Qualcosa di nuovo sul fronte orientale (Infoaut 01.07.26)

Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran  – per ora – prendono nota.

Il 4 maggio scorso la capitale armena di Erevan ha ospitato la riunione della Comunità Politica Europea, la piattaforma di coordinamento che dal 2022 riunisce 44 paesi del Vecchio Continente tra i quali anche Armenia e Azerbaigian, fortemente voluta da Emmanuel Macron in seguito alla crisi energetica scatenata dal conflitto tra Russia e Ucraina. Il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno incontrato l’omologo armeno Nikol Pashinyan in quello che è stato il primo vertice bilaterale tra le due parti, dando seguito all’accordo di partenariato CEPA in vigore dal 2021, con il quale l’Armenia si era già impegnata a «perseguire un programma globale di riforme basato sulla democrazia, sulla trasparenza e sullo Stato di diritto, in particolare la lotta alla corruzione e la riforma del sistema giudiziario»1. Tuttavia, la traiettoria che ha portato Armenia e Unione Europea a un’apertura reciproca è stata tutt’altro che lineare.

È il novembre del 2013 quando un primo possibile approccio tra Unione Europea e una parte consistente dell’ex-blocco sovietico costituita da Ucraina, Armenia e Moldova, accusa un’improvvisa battuta d’arresto. Contro ogni aspettativa, il vertice di Vilnius vede prima il ritiro dai negoziati da parte dell’Armenia e poi il clamoroso rifiuto all’ultimo minuto dell’Ucraina di firmare l’Accordo di Associazione. La risoluzione del Parlamento sul Partenariato Orientale è costretta a registrare con amarezza come le decisioni dei due Paesi abbiano «frustrato gli sforzi e minato il lavoro degli ultimi anni, che mirava ad approfondire le relazioni bilaterali e promuovere l’integrazione europea»2. Unica e magra consolazione, la Moldova firma in quell’occasione l’Accordo di Associazione.

La débâcle si traduce subito in punteggio geopolitico (2-1 per Putin); ma la vittoria per la Russia è a doppio taglio: se infatti da un lato l’Armenia meno di un anno dopo aderisce alla neonata Unione Economica Eurasiatica – dando seguito alla partecipazione all’alleanza militare dell’OTSC (una sorta di contraltare russo della Nato) – dall’altro lato, la mancata firma del presidente ucraino Yanukovich al vertice di Vilnius scatena le proteste filo-europee dell’Euromaidan a Kiev, provocando la caduta del governo e ponendo le basi per la cosiddetta «rivoluzione della dignità» del febbraio 2014, a cui a stretto giro farà seguito l’intervento militare russo in Crimea. Se gli sviluppi sul fronte ucraino degli ultimi anni hanno seguito un corso coerente rispetto ai preamboli di allora, arrivando a produrre una polarizzazione sempre maggiore tra Russia e Ucraina fino a un’inconciliabilità sfociata nel conflitto tuttora in corso, il contesto armeno si è evoluto in maniera molto meno intuitiva.

Per comprendere il mutamento che dalla diserzione del vertice di Vilnius nel 2013 ha portato al bilaterale Erevan-Bruxelles a inizio maggio di quest’anno, occorre sciogliere la matassa dello storico legame tra Armenia e Russia fino ai suoi più recenti e inediti sviluppi, a partire da due aspetti centrali e tra loro fortemente connessi: la centralità della Chiesa apostolica negli equilibri della società armena e l’annosa questione del Nagorno-Karabakh.

Nata da una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica armena ricopre tutt’oggi un ruolo di primo piano nella vita politica del Paese, grazie a un establishment impegnato nel proseguire gli storici legami politici ed economici con la Russia, secondo Paese per numero di fedeli residenti (500mila solo a Mosca). Formidabile collante culturale per un popolo frammentato da una diaspora iniziata nel 1915 e che oggi conta circa  8 milioni di persone sparse in tutto il mondo (contro i circa 3 milioni presenti sul territorio nazionale), l’istituzione ecclesiastica armena è stata capace di condensare un profondo senso di appartenenza popolare attorno alla figura del Catholicos, il supremo patriarca, nonché attore di primo piano della vita politica del Paese. Soprattutto in relazione alla questione del Nagorno-Karabakh, la regione al centro di una sanguinosa contesa tra Armenia e Azerbaigian a partire dal 1988, quando – in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica – fu dapprima attraversata da moti indipendentisti che portarono all’annessione all’Armenia, per poi diventare teatro di un conflitto aperto durato due anni (1992-1994) e conclusosi con la vittoria armena suggellata dal beneplacito della Russia. Proprio in questa fase di pace apparente, la Chiesa apostolica fu in grado di imporsi come collante culturale tra l’enclave indipendente geograficamente situata dentro i confini dell’Azerbaigian e il resto del Paese, consolidando la propria presenza in un momento cruciale di ridefinizione dell’identità nazionale. Tuttavia, nel settembre del 2020, in seguito a un programma trentennale di riarmo, l’Azerbaigian torna all’attacco e nel settembre del 2023 mette il sigillo sulla regione, approfittando anche del notevole e duraturo impegno dell’esercito russo in Ucraina. La vittoria azera provoca l’esodo di massa di oltre 100mila armeni e lo scioglimento delle forze separatiste, ma il trattato di pace viene firmato solo due anni dopo nell’agosto del 2025 a Washington, dagli attuali presidenti Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan con la mediazione del presidente statunitense Donald Trump. È al termine di quell’accordo che il presidente azero Aliyev propone pubblicamente all’omologo armeno di inviare una lettera a sostegno della candidatura di Trump al premio Nobel per la pace. Invano, come sappiamo oggi.

Tuttavia, all’apparente distensione con il nemico storico dell’Azerbaigian non corrisponde un’analoga pacificazione delle tensioni interne: il trattato di pace esacerba la già manifesta ostilità tra il presidente Pashinyan e il Catholicos Karekin II, trasformandola in una spietata lotta intestina tra Stato e Chiesa. Karekin invoca le dimissioni del presidente accusandolo di tradimento per aver ceduto la storica regione agli azeri; Pashinyan risponde accusando il Catholicos di avere avuto una figlia e di non essere degno di ricoprire il suo ruolo, arrivando ad aprire un procedimento penale nei suoi confronti e impedendogli di lasciare il Paese, con il chiaro intento di impedire la sua partecipazione a un’importante riunione vescovile in Austria organizzata proprio per discutere della crisi della Chiesa apostolica e delle pressioni del governo. La società armena ribolle e nuove figure aspirano al potere; tra queste l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il quale, auto-sospesosi dalle funzioni pastorali, si mette alla guida di un movimento di protesta con l’obiettivo di rovesciare il governo di Pashinyan e formarne uno nuovo da egli stesso guidato. Accusato di tramare un colpo di Stato è in stato di detenzione dallo scorso giugno, insieme a una manciata di altri arcivescovi riottosi.

Ma il vero oggetto della contesa è la titolarità di una nuova identità nazionale che sappia assorbire la perdita del Nagorno-Karabakh. E se quella promossa dal Karekin II ruota attorno alla necessità di riconquistare quanto perduto in nome di una storia e una tradizione che non possono essere tradite, quella di Pashinyan punta a superare senza troppi rimpianti una fase ritenuta conclusa e a guardare alla «real Armenia» con i suoi confini attuali. Il 7 giugno la maggioranza dei cittadini armeni accorsi alle urne ha scelto per la seconda opzione, confermando il primo ministro uscente con il 49,8% dei voti.

Seduta su due sedie

La vittoria di Pashinyan alle recenti elezioni è stata presentata dalla quasi totalità delle testate occidentali come l’ulteriore conferma del progressivo allontanamento dell’Armenia dall’orbita di influenza russa, a cui viene fatto coincidere un proporzionale avvicinamento all’Unione Europea.

Nonostante il programma del principale partito di opposizione Forte Armenia (23% dei voti) tendesse chiaramente verso politiche filo-russe, è del tutto ingannevole attribuire al partito di Pashinyan, Contratto Civile, intenti anti-russi delineati altrettanto nettamente. A riprova di ciò, basti pensare che sotto il precedente governo di Pashinyan, gli interessi economici russi in Armenia sono aumentati. Non solo, per quanto il partenariato CEPA e il più recente vertice bilaterale con l’Unione Europea costituiscano segnali concreti di apertura all’Europa, ad oggi la candidatura dell’Armenia a Paese membro dell’U.E. rimane su un piano puramente ipotetico, materialmente ostacolato dall’adesione all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa, come fatto notare da Vladimir Putin il 27 maggio scorso. Senz’altro, il mancato appoggio militare della Russia nel Nagorno-Karabakh ha fatto traballare la fiducia di molti armeni, eppure la scommessa è stata vinta da chi, dopo aver firmato una pace «infamante» con il nemico storico, ha saputo farsi rieleggere qualche mese dopo.

Pur ammettendo il profilarsi di un parziale distacco – come testimoniano le più o meno velate minacce della Russia di riconsiderare i meccanismi economici preferenziali concessi a Erevan – è soprattutto l’equazione che a ciò vorrebbe far coincidere un inevitabile avvicinamento all’Unione Europea a risultare forzata non appena calata nella materialità delle cose. Basti prendere ad esempio il caso della rete ferroviaria nazionale, attualmente gestita dalla Russia, per la quale Pashinyan ha sì richiesto la cessione da parte russa dei diritti di gestione in favore di un Paese terzo, ma non senza specificare che tale Paese debba essere in grado di mantenere buoni rapporti con Mosca. Tra questi, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kazakistan sono i candidati più probabili. Qualcosa di molto simile a quanto già accaduto in ambito bellico, dove il fornitore principale dell’Armenia è oggi l’India, solo apparentemente a discapito della Russia dal momento che i due Paesi lo scorso dicembre hanno posto le basi per un modello di ricerca congiunta e di co-produzione di piattaforme difensive avanzate. Il fatto è che alle nostre latitudini, laddove c’è la Russia di mezzo, raramente la narrazione costruita dalle istituzioni europee e validata dalla stampa è scevra di inflessioni propagandistiche. Come nel caso della copertura mediatica occidentale riservata alle recenti elezioni armene e tutta incentrata sulla presunta influenza sotterranea del Cremlino. Ciò non per negare plausibili tentativi da parte del Cremlino di favorire i partiti filo-russi di ogni qualsivoglia elezione – cosa abbastanza ovvia – ma per sottolineare la difficoltà di vedere ciò che oggettivamente si muove ad Oriente dell’Unione Europea oltre la narrazione di un’ingerenza russa data per scontata e da cui ogni evento sarebbe inquinato. E non è un caso che a rimpolpare questa narrazione sia stata proprio Ursula von der Leyen nel discorso inaugurale al già citato vertice bilaterale dello scorso maggio, quando – in piena campagna elettorale – ha parlato dello sforzo dell’Armenia di contrastare «manipolazione straniera dell’informazione, minacce ibride e interferenze» e del supporto dell’U.E. in questo campo come conseguenza benefica dell’Accordo di Partenariato. Parole che, lungi dal dimostrare alcunché di concreto, rispecchiano lo sforzo dell’Europa di mascherare le profonde contraddizioni che dilaniano le sue società e il suo agire geopolitico, in nome di un presunto primato in ambito democratico. Primato garantito sulla carta dai rigidi prerequisiti in materia di diritti a cui ogni Paese deve adeguarsi per poter anche solo pensare di entrare a far parte dell’Unione, ma brutalmente smentito dal genocidio del popolo palestinese rispetto al quale l’Unione Europea ha pesanti e sfaccettate responsabilità – giusto per citare un esempio sotto gli occhi di tutti.

Tutto questo per affermare che, a discapito dei toni entusiastici di gran parte della stampa occidentale che danno per certa la futura adesione dell’Armenia al club europeista, ciò che risulta evidente al momento è la spiccata ambivalenza del rapporto intrattenuto dall’Armenia tanto con la Russia, quanto con l’U.E. Come se, trovandosi a un incrocio, non avesse alcuna fretta di imboccare un bivio piuttosto dell’altro, preferendo soffermarsi a valutare tranquillamente le opzioni in campo. Verrebbe da dire che a un certo punto una decisione andrà presa, anche se, visto il precedente dell’Ucraina, non è detto che tutti gli attori in campo – la Russia in primis – abbiano interesse a spingere la situazione verso un aut aut tra Occidente e Oriente. Almeno non nell’immediato. Tanto più che l’esito della disavventura occidentale in Iran potrebbe aver scombussolato certi rapporti di forza dati per scontati in precedenza tanto dall’Europa, quanto dagli Stati Uniti.

Provaci ancora, UE

Dal canto suo l’Unione Europea sembra volerci riprovare. In una fase in cui le tecnologie cambiano la percezione di chi è potente sulla scena globale – come ampiamente dimostrato dal caso dell’Ucraina – l’Europa cerca di ampliare il proprio campo di influenza guardando ad Est dei propri confini, dove lo sviluppo digitale cavalca a velocità sostenuta a partire proprio dall’Armenia.

Povero di risorse naturali e privo di sbocchi sul mare, il Paese caucasico vanta di una lunga tradizione nel settore, avendo già ricoperto il ruolo di centro di innovazione tecnologica dell’Unione Sovietica3 ed è oggi descritto come un «ecosistema di start-up innovative, aziende e unicorni tecnologici». Un comparto in rapida crescita – tanto da essersi guadagnato il soprannome di Silicon Valley del Caucaso – che nel 2004 valeva meno di 20 milioni di dollari ed oggi attorno ai 2,5 miliardi, potendo inoltre vantare di un ampio bacino di reclutamento grazie al programma educativo Armath (‘radice’, ma anche crasi tra le parole Armenia e matematica) inaugurato nel 2014 e che oggi coinvolge 17mila studenti dai 9 anni in su, con l’obiettivo di trasmettere competenze digitali specifiche come il coding e capacità ingegneristiche di base, quali la costruzione di piccoli sistemi autonomi. Non è tutto, ad arricchire ulteriormente la «classe digitale» hanno contribuito i circa 8mila specialisti informatici russi trasferitisi a Erevan dopo aver lasciato la madrepatria allo scoppiare del conflitto con l’Ucraina. Il loro ingresso nell’ecosistema tech ha permesso di colmare alcune lacune del settore, soprattutto relative all’analisi dei dati, le tecnologie finanziarie e la cyber-sicurezza.

È dunque il profilarsi di un nuovo hub tecnologico all’avanguardia nel continente europeo a solleticare le mire europeiste, sia in ambito finanziario, sia in ambito militare come dichiarato dallo stesso Antonio Costa che ha sottolineato come la «necessità di una visione a lungo termine per la sicurezza europea»4 passi anche dallo sviluppo di nuove relazioni con il vicinato. Così, da ormai dieci anni, l’Europa sta supportando l’Armenia nei più disparati ambiti – dall’agricoltura all’educazione, dall’industria all’innovazione – con importanti investimenti e donazioni di denaro, tra cui 20 milioni di euro per le spese militari. A ciò va aggiunto il già citato endorsement politico al governo di Pashinyan che passa anche dal silenzio assoluto sui ripetuti arresti dei suoi opponenti politici. Ma la direzione verso cui i Paesi dell’Europa occidentale sembrano aver orientato maggiormente la propria strategia di soft power, è proprio quella di favorire la costruzione di un ecosistema tecnologico dal quale poter in futuro drenare saperi, dati e risorse. Attraverso sovvenzioni, tutoraggio e integrazione nei mercati europei dei più promettenti imprenditori armeni, nonché con la sponsorizzazione della conferenza Digitec, tenutasi a Erevan nell’ottobre del 2025 e a cui hanno partecipato 100 tra le aziende leader del settore e un pubblico di circa 30mila persone, attraverso il fondo EU4Innovation East. Sviluppo digitale, sicurezza, trasporto, connettività: queste le parole d’ordine dell’arrembaggio europeista verso la Repubblica caucasica, con il vantaggio non secondario di poter così marcare ai fianchi la vicina Russia. Ma è abbastanza scontato che altri giocatori partecipino alla ghiotta partita e con ben altri assi nella manica.

Everyone is welcome 

«Chiunque abbia come obiettivo quello di creare profitto è benvenuto in Armenia». È forse questa frase pronunciata dal primo ministro Pashinyan a meglio sintetizzare la postura di un governo che sta aprendo tutte le porte  del proprio Paese senza precludere l’ingresso a nessuno degli attori che vi ruotano attorno. Ad approfittarne per prime sono state le aziende della BigTech statunitense: Adobe, Cisco Systems, Microsoft, Synopsys, ormai da qualche anno operano nel Paese, mentre molte altre aziende sono in procinto di affacciarsi. Ma chi più di ogni altra sta dando vita a un vero e proprio sodalizio con il governo armeno è Nvidia, azienda statunitense leader nel settore della produzione di chip GPU – l’hardware fondamentale per il funzionamento dell’Intelligenza Artificiale – che dopo aver smantellato il proprio ufficio in Russia alla fine del 2022, ne ha aperto uno a Erevan con l’appoggio del Ministro dell’Industria High-Tech armeno. Al momento dell’insediamento l’azienda americana ha inoltre firmato un patto di cooperazione con il Gymuri Information Technology Center grazie al quale gli studenti armeni avranno la possibilità di studiare presso l’Nvidia Deep Learning Institute, secondo una formula di collaborazione tra multinazionali dell’high tech e istituzioni scolastiche e universitarie, sempre più diffusa anche da noi.

I frutti dell’insediamento di Nvidia in Armenia non hanno tardato a maturare: lo scorso 2 giugno è stata inaugurata la prima «fabbrica» di Intelligenza Artificiale del Paese nel villaggio di Gagarin, progettata dall’azienda armena Eleveight AI e costituita di 512 processori Nvidia Blackwell B300, tra i più avanzati componenti hardware per l’IA attualmente esistenti. La fase iniziale prevede un investimento fino a 120 milioni di dollari e una capacità elettrica di 5 MW, con un’espansione prevista fino a 35 MW per la fase successiva. La «fabbrica» sarà in grado di sopportare i carichi di lavoro intensivi richiesti dall’IA generativa, dall’addestramento dei modelli e dall’inferenza, così come modelli linguistici di grandi dimensioni, calcolo scientifico, simulazioni ingegneristiche e ambienti di IA ​​per aziende e governi. La scommessa dell’operazione sta nel trasformare l’elevata capacità di calcolo in un prodotto da mettere sul mercato, in una fase in cui sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che è questa capacità ad essere una risorsa strategica a sé stante. Risulta sempre più chiaro che i software non sono più sufficienti, lo sviluppo dell’IA richiede oggi l’ausilio di processori avanzati, forniture elettriche affidabili e sistemi di raffreddamento efficienti. Una sorta di industrializzazione dell’economia digitale che, secondo il CEO di Eleveight AI Arman Aleksanian, starebbe dando vita a «una nuova era di diplomazia del chip nella quale la questione strategica non riguarda più soltanto chi produce i semiconduttori più avanzati al mondo, ma anche dove questi vengono installati, chi ne detiene il controllo e quali Paesi e aziende possono avere accesso alla loro potenza di calcolo». Ma più che un’era di diplomazia quella che si è aperta ormai da qualche tempo sembra essere un’era di guerre per l’accaparramento dell’innovazione tecnologica: una questione di vita o di morte per le grandi potenze capitalistiche mondiali. Ad averlo capito al volo sono stati i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica, che non ha caso qualche mese fa hanno indirizzato i propri droni da combattimento contro i data center di proprietà di Amazon (AWS) negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Ed è proprio il pezzo di terra e mare che va dal Golfo Persico fino al monte Ararat all’estremità orientale della Turchia a pochi chilometri dai confini di Armenia e Iran, a configurarsi come teatro di una contesa finora solamente accennata.

Delineatosi questo scenario, non è dunque casuale che dietro alla rilevanza finanziaria del mastodontico progetto di un altro data center di supercalcolo che dovrebbe essere completato entro la fine del 2027 con 100mila processori Nvidia e Vera Rubin, ci sia un’azienda statunitense come Firebird, la prima ad aver approfittato del memorandum di intesa bilaterale firmato da Armenia e Stati Uniti nell’agosto del 2025 a Washington. Ed è proprio il CEO dell’azienda di cloud per l’IA con sede legale a San Francisco a dare un assaggio della retorica – non così originale – con cui gli Stati Uniti si stanno facendo largo tra le repubbliche dell’ex-unione sovietica5: «Firebird estende a livello globale la leadership statunitense nelle tecnologie di intelligenza artificiale, in linea con la nostra visione di rendere l’IA accessibile a vantaggio di tutti […] dimostrando come infrastrutture statunitensi affidabili possano sostenere le economie emergenti»6.

Per quanto di centrale importanza, la cooperazione legata all’economia digitale – che tra gli altri obiettivi ha anche quello di promuovere il commercio bilaterale di servizi finanziari – è solo uno degli aspetti della carta di Partenariato Strategico Globale firmata durante la visita del Segretario Rubio lo scorso 26 maggio a Erevan: tra i tanti punti, a catturare l’attenzione è senz’altro l’accordo sulla «vendita all’Armenia di articoli per la difesa e attrezzature ausiliarie di produzione statunitense tramite il programma Foreign Military Sales»7 e su «potenziali investimenti nelle forze armate armene attraverso la partecipazione a corsi di formazione e istruzione militare professionale»8. In parole povere, l’Armenia è caldamente invitata ad acquistare armi e hardware sviluppati o modificati per scopi militari, missilistici e satellitari «made in USA» e può contare sull’addestramento militare dell’esercito più potente al mondo. Insomma, anche qui, come nel resto d’Europa, gli Stati Uniti vendono un’aspettativa di deterrenza arricchendo le casse dello Stato e costruiscono complicità con gli eserciti locali, in questo caso senza nemmeno il bisogno di far parte formalmente della stessa alleanza militare.

Non è finita qui: la Carta abbozza anche un primo tentativo di ridurre la dipendenza armena dal gas russo, che oggi come oggi genera il 43% dell’elettricità prodotta nel Paese, attraverso l’ulteriore sviluppo di un programma nucleare oltre alla centrale già esistente di Metsamor, che comprenderebbe «l’impiego di piccoli reattori modulari e l’accesso a combustibile e tecnologie statunitensi». E ancora, stabilisce l’intenzione di «accelerare lo sviluppo, l’esplorazione, l’estrazione, la lavorazione e il commercio di minerali critici», ovvero «quei materiali di strategica importanza economica e caratterizzati allo stesso tempo da alto rischio di fornitura»9 che si trovano riccamente nel sottosuolo armeno, con particolare preponderanza del molibdeno, metallo fondamentale nell’industria bellica poiché se aggiunto alle leghe di acciaio ne migliora drasticamente la resistenza meccanica, di cui l’Armenia detiene le quote maggiori nella regione caucasica.

Certo per ora quasi tutto solo sulla carta, come il più ambizioso e altisonante dei progetti pensato come trampolino di lancio per la massima onorificenza di cui sarebbe dovuto essere insignito Trump a Oslo: il famigerato corridoio del Caucaso, sobriamente intitolato «Trump Route for International Peace and Prosperity» il cui scopo sarebbe quello di collegare l’Armenia alla Turchia per affrancare il Caucaso meridionale dall’influenza russa e iraniana. Peccato che nel frattempo la disavventura statunitense in Iran abbia un tantino complicato le cose, tra l’altro risparmiando all’Armenia un eventuale attacco iraniano al pari di quelli subiti dai Paesi vicini che ospitano sul proprio territorio infrastrutture americane o israeliane, come accaduto agli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita. Perché anche di tali rischi è fatto il futuro di chi, a quelle latitudini e ad altre, spalanca le porte al progetto imperialista statunitense e al suo alleato sionista. Ne sa qualcosa lo storico nemico dell’Armenia, l’Azerbaigian, che il 5 marzo scorso si è visto recapitare 4 droni da combattimento iraniani sull’aeroporto di Nakhichevan provocando il ferimento di quattro civili, ma soprattutto sottolineando l’ostilità di Teheran nei confronti dei rapporti del governo azero con Tel Aviv.

«100% in Israel»

Messa a punto la strategia nazionale di crescita esponenziale nel settore dell’Intelligenza Artificiale, il governo e le aziende armene guardano con fiducia alla possibilità di estendere i confini dell’operazione su scala regionale. Stando alle parole di Davit Abovyan, CEO della già citata Eleveight AI, l’obiettivo sarebbe quello di «servire la regione, condividere conoscenze e costruire collaborazioni tecnologiche durature con i Paesi vicini», a partire dalla Georgia, la quale oltre a diventare un possibile cliente, potrebbe assolvere all’importante ruolo di ponte verso i mercati europei, dell’Asia centrale e del Medio Oriente e concretizzare l’obiettivo dell’Armenia di diventare un player a livello globale.

All’interno di questo piano di espansione regionale, si inserisce l’incontro tenutosi lo scorso 24 dicembre a Erevan, tra il Ministro dell’Economia armeno Gevorg Papoyan e l’ambasciatore israeliano in Armenia Yoel Lion, durante il quale si è discussa la potenziale collaborazione economica tra le due parti, soprattutto in relazione a un incremento del volume degli scambi commerciali e sulla possibilità di avviare iniziative di investimento congiunte nell’ambito delle alte tecnologie, come già era emerso un mese prima durante le consultazioni tra i rispettivi Ministri degli Esteri tenutesi a Gerusalemme. Fu al termine di quella giornata che il Ministro armeno dichiarò che la Repubblica caucasica è pronta ad espandere i legami con Israele in un post su X, mentre sono dello scorso 21 aprile gli auguri per lo Yom Ha’atzmaut, la festa che celebra la fondazione dello Stato ebraico. L’odierno slancio dell’Armenia verso la scena globale sembra dunque mettere in discussione anche il rapporto notoriamente difficile con Israele, espressione plateale della discontinuità rappresentata dalla politica di Pashinyan, il quale volendo mettere una pietra sopra la questione del Nagorno-Karabakh, crea anche i presupposti per costruire distensione e cooperazione con chi più di chiunque altro ha finanziato la vittoria militare dell’Azerbaijan. Fu infatti proprio Israele a vendere radar, missili anti-carro, lanciagranate e apparecchiatura per missioni notturne all’esercito azero, contribuendo in maniera decisiva all’esito del conflitto; la punta più superficiale di quell’intesa bilaterale che è stata descritta come un iceberg dallo stesso presidente azero, intendendo con questo dire che la maggior parte degli accordi e delle attività congiunte tra i due stati sono segrete. Tra queste, la più clamorosa sarebbe la presenza di basi militari israeliane e lo schieramento di unità militari e di intelligence d’élite sul territorio dell’Azerbaigian, come lascerebbero intuire i cablogrammi trapelati nei documenti WikiLeaks (qui).  Va ricordato altresì che il paese è tradizionalmente legato alla Turchia e che Israele ha più volte indicato quanto essa sia diventata il suo prossimo nemico strategico regionale. Difficile dire se siamo di fronte ad una nuova strategia che si riorienta nel Caucaso ma lo scenario globale in questi anni ci ha abituato a non poche sorprese.

Ma altre connessioni, meno dirette, legano l’Armenia ad Israele, facendo emergere il protagonismo della lobby sionista americana in ciò che si muove sullo scacchiere geopolitico caucasico. Se infatti la già citata società californiana Nvidia sta investendo più di ogni altra sull’ecosistema tech dell’Armenia, l’altra sua grande zona di interesse è proprio Israele. A tal proposito, il CEO statunitense di origini taiwanesi Jensen Huang, non solo ha sottolineato come «nonostante il conflitto in corso la società è al 100% in Israele», confermando il progetto di un nuovo campus a Kiryat Tivon che dovrebbe ospitare fino a 10mila lavoratori, ma si è sbilanciato in inequivocabili dichiarazioni di carattere politico: «Credo che ci sia un motivo per cui siamo andati in guerra e credo che, al termine del conflitto, il Medio Oriente sarà più stabile di prima»10. D’altronde, come ormai appare sempre più chiaro, chi guida un’azienda la cui capitalizzazione si aggira attorno ai 5mila miliardi di dollari (più del Pil della Germania), è evidente che abbia voce in capitolo anche sulle decisioni strategiche del Paese in cui risiede e in quelli in cui costruisce la propria seconda casa. Tanto più che la recente fortuna di Nvidia deriva in gran parte dall’acquisizione dell’azienda israeliana Mellanox nel 2019, come testimoniato dallo stesso Huang: «se si guarda ai sei chip che compongono l’architettura di Digitis11, quattro nascono dal lavoro svolto in Israele e forse la prossima volta saranno tutti israeliani, sei su sei12».

Infine, la progressiva distensione tra Armenia e Azerbaigian avallata da Trump, pone le basi per possibili nuove triangolazioni dei due Paesi caucasici con lo Stato ebraico. Tanto più che dal canto suo, l’Azerbaigian con esso intrattiene rapporti di cooperazione e scambio ben consolidati, non solo in virtù della già citata cooperazione militare più o meno trasparente, ma anche alla luce della fornitura di greggio – di cui l’Azerbaigian è estremamente ricco – in favore di Israele, fino a ricoprire il 46.4% del totale importato. Ma nonostante la ricchezza di risorse naturali, il governo azero si è prefissato di incentrare la propria economia sul digitale entro il 2035 attraverso l’adozione di una governance data-driven. Obiettivo facilitato dal partenariato in ambito educativo per l’insegnamento delle discipline STEM, di sicurezza informatica e imprenditorialità tra l’Università Statale di Baku e l’Università Ebraica di Gerusalemme.

Qualcosa di nuovo si muove dunque sul fronte orientale, anche se, dal momento che l’Unione Europea prosegue la politica di sanzioni nei confronti della Russia (il ventesimo pacchetto ad aprile) e le ipotesi di cooperazione con l’Iran sono definitivamente sfumate dopo la partecipazione all’offensiva statunitense e la strigliata dell’Iran, per il governo italiano il Caucaso rimane innanzitutto un possibile distributore di gas, come testimoniato dalla recente visita della premier Meloni a Baku.

Ma osservare ciò che si muove tra Armenia, Azerbaigian e dintorni, significa scorgere in prospettiva le prossime mosse del capitalismo mondiale e del progetto imperialista statunitense e sionista. Mosse che preparano il campo sul quale si giocheranno le lotte del futuro.

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Inter, Mkhitaryan ha rinnovato (AdnKronos 01.07.26)

Henrikh Mhkitaryan vestirà la maglia dell’Inter per un’altra stagione. Ufficiale il prolungamento di contratto del centrocampista armeno fino al 2027.

All’Inter dal 2022, Mkhitaryan ha giocato 39 partite nella scorsa stagione mettendo a referto 4 gol e 3 assist.

Di seguito la nota del club nerazzurro attraverso i propri canali ufficiali: “FC Internazionale Milano comunica di aver raggiunto un accordo per il prolungamento di contratto del giocatore Henrikh Mkhitaryan: il centrocampista classe 1989 resterà nerazzurro fino al 30 giugno 2027″.

Israele usa il genocidio armeno per attaccare la Turchia (Domani e latri 01.07.26)

Il possibile riconoscimento rischia di minare la stabilità regionale nel momento di riavvicinamento tra Ankara ed Erevan. Anche l’Azerbaigian, alleato di Tel Aviv, ha criticato la decisione. Il governo turco reagisce con durezza: «Pura ipocrisia, voi massacrate gli innocenti»

Il governo israeliano ha deciso di riconoscere il genocidio degli armeni, il massacro avvenuto nel 1915, quando tra i 600mila e 1,5 milioni di armeni residenti nei territori ottomani morirono mentre scappavano verso il deserto siriano. L’evento è da tempo argomento di dibattito, non essendo ancora universalmente riconosciuto come genocidio: a oggi, più di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Russia e Canada, hanno formalmente adottato questa definizione, …..

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Genocidio armeno, Erdogan attacca Israele: “La nostra storia non conosce massacri e oppressione” (La Repubblica)


Israele sfida la memoria negata. Il riconoscimento del genocidio armeno apre un nuovo fronte con la Turchia (La Voce)


Propaganda contro propaganda, genocidio contro genocidio (Haffingtonpost)

Il Medio Oriente visto da Gerusalemme. Genocidio armeno, Libano, Gaza e antisemitismo (RadioRadicale 01.07.26)

Fiamma Nirenstein, in questa puntata della rubrica “Il Medio Oriente visto da Gerusalemme”, analizza il riconoscimento del genocidio armeno da parte del governo israeliano, spiegando le ragioni storiche del precedente mancato riconoscimento – il rapporto strategico con la Turchia e il principio dell’unicità della Shoah – e la definisce una scelta che ritiene giusta, pur segnalando la reazione fredda dell’Armenia e le proteste di Azerbaigian e Turchia.

Commenta l’intervista di Netanyahu a Channel 14 in vista della campagna elettorale, precisando che non si può ancora parlare di un vero avvio della campagna, dal momento che la data del voto resta incerta e molto dipenderà anche dal comportamento dei partiti haredim, protagonisti nell’ultima settimana di blocchi stradali che hanno suscitato reazioni durissime, comprese quelle di alcuni rabbini contrari alla frattura interna al popolo ebraico in un momento di guerra.

Riporta poi il bilancio tracciato da Netanyahu sul conflitto con Iran e Hezbollah e sulla nuova rete di alleanze regionali, e la dichiarazione del premier secondo cui non vede una conclusione allo scontro in corso.

Sul Libano, contesta la ricostruzione di alcune testate italiane sui raid israeliani su Bint Jbeil, definita fuorviante perché omette il contesto delle installazioni militari di Hezbollah nell’area.

Su Gaza, riferisce di un carico di droni intercettato in arrivo dall’Egitto e di testimonianze palestinesi su un controllo repressivo di Hamas sulla popolazione, inclusa una dichiarazione dell’Autorità Palestinese sulla composizione dei detenuti nelle carceri israeliane.

Chiude con una rassegna di episodi di antisemitismo: la protesta contro i turisti israeliani in arrivo a Cagliari e la reazione di un gruppo di cittadini a loro sostegno, la polemica sulla collana a forma di Palestina storica indossata dal nuovo ambassador di Prada, le ronde antisioniste segnalate a Salonicco – città colpita 95 anni fa dal pogrom del quartiere ebraico Campbell – e le dichiarazioni del sindaco di New York Mamdani sulla natura etno-religiosa dello Stato di Israele.

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Armeni contro l’uso del genocidio come ‘arma’ nella guerra fra Netanyahu ed Erdogan (Asianews 30.06.26)

Nei giorni scorsi il governo israeliano ha approvato una misura per il riconoscimento formale, ora la palla passa al Parlamento per il voto finale. Critiche di Turchia e Azerbaijan. Per gli armeni è una mossa politica che si inquadra in tensioni e conflitti attuali. Kegham Balian di “Save The ArQ” parla di “insulto alla memoria” degli 1,5 milioni di assassinati dall’impero ottomano.

Milano (AsiaNews) – Un “insulto alla memoria” dei circa 1,5 milioni di armeni assassinati dall’impero ottomano e che vengono usati oggi, a distanza di oltre un secolo dal genocidio, come “merce di scambio” per soffiare sul fuoco della tensione con la Turchia e alimentare le ire della sua leadership. È un attacco frontale al governo israeliano e ai vertici dello Stato ebraico quello dello scrittore, ceramista e direttore comunicazione di “Save The ArQ” Kegham Balian, autorevole esponente della comunità armena di Gerusalemme. Membro di primo piano del movimento a difesa del quartiere armeno della città santa, si è speso in numerose battaglie per i diritti dei cristiani e a difesa delle sue proprietà, come accaduto nell’annosa vicenda riguardante il cosiddetto “Giardino delle Vacche” (Goveroun Bardez). “Nel 2020, durante la Guerra dei 44 Giorni Israele, al fianco della Turchia – ricorda l’attivista sul proprio profilo X – ha fornito all’Azerbaijan intelligence e armamenti all’avanguardia. Ciò ha portato all’uccisione di 5mila soldati armeni, culminando nella pulizia etnica di Artsakh (Nagorno-Karabakh) e nell’esodo di massa di 150mila armeni dalla loro patria millenaria di duemila anni”. Ecco perché, avverte, “non permetteremo che la sofferenza del nostro popolo venga usata per scopi di politicizzazione bellica”.

Israele e il genocidio (armeno)

Il 28 giugno scorso l’esecutivo del premier Benjamin Netanyahu ha approvato all’unanimità una proposta di legge finalizzata al riconoscimento formale del genocidio armeno, inviando la misura, introdotta dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, alla Knesset per un voto finale. “Non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta” ha detto il titolare della diplomazia israeliana dopo il voto, definendo il riconoscimento del genocidio armeno “un dovere sia morale che storico”. Egli ha poi condannato gli sforzi per negare o distorcerne la documentazione. In caso di approvazione del Parlamento, l’ufficialità del riconoscimento porrà fine a decenni di omertà e disinteresse sulla questione, anche per le relazioni strategiche – almeno in passato – con Turchia e Azerbaigian.

La questione è stata discussa in Israele per anni con singoli deputati, membri di governo e commissioni parlamentari che hanno espresso un timido sostegno al riconoscimento. Un gruppo relativamente minoritario di politici, accademici e intellettuali israeliani ha sostenuto a lungo che il Paese aveva l’obbligo morale di fare un passo verso il riconoscimento. Tuttavia, nessun esecutivo aveva sinora approvato una proposta ufficiale in tal senso, e che coinvolgesse anche parte delle istituzioni statali. Di contro, la Turchia continua a negare che le sistematiche uccisioni di massa, deportazioni e persecuzione degli armeni dell’impero ottomano costituiscano un “genocidio”. Un termine coniato nel 1944 dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin, che ha citato la questione del massacro come uno degli eventi determinanti che lo hanno portato a sviluppare il concetto.

Fra quanti si sono spesi per un vero riconoscimento oltre le scelte di comodo o della contingenza politica vi è Israel Charny, fondatore dell’Istituto di Gerusalemme sull’Olocausto e il genocidio, che ha criticato con forza la politica pubblica ufficiale definendola una forma di “negazione”. Nel 2001 egli ha rimproverato pubblicamente l’allora ministro israeliano degli Esteri Shimon Peres per essersi riferito ai tragici eventi del 1915 come “accuse armene”, aggiungendo che non costituivano un genocidio e non dovevano essere paragonate all’Olocausto. Nel 2000 Yair Auron, un altro dei principali studiosi, ha pubblicato il libro “The Banality of Denial”, in cui ha esaminato il rifiuto dei governi israeliani per preservare le relazioni con la Turchia. Da oltre 20 anni alla Knesset si è cercato (invano) di riconoscere il genocidio armeno, col partito di sinistra Meretz che ha giocato un ruolo di primo piano. A partire dal 2008, l’allora leader Haim Oron è riuscito a mettere per la prima volta la questione all’ordine del giorno in commissione, ma anni di audizioni non hanno sortito alcun risultato. Nel 2016 il suo successore Zehava Galon ha ricordato come “anno dopo anno, diamo false speranze a coloro che sono qui riuniti”. Nell’occasione la Commissione per l’istruzione ha approvato un riconoscimento non vincolante del genocidio, anche se la misura non è stata assunta da tutte le componenti della Knesset.

Il fronte turco-azero

Dall’inizio della guerra a Gaza nel 2023 e per le ripetute accuse mosse dalla Turchia secondo cui Israele sta commettendo un genocidio nella Striscia, alcuni funzionari israeliani hanno sempre più fatto riferimento alla questione armena per attaccare Ankara e il suo governo. Già nel gennaio 2024, dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva dichiarato che il Paese stava presentando prove legali a sostegno della causa di genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia (Icj), il ministro israeliano degli Esteri Israel Katz aveva risposto rovesciando le carte. Accusando la Turchia di ipocrisia essendo “un Paese responsabile del genocidio armeno in passato”, egli ha quindi attaccato duramente il rivale turco: “Ricordiamo gli armeni, i curdi. La tua storia parla da sola”.

Ciononostante, per gli armeni questo repentino cambiamento della retorica di ministri e alti funzionari dello Stato ebraico appare più come una mossa politica improntata al cinismo e all’interesse personale, più che una vera presa di coscienza. Al riguardo l’attivista armeno di Gerusalemme Setrag Balian, co-fondatore del movimento SaveTheArQ che sostiene la conservazione del quartiere, afferma che Israele sta semplicemente armando il genocidio armeno contro la Turchia in risposta alle sue accuse di genocidio israeliano a Gaza.

Fra quanti hanno criticato la scelta “interessata” della leadership israeliana vi è anche l’Azerbaijan, che negli ultimi anni ha stretto una profonda alleanza con i vertici dello Stato ebraico, parlando di “distorsione dei fatti storici” da parte del governo Netanyahu. Baku, che ha stretti rapporti con Israele e ha combattuto più volte con la vicina Armenia soprattutto per il controllo del Nagorno-Karabakh, ha assunto una posizione simile a quella di Ankara. “La decisione del governo israeliano in merito al cosiddetto ‘genocidio armeno’ è una questione di seria preoccupazione” ha sottolineato il ministero azero degli Esteri. “La distorsione dei fatti storici – prosegue la dichiarazione – che circondano gli eventi del 1915 e la riduzione di una complessa questione storica a una decisione politica senza una solida base giuridica o accademica, sono inaccettabili”. In conclusione, il governo azero avverte che “tali azioni non contribuiscono alla riconciliazione o alla comprensione reciproca. Invece, approfondiscono le divisioni esistenti e minano gli sforzi per raggiungere pace e stabilità durature nella regione. Inviamo il governo israeliano a riconsiderare questa decisione”.

Armeni: abusi e violazioni

Nel triangolo fra Israele, Turchia e Azerbaijan, quel che resta è il popolo armeno in Terra Santa e nella madrepatria, col governo di Erevan che ha accolto con il silenzio e la freddezza – per usare un eufemismo – la mossa dello Stato ebraico. In queste ore il primo ministro Nikol Pashinyan ha affermato di non sentire il bisogno di rispondere alla decisione israeliana e alle reazioni dei Paesi della regione, aggiungendo che non intende “trasformare il genocidio in arma politica” perché non è “nell’interesse della nazione”.  I cristiani armeni di Terra Santa ricordano invece il lungo elenco di persecuzioni e violazioni alla libertà religiosa che hanno caratterizzato la vita recente della comunità, con un’escalation di attacchi confermata anche dai numeri. Anche il leader della comunità armena di Gerusalemme Hagop Djernazian ha ricordato che Israele “abbia avuto l’opportunità di riconoscere il genocidio armeno per motivi morali, ma ha perso quell’opportunità”.

Secondo il Religious Freedom Data Center è evidente una crescita dell’intolleranza, con un centinaio di episodi registrati solo nei primi sei mesi di quest’anno e un computo complessivo destinato a superare i 181 casi del 2025. Gli incidenti includono sputi, abusi verbali, vandalismo, profanazioni di tombe e graffiti e si concentrano nella città vecchia di Gerusalemme, nei pressi del Monte Sion, e vicino al patriarcato armeno. Oggi, il quartiere armeno è il più piccolo dei quattro e comprende circa il 14% dell’area complessiva. Situato nell’angolo sud-occidentale delle mura della Città Vecchia, è accessibile tramite la Porta di Zion (Bab al-Nabi Dahoud) e la Porta di Jaffa (Bab al-Khalil). Fra i casi più emblematici di violazioni degli ultimi anni vi è la vicenda che ha riguardato il cosiddetto “Giardino delle Vacche”, un’area di proprietà del patriarcato e finita al centro di un tentativo di esproprio a favore di un insediamento di coloni. Analisti ed esperti sottolineano come anche gli armeni vivano sotto l’occupazione israeliana e debbano affrontare una lotta critica per la sopravvivenza dovuta non solo a fanatici ebraici, ma pure per scelte di ecclesiastici corrotti che guardano più ai loro interessi che al futuro della comunità.

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«Ci delude il silenzio della Chiesa»: cristiani armeni mettono in discussione il Vaticano per la distruzione del loro patrimonio (Infovaticana 30.06.26)

La comunità armena sfollata del Nagorno Karabakh ha espresso la sua profonda delusione per quella che considera la mancanza di una risposta ferma da parte della Santa Sede di fronte alla distruzione del patrimonio cristiano nella regione e alla situazione dei migliaia di armeni che hanno dovuto abbandonare le proprie case dopo l’offensiva militare dell’Azerbaigian nel 2023.

In un’intervista concessa a The Pillar, Beglaryan Artak, ex difensore civico e già ministro di Stato della autoproclamata Repubblica di Artsakh, ha dichiarato che «l’Azerbaigian è riuscito a impedire al Vaticano di sostenere la protezione dei nostri diritti e, in particolare, del nostro patrimonio culturale».

«Rispettiamo profondamente la Chiesa cattolica, ma siamo delusi dal suo silenzio riguardo al patrimonio culturale e ai diritti del popolo cristiano, perché siamo stati oggetto di una pulizia etnica anche per il fatto di essere cristiani», ha affermato.

Leggi anche. Distrutta una chiesa armena in Azerbaigian: la diocesi denuncia un «genocidio culturale»

Più di 6.000 monumenti cristiani sotto il controllo dell’Azerbaigian

Beglaryan, fondatore e presidente dell’organizzazione Artsakh Union, dedicata alla difesa dei diritti degli ex abitanti del Nagorno Karabakh, ha spiegato che la regione ospita più di 6.000 monumenti storici, per lo più chiese, monasteri e cimiteri cristiani, rendendola una delle maggiori concentrazioni di patrimonio cristiano al mondo.

Tra questi spicca il monastero di Gandzasar, costruito nel XIII secolo e considerato uno dei principali simboli del cristianesimo armeno.

Secondo le sue denunce, da quando l’Azerbaigian ha ripreso il controllo del territorio diverse chiese sono state demolite o vandalizzate. Inoltre, accusa le autorità azere di cercare di cancellare l’identità armena di questi templi presentandoli come appartenenti all’antica Albania caucasica.

Malessere per i rapporti tra il Vaticano e l’Azerbaigian

Le critiche riguardano anche il crescente rapporto istituzionale tra la Santa Sede e l’Azerbaigian. Negli ultimi anni, la Fondazione Heydar Aliyev, presieduta da Mehriban Aliyeva —moglie del presidente Ilham Aliyev—, ha finanziato importanti progetti di restauro del patrimonio artistico del Vaticano, per un valore di centinaia di milioni di euro.

Questa collaborazione è stata accolta con preoccupazione da numerosi armeni, soprattutto dopo che nel 2020 la Santa Sede ha conferito a Mehriban Aliyeva l’Ordine di Pio IX, una delle massime onorificenze pontificie.

La diplomazia vaticana punta a mantenere il dialogo

Dalla Curia Romana, un cardinale che ha parlato a condizione di anonimato ha difeso la tradizionale prudenza diplomatica della Santa Sede.

«La filosofia della Santa Sede è mantenere aperti i canali di dialogo con tutti», ha spiegato, sottolineando che il Vaticano intrattiene relazioni sia con l’Armenia sia con l’Azerbaigian nella speranza di poter svolgere un ruolo positivo quando si presentino opportunità di mediazione.

Questa strategia si è riflessa recentemente nella visita a Baku del prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, il cardinale George Koovakad, che è stato ricevuto dal presidente Ilham Aliyev e ha riferito delle buone relazioni esistenti tra le due parti. Durante l’incontro, il capo di Stato azero ha invitato papa Leone XIV a visitare il Paese.

Poco prima, il Pontefice aveva ricevuto in udienza Aram I, catholicos della Grande Casa di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena. Responsabili del Patriarcato armeno hanno segnalato che desiderano preservare le buone relazioni ecumeniche con la Santa Sede ed evitare che le divergenze sul conflitto del Caucaso deteriorino i legami tra le due Chiese.

Leggi anche: Il catholicos armeno Aram I ha proposto a Leone XIV di convocare un «Terzo Concilio Vaticano»

Un patrimonio a rischio

Per i rappresentanti della comunità armena sfollata, la preoccupazione va oltre il conflitto politico. Ritengono che sia in gioco la conservazione di uno dei complessi di patrimonio cristiano più antichi del mondo e deplorano che la comunità internazionale, comprese le principali istituzioni cristiane, non abbia reagito con maggiore fermezza.

«Non abbiamo visto alcun sostegno concreto da parte del mondo cristiano, e tale sostegno doveva provenire, innanzitutto, dalla Chiesa cattolica, che è l’istituzione cristiana più grande e influente del mondo. Per questo proviamo una profonda frustrazione per il suo atteggiamento passivo», ha concluso Beglaryan.

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Dai frutti di bosco all’acqua minerale. Così Mosca punisce la «nuova» Armenia (Corriere 30.06.269

La lotta al Trogoderma Granarium è sempre stata una priorità per la Russia. Così come quella ai livelli in eccesso di idrocarbonati, cloruri e solfati. Il benessere del consumatore ha sempre la precedenza, ci mancherebbe altro. Dev’essere per questo che il Servizio fitosanitario (Rosselkhoznadzor) ha imposto il divieto di importazione a quasi tutti i prodotti di origine armena, compresi quelli soggetti a quarantena. Sospesi anche i trasporti in transito verso altri Stati membri dell’Unione economica euro-asiatica attraverso il territorio russo, lodevole iniziativa tesa a evitare ogni contagio.

L’allarme è alto. «Nel mese di giugno sono stati individuati tre casi di infestazione da Trogoderma Granarium in partite di noci, pesche secche e pomodori secchi provenienti dall’Armenia», affermano dall’ente. Un parassita onnivoro, a detta delle autorità non presente sul territorio russo, che attacca cereali, semi oleosi, legumi e altre colture, nonché le infrastrutture di stoccaggio e lavorazione.

Secondo le preoccupate stime del servizio, è in grado di distruggere fino al settanta per cento delle scorte immagazzinate. Ma anche l’importazione della famosa acqua minerale armena Jermuk è stata vietata. A intervenire questa volta è stato il Rospotrebnadzor, l’ente per la protezione dei diritti dei consumatori, che ha rilevato un superamento dei livelli consentiti di alcune sostanze saline. «Informazioni fuorvianti sulle proprietà curative dei prodotti possono portare a un peggioramento delle condizioni dei nostri connazionali» è il severo monito che si accompagna al divieto.

Ma la guerra contro le possibili epidemie non conosce sosta. La Russia ha vietato anche l’importazione di fiori dall’Armenia, e poi quella di ortaggi freschi (pomodori, cetrioli, peperoni, verdure a foglia verde, fragole) e frutti di bosco, e poi della frutta con nocciolo e dell’uva, la frutta a semi, le patate, le melanzane e la frutta secca. In precedenza, erano state bloccate le forniture del celebre cognac armeno, vini, pesce vivo e altri prodotti ittici.

Dall’Armenia non deve passare più uno spillo, ne va del bene pubblico. Ma forse, a pensarci bene, potrebbe esserci un’altra ragione per questo blocco quasi totale delle importazioni da Erevan. L’ha spiegata domenica scorsa con la sua consueta esuberanza Dmitry Medvedev, al congresso di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin«La rottura dei legami storici con la Russia» ha detto l’ex presidente diventato falco in purezza negli ultimi anni «porterà a inevitabili e severe conseguenze per tutti i cittadini dell’Armenia». Abbastanza chiaro.

Dopo la vittoria alle elezioni legislative dello scorso 7 giugno del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, dal Cremlino non è partito alcun messaggio di felicitazioni. Nella settimana seguente i complimenti sono arrivati in forma diversa, con una raffica di divieti, che si sono aggiunti ad altri che erano stati decisi alla vigilia del voto.

Tra i valori in eccesso dell’Armenia, potrebbe anche esserci quello del riorientamento geopolitico dell’antica repubblica sovietica del Caucaso, che cerca sempre più di ridurre la sua dipendenza dalla Russia girandosi verso gli Stati Uniti e soprattutto verso l’Europa.

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“La nostra storia non conosce alcun genocidio”: Erdogan risponde a Israele sul genocidio armeno (Rainews 30.06.26)

Il presidente turco ha accusato Israele di aver ucciso migliaia di palestinesi a Gaza, sostenendo che Israele invece di accusare la Turchia per il genocidio degli armeni, dovrebbe fare i conti con le proprie azioni

Il presidente turco ha respinto una proposta israeliana volta a definire “genocidio” le uccisioni di massa e le deportazioni degli armeni da parte dei turchi ottomani durante la prima guerra mondiale.

Parlando ad Ankara, Recep Tayyip Erdogan ha invece accusato Israele di aver ucciso migliaia di palestinesi a Gaza, affermando che Israele dovrebbe piuttosto fare i conti con le proprie azioni.

La maggior parte degli storici definisce questo evento «genocidio armeno», mentre alcuni paesi riconoscono ufficialmente i massacri degli armeni come genocidio.

La Turchia ammette che molti armeni furono uccisi, ma nega qualsiasi intento genocida, sostenendo che le morti fossero parte dei combattimenti su vasta scala che ebbero luogo durante la Prima guerra mondiale.

Il presidente turco ha dichiarato: “Non attribuiamo alcuna importanza alle accuse rivolte al nostro Paese da un’organizzazione criminale che ha le mani macchiate del sangue di 73.000 innocenti a Gaza, per lo più donne e bambini. La nostra storia non conosce genocidi, né massacri, né oppressione, né colonialismo. La nostra storia secolare si fonda sui principi di giustizia e compassione.”

“È una storia che comprende l’aver offerto protezione a coloro che fuggivano dall’Inquisizione e dalle persecuzioni dell’era nazista. Coloro che cercano di nascondere le sofferenze e la distruzione a Gaza muovendo accuse contro la Turchia e la nazione turca lo capirebbero meglio se esaminassero la propria storia”.

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Il genocidio armeno infiamma i rapporti tra Tel Aviv e Ankara

Israele riconosce il genocidio armeno, sgambetto a Erdoğan (ma non solo) (Il Riformista 30.06.26)

Ora il Parlamento deve approvare il provvedimento del governo. Sa’ar: “Dovere morale e storico”. Parla Antonia Arslan, studiosa dell’Armenia: “Un atto che si è fatto attendere, ma positivo”. Yerevan al bivio: rifiutare il beau geste di Netanyahu o assecondare lo Stato ebraico e aprire all’Europa

Israele riconosce il genocidio armeno, sgambetto a Erdoğan (ma non solo)

«Genocidio è una parola da usare con cautela. Non a caso come si fa oggi». Plaude Antonia Arslan, già docente all’Università di Padova, ma ancor più scrittrice e profonda studiosa dell’Armenia e del genocidio del suo popolo, alla notizia dell’approvazione all’unanimità del governo israeliano di riconoscere il genocidio armeno. «Un atto che si è fatto attendere – aggiunge Arslan – ma positivo». Ancora nel Duemila, l’allora ministro dell’istruzione, Yossi Sarid, propose di inserire il genocidio armeno nei programmi scolastici. Fu il primo passo di un percorso a singhiozzo, con Knesset ed esecutivo che facevano a gara tra chi accelerava e chi rallentava. Soltanto due anni fa, con il drastico peggioramento dei rapporti tra Israele e Turchia, il premier Netanyahu si è esposto nel riconoscere personalmente il genocidio, senza però che si arrivasse a un atto ufficiale dello Stato. Oggi il provvedimento del governo richiede l’approvazione del Parlamento. Se passerà, Israele andrà a ingrossare la lista degli oltre 30 Stati membri dell’Onu che danno valore ufficiale e storico al genocidio degli armeni. Per il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il suo governo ha compiuto un «dovere morale e storico».

«Per il diritto internazionale non cambia nulla», spiega Arslan. «D’altra parte, più nazioni importanti come Stati Uniti, Francia, Germania e Italia danno peso a questo fatto storico, più torna difficile alla Turchia sostenere il contrario». La vicenda ha la doppia valenza geopolitica di «guerra delle idee», osserva la docente. Il momento, i protagonisti coinvolti – che di certo non sono soltanto Armenia e Israele – le reazioni portano a dire che la questione “genocidio” va oltre il suo significato. Conta la parola. Ma anche chi la usa. E quando.

Israele cerca strade alternative per rompere l’embargo ideologico che lo isola dal resto del mondo. Il diversivo ha una sua logica. È in questa cornice tattica che si inserisce l’intenzione di parlare di una storia comune. Armeni ed ebrei sono stati vittime di un massacro, studiato a tavolino, rispettivamente da ottomani e nazisti (non solo tedeschi), documentato in corso d’opera e che ha visto la partecipazione attiva della popolazione civile. «È su queste solide basi che venne inventato il termine “genocidio”». Arslan ci tiene a tornare alle origini della parola, coniata nel 1944 dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, fuggito negli Stati Uniti dopo l’invasione della Polonia della Germania nazista. Nonostante in Israele ci sia chi rivendica l’unicità della Shoah, è stato proprio il genocidio armeno a ispirare la “soluzione finale” nazista.

Il ricorso alla storia del governo Netanyahu non è una mossa facile. Le conseguenze vanno oltre lo sgambetto che Bibi intende fare a Erdoğan. Per come stanno le cose in Armenia, quella israeliana rischia di essere un’operazione al buio. Per non dire un buco nell’acqua. A Yerevan, il premier Pashinyan è appena uscito vittorioso da una tornata elettorale che molti accusano viziata di brogli. Il suo attacco frontale alla Chiesa, unico pilastro stabile della debole democrazia nazionale, viene accompagnato da continui gesti di apertura verso la Turchia e l’Azerbaijan. Per ingraziarsi i suoi vicini, il governo armeno è disposto addirittura a censuare quanto successo al suo popolo nel 1915 e negli anni subito successivi. È in corso un’operazione di negazionismo strumentale agli interessi del momento. Come se non bastasse, l’opinione pubblica locale non dimentica che, negli ultimi anni, Israele è diventato uno dei principali fornitori di armamenti dell’Azerbaigian. Molti dei droni e dei sistemi d’arma impiegati da Baku nel Nagorno Karabakh, del 2020 e del 2023, sono di produzione israeliana.

Difficile pensare come la prenderà l’Europa. Domani von der Leyen sarà in visita in Azerbaigian e Armenia. Cosa conviene a Yerevan? Rifiutare il beau geste di Netanyahu, per buttarsi tra le braccia dei suoi tradizionali avversari, oppure assecondare Israele e così aprire all’Europa, dove il genocidio armeno è una colonna portante del Secolo breve?

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Vietato allontanarsi da Mosca. La Russia taglia le importazioni dall’Armenia (Haffingtonpost 30.06.26)

Acqua minerale, cognac, albicocche, ciliegie, prugne, vino, ortaggi. A cavallo delle elezioni che si sono tenute il 7 giugno scorso e che hanno assegnato la vittoria all’attuale premier considerato dal Cremlino troppo vicino all’Ue, Nikol Vovayi Pashinyan, la Russia di Vladimir Putin ha scoperto che i prodotti alimentari provenienti dall’Armenia non soddisfano i requisiti obbligatori e sanitari della Federazione Russa. Di conseguenza ha imposto limitazioni e blocco delle importazioni a una lunga lista di beni provenienti dall’Armenia, che non si fa fatica a leggere come tentativi di fare pressione sul Governo di Erevan, per farlo desistere dai tentativi di avvicinamento al blocco europeo. L’aumento drastico delle restrizioni commerciali che si sono succedute nelle ultime settimane sembra confermarlo.

Di recente Mosca ha vietato l’importazione di pesce e prodotti ittici da tutti i fornitori in Armenia che avevano il diritto di esportare nel paese. L’agenzia russa per la tutela della salute delle piante e degli animali, Rosselkhoznadzor, ha riferito di aver chiesto all’organismo armeno per l’ispezione della sicurezza alimentare di sospendere la certificazione veterinaria per il pesce vivo e i prodotti ittici (in qualsiasi forma trasformata) di due aziende armene, MF Export LLC e Invest Plus LLC. Queste due aziende erano le ultime ad aver mantenuto la licenza di esportazione di pesce verso la Russia, dopo l’esclusione di tutte le altre scattata a fine maggio, in prossimità del voto. Non solo: come ricorda il Corriere della Sera, restrizioni temporanee all’importazione di frutta a nocciolo armena, tra cui ciliegie, albicocche, prugne, pesche e nettarine, e di uva fresca, erano già state adottate dalle autorità di Mosca.

In precedenza erano state già imposte limitazioni sull’acqua minerale del marchio Jermuk, come riportato dal Moscow Times. Le autorità russe hanno imposto un divieto totale di importazione e vendita del prodotto, citando livelli eccessivi di bicarbonati, cloruri e solfati. Non solo: anche diversi prodotti alcolici armeni, come il vino e il cognac, in circolazione nella Federazione da un mese sembra non rispettino più i requisiti obbligatori. Così come i fiori: sempre l’agenzia Rosselkhoznadzor, per tutelare la sicurezza fitosanitaria e i produttori nazionali, ne ha imposto il divieto dato che, sostiene, su 96,2 milioni di fiori importati dall’Armenia, gli ispettori hanno segnalato 135 casi che richiedono  misure di “quarantena”,  ha dichiarato l’agenzia senza fornire ulteriori dettagli.  E poi, oltre la frutta, anche pomodori, cetrioli, peperoni, verdure a foglia verde e fragole, adducendo come motivazione “un numero crescente di violazioni”.

La Russia rappresenta un mercato rilevante di esportazione dell’Armenia: secondo i dati Wto, ne 2024 la Federazione ha assorbito il 24% delle sue esportazioni dell’Armenia, circa 3,14 miliardi di dollari su un totale di 13,07 miliardi, confermandosi il secondo mercato di destinazione delle merci armene dopo gli Emirati Arabi Uniti. Va notato che le restrizioni colpiscono le esportazioni principali e non le riesportazioni, come i beni tecnologici e macchinari, che arrivano in Armenia da altri Paesi per poi raggiungere la Russia in modo di aggirare le sanzioni.

Giovedì la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si recherà a Erevan per incontrare il Primo Ministro Nikol Pashinyan. La visita promette di irritare ancora di più Mosca, secondo cui “l’ingerenza occidentale nella recente campagna elettorale armena è stata senza precedenti”, ha affermato Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo e presidente del partito ‘Russia Unita’. Medvedev ha sottolineato nei giorni scorsi la persecuzione da parte delle autorità armene nei confronti di Gagik Tsarukyan, leader del partito Armenia Prospera. Secondo Medvedev, Erevan ha avviato “una nuova ondata di rappresaglie contro i membri dell’opposizione che le cerchie al potere considerano scomodi”.”Ciò è accolto con totale silenzio dai Paesi occidentali, la cui ingerenza nella recente campagna elettorale è stata senza precedenti. In linea con le loro pratiche neocoloniali preferite, hanno letteralmente posto l’apparato statale armeno sotto controllo manuale”, ha affermato Medvedev..

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Dai frutti di bosco all’acqua minerale. Così Mosca punisce la «nuova» Armenia (Cds)