L’Armenia come «terra storica» azera: che cosa si insegna a Baku mentre si parla di pace (Korazym 28.09.26)
Il 22 settembre 2026, pochi giorni prima del sesto anniversario dell’inizio della guerra dei 44 giorni in Artsakh, l’Università Tecnica dell’Azerbaigian (AzTU) a Baku ha ospitato un incontro intitolato L’Azerbaigian occidentale è la nostra terra storica! La notizia è stata pubblicata dall’AzTU e ripresa il 24 settembre dall’agenzia statale AZERTAC.
Secondo AZERTAC, i relatori hanno sostenuto che il territorio da loro chiamato «Azerbaigian occidentale» sarebbe stato progressivamente trasformato in Armenia attraverso reinsediamenti, modifiche amministrative e «pulizia etnica» negli ultimi due secoli. Hanno accusato gli Armeni di avere distrutto monumenti storici e religiosi azeri e richiamato le dichiarazioni del Presidente Ilham Aliyev sul ritorno degli Azeri nei luoghi abitati dai loro antenati. Sono intervenuti Nazim Mustafayev, membro del Consiglio della Comunità dell’Azerbaigian Occidentale, Cəbi Bəhramov e Bəxtiyar Həsənov. Si tratta delle tesi dei relatori, non di fatti storici accertati dalla loro pubblicazione su un’agenzia statale.
Una posizione coltivata da anni
L’iniziativa universitaria si inserisce in una linea politica di lunga data. Nel dicembre 2022 Aliyev parlò del ritorno degli Azeri in «Azerbaigian occidentale», riferendosi a luoghi situati nell’attuale Armenia, e chiese di promuovere questa narrazione anche nei libri di storia. In seguito ha sostenuto che tale ritorno non implica rivendicazioni territoriali e deve avvenire pacificamente.
La promessa di un percorso pacifico va letta alla luce del precedente dell’Artsakh. Come abbiamo già ricordato sul Blog dell’Editore, nel 2020 Aliyev sostenne che i negoziati non avevano prodotto risultati e scelse la via militare. Nel discorso pronunciato a Stepanakert l’8 novembre 2023, rivendicò di avere avvertito che, se le trattative fossero fallite, avrebbe usato la forza. La condizione giuridica dell’Artsakh e quella dell’Armenia sovrana sono diverse; il precedente non dimostra l’intenzione di attaccare l’Armenia, ma rende necessario valutare le rassicurazioni di Baku insieme ai suoi atti.
La storia degli Azeri che vivevano in Armenia e ne partirono durante il conflitto non può essere cancellata: Human Rights Watch documentò la fuga di circa 160.000 persone entro il 1989, insieme a quella di centinaia di migliaia di Armeni dall’Azerbaigian. Il riconoscimento delle sofferenze degli sfollati è però distinto dal presentare l’intera Armenia contemporanea come una terra appartenente storicamente allo Stato vicino.
Erevan legge la formula «Azerbaigian occidentale» come una rivendicazione territoriale implicita. Un’analisi pubblicata da Carnegie, firmata da studiosi armeno e azero, descrive questa divergenza: Baku parla di diritto al ritorno, mentre in Armenia la stessa narrazione è percepita come una minaccia alla sovranità. Gli autori avvertono che può prolungare la logica del conflitto.
L’educazione delle nuove generazioni
L’incontro all’AzTU riguarda anche il modo in cui una generazione impara a rappresentare il Paese vicino. Il problema precede questo evento: nel rapporto sull’Azerbaigian pubblicato nel 2023, la Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza (ECRI) del Consiglio d’Europa riferì le preoccupazioni ricevute per il linguaggio discriminatorio verso gli Armeni presente nei manuali scolastici. Questo rilievo non consente di misurare l’effetto dell’incontro sui singoli studenti, ma documenta che la questione educativa non nasce oggi.
Perché la pace diventi una prospettiva credibile, non basta trattare di confini nei negoziati se nelle aule l’Armenia viene presentata come un’entità formatasi su una presunta terra azera. Già nel 2013 i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE chiedevano alle leadership di preparare i loro popoli alla pace e di evitare retoriche capaci di alimentare una nuova escalation. È questo il criterio con cui leggere l’iniziativa universitaria, senza attribuire automaticamente a tutti i docenti o studenti le posizioni espresse dai relatori.
L’autodeterminazione dell’Artsakh e il divieto della forza
Le parole pronunciate a Baku non risuonano nel vuoto. Nel 2020 l’Azerbaigian ha riconquistato con la guerra dei 44 giorni parte dell’Artsakh; il 19 settembre 2023 ha lanciato l’offensiva con cui ha assunto il pieno controllo della regione. Nei giorni successivi oltre 100.000 Armeni sono fuggiti verso l’Armenia. Il Nagorno-Karabakh era internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaigian, ma la questione dello status politico e dei diritti della popolazione armena non era per questo priva di una base giuridica e di una sede negoziale.
Come abbiamo ricostruito nella nostra copertura, il 2 settembre 1991 i rappresentanti dell’Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh e della regione di Shahumyan proclamarono la Repubblica del Nagorno-Karabakh richiamandosi alla legge sovietica del 3 aprile 1990 sulla secessione delle repubbliche dell’Unione Sovietica; il 10 dicembre seguì un referendum sull’indipendenza. Questo percorso costituiva la base giuridica invocata dagli Armeni dell’Artsakh per l’autodeterminazione. Non comportò tuttavia il riconoscimento internazionale della Repubblica né risolse il conflitto tra autodeterminazione e integrità territoriale.
Proprio per affrontare quel conflitto, i copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE indicarono insieme tre principi: divieto dell’uso della forza, integrità territoriale e pari diritti e autodeterminazione dei popoli. La loro proposta comprendeva uno status provvisorio per il Nagorno-Karabakh, garanzie di sicurezza e la futura definizione dello status finale attraverso una manifestazione di volontà giuridicamente vincolante. Il processo di Minsk è stato formalmente chiuso nel 2025, ma l’esito militare del 2020 e del 2023 non trasforma retroattivamente la forza in un metodo di soluzione conforme a quei principi. Lo avevamo già richiamato nella nostra copertura.
Vi è poi una questione distinta dall’Artsakh. Nella risoluzione del 5 ottobre 2023, il Parlamento europeo ha rilevato che le forze azere avevano occupato parti del territorio sovrano armeno e ha richiamato le dichiarazioni irredentiste della leadership azera. Non si tratta di superfici prive di valore: alcune postazioni sulle alture consentono osservazione e controllo delle vie d’accesso e dei centri abitati.
Nella nostra copertura avevamo riferito degli sconfinamenti del 2021 e del 2022 e delle opere di ingegneria militare successive, anche presso Tegh, valutando il peso delle posizioni per la sicurezza dei villaggi, le comunicazioni e i futuri negoziati. Una ricognizione cartografica di CivilNet, pubblicata nel 2025, ha individuato posizioni azere su alture strategiche nel Syunik e in altre regioni armene; le cifre complessive dell’area controllata restano stime legate ai criteri di mappatura e alla delimitazione ancora incompleta del confine.
Quanto alla permanenza sul terreno, un rapporto attribuito a Sputnik Armenia, basato sul confronto di immagini satellitari del 2025 e ripreso nel settembre 2026, descrive l’ampliamento di strade, trincee e fortificazioni di una postazione situata, secondo la ricostruzione, all’interno dell’Armenia. È una documentazione giornalistica, non una verifica indipendente di ogni dettaglio. Insieme alla geografia delle alture occupate, rende però insufficiente liquidare quelle posizioni come semplici «chilometri quadrati» in attesa di demarcazione.
La pace si misura anche nelle parole e sul terreno
Il testo dell’accordo di pace siglato in forma preliminare nell’agosto 2025 indica una direzione precisa: Armenia e Azerbaigian riconoscono reciprocamente sovranità e integrità territoriale, dichiarano di non avere rivendicazioni territoriali e si impegnano a rinunciare alla minaccia e all’uso della forza. La delimitazione del confine e la sorte delle posizioni militari dovranno essere affrontate coerentemente con questi principi. Anche il linguaggio con cui le istituzioni preparano i cittadini a guardare il Paese vicino conta per una pace duratura.
Un incontro universitario non prova, da solo, l’intenzione di lanciare una nuova guerra. Mostra però che, mentre si negozia il riconoscimento dei confini, agli studenti viene proposta una lettura dell’Armenia come «nostra terra storica». Dopo quanto accaduto in Artsakh e alla luce delle posizioni azere in territorio sovrano armeno, questa contraddizione non è una semplice disputa terminologica.
Una pace credibile richiede tutela dei diritti degli sfollati, rifiuto della propaganda ostile e riconoscimento senza ambiguità dell’esistenza e dei confini dell’altro Stato.











