Prima della propaganda politica vennero i libri. Prima che Ilham Aliyev dichiarasse che «l’attuale Armenia è la nostra terra» e che la cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian occidentale trasformasse il «ritorno» degli Azerbaigiani in un progetto organizzato, quella stessa pretesa era stata preparata attraverso pubblicazioni storiche, carte geografiche, repertori di toponimi e cataloghi di monumenti.
Un post pubblicato ieri da Օրակարգ լրատվական (OraKarg Media), firmato da Anahit Yesayan, richiama l’attenzione su uno dei documenti più significativi di questa costruzione: il volume in lingua russa Историческая география Западного Азербайджана (Geografia storica dell’Azerbaigian occidentale), pubblicato a Baku nel 1998.
Il titolo richiama immediatamente quello di un’opera fondamentale dello storico e geografo armeno Tadevos Kh. Hakobyan: Հայաստանի պատմական աշխարհագրություն (Geografia storica dell’Armenia), la cui quarta edizione fu pubblicata dall’Università statale di Erevan nel 1984.
Secondo Yesayan, non si tratterebbe soltanto di una somiglianza editoriale o tematica. Il volume azero avrebbe ripreso l’impostazione del lavoro di Hakobyan per rovesciarne il significato, trasformando l’attuale Repubblica di Armenia – con Erevan e le sue regioni – in un territorio presentato come storicamente azero. Anahit Yesayan parla apertamente di un’appropriazione intenzionale dell’opera del professore armeno.
Un’accusa così precisa richiederebbe, per essere considerata definitivamente dimostrata, un confronto sistematico fra i testi, le carte e l’apparato documentario dei due volumi. Ma l’esistenza del libro azero, la sua datazione, i suoi autori e soprattutto il contesto politico nel quale fu pubblicato sono pienamente verificabili. E raccontano una storia che va ben oltre una disputa accademica.
Un volume pubblicato in applicazione di un decreto presidenziale
La scheda della Biblioteca presidenziale dell’Azerbaigian identifica il volume come opera compilata da Sabir Asadov, sotto la direzione scientifica dell’accademico Budaq Budaqov, pubblicata nel 1998 dalle Edizioni Azerbaijan per complessive 560 pagine.
Il dato più rilevante compare però nel frontespizio dell’edizione digitalizzata: il libro dichiara di essere stato pubblicato in applicazione del decreto del Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian Heydar Aliyev del 26 marzo 1998 «sul genocidio degli Azerbaigiani».
Non ci troviamo, dunque, semplicemente davanti al contributo isolato di uno studioso. Il volume si colloca esplicitamente all’interno di un’iniziativa promossa dal vertice dello Stato azero.
L’indice è altrettanto indicativo. Dopo una prima parte dedicata alla ricostruzione della presenza azera nel Khanato di Erevan e in Armenia, il libro suddivide il territorio dell’attuale Repubblica armena in distretti presentati nella cornice dell’«Azerbaigian occidentale». Compaiono il Syunik, con Goris, Kapan, Meghri e Sisian; l’area di Erevan, con Artashat, Hrazdan, Ararat, Masis, Kotayk e Abovyan; il Lori, il territorio di Gyumri, Echmiadzin, Aparan, Ashtarak e numerose altre località armene.
La Repubblica di Armenia non viene trattata come uno Stato confinante con una propria storia, ma come uno spazio geografico da reinterpretare attraverso una toponomastica e una memoria nazionale azere.
Questo non significa che il volume del 1998 coincida in ogni sua parte con la piattaforma politica oggi promossa da Baku. Dimostra, tuttavia, che l’espressione «Azerbaigian occidentale», applicata al territorio dell’Armenia, non è nata improvvisamente nel 2022 e non rappresenta una semplice reazione contingente alle trattative di pace. Era già stata inserita in una produzione editoriale sostenuta dallo Stato durante la presidenza di Heydar Aliyev.
Dai libri alla politica di Stato
Il passaggio successivo è avvenuto sotto la presidenza del figlio, Ilham Aliyev.
La Azərbaycan Qaçqınlar Cəmiyyəti (Società dei Rifugiati dell’Azerbaigian), costituita nel 1989, ha assunto il 3 agosto 2022 il nome di Qərbi Azərbaycan İcması (Comunità dell’Azerbaigian occidentale), dotandosi di un nuovo statuto e di una struttura articolata in consigli, commissioni, rappresentanze territoriali e sedi all’estero.
Il 24 dicembre dello stesso anno Ilham Aliyev ne ha visitato la sede amministrativa a Baku. In quell’occasione ha affermato che «l’attuale Armenia è la nostra terra» e ha indicato come obiettivo futuro il ritorno in quello che ha definito il territorio storico dell’«Azerbaigian occidentale».
Baku presenta formalmente tale progetto come una rivendicazione pacifica del diritto al ritorno degli Azerbaigiani che lasciarono l’Armenia sovietica soprattutto tra il 1987 e il 1991. La Comunità domanda accordi internazionali, garanzie di sicurezza, programmi di reinserimento e forme di monitoraggio internazionale.
Il diritto dei profughi e degli sfollati non può essere negato né applicato selettivamente. Proprio per questo colpisce il contrasto con il rifiuto azero di riconoscere agli oltre centomila Armeni espulsi dall’Artsakh nel settembre 2023 un analogo diritto a un ritorno sicuro, collettivo e garantito internazionalmente nelle loro case.
Ma il problema più profondo è un altro. Il progetto non si limita a chiedere il riconoscimento dei diritti individuali degli Azerbaigiani un tempo residenti in Armenia. Utilizza una denominazione geografica che sostituisce simbolicamente lo Stato armeno e presenta la quasi totalità del suo territorio come parte di un’altra patria storica.
L’appropriazione del patrimonio armeno
Yesayan colloca il volume del 1998 all’interno di una produzione molto più ampia, sviluppata per decenni attraverso libri, atlanti, siti, articoli e pubblicazioni in varie lingue.
In questa narrazione, monumenti situati nel territorio internazionalmente riconosciuto dell’Armenia vengono presentati come parte del patrimonio turco-azero: dal sito preistorico di Karahunj alla fortezza urartea di Erebuni, dalle incisioni rupestri dell’Ughtasar ai monasteri di Tatev, Sanahin, Haghpat, Sevanavank, Khor Virap e Goshavank, fino alla Cattedrale della Santa Sede di Etchmiadzin.
Lo stesso portale ufficiale Virtual Western Azerbaijan, sostenuto da organismi legati alla Fondazione Heydar Aliyev (presieduta da Mehriban Aliyeva, moglie del Presidente Ilham Aliyev e Primo Vicepresidente dell’Azerbaigian), presenta oggi numerose pubblicazioni dedicate alla storia, alla cultura, ai toponimi e ai monumenti del presunto «Azerbaigian occidentale». Tra queste figura ancora il volume del 1998 di Sabir Asadov.
Il portale ricorda inoltre che Aziz Alekberli, Presidente del Comitato esecutivo della Comunità e deputato all’Assemblea Nazionale azera, è autore di centinaia di articoli e di decine di libri, tra cui un’opera enciclopedica in dieci volumi sull’«Azerbaigian occidentale» e un repertorio dei suoi monumenti, pubblicato in azero, inglese, russo, tedesco e francese.
Che la produzione scientifica ed editoriale sia considerata uno strumento della politica di Stato è stato dichiarato dallo stesso Ilham Aliyev. Il 3 novembre 2025, intervenendo alle celebrazioni per l’80° anniversario dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, il Presidente invitò gli studiosi a moltiplicare ricerche, pubblicazioni, mostre, presentazioni e carte storiche sull’argomento. Dovevano essere preparati, precisò, anche piccoli opuscoli, affinché i giovani Azerbaigiani e la comunità internazionale conoscessero quella versione della storia e il ritorno nell’attuale Armenia potesse apparire «completamente logico e giusto». Il passaggio, riportato integralmente dal sito ufficiale della Presidenza azera, esplicita con particolare chiarezza la funzione assegnata alla produzione accademica e divulgativa: non soltanto studiare il passato, ma costruire le condizioni culturali perché una futura rivendicazione venga percepita come naturale e legittima.
In un’analisi pubblicata il 4 settembre 2026 da EVN Report, la studiosa dell’Azerbaigian ed ex deputata armena Tatevik Hayrapetyan documenta anche la successiva intensificazione della campagna. Secondo il suo monitoraggio, gli articoli in lingua azera pubblicati dall’agenzia statale Azertag con riferimenti all’«Azerbaigian occidentale» applicato all’Armenia sono passati dai 29 del maggio 2026 agli 80 del mese di giugno. Nello stesso periodo, l’Università statale di Baku e la Comunità dell’Azerbaigian occidentale hanno organizzato una conferenza internazionale intitolata Il ritorno nell’Azerbaigian occidentale come nuova fase dell’idea nazionale, mentre durante un congresso-festival svoltosi nel Nakhchivan esponenti istituzionali hanno definito la questione una priorità nazionale, educativa e scientifica, ormai passata «dall’idea alla fase dell’azione strategica».
La diffusione in lingue straniere non è un elemento secondario. Una costruzione storiografica ripetuta attraverso pubblicazioni, mostre, convegni e iniziative culturali può progressivamente acquistare l’apparenza di una ricostruzione consolidata, soprattutto presso un pubblico internazionale che non possiede gli strumenti per verificare la storia e la complessa stratificazione culturale del Caucaso meridionale.
La propaganda arriva nel cuore dell’Europa
Del salto compiuto da questa narrazione ci siamo occupati lo scorso 20 agosto nell’articolo [Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Erevan diventa «terra azera»].
L’11 agosto 2026, presso il Centro congressi Waterfront di Stoccolma, era stato organizzato un evento dedicato al cosiddetto patrimonio dell’«Azerbaigian occidentale». Non a Baku, dunque, ma nel cuore dell’Europa. Nelle immagini e nelle carte presentate, anche Erevan appariva ricondotta alla storia e alla toponomastica azere.
Il libro del 1998 permette adesso di leggere quell’iniziativa in una prospettiva più lunga. Stoccolma non rappresenta un episodio isolato, ma il punto di arrivo provvisorio di una strategia iniziata molti anni prima: produrre una propria geografia storica, darle una veste accademica, moltiplicarne le traduzioni e portarla infine nello spazio culturale e politico internazionale.
Una questione che non può essere liquidata come assurda
Nel suo intervento Yesayan critica anche la risposta armena, cogliendo un punto essenziale. Per molti anni queste pubblicazioni sono state considerate talmente infondate da non meritare una contestazione puntuale. Ma ciò che appare evidentemente assurdo a chi conosce la storia armena non lo è necessariamente per un pubblico lontano, raggiunto da libri, siti e materiali presentati con un apparato apparentemente scientifico.
Un esempio significativo riguarda proprio l’Italia. Il 19 settembre 2023, mentre l’Azerbaigian avviava l’offensiva militare che avrebbe provocato lo sfollamento forzato della popolazione armena dell’Artsakh, InsideOver pubblicò l’intervista La questione dell’Azerbaigian occidentale, parla Aziz Alakbarov, presentando peraltro l’azione azera come un’«operazione militare speciale» volta a «riconquistare gli ultimi territori controllati dai separatisti».
Al Presidente della Comunità dell’Azerbaigian occidentale – Aziz Alakbarov nella traslitterazione utilizzata dal sito, Aziz Alekberli in quella internazionale oggi più diffusa – fu consentito di presentare senza un effettivo contraddittorio l’attuale Armenia come «terra ancestrale» degli Azerbaigiani, di accusare lo Stato armeno di pulizia etnica, massacri e «azioni genocidiarie» e di chiedere che il loro ritorno fosse inserito negli accordi di pace.
Le domande dell’intervista non sottoponevano queste affermazioni a una verifica storica indipendente e ne accoglievano in parte le premesse, fino a domandare che cosa potesse fare l’Italia per sostenere la causa degli «Azerbaigiani occidentali». Mancava inoltre qualsiasi confronto con i diritti degli Armeni dell’Artsakh e con la natura politicamente controversa dell’espressione «Azerbaigian occidentale». È precisamente così che una formula elaborata e sostenuta dalle istituzioni di Baku può entrare nel dibattito pubblico europeo non più come una rivendicazione da verificare criticamente, ma come una questione apparentemente già definita e legittimata.
La propaganda non diventa efficace perché riesce immediatamente a dimostrare le proprie affermazioni. Diventa efficace quando occupa uno spazio lasciato vuoto, ripete la stessa versione in più lingue e la accompagna con investimenti istituzionali, diplomatici e culturali.
Per contrastarla non sono sufficienti l’indignazione o le risposte occasionali delle organizzazioni della diaspora. Servono studi rigorosi, traduzioni, archivi accessibili, verifiche delle fonti e una presenza costante nelle sedi accademiche e internazionali.
La Fondazione per lo studio dell’architettura armena, ricordata da Yesayan, ha svolto per decenni un lavoro importante attraverso pubblicazioni, cataloghi fotografici, filmati e ricerche sul campo. Ma la tutela di una memoria nazionale non può essere affidata soltanto all’iniziativa di singoli studiosi, associazioni e fondazioni. Richiede anche l’impegno dello Stato e delle sue rappresentanze diplomatiche.
Prima cancellare i nomi, poi le pietre
La questione non riguarda soltanto il passato. Mentre l’Armenia viene simbolicamente trasformata in «Azerbaigian occidentale», nell’Artsakh occupato prosegue la cancellazione materiale della presenza armena.
Chiese, cimiteri, khachkar, monumenti, quartieri storici e interi villaggi vengono distrutti, alterati o sottoposti a reinterpretazioni che ne negano l’identità armena. La Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert è stata demolita tra marzo e aprile 2026. Nei giorni scorsi è emersa anche la distruzione dello storico cimitero armeno-russo di Shushi.
La riscrittura dei libri e la distruzione delle pietre non sono fenomeni identici, ma possono concorrere allo stesso risultato: rendere invisibile la continuità storica di un popolo con la propria terra.
Prima si cambia il nome dei luoghi. Poi si attribuiscono ad altri le chiese e i monumenti. Infine, quando le tracce non possono essere assimilate, le si elimina. E quando la comunità che potrebbe custodirle è stata costretta ad andarsene, il processo diventa ancora più facile.
La pace non può fondarsi sulla cancellazione
Oggi Erevan insiste sulla necessità di non compromettere il processo di pace con l’Azerbaigian. Ma una pace autentica non può essere costruita ignorando una narrazione che mette in discussione la storia, il patrimonio e, in prospettiva, la stessa legittimità territoriale dell’Armenia.
Il problema non è il diritto degli Azerbaigiani originari dell’Armenia a ricordare le proprie case o a rivendicare diritti individuali. Il problema nasce quando quella memoria viene trasformata in uno strumento per ribattezzare un intero Paese, negarne la storia e presentarlo come territorio altrui.
Il volume pubblicato a Baku nel 1998 non dimostra da solo l’esistenza di un piano immutato lungo quasi trent’anni. Mostra però che le parole pronunciate oggi da Ilham Aliyev hanno radici più antiche e sono state precedute da un paziente lavoro di costruzione storiografica e propagandistica.
Per questo la denuncia rilanciata da Anahit Yesayan merita attenzione, ma anche rigore. Occorre verificare, confrontare, documentare. Non basta rispondere alla propaganda con una propaganda contraria. Proprio perché i fatti parlano con sufficiente chiarezza, non hanno bisogno di essere accompagnati da affermazioni fragili o da semplificazioni storiche.
L’«Azerbaigian occidentale» non è soltanto un’espressione. È una narrazione costruita nel tempo, sostenuta da pubblicazioni, istituzioni e iniziative internazionali. Liquidarla come una formula assurda significa lasciare che continui a diffondersi senza incontrare una risposta documentata.
E la storia dell’Artsakh insegna quanto possa diventare pericoloso accorgersi troppo tardi che le parole, prima o poi, possono preparare il terreno ai fatti.
Come osserva Tatevik Hayrapetyan, una pace regionale duratura non può essere costruita ignorando una retorica che, proprio mentre Baku attenua all’estero il linguaggio della guerra, continua a essere istituzionalizzata all’interno del Paese attraverso i media statali, le università, il sistema educativo e l’azione diplomatica.
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