L’armeno Karekin II dal Papa a chiedere aiuto per la guerra in Nagorno Karabak: «Abbiamo paura» (Il Messaggero 27.09.20)

Città del Vaticano – All’Angelus Papa Francesco si è limitato a un generico appello per la pace nel Caucaso, invocando il ritorno al tavolo dei negoziati, ma senza sbilanciarsi o fare riferimento esplicito alla regione colpita del Nagorno Karabakh, contesa tra Armenia e Azerbaihan, i cui eserciti da stamattina si stanno bombardando. Eppure poche ore prima il Patriarca Karekin II, il Catholicos di tutti gli armeni, arrivato apposta da Yerevan, era stato ricevuto a Santa Marta. Si è trattato di una udienza drammatica viste le notizie che arrivano dalla zona di confine dove nella notte sono iniziati pesanti combattimenti con vittime civili da entrambe le parti. Karekin II ha chiesto aiuto al Vaticano e ha illustrato cosa sta accadendo in quella zona. Prima di ripartire ha rilasciato una intervista al Messaggero.

«Durante il colloquio gli ho raccontato cosa sta accadendo, entrando anche nei particolari. Gli ho spiegato dell’attacco dell’Azerbaijan lungo tutta la linea di confine con il Nagorno, fatta utilizzando gli ultimi tipi di armamenti pesanti, l’artiglieria e anche dei droni che hanno attaccato villaggi armeni. Ci sono vittime purtroppo. Una situazione che ci preoccupa e spaventa».

E il Papa come ha commentato?
«Ha detto che esprime dolore davanti a queste notizie. Poi ci ha informato che all’Angelus avrebbe fatto un appello per invocare la pace e il cessate il fuoco».

L’appello lo ha fatto parlando a grandi linee del Caucaso, senza parlare esplicitamente dell’Armenia o nel Nagorno. E’ deluso? 
«Che vuole che le dica. E’ mio fratello spirituale è lui che decide come esprimersi. Naturalmente noi avremmo sperato in altre parole ma è lui che decide come esprimersi. Noi siamo fratelli con amore e convinzione e accettiamo le espressioni usate dal nostro fratello. Lui ha consigliato e ha invitato a tornare ai negoziati».

Lei è arrivato in Vaticano apposta per chiedere aiuto?
«Questa visita era prevista da tempo. Era prevista anche una tappa a Milano che però ho dovuto cancellare per stare vicino al mio popolo e tornare a Yerevan. Noi facciamo spesso visite in Italia e in Vaticano».

Avete pensato ad iniziative comunI?
«C’è collaborazione tra noi. Il Papa ci ha manifestato dolore e noi abbiamo condannato questo attacco, spiegandogli anche come la Turchia stia sostenendo l’Azerbajian ad intraprendere la guerra. Anche in questo contesto noi riteniamo che questo attacco sia stato immaginato con il supporto turco. Lo scopo è di rafforzare la propria posizione militare della Turchia nella regione posizionando gradualmente le proprie forze armate lungo il confine armeno».

Cosa ve lo fa pensare?
«Abbiamo appreso anche notizie che ci turbano. Per esempio si parla dell’invio di jihadisti. Visto l’odio in generale verso gli armeni nelle attività della regione non possiamo escludere questa dinamica. Siamo molto preoccupati».

Da anni sono in stallo i colloqui di pace condotti dall’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che tenta una mediazione provando a rafforzare il cessate il fuoco del 1994 tramite il Gruppo di Minsk, con diplomatici di Francia, Russia e Usa.  La questione del Nagorno è complessa ha origine con la Rivoluzione Bolscevica del 1917, quando il Karabakh fu inglobato nella Federazione Transcaucasica, che poi si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno Karabakh venne rivendicato sia dagli armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione) sia dagli azeri. Per volere di Stalin il territorio passò all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast’ Autonoma del Nagorno Karabakh.

Con la dissoluzione dell’Urss la questione riemerse. Gli armeni lamentando l’azerificazione forzata della regione con il supporto dell’Armenia iniziarono a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria. Nel settembre 1991 il soviet locale, utilizzando la legislazione sovietica dell’epoca, dichiarò la nascita della nuova repubblica dopo che l’Azerbaigian aveva deciso di fuoriuscire dall’Unione Sovietica.

Seguirono un referendum ed elezioni ma nel gennaio dell’anno seguente la reazione militare azera accese il conflitto che si concluse con un accordo di cessate il fuoco nel 1993. Da allora sono in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk.

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Papa Francesco incontra il Catholicos armeno Karekin II. “Abbiamo pregato per la pace” (Acistampa 27.09.20)

Ho chiesto a Papa Francesco di sollevare la sua voce in modo da ristabilire la giustizia e la pace”. Karekin II, Catholicos della Chiesa Apostolica Armena, ha incontrato il Papa prima dell’Angelus, e prima di una sua precipitosa partenza per l’Armenia, scossa dalle notizie di nuovi conflitti in Nagorno Karabach, Artsakh nel nome storico armeno della regione contesa dall’Azerbaijan. E la conversazione, di circa 40 minuti, si è concentrata a lungo proprio sul conflitto e sulla situazione nella regione.

Lo ha raccontato ad ACI Stampa lo stesso Catholicos Karekin II, in una intervista appena prima della partenza, dopo aver incontrato il Papa accompagnato dall’arcivescovo Khajag Barsamian, rappresentate della Chiesa Apostolica Armena a Roma, e da padre Hyacinthe Destivelle, officiale del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani che si occupa del rapporto con le Chiese ortodosse orientali.

L’incontro con Papa Francesco era stato programmato per il 28 settembre, ed era parte di una serie di incontri in Vaticano. Il Catholicos ha infatti potuto avere un dialogo anche con il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e con il Cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Nella notte tra sabato e domenica, però, nuovi scontri si sono verificati alla frontiera. La regione, a maggioranza armena, era stata data all’Azerbaijan su decisione di Stalin. Nel momento in cui l’Azerbaijan aveva deciso di lasciare l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, un referendum aveva costituito il nuovo stato della federazione. Gli azeri reagirono militarmente, e ci fu un accordo di cessate il fuoco nel 1993. Da allora, le tensioni sono rimaste latenti, e sono arrivate quasi ad un aperto conflitto lo scorso agosto. L’Armenia, che ha proclamato la legge marziale e la piena mobilitazione militare, lamenta che l’Azerbaijan ha mosso un attacco contro il Nagorno Karabach. L’Azerbaijan sostiene che il suo attacco è una risposta ad un lancio di granate armena.

Di tutto questo ha parlato il Catholicos Karekin II con Papa Francesco, in quello che è stato il sesto incontro con lui, avvenuto dopo aver partecipato ad una celebrazione nella Basilica di San Pietro.

Santità, di cosa ha parlato con Papa Francesco?

Il mio incontro era parte di una visita fraterna in Vaticano, ed era stato programmato per domani. Ma, a causa dell’aggressione dell’Azerbaijan con l’Artsakh sono stato obbligato ad accorciare la visita, e così ho potuto incontrare il Papa questa mattina. È naturale che la nostra conversazione è stata dominata dalla situazione sulla presa di contatto Ho segnalato al Papa anche l’uso di droni da parte azera che hanno preso di mira obiettivi civili. Tutti i tipi di armi sono stati usati contro la pacifica popolazione armena, anche elicotteri e artiglieria. Le città e i villaggi dell’Artsakh sono sotto attacco, inclusa la capitale Stepanakert. Ci sono vittime tra la popolazione vicine.

Quale è stata la risposta di Papa Francesco?

Il Papa ha espresso la sua preoccupazione e il suo dolore. Ci ha anche informato che nel suo messaggio all’Angelus avrebbe riflettuto sulla situazione, cosa che poi ha fatto. Ho anche espresso al Papa la mia opinione riguardo il coinvolgimento della Turchia nella regione, e ho sottolineato che a mio avviso si trattava di una azione pre-programmata con l’aiuto di Istanbul. Recentemente, la Turchia ha apertamente sostenuto l’Azerbaijan nelle sue prese di posizione aggressive contro l’Armenia, con molte dichiarazioni ufficiali, e abbiamo potuto notare alcune settimane fa esercizi militari condotti congiuntamente tra Azerbaijan e Turchia.

Quali sono le su speranze?

Riteniamo importante risolvere la situazione, ma allo stesso tempo è importante che i media internazionali riflettano e abbiano un giudizio corretto sulla situazione che si è creata, in modo da ristabilire la giustizia.

Cosa pensa possa fare la Santa Sede in questa situazione?

Ho chiesto al mio amato fratello Francesco di sollevare la sua voce perché si ristabilisca la giustizia e la pace. L’incontro è stato molto cordiale, come sempre in passato, e lo abbiamo terminato pregando insieme per il ripristino della pace.

Ci sono progetti comuni tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Apostolica Armena?

Abbiamo una stretta cooperazione in molte aree, con una stretta relazione con la Congregazione delle Chiese Orientali, ma anche con il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, anche grazie al rappresentante della Chiesa Apostolica Armena presso la Santa Sede che ha proprio il compito di rafforzare i contatti. Tra le iniziative, abbiamo un programma di scambio che permette ai nostri studenti di studiare nelle università pontificie, e anche uno scambio di visite tra giovani sacerdoti della Chiesa Apostolica Armena e della Chiesa Cattolica Romana.

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Attacco Azero contro il Nagorno Karapagh (Artsakh) Rassegna stampa 27.09.20

Lampi di guerra tra Azerbaigian e Armenia in Nagorno Karabakh

AGI – Aspri combattimenti nella regione autonoma del Nagorno Karabakh tra l’esercito dell’Azerbaigian e le forze indipendentiste armene, che hanno rivendicato l’abbattimento di due elicotteri militari azeri, dopo che Baku ha bombardato l’enclave. Il ministero della Difesa azero ha annunciato l’inizio di una “controffensiva”.

L’Azerbaigian ha iniziato a “bombardare” la linea di confine e obiettivi civili, inclusa la città principale della regione, Stepanakert, ha comunicato la presidenza del Karabakh. Sia Baku sia le autorità della regione separatista, che si accusano vicenda di aver iniziato le ostilità, hanno denunciato vittime anche tra i civili.

I separatisti armeni nella regione del Nagorno-Karabakh hanno riferito di aver inflitto “perdite” all’esercito azero. Il ministero della Difesa azero ha confermato che un suo elicottero è stato abbattuto, aggiungendo che l’equipaggio è riuscito a mettersi in salvo e ha rivendicato di aver distrutto 12 batterie antiaeree.

“Stamattina presto, la parte azera ha lanciato bombardamenti lungo tutta la linea di contatto. Stanno anche bombardando Stepanakert (la capitale), chiediamo alla popolazione di mettersi al riparo”, si legge sulla pagina Facebook della presidenza separatista. “Le forze armate del Karabakh hanno finora sventato i piani (dell’Azerbaigian), infliggendo pesanti perdite” all’avversario, ha comunicato il ministero della Difesa della regione.

Scambi di accuse

Il ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha accusato l’Armenia di aver violato il cessate il fuoco del 1994 “all’alba” con “provocazioni su larga scala”, con intensi bombardamenti contro le posizioni dell’esercito azero su tutto. Negli attacchi, secondo Baku, Erevan ha usato anche l’artiglieria.

Il ministero degli Esteri armeno accusa invece l’Azerbaigian di aver lanciato “missili” contro “insediamenti pacifici, compresa la capitale del Nagorno Karabakh, Stepanakert”. Le due parti si accusano reciprocamente di attacchi contro i civili.

Il territorio, grande meno della metà della Sardegna, è al centro di una disputa trentennale tra Armenia e Azerbiagian degenerata più volte in scontro armato

La Russia e l’Europa chiedono il cessate il fuoco

Il ministero degli Esteri russo ha chiesto alle due parti in conflitto nella regione autonoma azera del Nagorno Karabakh un “cessate il fuoco immediato”. Mosca ha chiesto anche l’avvio di “colloqui per stabilizzare la situazione”.

“Le notizie di ostilità nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh destano grave preoccupazione. L’azione militare deve cessare, con urgenza, per evitare un’ulteriore escalation. Un ritorno immediato ai negoziati, senza precondizioni, e’ l’unica strada da seguire”, twitta il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.

La Turchia promette invece il completo sostegno a Baku e ha invitato l’Armenia a rinunciare alla sua “aggressione”: l’altolà arriva dal ministro della difesa turco, Hulusi Akar. “Sosterremo i nostri fratelli azeri con tutti i nostri mezzi nella loro lotta per proteggere la loro integrità territoriale”, ha detto in una nota il ministro della Difesa turco.

La Turchia è uno strettissimo alleato di Baku con cui ha forti legami culturali e linguistici; viceversa non ha relazioni diplomatiche con Erevan per via della querelle storica sulla strage degli armeni sotto l’impero ottomano, tra il 1915 e il 1916, che secondo l’Armenia fu un genocidio.

Legge marziale

Il presidente del Nagorno Karabakh, Araik Harutyunyan, in una riunione d’emergenza del Parlamento della regione separatista azera sostenuta dall’Armenia, ha proclamato la legge marziale e annunciato una mobilitazione militare totale. Stessi provvedimenti sono stati adottati dall’Armenia. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinian, ha esortato il suo popolo a “essere pronto a difendere la patria sacra”. “Sosteniamo con forza il nostro Stato, il nostro esercito (…) e vinceremo. Lunga vita al glorioso esercito armeno!”, ha scritto su Facebook.

L’enclave contesa

Il Nagorno Karabakh è una regione secessionista dell’Azerbaigian, popolata principalmente da armeni e sostenuta dall’Armenia. Dal 1992 è stato teatro di una guerra che ha causato 30.000 morti. I colloqui di pace sono bloccati da molti anni. Nel 2016, gravi scontri sono quasi degenerati in una guerra nella regione, e nel luglio 2020 ci sono stati anche combattimenti tra armeni e azeri al confine settentrionale.

Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliev, ha minacciato l’Armenia di rappresaglie per il suo “comportamento aggressivo”, riferendosi agli scontri di luglio, e ha accusato Erevan di aver deliberatamente causato il fallimento dei negoziati di pace. Il ministero ha anche avvertito che l’Armenia sta preparando “decine di migliaia di uomini con un unico obiettivo, attaccare l’Azerbaigian”.

 

L’ AZERBAIGIAN LANCIA ATTACCO MISSILISTICO CONTRO LA REPUBBLICA ARMENA DEL NAGORNO KARABAKH (ARTSAKH)

ATTACCO AZERO AL NAGORNO KARABAKH: SERVE UNA FERMA CONDANNA POLITICA!

Mkhitaryan contro gli attacchi azeri nel Karabakh: “Abbiamo il diritto alla pace” (Corriere dello sport)

Armenia-Azerbaigian: Italia chiede di fermare violenze (Ansa)

Francesco prega per il Caucaso: si scelga la strada del dialogo

Papa Francesco incontra il Catholicos armeno Karekin II. “Abbiamo pregato per la pace” (Acistampa)

Nagorno-Karabakh, Mosca offre la sua mediazione tra Armenia e Azerbaigian (lantidiplomatico)

Nagorno Karabakh: tensione tra Azerbaigian e Armenia (Haffingtonpot)

Combattimenti fra Armenia e Azerbaigian (Ansa)

Francesco prega per il Caucaso: si scelga la strada del dialogo (Vaticanews)

Alta tensione nel Caucaso, parola alle armi fra Armenia e Azerbaigian (In Terris) 

Combattimenti fra armeni e azeri, vittime tra i civili (Rainews)

Nagorno-Karabakh, combattimenti fra Armenia e Azerbaigian: vittime e feriti fra i civili. Riparte la guerra dei 30 anni (Corriere della Sera)

Armenia e Azerbaigian sull’orlo della guerra: almeno 23 morti

L’ AZERBAIGIAN LANCIA ATTACCO MISSILISTICO CONTRO LA REPUBBLICA ARMENA DEL NAGORNO KARABAKH (ARTSAKH)

Comunicato stampa

L’ AZERBAIGIAN LANCIA ATTACCO MISSILISTICO CONTRO LA REPUBBLICA ARMENA DEL NAGORNO KARABAKH (ARTSAKH)

 

Da questa mattina è in corso un pesante attacco missilistico azero contro la repubblica del Nagorno Karabakh (Artsakh).

Colpiti insediamenti civili compresa la capitale Stepanakert. Si registrano morti e feriti tra la popolazione

Molti cittadini stanno trovando riparo nei rifugi.

Le forze armate armene hanno abbattuto diversi elicotteri e tre droni; distrutti anche alcuni carri armati.

Tutte le milizie armene sono strenuamente impegnate nella difesa dei confini in questo che risulta essere un attacco ancor più grave di quello del 2016. Proclamata nella repubblica la legge marziale e la mobilitazione nazionale.

 

Alla luce di quanto sta accadendo:

 

  • Condanniamo l’ennesima aggressione dell’Azerbaigian contro la popolazione armena e il nuovo tentativo di risolvere con la guerra il problema del contenzioso sul Nagorno Karabakh.
  • Esprimiamo preoccupazione per la immediata piena solidarietà della Turchia all’Azerbaigian e per il rischio di un coinvolgimento su scala regionale con conseguenze gravissime per la stabilità di un’area così critica come quella del Caucaso meridionale e per le forniture energetiche all’Italia
  • Ricordiamo che nello scorso mese di luglio l’Azerbaigian ha attaccato la repubblica di Armenia lungo il confine nord-orientale con scontri senza precedenti in quell’area e che nelle scorse settimane, nonostante gli inviti della diplomazia internazionale, Turchia e Azerbaigian hanno compiuto provocatorie manovre militari ai confini con l’Armenia
  • Sottolineiamo le notizie di questi ultimi giorni che informavano circa il trasferimento di miliziani sunniti pro-Isis in Turchia e Azerbaigian
  • Denunciamo il “fiancheggiamento” di taluni media e politici italiani che nello scorso mese di luglio hanno appoggiato senza alcuna cognizione di causa le provocazioni militari azere e hanno di fatto avallato la politica dello scontro militare in luogo della risoluzione pacifica.
  • Ribadiamo ancora una volta che la via della pace è l’unica praticabile, il diritto all’autodeterminazione del popolo dell’Artsakh e la fine della politica guerrafondaia della dittatura azera spalleggiata dalla dittatura turca
  • Preghiamo per la popolazione vittima degli attacchi e stiamo al fianco dei soldati armeni che difendono i confini della Nazione
  • Invitiamo le istituzioni italiane ad adoperarsi – nel quadro delle organizzazioni internazionali e dei format negoziali esistenti – affinchè cessi immediatamente l’aggressione azera contro il popolo armeno e venga espressa una netta condanna di ogni atto di violenza ai danni della popolazione
  • Chiediamo alla stampa italiana di non usare espressioni della propaganda azera quali “separatisti”, “ribelli armeni” ecc per descrivere la popolazione del Nagorno Karabakh che ha esercitato il proprio diritto all’autodeterminazione secondo la legge sovietica dell’epoca (in particolare legge aprile 90 “Norme sulla secessione di repubbliche dall’Urss”), ha proclamato la propria indipendenza dopo la fuori uscita dall’Unione della RSSAzera, ha visto confermato il suo pronunciamento dalla Corte costituzionale di <Mosca, ha tenuto un referendum confermativo nel dicembre 1991, ha tenuto elezioni politiche monitorate da osservatori internazionali nello stesso mese, ha proclamato ufficialmente la nascita dello Stato il 6 gennaio 1992, ha sottoscritto l’accordo di Bishkekh per il cessate il fuoco con i rappresentanti di Armenia e Azerbaigian. La repubblica del Nagorno Karabakh-Artsakh è uno Stato de facto con una popolazione di 150.000 abitanti buona parte dei quali non era neppure nata all’epoca della guerra degli anni Novanta che chiede di poter vivere in pace nella propria terra.

 

Ancora una volta ribadiamo che gli armeni vogliono la pace, turchi e azeri la guerra.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma

www.comunitaarmena.it

Armeni, siriani, greci i più ‘odiati’ nei media turchi (Asianews 26.09.20)

I risultati del rapporto sui “discorsi di odio nei media” ad opera della Fondazione Hrant Dink. Su giornali nazionali e locali, ogni giorno almeno 17 articoli “di odio” contro le minoranze, disprezzando identità religiosa ed etnica.

Istanbul (AsiaNews) – Armeni, siriani e greci sono i gruppi che più hanno attirato “discorsi di odio” nei media turchi lo scorso anno. Lo afferma il rapporto sui “Discorsi di odio nei media”, preparato dalla Fondazione Hrant Dink.

Hrant Dink, direttore del giornale “Agos”, è stato ucciso il 19 gennaio 2007 da un giovane sui 18-19 anni con quattro colpi di pistola. Egli era molto impegnato per rendere la Turchia un Paese che rispettasse le minoranze. Per questo, la Fondazione a suo nome pubblica ogni anno un rapporto sui “discorsi di odio”. Il rapporto pubblicato in questi giorni, studia gli articoli pubblicati su tutti i giornali nazionali e circa 500 giornali locali. Per il 2019, i giornali che hanno prodotto più “discorsi di odio” sono “Yeniçağ”, “ Yeni Akit” e “Diriliş Postası”. Il rapporto afferma che lo scorso anno, ogni giorno sono stati prodotti almeno 17 articoli che fomentavano l’odio contro l’identità religiosa e nazionale di circa 80 gruppi etnici, rafforzando il giudizio negativo su queste etnie.

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SIRIA. Ankara sposterebbe miliziani siriani in Azerbaijan contro l’Armenia (Agcnews.eu 26.09.20)

Sono emersi rapporti credibili secondo cui la Turchia sta trasferendo militanti siriani dal nord della Siria in Azerbaijian, mentre aumentano rapidamente le tensioni e le schermaglie con l’Armenia.

Il quotidiano Greek City Times rimporta le affermazioni della giornalista Lindsey Snell che su Twitter denuncia che i combattenti della Divisione Hamza sono arrivati a Baku attraverso la Turchia. All’inizio di quest’anno, la divisione Hamza è stata denunciata per aver tenuto in prigione donne, dopo averle denudare e averle usato violenza. Il gruppo è composto per lo più da arabi e turkmeni, e sono diventate una “forza mobile” del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Con l’intensificarsi della guerra di Libia all’inizio di quest’anno, la Divisione Hamza è stata uno dei principali gruppi di combattenti trasferiti dalla Turchia per combattere nel Paese nordafricano con il Gna. La promessa di uno stipendio mensile di 2.000 dollari era una tentazione per molti dei jihadisti siriani, tuttavia, come affermano a The National a giugno, leader della divisione di Hamza: «Ora rimpiangiamo di essere venuti. Il prezzo che abbiamo pagato è alto».

Alla domanda su Twitter se la maggior parte dei combattenti che si recano in Azerbaigian provenga dalla Siria o dalla Libia, Snell ha rivelato che la maggior parte di essi proviene dalla Siria, ma che circa 70 militanti sono stati anche in Libia. Snell ha anche caricato una registrazione vocale di un militante secondo cui fino a 1.000 combattenti saranno trasferiti in Azerbaigian.

Secondo Syriana Analysis, che cita fonti dell’opposizione siriana, ai jihadisti verrebbe offerto un ingaggio di 600 dollari al mese per combattere con l’Azerbaigian contro l’Armenia.

L’Azerbaijan ha smentito la notizia: «Le accuse sono infondate e completamente fuorvianti. Recentemente, abbiamo osservato in alcuni media stranieri una campagna calunniosa contro l’Azerbaigian, diffondendo informazioni assolutamente infondate e false a questo proposito», ha dichiarato un portavoce azero al Greek City Times.

Per l’Armenia, la minaccia va presa in considerazione: «Come ha dichiarato il ministro degli Esteri Zohrab Mnatsakanyan durante la sua visita ufficiale in Egitto, stiamo ricevendo rapporti sull’uso di combattenti terroristi stranieri da trasferire in Azerbaigian o forse sono già stati trasferiti. Dati i precedenti dell’uso di estremisti da parte dell’Azerbaigian nel 1992-93 e l’esportazione di elementi terroristici in diverse regioni da parte della Turchia, prendiamo molto seriamente questa minaccia», ha aggiunto un portavoce degli Esteri armeni.

I portavoce dell’Armenia e dell’Azerbaigian hanno sottolineato al Greek City Times che vogliono risolvere le loro controversie in modo pacifico e attraverso negoziati.

Maddalena Ingrao

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Papa Francesco, un incontro con il catholicos armeno Karekin II lunedì prossimo? (AciStampa 24.09.20)

Il sesto incontro tra Papa Francesco e il Catholicos della Chiesa Apostolica Armena Karekin II dovrebbe avere luogo il prossimo 28 settembre, in privato. Non è stato ancora dato annuncio ufficiale dell’incontro, confermato da fonti della Chiesa apostolica armena, ma questo si inserisce nell’ambito di un viaggio che il Catholicos farà in Italia dalla fine di questa settimana.

Prima a Milano per una visita all’unica parrocchia della Chiesa apostolica armena di Italia (un’altra ci sarà presto a Roma) che quest’anno fa 65 anni e per degli incontri, il Catholicos sarà a Roma lunedì, con una agenda che prevede anche una visita al Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Tra i temi di conversazione tra Papa Francesco e il Catholicos Karekin II, probabile si parli anche di come rafforzare la collaborazione in Europa tra Chiesa Cattolica e Chiese ortodosse orientali, che starebbero lavorando per sviluppare un loro Consiglio nel vecchio continente.

Quello di lunedì sarebbe il sesto incontro tra Papa Francesco e Karekin II. Il primo incontro era avvenuto nel 2014, quindi il 12 aprile 2015 Karekin II era stato a San Pietroalla commemorazione del genocidio armeno. Papa Francesco aveva poi visitato l’Armenia nel 2016, partecipando anche ad una celebrazione ad Etchmiadzin e diffondendo una dichiarazione comune con il Catholicos.

Nel 2018, Karekin e Papa Francesco ebbero un incontro privato il 5 aprile, prima che il Papa si recasse nel giardino tra il governatorato e la caserma della Gendarmeria a inaugurare la Statua di San Gregorio di Narek donata dalla presidenza della Repubblica di Armenia. Quindi, il 24 ottobre 2018, c’è stato un altro incontro tra i due a Santa Marta, in cui hanno reiterato la loro amicizia.

Il Catholicos è anche stato a Firenze lo scorso anno, per un intervento al festival delle religioni in un panel che comprendeva il segretario di Stato vaticano, il Cardinale Pietro Parolin, ed ha incontrato l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i rapporti con gli Stati, durante il viaggio di quest’ultimo in Armenia nel novembre 2019.

Sono segnali di amicizia rafforzati dal fatto che la Chiesa Apostolica Armena ha, dal 2018, un suo rappresentante a Roma con lo scopo di rafforzare i rapporti tra Chiesa Cattolica e Catholicossato. Tra le attività in programma o in svolgimento, anche lo scambio di studenti tra seminari di Etchmiadzin e seminari romani, per sviluppare una vera e propria amicizia ecumenica.

La Chiesa Apostolica armena, tra le più antiche della cristianità, è parte delle Chiese Ortodosse Orientali e conta 9 milioni di membri. Sanate da tempo le differenze dottrinali, tanto che la Chiesa Apostolica non differisce in niente con quella Cattolica tranne che nell’unione con Roma, la Chiesa apostolica armena è una Chiesa fortemente connaturata con la storia nazionale.

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Speciale energia: governo armeno ringrazia Agenzia internazionale dell’energia atomica per sostegno durante pandemia (Agenzianova 23.09.20)

Erevan, 23 set 14:00 – (Agenzia Nova) – Il ministro del Territorio e delle Infrastrutture armeno, Suren Papikyan, ha ringraziato l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Iaea) per il sostegno dimostrato nel corso della pandemia. La dichiarazione arriva nel corso della 64ma conferenza generale dell’agenzia a Vienna, dal 21 al 25 settembre, come riportato dall’agenzia di stampa “Armenpress”. “Voglio sottolineare il sostegno offerto agli Stati membri per assicurare il funzionamento continuo e sicuro degli impianti nucleari. Siamo grati al direttore generale e alla dirigenza per la fornitura di disinfettanti e dispositivi di diagnosi forniti a più di 120 paesi tra cui l’Armenia, che ha rafforzato la capacità di risposta al Covid-19”, ha detto Papikyan, sottolineando come il settore del nucleare abbia un’importanza fondamentale nel programma energetico del paese caucasico. (Res)

Covid-19 in Caucaso: tra conflitti e teorie del complotto (Osservatorio Balcani e Caucaso 23.09.20)

In Caucaso, nonostante il Covid-19, lo spettro di conflittualità si èampliato e, quest’anno più che mai, ha coinvolto anche i social.

Armenia-Azerbaijan

A luglio sul confine armeno-azerbaigiano si è combattuto, ed è stato dopo quelli del 2014 e del 2016 il peggior episodio di violazione del coprifuoco dal 1994.

Un conflitto che torna sempre più militare, oltre che diplomatico e territoriale, quindi, e che impiega sempre più nuove armi. Gli scontri di luglio sono stati preceduti da una guerra combattuta nel cyberspazio, attraverso i social.

Il 21 maggio era stato diffuso ed era diventato virale un video che sarebbe stato girato a Yerevan. Il numero sorgente che aveva immesso il video nel circuito di WhatsApp creando un apposito gruppo con diversi numeri armeni risultava di un abbonato ucraino di nome Alex, mentre l’utente “Armen Tigranian” lo aveva fatto circolare su Youtube. Nel video cittadini presumibilmente azerbaijani passeggiano liberamente e indisturbati per Yerevan, in piena crisi Covid-19. Le relazioni diplomatiche fra i due paesi sono inesistenti, e lo scopo del video sarebbe stato di dimostrare l’ignavia e l’inefficacia dei sistemi di controllo – anche epidemiologico – armeno. Le autorità armene hanno denunciato  il video come un fake volto a fiaccare il morale degli armeni.

A giugno su Facebook sono comparse liste di cittadini armeni morti e malati di Covid-19. La pista seguita è quella di hackers azerbaijani che avrebbero trovato una falla nel sistema di sicurezza del ministero della Salute e in due sessioni di accesso illegale a mail e database sarebbero riusciti ad impossessarsi di dati personali  prima di 3500 e poi di 950 fra malati e deceduti, e disseminarli. È stata lanciata un’indagine  ma come sempre la questione dell’attribuzione rimane spinosa.

Sempre su Facebook – a pochi giorni dall’inizio degli scontri lungo il confine – stando agli organi di sicurezza armeni  , finti account di sedicenti armeni residenti all’estero che si presentavano come ex soldati o filantropi si mettevano in contatto con i soldati armeni con lo scopo di ottenere informazioni sul dispiegamento militare e sulle attività in corso. È stata pertanto emessa una notifica di diffida ad accettare contatti di questo tipo e a condividere informazioni anche non sensibili con sedicenti connazionali all’estero.

Tra il 14 ed il 15 luglio inoltre sono stati riportati reciproci attacchi hacker tra Azerbaijan e Armenia  .

Il Centro Lugar

Fra Georgia, Russia e Ossezia del Sud vi è una nuova mela della discordia: il Centro Lugar. Il centro, intitolato a un senatore americano  , si trova vicino a Tbilisi, è stato inaugurato nel 2011 ed è un centro di ricerca della rete dell’Agenzia nazionale per le malattie e sanità pubblica. È un laboratorio chiave nei campi di ricerca biomedica e di biosicurezza, aperta a studenti e medici. La sua biblioteca è divenuta quella di riferimento del sistema sanitario pubblico.

Dal 2017 la Russia ha cominciato a sollevare accuse riguardo alle attività del centro, sostenendo che sia una base di diffusione di malattie in mano agli americani. Queste accuse sono state più volte riprese dai separatisti ossetini  che sostengono che Tbilisi stia usando il centro per fare bioterrorismo.

Con la diffusione del covid-19 le accuse si sono inasprite. I servizi di sicurezza ossetini hanno accusato il centro di creare armi biologiche finalizzate alla distruzione mirata della popolazione dell’Ossezia meridionale e di aver creato un sistema di monitoraggio della situazione sanitaria ed epidemiologica locale. Da parte ossetina si è anche affermato che il centro sarebbe stato incaricato di condurre operazioni di sabotaggio volte a distruggere bovini e piccoli animali, creazione artificiale di epizoozie, nonché di condizionare uno sviluppo agricolo dipendente dalla disponibilità di vaccini prodotti nel laboratorio Lugar.

Si afferma inoltre che il centro vorrebbe far aumentare la dipendenza della popolazione dell’Ossezia meridionale dai farmaci georgiani e occidentali e screditare gli sforzi delle autorità dell’Ossezia meridionale per garantire la sicurezza sanitaria-epidemiologica della Repubblica. I servizi di sicurezza hanno esortato la popolazione  a evitare contatti con georgiani e ridurre la comunicazione con quanti – inclusi i parenti – mostrano un chiaro interesse per la situazione sanitaria ed epidemiologica dell’Ossezia del Sud.

Pipistrelli

È in questo contesto che il 3 luglio scorso un georgiano, Khvicha Mgebrishvili, è stato arrestato per essere entrato illegalmente nel territorio separatista ed accusato di essere un cacciatore di frodo di pipistrelli che avrebbe poi venduto al Centro per 5000 dollari. Secondo i Servizi di sicurezza ossetini  sarebbe dal 2018 che il Centro fa ricerca su Coronavirus e pipistrelli locali ossetini.

Smentisce energicamente queste accuse la parte georgiana  che ricorda l’importanza del laboratorio per garantire la salute pubblica e che quest’ultimo dal 2018 opera sotto esclusivo controllo del governo georgiano. Assoluta la smentita  anche dell’ambasciatrice americana a Tbilisi.

A settembre il ministero degli Interni georgiano ha poi avvisato  che i sistemi informatici del ministero degli Sfollati, dei Territori occupati, del Lavoro, della Salute e degli Affari Sociali georgiani erano stati oggetto di attacchi informatici ed assieme a questi anche alcune unità strutturali del ministero della Salute, tra cui il Centro Lugar. Attacchi “finalizzati all’appropriazione illegale e all’uso di importanti cartelle cliniche e informazioni sulla gestione delle pandemie… Una parte dei documenti autentici ottenuti a seguito di questo accesso illegale al sistema informatico sono attualmente in fase di caricamento su dei siti web stranieri e sono disponibili per gli utenti. Inoltre, il sito web carica documenti palesemente falsificati, che vengono deliberatamente falsificati per intimidire, confondere e creare diffidenza nel pubblico.”

Per la vecchia tattica della guerra psicologica con lo scopo di condizionare e disorientare le opinioni pubbliche, minare la coesione sociale e fomentare la diffidenza verso governo e amministrazione, nel Caucaso del sud ci si sta quindi cinicamente servendo della pandemia. E il campo di battaglia è rappresentato sempre più dai social.

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AZERBAIGIAN: La dura vita dell’opposizione. Il caso di Tofig Yagublu (East journal 22.09.20)

l 3 settembre Tofig Yagublu, uno dei principali esponenti dell’opposizione azera, è stato condannato a quattro anni e tre mesi di detenzione e, da quel momento, ha intrapreso un ostinato sciopero della fame che ha portato avanti per diciotto giorni, anche nella terapia intensiva in cui era stato ricoverato, sino a quando il 18 settembre scorso ha ottenuto il trasferimento agli arresti domiciliari.

Le circostanze dell’arresto

Le versioni dei fatti che hanno portato all’arresto dell’oppositore divergono notevolmente a seconda che si dia ascolto alla versione governativa o a quella dell’interessato.

Stando alla sentenza della corte distrettuale di Nizami a Baku, Yagublu avrebbe causato un incidente automobilistico e poi aggredito una coppia con un cacciavite. Yagublu, dal canto suo, sostiene invece di essere stato tamponato mentre si trovava tranquillamente alla guida della propria auto e di essere poi stato vittima, e non responsabile, di un’aggressione. Stranamente, non esistono filmati dell’accaduto.

Le reazioni

L’arresto e la condanna dell’oppositore azero sono stati apertamente contestati da numerose organizzazioni internazionali, prime fra tutte Human Rights WatchFreedom House e  Amnesty International, che accusano le autorità azere di aver creato ad arte i presupposti per un arresto prettamente politico.

D’altronde, il presidente Ilham Alyev, solo tre giorni prima dell’arresto, aveva accusato l’opposizione di essere una quinta colonna in grado di minare la stabilità del paese e si era detto intenzionato a reprimere ogni tentativo di sommovimento.

Sin dal momento in cui Yagublu ha iniziato il suo sciopero, in Azerbaigian  sono stati organizzati numerosi eventi di protesta, ma anche qui le autorità hanno optato per le maniere forti. In particolare, durante una manifestazione a sostegno dell’attivista, oltre trenta dimostranti, tra cui la stessa figlia dell’oppositore, sono stati arrestati, per poi venire rilasciati poco dopo.

Non un oppositore qualsiasi

In Azerbaigian gli oppositori politici non hanno vita facile, ma Tofig Yagublu pare godere di una particolare attenzione da parte del potere politico. Nel 2013 fu condannato a cinque anni di detenzione, dopo aver partecipato a proteste antigovernative; nel 2019 ha trascorso 30 giorni in carcere con l’accusa di non aver obbedito agli ordini delle forze di polizia durante una manifestazione pacifica.

I motivi di un simile accanimento? Quest’uomo, ai più sconosciuto fuori dal paese non è un oppositore qualsiasi. Già attivo nel movimento popolare che avrebbe portato all’indipendenza della repubblica azera dall’Unione Sovietica, Tofig Yagublu combatté in Nagorno-Karabakh e, nei primi anni Novanta, dopo essersi unito al partito panturco “Musavat”, ebbe una rapida carriera politica che, durante la presidenza di Abulfaz Elchibey, lo portò a divenire capo del potere esecutivo nel distretto di Binagadi.

Caduto Elchibey, tuttavia, con l’arrivo al potere della famiglia Aliyev, la sua attività politica è divenuta scomoda; basti pensare che il partito Musavat, seppur con soli cinque seggi in parlamento, è ad oggi il secondo partito azero.

Lo sciopero della fame  e la decisione della Corte 

La figlia di Yagublu, che a sua volta ha già subito un arresto ed è sposata con un giornalista di opposizione, è stata la prima a prendere posizione e ha costantemente trasmesso aggiornamenti sulle condizioni del padre. Il 12 settembre, dopo dieci giorni di sciopero della fame, il noto attivista era stato trasferito in terapia intensiva e, nei giorni successivi, dall’ospedale erano giunte notizie preoccupanti sulla sua salute. Yagublu, infatti, rifiutava non solo il cibo, ma anche qualsiasi iniezione di sostanze nutritive e  il suo medico temeva che l’uomo entrasse in coma.

A metà della settimana scorsa, con l’aggravarsi delle proprie condizioni, l’uomo ha affidato a una commovente telefonata con la figlia quello che rischiava di divenire il suo testamento politico: “Figlia mia, sto morendo. Dedico la mia lotta a M. E. Rasulzade – il fondatore del partito Musavat – voglio anche esprimere il mio supporto al popolo bielorusso, che sta combattendo per la democrazia”. Al termine della conversazione, l’uomo ha aggiunto che, qualora il governo non avesse preso una decisione in tempi rapidi, avrebbe rifiutato anche l’acqua.

Per fortuna, qualcosa si è mosso e sabato la Corte di Appello ha stabilito che Tofig Yagublu dovesse essere trasferito agli arresti domiciliari. Non appena è venuto a conoscenza della notizia positiva, l’oppositore ha interrotto lo sciopero della fame e sta ora recuperando le forze a casa propria.

La figlia ha annunciato il lieto fine della battaglia del padre sul proprio profilo Facebook, con una frase che, volutamente o meno, ricorda le parole dell’anarchico Kropotkin, ma che risulta particolarmente adeguata alla vicenda del padre: “La libertà non viene data, si prende“.

Non è la prima volta   

Non è la prima volta che in Azerbaigian un oppositore ricorre allo sciopero della fame come strumento di protesta. Nel gennaio del 2019, almeno venti persone hanno protestato in questo modo contro le persecuzioni politiche nel paese, dopo che il giovane attivista Mehmad Huseynov, già precedentemente arrestato, aveva ricevuto nuove accuse. Come nel caso di Tofig Yagublu e di molti altri oppositori che coraggiosamente si scontrano con il potere, Huseynov era stato accusato di un reato difficilmente verificabile, nella fattispecie, di aver insultato un ufficiale della polizia carceraria. Secondo la giornalista investigativa Khadija Ismayilova, nel momento in cui gli attivisti scioperavano, ben dieci giornalisti si trovavano in carcere e due caporedattori avevano ricevuto capi di imputazione falsificati.

In una lettera inviata dalla prigione, gli oppositori avevano denunciato le condizioni dello stato di diritto azero spiegando di aver fatto ricorso allo sciopero della fame poiché privi di mezzi giuridici per far valere le proprie ragioni. Infatti, Elman Fattah, membro dello stesso partito Musavat in cui è impegnato Yagublu, all’epoca dei fatti spiegava ad OC Media che in passato gli oppositori politici venivano rilasciati in breve tempo grazie alle pressioni internazionali, mentre ora la repressione si è fatta più ferrea e incontrastata.

Il vicino turco

“Una nazione con due stati”, affermava Heydar Aliyev celebrando la vicinanza culturale e politica di Turchia e Azerbaigian. Ebbene, questa formula non pare smentita nel trattamento riservato agli oppositori. La scorsa primavera, infatti, in un ospedale di Istanbul, İbrahim Gökçek e Helin Bölek, sono stati lasciati morire dopo uno sciopero della fame tramutatosi in una lunga agonia di quasi un anno. I due musicisti erano parte della band musicale “Grup Yorum”, accusata di essere in qualche modo collegata al partito marxista rivoluzionario della liberazione popolare, una formazione politica illegale e accusata di terrorismo. Ciò che è certo è che la band, cantando in turco e in curdo, aveva più volte preso di mira l’operato di Erdogan.

Il lieto fine della vicenda legata a Tofiq Yagublu non era affatto scontato, basti pensare che sino a giovedì la Corte di Appello ha continuato a sostenere che la sentenza, fissata per il 28 settembre, non potesse essere anticipata.  Se il potere di Erdogan non ha esitato a lasciar morire in carcere due giovani oppositori, quello di Aliyev si è fermato appena in tempo, ma non si può abbassare la guardia, specie laddove la morsa della repressione pare farsi via via più impietosa.

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