Armenia, in vista delle elezioni Pashinyan continua a giocare su due tavoli (Strumentipolitici 14.05.26)

L’Armenia è ancora sotto i riflettori dell’arena internazionale. In questo inizio di maggio la capitale Erevan ha infatti ospitato tre eventi di importanza e di dimensioni mai viste prima nel Paese.

Tre vertici

Il 4 e 5 maggio si sono tenuti tre vertici: il summit della Comunità Politica Europea (EPC), il summit bilaterale UE-Armenia – la prima volta in assoluto – e il vertice bilaterale franco-armeno. Per partecipare all’EPC sono arrivati quasi 40 leader e capi di Stato, rendendolo così il più grande evento politico della storia armena. L’euforia e l’interesse suscitati da queste manifestazioni non possono non influire sulla campagna elettorale appena cominciata, che si concluderà con la tornata parlamentare del 7 giugno. Ed è evidente come vada a beneficio del partito di governo Contratto Civile del premier Nikol Pashinyan. Quest’ultimo ha imposto al Paese una decisa virata verso Bruxelles, pur cercando di non allontanarsi troppo da Mosca. Con le prossime elezioni si vedrà se l’Armenia proseguirà su questa strada oppure no.

La visita di Macron

Macron si è recato a Erevan non solo per partecipare al summit europeo, ma anche per firmare un accordo strategico con Pashinyan nel vertice bilaterale franco-armeno. I legami fra i due Paesi sono tradizionalmente molto forti, ma negli ultimi tempi si è intensificata la cooperazione sul piano militare. Parigi ha infatti fornito i suoi veicoli corazzati Bastion e gli obici CAESAR. Macron sostiene l’attuale governo pure sul piano politico, motivando l’appoggio come una “decisione di difendere l’Europa”: In questo momento l’Europa è il partner più naturale per l’Armenia e per il Caucaso del Sud. Le Forze armate di Erevan hanno già ricevuto assistenza anche da Bruxelles: 30 milioni di euro ottenuti grazie al cosiddetto Strumento Europeo per la Pace (EPF). La UE ha altresì promesso 270 milioni col Piano di Resilienza e Crescita. E a maggio ha annunciato un pacchetto di iniziative politiche ed economiche, fra cui una maggiore connettività con lo sviluppo delle infrastrutture e la facilitazione degli spostamenti con la liberalizzazione dei visti.

La campagna del governo

L’aver messo l’Armenia al centro dell’attenzione internazionale ha reso a Pashinyan una crescita di popolarità: il gradimento del premier è infatti passato dal 36% di febbraio al 49% di maggio. A ingolosire gli elettori armeni c’è la prospettiva dell’assistenza finanziaria europea e dell’allentamento del regime dei visti con la UE. A campagna elettorale iniziata, il partito di governo promette l’integrazione europea per il futuro del Paese, sebbene debba essersi reso conto che tale futuro significherebbe il controllo politico da parte di Bruxelles. Già oggi la UE propone il dispiegamento di una “squadra di risposta rapida ibrida” in vista delle elezioni, allo scopo di di non lasciare da sola l’Armenia a fronteggiare le interferenze straniere, come dichiarato dall’Alto rappresentante agli Esteri Kaja Kallas. Facile vedere come il vero scopo dietro la proposta sia invece di influenzare le elezioni in senso filo-UE.

La UE spinge e poi frena

A onor del vero bisogna dire come gli stessi funzionari di Bruxelles, pur spingendo a parole per l’integrazione armena, cerchino di smorzare le speranza di Erevan di diventare membro dell’Unione. Infatti nessuna Istituzione e nessun Paese membro ha espresso in maniera ufficiale il suo supporto alla membership dell’Armenia. In ogni caso occorrerebbero ancora molti anni affinché compia tutto il percorso verso l’accesso. Comunque lo scorso anno il governo di Pashinyan ha approvato una legge che dichiara iniziato il processo di adesione. Durante il recente summit, il premier ha ribadito la sua aspirazione verso Bruxelles. Nel frattempo, però, ha anche rimarcato l’attuale partecipazione del Paese all’Unione Economica Eurasiatica (UEE), insieme alla Russia e ad altri tre Paesi ex URSS.

I temi della campagna elettorale

I partiti di opposizione criticano fortemente la politica estera di Pashinyan, tesa alla normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e alla vicinanza con Bruxelles. Contratto Civile starebbe infatti sfruttando i tre vertici solo per gettare fumo negli occhi degli elettori, senza ricevere in cambio dall’Europa nessuna garanzia sostanziale. Dal canto suo, il governo presenta i miglioramenti effettuati negli ultimi anni, dalla lotta alle tangenti alla costruzione di opere pubbliche come scuole e strade, spesso finanziate proprio dai beni confiscati ai rei di corruzione.

I partiti di opposizione

Le principali formazioni di opposizione sono tre. La più quotata è Armenia Forte, fondata nel 2025 dall’uomo d’affari armeno-russo Samvel Karapetyan. La sua candidatura è sostenuta anche dalla chiesa locale, nella persona del patriarca Karekin II. Tuttavia, avendo la doppia cittadinanza (ed essendo oltre tutto agli arresti domiciliari) il miliardario non potrebbe diventare premier. Per questo motivo, nel caso in cui il partito di governo non ottenga subito la maggioranza, farebbe confluire il suo appoggio verso l’ex presidente Robert Kocharyan e il suo partito Alleanza armena. Concorre a un posto in una possibile coalizione alternativa a Pashinyan anche il partito dell’imprenditore Gagik TsarukyanArmenia Prospera.

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Armenia, tra pace e repressione (Naufraghi.ch 14.05.26)

Yerevan. Situato su una bassa collina rocciosa che affiora dalla pianura, il monastero di Khor Virap sembra emergere dalla stessa terra che lo sostiene. Le mura in tufo rosso della chiesa, accese dalla luce del tardo pomeriggio, assumono un colore simile a quello delle rocce in cui il complesso è incastonato. Su un lato, sulla sommità dell’altura, si innalza una grande croce dalla quale sventola la bandiera armena. Dall’altro, volgendo lo sguardo verso sud, si staglia l’immenso profilo del monte Ararat: un massiccio vulcanico ricoperto di neve che, con i suoi oltre 5.000 metri di altezza, domina il monastero e l’intero orizzonte.

Luogo simbolico delle origini del popolo armeno, l’Ararat è emblema nazionale e incarna un diffuso sentimento di malinconia e sconfitta. Il monte si trova infatti in territorio turco, un Paese con cui l’Armenia ha avuto a lungo un rapporto doloroso, segnato dal genocidio del 1915 e, negli ultimi anni, ulteriormente inasprito dal sostegno della Turchia all’Azerbaigian, le cui offensive militari hanno inflitto pesanti perdite a Yerevan.

L’onnipresente Ararat

Oggi, a seguito delle sconfitte belliche, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sta negoziando una pace punitiva con l’Azerbaigian, accettando quasi tutte le richieste di Baku e del suo alleato turco. Tra queste non vi sono solo imposizioni geopolitiche e militari, ma anche simboliche: Pashinyan ha ordinato la rimozione del simbolo dell’Ararat dai passaporti e dai francobolli, come gesto di rinuncia a un’icona nazionale legata a territori oggi fuori dai confini.

Molti armeni vivono queste scelte come un segno di dolorosa sottomissione, e ciò sta generando forti proteste, soprattutto in vista delle elezioni nazionali previste per l’inizio di giugno. Il primo ministro viene accusato di eccessiva accondiscendenza verso i nemici, così come di aver instaurato un clima sempre più autoritario, con arresti di attivisti, oppositori politici ed esponenti del clero che potrebbero ostacolare i negoziati. “Repressione in cambio di pace”, sostengono alcuni.

Nonostante ciò, Pashinyan riceve il sostegno dell’Unione Europea, che lo appoggia soprattutto per il tentativo di svincolare l’Armenia dall’influenza russa e avvicinarla a Bruxelles. Finora, l’Unione non ha espresso critiche nei confronti del governo armeno, ma gli sta anzi destinando ingenti finanziamenti.

Un’identità legata alla Chiesa

L’antico pozzo-prigione

Per comprendere la complessa matassa geopolitica in cui oggi si trova l’Armenia bisogna partire proprio da Khor Virap. Accanto alla chiesa si trova un antico pozzo-prigione dove, secondo la tradizione, nel III secolo d.C. venne imprigionato per 13 anni San Gregorio Illuminatore, il patriarca degli armeni, per essersi rifiutato di abbandonare il Cristianesimo. San Gregorio riuscì poi a guarire miracolosamente il sovrano che lo aveva incarcerato, ottenendo così la sua conversione e la professione del Cristianesimo nell’intero regno. L’Armenia divenne il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente questa religione. Qui San Gregorio istituì la Chiesa apostolica armena, autonoma rispetto a Roma.

Con la fine del regno, la Chiesa assunse un ruolo che andò ben oltre la sfera religiosa: per secoli fu il punto di riferimento e di protezione per le comunità armene prive di un proprio Stato e spesso perseguitate, disperse tra Caucaso, Medio Oriente, Russia e Iran. Per questo la pressione odierna sul clero da parte del governo è ben più di una questione politica: è una profonda ferita identitaria.

Tra Russia e Turchia

L’Armenia ha ritrovato l’indipendenza solo all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica che nei decenni precedenti aveva controllato i suoi territori, entrando in una condizione geopolitica estremamente complessa. Un Paese piccolo, con una superficie di meno di 30mila chilometri quadrati, privo di risorse naturali rilevanti e di sbocchi sul mare, confinante con Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian. Da allora, Yerevan ha mantenuto fortissimi legami con la Russia sul piano economico, da cui è dipendente, e su quello politico almeno fino al 2018, quando Pashinyan è salito al potere.

51 anni, ex giornalista, Pashinyan venne incarcerato nei primi anni 2000 per il suo ruolo nelle mobilitazioni contro l’allora l’establishment filorusso. Nel 2018 ha guidato le proteste di massa che portarono alle dimissioni del governo e alla sua ascesa a primo ministro, intraprendendo un progressivo percorso filoccidentale.

Negli ultimi trent’anni l’Armenia è stata in guerra con l’Azerbaigian, Stato nato anch’esso dalla dissoluzione dell’URSS e legato strettamente alla Turchia, con la quale condivide affinità linguistiche, culturali e religiose, riassunte nello slogan “due Stati, una nazione”.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le tensioni latenti tra comunità armene e azerbaigiane esplosero rapidamente in violenze reciproche, alimentate dalla presenza di consistenti minoranze nei rispettivi territori: gli armeni massacrarono ed espulsero gli azerbaigiani, gli azerbaigiani massacrarono ed espulsero gli armeni, mentre chiese e moschee vennero distrutte e vandalizzate da entrambe le parti.

Epicentro del conflitto fu il Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena ma assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e riconosciuta dal diritto internazionale come parte di quest’ultimo. Alla dissoluzione dell’URSS gli armeni vi fondarono l’Artsakh, repubblica de facto indipendente ma strettamente legata a Yerevan, con cui condivideva anche le forze armate. La minoranza azerbaigiana venne espulsa.

Negli ultimi dieci anni l’Azerbaigian, con il sostegno turco, ha conquistato progressivamente il territorio, fino a prendere il pieno controllo del Nagorno Karabakh nel 2023, provocando l’esodo di circa 120.000 armeni verso l’Armenia e minacciando di continuare l’avanzata fino a Yerevan.

Di fronte alla superiorità militare azerbaigiana, Pashinyan ha firmato un cessate il fuoco e avviato negoziati per un trattato di pace fortemente favorevole a Baku, assumendo di fatto il ruolo di esecutore sul piano domestico delle direttive impartite dall’Azerbaigian. Recentemente ha addirittura dichiarato che il Nagorno Karabakh “non è mai appartenuto all’Armenia” adottando in toto la narrazione dell’ex nemico.

Le direttive dell’Azerbaigian

“L’Armenia firmerebbe la pace già domani”, sostiene oggi il governo di Yerevan, che ha fretta di arrivare ad un accordo che, seppur svantaggioso, le garantirebbe la stabilità necessaria per attrarre sempre più investimenti europei necessari per allentare la dipendenza economica da Mosca. Baku, però, continua a imporre condizioni aggiuntive, tra cui una modifica costituzionale che escluda ogni rivendicazione su territori oggi fuori dai confini nazionali, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh. Secondo l’Azerbaigian, solo una riforma irreversibile può garantire che futuri cambi di potere in Armenia – come la rimozione di Pashinyan – non facciamo riemergere ambizioni irredentiste. Il premier armeno ha quindi promesso che, se vincerà le elezioni di giugno, indirà un referendum per modificare la costituzione in questo senso.

Avvicinandosi al voto, descritto dal governo come una scelta tra guerra e pace, aumentano le pressioni delle autorità contro le opposizioni politiche e in generale contro le organizzazioni che si oppongono a questa linea filoccidentale e conciliante con l’Azerbaigian. A finire nel mirino sono soprattutto oppositori politici, preti e sfollati del Nagorno Karabakh.

La svolta autoritaria

La scorsa settimana, mentre all’interno di un grande centro congressi di Yerevan Pashinyan riceveva l’endorsement dei vertici dell’Unione Europea, all’esterno decine di manifestanti protestavano contro quella che definiscono una deriva autoritaria del Paese.

A manifestare erano soprattutto sfollati del Nagorno Karabakh, convocati da Artak Beglaryan e Gegham Stepanyan, due ombudsman dell’ex repubblica dell’Artsakh, figure indipendenti incaricate della tutela dei cittadini. I due avevano tentato di entrare nel centro congressi per consegnare una lettera di denuncia, ma le autorità lo hanno impedito.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Stepanyan in quell’occasione.

Dal 2023 il governo armeno ha arrestato circa sessanta persone legate all’opposizione, tra esponenti politici, società civile, clero e rappresentanti degli sfollati. Giustificate con accuse di corruzione o reati comuni, molti osservatori internazionali li interpretano come un tentativo indebolire il dissenso, soprattutto in vista delle elezioni.

Tra gli arrestati figura anche Samvel Karapetyan, uno dei principali candidati di opposizione. Miliardario armeno con importanti interessi in Russia, è da quasi un anno agli arresti domiciliari per aver accusato il governo di “aver dimenticato la storia millenaria dell’Armenia” e di “attaccare la Chiesa”. Le autorità hanno interpretato le sue dichiarazioni come un invito alla sovversione, accusandolo di “appelli pubblici alla presa illegale del potere”, boicottando così la sua campagna elettorale.

Le frasi incriminate di Karapetyan si riferiscono al fatto che, negli ultimi mesi, sono stati arrestati una quindicina tra vescovi e sacerdoti. Perfino il Catholicos Garegin II, la massima autorità religiosa considerata il “Papa degli Armeni”, è stato sottoposto a un divieto di espatrio. Il governo li ritiene vicini alla Russia e li accusa di fungere da canale d’influenza del Cremlino. I critici ritengono che il governo voglia impedire che la Chiesa funga da trait d’union per le eterogenee opposizioni a Pashinyan.

Gli sfollati del Nagorno Karabakh

Marut Vanyan è un giornalista fuggito, come tutti i suoi connazionali, dal Nagorno Karabakh nel 2023. “Fino ad allora tutti gli armeni ci consideravano dei figli prediletti da proteggere. Oggi è cambiato tutto. Pashinyan ed i suoi seguaci ci ritengono un intralcio alla pace con l’Azerbaigian. Parlare di Nagorno Karabakh è diventato sconveniente”.

Oggi le autorità dell’Artsakh, dopo lo scioglimento ufficiale della repubblica, continuano le loro attività in una sorta di parlamento in esilio a Yerevan, che punta a tutelare i diritti e le esigenze degli sfollati e a fare pressione sul governo, anche a livello internazionale, per il diritto al ritorno in condizioni di sicurezza e dignità, la liberazione dei prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian e la preservazione del patrimonio culturale e religioso armeno in Nagorno Karabakh.

L’esecutivo di Pashinyan li considera con crescente ostilità, rifiutando di riconoscerli come un governo in esilio e mostrando totale chiusura sia sul tema del diritto al ritorno, sia sulle denunce relative alla distruzione di chiese e monumenti armeni in corso nei territori passati sotto il controllo azerbaigiano.

Secondo l’ombudsman Artak Beglaryan, “parlare del Nagorno Karabakh è ormai visto come un ostacolo agli accordi di pace” e che chi lo fa è sempre più soggetto a pressioni. Numerosi leader degli sfollati del Nagorno Karabakh sono stati imprigionati dopo avere preso parte a manifestazioni antigovernative, considerate sovversive.

Il sostegno dell’Unione Europea

“È ipocrita che l’Unione Europea sostenga la democrazia, i diritti umani e una vita dignitosa per gli ucraini nel loro Paese, ma non per gli armeni. Per questo siamo molto frustrati”, continua Beglaryan, secondo il quale la UE sta ignorando la svolta e deriva autoritaria del governo armeno che invece appoggia perché continui a distanziarsi dalla Russia.

Negli ultimi anni l’Unione ha rafforzato il proprio sostegno finanziario all’Armenia nel quadro del progressivo distacco da Mosca attraverso un pacchetto da circa 270 milioni di euro destinati alla stabilità economica e sociale e alla riduzione della dipendenza dalla Russia. Bruxelles punta, inoltre, a mobilitare altri 2,5 miliardi di euro in investimenti complessivi in energia, infrastrutture e industria; sul piano della sicurezza ha stanziato circa 20–30 milioni di euro per capacità logistiche e difensive. Parallelamente si discute anche di un possibile percorso verso la liberalizzazione dei visti Schengen.

La Commissione Europea mantiene anche rapporti eccellenti con l’Azerbaigian, divenuto dopo le sanzioni alla Russia un fornitore strategico di idrocarburi per diversi Paesi europei.

In questo contesto, il progressivo distacco armeno da Mosca e l’apertura verso la pace con Baku sono parte di una stessa strategia geopolitica.

“Io ho sempre creduto nei valori europei, nell’idea che quando l’Unione Europea parla di libertà e democrazia lo faccia davvero”, conclude amaramente Beglaryan. “Ma oggi vedo che questi valori sembrano contare solo quando servono come strumento di pressione su Paesi con agende geopolitiche diverse”.

Verso le elezioni

Nonostante l’impopolarità in ampie fette di popolazione, i sondaggi danno Pashinyan in vantaggio, favorito dall’arrivo dei miliardi europei e dalla frammentazione dell’opposizione, che esprime un alto numero di candidati premier, alcuni legati al Cremlino. La riconferma dell’attuale governo consoliderebbe il mandato per modificare la costituzione che porterebbe alla firma della pace e spianerebbe la strada all’occidentalizzazione. Il futuro geopolitico dell’Armenia si decide nel prossimo mese.

In gioco, però, non c’è solo il futuro geopolitico dell’Armenia ma la ben più profonda ridefinizione dell’identità nazionale di un popolo che per secoli ha avuto la Chiesa, non lo Stato, come punto di riferimento. Gli attacchi contro il clero hanno dunque innalzato lo scontro interno ad un livello mai raggiunto prima. Se Pashinyan si confermerà alle elezioni riceverà un forte mandato popolare per procedere verso gli accordi di pace, la svolta filoccidentale ma anche la reinvenzione identitaria. Che passa attraverso la riduzione dell’influenza del clero e la rinuncia perenne a simboli, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh, a lungo considerati irrinunciabili.

In cambio si prospetta una pace punitiva con l’Azerbaigian e miliardi in arrivo dall’Unione Europea.

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Halki e la chiesa-biblioteca di Adana: il futuro (incerto) del patrimonio cristiano turco (Asianews 14.05.26)

La storica chiesa ortodossa di Agios Nikolaos diventerà una biblioteca pubblica. Per gli studiosi la sorprendente architettura dell’edificio offre un’atmosfera unica per la lettura. Bartolomeo I intanto annuncia per settembre la riapertura dello storico seminario con una grande cerimonia, ma resta incerta la destinazione d’uso.

Istanbul (AsiaNews) – Una storica chiesa trasformata in una biblioteca pubblica e un seminario che sta per riaprire dopo decenni di chiusure. Luci e ombre per la comunità cristiana in Turchia che, pur essendo una piccola minoranza, cerca di mantenere vivo il secolare patrimonio storico e culturale del Paese, oltre alla memoria del viaggio apostolico di papa Leone XIV fra la fine di novembre e i primi di dicembre dello scorso anno. Al contempo non mancano attacchi o episodi di violenze contro singoli e comunità, così come tentativi di esproprio di beni ecclesiastici o di dimore storiche come Santa Sofia e Chora e, in tempi più recenti, anche la cattedrale di Ani diventate moschee.

Nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio relativo alla storica chiesa ortodossa di Agios Nikolaos, meglio nota come Adana Greek Orthodox Church, che è diventata una biblioteca pubblica, ultimo atto di una serie di cambiamenti d’uso nei due secoli di vita dello storico edificio (religioso). In origine era stata costruita nel 1845 dalla comunità greco-ortodossa locale in seguito all’editto Tanzimat del 1839, che concedeva ai non musulmani dell’Impero Ottomano il diritto di stabilire luoghi di culto e istruzione. Dopo la sua inaugurazione, il luogo di culto è rimasto per decenni come un punto di riferimento stabile a livello religioso e culturale per i fedeli.

Dopo lo scambio di popolazione del 1923 tra Turchia e Grecia, la chiesa è stata abbandonata e solo in seguito riproposta come museo archeologico di Adana, uno dei primi musei della neonata Repubblica, fino al 1972. Da quel momento in poi, ha funzionato come deposito museale prima di riaprire nel 1983 come museo di etnografia di Adana. A seguito di un restauro completo tra il 2013 e il 2015, l’originario edificio di culto è stato ribattezzato museo commemorativo della chiesa di Kuruköprü e, dal 2025, ha accolto una nuova comunità di lettori.

Infine, la decisione di trasferire nella struttura la biblioteca pubblica provinciale di Adana, dopo che la sede storica e originaria al centro culturale Sabancı è stata danneggiata nel devastante terremoto del 6 febbraio 2023, tanto da essere inserita nella lista di quelle soggette a demolizione. Esperti e studiosi locali affermano che la sorprendente architettura della chiesa offre un’atmosfera unica per la lettura, con le sue pareti usate per archiviare la popolare collezione che comprende, fra gli altri, centinaia di classici letterari.

Adana, situata nel sud della Turchia, vanta una storia lunga e stratificata e ha intrecciato nel tempo legami storici col mondo greco, specialmente attraverso le epoche ellenistiche e bizantine. Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), il suo impero viene diviso tra i suoi generali e la regione circostante rientra sotto il controllo dell’Impero Seleucide, uno stato ellenistico fondato da Seleuco I Nicatore. I Seleucidi stabiliscono numerose città greche e diffondono la cultura, la lingua e la pianificazione urbana greca in tutta l’Anatolia, compresa la Cilicia, regione in cui si trova Adana, essa stessa influenzata dall’amministrazione e dalla cultura greca durante questo periodo.

Sotto il dominio ottomano, Adana aveva una comunità minoritaria greco-ortodossa, elemento in comune con molte città di tutto l’impero. Questa popolazione rimane fino allo scambio del 1923 tra Grecia e Turchia, quando i cristiani ortodossi dalla Turchia vengono trasferiti in Grecia e i musulmani dalla Grecia alla Turchia. Pur rimanendo poche tracce nell’Adana moderna, alcune architetture, echi culturali e riferimenti storici indicano ancora il suo passato multietnico.

Al contempo il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha annunciato che il seminario di Halki, importante istituzione educativa per la comunità greca sull’isola Heybeliada di Istanbul, riaprirà a settembre con una grande cerimonia. Il primate ha condiviso l’aggiornamento sui tempi di riapertura il 10 maggio scorso, durante una visita ufficiale ad Atene, aggiungendo che “il contro alla rovescia in vista della riapertura è iniziato”. “Nei prossimi mesi, saranno completati – ha proseguito – ampi lavori di ristrutturazione del complesso scolastico. Festeggeremo l’apertura a settembre”.

La questione del seminario è stata discussa anche durante un incontro tra Bartolomeo e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. “Le notizie positive che ci avete portato riguardo alla riapertura del Seminario Halki sono estremamente importanti” ha sottolineato il capo del governo di Atene, che parla di “decisione storica” che il patriarca ha “desiderato a lungo” come riferisce Hürriyet. Il seminario è stato chiuso per 54 anni e il patriarcato ha chiesto che riapra con il suo precedente status di scuola privata affiliata al ministero dell’Istruzione.

Tuttavia, i resoconti dei media turchi e greci suggeriscono che verranno prese in considerazione diverse formule, tra cui un istituto affiliato alle università statali, una facoltà di teologia sotto un’università di fondazione o una scuola professionale. Il Consiglio dell’istruzione superiore (YÖK) è ora coinvolto in discussioni sul futuro, di un immobile edificato su terreni appartenenti al Monastero di Hagia Triada dal IX secolo e che, nel tempo, ha diplomato almeno 12 patriarchi e circa un migliaio di studenti nel corso della sua storia.

Gli amministratori del monastero ricevettero il permesso dal sultano di costruire la scuola nel 1772, ma non le prime lezioni si sono tenute solo nel 1844 a causa di un incendio nel 1821. Dopo che l’edificio originale è stato distrutto nel terremoto di Istanbul del 1894, è stato ricostruito con il permesso del sultano Abdulhamid II e riaperto nel 1896. La struttura di 2.360 metri quadrati è stata progettata secondo la forma della lettera greca Pi.

A seguito del trattato di Losanna, le scuole straniere dovevano operare in conformità con il sistema educativo turco; per questo il seminario viene chiuso nel 1971, con una sentenza della Corte Costituzionale. Da allora, solo la Private Halki Greek High School for Boys ha continuato a operare all’interno del monastero. Gli sforzi in vista di una riapertura hanno ripreso slancio in seguito alla nomina patriarcale di Bartolomeo I nel 1991, per poi registrare un’accelerazione finale dopo l’incontro fra il presidente Usa Donald Trump e l’omologo turco Recep Tayyip Erdoğan.

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L’Armenia alla ricerca di un’identità nella politica internazionale (Terzogiornale 14.05.26)

Armenia, prima nazione a riconoscere il cristianesimo come religione di Stato nel 301, è ricordata soprattutto – e purtroppo – per il genocidio perpetrato dai turchi dal 1914 al 1915 (ma in realtà si andò molto oltre), che provocò più di un milione e duecentomila morti. Una punizione collettiva messa in atto dal movimento nazionalista dei “giovani turchi”, capeggiati dal padre della Turchia moderna Kemal Ataturk, che vedevano negli armeni un ostacolo alla realizzazione di un’entità statuale repubblicana, oltre a nutrire il timore, durante la Prima guerra mondiale, di un avvicinamento degli armeni all’eterno nemico russo. La storia successiva è nota: l’Armenia entrò a far parte, nel 1920, dell’Unione sovietica. Un’appartenenza vissuta a fasi alterne, tra collettivizzazione forzata, sviluppo industriale, riconoscimento del genocidio – ricordato a Erevan con il memoriale di Tsitsernakaberd – fino alla nascita di una Repubblica armena indipendente, nel 1991, all’indomani della fine della lunga fase comunista.

Da allora, il piccolo Stato caucasico, circa 29.000 chilometri quadrati, vive una situazione di conflittualità con l’altra repubblica ex sovietica dell’Azerbaigian (vedi qui ) per il controllo dell’enclave del Nagorno Karabakh. Dopo la vittoria azera del 2023 (vedi qui), Erevan ha accusato Mosca di non averla abbastanza sostenuta, dando spazio a un’inedita mediazione degli Stati Uniti. Da qui la nuova attenzione dell’Armenia nei confronti dell’Europa, che in questo contesto di forte conflittualità, tra Mosca e Bruxelles, non può che gettare altra benzina sul fuoco di un incendio che nessuno pare abbia intenzione di spegnere. Una tensione tornata a galla in occasione del vertice dei giorni scorsi tra Unione europea e Armenia, tenuto proprio nella capitale, dov’è stata celebrata la Giornata dell’Europa 2026. Con la prevedibile reazione di Putin, il quale ha minacciato di far fare all’Armenia la stessa fine dell’Ucraina (che, sia detto per inciso, sembra ben lontana dal capitolare di fronte all’esercito russo). Il leader del Cremlino ha invitato il governo armeno del primo ministro Havastani Varchapet a indire un referendum per chiedere dove la popolazione voglia collocarsi tra l’ipotesi Unione europea e quella russa. Una chiamata alle urne il cui esito sarebbe incerto per entrambi gli schieramenti.

Va precisato che le forze russe di pace avevano il compito di fermare la riconquista, da parte degli azeri, del Nagorno Karabakh, ma in realtà non mossero un dito, in spregio alle regole dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva – tra Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – che avrebbe previsto, appunto, un aiuto reciproco in caso di attacco esterno. Un disimpegno che ha spinto comprensibilmente Erevan a guardare verso l’Occidente. La Russia, già afflitta da quei Paesi del suo sistema di alleanze entrati prima nell’Unione europea e poi nella Nato, sembra non poter tollerare che un altro pezzo dell’ex Unione sovietica, dopo l’Ucraina, si collochi dall’altra parte; dal canto suo, Bruxelles, malgrado la disponibilità, può dare il suo aiuto in termini economici e politici, ma non può sostituirsi a Mosca. Tutto questo in un contesto regionale assai complicato, tra la Turchia, che sostiene gli azeri, e la Georgia in una collocazione anch’essa indefinita, se si pensa alle forti contestazioni al suo interno contro l’ultima scelta filorussa.

Va ricordato che la Russia resta il principale partner economico dell’Armenia, con facilitazioni che potrebbero venir meno, ed è altresì legata all’Unione economica euroasiatica. Non è certo secondaria la problematica della difesa: “Sul piano militare – sostiene su “Notizie geopolitiche” Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis – la fragilità armena appare ancora più evidente dopo la perdita del Nagorno Karabakh (da cui sono arrivati in Armenia migliaia di profughi, ndr). L’Azerbaigian ha consolidato la propria superiorità operativa grazie a droni, artiglieria avanzata e cooperazione con Ankara. La presenza militare russa in Armenia continua a essere importante, ma non viene più percepita come una garanzia assoluta. Per questo – continua Gagliano – Erevan cerca nuovi partner strategici, ma nessun Paese occidentale sembra disposto a garantire una protezione militare diretta contro eventuali pressioni azere o turche. È proprio qui che il riferimento di Putin all’Ucraina assume un significato intimidatorio: Mosca avverte che spingersi verso l’Occidente senza una protezione militare concreta può avere conseguenze pesanti”.

Non manca, in tutto questo, il già citato avvicinamento agli Stati Uniti, che hanno giocato un ruolo importante nella pacificazione dell’area. “Anzitutto – informa “Wired Italia” –   Washington si è garantita una presenza nella cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity”, un corridoio commerciale su rotaia e asfalto lungo 43 chilometri, che collegherà l’Azerbaigian all’enclave di Naxcivan, in territorio armeno. Non solo: a febbraio Usa e Armenia – sottolinea la testata internazionale – hanno siglato un patto di cooperazione sull’energia nucleare, che potrebbe favorire le tecnologie statunitensi nella gara per il nuovo reattore che sostituirà la centrale di Metsamor, di costruzione sovietica. Non senza qualche irritazione russa”.

Tornando allo scenario regionale, “i Paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia e Azerbaigian – dice Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, già impegnato presso l’Osce e il parlamento europeo, in un’intervista rilasciata a Bianca Senatore per la testata “GariwoMag” – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. In questo contesto, la Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano avere capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo – sottolinea Tilman–il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore”.

Su “terzogiornale” abbiamo più volte auspicato – ovviamente nella prospettiva prioritaria di una fine delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, che però non sembra interessare gli attuali dirigenti europei – una politica estera più equilibrata e attenta, da parte di quei Paesi geograficamente più vicini all’area del conflitto, a mantenere buoni rapporti con le parti in causa. Molti Paesi di quell’area – e pensiamo anche a chi, nell’Europa dell’Est, è già dentro l’Unione europea – si barcamenano tra europeisti e filorussi, in battaglie elettorali senza esclusione di colpi, e magari con accuse di brogli reciproci. La “normalizzazione”, in un futuro ancora da definire, sembra essere invece l’unica strada per evitare il sorgere di nuovi conflitti, a bassa o ad alta intensità. Saranno poi i cittadini e le cittadine a scegliere tra Bruxelles e Mosca, il che si tradurrebbe in un inevitabile scontro tra valori, cosa che non sarebbe certo una novità nella storia delle democrazie. Ma se le forze europeiste continueranno a essere egemonizzate da von der Leyen, o chi per lei, ci sarà poi poco da lamentarsi se ad affermarsi saranno i piccoli Putin.

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I coltivatori armeni ricostruiscono una tradizione vinicola sui pendii montani (Vinetur 13.05.26)

Sulle montagne dell’Armenia meridionale, i viticoltori stanno ricostruendo un’industria del vino quasi cancellata in epoca sovietica, cercando al tempo stesso di proteggere la terra che la sostiene.

Alla Trinity Canyon Vineyards, nella provincia di Vayots Dzor, i filari risalgono terrazze naturali a circa 1.300 metri, ovvero all’incirca 4.300 piedi, sul livello del mare. Il sito si trova in una regione dove gli inverni sono rigidi, le estati sono calde e il terreno è troppo roccioso per consentire una facile terrazzatura. Qui gli agricoltori hanno scelto quella che definiscono viticoltura verticale, piantando le uve su ripidi pendii montani e su pianori sopraelevati invece che su ampi campi orizzontali.

L’iniziativa fa parte di uno sforzo più ampio in tutta l’Armenia per recuperare una tradizione enologica che risale a circa 6.000 anni fa. Nel 2007 gli archeologi hanno portato alla luce un’antica cantina in un complesso di grotte a Vayots Dzor e l’hanno datata intorno al 4000 a.C., rendendola una delle più antiche cantine conosciute al mondo. Ma durante il periodo sovietico la viticoltura armena fu drasticamente ridotta, poiché la produzione di brandy ebbe la priorità e molte varietà di uva da vino scomparvero dal Paese.

Ora produttori, ricercatori e associazioni di settore stanno cercando di ricostruire ciò che è andato perduto. Stanno impiantando vigneti a quote più elevate, recuperando varietà autoctone e adottando pratiche agricole pensate per ridurre l’impatto sul suolo e sugli ecosistemi circostanti. Alcuni coltivatori usano colture di copertura al posto dei fertilizzanti sintetici per ripristinare l’azoto nei terreni impoveriti. Altri evitano pesticidi ed erbicidi, affidandosi a pratiche biologiche anche quando non cercano una certificazione formale.

Artem Parseghyan, enologo capo della Trinity Canyon, ha detto che la cantina ha continuato a coltivare in biologico anche dopo aver lasciato scadere la certificazione a causa dei costi e della burocrazia legati al rinnovo annuale. Ha spiegato che il vigneto utilizza colture di copertura per migliorare la composizione del suolo e tutelare la biodiversità. Ha aggiunto inoltre che, poiché le aziende agricole vicine possono usare sostanze chimiche, i filari esterni lungo i confini della proprietà vengono trattati come una fascia tampone e gestiti separatamente durante la vendemmia.

“Per noi il biologico non è marketing”, ha detto Parseghyan. “Prima di ottenere il certificato e fino a oggi facciamo tutto secondo gli standard del biologico.”

La rinascita è stata accompagnata da nuovi studi scientifici. All’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia, i ricercatori raccolgono e sequenziano campioni di uve autoctone dal 2012 per capire in che modo le varietà locali possano resistere ai cambiamenti climatici. Kristine Margaryan, responsabile del laboratorio di genomica vegetale, ha detto che il suo team ha raccolto oltre 3.400 campioni nonostante le limitate risorse genetiche.

Ha spiegato che gran parte della collezione viticola del Paese era scomparsa dopo il crollo dell’Unione Sovietica, costringendo i ricercatori a ricostruirla attraverso archivi botanici storici e lavoro sul campo in tutta l’Armenia. L’obiettivo non è solo la conservazione ma anche l’adattamento. Margaryan ha detto che le temperature a Vayots Dzor sono aumentate di circa 1,3-1,4 gradi Celsius nell’ultimo secolo, pari a circa 2,3-2,5 gradi Fahrenheit.

Se il riscaldamento continuerà, ha aggiunto, i vigneti potrebbero dover spingersi più in alto sulle montagne. Per verificare questa possibilità, il suo team ha contribuito a creare il primo vigneto d’alta quota dell’Armenia a 2.080 metri, ovvero circa 6.824 piedi. In queste prove molte varietà armene locali hanno dato buoni risultati, mentre diverse varietà dell’Europa occidentale no.

Margaryan ha detto che ora i ricercatori vogliono capire perché le uve autoctone sembrino più adatte a quelle condizioni e come i loro geni rispondano all’altitudine e allo stress.

Il cambiamento climatico non è l’unica minaccia per i viticoltori armeni. La fillossera, un insetto invasivo che attacca radici e fogliame della vite, resta motivo di preoccupazione per i vigneti di tutto il mondo. Zaruhi Muradyan, amministratrice delegata della Vine and Wine Foundation of Armenia e fondatrice della EVN Wine Academy, ha detto che i produttori hanno bisogno di strumenti migliori per prolungare la vita dei vigneti attraverso le scelte irrigue, la circolazione dell’aria e altri metodi di gestione.

Ha aggiunto che le aziende vinicole più grandi hanno iniziato sempre più spesso a piantare vigneti propri per poter controllare la qualità e ridurre la dipendenza dai fornitori esterni. Ha inoltre indicato un altro collo di bottiglia: la carenza di karas, le anfore d’argilla usate per fermentare e conservare il vino e centrali nella tradizione enologica armena.

Muradyan ha detto che una scuola dedicata alla produzione dei karas potrebbe aiutare a preservare questo mestiere attirando anche visitatori interessati all’enoturismo e alle tecniche tradizionali della ceramica.

La rinascita del settore è diventata legata non solo al patrimonio culturale ma anche all’uso del suolo e alla conservazione. Muradyan ha detto che alcune cantine stanno iniziando a mappare i vigneti con maggiore precisione così che gli investitori possano capire meglio dove vengono coltivate le uve, quali varietà sono piantate e quali pressioni ambientali circondano ciascun sito.

“La vinificazione ha una lunga storia in Armenia”, ha detto. “Eppure richiede un lavoro enorme.”

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Scompare la chiesa armena di San Giacomo a Stepanakert (AciStampa 13.05.26)

Oggi si chiama regione del Karabakh, nel Caucaso Meridionale, a seguito del trattato di pace tra Azerbaijan e Armenia. Una pace dolorosa per il popolo armeno, che ha perso il controllo dell’antica regione dell’Artsakh, ovvero il Nagorno-Karabakh, per anni al centro di una disputa internazionale. Un territorio custode dell’antico patrimonio cristiano armeno, in un territorio dove, da anni, la comunità armena denuncia un genocidio culturale in atto, ovvero una sistematica cancellazione e distruzione delle prove della cristianità armena sul territorio.

La capitale di quel territorio era Stepanakert. E lì c’era la chiesa armena di San Giacomo, che, secondo le notizie divulgate dalla diocesi di Artsakh (la diocesi della Chiesa Apostolica Armena che ha la cura pastorale del territorio che un tempo si chiamava Nagorno Karabakh), è stata completamente distrutta.

La diocesi di Artsakh è attualmente rifugiata in Armenia. Nel denunciare la scomparsa della chiesa, punto di riferimento spirituale per migliaia di fedeli, la diocesi ha parlato di “profonda tristezza” per quella che non si ritiene essere la semplice distruzione di un edificio, anzi come parte di un piano “sistematico, deliberato e statale” che punta proprio a cancellare l’eredità armena dal territorio.

Per chiarezza, va detto che l’Azerbaijan accusa gli armeni di aver a loro volta distrutto moschea, e reclama di aver salvato il patrimonio cristiano, per esempio ricostruendo la cattedrale di Shushi, anche se poi la cattedrale non è stata ricostruita con la sua croce sulla sommità. Inoltre, l’Azerbaijan contesta che la Chiesa Apostolica Armena fosse la sola presente sul territorio, e sottolinea che c’era anche un’altra comunità cristiana nel Caucaso meridionale, di rito bizantino, che sarebbe la Chiesa albaniana.

È una dialettica che, comunque, non risolve il fatto che ci sia stato un conflitto, che questo conflitto abbia riguardato anche il controllo di un territorio in cui c’è un grande patrimonio cristiano e che oggi si teme che questo patrimonio vada perduto. Specialmente perché, da quando nel settembre 2023 l’Azerbaijan ha completamente recuperato il controllo del territorio, quasi tutta la popolazione armena ha abbandonato la zona.

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Secondo la diocesi di Artsakh, gli organismi internazionali hanno mostrato indifferenza di fronte a una perdita non solo per l’Armenia, ma per tutto il patrimonio cristiano. Tanto che anche la cattedrale di Stepanakert, inaugurata il 7 aprile 2019 da Karekin II, catholicos di tutti gli armeni, dopo quasi venti anni di costruzione, è scomparsa. Un edificio imponente, alto 35 metri e con un campanile di 24 metri, scomparso, tra l’altro alla vigilia del 111esimo anniversario del genocidio armeno, distrutto pochi giorni dopo la demolizione di San Giacomo, le aree circostanti e i khachkar, ovvero le famose croci di pietra armene.

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Santo mandillo, la storia della reliquia custodita a S. Bartolomeo degli Armeni in “Presa diretta” (Primocanale 13.05.26)

Una reliquia sacra, di interesse mondiale, che pochi conoscono: parliamo del Santo mandillo, custodito nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni, nel quartiere genovese di Castelletto, curiosamente ospitata in un palazzo, tanto che da fuori è difficile indovinare che di chiesa si tratti. In “Presa diretta”, in onda questa sera alle 22.30 e in streaming su prinmocanale.it, raccontiamo questa storia, con  Padre Giorgio Viganò, rettore della chiesa di San Bartolomeo degli Armeni di Genova. Mandillo in dialetto genovese significa fazzoletto, e anche in greco, mandyilion.

La storia ha origine da Abgar, re di Edessa

“La tradizione vuole che Abgar, re di Edessa e quindi re degli Armeni, ammalato, avesse chiesto, peraltro tramite un rapporto epistolare che sarebbe un unicum per quanto riguarda Gesù, sarebbe un’unica lettera scritta da Gesù, di essere guarito da una malattia. Gesù gli risponde appunto epistolarmente, ovviamente questa lettera non la custodiamo, però ne custodiamo il testo tramandato da Eusebio di Cesarea, ad esempio.

E dov’è la lettera?

È tramandata da testi come la storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea, poi in realtà fattivamente non c’è la lettera. Ma Gesù gli risponderebbe: guarda per me si stanno compiendo i giorni per cui sono stato inviato, per cui non posso venire da te. Quando sarò salito al cielo verrà da te un mio discepolo che ti porterà la salute del corpo e quella dello spirito. In effetti il popolo armeno è il primo caso di popolo che si converte come popolo al cristianesimo. Non è la storia di singole conversioni che poco alla volta si sono fatte è un popolo intero che si converte, quindi qualcosa al di là di questa leggenda o dentro questa leggenda qualcosa di vero c’è. Bene, Abgar non contento della risposta dice al servo Anania “vai e fammi almeno un ritratto di Gesù”.

L’emozione di Anania che non riesce a ritrarre Gesù

Anania, evidentemente pittore, trovandosi di fronte a Gesù, alla sua autorevolezza, alla sua immagine, è talmente agitato che non sa da che parte cominciare. Quindi Gesù si asciuga in un lino, appunto in un mandilion, dal sudore e lascia questo mandilion di lino ad Anania e Anania ricalcando un pochino le tracce lasciate dal sudore e dall’acqua riesce a dipingere questo volto, che poi i raggi X dimostrano essere una ridipintura probabilmente legata anche alla necessità di conservarlo lungo il tempo. Il volto originale sembrerebbe essere un volto di Gesù, dicono gli specialisti, a goccia rovesciata, quindi dobbiamo immaginarlo senza le due ciocche di capelli a destra e a sinistra, però certamente l’antichità del manufatto è evidente anche perché nel 1300 arriva Genova.

Un figura di Gesù in corniceIl Santo mandillo custodito da 650 anni nella chiesa di San Bartolomeo degli Armeni a Genova

Come il Santo mandillo arriva a Genova

Leonardo Montaldo, questo condottiero, porta a Genova, non si sa se perché la riceve in dono, perché la trafuga, questa icona e la consegna, pur mantenendone la proprietà, ai monaci basiliani che appunto gestivano questa chiesa. C’è un passaggio intermedio testimoniato anche dalla bellissima rizza d’argento in filigrana d’argento dorato che è di Costantinopoli, quindi da Edessa passiamo a Costantinopoli, da Costantinopoli a Genova. Oltretutto le dieci formelle che fanno parte della rizza d’argento costantinopolitana raffigurano più o meno la storia che vi ho raccontato adesso.

Ecco. Diceva, racconta… Che testimonia il passaggio da Edessa a Costantinopoli. Gli storici dicono se a Costantinopoli si è reputato necessario fare una cornice di questo tipo, che è un unicum da un punto di vista anche dell’oreficeria, significa che gli abitanti di Costantinopoli davano un valore immenso al dipinto.

Che prima aveva un’altra cornice, probabilmente il volto era contornato da perle, però cornice è andata perduta, restano soltanto i segni, le scalfitture. Ecco, il dipinto è effettivamente lino incollato su una tavoletta di pioppo. Ci sono anche delle stoffe preziosissime che lo avvolgevano e che noi custodiamo in casa. E il ricamo del broccato, anche gli ortodossi che spesso vengono a venerare questa reliquia, è tale da far pensare all’autenticità di tutto, perché i monaci e gli ortodossi hanno detto sì, questa stoffa è dell’epoca, questa stoffa è un ricamo tipico di Edessa, eccetera. Quindi, insomma, abbiamo a Genova, e molti non lo sanno perché questa chiesa è inglobata in un palazzo”.

 

Nella puntata di “Presa diretta” anche un viaggio nel quartiere di Castelletto insieme ad Antonio Figari, creatore del sito web I segreti dei vicoli.

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Analisi L’Armenia come l’Ucraina? Alta tensione tra UE e Russia in vista delle elezioni (RSI 13.05.26)

Quando, la scorsa settimana, i leader europei hanno iniziato ad arrivare a Erevan per il vertice della Comunità politica europea (CPE)  , davanti ai cancelli del centro congressi li attendevano decine di manifestanti che, sventolando bandiere e striscioni, denunciavano quella che ritengono una deriva autoritaria del Paese.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Gegham Stepanyan, attivista per i diritti umani e uno degli organizzatori della manifestazione.

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Un vertice dal peso geopolitico

La Comunità politica europea è un forum intergovernativo che riunisce i massimi vertici dell’Unione europea e dei Paesi alleati, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo politico e la cooperazione reciproca. Quest’anno il vertice si è tenuto a Erevan per esprimere il sostegno politico dell’Unione europea al governo armeno filo-europeista, in vista delle elezioni previste all’inizio di giugno.

In caso di conferma dell’attuale esecutivo, verrebbe consolidata anche la linea di progressivo avvicinamento all’Unione europea e di graduale distacco dalla Russia, con cui l’Armenia mantiene ancora forti legami economici nell’ambito dello spazio post-sovietico.

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Tra Bruxelles e Mosca

Le elezioni non rappresentano quindi soltanto una competizione interna, ma anche un terreno di scontro geopolitico. Da un lato l’Unione europea, che negli ultimi mesi ha investito milioni di euro in Armenia per aiutarla ad allentare la dipendenza economica da Mosca. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato durante il vertice che «l’Europa non è una questione di geografia, ma di valori e principi», richiamando una logica simile a quella che guida il sostegno europeo all’Ucraina.

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Dall’altro lato la Russia, che conserva leve economiche e politiche sul Paese e non nasconde i legami con diversi esponenti dell’opposizione. Dopo il vertice, Vladimir Putin ha messo in guardia l’Armenia rispetto al suo percorso di avvicinamento all’Unione europea, evocando il rischio di una traiettoria simile a quella dell’Ucraina e parlando di possibili “conseguenze devastanti” di un allontanamento definitivo dall’orbita russa.

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La stretta sul dissenso

In questo contesto, la campagna elettorale ha raggiunto una tensione senza precedenti. Negli ultimi tempi sono state arrestate decine di figure dell’opposizione, tra cui leader politici e alti esponenti del clero armeno. Anche il Catholicos Garegin II, massima autorità della Chiesa apostolica armena e considerato il “papa degli armeni”, è stato sottoposto a restrizioni di viaggio, poiché ritenuto dal governo su posizioni che favorirebbero l’influenza russa nel Paese.

Il governo giustifica queste misure con accuse legate a reati e violazioni della legge, mentre le opposizioni denunciano una deriva autoritaria che, a loro avviso, viene ignorata dall’Unione europea perché funzionale al processo di allontanamento da Mosca.

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Il nodo della Costituzione

A complicare ulteriormente il quadro vi è il tentativo del governo armeno di raggiungere un accordo di pace con l’Azerbaigian, Paese con cui il conflitto è formalmente ancora aperto, sebbene da mesi non si registrino scontri armati. Forte della propria superiorità militare, l’Azerbaigian può imporre condizioni di pace particolarmente dure, tra cui la rinuncia definitiva da parte dell’Armenia a qualsiasi territorio attualmente non sotto il suo controllo, inclusa la contesa regione del Nagorno Karabakh.

Per questo Baku chiede una modifica della Costituzione armena che elimini ogni riferimento o forma di irredentismo. Per procedere in questa direzione, il governo armeno dovrebbe indire un referendum, qualora dovesse vincere le elezioni. In caso di esito positivo, si aprirebbe la strada a un accordo di pace formale, che potrebbe facilitare l’arrivo di ulteriori fondi europei destinati a sostenere l’allontanamento dell’Armenia dalla Russia. Di mezzo, però, ci sono ancora tre settimane di una campagna elettorale tesa e conflittuale e sotto stretta osservazione sia di Mosca che della UE.

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San Lazzaro degli Armeni e l’enigma della mummia: l’isola di Venezia dove i monaci armeni salvarono una civiltà (Sportoutdoor24 13.05.26)

A pochi minuti di vaporetto da San Zaccaria c’è un’isola che ospita un monastero fondato nel 1717, una biblioteca con 170.000 volumi, una collezione di 4.000 manoscritti armeni e una mummia egizia donata al convento nel XIX secolo. La abitano una ventina di monaci.

Si chiama San Lazzaro degli Armeni ed è uno dei più importanti centri di cultura armena al mondo — nascosto in una laguna italiana.

Da lebbrosario a isola armena: dodici secoli in trenta secondi

Prima che gli armeni arrivassero, l’isola era usata come lebbrosario. Dal XII secolo la Repubblica di Venezia vi isolava i malati di lebbra — da qui il nome, dedicato a San Lazzaro, patrono dei lebbrosi — e poi l’abbandonò quando la malattia smise di essere un’emergenza. Quando il monaco Mechitar di Sebaste la vide nel 1716, era completamente deserta.

San_Lazzaro_Armeni

Mechitar — il cui nome in armeno significa “il consolatore” — era fuggito due volte. Prima dalla sua terra natale, poi da Modone, nel Peloponneso, dove aveva fondato un monastero che l’avanzata ottomana aveva reso insostenibile. I dogi gli assegnarono l’isola nel 1717. In pochi anni restaurò il monastero, costruì una tipografia, organizzò una biblioteca, aprì una scuola per giovani armeni.
Il suo obiettivo era salvaguardare la cultura e la lingua di un popolo disperso — e ci riuscì in modo così sistematico che il monastero divenne uno dei riferimenti intellettuali dell’intera comunità armena mondiale.
Mechitar è sepolto sull’isola, ai piedi dell’altare maggiore della chiesa, sotto una lapide marmorea con iscrizione armena.
Lì vicino c’è l’Isola di Poveglia, con la sua storie maledetta.

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Napoleone non la toccò, per decreto

Nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione di tutti i monasteri di Venezia. Quello di San Lazzaro fu l’unica eccezione: l’imperatore firmò un decreto che riconosceva il complesso come accademia di scienze e lo sottraeva alla soppressione. Non era retorica: la tipografia dell’isola produceva dizionari, grammatiche, testi scientifici e letterari in armeno che circolavano in tutto il Mediterraneo orientale.

Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, Francesco I d’Austria constatò che l’isola era diventata troppo piccola per la comunità crescente e cedette ai monaci una porzione di laguna adiacente, portando la superficie a 15.000 mq. A metà del Novecento un ulteriore ampliamento raggiunse gli attuali 30.000 mq.

Byron, i manoscritti e la mummia

Nell’inverno tra il 1816 e il 1817Lord Byron prese il vaporetto — o meglio, una gondola — e cominciò a venire sull’isola tutti i giorni per studiare l’armeno con i monaci. Era già famoso, già esiliato dall’Inghilterra per scandalo, e aveva scelto Venezia come base. Scrisse che l’armeno era una lingua abbastanza difficile da tenere impegnata la mente. Collaborò con i monaci alla realizzazione di un dizionario armeno-inglese e di una grammatica. Il suo studio è ancora mostrato durante le visite guidate.San_Lazzaro_Armeni-isola

La biblioteca conta oggi oltre 170.000 volumi e 4.000 manoscritti armeni — molti miniati, alcuni risalenti al IX secolo. È una delle raccolte più importanti al mondo per gli studi sulla cultura armena. Il museo ospita reperti di provenienza eterogenea: oggetti del Medio Oriente antico, manufatti religiosi, opere d’arte — e una mummia egizia, dono di un mecenate del XIX secolo che aveva finanziato scavi in Egitto e volle lasciare qualcosa di memorabile alla comunità.
Nel chiostro si coltivano rosai. I monaci ne utilizzano i petali per produrre la vartanush, una marmellata di petali di rosa che viene venduta nel negozio del monastero ed è, curiosamente, uno dei souvenir veneziani meno scontati che esistano.
Nell’isola è conservato un khachkar — croce di pietra armena — del XIII secolo, donato dalla Repubblica Armena al Veneto come simbolo dei legami storici tra i due popoli.

La visita: come funziona

San Lazzaro è un monastero attivo. Non è un museo e non si gira liberamente: l’accesso è consentito solo con visita guidata condotta da uno dei monaci. La guida è, di norma, un padre mechitarista che parla italiano — e la differenza tra essere accompagnati da un abitante del posto e da una guida esterna si sente subito.
La visita dura circa un’ora e mezza e attraversa la chiesa, il chiostro, la biblioteca, il museo e alcuni ambienti del monastero. Il tono è sobrio, informato, privo di retorica turistica.

Info pratiche

Come arrivare Vaporetto linea 20 da San Zaccaria — fermata “San Lazzaro”, seconda fermata dopo San Servolo. Circa 15 minuti
Prenotazione Obbligatoria per gruppi. Singoli e piccoli gruppi: visita garantita tutti i giorni alle 15:25 senza prenotazione (verificare aggiornamenti). Orari aggiuntivi possibili: 9:20 e 13:10 (verificare con il monastero)
Contatti Tel. 041 5260104 — email visite@mechitar.org
Costo €8-10 a persona, da pagare all’ingresso
Durata Circa 1h30
Da non perdere La biblioteca con i manoscritti miniati, lo studio di Byron, la mummia egizia, il chiostro con i rosai, la vartanush al negozio

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Gli armeni sedotti
e deportati da Stalin (Avvenire 13.05.26)

Dopo aver patito il genocidio del 1915, essere fuggiti attraverso un periplo di sofferenze e approdati nella diaspora, soprattutto negli Usa e in Francia, dove sfuggirono alle grinfie del regime filonazista di Vichy, nell’immediato dopoguerra per gli armeni si aprì il “sogno” di ritrovare una patria sotto l’Urss, nella Repubblica socialista di Armenia. Ma a Stalin non importava nulla di loro, voleva solo rimpiazzare la mano d’opera mancante dopo la carneficina della guerra. Infatti, dopo pochi anni li perseguitò e per molti di quelli che erano caduti nella trappola, dopo l’illusione, si aprì l’incubo della deportazione.
Questa epopea di sofferenza, poco nota, è raccontata dallo scrittore francese di origine armena Ian Manook (pseudonimo di Patrick Manoukian) nel romanzo Il canto di Haïganouch (Fazi, pagine 360, euro 20,00; traduzione di Maurizio Ferrara). È il secondo capitolo della saga inaugurata con L’uccello blu di Erzerum , incentrato sul genocidio perpetrato dagli ottomani (e uscito nel 2022 per lo stesso editore) e basata sulle vicende familiari raccontate allo scrittore dalla nonna.
Ritroviamo sin dalle prime pagine, e poi via via per tutto il racconto, i protagonisti e le figure secondarie del primo romanzo. Che adesso, però, non sono più bambini o ragazzi, ma vanno per la cinquantina. In un sobborgo di Parigi si svolge un consiglio familiare al quale partecipano due coppie, Haïgaz e sua moglie Araxie (in cui si rispecchia la nonna dell’autore), Agop e la sposa Haïganouch. Non si tratta, però, di quella del titolo bensì della turca Alissa, che al tempo della precipitosa fuga con i suoi amici dalla terra natale ha assunto l’identità della vera Haïganouch, sorella di Araxie.
I familiari cercano invano di dissuadere Agop, che ha sempre odiato i comunisti, dal partire. A spingerlo, invece, c’è il comunista francese Guillonmart. L’appello di Stalin fu infatti appoggiato dal Pcf e dalle organizzazioni armene in Francia, con la compiacenza dell’allora giovane ministro François Miterrand.
Alla fine il richiamo della patria ha la meglio sui dubbi. Agop si imbarca perciò a Marsiglia sul Rossia , nave appositamente inviata dai sovietici. In 3.600 si stipano in un’imbarcazione che potrebbe contenere un decimo di quel carico. E iniziano una vera e propria Odissea. Per accorgersi già all’arrivo di non essere graditi. Agop invia a casa una foto con un messaggio in codice: brinda davanti al Monte Ararat sollevando il bicchiere con la mano sinistra. È l’SOS di chi ormai si sente prigioniero e che mette in moto Haïgaz, il quale si reca negli Usa per chiedere a potenti armeni della diaspora di fare qualcosa per “esfiltrarlo”.
Il viaggio di ritorno nell’Armenia socialista del suo amico riveste, però, per Haïgaz un ulteriore significato. Lui è in famiglia l’unico a sapere che la vera Haïganouch, divenuta cieca a causa delle violenza subite, è viva in Russia, dove è una poetessa e ha imparato anche a suonare il piano. Haïgaz spera, dunque, che Agop la ritrovi. Di certo l’Urss non è un posto sicuro per i poeti come dimostra la vicenda di Yeghische Charents, ucciso per aver osato – in un componimento encomiastico a Stalin – utilizzare le iniziali dei versi per formare la frase “Oh popolo armeno la tua salvezza verrà dalla tua forza collettiva”, apprende Agop appena giunto a Erevan. Quando Haïganouch entra in scena, dunque, si capisce subito che l’impresa sarà impervia. In Siberia, dove si è rifugiata con il marito russo e il figlio, viene raggiunta dall’aguzzino che l’aveva torturata e al quale era riuscita a sottrarsi. È Anikin, emissario di Berija, il potente capo della polizia segreta, che non esita a uccidere l’uomo e a portare via il ragazzo. Infine, viene deportata anche la poetessa e musicista cieca. Nella siberiana Jakutsk, in una sarabanda di incontri dal passato, la donna si imbatte nel letterato che la ospitava nel suo salotto insieme ad altri poeti – tra i quali Marina Cvetaeva, i cui versi compaiono più volte nel racconto – e che l’aveva denunciata ad Anikin. Dopo le pene, però, Haïganouch vivrà il riscatto. Divenuta concertista, con il nome russo di Dudurova, intraprende una carriera internazionale.
Anche l’avventura di Agop nell’Urss prende subito una brutta piega. Lui è un sanguigno che non fa altro che ripetere «ti ammazzo» a chiunque dica o faccia cose che non gli vanno. Sarebbe una strage, se non fosse che si tratta della reazione di chi ha capito che per farsi valere nella vita bisogna mostrarsi temerari. Rischia sempre di cacciarsi nei guai, ma è un tipo sveglio e si fa anche benvolere. Dapprima si finge sarto per avere un alloggio nella capitale Erevan, riservata a chi ha un mestiere. Poi nella cooperativa tessile si adatta all’andazzo di una società basata sul sotterfugio: lavorare poco e agire nel mercato nero. E impara subito la lezione impartita da un commissario del popolo russo: «Gli akhpar , i fratelli, siete voi, i rimpatriati, noialtri siamo i deratsi , la gente di qui, e questo paese, questa Armenia, è nostro e funziona come vogliamo noi». I destini di Agop e Haïganouch convergeranno: anche lui sarà deportato in Siberia per costruire una ferrovia. T ornato a Parigi dopo mille peripezie, precederà l’altro agognato ritorno.
Il romanzo copre gli anni dal 1947 al 1960, arrivando in piena era post-staliniana. E si dipana tra continui cambi di luogo – dalla Francia, agli Usa, a Erevan, alla Siberia, a Mosca – e le reminiscenze di quanto i protagonisti hanno patito in un passato che non li lascerà mai più. Torna anche l’immagine dell’uccello blu di Erzerum, compagno delle vicende del 1915 che esprimerà il suo canto nell’inatteso finale.