DIARIO DAL LIBANO di Pietro Kuciukian (Gariwo 17.07.19)

Una riflessione dal Libano del Console onorario d’Armenia in Italia e Cofondatore di Gariwo Pietro Kuciukian, sulla nascita del primo Giardino dei Giusti nel Paese, nel villaggio di Kfarnabrakh, il 29 giugno 2019.

Un miracolo quello della nascita del primo Giardino dei Giusti in Libano, a Kfarnabrakh, un villaggio a 45 chilometri da Beirut che non raggiunge i diecimila abitanti, ma che ospita mille e cinquecento rifugiati siriani. Una volontà comune ha unito Gariwo e l’associazione libanese Annas Linnas, nata nel 2009 per opera di Padre Abdo Raad con l’obiettivo di favorire la convivenza tra la popolazione locale e i rifugiati. Bene comune, solidarietà, accoglienza, pace, voci flebili in un mondo che sta arretrando su traguardi che consideravamo acquisiti. Rilanciare la memoria del bene come via di riconciliazione e smentita effettuale dell’odio, qui, in Libano – crocevia di culture e di sofferenze, dove i rifugiati siriani hanno rinnovato memorie di guerra e di miseria a una popolazione che vive l’“assoluto presente”, perché non vuole o non può guardare indietro non avendo più spazio per il dolore -, è di fatto un miracolo. Alberi di olivo, simboli di pace, nove nomi di Giusti di ieri e di oggi incisi nella pietra bianca del Libano, appartenenti a etnie, religioni e credi diversi, adornano un Giardino che vuole essere luogo di incontro e di dialogo, che vuole rendere visibile l’invisibile e dare speranza, soprattutto ai bambini.

Prima di partire per Beirut ho visto il film Cafarnao – Caos e miracoli della regista libanese Nadine Labaki. Zain, il bambino protagonista, sopravvive come tante altre migliaia di coetanei, nei nuovi ghetti delle periferie cittadine, senza scuola, senza gioco, senza futuro. Eppure, come osserva Filippo Bocci commentando il film, quella di Zain è la voce di una speranza ostinata, il grido alto della coscienza sbattuta in faccia a un mondo avvitato nella disumana e irreversibile logica della miseria; aggiungerei soprattutto nella logica dell’ingiustizia.

Nel Giardino Educativo Sensoriale che sorge sulla collina di Kfarnabrakh nella catena del Monte Libano – scuola e spazio aperto per la meditazione individuale e per la discussione collettiva a contatto con la natura oggi arricchito dal Giardino dei Giusti dell’Umanità – sono proprio la popolazione locale e i rifugiati a vincere il caos e a compiere il miracolo di poter restituire ai bambini il loro tempo, cambiare la loro vita. “Si è pensato a un Giardino perché capire e difendere la Natura, per assicurare una vita migliore per tutti, è un’aspirazione comune a gruppi etnici, religioni, nazionalità e classi di età diversi. Amare la Natura è una preghiera a Dio, poiché tutte le religioni riconoscono il proprio Dio come creatore della Natura”, ha spiegato Padre Abdo Raad. Il Libano è una terra difficile, carica di storia e cultura, ferita da guerre e conflitti. È una realtà multietnica segnata da rancori non sopiti, dove il riconoscimento dell’altro, come condizione di ogni relazione, non viene esercitato, perché su esso prevale la preoccupazione di autopreservarsi in una realtà complessa e politicamente fragile.

Per questo viaggio in Libano, ho dovuto rifare un nuovo passaporto, il mio vecchio portava il timbro di uno Stato non riconosciuto dalle autorità libanesi. Sceso dall’aereo, superati i controlli, mi sono trovato immerso in un flusso continuo di automobili, dai grandi SUV, Ferrari, Porsche, alle utilitarie in pessime condizioni. Pochi i semafori, rarissime le strisce pedonali di attraversamento. Per raggiungere casa di un amico bisogna chiedere ai passanti, ai negozianti: le vie raramente hanno un nome e quasi mai i numeri civici. Ingorghi ovunque e spazzatura onnipresente. Non ho visto trasporti pubblici. Ogni edificio possiede il proprio generatore elettrico, poiché la corrente spesso manca. Bourj Hammoud è il grande quartiere armeno che risale al tempo del genocidio: un ammasso di casupole modeste divenuto suk. Erano 250.000 gli abitanti armeni di Bourj Hammoud, sono rimasti in 50.000. I figli e i nipoti dei sopravvissuti sono emigrati in Canada e negli Stai Uniti.

Il Paese è diviso in clan di fedi diverse: maroniti, sunniti, sciiti, drusi, armeni, assiri, hezbollah, palestinesi. Fra loro, vi sono rapporti difficili dopo la guerra fratricida che ha insanguinato persone, comunità, rioni, menti. La linea verde di separazione, ora scomparsa, è presente nei cuori e nelle abitudini delle persone. In Libano si parlano tutte le lingue: inizio una conversazione in armeno, la continuo in italiano, poi passo al francese e all’inglese. Mi viene risposto in arabo. Quasi la metà della popolazione è costituita da immigrati clandestini ai quali, in alcune aree e paesi del retroterra, è imposto il coprifuoco. Dopo le 20 possono circolare solo con un permesso. Pochi sono inseriti nella società, i più non sono riconosciuti e lavorano di nascosto; accolti da alcune comunità locali. Ma in genere vengono lasciati a sé stessi e malvisti dai movimenti politici confessionali libanesi spesso ostili. Non si sa quanti siano. Il censimento è temuto perché il risultato potrebbe rompere la tregua fra islamici e cristiani e minare drammaticamente la Costituzione, che prevede un presidente cristiano, un primo ministro sunnita e un presidente del Parlamento sciita. La grande natalità degli islamici preoccupa i cristiani di tutte le fedi.

Mentre cerco affannosamente di attraversare la strada senza farmi travolgere dal flusso ininterrotto delle macchine, penso a quegli europei che osano lamentarsi dei pochi immigrati di casa loro. Ho appena parlato con una giovane coppia siriana con cinque bambini che si preparava a passare la notte sotto un alberello della corniche, la strada elegante che costeggia il mare. Accanto a quartieri ricchi, anzi ricchissimi, opulenti, ristoranti costosi, alberghi da mille e una notte e grattacieli sedi di un’infinità di banche e di compagnie di assicurazione. Al porto navi lussuose dondolano al ritmo lieve delle onde. I giovani rampolli fanno a gara per mettersi in mostra nei modi più sfacciati, mentre chi non ha denaro non conta nulla, anzi, non esiste.

Il Libano così descritto sembra un inferno, una follia, ma non lo è: ho incontrato persone innamorate della vita, vissuta al massimo dell’intensità, persone ironiche, critiche e lucide nelle loro analisi, persone che conoscono e amano il loro Paese. Il loro dire è amaro, paventano il prossimo orrore, ma non ci vogliono pensare. Non ho visto libanesi depressi, malgrado la fragilità della pace e il ricordo di lotte e di odi fratricidi. Forse proprio per questo, non c’è spazio per l’introversione, il dolore dell’anima, la “saudade”. Per alcuni libanesi è quasi un dovere detestare qualche gruppo sociale, qualche religione, qualche etnia. Ma il Libano è anche un Paese di gente che ha un cuore. Ne ho avuto la dimostrazione a Kfarnabrakhdove vivono drusi e cristiani e ogni famiglia ospita qualche immigrato. Ai piedi della nuova struttura educativa – che diverrà centro di convivenza, scuola e rifugio -, gli olivi che portano le targhe dei Giusti costituiscono un messaggio: aprire insieme la pagina della memoria del bene per poter guardare al futuro.

La cerimonia d’inaugurazione del Giardino ha visto una presenza multiconfessionale molto folta: famiglie di cristiani, islamici, drusi, venute da molti luoghi del Libano. Rappresentanti delle istituzioni laiche dei villaggi dello Chouf, intellettuali, l’ambasciatore d’Armenia Vahagn Atabekian, il consigliere Roberta Di Lecce dell’Ambasciata italiana a Beirut, il Vescovo melchita, il Mufti druso, il sindaco del villaggio, l’assessore alla cultura e i rappresentanti dell’Associazione Annas Linnas e dell’associazione svizzera Elias. Maria Dalla Francesca, che segue il progetto della scuola, ha lavorato con passione preparando con i bambini dei piccoli sacchetti di semi che ha donato ai partecipanti. Non è mancato il gioco a premi. Inevitabile commuoversi quando una ragazzina ha preso il microfono per raccontare: una voce che ha raggiunto alte tonalità senza perdere dolcezza e armonia. Un dono che ha accompagnato il nostro passaggio sino all’entrata del Giardino dei Giusti dell’Umanità.

Diventerà foresta? Spezzerà le catene dell’odio? Non ci saranno più parole impronunciabili, timbri inaccettabili? I Giusti alle volte compiono miracoli: fanno capire che il principio di umanità è universale, non esclude.

È stata una giornata trascorsa tra amici, in armonia. Anche se ho scritto di un altro Libano, diverso da quello di Kfarnabrakh.

Armenia-Usa: presidente parlamento incontra Nancy Pelosi, focus su rapporti bilaterali (Agenzia nova 17.07.19)

Erevan, 17 lug 15:48 – (Agenzia Nova) – Il presidente del parlamento di Erevan, Ararat Mirzoyan, ha incontrato l’omologa della Camera dei rappresentanti statunitense, Nancy Pelosi, a margine del Forum dei leader a Washington. Lo riferisce l’agenzia “Armenpress”, citando fonti del servizio stampa del parlamento armeno. Durante l’incontro, incentrato sulla discussione dei legami tra Armenia e Stati Uniti, Mirzoyan ha descritto gli ultimi sviluppi che hanno avuto luogo nel paese caucasico, ringraziando la presidente della Camera dei rappresentanti statunitense per aver investito molto nei rapporti tra Washington e Erevan nel corso degli ultimi anni.
(Res)

L’Azerbaigian distrugge siti archeologici di valore inestimabile, e l’Unesco applaude (Linkiesta 11.07.19)

Sarebbe stato bello se, tra i nuovi 29 siti aggiunti alla lista dell’Unesco, ci fosse stato quello di Culfa (noto anche come Djulfa), luogo magico che vanta la più grande concentrazione di croci di pietra medievali – a testimonianza dell’antica presenza nell’area di una “florida comunità di cristiani armeni”, come si scrive qui. Sarebbe stato bello, appunto, ma non è accaduto. Perché il sito di Culfa è stato raso al suolo e distrutto senza pietà dal governo dell’Azerbaijan, che ha ospitato quest’anno i lavori dell’Unesco.

Cose che succedono, certo, quando un Paese classificato come “non libero” porta avanti una politica di rimozione culturale nei confronti degli armeni, eliminando, nel silenzio generale, ogni traccia storica e archeologica del loro passato. Tutti si indignano per i Buddha distrutti dai Talebani. Tutti inorridiscono per l’Isis che fa a pezzi i siti romani. E perché nessuno ricorda i circa 100 soldati azeri che, armati di mazze, hanno abbattuto le antiche lapidi del cimitero medievale armeno di Culfa gettando i detriti e le polveri nel fiume vicino?

Secondo il governo azero questo episodio non sarebbe mai avvenuto. Le denunce sarebbero fasulle e le rivendicazioni politicizzate. Il sito di Culfa non esiste più per la semplice ragione che, spiega, non è mai esistito. Del resto, come si è scritto qui, dal 1997 al 2006 in quell’area (il Nakhcivan) sarebbe stata fatta piazza pulita di 89 chiese medievali – tra cui la cattedrale di Agulis, dedicata a San Tommaso, una delle più antiche del mondo – 5.840 croci di pietra (metà erano proprio a Culfa) e 22mila pietre tombali armene. O no? Secondo la linea ufficiale nessuna di queste cose è mai esistita.

Ora: nessuno spera che il resto del mondo, già abbastanza impegnato per conto suo, si preoccupi anche di queste cose. Però l’Unesco dovrebbe. Anche se, si insinua sempre nello stesso articolo, la donazione azera di cinque milioni di dollari (dopo che Washington ha tagliato i fondi nel 2013 all’istituto) potrebbe aiutare a dimenticare.

All’origine di questa persecuzione culturale ci sarebbe, secondo alcuni, una persecuzione etnica. Con il crollo dell’Unione Sovietica, all’inizio degli anni ’90, la regione del Nakhichevan proclamò l’indipendenza ma rimase, come exclave, parte del territorio azero. La popolazione armena, da quel momento, comincia a diminuire fino a raggiungere quota zero, anche alla luce dell’espulsione forzata decisa, in un’ottica di scambio, durante la guerra con l’Armenia sulla secessione del Nagorno-Karabakh dall’Azerbaigian.

È in quel clima bellico che appare, nella propaganda governativa, la figura dell’armeno come nemico comune dell’Azerbaigian. Secondo la propaganda, agirebbe attraverso la sua potente lobby per minare l’unità territoriale azera, rivendicando un passato archeologico su alcune aree del Paese. Questa posizione spiega la linea durissima dell’Azerbaigian sulla questione: negare, negare e negare, questo è il diktat. E quando non si può negare, distruggere.

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Libri da… Azerbaigian: Akram Aylisli (libri.icrewplay 12.07.19)

È quello che è successo a Akram Najaf oglu Naibov, l’autore azero di cui voglio parlarti oggi. Conosciuto con lo pseudonimo di Akram Aylisli, è uno dei più famosi e controversi scrittori dell’Azerbaigian, visceralmente amato dai suoi connazionali fino all’uscita del suo libro Sogni di Pietra, nel 2013.

AzerbaigianMa prima, una breve presentazione dell’Azerbaigian. Chiamato ufficialmente Repubblica dell’Azerbaigian, si affaccia sul Mar Caspio e confina con Russia, Georgia, Armenia e Iran. Per la sua natura di crocevia di culture, questa zona del Caucaso è da sempre teatro di scontri. In particolare, quello tra armeni e azeri arriva fino ai giorni nostri, con la guerra del Nagorno-Karabakh, enclave situata all’interno dell’Azerbaigian ma abitata da una maggioranza armena. Dopo la tregua firmata nel 1994 il conflitto è stato congelato ma, ancora oggi, non è stato risolto.

Akram Najaf oglu Naibov

Akram Aylisli nasce nel 1937 in un villaggio situato al confine con Armenia e Iran, in quella che allora era la parte sovietica dell’Azerbaigian e oggi è l’exclave azera del Naxçıvan. Studia a Mosca e diventa un poeta, scrittore e drammaturgo. Presto i suoi scritti raggiungono la popolarità in patria: protagonista dei suoi romanzi è la bucolica vita del suo villaggio natio, un tema molto apprezzato anche in Unione Sovietica.

La sua carriera decolla sia nel mondo letterario (sue sono le traduzioni in azero di grandi autori stranieri come Gabriel Garcia Marquez o Anton Chekhov) sia in quello cinematografico. In Azerbaigian, viene insignito del titolo di Scrittore del Popolo e gli vengono consegnati i due più importanti riconoscimenti dello Stato: le medaglie Shokhrat (Onore) e Istiglal (Indipendenza). Nel 2005 viene eletto nel parlamento azero. 

Nel 2007 finisce di scrivere Da yuxular (Sogni di Pietra, edito in Italia da Guerini e Associati) ma lo tiene in un cassetto. Sa che la sua pubblicazione scatenerà un putiferio tra i suoi connazionali. Nel 2012, a seguito di un increscioso episodio di violenza, l’ennesimo tra azeri e armeni, decide di pubblicarlo sulla rivista letteraria russa Druzba Narodov (Amicizia tra i popoli). E da questo momento per lui e la sua famiglia la vita cambia completamente. I suoi libri vengono bruciati, gli viene tolta la pensione e ogni onorificenza ricevuta. Viene insultato, sbeffeggiato, dichiarato traditore dai sui connazionali e apostata dal Gran Muftì. Viene anche messa una taglia sulla sua testa: tredicimila dollari per chi fosse riuscito a mozzargli un orecchio – ritirata solo dopo insistenti pressioni internazionali. Sua moglie e suo figlio perdono il lavoro. Ma nonostante questo e l’invito a espatriare, Akram Aylisli vive ancora nella sua casa a Baku, la capitale dell’Azerbaigian. Simbolo di una libertà di espressione che non si piega all’odio.

Sogni di Pietra

Sogni di Pietra di Akram AylisliCome si legge nella prefazione di Gian Antonio Stella, il libro “tenta di capire e di spiegare le ragioni dell’’altro. Di più: cerca di riconoscere, con onestà, i torti della propria parte.
Il pretesto narrativo è il ricovero in gravi condizioni di un noto attore azero che aveva osato difendere un anziano armeno massacrato da un gruppo di ragazzi azeri a Baku. Da qui, mescolando più piani temporali insieme, si racconta del lungo conflitto, purtroppo ancora in corso, tra armeni e azeri.

Sinossi

Baku. Sera di dicembre: un ferito giunge in ospedale. È un noto attore azero che ha difeso un vecchio armeno da un linciaggio ed è stato per questo massacrato da fanatici azeri. Nel racconto si intersecano due tragedie: lo scontro etnico/religioso fra armeni e azeri e il mondo violento e pericoloso che si è creato dopo la fine dell’impero sovietico.
I pogrom contro gli armeni, le aggressioni in strada, la corruzione dei nuovi padroni e il servilismo e l’opportunismo dei sudditi si intrecciano, senza sovrapporsi al dramma del suo protagonista, che vive questo mondo come estraneo ai suoi principi morali. Il suo spirito anela alla città sognata di Ajlis. Qui, pur dopo i massacri del 1919, fu possibile ricostruire l’armonia di musulmani e cristiani, azeri e armeni. Ma anche lì il tempo della tolleranza sta giungendo alla fine.

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Petrossian, lo zar armeno del caviale (Lofficielitalia 11.07.19)

Dietro le vetrine acquamarina della maison Petrossian a Parigi, situate a pochi passi dalla Tour Eiffel, si nasconde una storia lontana, capace di ripercorrere tutto il Novecento a bordo dell’Orient Express. I protagonisti di questa storia si chiamano Mouchegh e Melkoum. Figli di un mercante di seta, questi due fratelli armeni sono costretti ad abbandonare la loro terra natale nel 1915, quando l’esercito ottomano ordina l’epurazione degli armeni su tutto il territorio dell’impero. Negli stessi anni, la rivoluzione sovietica spinge la borghesia russa a trovare rifugio a Parigi. I due fratelli intravedono in questa nuova clientela un’opportunità commerciale e hanno l’idea di importare una prelibatezza proveniente dalla acque Mar Caspio, situato tra l’Iran e la Russia: il caviale di storione. Il solo ostacolo alla realizzazione del progetto è la nazionalizzazione della pesca da parte della nuova Russia sovietica, ma Mouchegh e Melkoum sanno come convincere un paese che manca terribilmente di liquidità. Secondo il racconto di famiglia, i due fratelli armeni si presentano al consolato russo di Parigi sapendo come convincere le autorità russe: una valigia piena di contanti. Nel 1920 aprono la prima boutique al 18 Boulevard de la Tour-Maubourg, la stessa che da ormai un secolo propone le specialità e le leccornie dell’Est-Europa a Parigi. In pochi anni, il caviale del Mar Caspio invade la capitale francese diventando l’invitato obbligatorio delle tavole dei più grandi ristoranti, della mondanità e dei ricevimenti. I fratelli Petrossian mettono a punto una tecnica segreta per affinare il caviale, integrando anche l’affumicatura del salmone e la vendita dei granchi russi. Nonostante le relazioni privilegiate con la Russia sovietica, durante la Seconda Guerra mondiale i rifornimenti di caviale si fanno rari e i fratelli Petrossian aggiungono all’inventario gli alcolici e la verdura. Alla fine della guerra seguiranno i formaggi e i prosciutti dell’Europa dell’Est. Se la maison Petrossian è riuscita a mantenere per decenni il monopolio del caviale sovietico e dell’Iran, e del granchio Chatka, dagli anni Ottanta dei nuovi attori commerciali come Kaviari, Maison Nordique e Prunier, stanno espandendosi dando filo da torcere alla maison armena. Inoltre, le quote internazionali non permettono di pescare lo storione come in passato facendo lievitare vertiginosamente i prezzi. Nonostante un fatturato in diminuzione del 4% rispetto all’anno precedente, nel 2018 la società Petrossian realizza 17 milioni di euro. Oggi l’azienda è diretta da Armen Petrossian, figlio di Mouchegh. Dai baffi larghi come il Caucaso, l’indispensabile papillon colorato e un piglio da mago d’inizio secolo, Armen Petrossian trasmette tutta la passione e la storia della famiglia animando con calore la boutique della rue Tour-Maubourg, dove è anche possibile mangiare un boccone. Nel ristorante di fronte alla boutique, al numero 13, il ristorante della maison Petrossian permette un’esperienza più formale e contemporanea per scoprire tutte le forme del caviale. Il palato italiano non apprezzerà le tagliatelle al caviale, ma potrà esplorare tutte le declinazioni di pesce e carne per un menù accessibile a pranzo.

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Imprese italiane in Armenia: Unindustria Reggio Emilia guida la missione (Reggioonline 11.07.19)

REGGIO EMILIA – Unindustria Reggio Emilia ha accompagnato nei giorni scorsi la prima missione di imprese italiane nella capitale dell’Armenia Yerevan. Una missione nata dal successo per il primo Business Forum Italia-Armenia dello scorso giugno, organizzato di Ice e Ance, che aveva visto la partecipazione anche del primo ministro Nikol Pashinyan e del ministro dell’economia Tigran Khachatryan.

Le imprese reggiane partecipanti hanno effettuato circa 50 incontri commerciali, atti a sviluppare il proprio business e nuove collaborazioni ed alcune di loro hanno già ricevuto commesse al loro rientro.

“L’Armenia, a dispetto delle sue dimensioni può essere considerata, a pieno titolo, una nazione globale grazie ad una numerosissima ed influente comunità di espatriati ed è stata definita “Paese dell’anno” dalla rivista The Economist quale destinazione di investimenti esteri. I dati mostrano che le esportazioni italiane verso l’Armenia sono in costante aumento e che cresce progressivamente la domanda di beni italiani, soprattutto nei settori tradizionali (moda, agroalimentare, beni di lusso e meccanica). Da non sottovalutare inoltre anche le opportunità offerte in comparti all’avanguardia (energie rinnovabili, biomedicale, IT e rifiuti), dove le nostre imprese vantano un alto grado di specializzazione. Un altro fattore chiave è il fatto che sono poche le aziende straniere che operano nel paese e il mercato risulta quindi caratterizzato da scarsa concorrenza” – spiega Fausto Mazzali, Vicepresidente Unindustria Reggio Emilia delegato all’Internazionalizzazione.

Alla missione, organizzata con la consulenza di Alenoush Sahakian (Sahaka Mktg & Communication Consultancy) e accompagnata da Silvia Margaria dell’Area Internazionalizzazione di Unindustria, hanno partecipato Andrea Gazza (Industrie Montali – Montecchio), Gianluca Maselli (Giuliano Industrial – Correggio), Elena Svet (Mazzoni – Cavriago), Elena Munari (I.E. Park – Gattatico) e Stefano Curini (Rovatti & Figli Pompe – Fabbrico).


Unindustria Reggio guida la prima delegazione italiana in Armenia (Reggiosera 11.07.19)

REGGIO EMILIA – Dopo il successo per il primo Business Forum Italia-Armenia dello scorso giugno, organizzato di ICE e Ance, che aveva visto la partecipazione anche del Primo Ministro Nikol Pashinyan e del Ministro dell’Economia Tigran Khachatryan, Unindustria Reggio Emilia ha accompagnato nei giorni scorsi la prima missione di imprese italiane nella capitale Yerevan.

Le imprese reggiane partecipanti hanno effettuato circa 50 incontri commerciali, atti a sviluppare il proprio business e nuove collaborazioni ed alcune di loro hanno già ricevuto commesse al loro rientro.

Alla missione in terra armena, organizzata con la consulenza di Alenoush Sahakian (Sahaka Mktg & Communication Consultancy) e accompagnata da Silvia Margaria dell’Area Internazionalizzazione di Unindustria Reggio Emilia, hanno partecipato: Andrea Gazza (Industrie Montali – Montecchio), Gianluca Maselli (Giuliano Industrial – Correggio), Elena Svet (Mazzoni – Cavriago), Elena Munari (I.E. Park – Gattatico) e Stefano Curini (Rovatti & Figli Pompe – Fabbrico).

La delegazione è stata accolta anche dall’Ambasciatore Vincenzo Del Monaco e sta ricevendo supporto nel follow-up degli incontri da Annarosa Colangelo, vice capo Missione dell’Ambasciata.

E’ stato effettuato inoltre un incontro anche con Eduard Kirakosyan, executive director Union of Manifacturers and Businessmen of Armenia, con il quale è stato rinnovato il Memorandum d’Intesa siglato con Confindustria Emilia- Romagna del 2016.

“L’Armenia, a dispetto delle sue dimensioni può essere considerata, a pieno titolo, una nazione globale grazie ad una numerosissima ed influente comunità di espatriati ed è stata definita “Paese dell’anno” dalla rivista The Economist quale destinazione di investimenti esteri. I dati mostrano che le esportazioni italiane verso l’Armenia sono in costante aumento e che cresce progressivamente la domanda di beni italiani, soprattutto nei settori tradizionali (moda, agroalimentare, beni di lusso e meccanica). Da non sottovalutare inoltre anche le opportunità offerte in comparti all’avanguardia (energie rinnovabili, biomedicale, IT e rifiuti), dove le nostre imprese vantano un alto grado di specializzazione. Un altro fattore chiave è il fatto che sono poche le aziende straniere che operano nel paese e il mercato risulta quindi caratterizzato da scarsa concorrenza” – spiega Fausto Mazzali, Vicepresidente Unindustria Reggio Emilia delegato all’Internazionalizzazione.

La storia straordinaria delle Suore Armene dell’Immacolata Concezione (Aleteia 10.07.19)

Caratterizzata dalle persecuzioni, ma anche da una certa vicinanza ai successori di Pietro

“Rinascete per l’amore pratico nei confronti dei bambini e dei poveri”, ha affermato il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, nella sua omelia in occasione della chiusura del 170° anniversario della congregazione femminile delle Suore Armene dell’Immacolata Concezione, celebrazione tanto più intensa visto che questa comunità ha attraversato momenti tragici di sofferenza.Nel 1847, alla periferia di quella che era stata Costantinopoli, capitale dell’Impero ottomano, la congregazione si è lanciata nel campo dell’istruzione delle giovani donne armene in situazioni di povertà. Appena tre anni dopo la sua creazione, spinta dal successo riscosso, la comunità ha aperto varie scuole nella zona antica della città.

Una congregazione al cuore di un popolo perseguitato

Purtroppo si sono poi verificate le persecuzioni contro gli Armeni. Nel decennio a partire dal 1890, il popolo armeno ha chiesto al sultano di applicare le riforme liberali promesse. La risposta non si è fatta attendere ed è stata brutale, barbara: tra il 1894 e il 1896, circa 200.000 armeni sono stati sterminati, 100.000 convertiti a forza all’islam e un numero simile di donne è stato sequestrato per entrare negli harem.

In quel caos, le religiose dell’Immacolata Concezione si sono dedicate corpo e anima a soccorrere i bambini e a offrire un sostegno spirituale per quanto possibile.

Vent’anni dopo, l’incubo ha assunto proporzioni ancor più spaventose. Il genocidio armeno ha raggiunto il suo apice: due terzi della popolazione armena in Turchia è stata sterminata. Alcune suore sono state assassinate, altre deportate e le sopravvissute sono state esiliate. Queste ultime, rifugiatesi ad Aleppo, hanno fondato una comunità che si dedicava alla cura degli armeni sopravvissuti.

Dalla Siria al Papa

A Roma la sofferenza delle religiose è arrivata alle orecchie di Papa Pio XI, che ha chiesto loro di attraversare il Mediterraneo per insediarsi a Castel Gandolfo, residenza estiva dei Pontefici.

È stato così che 12 religiose e 429 bambini sopravvissuti al genocidio sono stati alloggiati lì prima di essere trasferiti a Torino in uno spazio più ampio. Il legame con Roma è tuttavia rimasto indelebile: la Casa Generale e il noviziato delle religiose si trovano ancora oggi nella Città Eterna.

Attualmente offrono il loro aiuto e la loro consolazione alla diaspora armena in Francia, Siria, Egitto, Giordania e Iraq, ma anche in Iran prima della rivoluzione islamica del 1979. Durante la Guerra Fredda è stato proibito loro l’accesso al territorio armeno, chiuso sotto il giogo comunista dell’URSS.

Nel 1991 il blocco orientale è crollato, e l’Armenia è diventata uno Stato indipendente. Le suore dell’Immacolata Concezione hanno potuto tornare nella propria terra e aprirvi conventi e scuole. Nel 2016 sono poi riuscite a contraccambiare l’ospitalità di Pio XI ricevendo il suo successore, Papa Francesco, in visita in Armenia. E ovviamente, hanno detto, la loro camera migliore è stata riservata al Successore di Pietro!

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Libri da… Armenia: Abovjan, Arslan e molti altri…(libri.icrewplay.com 09.07.19)

Una terra di sofferenza… e tanto coraggio

Caro lettore, oggi ti voglio parlare dell’Armenia, o in maniera ufficiale Repubblica di Armenia,è infatti una repubblica semipresidenziale e il presidente è eletto dal popolo e dura in carica 5 anni. L’indipendenza è stata votata dal popolo con un referendum nel settembre 1991. Stato eurasiatico posto tra l’Azerbaigian, l’Iran, la Turchia e la Georgia. Nei secoli il nome è cambiato da Hayq a Hayastan, che significa terra di Haik, un discendente di Noé, quindi un antenato di tutti gli armeni, fino al nome conosciuto ai giorni nostri, che deriva da Armenak, famoso per il suo coraggio come condottiero, e fiero della discendenza così importante. Questo territorio si è formato dal sollevamento della crosta terrestre 25 milioni di anni fa, quindi è prevalentemente montuoso, con numerosi vulcani spenti e un’attività tellurica ancora presente e pericolosa. La lingua ufficiale è quella armena, seguita dal russo, che è la più parlata tra le minoranze linguistiche. La religione maggiormente professata è quella cattolica, seppur con alcune modifiche: la chiesa apostolica armena, infatti, è molto vicina alla chiesa copta e a quella ortodossa. La capitale è Erevan. La moneta armena è la Dram o Dracma.

Consigli letterari

La letteratura armena moderna ebbe origine durante il revivalismo o periodo del revival, romanticismo armeno che si sviluppò nel XIX secolo. Gli autori revivalisti, inneggiavano al nazionalismo armeno. Il primo e più importante rappresentante fu Khačatur Abovjan, di cui cito la sua opera più famosa, “Le ferite dell’Armenia“. Verso la fine del 1800 iniziò il movimento realista, con la fondazione del giornale Arevelk a cui partecipava anche Arpiar Arpiaryan. Iniziò poi il periodo in cui l’Armenia dovette sottostare al regime sovietico, fino alla sua indipendenza. Tra gli scrittori moderni voglio ricordare Armen MelikianAntonia Arslan e Vahé KatchaMelikian, vincitore di 11 premi letterari, con la sua opera “Viaggio alla terra vergine“, affronta i problemi della società armena moderna: corruzione politica, relazione di genere e orientamento religioso. Arslan, vincitrice del premio Stresa e finalista del premio Campiello, con il romanzo “La masseria delle allodole“, ha reso omaggio alle sue origini armene mantenendo vivo il ricordo del genocidio armeno, attuato dall’impero ottomano tra il 1915 e il 1916, provocando un milione e mezzo di morti. Katcha, scrittore armeno francese, anche lui impegnato nel ricordo di quella pulizia etnica che provocò tanta sofferenza, cito la sua opera “Il pugnale nel giardino“.

Spero che questo breve viaggio in questa terra così lontana, ma anche così vicina, ti sia piaciuto. Continua a seguirci per viaggiare con la fantasia e la letteratura.

Leggete… con la lettura volerete! Buona lettura!

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Armenia: sondaggio Iri, cittadini continuano a sostenere governo Pashinyan (Agenzia nova 09.07.19)

Erevan, 09 lug 09:38 – (Agenzia Nova) – Sebbene questa cifra rappresenti una riduzione di 12 punti rispetto all’ottobre dello scorso anno, rimane una significativa espressione della costante fiducia nel nuovo esecutivo. Questo trend può anche riflettersi in alti livelli di ottimismo riguardo alla gestione delle riforme da parte del governo, in quanto il 59 per cento degli intervistati ritiene che il governo stia facendo abbastanza sforzi per combattere la corruzione. Nonostante queste dimostrazioni di ottimismo, i cittadini armeni rimangono preoccupati per una serie di problemi che affliggono il paese. In linea con precedenti sondaggi dell’Iri, i posti di lavoro (30 per cento), i problemi socioeconomici (18 per cento), i salari (14 per cento) e le pensioni (12 per cento) sono in cima alla lista dei problemi prioritari che il governo deve affrontare entro i prossimi sei mesi. Anche se il 42 per cento dei partecipanti al sondaggio ritengono che l’economia nel suo insieme sia migliorata negli ultimi sei mesi, solo il 24 per cento citano dei miglioramenti della situazione economica delle loro famiglie in questo periodo di tempo. (Res)

Tregua (precaria) nell’Eden (Corriere della Sera 06.07.19)

Non è facile parlare del Nagorno Karabakh — e neppure capirlo. Questo piccolo Paese aggrappato alle montagne del Caucaso, è davvero, infatti, un giardino segreto, come lo ha definito Graziella Vigo dopo averlo percorso in lungo e in largo scattando le sue preziose fotografie, parlando con la gente, annusandone i profumi e captando la sua misteriosa lunghissima storia, come la si respira in ogni angolo di questa terra. Non è facile: a cominciare dal nome, che significa «giardino nero» (un misto di due vocaboli, uno russo e uno turco, che non rispecchia la vera natura della regione, che infatti ufficialmente oggi si chiama Artsakh, un altro nome derivato da un termine dell’armeno antico, tsakh, che significa «legno»).

Antonia Arslan (Padova, 1938)
Antonia Arslan (Padova, 1938)

Legno, cioè boschi, foreste: questa parte del Caucaso orientale, che si estende per circa 11.500 chilometri quadrati, abbraccia e protegge l’Altopiano Armeno verso est, e comprende alcuni dei più antichi e durevoli insediamenti del popolo armeno. Appartenente alla famiglia indoeuropea, esso si era insediato in tutta la grande zona fra il Monte Ararat, il Caucaso e i tre grandi laghi di Van, Sevan e Urmià, verso il VII secolo a.C. La tribù armena che qui si stabilì ha messo radici che non sono mai state tagliate; la gente di qui ha combattuto per la propria terra, ha difeso una certa indipendenza, ha conservato perfino una classe nobiliare, i melik, che altrove è scomparsa. Il popolo dell’Artsakh non ha subito il trauma del genocidio del 1915 perché, come l’Armenia del Caucaso, non faceva parte dell’impero ottomano: per molti secoli rimasto sotto l’influenza persiana, col trattato di Gulistan del 1813 passò in potere dello zar di Russia, che nel 1828 riuscì ad annettersi tutta la Transcaucasia.

Questa terra isolata, ma fertile e ricca d’acque, costituiva da millenni un importante nodo di passaggio verso occidente. L’Artsakh si convertì al cristianesimo insieme al resto d’Armenia, e vi furono costruiti importanti monasteri. La capitale, Shushi, era nell’Ottocento una delle città più importanti del Caucaso, seconda solo a Tiflis, l’odierna Tbilisi, ed era conosciuta per la sua vivacissima vita economica e culturale. I suoi abitanti avevano stretti rapporti con il mondo russo e con quello occidentale, e molti giovani andavano a studiare all’estero.

La copertina del numero di «Vita e Pensiero» che esce il 12 luglio
La copertina del numero di «Vita e Pensiero» che esce il 12 luglio

E non solo gli uomini, anche le donne. Il 22 dicembre 1895, sul suo giornale «Il Mattino», Matilde Serao pubblica il resoconto di una conferenza tenuta all’Università di Vienna da una dottoressa in medicina che è — scrive — «discendente da un’antica famiglia principesca dell’Armenia». Si tratta di Margarit Melik Beglarian, appartenente a una delle più antiche famiglie dei melik dell’Artsakh. Il resoconto della conferenza è estremamente interessante. «Il mio Paese», dice Margarit, «è selvaggio e incivile, ma se voi andate in una tenuta vedrete quanto volentieri un possidente divida con i contadini il suo patrimonio e il suo tempo. Vadano pure maestre, medichesse e magari avvocatesse in quei luoghi e vedranno con quanta affabilità verranno accolte. La gente non dirà: “Questa è una donna e quindi comprende poco”. Io non conosco nessun proverbio armeno che dileggi l’inferiorità della donna. […] La donna armena non è per nulla da meno dell’uomo e, se anche talvolta le manca la cultura, la sua naturale forza d’animo è tale da farla ovunque oggetto di considerazione».

Tornando al nome: «Artsakh. Questo è il nome giusto, antico, quello armeno, e definisce questi territori dalla più remota antichità — ti dice la gente del posto — e risale a prima di quando diventarono parte dei domini del re Tigranmetz». Effettivamente Tigrane il Grande, nel I secolo a.C., fu l’armeno che arrivò a regnare su un estesissimo impero, che andava dal Mar Nero al Monte Ararat alle pianure d’Anatolia, giungendo fino alla Siria e alla Palestina. Quella fu la massima estensione della Grande Armenia; e di questo re gli armeni mantengono un ricordo divenuto leggendario: re Tigrane regnò molto a lungo e aveva il vezzo di costruirsi capitali. A Tigranakert, la sua capitale in loco, gli archeologi scavano da anni; a me è capitato di andarci in un pomeriggio di aprile nel 2015, durante il mio primo viaggio nel Paese.

Era l’inizio della nuova stagione. Il professor Hamlet Petrosyan, direttore degli scavi, ci invitò a visitare tutto, ma soprattutto l’appena riscoperta basilica paleocristiana. Sulle colline indugiava un tramonto di fuoco, e — come nelle favole — un cavallo solitario galoppava verso il sole. Mi sentii nel centro di un mondo antichissimo e tuttavia vitale, coraggioso. Eppure questa serenità laboriosa è una faticosa conquista dopo una guerra per la sopravvivenza non ancora finita: la pace fra l’Artsakh e l’Azerbaigian è ancora lontana, c’è soltanto — da più di vent’anni… — uno stato di tregua armata. Ma, nonostante la perdurante incertezza diplomatica, il Paese — abitato da circa 150.000 persone — lavora perché la sua indipendenza de factoprosegua e si rafforzi. La capitale attuale, Stepanakert, giace al centro di una vallata accogliente, poco lontana da Shushi, dove durante la guerra la cattedrale e gran parte delle case furono quasi completamente distrutte. Oggi è in piena ricostruzione.

È superfluo ricordare che l’area del Caucaso è — ed è sempre stata — di straordinaria complessità etnica e linguistica; tuttavia le cause della guerra del Nagorno Karabakh (oggi Artsakh) sono in realtà abbastanza semplici, se la si considera nella prospettiva delle attuali rivendicazioni di molte etnie circa il loro «spazio vitale», il territorio dove vivono e vogliono continuare a vivere in libertà. All’inizio del Novecento, gli armeni dell’impero ottomano furono spazzati via — dal 1915 in poi —, vittime del primo genocidio del secolo. Un certo numero di sopravvissuti trovò rifugio nell’Armenia caucasica, sotto la protezione della Russia zarista. Dopo la rivoluzione del 1917 si forma nel Caucaso una federazione transcaucasica, che dà origine a tre repubbliche indipendenti (Georgia, Armenia, Azerbaigian). Nel 1920 tuttavia anche la Transcaucasia cade nelle mani dei bolscevichi. Sarà Stalin a rimescolare le carte fra le tre nazioni, assegnando nel 1921 all’Azerbaigian il territorio del Karabakh, abitato per il 95% da armeni.

Questa situazione dura fino alla crisi finale dell’Urss. Dovunque ci sono minoranze, le diverse nazionalità rialzano il capo: anche in Karabakh. Nel 1988 avvengono scontri in diverse località fra azeri e armeni, che sfociano nella violenza di pogrom e massacri organizzati. Nel frattempo, nel caos legislativo del tramonto sovietico, i rappresentanti del soviet del Karabakh proclamano uno statuto di autonomia e infine l’indipendenza nel 1991. Nel gennaio 1992 cominciano i bombardamenti azeri. La guerra va avanti per due anni, con distruzioni massicce sul territorio dell’Artsakh, ma trovando un’inaspettata e decisa resistenza. Gli armeni hanno presente l’incubo del 1915, e sanno di combattere per la propria terra: fra alterne vicende, riescono a tenere il territorio.

La tregua (spesso purtroppo violata) fu firmata nel maggio 1994. A tentare un riavvicinamento delle posizioni lavora da anni il Gruppo di Minsk della Csce. Oggi, mentre in Azerbaigian si è consolidata una successione dinastica nella famiglia Aliyev, con un progressivo parallelo restringersi delle libertà di opinione e di critica, in Armenia la «rivoluzione di velluto» del 2018 ha portato al potere Nikol Pashinyan, con un forte programma di rinnovamento sociale e politico: speriamo! Ma io credo che della realtà esistente e del popolo fiero e gentile dell’Artsakh, avamposto orientale, davvero non ci si deve dimenticare.

Il nuovo numero e l’autrice

Esce venerdì 12 luglio il nuovo numero di «Vita e Pensiero», rivista bimestrale fondata nel 1914 e promossa dall’Università Cattolica di Milano. Il saggio di Antonia Arslan, di cui pubblichiamo una sintesi qui sopra, fa parte dei contributi della sezione «Frontiere», in cui compaiono anche una riflessione di Joseph Coutts sui Cristiani in Pakistan e un intervento di Andrea Bettetini su Abusi sessuali e segreto confessionale. Firmano gli «Scenari economici» Carlo Cottarelli (Un vero bilancio comune per rilanciare la Ue) e Luigi Campiglio. Il focus: Primo Levi e il sacro, questione da riaprire? con testi di Marco Belpoliti, Alberto Cavaglion, Giovanni Tesio, Alessandro Zaccuri.
Antonia Arslan (Padova, 1938) è autrice di saggi sulla narrativa popolare e la letteratura femminile tra Ottocento e Novecento. Di origini armene, ha tradotto le poesie di Daniel Varujan e narrato le sue memorie familiari in La masseria delle allodole (Rizzoli, 2004), romanzo pluripremiato, tradotto in 15 lingue e trasformato nell’omonimo film nel 2007 dai fratelli Taviani. Il suo ultimo libro è La bellezza sia con te (Rizzoli, 2018). L’Artsakh, conosciuto fino al referendum costituzionale del 2017 come Nagorno Karabakh, è uno Stato de facto, autoproclamatosi repubblica indipendente dall’Azerbaigian dopo un conflitto durato oltre due anni, fino al maggio 1994. Repubblica a riconoscimento limitato, conta una popolazione di circa 150 mila abitanti, la maggior parte cristiani.

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