Francobollo Azerbaigian su Nagorno Karabakh (Artsakh)

In qualità di cittadini italiani di origine armena dobbiamo segnalare che in data 30 dicembre le Poste dell’Azerbaigian hanno emesso un foglietto a celebrazione della vittoria nella recente guerra combattuta contro la repubblica armena de facto del Nagorno Karabakh (Artsakh).

In tale foglietto una vignetta evidenzia la disinfestazione della regione conquistata (parzialmente) dalle forze armate azere che per 44 giorni hanno sottoposto la popolazione a incessanti bombardamenti anche con armi proibite dalle convenzioni internazionali.

L’immagine richiama inequivocabilmente la propaganda nazista ed è frutto di una cultura dell’odio contro gli armeni che purtroppo impera nel regime azero.

Ci appelliamo alle istituzioni e agli amanti della filatelia perché condannino tale emissione. Un francobollo, propaganda a parte, non può essere veicolo di odio e discriminazione etnica.

La “disinfestazione” del Nagorno Karabakh va censurata in quanto rappresenta un insulto non solo al popolo armeno nel mondo ma anche all’arte del francobollo e ai valori che esso rappresenta.

Grazie per l’attenzione e per l’evidenza che vorrete dare al nostro messaggio.

Cordiali saluti

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

LA DRAMMATICA FINE DELLA CANTINA KATARO IN NAGORNO KARABAKH (ARTSAKH)

La guerra scatenata a fine settembre dall’Azerbaigian contro la repubblica armena de facto del Nagorno Karabakh (Artsakh) non ha lasciato soltanto una scia di sangue e distruzioni dopo 44 giorni di violenti combattimenti e bombardamenti a tappeto sulla popolazione.

Dobbiamo purtroppo segnalare come la prestigiosa cantina Kataro nel villaggio di Togh, ora occupato dalle forze militari dell’Azerbaigian, è andata irrimediabilmente distrutta.

In rete abbiamo dovuto vedere le tristi immagini di soldati azeri che si accaniscono sulle botti che custodivano il pregiato vino, le rovesciano, spaccano bottiglie con l’unico scopo di vandalizzare un prodotto armeno.

Come novelli barbari, non hanno avuto alcun rispetto non solo del patrimonio culturale armeno ma neppure della civiltà del bere.

Lanciamo un appello alla “comunità del vino” in Italia perché condanni senza indugio tale crimine e solidarizzi con i proprietari della cantina che dal nulla, con amore e dedizione, avevano creato un’eccellenza vinicola.

Alziamo i calici!

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA


VINO KATARO: AZIENDA VINICOLA IN ARTSAKH

L’Artsakh, è situato nel Caucaso meridionale in Armenia ed è uno dei pochissimi posti sulla terra dove cresce il vitigno Khndoghni. Originario di questa regione, un tempo era usato per il vino fatto in casa.

Aghadjan Avetissyan, bisnonno dell’attuale proprietario, ha prodotto vino da uve Khondoghni per tutta la vita, ma con il crollo dell’URSS, e tutto ciò ne conseguì, la viticoltura fu messa da parte.

Fu solo nel 1996 che Grigory Avetissyan, l’attuale proprietario, decise di far rivivere i vigneti di Khndoghni e, dopo tanta sperimentazione, finalmente inizia nel 2010, i primi vini con il marchio Kataro.

Avetissyan coltiva vigneti di 11 ettari di Khndoghni e 2 ettari di uve Syrah. Questi si trovano a 6/700 metri sopra il livello del mare. Inverni miti ed estati soleggiate, contribuiscono alla maturazione armoniosa delle uve. La raccolta e la scelta a mano consentono di seguire le antiche tradizioni enologiche coniugandole sapientemente con le più moderne tecnologie di vinificazione.

 

Kataro Rosso

Imbottigliato dopo 12 mesi di invecchiamento. Gusto dominante di bacche rosse e la corniola, con tocco di melograno. Note di amarena matura, e retrogusto speziato medio lungo. Ricco di tannini.

Uve: vitigno autoctono khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni.

Servire a 16-18 C, ottimo con carni cotti sulla brace, carne e formaggi forti.

Premi: ProdExpo 2014-2017, Prowein 2015-2016, Medaglia d’oro al Concours Mondiale de Bruxelle 2017, Medaglia d’argento Mundus Vini 2017.

 

Kataro Rosso Riserva

Invecchia per 18 mesi in botti di rovere del Caucaso delle foreste locali di alta quota. Ricco di tannino, gusto deciso presenta aromi di mirtilli e zucchero filato.

Uve: vitigno autoctono khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni.

Servire a 16-18 C, ottimo con piatti di carne e formaggi piccanti.

Premi: : ProdExpo 2015-2017, Prowein 2016-2018, Concours Mondiale de Bruxelle Le grand Medal d’Or 2017, Le grand degustation de Montreal 2018.

 

Bianco secco

Affinamento in bottiglia per minimo 5 mesi. Elegante e floreale, fresco e minerale con sentori di agrumi e pesca bianca.

Uva: miscela di Queens of Armenian Highlands, varietà Vockehat, colvitata nella regione Vayots Dzor in Armenia, varietà Kangun e Babants di Artsakh. Età media dei vigneti 25 anni.

Servire a 8-10 C. Ideale con formaggio leggeri, pesce di acqua dolce, macedonie e dolci a base di caramello o vaniglia.

 

Rosé

Fruttato, fresco con note di fragola e frutta, chiude con spiccata mineralità.

Uve: vitigno autoctono Khndoghni. Età media dei vigneti 20 anni.

Affinamento in bottiglia minimo 5 mesi.

Servire a 8-10 C. Ottimo formaggi, insalate, pollo e verdure.

 

Dove si vende nel mondo: https://kataro.am/contacts

L’unità dei cristiani, condizione di «fertilità» (Romasette 21.01.21)

Prendere sul serio gli insegnamenti e l’esortazione di Gesù che ieri come oggi chiama i suoi discepoli a seguirlo rimanendo uniti. È l’invito rivolto dall’arcivescovo Khajag Barsamiam, rappresentante della Chiesa Armena Apostolica (ortodossa) presso la Santa Sede, intervenuto ieri sera, 20 gennaio, alla veglia ecumenica diocesana svoltasi nella basilica di Santa Maria in Trastevere, nell’ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. «Diverse tradizioni cristiane in comunione con Gesù e tra di loro – ha detto – possono rendere il mondo decisamente migliore». Tema scelto dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani è “Rimanete nel mio amore: produrrete molto frutto”, tratto dai primi versetti del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni.

Presieduto dal vescovo Paolo Selvadagi, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, il momento di preghiera – trasmesso in streaming sulla pagina Facebook della diocesi – ha unito cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani, luterani, valdesi, battisti, metodisti attraverso i rappresentanti delle comunità di Roma. «Con la molteplicità e le ricchezze delle tradizioni di ognuno, si è pregato insieme nel servizio all’unità», ha rimarcato monsignor Marco Gnavi, parroco della basilica di Trastevere e incaricato dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e il dialogo. La pandemia non ha ostacolato il tradizionale ottavario e l’auspicio di monsignor Selvadagi è che «cresca il desiderio di unità fra i popoli e che il cuore di ciascuno non sia più diviso e i cristiani cerchino la loro unità visibile».

Il materiale per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è stato preparato dalla Comunità ecumenica femminile del monastero di Grandchamp, in Svizzera, composta da cinquanta donne di diversa età, tradizione ecclesiale, Paese e continente. «In questa loro diversità – si legge nel sussidio -, le suore sono una parabola vivente di comunione».

Nell’omelia, l’arcivescovo Barsamiam ha ricordato che Gesù insegnava attraverso parabole per farsi comprendere e nel discorso giovanneo dell’Ultima Cena utilizza l’immagine della vite e dei tralci. Leggendo il messaggio di Cristo in riferimento all’unità dei cristiani, ha spiegato che «Gesù fa capire chiaramente che tutti i suoi discepoli avrebbero portato frutti se avessero mantenuto il legame con Lui e tra di loro. Ovvero: Lui è la “vite” e i suoi seguaci sono i “tralci”, dove la comunione reciproca è condizione di fertilità. Quando i rami “dimorano” nel terreno, danno frutti e prosperano, altrimenti, “appassiscono” e diventano improduttivi». I cristiani devono quindi impegnarsi nella sequela perché «senza di Lui non si può essere fruttuosi». Al contempo, ha rimarcato monsignor Barsamiam, «è importante che anche i rami, cioè i discepoli di Gesù, che hanno in Gesù la loro fonte, siano collegati l’uno con l’altro» altrimenti «il Signore rifiuterà ciò che non viene fatto in comunione con Lui e gli uni con gli altri», bruciando i rami non produttivi. «Qui è racchiusa la stretta connessione tra il credente e il suo operato», le parole del rappresentante della Chiesa Armena Apostolica (ortodossa) presso la Santa Sede.

Rivolgendosi ai fedeli presenti in basilica, tra i quali il fondatore e il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, l’arcivescovo ha osservato che il discepolato «non è qualcosa di statico ma è dinamico. Continuare a produrre frutti applicando quotidianamente i principi di Cristo non è una condizione del discepolato ma è una conseguenza di esso» ed è per questo che i discepoli «nell’amare i propri compagni di fede, devono seguire l’esempio di amore che il Padre e il Figlio nutrono per gli uomini».

Prima della benedizione, il vescovo ausiliare del settore Centro Daniele Libanori ha auspicato che «la preghiera unanime affretti la guarigione dalla pandemia, da ogni violenza, da ogni conflitto, per essere insieme fratelli e sorelli della stessa famiglia umana».

Nagorno Karabakh, contro il genocidio culturale, un nuovo dipartimento di Etchmiadzin (Acistampa 21.01.21)

Il presidente azero Ilhan Aliyev ha recentemente dichiarato la città di Shushi, in Nagorno Karabakh, come “capitale culturale” dell’Azerbaijan. La presa della città da parte delle forze azere ha portato l’Armenia a dover accettare un doloroso accordo che ha portato alla conquista azera di molti territori. Quello che si teme, ora, è che continui il “genocidio culturale” contro la presenza armena e cristiana nel Nagorno Karabakh, conosciuta in armeno con Artsakh.

La regione era stata negli anni Venti del secolo scorso all’Azerbaijan, ma, nel momento in cui Baku si era staccata dall’Unione Sovietica, l’Artsakh proclamò la sua indipendenza. E cominciò un conflitto di disputa territoriale, che continua ancora oggi.

Sono stati molte le vestigia cristiane scomparse dal Nagorno Karabakh nell’ultimo secolo, secondo quella che è stata definita una delle più grandi campagne di “pulizia culturale” degli ultimi cento anni. Un rischio costante, perché durante il conflitto le forze azere avevano attaccato la cattedrale di Shushi e vandalizzato la chiesa di San Giovanni Battista, mentre è rimasta incerta la sorte del monastero di Dadivank, che si trova in una zona passata ora sotto il controllo azero e quindi divenuta inaccessibile per la popolazione armena. E restano tutte da definire le sorti della residenza dei melik, i signori feudali, del sito archeologico di Tigranakert, del monastero Kataro e del Museo Azoh, così come di dozzine di chiese e centinaia di khachkar (le croci di pietra armena) in tutto il territorio.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha allora stabilito un dipartimento per la preservazione del patrimonio cristiano in Artsakh, guidato da padre Karekin Hambardzumyan. ACI Stampa lo ha intervistato.

Quale è la situazione oggi in Nagorno Karabakh dopo il conflitto?

Non si può parlare di una situazione stabile, dopo la calamità che ci ha colpito il 27 settembre 2020. La pacifica popolazione dell’Artsakh è dovuta partire e non tutte le persone che sono state costrette a lasciare le loro case a causa della guerra hanno poi potuto tornare nelle loro case al momento della firma del cessate il fuoco nel novembre dello scorso anno. Considerando la presenza delle forze di pace russe, il nostro popolo si sente al sicuro e cerca di tornare lentamente a ricostruire la sua vita. La Repubblica di Artsakh ha comunque perso la maggioranza dei suoi territori storici e il nostro popolo sente il dolore di questa perdita sia da un punto di vista economico che emozionale.

E come fa il popolo a superare questo senso di perdita?

Siamo la prima nazione cristiana della storia, il nostro popolo sa che la nostra speranza e la nostra fede è sempre stata riposta in Dio e che Dio ci protegge nella nostra difficile storia non solo per sopravvivere ma anche per prosperare. Al momento, tutti gli sforzi delle due repubbliche armene e degli armeni in diaspora devono essere destinati a superare velocemente le ferite della guerra e di fornire tutta l’assistenza necessaria ai civili che hanno perso tutto e sono in disperato bisogno di aiuto.

Lei è a capo del dipartimento per la protezione dell’eredità cristiana in Artsakh. Quale è lo scopo di questo dipartimento, e cosa ha fatto fino ad ora?

Il dipartimento, che opera all’interno della Sede Madre di Etchmiadzin, mette in campo attività per assicurarsi la conservazione dell’eredità spirituale viva dell’Artsakh, e specialmente quei monumenti storici e spirituali che si trovano nelle regioni passate all’Azerbaijan.

Le comunità e organizzazioni, così come altre Chiese, inclusa la Chiesa cattolica, sono informate della situazione e che c’è bisogno per un costante monitoraggio dei luoghi spirituali per evitare la loro possibile distruzione. Questo lo abbiamo sperimentato quando diverse chiese e i tradizionali Khachkar armeni sono stati distrutti o profanati durante e dopo la recente guerra con gli azeri.

Quali sono i monumenti cristiani più a rischio in Artsakh?

In generale, tutti i monumenti sono più o meno a rischio di distruzione. Ciò che è più importante è che molte di quelle chiese e monasteri sono ora falsamente presentate come eredità non del popolo armeno, ma del popolo Udi, che sono parte del popolo che per secoli ha vissuto nella regione, e che era anche parte della Chiesa Apostolica Armena, rappresentata in Artsakh dal Catholicosato di Aghyank (nell’Albania caucasica). Questo è tutto tranne che vero. Ogni persona istruita potrebbe facilmente aprire un libro di storia che, sin dal suo stabilimento, il Catholicosato di Aghyank ha lavorato nella Chiesa Apostolica Armena e che i monasteri e l’eredità cristiana di Artsakh sono stati creati nella tradizione armena e dalla Chiesa Armena.

Perché tutto questo?

Comprendiamo che i social media e le risorse danno oggi ogni possibilità di diffondere disinformazione o di fabbricare fatti che sono visti e usati abbondantemente da quanti si sforzano in tutti i modi di presentare l’eredità armena come non armena. Tuttavia, la comunità internazionale deve sapere che gli armeni hanno vissuto in questa regione e hanno creato una eredità spirituale meravigliosa, tangibile e intangibile. E questa eredità è a rischio e deve essere protetta.

Cosa può fare la comunità internazionale per supportarvi?

Gli armeni sono stati sempre amati nelle nazioni dove hanno trovato rifugio a seguito del Genocidio Armeno del 1915. Tutte quelle nazioni che hanno ora piccole o grandi comunità armene sanno che il nostro popolo è pacifico, amichevole e creativo. Rispettano le altre tradizioni. Per questo, la comunità internazionale, tenendo a mente le conseguenze del genocidio, devono comprendere che gli armeni sono in costante minaccia di guerre e di finire intrappolati in giochi politici. C’è bisogno di consapevolezza riguardo la situazione nella regione, e nella necessità di reagire immediatamente.

In concreto, quale potrebbe essere la reazione?

Riguardo la preservazione dell’eredità spirituale viva degli armeni, desidereremmo che tutte le istituzioni fossero coinvolte nel processo di protezione dei monumenti, rendendo i loro officiali statali più consapevoli della situazione con un richiamo ad essere attivi per difendere la secolare eredità armena, la quale, essendo parte di una tradizione cristiana universale, è universale e piena di significato

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Armenia: il silenzio sulla guerra (Settimananews 20.01.21)

«Tra favori grandi e piccoli, tra guadagni e maneggi legati al tiranno, si arriva al punto che il numero di persone a cui la tirannia sembra vantaggiosa risulta quasi uguale a quello di chi preferirebbe la libertà». Così scriveva l’umanista francese Etienne de La Boétie in un pamphlet circolato clandestinamente in Francia nella seconda metà del Cinquecento.

Ma il Discorso della servitù volontaria è ancora oggi un preziosissimo prontuario su come nascono e si sostengono le autocrazie. Il meccanismo di sostegno è sempre lo stesso, la corruzione. Possiamo però fare un passo in più e allargare ciò che accade all’interno di uno Stato a quello che accade tra un Stato e un altro. Ne abbiamo un buon esempio sotto gli occhi e si chiama Caviar diplomacy.

Ricordiamolo, la locuzione “diplomazia del caviale” è stata coniata nel 2012 per indicare il sistema tramite cui il governo dell’Azerbaijan, elargendo regalie a politici stranieri, riesce a tacitare il Consiglio d’Europa sulla scorrettezza delle proprie elezioni politiche, sulla mancanza di libertà di stampa e sulle sistematiche persecuzioni e incarcerazioni degli oppositori politici.

L’Azerbaijan è formalmente una Repubblica, ma è in realtà una repubblica sui generis, con una presidenza dinastica, tramandata di padre in figlio come nella Corea del nord, e una conduzione del potere familistica (Ilham Aliyev ha nominato sua moglie come vice presidente). Insomma, di res publica non c’è traccia, il dispotismo è in realtà la sua cifra distintiva. Ma per accreditarsi come autentica democrazia ha implementato un sistema di corruzione capillare, atto a garantirsi la “servitù volontaria” degli Stati europei (e in particolare dell’Italia) già dipendenti dall’Azerbaijan per gl’idrocarburi.

Il 6 novembre 2013, in un articolo sul Corriere della Sera, Milena Gabanelli rilevava come, in occasione delle elezioni avvenute in Arzebaijan un mese prima e vinte dal Presidente uscente Aliyev con l’85% dei voti per il terzo mandato consecutivo, Pino Arlacchi, capo degli osservatori ufficiali del Parlamento europeo, avesse giudicato le elezioni «libere, eque e trasparenti» in totale disaccordo con i rilevamenti fatti dall’OSCE, dall’Human Rights Watch e dal Freedom House. «Ridicolo» aveva definito il rapporto degli osservatori il parlamentare Sir Graham Watson, mentre il tedesco Werner Schulze constatava come un certo numero di membri del parlamento minasse la credibilità dell’Europa «nella sua lotta per i diritti umani».

Il 4 settembre del 2017 il The Guardian (articolo a firma di Caleiann, Barr e Negapetyants) approfondiva la questione e parlava di pagamenti effettuati a favore di diversi membri del Consiglio europeo, tra i quali il tedesco Eduard Lintner e l’italiano Luca Volonté, nel momento in cui l’Azerbaijan era sotto i riflettori per l’arresto di attivisti dei diritti umani e di giornalisti. Il The Guardian individuava un ramificato sistema di corruzione, con tanto di cifre, banche e società di comodo beneficiarie.

Le poche denunce, però, non scalfiscono il sistema, la servitù volontaria dei paesi europei, a cui mano a mano si piega anche l’informazione, da allora sembra essersi allargata e incrementata. C’era in prospettiva qualcosa di ancora più importante per cui ottenere il tacito consenso degli europei, la ripresa di una guerra, in grande stile. Da anni l’Azerbaijan si era preparato alla guerra d’aggressione contro il Nagorno Karabakh (Artsakh, per gli armeni) una regione abitata in maggioranza da armeni, contesa tra Armenia e Azerbaijan da decenni, che ha richiesto legittimamente l’indipendenza e il riconoscimento come repubblica autonoma fin dal 1991, senza però ottenerlo fino a ora.

Naturalmente l’Armenia si sarebbe schierata in difesa dell’Artsakh, nella speranza non immotivata di avere il sostegno delle democrazie occidentali. Vana illusione in realtà (il minimo che si possa dire è che la diplomazia armena sia stata ingenua) in un mondo che persegue innanzi tutto il culto di Mammona, e l’Armenia è un paese piccolo e povero, con poco o niente da offrire in termini di risorse materiali.  All’Azerbaijan serviva invece un cambio di passo, un’esposizione maggiore.

Ero in Armenia il 30 luglio del 2018, quando Sergio Mattarella, la prima volta per un presidente italiano, s’incontrava a Yerevan con il suo omologo nominato in quell’anno, Armen Sarkissian. L’Italia, almeno così sembrava, accorreva a manifestare la propria amicizia e solidarietà per una democrazia pienamente sbocciata, in seguito alla rivoluzione di velluto guidata da Nikol Pashinyan.

In conferenza stampa Mattarella esprimeva il suo desiderio di compiere quella visita «in virtù dei legami antichissimi che vi sono tra i nostri popoli». Accennava poi al comune impegno per la pace in Libano e in Afghanistan, degli intensi rapporti di cooperazione culturale e del contributo all’Italia della diaspora armena. Non ricordo se Mattarella nominasse il fatto rilevante che l’Italia è il secondo più importante partner commerciale dell’Armenia.

Dalla musica alla rubinetteria gli armeni amano tutto quello che è di produzione italiana, cosa che, dispiace dirlo, contribuisce a mortificare la manifattura e l’ottimo artigianato locale. Poi, naturalmente, la questione Nagorno Karabakh, la parte più opaca del discorso, che si riassumeva nella volontà di trovare una soluzione politica e non militare al conflitto.

Lo slancio finale non lasciava dubbi sull’impegno assunto dal nostro paese: «L’Armenia potrà sempre contare sul sostegno e la sincera amicizia dell’Italia». Sembrava davvero un discorso sincero e appassionato, e forse lo era. Prima di approdare in Armenia, però, Mattarella era stato in Azerbaijan, e lì, il 18 luglio, aveva fatto lo stesso discorso, ma con più sorrisi, più superlativi, e un particolare entusiasmo sulle relazioni economiche, il petrolio, il progetto della TAP (Trans-Adriatic Pipeline) sul gasdotto. Poi il solito discorso opaco sul Nagorno Karabach.

Spostiamoci al 20 febbraio del 2020. Mattarella ricambia l’ospitalità e accoglie in Italia il Presidente Aliyev. Fa gli onori di casa con amichevole riguardo, e tocca di seguito al presidente azero replicare con le cortesie d’etichetta. Poi però Aliyev s’irrigidisce, assume l’atteggiamento intransigente da despota e ricorda le donazioni che ha fatto all’Italia (un milione di euro per gli scavi archeologici sotto la via Alessandrina di Roma), le fornitura di petrolio di cui il nostro paese è il maggiore importatore e il progetto della TAP. Il tono suona stranamente ricattatorio.

Alla luce di poi, sembra richiedere, in cambio di ciò che ha fatto per l’Italia e per l’Europa, una tacito consenso per la guerra che di lì a qualche mese avrebbe scatenato. Ci riuscirà. È il trionfo della Caviar diplomacy, al momento opportuno l’Italia e l’Europa assisteranno in silenzio al massacro di migliaia di giovani armeni.

L’epilogo è tragico e farsesco. L’Azerbaijan, com’era prevedibile, ha vinto la guerra, ottenendo in questo modo forse il suo vero obiettivo, quello di mettere a tacere il dissenso interno che aveva cominciato a farsi sentire prima del conflitto. Perché, lo sappiamo, la guerra ha il potere di unificare gli animi intorno a un ottuso patriottismo di fronte al nemico. E quando si vince, chi si azzarda a criticare! Si va tutti a festeggiare. E a festeggiare arriva anche una delegazione italiana. Ed eccola lì, in fila, a favore del fotografo, ai lati del tiranno Aliyev svettante sugli altri.

Ci sono tutti, la rappresenta politica al completo, da destra a sinistra. Com’è possibile? Chi li ha trascinati fin lì, miracolosamente di comune accordo, a fare festa intorno a un grottesco despota, che ha appena finito di massacrare i suoi vicini? Chi ha autorizzato Ettore Rosato (Italia Viva), Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), Pino Cabras (5 Stelle). Gianluca Ferrara (5 Stelle), Maria Rizzotti (Forza Italia), Alessandro Alfieri (PD), Rossana Boldi (Lega), a omaggiare un tiranno in nome del nostro Paese?

Niente di cui meravigliarsi in realtà, c’eravamo già incatenati a questo autocrate caucasico durante il governo di Matteo Renzi, quando furono firmati accordi di partenariato praticamente su tutti i settori, dall’economia alla cultura, e c’erano anche gli “Amici dell’Azerbaijan”, guidati dal senatore leghista Sergio Divina, a fare da sostegno. A niente era servito il richiamo di Amnesty International sulla violazione sistematica dei diritti umani di questo nostro nuovo alleato. «Non sono dunque gli squadroni di cavalieri, non sono le schiere di fanti, non sono le armi a difendere il tiranno», scriveva La Boétie.

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La Turchia annuncia l’invasione del Nord Iraq, Erdogan a caccia dei curdi (Ilgiorno 20.01.21)

Ankara, 20 gennaio 2021 – L’annuncio ricorda quello fatto dalla Turchia alla vigilia del recente conflittto tra Armenia e Azerbaijan, per la contesa sull’enclave del Nagorno-Karabakh. Una guerra breve, per fortuna, ma nella quale l’appoggio di Ankara era risultato decisivo alla riconquista del territorio da parte degli Azeri, con molte morti anche civili tra la popolazione Armena: «La Turchia è pronta a fornire sostegno per eliminare i terroristi dalla regione di Sinjar in Iraq, se sarà necessario».

A dirlo, paventando di fatto una sprta di invasione noltre i proprio confine a Siu, è il ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, al titorno dalla visita conclusa nelle scorse ore in Iraq, in cui ha incontrato le autorità federali di Baghdad e quelle del governo di Erbil della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove si trova l’area di Sinjar nella provincia di Ninive, vicino al confine siriano. Secondo il governo di Recep Tayyip Erdogan, dunque, la zona è diventata una base operativa dei combattenti del Pkk curdo e dei suoi affiliati locali dal 2014, durante il conflitto con l’ Isis.

Traduzione: dopo la sconfitta militare in Siria (enorme la sproporzione delle forze in campo) i curdi siriani dello Ypg, che pure avevano contribuito a liberare il territorio dall’incubo di Isis, avevano dovuto andarse e lasciare di fatto il controllo della striscia ai turchi. Dal dicembre scorso, ricorda Ankara, le forze irachene hanno avviato un intervento per «rafforzare la stabilità e la sicurezza» nell’area e favorire il ritorno di alcuni sfollati. «Possiamo dire di essere determinati a eliminare i terroristi attraverso la nostra cooperazione sia con l’amministrazione regionale che con Baghdad», ha aggiunto Akar.

Fin dalla sua nascita, nel 1985, il Pkk (movimento di liberazione del Kurdistan) aveva piazzato le sue basi militari nella zona di Zakho, sulle montagne a Nord dell’Iraq. L’esercito turco, tra i primi dieci al mondo per potenziale bellico, non aveva disdegnato negli  anni sanguinose incursioni oltre il confine, spesso suscitando l’ira di Bagdad. Ma negli ultimi anni il presidente turco Erdogan ha intensificato gli sconfinamenti, in Siria e in Irak, per evitare qualunque minaccia di uno stato curdo alle proprie frontiere. Per i curdi, si preannuncia l’ennesima stagione di conflitti.

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Hrant Dink, 14 anni dopo, simbolo della sete di giustizia in Turchia (Haffingtonpost 20.01.21)

″È un anno che non ti vedo, sacrificherei la mia vita perché i miei occhi vedano te…”. Sono i versi di una struggente canzone della cantante siro-armena Lena Chamamyan. Ogni anno ascoltavamo questi versi durante le cerimonie di commemorazione della morte dell’intellettuale armeno di Turchia, Hrant Dink. Sono passati 14 anni da quando il fondatore e direttore di Agos, la rivista edita nelle lingue turca e armena, è stato assassinato, in pieno giorno, nel centro di Istanbul il 19 gennaio 2007.

Hrant Dink è diventato un simbolo della sete di giustizia in un paese costellato fin dalla sua nascita da una lunga scia di omicidii. Se ne contano circa settanta ispirati dall’odio razziale, dal fanatismo nazionalista fomentato da elementi appartenenti a reti politico-religiose che in quegli anni operavano all’interno dell’amministrazione dello stato.

Per Dink la giustizia non è ancora arrivata.

II caso giudiziario dell’intellettuale antifascista armeno di Turchia, barbaramente ucciso per mano di un giovane diciassettenne, reo confesso sicario che sarebbe stato utilizzato da frange del nazionalismo estremo, non si è ancora concluso. I mandanti dell’omicidio del cinquantaduenne giornalista sono ancora ignoti. Tanto è vero che il 20 gennaio si terrà la 123ª udienza del processo a funzionari pubblici coinvolti nell’assassinio.

Hrant Dink già nel 2005 era stato condannato a sei mesi di reclusione per i suoi scritti sulla questione armena. Era stata mossa contro di lui una feroce campagna di stampa nella quale veniva accusato di “insulto all’identità turca”, contestatagli sulla base dell’articolo 301 del codice penale turco, poi modificato.

Dink era un uomo di dialogo e di pace, era un ardente campione della riconciliazione turco-armena. Durante la sua breve vita ha speso ogni istante per dare voce ai diritti delle minoranze, della minoranza armena in particolare, e più in generale per la promozione dei diritti civili. Negli ultimi anni della sua vita sentiva forte l’odio che la sua azione suscitava in molti ambienti politici e culturali del suo paese. Non di rado non faceva mistero del suo desiderio di allontanarsi da questa realtà. Il suo sacrificio ha determinato la rottura del tabù che avvolgeva l’annosa questione armena.

Da quel giorno di quattordici anni fa l’opinione pubblica turca è sembrata destarsi dal suo torpore. È scesa in piazza urlando lo slogan: “Siamo tutti armeni”. Una manifestazione questa che ha spinto la società turca e la nuova generazione della dinamica società civile del paese ad interrogarsi sui diritti delle minoranze e a dibattere su questo pubblicamente. Cosa impensabile fino a pochi anni prima.

In quegli anni anche il premio Nobel per la Letteratura, Orhan Pamuk, venne incriminato nel 2005 per “vilipendio dell’identità nazionale”, a seguito di alcune dichiarazioni fatte a una rivista svizzera riguardanti il genocidio da parte dei turchi, di un milione di armeni e di trentamila curdi in Anatolia durante la prima guerra mondiale. La legge turca infatti proibiva di definire tali avvenimenti un “genocidio”, secondo l’art. 301 del codice penale, poi riformato. Pamuk rifiutò dal governo turco il titolo di “artista di Stato”. Il suo processo attirò l’attenzione della stampa internazionale e il 22 dicembre 2006 fu subito sospeso con la motivazione che il fatto non costituiva più reato a causa della riforma del codice penale. Già all’avvio del negoziato di adesione all’Unione europea, nel 2005, a partire dal settembre di quell’anno, le cose incominciarono a cambiare, con la prima conferenza organizzata dall’Università del Bosforo e poi con quella della Bilgi University di Istanbul sulla questione armena negli ultimi anni dell’Impero Ottomano.

Fu lo scrittore e accademico turco, Murat Belge, attivista per i diritti civili, che il 24 settembre 2005, a tenere presso l’Università Bilgi di Istanbul, una conferenza di due giorni intitolata: “Armeni ottomani durante il declino dell’Impero: problemi di responsabilità scientifica e democrazia”. La conferenza offrì l’occasione di dibattito aperto sulla narrazione ufficiale turca del genocidio armeno e fu denunciata dai nazionalisti come espressione di un tradimento.

Murat Belge aprì la conferenza con queste parole: “Poter discutere o meno di questo argomento è strettamente correlato alla domanda su che tipo di paese vogliamo che sia la Turchia”. Queste osservazioni lo portarono a rischiare una pena detentiva di dieci anni. Ma grazie al clima euuropeista che si era diffuso nel paese, fu assolto. Tuttavia, il momento di svolta dell’apertura del dibattito sul “genocidio armeno” si verificò dopo la barbara uccisione di Hrant Dink.

Oggi, della questione armena, della disquisizione se vi sia stato un genocidio o un massacro, si parla un po’ più apertamente: sono stati pubblicati libri e prodotti film su quella immane tragedia e ora le vittime del 1915 vengono commemorate ogni anno il 24 aprile ad Istanbul e in tante altre città della Turchia.

Gli armeni sono gli abitanti più antichi dell’Anatolia. La maggior parte di quelli che vivono in Turchia sono di rito ortodosso, ma ve ne sono anche altri appartenenti alle Chiese cattoliche e protestanti. Durante l’Impero ottomano si stimava che il loro numero in Anatolia corrispondesse a quello di circa 2 milioni di persone, ora essi sono poco meno di 60 mila. Nel marzo del 1915, dopo essere entrato nella prima guerra mondiale, l’Impero ottomano decise l’espulsione degli armeni dall’Anatolia deportandoli verso la Mesopotamia e la Siria. A queste deportazioni (ufficialmente chiamate trasferimenti – tehcir) fece seguito, secondo la verisone armena, lo sterminio di circa un milione e mezzo di persone prevalentemente per violenze, assideramento, per fame e malattia.

Quella tra Turchia e Armenia è una delle controversie di più antica data.

La versione ufficiale, accettata dalla maggioranza degli storici turchi, minimizza le conseguenze delle deportazioni e dei massacri, sostenendo che tutte le popolazioni dell’Impero, musulmane e non, patirono le conseguenze di un conflitto distruttivo e devastante. Secondo costoro, le cifre dei morti sarebbero state gonfiate dalla propaganda armena: non si tratterebbe di un milione e mezzo di morti, bensì di 200 mila. La ragione della discrepanza, propaganda a parte, starebbe nella non conoscenza dell’esatto numero degli armeni che vivevano nell’Impero prima della guerra e nell’imprecisato numero di quelli che emigrarono. La cifra più probabile secondo autorevoli storici, tra i quali Erik Zürcher, è tra i 600 mila e gli 800 mila morti.

Ne è seguito da allora un dibattito molto acceso tra diversi studiosi, alcuni dei quali come Bernard Lewis e Justin McCharty, furono accusati di negazionismo. A costoro si contrapponevano anche alcuni storici turchi che avevano assunto una posizione favorevole al riconoscimento del fattore genocidario, come Halil Berktay e Selim Deringil. Grazie a questi ultimi, assieme all’accademico Murat Belge, oggi la tragedia armena comincia ad essere trattata in maniera più obiettiva.

Il lungo processo non ancora terminato sul caso Hrant Dink ha fin qui rilevato che il barbaro assassinio fu progettato nella provincia del Mar Nero di Trabzon, notoriamente fucina dei circoli del nazionalismo estremo. L’ex capo dell’intelligence della polizia turca, Ali Fuat Yılmazer, in una udienza del 2016 aveva rivelato che le autorità di sicurezza di Istanbul e di Trabzon sapevano dell’esistenza di un piano per uccidere il direttore di Agos e che “volutamente” quella trama “non era stata sventata”. “Questo omicidio è stato voluto”, disse Yılmazer. “La polizia è colpevole di omissione di atti di ufficio. Lo Stato non ha svolto il suo dovere. I servizi segreti all’interno dello Stato sapevano e non si sono mossi per proteggere Dink”, aggiunse.

Hrant Dink alle 14:54 del 19 gennaio 2007 usciva come tutti i giorni dalla sede del suo quotidiano Agos in via Halâskârgazi a Şişli. Fu freddato da tre colpi di pistola esplosi da distanza ravvicinata. Il suo killer, Ogün Samast, fu denunciato alla polizia da suo padre dopo che il filmato delle telecamere di sicurezza non lasciava alcun dubbio. Samast, allora diciassettenne, aveva abbandonato le scuole superiori ed era disoccupato. Fu catturato dalla gendarmeria in borghese alla stazione degli autobus di Samsun, una città del Mar Nero. Samast ha confessato l’omicidio ed è stato condannato a circa 23 anni di carcere nel 2011.

Nel giorno del quattordicesimo anniversario della morte di Hrant Dink la gente e coloro che lo hanno amato piangono in silenzio. Per la prima volta in 14 anni, la commemorazione si è svolta sugli schermi, sul Web, e non davanti alla sede di Agos, a causa della pandemia. Ora Rakel, la vedova di Hrant Dink, è direttrice della Fondazione che porta il nome di suo marito di cui tiene alto il ricordo anche con il “Sito della Memoria”, affinché la Turchia non dimentichi. L’ex ufficio del quotidiano Agos al Sebat Apartment a Istanbul è diventato sito della memoria dell’intellettuale armeno.

Dink, nel 2005, si difese energicamente, dalle accuse di tradimento che gli erano state mosse in occasione del suo processo, con queste parole: “Questa è una decisione politica perché ho scritto sul genocidio armeno che loro non riconoscono, così hanno trovato un modo per accusarmi di aver insultato i turchi. L’accusa non è una sorpresa per me. Vogliono darmi una lezione perché sono armeno. Cercano di farmi stare zitto. Se scrivo del genocidio faccio arrabbiare i generali turchi. Voglio scrivere e chiedere come possiamo trasformare questo conflitto storico in pace. Non sanno come risolvere il problema armeno”.

Le colombe bianche della pace sono state proiettate sull’ex edificio del settimanale Agos a Istanbul, il 19 gennaio 2021, nel 14° anniversario del suo assassinio. Dink aveva dedicato la sua breve vita, vissuta da colomba bianca, alla riconciliazione turco-armena, ma le sue ali furono orribilmente spezzate davanti al suo ufficio nel quartiere Şişli di Istanbul da un ragazzo diseredato, preda di cinici manipolatori. Quello di Hrant Dink dunque non fu l’atto isolato e criminale di un folle giovane. Dink è stato vittima del clima di odio e del fanatismo nazionalista. È nostro dovere onorarne la memoria.

Istanbul, İmamoğlu per un centro giovanile in ricordo di Hrant Dink (Asianews 20.01.21)

A dare l’annuncio è stato lo stesso sindaco, oppositore di Erdogan, in un messaggio sui social. La struttura – un orfanotrofio – era stata espropriata dallo Stato e stava per essere abbattuta nel 2015. Oggi diventerà un luogo di aggregazione giovanile, in ricordo del giornalista armeno ucciso da un giovane estremista.

Istanbul (AsiaNews) – Il sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, principale rivale del presidente Recep Tayyip Erdogan per la futura guida della Turchia, intende trasformare l’orfanotrofio armeno di Tuzla – dove è cresciuto Hrant Dink – nel centro giovanile “Campo armeno”. L’annuncio è giunto per mano dello stesso primo cittadino della capitale economica e commerciale del Paese, che in un messaggio affidato ai social network ha commemorato, esaltandola, la figura del grande giornalista armeno di Agos ucciso 14 anni fa.

Nel suo intervento, il sindaco İmamoğlu ha ricordato che la modifica del piano regolatore inerente l’orfanotrofio armeno di Tuzla, a sud di Istanbul e nel quale Dink è cresciuto, ha ricevuto il nulla osta da parte dell’Assemblea della municipalità metropolitana. Ragion per cui, per il primo cittadino non vi sarebbero ostacoli all’istituzione del centro giovanile “Kamp Armen”.

La struttura è nota per aver accolto al suo interno Hrant Dink, giornalista armeno già condannato nel 2005 per aver scritto sul genocidio degli armeni e ucciso da un giovane poco più che maggiorenne con quattro colpi di pistola il 19 gennaio 2007. Da subito si è pensato a un gesto terrorista per ostacolare l’ingresso in Europa di Ankara. Nel tempo, Hrant è divenuto simbolo della lotta contro il fascismo e contro l’oscurantismo del governo turco avallato in prima persona dal presidente Erdogan con la sua politica a colpi di “nazionalismo e islam”.

L’orfanotrofio è stato un rifugio per molti bambini armeni poveri o senza genitori di tutta l’Anatolia. Esso si trova al piano terra della chiesa protestante armena di Gedikpaşa e ha aperto le porte accogliendo i primi ospiti negli anni ’50 del secolo scorso.

All’epoca, visto il continuo aumento nel numero dei bambini ospiti di questo storico orfanotrofio, il futuro giornalista Hrant Dink con un gruppo di 30 amici di età compresa fa gli 8 a i 12 anni avevano lavorato per arricchire la struttura diventata poi un centro giovanile. L’edificio è finito nel mirino del governo turco che ne ha rivendicato la proprietà in seguito a una sentenza della Corte suprema nel 1987. Nel 2015 avevano preso il via le opere di demolizione della struttura, poi bloccata; oggi, la speranza, è di vederlo trasformato in un centro giovanile in memoria di Dink.

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Bursa, antica chiesa armena espropriata e messa in vendita per oltre 800mila dollari (Asianews 19.01.21)

Nell’annuncio diffuso su internet non viene specificata la località esatta e il nome del luogo di culto per “tutelare il segreto commerciale”. Dal 1923 è stata usata come magazzino per tabacco, poi come fabbrica tessile. Potrà diventare museo, centro culturale o un hotel. La condanna di Garo Pylan, parlamentare armeno di opposizione.

Istanbul (AsiaNews) – Le autorità turche hanno messo in vendita al prezzo di 6,3 milioni di lire (poco più di 800mila dollari) una antica chiesa armena a Bursa, metropoli a sud del mar di Marmara e poggiata sulle pendici dell’antico monte della Misia, celebre località turistica. Al momento non è specificata la località esatta e il nome del luogo di culto. Nella pubblicità diffusa su internet (nella foto) si scorgono alcune parti della struttura, che resta segreta per questioni legate “alla tutela del segreto commerciale e per questioni personali”.

Nell’annuncio si legge: “Una chiesa storica, situata nella regione di Bursa e divenuta proprietà privata, è oggi in vendita. Costruita dalla popolazione armena che vive in questa regione, la chiesa è stata venduta ed è diventata proprietà privata in seguito al cambiamento demografico ed è stata poi usata dopo il 1923 come magazzino per il tabacco, poi come fabbrica per la tessitura. La chiesa, situata a Bursa, città inserita nella lista Unesco dei patrimoni mondiali dell’umanità, può essere utilizzata per scopi turistici a causa della sua particolare ubicazione”.  L’indicazione del “cambiamento demografico” allude in modo vago al genocidio degli armeni e alla fuga di molti cristiani greci negli ultimi anni dell’impero ottomano e i primi annidella nuova Repubblica laica.

Nell’atto di vendita si precisa infatti che il luogo di culto può diventare tanto un centro culturale, quanto un luogo per l’arte, un museo o un più prosaico hotel con finalità commerciali. Immediate e critiche le reazioni della comunità cristiana armena e dei movimenti di opposizione: Garo Pylan, parlamentare di etnia armena del partito di opposizione Hdp attacca: “Una chiesa armena in vendita a Bursa. Ma è mai possibile mettere in vendita un luogo di culto? Come possono lo Stato e la società permettere tutto questo? Vergognatevi!”.

Per la comunità cristiana turca la decisione di vendere un luogo di culto è solo l’ultimo di una serie di episodi controversi che mostrano il mancato rispetto, se non il disprezzo e il mercimonio del patrimonio religioso e culturale: nei giorni scorsi è emersa la vicenda del barbecue storica chiesa armena di Sourp Asdvadzadzi; nei mesi scorsi hanno tenuto banche le conversioni in moschee delle antiche basiliche cristiane – poi musei a inizio ‘900 sotto Ataturk – di Santa Sofia e Chora.

Decisioni controverse nel contesto della politica “nazionalismo e islam” impressa dal presidente Recep Tayyip Erdogan per nascondere la crisi economica e mantenere il potere. In entrambi gli edifici le autorità islamiche hanno coperto con una tenda bianca immagini di Gesù, affreschi e icone che rivelano la radice cristiana.

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Tariel Bisharian: l’armeno della moda italiana (La Gazzetta dello Spettacolo 18.01.21)

Master in MBA a Tor Vergata, barba volutamente incolta per essere preso sul serio dagli italiani, Tariel Bisharian – imprenditore del lusso inciampato nella moda per un incidente di “campanello”-, in pochi anni ha trasformato Emerging Talents Milan in una piattaforma internazionale e creativa che ha scoperto e supportato circa 80 marchi provenienti da 30 paesi diversi.

Tariel Bisharian. Foto di Anna Minaeva
Tariel Bisharian. Foto di Anna Minaeva

Un business fashion network ben oltre la produzione di un catwalk temporaneo per brillanti designer provenienti da tutto il mondo con base fissa a Milano, la città che Tariel ha scelto per lavoro e non ha più lasciato «perché l’Italia» spiega «anche se chi la vive non se ne rende più conto, ha ancora un grande appeal: è (e sarà sempre), un’occasione incredibile. L’ombelico di tutti i creativi del globo».

Ebbene Emerging Talents Milan sta per alzare il sipario, e a palazzo Visconti si respira già il vento di una nuova effervescente stagione e, mai come adesso, abbiamo bisogno di sognare, credere in nuovi progetti.. espirare bellezza!

Benvenuto su La Gazzetta dello Spettacolo Tariel Bisharian. Un armeno che si occupa di moda in Italia per designer in erba provenienti da tutto il mondo, un progetto decisamente ambizioso…come ci sei riuscito?

È successo tutto per caso, non pensavo di esercitare nel campo della moda. Dopo un master a Roma in Business Admnistration ho iniziato a fare consulenze aziendali, spostandomi dalla capitale a Milano. L’idea di partenza era quella di aprire uno showroom per portare in Italia il business artigianale della mia famiglia legato all’interior designer. Avevo trovato un locale interessante e, proprio mentre si stava svolgendo la settimana della moda milanese, qualcuno ha suonato il campanello sbagliando! Erano buyers che cercavano Dries Van Noten, fondatore belga dell’omonimo fashion brand, ho approfondito! Conoscevo già i problemi lamentati da tutti gli emergenti: la mancanza di spazi, la difficoltà di essere rappresentati a Milano. Così ho pensato che valesse la pena provare, nel 2015 ho aperto il mio showroom e un anno dopo ho iniziato ad organizzare eventi moda.

Così è nato Emerging Talents Milan proprio durante la settimana della moda. Un azzardo non credi? Il rischio era quello di realizzare un evento che, rispetto a tutti gli altri, trovasse pochi riflettori.

Sì c’era questo rischio, ma la peculiarità di Emerging è che nasce con una mission diversa. Non siamo produttori di sfilate, ma un vero e proprio network professionale; una piattaforma che aiuta a fare business. Che fornisce consulenza completa per lo sviluppo aziendale anche dopo lo “spettacolo”. La moda non è soltanto una questione di spazi da conquistare e visibilità (che comunque abbiamo sui più importanti network), bisogna capire come funziona dal punto di vista commerciale e, spesso, i designer alle prime armi non sanno come muoversi. La componente creativa da sola non basta ed è per questo che con noi c’è un team professionale che cura tutto con la stessa attenzione destinata ai grandi marchi. Nessuno si occupa così degli emergenti, pochi fanno follow-up. Ecco spiegato il segreto del nostro successo.

Ci sono quindi dei marchi nati con voi che siete riusciti a portare al successo?

Ci sono molti marchi che con noi sono riusciti ad allargare la loro rete vendita. Negli Emirati Arabi, per esempio, sui quali siamo molto presenti, abbiamo diverse storie di successo. Per arrivare al riconoscimento mondiale, naturalmente, serve tempo.

Hai parlato di errori comuni. Qual è, secondo la tua esperienza, l’errore più frequente commesso dai designer che finisce per scoraggiarli?

L’organizzazione dell’idea. Spesso i creativi non sanno quanto vendere. Hanno difficoltà a calcolare costi e prezzi di listino. Il problema è che non posso fare tutto da soli, ogni azienda dovrebbe avere una struttura di supporto o, quanto meno, un CEO che si occupi di affari. Quando questo non c’è, interveniamo noi con un affiancamento temporaneo.

C’è ancora un sogno italiano? Perché gli emergenti desiderano farsi conoscere qui?

Altroché, esiste eccome! Se c’è un paese osservato da tutto il mondo per storia, stile e tradizione quello è l’Italia, parola di armeno. L’Italia è il sogno! Lo è stato per me quando sono arrivato a Roma e mi sono trovato di fronte alla fontana di Trevi, pensando davvero di trovarmi in un film di Fellini, lo è – ancora oggi -, un po’ per tutti. Questo Paese è l’antidoto contro la globalizzazione, un giacimento culturale di informazioni e saperi tramandati di cui non ci rendiamo nemmeno più conto, vivendolo quotidianamente. Chi viene qui assorbe e, il bello, è che in Italia tutti possono trovare il proprio angolo, perché l’italiano è educato alla bellezza.

La moda è in difficoltà in questo periodo, come moltissimi altri settori ha subito un attacco durissimo. Dove pensi che andrà? Quali soluzioni dovrà adottare per risalire la china?

Ci sarà un ritorno allo slow fashion. Quella che è destinata a sparire è l’accelerazione dei processi. Il Covid ha fatto luce su quello che già non andava e doveva assolutamente cambiare direzione. Per risalire la china? Qualità, non quantità! Meno pezzi e più collezioni in edizione limitata che già portano con sé un ritorno all’artigianalità e all’eco-sostenibilità, i due trend più richiesti di oggi! Se crei meno, automaticamente, produci meno scarti. Se realizzi prodotti di qualità lavori sul “timeless”, sul ciclo di vita del capo. Un abito destinato a durare non va ripetutamente a finire nella pattumiera come un capo che costa 10 euro. E poi 10 euro? Non è possibile! Bisogna farsi due domande prima di acquistare una cosa del genere.

Quanto durerà quest’anno Emerging?

Dal 23 febbraio al primo marzo con sfilate e presentazioni in presenza.

Cosa accadrà una volta calato il sipario? Che programmi avete?

Tutto dipenderà dall’apertura dei confini. Se riusciremo a spostarci abbiamo già in programma una serie di eventi a San Pietroburgo e a Doha, in Qatar. Abbiamo, inoltre, individuato uno spazio per realizzare un nuovo concept store. Uno spazio creativo, con servizi dedicati nel cuore di Milano.

Come si realizzano i sogni Tariel Bisharian?

Con il duro lavoro e la dedizione. Ogni sogno può essere realizzato con un piano, ma la differenza, nel lungo termine, dipende dalla passione. Niente funziona solo per il bene del denaro.

Ma è vero che per lavorare in Italia hai dovuto farti crescere la barba?

Sì (ride di gusto, ndr). Italiani e armeni hanno standard molto diversi rispetto all’età. Quando ho iniziato a fare consulenza in Italia, all’età di 27 anni, non sono stato preso sul serio. Ero troppo giovane! Mentre da noi se, entro i trenta, non hai concluso nulla ti guardano con sospetto. Così mi sono fatto crescere la barba, per sembrare più grande.

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