L’Armenia è ufficialmente un Paese associato al programma Orizzonte Europa. (Sardegnagol.eu 01.12.21)

L’Armenia è ufficialmente un paese associato al programma Orizzonte Europa. Lo scorso 12 novembre la Commissione Europea e l’Armenia hanno firmato l’Accordo che garantisce alla Repubblica lo status di associazione a Orizzonte Europa, il programma di ricerca e innovazione dell’UE per il periodo 2021-2027.

Adesione che inizierà ad essere attiva quando l’Armenia completerà il processo di ratifica, per effetto della quale i ricercatori, gli innovatori e gli enti di ricerca armeni potranno partecipare al programma alle stesse condizioni degli enti degli Stati membri dell’UE.

L’accordo, siglato a Bruxelles da Signe Ratso, capo negoziatore di Horizon Europe e da Anna Aghadjanian, ambasciatrice e plenipotenziaria dell’Armenia presso il Regno del Belgio, ha visto anche la partecipazione del viceministro dell’Istruzione armeno Artur Martirosyan.

Un ‘nuovo membro’ per la famiglia della ricerca europea, secondo Mariya Gabriel, Commissaria per l’Innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù, ha dichiarato: “Do il benvenuto all’Armenia nel nostro programma Horizon Europe. L’Armenia ha costantemente aumentato la sua partecipazione al precedente programma Orizzonte 2020 e ha sostenuto l’accelerazione delle riforme del sistema nazionale di ricerca e innovazione negli ultimi anni”.

foto https://ec.europa.eu/

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L’ambasciatore azero tenta di ripulire la “fedina penale” del suo Paese (Tempi 01.12.21)

Egregio direttore, la lettera inviatavi recentemente dall’ambasciatore azero in Italia, S.E. Mammad Ahmadzada, ci lascia alquanto sgomenti anche per le gravi e false dichiarazioni in essa contenute vista anche la gravità di quanto recentemente accaduto nel territorio della repubblica di Armenia.

Riteniamo invero che l’articolo contestato dal diplomatico azero, a firma di Leone Grotti (“L’Azerbaigian invade l’Armenia. «Come può l’Occidente restare a guardare?»”, 18 novembre), non sia “di parte” ma rispecchi la drammatica realtà dei fatti.

A dire il vero il rappresentante dell’Azerbaigian in Italia ci ha purtroppo da tempo abituati a simili esternazioni che nulla hanno a che vedere con la verità e nel vano tentativo di ripulire la “fedina penale” del suo Paese da misfatti quotidiani, si rifugia in una narrazione distorta, dimenticando inoltre che la libertà di pensiero di cui gode in Italia non è contemplata in Azerbaigian che secondo RSF è al 168° posto su 180 nazioni nella classifica del “Freedom world press”.

È opportuno che l’opinione pubblica sia bene informata su quanto sta accadendo nel Caucaso meridionale e sui rischi che l’Europa rischia di correre non avvertendo il pericolo di un asse Turchia-Azerbaigian che sta ripercorrendo le mire nazionaliste e panturaniche dei famigerati Giovani turchi dell’impero Ottomano.

E, soprattutto, ancora una volta, va posta in evidenza la duplice condotta che il regime di Aliyev ha deciso di tenere sulla questione del Nagorno Karabakh (Artsakh) e nei rapporti con l’Armenia.

In primo luogo, come espressamente dichiarato dal presidente azero, l’Azerbaigian ha sancito il diritto di risolvere con la forza i problemi internazionali in luogo della trattativa diplomatica che, per quanto possa essere lenta e proceda a piccoli passi, è il solo strumento che le democrazie adoperano per non accendere ulteriori focolai di guerra in un mondo già martoriato da troppi conflitti.

In secondo luogo, persevera in una politica di falsa propaganda addebitando al “nemico” armeno azioni compiute dalla stessa parte azera.

Visto che è stato appena firmato un trattato tra Italia e Francia, perdoneranno i lettori la battuta: ma è come se i francesi ci accusassero di averli aggrediti a Ventimiglia o Bardonecchia…

Infatti, il rappresentante di Aliyev in Italia si produce in una lunga dissertazione per giustificare l’ennesima iniziativa bellica dell’Azerbaigian. Dimenticando tuttavia un particolare di non secondaria importanza e cioè che tutto quanto accaduto si è consumato sul suolo della repubblica indipendente dell’Armenia (Paese membro delle Nazioni Unite e facente parte del Consiglio d’Europa) che l’esercito dell’Azerbaigian cerca di invadere.

Lo stesso Stato Maggiore azero, nella giornata degli incidenti dello scorso 16 novembre, ha candidamente ammesso in conferenza stampa che quella azera era stata una “azione preventiva”.

I rilievi satellitari dimostrano che le forze armate dell’Azerbaigian sono entrate per alcuni chilometri nel territorio dell’Armenia così come fanno peraltro dallo scorso 12 maggio. Sempre per scopi “preventivi” o perché ritengono, erroneamente, quelle aree di loro proprietà. Un pezzo alla volta, chilometro dopo chilometro, sempre per “prevenire” o rivendicare uno “storico diritto di possesso”.

Una visione arrogante, prepotente e pericolosa della realtà che mina ancor di più la sicurezza del Caucaso meridionale e indirettamente dell’Europa stessa.

Il rappresentante di Aliyev in Italia afferma che l’Armenia sia un Paese monoetnico ignorando forse che quello è l’unico Paese del Caucaso dove la minoranza curda e gli yazidi si sentono al sicuro, mentre l’Azerbaigian, “Paese multiculturale” (come lo definisce l’esimio Ambasciatore) durante e dopo la guerra dei 44 giorni non ha esitato ad uccidere brutalmente anziani e disabili, e non si è fatto scrupolo di danneggiare e vandalizzare il patrimonio culturale e artistico degli armeni, incluse le chiese, le cattedrali, i monumenti, e i cimiteri, negando, ancora oggi, a una delegazione dell’Unesco il permesso di visitare quei luoghi.

Il nostro accorato appello a Sua Ecc. Ahmadzada, ora che il suo Paese ha vinto la guerra da esso scatenata lo scorso anno in piena pandemia, con l’aiuto incondizionato della Turchia e dei jihadisti musulmani all’uopo coinvolti, è quella di cambiare atteggiamento e se è vero che aspira alla pace forse è giunto il momento che si faccia un esame di coscienza e si chieda perché migliaia di madri, azere e armene, sono oggi costrette a piangere i loro figli per una guerra che non avrebbero mai voluto combattere.

L’Armenia non aveva e non ha alcuna ragione per iniziare una guerra. Vuole solo vivere in pace.

Auguriamoci che le conclusioni del vertice tripartito di Sochi del 26 novembre abbiano seguito e possano riportare un po’ di tranquillità e certezza.

Guai davvero a far passare il principio che conti solo la forza militare e la prepotenza.

L’Italia, che tanti legami politici ed economici ha con le nazioni dell’area, deve essere quindi ferma nel condannare ogni prevaricazione del diritto internazionale.

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

Mariam Ter Hovhannissian

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L’ambasciatrice in città lancia un ponte con l’Armenia (Iltirreno 01.12.21)

CARRARA. Visita in provincia dell’ambasciatrice della Repubblica di Armenia, Tsovinar Hambardzumyan.

Invitata dal professor Riccardo Canesi, l’ambasciatrice ha avuto una fitta serie di incontri. A fine mattinata ha incontrato al Palazzo Ducale di Massa il prefetto, Claudio Ventrice, e il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti, che hanno manifestato molto interesse in future collaborazioni tra il nostro territorio e l’Armenia. In particolare, il presidente Lorenzetti, dopo aver ascoltato la proposta del prof. Canesi di festeggiare adeguatamente il sessantesimo anniversario del gemellaggio tra Carrara e Jerevan (che cadrà nel 2022), si è mostrato molto interessato a promuovere una missione politico-economico-culturale nella prossima primavera a Jerevan. Alle 13,30, l’Ambasciatrice ha avuto modo di ammirare il monumento donato dalla città di Jerevan a Carrara nel lontano 1967 localizzato nel Parco “Falcone e Borsellino” a Marina. In compagnia del presidente del consiglio comunale carrarese, Michele Palma, e dello storico locale Pietro Di Pierro ha offerto la sua collaborazione per il restauro, in occasione del prossimo anniversario e ha informato i presenti che scultore (Ara Haroutounian) e architetto (Rafael Israelian) dell’opera, sono stati tra i più grandi artisti armeni, al tempo molto giovani. Alla Camera di Commercio di è svolto l’incontro con un nutrito gruppo di rappresentanti delle categorie economiche presieduto dal commissario dell’ente camerale, Dino Sodini e supportato dal segretario, Enrico Ciabatti. Da parte imprenditoriale si è manifestato molto interesse soprattutto nel settore dei trasporti, della meccanica, dell’alimentazione e del turismo.L’ambasciatrice ha preso parte presso l’Accademia di Bella Arti, alla presentazione, organizzata da Italia Nostra, del libro “Il Calice Frantumato” di Arthur Alexanian, fiorentino di adozione, francese di passaporto e armeno di origine. La manifestazione è stata aperta da un saluto di Emanuela Biso, Presidente di Italia Nostra Sez. Apuo Lunense e coordinata dal prof Canesi.

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ARMENIA: Scoperto l’acquedotto romano più a Oriente (Eastjournal 30.11.21)

In Armenia, sono stati scoperti i resti di un acquedotto romano ad arco, il più a oriente mai rinvenuto. Il ritrovamento, merito del lavoro di un’equipe congiunta di archeologi armeno-tedesca, è avvenuto nei pressi del noto monastero medievale di Khor Virap, vicino all’attuale confine tra Turchia e Armenia, dove sorgeva l’antica città di Artaxata.

L’acquedotto risale ad un periodo tra il 144 il 177 d.C. ed è incompleto perché, alla morte dell’imperatore Traiano, il suo successore, Adriano, avrebbe rinunciato a completare l’opera destinata, secondo le ipotesi degli archeologi, ad essere parte del tentativo di integrare a pieno titolo l’Armenia nell’Impero romano.

I 460 metri di acquedotto scoperti, oltre a permetterci di comprendere, se ce ne fosse ulteriore bisogno, l’enorme estensione geografica dell’influenza romana sul mondo antico, aprono un importante spaccato sulla storia armena dell’epoca.

“Un imperialismo fallito”

In una pubblicazione su “Archäologischer Anzeiger” gli archeologi Achim Lichtenberger, Mkrch Zardaryan e Torben Scheriber spiegano che “l’acquedotto incompiuto di Artaxata è la prova di un fallito imperialismo romano in Armenia e un’importante testimonianza del tentativo di stabilire una provincia romana. Se terminati, gli archi monumentali e l’abbondanza di acqua corrente avrebbero trasformato Artaxata in una città romana. Sarebbe stato l’acquedotto ad arco romano più orientale del mondo antico”.

Artaxata, fondata tra il 190 e il 180 a.C., è stata la principale città del regno armeno fino al V secolo d.C. Tra i suoi suoi fondatori figurava anche il protagonista della seconda guerra punica, Annibale, in un periodo della sua vita che, al contrario degli anni della campagna contro Roma, viene trascurato dai programmi della scuola italiana. Il regno armeno è stato per lungo tempo conteso dai romani e dai parti, con le due potenze che provavano soprattutto a metterne a capo propri alleati per esercitare la loro influenza sulla regione.

In due momenti storici, però, l’impero romano invase il regno armeno: con una campagna militare nel 58-59 d.C. voluta dall’imperatore Nerone e conclusasi con la distruzione di Artaxata  e l’istaurazione di una breve egemonia romana sull’Armenia, e appunto sotto Traiano.

Venuto alla luce il tentativo di assimilazione dell’Armenia resta da capire il motivo per cui esso è stato abbandonato. Gli archeologi protagonisti della scoperta ipotizzano che Adriano (117–138 d.C.) e il suo successore Antonino Pio (138–161 d.C.) abbiano optato per “una politica più bilanciata nei confronti dell’Armenia dove Valarsh I, a capo di una ribellione anti-romana, salì al potere”.

Le scoperte di reperti romani nell’area di Khor Virap, interessata da scavi fin dal 1970, potrebbero non finire qui. Gli archeologi  spiegano che “la costruzione di un acquedotto equivaleva a quella di una grande opera e veniva spesso realizzata dall’esercito”. Con ogni probabilità la Legio IIII Scythica, stazionata in Armenia, era l’unità militare che impegnata nella costruzione dell’acquedotto. Il suo accampamento sorgeva nella zona, ma i suoi resti non sono ancora stati rinvenuti.

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Il Difensore civico dell’Artsakh denuncia le violazioni di natura sistematica dei diritti fondamentali degli Armeni da parte dell’Azerbajgian. A Berlino protestano le associazioni tedesco-armene (Korazym 30.11.21)

Le associazioni tedesco-armene hanno protestato a Berlino nel fine settimana, sensibilizzando sulla situazione in Armenia e nella Repubblica di Artsakh, e sulle violazioni dei diritti umani da parte dell’Azerbajgian. A Stepanakert, il Difensore civico della Repubblica di Artsakh, Gegham Stepanyan in una dichiarazione ha affermato, che le violazioni dei diritti fondamentali degli Armeni da parte dell’Azerbajgian sono di natura sistematica. I commenti di Stepanyan sono arrivati dopo che il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev nel vertice trilaterale a Sochi [QUI][QUI] e [QUI] ha definito le uccisioni mirate di civili e personale militare della Repubblica di Artsakh da parte delle forze armate azere dopo l’accordo trilaterale di cessate il fuoco del 9 novembre 2020, degli “incidenti sporadici”.

Manifestanti a Berlino chiedono il ritiro delle forze armate azere dall’Armenia e il rilascio dei prigionieri di guerra

In una dichiarazione indirizzata al Bundestag, l’AGBU Germania, l’Armenisch-Akademischer Verein-1860 eV, l’Armenische Kulturgemeinde Leipzig eV, Hay Stab Germany e il Theophanu Club Germany, a nome della più ampia comunità tedesco-armena hanno invitato il Governo tedesco e Bundestag a:

– Assumere un ruolo nella costruzione della pace tra le due nazioni e chiedere al Governo azero di rimuovere le sue truppe dal territorio sovrano dell’Armenia come precondizione per negoziare una pace duratura nel Caucaso meridionale.
– Esortare l’Azerbajgian a completare pienamente e rapidamente il ritorno di tutti i prigionieri di guerra armeni, i detenuti e le spoglie di tutti gli Armeni deceduti durante o dopo la guerra.
– Condannare l’Azerbajgian per aver violato il diritto internazionale umanitario e le Convenzioni di Ginevra.
– Assumere un ruolo guida nella difesa delle vittime delle violazioni dei diritti umani e applicare sanzioni nei confronti dell’Azerbajgian per la violazione delle Convenzioni di Ginevra e rifiutarsi di rilasciare immediatamente tutti i prigionieri di guerra armeni.

Il Difensore civico dell’Artsakh denuncia le violazioni di natura sistematica dei diritti fondamentali degli Armeni da parte dell’Azerbajgian

All’indomani delle dichiarazioni post vertice trilaterale di Sochi del 26 novembre scorso, il Difensore civico della Repubblica di Artsakh, Gegham Stepanyan ha denunciato la politica dell’Azerbaigian di persecuzione sistematica degli Armeni.

“Il Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, nel quadro dell’incontro trilaterale con il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan e il Presidente della Russia, Vladimir Putin, ha descritto come ‘incidenti sporadici’ il proseguimento, dopo la dichiarazione trilaterale del cessate il fuoco del 9 novembre 2020, di uccisioni mirate da parte delle forze armate azere di civili e militari della Repubblica di Artsakh. Questa dichiarazione del Presidente dell’Azerbajgian non è altro che un tentativo di mascherare come incidenti casuali le manifestazioni in corso della politica di violazioni diffuse e sistematiche dei diritti fondamentali degli Armeni portata avanti dall’Azerbajgian negli ultimi decenni”, ha affermato il Difensore civico dell’Artsakh.

“Attacchi agli Armeni commessi da militari azeri dopo la firma dell’accordo trilaterale, compreso l’omicidio, il 9 ottobre 2021, di un conducente di un trattore mentre svolgeva lavori agricoli vicino alla città di Martakert, l’esecuzione, l’8 novembre 2021, di civili che eseguivano lavori di riparazione vicino alla città di Shushi, e numerosi casi di bombardamento dei militari della Repubblica di Artsakh erano di natura deliberata e sono stati effettuati a sostegno della politica statale di persecuzione degli Armeni dell’Azerbajgian”, ha sottolineato Stepanyan.

Il Difensore civico della Repubblica di Artsakh, Gegham Stepanyan,

“La politica di persecuzione dell’Azerbajgian acquisisce un grado estremo di brutalità, specialmente quando i cittadini di Artsakh o dell’Armenia si trovano nelle mani delle forze armate azere. Tutti i civili rimasti nei territori di Artsakh occupati dall’Azerbajgian durante la sua aggressione nel settembre-novembre 2020 sono stati brutalmente uccisi dalle forze armate dell’Azerbajgian. Nei casi in cui è stato possibile condurre un esame medico legale delle vittime, è stato rivelato che queste persone sono state torturate prima della morte. In alcuni casi, le uccisioni di civili sono state filmate e diffuse sui social network azeri per infliggere la massima sofferenza psicologica ai parenti delle vittime e per intimidire la popolazione di Artsakh e gli Armeni in generale. Anche i soldati armeni che sono passati sotto il controllo dell’Azerbajgian sono stati sottoposti a gravi torture, molti di loro sono stati uccisi. Quei pochi sopravvissuti sono stati condotti illegalmente in Azerbajgian e continuano a essere tenuti in ostaggio dalle autorità di questo Paese”, ha aggiunto.

“Gli Armeni che vivevano in Azerbajgian durante il periodo sovietico furono le prime vittime di tale politica criminale. Le deportazioni degli Armeni dall’Azerbajgian organizzate dalle autorità locali nel 1988-1990, e accompagnate da uccisioni di massa, torture e pogrom, hanno gettato le basi per la politica di persecuzione degli Armeni dell’Azerbajgian, che continua ancora oggi. Nel 1991, le autorità azere hanno iniziato a deportare gli Armeni da Artsakh come parte di un’operazione di polizia militare su larga scala ‘Anello’, che è diventata un preludio alla successiva aggressione su vasta scala dell’Azerbajgian contro la Repubblica di Artsakh. L’aggressione contro la Repubblica di Artsakh, durata diversi anni fino al 1994, è stata un tentativo dell’Azerbajgian di espellere definitivamente e completamente gli Armeni dalle loro terre”, ha osservato il Difensore civico dell’Artsakh.

“Durante la guerra degli anni ’90, i soldati azeri hanno torturato e ucciso coloro che cadevano nelle loro mani nello stesso modo di cui durante l’aggressione nel 2020. Il massacro nel villaggio armeno di Maragha nella regione di Martakert di Artsakh nel 1992 è diventato uno dei più tragici episodi di questa politica. Cinquanta residenti del villaggio sono stati brutalmente uccisi, altri 50 sono stati presi in ostaggio, tra cui donne e bambini. Il destino di molti di loro è ancora sconosciuto”, ha ricordato.

I soldati azeri hanno dimostrato la massima crudeltà anche durante l’aggressione contro Artsakh nell’aprile 2016. Sia i civili che il personale militare sono stati torturati e giustiziati, come nel caso di una coppia di anziani nel villaggio di Talish nella regione di Martakert di Artsakh.

“La dichiarazione del Presidente dell’Azerbajgian sulla natura sporadica degli incidenti in Artsakh mira a coprire la propria politica di persecuzione degli Armeni. Sono state le autorità dell’Azerbajgian, compreso il Presidente di questo Paese, che hanno incoraggiato apertamente e deliberatamente qualsiasi atto criminale diretto contro gli Armeni, compresi gli omicidi. Uno dei vividi esempi è l’elevazione di Ramil Safarov, che uccise un Armeno mentre dormiva, al rango non ufficiale di eroe nazionale dell’Azerbajgian, nonché la consegna di un’onorificenza, personalmente da parte del Presidente dell’Azerbajgian, ad un militare azero che decapitò un soldato armeno mentre stava camminando con esso attraverso i villaggi dell’Azerbajgian durante l’aggressione nel 2016. L’impunità in Azerbajgian, anche per le uccisioni premeditate di Armeni, così come la ricompensa di tali criminali, sono la prova più evidente anche per le uccisioni premeditate di Armeni, così come la ricompensa di tali criminali, sono le prove più evidenti della politica di odio anti-armeno perseguita dall’Azerbajgian a livello statale, ha detto Gegham Stepanyan.

“La persecuzione degli armeni sotto forma di massacri, deportazioni, torture e altri atti disumani ha un carattere diffuso e sistematico ed è condotta deliberatamente dalle forze armate dell’Azerbajgian e da altri agenti di questo Paese, in attuazione o per il perseguimento del politica esistente dell’Azerbajgian”, ha concluso il Difensore civico della Repubblica di Artsakh.

Foto di copertina: lo stemma della Repubblica di Artsakh è stato adottato il 17 novembre 1992 dal Consiglio Supremo dell’autoproclamata repubblica, allora chiamata Nagorno-Karabakh. Raffigura un’aquila con le ali spiegate verso l’alto con i raggi del sole che emergono da essa. L’aquila è sormontata da una corona della Dinastia artasside. Al centro, su uno scudo, è raffigurato il celebre monumento di Stepanakert, “Siamo le nostre montagne”, considerato il simbolo della nazione. Sullo sfondo appare la bandiera nazionale (sotto) e il monte Metz Kirs (sopra). Sotto gli artigli dell’aquila vi sono un grappolo d’uva, gelsi e spighe di grano. Sulla parte più alta dello stemma nazionale vi è una scritta in armeno orientale che recita: “Repubblica del montagnoso Karabakh – Artsakh”.

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Armenia – inaugurazione della centrale termoelettrica a ciclo combinato realizzata da Renco (Politicamentecorretto 30.11.21)

Si e’ trattato di un’operazione del valore di 258,5 Mln USD, che ha visto un finanziamento di 164 Mln USD da parte di un gruppo di istituti finanziari internazionali, sotto coordinamento IFIC (World Bank Group), oltre ad un investimento di 56,9 Mln USD da parte di Renco  e Simest ed uno di Siemens per 37,9 Mln USD. Il controllo dell’impianto sarà per i prossimi 25 anni in mano per il 60% a Renco e Simest e per la restante quota a Siemens.

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Armenia-Azerbaigian: fonti locali, militari Baku si ritirano da villaggio Ishkhanasar (Agenzia Nova 30.11.21)

Erevan, 30 nov 10:52 – (Agenzia Nova) – Le Forze armate azerbaigiane si sono ritirate dal territorio nei pressi del villaggio armeno di Ishkhanasar, dove si sono verificati combattimenti e scontri a fuoco il 16 novembre. Lo riferisce l’agenzia di stampa “Sputnik Armenia”, riportando la testimonianza del capo del villaggio, Marat Petrosyan. Il ministero della Difesa armeno non ha né confermato, né smentito la notizia, sollecitando a diffondere informazioni sulla situazione alle frontiere basate sulle dichiarazioni ufficiali del ministero e non sulle osservazioni dei leader delle comunità. (Rum)

Cosa ha prodotto il vertice di Sochi tra Russia, Azerbajgian e Armenia? Al vaglio della Corte Europea il coinvolgimento di mercenari siriani nella guerra dell’Azerbajgian contro l’Artsakh (Korazym 29.11.21)

Il Segretario generale delle Nazioni Uniti Antonio Guterres ha accolto con favore l’incontro trilaterale del 26 novembre 2021 tra il Primo Ministro dell’Armenia, il Presidente dell’Azerbajgian e il Presidente della Federazione Russa, e prende atto della loro dichiarazione congiunta. Inoltre, “nota con apprezzamento il ruolo della Federazione Russa nel facilitare i contatti e il dialogo continui”. Lo ha dichiarato in una nota Farhan Haq, Vice portavoce del Segretario generale delle Nazioni Uniti. “Il Segretario generale è incoraggiato dalla ripresa dell’impegno diretto al più alto livello tra Armenia e Azerbaigian e dal loro impegno a dare piena attuazione alle dichiarazioni trilaterali del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021 e ad adottare misure concrete volte ad aumentare la stabilità nella regione “, ha detto il Vice portavoce.

“Ribadisce la posizione di principio dell’ONU secondo cui una pace duratura può essere raggiunta solo attraverso il dialogo ed esorta le parti a risolvere le questioni in sospeso a tal fine attraverso tutti i formati disponibili, anche sotto gli auspici dei Co-presidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE. Le Nazioni Unite sono pronte a sostenere tutti questi sforzi, anche attraverso la fornitura di assistenza umanitaria, di recupero e di costruzione della pace sul campo”, ha aggiunto Farhan Haq.

Cosa ci lascia il vertice di Sochi tra Russia, Azerbajgian e Armenia

Il vertice trilaterale tra il Presidente russo Vladimir Putin, il Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan a Sochi il 26 novembre 2021 [QUI] – convocato anche per rispondere alla mossa dell’Unione Europea che, improvvisamente destatasi dal suo torpore aveva annunciato un incontro tra Pashinyan e Aliyev per il prossimo 15 dicembre – si è concluso con una dichiarazione che, nel consueto linguaggio diplomatico, dice tutto e niente al tempo stesso. Riportiamo di seguito l’analisi per sommi capi quali siano i punti focali del documento, a cura di Iniziativa italiana per l’Artsakh, l’associazione che ha come scopo di far conoscere all’opinione pubblica italiana la autoproclamata Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh (cristiana armena) e il suo diritto all’autodeterminazione.

A prescindere dalle frasi di circostanza – ovvero l’impegno a dar seguito ai precedenti accordi, l’apprezzamento per la missione di pace russa (indicazione rivolta principalmente alla parte azera che dei caschi MIR farebbe volentieri a meno) e l’attività di Mosca per fornire assistenza alla parti – sono due i punti fondamentali della dichiarazione.

1. Istituzione di una commissione bilaterale Azerbajgian-Armenia con la partecipazione consultiva della Federazione Russa sulla delimitazione e successivamente la demarcazione, del confine di stato tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbajgian. Sostanzialmente, le parti – per dirla con le parole di Putin dopo il vertice – hanno “concordato di creare meccanismi per la demarcazione e delimitazione del confine tra i due Paesi entro la fine di quest’anno”. In poco più di un mese, Armeni e Azeri devono concordare un metodo di lavoro che possa essere utilizzato per disegnare fisicamente e in modo definitivo la frontiera fra i due Stati. Possiamo avventurarci nell’ipotizzare che saranno utilizzate le geolocalizzazioni di epoca sovietica (dati presumibilmente custoditi a Mosca) con qualche aggiustamento che, in termini di compromesso, possa portare a un accordo finale, ad esempio alla questione delle exclavi, talune postazioni in altura e (forse) la strada nel sud dell’Armenia. Nulla però si sa sui tempi di applicazione di questo criterio di mappatura che certo non sarà semplice.

2. Sblocco di tutte le comunicazioni economiche e di trasporto della regione. Anzi, sempre per usare le parole del presidente russo, “lo sblocco dei corridoi di trasporto”. Il gruppo di lavoro congiunto che da qualche mese lavora sul tema dovrebbe dunque aver avuto il via libera su passanti ferroviari e stradali tanto cari alla parte azera che vuol collegare il Nakhchivan al resto dell’Azerbajgian e dar consistenza alle mire di un “corridoio turco” (il cosiddetto “Corridoio di Zangezur” [QUI]) attraverso il sud dell’Armenia. La previsione del ripristino dei collegamenti era stata già inserita nei famosi “Princìpi di Madrid” ma in questo nuovo postguerra è materia particolarmente accesa perché gli Azeri premono, anzi impongono, il passaggio e gli Armeni rischiano di vedere la loro sovranità fortemente limitata. C’è anche da dire che un conto è realizzare queste vie di transito (sul cui controllo andrebbe aperto un capitolo a parte) a pace conclusa ovvero con un Artsakh libero e indipendente, un conto è farlo in un clima ancora di odio e di assoluta incertezza sul destino di Stepanakert con le continue provocazioni azere all’ordine del giorno.

Nelle dichiarazioni post vertice si parla anche delle questioni umanitarie (presumibilmente la questione dei prigionieri di guerra armeni) di cui non vi è però traccia nella Dichiarazione finale del vertice di Sochi, segno che le modalità di risoluzione delle criticità sono legate presumibilmente allo scambio di mappe dei campi minati per prigionieri di guerra.

Salta all’occhio la mancanza di qualsiasi riferimento al territorio dell’Artsakh e al diritto della popolazione locale. L’assenza di neppure un cenno a Stepanakert pone la parte armena in una posizione di debolezza; ma forse in questo momento le priorità sono altre (in primo luogo garantire la sicurezza delle frontiere) e forse solo in un secondo tempo la road map russa porterà al centro dei colloqui il destino della regione.

“Lo status finale del Nagorno-Karabakh non è stato risolto, abbiamo deciso di mantenere lo status quo che esiste oggi”, aveva detto Putin in un’intervista a Rossiya 24 nel novembre 2020. “Quello che accadrà dopo deve essere deciso in futuro, o da futuri leader, futuri partecipanti a questo processo. Ma, a mio avviso, se si creano le condizioni per una vita normale, per il ripristino delle relazioni tra Armenia e Azerbajgian, tra la gente a livello familiare, soprattutto nella zona di conflitto, si creeranno le condizioni per determinare lo status del Nagorno-Karabakh”, ha aggiunto il Presidente russo nell’intervista nel novembre 2020.

La Dichiarazione finale del vertice di Sochi
(Tradizione italiana a cura di Iniziativa italiana per l’Artsakh)

Il Primo Ministro della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan, il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e il Presidente dell’Azerbajgian Ilham Aliyev hanno adottato una Dichiarazione congiunta basata sulla riunione trilaterale, come riportato dal governo dell’Armenia. La Dichiarazione recita in particolare quanto segue:

“Noi, il Primo Ministro della Repubblica di Armenia N.V.Pashinyan, il Presidente della Repubblica dell’Azerbajgian I.H. Aliyev, Presidente della Federazione Russa V.V. Putin, si è riunito il 26 novembre a Sochi e ha discusso il processo di attuazione della dichiarazione del 9 novembre 2020 sul completo cessate il fuoco e la cessazione di tutti i tipi di operazioni militari nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh e nel processo di attuazione della dichiarazione dell’11 gennaio 2021 sullo sblocco di tutte le infrastrutture economiche e di trasporto della regione.
Abbiamo riaffermato l’impegno per l’ulteriore e coerente attuazione e l’osservanza incondizionata di tutte le disposizioni della dichiarazione del 9 novembre 2020 e della dichiarazione dell’11 gennaio 2021 a beneficio della stabilità, della sicurezza e dello sviluppo economico del Caucaso meridionale. Abbiamo convenuto di intensificare gli sforzi congiunti volti alla soluzione immediata delle restanti questioni derivanti dalle dichiarazioni del 9 novembre 2020 e dell’11 gennaio 2021.
Abbiamo menzionato il contributo significativo della missione di pace russa nella stabilizzazione della situazione e nel garantire la sicurezza nella regione.
Abbiamo convenuto di adottare misure per aumentare il livello di stabilità e sicurezza al confine azero-armeno, per spingere il processo di istituzione di una commissione bilaterale con la partecipazione consultiva della Federazione Russa basata sull’applicazione dei lati, sulla delimitazione e successivamente la demarcazione, del confine di stato tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica di Azerbajgian.
Abbiamo molto apprezzato l’attività del gruppo di lavoro trilaterale sullo sblocco di tutte le comunicazioni economiche e di trasporto della regione, istituito in conformità con la dichiarazione dell’11 gennaio 2021 sotto la presidenza congiunta dei Vice Primi Ministri della Repubblica di Azerbajgian, Repubblica di Armenia e la Federazione Russa. Abbiamo sottolineato la necessità di avviare quanto prima programmi specifici, volti a individuare il potenziale economico della regione.
La Federazione Russa continuerà a fornire l’assistenza necessaria per normalizzare le relazioni tra la Repubblica dell’Azerbajgian e la Repubblica di Armenia, creare un’atmosfera di fiducia tra i popoli azero e armeno e stabilire relazioni di buon vicinato nella regione”.

Il coinvolgimento di mercenari siriani nella guerra dell’Azerbajgian contro l’Artsakh al vaglio della Corte Europea

Del coinvolgimento dei mercenari siriani abbiamo scritto dal primo articolo che abbiamo dedicato alla guerra di aggressione dell’Azerbajgian contro l’Artsakh, la mattina subito dopo l’attacco e ci siamo ritornato più volta di seguito [Presidente Arayik Harutyunyan: non è l’Azerbaigian, è la Turchia che combatte contro l’Artsakh. Circa 4.000 jihadisti della Syria combattendo con i turchi dalla parte azera – 28 settembre 2020].

Uno degli argomenti della denuncia presentata dall’Armenia alla Corte europea dei diritti dell’uomo contro la Turchia e l’Azerbajgian si riferisce proprio al coinvolgimento di terroristi mercenari nell’aggressione del 2020 contro Artsakh, ha affermato l’Avvocato Artak Zeynalyan. “È stata presentata una denuncia generale contro la Turchia e l’Azerbajgian per violazione dei diritti dei cittadini della Repubblica di Armenia. Uno degli argomenti riguarda il reclutamento e la riduzione in schiavitù dei mercenari siriani. Approfittando del fatto che non sono in grado di guadagnarsi da vivere, sono stati trascinati in guerra. Questo è uno degli argomenti”, ha detto Zeynalyan in un’intervista alla Public Radio of Armenia il 24 novembre scorso.

Già nel novembre 2020 esperti dei diritti umani delle Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per l’uso di mercenari all’interno e intorno alla zona di conflitto del Nagorno-Karabakh fino a quando non è stata raggiunta una dichiarazione sul cessate il fuoco. Il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sull’uso dei mercenari ha detto la scorsa settimana che ci sono stati rapporti diffusi secondo cui il governo dell’Azerbaigian, con l’assistenza della Turchia, si è affidato ai combattenti siriani per sostenere e rafforzare le sue operazioni militari nella zona di conflitto del Nagorno-Karabakh, incluso in prima linea. Il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sull’uso dei mercenari ha riaffermato che i combattenti all’interno e intorno alla zona di conflitto del Nagorno-Karabakh devono essere ritirati.

Le dichiarazioni del Presidente francese del 1° ottobre 2020 in riferimento ai mercenari siriani

La Francia ha informazioni secondo cui jihadisti siriani stanno partecipando alle ostilità nel Nagorno-Karabakh. Lo ha annunciato il Presidente francese Emmanuel Macron prima dell’inizio del vertice dell’Unione Europea di giovedì 1° ottobre 2020: “Voglio anche affermarlo chiaramente: oggi abbiamo informazioni che indicano con certezza che militanti dei gruppi jihadisti sono usciti dal teatro siriano per unirsi alle operazioni in Karabakh”. Macron ha lasciato intendere anche che ci sia una certa forma collusione da parte della Turchia quando afferma che “300 militanti siriani sono stati dispiegati a Baku attraverso la città turca di Gaziantep. Questi militanti sono stati identificati e provengono da un gruppo jihadista che opera nell’area di Aleppo”. Il Presidente francese ha successivamente sottolineato che scambierà tutte le informazioni sulla situazione coi Presidenti di Russia e Stati Uniti. “Altri contingenti sono in preparazione, più o meno della stessa dimensione”, ha aggiunto, ed “è responsabilità della Francia chiedere spiegazioni” ad Ankara e “invito la NATO a guardare al comportamento di un Paese” che fa parte dell’Alleanza Atlantica. Parole che rappresentavano un pesante j’accuse verso la Turchia.

Il bilancio delle vittime dei mercenari in Azerbajgian è superiore a quello in Libia, mentre i combattenti siriani hanno ricevuto pagamenti variabili (SOHR, 3 dicembre 2020)

Mentre l’Azerbajgian e la Turchia ovviamente continuano a negare il coinvolgimento dei mercenari siriani nella guerra dei 44 giorni del 2020 (dal 27 settembre al 9 ottobre) contro la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, ci sono molte prove che dimostrano il contrario. I dati e i video di intelligence vengono a rafforzare i fatti che sono incontestabili. Mentre il numero esatto di mercenari siriani uccisi nella guerra contro l’Artsakh non è noto, il Syrian Observatory for Human Rights-SOHR (Osservatorio siriano per i diritti umani) con sede a Londra, ha stimato che il bilancio sia di circa 540, secondo un rapporto pubblicato il 3 dicembre 2020, che segue.

L’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR) ha ottenuto nuovi dettagli sul caso dei mercenari siriani sostenuti dalla Turchia in Azerbajgian, da diversi combattenti che sono tornati di recente dal Nagorno-Karabakh in Siria. Secondo fonti del SOHR, i combattenti che erano tornati in Siria hanno ricevuto pagamenti diversi, poiché ad alcuni sono stati dati 3.500 US dollari e 600 lire turche, a un altro gruppo sono stati dati 1.000 US dollari e 1.000 lire turche ciascuno, mentre ad altri sono stati dati due pagamenti di circa 5.000 TL. Inoltre, tutti i combattenti hanno confermato che c’erano “somme di denaro non pagate”, che avrebbero dovuto essere date a questi combattenti nei prossimi giorni.

D’altra parte, fonti del SOHR affermano che il numero di mercenari siriani uccisi in Azerbaigian ha superato il numero di quelli uccisi in Libia, poiché il bilancio delle vittime dei mercenari siriani sostenuti dalla Turchia in Azerbajgian è salito a 541. In Libia, tuttavia, il bilancio dei morti è di 468 combattenti.

Fonti del SOHR hanno anche confermato che altri corpi di combattenti siriani uccisi nelle battaglie del Nagorno-Karabakh sono arrivati in Siria con i recenti gruppi di rimpatriati, portando il numero di combattenti i cui corpi sono stati portati in Siria a 340. Di conseguenza, quasi 825 combattenti delle fazioni sostenute dalla Turchia sono ancora in Azerbaigian, su 2.580 combattenti trasportati in precedenza dal Governo turco. Tuttavia, non è ancora noto se torneranno presto in Siria o se la Turchia li manterrà in Azerbajgian per il momento. Inoltre, ci sono probabilmente più vittime tra i combattenti, che sono ancora in Azerbajgian, la cui morte non è stata ancora confermata o documentata da fonti del SOHR.

Il 2 dicembre 2020 fonti attendibili hanno riferito al SOHR che nuovi gruppi di mercenari siriani sostenuti dalla Turchia sono tornati in Siria dall’Azerbajgian, poiché finora tutti gli sforzi turchi per mantenerli in Azerbajgian sono falliti. Vale la pena notare che il Governo azero ha rifiutato di consentire a questi mercenari di stabilirsi nel Nagorno-Karabakh o in altre aree dell’Azerbajgian.

Secondo fonti del SOHR, oltre 900 combattenti delle milizie siriane sostenute dalla Turchia sono tornati in Siria in gruppi, con l’ultimo gruppo che è arrivato in Siria giovedì 26 novembre 2020. Mentre più gruppi avrebbero dovuto tornare nelle ore o nei giorni successivi.

Nel frattempo, i rimpatriati ricevono una parte dei loro pagamenti, circa 10.000 lire turche, e si prevede che riceveranno il resto dei loro stipendi nei giorni successivi.

La giornalista Lindsey Shell e il giornalista Ed Butler della BBC in riferimento ai mercenari siriani

Domenica 21 novembre 2021 la giornalista Lindsey Snell ha condiviso filmati che mostrano mercenari reclutati per combattere contro Artsakh, che si lamentano che il Comandante Sultan Suleiman Shah, Abu Amsha, appoggiato dalla Turchia, che, dicono, ha rubato i loro stipendi.

Quattro siriani hanno dichiarato alla BBC che dopo essersi arruolati per il servizio di sentinella in Azerbajgian, sono stati inaspettatamente gettati in battaglia in prima linea. “I mercenari siriani sono usati come ‘carne da cannone’ nel Nagorno-Karabakh”, ha scritto Ed Butler sul sito della BBC il 10 dicembre 2020 [QUI].

Era nell’agosto del 2020 che le voci iniziavano a circolare nelle aree in mano ai ribelli del nord della Siria: c’era l’offerta di un lavoro ben pagato all’estero. “Avevo un amico che mi ha detto che c’è un ottimo lavoro che puoi fare, solo stare ai posti di blocco militari in Azerbajgian”, ha detto un uomo a Butler. “Ci hanno detto che la nostra missione sarebbe stata quella di servire come sentinelle al confine – come forze di pace. Offrivano 2.000 US dollari al mese! È stata una fortuna per noi”, ha detto un altro, che Butler ha chiamato Qutaiba. Entrambi hanno fatto domanda per il lavoro attraverso fazioni ribelli sostenute dalla Turchia, che costituiscono il cosiddetto Esercito Nazionale Siriano, una forza nel nord della Siria opposta al Presidente Bashar al-Assad. In un’area dove pochi guadagnano più di 1 US dollaro al giorno, lo stipendio promesso sembrava una manna dal cielo. Coloro che si sono arruolati sono stati trasportati in Azerbajgian attraverso la Turchia, su aerei da trasporto militare turco. Ma una volta arrivati, il lavoro non era quello che era stato prospettato. Gli uomini, molti dei quali senza esperienza militare, venivano reclutati per la guerra, come scoprirono presto quando furono portati in prima linea e ordinati di combattere. “Non mi aspettavo di sopravvivere”, ha detto Qutaiba. “Sembrava di avere una possibilità dell’1%. La morte era tutt’intorno a noi”. Tutti gli uomini affermano di aver ricevuto pochi dispositivi di protezione o supporto medico. Molti dei loro compagni combattenti sembrano essere morti dissanguati per ferite che i medici sul campo di battaglia avrebbero potuto facilmente curare.

Secondo questa reportage della BBC del dicembre 2020, in Siria due dei mercenari stavano cercando di lasciarsi l’esperienza alle spalle. “Mi sento in colpa per essere diventato un mercenario. Mi vergogno”, dice Samir, anche se si è rifiutato di combattere dopo soli tre giorni in prima linea. “Quando le persone mi chiedono se ho viaggiato, rispondo di no, anche se sanno che sono andato. Mi sento molto piccola ai loro occhi… Quando sono arrivata lì ho detto no alla guerra. Mi sono opposto a ciò che stava accadendo. Ma mi vergogno perché mi sono fidato dei mercenari. Ecco perché provo vergogna”.

Il processo davanti alla Corte Europea richiederà molto tempo

Secondo il legale che rappresenta la Repubblica di Armenia, il processo davanti alla Corte Europea richiederà tempo e potrebbero volerci anni prima che la Corte prenda una decisione sul caso, ha detto Zeynalyan: “Il procedimento si concluderà con una sentenza della Corte europea. Ci vorranno anni, la denuncia sarà inviata al convenuto, poi sarà inviata all’attore, poi l’attore presenterà le sue osservazioni. L’Azerbajgian, a sua volta, chiederà ogni volta una proroga del termine per rispondere”.

“Cosa ci darà la decisione dell’Alta Corte Europea? E se la Turchia e l’Azerbaigian si rifiutassero di conformarsi alla sentenza?”, ha chiesto la Public Radio of Armenia. “La sentenza della Cedu riconosce il fatto di violazione del diritto e prevede un giusto risarcimento, secondo il quale lo Stato convenuto deve versare alla vittima della violazione l’importo stabilito entro tre mesi”, ha detto Artak Zeynalyan a Maria Papyan di Public Radio of Armenia. Tuttavia, ha aggiunto, il vero valore della sentenza è che dice “va ripristinata la situazione che esisteva prima della violazione del diritto”.

L’Avvocato Zeynalyan ha detto: “Se il diritto alla vita o il diritto alla protezione dalla tortura e dai maltrattamenti sono stati violati, lo stato convenuto deve condurre un’indagine approfondita per garantire che l’equilibrio sia ristabilito. Lo Stato dovrebbe identificare i colpevoli e ritenerli responsabili. Dovrebbero scontare integralmente la pena e la violazione di qualsiasi dettaglio in questo periodo porta a una ripetuta violazione dello stesso diritto violato”. Zeynalyan ha osservato che se la Turchia e l’Azerbajgian si rifiutassero di conformarsi alla sentenza, “ci sono strumenti che la parte armena utilizzerà per ripristinare i diritti violati”.

Foto di copertina: Militari indentificati come mercenari siriani, vicino al confine armeno in Azerbajgian, da un video pubblicato dall’agenzia siriana Jarablus News (Fonte BBC).

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Il dialogo fra Armenia e Azerbaigian riparte a Soči (East Journail 29.11.21)

L’Armenia e Massa-Carrara, un’amicizia di lunga data. La visita dell’ambasciatrice in provincia (Voceapuana 28.11.21)

MASSA-CARRARA – Sabato la provincia di Massa-Carrara ha ricevuto la visita dell’ambasciatrice della Repubblica di Armenia, Tsovinar Hambardzumyan. Invitata dal professor Riccardo Canesi, l’ambasciatrice ha avuto una fitta, intensa e proficua serie di incontri. Durante una breve visita del centro storico carrarese ed avere ammirato la bellezza di Sant’Andrea, si è imbattuta, quasi casualmente, in don Raffaello Piagentini che non ha avuto bisogno di confermare la sua simpatia e la sua cultura, ricordando all’ambasciatrice il patriarca armeno e cardinale di Santa Romana Chiesa, Gregorio Pietro Agagianian, un ecclesiastico che godeva negli anni ’50 di una straordinaria popolarità a Roma e nel mondo, tanto da aver seriamente rischiato di essere papa nel conclave del 1958.

A fine mattinata, l’ambasciatrice ha incontrato al Palazzo ducale di Massa il prefetto Claudio Ventrice, e il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti, che hanno manifestato molto interesse in future collaborazioni tra il nostro territorio e l’Armenia. In particolare, il presidente Lorenzetti, dopo aver ascoltato la proposta di Canesi di festeggiare adeguatamente il sessantesimo anniversario del gemellaggio tra Carrara e Jerevan (che cadrà nel 2022), si è mostrato molto interessato a promuovere una missione politico-economico-culturale nella prossima primavera a Jerevan.

Alle 13,30, l’ambasciatrice ha avuto modo di ammirare il monumento donato dalla città di Jerevan a Carrara nel lontano 1967 localizzato nel parco “Falcone e Borsellino” a Marina di Carrara. In compagnia del presidente del Consiglio comunale carrarese, Michele Palma, e dello storico locale Pietro Di Pierro ha offerto la sua collaborazione per il restauro, in occasione del prossimo anniversario e ha informato i presenti che scultore (Ara Haroutounian) e architetto (Rafael Israelian) dell’opera, sono stati tra i più grandi artisti armeni, al tempo molto giovani. Alle 15 alla Camera di Commercio di è svolto l’incontro con un nutrito gruppo di rappresentanti delle categorie economiche presieduto dal commissario dell’ente camerale, Dino Sodini e supportato dal segretario, Enrico Ciabatti.

Da parte imprenditoriale si è manifestato molto interesse soprattutto nel settore dei trasporti, della meccanica, dell’alimentazione e del turismo. Unanimemente tutti hanno concordato sul fatto che le auspicabili manifestazioni del prossimo anno, in occasione del gemellaggio, potrebbero essere un significativo punto di partenza per stabilire legami più duraturi anche in campo commerciale ed economico. Alle 17 il sindaco di Carrara, Francesco De Pasquale, ha accolto in municipio l’ambasciatrice, insieme a Cesare Bassani, presidente della Commissione Cultura e a Michele Palma. Anche loro si sono detti molto propensi ad organizzare, insieme alla città di Jerevan, degne manifestazioni, in occasione dell’importante anniversario. C’è stato un simpatico scambio di doni e il sindaco ha ricevuto una bottiglia di “cognac” armeno d’annata Ararat.

Alle 18, l’ambasciatrice ha preso parte all’Accademia di Bella Arti, alla presentazione, organizzata da Italia Nostra, del libro “Il Calice Frantumato” di Arthur Alexanian, fiorentino di adozione, francese di passaporto e armeno di origine. La manifestazione è stata aperta da un saluto di Emanuela Biso, presidente di Italia Nostra sezione Apuo-Lunense e coordinata da Canesi. Strapiena la sala, nei limiti della normativa anti-covid, con presenze armene illustri quali quella di Mikayel Ohanjanyan, scultore armeno che vive tra Firenze e Querceta, insignito di molti premi, tra i quali il Leone d’Oro di Venezia vinto con la delegazione armena e del dottor Alexander Aghababian, dell’Azienda Universitaria Pisana.

Interessanti e toccanti gli interventi del pubblico, tra cui quello del professor Fabrizio Geloni che ha raccontato la straordinaria umanità della gente di Armenia da lui incontrata nel lontano 1964, allorché si recò a Jerevan con una delegazione comunale carrarese, tra le prime delegazioni straniere allora viste in Armenia. Alla fine della presentazione sono state donate dall’istituto “D.Zaccagna” , gemellato dal 2015 con una scuola armena, e rappresentato dal professor Andrea Del Sarto, zainetti e magliette all’ambasciatrice, alla sua bambina e alla valente assistente di ambasciata Naira Ghazaryan.

A quest’ultima è stato poi consegnato un diploma di “Carrara per Dante” per avere letto e registrato in armeno il XX Canto dell’Inferno (ne’ monti di Luni, dove ronca / lo Carrarese che di sotto alberga). L’impegnativa giornata dell’ambasciatrice si è conclusa con una cena al ristorante Re Bacco offerta dall’amministrazione comunale, presente il sindaco, lo scrittore Alexanian e altri ospiti armeni.

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Un ponte tra Carrara e l’Armenia. Oggi, su invito di Riccardo Canesi, sarà in visita in città Tsovinar Hambardzumyan, ambasciatrice della repubblica di Armenia in Italia. La diplomatica parteciperà alla presentazione del libro ‘Il calice frantumato” di Arthur Alexanian, alle 18 all’Accademia. A fine mattinata sarà a palazzo Ducale a Massa per incontrare il prefetto, Claudio Ventrice, e poi il presidente della Provincia Gianni Lorenzetti. Più tardi si recherà a Marina, al parco ‘Falcone e Borsellino’ per rendere omaggio al monumento del gemellaggio tra le città di Carrara e Erevan, capitale dell’Armenia, presente il presidente del consiglio Michele Palma. Poi la visita proseguirà alla Camera di commercio per un incontro con il commissario Dino Sodini, in Comune con il sindaco Francesco De Pasquale per poi concludere la giornata a palazzo del Principe.

Armenia-Azerbaigian: “Accordo per la demarcazione del confine” (Euronews 27.11.21)

Nel tentativo di allentare le tensioni tra Armenia e Azerbaigian, Il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato venerdì a Sochi i leader dei due Paesi, rispettivamente il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev. Nella località sul Mar Nero hanno concordato di lavorare per la demarcazione del confine nel Nagorno-Karabakh.

“Ci siamo accordati su una serie di questioni che considero fondamentali. La prima è la creazione di meccanismi, che abbiamo deciso di concretizzare entro la fine di quest’anno, meccanismi per la demarcazione e la delimitazione del confine tra i due Stati”, ha detto Putin.

Nel conflitto per il territorio conteso del Nagorno-Karabakh sono rimaste uccise più di seimila persone. È ormai passato un anno dal cessate il fuoco mediato da Mosca che, tuttavia, non ha spento completamente le tensioni.

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Accordo a Sochi ieri tra Russia, Armenia e Azerbajgian di procedere con la definizione del confine azero-armeno e di sbloccare i collegamenti economici e viari nel Caucaso meridionale (Korazym 27.11.21)


Azerbaigian-Armenia: Putin, Aliyev e Pashinyan trovano accodo su delimitazione confini (Nova News 26.11.21)