriormente l’alleanza con la Russia e allo stesso tempo aumentare la cooperazione con gli Stati Uniti e l’Unione europea”.

Nelle elezioni di domenica si scontreranno nove partiti divisi in due blocchi elettorali, che si spartiranno i 101 seggi. Le urne apriranno alle 5:00 del mattino ora italiana e chiuderanno alle 17:00. I risultati si conosceranno lunedì.

Armenia: 30 anni dopo il devastante terremoto (Euronews 07.12.18)

All’inizio del servizio vedete degli uomini che suonano il duduk, uno strumento tipico armeno, nel giorno del 30esimo anniversario del terremoto che ha devastato l’Armenia del nord.

Il 7 dicembre 1988, una violenta scossa di 6,8 gradi della scala Richter ha provocato più di 25.000 morti, decine di migliaia di feriti, devastando il 40 percento del Paese.

Mentre l’Urss si stava sgretolando, la solidarietà è arrivata anche dagli altri Paesi dell’Unione.

“Eravamo talmente impegnati che non c’era tempo per piangere – dice un russo di mezza età che all’epoca era un giovane volontario – Specialmente nei primi 10 giorni, era importante salvare: anche una sola persona era importante”.

Il terremoto di Spitak, come viene chiamato dal nome della città dell’epicentro, è stato uno dei terremoti più devastanti del XX secolo, da cui l’Armenia non si è mai completamente ripresa. Anche perché dopo pochi anni dall’indipendenza è iniziata la guerra con l’Azerbaijan. Che dura da 20 anni.

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Spitak ’88, il terremoto che distrusse l’Armenia (Sputnik 07.12.18)

Trent’anni fa in Armenia quattrocento centri abitati vennero rasi al suolo dal terremoto più devastante del dopoguerra. Il mondo intero non restò a guardare e l’Italia, ferita pochi anni prima dai terremoti in Friuli ed Irpinia, prestò il suo aiuto alla popolazione armena, che ne beneficia ancora oggi.

Il 7 dicembre 1988 alle 11:41 del mattino la terra tremò come mai successo prima nel nord dell’Armenia. L’epicentro del terremoto, di magnitudine 6,8, fu localizzato nella città di Spitak, che venne completamente rasa al suolo in meno di 30 secondi.

In totale furono 21 le città del nord dell’Armenia colpite dai danni provocati dal sisma, il cui bilancio in termini di vite umane è tuttora impressionante: 25 mila vittime accertate, 140 mila invalidi, più di mezzo milione di sfollati.

Nikolay Tarakanov, generale dell’esercito sovietico a capo delle operazioni di soccorso, commentò così la scena che si trovò di fronte ai suoi occhi:

“Spitak fu persino più terribile di Chernobyl. A Chernobyl ti prendevi la tua dose di radiazioni e fatti tuoi. Del resto la radiazione è un nemico invisibile. Qui invece c’erano corpi dilaniati, urla da sotto le rovine. Il nostro compito principale non fu solo quello di aiutare a estrarre dalle macerie i superstiti, ma anche dare una degna sepoltura ai morti”

Il giorno della catastrofe l’allora segretario generale del PCUS, Mikhail Gorbachev, era in visita negli Stati Uniti: appresa la notiza, con un gesto mai visto prima, rivolse un appello alla comunità internazionale, chiedendo supporto nelle operazioni di soccorso e ricostruzione.

Nelle settimane successive al sisma arrivarono aiuti da più di 111 paesi del mondo, tra cui l’Italia, che inviò in Armenia una missione sotto l’egida del Dipartimento di Protezione Civile, nato dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980.

Grazie all’intervento italiano, nel 1989 venne costruito un centro abitativo chiamato “Villaggio Italia”, con 204 case dotate di tutti i comfort di base per accogliere altrettante famiglie sfollate.

Nel 1991 ad Ashotsk, villaggio di montagna situato all’altitudine di 2000 metri, 50 km a nord dall’epicentro del terremoto, la Caritas costruì l’ ospedale “Redemptoris Mater”, funzionante tuttora e gestito dalla Fondazione San Camillo.

Natale 2018, rassegna “Zampogne del mondo” l’8 e il 9 dicembre a Erice (Sky tg24 07.12.18)

Parteciperanno il Zampognantica Duo dal Molise, Le Zampogne di Daltrocanto dalla Campania, Pasatrés dalla Spagna, Tonatsuyts dall’Armenia, Zornicadalla Polonia, Dudelsckmusik Vereno dall’Austria

Ritorna domani la rassegna internazionale di musiche e strumenti popolari, “Zampogne dal mondo”, giunta alla sua quarta edizione. Si svolgerà, ad Erice, in provincia di Trapani, dall’8 al 9 dicembre e parteciperanno il Zampognantica Duo dal Molise, Le Zampogne di Daltrocanto dalla Campania, Pasatrés dalla Spagna, Tonatsuyts dall’Armenia, Zornicadalla Polonia, Dudelsckmusik Vereno dall’Austria.

Gli eventi della rassegna

Sabato gli zampognari suoneranno per le strade e i vicoli del borgo medievale. Domenica esibizioni itineranti e alle 18 concerto con tutti i gruppi nella Chiesa di San Martino. “Zampogne dal Mondo” è un’iniziativa del Comune di Erice e della Fondazione Erice Arte. La prima edizione si era svolta nel 1965. Nel 1999 ci era stata un’interruzione che era durata 15 anni. Dal 2015 le zampogne hanno ripreso, ogni anno, a fare la loro comparsa tra le suggestive strade del borgo

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Nagorno-Karabakh: incontro fra presidente azerbaigiano Aliyev e premier armeno Pashinyan a margine summit Csi (Agenzianova 07.12.18)

Baku, 07 dic 12:45 – (Agenzia Nova) – Il presidente azerbaigiano, Ilham Aliyev, e il premier armeno, Nikol Pashinyan, si sono incontrati a margine del summit informale della Comunità degli Stati indipendenti (Csi) a San Pietroburgo. Lo ha riferito Hikmet Hajiyev, direttore del dipartimento affari esteri dell’amministrazione presidenziale azerbaigiana, all’agenzia di stampa “Trend”. “Durante la conversazione c’è stato un dibattito sui negoziati attivi sulla risoluzione del conflitto armeno-azerbaigiano del Nagorno-Karabakh e sulla necessità di garantire il cessate il fuoco. Va tenuto presente che questi due fattori sono strettamente interconnessi e devono essere continuati per completarsi a vicenda”, ha detto Hajiyev secondo cui al momento si registra “una relativa serenità lungo la linea di contatto tra le truppe e il confine di stato”. Questo status, afferma il rappresentante dell’amministrazione presidenziale azerbaigiana, “crea una buona base per negoziati sostanziali e intensi sulla risoluzione del conflitto. Questo non significherà mai il congelamento del conflitto o il mantenimento di uno status quo inaccettabile. La nostra posizione rigorosa è che lo status quo basato sull’occupazione dovrebbe essere modificato”. I copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce hanno ripetutamente sottolineato l’importanza di cambiare lo status quo a livello di capi di Stato, ha ricordato Hajiyev. “Come risultato dei negoziati sulla risoluzione del conflitto, l’integrità territoriale e la sovranità entro i confini internazionalmente riconosciuti dell’Azerbaigian dovrebbero essere ripristinati”, ha concluso il rappresentante dell’amministrazione presidenziale. (segue) (Res)