Turchia, quello sforzo ecumenico delle chiese cristiane che sono in minoranza (AciStampa 14.10.21)

Era stato eletto patriarca armeno di Costantinopoli nel 2019, ma solo quest’anno, dopo uno stop forzato dovuto alle restrizioni della pandemia, Sahak II Mashalyan è potuto venire a Roma e ha potuto incontrare Papa Francesco. Un incontro “di cortesia”, ha raccontato ad ACI Stampa lo stesso patriarca. Il quale ha portato con sé a Roma una ventata di impegno ecumenico, e soprattutto un piccolo libro in inglese, Christianity (Cristianesimo).

È un libro che ha la sua importanza nel cammino dell’ecumenismo, perché racconta anche di un lavoro costante fatto ad Istanbul da tutte le vecchie confessioni cristiane. “Costantinopoli – spiega Sahak II ad ACI Stampa – ha tutto il suo peso storico, con le divisioni tra cristiani, gli scismi. Eppure qui abbiamo una commissione congiunta delle Chiese Cattoliche, Ortodosse e Protestanti, e con questa commissione abbiamo pubblicato in turco e poi tradotto in inglese questo libro in cui si affrontano i temi fondamentali della nostra fede. È un libro che racconta di un programma comune”.

Nel piccolo libro vengono affrontati tutti i temi teologici in comune tra le confessioni cristiane, secondo la logica del guardare prima quello che unisce piuttosto che quello che si divide.

Si va, allora, dall’esistenza e unicità di un Dio al tema della seconda venuta di Gesù Cristo, passando per l’attività dello Spirito Santo, il posto e l’importanza della Chiesa nel mondo, la resurrezione dei morti e persino i fondamenti dell’etica cristiana, nonché il rapporto del cristianesimo con la cultura.

È un libro che ha un suo peso, in un posto come la Turchia, dove il cristianesimo, sommando tutte le confessioni cristiane, non raggiunge lo 0,2 percento della popolazione. E gli armeni, di questo gruppo, sono i più numerosi. “Siamo cinquantamila – racconta il patriarca Sahak II – mentre i cattolici, divisi in cattolici di rito latino, siriano e caldeo, sono 21.500, i greco ortodossi 2 mila, i siriaci 12 mila e i protestanti 5 mila”.

Gli armeni sono numerosi in Turchia. Il Patriarca Sahak II ricorda che gli armeni sono “una minoranza bilingue”, ma che in fondo non stanno malissimo, considerando che hanno anche un periodico nella loro lingua, e persino le relazioni tra armeni e turchi sono considerate un problema del passato.

I problemi veri – aggiunge – sono quelli che vive “ogni minoranza nel mondo”, a partire dal problema demografico, perché “siamo una comunità che muore, abbiamo un tasso di mortalità dell’1,2 per cento a fronte di un tasso di mortalità del 2,6 per cento”.

C’è poi il tema di trovare una ragione per rimanere in Turchia, nonostante ci sia “libertà di culto e la comunità goda di buona salute, anche se ci sono, non lo nego, alcuni problemi a livello locale. Le nostre istituzioni hanno una buona forma dal punto di vista finanziario, ma non abbiamo uno status legale, un riconoscimento giuridico”.

In tutto questo, quel piccolo libro ecumenico può rappresentare un passo avanti perché le Chiese cristiane siano più uniti. “A volte, si riescono ad avere migliori relazioni con chi sta fuori che nella tua stessa Chiesa. Le relazioni non sono tanto quanto prendi, ma quanto riesci a dare”.

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L’ennesima sfida di Petrosyan: c’é Banchamek per il titolo mondiale di ONE Championship (Gazzetta.it 14.10.21)

A Singapore l’armeno naturalizzato italiano affronta il campione thailandese nella categoria -70 Kg: “Ho una boxe migliore, non mi interessa lo show ma penso solo a colpire forte e a portare a casa la cintura”

Giorgio Petrosyan, 35 anni

Molti lo hanno già definito il più grande evento nella storia della Kickboxing. One Championship: First Strike andrà in scena domani a Singapore dalle 14.30 ora italiana (visibile in chiaro sulla app e sul canale youtube di One fc), ma tutti aspettano il gran finale, previsto invece tra le 17.30 e le 18.00: a combattere per il titolo dei Pesi Piuma (-70 kg) ci sarà infatti Giorgio Petrosyan. “The Doctor”, leggenda italiana di questo sport, per molti il miglior kickboxer di sempre. Con 104 vittorie (41 per k.o.) e 2 sole sconfitte in carriera (l’ultima risale al 2013) ha conquistato così tante cinture che occupano un’intera parete nella sua palestra di Milano. Ha vinto tutti i principali tornei del Mondo e nel momento in cui erano al culmine del loro prestigio, a cominciare dal K1 Max e da Glory. A fine 2019 il suo successo più altisonante: la conquista del Grand Prix Pesi Piuma di One con uno straordinario premio di un milione di dollari. Una miriade di successi che hanno indotto molti fans e addetti ai lavori in tutto il mondo a considerarlo “the goat” come dicono gli americani, The Greatest Of All Times nella Kickboxing.

L’AVVERSARIO

A Singapore affronterà un osso duro: l’ex pluricampione del mondo e di Thailandia di Muay Thai Superbon Banchamek. Trentun anni, professionista da quando ne aveva 15, da un po’ è passato alla più redditizia Kickboxing vincendo anche qui importanti titoli. Saranno 5 round da 3 minuti di altissimo livello tecnico ed estremamente duri per entrambi i fighters. “Petrosyan ha pugni veloci e tecniche di attacco pericolosissime, colpisce con una potenza e una precisione incredibile. Dovrò contrastarlo attaccando per primo, la mia forza sta nell’essere un fighter a tutto tondo e a sfruttare le mie abilità di Muay Thai anche nella kickboxing. E ho più esperienza di lui”. Nei giorni scorsi Superbon aveva anche provato a provocare Petrosyan, che però si è mostrato tranquillo: “Non mi interessa, parli pure, sul ring non c’è bisogno di parlare. Lui è uno tosto, bravo nei calci. Io penso di avere una boxe migliore, ma non significa nulla se non lo dimostro in combattimento. Non mi interessa lo show, penso solo a colpire forte e a portare a casa la cintura”.

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La comunità armena in Friuli cerca una Chiesa dove celebrare messa (Il Giornale di Udine 07.10.21)

“Al Plan di Paluz” di Tarcento (UD) si è svolta la riunione dell’Associazione Armena Friulana Zizernak (Rondine).

L’ argomento principale all’ordine del giorno riguardava la possibilità di celebrare mensilmente, ad eccezione del periodo estivo, una Messa armena in una chiesa del Friuli.

Tale iniziativa è stata accolta con vivo calore dai componenti del sodalizio.

Attualmente sono in corso dei contatti con la Diocesi di Udine affinché venga concessa una
chiesa per questa celebrazione liturgica. A tal proposito vi è già  l’assenso dei Padri Mechitaristi, dell’Isola di San Lazzaro degli Armeni di Venezia, e del parroco della Chiesa Apostolica Armena di Milano.

“Sarebbe nostra intenzione che la Messa venga celebrata alternativamente (potrebbe essere il primo sabato del mese) una volta dal parroco della Chiesa Apostolica Armena di Milano ed un’altra volta dai Padri Mechitaristi. Il tutto, se Dio vuole, dall’inizio del prossimo anno”.

Durante la riunione sono stati espressi ringraziamenti nei confronti delle Amministrazioni Comunali che nel 2020, hanno discusso ed approvato in Consiglio Comunale la mozione
inerente “Riconoscimento della verità storica sul Genocidio del Popolo Armeno”.

E cioè il 12 giugno Majano, Sindaca Raffaella Paladin; il 25 novembre San Giorgio di Nogaro, Sindaco Roberto Mattiussi e, nel corrente anno, il 29 luglio Fiumicello Villa Vicentina, Sindaca Laura Sgubin .

Un sincero ringraziamento è stato espresso al Consiglio Regionale del Friuli-Venezia Giulia, Presieduto da Piero Mauro Zanin, che, il 19 maggio del corrente anno, ha votato
all’unanimità la mozione che impegna il Friuli Venezia Giulia a riconoscere il Genocidio del popolo armeno.

I presenti hanno ringraziato particolarmente il Consigliere Regionale Alberto Budai,
proponente della mozione 208, che tanto ha operato al fine di giungere all’approvazione di questa mozione e che perciò ha irritato i rappresentanti diplomatici del Governo Turco in Italia.

E’ stato evidenziato che il 31 ottobre 2020 a Trieste, in Piazza Unità d’Italia, di fronte alla sede del Consolato Onorario della Repubblica Turca, è avvenuta una manifestazione pacifica di protesta da noi organizzata, riguardante le ingerenze della Turchia nella Guerra in Artsak (Nagorno Karabakh).
In tale circostanza la massiccia presenza della Polizia di Stato ha garantito la libera manifestazione ed ha prevenuto che le minacce di morte, giunte telefonicamente, potessero concretizzarsi con atti terroristici nei confronti dei pacifici dimostranti.

Va ricordata, con sincera riconoscenza, l’opera dell’onorevole Sergio Berlato che, sulla base della documentazione da noi fornitagli, e superando le ben note difficoltà, ha contribuito in maniera determinante all’adozione, da parte del Parlamento Europeo, di una risoluzione favorevole all’Armenia.

Qui di seguito viene riportato il testo del suo intervento:

La dichiarazione trilaterale di cessate il fuoco siglata il 10 novembre 2020 con la mediazione della Russia ha posto fine alla guerra nel Nagorno-Karabakh, cui prendevano parte combattenti terroristi schierati dalla Turchia. Il punto 8 della dichiarazione prevede che si proceda allo scambio dei prigionieri di guerra, degli ostaggi e di altri detenuti, come pure dei corpi delle vittime. La parte armena ha restituito tutti i
prigionieri azeri, mentre l’Azerbaigian non ha rispettato pienamente tale obbligo. Esistono prove del fatto che l’Azerbaigian sta violando in modo manifesto i diritti umani dei prigionieri di guerra armeni, contravvenendo così al diritto internazionale umanitario(1).

Può la Commissione rispondere ai seguenti quesiti:

1. In seguito alla dichiarazione del portavoce del SEAE in data 29 gennaio 2021, quali provvedimenti concreti ha preso l’UE per garantire il rispetto del punto 8 della
dichiarazione, in particolare per quanto concerne la restituzione dei prigionieri e dei prigionieri di guerra armeni, inclusi civili e donne, trattenuti dall’Azerbaigian in violazione dell’accordo?

2. Quali misure ha adottato l’UE per evitare gli abusi e le strumentalizzazioni ai danni dei prigionieri e dei prigionieri di guerra armeni per scopi politici nonché per garantire che la Croce rossa possa visitarli?

3. L’UE ha chiesto all’Azerbaigian di comunicare il numero esatto dei prigionieri, dal momento che esso non è chiaro? In caso affermativo, qual è il numero comunicato?”

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Nagorno Karabakh: le conseguenze della guerra (Osservatorio Balcani e Caucaso 13.10.21)

A fine settembre il Consiglio di Europa ha votato una risoluzione che ha fatto il punto sulla situazione umanitaria nel Nagorno Karabakh. Una panoramica

13/10/2021 –  Marilisa Lorusso

Il 27 settembre scorso in Armenia, Azerbaijan e Nagorno Karabakh si è commemorato il primo anniversario della guerra dei 44 giorni che ha riportato buona parte dei territori conquistati dagli armeni nella prima guerra del Karabakh sotto il controllo azero.

Lo stesso giorno dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa è stata adottata la Risoluzione 2391  , “Conseguenze Umanitarie del conflitto fra l’Armenia e l’Azerbaijan / Conflitto del Nagorno Karabakh”. La Risoluzione è stata approvata  con 80 voti a favore, 18 contrari, e 3 astensioni. Hanno votato a favore i parlamentari armeni, contro invece quelli dell’Azerbaijan.

Nel giorno in cui quindi si è ricordato l’inizio della guerra, al Consiglio d’Europa si è riflettuto su quanto è accaduto, e quanto a distanza di un anno la situazione rimanga difficile. Il punto di partenza di questa riflessione è stato un report preparato per mesi, che ha implicato anche visite dirette nella regione da parte di Paul Gavan, responsabile della sua redazione, membro irlandese dell’Assemblea Parlamentare. Il report è un unicum, perché a distanza di un anno l’area del conflitto rimane sigillata a presenze esterne. Lo stesso Gavan non si è potuto recare nel Karabakh rimasto armeno, e se ne rammarica nel report.

Il secondo conflitto del Nagorno Karabakh dalla sua sospensione non è stato internazionalizzato. L’unica presenza a parte quella Croce Rossa Internazionale che lavora con la consueta discrezione è quella russa. Il concordato intervento dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e dell’UNESCO non si è, ad oggi, materializzato.

La situazione umanitaria

Il Report fornisce il quadro aggiornato all’estate 2021 delle conseguenze umanitarie del conflitto, ma riprende anche i lasciti del conflitto precedente. Dalla prima guerra del Karabakh rimangono ignote le sorti di 3890 azeri e un migliaio di armeni, dalla seconda di 243 armeni e 7 azeri. I resti che vengono man mano ritrovati sono scambiati dalle parti. Più problematico lo scambio dei prigionieri di guerra. Fra gli armeni attualmente detenuti in Azerbaijan alcuni sono stati processati, e condannati per episodi risalenti all’ultimo conflitto e a quello precedente.

Sono stati scambiati entro l’estate 103 armeni e 21 azeri. In luglio due gruppi di quindici armeni sono stati scambiati in cambio di mappe di campi minati, anche grazie alla mediazione georgiana  . Rimane prioritaria per l’Azerbaijan la questione dello sminamento di quella che è stata una delle aree più minate del mondo. Le mine e gli ordigni inesplosi hanno ucciso più di 150 armeni e di 350 azeri fra le due guerre, e l’Azerbaijan continua a fare i conti con incidenti ricorrenti mentre procede nella riqualificazione e la ricostruzione delle zone riconquistate. Sono già quasi 150 i feriti e almeno 27 i morti a causa delle mine in questo ultimo dopoguerra.

Il patrimonio artistico

Proprio la ricostruzione ha aperto una nuova ferita. L’ingresso azero nelle aree contese fra le due guerre è avvenuto in un mare di macerie. Una tabula rasa di insediamenti, i cui proprietari sono stati sfollati e ora vorrebbero (almeno il 65% ha così dichiarato) rientrare. Paul Gavan ha visitato Ağdam, così come molti rappresentanti della comunità internazionale, e ne ha constatato l’avanzato stato di degrado. Di fatto la scomparsa della città.

Pietro Kuciukian nel suo “Giardino di Tenebra – Viaggio in Nagorno Karabakh  ” definiva Ağdam una città fantasma “la vergogna segreta” dell’Armenia e Fizüli “la città che non c’è più”. Nei 30 anni fra le due guerre le aree contese sono state saccheggiate e gli insediamenti e il patrimonio artistico danneggiati, a volte in modo irreversibile. Secondo il ministero della Cultura dell’Azerbaijan – che sta ancora facendo una stima dei danni – sarebbero 706 i monumenti di carattere storico e culturale distrutti, fra cui 6 artefatti di architettura di interesse mondiale, cinque beni archeologici pure di interesse mondiale, 119 di importanza nazionale e altri 121 reperti archeologici di valore nazionale. Inoltre l’Azerbaijan accusa di essere stato depredato di beni risalenti al XIII secolo, che si trovavano nel monastero Khudavang/Dadivank e altrove e che sono stati traslati in Armenia.

Dall’altra parte del confine, l’Armenia accusa l’Azerbaijan di avere operato un analogo ma contrario processo di annichilimento della memoria della presenza – questa volta armena – in Nakhchivan. Secondo gli armeni sono 89 le chiese medievali armene distrutte, 5.840 khachkars, le tipiche croci di pietra incise armene, e 22.000 lapidi funebri.

Ovunque non sono stati risparmiati i cimiteri, né nei loro monumenti, né i sepolti.

A questa distruzione che si è perpetrata negli anni fra le due guerre si aggiungono ora i danni dovuti agli aspri combattimenti del 2020. In particolare a Shusha è stata colpita la Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots, episodio che ha avuto una certa risonanza per la scelta che è parsa deliberata di colpire un obiettivo civile e luogo di culto.

La tutela del patrimonio artistico e religioso desta preoccupazione anche in questo secondo dopoguerra. Sono molti i beni archeologici e culturali che sono passati di mano, trovandosi nelle aree ritornate sotto il controllo azero. Secondo quanto riportato del rapporto del CoE redatto da Paul Gavan sarebbero 161 le chiese e i monasteri che ora sono sotto il controllo di Baku, 591 khachkars, 345 pietre tombali di interesse storico o artistico o archeologico, 108 cimiteri e insegne religiose, 43 fortezze e palazzi, e un paio di centinaia di altri monumenti.

L’Albania caucasica cristiana

Desta preoccupazione in Armenia anche l’applicazione di un possibile revisionismo storico di cui viene accusata Baku, una nuova lettura di beni artistici, archeologici, storici, religiosi non come manufatti e tracce della presenza armena della regione, ma come prodotti della cultura dell’antica Albania caucasica.

In epoca preistorica nei territori dell’odierno Azerbaijan emerse un regno, posteriormente chiamato Albania caucasica, che risentiva dell’influenza della dinastia iraniana dei Sassanidi. Gli scavi archeologici, gli ornamenti ritrovati, la letteratura e il folklore confermano la forte influenza della cultura iranica in tutto il Caucaso meridionale. Come l’Armenia, con l’avvento del cristianesimo anche l’Albania caucasica si cristianizzò. Oggi il presidente Ilham Aliev chiama albane alcune delle sedi di culto negli ex territori contesti, che periodicamente visita. Parlando ad Hadrut di quella che è per gli armeni la Chiesa della Madre di Dio, parte del Monastero di Tsaghkavank, ha dichiarato  : “Questo è un nostro antico monumento storico, il tempio dei nostri fratelli Udi.[…] Proprio come hanno violato le nostre moschee gli armeni hanno violato anche questo antico tempio dell’Albania caucasica. Ma lo ripristineremo. Tutti gli articoli che hanno scritto a riguardo sono falsi, sono stati scritti solo di recente. Hanno creato una falsa storia per se stessi nelle nostre antiche terre.”

Una storia antica di convivenza, integrazione, assimilazione che rischia di divenire una narrazione negazionista della presenza dell’altro. Questo rifiuto di riconoscimento reciproco così ostile e radicato ha determinato non solo la barbarie di cui sopra, ma si proietta ora fino alla preistoria. Gavan ricorda nel report la risoluzione ONU 2347/2017 la quale sottolinea come: “La distruzione illegale del patrimonio culturale, il saccheggio e il contrabbando di beni culturali durante un conflitto, anche perpetrato da gruppi terroristi, e i tentativi di negare le radici culturale e la diversità culturale possono alimentare ed esacerbare conflitti e impedire una riconciliazione post-bellica”.

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Nagorno-Karabakh: incontro trilaterale leader religiosi di Armenia, Russia e musulmani. Patriarca Kirill, “non c’è altro futuro che vivere insieme” (Agensir 13.10.21)

Garantire il rispetto per i santuari religiosi, i monumenti storici e i cimiteri; facilitare il processo di rilascio dei prigionieri di guerra e prevenire l’uso non autorizzato di armi; sforzarsi con tutti i mezzi per evitare il linguaggio dell’odio e contribuire alla riconciliazione dei popoli dell’Azerbaigian e dell’Armenia per il bene e la prosperità delle generazioni presenti e future. Sono i “punti chiave” della Dichiarazione che oggi il patriarca Kirill di Mosca e di tutta la Russia ha letto al termine dell’incontro trilaterale dei leader spirituali di Azerbaigian, Armenia e Russia. L’incontro si è svolto presso il monastero Danilov di Mosca ed erano presenti il patriarca Kirill, il presidente del Consiglio dei musulmani caucasici, Sheikh-ul-Islam Allahshukur Pashazade, e il patriarca supremo e catholicos di tutti gli Armeni, Karekin II. I leader religiosi dell’Armenia e dell’Azerbaigian sono giunti nella capitale russa su invito del primate della Chiesa ortodossa russa per discutere le modalità per risolvere il conflitto causato dal problema del Nagorno-Karabakh. Dopo l’incontro, Kirill ha affermato: “Siamo convinti che le nostre religioni abbiano un potenziale unico di pacificazione”. “Non importa quanto siano difficili le relazioni armeno-azerbaigiano in questa fase, crediamo che la fede in Dio e l’amore possono aiutare a guarire le ferite inflitte da molti anni di tragico confronto. È un percorso molto difficile, richiede saggezza spirituale e lungimiranza. Il Caucaso è sempre stato famoso per la sua enorme diversità di popoli, lingue e culture. Per i popoli azero e armeno non c’è altro futuro che vivere insieme. Oggi è particolarmente importante ripristinare la fiducia reciproca delle persone, imparare di nuovo a percepire il prossimo con rispetto e disponibilità all’assistenza reciproca”. La Dichiarazione si fa a questo punto appello. I leader chiedono il rispetto dei luoghi di culto, dei “sentimenti religiosi delle persone di una fede diversa” e la “attenta conservazione della memoria dei morti”. Si chiede poi di avviare al più presto il processo per la liberazione dei prigionieri di guerra. “In futuro – si legge nella Dichiarazione – è necessario sforzarsi con tutti i mezzi di evitare il linguaggio dell’odio, astenersi dagli appelli all’azione militare nella zona del conflitto. Invitiamo i giovani a non soccombere allo spirito di aggressione e radicalismo, a cercare prima di tutto la pace. I leader religiosi sono pronti a contribuire alla riconciliazione dei popoli dell’Azerbaigian e dell’Armenia per il bene e la prosperità delle generazioni presenti e future”. Il patriarcato di Mosca ricorda che sono più di 30 anni che la Chiesa ortodossa russa è impegnata a favorire il mantenimento della pace nella Regione del Nagorno-Karabakh. Il primo incontro trilaterale dei capi delle tre comunità religiose ebbe luogo nel maggio 1993 sempre presso il monastero Danilov di Mosca. Altri incontri simili si sono svolti nell’ambito dei forum interreligiosi nel 2010 a Baku e nel 2011 a Yerevan, nonché nel 2017 presso il monastero Danilov di Mosca.

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Papa Francesco preoccupato per la distruzione del patrimonio cristiano, accordo con l’Armenia per tutelarlo (Il Messaggero 12.10.21)

Città del Vaticano – Salvare il patrimonio cristiano armeno dalla distruzione azera. Un importante accordo di cooperazione culturale tra l’Armenia e il Vaticano è stato raggiunto per sostenere, difendere, promuovere il patrimonio artistico e cristiano dell’Armenia, il paese caucasico detentore del primato mondiale di avere abbracciato il cristianesimo ben prima dell’Editto di Costantino. La preoccupazione comune è sostanzialmente quella di fermare la lenta e costante distruzione di un importante patrimonio millenario messo a repentaglio dalla manifesta volontà di demolizione da parte dell’Azerbaigian. «E’ una importante eredità comune da tutelare. Siamo allarmati per quello che sta accadendo in alcune zone del Nagorno-Karabakh». Il presidente dell’Armenia Armen Sarkissian reduce da una visita in Vaticano incontra alcuni giornalisti in un albergo della capitale e si sofferma a parlare dei contatti avuti al di là del Tevere.

Prima ha avuto una udienza con Papa Francesco e successivamente con il cardinale Pietro Parolin, ma con entrambi ha affrontato il tema legato alla guerra in Nagorno-Karabakh appena conclusa con la vittoria degli azeri. Ha parlato anche dei soldati armeni ancora prigionieri di guerra nelle carceri azere. Un nodo diplomatico che è stato denunciato a livello internazionale a più riprese anche da diverse associazioni umanitarie tra cui Amnesty International.

«Le nostre relazioni sono buone ma possono essere ulteriormente migliorate» ha detto Armen Sarkissian. Il capo di stato armeno ha fatto ritorno nel palazzo apostolico dopo quasi trent’anni visto che è stato il primo ambasciatore armeno presso la Santa Sede dopo l’indipendenza dell’Armenia raggiunta nel 1992. Sarkissian riconosce il potenziale espresso dal soft power esercitato da Papa Francesco a livello internazionale. Gli è riconoscimente per avere alzato la voce quando, l’anno scorso scoppiò il conflitto in Nagorno-Karabakh. «Durante la guerra purtroppo c’è stato un silenzio assordante da parte di tanti paesi e persino dalla Nato. Ma il Vaticano ha parlato».

In Vaticano Sarkissian ha visitato anche il Pontificio consiglio della cultura dove ha incontrato il cardinale Gianfranco Ravasi. Come riferito dalla presidenza armena, durante l’incontro sono state discusse questioni relative alla cooperazione tra l’Armenia e la Santa Sede e lo sviluppo delle relazioni inter-ecclesiali. Il presidente Sarkissian ha affermato che esiste un grande potenziale utile ad approfondire la cooperazione tra l’Armenia e la Santa Sede nei campi della cultura, dell’istruzione e della conservazione del patrimonio storico.

Il protocollo d’intesa consentirà di svolgere ricerche congiunte su questioni di interesse storico. Ci auguriamo che contribuisca ad intensificare ulteriormente la cooperazione tra l’Armenia e la Santa Sede in materia di cultura, scienza, archeologia e altri settori, nonche’ la partnership tra la Chiesa apostolica armena e la Chiesa cattolica di Roma».

Il Vaticano ha anche deciso di aprire una nunziatura in Armenia. I dettagli sono stati presi in questi giorni, durante la visita del presidente armeno in Vaticano.

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Una scuola per far ripartire l’Artsakh, dove gli armeni sono «a rischio genocidio» (Tempi 12.10.21)

A un anno dalla guerra mossa da Azerbaigian e Turchia, gli armeni del Nagorno-Karabakh aprono in collaborazione con l’Italia l’istituto Antonia Arslan per formare i giovani. «Ai crimini di Erdogan rispondiamo con l’educazione»

La scuola armeno-italiana Antonia Arslan in Artsakh, nel Nagorno-Karabakh
Da sinistra, all’interno di un’aula della scuola professionale Antonia Arslan a Stepanakert, in Artsakh: Giliola Isotton, Tatev Zakaryan, preside dell’istituto, Ambrogina Vismara, Lusine Karakhanyan, ministro dell’Istruzione, Rita Mahdessian, presidente della Cinf, Gianantonio Sanvito

«L’Azerbaigian ha occupato 108 scuole, 37 tra asili, istituti di musica e arte, istituzioni culturali, 11 laboratori di ingegneria. Ci hanno sottratto circa 2.000 monumenti, 10 musei statali e due privati: non abbiamo più accesso ad almeno 20 mila opere d’arte. La nostra civiltà è in pericolo». Parlando con il ministro di educazione, scienza, cultura e sport della Repubblica dell’Artsakh, Lusine Karakhanyan, è facile intuire che la minaccia azera agli armeni che vivono nel Nagorno-Karabakh non è soltanto militare, ma esistenziale.

«È in atto un genocidio, non solo culturale»

A un anno dalla guerra di 44 giorni che ha permesso all’aggressore azero, con l’aiuto della Turchia, di occupare ampie porzioni di territorio del Nagorno-Karabakh, la situazione sul campo è difficile. A causa dei missili azeri e dei droni turchi, più di 7.000 edifici residenziali sono stati colpiti per un danno stimabile in 80-90 milioni di euro. In sei settimane di guerra sono morte circa 6.000 persone, gli armeni hanno perso in battaglia 3.300 effettivi e tre quarti del Nagorno-Karabakh. Circa 40 mila armeni hanno dovuto abbandonare la propria casa.

«È in atto un genocidio, non solo culturale», spiega a Tempi Karakhanyan. «E nessuno ci difende dagli azeri, tanto meno l’Europa e l’Occidente cristiani». Il ministro dell’Istruzione parla all’interno di un’aula della nuova scuola professionale armeno-italiana Antonia Arslan. Da anni infatti la famosa scrittrice armena, insieme alla fondazione Christians In Need Foundation (Cinf), sta promuovendo un programma di scambio culturale tra l’Artsakh e l’Italia.

La scuola Antonia Arslan

Il risultato più importante è proprio la scuola professionale sorta nella capitale dell’Artsakh, Stepanakert, dove con l’aiuto di insegnanti e istituzioni locali e italiane, tra le quali la scuola alberghiera dell’istituto Don Gnocchi di Carate Brianza, sono stati istituiti corsi per falegnami, cuochi, sarti, parrucchieri e molto altro.

«Attualmente abbiamo 310 studenti», spiega a Tempi Tatev Zakarya, direttore per l’Artsakh della Cinf e preside del nuovo istituto, che dovrebbe essere inaugurato formalmente in primavera. «La costruzione della scuola è iniziata nel 2019, ma durante la guerra l’edificio è stato colpito da un missile, che l’ha distrutto. Ci hanno colpito intenzionalmente, ma dopo la guerra abbiamo subito iniziato a ricostruire».

«Questi italiani sono i nostri eroi»

Una scuola è soltanto una goccia nel mare, se si considerano i tanti bisogni dell’Artsakh, la cui stessa esistenza è minacciata. Ma è una goccia che fa la differenza: «Dopo un anno di guerra il problema principale della nostra gente è che si sente isolata e tradita dall’Occidente», aggiunge Rita Mahdessian, presidente della Cinf. «Oggi l’Artsakh è il baluardo della civiltà occidentale, accerchiata da paesi islamici come Azerbaigian e Turchia. Siamo vittime di un tentativo di pulizia etnica: anche dopo la firma dell’armistizio, gli azeri continuano a tagliarci elettricità, acqua e internet per renderci la vita impossibile, nella speranza che ce ne andremo tutti. Ma questa è la nostra terra e noi qui abbiamo una missione».

Nonostante Europa e Occidente non abbiano mosso un dito per difendere gli armeni dell’Artsakh, la nuova scuola Antonia Arslan sta riaccendendo una speranza nella popolazione: «Ci sono qui adesso tre amici italiani, artigiani, bravissimi nel loro campo, che hanno lasciato il comfort delle loro case per venire da noi e aiutare i nostri studenti a imparare. Siamo grati a queste persone: sono i nostri eroi e la nostra speranza», continua Mahdessian.

«Erdogan vuole completare il genocidio»

Che la stessa esistenza degli armeni sia oggi minacciata non c’è da dubitarne. Ad aprile, l’Azerbaigian ha inaugurato nella capitale Baku un parco a tema dove sono esposti gli elmetti dei soldati armeni uccisi in guerra e dove la popolazione irride le statue di cera a grandezza naturale di armeni raffigurati in posizioni e atteggiamenti umilianti.

Ma gli armeni dell’Artsakh vogliono rispondere all’odio e alla crudeltà con un’altra moneta: «Vuole sapere qual è la mia motivazione? Eccola», parla il ministro Karakhanyan mostrando la foto di un giovane soldato armeno ucciso nei suoi vent’anni. «Voleva frequentare l’università, studiare fisica, invece è stato falcidiato da un drone turco mentre difendeva la sua terra dagli aggressori. Il presidente turco Recep Erdogan vuole portare a termine il genocidio del 1915, ma non glielo permetteremo. Io voglio vendicare questo giovane ucciso, ma non intendo farlo con i metodi barbari dei turchi e degli azeri. Lo farò con la scienza e l’educazione del mio popolo». La scuola professionale Antonia Arslan è il primo passo di questo cammino.

A fine ottobre Tempi si recherà nell’Artsakh per realizzare un reportage sulla scuola Antonia Arslan e sulla situazione della popolazione armena, la cui esistenza è minacciata. Chi volesse sostenere il reportage, può farlo con una donazione al Fondo Più Tempi. Per non perdere il reportage e le altre notizie del mensile e del sito, è necessario sottoscrivere l’abbonamento.

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ESCLUSIVA – Italia-Armenia, Sarkissian: “Portare le relazioni a un nuovo livello” (Agenzia Nova 12.10.21)

L’obiettivo della visita del presidente armeno, Armen Sarkissian, in Italia è sviluppare le relazioni bilaterali e portarle a un livello completamente diverso. Lo ha detto lo stesso capo dello Stato armeno in un’intervista ad “Agenzia Nova”. Nel corso della visita Sarkissian ha incontrato l’omologo Sergio Mattarella, i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati, e il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Secondo Sarkissian, ci sono diversi motivi per cui sarà possibile sviluppare i rapporti: “La prima è che abbiamo relazioni personali positive con i leader politici: considero il presidente Mattarella uno dei politici più saggi in Europa e nel mondo. E anche con il presidente del Consiglio Draghi, che ha un’esperienza molto estesa e professionale, c’è una relazione molto positiva. I nostri legami sono storicamente buoni e c’è la volontà di fare di più da ambo le parti”, ha detto Sarkissian. “L’Armenia ha delle sue priorità e una di queste è rendere il Paese un hub avanzato tecnologicamente”, ha spiegato il presidente, che si è detto “consapevole del fatto che l’umanità si sta evolvendo: basta pensare all’intelligenza artificiale o alle biotecnologie. Il mondo sta cambiando molto rapidamente e se non stai al passo rischi di diventare l’ultima ruota del carro. L’Italia, in questo senso, ha un elevato settore tecnologico industriale che può essere utilizzato in ambito civile e militare”, ad esempio nel ramo della logistica.

“Come l’Armenia, l’Italia non ha grandi riserve di risorse naturali: la vostra grande risorsa sono le persone, la vostra storia, la vostra cultura e la vostra abilità di fare affari. Il business armeno è come quello italiano, ovvero a conduzione familiare e fatto perlopiù di piccole e medie imprese. C’è molto che possiamo fare insieme”, ha aggiunto Sarkissian. “Uno degli obiettivi dell’Armenia del futuro, e del presente, è avviare delle partnership con le principali aziende internazionali di successo: non credo che si possano scoprire cose che vengono realizzate da Elettronica, Dassault, Siemens o Google. La cosa migliore è creare delle joint venture con queste imprese e sfruttare i talenti armeni che abbiamo nel nostro Paese, grazie a un sistema dell’istruzione molto avanzato che è un lascito dell’Unione sovietica. Siamo persone creative e perché non dovremmo usare questo talento per fare affari con altri Paesi, come l’Italia, la Russia o altri ancora”, ha aggiunto il capo dello Stato armeno. Sarkissian ci ha tenuto a ribadire che tutti gli incontri a livello istituzionale e non solo in Italia “sono stati molto amichevoli: con il presidente abbiamo parlato della geopolitica del Caucaso meridionale e di Asia Centrale, mentre con il presidente del Consiglio, invece, abbiamo discusso le rispettive visioni per migliorare le nostre relazioni economiche assieme”.

Il presidente ha parlato poi della situazione in Armenia dopo la guerra dello scorso autunno. “La situazione dopo la guerra con l’Azerbaigian non è delle migliori, è la situazione di un Paese che ha perso la guerra. Di un Paese che aveva vinto la prima guerra nel 1994 e che in questi anni ha cercato di convertire la vittoria in pace e stabilità. Tuttavia, a essere onesti, non ci siamo riusciti, e il risultato di questa situazione è che abbiamo perso la seconda guerra”, ha detto Sarkissian. “L’Azerbaigian aveva dei chiari vantaggi: il primo è stato quello di poter sfruttare i fondi derivanti dalle vendite di gas e petrolio ai Paesi europei per comprare armi e uccidere gli armeni. Il secondo è che l’Armenia non ha combattuto solo contro l’Azerbaigian ma anche contro la Turchia, che è un Paese membro della Nato. L’Alleanza peraltro, cosa avrebbe dovuto fare mentre un suo Paese membro, che ha il secondo esercito della Nato, ha sfruttato i suoi armamenti e le sue capacità contro un piccolo Paese come l’Armenia? La Nato è stata silente”, ha proseguito il capo dello Stato. Seconda Sarkissian, “questo conflitto ha aperto diverse problematiche, in particolare sul perché abbiamo perso la guerra. Io so perfettamente perché abbiamo perso la guerra: in primis perché l’Azerbaigian ha una supremazia a livello tecnologico, mentre nel 1994 le parti erano invertite ed è per questo che parlo di necessità di un avanzamento tecnologico. L’altra ragione è che la piccola Armenia, di 3 milioni di persone, ha dovuto combattere contro la Turchia, ed è stato come ‘Davide contro Golia’ ed è raro che ‘Davide batta Golia’. La terza ragione è che non è stata una guerra convenzionale, perché si è svolta in un contesto internazionale fatto di sanzioni, conflitti commerciali… un contesto incerto che ha reso più facile la situazione per chi vuole tentare delle operazioni rischiose e azzardate e la Turchia è uno di questi attori. L’Ue era impegnata su altri fronti, gli Stati Uniti erano impegnati con le elezioni; e la Russia, nonostante l’interesse personale del presidente Vladimir Putin per la situazione nel Caucaso meridionale, ha da gestire una complessa relazione con la Turchia. Ankara ha sfruttato questa situazione e ha cercato di spingersi oltre e non lo ha fatto solo nel Caucaso, ma anche in Siria, nel Mediterraneo orientale, in Libano, e in Libia”.

Secondo il presidente, tuttavia, in questo momento non servono nuovi mediatori fra Armenia e Azerbaigian. “Per essere onesti, ci sono già due piattaforme di mediazione: una è gestita in autonomia dalla Russia, che grazie alle sue relazioni con Armenia, Azerbaigian e Turchia, è in grado di gestire la situazione; la seconda è quella del Gruppo di Minsk dell’Osce, quindi c’è già il coinvolgimento di un’organizzazione internazionale, ma l’Azerbaigian non è molto propenso a sfruttare questo foro perché ha vinto la guerra e vuole dettare le condizioni. Quindi posso dire con certezza che non c’è bisogno di altri mediatori ma quel che serve è capire che cosa vuole davvero l’Armenia per sé stessa”, ha detto Sarkissian. “Una cosa di cui abbiamo bisogno è, in primis, consolidare la nostra governance in Armenia e all’estero, con la nostra diaspora. E, inoltre, dobbiamo lavorare con i nostri amici: l’Italia è un grande amico e credo che ci sia un grande potenziale da sviluppare ancora. È un nuovo mondo quello che abbiamo e il soft power ha la stessa importanza dell’hard power”, ha proseguito il capo dello Stato.

Sarkissian, successivamente, si concentra sulle relazioni economico-industriali: “L’Azerbaigian vende idrocarburi, mentre l’Armenia può diventare una piattaforma per le imprese italiane che sono alla ricerca di opportunità in mercati più grandi. Le sanzioni europee contro la Russia e le contro-sanzioni di Mosca nel ramo agroalimentare, hanno avuto evidenti riflessi per i prodotti italiani del settore: molti di questi sono scomparsi dai negozi russi, a eccezione di quelle poche imprese che hanno un impianto di produzione in Russia. L’industria italiana, peraltro, è fatta perlopiù da Pmi e queste sono state tagliate fuori dal mercato russo”, ha affermato il presidente che ha spiegato i vantaggi offerti dal suo Paese. “Noi, come parte dell’Unione economica eurasiatica, possiamo avviare delle cooperazioni con i vostri imprenditori e favorire l’accesso in questi mercati. Il nostro settore bancario, peraltro, è molto stabile e la nostra valuta, il Dram, non è soggetta a particolari oscillazioni. Le compagnie italiane, quindi, potrebbero registrarsi legalmente in Armenia e realizzare i loro prodotti nel nostro territorio: perché da noi e non in Russia? Siamo più piccoli, le nostre imprese sono soprattutto Pmi come le vostre, con un business a conduzione familiare, e ci sono molti fondi che provengono dalla nostra diaspora all’estero, e quindi questo prodotto potrebbe essere venduto rapidamente in Russia, Bielorussia, Kazakhstan e negli altri Paesi dell’Uee”, ha proseguito Sarkissian. “Noi abbiamo accordi importanti con l’Ue e con l’Unione economica eurasiatica. Siamo l’unico Paese che ha solidi rapporti con entrambe le entità e questo è sicuramente un vantaggio. L’Italia dovrebbe essere la prima a sfruttare quest’opportunità. Ci sono molte cose che potremmo fare insieme, dal settore agroalimentare all’elettronica e l’alta tecnologia. È questa l’idea che sto provando a portare avanti e ho ricevuto risposte positive durante questa visita”, ha detto Sarkissian.

In conclusione il presidente ha parlato dei potenziali colloqui che Armenia e Turchia potrebbero avviare per normalizzare le loro relazioni. “Teoricamente c’è sempre un’opportunità di iniziare a parlare e con risultati positivi, anche con un Paese come la Turchia. Non sono la persona incaricata di seguire eventuali negoziati, questa è una prerogativa che spetta al nostro primo ministro e al ministro degli Esteri. L’Armenia è una nazione speciale, con 3 milioni di persone che vivono nel suo territorio e 15 milioni che compongono la diaspora nel mondo, e gran parte di queste persone sono sfollate a causa del genocidio commesso dai turchi. Queste persone hanno delle emozioni particolari rispetto a questo fatto, e nonostante si tratti di seconde e terze generazioni, non hanno dimenticato”, ha detto Sarkissian. “È giusto dire che si può negoziare con chiunque, ma non credo che le autorità che sono al potere oggi in Turchia – dopo che hanno sostenuto l’Azerbaigian nella guerra dello scorso autunno – possano ammettere di essere responsabili del genocidio commesso nel 1915. La questione è che, se sei abbastanza forte e aperto, sei in grado di affrontare i tuoi problemi e le tue debolezze. È una questione umana: le persone forti sono pronte a parlare delle loro debolezze, riconoscere, affrontarle e lavorare per cambiare. Io penso che se si riesce a creare un clima di tolleranza con le persone a livello etnico, religioso e in tutti gli ambiti si può creare un’Unione come quella europea”, ha spiegato il capo dello Stato.

Secondo Sarkissian, quindi, uno dei primi passi che dovrebbe compiere la Turchia è “fare i conti con la propria storia e con ciò che ha fatto agli armeni. È una questione molto complessa: per anni i governi turchi che si sono succeduti hanno ribadito che ciò non sarebbe mai accaduto. Pensare che oggi qualcuno possa cambiare versione dei fatti e ammettere che il genocidio è effettivamente accaduto posso comprendere che sia un fatto difficile da veder accadere. Non è una questione semplice per la parte turca, ma neanche per la parte armena, basta parlare con i nostri connazionali all’estero”, ha detto il presidente, secondo cui, tuttavia, ciò non significa che non si debba cercare un dialogo.” Dobbiamo parlare, ma dobbiamo farlo con rispetto. Non credo che la guerra abbia aiutato in questo senso: l’aiuto che la Turchia ha fornito all’Azerbaigian lo scorso autunno da molti è stato vissuto come una specie di genocidio. Ma sì, ci sono delle possibilità di un dialogo fra Armenia e Turchia, al momento tuttavia è una questione che riguarda il premier e il ministro degli Esteri. Io me ne occuperò quando sarà una questione più matura, quando diventerà una bozza di accordo, qualcosa di concreto e servirà un consiglio del presidente al governo. Al momento nessuno ha chiesto il mio parere e non ci sono accordi sul tavolo che potrei firmare o respingere. Spero e sarò felice di poter rispondere in futuro a questa domanda”, ha concluso Sarkissian.

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Presidente armeno: “Italia seconda casa, grande rispetto per Mattarella e Draghi” (Adnkronos 14.10.21)

In udienza dal Papa il presidente dell’Armenia (Vaticannews e altri 11.10.21)

Il capo di Stato Armen Sarkissian ha incontrato prima Francesco e poi si è intrattenuto con il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin accompagnato da monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati

Vatican News

Politica internazionale ma anche rafforzamento dei rapporti bilaterali. Questo al centro dei colloqui in Vaticano del presidente dell’Armenia. Papa Francesco  – fa sapere in un comunicato la Sala Stampa della Santa Sede – ha ricevuto in Udienza, nel Palazzo Apostolico, il presidente della Repubblica di Armenia, Armen Sarkissian, il quale si è successivamente incontrato con il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, accompagnato da monsignor Paul Richard Gallagher, Segretario per i Rapporti con gli Stati.

Durante quaranta minuti circa di colloqui non solo è stato espresso il “compiacimento per lo sviluppo e il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra la Santa Sede e l’Armenia, Paese di antica tradizione cristiana” ma si è posta anche attenzione “ad altri temi di politica internazionale e regionale”.

Al termine dell’incontro, il presidente armeno Sarkissian ha omaggiato il Santo Padre con un tappeto armeno, un quadro raffigurante San Gregorio di Narek e un libro di miniature della Chiesa armena. Il Papa ha offerto in dono copia autografa del Messaggio della Pace 2021, una raccolta delle sue Esortazioni Apostoliche ed Encicliche e un quadro intitolato “Il Deserto che fiorisce”.

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Papa Francesco: ricevuto in udienza il presidente dell’Armenia (Agensir 11.10.21)


Papa Francesco riceve in Vaticano il Presidente della Repubblica di Armenia (AciStampa 11.10.21)


Papa Francesco riceve il presidente armeno, sullo sfondo il destino dei soldati ancora prigionieri (Il Messaggero 11.10.21)


Erevan cerca il sostegno del Vaticano, di Russia e Georgia (Asianews 13.10.21)


Coronavirus, il chairman di Moderna: «Serve una piattaforma unica per creare vaccini» (IlSole24ore 10.07.21)

Nella lotta globale contro la pandemia c’è un elemento decisivo, trascurato, quasi dimenticato: «Il nostro sistema immunitario è stato il più grande eroe di questa guerra. Tutti abbiamo una grandissima compagnia farmaceutica dentro noi stessi. La nostra tecnologia fornisce delle istruzioni al nostro sistema per come agire. Una volta avute queste istruzioni ha un potenziale molto alto». La battaglia del pianeta terra contro la piaga contemporanea è tutta qua. Parla chi, tra i tanti (troppi) che prendono la parola, forse ne ha più titolo. Noubar Afeyan è cofondatore e chairman di Moderna, la compagnia farmaceutica americana da lui avviata poco più di dieci anni fa e che già nell’aprile 2020 (data del primo step alla Fda) aveva trovato la strada per il vaccino con la formula ormai nota a tutto il mondo, RNA-Messaggero.

Ritratto di Afeyan, ingegnere, imprenditore e filantropo

Uno scienziato – ingegnere biochimico di origine armena nato in Libano, con un PhD al Mit e un insegnamento ad Harvard, per dire – ma anche un imprenditore visionario, che con la sua Flagship Pioneering ha finanziato e fatto cresce la start-up che, senza esagerazioni, sta contribuendo in misura decisiva a mettere il mondo in sicurezza. Ma anche un filantropo con Aurora Humanitarian Initiative, fondata assieme ad altri due persone, anche loro di origine armene, Ruben Vardanyan, investitore e imprenditore sociale, e Vartan Gregoryan (scomparso di recente) che è stato presidente della Carnegie Corporation di New York. Tutti e tre sono discendenti di armeni scampati al genocidio del 1915 grazie all’intervento di “giusti” che li misero al riparo dalla strage. Afeyan è in Italia dove ha partecipato alla preghiera per la pace promossa dalla Comunità di Sant’Egidio al Colosseo, presente Papa Francesco, incontrato in udienza, e molti leader religiosi. Ma anche per consegnare oggi l’Aurora Prize, a Venezia. Un impegno quindi tutto campo, con un messaggio fondamentale: «È tempo di costruire uno scudo globale contro i patogeni, una capacità di risposta rapida per sviluppare e distribuire nuovi vaccini in reazione a nuove malattie, come è stato ed è per il Covid. Con le giuste competenze scientifiche e investimenti, la scala temporale potrebbe essere di appena tre mesi. Dato che la minaccia è per tutta l’umanità, è un’ovvia arena per la collaborazione globale e la condivisione degli oneri».

La proposta: una piattaforma per creare vaccini

La realtà – dice Afeyan in una conversazione con il Sole 24 Ore – è che i governi spendono pochissimo per la prevenzione e quasi tutto per curare: «Perché non portiamo le tecnologie più moderne a prima della malattia? Noi abbiamo gli strumenti delle micro-manifestazioni delle malattie a livello molecolare. Per prima cosa dobbiamo scovare i pericoli e ora non lo stiamo facendo molto bene o quasi per nulla. Ora le nostre sonde, possiamo dire per fare un parallelo, sono gli esseri umani e lo sappiamo tardi, quando iniziano ad ammalarsi. A quel punto arriva il panico e solo allora iniziamo ad agire». L’idea di base è la ricerca di una “piattaforma” per creare vaccini contro tutto, varianti Covid, ma ogni influenza e altre patologie: «Se cambiamo il nostro modo di pensare, dalla cura alla prevenzione, allora possiamo fare grandi progressi, e questo farà scendere molto gli oneri. Il costo del Covid per ogni singolo è enormemente superiore al vaccino». Una cifra: se si investisse il 10 per cento della spesa sanitaria globale nella sicurezza sanitaria sarebbero 800 miliardi di dollari a livello globale. «Potrebbero pagare per uno scudo globale contro i patogeni di dozzine di vaccini e una capacità di risposta rapida per rispondere a minacce impreviste, nuove e migliori tecnologie di test di rilevamento precoce e più interventi che scoraggerebbero e ritarderanno la malattia». È quello che ha fatto Moderna, in definitiva, anche se come core business (oltre 250 milioni di persone hanno avuto il ciclo completo).

Noubar Afeyan è cofondatore e chairman di Moderna

In dieci anni sono stati spesi 2,5 miliardi di dollari «per sviluppare le piattaforme in modo che quando si fosse presentata una malattia come il Covid in 40 giorni avremmo avuto un vaccino. Soggetti venuti dopo di noi usano la nostra stessa tecnologia sviluppata in dieci anni, Rna messaggero. Dal 2010 è iniziata a svilupparsi la tecnologia. Nel 2015 l’abbiamo testato su persone.

Moderna, ora che il Covid sta rallentando, ha molti progetti che ripartono. Abbiamo almeno dieci progetti in fase di sviluppo». È arrivato da Ema il via libera alla terza dose Moderna, ora sta alle persone (la questione no-vax viene subito sgombrata): «Se la comunità scientifica giudica che possa essere aumentata la somministrazione contro la variante Delta allora la gente dovrà decidere se usare questa protezione su loro stessi». Moderna è l’ultima start-up creata da Afeyan, e certamente la più nota, quotata al Nasdaq e che nel 2018 è stata la maggiore Ipo nella storia del biotech.

Il premio Aurora per le organizzazioni umanitarie

Questa potenza di fuoco ora viene riversata nell’iniziativa umanitaria di Aurora, a favore di quelle popolazioni che hanno bisogno di aiuti di base. Fondata nel 2015 da Afeyan, Ruben Vardayan e Vartan Gregorian, fino ad oggi ha donato 80 milioni, in 50 paesi nel mondo, e gli aiuti hanno raggiunto in cinque anni oltre un milione di persone. Il Premio Aurora – conosciuto ormai come il Nobel Umanitario, finora assegnati 18 milioni per 30 progetti che hanno impattato sulle vite di un milione di persone vulnerabili a causa di crisi umanitarie – consiste in una dote di un milione di dollari, che il vincitore a sua volta assegna a organizzazioni umanitarie: «Chiediamo ai vincitori di non prendere i soldi e spenderli ma scegliere a chi dare i soldi a tre organizzazioni cui destinarli. Li danno a missionari, Unicef, Ong e altri. È un buon sistema. Spesso ci si chiede dove i soldi vanno a finire. Ebbene, noi vigiliamo che vadano a persone che lavorano sul campo, quelli che vincono in genere sono quelli che chiedono i soldi alle organizzazioni umanitarie». La giuria comprende premi Nobel ed ex capi di stato: tra gli altri Shirin Ebadi, Bernand Kouchner, Oscar Arias e come presidente onorario George Clooney. In genere la cerimonia avviene in Armenia – la prima fu in occasione dei cento anni dal genocidio – quest’anno a Venezia, nell’isola di San Lazzaro degli Armeni, luogo simbolo della comunità. «Con i co-fondatori ci siamo chiesti cosa fare per ricordare la nostra tragedia, perché non si ripeta. E abbiamo pensato che oltre alle vittime ci sono stati i salvatori e i salvati, come sono state i nostri parenti».

«Nel 2022 con Covax un altro miliardo di dosi a paesi poveri»

Vaccini, cure globali, aiuti umanitari: in una fase in cui il mondo ricco si sta vaccinando molto, cosa fare per i paesi poveri, che sono appena all’inizio? «Gli interlocutori sono i governi, non i singoli, e lo strumento è Covax (organismo nato nel 2020 per l’accesso alle cure a favore dei paesi poveri, ndr). Lo scorso aprile abbiamo fatto un accordo per 500 milioni di dosi nel 2021 al prezzo per noi no-profit,». E annuncia: nel 2022 Moderna produrrà fino a tre miliardi di dosi e sta concludendo con Covax la cessione, sempre a prezzo “senza profitto”, di un altro miliardo di dosi per i paesi a basso e medio reddito. Non solo: Afeyan ha rivelato proprio nella sua visita in Italia il progetto di Moderna di costruire un impianto in Africa per produrre 500 milioni di dosi di vaccino.

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