Per la prima volta in Italia il coro di musica sacra armena, concerto-evento a Roma (Ilmessaggero 10.12.19)

Città del Vaticano – Arriva per la prima volta in Italia il Coro dei Diaconi armeni della Sede Madre di Santa Etchmiadzin, uno dei cori di musica sacra più famosi al mondo. Il coro armeno si esibirà il 12 dicembre alle ore 18, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, in occasione del 150esimo anniversario della nascita del fondatore della musica sacra Armena, “Komitas”, una figura strettamente legata al genocidio degli armeni.

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Il repertorio scelto per il concerto romano è il più classico e porta nel passato, quando quelle melodie venivano tramandate verbalmente da una generazione all’altra, fino all’arrivo del genio di Komitas che le salvò dalla distruzione e dall’oblio, trascrivendole mentre era in corso lo sterminio della minoranza armena nel 1915 da parte dell’impero ottomano. Solo grazie all’intervento di Komitas un patrimonio secolare di musiche è arrivato fino a noi.

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L’evento musicale che gode del patrocinio del Vaticano è stato organizzato dal Legato Patriarcale della Chiesa Apostolica  Armena nell’Europa Occidentale.

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Komitas, al secolo Soghomon Gevorki Soghomonyan era nato in una famiglia di musicisti. Nel 1881 fu ammesso al seminario di Echmiadzin – la sede della Chiesa armena – dove impressionò i suoi insegnanti con il suo talento e dove si diplomò nel 1893. Nello stesso anno divenne un monaco e gli fu dato il nome di Komitas. Nel 1896 si recò a Berlino a completare gli studi. Nel 1899 acquisì il titolo di dottore in musicologia e tornò a Echmiadzin, iniziando a viaggiare per tutta la regione, registrando canzoni e danze folcloristiche armene; in questo modo collezionò e pubblicò circa tremila canzoni, spesso riadattate per il suo coro. Il suo capolavoro fu una Divina liturgia (Badarak), ancora oggi una delle musiche più utilizzate durante la messa della Chiesa apostolica armena.

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Nel  1910 visse ad Istanbul, dove fondò un coro di trecento membri. Il 24 aprile 1915, inizio del genocidio armeno, fu arrestato e deportato con altri 180 notabili armeni in un campo di concentramento nella Anatolia centrale. Grazie all’aiuto del poeta turco Emin Yurdakul Mehmed, dell’autrice Halide Edip Hanım e dell’ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Turchia, Henry Morgenthau senior, Komitas fu rimandato nella capitale insieme ad altri otto deportati.

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La visione dei massacri del 1915, il ricordo delle marce della morte che causarono la morte di 1 milione e mezzo di persone, lo portarono a una irreversibile chiusura in se stesso e a gravi problemi psichiatrici. Da allora fino alla morte avvenuta nel 1935 non volle più parlare. Troppo era il suo dolore. Komitas per questo è considerato uno dei martiri del genocidio. Nell’autunno del 1916 fu ricoverato in un ospedale militare turco e nel 1919 in una clinica psichiatrica parigina, dove morì nel 1935. Le sue ceneri furono trasferite successivamente a Erevan, in Armenia.

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Armenia, la musica come memoria. Un concerto a Roma (Acistampa 09.12.19)

Per gli armeni, la musica è memoria. E così, dopo il genocidio del 1915 che ha ucciso circa 1,5 milioni di armeni, era necessario ricostruire un archivio musicale che era andato perduto. Ci pensò Komitas Vardapet, che pure di quel genocidio fu vittima e che a causa di quel genocidio impazzì. Il 150esimo della sua nascita viene ricordato a Roma con un concerto in Santa Maria in Trastevere il prossimo 12 dicembre. Un concerto particolare: per la prima volta, infatti, si esibisce a Roma il coro dei diaconi di Etchmidzin, il “vaticano” della Chiesa apostolica armena.

Sono molti i significati di questo concerto. Ha, prima di tutto, un significato ecumenico, che va alle radici della cultura armena e a quel rapporto della Chiesa Cattolica con la Chiesa Apostolica Armena che si è risolto solo recentemente. E poi, ha un senso per le Chiese orientali. Per questo, ci saranno sia il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione delle Chiese Orientali. E per questo entrambi hanno dato il patrocinio all’iniziativa.

Ma c’è anche una storia che in Armenia si misura in millenni, e si cura con il libro e i 36 soldati (le lettere dell’alfabeto) che hanno salvato la fede della prima nazione cristiana. E così, il concerto serve a tornare indietro e riscoprire quelle melodie che Komitas fece appena in tempo a salvare dall’oblio.

Ma chi era Komitas Vardapet? Fu un musicista geniale, dalla produzione modesta (80 lavori corali e canzoni, arrangiamenti della Messa armena, alcune ballate per pianoforte), eppure fu colui che da solo ha messo le fondamenta della tradizione classica armena perché fu uno straordinario collezionista e arrangiatore di canzoni folk.

Dopo un concerto a Parigi, Claude Debussy, sulla base di una sola canzone, che Debussy meritava di essere riconosciuto come un grande compositore.

Komitas in realtà si chiamava Soghomon Soghomonyan, era nato in Turchia da genitori armeni, entrambi noti cantanti, nel 1869. In un mondo in cui la minoranza cristiana veniva spesso perseguitata, Soghomon crebbe e poi entrò nel seminario di Etchmiadzin dopo che un vescovo ne scoprì il talento.

E lì mimava le canzoni che trovava nei villaggi alle pendici del Monte Ararat, e scriveva tutto ciò che ascoltava, lo sistemava in un arrangiamento a tre voci e lo affidava ad un coro. Ogni trascrizione incluse musica, movimenti, ma anche relazioni sociali.

A 25 anni., Soghomonyan fu ordinato e prese il nome di Komitas, come il famoso poeta del VII secolo, andò a studiare a Berlino, poi a Parigi e lì fondò un coro.

Nel 1013, Komitas e un gruppo di amici intellettuali cominciarono un progetto di storia orale per celebrare la comunità armena in Turchia. I musulmani turchi furono incoraggiati da governanti politicamente insicuri di saccheggiare i villaggi armeni cristiani e uccidere gli abitanti. E così, gli Armeni di Turchia furono ghettizzati, disarmati e, il 24 aprile 1915, deportati in massa. Tra loco c’era anche Komitas.

E così, portato sulle montagne, fu all’inizio colui che confortava i suoi amici, ma poi fu brutalizzato da una guarda, e si ritirò in un mondo paranoide, trascorrendo in manicomio i suoi ultimi 20 anni di vita.

Secondo alcuni, la sua follia era dovuta al fatto che aveva perso la sua ricerca. Diceva di aver trovato il codice dei neumi, ma nessuno trovò questo codice. E, in fondo, il fatto che Komitas rifiutò sempre di riconoscere ogni tipo di divisione tra la musica folk di Turchia e Armenia fu un modo per raccontare al mondo che le divisioni che avevano portato al genocidio potevano essere appianate.

C’è tutto questo nel concerto del prossimo 12 dicembre a Santa Maria in Trastevere.

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“Spengo io le luci” di Zoya Pirzad: alla scoperta di una famiglia armena in Iran (Oubliettemagazine 09.12.19)

Pensieri e riflessioni di Claris, protagonista di questo bellissimo romanzo, “Spengo io le luci”, della scrittrice armeno-iraniana Zoya Pirzad, pubblicato in Italia da Francesco Brioschi Editore per la collana “Gli Altri”.

Siamo nella città di Abadan, centro dell’industria petrolifera nell’estremo sud dell’Iran. Le vicende narrate sono temporalmente ambientate negli anni immediatamente precedenti la rivoluzione Khomeinista, quando la vita del paese era molto occidentalizzata, le donne vestivano con abiti europei, il velo non era obbligatorio, ma già cominciavano a diffondersi i primi germi di un malcontento diffuso nella popolazione, soprattutto fra gli strati più bassi e poveri che daranno poi vita alle rivolte contro lo Scià e il suo regime corrotto e fortemente improntato all’ineguaglianza sociale.

Claris è armena, è una casalinga, sposata con Artush ormai da molti anni, il loro rapporto soffre quel gelo tipico di coppie che tirano avanti per amore dei figli, in questo caso tre, un maschio adolescente e due bambine gemelle.

Il menage familiare si completa con le frequenti visite della madre di Claris e di sua sorella Alis, quest’ultima alla costante ricerca di un buon partito da sposare. Quella di Claris è una vita preordinata, che scorre fra le incombenze casalinghe, i compiti dei figli, le preoccupazioni quotidiane tipiche di una famiglia borghese, benestante che una volta a settimana si concede il pranzo al Club, dove si raduna la buona società di Abadan.

Una vita tranquilla che viene turbata dall’arrivo di nuovi vicini di casa, la famiglia Simonian, composta dal signor Emile, dalla sua figlia adolescente Emily e da sua madre, una donna severa, scontrosa, che controlla la vita del figlio e della nipote.

Claris viene letteralmente catturata dal particolare e non sempre benevolo atteggiamento della signora Simonian, che il più delle volte le incute soggezione più che rispetto, eppure non perde occasione di entrarci in contatto, per cercare di capire quali segreti di famiglia si portano dietro i nuovi vicini.

Ma nello stesso tempo Claris finisce per crearsi un mondo di illusioni che la vedono innamorata del signor Emile, peraltro collega di suo marito presso la Compagnia Petrolifera. Con Emile Claris condivide la passione per la lettura e persa dietro le sue fantasticherie inizia un percorso interiore fatto di malessere e di riflessioni sullo stato del suo matrimonio, del rapporto con la sua famiglia, sente che qualcosa si è rotto e che la centralità della sua figura progressivamente viene meno.

Mi sforzo di ricordare cosa provavo ai tempi del fidanzamento con Artush. L’unico periodo della mia vita in cui sono stata davvero innamorata. Ma non ho molti ricordi.”

Claris si perde nei ricordi e nei rimpianti nei lunghi momenti di solitudine in casa, quando al mattino tutti escono per le loro attività quotidiane, chi a scuola e chi a lavoro, mentre lei rimane sola, dentro quella che un tempo era la felice dimora della sua famiglia e che ora non riconosce più. L’inquietudine di Claris inizia a diventare evidente ai suoi familiari più attenti, come sua madre o sua sorella, meno al marito e ai figli. Ma la donna non cede al bisogno di rivelare a qualcuno il suo malessere, il suo bisogno di dare una svolta, un nuovo corso alla sua piatta esistenza.

È per questo motivo che si lascia andare a lunghi discorsi con Emile, condividendo con l’uomo la sua passione per la letteratura. E ciò avviene proprio durante un evento terribile, una invasione di cavallette che mette tutti in apprensione, tutti le chiedono se ha avuto paura tutta sola in casa mentre gli insetti invadevano tutta la città. Claris non svela a nessuno il suo intimo segreto, non rivela ad anima viva che mentre le cavallette imperversavano sulla città lei chiacchierava beatamente con Emile, soli in casa.

Zoya Pirzad
Zoya Pirzad

In una storia dove apparentemente non accade nulla di eclatante, la scrittrice riesce a mettere in risalto ogni più piccola emozione provata dalla protagonista, ogni suo sobbalzo del cuore, spingendo il lettore a incalzare la lettura per raggiungere l’epilogo.

Quello che viene fuori è l’affresco di una società nella quale il ruolo delle donne era ancora relegato fra le mura domestiche, in un paese che si accingeva a vivere la sua più grande sfida rivoluzionaria. Un paese che poi, fra le sue tante contraddizioni, porterà le donne ad alti livelli di istruzione, almeno in confronto con altre nazioni della stessa area mediorientale.

Sullo sfondo delle vicende personali e familiari dei protagonisti della storia, si staglia l’Iran, ma soprattutto quella particolare caratteristica di quel paese che è la tolleranza e il rispetto per le minoranze, per le diversità.

Claris e la sua famiglia sono armeni e nel romanzo non mancano le descrizioni di tradizioni, usi, perfino cibi tipici della cultura armena. L’autrice ci prende per mano e ci conduce, attraverso la storia narrata, alla scoperta di una straordinaria e millenaria cultura, troppo spesso ignorata e purtroppo crudelmente avversata, come ci insegna la storia.

Spengo io le luci” è un romanzo che induce alla riflessione sul ruolo della donna in alcuni contesti sociali, quindi con una valenza sociologica, ma è anche un romanzo che si focalizza sulla sfera interiore della protagonista, sui suoi sogni, i suoi desideri, le rinunce e i rimpianti. Un percorso intimo che appartiene a molte donne, in ogni angolo del mondo, nel quale possono riconoscersi e ritrovarsi.

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“A Sua Immagine”: 7 e 8 dicembre. In scaletta, il santuario di Collevalenza, speciale Immacolata e nuova tappa in Armenia con don Pozza (SIR 07.12.19)

Seconda domenica d’Avvento con “A Sua Immagine” su Rai Uno. Tra i temi delle puntate di sabato 7 e domenica 8 dicembre, l’incontro di una mamma con il santuario di Collevalenza; prosegue poi il viaggio in Armenia con don Marco Pozza per “Le ragioni della speranza”; infine, la puntata talk domenicale è dedicata a Maria nel giorno della festa dell’Immacolata. “A Sua Immagine” è un programma realizzato dalla Rai e dalla Conferenza episcopale italiana, firmato da Laura Misiti e Gianni Epifani, con la conduzione di Lorena Bianchetti.
“Mio figlio guarito con l’acqua di Madre Speranza” è il titolo della puntata di “A Sua Immagine”, di oggi, sabato 7 dicembre, su Rai Uno, alle ore 15.55. In studio con Lorena Bianchetti c’è Elena Fossa, una mamma che racconta la malattia di suo figlio Francesco Maria e l’incontro con il santuario di Collevalenza, conosciuto come la piccola Lourdes italiana. Alle 16.15 puntuale la rubrica “Le ragioni della speranza”, dedicata al commento del Vangelo della domenica: don Marco Pozza e il team di “A Sua Immagine” si trovano sempre in Armenia, in pellegrinaggio con l’Opera Romana Pellegrinaggi; in questa nuova tappa don Pozza, accompagnato da don Giovanni Biallo, visita la città più sacra per la Chiesa apostolica armena, Echmiadzin, la sede del catholicos.
“Maria modello di donna” è il titolo dello speciale domenicale di “A Sua Immagine”, in onda l’8 dicembre, alle ore 10.30, in diretta su Rai Uno, in occasione della festa l’Immacolata. Chi è oggi Maria? Quale modello rappresenta per la società attuale? Sono le domande che la conduttrice Lorena Bianchetti rivolge ai suoi ospiti in studio: Anna Pia Viola, teologa e francescana secolare, e Alessandra Broccolini, antropologa e studiosa della devozione popolare. In collegamento da Lourdes, poi, c’è l’inviato Paolo Balduzzi, pronto a raccogliere testimonianze di devoti e pellegrini.
Alle ore 10.55 linea alla Santa Messa, sempre in diretta su Rai Uno: la celebrazione eucaristica questa settimana viene trasmessa dalla chiesa S. Maria Assunta in Brignano Gera d’Adda (Bg), con la regia Tv di Simone Chiappetta e il commento di Orazio Coclite. Chiude, infine, l’appuntamento domenicale con “A Sua Immagine” l’ascolto e il commento dell’Angelus di Papa Francesco, alle ore 12 da piazza San Pietro.

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Premio Empedocle. Le motivazioni (Lavalledeitempli 09.12.19)

Nella splendida cornice della sala di Zeus del Museo Archeologico “Griffo” si è svolta ieri sera la consegna del premio internazionale Empedocle per le Scienze Umane in memoria di Paolo Borsellino, nelle sue varie sezioni.

E’ stata una serata di elevato spessore culturale anche per la qualità dei premiati, tutte personalità di primo piano nel settore dove quotidianamente operano, a cominciare da mons. Silvano Maria Tomasi, Arcivescovo Titolare di Asolo e membro del Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale del quale è stato sottolineato l’impegno a favore dei migranti e per i progetti di sviluppo nel continente africano. “Nell’odierno mondo globalizzato, – si legge tra l’altro nella motivazione – rappresenta un chiaro esempio di ‘globalizzazione della solidarietà’, secondo il dettato di Papa Francesco, ed esprime in tal modo la natura cattolica-universale della Chiesa che tutti abbraccia, in particolare quanti sono costretti a lasciare la Patria a motivo di povertà e conflitti”.

Il secondo premiato, il dott. Pietro Kuciukian, è un medico figlio di un sopravvissuto al genocidio del popolo armeno del 1915 ed è console onorario della Repubblica di Armenia in Italia. Egli è nato e cresciuto nel nostro paese ma ha studiato in una scuola armena di Venezia dove ha anche imparato la lingua del suo paese di origine. “Con la parola non cristallizzata nello scritto – recita la motivazione – ma come vera voce umana, fa emergere che se il fronte dei carnefici al tempo del genocidio armeno non era compatto, ciò è accaduto perché sono esistiti ‘I Giusti turchi’, quindi, è necessario distinguere tra popoli e governi. Nei Suoi scritti e nel Suo generoso agire, il Console Kuciukian indica una delle vie da seguire per la riconciliazione tra il popolo turco e il popolo armeno, il dialogo, ma evidenzia anche che il dialogo è la sola via che può segnare la riconciliazione fra tutti i popoli di questo opaco pianeta terra, per una società giusta, che può sconfiggere l’abisso della crudeltà disumana che genera perversioni devastanti”.

Per la sezione Paolo Borsellino, il premio è andato al Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palermo dott. Ennio Petrigni, del quale sono state sottolineate la straordinaria professionalità, l’indipendenza di giudizio e l’elevata operosità. “Il Procuratore Petrigni, – è scritto nella motivazione – sicuramente anche per l’esempio del Padre magistrato, ha maturato ed è guidato da una precisa concezione della Magistratura: la Magistratura come servizio, la Magistratura come garanzia sia per la vittima del reato sia per l’autore del reato; la Magistratura come dovere da espletarsi sempre e comunque secondo i canoni della Carta Costituzionale; in definitiva, la Magistratura come responsabilità, che è lo scudo al più grave peccato del Magistrato: la disonestà intellettuale, la tentazione di

trattare in modo diverso casi uguali e in modo identico casi diversi… Nell’odierno e spesso confuso panorama della Giustizia in tutte le sue espressioni, Ennio Petrigni è un exemplum”.

Sono stati poi consegnati due riconoscimenti: uno alla prof. Alganesh Fessaha, medico eritreo ed attivista per i diritti umani e per la pace, fondatrice della ong Gandhi, la quale ha scelto di dedicare la sua vita agli ultimi della terra guardando gli occhi dei bambini nei campi profughi al confine tra Eritrea ed

Etiopia. Vive a Milano, ma soccorre e salva i migranti che rischiano di cadere vittime del traffico di esseri umani, mettendo anche a repentaglio la propria vita. “Per la Sua capacità di trasformare i principi dell’etica in comportamenti morali, – ha spiegato la giuria nella motivazione – in “buone pratiche” tanto necessarie nel nostro tempo che vede l’emergenza delle migrazioni, della povertà, delle guerre, e del riemergere dell’indifferenza e dell’egoismo; per la Sua capacità di farci sentire che all’orizzonte c’è la speranza… se ancora c’è chi ha fede nell’essenza del messaggio cristiano “ama il prossimo tuo come te stesso”, messaggio dal quale Alganesh Feassah trae il coraggio e la forza di agire; per la sua capacità di scuotere le nostre coscienze con le immagini degli “Occhi nel deserto”,il suo libro che ci mostra il calvario visibile di esseri umani innocenti”.

Il secondo riconoscimento al comandante provinciale dei carabinieri col. Giovanni Pellegrino perché “ha impresso una impronta decisa ed innovativa al suo Comando, dimostrando spiccate capacità professionali, già acquisite nei suoi numerosi e prestigiosi incarichi precedenti, in sedi particolarmente impegnative quali Roma (ove ha prestato servizio anche presso la Presidenza della Repubblica), Palermo, Milano e, da ultimo, Bari. Sin dal suo arrivo in città, si è immedesimato nella quotidianità e nei bisogni della gente, recependo le istanze dei cittadini ed indirizzando al meglio la costante e penetrante attività preventiva e repressiva dei suoi Reparti al fine di implementare le condizioni di sicurezza della provincia, quale indispensabile premessa per una sana e serena crescita economica e sociale. Sottile conoscitore delle strategie di contrasto alla criminalità comune ed organizzata, ha garantito, su tutto il territorio di

competenza, una diuturna e visibile presenza delle donne e degli uomini dell’Arma, aumentando fortemente la percezione di sicurezza dei cittadini, sia nei principali centri urbani, in cui si è avvalso altresì di unità specializzate antiterrorismo, sia nelle aree rurali”.

Una menzione speciale della città di Agrigento è stata consegnata dal sindaco Calogero Firetto a mons. Enrico Dal Covolo per la sua ormai trentennale collaborazione con l’Accademia di studi mediterranei che ha favorito la crescita culturale di Agrigento.

A conclusione della serata le lettura della motivazione del gemellaggio stipulato tra la stessa Accademia di studi mediterranei e l’Accademia bonifaciana, associazione culturale di grande spessore con sede ad Anagni. La motivazione del gemellaggio è stata letta dal presidente di quest’ultima prof. Sante De Angelis.

Le iniziative organizzate dall’Accademia di studi mediterranei nel cont4esto del Premio si concluderanno domani mattina lunedì 9 dicembre, anchora nella sala di Zeus del Museo archeologico, con il Simposio internazionale per onorare i Giusti. Con la presidenza di m ons. Enrico Dal Covolo, la prof. Milena Santerini, ordinario di Pedagogia all’Universitò Cattolica di Milano,  parlerà dell’opera “Il, bene possibile” di Gabriele Nissim; il prof. Marcello Flores, scrittore e docente all’università di Siena, Arlerà su “I disobbedienti. Viaggio tra i Giusti ottomani del genocidio armeno” di Pietro Kuciukin; il ott. Nello Scavo, giornalista e scrittore, parlerà della sua opera “I sommersi e i salvati di Bergoglio”; infine il prof. Marco Rizzi, ordinario all’università cattolica, parlerà di “Jahrhundert-zeugen (testimoni del secolo) di Tim Prose. La mattinata sarà conclusa con i saluti del presidente dell’Ordine degli avvocati Antonino Maria Cremona e dalla lettura di alcuni brani da parte di Giusi Carreca, Giuseppe Crapanzano, Michele Di Bermardo e Giovanni Moscato, con l’accompagnamento musicale della flautista e violoncello Miriam Russello, di Salvatore Macaluso al pianoforte e di Giuseppe Tasca al violino.

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“Armenia perduta” di A. Ferrari, viaggio nella memoria di un popolo (Askanews 08.12.19)

Roma, 8 dic. (askanews) – Chi non ha sentito parlare del monte Ararat, la montagna dell’Arca di Noè, simbolo universale di biblica potenza. Il lago di Van, invece, in pochi sanno che esiste, anche se chi l’ha visto non scorda i suoi paradisiaci paesaggi montani. E nessuno, se non armeno, conosce Avarayr, località che ricorda una battaglia (persa) diventata un pezzo di identità nazionale. Sono i luoghi raccontati da Aldo Ferrari ne “L’Armenia perduta, viaggio nella memoria di un popolo”, libro di Salerno Editrice che propone la scoperta di una cultura millenaria, quella armena, attraverso cinque luoghi che oggi sono in Turchia orientale. « Luoghi in cui degli armeni non c’è traccia: tutti espulsi o uccisi tra il 1915 e il 1923 », dove la toponomastica è stata cambiata per far dimenticare il genocidio operato dall’impero Ottomano e che la Turchia di oggi non accetta come tale, “tragica ossessione di un grande Paese”, ha riassunto Antonia Arslan durante la presentazione alla fiera “Più libri più liberi”, a Roma.

Arslan è diventata celebre con “La Masseria delle Allodole”, caso letterario che nel 2004 ha fatto scoprire al grande pubblico italiano il genocidio armeno, traducendo in narrazione i ricordi di suo nonno. Perché “la maggior parte dei sopravvissuti non ha parlato di quei fatti per una generazione, ma ne ha poi parlato ai nipoti, come nel caso di Antonia », ha spiegato Franca Giansoldati, moderatrice dell’incontro alla Nuvola di Fuksas, autrice di un libro sul genocidio armeno, “La marcia senza ritorno” e convinta sostenitrice del “dovere della memoria”.

“Io non parlo del genocidio”, ha sottolineato Ferrari, che insegna lingua e letteratura armena e storia della cultura russa e del Caucaso a Ca’ Foscari, “parlo di una cultura millenaria che inizia nel sesto secolo avanti Cristo, che per millenni ha prodotto cultura, arte, vita e che oggi per tre quarti non troviamo più nell’attuale Armenia”. Monasteri e campanili in rovina, edifici sgretolati, ricostruzioni storiche senza un accenno agli armeni. Sono i “luoghi dell’assenza” che Ferrari racconta da studioso, con dovizia di particolari, fonti, ma – precisa Arslan – sfociando a tratti in “toni di elegiaca riflessione”. L’autore descrive il suo libro come “una sorta di lamento, non interno – io non sono armeno – ma universale” per una cultura millenaria cancellata nel giro di un secolo. E propone di andare a vedere quei posti, andarli a cercare, “per interrompere almeno in parte il progressivo degrado, per salvarli”.

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Più libri più liberi 2019 – Conversazione con Aldo Ferrari sul suo libro “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno Editrice)

Nell’ambito di “Più libri più liberi 2019”, Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, in programma dal 4 all’8 dicembre.

“Più libri più liberi 2019 – Conversazione con Aldo Ferrari sul suo libro “L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo” (Salerno Editrice)” realizzata da Andrea Billau con Aldo Ferrari (professore, storico e politologo, specializzato in armenistica e slavistica).

L’intervista è stata registrata sabato 7 dicembre 2019 alle ore 18:02. (Vai all’intervista) 

Genocidio armeno, Trump fa bloccare da un senatore la mozione per non irritare Erdogan (Ilmattino 06.12.19)

Città del Vaticano – Pur di non mettere a repentaglio i buoni rapporti con la Turchia e non irritare Erdogan, il presidente Trump ha praticamente imposto a un senatore (Kevin Cramer, eletto nel Nord Dakota) di bloccare la mozione che era stata approvata il mese scorso al Congresso per il riconoscimento del genocidio degli armeni, il primo genocidio del XX secolo avvenuto nel 1915 sotto l’impero ottomano e costato la vita a 1 milione e mezzo di cristiani, sterminati attraverso un atto pianificato del governo di allora.

Sono decenni che la numerosa comunità armena presente negli Usa fa pressioni sulla Casa Bianca perchè anche gli Stati Uniti riconoscano la verità storica di quei fatti, così come hanno fatto tanti parlamenti nel mondo (anche quello italiano).

​Mozione genocidio armeno, la Turchia convoca l’ambasciatore italiano ​ad Ankara

L’obiezione di un solo senatore, nel sistema americano, è capace di frenare l’iter della mozione che richiede l’unanimità totale. Il senatore Cramer ha spiegato ai giornalisti che ha dovuto ascoltare le pressioni della Casa Bianca dopo l’incontro avuto da Trump con il presidente turco Erdogan durante il summit della Nato, per non irritarlo.

Genocidio armeno, on line l’archivio perduto con i documenti del piano di sterminio dei turchi

La Turchia continua a mantenere un atteggiamento fortemente negazionista sui fatti storici avvenuti nel 1915, esercitando fortissime pressioni su tutti i governi del mondo che osano mettere in discussione questa linea.

Israele, niente voto alla Knesset che rifiuta di riconoscere il Genocidio Armeno per non scontentare Erdogan

Il negazionismo turco è iniziato nel 1923 con la firma del Trattato di Losanna quando, con la complicità di tutte le nazioni vincitrici della prima guerra mondiale, decisero di cancellare definitivamente la causa armena da ogni prospettiva storica e politica. Da allora fino ad oggi il silenzio turco è stato costante ed è la conclusione di quell’accordo diplomatico nonostante all’interno della società turca ci siano ampi settori accademici che con grande coraggio e fatica cercano di fare affiorare il tema della memoria convidisa.

In passato diversi giornalisti turchi sono stati uccisi o sono finiti in galera per avere perlato pubblicamente di genocidio, visto che in Turchia esiste ancora un articolo nel codice penale che punisce coloro che pronunciano la parola genocidio, attentando così all’unità del paese.

Persino Papa Francesco – che ha riconosciuto apertamente il genocidio armeno durante una messa solenne a San Pietro nel 2015 a ricordo di 1,5 milioni di vittime – quando visitò la Turchia – l’anno prima – fu costretto a sottostare al sostanziale ricatto del presidente Erdogan di non parlare mai pubblicamente dei fatti armeni durante il viaggio.

Il Parlamento italiano ha approvato la mozione sul riconoscimento del genocidio armeno quest’anno.

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AREZZO – Della mia dolce Armenia: al via evento D.I.M.A. dedicato a Komitas. (Toscanews 06.12.19)

Sabato 7 dicembre 2019 l’Associazione Culturale D.I.M.A. di Arezzo, in collaborazione con Armonica Onlus di Roma e il sostegno di Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti, ospiterà l’evento della serie Gli Incontri di D.I.M.A. – XVIII° edizione Della mia dolce Armeniaorganizzato in occasione dei 150 anni dalla nascita di Padre Komitas, intellettuale, musicista ed etnomusicologo armeno, simbolo del paese caucasico.

Con Della mia dolce Armenia D.I.M.A. da vita a una serie di eventi nei quali, mantenendo la centralità della musica, si intreccia alla storia, alla poesia e alla letteratura che hanno contribuito a ispirarla. In una visione umana più profonda e consapevole il linguaggio della musica e delle immagini unito al racconto, diventano chiave di lettura viva della stessa musica e di storie vicine e lontane che aiutano a capire il mondo in cui viviamo.

Si inaugurerà alle 16.30 la mostra fotografica a cura di Andrea Ulivi (visitabile dal 7 al 22 dicembre nei locali di Casa Petrarca)a seguire lo studioso Carlo Coppola terrà una conferenza sulla figura di Padre Komitas che sarà anche introduzione al concerto del duo Agnessa Gyurdzhyan, soprano e Lilit Khachatryan, pianoforte.

  • Mostra fotografica, a cura di Andrea Ulivi. Inaugurazione sabato 7 dicembre ore 16.30, Casa Petrarca.

Una serie di immagini in bianco e nero, quelle di Andrea Ulivi, che hanno come tema l’Armenia. La mostra comprende circa quaranta fotografie scattate dal 2009 al 2014. Il suo obiettivo è di indagare quei luoghi e offrirsi all’anima di quel popolo. Due i grandi temi toccati: la vita di un popolo antichissimo e i luoghi a questo popolo sacri, i luoghi che hanno costituito la sua identità, la sua armenità, la sua spiritualità: “Fotografare i luoghi affinché questi stessi luoghi non ci dimentichino. Non fotografo i luoghi per ricordarli, ma per essere; perché questi luoghi non ci dimentichino, là dove lasciamo le nostre tracce come in un deserto”.

Andrea Ulivi (Firenze, 1960) è fotografo, editore e docente. Nel 1998 fonda a Firenze la casa editrice Edizioni della Meridiana. In campo fotografico ha realizzato mostre personali tra cui Zona Tarkovskij, San Miniato. Una porta di speranza, Luce armena, Della mia dolce Armenia, Immagini dal Silenzio, oltre ad aver pubblicato numerosi volumi fotografici. ha esposto in Italia, Armenia, Europa, Stati Uniti. È curatore per l’Italia degli scritti del regista Andrej Tarkovskij. È fotografo di scena, membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Vittorio e Piero Alinari, curatore dell’Istituto Internazionale Andrej Tarkovskij. Insegna presso la Scuola di Editoria di Firenze. Vive e lavora a Firenze.

  • Conferenza e introduzione al concerto, a cura di Carlo Coppola ore 17.30, Casa Petrarca.

Dottore di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Bari, si occupa di Storia della Diaspora Armena in Italia dal Medioevo al Genocidio del 1915. Con il Centro Studi “Hrand Nazariantz” che presiede tiene abitualmente presentazioni e conferenze sulla cultura armena antica e contemporanea. Principali pubblicazioni: Hrand Nazantz: tracce di una doverosa biografia (2012), Profughi armeni a Bari tra istituzioni filantropiche e Chiesa cattolica nella crisi degli anni Trenta (2014) l’edizione criticadi Nella terra del terrore il Martirio dell’Armenia di Henri Barby (2016). Il 3 settembre 2018 il Presidente della Repubblica di Armenia Armen Sarkissian gli ha concesso la Cittadinanza della Repubblica di Armenia. Approfondirà e contestualizzerà la figura di Komitas non solo come musicista, intellettuale ed etnomusicologo ma anche da una prospettiva storico-sociale. Padre Komitas, emblema della cultura armena ma figura sconosciuta al mondo occidentale, svolse un lavoro etnomusicologico importantissimo tramandando la musica popolare attraverso una serie di registrazioni e trascrizioni realizzate da lui stesso. Raccolse un patrimonio immenso che comprendeva canti legati alla coltivazione dei campi, canti patriottici, canti d’amore, canti rituali per nozze, danze e anche ninna nanne.

  • Concerto Della mia dolce Armenia, a seguito della conferenza.

Un  viaggio musicale nella cultura armena alla scoperta del repertorio per voce e pianoforte di Komitas. Un concerto per festeggiare il 150esimo anniversario dalla nascita del compositore proponendo una scelta rappresentativa dell’opera laica.

Agnessa Gyurdzhyan è una cantante lirica di origine armena. Dopo aver vinto un concorso nazionale in Russia ha iniziato gli studi di canto al Conservatorio Statale di Musica “Komitas” di Yerevan (Armenia) con Elena Vardanyan. Vanta un repertorio molto ampio: dalla musica antica a musica moderna, esibendosi più volte in concerti di musica da camera, antica e barocca, moderna, così come in concerti con complessi musicali. Nel 2005 si è diplomata in canto e insegnamento di musica lirica con il massimo dei voti e lode al Conservatorio di Yerevan. Dal 2006 vive in Italia. Ha frequentato i corsi di canto di Raina Kabaivanska all’Accademia Musicale Chigiana (Siena). Si è esibita con Anastasia Tomachewska; da solista ha dedicato numerosi concerti al genocidio armeno, presentando musica sacra del suo paese d’origine ed europea. Nel 2008 si è perfezionata al Conservatorio di Perugia con Cinzia Alessandroni e Maria Grazia Pittavini (Diploma Accademico di II Livello), approfondendo il repertorio operistico italiano ed esibendosi in Italia e all’estero. Nel 2011 si è diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio di Perugia. Ha continuato la sua attività concertistica; ha fondato un duo con la pianista armena Lilit Khachatryan, esibendosi in numerosi tour. Dal 2015 collabora con Klara Mitsova e la pianista Elina Yanchenco con le quali ha fondato l’associazione musicale “Musicaincanta”. Ha collaborato più volte anche con lo scultore senese Massimo Lippi. Dal 2017 collabora con il “Centro d’Arte di Vitto Frazzi”, per il conto del quale si è esibita in numerosi concerti nella provincia di Firenze.

Lilit Khachatryan pianista armena, si diploma con il massimo dei voti in pianoforte presso la Scuola Musicale Speciale “P. I. Ciajkovskij” di Yerevan e successivamente nel 2002, sempre con il massimo dei voti, consegue la Laurea in Pianoforte ad indirizzo Concertistico e Didattico presso il Conservatorio Statale  “Komitas” di Yerevan sotto la guida del M° Robert Shugarov. Nel 1995 si perfezionata con il M° Villi Sargsyan approfondendo così la letteratura pianistica armena. Attualmente svolge attività concertistica sia in veste di solista che in formazioni da camera. Ha suonato per varie associazioni armene quali: “Compositorneri Tun”, “Golden Apricot Festival”, “Camerain Tun”. In Italia si è esibita presso il Teatro Comunale di Cavriglia, il “Gruppo Donatello” di Firenze, la Chiesa San Gregorio degli armeni a Napoli per le celebrazioni del centenario del genocidio armeno, l’auditorium Leonardo Da Vinci di Marciano, la Filarmonica Romana per il Festival delle Nazioni di Roma, il Teatro Morlacchi di Perugia, il Teatro dei Rozzi di Siena, ecc. Da anni collabora con il soprano Agnessa Gyurdzhyan proponendo un programma dedicato interamente alla letteratura armena per voce e pianoforte. Il repertorio spazia dalla musica sacra fino al ‘900 concentrandosi particolarmente sulla figura del compositore Komitas. Nel 2012 ha conseguito con il massimo dei voti, sotto la guida del M° Marco Albrizio, la Laurea Specialistica di II livello in Pianoforte ad indirizzo concertistico presso il Conservatorio di Musica di Perugia. Attualmente affianca all’attività concertistica anche quella didattica, ricoprendo la cattedra di Pianoforte principale presso l’Istituto di Musica Hans Werner Henze della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano e presso la Scuola Comunale di Musica “U. Cappetti” di Monte San Savino.

L’evento, coinvolgerà anche gli alunni del Liceo Scientifico Statale “F. Redi” di Arezzo in un progetto di alternanza scuola-lavoro: i giovani studenti infatti, a seguito di un’approfondita formazione, saranno le guide della mostra fotografica che si terrà dal 7 al 22 dicembre.
Sarà possibile visitare la mostra su prenotazione all’indirizzo email info@dimamusicarezzo.com oppure telefonando al +39 3772994923 (al pomeriggio dalle ore 15 alle 19).

Tutte le iniziative nell’ambito dell’evento sono a ingresso gratuito.

Per maggiori informazioni www.dimamusicarezzo.com

Esce il terzo volume di Ritratti Veneziani, le biografie dei nostri “grandi” (Ilgazzettino.it 06.12.19)

Nuova pubblicazione della biblioteca del Gazzettino. Da martedì 10 dicembre, in tutte le edicole della provincia di Venezia, Il Gazzettino sarà abbinato, a richiesta, per un sovrapprezzo di 7,90 euro, al volume “Ritratti Veneziani” n.3, che raccoglie le biografie storiche di Alberto Toso Fei pubblicate sul Gazzettino – con le illustrazioni di Matteo Bergamelli – nel corso del 2019.

Il volume, 165 pagine, edito da De Bastiani, rappresenta la continuazione dei due precedenti volumi di Ritratti Veneziani, che contenevano rispettivamente le raccolte 2017 e 2018. Nel corso del 2019 la fortunata rubrica storica, che esce nell’edizione di Venezia del Gazzettino ogni domenica, e anche sul sito online del Gazzettino, si è arricchita con le biografie di personaggi che hanno fatto grande Venezia, dal doge Francesco Morosini il Peloponnesiaco, che nel Seicento capitanò la conquista veneziana della Morea e mise sotto scacco il potentissimo Impero ottomano, a Saddo Drisdi, il turco che non voleva lasciare Venezia, ultimo abitante nel 1838 del Fontego dei Turchi, a Ghevont Alishan, il grande poeta armeno nato a Costantinopoli che visse l’intera sua vita nell’isola di San Lazzaro degli Armeni, in Laguna, ad Aldo Manuzio, l’uomo che a Venezia inventò l’editoria moderna, a Bellisandra Meraviglia, la nobildonna veneziana che per non cadere progioniera ed essere fatta schiava dai Turchi a Cipro, diede eoicamente fuoco alla santabarbara della nave ammiraglia turca, sacrificandosi. E tante altre biografie.

Una galleria di personaggi della grandissima storia di Venezia, la storia che a scuola non ci viene più insegnata: una galleria di brevi, fulminanti biografie che tutti dovremmo conoscere e amare.

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Premio internazionale Empedocle, ecco tutti i riconoscimenti: via alla consegna (Agrigentonotizie 06.12.19)

Premio internazionale Empedocle, ecco tutti i riconoscimenti: via alla consegna

ilvano Maria Tomasi, membro del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, Pietro Kuclukan, console onorario della Repubblica di Armenia in Italia, e Ennio Petrigni, procuratore aggiunto presso il Tribunale di Palermo, sono le personalità cui quest’anno è stato assegnato il premio internazionale Empedocle per le scienze umane, giunto alla sua ventiseiesima edizione ed organizzato dall’Accademia di Studi Mediterranei, su impulso del suo presidente onorarioAssunta Gallo Afflitto.

Le cerimonia di consegna del premio nelle sue tre sezioni e dei riconoscimenti ad esso collegati avverrà domani pomeriggio, sabato 7 dicembre, alle ore 16,00 nella sala Zeus del Museo archeologico Regionale “Griffo”.

Dopo i saluti di rito sono previsti gli interventi, oltre che dei tre premiati, anche dell’arcivescovo mons. Franco Montenegro, di mons. Enrico dal Covolo, assessore del Pontificio comitato di scienze storiche, del prof. Sante De Angelis, presidente dell’Accademia Bonifaciana, del prof. Giovanni Fiandaca, direttore del Dipartimenti di Strudi Europei e dell’Integrazione, del dott. Vincenzo Fazio, presidente del Comitato scientifico dell’Accademia di studi mediterranei, della dott. Alhanesh Fessaha, presidente della Ong Gandgi e del col. Giovanni Pellegrino, comandante provinciale dei carabinieri.

Si passerà dunque alla prima sezione dal titolo “Migrazione in una realtà globalizzata”. La giuria, presieduta dal cardinale Montenegro e composta da mons. Dal Covolo, dal prof. Paolo Carlotti, ordinario di Teologia morale fondamentale all’Università Pontificia salesiana, da don Cosimo Semeraro, membro del pontificio Comitato di Scienze Storiche, e dal prof. Don Carmelo Mezzasalma dell’Istituto “Marsilio Ficino”,  ha assegnato il premio a mons. Silvano Maria Tomasi.

Nella seconda sezione, dal titolo “La missione del Giusto nelle deportazioni, negli esodi, nelle migrazioni”, presieduta dalla prof. Milena Santerini, ordinario di pedagogia all’università cattolica Sacro Cuore di Milano, e composta dal prof. Romano Lazzeroni dell’Accademia dei Lincei, dal prof. Sante de Angelis, dalla dott. Maria Cecilia Sangiorgi, giornalista, dal gen. Giuseppe Lanzillotti, già com andante provinciale dei carabinieri di Agrigento, e dal dott. Antonio Preziosi, direttore di Rai Parlamento, ha premiato il dott. Kucluklan.

Nella terza sezione, intitolata a Paolo Borsellino, la giuria era presieduta dal prof. Fiandaca ed composta dal magistrato dott. Massimo fedeli, dal prof. Antonio La Spina, ordinario di sociologia generale all’università di Palermo, dal prof. Vittorio Villa, ordinario emerito di filosofia del diritto nell’ateneo palermitano e da padre Clemente Bobchev, archimandrita della Chiesa Bulgara in  Italia. Il premio è andato al dott. Ennio Petrigni.

Un riconoscimento è andato alla dott. Alganesh Fessaha, mentre una Menzione speciale della città di Agrigento sarà consegnata dal sindaco Calogero Firetto a mons. Dal Covolo. Infine sarà ufficializzato il gemellaggio tra l’Accademia di studi mediterranei e l’Accademia Bonifaciana.

Oggi in tanto sono state scoperte, nel Giuardino dei Giusti nella Valle dei templi, le stele dedicate al vescovo Giovanni Battista Scalabrino, alla prof. Alganesh Fessaha, a Sophie ed Hans Scholl, a Giuseppe Cordewro Lanza di Montezemolo, agli eroici militari della Guardia di Finanza trucidati nelle foibe ed al maresciallo deiu carabinieri Giuliano Guazzelli, le cui figure in mattinata sono state rievocate nel corso di un’apposuta tavola rotonda presieduta dal prefetto Dario Caputo.

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