Un riconoscimento non richiesto: perché il genocidio non è più una priorità per l’Armenia (ISPI 06.08.26)

Il 28 giugno 2026 il gabinetto israeliano ha approvato all’unanimità una delibera di riconoscimento del genocidio armeno, destinata al voto della Knesset. L’indomani, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha liquidato la questione, commentando “non c’è necessità di rispondere, perché restare fuori dalla strumentalizzazione del genocidio armeno è nell’interesse della Repubblica d’Armenia”. Lo stesso giorno, l’Azerbaigian, stretto alleato di Israele, condannava formalmente la risoluzione. Il testo non è poi arrivato in aula prima della pausa estiva: secondo Haaretz, il voto sarebbe stato bloccato da Netanyahu su sollecitazione di Baku, e rinviato a data da definirsi.

La reazione di Pashinyan si presta a una lettura a due livelli. Il primo riguarda l’uso politico del genocidio armeno: oltre a essere motivata dalla volontà di colpire Ankara, dopo il collasso dei rapporti bilaterali post-7 ottobre 2023, la risoluzione appare anche mirata ad accreditare Israele in una fase in cui la sua condotta a Gaza resta oggetto di forti critiche internazionali. Qualificandola come strumentalizzazione, Pashinyan evita che il genocidio armeno finisca nel contenzioso turco-israeliano – ed è qui che il primo livello sfuma nel secondo.

Quest’ultimo riguarda l’attuale riposizionamento strategico dell’Armenia. La risoluzione israeliana rischiava di incrinare i rapporti armeni con Ankara; nel liquidarla, Pashinyan riconferma il nuovo corso della politica estera armena, per il quale l’apertura del confine con la Turchia è tra le priorità strategiche. Per comprendere appieno le sue parole, è dunque necessario approfondire il ruolo del genocidio nei rapporti con Ankara dal 1991: un ruolo che, per quanto radicato nell’identità nazionale armena, ha sempre avuto un peso specifico inferiore rispetto al conflitto in Nagorno-Karabakh.

La memoria e il negoziato: da Ter-Petrosyan a Sargsyan

Nonostante la Dichiarazione d’indipendenza del 1990 – richiamata dal preambolo della Costituzione del 1995 – contenesse un paragrafo sul riconoscimento internazionale del genocidio, il primo presidente Levon Ter-Petrosyan riteneva la normalizzazione dei rapporti con la Turchia un obiettivo primario, relegando il genocidio a questione interna e non affrontandolo sul piano bilaterale e internazionale. Il suo ottimismo in merito fu infranto dalla prima guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994). Nell’aprile del 1993 l’offensiva armena su Kelbajar aprì la strada al controllo di sette distretti del territorio azerbaigiano. In risposta, la Turchia chiuse il confine, subordinando di fatto la riapertura alla risoluzione del conflitto. Per uscire dall’isolamento regionale, Ter-Petrosyan aderì al piano per fasi del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che rinviava la definizione dello status del Karabakh a seguito della restituzione (ad eccezione del corridoio di Lachin) dei territori occupati. Questa scelta alienò l’ala intransigente del suo governo – tra cui il primo ministro Robert Kocharyan, ex presidente del Nagorno-Karabakh – provocando le dimissioni di Ter-Petrosyan nel febbraio 1998: alle presidenziali gli succedette proprio Kocharyan.

Kocharyan riportò il riconoscimento del genocidio nell’arena internazionale, ma nemmeno lui lo considerò mai una precondizione per la normalizzazione con la Turchia. Nel 2005, l’allora primo ministro turco Erdoğan gli propose di istituire una commissione storica congiunta per risolvere le “interpretazioni divergenti degli eventi verificatisi in un particolare periodo della nostra storia comune”. Kocharyan declinò la proposta, obiettando che “è responsabilità dei governi sviluppare le relazioni bilaterali” (non degli storici) ed esortando invece alla normalizzazione delle relazioni senza precondizioni. Il concetto di normalizzazione senza precondizioni fu ribadito nella National Security Strategy del 2007. Al tempo stesso, però, il documento collocava il riconoscimento internazionale del genocidio – Ankara inclusa – tra gli obiettivi della politica estera armena: una formulazione che consentiva a Kocharyan di perseguire la normalizzazione senza inimicarsi la diaspora e le componenti nazionaliste del suo stesso schieramento. Il documento avanzava inoltre l’idea che la normalizzazione avrebbe creato “un contesto più favorevole alla risoluzione definitiva del conflitto del Nagorno-Karabakh”, ribaltando la sequenza imposta da Ankara.

Anche Serzh Sargsyan,succeduto a Kocharyan nel 2008, seguì la stessa linea sul Nagorno-Karabakh e, al contempo, non pose mai il riconoscimento del genocidio come precondizione per Ankara. Ciò emerge con chiarezza dall’unica intesa turco-armena mai giunta alla firma, i protocolli di Zurigo dell’ottobre 2009. Nei protocolli non vi era alcun riferimento diretto alla risoluzione del conflitto, al ritiro delle forze armene dai sette distretti occupati o al futuro status della regione. Quanto al genocidio, la creazione di una sottocommissione sulla “dimensione storica” era prevista, dal calendario allegato ai protocolli, solo dopo l’apertura del confine turco-armeno. I protocolli, tuttavia, non furono mai ratificati dai due paesi. Già nel maggio 2009 Erdoğan, infatti, subordinò l’apertura del confine al ritiro delle forze armene dai territori azerbaigiani, pretesa che ripeté poco prima e subito dopo la firma, fino a farne la precondizione principale della ratifica. Ne derivò un’impasse diplomatica che di fatto congelò il processo. Sargsyan sospese la ratifica nel 2010 e dichiarò nulli i protocolli nel 2018.

Pashinyan alla prova del Karabakh

Nel 2018 il tentativo di Sargsyan di restare al potere come primo ministro, dopo due mandati presidenziali, innescò la “Rivoluzione di velluto” e lo costrinse alle dimissioni. A guidarla fu Nikol Pashinyan, che divenne premier a maggio e ottenne il 70% dei voti alle elezioni anticipate di dicembre. Verso la Turchia, da un lato il primo governo Pashinyan (2018-2021) non si discostò dai predecessori nella linea di normalizzazione senza precondizioni, che però rimase sulla carta, senza mai tradursi in un processo diplomatico; dall’altro, l’assertività iniziale di Pashinyan sul Karabakh si scontrava con la precondizione turca – sancita in modo ancora più netto dopo il fallimento dei protocolli di Zurigo – di risolvere prima il conflitto. Lo scoppio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, nell’autunno del 2020, modificò radicalmente i rapporti di forza tra Armenia e Azerbaigian: Baku recuperò i sette distretti occupati – quattro con le armi, tre in attuazione dell’accordo di cessate il fuoco – e impose il proprio controllo su circa un terzo della regione. Erevan fu così spinta ad attribuire molta più importanza e urgenza alla normalizzazione con la Turchia. Dimessosi dopo mesi di proteste per indire elezioni anticipate, Pashinyan ottenne comunque una solida maggioranza (54%).

Il secondo governo Pashinyan (2021-2026) si mosse concretamente verso la normalizzazione con Ankara: nel dicembre 2021 l’Armenia nominò un inviato speciale per il dialogo, che si incontrò per la prima volta con l’omologo turco a Mosca il mese successivo e poi a Vienna nel corso del 2022. Il 22 maggio 2023 arrivò la svolta armena sul Nagorno-Karabakh: Pashinyan si dichiarò pronto a riconoscere la regione come parte dell’Azerbaigian, a condizione di garanzie e tutele per la popolazione armena – muovendo nella direzione richiesta da Ankara. Il 19 settembre 2023 Baku mosse l’offensiva finale in Nagorno-Karabakh, che concluse definitivamente il conflitto e comportò la fuga di più di centomila armeni. A differenza del 2020, l’Armenia scelse di non intervenire militarmente, una decisione che costò a Pashinyan durissime critiche interne. Alla base vi era probabilmente la volontà di evitare, data la sproporzione delle forze, un allargamento del conflitto che avrebbe messo a rischio l’integrità territoriale del paese.

Il posto del riconoscimento del genocidio nell’Armenia reale

Venuto meno il vincolo del Karabakh, la strategia di Pashinyan verso Ankara venne rafforzata da una nuova cornice ideologica: ad aprile 2024, il primo ministro introdusse la contrapposizione tra “Armenia reale” – lo Stato entro i confini internazionalmente riconosciuti – e “Armenia storica” – che comprende, oltre allo Stato attuale, le terre storicamente abitate dagli armeni al di fuori di tali confini. In questa nuova visione, il genocidio armeno subisce un mutamento simbolico significativo, come si può notare dalla retorica diversa adottata in occasione della ricorrenza del 24 aprile, la Giornata della Memoria del genocidio armeno. Nel 2019 il primo ministro parlò di come gli armeni non furono solo “distrutti fisicamente, ma anche privati del diritto di vivere nella propria patria“, prendendo l’impegno diretto “di promuovere il riconoscimento internazionale del genocidio armeno”. Nel 2024, invece, Pashinyan parlò dell’importanza dell’”armenizzazione interna” del genocidio, spostando il baricentro dalla dimensione internazionale a quella nazionale. Nelle parole del primo ministro, il genocidio è un trauma irrisolto che spinge gli armeni alla ricerca perpetua di una “patria perduta”. Da qui l’esortazione: “dobbiamo fermare quella ricerca, perché quella patria l’abbiamo trovata”, ed è “la Repubblica d’Armenia”.

Per Pashinyan, la via per consolidare l’integrità territoriale dell’Armenia reale passa per la pace con Baku e la normalizzazione con Ankara. In questo contesto, il genocidio armeno non solo non costituisce più una precondizione per i rapporti con la Turchia, ma non rappresenta nemmeno più una priorità da perseguire a livello internazionale: nel marzo 2025, davanti a una delegazione di giornalisti turchi, Pashinyan dichiarò che “il riconoscimento internazionale del genocidio armeno oggi non rientra tra le nostre priorità di politica estera”. L’obiettivo è chiaro: evitare che questioni legate all’“Armenia storica” compromettano il delicato processo di normalizzazione con la Turchia, che, a sua volta, come ripetuto a più riprese da Ankara, resta subordinata alla pace con l’Azerbaigian.

Se attività come il corridoio TRIPP promosse dall’amministrazione Trump sembra un passo in tale direzione, l’Azerbaigian, però, continua a subordinare la pace alla modifica del preambolo della Costituzione armena. Nonostante la maggioranza ottenuta alle elezioni dello scorso giugno, Pashinyan non dispone dei voti necessari aindire un referendum costituzionale e soddisfare così le pretese di Baku. Così, ogni prospettiva di pace – e con essa, di normalizzazione con Ankara – resta dunque incerta nel breve periodo. In conclusione, il futuro dell’Armenia si gioca su equilibri delicati: nel sottrarre il riconoscimento del genocidio alla sfera internazionale, Pashinyan cerca di scongiurare ogni possibile interferenza lungo la difficile strada verso la stabilizzazione regionale.

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L’Armenia dopo il Nagorno-Karabakh: la nuova geopolitica di un Paese tra Europa, Russia e Caucaso (Atuttomondo 06.08.26)

La riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023 ha segnato uno dei cambiamenti geopolitici più significativi nel Caucaso meridionale dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’offensiva di Baku ha posto fine a oltre trent’anni di amministrazione armena dell’enclave e ha provocato l’esodo di più di 100.000 armeni verso il territorio nazionale. Da allora, l’Armenia ha avviato una profonda revisione della propria politica estera, cercando nuovi partner e ridimensionando il tradizionale rapporto con la Russia.

Per decenni Erevan aveva considerato Mosca il principale garante della propria sicurezza. La presenza delle forze di pace russe nel Nagorno-Karabakh e l’appartenenza dell’Armenia all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) sembravano offrire sufficienti garanzie contro un’eventuale offensiva azera. Tuttavia, il rapido collasso dell’enclave nel 2023 e il mancato intervento russo hanno alimentato un diffuso sentimento di sfiducia nei confronti del Cremlino, spingendo il governo del primo ministro Nikol Pashinyan a riconsiderare il proprio posizionamento strategico.

Negli ultimi due anni, l’Armenia ha progressivamente rafforzato i rapporti con l’Unione europea e gli Stati Uniti. Bruxelles ha aumentato il sostegno economico e politico a Erevan, promuovendo investimenti nelle infrastrutture, nell’energia e nella connettività regionale. Come riportato da Reuters, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un pacchetto da 200 milioni di euro destinato a favorire i collegamenti tra i Paesi del Caucaso meridionale e a sostenere il processo di pace con l’Azerbaigian.

Questo riavvicinamento all’Occidente ha però aumentato le tensioni con Mosca. La Russia continua a rappresentare il principale partner commerciale dell’Armenia e il suo maggiore fornitore energetico, ma negli ultimi mesi ha imposto restrizioni all’importazione di diversi prodotti armeni, dalle bevande alla frutta, interpretate da molti osservatori come una forma di pressione economica. Come riportato da Reuters, il premier Pashinyan ha recentemente chiesto al presidente Vladimir Putin di intervenire per rimuovere tali limitazioni, confermando come, nonostante il progressivo avvicinamento all’Europa, Erevan resti ancora fortemente dipendente dalla Russia sotto il profilo economico.

Parallelamente prosegue il difficile dialogo con l’Azerbaigian. Sebbene i due Paesi abbiano raggiunto un’intesa preliminare mediata dagli Stati Uniti, restano aperte numerose questioni, dalla delimitazione definitiva dei confini alle modifiche costituzionali richieste da Baku. L’Azerbaigian sostiene che una pace definitiva potrà essere firmata soltanto dopo la revisione del preambolo della Costituzione armena, ritenuto ancora contenente riferimenti territoriali al Nagorno-Karabakh. Nonostante queste divergenze, entrambe le parti hanno intensificato i contatti diretti e avviato una graduale riapertura delle relazioni commerciali.

Anche gli equilibri regionali stanno cambiando. La Turchia, storico alleato dell’Azerbaigian, guarda con interesse alla normalizzazione dei rapporti con Erevan, che potrebbe favorire la riapertura delle frontiere chiuse dal 1993 e creare nuovi corridoi commerciali tra Europa e Asia. L’Iran, invece, osserva con maggiore cautela questi sviluppi, preoccupato che l’espansione dell’influenza turca e occidentale possa modificare gli equilibri lungo il proprio confine settentrionale.

Sul piano interno, la politica di Pashinyan continua a dividere il Paese. Le opposizioni lo accusano di aver gestito in modo inefficace il conflitto e di aver allontanato l’Armenia dal suo storico alleato russo senza ottenere adeguate garanzie di sicurezza. Il governo, al contrario, sostiene che la perdita del Nagorno-Karabakh abbia dimostrato la necessità di diversificare le alleanze e costruire una politica estera più equilibrata, capace di ridurre la dipendenza da un unico partner strategico. Reuters evidenzia come anche le recenti elezioni parlamentari siano state fortemente influenzate da questo dibattito tra orientamento europeo e tradizionale legame con Mosca.

A quasi tre anni dalla perdita del controllo armeno sul Nagorno-Karabakh, il Caucaso meridionale attraversa una fase di profonda trasformazione. Il futuro dell’Armenia dipenderà dalla capacità di consolidare la pace con l’Azerbaigian, mantenere relazioni pragmatiche con la Russia e rafforzare i legami con l’Unione europea senza trasformare il Paese in un nuovo terreno di competizione tra le principali potenze regionali. Proprio questa ricerca di un equilibrio tra sicurezza, sovranità e nuove alleanze rappresenta oggi la principale sfida geopolitica di Erevan.

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Armenia, il processo al Catholicos Karekin II segna uno spartiacque: la crisi tra Stato e Chiesa entra in tribunale (Korazym 05.08.26)

Alla vigilia dell’udienza del 7 agosto 2026 contro il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, si apre una pagina senza precedenti nella storia della Repubblica di Armenia. Sullo sfondo, lo scontro sempre più duro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, mentre riaffiorano interrogativi sullo stato della democrazia, della libertà religiosa e delle istituzioni del Paese.

L’udienza fissata per il 7 agosto 2026 presso il tribunale di Vagharshapat (Etchmiadzin) rappresenta uno dei momenti più delicati della storia recente dell’Armenia. Per la prima volta dalla nascita della Repubblica indipendente, il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, Sua Santità Karekin II, comparirà davanti a un tribunale penale insieme ad altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena.

Formalmente il procedimento riguarda la mancata esecuzione della decisione giudiziaria che disponeva il reintegro del Vescovo Gevorg Saroyan, destituito all’inizio dell’anno dalle autorità ecclesiastiche. Sul piano sostanziale, tuttavia, il processo appare come il punto culminante di un confronto politico e istituzionale che da mesi contrappone il Primo Ministro Nikol Pashinyan alla più antica istituzione nazionale armena.

Per questo Blog dell’Editore questa vicenda non costituisce un episodio isolato. Negli ultimi mesi abbiamo seguito con attenzione il progressivo deterioramento della situazione armena, fino alle crescenti tensioni interne che stanno investendo anche la Chiesa Apostolica Armena. Si tratta di tasselli di una crisi più ampia, nella quale il ricorso agli strumenti giudiziari nei confronti di figure simboliche della nazione solleva interrogativi che travalicano il singolo caso.

Secondo numerosi osservatori, infatti, il procedimento contro il Catholicos rischia di diventare il simbolo di un conflitto istituzionale senza precedenti, destinato ad avere ripercussioni non soltanto religiose ma anche costituzionali e internazionali.

Un conflitto che dura da anni

Lo scontro tra Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena non nasce oggi.

Dal 2018, anno della cosiddetta “Rivoluzione di velluto”, il rapporto tra il governo e il Catholicos si è progressivamente deteriorato, fino a trasformarsi in un confronto aperto.

Negli ultimi mesi il Primo Ministro ha intensificato gli attacchi pubblici contro Sua Santità Karekin II, arrivando a chiederne apertamente le dimissioni e sostenendo la necessità di una profonda “riforma” della Chiesa. In questa prospettiva è stato perfino promosso un “comitato di cittadini” con l’obiettivo dichiarato di individuare una nuova guida per il Catholicosato.

Una scelta che molti canonisti e costituzionalisti giudicano incompatibile con il principio della separazione tra Stato e Chiesa sancito dalla Costituzione armena.

Il caso Saroyan

L’origine immediata del procedimento giudiziario risale alla destituzione del Vescovo Gevorg Saroyan, Primate della diocesi di Masyatsotn.

La Chiesa aveva motivato la decisione richiamando presunti abusi d’ufficio, gravi irregolarità amministrative e pressioni esercitate sul clero della diocesi.

Saroyan ha respinto ogni accusa e si è rivolto ai tribunali civili, ottenendo un provvedimento favorevole che disponeva il suo reintegro.

La gerarchia ecclesiastica, tuttavia, ha sostenuto che la questione rientrasse esclusivamente nella propria giurisdizione canonica, rifiutando di eseguire la decisione.

Da qui l’incriminazione del Catholicos e di altri cinque vescovi – gli Arcivescovi Nathan Hovhannisyan e Haykazun Najaryan, i Vescovi Vahan Hovhannesyan, Edgar Hakobyan e Artur Hakobyan – accusati di avere ostacolato l’esecuzione di una decisione giudiziaria mediante abuso delle rispettive funzioni. Contestualmente è stato disposto anche il divieto di espatrio.

La denuncia di un progressivo ridimensionamento della Chiesa

I sostenitori del Catholicos leggono il processo come l’ultimo tassello di una politica di progressiva marginalizzazione della Chiesa Apostolica Armena. Tra i provvedimenti frequentemente richiamati figurano:

la revoca dei passaporti diplomatici al clero;

l’eliminazione dell’insegnamento della storia della Chiesa armena dalle scuole pubbliche;

la soppressione del servizio dei cappellani negli istituti penitenziari e nelle Forze Armate;

nuove imposizioni fiscali sulle offerte dei fedeli;

le operazioni di polizia all’interno del complesso della Santa Sede di Etchmiadzin;

gli arresti di ecclesiastici accusati di reati che la Chiesa considera politicamente motivati.

Tra gli episodi più contestati figura inoltre il mancato permesso concesso al Catholicos di pronunciare la tradizionale preghiera durante la seduta inaugurale del Parlamento del 2 agosto 2026, circostanza interpretata da molti come un ulteriore segnale della crescente contrapposizione istituzionale (Il nuovo Parlamento armeno aperto senza il Catholicos: una frattura senza precedenti tra Stato e Chiesa Apostolica Armena – 2 agosto 2026).

Una questione che supera il diritto

Per numerosi osservatori la vicenda non riguarda soltanto un conflitto tra governo e gerarchia ecclesiastica.

L’Armenia è universalmente conosciuta come il primo Stato ad aver adottato ufficialmente il Cristianesimo quale religione di Stato, all’inizio del IV secolo. La Chiesa Apostolica Armena non rappresenta soltanto una confessione religiosa, ma uno degli elementi fondamentali dell’identità storica e nazionale del popolo armeno.

Proprio per questo motivo il possibile processo e l’eventuale carcerazione del Catholicos assumono una portata simbolica che va ben oltre la vicenda giudiziaria.

Lo stesso Karekin II ha dichiarato che non intende dimettersi, affermando che continuerà a esercitare il proprio ministero anche qualora fosse incarcerato.

Un banco di prova per lo Stato di diritto

L’udienza del 7 agosto sarà osservata con attenzione non soltanto dagli Armeni della madrepatria e della diaspora, ma anche dalle organizzazioni internazionali impegnate nella tutela dei diritti fondamentali.

Molti giuristi ritengono che il procedimento finirà inevitabilmente per essere oggetto di valutazione anche nelle sedi europee competenti, qualora dovessero emergere violazioni della libertà religiosa, dell’autonomia delle confessioni o del principio di separazione tra Stato e Chiesa.

Qualunque sia l’esito processuale, il caso Karekin II è destinato a diventare uno dei capitoli più significativi della recente storia costituzionale armena. Per un Paese già profondamente segnato dalle conseguenze della guerra del Nagorno-Karabakh, dall’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh e dalle numerose vicende giudiziarie che hanno coinvolto esponenti politici, militari e religiosi, il processo al Catholicos rappresenta oggi un nuovo banco di prova per la tenuta delle istituzioni democratiche e dello Stato di diritto in Armenia.

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Volontariato ESC in Armenia: attivismo e creatività (PortaledeiGiovani 04.08.26)

Volontariato ESC in Armenia: attivismo e creatività

L’organizzazione Armenian Progressive Youth (APY) ti invita a unirti a un team internazionale di volontari a Charentsavan, in Armenia, per un’esperienza intensiva di un mese dedicata alla crescita personale e all’impegno sociale.

Attività e missione presso l’Alternative Youth Center 

Il cuore del progetto è l’Alternative Youth Center, uno spazio vibrante dedicato allo sviluppo della comunità e allo scambio interculturale. In qualità di volontari*, supporterai attivamente il centro attraverso diverse mansioni, come:

  • cura degli spazi verdi e del giardino;
  • attività di tutela ambientale;
  • organizzazione di workshop, dibattiti ed eventi comunitari;
  • creazione di contenuti per i media e i social media, per dare visibilità alle iniziative locali.
Profilo del partecipante e requisiti 

L’opportunità è rivolta a giovani di età compresa tra i 18 e i 30 anni.
Non sono richieste competenze tecniche o linguistiche specifiche, ma è fondamentale avere spirito d’iniziativa voglia di confrontarsi con una cultura ricca di storia e ospitalità.
Oltre alle ore di servizio, avrai l’opportunità di esplorare i paesaggi e i monasteri che rendono l’Armenia una meta unica al mondo.

Logistica e benefici del programma ESC 

Il progetto si svolgerà dal 22 ottobre al 19 novembre 2026.
Come previsto dagli standard del Corpo Europeo di Solidarietà, la partecipazione è interamente finanziata: i costi di viaggio, alloggio, assicurazione e trasporti locali sono coperti. Riceverai inoltre un’indennità per il vitto e un pocket money giornaliero per le tue spese personali.

Scadenze e candidatura 

Se vuoi vivere un autunno diverso tra le montagne dell’Armenia, non aspettare: il termine ultimo per presentare la tua domanda è il 6 settembre 2026 (ma le candidature potrebbero chiudere prima!).
Candidati compilando il modulo online, ma non dimenticare di registrarti sul Portale ufficiale del Corpo europeo di solidarietà!

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Hama­syan riscrive la geo­gra­fia sonora del jazz (Corriere della Sera 04.08.26)

Laprogrammazione di CUBO Live volge quasi al termine e stasera propone un concerto di Tigran Hamasyan (Giardini di Porta Europa, ore 21.30, ingresso gratuito). Il musicista armeno è un artista che costruisce geografie, dove l’Armenia non coincide con un territorio, ma con una memoria sonora fatta di montagne, monasteri, canti liturgici e racconti popolari. Ascoltare i suoi dischi significa attraversare un paesaggio dove il tempo sembra sospeso e la tradizione smette di essere un archivio per trasformarsi in una forza creativa. Hamasyan non reinterpreta il passato, perché ha deciso che il passato può parlare con il presente. Le melodie popolari, la musica sacra, le antiche modalità armene non vengono trattate come pezzi da museo, ma come materia ancora viva, pronta a dialogare con il jazz, la musica colta europea, l’elettronica e perfino con le complesse ritmiche del progressive metal. In un’intervista rilasciata al «The Guardian» spiegava la natura del suo percorso: «Si può chiamare jazz perché improvviso, ma il linguaggio che cerco quando improvviso non è quello del bebop: è quello della musica popolare armena». Una dichiarazione che può mettere in crisi chi lo reputa un musicista jazz fino al midollo ma aiuta a liberare la sua musica da uno steccato ben definito. Hamasyan appartiene al jazz, ma anche ad un linguaggio che abbraccia secoli di storia ed è terribilmente proiettato verso il futuro. Il musicista vive a tutto tondo le sette note: «Quando incontro un linguaggio musicale, sento il bisogno di immergermi completamente in esso». È probabilmente questa disponibilità all’ascolto che rende le sue composizioni difficili da classificare. Nato a Gyumri nel 1987, il pianista si è imposto giovanissimo all’attenzione internazionale grazie alle vittorie al Montreux Jazz Piano Competition e al Thelonious Monk International Jazz Piano Competition. Importantissime anche le sue uscite discografiche. Da «A fable» a «Mockroot», da «An ancient observer» fino a «Manifeste» (l’ultimo album), ogni lavoro amplia un universo compositivo in cui il pianoforte dialoga con la voce, la tradizione orale e il ritmo. Non sono semplici raccolte di brani, ma opere studiate come percorsi narrativi, attraversati da un’idea coerente della musica.

In concerto Hamasyan al pianoforte, elettronica e voce, è accompagnato da Yessaï Karapetian (tastiere, elettronica), Marc Karapetian (basso elettrico, voce) e Arman Mnatsakanyan (batteria). Live in collaborazione con Fondazione Musica Insieme


Il pianoforte Tigran Hamasyan. Tra classica, jazz e suoni etnici (Il Resto del carlino)

Terra Santa: Gerusalemme, ancora pietre e sputi contro il patriarcato armeno. Abunassar “matrice razzista (SIR 04.08.26)

Nuovo episodio di violenza contro la comunità cristiana nella Città Vecchia di Gerusalemme. Il monastero di San Giacomo, sede del Patriarcato armeno, è stato preso di mira da un gruppo di estremisti ebrei che ha sputato all’ingresso della struttura e lanciato pietre contro il complesso monastico (video). Secondo quanto riporta il sito giordano Abouna.org, la polizia israeliana ha arrestato sei sospetti, tra cui cinque minorenni e un adulto, dopo aver raccolto segnalazioni da cittadini e testimoni oculari presenti nella zona. Tre dei fermati sono stati deferiti all’autorità giudiziaria per valutare la proroga della custodia cautelare, mentre gli altri tre sono stati rilasciati con misure restrittive. Le forze dell’ordine hanno affermato di considerare con la “massima serietà” qualsiasi episodio di violenza o razzismo e hanno assicurato che proseguiranno le indagini per individuare e perseguire i responsabili. L’episodio si inserisce in un contesto di crescente preoccupazione per l’aumento delle aggressioni contro i cristiani e i loro luoghi di culto a Gerusalemme, in particolare nella Città Vecchia. Citando un rapporto del Religious Freedom Data Center, Abouna.org evidenzia che tra aprile e giugno 2026 sono stati registrati 83 attacchi contro cristiani, quasi il doppio rispetto al trimestre precedente. Tra gli episodi documentati figurano sputi, aggressioni fisiche, minacce, insulti, atti vandalici e lanci di pietre contro chiese e monasteri. Il rapporto sottolinea inoltre che molti degli autori delle aggressioni sarebbero minorenni e, in alcuni casi, incoraggiati dai propri familiari. Un dato che trova riscontro anche nell’ultimo episodio, dove cinque dei sei arrestati non hanno ancora raggiunto la maggiore età. Da tempo le Chiese di Terra Santa denunciano una recrudescenza di questi atti ostili, sostenendo che non si tratta più di casi sporadici ma di un fenomeno che rischia di compromettere la serenità e la presenza della comunità cristiana nella Città Santa. Diversi sacerdoti e religiosi, riportano media internazionali citati da Abouna.org, riferiscono che sputi, insulti e molestie sono ormai esperienze frequenti quando indossano l’abito religioso o mostrano simboli cristiani nello spazio pubblico. L’attacco al monastero di San Giacomo giunge alcuni mesi dopo l’aggressione a una religiosa francese sul Monte Sion, spinta a terra e colpita con calci da un estremista. Un episodio che aveva suscitato dure condanne e rinnovato gli appelli delle Chiese per una tutela più efficace dei luoghi santi, della libertà religiosa e della dignità di tutti i credenti. Wadie Abunassar, Coordinatore del Forum dei cristiani di Terra Santa, attraverso i social media, davanti alla notizia degli arresti degli autori del gesto, ha ribadito che “occorre lavorare con determinazione per eliminare l’odio”. Citando anche l’aggressione di un autista arabo, fermo con il suo veicolo a un semaforo, da parte di giovani ebrei, Abunassar ha rimarcato che “sono episodi di matrice razzista. Per questo non basta arrestare gli aggressori: è necessario indagare seriamente sui contesti nei quali maturano e si alimentano sentimenti di odio e intolleranza. Occorre inoltre applicare sanzioni severe, non solo per impedire ai responsabili di reiterare simili comportamenti, ma anche per scoraggiare altri dal compiere atti analoghi. Tutto ciò è tanto più urgente in un momento in cui sembra che molti esponenti dell’estremismo di destra siano convinti di poter agire al di sopra della legge”.

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Sputi e pietre contro una chiesa armena a Gerusalemme (InfoVaticana)

Il nuovo Parlamento armeno aperto senza il Catholicos: una frattura senza precedenti tra Stato e Chiesa Apostolica Armena (Korazym 02.08.26)

Per la prima volta dalla riconquistata indipendenza dell’Armenia, la nuova Assemblea Nazionale si è riunita senza la presenza del Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Sua Santità Karekin II non è stato invitato alla seduta inaugurale della IX legislatura, celebrata oggi a Erevan, interrompendo una tradizione che, dalla nascita della Repubblica post-sovietica, aveva sempre visto il capo della Chiesa Apostolica Armena rivolgere un messaggio di benvenuto e impartire la benedizione ai nuovi parlamentari prima del loro giuramento.

L’assenza del Catholicos non costituisce soltanto un fatto protocollare. Essa rappresenta il segnale più evidente della profonda crisi istituzionale che da mesi oppone il Governo guidato dal Primo Ministro Nikol Pashinyan alla più antica istituzione religiosa del Paese, in quella che continua ad apparire come una delle più delicate vicende politiche e costituzionali della storia recente dell’Armenia.

Questo Blog dell’Editore ha seguito costantemente questa evoluzione, documentando il progressivo deterioramento dei rapporti tra l’esecutivo e la Santa Sede di Etchmiadzin, le richieste pubbliche di dimissioni rivolte dal Primo Ministro Nikol Pashinyan al Catholicos Karekin II, i procedimenti giudiziari avviati contro autorevoli esponenti della Chiesa Apostolica Armena e le crescenti preoccupazioni suscitate, anche a livello internazionale, circa il rispetto dell’autonomia della Chiesa nella prima nazione Cristiana della storia [*].

Una tradizione interrotta

La Santa Sede di Etchmiadzin ha confermato di non avere ricevuto alcun invito ufficiale per la cerimonia inaugurale del nuovo Parlamento. L’esclusione appare tanto più significativa se si considera che la legislazione armena riconosce formalmente al Catholicos il diritto di rivolgere un discorso di benvenuto all’apertura della prima sessione parlamentare, insieme al Presidente della Repubblica.

La consuetudine era stata rispettata anche nei momenti di maggiore tensione politica, compresi gli anni successivi alla guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, quando la Chiesa aveva apertamente chiesto le dimissioni del Primo Ministro. Anche dopo le elezioni anticipate del 2021 il Catholicos aveva guidato la tradizionale preghiera inaugurale.

L’Assemblea Nazionale non ha fornito spiegazioni ufficiali circa la mancata convocazione del capo della Chiesa Apostolica Armena. Alcuni esponenti della maggioranza del partito Contratto Civile hanno sostenuto che la sua partecipazione costituirebbe una facoltà e non un obbligo giuridico, interpretazione contestata dall’opposizione.

 

La protesta dell’opposizione

L’assenza del Catholicos ha immediatamente provocato una dura reazione delle forze di opposizione.

I deputati dell’opposizione di Alleanza Armena e di Alleanza Armenia Forte hanno denunciato quella che definiscono una violazione del regolamento parlamentare, rifiutandosi di partecipare normalmente alla cerimonia del giuramento. Rimasti seduti durante la lettura della formula, hanno evitato di pronunciarla pubblicamente, limitandosi successivamente a sottoscriverne il testo.

La protesta si è aggiunta alle polemiche già emerse all’inizio della seduta, quando i parlamentari di Armenia Forte avevano scelto di non alzarsi in piedi durante il giuramento istituzionale e di non applaudire il Presidente della Repubblica, Vahagn Khachatryan.

Nel corso della discussione parlamentare è stato inoltre richiamato il caso del deputato Artur Sargsyan, assente perché ancora agli arresti domiciliari. L’opposizione ha definito anche questa vicenda una conseguenza di una crescente politicizzazione della giustizia.

Intervenendo durante la sessione, il deputato Gegham Manukyan, di Alleanza Armenia, ha descritto il caso contro Sargsyan come politicamente motivato, sostenendo che il tribunale gli aveva impedito di partecipare nonostante una sentenza della Corte Costituzionale.

Rivolgendosi al Presidente della sessione, Knyaz Hasanov, Manukyan ha affermato che Hasanov, in quanto rappresentante della comunità curda armena, dovrebbe comprendere le implicazioni della reclusione politica. Ha inoltre fatto riferimento alla reclusione di figure politiche curde in Turchia, criticando la decisione del tribunale riguardo a Sargsyan. Knyaz Hasanov ha osservato che nessuno potrebbe impedire al Catholicos di partecipare all’Assemblea Nazionale se decidesse di farlo.

Le dimissioni costituzionali del Governo

La prima seduta della nuova Assemblea Nazionale ha coinciso, come previsto dall’articolo 158 della Costituzione armena, con le dimissioni formali del Governo.

Lo stesso Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato, attraverso un videomessaggio, la presentazione delle dimissioni dell’esecutivo, precisando che il Governo continuerà ad esercitare le proprie funzioni fino alla formazione del nuovo Gabinetto. La rielezione di Pashinyan appare comunque scontata, grazie alla maggioranza parlamentare di cui dispone il partito Contratto Civile.

Uno scontro che continua ad aggravarsi

L’episodio odierno costituisce soltanto l’ultimo passaggio di un confronto che negli ultimi mesi ha assunto caratteristiche sempre più radicali.

Pashinyan ha più volte chiesto pubblicamente le dimissioni del Catholicos Karekin II, sostenendo che non possa più continuare ad esercitare il proprio ministero. Il partito di governo ha inserito nel proprio programma politico l’obiettivo di promuoverne la sostituzione entro il 2031. Parallelamente, le autorità giudiziarie hanno aperto procedimenti penali nei confronti del Catholicos e di numerosi alti prelati vicini alla Santa Sede di Etchmiadzin, mentre la Chiesa denuncia continue interferenze dello Stato nella propria autonomia.

Le autorità hanno inoltre contestato a Karekin II presunte violazioni del voto di celibato, mentre suo fratello, l’Arcivescovo Yezras Nersissian, guida della diocesi armena in Russia, è stato accusato di collegamenti con servizi d’intelligence stranieri. Il Governo insiste sulla necessità di una profonda riforma della Chiesa e di una revisione delle modalità di elezione del Catholicos.

Una questione che supera la politica

La mancata partecipazione del Catholicos all’apertura della nuova Assemblea Nazionale assume un significato che va ben oltre il cerimoniale istituzionale.

Per un Paese che rivendica di essere la prima nazione Cristiana della storia, l’interruzione di una tradizione consolidata rappresenta un passaggio altamente simbolico. Lo scontro tra il Governo e la Chiesa Apostolica Armena non riguarda più soltanto il confronto politico tra maggioranza e opposizione, ma investe direttamente il rapporto tra le istituzioni dello Stato, l’identità religiosa della nazione e il ruolo storico della Santa Sede di Etchmiadzin nella vita del popolo armeno.

L’evoluzione di questa crisi continua pertanto a rappresentare uno dei dossier più delicati dell’attuale scenario caucasico, sul quale il Blog dell’Editore continuerà a seguire con attenzione gli sviluppi.

[*] Dichiarazione dell’Istituto Lemkin sulla repressione della Chiesa Apostolica Armena – 31 dicembre 2025

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Armenia, Nikol Pashinyan confermato primo ministro: via libera al nuovo esecutivo (Agenparl 02.08.26)

Il quadro istituzionale di Yerevan si è ufficialmente sbloccato. Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha firmato il decreto di rinomina per Nikol Pashinyan, che torna così alla guida del paese per un nuovo mandato. Un passaggio ampiamente previsto dopo l’esito delle urne, che restituisce adesso la pienezza formale dei poteri all’ esecutivo.

Quotidiani

I passaggi istituzionali e i numeri del parlamento

La procedura rispetta in pieno l’iter previsto dalla legge:

  • Le dimissioni tecniche: Con la prima seduta della nuova Assemblea Nazionale, l’esecutivo uscente ha presentato le dimissioni di rito, continuando a occuparsi degli affari correnti fino al completamento della squadra di  governo.
  • La maggioranza alla Camera: Il partito di Pashinyan, Contratto Civile, si è assicurato 64 seggi su 105 nel parlamento. Una solida maggioranza che ha permesso di indicare direttamente il leader come candidato premier senza la necessità di coalizioni complesse.

Cosa c’è in gioco per il nuovo governo

La riconferma arriva in una fase di profonda ridefinizione geopolitica per l’Armenia:

  • I rapporti con l’estero: Pashinyan prosegue nella strategia di smarcamento dalla tradizionale orbita russa, aprendo a forti sinergie e dialoghi con l’Unione Europea.
  • Il percorso di pace: Sul fronte regionale, il governo deve blindare i fragili equilibri nel Caucaso, puntando a chiudere definitivamente i conti con gli strascichi dei conflitti passati attraverso accordi stabili con i paesi confinanti.

La riconferma arriva in una fase di profonda ridefinizione geopolitica per l’Armenia, in cui il premier è chiamato a proseguire la delicata strategia di smarcamento dalla tradizionale orbita russa per blindare i fragili equilibri regionali attraverso accordi stabili con i paesi vicini.

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Ritrovano un murale di 2600 anni con i colori intatti in un’antica fortezza che sfida il passare del tempo (Storicang 01.08.26)

na missione archeologica franco-armena ha ritrovato un frammento straordinario di un antico murale con colori eccezionalmente ben conservati nel sito archeologico di Erebuni, secondo quanto annunciato dall’Ambasciata di Francia in Armenia.

Lì, sulle colline che dominano l’attuale Ereván, la capitale dell’Armenia, nelle profondità della mitica fortezza di Erebuni, gli archeologi hanno portato alla luce un ritrovamento senza precedenti: un frammento di murale policromo risalente a più di 2600 anni fa, che conserva ancora i suoi colori vividi.

Un viaggio nel tempo alla fortezza di Erebuni

Viaggiamo fino all’VIII secolo a.C. Nell’anno 782 a.C. (quasi tre decenni prima della mitica fondazione di Roma), il re urarteo Argishti I ordinò la costruzione della fortezza di Erebuni. Questo imponente bastione militare e amministrativo è, di fatto, il seme da cui sarebbe germogliata la moderna Ereván.

Il frammento di murale appena scoperto è stato datato tra la seconda metà del VII secolo a.C. e l’inizio del VI secolo a.C. Si tratta di un’epoca turbolenta, il crepuscolo del regno di Urartu (conosciuto anche come regno di Van) e l’alba della dinastia degli Orontidi. Ciò che colpisce maggiormente gli esperti è la stratificazione dei suoi pigmenti. Dopo essere rimasto per due millenni e mezzo sotto terra, l’affresco conserva una tale vivacità nei colori da permettere agli studiosi di analizzare direttamente le tecniche, i materiali e la sofisticata cultura visiva dell’epoca. Non a caso, Erebuni è uno dei monumenti archeologici più importanti dell’Armenia.

L’enigma dei colori

Per molto tempo, la storiografia occidentale ha trattato “Urartu” e “Armenia” come entità separate. Oggi la scienza e l’archeologia ci raccontano una realtà diversa. Testi antichi, come la famosa iscrizione trilingue di Behistun (circa 520 a.C.) del re persiano Dario I, utilizzano i termini Urashtu (Urartu) e Armina (Armenia) come sinonimi per indicare la stessa terra e lo stesso popolo. La stessa civiltà.

A ciò si aggiungono recenti studi genetici che dimostrano come la popolazione armena sia rimasta geneticamente isolata e in continuità nel proprio territorio per quasi ottomila anni; in altre parole, non vi fu un popolo invasore che sostituì gli urartei: furono loro stessi a evolversi. Pertanto, questo murale dai colori vivaci non appartiene a una civiltà estinta ed estranea, ma rappresenta una testimonianza diretta dell’arte reale armena nella sua fase più antica. È l’anello mancante che collega il passato dell’Età del bronzo con il presente.

Armenia: la culla della civiltà che affascina l’Unesco

Il ritrovamento di Erebuni non è un evento isolato. L’Armenia sta vivendo una vera e propria età dell’oro archeologica, tanto che molti esperti definiscono l’intero Paese come un immenso museo a cielo aperto. E, come in questo caso, a volte l’arte è capace di sconfiggere il tempo.

Quasi in contemporanea al ritrovamento dell’affresco, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ha aggiunto alla sua Lista Indicativa del Patrimonio Mondiale la grotta di Areni-1, situata nella gola del fiume Arpa. Ciò che rende questa caverna così speciale è che custodisce la più antica cantina vinicola del mondo, risalente a seimila anni fa (datata al 4000 a.C.), e la scarpa in cuoio meglio conservata della preistoria (3600 a.C.), più antica del celebre calzare dell’uomo dei ghiacci Ötzi.

L’inserimento di Areni-1, promosso dal Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport dell’Armenia dopo la recente elezione del Paese a membro del Comitato del Patrimonio Mondiale, sottolinea l’importanza del Caucaso meridionale come uno dei grandi laboratori dell’umanità. Questa regione, infatti, fu pioniera di innovazioni che hanno contribuito a plasmare il mondo moderno.

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Scoperto un murale di 2600 anni in Armenia con colori intatti: racconta la storia del regno di Urartu

 

Armenia. Erevan stretta tra Bruxelles e Mosca mentre cresce la pressione russa (Notizie Geolpolitiche 30.07.26)

L’Armenia si trova al centro di una crescente competizione geopolitica dopo che il Servizio di intelligence estero russo ha accusato l’Unione Europea di spingere il governo di Nikol Pashinyan a ridurre l’influenza economica e politica di Mosca nel Paese. Secondo l’intelligence russa, Bruxelles avrebbe promesso liberalizzazione dei visti e una maggiore integrazione economica in cambio di un progressivo allontanamento dall’Unione economica eurasiatica e dal tradizionale legame con la Russia. Si tratta di affermazioni non supportate da prove pubbliche e che riflettono la posizione ufficiale di Mosca.
L’Armenia continua tuttavia a dipendere in larga misura dall’economia russa, dalle rimesse dei lavoratori emigrati, dalle esportazioni agricole, dall’energia e dalle reti commerciali costruite negli ultimi decenni. Un distacco rapido da questo sistema comporterebbe costi economici significativi, mentre i benefici di un maggiore avvicinamento all’Unione Europea richiederebbero tempi più lunghi.
Mosca dispone inoltre di efficaci strumenti di pressione economica. Le recenti restrizioni alle importazioni di prodotti agricoli armeni hanno colpito produttori e agricoltori, evidenziando quanto l’accesso al mercato russo resti essenziale per l’economia di Erevan. Al contrario, l’Unione Europea non appare ancora in grado di assorbire rapidamente le esportazioni armene, che dovrebbero affrontare nuovi standard, maggiori costi logistici e una concorrenza più intensa.
L’allontanamento dall’orbita russa è stato accelerato anche dalla crisi del Nagorno Karabakh. La riconquista del territorio da parte dell’Azerbaigian e il successivo esodo della popolazione armena hanno alimentato la convinzione che Mosca non sia stata in grado di garantire la sicurezza del proprio alleato. Da allora Erevan ha intensificato la cooperazione con Francia, India e altri partner occidentali, pur senza ottenere garanzie di sicurezza paragonabili a quelle assicurate in passato dalla presenza militare russa.
Il valore strategico dell’Armenia va oltre le dimensioni del Paese. Il Caucaso meridionale rappresenta un nodo fondamentale per i collegamenti tra Europa e Asia e coinvolge gli interessi di Russia, Unione Europea, Stati Uniti, Turchia, Iran e Cina. Per Bruxelles un’Armenia più autonoma rafforzerebbe i corridoi commerciali alternativi alla Russia, mentre per Mosca la perdita di Erevan segnerebbe un ulteriore arretramento della propria influenza nello spazio post sovietico.
Il governo di Pashinyan cerca di perseguire una maggiore autonomia strategica, ma deve evitare che il progressivo avvicinamento all’Europa provochi una crisi economica e un indebolimento della sicurezza nazionale. La scelta tra Bruxelles e Mosca non riguarda soltanto l’orientamento politico del Paese, ma anche la capacità di garantire mercati di sbocco, stabilità economica e protezione militare in una delle regioni più contese dello spazio eurasiatico.

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