Armenia: il cuore del Caucaso batte a ritmo di festival (Gist 15.07.26)

Dalle vette del Syunik ai vigneti millenari di Areni, un calendario di eventi imperdibili trasforma l’Armenia in un palcoscenico a cielo aperto.
Ecco come vivere l’estate armena tra folklore, musica e avanguardia in una destinazione che sappia coniugare il fascino ancestrale della storia con una vivacità culturale contemporanea ed effervescente: la rotta obbligata, quest’anno, è l’Armenia.
Con l’arrivo della bella stagione, il Paese si trasforma in un palcoscenico diffuso, dove la tradizione non è un reperto da museo, ma un rito vivente che coinvolge visitatori e comunità locali in un abbraccio corale.

Armenia
Areni Wine festival

La musica come linguaggio universale

L’estate armena è un’esperienza sinestetica che parte dalle montagne del Syunik.
È qui, tra scenari naturali di rara bellezza, che si è tenuto il Festival Internazionale di Musica di Kapan, un appuntamento che porta l’eccellenza della classica tra vette maestose.

Il viaggio in musica prosegue con Hay at Jazz, festival itinerante che in agosto farà tappa a Yeghegnadzor, Goris, Vanadzor e Dilijan, trasformando le piazze storiche in jazz club all’aperto.
A chiudere il cerchio, dal 9 settembre, l’Armenia International Music Festival consoliderà il prestigio della scena sinfonica nazionale sotto la guida dell’Orchestra Sinfonica di Stato.

Armenia
International Music Festival

Cinema, riti e radici profonde

Yerevan, la capitale, si conferma polo attrattivo internazionale con il Golden Apricot fino al 19 luglio), il festival cinematografico che trasforma le strade cittadine in un caleidoscopio di proiezioni e masterclass.

Per chi cerca l’autenticità rurale, lo Yeghegis Fest (25 luglio) nel villaggio di Hors è una finestra aperta sulla vita di valle, tra artigianato e sapori contadini, mentre il festival Navasard (10–11 agosto) a Sisian celebra, attraverso un gemellaggio culinario con l’Iran, le antiche radici del Capodanno armeno.

Un viaggio gastronomico, sorso dopo sorso

Armenia
Yerevan beer festival

Il cibo è la vera lingua dell’ospitalità locale. L’estate armena si gusta in strada: dai “Beer Days” a Yerevan (17–19 luglio) al Festival del Khorovats a Stepanavan (1° agosto), il tempio del barbecue armeno. Ma è il vino il vero protagonista di un autunno precoce: il 3 ottobre, il borgo di Areni celebra la sua storica vendemmia. Qui, in una delle regioni vinicole più antiche del pianeta — con radici che affondano in oltre 6.000 anni di storia — la pigiatura dell’uva diventa una festa che fonde vino, musica e mercatini artigianali.

Creatività e sguardi verso l’alto

L’energia creativa armena esplode in festival come il Gyumri Dalan Rock Fest (7–9 agosto) e si libra in aria con l’Armenia Air Fest di Yeghvard (5 settembre) e le mongolfiere di Discover Armenia from the Sky (6–11 ottobre), che regaleranno una prospettiva inedita sui paesaggi caucasici.

Armenia
Garni

Viaggiare in Armenia oggi significa lasciarsi guidare dalla curiosità. Che si tratti di un bicchiere di vino millenario o di una performance jazz sotto le stelle, il Paese si svela proprio durante questi eventi: il modo più autentico per toccare con mano un’identità antica, orgogliosa e profondamente accogliente.

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Premio Cardinale Michele Giordano, al libro “Il Grande Crimine” di Marco Impagliazzo

Sarà Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e professore ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, il vincitore della XIV edizione del Premio Cardinale Michele Giordano. Ad aggiudicarsi il riconoscimento è il suo volume Il Grande Crimine, il genocidio degli armeni pubblicato nel 2025 da Morcelliana.

La decisione è stata assunta dalla commissione del riconoscimento composta dai giornalisti Francesco Antonio Grana, segretario del Premio, Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, Antonello Perillo, condirettore della Tgr, Marco Perillo (Il Mattino), Alfonso Pirozzi (Ansa) e Pietro Treccagnoli (Corriere del Mezzogiorno).

La cerimonia di consegna del Premio si svolgerà lunedì 28 settembre 2026, alle ore 16, nella Basilica Santuario Incoronata Madre del Buon Consiglio e dell’Unità della Chiesa, in via Capodimonte 13, a Napoli. A presiedere l’evento sarà il cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli e presidente del Premio Cardinale Michele Giordano. L’iniziativa si svolge con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Napoli e dell’Ordine dei Giornalisti della Campania.

Con Il Grande Crimine, pubblicato da Morcelliana, Impagliazzo affronta una delle pagine più drammatiche e meno conosciute della storia del Novecento: il genocidio degli armeni, perpetrato durante la Prima guerra mondiale dall’Impero ottomano. Il Metz Yeghern, il “Grande Crimine”, rappresenta infatti il primo genocidio del XX secolo, segnando tragicamente la storia dell’umanità.

Il volume ricostruisce il contesto storico e politico che rese possibile lo sterminio sistematico della popolazione armena attraverso deportazioni e massacri. L’autore analizza il progetto nazionalista dei Giovani Turchi, fondato su criteri etnici e religiosi, e mostra come il clima della guerra abbia favorito una macchina di violenza che garantì ai responsabili libertà d’azione e impunità.

Partendo da una serie di interrogativi fondamentali – come sia stato possibile organizzare una strage di tali proporzioni e chi abbia impartito gli ordini che portarono all’eliminazione di un intero popolo – Impagliazzo si avvale delle più recenti ricerche storiche, che negli ultimi anni hanno contribuito a far luce su una vicenda a lungo rimasta ai margini della coscienza europea.

Tra i primi storici italiani ad aver approfondito la questione armena, Impagliazzo propone un’opera rigorosa ma accessibile, rivolta in particolare ai giovani e a tutti i lettori interessati a conoscere e comprendere le radici di una tragedia che continua a interrogare la coscienza collettiva. Un libro che invita a custodire la memoria storica come antidoto all’indifferenza e come strumento per riconoscere e contrastare i meccanismi che possono condurre alla persecuzione e allo sterminio dei popoli.

Con questo riconoscimento, il Premio Cardinale Michele Giordano conferma la propria attenzione verso opere capaci di coniugare rigore scientifico, valore civile e impegno nella diffusione della cultura, premiando un volume che restituisce voce a una delle più grandi tragedie del secolo scorso e richiama il valore universale della memoria.

Armenia protagonista dell’estate 2026 con festival, celebrazioni e nuove esperienze di viaggio (Advtraining 13.07.26)

L’Armenia si prepara a una stagione ricca di appuntamenti che uniscono cultura, creatività, avventura e tradizione. Città e villaggi di tutto il Paese si animano con musica, cinema, gastronomia e celebrazioni dalle radici secolari. Che si scelga di unirsi alle migliaia di persone che festeggiano Vardavar, il celebre festival dell’acqua armeno, di assistere a spettacoli di livello internazionale tra le montagne del Syunik, di degustare vini prodotti con vitigni autoctoni nella più antica regione vinicola dell’Armenia o di scoprire l’arte contemporanea nelle strade storiche di Gyumri, quasi ogni settimana della stagione offre ai viaggiatori l’opportunità di conoscere un volto diverso del Paese.
Questo programma di festival rappresenta il complemento ideale al patrimonio armeno riconosciuto dall’UNESCO, agli spettacolari paesaggi montani, alla vivacità della capitale e alla rinomata ospitalità del Paese, creando innumerevoli occasioni per entrare in contatto con le comunità locali e vivere il suo patrimonio culturale ancora vitale.

La musica risuona dalle montagne alle piazze

L’estate si apre con il Festival Internazionale di Musica di Kapan (4–14 luglio), uno dei più prestigiosi appuntamenti di musica classica dell’Armenia. Sullo sfondo delle scenografiche montagne della provincia del Syunik, il festival riunisce solisti, ensemble da camera e orchestre di fama internazionale, trasformando la città di Kapan in un’eccezionale sede concertistica. L’11 luglio, il Tempio di Garni diventa il palcoscenico del duo di musica elettronica Bedouin, che si esibirà davanti all’eccezionale scenario del tempio greco-romano, fondendo patrimonio antico, musica contemporanea ed effetti visivi immersivi.
La musica prosegue per tutto il mese di agosto con Hay at Jazz, un festival itinerante che porta alcuni dei più importanti jazzisti armeni in suggestivi spazi all’aperto a Yeghegnadzor (14 agosto), Goris (15 agosto), Vanadzor (21 agosto) e Dilijan (22 agosto). La rassegna unisce concerti di alto livello all’atmosfera unica di spazi storici e piazze pubbliche, offrendo al pubblico un modo originale per scoprire le città armene dopo il tramonto.
Dal 9 settembre al 15 ottobre, l’Armenia International Music Festival riunisce musicisti di fama internazionale e l’Orchestra Sinfonica di Stato Armena. Il festival celebra la musica classica, promuovendo al tempo stesso lo scambio culturale e valorizzando la vivace scena artistica del Paese.

Cinema, antichi rituali e celebrazioni che uniscono le comunità

Uno degli appuntamenti di punta della stagione è il Festival Internazionale del Cinema Golden Apricot (12–19 luglio), che trasforma Yerevan in una delle principali capitali culturali del Caucaso. Registi, attori, produttori e appassionati di cinema provenienti da tutto il mondo si ritrovano per proiezioni, anteprime, masterclass e incontri, mentre la città stessa diventa un grande palcoscenico aperto al cinema internazionale contemporaneo. Il 12 luglio i visitatori possono inoltre prendere parte a una delle tradizioni armene più straordinarie e amate: Vardavar, il celebre festival dell’acqua. Celebrato in tutta l’Armenia, questo appuntamento secolare vede persone di ogni età spruzzare allegramente acqua su amici, parenti e perfetti sconosciuti.
La cultura tradizionale è al centro anche dello Yeghegis Fest (25 luglio), ospitato nel villaggio di Hors, nella suggestiva valle di Yeghegis, nella regione di Vayots Dzor. Musica popolare, cucina locale, artigianato e feste di comunità offrono un’autentica introduzione alla vita rurale armena in una delle zone più pittoresche del Paese. La stagione propone anche il Festival culturale e culinario armeno-iraniano Navasard (10–11 agosto) a Sisian, nella provincia del Syunik. Ispirato all’antica celebrazione del Capodanno armeno, il festival riunisce artisti, musicisti e chef armeni e iraniani, mettendo in luce secoli di scambi culturali attraverso spettacoli, cucina tradizionale e un patrimonio condiviso. Il calendario culturale prosegue, alla fine di settembre, con il Festival internazionale francofono delle arti performative ‘Théâtrons’, che riunisce danza, drammaturgia e performance art per promuovere il dialogo culturale tra l’Armenia e il mondo francofono.

Un’estate da gustare: birra, barbecue e una delle più antiche culture vinicole del mondo

Il cibo è da sempre al centro dell’ospitalità armena e i festival estivi rappresentano l’occasione ideale per scoprire le tradizioni gastronomiche del Paese. A Yerevan, la festa della birra “Beer Days” (17–19 luglio) anima Zakyan Street con birrifici artigianali locali, street food, musica dal vivo e intrattenimento, dando vita a uno degli eventi all’aperto più vivaci della capitale.
Il 1° agosto la città settentrionale di Stepanavan ospita il celebre Festival Pan-armeno del Khorovats, dedicato al barbecue armeno, la carne cotta alla brace. Gare di cucina, degustazioni e produttori locali trasformano l’appuntamento in una grande celebrazione di una delle tradizioni gastronomiche più amate dell’Armenia. Gli appassionati di vino non possono perdere la Festa del vino di Areni, in programma il 3 ottobre ad Areni, nel villaggio diventato sinonimo della vitivinicoltura armena. Situato a Vayots Dzor, una delle regioni vinicole più antiche del mondo, il festival valorizza i vitigni autoctoni attraverso degustazioni, presentazioni delle cantine, musica tradizionale, mercatini artigianali e la popolare gara di pigiatura dell’uva.

Dove la creatività incontra la tradizione

L’energia creativa dell’Armenia si esprime nei suoi festival contemporanei. Dal 7 al 9 agosto il Gyumri Dalan Rock Fest trasforma il centro storico di Gyumri in una vivace vetrina della creatività nazionale, riunendo artisti, designer, musicisti, artigiani e performer. Il festival mette in risalto sia l’artigianato tradizionale sia le espressioni artistiche contemporanee, confermando la reputazione di Gyumri come uno dei principali centri culturali del Paese. Il 5 settembre i visitatori possono scegliere tra il festival dell’aria e del volo “Armenia Air Fest” a Yeghvard, con esibizioni acrobatiche e mostre dedicate all’aviazione, e il Festival delle arti e dell’artigianato a Dilijan, che offre esposizioni, laboratori e dimostrazioni dal vivo. Dal 14 al 21 settembre, il IV Festival Internazionale dell’acquerello “Colors of Armenia” accoglie artisti provenienti da tutto il mondo per mostre e sessioni di pittura en plein air. Il Festival internazionale delle mongolfiere “Discover Armenia from the Sky” (6–11 ottobre) porta nei cieli oltre 20 coloratissime mongolfiere, che sorvolano che sorvolano gli scenari più suggestivi del Paese.

Scoprire l’Armenia attraverso i suoi festival

Viaggiare in Armenia durante la stagione dei festival significa scoprire il Paese attraverso i momenti che contano di più per le comunità locali. Ogni festival racconta una storia diversa: quella di tradizioni antiche tramandate di generazione in generazione, della musica che risuona nelle valli montane, dei villaggi che celebrano il proprio patrimonio, dei viticoltori che portano avanti un sapere risalente a oltre 6.100 anni fa e degli artisti e cineasti che plasmano l’identità culturale contemporanea dell’Armenia.

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L’Ue lancia una missione in Armenia contro le minacce ibride (Ansa 13.07.26)

Il Consiglio dell’Ue lancia oggi la Missione di partenariato dell’Ue in Armenia (Eupm Armenia) nell’ambito della Politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc).

L’obiettivo di questa missione civile consultiva è quello di sostenere le autorità armene nel rafforzare la resilienza del Paese contro le minacce ibride e la sua capacità di affrontare le sfide di sicurezza in continua evoluzione.
Formalmente istituita il 21 aprile 2026, la missione sosterrà la capacità dell’Armenia di affrontare tali sfide ibride, tra cui le minacce informatiche, la manipolazione e l’interferenza di informazioni straniere (Fimi) e i flussi finanziari illeciti.
Nello specifico, la missione fornirà consulenza strategica, competenze tecniche e supporto per il rafforzamento delle capacità istituzionali a diverse istituzioni nazionali armene per affrontare tali minacce e sosterrà un approccio orizzontale e intergovernativo.
La missione Eupm Armenia è una missione non esecutiva e non avrà alcun ruolo nei processi decisionali delle autorità armene.
La missione avrà un mandato iniziale di due anni e sarà composta principalmente da esperti distaccati dagli Stati membri dell’Ue.
“La scorsa settimana, l’Ue ha presentato un importante pacchetto di sostegno economico e politico per l’Armenia al fine di contrastare le pressioni russe.

Oggi, dispieghiamo una nuova missione dell’Ue sul territorio. Gli esperti dell’Ue sosterranno le autorità armene nell’affrontare le minacce informatiche e la disinformazione, nonché nel contrastare i flussi finanziari illeciti”, ha affermato Kaja Kallas, Alta rappresentante Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza.


L’UE invia in Armenia una missione per contrastare le minacce ibride.

Antonia Arslan la curiosa della vita che ha cantato il genocidio armeno (Enordest 12.07.26)

Continua su http://www.enordest.it la nuova rubrica dal titolo “Itinerari”. Ogni domenica sarò felice di presentarvi voci e storie tra Nordest e Sardegna, terre straordinarie tra cui vivo e lavoro. Vi accompagnerò lungo itinerari culturali, turistici ed imprenditoriali ricchi di fascino e creatività, che conto sapranno informare ed emozionare chi vorrà farci compagnia.  Oggi con “Itinerari” vi porto a conoscere Antonia Arslan.

Antonia Arslan, la “cantastorie” del genocidio armeno nel mondo

Non capita tutti i giorni di intervistare una delle più importanti voci letterarie del XXI secolo. Consapevole di questa opportunità, ho composto il numero di telefono di Antonia Arslan, scrittrice, traduttrice e saggista padovana di origine armena (1938), a lungo docente di letteratura italiana all’università di Padova, instancabile testimone del genocidio del popolo armeno. Avevo già avuto il privilegio di conversare con lei in passato. La invitavo con piacere in studio ai tempi delle mie conduzioni in emittenti televisive del nordest. Ho sempre conservato nella memoria lo sguardo acuto e vivace di questa donna minuta dal carisma sconfinato. Pur conoscendo il Male assoluto che l’uomo può infliggere ai suoi simili, Antonia Arlsan non ha mai perso il sorriso gentile e solare. Suo nonno paterno Yerwant Arslanian – nato in Anatolia (attuale Turchia) il 23 maggio 1865 nell’ottomana Kharpert (oggi Elazig) – si salvò grazie a suo padre, che a 13 anni lo mandò a studiare a Venezia. Il resto della sua famiglia, compresi i fratelli e i cugini, fu quasi interamente sterminato. Yerwant aveva mutato il cognome da Arslanian ad Arslan nel 1923.

Il best seller di Antonia Arslan

Sono passati 22 anni dal best seller “La masseria delle allodole” (Rizzoli, 2004) – da cui è stato tratto l’omonimo film dei Fratelli Taviani – in cui l’autrice racconta la vera storia della famiglia Arslanian e di un gruppo di armeni che vissero in Anatolia tra il 1915 e il 1919, vittime dei rastrellamenti e dei massacri organizzati dal governo turco. Dal romanzo d’esordio a numerosi saggi e poesie, passando per “La strada di Smirne” (2009), in cui Arslan narra le vicende del popolo armeno durante l’esilio e il devastante incendio di Smirne del 1922, fino all’ultimo libro, “Memorie di una Lady armena” (Edizioni Guerini, da aprile in libreria), da lei curato insieme a Benedetta De Mari, Antonia Arslan si conferma la più importante “cantastorie” del genocidio del popolo armeno nel mondo.

Professoressa Arslan, lei come si descriverebbe?

“Descrivere se stessi è sempre un azzardo. Si rischia di enfatizzarsi o di fare i finti modesti, ma ci proverò (sorride). Sono una persona che è sempre stata curiosa della vita e del mondo che ha intorno, ma a maturazione lenta. Ho fatto le scuole, il liceo e l’università molto volentieri, perché amo le sfide e la conoscenza. Ogni esame rappresentava per me una sfida. Non certo contro i professori, quello sarebbe stato autolesionistico (sorride di nuovo). La sfida era sempre con me stessa. A ‘maturazione lenta’ perché ho iniziato a scrivere poesie a 20 anni, senza affrettare le cose. Adoro insegnare ai giovani. Mi piace, mi da’ energia, ma l’insegnamento non c’entrava con la vocazione letteraria. Quella è arrivata più tardi”.

Ovvero quando ha scritto “La masseria delle allodole”?

“Esatto. Era il 2004. Scelsi la forma del romanzo, non della saggistica. Per me era un’altra avventura. Una nuova sfida. Il mio primo romanzo. Mi immersi nella dimensione del racconto in veste di ‘cantastorie’, per raggiungere il cuore e la mente di quei lettori che potevano non avere interesse per la saggistica”.

Si sente  una “cantastorie”?

“Sì. Mi sento la cantastorie del genocidio armeno, esempio drammatico di quello che può accadere e su cui è importante ragionare. Un genocidio avviene non solo perché prevale il Male. Ne ho parlato anche nel mio secondo romanzo, ‘La strada di Smirne’, che racconta l’enorme tragedia delle minoranze in Anatolia. Non se ne parla mai. Ci sono ancora oggi molti genocidi in corso. Non sono massacri. Sono qualcosa di diverso. La banalizzazione del termine genocidio è purtroppo consueta”.

Professoressa Arlsan, cos’è un genocidio?

“E’ la volontà di annientare una minoranza, di sterminarla in modo sistematico e programmato. La parola ‘genocidio’ (dal greco genos – razza, tribù, stirpe – e dal suffisso latino -cidio, da caedere, ovvero uccidere) fu inventata nel 1944 da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica che studiava da anni la tragedia armena e che riconobbe in essa le stesse modalità del nazismo”.

Ci ricordi del genocidio armeno…

Metz Yeghérn in armeno significa ‘il Grande Male’, ‘la Grande Catastrofe’. Indica lo sterminio del popolo armeno programmato e perpetrato dall’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1923, costato la vita a 1,5 milioni di persone. Le deportazioni e i massacri ebbero inizio il 24 aprile 1915 con l’arresto degli intellettuali armeni a Istanbul. Per arrivare all’eliminazione delle minoranze razziali, il governo turco attuò una propaganda simile a quella di Hitler contro gli ebrei in Germania, o a quella degli Hutu contro i Tutsi in Ruanda. Come è potuto accadere che in tre mesi il popolo degli Hutu fu convinto ad impugnare il machete e a sterminare i Tutsi? La Radio delle Mille Colline – nota emittente ruandese che ha operato tra il 1993 e 1994 – svolse un ruolo tragicamente centrale nel genocidio del Ruanda, agendo come principale strumento di propaganda dell’estremismo Hutu per incitare all’odio e allo sterminio della minoranza Tutsi”.

In Anatolia la modalità fu identica?

“Sì. L’obiettivo del governo ottomano fu quello di portare dalla sua parte il popolo turco e di persuaderlo che la pacifica minoranza degli armeni, con cui aveva fino ad allora convissuto, non andava ‘semplicemente’ maltrattata o respinta. Andava eliminata. Fu la stessa modalità del nazismo, per cui gli ebrei iniziarono ad essere percepiti come ‘sottouomini’. Così dicevano i nazisti degli ebrei. Gli armeni diventarono gli ebrei del Medio Oriente. Iniziò così il Grande Male”.

Professoressa Arslan, esiste ancora oggi il negazionismo del genocidio armeno?

“Sì. Il governo turco è furibondo che si parli ancora di genocidio del popolo armeno. Anche pochi giorni fa il Presidente turco Erdogan ha ribadito che nella storia della Turchia ‘non ci sono genocidi né massacri’. Il negazionismo non nega che siano morti tanti armeni, ma nega il motivo che ha portato al loro sterminio, addebitandolo a disordini interni e a spostamenti di popolazioni considerati necessari per motivi di sicurezza. A livello internazionale, il numero delle nazioni che oggi riconoscono il genocidio armeno è salito a 34, ma tanti Paesi subiscono ancora le pressioni del governo turco. C’è ancora tanta ipocrisia e superficialità intorno all’accettazione del genocidio. In un mondo parcellizzato si parla di Gaza, ma non dello sterminio dei cristiani in Nigeria o della situazione odierna degli armeni”.

Nel suo ultimo libro, “Memorie di una Lady armena”, si torna a parlare del genocidio armeno, ma anche dei facoltosi Amirà di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento…

“In questo romanzo, curato insieme a Benedetta De Mari, viene raccontata la storia vera e affascinante della contessa armena Maria Nazlè Keutchè-Oglou Corinaldi, giunta dalla Turchia a Padova attraverso vari spostamenti e avventure vissute tra l’Impero Ottomano e l’Italia, tra dimore lussuose, ambasciate, palazzi e castelli. Dopo aver sposato a Roma il nobile diplomatico italiano Leopoldo Corinaldi nel 1906, la contessa visse tra Londra, Parigi, Roma e Atene prima di stabilirsi definitivamente nel padovano. Qui ebbi modo di conoscerla circa 40 fa, quando era già novantenne. Mio padre medico doveva averla avuta come paziente. Lei gli regalò un libretto molto piacevole scritto da lei in francese, mai recensito. Raccontava della sua vita alla corte di Grecia tra il 1905 e il 1910. Io lo lessi e feci una recensione, così mi volle incontrare. Tra noi nacque un’empatia immediata. Cominciammo a parlare di tutto davanti ad una tazza di te’ coi biscotti: del genocidio del popolo armeno, dei massacri in Asia Minore, delle due guerre mondiali, ma anche della sua infanzia e giovinezza vissute tra i fasti di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento, nel lussuoso ialy sul Bosforo realizzato in stile neo bizantino e veneziano da costruttori in gran parte veneti. Mi raccontò dell’amicizia con il Sultano turco Abdul Aziz e i suoi figli. Maria Nazlè è stata testimone di quel mondo pochissimo conosciuto degli Amirà, la comunità degli armeni di altissimo livello sociale che vivevano a Costantinopoli. Un mondo di cui avevo solo sentito parlare”.

Cosa accadde agli Amirà?

“A fine Ottocento gli Amirà fungevano da mediatori chiave tra il governo ottomano e la comunità armena. Gestivano le finanze imperiali, finanziavano opere pubbliche e guidavano le istituzioni religiose, mantenendo una stretta e leale vicinanza al Sultano. Dirigevano la Zecca imperiale, progettavano e costruivano infrastrutture, moschee e palazzi reali. Basti ricordare la celebre dinastia di architetti Balyan. Verso la fine del XIX secolo il loro potere iniziò a declinare, soprattutto per il cambiamento dello scenario economico e politico del Paese. Il Sultano riuscì a proteggerli. Gli Amirà sopravvissero, ma persero i loro appannaggi e si impoverirono”.

Professoressa Arslan, cosa la colpì in particolare della contessa Corinaldi?

“Mi colpì il suo coraggio, lo spirito d’avventura di questa donna che lasciò il suo ambiente confortevole e gli agi del palazzo sul Bosforo per seguire un italiano, sposarlo e iniziare con lui una vita tra mille spostamenti e colpi di scena. Ebbero tre figli. Era una donna affascinante, uno spirito libero. Visse tra fasti e privilegi, ma durante la guerra lavorò tantissimo come crocerossina. Adorava cavalcare. Il marito Leopoldo lo conobbe così, in sella ad un cavallo. Maria Nazlè visse dolori profondi. Suo marito negli anni si comportò male con lei. Le vendette la casa, ma il dolore assoluto fu la scomparsa del terzo figlio Livio, appassionato di cavalli come la madre. Durante la seconda guerra mondiale, Livio volle entrare in cavalleria nell’esercito Savoia. Aveva 19 anni. Essendo ebreo, non fu ammesso a causa delle leggi razziali. Si sentì escluso e maltrattato. Maria conosceva il Re Vittorio Emanuele II e la Regina. Fece di tutto per farlo reintegrare. Raggiunse l’obiettivo. Il figlio partì nel 1941 per la campagna di Russia come Ufficiale del Savoia Cavalleria. Scomparve tragicamente nella battaglia di Isbuscenskij. La contessa fu dilaniata dal senso di colpa. Non smise mai di cercarlo. In seconde nozze sposò Angelo Emo Capodilista. L’ultima parte della sua vita la trascorse prima a Monselice al Castello di Lispida, fino alla vendita nel 1928 agli Sgaravatti, poi in una villetta liberty vicino a Prato della Valle a Padova, dove morì a 91 anni. Dopo il nostro primo e unico incontro, non la rividi più. Venni poi a sapere che mi lasciò in eredità i suoi diari”.

Un lavoro complesso e meticoloso ha permesso di ricostruire la vita della contessa amena grazie anche all’impegno di Orlando Piero Cravotto, un giovane parente di Maria Nazlè, nonna di suo nonno Giovanni.

Professoressa Arslan, che messaggio vuole dare in chiusura di questa intervista?

“Leggete! Leggere fa sempre bene. Non dimentichiamo mai la lettura”.

 

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L’Orchestra Rai al Festival di Ravello con Tjeknavorian (Rai Cultura 11.07.26)

Venerdì 24 luglio sul Belvedere di Villa Rufolo con musiche di Khachaturian e Musorgskij/Ravel

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai torna a Ravello, per la settantaquattresima edizione del festival della cittadina campana, gioiello della costiera amalfitana. Il concerto è in programma venerdì 24 luglio alle 20 sul Belvedere di Villa Rufolo, amatissima anche da Richard Wagner, che ne rimase profondamente affascinato nel suo viaggio in Italia del 1880.

Sul podio della compagine Rai sale Emmanuel Tjeknavorian. Classe 1995, viennese di origine armena, è apprezzato per la sua grande versatilità artistica. Lanciato come violinista in una carriera folgorante che lo ha portato a collaborare con grandi orchestre, ha debuttato con l’Orchestra Rai nel 2018 proprio in veste di solista. Si è avvicinato alla direzione d’orchestra fin da piccolo, grazie al padre, il compositore e direttore d’orchestra Loris Tjeknavorian, che lo ha introdotto alla musica. La sua carriera di direttore è iniziata tra il 2022 e il 2023: è salito sul podio di compagini come l’Orchestra Sinfonica Nazionale Danese, la Dresdner Philharmonie, l’Orchestre National d’Île-de-France. Attualmente è Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Ha diretto per la prima volta l’Orchestra della Rai nel novembre del 2025.

Tjeknavorian, in omaggio alla sua terra d’origine, propone nella prima parte del concerto musiche del più grande compositore armeno: Aram Khachaturian. Il programma si apre con una selezione di brani dalle Suite n. 1 e n. 3 dal balletto Gayaneh, che debuttò nella sua versione definitiva nel 1942 a Molotov, eseguito dal Balletto Kirov. La trama originaria, incentrata sul conflitto tra il patriottismo e i sentimenti di una donna armena, fu in seguito modificata per privilegiare il lato romantico.

L’opera è universalmente nota per la travolgente Danza delle sciabole e per l’Adagio, anche utilizzato da Stanley Kubrick nel film 2001: Odissea nello spazio
A seguire un’altra pagina di origine coreutica, ancora di Khachaturian: l’Adagio dalla Suite n. 2 tratta dal balletto Spartacus, uno dei più rappresentati del compositore. Composto nel 1954, è un’opera monumentale in quattro atti e nove quadri che valse al musicista il Premio Lenin. Si basa sull’omonimo romanzo del 1873 di Raffaello Giovagnoli, incentrato sulle epiche gesta dello schiavo romano che guidò la Terza guerra servile. Il balletto debuttò il 27 dicembre 1956 al Teatro dell’Opera di Leningrado con il Kirov Ballet e la coreografia di Leonid Yakobson.

Nella seconda parte della serata sono invece in programma i celeberrimi Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij, proposti nell’orchestrazione realizzata nel 1922 da Maurice Ravel.

L’occasione di una visita alla mostra postuma di disegni dell’amico architetto Viktor Hartmann, fornì a Musorgskij, nel 1874, lo spunto per una suite di pezzi pianistici di potente fantasia che, fra una Promenade e l’altra nelle sale dell’esposizione, descrive dieci quadri dietro cui si celano altrettanti stati d’animo
Ravel, sul quale la musica russa e in particolare quella di Musorgskij esercitò una grande attrattiva, fu talmente conquistato dal fascino dei Quadri che ne realizzò una versione orchestrale divenuta celebre per la sua ricchezza coloristica.

Armenia: amb. Ferranti a Giornata Internazionale Donne in Diplomazia (Giornale Diplomatico 10.07.26)

GD – Jerevan, 10 lug. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’incontro “Diplomacy for All: Expanding Boundaries, Representation and Influence”, organizzato a Jerevan dall’UNDP e dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia.
La ricorrenza, celebrata ogni anno su impulso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intende riconoscere il fondamentale contributo delle donne alla cooperazione internazionale, mantenendo alta l’attenzione sulle sfide ancora aperte in materia di rappresentanza di genere e partecipazione ai processi decisionali. In questo contesto, l’iniziativa ha offerto un’occasione di riflessione sul valore dell’inclusione di tutte le componenti della società nel dialogo internazionale quale presupposto per affrontare, in maniera olistica, le principali minacce globali dell’epoca contemporanea.
La discussione si è concentrata, in particolare, sul ruolo che una politica estera sensibile alle questioni di genere può svolgere nel promuovere una reale uguaglianza sostanziale. Tale riflessione si inserisce nel percorso avviato dalla Quinta Conferenza Ministeriale sulla Feminist Foreign Policy (FFP), svoltasi nel giugno 2026 e conclusasi con l’adozione della Dichiarazione Politica Congiunta di Madrid sulla Costruzione di Società Democratiche attraverso l’Uguaglianza, i Diritti Umani e una Politica Estera Femminista.
Dopo i saluti introduttivi del viceministro degli Affari Esteri armeno, Robert Abisoghomonyan, e della responsabile del Portfolio UNDP per la Parità di Genere, Zanna Harutyunyan, l’amb. Ferranti è intervenuto nel primo panel, dedicato al tema dell’inclusività nella diplomazia. Al dibattito hanno preso parte anche la Vice Ministra del Lavoro e degli Affari Sociali, Tatevik Stephanyan, e l’Ambasciatrice dell’Uruguay, Silvana Graciela Lesca Barolin, con la moderazione della Rappresentante residente dell’UNDP in Armenia, Natia Natsvlishvili.
Il dibattito ha in particolare consentito di approfondire il contributo che un approccio maggiormente inclusivo può offrire all’azione della comunità internazionale, analizzando l’impatto della diversità all’interno delle istituzioni diplomatiche sulla cooperazione e sui processi decisionali, nonché le modalità attraverso cui i principi di uguaglianza possono tradursi in pratiche concrete.
I lavori sono proseguiti con una tavola rotonda dedicata alle opportunità e alle sfide che le donne continuano ad affrontare nel settore diplomatico, alla quale hanno partecipato varie Ambasciatrici di paesi accreditati a Jerevan e rappresentanti del ministero degli Affari Esteri armeno e della comunità internazionale. L’incontro si è concluso con un vivace dibattito aperto al pubblico, che ha arricchito il confronto attraverso domande, osservazioni e contributi dei partecipanti.
La celebrazione della Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia, svoltasi a Jerevan, ha rappresentato un’importante occasione di confronto sul rafforzamento della parità di genere nelle istituzioni e sul valore di una diplomazia sempre più rappresentativa, inclusiva ed efficace. L’iniziativa ha inoltre posto in luce i significativi risultati conseguiti nel percorso verso l’uguaglianza di genere, contribuendo al tempo stesso a mantenere viva la dialettica sulle sfide ancora aperte e sugli obiettivi da perseguire.

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Musica e poesia tra Armenia e Persia: il Castello di Andraz inaugura la rassegna “Musica nell’Agordino 2026” (Bellunopress 10.07.26)

Domenica 12 luglio, la suggestiva cornice storica di Livinallongo del Col di Lana ospita il concerto del Trio IrWan, un viaggio sonoro tra Oriente e Caucaso che apre il prestigioso cartellone estivo.

Livinallongo del Col di Lana – Sarà un intreccio di culture millenarie, suoni antichi e suggestioni poetiche a dare il via alla rassegna Musica nell’Agordino 2026. Domenica 12 luglio, alle ore 15.00, il Castello di Andraz si trasformerà in un ponte ideale tra l’Armenia e l’Iran, accogliendo il concerto inaugurale del Trio IrWan.

L’evento promette di essere un’esperienza immersiva, dove il rigore della tradizione musicale mediorientale e caucasica incontra la sensibilità contemporanea. Il Trio IrWan – composto da Abel Arshakian (duduk, zurna), Behnam Esfandiar (daf, darbuka, djembe) e Mehdi Limoochichi (ud, tar, santur, chitarra, pianoforte) – guiderà il pubblico lungo un percorso che spazia dalla musica popolare a quella rituale e colta.

Il nome stesso del gruppo, “IrWan”, è un manifesto d’intenti: nasce dalla fusione simbolica tra l’Iran e Irawan, l’antico nome di Erevan. Il progetto, infatti, mira a esplorare e far dialogare due civiltà che, sebbene geograficamente distinte, condividono profonde radici storiche, spirituali e artistiche.

Non solo musica: il concerto sarà arricchito dalla lettura di testi poetici appartenenti alla tradizione armena e persiana, creando un dialogo costante tra le note degli strumenti e la parola recitata. Il castello, con la sua atmosfera carica di storia, offrirà la scenografia perfetta per questo incontro tra letteratura e spiritualità.

Il valore dell’ensemble risiede non solo nell’esecuzione, ma anche nella profonda conoscenza degli strumenti. I membri del trio sono infatti esperti artigiani, specializzati nella costruzione e nel restauro di strumenti tradizionali del Medio Oriente e del Caucaso. Il pubblico potrà così ascoltare il timbro unico del duduk e della zurna, la raffinatezza del tar e del santur, e il ritmo vibrante delle percussioni come il daf.

Con un curriculum che vanta numerosi progetti interculturali in tutta Europa, il Trio IrWan si propone di celebrare la musica come linguaggio universale, capace di superare ogni confine geografico.

L’appuntamento, atteso dagli appassionati di musica colta e tradizioni del mondo, è realizzato grazie alla sinergia tra Agordo Musica e Asolo Musica, con la preziosa collaborazione dell’Istitut Cultural Ladin Cesa de Jan.

Un’occasione imperdibile per iniziare l’estate sotto il segno dell’incontro tra culture, in uno dei luoghi più iconici e affascinanti del territorio bellunese.

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Ruben Vardanyan ricorre alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una nuova sfida giuridica contro l’Azerbaigian (Korazym 10.07.26)

La vicenda dell’attivista umanitario Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, entra ora in una nuova fase sul piano del diritto internazionale. Dopo la condanna a venti anni di reclusione inflittagli dal tribunale militare azero al termine di un procedimento denunciato da numerose organizzazioni internazionali come privo delle più elementari garanzie del giusto processo, il suo collegio difensivo si prepara infatti a presentare un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), chiamando direttamente l’Azerbaigian a rispondere delle violazioni commesse.

Per la prima volta, gli avvocati di Vardanyan sono riusciti a ottenere copia della sentenza scritta necessaria per avviare il procedimento davanti alla Corte di Strasburgo. Un passaggio apparentemente tecnico, ma decisivo, poiché fino ad oggi proprio la mancata consegna delle motivazioni delle condanne aveva impedito ai detenuti Armeni e ai loro difensori di esercitare pienamente il diritto al ricorso.

Il caso di Ruben Vardanyan è ormai divenuto il simbolo della sorte riservata ai sedici dirigenti politici e militari Armeni catturati dopo l’occupazione dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023. Arrestato il 27 settembre 2023 al checkpoint illegale installato sul Corridoio di Berdzor (Lachin), mentre lasciava il territorio insieme alla popolazione costretta all’esodo, Vardanyan è rimasto detenuto in condizioni denunciate più volte come arbitrarie, fino alla sentenza pronunciata nel febbraio scorso, che questo Blog dell’Editore ha definito un vero e proprio «processo farsa».

Negli ultimi anni, questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha seguito costantemente l’intera vicenda: dalla nomina di Ruben Vardanyan a Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh nel novembre 2022, ai mesi del blocco del Corridoio di Berdzor imposto dall’Azerbaigian, fino all’occupazione dell’Artsakh, al rapimento del dirigente armeno, al suo lungo isolamento, ai ripetuti appelli internazionali per la sua liberazione, alla candidatura al Premio Václav Havel per i Diritti Umani e infine alla condanna a venti anni di carcere pronunciata dal tribunale militare di Baku.

Secondo l’avvocato specializzato in diritti umani Siranush Sahakyan, che coordina la strategia difensiva internazionale, il ricorso verrà depositato nelle prossime settimane. «Siamo nella fase preparatoria. Il ricorso verrà presentato nelle prossime settimane», ha dichiarato al servizio armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty.

L’impostazione del ricorso sarà netta: dimostrare che il procedimento celebrato contro Ruben Vardanyan è stato interamente di natura politica. Secondo Sahakyan, infatti, il suo assistito «non ha mai commesso alcun reato individuale» e l’Azerbaigian ha trasformato illegittimamente «il diritto collettivo all’autodeterminazione» del popolo dell’Artsakh in un’accusa di terrorismo.

Una tesi destinata ad assumere particolare rilievo davanti alla Corte di Strasburgo, perché investe direttamente il rapporto tra diritto internazionale, diritto dei popoli e tutela dei diritti fondamentali durante e dopo i conflitti armati.

La situazione degli altri quindici ostaggi Armeni rimane tuttavia ancora più grave. Secondo la difesa, le autorità azere continuano infatti a rifiutarsi di consegnare le sentenze scritte relative agli altri procedimenti, impedendo agli imputati e ai loro avvocati di conoscere le motivazioni delle condanne e, di conseguenza, di predisporre efficaci ricorsi internazionali.

Per Sahakyan si tratta di una precisa strategia. L’Azerbaigian trattiene deliberatamente le decisioni giudiziarie per ostacolare qualsiasi controllo internazionale, mentre gli esiti dei processi sono stati decisi fin dall’inizio, indipendentemente dalle prove o dalle argomentazioni della difesa.

Proprio su questo punto interviene ora la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La CEDU ha infatti ordinato all’Azerbaigian di trasmettere entro il 31 agosto 2026 le sentenze scritte relative ai quindici prigionieri Armeni ancora detenuti. Una richiesta che assume un significato che va ben oltre il singolo procedimento, perché mette direttamente alla prova la disponibilità dello Stato azero a collaborare con gli organi di tutela europei.

«Se non le forniranno nemmeno alla Corte Europea, ci troveremo di fronte a una nuova categoria di violazioni dei diritti umani», ha avvertito Sahakyan. L’eventuale rifiuto di ottemperare alla richiesta della Corte non riguarderebbe soltanto i diritti degli imputati, ma investirebbe il rispetto stesso degli obblighi internazionali assunti dall’Azerbaigian nell’ambito della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Per Ruben Vardanyan si apre dunque una nuova fase della battaglia. Dopo aver denunciato dal carcere che il suo processo rappresentava un giudizio politico contro l’intero popolo dell’Artsakh, la questione approda ora davanti alla massima giurisdizione europea per la tutela dei diritti fondamentali.

Resta da vedere se Strasburgo riuscirà a ottenere da Baku quella trasparenza processuale che, fino ad oggi, è stata sistematicamente negata non solo agli imputati, ma anche alla comunità internazionale.

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Continui attacchi contro il patrimonio armeno (Assadakah 10.07.26)

Non si cancellano popoli combattendo con le armi. Esiste anche un fronte meno visibile, ma altrettanto delicato: quello della memoria, della cultura e dell’identità di un popolo. Gli ultimi episodi avvenuti in Turchia e la crescente propaganda proveniente dall’Azerbaijan mostrano come il patrimonio storico e culturale armeno continui a essere al centro di tensioni che vanno ben oltre il piano politico.Nella notte tra il 7 e l’8 luglio ignoti hanno vandalizzato il cimitero della chiesa armena di Surb Karapet, nel quartiere di Üsküdar (l’antica Scutari) a Istanbul. Sei lapidi sono state danneggiate insieme a una fontana presente all’interno del camposanto.

A denunciare l’accaduto è stato il Patriarcato Apostolico Armeno di Costantinopoli, che ha espresso profondo dolore per un gesto definito un attacco contro un luogo sacro e contro il riposo eterno dei defunti. Il consiglio della comunità armena ha immediatamente informato le autorità turche, che hanno aperto un’indagine per individuare i responsabili.

L’episodio riporta l’attenzione sulla vulnerabilità dei luoghi della memoria armena in Turchia, dove negli anni non sono mancati atti vandalici contro chiese, cimiteri e monumenti appartenenti a una comunità che rappresenta una delle più antiche presenze cristiane dell’Anatolia.

Ma mentre le tombe vengono profanate, un’altra battaglia si combatte sul terreno della storia.

Negli ultimi giorni alcuni organi di informazione azeri hanno rilanciato interpretazioni che mettono in discussione l’appartenenza del patrimonio urarteo all’eredità storica dell’altopiano armeno. Al centro della polemica vi è Argishtiakhinili, una delle principali città del regno di Urartu, fondata nel IX secolo a.C. dal re Argishti I.

Secondo il consenso della comunità archeologica internazionale, i sistemi idrici, le fortificazioni e gli altri reperti rinvenuti nell’attuale Armenia appartengono alla civiltà di Urartu, uno degli stati più avanzati del Vicino Oriente antico, sviluppatosi tra il IX e il VI secolo a.C. con il suo nucleo originario nell’area del lago di Van e nei territori circostanti, comprendenti anche parte dell’attuale Armenia.

Le ricostruzioni diffuse da alcuni ambienti nazionalisti azeri propongono invece una lettura diversa, inserendo questi siti all’interno di una narrazione politica legata alla cosiddetta “Azerbaijan occidentale”. In tale prospettiva, monumenti e reperti archeologici vengono presentati come testimonianze di presunti diritti storici sul territorio della Repubblica d’Armenia.

Molti studiosi sottolineano però che il patrimonio archeologico non può essere interpretato attraverso le frontiere degli Stati contemporanei né utilizzato per sostenere rivendicazioni politiche attuali. La ricerca scientifica richiede infatti l’analisi dei reperti nel loro contesto storico, senza piegarli a esigenze propagandistiche.

Questi episodi, apparentemente distinti, finiscono per inserirsi in un quadro più ampio. Da una parte vi sono atti di vandalismo contro luoghi simbolo della presenza armena; dall’altra il tentativo, denunciato da numerosi storici e archeologi, di riscrivere il passato attraverso narrazioni che mettono in discussione l’identità storica di monumenti e siti archeologici.

Per molti osservatori si tratta di una strategia che rischia di erodere progressivamente la memoria storica armena, non solo attraverso la distruzione materiale dei suoi simboli, ma anche mediante la contestazione delle loro radici culturali. Una sfida che riguarda non soltanto gli armeni, ma la tutela del patrimonio storico universale, il cui valore dovrebbe rimanere al riparo dalle contrapposizioni politiche del presente.

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