Il 24 aprile la Comunità armena commemora il genocidio da parte dei turchi (Tgcom24 24.04.19)

Il 24 aprile la Comunità armena commemora il genocidio da parte dei turchi

Il 104° anniversario del genocidio armeno (Radioradicale 24.04.19)

Il ricordo del Genocidio armeno. A RadioRadicaleAntonia Arslan (Ha insegnato Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova)Siobhan Nash-Marshall (Insegna Filosofia Teoretica al Manhattanville College di New York) e Vittorio Robiati Bendaud (Filosofo. Coordina il Tribunale Rabbinico del Centro-Nord Italia).

Cent’anni di storia, prima dimenticata, poi negata nonostante la mobilitazione internazionale. Anche di recente, con la dura risposta turca alla condanna di papa Francesco. Eppure i numeri sono impietosi, un milione di morti: è il genocidio degli Armeni, nel 1915.

Una tragedia che ha le sue radici nel 1894, con le prime, violente repressioni della protesta armena da parte degli ottomani e della fazione dei “giovani turchi”, dopo secoli di pacifica convivenza, e culmina con le stragi del 1915, complice l’ingresso della Turchia in guerra. A scatenare la violenza è la decisione di alcuni armeni di arruolarsi nell’esercito russo. Tanto basta perché i turchi comincino a uccidere i soldati armeni del proprio esercito e l’elite culturale di quel popolo, a Istanbul. Ed è solo l’inizio: leggi speciali, deportazioni, massacri.

La notizia del genocidio comincia a diffondersi, nel mondo. Le reazioni sono indignate. Gli Stati Uniti inviano aiuti, l’Inghilterra, a fine guerra, preme perché si arrivi a un processo. I responsabili delle stragi vengono condannati a morte, ma riescono a fuggire. La vendetta armena li raggiungerà lo stesso.

Poi, nel 1923, nasce la nuova Turchia di Ataturk. Il genocidio diventa argomento scomodo, al punto che, oggi, sono moltissimi i turchi che negano quanto accaduto cento anni fa.

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“Genocidio degli armeni, l’allarme inascoltato dell’ambasciatore italiano a Costantinopoli ” (Lastampa.it 24.04.19)

Laura Mirakian

È il 28 agosto 1896 quando da Costantinopoli l’ambasciatore Alberto Pansa, accreditato presso la Sacra Porta e decano del corpo diplomatico, trasmette a Roma un telegramma del seguente tenore: «Ho testé inviato al Sultano, anche a nome delle Grandi Potenze, una urgente missiva per descrivere i massacri, gli assassini, le violenze in atto contro gli armeni. Stermini nelle strade e altresì nelle case sono in corso nella Capitale e in altri villaggi del Bosforo. Ho chiesto che egli dia ordini immediati, precisi, categorici, perché si metta fine allo stato delle cose, che è tale da condurre alle conseguenze più disastrose per il Suo impero».
E prosegue, l’ambasciatore Pansa, informando Roma che se non otterrà risultati «entro domani» si recherà personalmente con i cinque colleghi ambasciatori dal Sultano stesso per confermare la «più formale protesta». E a fine pagina annota che, mentre sta scrivendo, «due armeni sono stati assassinati davanti all’Ambasciata».
Questa preziosa testimonianza, un testo redatto in francese secondo il costume dell’epoca, in due fogli consunti dal tempo ma perfettamente leggibili, è stata inserita per la prima volta tra i documenti storici esposti nella vasta rassegna in corso alla Farnesina a cura del Servizio storico del ministero degli Esteri sulla diplomazia italiana. È corredata da stralci delle note personali dell’ambasciatore, ove trapelano senza mezzi termini forte riprovazione e scandalo.
Onore all’ambasciatore Pansa, esempio di coraggio, sensibilità, dirittura morale, lealtà al giovane Stato italiano. Testimonianza preziosa, perché poco è stato rivelato delle persecuzioni, deportazioni, spoliazioni di beni, l’immensa tragedia (Metz Yeghern) di quegli interminabili anni, conclusisi solo nel 1922 con gli incendi dei quartieri di Smirne abitati dagli armeni, che vi erano approdati alla fine di lunghe marce forzate attraverso l’intera Anatolia. Quegli incendi segnarono l’esodo definitivo dalle loro terre di insediamento.

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La deportazione degli armeni

Solidarietà con gli ebrei
Oggi che papa Bergoglio ha pubblicamente riconosciuto il genocidio, e che negli anni molti parlamenti europei (Germania, Francia, Svizzera, Austria, Svezia e altri, ivi incluso il Parlamento europeo) hanno formalmente statuito che di questo si è trattato, possiamo commemorare insieme quel 24 aprile 1915 in cui l’intera intellighenzia armena fu appesa ai pali dell’impiccagione. Lo facciamo in totale solidarietà con il popolo ebraico, tragicamente erede di quel primo genocidio del XX secolo, rabbrividendo di fronte alle parole beffarde di Hitler mentre ne sanciva la «soluzione finale»: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?».
Un popolo sconfitto? Certamente no. Esiste, in un lembo di Caucaso, una giovane Repubblica di Armenia che nell’aprile del 2018 ha dato prova di saper transitare pacificamente verso una modernizzazione economica e politica, nella ricerca di un difficile equilibrio geopolitico tra Oriente e Occidente. Una «rivoluzione colorata», si direbbe, che ha condotto al potere Nikol Pashinyan, attivista dei diritti e delle libertà democratiche. Trai suoi primi gesti, i contatti con l’Azerbaigian per rafforzare il cessate-il-fuoco nella regione contesa del Nagorno-Karabakh, aprire canali di comunicazione, lasciar transitare aiuti umanitari. Ed esiste una diaspora armena in Europa e nel mondo che, fin dalla prima ora, ha dato prova di grande vitalità nel percorrere un modello di piena, fruttuosa integrazione nei Paesi di accoglimento senza mai sconfinare nell’assimilazione.
Gli armeni sono impegnati in una straordinaria, silenziosa battaglia contro l’oblio. Sorretta dalle croci rosa di pietra intagliata (khachkars) di cui hanno costellato le loro terre e dalle preziose miniature religiose degli amanuensi medievali, e dall’amore per l’arte, la musica e la cultura, in una visione liberale e aperta a quella degli altri.

Tra due imperi
Tutto mirabilmente documentato nella mostra al Metropolitan di New York intitolata semplicemente «Armenia». Sorretta da una storia che li ha collocati tra due grandi imperi, romano e persiano, arricchita dai contatti con le città mesopotamiche e con gli antichi greci, giù dalle montagne fino al Mediterraneo, e più tardi snodo cruciale dei grandi circuiti commerciali sul tragitto della Via della Seta, fino a Venezia. E sorretta soprattutto dalla religione cristiana, adottata fin dal 312 d.C. precedendo Costantino. No, il progetto di pulizia etnica e ingegneria sociale che ha colpito gli armeni nel passato non ha potuto spegnerne la forza d’animo, non ha potuto annientarli. Noi ne siamo i fieri e orgogliosi figli.

Genocidio Armeno (Giorgioperlasca.it 24.04.19)

Durante la prima guerra mondiale (1914-1918) si compie, nell’area dell’ex impero ottomano, in Turchia, il genocidio del popolo armeno (1915 – 1923), il primo del XX secolo. Il governo dei Giovani Turchi, preso il potere nel 1908, attua l’eliminazione dell’etnia armena, presente nell’area anatolica fin dal 7° secolo a.C.
Dalla memoria del popolo armeno, ma anche nella stima degli storici, perirono i due terzi degli armeni dell’Impero Ottomano, circa 1.500.000 di persone. Molti furono i bambini islamizzati e le donne inviate negli harem. La deportazione e lo sterminio del 1915 vennero preceduti dai pogrom del 1894-96 voluti dal Sultano Abdul Hamid II e da quelli del 1909 attuati dal governo dei Giovani Turchi.
Le responsabilità dell’ideazione e dell’attuazione del progetto genocidario vanno individuate all’interno del partito dei Giovani Turchi, “Ittihad ve Terraki” (Unione e Progresso). L’ala più intransigente del Comitato Centrale del Partito pianificò il genocidio, realizzato attraverso una struttura paramilitare, l’Organizzazione Speciale (O.S.), diretta da due medici, Nazim e Chakir. L’O.S. dipendeva dal Ministero della Guerra e attuò il genocidio con la supervisione del Ministero dell’Interno e la collaborazione del Ministero della Giustizia. I politici responsabili dell’esecuzione del genocidio furono: Talaat, Enver, Djemal. Mustafa Kemal, detto Ataturk, ha completato e avallato l’opera dei Giovani Turchi, sia con nuovi massacri, sia con la negazione delle responsabilità dei crimini commessi.
Il genocidio degli armeni può essere considerato il prototipo dei genocidi del XX secolo. L’obiettivo era di risolvere alla radice la questione degli armeni, popolazione cristiana che guardava all’occidente.
Il movente principale è da ricercarsi all’interno dell’ideologia panturchista, che ispira l’azione di governo dei Giovani Turchi, determinati a riformare lo Stato su una base nazionalista, e quindi sull’omogeneità etnica e religiosa. La popolazione armena, di religione cristiana, che aveva assorbito gli ideali dello stato di diritto di stampo occidentale, con le sue richieste di autonomia poteva costituire un ostacolo ed opporsi al progetto governativo.
L’obiettivo degli ottomani era la cancellazione della comunità armena come soggetto storico, culturale e soprattutto politico. Non secondaria fu la rapina dei beni e delle terre degli armeni. Il governo e la maggior parte degli storici turchi ancora oggi rifiutano di ammettere che nel 1915 è stato commesso un genocidio ai danni del popolo armeno.
Il 24 aprile del 1915 tutti i notabili armeni di Costantinopoli vennero arrestati, deportati e massacrati. A partire dal gennaio del 1915 i turchi intrapresero un’opera di sistematica deportazione della popolazione armena verso il deserto di Der-Es-Zor.

genocidio armenoIl decreto provvisorio di deportazione è del maggio 1915, seguito dal decreto di confisca dei beni, decreti mai ratificati dal parlamento. Dapprima i maschi adulti furono chiamati a prestare servizio militare e poi passati per le armi; poi ci fu la fase dei massacri e delle violenze indiscriminate sulla popolazione civile; infine i superstiti furono costretti ad una terribile marcia verso il deserto, nel corso della quale gli armeni furono depredati di tutti i loro averi e moltissimi persero la vita. Quelli che giunsero al deserto non ebbero alcuna possibilità di sopravvivere, molti furono gettati in caverne e bruciati vivi, altri annegati nel fiume Eufrate e nel Mar Nero.
Anche qui la presenza di alcuni Giusti permise al mondo di sapere quello che stava succedendo. Ne ricordiamo due Armin T. Wegner e Giacomo Gorrini

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24 aprile, il genocidio armeno (Riforma.it 24.04.19)

Il 24 aprile è la data scelta per commemorare annualmente la terribile azione perpetrata dall’impero ottomano ai danni della popolazione armena, il genocidio armeno, che fra il 1915 e il 1916 portò alla morte almeno un milione e mezzo di persone.

In una riunione della Nato tenutasi il 12 aprile ad Antalya, le autorità turche, che confutano l’uso del termine genocidio per definire la questione armena, hanno denunciato la decisione di Emmanuel Macron di rendere il 24 aprile, in Francia, una Giornata commemorativa di questo dramma. Il presidente transalpino aveva annunciato tale decisione all’inizio di febbraio alla cena annuale del Ccaf, il Consiglio di coordinamento delle organizzazioni armene in Francia.

Ad Antalya, Sonia Krimi, deputata del partito di Macron Lrem (La Rèpublique en marche), è intervenuta per protestare contro tali accuse. Scatenando la reazione del ministro degli Esteri turco che ha rinfacciato alla Francia il suo passato coloniale in Algeria e la sua azione in Ruanda.

La Francia, che ha circa 300.000 cittadini di origine armena sul territorio, porta una responsabilità di questo genocidio non avendo risposto all’epoca agli appelli disperati dei sopravvissuti. Ma nel 2001, il Parlamento francese fu uno dei primi a riconoscere il genocidio armeno, con grande rabbia dei turchi.

Creata al tempo degli “stati-nazione”, la nuova Turchia nata dalla dissoluzione dell’impero ottomano doveva essere omogenea, da un punto di vista etnico e religioso. Il passato cristiano multi-millenario non trovò dunque spazio nel plasmare la nuova narrativa nazionale. Allo stesso tempo, la requisizione delle proprietà armene arricchì il nuovo stato.

Riconoscere il genocidio armeno metterebbe quindi in discussione tale processo. Agli occhi di molti turchi sarebbe, aprire il vaso di Pandora della diversità etnica, culturale e religiosa del paese, cioè rischiare nuove rivendicazioni territoriali e far rivivere lo spettro del suo smantellamento.

Nei giorni scorsi intanto, il 10 aprile, la Camera dei deputati in Italia ha votato una mozione che impegna il governo a «riconoscere ufficialmente il genocidio armeno e a darne risonanza internazionale». Immediata la reazione di Ankara che ha convocato l’ambasciatore italiano Massimo Gaiani per esprimere «il dispiacere per la scelta del parlamento italiano e per chiedere chiarimenti a riguardo».

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Arslan: «Riconoscere il genocidio armeno è un dovere morale» (Tempi.it 24.04.19)

 

n collaborazione con iStoria Viaggi, Tempi organizza un viaggio in Armenia dal 4 al 12 settembre 2019. Qui tutte le informazioni. A tutti i partecipanti sarà regalato un abbonamento a Tempi.

Il 24 aprile è il giorno della memoria dello Metz Yeghern, ossia il  Grande Male, il nome con cui gli armeni indicano il genocidio di cui furono oggetto a partire dal 1915 per volontà del governo dei Giovani Turchi nei giorni del tramonto dell’Impero Ottomano. Il 24 aprile 1915 furono arrestati e deportati gli esponenti delle élites armene di Costantinopoli, Smirne e Aleppo. Nei due anni successivi persero la vita un milione e mezzo di armeni a causa sia di massacri che di malattie e stenti dovuti alle condizioni in cui venivano spostati attraverso i territori dell’Impero. Recentemente la questione del genocidio armeno è tornata di attualità in Italia a causa del voto con cui il 10 aprile scorso il Parlamento italiano ha impegnato il governo a riconoscere ufficialmente l’evento e a darne risonanza internazionale. Antonia Arslan, scrittrice padovana di origini armene, è l’autrice de La masseria delle allodole, forse il più famoso romanzo al mondo ispirato alle vicende del genocidio armeno, e di altri romanzi che evocano tragedie antiche e contemporanee di quel popolo (La strada di Smirne, Il libro di Mush, ecc.). Con lei abbiamo fatto il punto delle principali questioni, a 104 anni dall’inizio della tragedia.

Antonia Arslan, quando diciamo genocidio armeno, di cosa stiamo parlando?

Stiamo parlando di quello che è stato il primo genocidio del XX secolo, stiamo parlando di una forma di sterminio che all’inizio del Novecento viene testata sul popolo armeno, e poi sui siriaci. Stiamo in sostanza parlando della distruzione di un’intera minoranza da parte del governo dello stato al cui interno questa minoranza si trovava. Come avrebbero poi fatto i tedeschi con gli ebrei che erano cittadini tedeschi come loro, così i Giovani Turchi hanno fatto con gli armeni e i siriaci, che erano minoranze riconosciute all’interno dell’Impero Ottomano. Queste non sono stragi, non sono massacri, è qualcosa di più: è uno sterminio organizzato con estrema freddezza e razionalità dall’alto.

Da dove deriva la certezza che i Giovani Turchi fossero mossi da un intento genocidario?

Il progresso degli studi negli ultimi vent’anni è stato straordinario, sono usciti una quantità di libri e di ricerche accademiche che portano prove. Particolarmente importante è un libro da poco tradotto in italiano: I peccati dei padri – Negazionismo turco e genocidio armeno di Siobhan Nash-Marshall. Questa studiosa, che è anche una mia carissima amica, ha trovato una quantità straordinaria di materiale e ha studiato il modo in cui la filosofia tedesca dell’Ottocento e le sue derive hanno influenzato l’ideologia dei nazisti. Nella Prima Guerra mondiale l’Impero tedesco si è alleato all’Impero Ottomano e ha inviato in Anatolia personale militare per addestrare e sostenere l’esercito turco che era molto degradato. Tutti loro hanno visto quello che succedeva e purtroppo, come dimostrano anche documenti recenti tradotti dall’armeno, hanno spesso approvato.

I Giovani Turchi erano affiliati alla massoneria e per lo più atei, ma in molti luoghi della Turchia e dell’Impero Ottomano gli atti omicidi nei confronti degli armeni furono condotti in nome del jihad, la guerra santa, cioè in nome di un concetto religioso islamico. Come si spiega questo fatto?

Faceva parte del progetto genocidario. Per muovere le folle non basta la teoria, ci vuole anche un forte appello religioso. I turchi convivevano con gli armeni da centinaia di anni, ma sempre sullo sfondo della divisione fra fedeli islamici da una parte e fedeli cristiani dall’altra. Le minoranze cristiane erano riconosciute dall’Impero Ottomano nel sistema del millet, cioè delle nazioni. All’interno di ogni nazione erano permessi un minimo di autonomia e di autogoverno. Dopo la grande sconfitta che l’Impero Ottomano subisce nel secondo Ottocento con l’indipendenza della Romania, della Bulgaria e prima ancora della Grecia, e dopo le guerre balcaniche degli anni Dieci del Novecento che gli strappano altri territori, era facile muovere le folle contro le minoranze cristiane, affermando che non erano più sudditi leali, che stavano distruggendo l’impero e che comunque erano dei dhimmi, degli assoggettati. Hanno scatenato le folle facendo leva su due cose. Il primo è il fattore religioso, che si manifesta soprattutto nell’est anatolico, nella regione adiacente al monte Ararat. E poi, aspetto importantissimo, il fattore dell’avidità. Cioè si è fatto capire alla gente che se avessero ucciso gli armeni non ci sarebbe stata punizione per questo mentre avrebbero ottenuto un ricco bottino. Il messaggio era: “vi potrete impadronire dei loro beni senza che vi succeda niente”. È avvenuto così un enorme spostamento di proprietà tolte agli armeni che va dalla capra dell’allevatore al terreno del piccolo contadino, alla sua casa e ai suoi attrezzi a beneficio di chi abitava l’est dell’Anatolia, contemporaneamente al massacro fisico.

È anche vero che ci sono stati musulmani di varie etnie – curdi, turchi, arabi – che hanno cercato di mettere in salvo degli armeni, in qualche caso al prezzo della vita. Che memoria conservano gli armeni di questo?

È una bellissima parte di questa tragica storia, ma bisogna sottolineare che questi giusti non sono tanti, non si deve enfatizzare al di là delle proporzioni. Tuttavia io sto leggendo un libro in inglese, Armenian Genocide by Ottoman Turkey. 1915. Testimony of Survivors. Collection of Documents, che contiene testimonianze di sopravvissuti raccolte nel 1916, cioè a genocidio e a Prima Guerra mondiale ancora in corso. A parlare sono armeni dell’est anatolico, della zona di Erzurum e del lago di Van, arrivati in quella parte di Armenia che allora apparteneva all’Impero zarista. Per decenni le loro testimonianze sono rimaste nella lingua armena originale, recentemente sono state tradotte in inglese. Da queste testimonianze emerge la programmazione minuziosa dello sterminio, lo schema ripetitivo, le dinamiche ricorrenti: la separazione degli uomini dalle donne, l’uccisione degli uomini, il ratto delle donne più giovani e graziose, l’eliminazione delle altre attraverso le marce e la fame, l’uccisione sistematica dei bambini, a volte in modo efferato. Con la stessa regolarità, i sopravvissuti raccontano dell’amico curdo che li ha nascosti, della tribù curda che non partecipava ai massacri presso la quale si sono rifugiati, dell’amico turco che li ha protetti. Naturalmente in alcuni casi questa salvezza è stata pagata con denaro e beni, però questi curdi e questi turchi sapevano che il cristiano non era il loro nemico, e questi sono i giusti, sono quelli che non guardano altrove, che non si girano dall’altra parte. E in genere questi giusti non hanno cercato di convertire gli armeni alla loro religione. Gli armeni di questi fatti conservano un’ottima memoria, in genere li raccontano sempre. Se in tutto questo oceano di orrore c’è stato un gesto positivo, in questo libro che sto leggendo lo si ritrova.

Veniamo alla questione di attualità: perché i governi turchi continuano a rifiutare di riconoscere il genocidio? Perché ogni volta che un parlamento nazionale vota una mozione per impegnare il proprio governo a riconoscere il genocidio armeno, come è successo pochi giorni fa in Italia, la Turchia protesta con veemenza?

Sono cento anni che negano, diventa un problema grosso dire oggi: «ci siamo sbagliati», oppure «abbiamo detto una bugia per cento anni». C’è una tale sovrapposizione di negazionismi, che credo che a questo punto anche qualcuno che fosse di buona volontà, troverebbe molte difficoltà a modificare la posizione turca tradizionale a livello di autorità dello Stato. A ciò si affianca la volontà di negare, perché in qualche modo l’orgoglio nazionale turco che hanno cercato di coltivare dal tempo della presa di potere da parte di Kemal Atatürk è sempre stato centrato su di un insegnamento che viene fatto ai bambini sin dalle scuole elementari: «siamo un popolo straordinario, che non potrebbe mai commettere una cosa del genere». Questo ha creato una situazione schizofrenica: da un lato ci sono tantissimi turchi che riconoscono la realtà del genocidio sia a parole, sia con gli scritti, sia pubblicando studi storici e rischiando di persona, perché non è facile in Turchia avere queste posizioni; dall’altro c’è una struttura dello Stato che ancora pervasivamente afferma che il genocìdio non è avvenuto. Ogni volta che c’è un riconoscimento come quello del parlamento italiano di qualche settimana fa, si ripete il solito balletto: la Turchia protesta, o ritira l’ambasciatore, o convoca l’ambasciatore del paese in questione, ecc. Dopodiché l’ambasciatore rientra. Se un piccolo Comune della provincia di Catanzaro vota una mozione sul genocidio armeno, le autorità turche minacciano la rottura dei rapporti economici fra Italia e Turchia. Sono reazioni automatiche, che poi non hanno conseguenze. Ripeto: siamo di fronte a una realtà schizofrenica, quando pensiamo che persino Hasan Cemal, nipote di quel Djemal Pasha che fu uno degli architetti del genocidio, ha scritto un  libro intitolato 1915. Genocidio armeno, tradotto in Italia da Guerini. Costui è stato allevato nel culto del nonno, ma ha fatto un lungo percorso di coscienza fino a scrivere un libro che riconosce la realtà del genocidio armeno. Dove ha scritto: «Finché noi turchi non prendiamo coscienza di ciò che è avvenuto, non potremo fare pace col nostro passato e considerarci una nazione con una storia». Ma oggi la Turchia è bloccata in una situazione molto pericolosa, e queste aperture del ceto intellettuale, che si sono verificate fino al 2015, appaiono in stallo.

Il negazionismo potrebbe dipendere anche dal timore della richiesta di indennizzi da parte dei discendenti delle vittime?

Sì, dipende anche da questo. Ci sono ancora armeni che conservano titoli di proprietà di beni immobiliari che avevano nell’Impero Ottomano. La base Nato di Incirlik sorge verosimilmente su un terreno di proprietà di una famiglia armena che conserva l’atto notarile di possesso, qualcosa di simile si può dire per l’area dove sorge il palazzo presidenziale ad Ankara. Perciò bisogna tenere conto anche di questo aspetto.

Alla memoria del genocidio armeno lei ha dedicato romanzi a sfondo storico di cui il più noto è La masseria delle allodole, che ha venduto oltre un milione di copie nel mondo. Cosa dice della memoria del genocidio armeno? È viva e coltivata, o è difettosa?

È una memoria molto coltivata all’interno delle comunità armene. Soprattutto le grandi comunità della diaspora – quelle francesi, americane e russe che hanno importanti strutture come chiese e scuole – conservano la memoria del genocidio come fattore fondante della loro identità. E questa purtroppo è diventata in qualche modo una prosecuzione della tragedia. L’introversione caratteriale armena dipende dal fatto che questi ricordi sono stati trasmessi a livello familiare e all’interno delle comunità ma non sono stati riconosciuti all’esterno. Adesso la questione si è aperta all’esterno e la memoria del genocidio coincide con una presa di coscienza verso l’esterno e questo fa fare esperienza di una maggiore libertà. Questo è dovuto alla terza e alla quarta generazione dopo il genocidio, che non avendo più le paure e le angosce dei primi, alimentate dal negazionismo turco, hanno parlato, si sono mosse, hanno fatto ricerche. Adesso poi con questa grande mole di libri, di studi, di ritrovamenti che sono in gran parte merito di giovani studiosi turchi molto bravi, straordinari, la memoria del genocidio esce rinforzata.

Un certo numero di studiosi afferma con sempre maggiore convinzione che ci sono le prove che il genocidio armeno è stato il modello del genocidio degli ebrei per mano nazista, che i nazisti si sono riferiti consapevolmente al genocidio armeno. Lei cosa dice?

Purtroppo sono d’accordo. Come si intuisce anche dal testo della mozione di riconoscimento del genocidio che è stata presentata al Bundestag tedesco. Lì si ammette che il genocidio è stato supportato anche dall’Impero tedesco. Documenti degli archivi di Stato tedeschi resi pubblici confermano che c’era la volontà da parte del governo tedesco di fornire il massimo supporto alle politiche turche. I tedeschi presenti allora nell’Impero Ottomano, mercanti, tecnici o ingegneri, tornavano a casa chiedendosi come fosse possibile che un popolo cristiano come quello tedesco assistesse senza alzare un dito allo sterminio di un altro popolo cristiano, o addirittura collaborasse. Questo scandalizzava molti tedeschi, e alcuni di loro si sono battuti per salvare vite armene, come ha fatto il console tedesco di Aleppo Walter Rössler. Ma la politica generale dell’Impero tedesco era di considerare la questione armena una questione interna dell’Impero Ottomano in cui non ci si doveva ingerire. Ma purtroppo dai documenti resi noti si desume che hanno anche attivamente collaborato. Certo, ci sono state eccezioni come il generale Liman von Sanders responsabile della zona di Smirne, che impedì che fossero deportati gli armeni della città. Il quartiere generale tedesco avrebbe potuto attuare questa politica anche altrove, se voleva, ma ci fu solo questa eccezione ben nota agli armeni: cercavano di raggiungere Smirne sapendo di questa protezione.

Concludendo: che importanza ha che il numero dei paesi che riconoscono ufficialmente il genocidio armeno cresca al di la delle due-tre decine attuali?

È molto importante, anche se non ha conseguenze pratiche: è una questione morale. I governi turchi possono protestare, minacciare di ritirare gli ambasciatori, ma il fatto che il numero dei paesi che riconoscono il genocidio armeno cresca è importante perché i turchi non potranno più dire che il discorso del genocidio è un complotto anti-turco degli armeni: è diventata una nozione consolidata che sempre più si afferma universalmente. Parlarne ancora, anche se può annoiare qualche volta, continua ad essere necessario.

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Giornata di commemorazione del genocidio armeno (Vaticannews 24.04.19)

La comunità armena, in patria o della diaspora, celebra oggi il “genocidio degli armeni” in ricordo di 1 milione e mezzo di persone uccise tra il 1915 e il 1923

Giancarlo La Vella – Città del Vaticano

La strage degli armeni avvenuta oltre un secolo fa è una realtà dolorosa. Ma oggi che cosa si sa di quell’evento? Il padre mechitarista, Vahan Ohanian, studioso del genocidio degli armeni attraverso i giornali americani dell’epoca, è convinto che non debba calare l’oblio su quella parte di storia che ha arrecato dolore e lutto ad un Paese intero e che ancor oggi attende venga acclarato il ruolo decisivo che ebbero gli ottomani.

La verità sulla strage armena

Con l’aiuto di tutta la comunità internazionale, afferma padre Ohanian, è possibile arrivare al riconoscimento del genocidio degli armeni senza passare necessariamente attraverso una condanna della Turchia di oggi sulle responsabilità dell’Impero Ottomano. E’ opportuno avviare con Ankara un dialogo sereno e aperto, affinché alle chiusure attuali si sostituisca la volontà di archiviare nella verità quella dolorosa pagina di storia.

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Nelle ombre della Turchia il genocidio degli armeni (italiaitaly.eu 24.04.19)

Il 24 aprile si commemora il primo genocidio del XX secolo, che ha avuto come vittime un milione e mezzo di armeni, ma la Turchia non ha mai ammesso gli orrori delle “marce della morte”. Nel 1915, in piena guerra mondiale, nell’Impero Ottomano si scatenò una spietata violenza contro gli armeni presenti in Anatolia, una comunità cristiana con aspirazioni anche indipendentiste, temuta per il pericolo che si alleasse con i russi in guerra contro i turchi. Si consumò così il primo genocidio del XX secolo con circa un milione e mezzo di vittime e una storia che la Turchia continua a negare, nonostante le dure reazioni internazionali anche negli …

ultimi anni. Il genocidio degli armeni, che nella lingua locale è chiamato “grande crimine”, è conosciuto anche come “olocausto degli armeni” o “massacro degli armeni” e rientra nella campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II.

Nella notte fra il 23 e 24 aprile 1915 si scatenò la prima ondata di repressioni. A Costantinopoli furono arrestati gli esponenti più in vista della comunità armena e nel giro di un mese oltre mille intellettuali armeni, giornalisti e scrittori, poeti e anche delegati la Parlamento furono arrestati e poi trucidati lungo la strada verso l’Anatolia. Seguirono poi massacri e “marce della morte” con innumerevoli vittime e l’eccidio si protrasse anche per tutto il 1916.

Il “caso armeno” è tornato in primo piano con le parole pronunciate da Papa Francesco nella commemorazione delle vittime un secolo dopo il grande eccidio. «La nostra umanità – ha detto – ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo, ha colpito il popolo armeno, prima nazione cristiana». Già nel 2001 papa Giovanni Paolo II e Karekin II, Catholicos della Chiesa armena, avevano parlato di genocidio a proposito del massacro di circa un milione e mezzo di cristiani armeni, ma per il governo di Ankara le parole del Pontefice «sono inaccettabili, lontane dalla realtà storica». Una realtà storica che non è possibile disconoscere, perché stragi e deportazioni di armeni ci furono davvero nei tragici anni della Prima guerra mondiale. In una ventina di Paesi, fra cui Italia, Germania, Svezia, Olanda, Russia, c’è stato un riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni; in Svizzera, Francia e Slovacchia sono previste anche pene per i negazionisti.

I fatti sono tragici e raccapriccianti, con numerosi morti per esecuzioni sommarie, fame, assideramento, malattie. In pieno clima bellico la Turchia temeva che gli armeni presenti in Anatolia, alla ricerca da tempo di indipendenza e anche perché cristiani, potessero allearsi con i nemici russi. Le persecuzioni avvennero soprattutto per iniziativa dei Giovani Turchi, che secondo molti storici miravano alla creazione di uno stato turco omogeneo etnicamente, mentre alcuni milioni di cittadini erano armeni e cristiani. Perciò anche in uno studio pubblicato nel 2012 (Völkermord an den Armeniern) lo studioso tedesco Michael Hesemann sostiene che sarebbe più esatto parlare di genocidio cristiano.

La strage del popolo armeno è storia e non può essere negata per motivazioni politico-ideologiche. L’Italia è tra i paesi europei che hanno definito il massacro un “genocidio”. Il Parlamento Europeo in una risoluzione ha riconosciuto il genocidio degli armeni, ha deplorato ogni tentativo di negazionismo, ha reso omaggio alle vittime e proposto l’istituzione di una giornata europea del ricordo. Ha anche invitato il Governo turco a “continuare nei suoi sforzi per il riconoscimento del genocidio armeno e ad aprire gli archivi per accettare il passato”. La Turchia ha però reagito con sdegno, respingendo la mozione e accusando l’Europa di complotto.

La nuova Europa, aperta al futuro e alle cui porte bussa anche la Turchia, non può rinunciare ai propri valori fondamentali, basati sulla tolleranza e sulla legalità, ma anche sul riconoscimento dei propri errori. Lo ha fatto la Germania, dopo i tragici eventi del secolo scorso; lo ha fatto l’Italia, voltando pagina dopo il ventennio fascista; lo ha fatto la Spagna dopo il lungo periodo franchista. Non sembra voglia farlo la Turchia, dopo la dura reazione del suo Governo alle dichiarazioni di Papa Francesco e le ricorrenti polemiche internazionali. La dura reazione del presidente Erdogan e la svolta autoritaria del governo turco gettano ombre anche sull’ingresso di quello stato nella nuova Europa. L’Unione Europea ha valori fondamentali condivisi e riconosce gli errori del passato proprio per costruire un futuro migliore. Anche la Turchia deve fare i conti con la storia e il riconoscimento del genocidio degli armeni è ritenuto fondamentale anche per l’ipotetico e sempre più discusso ingresso di quel Paese nell’Unione Europea. (F.d’A.)

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Genocidio armeno. Ricordare sempre. (macotosatti.com 24.04.19)

Centoquattro anni fa a Costantinopoli cominciava il genocidio degli Armeni. Oggi nelle chiese armene di tutto il mondo, sia della Chiesa apostolica che della chiesa Armeno-cattolica si celebrano liturgie in memoria delle vittime del genocidio armeno compiuto dal governo turco dell’epoca e la cui realtà è ancora oggi recisamente negata dal governo di Ankara.

Proprio in questi giorni, in questi mesi, si attua, in molti Paesi del mondo, il genocidio dei cristiani. In Sri Lanka, in Nigeria, in Pakistan e in molti altri luoghi ancora, anche di quella che una volta era l’Europa cristiana, e oramai è sempre più terra di conquista dell’islam, nelle sue molte facce, da quelle più suadenti a quelle violente, il cristianesimo, i suoi seguaci, i suoi luoghi sacri le sue feste sono sotto attacco.

Un genocidio si può compiere solo con la silente complicità di chi avrebbe il potere di fermarlo. Vediamo che il nome di “cristiani” si è trasformato (Hillary Clinton, Obama) in “Easter worshippers” “Veneratori della Pasqua”! Vediamo che chi dovrebbe indignarsi per lo sterminio del gregge a lui affidato riesce a esprimere generiche condanne, senza osar chiamare con il suo nome la radice funesta di queste tragedie, come ebbe il coraggio e la lucidità di fare Benedetto XVI. Assistiamo a ogni sorta di vergognoso funambolismo da parte di certa gente di chiesa per evitare di chiamare le cose con il loro nome, tante volte che dire la verità portasse più voti a Salvini e Meloni e mettesse ancora più in crisi il (una volta) florido business dell’accoglienza.

In quella che è l’attuale Turchia all’inizio del secolo scorso viveva quella che era la più ricca, numerosa e fiorente comunità cristiana. Chiedete quanti sono ora i cristiani in quelle terre, e come vivono, e per quanto ancora ne troveremo.

Voglio proporvi, questo 24 aprile, un breve saggio che avevo presentato anni fa alla Casa della Memoria di Roma, in un convegno-dibattito intitolato: Storie senza Storia: gli Armeni. Il mio    contributo era una relazione fra Shoah e Genocidio Armeno.  Ci sono tante forme di Shoah, e ci sono forme di nazismo non facilmente riconoscibili, e apparentemente opposte, come la cappa opprimente di una religione totalizzante e totalitaria, e il controllo del pensiero e delle espressioni esercitato dal Politically Correct del cosiddetto “progressismo”. I cristiani, e il loro attuale genocidio, si collocano in questa morsa.

 

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 Hitler, genocidio armeno e Shoah

“Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” (Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?). Non è possibile parlare di genocidio armeno e di Shoah senza citare questa famosa frase, attribuita ad Adolf Hitler, trasmessa nel 1939 da Louis Lochner, capo dell’ufficio berlinese dell’Associated Press ad alcuni diplomatici britannici in servizio a Berlino, e contenuta in un rapporto trasmesso a Londra, il 25 agosto del 1939 dall’ambasciatore britannico sir Nevil Henderson. Il documento riassumeva uno o due discorsi pronunciati da Hitler davanti ai comandanti in capo dell’esercito a Obersalzberg, il 22 agosto del 1939, in vista dell’imminente invasione della Polonia. “Siate duri, siate spietati, agite più in fretta e più brutalmente degli altri”, raccomandò Hitler.

Hitler citò Gengis Khan “che ha mandato a morte milioni di donne e bambini, pienamente consapevole e a cuor leggero”, per ridisegnare il mondo secondo la sua volontà. Hitler concludeva con un riferimento esplicito allo sterminio degli Armeni, affermando che era servito a un fine analogo, e il mondo non solo l’ha dimenticato, ma l’ha accettato “perché il mondo crede soltanto al successo”. Di questa frase esistono cinque versioni; naturalmente i negazionisti turchi cercano di scalfirne la credibilità.

Ma purtroppo per loro un articolo dello storico Winfried Baumgart rivela che otto anni prima, nel giugno del 1931, Hitler in un’intervista al Leipziger Neueste aveva detto, parlando di deportazioni di massa e della rovina delle popolazioni coinvolte: “Ovunque i popoli attendono un nuovo ordine mondiale. Noi abbiamo intenzione d’introdurre una grande politica di ripopolamento…Pensi alle deportazioni bibliche e ai massacri del Medioevo…e si ricordi dello sterminio degli Armeni (erinnern Sie sich an de Ausrottung Armeniens). All’altro capo dell’intervista c’era Richard Breiting, un redattore molto potente, a cui Hitler aveva concesso di prendere appunti scritti (un caso raro, per il dittatore tedesco), La Gestapo di Lipsia fu mobilitata per anni per recuperare quegli appunti; Breiting morì in circostanze misteriose dopo aver incontrato due agenti della Gestapo, che aveva cercato di convincere di aver distrutto gli appunti, che furono invece resi pubblici da sua sorella dopo la fine della guerra.(Ohne Maske, E.Calic, 1968)

Hitler in questo documento sosteneva che sebbene i suoi motivi per distruggere gli ebrei fossero diversi da quelli dei gerarchi turchi per compiere la stessa operazione sugli armeni, le nazioni vittime rispondevano entrambe a un presupposto centrale: quello di essere estremamente indesiderate. Tanto che mise l’accento sulla necessità di “proteggere il sangue tedesco dalla contaminazione, non soltanto del sangue ebreo ma anche di quello armeno”. (Henry Picker, Hitlers Tigespraeche in Fuehrerhauptquartier, Stoccarda 1977). Per Alfred Rosenberg, l’ideologo della razza , Armeni ed Ebrei erano simili, in quanto “popoli di bricconi” (Rosenberg, Der Mythus des zwanzigsten Jahrhuderts).

Opinione peraltro condivisa anche dal Comando Supremo tedesco, che in una sua dichiarazione affermò che “gli armeni sono anche peggiori degli ebrei” (Robert Cecil The Myth of the Master Race, Londra 1972). Secondo molti storici la relativa facilità con cui il genocidio armeno fu compiuto, e l’impunità sostanziale concessa ai suoi autori convinse Hitler e i suoi complici della possibilità di ripetere l’operazione verso la “razza inferiore” che avevano in casa, e nei territori di conquista. Sachar nel suo The emergence of the Middle East scrive: “Il Fuehrer citò il genocidio approvandolo, vent’anni dopo che era stato perpetrato; egli considerava la soluzione armena come un precedente istruttivo”.

Come aveva saputo

Daremo per scontate molte cose, in questo nostro intervento. E’ da ricordare comunque che la Turchia entrò nella Prima Guerra Mondiale al fianco della Germania del Kaiser, e che all’interno dei confini di quello che allora era l’Impero Ottomano agivano centinaia di ufficiali tedeschi, a tutti i livelli, compreso un numero rilevante inserito nei gangli più segreti e sensibili della macchina militare e politica turca, governata dal “triumvirato” dell’Ittihad, il partito dell’unità, responsabile del progetto di una Turchia per i soli turchi, e dell’eliminazione delle razze “altre” armeni, siriaci, greci. I tedeschi furono testimoni – e non solo testimoni– delle deportazioni e dei massacri; alcuni di loro – come Armin Wegner , e altri – li denunciarono, o tentarono di farlo, a dispetto della censura esercitata dal governo sull’opinione pubblica del loro paese.

Ufficiali e soldati, tornando, certamente raccontarono. Hitler e i suoi sodali certamente sentirono questi racconti. Ma una persona in particolare può aver fornito al futuro dittatore tedesco qualche cosa di più. Vogliamo parlare di Erwin von Schneuber-Richter. Questo ufficiale fu viceconsole a Erzurum – uno dei luoghi in cui si consumò il genocidio – e poi vicecomandante di un corpo di spedizione turco-tedesco. Fu personalmente testimone di massacri di armeni compiuti nella provincia di Bitlis, e li descrisse, in un rapporto inviato al cancelliere Hottwleg (Botschaft Kostantinopel K174.) Schneuber-Richter inviò ai suoi superiori, fra il 30 aprile 1915 e il 5 novembre dello stesso anno, quindici rapporti ai suoi superiori sui dettagli delle deportazioni e dei massacri compiuti. Al cancelliere scriveva: “a eccezione di alcune centinaia di migliaia di sopravvissuti a Costantinopoli e nelle grandi città, gli Armeni di Turchia sono stati, per così dire, completamente sterminati”.

Possiamo aggiungere qui che la pubblicazione recente delle memorie di Talaat Pascià, l’ingegnere del genocidio, contenenti le cifre scritte di suo pugno di cui disponeva sull’andamento del genocidio, confermano pienamente quanto scriveva Richter. Talaat calcolava che il numero degli armeni sterminati, nella prima fase dell’operazione, era di poco inferiore al milione. (Su un totale di circa un milione e trecentomila). Ma Schneuber non si limitò ai dettagli: informò il cancelliere sul progetto dell’Ittihad di rendere omogenea razzialmente la Turchia, e sui metodi per realizzare il progetto: pretesti, scuse e menzogne relative a mettere in atto le deportazioni, tecniche per rassicurare gli armeni e di conseguenza renderli inoffensivi; sull’uso di bande di criminali comuni – liberati dalle prigioni – per massacri e saccheggi, e infine sul coinvolgimento della struttura del partito dell’Ittihad. Insomma, vediamo negli scritti di Schneuber l’intero paesaggio genocidale: motivi, organizzazione, logistica e infine il compimento del genocidio, con l’ultimo fondamentale capitolo, quello della negazione. Che purtroppo vediamo ancora svolgersi sotto i nostri occhi, adesso.

“Die Zeit” (Amburgo, Dossier, 1984) sostiene che Hitler era “senza ombra di dubbio perfettamente al corrente” di tutto ciò; e questo perché “uno dei suoi più stretti collaboratori all’inizio del movimento nazionalsocialista era il dott. Max Erwin von Schneuber-Richter, l’ex console di Germania a Erzurum, di cui sono stati conservati i terribili rapporti sul massacro degli Armeni”. Fu Alfred Rosemberg a presentare Schneuber a Hitler, a Monaco nel 1920. Sappiamo bene chi era Rosemberg, l’ideologo del nazismo. Schneuber e sua moglie aderirono al partito nazista il 22 novembre del 1920. E l’ufficiale scriveva, contro “il complotto giudaico internazionale di dominio mondiale”, invitando a mettere in atto una campagna “spietata e implacabile”contro gli elementi non ariani, per compiere “l’inesorabile purificazione della Germania”.

Schneuber in uno dei suoi rapporti di guerra, aveva definito gli Armeni: “questi Ebrei dell’Oriente, questi scaltri commercianti”. (Turkei 183/39, A 28584). Un’osservazione soppressa nella versione a stampa del Ministero degli esteri tedesco, pubblicata da Lepsius. Schneuber-Richter salì nella gerarchia del partito, e l’amicizia con Hitler (a cui fra l’altro garantì grandi somme di denaro, grazie ai suoi rapporti con gli industriali tedeschi) si intensificò. Nel 1923, durante il fallito putsch di Monaco, Schneuber-Richter marciava fisicamente, non metaforicamente, a braccetto con Hitler nel tentativo di rovesciare il governo bavarese, quando un proiettile della polizia locale pose fine a una promettente carriera di gerarca. Non senza però che nel frattempo egli avesse dato un contributo impressionante alle basi ideologiche, politiche e pratiche del futuro genocidio hitleriano. Norimberga, e la “Norimberga” mancata dopo la Prima Guerra Mondiale

Se, come è stato detto anche di recente da un parlamentare israeliano, che sente molto profondamente il problema del riconoscimento internazionale del genocidio armeno, al di là della violenta opera di negazionismo messa in atto dal governo di Ankara, con la complicità e l’acquiescenza di alcuni governi suoi alleati, un genocidio non punito genera altri genocidi, è interessante chiedersi se un atteggiamento più deciso da parte dei vincitori del primo conflitto mondiale avrebbe potuto evitare, o almeno ridurre l’entità della tragedia avvenuta decenni più tardi. Vahakn Dadrian, grande specialista della materia, pone la questione in due domande distinte: 1) l’impunità concessa agli esecutori del genocidio armeno era di natura tale da influenza le tendenze e la mentalità dei nazisti, soprattutto di Adolf Hitler, e di facilitare quindi l’adozione di un piano genocidario simile a quello che era stato adottato contro gli Armeni? 2) In quale misura l’istituzione del tribunale di Norimberga da parte degli Alleati subito dopo la seconda guerra mondiale fu il risultato anche della netta percezione che forse esisteva un legame fra il genocidio armeno e l’olocausto ebraico e che, di conseguenza bisogna punire assolutamente i responsabili di un genocidio per impedire che questo crimine sia commesso nuovamente?

Io credo che gli indizi che abbiamo presentato, e che certamente non esauriscono la materia tendono a fare rispondere di sì, sia in un caso che nell’altro. E lo studio che non si più arrestato sui meccanismi genocidali, questo frutto avvelenato e tremendo della modernità (e dell’uso distorto in campo sociologico di teorie scientifiche, quali il concetto di evoluzione) contribuisce, a mio modesto parere, a confermare l’assunto secondo cui è la speranza dell’impunità uno degli elementi fondamentali dell’orrore. Un mese dopo l’inizio del genocidio, il 24 maggio del 1915 gli Alleati in una dichiarazione congiunta mettevano al corrente la Sublime Porta “che essi riterranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco e i funzionari che avranno partecipato a questi massacri”, e parlavano di “crimine contro l’umanità e la civiltà”.

Penso che si possa leggere in queste righe, oltre all’introduzione del concetto di crimine contro l’umanità, anche la base giuridica fondamentale di Norimberga. Purtroppo alla fine della Prima Guerra Mondiale i vincitori non ebbero la forza di essere nei fatti all’altezza delle loro dichiarazioni. Come si diventa possibili vittime Le cronache dell’orrore sono sempre diverse, e sempre eguali. Volutamente in questa esposizione ho voluto toccare il meno possibile le corde dell’emotività, anche se dalle testimonianze stesse degli ufficiali e dei soldati tedeschi (ottocento ufficiali, e dodicimila soldati) durante la prima guerra mondiale si ha un campionario di crudeltà difficile da eguagliare, dalla perversione di un ufficiale turco il “maniscalco” che faceva applicare ferri da cavallo ai piedi degli armeni, all’uccisione di bambini, a centinaia, schiacciati fra due tavole di legno e poi bruciati vivi.

Ci interessa più di questo esaminare, sia pure brevemente, le vie che conducono al genocidio. Esistono similarità impressionanti fra genocidio armeno e Shoah anche nella fase che precedette l’attuazione pratica. Uno degli elementi comuni era lo status di inferiorità a cui erano assoggettati per lungo tempo sia l’uno che l’altro popolo; che ha conseguenze pratiche – per esempio la proibizione all’accesso a certi uffici di potere, o la possibilità di armarsi – ma causa anche una forma di indebolimento della psiche collettiva della popolazione oggetto della discriminazione. Essere trattati come un diverso, e inferiore, fa sì che uno si senta diverso e inferiore. La proibizione a compiere certe carriere ha indirizzato Armeni ed Ebrei di successo verso commercio e industria; il che li rendeva ancora una volta”diversi” , invidiati e vulnerabili. Poi c’è la componente delle circostanze.

Non è un caso che sia l’uno che l’altro genocidio sia avvenuto nel corso di un conflitto di proporzioni gigantesche. E’ quella che si chiama la “struttura circostanziale” ideale per un gruppo dirigente spietato per portare a termine un’operazione criminale. L’esecutivo può disporre di poteri straordinari, e sotto l’ombrello dell’emergenza compiere atti impossibili in tempi normali. Veramente non voglio abusare della vostra pazienza, ma le coincidenze nei vari passaggi sono troppo stringenti per non colpire l’attenzione di chi osserva da vicino il modo in cui milioni di persone innocenti furono mandate a morti atroci. Il primo passo, sia in un caso che nell’altro, avviene con la sospensione o l’esautorazione del Parlamento, in modo che sia possibile promulgare leggi “ad hoc” per colpire una categoria di persone. Si apre la strada alla seconda fase (e anche questo si è verificato sia in Turchia che in Germania) e cioè alla promulgazione di leggi temporanee, che danno una parvenza di legittimità all’operazione. La terza fase consiste nell’indebolimento della possibile resistenza delle vittime. Si comincia con una serie di arresti tesi a decapitare le comunità dei loro leader, e che spesso finiscono con l’uccisione delle persone interessate. Infine, previa la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, per rendere più fragile la capacità di resistenza, si mette in opera il progetto finale, mascherandolo in genere con termini rassicuranti: spostamento in altre zone per ragioni di sicurezza, e deportazione verso un luogo che in realtà non esiste, o esiste solo come buco nero finale.

Una misura collaterale è l’esproprio, in qualche forma dei beni delle popolazioni colpite. Veramente un esame, anche nei dettagli, come i campi di concentramento, nel Calvario dei due popoli porterebbe via molto tempo. Esiste ormai anche nel nostro paese, per fortuna, una letteratura che si va facendo sempre più ampia, e più documentata, e che rende di giorno in giorno più debole la posizione dei negazionisti.

Non si può, non si deve tacere

E a questo punto, al termine di questo piccolo lavoro, mi sento di dover fare un modesto, sommesso appello. Credo che sia necessario davvero che da questa casa della Memoria, che è memoria soprattutto delle sofferenze di un popolo, si levi una parola ferma e chiara contro ogni negazionismo. E’ una testimonianza che dobbiamo alle vittime innocenti, di ogni genocidio. Chi tace, per qualsiasi ragione lo faccia – e si trovano sempre ottime ragioni per tacere – è complice degli assassini, di ieri e di oggi.

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