L’Armenia come «terra storica» azera: che cosa si insegna a Baku mentre si parla di pace (Korazym 28.09.26)

Il 22 settembre 2026, pochi giorni prima del sesto anniversario dell’inizio della guerra dei 44 giorni in Artsakh, l’Università Tecnica dell’Azerbaigian (AzTU) a Baku ha ospitato un incontro intitolato L’Azerbaigian occidentale è la nostra terra storica! La notizia è stata pubblicata dall’AzTU e ripresa il 24 settembre dall’agenzia statale AZERTAC.

Secondo AZERTAC, i relatori hanno sostenuto che il territorio da loro chiamato «Azerbaigian occidentale» sarebbe stato progressivamente trasformato in Armenia attraverso reinsediamenti, modifiche amministrative e «pulizia etnica» negli ultimi due secoli. Hanno accusato gli Armeni di avere distrutto monumenti storici e religiosi azeri e richiamato le dichiarazioni del Presidente Ilham Aliyev sul ritorno degli Azeri nei luoghi abitati dai loro antenati. Sono intervenuti Nazim Mustafayev, membro del Consiglio della Comunità dell’Azerbaigian Occidentale, Cəbi Bəhramov e Bəxtiyar Həsənov. Si tratta delle tesi dei relatori, non di fatti storici accertati dalla loro pubblicazione su un’agenzia statale.

Una posizione coltivata da anni

L’iniziativa universitaria si inserisce in una linea politica di lunga data. Nel dicembre 2022 Aliyev parlò del ritorno degli Azeri in «Azerbaigian occidentale», riferendosi a luoghi situati nell’attuale Armenia, e chiese di promuovere questa narrazione anche nei libri di storia. In seguito ha sostenuto che tale ritorno non implica rivendicazioni territoriali e deve avvenire pacificamente.

La promessa di un percorso pacifico va letta alla luce del precedente dell’Artsakh. Come abbiamo già ricordato sul Blog dell’Editore, nel 2020 Aliyev sostenne che i negoziati non avevano prodotto risultati e scelse la via militare. Nel discorso pronunciato a Stepanakert l’8 novembre 2023, rivendicò di avere avvertito che, se le trattative fossero fallite, avrebbe usato la forza. La condizione giuridica dell’Artsakh e quella dell’Armenia sovrana sono diverse; il precedente non dimostra l’intenzione di attaccare l’Armenia, ma rende necessario valutare le rassicurazioni di Baku insieme ai suoi atti.

La storia degli Azeri che vivevano in Armenia e ne partirono durante il conflitto non può essere cancellata: Human Rights Watch documentò la fuga di circa 160.000 persone entro il 1989, insieme a quella di centinaia di migliaia di Armeni dall’Azerbaigian. Il riconoscimento delle sofferenze degli sfollati è però distinto dal presentare l’intera Armenia contemporanea come una terra appartenente storicamente allo Stato vicino.

Erevan legge la formula «Azerbaigian occidentale» come una rivendicazione territoriale implicita. Un’analisi pubblicata da Carnegie, firmata da studiosi armeno e azero, descrive questa divergenza: Baku parla di diritto al ritorno, mentre in Armenia la stessa narrazione è percepita come una minaccia alla sovranità. Gli autori avvertono che può prolungare la logica del conflitto.

L’educazione delle nuove generazioni

L’incontro all’AzTU riguarda anche il modo in cui una generazione impara a rappresentare il Paese vicino. Il problema precede questo evento: nel rapporto sull’Azerbaigian pubblicato nel 2023, la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa riferì le preoccupazioni ricevute per il linguaggio discriminatorio verso gli Armeni presente nei manuali scolastici. Questo rilievo non consente di misurare l’effetto dell’incontro sui singoli studenti, ma documenta che la questione educativa non nasce oggi.

Perché la pace diventi una prospettiva credibile, non basta trattare di confini nei negoziati se nelle aule l’Armenia viene presentata come un’entità formatasi su una presunta terra azera. Già nel 2013 i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE chiedevano alle leadership di preparare i loro popoli alla pace e di evitare retoriche capaci di alimentare una nuova escalation. È questo il criterio con cui leggere l’iniziativa universitaria, senza attribuire automaticamente a tutti i docenti o studenti le posizioni espresse dai relatori.

L’autodeterminazione dell’Artsakh e il divieto della forza

Le parole pronunciate a Baku non risuonano nel vuoto. Nel 2020 l’Azerbaigian ha riconquistato con la guerra dei 44 giorni parte dell’Artsakh; il 19 settembre 2023 ha lanciato l’offensiva con cui ha assunto il pieno controllo della regione. Nei giorni successivi oltre 100.000 Armeni sono fuggiti verso l’Armenia. Il Nagorno-Karabakh era internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaigian, ma la questione dello status politico e dei diritti della popolazione armena non era per questo priva di una base giuridica e di una sede negoziale.

Come abbiamo ricostruito nella nostra copertura, il 2 settembre 1991 i rappresentanti dell’Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh e della regione di Shahumyan proclamarono la Repubblica del Nagorno-Karabakh richiamandosi alla legge sovietica del 3 aprile 1990 sulla secessione delle repubbliche dell’Unione Sovietica; il 10 dicembre seguì un referendum sull’indipendenza. Questo percorso costituiva la base giuridica invocata dagli Armeni dell’Artsakh per l’autodeterminazione. Non comportò tuttavia il riconoscimento internazionale della Repubblica né risolse il conflitto tra autodeterminazione e integrità territoriale.

Proprio per affrontare quel conflitto, i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE indicarono insieme tre principi: divieto dell’uso della forza, integrità territoriale e pari diritti e autodeterminazione dei popoli. La loro proposta comprendeva uno status provvisorio per il Nagorno-Karabakh, garanzie di sicurezza e la futura definizione dello status finale attraverso una manifestazione di volontà giuridicamente vincolante. Il processo di Minsk è stato formalmente chiuso nel 2025, ma l’esito militare del 2020 e del 2023 non trasforma retroattivamente la forza in un metodo di soluzione conforme a quei principi. Lo avevamo già richiamato nella nostra copertura.

Vi è poi una questione distinta dall’Artsakh. Nella risoluzione del 5 ottobre 2023, il Parlamento europeo ha rilevato che le forze azere avevano occupato parti del territorio sovrano armeno e ha richiamato le dichiarazioni irredentiste della leadership azera. Non si tratta di superfici prive di valore: alcune postazioni sulle alture consentono osservazione e controllo delle vie d’accesso e dei centri abitati.

Nella nostra copertura avevamo riferito degli sconfinamenti del 2021 e del 2022 e delle opere di ingegneria militare successive, anche presso Tegh, valutando il peso delle posizioni per la sicurezza dei villaggi, le comunicazioni e i futuri negoziati. Una ricognizione cartografica di CivilNet, pubblicata nel 2025, ha individuato posizioni azere su alture strategiche nel Syunik e in altre regioni armene; le cifre complessive dell’area controllata restano stime legate ai criteri di mappatura e alla delimitazione ancora incompleta del confine.

Quanto alla permanenza sul terreno, un rapporto attribuito a Sputnik Armenia, basato sul confronto di immagini satellitari del 2025 e ripreso nel settembre 2026, descrive l’ampliamento di strade, trincee e fortificazioni di una postazione situata, secondo la ricostruzione, all’interno dell’Armenia. È una documentazione giornalistica, non una verifica indipendente di ogni dettaglio. Insieme alla geografia delle alture occupate, rende però insufficiente liquidare quelle posizioni come semplici «chilometri quadrati» in attesa di demarcazione.

La pace si misura anche nelle parole e sul terreno

Il testo dell’accordo di pace siglato in forma preliminare nell’agosto 2025 indica una direzione precisa: Armenia e Azerbaigian riconoscono reciprocamente sovranità e integrità territoriale, dichiarano di non avere rivendicazioni territoriali e si impegnano a rinunciare alla minaccia e all’uso della forza. La delimitazione del confine e la sorte delle posizioni militari dovranno essere affrontate coerentemente con questi principi. Anche il linguaggio con cui le istituzioni preparano i cittadini a guardare il Paese vicino conta per una pace duratura.

Un incontro universitario non prova, da solo, l’intenzione di lanciare una nuova guerra. Mostra però che, mentre si negozia il riconoscimento dei confini, agli studenti viene proposta una lettura dell’Armenia come «nostra terra storica». Dopo quanto accaduto in Artsakh e alla luce delle posizioni azere in territorio sovrano armeno, questa contraddizione non è una semplice disputa terminologica.

Una pace credibile richiede tutela dei diritti degli sfollati, rifiuto della propaganda ostile e riconoscimento senza ambiguità dell’esistenza e dei confini dell’altro Stato.

Vai al sito

Comunicato stampa: Autunno in Armenia: foliage, tradizioni vinicole e attività outdoor

nformazioni sull’Armenia

Il Tourism Committee dell’Armenia invita a scoprire l’Armenia, una terra dove storia millenaria, tradizioni vivaci e paesaggi spettacolari si incontrano. Situata nel cuore del Caucaso, l’Armenia è rinomata per il suo ricco patrimonio culturale, l’ospitalità calorosa e un’ampia varietà di esperienze coinvolgenti: dai monasteri riconosciuti dall’UNESCO ai suggestivi sentieri di montagna, fino agli sport outdoor e a una scena gastronomica in forte crescita, ispirata a ricette tramandate da secoli.

Galleria fotografica

 

Comunicato stampa in formato Word

 

Ufficio stampa

Mark PR

Nadia Pasqual

+39 349 2131565

nadia.pasqual@markpr.it

Sito ufficiale: https://armenia.travel/

Facebook: https://www.facebook.com/ArmeniaTravelOfficial
Instagram: https://www.instagram.com/armenia.travel/

Armenia. il Governo Dichiara Guerra alla Chiesa Apostolica. Troppo Vicina agli Esuli dell’Artsakh… (Stilum Curiae 28.09.26)

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato dal Blog dell’Editore di Korazym.org, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.

§§§

Il governo armeno mette nero su bianco il piano per rimuovere Karekin II. Una roadmap in cinque tappe per «riformare» la Chiesa Apostolica Armena

Cattedrale di Etchmiadzin

 

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 24 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Lo scontro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena compie un ulteriore salto di qualità. Non si tratta più soltanto delle dichiarazioni con cui il Primo Ministro chiede da mesi l’allontanamento di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, né soltanto dell’inserimento della «riforma» della Chiesa nel programma governativo 2026-2031.

Il 24 settembre 2026 il Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro ha pubblicato, su istruzione dello stesso Pashinyan, un rapporto di 68 pagine sulla «crisi» della Chiesa Apostolica Armena e sulle modalità per superarla. Il documento individua sedici presunte manifestazioni della crisi e conclude con una roadmap articolata in cinque passaggi.

Il secondo passaggio è indicato senza ambiguità: «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Dopo la rimozione di Karekin II, dovrebbero seguire l’elezione di un Locum Tenens, l’adozione di un nuovo statuto unitario e, infine, l’elezione di un nuovo Catholicos.

Il governo afferma contemporaneamente che la riforma dovrà essere compiuta dalla Chiesa stessa e che lo Stato non interferirà nella sua autonomia dottrinale e canonica. È precisamente in questa tensione tra le due affermazioni che si concentra ora una questione già al centro della nostra copertura: dove termina la competenza dello Stato e dove comincia l’autonomia della Chiesa?

Un rapporto commissionato dal Primo Ministro

Il titolo del documento chiarisce già la prospettiva dalla quale è stato redatto: Report on the Crisis That Has Emerged in the Church as a Result of the Actions of the De Facto Head of the Armenian Apostolic Holy Church and a Number of Senior Clergy, and on Ways to Resolve It (Rapporto sulla crisi insorta nella Chiesa a seguito delle azioni del capo di fatto della Santa Chiesa Apostolica Armena e di alcuni alti esponenti del clero, e sulle modalità per risolverla).

Secondo il comunicato diffuso dal Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro, la sua preparazione deriva direttamente dal programma del governo armeno per il periodo 2026-2031 ed è avvenuta su istruzione di Nikol Pashinyan. Il rapporto dichiara di essere stato elaborato esclusivamente attraverso informazioni pubblicamente disponibili e fonti accessibili legalmente, accompagnate da oltre 250 citazioni e riferimenti.

Gli autori precisano inoltre che il documento non intende contestare i fondamenti dottrinali, la Sacra Tradizione o l’ordinamento canonico della Chiesa Apostolica Armena. Al contrario, affermano di voler documentare proprio la violazione di quei principi «in difesa dell’identità e dell’autonomia della Chiesa».

È una precisazione importante, perché il governo continua così a presentare la propria iniziativa non come un intervento contro la Chiesa, ma come un tentativo di ricondurla alla «canonicità», alla trasparenza e al governo collegiale.

È però altrettanto importante ricordare la natura del documento: non si tratta delle conclusioni di un tribunale né di un organismo canonico indipendente della Chiesa, ma di un rapporto prodotto da un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro su istruzione dello stesso capo del governo.

Sedici contestazioni contro il vertice della Chiesa

Il rapporto individua sedici aree nelle quali ritiene che si manifesti la crisi della Chiesa. Tra queste figurano la presunta violazione del voto di celibato da parte di Karekin II e di altri ecclesiastici, l’asserita persecuzione arbitraria e riduzione dallo stato clericale di sacerdoti, l’opacità finanziaria e l’utilizzo improprio dei beni ecclesiastici, ordinazioni e nomine fondate – secondo il documento – su legami di parentela, la politicizzazione della Chiesa, l’influenza di interessi stranieri, quella che il rapporto indica come la mancata convocazione per 27 anni dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la mancata adozione di una costituzione unitaria della Chiesa e le divisioni nelle diocesi della diaspora.

Sono formulazioni molto pesanti. Proprio per questo occorre mantenere distinta la loro documentazione nel rapporto dal loro accertamento: sono le conclusioni degli autori del documento governativo e non fatti indipendentemente stabiliti.

È significativo anche il linguaggio adottato. In tutto il rapporto Karekin II viene sistematicamente indicato come «de facto head» (capo di fatto), anziché riconosciuto semplicemente come Catholicos di Tutti gli Armeni. Il documento parte quindi già dalla premessa sostenuta da Pashinyan secondo cui l’attuale permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale sarebbe incompatibile con le norme canoniche.

Seconda tappa: rimuovere Karekin II

È nelle ultime pagine che il rapporto assume il maggiore rilievo politico e istituzionale.

La roadmap è costruita su sei principi dichiarati: canonicità, governo collegiale, depoliticizzazione, trasparenza e responsabilità, integrità e dignità, separazione tra Stato e Chiesa. Su quest’ultimo punto il documento afferma esplicitamente che la riforma deve essere realizzata dalla Chiesa attraverso il clero e i fedeli e che lo Stato deve agire esclusivamente entro le proprie competenze costituzionali e legislative, senza interferire nell’indipendenza dottrinale e canonica della Chiesa.

Seguono però cinque passaggi molto concreti.

Il primo prevede la costituzione di un gruppo di coordinamento della riforma, composto da ecclesiastici e laici, con consultazioni nelle diocesi e nelle comunità parrocchiali e il coinvolgimento delle diocesi della diaspora, del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia e dei Patriarcati Armeni di Gerusalemme e Costantinopoli.

Il secondo reca il titolo inequivocabile «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Il rapporto sostiene che le violazioni illustrate nelle sezioni precedenti rendano incompatibile la permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale. Tra le motivazioni addotte dal rapporto figurano le accuse relative al voto di celibato, alla mancata convocazione degli organismi ecclesiali, alla gestione definita «clanica», all’attività politica e all’influenza straniera, alle riduzioni dallo stato clericale, alle divisioni nella diaspora e alla gestione dei beni ecclesiastici.

Dopo Karekin II, un Locum Tenens e un audit dei beni

La terza fase dovrebbe iniziare una volta dichiarata vacante la sede. Il Sinodo dei Vescovi dovrebbe eleggere un Locum Tenens del Catholicosato, con un mandato limitato e senza possibilità di candidarsi successivamente alla carica di Catholicos.

Tra i suoi compiti il rapporto inserisce la preparazione dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la definizione del progetto di statuto unitario della Chiesa, la revisione dei casi degli ecclesiastici ridotti dallo stato clericale e soprattutto un inventario completo e un audit indipendente della situazione finanziaria e patrimoniale della Chiesa.

La quarta fase prevede l’adozione, da parte dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, di un nuovo statuto unitario. Il documento propone, tra l’altro, un tribunale canonico permanente e amministrativamente indipendente dalla gerarchia, un organismo di audit con relazione pubblica annuale, obblighi di trasparenza finanziaria, il divieto di nomine fondate sulla parentela e il divieto di attività politica per gli ecclesiastici.

Soltanto al quinto e ultimo passaggio dovrebbe essere convocata l’Assemblea Ecclesiastica Nazionale per procedere all’elezione del nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni.

La questione che avevamo già posto: chi può «riformare» la Chiesa?

È precisamente qui che torna la questione che abbiamo seguito negli ultimi mesi.

Quando il governo aveva già inserito la rimozione del Catholicos e la «riforma» della Chiesa nel proprio programma 2026-2031, la Santa Sede di Etchmiadzin aveva risposto contestando radicalmente la competenza del potere politico in questa materia. Come abbiamo riferito nell’articolo La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa», il Consiglio Spirituale Supremo sosteneva che il governo non avesse alcuna autorità costituzionale per inserire la «riforma» della Chiesa nel proprio programma e che l’Assemblea Nazionale non fosse competente a decidere questioni appartenenti alla vita interna ecclesiale.

Pashinyan sostiene invece una lettura differente. Nel suo intervento conclusivo sul programma governativo davanti all’Assemblea Nazionale del 25 agosto aveva richiamato la Costituzione armena, secondo cui i rapporti tra la Repubblica di Armenia e la Chiesa Apostolica Armena possono essere regolati dalla legge, annunciando già allora la pubblicazione entro un mese di un rapporto sulla «crisi» della Chiesa e proponendo successivamente una commissione parlamentare d’inchiesta. Il rapporto del 24 settembre è dunque l’attuazione di quell’annuncio.

Intanto Karekin II è anche sotto processo

Il documento governativo arriva mentre Karekin II e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono imputati in un procedimento penale distinto, che abbiamo seguito nell’articolo Armenia, la Cassazione rimanda ad Armavir il processo a Karekin II. Kocharyan impugna la custodia cautelare.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il procedimento deve essere esaminato dal Tribunale di primo grado della regione di Armavir. Il 17 settembre si è quindi tenuta presso la sede di Etchmiadzin del Tribunale di primo grado della regione di Armavir una nuova udienza. I difensori hanno presentato istanze nelle quali contestano la costituzionalità e la legittimità del procedimento, richiamando in particolare il diritto costituzionalmente riconosciuto della Chiesa alla propria autonomia. La prossima udienza è stata fissata al 30 ottobre alle ore 15.00.

Le accuse riguardano il presunto ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria relativa al Vescovo Gevorg Saroyan, già Primate della Diocesi di Masyatsotn. La Chiesa sostiene invece che nomina, rimozione e status canonico dei Vescovi appartengano alla propria sfera di autonomia e siano disciplinati dal diritto canonico.

Sono due piani ben distinti: il procedimento penale deve essere deciso dal giudice sulla base delle accuse e delle prove; il rapporto pubblicato oggi è invece un documento politico-amministrativo commissionato dal governo.

Ma il secondo modifica inevitabilmente il contesto nel quale si svolge il primo. Mentre un tribunale è chiamato a giudicare il Catholicos, un organismo dipendente dall’Ufficio del Primo Ministro pubblica un documento nel quale la sua rimozione viene indicata esplicitamente come una delle tappe necessarie per risolvere la «crisi» della Chiesa.

Etchmiadzin respinge il rapporto: «Incostituzionale, anticanonico e illegittimo»

La risposta della Santa Sede di Etchmiadzin è arrivata nella tarda serata del 24 settembre. In una dichiarazione ufficiale, il rapporto governativo viene definito «incostituzionale, anticanonico e illegittimo, tanto nel contenuto quanto nella forma» e presentato come una manifestazione di «ritorsione politica», spirito vendicativo e indebita interferenza nella vita interna della Chiesa.

Etchmiadzin sostiene che il documento sia stato compilato, utilizzando denaro pubblico, sulla base di accuse e affermazioni diffamatorie diffuse attraverso i mezzi d’informazione e i social network. Non entra però nel merito di ciascuna delle sedici contestazioni formulate dal rapporto, ma ne respinge la stessa legittimità istituzionale.

La Santa Sede ribadisce la posizione adottata dall’Assemblea Episcopale riunita a St. Pölten, in Austria, dal 17 al 19 febbraio 2026: le autorità dovrebbero cessare quella che la Chiesa definisce una persecuzione contro il clero e il Catholicos eletto canonicamente, rispettare l’autonomia ecclesiale e affrontare le divergenze attraverso il dialogo, senza condizioni preventive o ultimatum. Secondo Etchmiadzin, sarebbero precisamente le autorità armene a creare artificialmente una crisi nella vita della Chiesa. Qualsiasi iniziativa di riforma dettata da arbitrio politico, manipolazione o coercizione sarebbe pertanto inaccettabile: i problemi interni e il futuro ordinamento della Chiesa possono essere affrontati esclusivamente attraverso decisioni dei suoi supremi organi canonici.

Il paradosso contenuto nelle 68 pagine

Il rapporto pubblicato oggi rende ancora più evidente questo nodo.

Da una parte proclama tra i propri principi fondamentali la «separazione tra Stato e Chiesa» e afferma che la riforma dovrà essere realizzata dalla Chiesa stessa, attraverso il clero e i fedeli, senza interferenze dello Stato nella sua autonomia dottrinale e canonica.

Dall’altra parte, è un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro – su istruzione del Primo Ministro – a raccogliere e valutare materiale riguardante la disciplina canonica, a individuare sedici presunte manifestazioni della crisi, a concludere che Karekin II non possa continuare a ricoprire l’ufficio di Catholicos e a indicare dettagliatamente la sequenza attraverso la quale dovrebbe essere sostituito.

Questa contraddizione apparente non dimostra, da sola, che sia stata commessa un’illegittima interferenza: è precisamente la questione giuridica, costituzionale e religiosa che dovrà essere valutata. Ma rende ormai inevitabile porre la domanda.

Non più soltanto se Karekin II debba rispondere alle contestazioni che gli vengono rivolte – contestazioni che, quando assumono natura penale, devono essere accertate davanti ai tribunali e, quando sono canoniche, davanti agli organi competenti della Chiesa – ma chi abbia il potere di stabilire che Karekin II debba cessare dall’ufficio di Catholicos e chi abbia titolo per determinare il futuro ordinamento interno della Chiesa Apostolica Armena.

È su questo confine, sempre più sottile, tra potere dello Stato e autonomia della Chiesa che si giocherà ora una delle questioni istituzionali più delicate dell’Armenia.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori (Cucina e Vini 27.09.26)

Trentacinque anni di indipendenza raccontati attraverso la musica, la memoria e il senso di appartenenza. Martedì 22 settembre l’Auditorium Conciliazione ha accolto le celebrazioni per l’anniversario della Repubblica d’Armenia, in una serata promossa dall’Ambasciata Armena con una grande partecipazione tra esponenti del corpo diplomatico, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti, membri della comunità armena e amici del Paese. Ad accogliere gli ospiti l’ambasciatore Vladimir Karapetyan.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori
L’ambasciatore Vladimir Karapetyan

Una serata bellissima composta da due anime, la prima musicale, capace di intrecciare Armenia e Italia, la seconda enogastronomica, fatta di sapori e vini di una terra antica. Una serata in cui il trentacinquesimo anniversario è diventato l’occasione per rinnovare quei legami culturali e umani fra Armenia e Italia.

Celebrazione e concerto

È una ricorrenza che porta con sé il peso della storia. Il 21 settembre 1991, nel referendum sull’indipendenza dall’Unione Sovietica, il 94,39 % degli aventi diritto si espresse a favore, con un’affluenza del 95 per cento. Due giorni più tardi, il 23 settembre, il Consiglio supremo dichiarò formalmente l’Armenia repubblica indipendente e sovrana. A Roma quella storia ha trovato una voce nel Concerto di Gala diretto dal maestro Gerardo Di Lella. Cominciando con gli inni nazionali dei due Paesi, l’orchestra ha saputo costruire un dialogo fra due tradizioni musicali: da una parte Aram Khachaturian e Arno Babajanyan, due dei più grandi e influenti compositori e pianisti armeni del ventesimo secolo e dall’altra Nino Rota, Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Stelvio Cipriani e Riz Ortolani, i nostri più grandi e celebri compositori della storia del cinema, famosi in tutto il mondo per aver creato colonne sonore indimenticabili.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori
Ghapama

Bellissima l’immagine di una grande orchestra con musicisti di tutte le età, tanti giovani, uomini e donne di notevole maestria e professionalità. Ma non finisce qui, le esibizioni dell’orchestra sono state impreziosite dalla bellissima voce della cantante lirica armena Goar Faradzhian, un insieme che incantava veramente! Questo evento è stato immaginato un po’ come un ponte costruito sul pentagramma: la malinconia, la passione e gli echi del folclore delle melodie armene, hanno incontrato la grande tradizione musicale italiana nel mondo del cinema, in un percorso pensato per avvicinare due Paesi solo geograficamente lontani. Grandi applausi per l’esecuzione dei brani, la platea si è veramente fatta trasportare, in un’atmosfera resa particolarmente intensa e coinvolgente.

Dopo le ultime note e il bis concesso dall’Orchestra con la famosissima Danza delle spade di Aram Khachaturian, i festeggiamenti sono proseguiti a tavola.

Enogastronomia armena

Il ricevimento riservato ha portato gli ospiti dentro un’altra espressione dell’identità armena, quella gastronomica e vitivinicola: una selezione di piatti tipici della tradizione nazionale, accompagnata da vini armeni di grande qualità, è stata offerta in un ambiente elegante e ricercato quale quello del ristorante Chorus.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori
Tolma

Abbiamo apprezzato tra le specialità armene il lavash, il tradizionale pane sottile armeno, il ghapama, una zucca ripiena di riso e frutta secca, l’harisa, a base di grano e pollo, e la tolma, l’involtino di foglia di vite ripieno di carne. Per non parlare dei dolci, a cominciare dalla pakhlavà, preparata con sottili strati di pasta fillo, arricchita con noci o pistacchi tritati, aromatizzata con spezie e addolcita con miele o sciroppo di zucchero profumato, poi il gatà, un tipo di pane dolce preparato tradizionalmente con un impasto lievitato arricchito con burro, uova e zucchero. Il ripieno varia ma spesso include un composto di noci tritate, zucchero e spezie aromatiche. e per finire il sujuku, noci infilate su un filo e ricoperte da una preparazione densa a base di mosto o succo d’uva. Questi deliziosi piatti tipici sono stati offerti insieme a preparazioni della nostra tradizione italiana come i fantastici supplì romani di Arcangelo Dandini e a tanti finger food che hanno fatto onore alla nostra cucina italiana.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori
Gatà, pakhlavà e sujuku

Il tutto era abbinato con degli ottimi vini Armeni. Siamo rimasti sinceramente sorpresi dal livello di questi vini, non è un caso che l’Armenia sia considerata la culla della viticoltura. Buonissimo il Voskevaz Bianco, prodotto dalla Voskevaz Winery nella regione dell’Aragatsotn. Un bianco secco, vinificato in acciaio, con sentori primari di fiori e frutta ma accompagnati da note minerali. In bocca ha corpo e morbidezza, fresco ma dalla struttura intrigante ed equilibrata. Si continua con Areni Noir Karasi Collection prodotto sempre dalla Voskevaz Winery, un rosso che proviene dalla stessa regione armena del bianco, dove le viti sono coltivate a 1600 metri di altitudine e in questo caso la fermentazione avviene nelle karas (tradizionali anfore di gesso armene) e invecchiato in botti armene di rovere per 12 mesi. Un gran bel vino, al naso si percepiscono riconoscimenti di ciliegie, prugne e fiori secchi, ha un aroma speziato, dai sentori terziari come la vaniglia, morbido e lungo in bocca.

Armenia, 35 anni di indipendenza celebrati con musica e sapori

Ma la vera sorpresa è il Brandy di Ararat della Yerevan Brandy Company, è prodotto utilizzando solo uve autoctone, cresciute nell’ Ararat Valley, una valle baciata dal sole per trecento giorni all’anno, da cui si ottiene il vino che poi, attraverso una doppia distillazione, porta al prodotto finale, dopo 10 anni di invecchiamento. È un brandy dal gusto intenso e armonioso, simbolo della tradizione armena. Questa narra che il brandy sia un omaggio alla bellissima leggenda della principessa Tamar e al suo amore per un giovane coraggioso che ogni notte attraversava le tumultuose acque del lago di Van per raggiungerla. Elegante e dalle sfumature ambrate, con aromi di frutta secca, miele e vaniglia, è fantastico in abbinamento ai dolci armeni, ma anche da solo è protagonista per momenti di meditazione in ottima compagnia. Non serve altro!

Vai al sito

Gerusalemme, usa lo spray al peperoncino contro un bambino (armeno) cristiano: arrestato (Skytg24 27.09.26)

Gli agenti hanno annunciato l’arresto di un uomo che avrebbe spruzzato dello spray al peperoncino contro un bambino cristiano armeno di 9 anni nella zona di Mamilla, a Gerusalemme, durante lo Yom Kippur, perché andava in bicicletta e indossava delle cuffie durante la festività religiosa. Il sospettato è stato arrestato nel nord di Israele

La polizia ha annunciato l’arresto di un uomo che avrebbe spruzzato dello spray al peperoncino contro un bambino cristiano armeno di 9 anni nel quartiere di Mamila a Gerusalemme, durante lo Yom Kippur, perché questi era andato in bicicletta e indossava le cuffie nel giorno sacro. Lo riporta il Times of Israel. Il sospettato è stato identificato come un ventiduenne proveniente dall’insediamento a maggioranza ultraortodossa di Ganei Modi’in, vicino a Gerusalemme.

La polizia: “Atto di estrema gravità”

La polizia afferma che è stato arrestato nel nord di Israele, dove si trovava da diversi giorni. Il ventiduenne verrà condotto in una stazione di polizia di Gerusalemme dove sarà interrogato durante la notte, e a seconda dei risultati dell’interrogatorio, potrebbe essere portato domani davanti a un tribunale per la proroga della detenzione. “La polizia israeliana considera con estrema gravità gli atti di violenza e bullismo contro i minori, soprattutto quelli perpetrati con motivazioni nazionaliste o razziste”, afferma la polizia.

Un film sulla Arslan, la voce degli Armeni e la verità sul genocidio (enordest 27.09.26)

La scrittrice best-seller Antonia Arslan, 88 anni, padovana di origine armena, per la prima volta ha aperto la sua casa e il suo cuore: da qualche giorno a Padova sono terminate le riprese di un docufilm, prodotto da Eriadorfilm, dedicato alla sua vita e alla sua storia. Un ritratto inedito tra vita, famiglia, impegno sociale e letterario, radici e memoria.

Il film sulla Arslan

Nel film, dal titolo “Antonia Arslan”, l’autrice racconta la sua infanzia durante la guerra sulla Riviera del Brenta, l’adolescenza nell’incanto delle Dolomiti, l’Isola degli Armeni a Venezia (centro pulsante della memoria armena in Europa), la vita adulta tra Padova e New York, Venezia e l’Isola degli Armeni.

Un viaggio intimo e collettivo

Fotografie d’epoca, racconti, aneddoti, retroscena, accompagnano la lunga intervista in cui per la prima volta Antonia Arslan si svela, dall’infanzia fino a oggi. Dal nonno armeno Yerwant Arslanian, il patriarca, e la terribile scoperta, da bambina, di ciò che era accaduto al popolo delle sue radici con il genocidio degli Armeni, all’impegno come voce del popolo armeno, l’attività di professoressa di letteratura italiana all’Università di Padova, i tanti romanzi, le centinaia di conferenze in tutto il mondo. Sullo sfondo, il ricordo doloroso del genocidio del 1915-1923, mai riconosciuto dagli oppressori turchi.

La Arslan scrittrice

Antonia Arslan come scrittrice ha raccontato la diaspora del popolo armeno in tanti romanzi, tra cui il più famoso La masseria della allodole (Rizzoli), best-seller mondiale in cui narra il massacro dei suoi antenati Arslanian, nella casa di famiglia sulle colline dell’Anatolia, libro che quest’anno copie 22 anni. Retroscena inediti accompagnano la lunga intervista in cui per la prima volta Antonia Arslan si racconta come persona.

Un film girato in Veneto

Un docufilm dal linguaggio lirico, commovente, che si muove tra il palazzo di Antonia Arslan a Padova, Venezia, la laguna, ville, monasteri, montagne. La regia è di Giulia Belluco, che è anche produttrice con Eriadorfilm. Soggetto e testi di Francesca Visentin, con la collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. Il film sarà presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2027. Il docufilm “Antonia Arslan” è realizzato con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e sostenuto da Regione del Veneto. E con la collaborazione di Masseria Cuturi 1881, GB Hotels, Arte Arredo Andriollo, La Fiera delle Parole, Casa di Cristallo.

Il 27 settembre tra le tombe di Yerablur, sei anni dopo: i volti dietro le cifre della guerra in Artsakh (Korazym 27.09.26)

Domenica 27 settembre 2026, nel sesto anniversario dell’inizio della guerra dei 44 giorni dell’Azerbaigian in Artsakh, genitori, vedove, figli e commilitoni si sono recati al pantheon militare di Yerablur, a Erevan. Alcuni sono rimasti seduti accanto alle tombe; altri hanno portato fiori freschi, acceso incenso o pulito le lapidi con le fotografie dei loro cari. The Armenian Report ha documentato la commemorazione.

Le bandiere dell’Armenia e dell’Artsakh sventolano sopra le file di sepolture. Per molte famiglie, Yerablur è diventato il luogo in cui la guerra continua ad avere un volto e un nome. La visita del 27 settembre è un gesto di memoria, ma anche il ritorno a un’assenza che accompagna ogni giorno della loro vita.

I caduti e i dispersi

Secondo i dati del Comitato investigativo armeno riportati da The Armenian Report, nella guerra del 2020 morirono 3.833 persone della parte armena: 3.755 militari e 78 civili. Altre 191 persone, tra cui 172 militari e 19 civili, risultano tuttora disperse. Sono cifre che descrivono la dimensione della perdita; le fotografie sulle tombe di Yerablur ricordano che ciascuna corrisponde a una storia.

I combattimenti iniziati il 27 settembre terminarono con la dichiarazione firmata il 9 novembre 2020 da Armenia, Azerbaigian e Russia. Sei anni dopo, il dolore delle famiglie resta presente, così come l’attesa di chi non ha ancora avuto notizie definitive dei dispersi. A Yerablur, nel giorno dell’anniversario, il ricordo prende la forma semplice dei fiori deposti, delle lapidi curate e del tempo trascorso accanto ai propri cari.

Vai al sito

Artsakh, il diritto al ritorno davanti all’ONU. Le rivendicazioni azeri sul patrimonio Cristiano raggiungono Geghard (Korazym 26.09.26)

A tre anni dall’offensiva azera del settembre 2023 e dall’esodo degli Armeni dell’Artsakh, il diritto al ritorno è stato nuovamente portato davanti al Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani. Il 22 settembre, durante la sua 63ª sessione a Ginevra, Joel Veldkamp di Christian Solidarity International (CSI) ha pronunciato una dichiarazione copromossa dalla World Evangelical Alliance e dall’European Centre for Law and Justice.

 

Veldkamp ha richiamato l’impossibilità per gli sfollati Armeni di tornare nelle loro case, la detenzione di Armeni in Azerbaigian e la distruzione di luoghi del patrimonio culturale.

Ha citato anche la recente visita di circa 150 diplomatici nell’Artsakh, durante la quale rappresentanti Azeri hanno presentato monumenti cristiani armeni come testimonianze dell’antica Albania caucasica. Secondo CSI, «la pace nel Caucaso meridionale non può essere costruita sulla pulizia etnica, sulla detenzione illegale per motivi politici e sulla distruzione culturale».

Le tre organizzazioni hanno chiesto al Consiglio misure concrete per garantire agli Armeni dell’Artsakh un ritorno sicuro e il pieno esercizio dei loro diritti.

La nuova iniziativa azera sul patrimonio Cristiano in Armenia

Pochi giorni prima, il 22 settembre, la cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian Occidentale aveva annunciato all’agenzia azera APA la costituzione di un gruppo di lavoro dedicato a quello che definisce «patrimonio cristiano albanese» nell’attuale territorio dell’Armenia. La ricerca annunciata comprende chiese, cappelle, monasteri e khachkar nelle aree di Syunik, Vayots Dzor e del bacino del lago Sevan. La Comunità collega espressamente questa attività alle basi storiche e culturali della propria agenda del «ritorno» e richiama la visita dei diplomatici al monastero di Gandzasar. Va sottolineato che queste sono delle rivendicazioni formulate dall’organizzazione, non attribuzioni storiche accertate.

Come segnala 301.am, la Comunità ha pubblicato anche fotografie del monastero di Geghard, presentandolo nell’ambito del patrimonio storico e culturale che rivendica. Geghard si trova in Armenia ed è iscritto nella Lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO dal 2000. Nella sua scheda ufficiale, l’UNESCO lo descrive come una testimonianza di straordinario valore dell’architettura monastica armena medievale e ne documenta, tra gli altri elementi, le iscrizioni e i khachkar.

Il passaggio da Gandzasar e Dadivank a Geghard merita attenzione: una narrazione già applicata ai monumenti dell’Artsakh viene ora richiamata anche per luoghi situati entro i confini della Repubblica di Armenia.

Le parole di Pashinyan sulla pace e sui monumenti

Il 17 settembre il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan aveva definito la narrativa dell’«Azerbaigian Occidentale» una grave sfida e una minaccia per la sicurezza dell’Armenia, della regione e della «conclusione positiva dei negoziati per l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian». Una settimana dopo, nel discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha sostenuto che i risultati conseguiti nei rapporti con l’Azerbaigian debbano prevalere sulla retorica conflittuale, anche quando riguarda la storia e i monumenti storico-culturali.

Le due dichiarazioni rispondono a contesti diversi. La nuova iniziativa annunciata dalla Comunità dell’Azerbaigian Occidentale rende però più urgente una domanda: come tutelare il patrimonio e l’identità storica armena mentre il confronto politico tra Erevan e Baku viene presentato soprattutto nei termini della normalizzazione?

Il patrimonio e il diritto al ritorno

In un intervento pubblicato il 25 settembre su The National Interest, Stephan Pechdimaldji osserva che la ridefinizione dell’identità dei monumenti dell’Artsakh non riguarda soltanto il passato. Presentare chiese e monasteri legati da secoli alla vita religiosa armena come testimonianze esclusivamente «albane caucasiche» contribuisce, secondo l’autore, a mettere in discussione il legame storico degli Armeni con quei luoghi.

È un punto che collega i due temi al centro di questo articolo. Per gli Armeni costretti a lasciare l’Artsakh, il riconoscimento delle tracce della loro presenza riguarda anche la possibilità di rivendicare il ritorno alle proprie case. Pechdimaldji avverte inoltre che un processo di pace concentrato sui confini, sui collegamenti e sulle garanzie di sicurezza rischia di lasciare irrisolta la questione del patrimonio e dell’identità di chi viveva nella regione. La rivendicazione ora estesa a Geghard rende questa riflessione ancora più pertinente: la stessa lettura storica proposta per i monumenti dell’Artsakh viene applicata a un monastero situato nel territorio della Repubblica di Armenia.

Vai al sito

Il macabro tour azero tra le case e chiese vuote degli armeni in Artsakh (Tempi 26.09.26)

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella sorte che tocca alla storia nell’Azerbaigian di oggi: persino uno storico azero in esilio può diventare imputato per aver messo in discussione la narrazione ufficiale. Altay Goyushov, storico e accademico azero, oggi residente in Francia, è stato condannato in contumacia da un tribunale di Baku, nel febbraio 2026, a sei anni di carcere. Da anni critica il sistema politico azero e l’uso della storia da parte del regime di Aliyev, denunciando una ricerca storica sempre più subordinata all’ideologia ufficiale. È questo il contesto in cui leggere ciò che è accaduto, pochi giorni fa, a Gandzasar.

Il tour organizzato dal regime

L’11 e il 12 settembre 2026, circa 150 rappresentanti del corpo diplomatico di 58 paesi e di nove organizzazioni internazionali hanno attraversato il Nagorno-Karabakh — l’Artsakh — e le aree circostanti sotto controllo azero. La delegazione era accompagnata da Hikmet Hajiyev, consigliere per la politica estera del dittatore Ilham Aliyev. Tra le tappe, Gandzasar e Dadivank.

Ai diplomatici non sono stati mostrati soltanto dei monumenti, ma è stata offerta una versione della storia. E a Gandzasar questa differenza è diventata impossibile da ignorare.

Leggi anche

Una terra svuotata

La visita di settembre arriva tre anni dopo l’operazione militare azera del settembre 2023, che portò alla fuga verso l’Armenia di oltre 100.000 armeni del Nagorno-Karabakh, praticamente l’intera popolazione autoctona armena della regione.

Organizzazioni armene e internazionali per i diritti umani hanno descritto quell’esodo come pulizia etnica; facendo riferimento alle definizioni e agli elementi costitutivi del termine, si è parlato anche di genocidio. Baku respinge entrambe le qualificazioni e presenta l’operazione del settembre 2023 come il ripristino della sovranità azera, ottenuto con la forza.

Per decenni, il Gruppo di Minsk dell’Osce aveva ribadito che non esisteva una soluzione militare al conflitto e che la via da perseguire era quella negoziale. Oggi il paradosso è brutale: ciò che la diplomazia internazionale aveva cercato per decenni di evitare — la soluzione del conflitto attraverso la forza e lo svuotamento di una regione storicamente armena— viene presentato dalla narrazione ufficiale di Baku come una vittoria politica, celebrata e persino esibita davanti ai diplomatici stranieri.

Normalizzare la pulizia etnica

La visita a Gandzasar e Dadivank non è stata soltanto un viaggio attraverso un territorio trasformato dalla guerra. È stata una messa in scena accuratamente organizzata di ciò che la forza ha prodotto, con la comunità internazionale invitata non semplicemente a vedere il risultato, ma a riconoscerlo come normale.

In una lettera aperta del 14 settembre, il Comitato per la difesa dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh ha avvertito che i diplomatici rischiavano di diventare “comparse” nella ricerca di un riconoscimento internazionale delle conseguenze dell’esodo, sottolineando l’assurdità di mostrare case senza proprietari e chiese senza fedeli.

Alcuni diplomatici stranieri assistono alla spiegazione di una guida azera dei monumenti armeni nell'Artsakh occupato dal regime di Aliyev
Alcuni diplomatici stranieri assistono alla spiegazione di una guida azera dei monumenti armeni nell’Artsakh occupato dal regime di Aliyev

La negazione della storia

Il pericolo è trattare il patrimonio cristiano armeno come un semplice pezzo di territorio passato da una sovranità all’altra. Non lo è. Gandzasar e Dadivank, come altri monumenti della cultura cristiana armena, sono architettura, epigrafia, storia religiosa: iscrizioni, khachkar, sculture, tradizione manoscritta e liturgica appartengono al patrimonio del cristianesimo armeno e, attraverso di esso, a quello universale.

E qui la scena di Gandzasar assume un aspetto surreale. Un ricco patrimonio di iscrizioni medievali in Grabar è ancora inciso nella pietra, nella lingua dei fondatori del monastero. Tuttavia, l’attenzione dei diplomatici viene appositamente spostata su una moderna riproduzione contenente pagine bianche, tratta dalla collezione manoscritta dell’Artsakh e preparata anni prima dell’invasione azera dagli esperti del Matenadaran per un’esposizione a Gandzasar.

Le iscrizioni in armeno classico incise nella pietra risalgono, difatti, a secoli prima che esistesse lo Stato azero, nato sotto Stalin e battezzato con il nome preso in prestito dalla provincia iraniana dell’Azerbaigian.

Gli azeri raccontano gli armeni

Ma a parlare è anche la storiografia armena medievale. Il grande storico del XIII secolo Kirakos Gandzaketsi, nella sua Storia degli Armeni, descrive Hasan Jalal, principe di Khachen e dell’Artsakh e promotore della costruzione di Gandzasar, con parole difficilmente conciliabili con la narrazione oggi proposta ai diplomatici:

«…il grande principe di Khachen e delle regioni dell’Artsakh, Hasan, che chiamavano affettuosamente Jalal, uomo pio, timorato di Dio e modesto, armeno per stirpe».

(մեծ իշխանն Խաչենոյ եւ կողմանցն Արցախու Հասան, զոր Ջալալն կոչէին գգուանօք, այր աստուածապաշտ եւ երկիւղած, եւ պարկեշտ հայ ազգաւ)

Il complesso di Gandzasar fu costruito tra il 1216 e il 1238 per iniziativa di Hasan Jalal e consacrato nel 1240. Durante la visita, Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank come parte del patrimonio cristiano della cosiddetta, tormentata e fin troppo abusata “antica Albania caucasica”, descrivendo Hasan Jalal come un sovrano albanese.

Non è dunque una semplice disputa terminologica. È la questione di chi abbia il diritto di raccontare un monumento dopo che il popolo che lo ha costruito, abitato e venerato è stato costretto ad andarsene.

Leggi anche

«Dolore e indignazione»

La Santa Sede di Etchmiadzin ha condannato la presentazione di Hajiyev, denunciando la negazione dell’identità armena di Gandzasar e Dadivank e il coinvolgimento di diplomatici stranieri nella diffusione di quella che definisce una falsificazione storica.

Anche Sua Santità Aram I ha reagito con durezza, parlando di «profondo dolore e indignazione» davanti alle immagini di Shushi e dei monumenti armeni presentati come albanesi.

Ma la questione non riguarda soltanto la memoria. Riguarda anche gli armeni detenuti in Azerbaigian. L’avvocata per i diritti umani Siranush Sahakyan ha denunciato presunti casi di tortura, riferendo che ad alcuni prigionieri sarebbero state bruciate dalla pelle le croci tatuate sul corpo. Il rapporto 2026 della US Commission on International Religious Freedom (Uscirf) riferisce anch’esso della cancellazione mediante ustioni dei tatuaggi a forma di croce sui prigionieri cristiani armeni detenuti in Azerbaigian.

Ed è qui che la scena assume un significato ancora più inquietante: chiese svuotate dei loro fedeli vengono presentate come patrimonio non armeno, mentre prigionieri armeni che portano sul corpo gli stessi simboli cristiani sarebbero stati sottoposti alla loro rimozione mediante ustioni.

Una strana coincidenza

La coincidenza è difficile da considerare neutra. Il 12 settembre 2022, l’Azerbaigian lanciò un’ampia offensiva contro l’Armenia. Human Rights Watch ha autenticato filmati che mostrerebbero l’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra armeni, parlando di crimini di guerra; altre immagini documentarono torture, abusi e mutilazioni, fra cui il caso della militare Anush Apetyan.

Chiusa la tappa di Gandzasar, con Hajiyev nei panni di guida turistica ed esperto di “prove” delle presunte falsificazioni armene, il gruppo accolto dalla dittatura di Aliyev arriva a Shushi. Si pubblicano le immagini con i soliti diplomatici stranieri, fra cui la rappresentante speciale dell’Ue Magdalena Grono, sorridenti e partecipi di una celebrazione organizzata dalle autorità azere, nella stessa città da cui la popolazione armena è stata espulsa.

La giustapposizione è brutale: una data di lutto, una città svuotata dei suoi armeni, una chiesa sottoposta a una narrazione storica contestata e rappresentanti internazionali che celebrano accanto alle autorità che oggi controllano quel patrimonio.

La diplomazia della normalizzazione

Il regime di Baku continua, di fatto, la guerra contro l’Armenia e contro ogni traccia di armenità: negli archivi, nei musei, nei monumenti, nei libri di scuola, nei cimiteri, nelle fotografie. È il suo modo di autoidentificarsi e consolidarsi, dentro una crisi identitaria che dura da decenni.

Dopo il 2020, l’Azerbaigian ha portato sempre più spesso giornalisti, influencer e visitatori stranieri nei territori passati sotto il suo controllo, costruendo una rappresentazione fatta di “vittoria”, “ricostruzione” e “nuova identità della regione”.

La visita descritta sopra segue la stessa logica. La questione, dunque, non è che quei diplomatici abbiano visitato l’Artsakh. È ciò che hanno visto e il modo in cui è stato loro raccontato, in una terra strappata alla sua popolazione armena autoctona: monumenti religiosi armeni presentati attraverso una narrazione storica contestata e questioni ancora aperte sull’accesso indipendente e sulla verifica internazionale sul posto.

In questo contesto, qualsiasi visita diplomatica in Artsakh rischia di trasformarsi in una normalizzazione internazionale dei risultati della pulizia etnica.

Vai al sito

L’intervista ad Antonia Arslan: la memoria come fondamento della pace (Lanuovabq 26.09.26)

La scritrice Antonia Arslan, autrice de La Masseria delle Allodole fonda il suo stile letterario sulla memoria, personale e del popolo armeno. Una questione fondamentale per un popolo cristiano i cui persecutori ottomani hanno voluto cancellare ogni traccia. Ecco la sua intervista.

Cultura 26_09_2026
Antonia Arslan (foto di Andrea Zambrano)Se il contrario della pace non è soltanto la guerra, quanto il disordine, allora non può esistere la pace se si falsifica la memoria. È questo il significato della testimonianza di Antonia Arslan, alla Giornata della Bussola, il 19 settembre al Centro pastorale ambrosiano di Seveso (MB) e dal tema “Cristo è la nostra pace”.

Antonia Arslan, scrittrice italiana di padre armeno, già docente di Letteratura moderna e contemporanea all’Università di Padova, autrice del capolavoro La Masseria delle Allodole, sul genocidio armeno, fonda il suo stile letterario sulla memoria, personale, famigliare e del suo popolo. «Il tema della memoria, sì, ma anche dell’attualità. Perché c’è un aspetto della tragedia armena che non può essere trascurato: la volontà, la determinazione ferrea, dei governi turchi (successivi al genocidio), non solo a negare, ma a cancellare ogni traccia. Sia del popolo scomparso che della sua eredità storica, architettonica e anche linguistica». Un milione e mezzo di persone vennero annientate, con una sistematicità “industriale”, nel primo genocidio moderno, condotto nell’Impero Ottomano dal governo dei Giovani Turchi, dal 1915 al 1916. Ma dopo il crimine è iniziata subito la rimozione. Oggi è come se il popolo armeno non fosse mai esistito nell’Anatolia orientale, dove aveva sempre vissuto.

Si tratta di attualità e non solo di storia perché ora vediamo lo stesso impegno a cancellare le tracce dell’esistenza degli armeni nell’enclave del Nakhichevan, come l’autrice ha documentato assieme al professor Aldo Ferrari in Un genocidio culturale dei nostri giorni. E più di recente nel Nagorno Karabakh, dove gli armeni sono stati scacciati nel 2023. Questa volta a cancellare le tracce della presenza armena e la memoria del popolo non è più il governo dei Giovani Turchi ma quello dell’Azerbaigian, sostenuto dalla moderna Turchia di Erdogan.

La Arslan, citando il saggio I peccati dei padri di Siobhan Nash-Masrshall e da lei introdotto nell’edizione italiana, risale alle radici tedesche della filosofia politica che animò il movimento dei Giovani Turchi e la loro furia razionale genocida. Le idee formative dello sterminio di massa nascono in Germania alla fine dell’Ottocento. Una minoranza che “disturba” che “non vuoi più vedere” che “dà fastidio” alla formazione della nazione, deve essere eliminata, liquidata fisicamente. «Ma non solo la fisicità dei corpi, ma anche le idee, gli ambienti, gli usi e il suo modo di vivere».

Una pace fondata sulla cancellazione di un popolo, non è una vera pace. E non è vera pace quella fondata sulla riscrittura della storia, sull’oblio del crimine, ottenuta “mettendoci una pietra sopra”. «La memoria serve a costruire delle basi solide. Se dimentichi, se cancelli tutto di quel che è avvenuto, ti trovi poi in un mondo che non capisci più». E questo è fondamentale anche per la nostra esistenza, anche per la nostra fede: «Se non sappiamo su cosa stiamo in piedi, restiamo sempre in cerca di qualcosa. Il cristianesimo è la realtà di Cristo, è un qualcosa che ci lega, che ci fa capire più a fondo. Essere cristiani, a mio modesto parere, è anche conoscere il passato, amare il passato, perdonare il passato».

Vai al sito