Il ciclismo alla scoperta dell’Armenia: il 10 settembre inizia il Tour of Armenia (Il Folgio 07.09.26)

Per dieci anni, quando veniva maggio – ci andò anche nel 1963 dopo il suo soggiorno in Bulgaria – Viktor Kapitonov metteva maglioni, magliette e scarpini in una borsa, caricava la bicicletta in treno a Mosca e scendeva a Erevan, lì stava un paio di giorni a riposarsi dal viaggio e si trasferiva a Martuni. Viktor Kapitonov faceva questo perché, sosteneva, “non esiste miglior paese al mondo – o quanto meno del mondo comunista – dell’Armenia per allenarsi in bicicletta. Ci fosse una grande corsa a tappe sarebbe la più dura e spettacolare corsa a tappe del mondo. La sua assenza è un errore imperdonabile”, anche in questo caso del mondo comunista.
Quando lo vide correre alla Corsa della Pace – breve gara a tappe riservata ai Dilettanti, una delle poche nelle quali correvano ciclisti di qua e di là della Cortina –, era il 1958, l’allora ct della Nazionale italiana, Alfredo Binda, disse: “Se il mondo non fosse diviso in due, questo qui farebbe incetta di grandi corse”. Due anni dopo vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma 1960 nella corsa in linea.
Quell’errore imperdonabile sarà finalmente corretto. Dal 10 al 13 settembre, si correrà la prima edizione del Tour of Armenia, corsa 2.2 inserita nel calendario europeo e organizzata dal governo e dalla federazione ciclistica armena con la consulenza tecnica e l’expertise di Rcs Sports and Events DMCC. Partirà da Gavar e arriverà a Erevan dopo quattro tappe, 568 chilometri e più di 5.000 metri di dislivello.

A dire il vero non è la prima volta che in Armenia viene corsa una gara a tappe. Nel 1964, grazie all’entusiasmo e all’insistenza di Viktor Kapitanov e alla consulenza di Rodislav Tchizikov, il primo grande campione del ciclismo sovietico, venne organizzata “una manifestazione ciclistica di tre giorni tra i migliori corridori del pedale sovietico”. Ne diede notizia perfino la Moskovskaya Pravda. “Nella grande piazza dinnanzi al socialista municipio di Erevan, sotto le cime innevate di maestosi monti, davanti agli occhi di migliaia e migliaia di compagni, il compagno Viktor Kapitanov ha trionfato anche nell’ultima tappa dell’esibizione ciclistica armena e ha vinto il Giro di Armenia con sette minuti su Antas Vjaravas, vincitore un anno fa del Tour dell’Urss, e sull’idolo locale Hrant Azaryan”, scrisse il quotidiano moscovita.
Era quella però appunto una corsa esibizione, l’episodio pilota di quella che poteva essere una delle più interessanti e dure corse socialiste. Viktor Kapitanov si ritirò e Rodislav Tchizikov non ritenne di insistere con la Federazione sovietica per riproporre una corsa a tappe in un posto remoto della Federazione.
Più di sessant’anni dopo, il Tour of Armenia riporta il ciclismo in Armenia. Questa volta con l’intenzione di farlo rimanere. Le biciclette nel paese si sono moltiplicate negli ultimi anni e a Erevan e dintorni i cicloturisti sono diventati presenze fisse.
Saranno due le squadre ProTeams: Bardiani CSF 7 Saber e Solutizion Tech Nippo Rali. Dodici invece le Continental (tra loro le formazioni development di INEOS e Lidl Trek).
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Ghazanchetsots scompare dalla vista. A Shushi la cancellazione della memoria armena dell’Artsakh passa anche dall’urbanistica (Korazym 07.09.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 7 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Prima il duplice bombardamento dell’8 ottobre 2020. Poi la profanazione seguita all’occupazione azera di Shushi, la rimozione degli elementi architettonici che ne attestavano l’identità armena e una cosiddetta “restaurazione” utilizzata per riscriverne la storia. Ora la Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots della Chiesa Apostolica Armenia rischia di scomparire anche dallo spazio visivo della città. Due edifici residenziali di cinque piani stanno sorgendo nell’area adiacente al monumento: per posizione e altezza ne modificano la visibilità, nascondendone progressivamente la mole dietro la nuova costruzione.

Lo documentano alcuni filmati apparsi sui social media il 6 e 7 agosto 2026, esaminati da Monument Watch, la piattaforma accademica indipendente che monitora il patrimonio culturale dell’Artsakh sotto controllo azero.

È un nuovo passaggio nel processo di cancellazione della presenza armena da Shushi. Non si interviene più soltanto sulla struttura della cattedrale, sui suoi simboli e sulla sua attribuzione storica, ma sul paesaggio urbano che per oltre un secolo l’ha riconosciuta come uno dei propri riferimenti monumentali. Dopo aver tentato di trasformare Ghazanchetsots in qualcosa che non è, adesso la si rende meno visibile: un monumento nascosto agli occhi degli abitanti e progressivamente espulso dall’immagine della città. Nella Shushi privata della sua popolazione armena, cancellare la memoria significa anche impedire che le sue pietre continuino a raccontare a chi appartiene la storia che si vorrebbe riscrivere.

Una cattedrale nascosta dietro i nuovi edifici

La Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots torna al centro dell’attenzione per un intervento che non riguarda direttamente le sue pietre, ma il contesto urbano nel quale è inserita.

Secondo quanto segnalato il 27 agosto 2026 da Monument Watch, nei filmati pubblicati su Facebook il 6 e 7 agosto 2026 si vedono due edifici residenziali di cinque piani in costruzione nell’area adiacente alla cattedrale. La loro collocazione e la loro altezza ne riducono sensibilmente la visibilità, fino a occultarne una parte rilevante dietro le nuove costruzioni. «Dopo la distorsione della storia armena della chiesa da parte dell’Azerbaigian, ora ci troviamo di fronte alla cancellazione della sua visibilità», osserva la piattaforma di monitoraggio. La cattedrale viene così progressivamente espulsa dallo spazio visivo di Shushi, trasformandosi in un monumento nascosto dalla nuova edificazione e sottratto allo sguardo degli abitanti.

La notizia, diffusa il 7 settembre 2026 da Armenia Today, è stata ripresa anche da NEWS.am e Aparaj.

Non si tratta di una questione semplicemente estetica. Un monumento come Ghazanchetsots non è soltanto un edificio da conservare materialmente. La sua posizione, la sua riconoscibilità da lontano e il rapporto con il paesaggio urbano costituiscono parte integrante del suo valore storico e culturale. Nasconderlo dietro edifici di maggiori dimensioni significa indebolirne deliberatamente la presenza simbolica nella città.

Dal bombardamento alla “restaurazione”

La nuova edificazione non può essere considerata isolatamente. Rappresenta l’ultimo passaggio di una successione di interventi iniziata durante la guerra dei 44 giorni del 2020.

L’8 ottobre di quell’anno Ghazanchetsots fu colpita due volte a distanza di alcune ore. Il primo attacco aprì una vasta breccia nella copertura e provocò gravi danni all’interno; il secondo ferì alcuni giornalisti accorsi per documentare quanto era avvenuto.

Un’indagine di Human Rights Watch rilevò che i due attacchi, condotti con munizioni guidate contro un edificio civile di grande importanza culturale, apparivano intenzionali. L’organizzazione non trovò prove che la cattedrale fosse utilizzata per scopi militari e chiese che i responsabili fossero individuati e chiamati a risponderne.

Dopo la presa di Shushi da parte delle forze azere, il monumento fu sottoposto a vandalismi e trasformazioni. Le statue degli angeli del campanile vennero danneggiate e furono avviati lavori presentati da Baku come recupero del presunto «aspetto originario» della chiesa.

Quella “restaurazione”, realizzata senza il coinvolgimento della Chiesa Apostolica Armena e senza un controllo internazionale indipendente, comportò la rimozione della caratteristica copertura conica della cupola. Vennero inoltre eliminati o modificati elementi architettonici, figurativi ed epigrafici legati alla storia e all’identità armena del monumento, tra cui una finestra cruciforme e il rilievo del Cristo portacroce collocato sulla facciata occidentale.

Nel 2024 nuove immagini mostrarono il risultato dell’intervento: una cattedrale profondamente alterata, presentata nella narrazione azera non come uno dei maggiori monumenti della tradizione armena apostolica, ma come una chiesa di origine russa.

Una storia che le pietre continuano a raccontare

La Cattedrale del Santo Salvatore fu costruita tra il 1868 e il 1887 e consacrata nel 1888. L’iscrizione collocata sopra l’ingresso meridionale ricordava che l’edificio era stato innalzato grazie alle offerte dei parrocchiani Armeni di Shushi.

Il nome Ghazanchetsots deriva dagli Armeni originari del villaggio di Ghazanchi, nel Nakhichevan, che si erano stabiliti in uno dei quartieri della città. Progettata dall’architetto Simon Ter-Hakobian, la cattedrale divenne uno dei principali edifici di culto armeni del Caucaso e successivamente la sede della Diocesi dell’Artsakh della Chiesa Apostolica Armena.

Le sue dimensioni – circa 35 metri di lunghezza e altrettanti di altezza – e la collocazione dominante ne facevano uno degli elementi più riconoscibili del panorama di Shushi. Il complesso, costruito in pietra calcarea bianca, comprende la chiesa e il campanile indipendente, originariamente coronato da quattro statue di angeli che suonano la tromba.

Ghazanchetsots attraversò già nel Novecento distruzioni, abbandono e tentativi di cancellazione. Fu danneggiata durante i massacri del marzo 1920 e, nel periodo sovietico, conobbe un lungo degrado. Durante la prima guerra dell’Artsakh venne utilizzata dalle forze azere come deposito di munizioni. Dopo il ritorno della città sotto controllo armeno fu restaurata e nuovamente consacrata nel 1998.

Definirla una chiesa russa o cancellarne gli elementi armeni non costituisce pertanto una diversa interpretazione di una vicenda incerta. Significa contraddire le iscrizioni, le fonti documentarie, l’architettura e la continuità ecclesiale di un monumento che appartiene inequivocabilmente alla storia religiosa e culturale armena.

Bombardare, alterare, falsificare, nascondere

Questo Blog dell’Editore segue la vicenda di Ghazanchetsots fin dall’autunno 2020. Il 14 novembre, pochi giorni dopo la presa di Shushi, documentammo la distruzione dell’Angelo di Ghazanchetsots e il pericolo che incombeva sul patrimonio cristiano dell’Artsakh. Due giorni dopo riferimmo della profanazione della Cattedrale del Santo Salvatore, collocandola nel più ampio pericolo per i monasteri e le chiese passati sotto il controllo azero.

Il 28 marzo 2021 tornammo sulla cancellazione del patrimonio Cristiano con la documentazione relativa alle storiche chiese armene rase al suolo a Shushi e Mekhakavan.

Il successivo 4 maggio riferimmo la protesta ufficiale dell’Armenia contro i cosiddetti «lavori di restauro» alla Cattedrale Ghazanchetsots, già allora oggetto di forti preoccupazioni per la rimozione della caratteristica copertura conica della cupola e per l’alterazione dell’identità architettonica del monumento.

Nel febbraio 2022 approfondimmo prima la campagna azera contro le chiese armene dell’Artsakh e poi la politica di falsificazione storica e appropriazione del patrimonio del popolo armeno. Nel luglio 2023 mostrammo inoltre come la stessa cattedrale fosse diventata uno strumento della propaganda internazionale di Baku, presentata durante il Global Media Forum di Shushi come una chiesa «restaurata» e restituita a una comunità Cristiana che, dopo l’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh, non poteva più accedervi: un’affermazione che nascondeva la trasformazione già compiuta e quella ancora in corso.

Il nuovo sviluppo completa una sequenza ormai difficilmente interpretabile come una serie di episodi indipendenti. Prima il monumento è stato colpito; poi sono stati rimossi o trasformati gli elementi che ne rendevano riconoscibile l’identità; quindi ne è stata riscritta la storia. Ora viene modificato il contesto urbano affinché la cattedrale non domini più il paesaggio di Shushi.

Anche la recente distruzione del cimitero storico armeno-russo di Shushi si inserisce in questo quadro. Come abbiamo riferito nell’articolo Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento, le immagini satellitari esaminate dal Caucasus Heritage Watch documentano che, tra il 9 e il 14 maggio 2026, l’area è stata demolita, cancellando almeno 35 sepolture ottocentesche e cinque khachkar. Non scompaiono soltanto edifici o lapidi: vengono eliminati i testimoni materiali capaci di attestare la presenza secolare degli Armeni nella città.

Bombardare, profanare, alterare, falsificare e infine nascondere: sono modalità differenti di un medesimo processo di cancellazione.

Cancellare il paesaggio per riscrivere la memoria

La tutela del patrimonio culturale non riguarda esclusivamente la stabilità fisica dei monumenti. Comprende la loro autenticità, la leggibilità storica e il rapporto con l’ambiente nel quale furono costruiti.

Il Documento di Nara sull’autenticità, adottato nel 1994 nel quadro dell’UNESCO, afferma la necessità di preservare e trasmettere conoscenze veritiere sul significato e sulla storia dei beni culturali. La risoluzione del Parlamento europeo del 10 marzo 2022 sulla distruzione del patrimonio culturale nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh ha inoltre chiesto all’Azerbaigian di evitare qualsiasi intervento sui siti armeni capace di comprometterne l’autenticità.

La vicenda di Ghazanchetsots mostra quanto la cancellazione del patrimonio possa assumere forme graduali: non sempre è necessario abbattere un monumento. Lo si può svuotare della sua identità, attribuirlo a un’altra tradizione, rimuoverne i simboli e infine costruirgli attorno, finché la sua presenza diventa marginale e quasi impercettibile.

La cattedrale rimane in piedi, ma viene resa sempre meno capace di parlare. È proprio questo il significato della nuova denuncia: nella Shushi occupata e ormai privata della sua popolazione armena autoctona, anche lo spazio urbano viene utilizzato per rendere invisibile la memoria.

Le pietre di Ghazanchetsots continuano tuttavia a raccontare una storia che nessuna nuova costruzione può cambiare. Nasconderle alla vista non basta a cancellarne l’origine.

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L’abate Mechitar: per i 350 anni dalla nascita sabato 12, in San Marco, una Messa in rito armeno (Genteveneta 07.09.26)

Armenia: Sede Madre di Etchmiadzin chiede ripristino status giuridico chiese “occupate” (Agenzia Nova 07.09.26)

Erevan, 07 set 12:04 – (Agenzia Nova) – La Sede Madre di Santa Etchmiadzin ha chiesto alle autorità armene di ripristinare lo status giuridico di tutte le chiese che, secondo la Chiesa apostolica armena, sono state “occupate”. In una dichiarazione, Etchmiadzin ha denunciato in particolare lo svolgimento di feste e altri eventi nel monastero di Hovhannavank, sostenendo che tali iniziative compromettano “l’atmosfera spirituale e di preghiera” del luogo. La Chiesa ha attribuito la situazione al sostegno e alla tolleranza che le autorità avrebbero mostrato nei confronti del religioso deposto Stepan Asatryan, accusando il governo di violare i diritti della Chiesa apostolica armena e dei fedeli. La Sede Madre ha quindi invitato “gli organi statali competenti ad astenersi da interventi divisivi nella vita della Chiesa e a ripristinare lo status giuridico di tutte le chiese sequestrate”. (Rum)

L’Armenia ospita la Conferenza sul turismo medicale (Lagenziaviaggimeg 07.09.26)

Si terrà a Yerevan, in Armenia, dal 21 al 23 settembre la Conferenza Globale sul Turismo Medicale organizzata dal Tourism Committee, l’ente del turismo che fa capo al ministero dell’Economia della Repubblica d’Armenia, in collaborazione con Un Tourism.

Fino al prossimo 10 settembre aperte le iscrizioni per la partecipazione all’evento, che avrà per tema centrale “Viaggiare per curarsi, soggiornare per guarire”.

La conferenza riunirà rappresentanti di primo piano del settore sanitario, del turismo, delle organizzazioni internazionali, delle assicurazioni, degli investimenti e del settore privato, per approfondire come le destinazioni possano costruire un rapporto di fiducia attraverso un’assistenza sanitaria di alta qualità, l’innovazione e un’eccellente esperienza del paziente.

Un vero e proprio summit su una tematica di grande attualità: la domanda globale di turismo medicale, infatti, continua a crescere, e si stima che il volume complessivo di viaggiatori che si spostano all’estero per cure mediche oscilla tra i 15 e 16 milioni di persone e una spesa media che oscilla tra i 3.500  e 6.000 dollari (fonte amedical.az).

Proprio in questa tipologia di turismo l’Armenia sta rafforzando il proprio posizionamento come destinazione di riferimento, grazie a professionisti sanitari altamente qualificati, costi delle cure competitivi e una rinomata tradizione di ospitalità. Il Paese infatti offre ai visitatori internazionali l’opportunità di abbinare un’assistenza sanitaria di qualità a esperienze legate al benessere, alla cultura e al recupero psicofisico.

Ospitando la Conferenza globale sul turismo medico, il Tourism Committee dell’Armenia intende realizzare una vera e propria piattaforma di dialogo, innovazione e collaborazione a livello internazionale, mettendo al contempo in luce il potenziale del Paese quale destinazione affidabile, dove i visitatori possono accedere a servizi sanitari di qualità e vivere autentiche esperienze di viaggio.

La conferenza approfondirà temi fondamentali, quali il percorso del paziente, la qualità e l’accreditamento, la sanità digitale e l’intelligenza artificiale, il benessere e la prevenzione, le partnership internazionali, la competitività delle destinazioni e molto altro.

Offrirà inoltre uno spazio per lo scambio di conoscenze, la collaborazione e lo sviluppo di nuove opportunità di business nei settori sanitario e turistico, rafforzando l’ambizione dell’Armenia di consolidare il proprio posizionamento come destinazione per il turismo medico.

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Prima della rivendicazione vennero i libri. Come Baku ha costruito la narrazione dell’«Azerbaigian occidentale» (KOrazym 06.09.26)

Prima della propaganda politica vennero i libri. Prima che Ilham Aliyev dichiarasse che «l’attuale Armenia è la nostra terra» e che la cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian occidentale trasformasse il «ritorno» degli Azerbaigiani in un progetto organizzato, quella stessa pretesa era stata preparata attraverso pubblicazioni storiche, carte geografiche, repertori di toponimi e cataloghi di monumenti.

Un post pubblicato ieri da Օրակարգ լրատվական (OraKarg Media), firmato da Anahit Yesayan, richiama l’attenzione su uno dei documenti più significativi di questa costruzione: il volume in lingua russa Историческая география Западного Азербайджана (Geografia storica dell’Azerbaigian occidentale), pubblicato a Baku nel 1998.

Il titolo richiama immediatamente quello di un’opera fondamentale dello storico e geografo armeno Tadevos Kh. Hakobyan: Հայաստանի պատմական աշխարհագրություն (Geografia storica dell’Armenia), la cui quarta edizione fu pubblicata dall’Università statale di Erevan nel 1984.

Secondo Yesayan, non si tratterebbe soltanto di una somiglianza editoriale o tematica. Il volume azero avrebbe ripreso l’impostazione del lavoro di Hakobyan per rovesciarne il significato, trasformando l’attuale Repubblica di Armenia – con Erevan e le sue regioni – in un territorio presentato come storicamente azero. Anahit Yesayan parla apertamente di un’appropriazione intenzionale dell’opera del professore armeno.

Un’accusa così precisa richiederebbe, per essere considerata definitivamente dimostrata, un confronto sistematico fra i testi, le carte e l’apparato documentario dei due volumi. Ma l’esistenza del libro azero, la sua datazione, i suoi autori e soprattutto il contesto politico nel quale fu pubblicato sono pienamente verificabili. E raccontano una storia che va ben oltre una disputa accademica.

Un volume pubblicato in applicazione di un decreto presidenziale

La scheda della Biblioteca presidenziale dell’Azerbaigian identifica il volume come opera compilata da Sabir Asadov, sotto la direzione scientifica dell’accademico Budaq Budaqov, pubblicata nel 1998 dalle Edizioni Azerbaijan per complessive 560 pagine.

Il dato più rilevante compare però nel frontespizio dell’edizione digitalizzata: il libro dichiara di essere stato pubblicato in applicazione del decreto del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Heydar Aliyev del 26 marzo 1998 «sul genocidio degli Azerbaigiani».

Non ci troviamo, dunque, semplicemente davanti al contributo isolato di uno studioso. Il volume si colloca esplicitamente all’interno di un’iniziativa promossa dal vertice dello Stato azero.

L’indice è altrettanto indicativo. Dopo una prima parte dedicata alla ricostruzione della presenza azera nel Khanato di Erevan e in Armenia, il libro suddivide il territorio dell’attuale Repubblica armena in distretti presentati nella cornice dell’«Azerbaigian occidentale». Compaiono il Syunik, con Goris, Kapan, Meghri e Sisian; l’area di Erevan, con Artashat, Hrazdan, Ararat, Masis, Kotayk e Abovyan; il Lori, il territorio di Gyumri, Echmiadzin, Aparan, Ashtarak e numerose altre località armene.

La Repubblica di Armenia non viene trattata come uno Stato confinante con una propria storia, ma come uno spazio geografico da reinterpretare attraverso una toponomastica e una memoria nazionale azere.

Questo non significa che il volume del 1998 coincida in ogni sua parte con la piattaforma politica oggi promossa da Baku. Dimostra, tuttavia, che l’espressione «Azerbaigian occidentale», applicata al territorio dell’Armenia, non è nata improvvisamente nel 2022 e non rappresenta una semplice reazione contingente alle trattative di pace. Era già stata inserita in una produzione editoriale sostenuta dallo Stato durante la presidenza di Heydar Aliyev.

Dai libri alla politica di Stato

Il passaggio successivo è avvenuto sotto la presidenza del figlio, Ilham Aliyev.

La Azərbaycan Qaçqınlar Cəmiyyəti (Società dei Rifugiati dell’Azerbaigian), costituita nel 1989, ha assunto il 3 agosto 2022 il nome di Qərbi Azərbaycan İcması (Comunità dell’Azerbaigian occidentale), dotandosi di un nuovo statuto e di una struttura articolata in consigli, commissioni, rappresentanze territoriali e sedi all’estero.

Il 24 dicembre dello stesso anno Ilham Aliyev ne ha visitato la sede amministrativa a Baku. In quell’occasione ha affermato che «l’attuale Armenia è la nostra terra» e ha indicato come obiettivo futuro il ritorno in quello che ha definito il territorio storico dell’«Azerbaigian occidentale».

Baku presenta formalmente tale progetto come una rivendicazione pacifica del diritto al ritorno degli Azerbaigiani che lasciarono l’Armenia sovietica soprattutto tra il 1987 e il 1991. La Comunità domanda accordi internazionali, garanzie di sicurezza, programmi di reinserimento e forme di monitoraggio internazionale.

Il diritto dei profughi e degli sfollati non può essere negato né applicato selettivamente. Proprio per questo colpisce il contrasto con il rifiuto azero di riconoscere agli oltre centomila Armeni espulsi dall’Artsakh nel settembre 2023 un analogo diritto a un ritorno sicuro, collettivo e garantito internazionalmente nelle loro case.

Ma il problema più profondo è un altro. Il progetto non si limita a chiedere il riconoscimento dei diritti individuali degli Azerbaigiani un tempo residenti in Armenia. Utilizza una denominazione geografica che sostituisce simbolicamente lo Stato armeno e presenta la quasi totalità del suo territorio come parte di un’altra patria storica.

L’appropriazione del patrimonio armeno

Yesayan colloca il volume del 1998 all’interno di una produzione molto più ampia, sviluppata per decenni attraverso libri, atlanti, siti, articoli e pubblicazioni in varie lingue.

In questa narrazione, monumenti situati nel territorio internazionalmente riconosciuto dell’Armenia vengono presentati come parte del patrimonio turco-azero: dal sito preistorico di Karahunj alla fortezza urartea di Erebuni, dalle incisioni rupestri dell’Ughtasar ai monasteri di Tatev, Sanahin, Haghpat, Sevanavank, Khor Virap e Goshavank, fino alla Cattedrale della Santa Sede di Etchmiadzin.

Lo stesso portale ufficiale Virtual Western Azerbaijan, sostenuto da organismi legati alla Fondazione Heydar Aliyev (presieduta da Mehriban Aliyeva, moglie del Presidente Ilham Aliyev e Primo Vicepresidente dell’Azerbaigian), presenta oggi numerose pubblicazioni dedicate alla storia, alla cultura, ai toponimi e ai monumenti del presunto «Azerbaigian occidentale». Tra queste figura ancora il volume del 1998 di Sabir Asadov.

Il portale ricorda inoltre che Aziz Alekberli, Presidente del Comitato esecutivo della Comunità e deputato all’Assemblea Nazionale azera, è autore di centinaia di articoli e di decine di libri, tra cui un’opera enciclopedica in dieci volumi sull’«Azerbaigian occidentale» e un repertorio dei suoi monumenti, pubblicato in azero, inglese, russo, tedesco e francese.

Che la produzione scientifica ed editoriale sia considerata uno strumento della politica di Stato è stato dichiarato dallo stesso Ilham Aliyev. Il 3 novembre 2025, intervenendo alle celebrazioni per l’80° anniversario dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, il Presidente invitò gli studiosi a moltiplicare ricerche, pubblicazioni, mostre, presentazioni e carte storiche sull’argomento. Dovevano essere preparati, precisò, anche piccoli opuscoli, affinché i giovani Azerbaigiani e la comunità internazionale conoscessero quella versione della storia e il ritorno nell’attuale Armenia potesse apparire «completamente logico e giusto». Il passaggio, riportato integralmente dal sito ufficiale della Presidenza azera, esplicita con particolare chiarezza la funzione assegnata alla produzione accademica e divulgativa: non soltanto studiare il passato, ma costruire le condizioni culturali perché una futura rivendicazione venga percepita come naturale e legittima.

In un’analisi pubblicata il 4 settembre 2026 da EVN Report, la studiosa dell’Azerbaigian ed ex deputata armena Tatevik Hayrapetyan documenta anche la successiva intensificazione della campagna. Secondo il suo monitoraggio, gli articoli in lingua azera pubblicati dall’agenzia statale Azertag con riferimenti all’«Azerbaigian occidentale» applicato all’Armenia sono passati dai 29 del maggio 2026 agli 80 del mese di giugno. Nello stesso periodo, l’Università statale di Baku e la Comunità dell’Azerbaigian occidentale hanno organizzato una conferenza internazionale intitolata Il ritorno nell’Azerbaigian occidentale come nuova fase dell’idea nazionale, mentre durante un congresso-festival svoltosi nel Nakhchivan esponenti istituzionali hanno definito la questione una priorità nazionale, educativa e scientifica, ormai passata «dall’idea alla fase dell’azione strategica».

La diffusione in lingue straniere non è un elemento secondario. Una costruzione storiografica ripetuta attraverso pubblicazioni, mostre, convegni e iniziative culturali può progressivamente acquistare l’apparenza di una ricostruzione consolidata, soprattutto presso un pubblico internazionale che non possiede gli strumenti per verificare la storia e la complessa stratificazione culturale del Caucaso meridionale.

La propaganda arriva nel cuore dell’Europa

Del salto compiuto da questa narrazione ci siamo occupati lo scorso 20 agosto nell’articolo [Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Erevan diventa «terra azera»].

L’11 agosto 2026, presso il Centro congressi Waterfront di Stoccolma, era stato organizzato un evento dedicato al cosiddetto patrimonio dell’«Azerbaigian occidentale». Non a Baku, dunque, ma nel cuore dell’Europa. Nelle immagini e nelle carte presentate, anche Erevan appariva ricondotta alla storia e alla toponomastica azere.

Il libro del 1998 permette adesso di leggere quell’iniziativa in una prospettiva più lunga. Stoccolma non rappresenta un episodio isolato, ma il punto di arrivo provvisorio di una strategia iniziata molti anni prima: produrre una propria geografia storica, darle una veste accademica, moltiplicarne le traduzioni e portarla infine nello spazio culturale e politico internazionale.

Una questione che non può essere liquidata come assurda

Nel suo intervento Yesayan critica anche la risposta armena, cogliendo un punto essenziale. Per molti anni queste pubblicazioni sono state considerate talmente infondate da non meritare una contestazione puntuale. Ma ciò che appare evidentemente assurdo a chi conosce la storia armena non lo è necessariamente per un pubblico lontano, raggiunto da libri, siti e materiali presentati con un apparato apparentemente scientifico.

Un esempio significativo riguarda proprio l’Italia. Il 19 settembre 2023, mentre l’Azerbaigian avviava l’offensiva militare che avrebbe provocato lo sfollamento forzato della popolazione armena dell’Artsakh, InsideOver pubblicò l’intervista La questione dell’Azerbaigian occidentale, parla Aziz Alakbarov, presentando peraltro l’azione azera come un’«operazione militare speciale» volta a «riconquistare gli ultimi territori controllati dai separatisti».

Al Presidente della Comunità dell’Azerbaigian occidentale – Aziz Alakbarov nella traslitterazione utilizzata dal sito, Aziz Alekberli in quella internazionale oggi più diffusa – fu consentito di presentare senza un effettivo contraddittorio l’attuale Armenia come «terra ancestrale» degli Azerbaigiani, di accusare lo Stato armeno di pulizia etnica, massacri e «azioni genocidiarie» e di chiedere che il loro ritorno fosse inserito negli accordi di pace.

Le domande dell’intervista non sottoponevano queste affermazioni a una verifica storica indipendente e ne accoglievano in parte le premesse, fino a domandare che cosa potesse fare l’Italia per sostenere la causa degli «Azerbaigiani occidentali». Mancava inoltre qualsiasi confronto con i diritti degli Armeni dell’Artsakh e con la natura politicamente controversa dell’espressione «Azerbaigian occidentale». È precisamente così che una formula elaborata e sostenuta dalle istituzioni di Baku può entrare nel dibattito pubblico europeo non più come una rivendicazione da verificare criticamente, ma come una questione apparentemente già definita e legittimata.

La propaganda non diventa efficace perché riesce immediatamente a dimostrare le proprie affermazioni. Diventa efficace quando occupa uno spazio lasciato vuoto, ripete la stessa versione in più lingue e la accompagna con investimenti istituzionali, diplomatici e culturali.

Per contrastarla non sono sufficienti l’indignazione o le risposte occasionali delle organizzazioni della diaspora. Servono studi rigorosi, traduzioni, archivi accessibili, verifiche delle fonti e una presenza costante nelle sedi accademiche e internazionali.

La Fondazione per lo studio dell’architettura armena, ricordata da Yesayan, ha svolto per decenni un lavoro importante attraverso pubblicazioni, cataloghi fotografici, filmati e ricerche sul campo. Ma la tutela di una memoria nazionale non può essere affidata soltanto all’iniziativa di singoli studiosi, associazioni e fondazioni. Richiede anche l’impegno dello Stato e delle sue rappresentanze diplomatiche.

Prima cancellare i nomi, poi le pietre

La questione non riguarda soltanto il passato. Mentre l’Armenia viene simbolicamente trasformata in «Azerbaigian occidentale», nell’Artsakh occupato prosegue la cancellazione materiale della presenza armena.

Chiese, cimiteri, khachkar, monumenti, quartieri storici e interi villaggi vengono distrutti, alterati o sottoposti a reinterpretazioni che ne negano l’identità armena. La Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert è stata demolita tra marzo e aprile 2026. Nei giorni scorsi è emersa anche la distruzione dello storico cimitero armeno-russo di Shushi.

La riscrittura dei libri e la distruzione delle pietre non sono fenomeni identici, ma possono concorrere allo stesso risultato: rendere invisibile la continuità storica di un popolo con la propria terra.

Prima si cambia il nome dei luoghi. Poi si attribuiscono ad altri le chiese e i monumenti. Infine, quando le tracce non possono essere assimilate, le si elimina. E quando la comunità che potrebbe custodirle è stata costretta ad andarsene, il processo diventa ancora più facile.

La pace non può fondarsi sulla cancellazione

Oggi Erevan insiste sulla necessità di non compromettere il processo di pace con l’Azerbaigian. Ma una pace autentica non può essere costruita ignorando una narrazione che mette in discussione la storia, il patrimonio e, in prospettiva, la stessa legittimità territoriale dell’Armenia.

Il problema non è il diritto degli Azerbaigiani originari dell’Armenia a ricordare le proprie case o a rivendicare diritti individuali. Il problema nasce quando quella memoria viene trasformata in uno strumento per ribattezzare un intero Paese, negarne la storia e presentarlo come territorio altrui.

Il volume pubblicato a Baku nel 1998 non dimostra da solo l’esistenza di un piano immutato lungo quasi trent’anni. Mostra però che le parole pronunciate oggi da Ilham Aliyev hanno radici più antiche e sono state precedute da un paziente lavoro di costruzione storiografica e propagandistica.

Per questo la denuncia rilanciata da Anahit Yesayan merita attenzione, ma anche rigore. Occorre verificare, confrontare, documentare. Non basta rispondere alla propaganda con una propaganda contraria. Proprio perché i fatti parlano con sufficiente chiarezza, non hanno bisogno di essere accompagnati da affermazioni fragili o da semplificazioni storiche.

L’«Azerbaigian occidentale» non è soltanto un’espressione. È una narrazione costruita nel tempo, sostenuta da pubblicazioni, istituzioni e iniziative internazionali. Liquidarla come una formula assurda significa lasciare che continui a diffondersi senza incontrare una risposta documentata.

E la storia dell’Artsakh insegna quanto possa diventare pericoloso accorgersi troppo tardi che le parole, prima o poi, possono preparare il terreno ai fatti.

Come osserva Tatevik Hayrapetyan, una pace regionale duratura non può essere costruita ignorando una retorica che, proprio mentre Baku attenua all’estero il linguaggio della guerra, continua a essere istituzionalizzata all’interno del Paese attraverso i media statali, le università, il sistema educativo e l’azione diplomatica.

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A Monsummano Festa del gemellaggio con la città di Stepanavan (Reportpistoia 06.09.26)

MONSUMMANO – A Monsummano c’è aria di festa. Si avvicina infatti la data della cerimonia ufficiale del gemellaggio con la città di Stepanavan, in Armenia, prevista per la mattina di domenica 13 settembre nella centrale Piazza Giusti dalle 9,30.

Uno scorcio di Stepanavan

Dopo il complesso iter approvato dal Ministero, il patto di amicizia siglato negli anni 2000 tra le due città diventa adesso vero atto ufficiale. A legare Monsummano Terme e Stepanavan, oltre alla comune  città francese gemellata di Decines Charpieu la cui delegazione sarà presente alla cerimonia, ci sono affinità storiche, identitarie, naturalistiche e molto altro che le parti sono curiose di approfondire.

Stepanavan è immersa in un parco naturale, ha un castello medievale e chiese rilevanti e l’Armenia in genere condivide con il nostro territorio altri tratti distintivi importanti; in Armenia pare si dati la prima uva trasformata in vino, vantano il ritrovamento della prima calzatura in cuoio e, importante, le due comunità condividono un forte senso della memoria, legato rispettivamente all’Eccidio di Fucecchio e allo storico Genocidio. L’Armenia sta inoltre compiendo passi concreti per avviare il percorso di adesione all’Unione Europea, e a Monsummano siamo curiosi di approfondire la conoscenza di una cultura così diversa e affascinante.

Le delegazioni saranno ospiti di Monsummano Terme da venerdi 11 e lunedi 14 settembre  e avranno modo di visitare il territorio e  incontrare i cittadini anche prendendo parte a diversi appuntamenti, come la Festa medievale di Montevettolini di sabato 12 settembre e la cena dedicata al cibo italiano patrimonio Unesco organizzata dalla Parrocchia di Cintolese per la sera di domenica 13 settembre.

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Monsummano, gemellaggio con Stepanavan (Armenia): festa il 13 in piazza Giusti

Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento (Korazym 06.09.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 6 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Cancellare le tracce di un popolo dalla sua terra e isolare dal mondo coloro che potrebbero raccontarne la sorte. Sono due fatti distinti, avvenuti in luoghi diversi, ma compongono un quadro inquietante: mentre nell’Artsakh occupato scompare un altro luogo della memoria armena, a Baku i prigionieri Armeni rimangono sottratti al contatto con familiari, avvocati e osservatori indipendenti.

 

Le immagini satellitari analizzate da Caucasus Heritage Watch documentano la completa distruzione dello storico cimitero armeno-russo (noto anche come cimitero vicino alla Porta di Yerevan) a Shushi, sopravvissuto per quasi due secoli a guerre e mutamenti politici. Contemporaneamente, l’avvocato per i diritti umani Siranush Sahakyan, che rappresenta i detenuti Armeni davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, denuncia condizioni di «isolamento assoluto», assistenza medica inadeguata e violenze rivolte anche contro la loro identità Cristiana.

Da una parte sono state cancellate lapidi, iscrizioni e antiche croci di pietra; dall’altra, secondo le denunce della legale, si cerca di impedire ai prigionieri di comunicare liberamente con l’esterno. Le pietre non possono più testimoniare. Le persone ancora vive possono farlo soltanto attraverso brevi telefonate sorvegliate, che possono essere interrotte quando le loro parole diventano scomode.

Distrutto lo storico cimitero armeno-russo di Shushi

Secondo l’indagine pubblicata da Caucasus Heritage Watch, le immagini satellitari mostrano che il vecchio cimitero armeno-russo di Shushi è stato distrutto tra il 9 e il 14 maggio 2026, durante i lavori per la costruzione di un impianto destinato al trattamento delle acque meteoriche e reflue.

Il sito conservava almeno 35 lapidi datate tra il 1810 e il 1871. Le iscrizioni testimoniavano la presenza nella città di famiglie e artigiani Armeni, militari Russi, medici, funzionari pubblici e altri abitanti della Shushi ottocentesca.

 

Tra le sepolture figurava quella di Vladimir Mikhailov, comandante del 42° Reggimento cacciatori dell’esercito imperiale russo, che partecipò alla difesa della città nel 1826. Un’altra lapide, recante un’iscrizione latina, ricordava Sofia Regina Reander, nata a Mosca.

Nel cimitero si trovavano inoltre cinque khachkar, le caratteristiche croci di pietra armene, risalenti a diversi secoli prima delle sepolture ottocentesche. La loro presenza attestava che il luogo era legato alla storia e alla cultura armena già in epoca medievale.

Non si trattava, quindi, soltanto di un’area funeraria, ma di un archivio scolpito nella pietra: una testimonianza della composizione sociale e religiosa della città, degli intrecci tra la comunità armena e la presenza russa e, soprattutto, della continuità armena a Shushi attraverso i secoli.

Quel luogo, osserva Caucasus Heritage Watch, aveva superato guerre e numerosi sconvolgimenti politici. È stato completamente cancellato nel 2026, sotto il controllo dell’Azerbaigian.

Shushi è sotto controllo azero dal novembre 2020, quando fu conquistata durante la guerra dei 44 giorni. La distruzione del cimitero si inserisce in una serie già documentata di demolizioni, alterazioni e rimozioni che hanno interessato chiese, cimiteri, monumenti e interi insediamenti armeni nell’Artsakh [*].

La realizzazione di un’opera infrastrutturale non cancella la responsabilità di individuare, documentare e proteggere un sito storico prima di intervenire. In questo caso, invece, le immagini satellitari mostrano che tombe e khachkar sono scomparsi insieme al terreno sul quale si trovavano.

Non un episodio isolato

La distruzione del cimitero armeno-russo si aggiunge alla cancellazione del cimitero di Ghazanchetsots, documentata nell’aprile 2024, e alle trasformazioni subite da altri luoghi simbolici di Shushi. Caucasus Heritage Watch ha inoltre registrato la distruzione della Chiesa di San Giovanni Battista, conosciuta come Kanach Zham, e di numerosi altri siti dell’Artsakh.

Nel maggio scorso era stata documentata anche la demolizione a Stepanakert del monumento dedicato al centenario del Genocidio Armeno. Non scompare soltanto ciò che testimonia la presenza religiosa degli Armeni: vengono rimossi cimiteri, memoriali, iscrizioni e riferimenti capaci di raccontare chi abbia abitato quei luoghi.

Il rischio è che alla cacciata della popolazione armena dall’Artsakh, seguita all’offensiva azera del settembre 2023, faccia seguito la progressiva trasformazione del territorio in uno spazio nel quale quella presenza non sia più visibile né riconoscibile.

A Baku, prigionieri senza contatti indipendenti

Mentre nell’Artsakh vengono cancellate le testimonianze materiali, a Baku gli Armeni detenuti rimangono in condizioni di quasi totale separazione dal mondo esterno.

Il 4 settembre 2026, parlando con i giornalisti, Siranush Sahakyan ha affermato che i prigionieri non possono ricevere visite dei familiari e non hanno contatti fisici con avvocati indipendenti, medici di fiducia, rappresentanti consolari o delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa. «Non vedono i loro familiari, i funzionari consolari, medici indipendenti, avvocati indipendenti o rappresentanti del Comitato Internazionale della Croce Rossa», ha dichiarato la legale, definendo la loro condizione una forma di «isolamento assoluto».

La situazione è divenuta ancora più grave dopo che, per decisione delle autorità azere, il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha dovuto chiudere la propria delegazione in Azerbaigian il 3 settembre 2025. Il Comitato ha assicurato di mantenere il proprio impegno a favore delle persone protette dal diritto internazionale umanitario, ma la cessazione della presenza fisica nel Paese ha eliminato l’unico accesso internazionale indipendente e continuativo ai detenuti.

Secondo Sahakyan, l’unico collegamento rimasto con l’esterno è costituito da telefonate sorvegliate con i familiari. La loro frequenza varia sensibilmente: alcuni detenuti possono chiamare circa una volta alla settimana, mentre tre dei prigionieri già condannati avrebbero accesso al telefono soltanto una volta ogni quaranta giorni.

Le conversazioni durano da due o tre minuti fino a un massimo di dieci e possono essere interrotte in base a ciò che viene detto. Sahakyan ha ricordato il caso di Ruben Vardanyan, già Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh, la cui telefonata sarebbe stata interrotta quando ha cercato di parlare delle difficoltà incontrate per ottenere una copia della sentenza pronunciata contro di lui e dei tentativi di rivolgersi al Difensore civico dell’Azerbaigian.

Le preoccupazioni per la salute

L’isolamento impedisce anche di verificare in maniera indipendente le condizioni sanitarie dei detenuti. I familiari cercano di ottenere informazioni nel corso delle brevi telefonate, ma non dispongono di valutazioni mediche autonome.

Secondo quanto riferito da Sahakyan, il personale sanitario non sarebbe presente nella struttura di detenzione durante tutte le ore del giorno e della notte. In caso di peggioramento, verrebbero somministrati medicinali per attenuare temporaneamente alcuni sintomi, senza avviare terapie adeguate alla patologia o misure dirette a impedirne l’aggravamento.

La legale ha richiamato anche le conseguenze a lungo termine delle pene inflitte agli Armeni detenuti a Baku, alcuni dei quali sono stati condannati a quindici anni di reclusione: «Se, dopo avere scontato quindici anni, una persona sarà infine rimpatriata nella Repubblica di Armenia, quali saranno allora le sue condizioni di salute?».

Parte della documentazione medica è stata ottenuta dagli avvocati attraverso i procedimenti avviati davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le ultime informazioni sarebbero state trasmesse nei mesi di febbraio e marzo 2026. Il 31 agosto è scaduto un nuovo termine concesso all’Azerbaigian per fornire dati aggiornati alla Corte. La difesa è ora in attesa di conoscere quale documentazione sia stata effettivamente depositata.

Le denunce di torture contro l’identità Cristiana

Ancora più gravi sono le dichiarazioni di Sahakyan sulle violenze subite da alcuni detenuti. Secondo la legale, croci tatuate sul corpo di prigionieri Armeni sarebbero state cancellate bruciando la pelle. Alcuni sarebbero stati costretti a leggere il Corano, mentre Bibbie e simboli religiosi Cristiani sarebbero stati vietati o confiscati.

Sahakyan ha riferito anche di fratture provocate da percosse. Si tratta di accuse gravissime, che nelle attuali condizioni di isolamento non possono essere sottoposte a un riscontro indipendente. Proprio l’impossibilità di accedere ai detenuti, tuttavia, rende ancora più urgente la richiesta di un controllo internazionale effettivo.

Il punto non riguarda una contrapposizione tra religioni. Costringere un prigioniero Cristiano a compiere un atto religioso contro la propria volontà, impedirgli di possedere la Bibbia o infierire su un simbolo inciso sul suo corpo costituirebbe una violazione della libertà religiosa e della dignità umana. Se confermati, questi comportamenti mostrerebbero che l’identità Cristiana armena non è soltanto ignorata, ma trasformata in un bersaglio della violenza.

Cancellare le pietre, isolare gli uomini

La distruzione del cimitero di Shushi e l’isolamento dei prigionieri di Baku non sono lo stesso fatto e richiedono verifiche di natura diversa. Il primo è documentato attraverso immagini satellitari; il secondo emerge dalle informazioni raccolte dai familiari, dalla documentazione acquisita nei procedimenti davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e dalle denunce della loro rappresentante legale.

Eppure entrambi riguardano la possibilità di conservare e trasmettere una memoria.

Le tombe di Shushi raccontavano chi aveva vissuto in quella città. I khachkar testimoniavano un’appartenenza religiosa e culturale più antica dello stesso cimitero. I prigionieri armeni detenuti a Baku sono testimoni viventi della guerra, del blocco, dell’offensiva del settembre 2023 e dello sfollamento forzato della popolazione dell’Artsakh.

Quando le pietre vengono distrutte e le persone isolate, non viene colpita soltanto la memoria del passato. Viene compromessa anche la possibilità di documentare il presente e di chiedere giustizia per ciò che è accaduto.

[*] Azerbajgian ha rasato al suolo storiche chiese armene a Sushi e a Mekhakavan nell’Artsakh occupato con la guerra di aggressione del 2020 – 28 marzo 2021.

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Armenia. I processori Nvidia diventano una leva nell’accordo di pace con l’Azerbaigian (Notizie Geopolitiche 06.09.26)

L’accesso ai processori avanzati statunitensi sarebbe stato uno degli incentivi utilizzati durante i negoziati tra Armenia e Azerbaigian, trasformando la tecnologia in uno strumento di politica estera nel Caucaso meridionale. Secondo il Wall Street Journal, nel corso delle trattative del 2025 gli Stati Uniti avrebbero prospettato a Erevan la possibilità di acquistare processori Nvidia destinati al progetto Firebird, un grande centro di elaborazione dati previsto a Hrazdan.
Il progetto, dal valore annunciato superiore ai cinque miliardi di dollari, dovrebbe ospitare progressivamente decine di migliaia di unità di calcolo Nvidia e raggiungere una potenza nell’ordine dei 300 megawatt. In una prima fase sarebbe stata richiesta l’autorizzazione per circa seimila processori, mentre successivamente sarebbe stata aperta la possibilità di esportare apparecchiature in quantità molto maggiori.
Per il governo del primo ministro Nikol Pashinyan un investimento di queste dimensioni può rappresentare un importante dividendo economico dell’accordo con Baku. Dopo la perdita del Nagorno-Karabakh e l’esodo della popolazione armena dalla regione, l’esecutivo deve infatti dimostrare all’opinione pubblica che la normalizzazione con l’Azerbaigian può produrre investimenti, occupazione qualificata e una maggiore integrazione dell’Armenia nell’economia internazionale.
Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, un documento elaborato nel giugno 2025 dalla squadra dell’inviato americano Steve Witkoff indicava il rafforzamento dei rapporti economici e tecnologici con Erevan tra gli strumenti utili a favorire il processo negoziale.
Questo non significa che la promessa dei processori Nvidia abbia determinato da sola le decisioni armene o l’accordo con l’Azerbaigian. Mostra però come alla mediazione diplomatica siano stati affiancati incentivi economici e tecnologici destinati ad aumentare i benefici politici della normalizzazione.
La strategia rientra in quella che alcuni funzionari statunitensi definiscono “diplomazia dei microprocessori”: utilizzare l’accesso alle tecnologie più avanzate come strumento di influenza internazionale.
I processori destinati all’intelligenza artificiale sono ormai infrastrutture strategiche. Permettono di addestrare modelli avanzati, analizzare grandi quantità di dati, sviluppare applicazioni scientifiche e industriali e sostenere sistemi complessi in settori che vanno dalla medicina all’energia.
Gli Stati Uniti dispongono di una leva particolarmente importante grazie alla posizione delle proprie imprese nell’industria dei semiconduttori e al sistema delle autorizzazioni all’esportazione delle tecnologie più sensibili. Una politica già sperimentata nei rapporti con partner come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma che nel caso armeno viene collegata direttamente a un processo di stabilizzazione geopolitica.
Firebird rimane formalmente un progetto civile ed economico. Una grande infrastruttura di calcolo può tuttavia avere applicazioni duali, dalla sicurezza informatica all’elaborazione delle immagini satellitari, dalla gestione delle reti energetiche alla ricerca sui sistemi autonomi.
Questo non significa che il centro armeno sia destinato ad attività militari. L’accesso a capacità di calcolo avanzate rappresenta però ormai un elemento della potenza nazionale e può contribuire nel lungo periodo anche alla sicurezza tecnologica di uno Stato.
Per l’Armenia, l’ingresso più profondo nell’ecosistema tecnologico occidentale avrebbe inoltre conseguenze geopolitiche. Il Paese è stato per decenni strettamente legato alla Russia sul piano militare, energetico ed economico, ma il progressivo deterioramento dei rapporti con Mosca ha aperto nuovi spazi agli Stati Uniti e all’Unione Europea.
La guerra in Ucraina e soprattutto l’incapacità russa di impedire la riconquista azera del Nagorno-Karabakh hanno accelerato la perdita di fiducia armena nei tradizionali meccanismi di sicurezza guidati da Mosca. Il vuoto viene progressivamente occupato attraverso tecnologia, investimenti, infrastrutture e cooperazione energetica, senza che ciò richieda necessariamente una presenza militare americana diretta.
Nel febbraio 2026 Stati Uniti e Armenia hanno inoltre concluso i negoziati per un accordo di cooperazione nucleare civile, aprendo nuove possibilità nel settore energetico. L’intesa potrebbe assumere particolare importanza quando Erevan dovrà definire la sostituzione della centrale nucleare di Metsamor, costruita in epoca sovietica.
Tecnologia digitale ed energia possono quindi diventare due strumenti attraverso i quali l’Armenia riduce la propria tradizionale dipendenza dalla Russia e diversifica le relazioni internazionali.
Un’altra componente della trasformazione riguarda il progetto di collegamento tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno, inserito nella cosiddetta “Via Trump per la pace e la prosperità internazionale”.
Il corridoio avrebbe una rilevanza che supera i rapporti tra Armenia e Azerbaigian. Potrebbe collegare più direttamente il Caspio alla Turchia e ai mercati europei, rafforzando le direttrici commerciali che attraversano il Caucaso meridionale senza passare dalla Russia o dall’Iran.
Per Baku e Ankara significherebbe consolidare i collegamenti terrestri tra Azerbaigian e Turchia. Per gli Stati Uniti costituirebbe invece un’ulteriore possibilità di favorire corridoi eurasiatici alternativi a quelli controllati da Mosca e Teheran.
L’Iran osserva il progetto con particolare attenzione, soprattutto per il timore che nuovi assetti territoriali o di sicurezza possano compromettere il proprio collegamento diretto con l’Armenia. Erevan insiste tuttavia sul mantenimento della propria sovranità sulle infrastrutture che attraverseranno il territorio nazionale.
Anche la Russia rischia di perdere influenza. Per decenni Mosca ha svolto contemporaneamente il ruolo di alleato dell’Armenia, mediatore con l’Azerbaigian e garante di parte delle comunicazioni regionali. Un sistema di trasporti e investimenti maggiormente collegato all’Occidente e alla Turchia ridurrebbe questa funzione.
Per Erevan l’apertura tecnologica rappresenta comunque un’opportunità concreta. Un grande centro di elaborazione potrebbe attrarre capitali, competenze e imprese e rafforzare un settore tecnologico già significativo per l’economia armena.
Esiste però anche un elemento di dipendenza. I processori più avanzati sono soggetti alle politiche di esportazione americane e il loro utilizzo richiede una catena di forniture, software, manutenzione e aggiornamenti fortemente condizionata dai rapporti con i produttori.
Le autorità statunitensi conservano quindi una capacità di influenza sull’accesso alle tecnologie, soprattutto qualora emergessero rischi di trasferimento verso soggetti russi, iraniani o cinesi.
È questa la caratteristica più significativa della nuova diplomazia tecnologica. La leva non consiste più soltanto nel concedere finanziamenti o forniture militari, ma nel permettere l’accesso a infrastrutture senza le quali diventa sempre più difficile competere nell’economia dell’intelligenza artificiale.
Nel Caucaso meridionale la normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian si intreccia così con una trasformazione geopolitica più ampia. Trasporti, energia e capacità di calcolo diventano strumenti per consolidare la pace, ridisegnando contemporaneamente gli equilibri regionali e riducendo il tradizionale peso di Russia e Iran.
Per l’Armenia il vantaggio può essere considerevole, purché l’integrazione tecnologica produca sviluppo autonomo e non una nuova forma di dipendenza. La vicenda Firebird mostra come, nell’economia contemporanea, il controllo dei semiconduttori possa esercitare un’influenza politica paragonabile a quella un tempo garantita dalle rotte energetiche e dalle forniture militari.

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L’Armenia scopre la sua corsa: quattro giorni in bici tra montagne, laghi e la sfida di Erevan (La Stanpa 05.09.26)

Dal 10 al 13 settembre il Tour of Armenia debutta nel calendario UCI Europe Tour. Quattro tappe, 568 chilometri e 5.300 metri di dislivello per attraversare un Paese che punta sul ciclismo per raccontare se stesso al mondo. E al traguardo di Erevan ci sarà anche il campione olimpico Samuel Sánchez.

C’è un Paese da attraversare e una corsa tutta da scrivere. L’Armenia entra per la prima volta nel calendario dell’UCI Europe Tour con il Tour of Armenia, una nuova prova di categoria 2.2 che dal 10 al 13 settembre porterà il gruppo attraverso alcune delle regioni più suggestive del Paese, prima del gran finale nella capitale Erevan.

Quattro giornate di gara, 568 chilometri complessivi e 5.300 metri di dislivello positivo, ma anche un viaggio attraverso laghi, altopiani, foreste e città. Una corsa che nasce con un’ambizione precisa: diventare un appuntamento stabile del calendario internazionale e, contemporaneamente, utilizzare la bicicletta come strumento per far conoscere l’Armenia oltre i suoi confini.

 

 

Una corsa per scoprire un Paese

Il percorso attraverserà le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn, mettendo insieme caratteristiche tecniche differenti e scenari profondamente diversi.

Non sarà soltanto una sfida per i corridori. Sarà anche una sorta di finestra aperta sull’Armenia, un Paese che negli ultimi anni ha scelto di investire con decisione nello sviluppo del ciclismo e nel turismo sportivo.

L’obiettivo della Federazione Ciclistica Armena e del Ministero dell’Educazione, della Scienza e della Cultura della Repubblica d’Armenia è infatti quello di trasformare il Tour of Armenia in una manifestazione annuale, capace di consolidarsi progressivamente nel panorama internazionale.

La prima edizione rappresenta dunque un punto di partenza: una gara pensata per dare spazio ai talenti emergenti del ciclismo e, nello stesso tempo, per mostrare al pubblico internazionale territori ancora poco conosciuti dal grande turismo sportivo.

 

 

Samuel Sánchez, un campione olimpico come ambasciatore

A raccontare questo debutto ci sarà anche una delle figure più prestigiose del ciclismo spagnolo. Samuel Sánchez, campione olimpico della prova in linea ai Giochi di Pechino 2008, sarà Ambassador del Tour of Armenia e assisterà da vicino al gran finale nella capitale.

Diciotto stagioni nel ciclismo professionistico hanno costruito un palmarès di assoluto rilievo. Oltre all’oro olimpico, Sánchez ha conquistato tre podi nei Grandi Giri e otto vittorie di tappa, comprese due cronosquadre.

Al Tour de France è stato secondo nel 2010, prima di conquistare l’anno successivo la maglia a pois di miglior scalatore. Alla Vuelta a España è salito due volte sul podio: terzo nel 2007 e secondo nel 2009, con sei successi di tappa complessivi nella corsa spagnola.

Ora sarà lui a vivere da vicino l’atto finale di una competizione che, per l’Armenia, rappresenta molto più di una semplice gara.

«È un grande piacere poter fare da Ambassador a questa corsa, in un Paese che sta investendo sempre di più sul ciclismo. Sono convinto che il Tour of Armenia non solo contribuirà alla crescita di questo sport a livello locale, ma rappresenterà anche una magnifica opportunità per mostrare al resto del mondo alcuni dei suoi luoghi più spettacolari».

Sánchez sottolinea anche il valore simbolico della prima edizione: «Per me è un privilegio essere presente a questa prima edizione, vivere da vicino l’atto finale della corsa e godermi il traguardo a Erevan».

E c’è anche un legame particolare con l’esperienza organizzativa italiana: «Inoltre, poter contare sull’esperienza di un team organizzativo legato a una prova delle dimensioni del Giro d’Italia è una garanzia assoluta e rende questo debutto ancora più speciale».

Infine, l’auspicio per il futuro: «Credo che sarà un’esperienza davvero emozionante e mi auguro che sia l’inizio di una corsa capace di crescere e consolidarsi nel calendario internazionale per molti anni a venire».

Prima tappa: sulle rive del “mare d’Armenia”

Il viaggio comincerà giovedì 10 settembre da Gavar, capoluogo della regione di Gegharkunik. Da qui il gruppo affronterà i 135 chilometri che conducono a Mets Masrik, con appena 450 metri di dislivello.

Una giornata che, almeno sulla carta, sembra destinata alle ruote veloci.

Ma il vero protagonista della prima frazione sarà il paesaggio. Il percorso costeggerà infatti il Lago Sevan, il più grande lago dell’Armenia e uno dei simboli naturali del Paese.

Situato ad alta quota, il Sevan viene spesso chiamato il “mare d’Armenia”. Le sue acque e le sue rive sono una delle principali destinazioni turistiche del Paese e accompagneranno i corridori nella prima parte del loro viaggio.

Una partenza quasi ideale per una corsa che vuole raccontare l’Armenia anche attraverso ciò che scorre ai margini dell’asfalto.

Seconda tappa: la montagna entra in scena

Venerdì 11 settembre il Tour of Armenia cambierà completamente volto.

La seconda tappa, da Kirants a Stepanavan, sarà la più impegnativa dell’intera corsa per dislivello: 177 chilometri e 2.400 metri di salita.

Kirants è un piccolo borgo della regione di Tavush, conosciuto anche per il suo monastero risalente al VII secolo. Da qui la strada porterà il gruppo verso Stepanavan, località di montagna caratterizzata da un altopiano di basalto e soprattutto dal suo celebre Dendroparco, una grande area verde considerata unica nel Caucaso meridionale.

La tappa potrebbe già cominciare a delineare la classifica generale. Dopo una prima giornata favorevole agli sprinter, i corridori dovranno fare i conti con una quantità di salita decisamente maggiore e con un percorso destinato a selezionare il gruppo.

Terza tappa: dal Lago Sevan al Lago Parz

Sabato 12 settembre sarà la volta della terza frazione, 162 chilometri da Martuni a Dilijan, con arrivo al Lago Parz, e 1.700 metri di dislivello.

Si parte da Martuni, nell’area di Gegharkunik, per tornare ancora una volta accanto al Lago Sevan. La strada seguirà la sponda occidentale dello specchio d’acqua prima di inoltrarsi verso territori più montuosi.

Sono previsti due Gran Premi della Montagna, elementi che potrebbero modificare in maniera significativa la classifica generale.

La destinazione finale sarà Dilijan, una delle località più conosciute dell’Armenia settentrionale, con l’arrivo collocato nei pressi del Lago Parz, piccolo lago di montagna immerso nel verde a pochi chilometri dal centro abitato.

Dopo le salite della seconda tappa, potrebbe essere questa la giornata decisiva per gli uomini della generale.

L’ultimo atto nel cuore di Erevan

Poi arriverà la capitale. Domenica 13 settembre il Tour of Armenia si chiuderà a Erevan, con una frazione completamente diversa dalle precedenti: un circuito cittadino destinato a incoronare il primo vincitore della storia della corsa.

Il percorso prevede 10 giri da 9,4 chilometri, per un totale di 94 chilometri e 750 metri di dislivello.

La strada entrerà nel cuore della capitale, trasformando l’ultima tappa in una passerella sportiva e, allo stesso tempo, in una vetrina per la città.

Erevan offrirà ai corridori e a chi seguirà la gara alcuni dei suoi luoghi più rappresentativi: la cattedrale di San Gregorio Illuminatore, il Vernissage, celebre mercato dell’antiquariato e dell’artigianato, la Moschea Blu e la Piazza della Repubblica.

È qui che si chiuderà il primo capitolo del Tour of Armenia.

Quattro giorni per cominciare una storia

Quattro tappe, dunque. Quattro territori diversi. E un unico filo rosso: la bicicletta come modo per attraversare e raccontare un Paese.

Il Tour of Armenia nasce con l’ambizione di entrare stabilmente nel calendario internazionale, ma la sua prima edizione sarà soprattutto una dichiarazione d’intenti. L’Armenia vuole costruire una propria identità ciclistica, dare spazio ai giovani talenti e attirare l’attenzione del turismo sportivo internazionale.

Il primo vincitore salirà sul podio di Erevan il 13 settembre. Ma la sfida più importante, per gli organizzatori, sarà quella che comincerà il giorno dopo: trasformare questa prima corsa in una tradizione.