Armenia: il fronte USA-NATO di guerra si allarga al Caucaso (Antidiplomatico 15.06.24)

Scontri tra polizia e manifestanti di fronte al parlamento a Erevan. Ci sarebbero decine di feriti e di fermati. Le proteste sono rivolte direttamente contro il primo ministro Nikol Pašinjan, di cui si chiedono le dimissioni, accusato di svendere gli interessi territoriali armeni, con l’aver sguarnito le frontiere, lasciando così via libera all’Azerbajdžan nel tentativo di annettere alcuni villaggi nella regione di Tavuš.

La situazione all’esterno del parlamento, dove da inizio settimana erano accampati i manifestanti, si sarebbe ulteriormente inasprita dopo che, in aula, sarebbero avvenuti tafferugli tra deputati filogovernativi e opposizione, per le parole dello stesso  Pašinjan, che avrebbe accusato di tradimento alcuni generali.

Gli osservatori parlano di malcontento anche per il corso filo-occidentale del governo e per gli ammiccamenti alla NATO: in particolare, per l’ipotesi ventilata da Pašinjan di una prossima uscita dell’Armenia dal ODKB (Organizatsija Dogovora o Kollektivnoj Bezopasnosti-Organizzazione dell’accordo sulla sicurezza collettiva: Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakhstan, Kirgizija, Tadžikistan): «quando il governo lo riterrà opportuno», avrebbe detto Pašinjan, accusando nemmeno tanto implicitamente l’Organizzazione di non adempiere ai propri obblighi, in combutta con l’Azerbajdžan.

Peraltro, dal febbraio scorso, Erevan ha già “congelato” l’associazione al ODKB e ora arrivano le parole del primo ministro: «È possibile che noi usciamo dal ODKB. E saremo noi a decidere quando. La colpa è di coloro che hanno dato vita a un’alleanza unificata, i cui membri, invece di adempiere ai loro obblighi, hanno pianificato una guerra contro di noi d’accordo con l’Azerbajdžan. Sono  loro i colpevoli». Parole non prive di ipocrisia, dal momento che i manifestanti accusano proprio il governo di aver svenduto il territorio armeno a Baku.

A quanto riportato dalle agenzie, immediata sarebbe stata la reazione di Mosca alle parole del primo ministro armeno: «proprio con tali idee e parole d’ordine di uscita dal ODKB e dalle strutture euroasiatiche, Pašinjan aveva dato vita alla rivoluzione coi soldi di Soros, infrangendo il sistema di diritto armeno e violando ogni ammissibile procedura democratica» nel 2018, avrebbe detto un alto funzionario del Ministero degli esteri russo.

Il politologo armeno Arman Gukasjan osserva che nelle proteste si sarebbero inseriti circoli facenti capo all’arcivescovo Bagrat Galstanjan e rappresentanti del precedente governo, non esattamente “stimati” dalla popolazione armena, il che renderebbe abbastanza fragili le prospettive della attuali proteste.

D’altra parte, i più recenti passi di Erevan sono stati in direzione di un allontanamento da Mosca, nonostante la Russia sia la principale importatrice delle produzioni armene e, d’altro canto, abbia sinora ricevuto da USA e UE solo vaghe promesse in campo economico. Per quanto riguarda, ad esempio, i prodotti energetici e nonostante l’embargo introdotto in Russia sull’esportazione di benzina, le quote dirette ai paesi della Unione economica euroasiatica (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirgizija: in vigore dal 2015) sono rimaste invariate.

Un altro osservatore armeno, l’ex deputato Arman Abovjan, afferma che «Per quanto riguarda l’ODKB, Pašinjan stesso dichiara di voler forzare gli eventi. La sua popolarità sta rapidamente diminuendo ed è già in caduta. Sta perdendo di legittimità. Così, L’Occidente gli mette fretta, l’Europa lo incalza».

Ma, sul prossimo periodo, ciò che più impensierisce Mosca è proprio l’ipotesi dell’uscita di Erevan dal ODKB. Appena sei mesi fa era stato completato il sistema di difesa aerea dell’Organizzazione e, per l’appunto, le stazioni di radiolocalizzazione della base militare russa in Armenia coprono l’intero settore meridionale del territorio russo.

Di più: proprio nei giorni scorsi Pašinjan si è incontrato con l’assistente del Segretario di stato USA per gli Affari europei ed eurasiatici, James O’Brien, con cui ha convenuto di rafforzare i rapporti Armenia-USA, portandoli al livello di “partnership strategica”. Concretamente, ciò è esplicitato dalle parole del segretario NATO Jens Stoltenberg: «Metterete le vostre forze armate sotto controllo democratico. E parteciperete attivamente ai programmi di partnership NATO. Noi rafforzeremo la nostra partnership e lavoreremo insieme». Cosa ci può essere di più chiaro del «controllo democratico» NATO?

Ancora più chiaro: la più forte ambasciata in tutto lo spazio della CSI è quella americana a Erevan ed è diretta dall’ex Chargé d’Affaires yankee in Ucraina, Kristina Kvien, di stanza a Kiev fino al 2022 e ora riposizionata nel Caucaso.

Nel 2020, osserva REN-TV, a Erevan c’era tutt’altra retorica: si era grati alla Russia per aver fermato la guerra armeno-azera e introdotto forze di pace in Nagornyj-Karabakh. Ora che la regione è persa, Pašinjan afferma che sia stata l’ODKB a non reagire, anche se Erevan non si è mai rivolta ufficialmente per aiuto all’Organizzazione.

In generale, le cose USA-UE-NATO sul fronte ucraino vanno effettivamente male. È tempo di provvedere ad allargare le prospettive di guerra. E il Caucaso è stato, sin dal 1918, (insieme a estremo nord russo, Ucraina e Siberia orientale) una delle aeree di intervento delle potenze occidentali: allora contro la giovane Russia sovietica; oggi contro l’avversario geopolitico dell’unipolarismo euro-atlantico.

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Viaggio in Armenia, dove l’Oriente si mescola con l’Occidente (Vanity Fair 14.06.24)

uando arriviamo in un posto nuovo, lontano da casa, dalla nostra cultura, la prima cosa che notiamo di solito sono le differenze: i cartelli scritti con un altro alfabeto, il colore della pelle più chiaro o più scuro del nostro, un caldo costante o tanto altro; mano a mano che il tempo passa si scava più in profondità, le differenze si riducono e lasciano emergere l’essenza di un luogo. Nel mio viaggio in Armenia è successo proprio così.

All’arrivo di notte, la prima cosa che noto sono le scritte in un alfabeto mai visto: in Armenia si parla una lingua di ceppo indo-europeo, ma che non condivide nulla con altre lingue. L’alfabeto, di 36 lettere a cui ne sono state aggiunte altre 3 nei secoli successivi, è stato creato nel 405 da Mesrop Mashtots e pare che sia uno dei più completi a livello di suoni, per questo per gli armeni è molto facile imparare altre lingue. In effetti, nei giorni seguenti mi accorgo che la maggior parte delle persone che incontro parla almeno 3 lingue: armeno, russo e poi farsi, inglese, francese o anche italiano. I bambini imparano nei primi 3 anni di scuola 3 alfabeti, il loro, quello cirillico e il nostro latino.

Cascade nella capitale dell'Armenia Yerevan

Cascade nella capitale dell’Armenia, Yerevan

So davvero poco dell’Armenia alla partenza: siamo nel Caucaso, un territorio che separa geograficamente Europa e Asia, ma che allo stesso tempo li unisce. Quindi viaggiando in strada si vedono sfrecciare moltissime Lada Zhiguli in condizioni più o meno buone e accanto, soprattutto nella capitale, tante Mercedes.

Il Paese confina a nord con la Georgia, a est con l’Azerbaijan, a sud con l’Iran e a ovest con la Turchia. Di questi 4 vicini, due sono protagonisti di episodi terribili della storia dell’Armenia, geograficamente «colpevole» di essere in una posizione strategica per il passaggio delle risorse. La Turchia è stata la responsabile del genocidio di inizio XX secolo e l’Azerbaijan si è conteso per anni la regione separatista del Nagorno Karabakh con l’Armenia e dopo la guerra del 2020 in cui sono stati uccisi migliaia di giovani armeni, lo scorso settembre (2023) è stato preso il controllo dell’ultima parte del Karabakh, l’Artsakh – sotto cui si riconoscevano oltre centomila armeni, sfollando migliaia di persone, nel silenzio mondiale. Oggi, per l’Iran l’Armenia è un alleato importante per «aggirare» l’embargo. Non basta una settimana per affrontare tutti gli episodi storici che riguardano questo Paese, ma è senz’altro sufficiente per farsi un’idea del suo popolo.

Viaggio in Armenia, la culla del Cristianesimo

L’Armenia è conosciuta come culla della cristianità perché è stato il primo Paese ad aver introdotto come religione il Cristianesimo. È un legame fortissimo quello con la religione, infatti come prima lettera dell’alfabeto è stata scelta l’iniziale della parola Dio e come ultima la Ch di Cristo.

In ogni monastero i fedeli accendono la propria candela

In ogni monastero i fedeli accendono la propria candela

C’è un luogo che rappresenta l’inizio della storia cristiana armena ed è il monastero di Khor-Virap, quasi al confine con la Turchia, esattamente di fronte al Monte Ararat. Montagna sacra per gli armeni, si dice che su di esso si sia incagliata l’Arca di Noè. Stalin, a inizio Novecento, in cambio della città di Batumi, sul Mar Nero, oggi in Georgia, regalò il Monte Ararat alla Turchia: «Era il nostro simbolo e l’abbiamo perso – ci dice la nostra guida Arpine -. Ci consoliamo con l’avere la vista più bella». C’è una nostalgia nelle sue parole, la stessa che scorre tra il popolo armeno per una terra che c’era e che hanno perso. Pezzo dopo pezzo, guerra dopo guerra, sterminio dopo sterminio. Guardando una mappa antica la nostra guida ci racconta che oggi l’Armenia è grande un decimo rispetto al periodo di massima espansione. Impressionante soprattutto perché molte delle perdite sono recenti.

Il monastero di KhorVirap sotto il Monte Ararat

Il monastero di Khor-Virap sotto il Monte Ararat

«In estate quando fa molto caldo e arriva un po’ di aria, diciamo che è il vento che ci manda l’Ararat per consolare i nostri cuori». Sono frasi e concetti come questi che fanno capire l’essenza delle persone armene: un popolo ferito e depredato, ma anche testardo e resiliente. E questo loro carattere si «materializza» nella melodia struggente del duduk, una sorte di oboe, costruito con legno di albicocca – frutto simbolo dell’Armenia – e che è diventato patrimonio immateriale dell’Unesco. Lo andiamo a sentire a casa di Karen Hakobyan, uno dei più importanti liutai del Paese che nel cortile di casa sua accoglie i turisti, raccontando e suonando questo strumento che accompagna tutte le celebrazioni.

I monasteri più belli dell’Armenia

Un viaggio in Armenia significa visitare i suoi monasteri: bellissimi, remoti, nascosti tra le montagne. Il più bello è senz’altro quello di Noravank importante centro religioso e culturale del XII secolo che si trova alla fine di una stretta gola rocciosa. Il complesso è spettacolare non solo per la sua posizione, ma anche per la raffinatezza delle sue decorazioni, specialmente il bassorilievo del portale della chiesa di santo Stefano con un Dio con gli occhi a mandorla. Questa è stata una delle strategie che gli armeni hanno usato per salvare i loro monasteri dalle invasioni: quando c’erano i Mongoli Dio venne raffigurato con i loro lineamenti in forma di rispetto, durante le invasioni persiane, invece, i portali vennero decorati solo con fiori, frutta e animali, rispettando la tradizione islamica di non raffigurare il volto di Dio.

Il monastero di Noravank

Il monastero di Noravank

Nel bellissimo monastero di Geghard, sito UNESCO, fondato nel IV secolo da San Gregorio l’Illuminatore, in parte scavato nella roccia – i portali hanno anche la tipica forma a punta islamica. «Siamo caparbi – dice Arpine – abbiamo sempre trovato il modo di resistere». C’è sempre un’alternativa: non è vero che l’unica reazione possibile a un’ingiustizia sia rispondere con altra ingiustizia.

Il monastero di Ghegard scavato nella roccia

Il monastero di Ghegard, scavato nella roccia

L’Ararat, il Monte perduto

Oggi il confine via terra con la Turchia è ancora chiuso, ma da qualche anno finalmente gli armeni hanno avuto il permesso di salire sul «loro» monte perché fino agli anni Ottanta per loro era off limits. Come fosse un punto cardinale, il Monte Ararat – che dà il nome a molte cose in Armenia: una birra, una squadra di calcio, un vino, un cognac… – si vede anche dalla capitale Yerevan. I punti più panoramici della città sono il memoriale del genocidio che visitiamo il giorno prima della Giornata della Memoria (24 aprile) e assistiamo a un momento commovente in cui centinaia di bambini e ragazzi studenti si recano per portare un fiore attorno alla fiamma che arde. L’altro punto da cui si può vedere l’Ararat e la città dall’alto è al Parco della Vittoria dove si trova la statua di Madre Armenia (a 1.100 metri di altitudine), una figura minacciosa e armata, rivolta verso la Turchia che sembra dire «anche le donne sono pronte a difendere il nostro Paese».

La statua di Madre Armenia

La statua di Madre Armenia

La capitale Yerevan

Yerevan è una città verde, giovane e vivissima, ed è chiamata anche città rosa per la tonalità del tufo con cui è costruita la maggior parte dei palazzi del centro. Piena di ristoranti moderni e di tipi diversi di cucina, di locali e di musei che raccontano la ricca (e tragica) storia di questo piccolo Paese del Caucaso, è una città che sorprende. Da piccolo villaggio quale era, negli anni Venti è stata riprogettata e ricostruita con l’idea di renderla una città verde e piena di luoghi d’incontro. Perché gli Armeni più che individui si sentono famiglia.

Cascade una delle zone più vive della città insieme a piazza della Repubblica

Cascade, una delle zone più vive della città insieme a piazza della Repubblic

Una delle zone più vivaci della città è Cascade che è in realtà il nome della scalinata nella zona nord della città, che unisce il centro con i quartieri alti e la cui costruzione è iniziata in epoca sovietica, ma che è rimasta incompiuta per molti anni. Salendo le scale (ci sono anche quelle mobili) si apre una vista spettacolare sul Monte Ararat e sul centro di Yerevan. Dalla fine di aprile alla fine di ottobre è il periodo migliore per visitare la città: la scala diventa un’enorme fontana a cascata e le strade si riempiono di persone sedute nei caffè o ristoranti.

All’interno dell’edificio di Cascade si trova il Cafesjian Center for the Arts che ospita mostre temporanee, spettacoli e concerti; in cima, nel Parco della Vittoria, svetta l’enorme statua minacciosa di Madre Armenia che, guardando verso la Turchia, impugna una spada. Il messaggio è chiaro: «Anche le donne sono pronte a prendere in mano le armi se fosse necessario». La statua è un riferimento chiaro al terribile genocidio.

A Yerevan il posto per portarsi a casa un ricordo è il mercato Vernissage con tanto artigianato e anche vintage

A Yerevan il posto per portarsi a casa un ricordo è il mercato Vernissage con tanto artigianato e anche vintage

Cucina armena, impossibile non amarla

Altra sorpresa nel viaggio è la cucina armena. Difficile che non incontri i gusti dei viaggiatori: a Yerevan è possibile mangiare in molti ristoranti di livello medio-alto, ma anche fuori dalla capitale e nei villaggi più piccoli si mangia cibo di ottima qualità, principalmente biologico. Ogni pasto in Armenia inizia con pane lavash (bene immateriale dell’Unesco) e formaggio, che vengono serviti insieme ad altri antipasti a base principalmente di verdure. Successivamente vengono portate in tavola le portate principali, spesso di carne, ma ad esempio nella zona del Lago Sevan, il più grande bacino alpino d’acqua dolce dell’area a circa 1.900 m di altitudine, si mangiano anche molti piatti di pesce locale. Sebbene alcuni piatti possano sembrare familiari (tabbouleh, dolma e spiedi di carne…), ognuno ha un tocco decisamente armeno. Si brinda sempre con del buon vino: la viticoltura armena è una delle più antiche al mondo e per gli appassionati sono tante le opportunità di enoturismo.

Viaggio in Armenia il paese resiliente in equilibrio tra Oriente e Occidente

Mi era chiaro fin dall’inizio che il mio viaggio in Armenia sarebbe stato interessante, ma l’accoglienza e l’ospitalità delle persone che abbiamo incontrato l’hanno reso indimenticabile. Dalla famiglia incontrata al passo di Selim, dove si trova il caravanserraglio della Via della Seta che ha aperto il baule della sua Lada e ci ha offerto spiedi di carne e vodka per brindare, alla guida e l’autista salutati con abbracci fraterni alla fine del viaggio, ho visto quanto sia generoso il cuore degli Armeni.

Organizzare il viaggio in Armenia

WizzAir vola dall’Italia da Roma, Venezia e Milano con più voli alla settimana verso Yerevan.

Per spostarsi all’interno del Paese si può considerare di noleggiare un’auto o ancora meglio è affidarsi a piccole agenzie locali che accompagnano in tour personalizzabili. Consigliatissima è una giornata in montagna, nella zona della bellissima Dilijan, che è anche Parco Nazionale: l’Armenia è un Paese di montagna e non si può non salire in cima a una vetta per ammirare queste vette selvagge.

Come si diceva, si mangia bene ovunque. Qui alcuni ristoranti da provare:
a Yerevan: casa-museo Lusik AguletsiMOVMayrigVostan;
nella zona di Dilijan e del Lago Sevan: Dilijazz Hotel (ottima cucina e come hotel), Tsaghkunk Restaurant & Glkhatun (che possiede un forno tradizionale per preparare il pane lavash) e Tsaghkunk Chef House.

Degustazioni:
Old Brige Winery a Yeghegnadzor Vayots che è anche vicina al sito archeologico delle grotte di Areni, dove sono stati trovati anche un torchio per il vino, vinaccioli, brocche e tini di fermentazione di 6.100 anni fa, che costituiscono il più antico sistema di produzione del vino del mondo;
Fattoria della famiglia Mikayelyan Family Farm, alle cantine sotterranee per la stagionatura dei loro formaggi artigianali.

Per informazioni complete sul Paese, www.armenia.com

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Armenia: proteste che non si possono sfruttare contro la Russia (Osservatoriosullalegalita 14.06.24)

Dunque, l’Armenia. Le manifestazioni da più di un mese si susseguono a Erevan e sono del tutto (correggetemi se sbaglio, naturalmente) ignorate dai media occidentali.

Mentre quelle in Georgia sono state seguite con estrema attenzione, per queste in Armenia, al contrario, non pare esservi interesse nonostante la polizia si stia comportando in maniera più violenta dei colleghi georgiani.

La ragione di questo silenzio è molto semplice: la manifestazioni in Armenia non possono essere inserite nell’unica dinamica che interessa i nostri media, ossia pro- o anti-Russia. Le manifestazioni, chiariamo subito, sono antigovernative, o ancora meglio dirette contro il Primo Ministro Nikol Pashinyan.

Il suo atteggiamento antirusso è noto: ha più volte accusato la Russia di non aver difeso l’Armenia dall’Azerbaijan, criticato la presenza dei peacekeeper russi come inutile (infatti non sono più presenti nel paese, avendo ultimato il ritiro nelle ultime settimane), stretto legami sempre più forti sia con l’UE che, soprattutto, con gli Stati Uniti, e nelle ultime 24 ore dichiarato che l’Armenia uscirà dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (non adesso, ‟quando le autorità lo riterranno necessario”) e sparato a zero contro la Bielorussia, dichiarando che nessun funzionario armeno la visiterà finché Lukashenko è presidente e addirittura richiamando oggi l’ambasciatore da Minsk ‟per consultazioni” (la colpa di Lukashenko, apparentemente, sono le relazioni cordiali con l’Azerbaijan).

Le manifestazioni contro di lui, ad ogni modo, non hanno niente a che fare con tutto questo – non sono, in sintesi, ‟pro-russe”: hanno a che fare con il suo atteggiamento rinunciatario (per non dir di peggio) nei confronti dell’Azerbaijan dall’inizio del suo mandato, e soprattutto con l’annuncio, dato il 19 aprile dal portavoce del Ministero degli Esteri azero Aykhan Hajizada che l’Armenia è disposta a cedere all’Azerbaijan quattro villaggi di confine occupati durante la prima guerra del Nagorno-Karabakh.

Questa è stata la proverbiale goccia che ha fatto traboccare il vaso, e dalla fine di aprile le manifestazioni sono quasi quotidiane, con la presenza anche delle autorità religiose. La risposta di Pashinyan sostanzialmente non è pervenuta, nel senso che non è oggettivamente possibile trovare un punto d’intesa: se si vogliono normalizzare le relazioni con l’Azerbaijan, cosa che va nell’interesse di tutti inclusa l’Armenia (e qui Turchia, Russia e Iran ovviamente hanno spinto parecchio, e anche la povera Bielorussia che è l’unica con la quale Pashinyan se la può prendere) tutte le questioni in sospeso vanno risolte: e a norma di diritto internazionale, vanno risolte a favore dell’Azerbaijan, perché è il suo territorio che è stato occupato all’inizio degli anni ‛90. Naturalmente i nazionalisti armeni e i profughi dell’Artsakh non accettano questo discorso, ed è chiaro che la tensione è molto alta.

Pashinyan ci sta anche mettendo del suo: in un discorso al Parlamento ieri si è scagliato contro la Chiesa armena, l’opposizione parlamentare che ha definito ‟parassita”, l’OTSC che ha accusato di complottare contro l’Armenia insieme all’Azerbaijan (l’Azerbaijan non fa parte dell’OTSC), e i manifestanti, soprattutto i profughi dell’Artsakh, accusandoli senza mezzi termini di essere pagati per scendere in piazza – ha indicato anche la cifra, 5000 dram ossia 13 €. Insomma, un bel ginepraio: ulteriormente complicato, per noi, dal fatto che a noi l’Azerbaijan serve eccome, per via del gas, nonostante ci stia più simpatica l’Armenia (ai francesi soprattutto).

Ma, appunto, siccome in piazza bandiere UE o USA non ce ne sono (e come potrebbero essercene, visti gli splendidi rapporti tra UE e Azerbaijan), siccome nessuno se la prende con la Russia (Pashinyan a parte) e siccome non ci sono solo studenti a manifestare, meglio non smuovere troppo le acque e ignorare la cosa: il che, per il momento, sta riuscendo perfettamente.


Armenia. Pace con Baku e rottura con Mosca: scontri e feriti a Erevan (Pagineesteri)

 

Armenia, decine di feriti durante una protesta antigovernativa (Ansa)

Chi ha tradito l’Armenia, che lascia la Csto (Il Foglio 14.06.24)

Erevan ha detto che non ha più senso rimanere nell’Organizzazione del trattato collettivo, l’alleanza militare che lega gli armeni alla Russia. Cerca di costruire una nuova rete di alleanze, sapendo che è tardi e contando i tradimenti di chi alle sue spalle aiutava l’Azerbaigian

Aoltre trenta chilometri dal confine armeno, sono iniziate le esercitazioni militari congiunte tra l’Azerbaigian e l’Iran, stanno testando e rodando la loro collaborazione e questa  alleanza intimorisce soprattutto gli armeni, ossessionati da una domanda: fino a quando continueremo a esistere? L’Armenia è il luogo dei tradimenti, è stato tradito a più riprese e adesso che cerca di rimettere in piedi alleanze tutte nuove lo fa con la consapevolezza che potrebbe essere tardi. Lunedì, il primo ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, ha annunciato che intende lasciare la Csto, l’Organizzazione del trattato collettivo, un’alleanza militare che negli ultimi trent’anni ha legato Erevan alla Bielorussia, al Kazakistan, al Kirghizistan, al Tagikistan, sotto l’ombrello della Russia. Lo scopo dell’alleanza è difensivo: se uno dei paesi viene attaccato, gli altri si tengono pronti per intervenire, ma finora la Csto è stata attivata soltanto una volta: in Kazakistan, per sedare le proteste contro il presidente Toqaev e c’era poco da difendersi dai manifestanti disarmati. L’Armenia viene da anni di guerra contro l’Azerbaigian, nella regione del Nagorno Karabakh sa di avere ormai perso, sente di non essere stata mai difesa e mentre Baku tesseva alleanze importanti e si armava fino ai denti, l’Armenia rimaneva in attesa della Csto, delle decisioni russe, mentre Mosca trattava assieme alla Turchia, alleata dell’Azerbaigian, su come far finire la guerra: tutti sono stati accontentati, tranne l’Armenia. Ma Pashinyan ancora non sapeva che i suoi alleati, oltre a non sostenerlo, stavano aiutando Baku: la Bielorussia ha mandato all’Azerbaigian nuove attrezzature per la guerra elettronica e dei droni e difficilmente la Russia non sapeva cosa stesse macchinando il dittatore di Minsk, Aljaksandr Lukashenka. In passato Lukashenka aveva definito il presidente azero Aliev “il nostro uomo”, aveva detto che opporglisi era insensato e Aliev aveva risposto: “Abbiamo più amici nella Csto che in Armenia”. 

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L’Armenia cede alle sirene occidentali? (CasadelSole)

L’Armenia rompe con la Russia. Pronti a uscire dall’alleanza con Mosca (Formiche 14.06.24)

L’Armenia ha accusato Mosca di stare pianificando un’offensiva contro il Paese, alleandosi con il rivale Azerbaijan, e per questo Yerevan è pronta a lasciare l’alleanza che la lega al Cremlino. Per il Paese caucasico, si tratterebbe di un vero e proprio tradimento da parte russa, che a seguito della riconquista del Nagorno Karabakh avrebbe intensificato le relazioni con Baku a scapito di quelle del tradizionale alleato armeno

L’Armenia è pronta ad abbandonare l’alleanza militare che la lega a Mosca. A confermarlo è stato lo stesso primo ministro del Paese caucasico, Nikol Pashinyan, che però non ha precisato una data definitiva per l’uscita dall’Organizzazione del Trattato sicurezza collettiva (Csto), l’alleanza difensiva guidata dalla Russia erede delle Forze armate sovietiche dopo il collasso dell’Urss nel 1991. Dell’alleanza fanno parte attualmente, oltre a Russia e Armenia, anche la Bielorussia, il Kazakhstan, il Kirghizistan e il Tagikistan. La decisione di Yerevan, finora un alleato stretto di Mosca, conferma un allontanamento progressivo dalla sfera di influenza russa dell’Armenia dovuto principalmente al percepito mancato supporto dato da Mosca al Paese caucasico nel conflitto per la regione del Nagorno Karabakh, contesa al vicino Azerbaijan.

Le accuse armene

L’accusa lanciata da Pashinyan a tutti i membri del blocco filo-russo, nonostante non sia stato diretto precisamente a mosca, è stata infatti quella di stare addirittura complottando con il rivale Azerbaigian. I timori armeni sono che un eventuale cambio di fronte da parte russa possa portare a una nuova offensiva azera, questa volta diretta contro il territorio steso dell’Armenia. Per ora, l’Armenia ha “congelato” la sua partecipazione al Csto. “Decideremo quando lasciare il blocco, ma non torneremo indietro”, ha dichiarato Pashinyan, “è emerso che i membri dell’alleanza non stanno rispettando i loro obblighi contrattuali, ma stanno pianificando una guerra con l’Azerbaigian contro di noi”.

I precedenti

Non è la prima volta, però che il primo ministro azero punta il dito contro la Csto. La mancata protezione dell’Armenia di fronte all’aggressività russa, che ha condotto poi alla riconquista da parte di Baku della regione contesa nel Nagorno Karabakh, è stata vista come un vero e proprio tradimento da parte di quelli che avrebbero dovuto essere gli alleati dell’Armenia. In più occasioni, la minaccia di abbandonare il blocco militare con la Russia è stata accompagnata dall’intenzione di legarsi maggiormente all’Occidente, soprattutto con Stati Uniti e Unione europea.

La guerra con l’Azerbaigian

La rottura nelle relazioni dell’Armenia con la Russia arriva dopo che l’Azerbaigian, con un’offensiva lampo a settembre, ha occupato il Nagorno-Karabakh in una guerra di un giorno a settembre, che ha portato al crollo della separatista e filo-armena Repubblica dell’Artsakh e causando l’esodo di quasi tutta la popolazione armena dalla regione. A scatenare l’ira armena è stato soprattutto il mancato intervento delle forze di pace russe presenti nel territorio per prevenire questo gigantesco spostamento di persone, oltre centomila, dall’enclave caucasica.

Il “tradimento” russo

Dalla precedente guerra del 2020, infatti, quasi duemila peacekeeper russi si erano dispiegati in Karabakh, dopo il cessate il fuoco mediato proprio da Mosca. Da allora, le relazioni tra la Russia e l’Armenia si sono inasprite, mentre si approfondivano i legami del Cremlino con l’Azerbaigian. Tre anni dopo il conflitto congelato da Mosca, infatti, l’Azerbaigian avrebbe violato quello status quo, riprendendosi il Nagorno-Karabakh nel 2023. Nel frattempo, stando a quanto annunciato dal ministero della Difesa dell’Azerbaijan, l’ultimo dei peacekeeper russi spiegati nella regione avrebbe lasciato il territorio il 12 giugno.

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Così anche l’Armenia è pronta a sganciarsi dall’ombrello militare russo (L’Inkiesta)


ARMENIA. Pashinyan annuncia l’uscita dalla CSTO. Reazione del Cremlino (Agcnews)

I timori nel Caucaso per le svolte della Georgia (Asianews 13.06.24)

La virata di Tbilisi verso Mosca richia di avere ripercussioni anche sui gasdotti che collegano l’Azerbaigian all’Europa attraversandone il territorio. E anche l’Armenia che sta cercando di smarcarsi dalla Russia, potrebbe perdere il suo alleato più importante.

Baku (AsiaNews) – I Paesi del Caucaso meridionale, e in particolare l’Azerbaigian, stanno osservando con una certa preoccupazione il corso della politica in Georgia, che con l’approvazione della “legge russa” e altre decisioni si sta allontanando dall’Occidente, con il rischio che questo crei una situazione più complicata per tutta la regione. Gli Stati Uniti hanno emanato una serie di sanzioni contro i politici e i sostenitori delle iniziative favorevoli a Mosca, e il rappresentante del Dipartimento di Stato americano Matthew Miller ha dichiarato che gli Usa potrebbero “rivedere l’intero programma di aiuti che vengono forniti alla Georgia” per la tendenza anti-occidentale sempre più marcata.

Negli ultimi anni, ha spiegato Miller, sono stati stanziati circa 390 milioni di dollari, e ora tutto viene rimesso in discussione, ben al di là della concessione dei visti d’ingresso ai cittadini georgiani. Anche il segretario di Stato Anthony Blinken ha parlato delle limitazioni che verranno imposte a “coloro che stanno danneggiando la democrazia in Georgia”. Il problema per Baku è che queste barriere potrebbero interessare anche i piani energetici e di sviluppo dei trasporti, che interessano proprio la tratta tra l’Azerbaigian e l’Europa.

Non a caso in questi giorni l’Ue ha proposto all’Ucraina di non interrompere il trasporto del gas anche dopo la cessazione definitiva del contratto con la Russia, con un nuovo schema per cui le compagnie europee acquisterebbero il gas dall’Azerbaigian per poi indirizzarlo sui gasdotti che portano dall’Ucraina all’Europa, ciò che sarebbe un grande toccasana anche per la stessa economia ucraina.

Come commenta il diplomatico e analista georgiano Mamuka Gamkrelidze, “ogni brusco cambiamento nella politica estera del nostro Paese si riflette in qualche modo anche sui vicini, tanto più in una regione come il Caucaso meridionale dove si intrecciano diversi itinerari logistici e gli interessi di tanti protagonisti del traffico a livello internazionale”. La svolta da occidente e a oriente, e soprattutto a settentrione, “potrebbe avere effetti tragici per la Georgia, fino alla perdita della propria sovranità”, avverte Gamkrelidze.

Queste circostanze influirebbero moltissimo anche sulla situazione dell’Armenia, che a sua volta sta cercando di rivolgersi a occidente, e potrebbe perdere l’alleato più immediato. Gli effetti sull’Azerbaigian, secondo l’analista”, “sarebbero meno diretti”; all’Europa servono i flussi degli idrocarburi, fondamentali per la disposizione geografica della nuova Via della Seta, e la stretta alleanza con un attore importante come la Turchia dovrebbe preservare gli azeri da terremoti politici o economici.

Un altro esperto georgiano, il membro del Centro di analisi strategica Gela Vasadze, afferma che “da tempo stiamo sollevando questo problema, che non riguarda soltanto lo stato della democrazia in Georgia, ma proprio il cambiamento dell’intero vettore geopolitico a livello regionale”. Finchè la Georgia rimane sotto il “tetto” degli Stati Uniti, sono possibili diversi progetti sulle linee Baku-Tbilisi-Ceyhan, Baku-Tbilisi-Kars, Baku-Supsa e in generale per il gasdotto sud-caucasico, tutti progetti impossibili da realizzare senza il sostegno di Washington.

Ora si teme che la Russia, appoggiandosi sulla Georgia, possa imporre delle limitazioni a queste opere (magari non subito, ma con il tempo), per non perdere la priorità del proprio corridoio tra la Cina e l’Europa, e non permettere ai Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso di rivolgere i propri traffici energetici su itinerari alternativi a Mosca. Per questo al Cremlino serve mantenere il controllo sul Caucaso meridionale, e serve anzitutto la Georgia.

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L’Armenia si allontana dalla Russia? Intervista a Giulio Centemero (Radio Radicale 13.06.24)

“L’Armenia si allontana dalla Russia? Intervista a Giulio Centemero” realizzata da Lanfranco Palazzolo con Giulio Centemero (deputato, Lega – Salvini Premier (gruppo parlamentare Camera)).

L’intervista è stata registrata giovedì 13 giugno 2024 alle 11:34.

Nel corso dell’intervista sono stati trattati i seguenti temi: Accordi Internazionali, Armenia, Azerbaigian, Difesa, Esteri, Geopolitica, Nagorno Karabak, Putin, Russia, Sicurezza.

La registrazione video ha una durata di 6 minuti.

Questa intervista è disponibile anche nella sola versione audio.

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Armenia, violenti scontri davanti al Parlamento per una protesta contro il governo (La Stampa 13.06.24)

Armenia, violenti scontri davanti al Parlamento per una protesta contro il governo

Nella capitale armena, Erevan, sono scoppiati violenti scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti che protestavano contro il governo, chiedendo le dimissioni del primo ministro, Nikol Pashinian. La polizia ha usato granate stordenti per disperdere i manifestanti.

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Le mosse ardite dell’armeno Pashinyan, verso la pace e contro la Russia (Haffingtonpost 13.06.24)

Non manca certo il coraggio politico a Nikol Pashinyan, che sta imponendo un profondo cambio di rotta all’Armenia. Con vista sull’Occidente, attraverso un progressivo allontamento dall’area di influenza della Russia. Con vista su una pace che manca da oltre 30 anni in Nagorno-Karabakh, attraverso decisioni difficili e impopolari, considerate necessarie per concludere la lunga guerra con l’Azerbaigian. Se stavolta qualcuno crede davvero a una pace nella regione contesa del Caucaso meridionale è soprattutto per il lavoro che negli ultimi mesi sta facendo il primo ministro armeno.

L’ultimo picco della tensione fra Armenia e Azerbaigian risale a settembre 2023, quando gli azeri avevano condotto con successo un blitz militare, costringendo 100mila armeni a lasciare il Nagorno Karabakh. Successivamente l’Armenia aveva chiesto alla Corte internazionale di Giustizia di imporre all’Azerbaigian di ritirare le truppe e consentire il rientro dei residenti armeni, e a novembre la corte dell’Aja aveva ordinato a Baku di garantire un rientro sicuro per chi volesse rientrare. Ad avviare un percorso di pace è stato poi l’accordo siglato a fine aprile fra Yerevan e Baku sulla delimitazione dei confini: in particolare la decisione di Pashinyan di restituire 4 villaggi occupati da forze armene nel 1990 – Askipara, Baghanis Ayrum, Gizilhajili e Kheirimly – che all’epoca dell’Urss appartenevano all’Azerbaigian. Una mossa “inevitabile”, secondo Pashinyan, per scongiurare una guerra da cui l’Armenia sarebbe uscita malissimo, ma anche necessaria per il percorso verso le firme sulla pace che ora spera di raggiungere “prima di novembre”.

 

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La reazione interna in Armenia è stata veemente, con proteste particolarmente accese per quello che è stato giudicato un tradimento di Pashynian: il fronte contrario è guidato dall’arcivescovo Bagrat Galstanyan, che ha proclamato altri quattro giorni di proteste – il primo domenica 10 giugno, con una grande folla scesa pacificamente in piazza nella capitale armena Yerevan per chiedere le dimissioni del primo ministro, mentre nella giornata di mercoledì il bilancio include feriti e arresti, dopo l’intervento duro della polizia (anche con granate stordenti) contro i manifestanti che provavano a forzare il blocco davanti al Parlamento. L’arcivescovo Galstanyan ha detto alla piazza di aver chiesto un incontro a Pashinyan per discutere “i termini della sua uscita pacifica”; il religioso chiede la nomina di un governo di transizione per “attuare la riconciliazione”, gestire le relazioni estere e convocare elezioni anticipate. L’assenza di una reale alternativa politica, finora, non ha consentito il salto di qualità. Lo stesso arcivescovo, pur essendosi dimesso dai suoi incarichi religiosi, non può ricoprire cariche politiche secondo la legge armena perché ha passaporto canadese. Anche l’idea di portare in Parlamento una mozione di impeachment si scontra contro i numeri dell’assemblea, favorevoli al primo ministro. In definitiva Pashinyan, ex giornalista salito al potere in scia alle proteste di piazza del 2018, sta resistendo alle pressioni.

 

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(ansa )

 

Parallelamente, Pashinyan sta imponendo all’Armenia un altro cambio di rotta, di profilo storico. Il governo di Yerevan ha criticato pubblicamente i russi per aver abbandonato l’Armenia a sé stessa contro Azerbaigian (e Turchia) – e Mosca, che ha una base militare in Armenia, ha sostenuto che le truppe russe non avevano il mandato per intervenire. Proprio oggi i caschi blu russi hanno completato il loro ritiro dal Nagorno Karabakh, dopo che l’Azerbaigian lo scorso settembre ha ripreso il controllo della regione: il mandato durava fino al 2025, ma la Russia ha accelerato il ritiro (iniziato lo scorso aprile, concordato da Putin e l’azero Aliyev) probabilmente per riposizionare i soldati sul fronte ucraino. Così Pashinyan ha iniziato a volgere lo sguardo verso Occidente, puntando di più sull’Europa e sugli Stati Uniti. Un gesto di sfida era stato, a fine gennaio scorso, l’adesione dell’Armenia alla Corte penale internazionale, quella che ha incriminato Vladimir Putin per crimini di guerra legati al conflitto in Ucraina. Ieri è arrivato un annuncio: l’Armenia intende ritirarsi dall’alleanza militare Csto (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) dominata dalla Federazione Russa e composta anche da Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan. “Lasceremo la Csto, decideremo quando. E non torneremo”, ha detto il premier Pashinyan in Parlamento, dopo che già di recente aveva congelato la partecipazione al formato, cancellato la partecipazione alle esercitazioni militari e snobbato i summit. Poco dopo il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan aveva parato il colpo, dicendo che non c’è una decisione presa sul ritiro. Ma le parole di Pashinyan sono pesanti: “Si è scoperto che i membri della Csto non hanno rispettato i loro obblighi ai sensi del trattato e hanno pianificato la guerra contro di noi insieme all’Azerbaigian”, ha detto, senza entrare nel merito. Oggi poi ha puntato il dito sulla Bielorussia: Pashinyan ha ritirato l’ambasciatore, ha detto che nessun funzionario armeno visiterà la Bielorussia finché il suo leader Alexander Lukashenko resterà al potere e ha aggiunto che prenderà in considerazione di modificare la sua decisione sulla Csto solo in caso di scuse del governo di Minsk o di un suo ritiro dall’alleanza.

 

 

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(ansa )

 

Nella scelta di nemici come Putin e Lukashenko in una fase di altissima tensione interna c’è la cifra del coraggio politico – o dell’incoscienza, sarà il tempo a dirlo – di Nikol Pashinyan, il quale insiste che il trattato di pace è alla portata, malgrado restino alcuni importanti nodi da sciogliere. Uno su tutti, la richiesta del presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev all’Armenia di modificare la propria Costituzione per rimuovere un riferimento indiretto all’indipendenza del Karabakh prima di siglare un accordo di pace. Di nuovo ieri Pashinyan si è detto contrario ad accogliere la richiesta di modifica costituzionale, sostenendo che l’insistenza sugli emendamenti rappresenta un tentativo di “silurare” il processo di pace. A conferma che, per firmare un trattato di pace sul Nagorno-Karabakh, servirà ancora buona volontà e molto lavoro.

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Gli Stati Uniti hanno offerto all’Armenia un partenariato strategico (OpinionePubblica 12.06.24)

Erevan e Washington istituiranno una commissione sul partenariato strategico: è quanto emerso all’apertura della sessione finale del Dialogo strategico tra Armenia e Stati Uniti.

Le dichiarazioni in merito sono state rilasciate dal sottosegretario di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici James O’Brien e dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan.

Perché gli Stati Uniti hanno bisogno di un partenariato strategico con l’Armenia?

Il direttore generale dell’Istituto di studi strategici del Caspio (Russia), l’analista politico Igor Korotchenko, in una conversazione con il corrispondente di “Vestnik Kavkaza” ha parlato degli interessi degli Stati Uniti nel trasferire le relazioni con l’Armenia allo status di partenariato strategico.

“Si tratta di una continuazione della stessa linea iniziata sotto le precedenti autorità armene, quando a Erevan fu istituita la più grande ambasciata americana nello spazio post-sovietico. Gli obiettivi degli Stati Uniti in Armenia sono quelli di ottenere un punto d’appoggio nel Caucaso meridionale, estromettere la Russia da lì e riformare la regione per adattarla agli obiettivi geopolitici americani.

La firma dell’accordo di partenariato strategico segna una tappa importante nel radicamento di Washington nella regione e, allo stesso tempo, la chiusura delle aree di cooperazione militare e di difesa russo-armena”, ha dichiarato.

“A lungo termine, questo potrebbe portare alla comparsa di basi militari americane in Armenia. Innanzitutto, stiamo parlando della creazione di una base dell’aeronautica statunitense a Erebuni e del dispiegamento di un centro di intelligence elettronica della NSA statunitense per condurre lo spionaggio elettronico, soprattutto contro l’Iran, ma anche contro la Russia e altri Stati della regione. Da questo punto di vista, ovviamente, l’Armenia è di indubbio interesse per le autorità americane. Ma del resto, uno dei compiti di Washington è quello di avviare processi distruttivi nello spazio post-sovietico. In futuro, cercheranno di creare una fascia di instabilità per aprire un secondo fronte contro la Russia nel sud del Paese”, ha dichiarato Igor Korotchenko.

L’analista politico ha richiamato l’attenzione sulla contraddizione tra le dichiarazioni dei diplomatici statunitensi sul sostegno al trattato di pace tra Azerbaigian e Armenia e i veri obiettivi di Washington nella regione. “Gli Stati Uniti cercano di impedire alle parti di raggiungere un vero e proprio trattato di pace tra Baku e Yerevan. Inoltre, sostengono le ambizioni militari di Yerevan fornendo vari tipi di armi e addestrando ufficiali e generali armeni nelle scuole e accademie militari americane. Con il passaggio delle relazioni al livello di partenariato strategico, la CIA diventerà un partner importante del servizio di intelligence estero dell’Armenia. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mirano a rompere completamente il formato alleato delle relazioni tra Armenia e Russia e a garantire a Erevan di non avere problemi in caso di ritiro dalla CSTO”, ha sottolineato.

Perché l’Armenia accetta la proposta statunitense?

Il direttore generale della KISI ha sottolineato la disponibilità delle autorità armene a una cooperazione completa e il più possibile approfondita con gli Stati Uniti. “Il Primo Ministro Nikol Pashinyan e la sua squadra sono una clientela filo-occidentale. Hanno intrattenuto rapporti di vario tipo con le ONG americane per molto tempo, quando erano all’opposizione. Naturalmente, dopo la vittoria della Rivoluzione di velluto nel 2018, la deriva di Pashinyan verso l’Occidente è stata etichettata come il mainstream della politica armena. Dopo la fine della guerra del Karabakh nel 2020 e ancor più dopo le misure antiterrorismo in Karabakh nel 2023, l’Armenia non guarda indietro in particolare alla Russia, cercando di riformulare completamente le sue priorità di politica estera”, ha spiegato Igor Korotchenko.

“Naturalmente, in questo programma politico, il tallone d’Achille dell’Armenia rimane l’economia, che è in gran parte legata alla Russia. I legami commerciali ed economici all’interno dell’UEEA hanno permesso al PIL armeno, anche in presenza di sanzioni anti-russe, di raggiungere cifre assolutamente fantastiche. Questo ovviamente non è un ostacolo per la squadra di Pashinyan; il loro compito principale è quello di mantenere il potere. A questo proposito, l’affidamento agli Stati Uniti come nuovo partner strategico sarà un fattore che determinerà in larga misura gli ulteriori processi geopolitici e militari nella regione”, ha concluso l’analista politico.

“Gli Stati Uniti hanno offerto all’Armenia un partenariato strategico”, su “Vestnik Kavkaza”, 11.06.2024.

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