Il voto in Nagorno Karabakh, fra pandemia e guerra (Osservatorio Balcani e Caucaso 02.04.2020)

Nonostante la pandemia di coronavirus, le autorità de facto del Nagorno Karabakh hanno deciso di andare al voto il 31 marzo per le elezioni parlamentari e presidenziali. Il Covid 19 non è riuscito – del resto – a fermare nemmeno la guerra

02/04/2020 –  Marilisa Lorusso

Le si potrebbero chiamare le prime elezioni plenarie: il 31 marzo le autorità de facto del Nagorno Karabakh hanno chiamato al voto 104.348 elettori per eleggere sia il nuovo Parlamento che il Presidente della piccola repubblica secessionista. Le elezioni presidenziali sarebbero dovute tenersi nel 2017, ma dopo un referendum costituzionale che ha trasformato il sistema semi-presidenziale in un sistema presidenziale, il parlamento de facto, cioè la locale Assemblea Nazionale, aveva rieletto Bako Sahakyan come presidente. Ora ci sarà un nuovo presidente questa volta con mandato popolare. Alla tornata del 31 marzo nessuno dei candidati ha superato il 50% delle preferenze, per cui si andrà al secondo turno il 14 aprile.

Le elezioni

Un totale di 14 candidati presidenziali, 10 partiti e 2 blocchi elettorali hanno partecipato a queste elezioni presidenziali e parlamentari. L’affluenza alle urne è stata del 73,5% (76.728 voti espressi con 2.625 schede non valide).

Per le presidenziali l’ex Primo Ministro (2007-2017) e ministro di Stato (2017-2018), leader del partito Madrepatria Libera Arayik Harutyunyan ha ricevuto 36.076 voti (49,26%) ed è seguito da Masis Mayilyan, ministro degli Esteri del Nagorno-Karabakh da settembre 2017 con 19.360 voti (26,4%) e Vitaly Balasanyan (ex Segretario della sicurezza nazionale) con 10.755 voti (14,7%). Gli altri 11 candidati hanno ricevuto tra 0,2% e 2,56% dei voti ciascuno.

Secondo i risultati preliminari delle elezioni parlamentari, cinque partiti si ripartiranno i 33 seggi nella de facto Assemblea Nazionale: il partito Madrepatria Libera di Arayik Harutyunyan, che ha ricevuto 29.688 voti o il 40,4% delle preferenze, Patria Unita del ministro della Difesa Samvel Babayan che ha sostenuto la candidatura di Masis Mayilyan alle presidenziali, con 17.365 voti o 23,63% delle preferenze, il partito Giustizia di Vitaly Balasanyan, candidato alla presidenza vicino alla vecchia guardia armena che si era distinto per gli attacchi a Pashinyan, con 5.865 voti cioè il 7,9%, la Federazione Rivoluzionaria Armena, guidata da David Ishkhanyan (4.717 voti o il 6,4%) e il Partito Democratico di Artsakh Ashot Ghulyan, presidente del Parlamento dal 2005, (4.269 voti o 5,81%).

Gli altri sette partiti e coalizioni politici hanno ricevuto tra lo 0,65% e il 4,5% dei voti, non sufficienti per superare le soglie del 5% e del 7% rispettivamente per partiti e coalizioni.

In attesa che prenda forma la nuova legislatura de facto e la nuova presidenza, si deve fare il però i conti con il presente.

Il voto e la pandemia

Erano di duplice natura le preoccupazioni su come questo voto avrebbe potuto contribuire a propagare il Covid 19. Da un lato si temeva che gli assembramenti elettorali potessero contribuire alla propagazione endogena del virus all’interno del corpo elettorale. Ma il timore forse ancora più fondato era che l’arrivo degli osservatori elettorali dall’estero fosse un detonatore pandemico.

Il Nagorno Karabakh si dichiara infatti estraneo alla pandemia. Ufficialmente nessun caso è stato registrato fino alla fine di marzo. Nell’ultima decade di marzo c’erano solo 3 persone in isolamento e una trentina in quarantena perché appena rientrati, ma il territorio secessionista, largamente isolato anche a livello regionale, sembrava essere rimasto periferico rispetto all’ondata epidemica.

L’aver invitato quindi più di 900 osservatori, di cui 300 dall’esterno del Karabakh, e principalmente dall’Armenia, appariva alla soglia del voto essersi trasformato in un giocare con il fuoco.

L’Armenia sta pagando un alto prezzo al Covid, con più di 500 contagi a fine marzo e un migliaio di persone in quarantena su una popolazione di nemmeno 3 milioni di persone.

La Commissione Elettorale ha adottato pertanto misure speciali per il voto. Gli scrutatori e tutto il personale coinvolto nel voto al seggio dovevano avere guanti, mascherina e disinfettanti a base alcolica per le mani. Per il voto e la registrazione dei votanti si sono dovute usare penne monouso. Gli osservatori elettorali hanno dovuto essere certificati sani per accedere al Karabakh. Quindi tampone prima di partire, e sostituzione a carico dell’organizzazione mandante dei possibili osservatori trovati positivi, perché – come ha dichiarato il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan  – il virus non entri insieme agli osservatori.

Anche l’Armenia, consapevole del proprio potenziale virale, come misura di tutela del Karabakh il 26 marzo ha chiuso con check point gli accessi al Karabakh. L’accesso al territorio secessionista è concesso per i residenti, i trasportatori con le loro merci, e osservatori elettorali e giornalisti per le elezioni.

Nonostante le misure adottate, diverse voci si erano levate nei giorni precedenti al voto perché fosse rimandato. Ancora il 26 marzo, il candidato Mayilyan si dichiarava pronto  ad accettare anche una decisione in questo senso dell’ultimo minuto.

La pandemia e il conflitto protratto

Il 23 marzo il Segretario generale dell’ONU invocava  un cessate-il-fuoco mondiale per non aggiungere dramma al dramma, la guerra alla pandemia.

Il cessate-il-fuoco del conflitto in Nagorno Karabakh è datato 1994, ma dal 2011 la situazione ha continuato ad essere più instabile e gli scambi di fuoco sono quotidiani. Come esempio della quantità di violazioni registrate, l’autoproclamata Armata di difesa del Nagorno Karabakh ha accusato le forze armate azerbaigiane di 230 violazioni del regime del cessate il fuoco tra l’ 8 e il 14 marzo, con un totale di 2000 colpi sparati verso posizioni armene. Per posizioni armene si intendono sia le milizie karabakhi che l’esercito regolare armeno, schierato lungo i confini armeno-azerbaigiani e lungo la linea di contatto fra il Karabakh e l’Azerbaijan, che in assenza di riconoscimento non può essere considerato confine.

Il numero di vittime armene dall’inizio del 2020 è di 12 soldati e comprende coloro che sono stati uccisi da cecchini, artiglieria pesante o che si sono suicidati a causa delle dure condizioni di vita. L’ultimo incidente il 30 marzo: due militari feriti e un civile. Secondo il portavoce del ministero della Difesa  armeno S. Stepanyan lo scambio di fuoco si sarebbe registrato nel distretto Noyemberyan, della provincia di Tavush intorno alle 19.00 e nel corso della giornata dei colpi avrebbero raggiunto i villaggi di Baghanis e Oskevan, ferendo un ragazzino di 14 anni che era su un balcone.

La data è eloquente: non è bastata una pandemia a fermare il voto, come non basta per fermare le armi. Nessun cessate-il-fuoco del ’94 da rinvigorire nel quadro del cessate-il-fuoco mondiale: si continua a sparare. E questo nonostante il rischio elevatissimo di contribuire a congestionare il sistema sanitario nazionale, nonché di portare vettori di virus dalle prime linee agli ospedali, e vice versa. E il grande incubo dei paesi a leva obbligatoria, anche di quelli in pace, è che il virus raggiunga le caserme, enormi agglomerati di migliaia di residenti costretti a spazi abitativi condivisi, e spesso in condizioni assai poco igieniche e sicure. Ancor meno nelle trentennali trincee delle prime linee del Karabakh.

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Una panoramica su come in Armenia si sta rispondendo all’emergenza coronavirus: dalle voci di chi è stato messo in quarantena alle misure introdotte dal governo (Osservatorio Balcani e Caucaso 01.04.20)

Armenia-Italia-Portogallo-Grecia-Armenia. È stato l’itinerario di Arpi Bekaryan, un viaggio che ha organizzato con amici qualche settimana fa. Rientrata a Yerevan, Armenia, circa due settimane dopo, Arpi non ha avuto nemmeno la possibilità di tornare nel suo appartamento; è stata trasferita immediatamente in un edificio nella città di Tsakhkadzor, destinato alle quarantene. È stata quindi obbligata dalle autorità armene a rimanere in isolamento.

“Siamo atterrati presto al mattino all’aeroporto internazionale Zvartnots di Yerevan. Dall’oblò dell’aereo sembrava di guardare un film di fantascienza: due ambulanze e molto personale medico con le maschere ci attendevano di fronte all’aereo. Non siamo nemmeno entrati nell’aeroporto. Prima che le porte dell’aereo venissero aperte ci hanno chiamati per nome e ci hanno chiesto di sbarcare mentre tutti gli altri passeggeri hanno atteso sino a quando siamo usciti. Noi avevamo deciso già prima di arrivare in Armenia che ci saremmo auto-isolati, senza contatti neppure con la nostra famiglia”, racconta Arpi.

Ma le autorità armene avevano già pensato alla loro quarantena, cosa che Arpi ha scoperto solo atterrando a Yerevan. Lì ad aspettarla c’era personale dell’Ispettorato sulla salute e il lavoro, le è stata controllata la febbre, ha dovuto compilare un modulo e poi, augurandole buona salute, è stata mandata a Tsakhkadzor.

“Siamo stati fatti salire su due ambulanze: ci hanno fatto ricompilare dei moduli e poi portati in quarantena. Siamo stati trattati così bene che ci sentivamo quasi in imbarazzo. Bussavano alla nostra porta ogni quarto d’ora per chiedere se avessimo bisogno di qualche cosa. Ci hanno dato tutto: caffè, tè, frutta, asciugacapelli e pantofole”.

Arpi sottolinea che inizialmente la questione del vitto è stata un po’ complicata dato che lei è vegetariana. Ha dovuto rimandare indietro più volte cibo preparato con la carne sino a quando la questione si è risolta.

Arpi e i suoi amici non sono gli unici ad essere finiti in quarantena. Il governo armeno l’ha adottata per centinaia di cittadini. Tra loro Biayna Mahari, le cui vacanze in Italia sono terminate con l’isolamento. È rientrata in Italia con un volo speciale organizzato dal governo per trasportare cittadini armeni dall’Italia a casa, lo scorso 16 marzo. Le autorità armene avevano anche organizzato trasporti tramite bus speciali per permettere ai cittadini armeni sparsi sul territorio italiano di raggiungere Roma senza essere sottoposti a potenziali ulteriori rischi per la propria salute.

Dopo il suo ritorno in Armenia, Biayna ha scritto sulla sua pagina Facebook: “Ritengo molto importante ringraziare calorosamente il ministero degli Affari esteri e l’ambasciata armena in Italia. È incredibile sentire che il tuo paese ti è vicino: ti chiamano costantemente per capire come possono aiutare, rispondono alle email in un’ora e preparano belle confezioni con mascherine, guanti e cibo che è la cosa più toccante di tutte. Al vuoto aeroporto di Roma, tutti i voli erano stati cancellati e solo davanti ‘Yerevan’ era orgogliosamente scritto il numero del gate. Non c’era nessuno in tutto l’aeroporto, ma comunque sono stata accolta gentilmente all’entrata, mi hanno spiegato ogni cosa insieme a tantissime altre piccole accortezze che mi hanno fatto pensare a qualcuno seduto al suo posto di lavoro intento a preparare questi bei piccoli dettagli per te, per tutto il tuo tragitto per farti sentire meno infastidita”.

Tutti i passeggeri sull’aereo sono stati messi in quarantena al loro arrivo in Armenia. L’Armenia ha anche rimpatriato i propri cittadini da vari altri paesi attraverso tratte e voli speciali.

Tutti coloro i quali sono stati messi in isolamento vivono in condizioni confortevoli, ricevono cibo di buona qualità e sono assistiti per qualsiasi bisogno. Dopo 14 giorni in quarantena devono sottoporsi al test per il coronavirus: se il risultato è negativo possono tornare a casa, se il risultato è positivo vengono trasferiti negli ospedali che sono stati velocemente riadattati e sono pronti ad accogliere i pazienti infetti.

Attualmente  sono stati confermati 532 casi di COVID-19 in Armenia, 30 dei quali sono già stati curati. 3 persone sono morte a causa del virus.

Il 16 marzo nel paese è stato dichiarato lo stato di emergenza per la durata di un mese.

È stato istituito un ufficio per coordinare le forze e le risorse per fronteggiare lo stato di emergenza ed il vice primo ministro Tigran Avinyan è stato nominato a capo di tale ufficio.

Durante questo periodo è vietato organizzare, tenere e partecipare a raduni e scioperi in tutta l’Armenia. È inoltre vietato organizzare e svolgere eventi pubblici e partecipare agli stessi. Gli eventi pubblici includono concerti, mostre e spettacoli teatrali a cui partecipino venti o più persone

Sono considerati eventi pubblici anche eventi sportivi, culturali o educativi, come, ma non solo, celebrazioni e commemorazioni, compleanni, matrimoni, fidanzamenti, funerali e altri eventi, secondo le istruzioni del vice primo ministro.

Nella fascia oraria tra le 10.00 e le 12.00 del mattino l’ingresso ai negozi alimentari è riservato gli anziani. L’istruzione viene portata avanti attraverso l’apprendimento a distanza che comprende lezioni online. Anche la gran parte dei lavoratori statali sono passati a lavorare in modalità smartworking. Il trasporto interregionale non è operativo e i veicoli per il trasporto urbano vengono disinfettati ogni giorno. Migliaia di imprese sono chiuse, ad eccezione di negozi di alimentari, farmacie e banche. A questo proposito, il governo ha assicurato che non c’è il rischio di un deficit alimentare.

Si sta lavorando inoltre per adottare misure che forniscano aiuti statali agli imprenditori. Durante la sessione del 26 marzo scorso, l’esecutivo ha approvato misure per mitigare l’impatto economico del coronavirus e a tal proposito, sono stati stanziati 150 miliardi di drams (circa 275 milioni di euro).

Stipendi, pensioni e contributi saranno pagati regolarmente. Sia lo stato che il settore privato hanno implemento vari programmi di assistenza sociale attraverso i quali viene fornito cibo gratuito a migliaia di famiglie. La maggior parte delle banche e delle organizzazioni di credito ha annunciato la temporanea sospensione dei mutui.

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Nagorno-Karabakh: elezioni parlamentari, Madrepatria libera in testa con il 40,4 per cento (Agezianova 01.04.20)

Erevan, 01 apr 13:05 – (Agenzia Nova) – Saranno in tutto cinque le forze politiche che andranno a comporre il nuovo parlamento de facto della regione occupata del Nagorno-Karabakh. Lo ha dichiarato oggi il presidente della Commissione elettorale centrale della repubblica autoproclamata, Srbuhi Arzumanyan, durante una conferenza stampa. “La soglia di sbarramento era stata fissata al 5 per cento per i singoli partiti, e a sette punti percentuali per le coalizioni composte da più forze politiche: per quanto riguarda i dettagli della distribuzione dei seggi, saranno resi pubblici entro una settimana”, ha detto. Nello specifico, le cinque formazioni ad entrare nel parlamento de facto saranno il blocco per la Madrepatria libera, con il 40,4 per cento dei voti, il partito Madrepatria unita con il 23,63 per cento, il Partito di giustizia, la Federazione rivoluzionaria armena (Arf) e il Partito democratico dell’Artsakh, rispettivamente con il 7,9, il 6,4 e il 5,81 per cento dei consensi. Le elezioni svoltesi nella regione non vengono riconosciute dalla comunità internazionale. (Res)

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Speciale difesa: Nagorno-Karabakh, Armenia denuncia violazione tregua, ferito un ragazzo di 14 anni (Agenzia nova 31.03.20)

Erevan, 31 mar 15:30 – (Agenzia Nova) – L’esercito azerbaigiano avrebbe ferito un ragazzo di 14 anni armeno nel corso di un’attività di sabotaggio volta a violare il cessate il fuoco lungo la linea di contatto fra i due paesi. È quanto riferito dal portavoce del ministero della Difesa armeno, Shushan Stepanyan, secondo cui lo scontro a fuoco contro delle postazioni armene è avvenuto nell’area di Noyemberyan, nella provincia di Tavush. Le truppe azerbaigiane sono state respinte ma hanno preso di mira i villaggi di Baghanis e Voskevan e ferito un bambino di questo comune. “La parte armena non ha subito vittime. Due militari hanno riscontrato delle lievi ferite durante l’operazione”, ha affermato Stepanyan. Secondo il portavoce, la situazione al confine sarebbe ora sotto controllo e le forze armate dell’Armenia prenderanno misure adeguate per limitare le attività delle truppe azerbaigiane. Il ragazzo ferito è stato trasportato a Erevan: le sue condizioni sono gravi ma stabili e si trova in terapia intensiva. (Res)

Armenia e Unione Europea: una partnership per il cambiamento (ilcaffegeopolitico 30.03.20)

In breve

  • La Rivoluzione di Velluto del 2018 ha rappresentato un punto di svolta nella storia dell’Armenia, che si è avviata lungo un percorso di riforme democratiche.
  • L’UE, nell’ambito della politica europea di vicinato, ha fornito il suo sostegno a Yerevan per la realizzazione del piano di riforme.
  • La visita del Primo Ministro armeno Pashinyan a Bruxelles è stata un’importante occasione per riconfermare il legame tra UE e Armenia.

In 3 sorsi – La recente visita del premier armeno Pashinyan a Bruxelles ha gettato le basi per l’approfondimento delle relazioni con l’Unione Europea e per la realizzazione del processo di democratizzazione a Yerevan.

 

1. COOPERAZIONE E RIFORME

Si è svolta a inizio marzo la visita del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan a Bruxelles, un’occasione per rafforzare lo stretto legame tra il suo Paese e l’Unione Europea. Il framework entro cui Bruxelles e Yerevan hanno inquadrato le loro relazioni è il Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement (CEPA), accordo applicato provvisoriamente a partire dal 1° giugno 2018 e in attesa della ratifica da parte di tutti i Paesi UE. Così, l’Armenia è diventata una dei protagonisti della politica europea di vicinato, attraverso accordi in campo commerciale, energetico, ambientale e dei trasporti, compatibilmente con gli impegni che Yerevan si è assunta nell’ambito dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) a partire dal 2015.
I risultati positivi della cooperazione con l’Unione Europea non hanno tardato a mostrarsi: l’Unione, infatti, rappresenta il principale partner economico di Yerevan. Altri risultati a oggi tangibili riguardano l’inserimento dell’Armenia all’interno di Orizzonte 2020, importante programma di innovazione e ricerca europeo, e l’implementazione di tecnologie di e-governance.
Le prospettive di cooperazione tra Armenia e UE sono diventate ancora più promettenti in seguito alla Rivoluzione di Velluto, con la nomina di Pashinyan come Primo Ministro e con l’avvio di un sempre più profondo processo di democratizzazione, a cominciare dalle elezioni del 2018, in linea con le best practices europee.

Fig. 1 – Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan durante il suo incontro a Bruxelles con il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, 9 marzo 2020

2. LE PROPOSTE DI PASHINYAN

A Bruxelles Pashinyan ha presentato gli obiettivi raggiunti dal Governo armeno. Infatti durante la sua visita ha spiegato con grande ottimismo che il processo di democratizzazione nel Paese è attualmente in corso. L’affermazione dei principi di libertà, democrazia, lotta alla corruzione e Stato di diritto sono, secondo Pashinyan, il punto di partenza per realizzare anche una rivoluzione economica. Tuttavia l’Armenia si trova ad affrontare alcuni ostacoli che solo con una costruttiva collaborazione con l’Unione Europea potranno essere superati. Innanzitutto, come dichiarato anche dall’Alto Rappresentante per la politica estera Josep Borrell, è necessaria la ratifica del CEPA da parte di tutti i Paesi UE, per velocizzare il cambiamento. Un altro punto significativo riguarda la liberalizzazione dei visti, con l’obiettivo di facilitare il contatto tra i cittadini dei rispettivi territori, in modo tale che il rapporto tra UE ed Armenia non sia relegato esclusivamente al dialogo istituzionale. Inoltre, la risoluzione del conflitto nel Karabakh sarà fondamentale per ristabilire pacifici equilibri geopolitici nel Caucaso meridionale.

Fig. 2 – Un cittadino armeno durante la Rivoluzione di Velluto del 2018. I cambiamenti politici in corso a Yerevan, come sottolineato da Pashinyan, sono anche frutto della volontà popolare

3. LE RISPOSTE DELL’UNIONE EUROPEA

Il Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel ha ribadito che l’UE è pronta a fornire all’Armenia expertise finanziaria per la realizzazione di riforme economiche, nonché tecnici ed esperti per la lotta alla corruzione e per la riforma del sistema giudiziario. Le Autorità europee sono allineate a Pashinyan anche in merito alla questione del conflitto in Nagorno-Karabakh: l’obiettivo sarà una risoluzione politica, anziché militare, della controversia, in linea con i programmi del Gruppo di Minsk.
L’Armenia si trova oggi in un momento storico decisivo, inserita in un processo di democratizzazione che è, secondo Pashinyan, irreversibile. Per questo motivo, una proficua collaborazione con l’UE potrà catalizzare quei cambiamenti che, fino a pochi anni fa, per Yerevan sembravano impossibili.

Chiara Soligo

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Nagorno-Karabakh: Armenia denuncia violazione tregua, ferito un ragazzo di 14 anni (Agenziaova 31.03.20)

Erevan, 31 mar 09:46 – (Agenzia Nova) – L’esercito azerbaigiano avrebbe ferito un ragazzo di 14 anni armeno nel corso di un’attività di sabotaggio volta a violare il cessate il fuoco lungo la linea di contatto fra i due paesi. È quanto riferito dal portavoce del ministero della Difesa armeno, Shushan Stepanyan, secondo cui lo scontro a fuoco contro delle postazioni armene è avvenuto nell’area di Noyemberyan, nella provincia di Tavush. Le truppe azerbaigiane sono state respinte ma hanno preso di mira i villaggi di Baghanis e Voskevan e ferito un bambino di questo comune. “La parte armena non ha subito vittime. Due militari hanno riscontrato delle lievi ferite durante l’operazione”, ha affermato Stepanyan. Secondo il portavoce, la situazione al confine sarebbe ora sotto controllo e le forze armate dell’Armenia prenderanno misure adeguate per limitare le attività delle truppe azerbaigiane. Il ragazzo ferito è stato trasportato a Erevan: le sue condizioni sono gravi ma stabili e si trova in terapia intensiva. (segue) (Res)

“Tre mele cadute dal cielo” un libro di favole armene a cura di Giovanni Calcagno (Siciliareport 29.03.20)

Tre cose necessarie: Fu chiesto ad un uomo saggio: “Di che cosa ha bisogno un uomo per vivere pienamente la sua vita in questo mondo”? “Tre cose sono essenziali per la comunità: il contadino ha bisogno dell’aratro, lo scienziato della penna, e il soldato della spada. La combinazione di queste tre cose assicura la prosperità del mondo, la brillantezza della mente e la sicurezza della vita. Fiaba armena

Di Susanna Basile il 29 Mar, 2020 ore 12:13
“Tre mele sono cadute dal cielo, una per chi ha raccontato questa storia, una per chi l’ha ascoltata, e la terza per chi l’ha messa in pratica”.

Tramandare culture orali attraverso le fiabe, le leggende, i miti, che altrimenti si perderebbero per sempre, dovrebbe essere la missione di ogni cantastorie antico e moderno e fra tutte le sue attività, attore, regista, in questo ambito artistico, Giovanni Calcagno è anche un ricercatore e traduttore di queste “fiabe” armene editate dalla casa editrice  A&B. Il progetto sarà quello di decodificare le fiabe riattualizzandole per essere utili da un punto di vista psicologico in tempi odierni dove di tanta luce c’è bisogno, luce che ci possa magari illuminare attraverso un processo di “iniziazione”. Intanto vi presentiamo il libro con le parole del suo autore.“Cercando l’etimologia della parola favola, ho scoperto che deriva dal verbo latino fari, parlare. Nella mia esperienza, le prime favole le ho ascoltate sulle ginocchia dei miei nonni, che me le raccontavano. Sono stati momenti che non potrò mai dimenticare: potevo al contempo viaggiare dentro altri mondi e apprendere un sapere che mi è rimasto impresso sulla pelle. Non credo che ci sia niente di strano in quello che dico: le favole parlano per simboli e rivelano attraverso di essi verità universali che si rivolgono a tutti, ai bambini come agli adulti, varcando ogni confine territoriale, culturale e religioso, a testimonianza e prova di come sia una, la natura umana. Ho pensato di tradurre in italiano queste 56 fiabe popolari armene per condividerne con i lettori la ricchezza, riflesso di una cultura, quella armena, che è stata fonte di enormi influenze per tutta l’umanità. L’evento scatenante è stato un viaggio nel Caucaso e la visita a Yerevan, accompagnato da una preziosa guida, il mio amico Armen Armenyasan, della casa di Hovhannes Tumanyan, poeta e studioso armeno, che, vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900, ci ha beneficiato di una grande raccolta di racconti tradizionali po…
https://www.siciliareport.it/editoria/libri/tre-mele-cadute-dal-cielo-un-libro-di-favole-armene-a-cura-di-giovanni-calcagno/ Ancora più notizie su https://www.siciliareport.it

 

Coronavirus, choc in Francia: morto l’ex ministro Devedjian (29.03.20)

La Stampa

PARIGI. Tre giorni dopo l’annuncio di essere stato contagiato dal coronavirus, è morto questa mattina nell’ospedale di Nanterre, alle porte di Parigi, l’ex ministro francese Patrick Devedjian. Aveva 75 anni, e ricopriva  la carica di presidente del consiglio del dipartimento Hauts-de-Seine.

Di origini armene, Devedjian è stato membro prima dell’Ump poi dei Republicains. La carica a ministro risale al 2008, quando l’allora presidente Nicolas Sarkozy gli affidò la responsabilità della gestione dell’emergenza finanziaria, carica che ricoprì per quasi due anni.

Giovedì il ricovero in ospedale e il tweet per annunciare di essere stato «colpito dall’epidemia». Nel messaggio,  Devedjiane afferma di «poter quindi testimoniare direttamente del lavoro eccezionale dei medici e di tutto il personale sanitario». E poi : «Stanco ma stabilizzato grazie a loro, risalgo la china ed esprimo loro un grande ringraziamento per l’aiuto costante a tutti i malati».

Avvocato, Devedjian era stato eletto in Parlamento nel suo dipartimento dal 1986 al 2017, poi era stato sindaco di Antony dal 1983 al 2002 e consigliere dipartimentale dal 2004, presidente del Dipartimento dal 2007. Fu portavoce dell’RPR, il partito neogollista, dal 1999 al 2001 e segretario generale dello stesso partito (quando divenne UMP) dal 2007 al 2008. Sotto la presidenza di Jacques Chirac era stato ministro delegato dell’Industria dal 2004 al 2005, poi con Sarkozy fu ministro del Piano di Rilancio dal 2008 al 2010.


Patrick Devedjian aveva annunciato solo tre giorni fa di essere stato contagiato dal coronavirus. Il primo ministro Philippe ammette che la situazione in Francia si aggraverà nei prossimi giorni

È una morte che ha sconvolto la Francia quella di Patrick Devedjian, 75enne ex ministro di Nicolas Sarkozy e presidente del Consiglio dipartimentale dell’Hauts-de-Seine.

L’uomo, che si è spento in ospedale a Nanterre, è uno dei tanti pazienti che hanno perso la vita a causa del coronavirus. A colpire, però, sono soprattutto le tempistiche fulminee del dramma: l’ex ministro, infatti, aveva annunciato di essere stato contagiato dall’infezione soltanto tre giorni fa.

La notizia è stata diffusa dal dipartimento parigino. Devedjian era stato nominato ministro per l’emergenza finanziaria nel 2008 da Sarkozy, nel corso della crisi economica, ricoprendo la carica per due anni.

La situazione sanitaria in Francia è sempre più grave. Solo ieri si sono registrati altri 319 decessi di persone contagiate dal coronavirus che portano il totale dei morti a 2.314. Il numero di pazienti infetti è salito a 37.575. Il peggio non è ancora arrivato. A mettere in guardia i cittadini è il primo ministro Edouard Philippe che, nel corso di un conferenza stampa per fare il punto sull’emergenza coronavirus nel Paese, ha lanciato un allarme specifico spiegando che “i primi 15 giorni di aprile saranno ancora più difficili dei 15 giorni appena passati”.

“La battaglia è appena cominciata”, ha ammonito Philippe che poi ha ricordato i due grandi assi della strategia del governo francese: “aumentare la nostra capacità di accoglienza nei servizi di rianimazione e appiattire la curva dei contagi” grazie alle misure di contenimento e la prescrizione di restare a casa. “Non lascerò che si dica- ha continuato il primo ministro- che c’è stato un ritardo nella decisione sul contenimento” presa dal 17 marzo e prolungata fino al 15 aprile. “In quel momento- ha concluso Philippe- c’erano meno di 8 mila casi e meno di 200 morti. Quando sarà il momento, impareremo da questa crisi. Non sono fra quelli che scaricano le responsabilità, ma lascio a chi pensa di sapere sempre perfettamente cosa bisogna fare questo lusso”.

Nel frattempo, come ha annunciato il ministro della Salute Olivier Veran, la Francia ha ordinato oltre un miliardo di mascherine per proteggere medici e infermieri impegnati nella lotta al coronavirus. Lo stesso Veran, citato dal sito di Le Figaro, ha spiegato che le consegne verranno scaglionate nelle prossime settimane e mesi. Per facilitare le spedizioni è stato organizzato un ponte aereo fra Francia e Cina. Il ministro ha poi affermato che sono stati ordinati anche 5 milioni di test per individuare l’infezione in soli 15 muniti.


 

La sindrome del Titanic (Laregione.ch 28.03.20)

Pubblichiamo un contributo apparso su Ticino7, allegato del venerdì nelle pagine de laRegione.

Oggi a cantare disinvolti mentre la nave punta dritto verso un iceberg chiamato coronavirus ci sono Bolsonaro e i fanatici degli assembramenti che sfidano i decreti d’emergenza dei governi europei. Prima di loro è toccato al popolo armeno, ai berlinesi, ai generali di Saddam Hussein e a Nicolae Ceaușescu. Perché – lo dice la storia – l’essere umano non solo non è in grado di fiutare da lontano il pericolo, ma – ancor peggio – non è in grado di razionalizzarlo nemmeno quando se lo trova sotto il naso. Pare che tutta questa miopia, se non addirittura cecità, abbia molto semplicemente a che fare con una cosa: la propria morte. E con il fatto che non la concepiamo per un motivo che definire banale è poco: siamo vivi, e morti non lo siamo mai stati. Insomma, pensiamo che in un modo o nell’altro ce la caveremo anche quando il cerchio si stringe. In psicologia si chiama autoinganno. È il nostro cervello che ci protegge dall’idea della morte, un’idea che potrebbe sopraffarci a tal punto da impedirci di vivere. Il che sarebbe contronatura esattamente come non morire. E quindi non c’è virus, terrorista, pallottola, vecchiaia o nazista che tenga. Pensare che sopravviveremo sempre e comunque è la nostra salvezza, perché sennò impazziremmo, ma – talvolta – anche la nostra condanna.

Un passaggio di Maschere per un massacro, in cui Paolo Rumiz racconta quella follia che fu la Guerra nei Balcani, è illuminante in questo senso: “Il sarajevese Sefer Hasanefendic (…) nel marzo del 1992 si stupì di fronte ai primi spari in città sul ponte di Vrbanja. Un mese dopo, ascoltando gli orrendi bollettini provenienti dalla Drina continuò a scuotere il capo dicendo: non è possibile. Non è che fosse sconvolto da una cosa mostruosa. Semplicemente non la credeva vera”. E ancora: “Tutte le mosse preparatorie del conflitto in Bosnia si sono svolte alla luce del sole. Alcune sono state provocatoriamente annunciate. Eppure quasi nessuno, in quella fatale primavera del ’92, vi prestò attenzione. Allora, la velocità impressionante della pulizia etnica fu resa possibile non solo dalla lunga, meticolosa preparazione, ma anche da questa incredulità delle vittime e della gente in generale”.

L’incredulità, quindi, perfino davanti a una serie di indizi inequivocabili. A proposito di pulizia etnica, nella Masseria delle allodole Antonia Arslan racconta molto bene l’escalation di violenza nei confronti della comunità armena da parte dei turchi, ma anche il continuo stupore delle vittime che, chiamate in prefettura senza un perché, non fuggono ma si mettono in fila ricordandosi e allo stesso tempo scacciando il pensiero dei massacri subiti pochi anni prima. Da quel momento la scia di morte inizia, prosegue, cresce andando a braccetto con l’incredulità. Come dire, fissi un punto dove oltre non si potrà arrivare, ma poi quel punto te lo ritrovi inevitabilmente alle spalle, e il peggio che non doveva arrivare è già arrivato. Anzi, non è più nemmeno il peggio.

Nell’estate del 1961, nella Berlino divisa della Guerra Fredda si parlava da mesi di un fantomatico muro a cui la gente non credeva, a Ovest come a Est. Lo tirarono su in una notte. Il 13 agosto i berlinesi si svegliarono separati e increduli, nonostante le avvisaglie ci fossero tutte. E se è vero che gridare continuamente “al lupo, al lupo” non serve, negare che ci sia un lupo in giro solo perché le pecore che ha ammazzato non sono le tue, serve ancora meno. Nella primavera del 2003 i generali iracheni non perdevano occasione di dire “gli americani non entreranno mai a Baghdad” quando gli americani erano già in marcia verso la capitale, dove in effetti arrivarono il 9 aprile.

Il 21 dicembre del 1989, con il blocco comunista già imploso e un Paese in subbuglio da giorni, il dittatore romeno Ceaușescu si ritrovò sommerso di fischi e insulti durante il suo discorso dal balcone presidenziale: il suo volto era talmente stupefatto da costringere la tv di stato a riprendere il cielo sopra Bucarest perché non si poteva riprendere la folla infuriata né la sua aria sorpresa. Tuttavia, quando da fuggiasco, insieme alla moglie, venne intercettato, arrestato e processato, continuò a insultare fino all’ultimo i suoi carcerieri convinto che l’avrebbe sfangata. Così, ovviamente, non fu.

L’incredulità davanti all’inevitabile è una reazione umana che, come abbiamo visto, colpisce le vittime dei dittatori e i dittatori stessi. Ma non solo. Nella serie tv Chernobyl viene mostrato lo stupore degli esperti davanti all’esplosione del reattore nucleare, che – nonostante avessero capito – negavano a loro stessi le conseguenze. Perché? Perché una tragedia di quelle proporzioni era troppo perfino per loro. Entrava nell’inimmaginabile anche per chi aveva gli strumenti per immaginarla.

Tornando a Sarajevo, nessuno poteva prevedere che quell’assedio sarebbe durato quasi quattro anni, più di quello di Stalingrado, ma era così difficile prevedere che sarebbe iniziato? “Il 5 aprile del 1992 – scrive ancora Rumiz – una massa enorme di pacifisti entrò cantando nel rione occupato dai serbi, Grbavica, senza vedere che i cecchini erano lì sui tetti, pronti a uccidere. E difatti uccisero, senza difficoltà alcuna. E di nuovo, sul volto della prima vittima, la giovane Suada Dilberovic colpita sul ponte di Vrbanja, si dipinse quell’inconfondibile espressione di sbigottito stupore. Racconta Samir Koric, che l’accompagnava: “Oggi molta gente vi dirà che si sapeva che la guerra stava arrivando. Non è vero, io non lo immaginavo e nemmeno Suada”. Eppure, da giorni, c’erano i cecchini e c’era l’artiglieria serba schierata tutt’intorno le colline di Sarajevo. Non poteva essere, eppure è stato, perché non poteva essere altrimenti. Così ognuno si schianta contro il proprio iceberg.

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Armenia: premier Pashinyan, assistenza a chi ha perso lavoro per crisi Covid-19 è priorità (Agenzia Nova 27.03.20)

Erevan, 27 mar 16:39 – (Agenzia Nova) – I cittadini armeni che hanno perso il lavoro a seguito della presa di misure restrittive per contenere la diffusione del Covid-19 nel paese caucasico hanno “immediato bisogno di assistenza, e nel prossimo futuro sarà questa la priorità del governo”. Lo ha dichiarato oggi il capo del governo di Erevan, Nikol Pashinyan, durante le consultazioni organizzate con i membri dell’esecutivo e i rappresentanti delle istituzioni statali competenti per trovare il modo di mitigare gli effetti economici dell’epidemia. In particolare, riferisce l’agenzia di stampa “Armenpress”, la discussione si è incentrata sulle misure da prendere per sostenere le fasce sociali maggiormente colpite dalla crisi. (Res)