Caucaso, le nuove tensioni tra Armenia e Azerbaigian (Università di Padova 03.08.20)

Il Caucaso è tornato a infiammarsi, in uno scontro che è allo stesso tempo etnico, religioso e geopolitico. Lo scorso 12 luglio nella regione di Tovuz/Tovush il cessate il fuoco tra Armenia e Azerbaigian è stato violato dagli scontri più gravi negli ultimi anni, con morti e feriti da entrambe le parti. Meno di una settimana prima il presidente azero Ilham Aliyev si era detto deluso per l’andamento dei negoziati di pace con l’Armenia, minacciando il ritiro della delegazione azera.

Una situazione di instabilità che dura dalla dissoluzione dell’Urss, con il primo conflitto armeno-azero e la nascita della Repubblica del Nagorno-Karabakh (oggi Artsakh). “Le radici del conflitto sono profonde e risalgono a prima dell’Unione Sovietica, quando la zona era contesa tra l’impero zarista e quello ottomano – spiega a Il Bo Live Antonio Varsori, storico delle relazioni internazionali dell’università di Padova –; sono anzi stati proprio i conflitti nel Caucaso, assieme al distacco delle repubbliche baltiche, a mettere in crisi l’Urss durante l’ultimo periodo di Gorbaciov al potere. Mentre però la secessione di Estonia, Lettonia e Lituania fu relativamente pacifica, le rivalità ataviche tra azeri e armeni esplosero in maniera violenta”. Anche perché non sempre i confini delle vecchie repubbliche socialiste corrispondevano a quelli etnici e religiosi: “Tra i più evidenti c’è proprio il caso del Nagorno-Karabakh: una regione autonoma (oblast) assegnata all’Azerbaigian ma tradizionalmente abitata da armeni. Il conflitto dura dalla dichiarazione di indipendenza, che non è stata riconosciuta a livello internazionale: da più di 25 anni insomma le due nazioni sono ufficialmente in guerra. Una questione che resta aperta e ogni tanto riemerge con questi scontri di frontiera e conflitti localizzati”.

Il confitto è anche un’ulteriore occasione di confronto tra la Russia e Turchia, legate ai due contendenti da trattati militari: “Non credo però che nell’immediato ci sarà una vera e propria guerra – continua Varsori –; Putin ed Erdoğan al momento hanno tutto sommato interesse a che questi contrasti non si esasperino, anche perché sono già impegnati in altri scacchieri, a cominciare da Siria e Libia. Certo la tensione è destinata a rimanere finché non ci sarà una pace vera e propria”. Anche nel Caucaso insomma Russia e Turchia alla fine riescono sempre a raggiungere un compromesso: “C’è rivalità ma la volontà sembra di non giungere a uno scontro aperto che non conviene a nessuno. E possiamo dire quello che vogliamo di Erdoğan e Putin ma non sono certamente stupidi e nella loro politica estera c’è una certa razionalità”.

Da secoli la convivenza pacifica nel Caucaso tra popoli e religioni diverse resta un miraggio. Eppure subito dopo la prima guerra mondiale Armenia, Azerbaigian e Georgia approfittarono del collasso dell’impero ottomano e di quello zarista per formare assieme alla Georgia la Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, la quale però si dissolse dopo appena tre mesi. Successivamente le tre repubbliche furono inglobate da Mosca, ma con l’indebolimento e infine il crollo nell’impero sovietico i precari equilibri della regione sono saltati. Da allora le repubbliche caucasiche sono state tutte teatro di conflitti, con la Georgia che nel 2008 ha subito l’attacco russo e la secessione da parte dell’Abcazia e dell’Ossezia del sud. Senza parlare della Cecenia, culla dell’ascesa al potere di Vladimir Putin, che da allora ha sempre mantenuto un’attenzione particolare per la regione.

Negli anni, dalla fine della guerra del Nagorno-Karabakh, molte cose sono cambiate, e alcune no. L’Azerbaigian ha rafforzato la posizione di potenza nel campo degli idrocarburi, aumentando le sue possibilità in ambito bellico e diplomatico rispetto al più piccolo vicino. Dal punto di vista politico invece mentre l’Armenia con l’elezione nel 2018 del premier Nikol Pashinyan sembra essere riuscita negli ultimi anni a emanciparsi dalla vecchia nomenclatura postsovietica, l’Azerbigian assomiglia ancora oggi a una sorta di feudo personale del presidente Aliyev, che ha ereditato il potere dal padre e per il momento ha scelto come vice la moglie. “L’Azerbaigian ha un grande vantaggio nel possesso di ingenti risorse energetiche – spiega ancora lo storico –: tra l’altro è il più importante fornitore dell’Italia e rafforzerà la sua posizione con la Tap, parte conclusiva della pipeline che salta l’Armenia e attraversa Georgia, Turchia, Grecia e Albania prima di raggiungere la Puglia. Gli interessi economici per evitare lo scontro sono quindi forti, soprattutto in un periodo di difficoltà economica”. Da anni nella regione viene portato avanti un faticoso processo di pace da parte del Gruppo di Minsk, guidato da Stati Uniti, Francia e Russia, che però negli ultimi tempi sembra segnare il passo: “Soprattutto Usa e Ue al momento appaiono indeboliti e hanno altro a cui pensare, così come l’Iran – conclude Varsori –. Il Covid-19 sta incidendo sugli equilibri internazionali e più ancora lo farà la crisi economica. Per il momento solo la Cina sembra uscire rafforzata, e in effetti ha approfittato della crisi per riprendersi Hong Kong”.

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NAGORNO-KARABAKH: Frutta e social, si allarga il fronte degli scontri (Eastjournal 02.08.20)

Il conflitto del Nagorno-Karabakh è tornato a far parlare di sé nelle ultime settimane. L’escalation militare nella zona di Tavush, di cui abbiamo scritto nei giorni scorsi, fortunatamente, sembra essersi conclusa. La tensione nella regione resta, però, alta visto che, per la prima volta, si è combattuto sul confine internazionalmente riconosciuto tra Armenia e Azerbaigian, invece che su quello de facto tra la autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh e il resto del territorio azero.

In questo periodo, si è assistito a un altro evento che non aveva precedenti; gli usuali scontri verbali che vedono protagoniste le comunità armene e azere in giro per il mondo sono sfociati in violenza in diverse città del globo. Anche questi eventi, parallelamente a quelli al fronte, sono stati presentati in maniera antitetica dai mezzi d’informazione e sui social network nei due paesi.

La guerra delle albicocche e non solo

A Mosca, i problemi sono iniziati il 18 luglio, quando la catena di distribuzione alimentare Food City, appartenente a due imprenditori azeri, si è rifiutata di comprare le albicocche trasportate da cinquanta camion provenienti dall’Armenia. In risposta, la diaspora armena locale ha organizzato una catena di vendita alternativa della frutta e indetto boicottaggi ai danni dei commercianti azeri della zona. Nei giorni successivi, si sono registrati scontri nella capitale e in altre città della Russia, con ristoranti armeni e azeri attaccati da gruppi  di uomini armati di mazze.

Nel frattempo, gli armeni e gli azeri manifestavano in sostegno della propria madrepatria presso le rispettive sedi diplomatiche nel mondo. Questi movimenti, tendenzialmente pacifici, sono sfociati in violenza tra i due gruppi etniciLondra (17 luglio), Los Angeles (21 luglio) e Bruxelles. La dinamica degli scontri è stata ovunque piuttosto simile, con gruppi di manifestanti delle due fazioni che si sono confrontati in strada.

Una rappresentazione contrastante

Questi gravi episodi non hanno, al momento, avuto conseguenze più serie di alcuni feriti e qualche arresto. I media nei due paesi li raccontano con un unico paradigma. Si parla di manifestazioni pacifiche attaccate da un gruppo di facinorosi provenienti dall’altro gruppo etnico. Le notizie vengono poi pubblicate sui social network da giornalisti e semplici cittadini con toni all’insegna del vittimismo e appelli alla comunità internazionale a fermare l’aggressione altrui.

Accuse di tal genere ricalcano perfettamente quelle inerenti agli scontri sul fronte. Negli ultimi mesi, per esempio, sia Mammad Ahmadzada, ambasciatore dell’Azerbaigian in Italia, che il Consiglio per la comunità degli Armeni di Roma, hanno ribadito quanto  detto e ripetuto negli anni.

Il diplomatico azero ha condannato l’Armenia per l’occupazione trentennale di territorio internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaigian – il Nagorno-Karabakh e sette distretti adiacenti. Ha ricordato anche l’espulsione dei cittadini azeri dai territori sotto occupazione armena e il massacro di Khojali, che vide la morte di 613 civili azeri nel 1992 per opera dell’esercito armeno.

Il Consiglio per la comunità degli Armeni, in un comunicato dal titolo “L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra”, ha accusato Baku di aver provocato l’escalation dei giorni scorsi e i conseguenti scontri in giro per il mondo. Ha anche citato il caso Safarov, l’assassinio di un ufficiale armeno da parte di un collega azero durante un’esercitazione della NATO, come esempio di “armenofobia”.

Chi semina vento raccoglie tempesta

Quanto sta succedendo al fronte e le successive violenze sono il risultato di anni di propaganda all’odio che hanno reso impossibile qualsiasi forma di dialogo. Le due parti si incolpano vicendevolmente senza provare a capire le ragioni dell’altro o fare autocritica.

Come notato nei giorni scorsi da Thomas de Waal, autore dell’importante libro “Giardino Nero”, “un giorno gli armeni e gli azeri dovranno accettare compromessi dolorosi, superare le proprie riserve attuali, fare la pace e vivere di nuovo come vicini”.

Rivangare all’infinito i torti subiti è un atteggiamento utile a infuocare di odio la popolazione, ma non a raggiungere un accordo necessario per il bene dei due paesi.

Da parte armena servirebbe comprendere che il principio di autodeterminazione dei popoli non è sinonimo di secessione. L’attuale situazione che, come menzionato, vede parte del territorio azero occupato per effetto del conflitto negli anni novanta, non potrà mai essere accettata a Baku. Una qualche concessione territoriale è necessaria sul tavolo della pace.

Da parte azera, invece, non sarebbe male rivedere le proprie azioni negli anni passati. Negare il genocidio armeno, glorificare un omicida e distruggere chiese e cimiteri armeni, non ha nulla a che vedere con l’occupazione del territorio azero. Ripensare la propria narrativa al riguardo sicuramente favorirebbe una distensione.

La prossima escalation tra i due paesi è, purtroppo, solo questione di tempo. In questo clima, sempre più teso, è bene chiudere parlando di due recenti iniziative che hanno visto le due parti collaborare. La prima è stata la co-produzione, da parte di giornalisti armeni e azeri, di un documentario sulla guerra in Nagorno-Karabakh. Si tratta di un’opera utile – la si può vedere qui – per capire le ragioni del conflitto e dell’attuale stallo dei negoziati. La seconda, è stata un appello alla distensione firmato da membri delle due comunità nel mondo.

Non è molto, ma sono le poche notizie che lasciano pensare ad un futuro migliore.

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La città armena e i presidenti sotto scacco (La nazione 02.08.20)

PinoDi Blasio

Il tempo stringe, la paura di ritrovarsi in serie D per beghe, cavilli e giochetti pericolosi e ambigui, cresce con il passare delle ore. La priorità è l’iscrizione della Robur, poi si passerà alle altre questioni: a capire bene cosa vogliono fare gli armeni, chi sono i loro veri advisor e rappresentanti, su cosa puntano davvero a Siena, oltre alla banalità della bellezza di Piazza del Campo. Personalmente non ho mai gradito le cortine fumogene della riservatezza, dei fondi che arrivano dal Liechtestein o da Cipro, la presunta tutela della privacy sui nomi, incarichi e precedenti penali e finanziari di chi vuole investire in Italia e a Siena. L’allergia vale anche per Sargis Gevorgyan, o chi per lui, fino a quando non mostrerà il suo volto e spiegherà le sue intenzioni.

Oltre al nuovo vento dell’Est, hanno tenuto banco in questi giorni, i guai di due presidenti. L’ex vertice di Banca Mps, Alessandro Profumo, ha superato indenne lo scoglio dell’azione di responsabilità, il cda del Monte ha scelto la strada della prescrizione. Il processo di Milano dirà se è stata la scelta giusta, qui non resta che ribadire ai nuovi vertici del Monte, che la Banca e Giuseppe Bivona hanno interessi divergenti. Bivona vuole incassare milioni per i danni dalle presunte malefatte degli ex vertici, la Banca deve continuare a fare la banca, nonostante un patrimonio sempre più risicato e bilanci ancora più rossi.

L’altro presidente sotto scacco è Francesco Macrì di Estra. Al quale auguriamo di superare le inchieste giudiziarie, di dimostrare in tutte le sedi la sua trasparenza e legittimità di carica. Ma la difesa non è un alibi per nascondere o sottovalutare la sfiducia del 75% dei soci di Estra. Difficile restare alla guida di una società se tre quarti dei soci ti chiedono di lasciare il volante.

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Robur Siena, quattro giorni all’iscrizione ma la cordata armena frena: cessione slittata

Il conto alla rovescia, iniziato settimana scorsa per l’iscrizione al campionato della Robur Siena, sta volgendo al termine: -4 giorni o il Siena non prenderà parte al campionato di serie C nella stagione 2020/2021. Intanto vanno avanti le trattative, dalle ultime indiscrezioni sembrava che la presidente Durio fosse a Roma per concludere la trattativa con l’armeno Sargis Gevorkyan, ma qualcosa è andato storto: la firma non è ancora arrivata, la cessione slitta a lunedì, forse, ma il tempo sta per finire.

Facciamo un riassunto della situazione che si è creata, già ad inizio anno, in casa Robur. Già a gennaio, la proprietà formata dalla coppia madre e figlio, ovvero, Anna Durio e Federico Trani ha iniziato a vacillare, la stangata definitiva è arrivata con il lockdown e l’emergenza sanitaria. Dalle mura bianco nere però non trapelava nulla, solo silenzio, infine gli stipendi non pagati e, successivamente, pagati in ritardo costando 2 punti di penalizzazione per il prossimo campionato. Successivamente la confessione della Durio: Il Siena è in vendita.

Già da maggio sono iniziate le trattative, molti i nomi che sono ruotati intorno alla Robur Siena, da Lombardi Stronati a Perinetti, infine, i nomi più gettonati: Diego Foresti e Sargis Gevorkyan, imprenditore proveniente dall’Armenia. In queste trattative si sono composti due schieramenti, da un lato la presidente Durio, volenterosa di cedere la società alla cordata romana guidata da Foresti, molto probabilmente perchè l’ormai ex direttore generale della viterbese avrebbe mantenuto Durio-Trani come soci di minoranza, con la garanzia di ripianare i debiti. Dall’altro lato il Comune di Siena che fin da subito non ha mai nascosto la sua simpatia verso il gruppo armeno.

Nonostante tutto, fin dall’inizio Foresti primeggiava nella volontà della società bianco-nera, arrivando quasi a concludere la trattativa, fino a quando qualcosa si è rotto, forse un’offerta finale troppo alta, insomma, sta di fatto che Foresti ha tirato i remi in barca ed ha portato la sua società (Fram Group n.d.r.) tra le fila del Catanzaro. Da lì in poi, seguirà un pressing fortissimo da parte del Comune di Siena che si dice preoccupato per un probabile fallimento. Intanto, però, la cordata armena si rifà avanti, questa volta con la volontà di acquisire, una volta per tutte, la società Robur Siena. Negli ultimi giorni si sta trattando, dalle ultime indiscrezioni sembra che la presidente Durio sia andata a Roma per concludere la trattativa, per affidare il 100% delle quote nelle mani di Sargis Gevorkyan. Forse nei prossimi giorni ci sarà l’ufficializzazione della vendita. Intanto il tempo scorre, sono ore decisive e convulse, il Siena non può e non deve fallire. L’iscrizione al campionato, però, è vicina.

Niccolò Bacarelli

“Games of drones” nel Caucaso meridionale (difesaonline 01.08.20)

(di Andrea Gaspardo)
01/08/20

Un aspetto interessante emerso nel corso degli scontri di confine tra Armenia e Azerbaigian, già ampiamente descritti sul versante geopolitico in una precedente analisi (v.articolo), è stato il massiccio utilizzo di UAV da parte dei contendenti. Ciò non rappresenta una novità in senso stretto dato che il primo utilizzo di velivoli senza pilota in modo sperimentale da parte dei contendenti risale ad almeno 20 anni fa. Tuttavia, quello che era iniziato come un esperimento in sordina, ha piano piano assunto i contorni di un fenomeno di larga scala foriero di ulteriori evoluzioni dagli esisti inaspettati, come visto dalle esperienze della “Guerra dei Quattro Giorni” dell’aprile 2016 e dagli scontri di frontiera del luglio 2020.

Nel corso degli ultimi fatti d’arme, avvenuti lungo i confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica d’Armenia e della Repubblica d’Azerbaigian, gli Azeri hanno dichiarato di aver abbattuto 5 UAV armeni mentre a loro volta gli Armeni hanno rivendicato l’abbattimento di 13 UAV azeri. Anche questa volta sembrava di assistere al balletto di cifre che regolarmente fa capolino nelle sparate di propaganda diffusa delle parti in conflitto (propaganda che, è bene ricordarlo, a volte è frutto di deliberate manovre di disinformazione mentre altre volte è prodotto della cosiddetta “fog of war”, l’incertezza delle notizie provenienti dai campi di battaglia). Tuttavia, mentre le forze azere non hanno presentato ad oggi alcun tipo di prova a sostegno delle loro rivendicazioni, le loro controparti armene hanno questa volta colto tutti in contropiede organizzando, il 21 di luglio, una conferenza stampa in grande stile in uno spazio aperto nel corso della quale sono stati mostrati, a beneficio della stampa e degli analisti militari, i resti degli UAV azeri abbattuti nel corso dei giorni precedenti.

Interessante notare il fatto che, mentre alcuni UAV erano stati distrutti dal fuoco delle unità della Difesa Aerea, altri risultavano “relativamente intatti” quindi molto probabilmente vittime di attacchi informatici (in stile iraniano) oppure dirottati dagli impulsi elettronici ed elettromagnetici dei sistemi EW di origine russa, in servizio presso le Forze Armate Armene, che hanno dimostrato anche nel Caucaso meridionale (come già in Siria) la loro micidiale efficacia.

Contestualmente l’ufficio stampa delle Forze Armate della Repubblica d’Armenia ha pubblicato i video degli abbattimenti dei droni nemici ripresi dai serventi delle batterie antiaeree così come le riprese dei campi di battaglia, questa volta eseguite dai propri droni, apparentemente liberi di operare senza molte interferenze da parte azera.

L’iniziativa armena, a dire la verità un’autentica “prima volta” in questo genere, ha avuto una certa eco e ha permesso alla piccola repubblica caucasica di rivendicare la “palma della vittoria” per quanto attiene alla dimensione di “information war” della recente recrudescenza del conflitto.

Ma come si sono infiltrati i droni nelle dottrine militari e negli impieghi operativi dei duellanti del Caucaso?

Come già affermato in precedenza, l’impiego degli UAV in questa parte del mondo risale ai primi anni 2000 e l’iniziatore di tale trend è stato l’Azerbaigian. A partire dalla fine della “Guerra del Nagorno-Karabakh” del 1988-94, l’Azerbaigian, sconfitto e schiantato militarmente, decise sostituire le operazioni di “guerra convenzionale” con una vera e propria “intifada della guerra” al fine di snervare la determinazione degli Armeni ed obbligarli ad abbandonare il Nagorno-Karabakh (Artsakh). A partire da questa necessità politico-strategica, e nel quadro di un progressivo potenziamento delle proprie forze armate grazie ai proventi della vendita di petrolio e gas, gli Azeri si sono rivolti ai loro sponsor internazionali al fine di ottenere sempre nuovi armamenti. E una delle armi che gli strateghi di Baku riconobbero come fondamentale per prevalere sui loro nemici furono proprio gli UAV, in particolare quelli prodotti dallo Stato d’Israele. Non è questo il luogo e il tempo di parlare delle relazioni tra lo Stato d’Israele e la Repubblica dell’Azerbaigian a 360 gradi; per il momento ricorderemo soltanto che, dal punto di vista militare, l’Azerbaigian si è rapidamente imposto come uno dei principali clienti degli arsenali “made in Israel” sin dalla guerra del 1988-94.

A fare da tramite in un primissimo tempo fu la Turchia, grande sponsor dello stato caspico e anch’essa cliente di vecchia data dei prodotti militari dello “stato con la Stella di Davide”, ma successivamente Baku ha imparato a muoversi rapidamente con le proprie gambe.

Non è chiaro esattamente quali e quanti UAV siano in servizio presso le Forze Armate dell’Azerbaigian anche se si sa che essi sono controllati principalmente dalle Forze Aeree. È senza dubbio vero che una parte delle somme di denaro dei “mega contratti multimiliardari”, che le autorità di Baku strombazzano con la stessa regolarità delle stagioni, vengono spese per l’acquisto di droni israeliani così come è vero che, a partire dal 2005, le Industrie del Ministero della Difesa dell’Azerbigian hanno incominciato a produrre autonomamente una certa aliquota dei propri arsenali, UAV inclusi, ma i contorni del quadro sono ancora molto fumosi.

Per trovare alcuni fatti concreti bisogna, paradossalmente, “rivolgersi all’Armenia”. Infatti è sul confine tra Armenia ed Azerbaigian, oltre che sulla linea del fronte nel Nagorno-Karabakh (Artsakh) che l’Azerbaigian impiega le nuove tipologie di UAV non appena entrano in servizio e, dato che gli Armeni glieli abbattono con altrettanta regolarità, possiamo essere sicuri che, tempo qualche mese, i resti dei nuovi “giocattoli” di Baku verranno mostrati di fronte alle telecamere ad uso e consumo degli analisti della difesa di mezzo mondo.

Seguendo questo modus operandi è stato possibile verificare che, nel corso degli anni, Baku abbia messo in servizio UAV del tipo: IAI Searcher, IAI Harpy, IAI Heron (foto), Aeronautics Defense Orbiter, Aeronautics Defense Dominator, Elbit Hermes 450 ed Elbit Hermes 900, oltre allo UCAV del tipo IAI Harop. Quest’ultimo poi, ha fatto un’entrata in scena letteralmente “con il botto”, nel corso della guerra del 2016, quando un esemplare venne ripreso dalle telecamere nell’atto di schiantarsi contro un bus carico di volontari armeni diretti al fronte uccidendone almeno una decina e ferendone molti altri.

Come già detto, non è facile valutare tipologie e numeri dei droni dell’Azerbaigian, tuttavia alla luce di quanto detto sin ora, possiamo affermare che ad oggi Baku schieri: UAV di origine israeliana direttamente forniti da Israele, UAV di origine israeliana prodotti su licenza in Turchia e UAV di origine israeliana prodotti su licenza dallo stesso Azerbaigian. Corre voce però che, dopo anni di dipendenza da Israele, gli Azeri vogliano ora differenziare le loro fonti di approvvigionamento di droni e che stiano tenendo d’occhio con particolare interesse gli indiscutibili successi che la Turchia ha ottenuto negli ultimissimi anni in questo campo.

Dopo essere stata per lungo tempo dipendente dagli Stati Uniti d’America e dallo Stato d’Israele per le forniture di UAV e UCAV, ora la Turchia è assolutamente autonomia in questo senso e l’industria militare turca può essere considerata una superpotenza nel settore. Le Forze Armate di Ankara hanno utilizzato massicciamente i droni nei conflitti di Siria, Iraq e Libia e, pare che gli strateghi della Mezzaluna turca abbiano sposato completamente ed entusiasticamente la dottrina militare iraniana dell’utilizzo massiccio e generalizzato dei droni in ambito bellico, in questo modo differenziandosi dai loro fornitori originari, gli Americani e gli Israeliani, che pure operando con gli UAV e gli UCAV già da decenni pare siano rimasti “un pochino indietro” dal punto di vista dottrinale e sono “meno spregiudicati”. Dato che, ad oggi, le industrie turche sono state in grado di produrre almeno una quarantina di modelli diversi di UAV e UCAV (senza contare quelli di origine straniera prodotti su licenza), si capisce come le possibilità di Baku per rifornirsi siano enormi.

Diverso è stato invece il percorso intrapreso dall’Armenia, i cui primi UAV hanno incominciato a volare attorno al 2010; a differenza dell’Azerbaigian però, l’Armenia ha deciso da subito di percorrere la via dell’autarchia. Le ragioni che hanno portato Yerevan ad optare per questa scelta sono essenzialmente due. Primo: evitare come la peste di compromettere la propria sicurezza nazionale in un settore strategico come quello degli UAV affidandosi a fornitori stranieri, specialmente gli Israeliani, che già facevano affari d’oro proprio con la Turchia e l’Azerbaigian, i due paesi nemici dell’Armenia per antonomasia. Secondo: dare impulso al proprio comparto hi-tech e a tutte le imprese piccole e grandi d’Armenia che da anni stanno trainando lo sviluppo del segmento dell’economia ad alto contenuto di tecnologia in stretta collaborazione con i poli universitari del paese. Seppure questa strategia non si sia rivelata di facile percorrenza ed abbia necessitato di tempo, denaro e pazienza per poter essere messa in pratica, essa si è alla lunga dimostrata pagante, ed oggi vi sono diverse compagnie armene molto attive nella progettazione e nella produzione di UAV le cui prestazioni però non sono facili da valutare vista la refrattarietà delle autorità armene di permettere l’export di questi mezzi considerati “strategici”.

Egualmente complicato è valutare quali e quanti UAV siano in servizio con le Forze Armate della Repubblica d’Armenia e con l’Esercito di Difesa dell’Artsakh. Visto che le controparti azere non si sono dimostrate altrettanto efficaci nell’abbattere i droni armeni, nonostante siano in possesso di sistemi di difesa antiaerea sulla carta molto validi, l’unica altra strada da percorrere è quella dello studio dei “modelli” mostrati nel corso delle parate militari o nei filmati relativi alle esercitazioni militari. Tuttavia è bene ricordarlo che gli Armeni sono abbastanza “abbottonati” quando si tratta di rivelare la vera entità numerica e potenzialità delle loro forze armate e dei mezzi in dotazione e “non mostrano mai del tutto ciò che hanno veramente”.

Dopo questa doverosa premessa possiamo dire che le Forze Armate della Repubblica d’Armenia e l’Esercito di Difesa dell’Artsakh hanno adottato con certezza almeno 4 tipi diversi di UAV: il Basé, lo X-55 (foto), il Krunk e l’Azniv.

Il Basé è il più piccolo di tutti e svolge operazioni di ricognizione a livello di squadra o sezione, in particolare in appoggio alle operazioni delle Forze Speciali o degli avamposti sulla linea del fronte.

Lo X-55 è un po’ più grande e compie operazioni di ricognizione in appoggio ad operazioni di livello di battaglione o reggimento. Il Krunk e l’Azniv (quest’ultimo rappresenta un’evoluzione del precedente) svolgono invece operazioni di ricognizione sia tattica che strategica e si sono rivelati eccellenti piattaforme d’appoggio per dirigere il tiro d’artiglieria nel corso delle schermaglie senza fine lungo l’estesissima linea del fronte.

Il Krunk in particolare (che in lingua armena significa “gru”) è entrato in servizio nel 2011 e da allora è stato costantemente aggiornato e migliorato (tanto che ne sono entrate in servizio almeno 11 varianti diverse!) e ha stupito numerosi osservatori internazionali, persino gli stessi Israeliani, per le sue caratteristiche e prestazioni.

L’improvvisa apparizione dello UCAV IAI Harop tra i mezzi a disposizione dell’Azerbaigian, nel corso della guerra lampo del 2016, ha letteralmente scioccato gli Armeni (i servizi segreti di Yerevan per una volta hanno fatto cilecca e non avevano anticipato l’entrata in servizio di questo mezzo) i quali prima hanno pubblicamente respinto un’offerta segreta israeliana per l’acquisto dello stesso mezzo e poi hanno mobilitato il loro comparto tecnologico che nei 4 anni successivi ha sfornato numerosi modelli di UCAV indigeni, tra i quali almeno 2 sono stati adottati ed impiegati nei recenti scontro del luglio 2016: il BEEB 1800 e lo HRESH (“mostro” in lingua armena). Quest’ultimo in particolare è diventato suo malgrado protagonista di un piccolo intrigo internazionale quando diversi osservatori israeliani lo hanno associato allo UCAV israliano HERO-30 prodotto dalla Uvision accusando successivamente l’Armenia di essere una “ladra di tecnologia UCAV”, circostanza respinta seccamente dai vertici del gruppo ProMAQ, un conglomerato di diverse compagnie attive nel settore dei droni fondato subito dopo la guerra del 2016 e rispondente direttamente al governo ed alle autorità militari di Yerevan.

Al di là della querelle diplomatica pare proprio che non vi sia fondamento nelle accuse israeliane perché, ad una valutazione approfondita, lo HRESH non assomiglia a nessuno dei prodotti della Uvision (e coloro che hanno messo in correlazione lo HRESH con lo HERO-30 forse avrebbero fatto meglio a metterlo in relazione invece con lo HERO-400EC il quale è molto più simile allo UCAV armeno sia esteticamente che per prestazioni, invece dello HERO-30 che è totalmente diverso) ma sembra piuttosto una versione “rimpicciolita” del missile serbo ALAS con il quale ha in comune il medesimo sistema di guida ed una somiglianza estetica abbastanza marcata oltre alla stessa flessibilità di impiego. È curioso che proprio nel corso degli scontri di luglio 2020 l’Azerbaigian abbia apertamente accusato la Serbia di vendere armi e tecnologia militare all’Armenia, circostanza poi confermata (anche se minimizzata) dalle autorità di Belgrado, aprendo così la possibilità che, effettivamente, possa esistere un certo grado di parentela tra lo UCAV armeno HRESH ed il missile serbo ALAS.

Infine, proprio durante gli scontri di luglio 2020, le autorità del Nagorno-Karabakh (Artsakh) hanno annunciato l’inizio della produzione di massa di uno UCAV “made in Stepanakert” dopo uno sviluppo durato due anni e conclusosi con un utilizzo sperimentale sul campo dell’arma contro le posizioni azere. Sfortunatamente, al momento, a parte i video diffusi dalle autorità nagornine, non si conosce nulla di questo UCAV, nemmeno il nome.

Per concludere, abbiamo visto come la situazione di perenne conflitto tra Armenia e Nagorno-Karabakh (Artsakh) da un lato e Azerbigian dall’altro abbia creato il terreno fertile per lo sviluppo e lo schieramento da parte dei contendenti di importanti flotte di UAV e UCAV che sono già stati impiegati massicciamente e il cui utilizzo vedrà prevedibilmente un’escalation nel futuro, provocando nuove innovazioni nelle strategie di guerra che potranno poi essere esportate in altri contesti di conflitto in altre aree del mondo, anche alle nostre porte di casa. Una ragione in più per non girarci dall’altra parte e mantenere alta l’attenzione su questa area calda della geopolitica contemporanea.

Duduk musiche e voci dall’Armenia a Forni di Sopra (Ilfriuli.it 01.08.20)

Entra nel vivo l’Anciuti Music Festival, prezioso spazio culturale di riscoperta e valorizzazione della figura di Giovanni Maria Anciuti (1674-1744), ineguagliato costruttore di strumenti a fiato originario di Forni di Sopra: trasformata quest’anno – in ragione delle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria – da evento itinerante in “stanziale”, sul territorio di Forni di Sopra, la rassegna offrirà nel mese di agosto dei raffinati “Concerti al tramonto”, appuntamenti di indubbio livello adatti, peraltro, sia a una platea qualificata che al grande pubblico. Il primo è in calendario per sabato 1 agosto, alle 17.30, nel piazzale della chiesa di San Giacomo, nella frazione di Vico: di particolare suggestione la proposta d’ascolto, intitolata “Il Duduk, musiche e voci dall’Armenia” e affidata a Elizaveta Martyrosian, (voce), Abel Arshakian, al Duduk, e Nelson Arshakian, al Dhol: si tratta di strumenti popolari tipici dell’Armenia, appunto. L’ingresso sarà libero.

La seconda data porta a mercoledì 5 agosto, quando a Cjasa dal Munic, nella borgata di Cella (sempre alle 17.30), si potrà assistere a un’elegante esibizione dei musicisti Paolo Pollastri, Claudia Pavarin ed Enrico Cossio: “Giochi d’ancia” il titolo del concerto, che offrirà un “viaggio” sonoro alla scoperta di oboi e corni inglesi dal Rinascimento ai giorni nostri.

Promosso dal Comune di Forni di Sopra, con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, e curato dall’Associazione culturale Dorelab, in partnership con la Pro loco di Forni di Sopra e il Comune di Palmanova, l’Anciuti Music Festival 2020 è coordinato dai maestri Paolo Pollastri, direttore artistico, ed Enrico Cossio, direttore organizzativo.

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L’ Armenia denuncia un nuovo attacco armato dell’Azerbaigian (appoggiato dal governo turco). La protesta della Comunità armena italiana. (Storiaverità 01.08.0)

Il ministero della Difesa armeno ha annunciato un nuovo attacco da parte delle forze armate azere lungo il confine che separa le due Repubbliche. Come riportato dall’agenzia di stampa Armenpress, la portavoce del ministro della Difesa armeno Shushan Stepanyan ha osservato che le forze speciali delle forze armate azere il 21 luglio, verso le 22:30, hanno lanciato un altro attacco in direzione della postazione di confine dell’esercito armeno “Avnakh”. Si tratta della stessa postazione che le forze armate azere hanno attaccato il 12 luglio.

“Le unità delle forze armate dell’Armenia hanno respinto l’attacco, infliggendo perdite significative al nemico. Secondo i dati preliminari, il nemico non ha subito non solo perdite umane, ma anche diverse forze speciali azere furono intrappolate. Non ci sono perdite dalla parte armena” – ha riferito Stepanyan.

Mappa della zona

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“In alcune parti del confine, il nemico ha violato il cessate il fuoco 7 volte con armi leggere, sparando circa 20 colpi in direzione delle posizioni dell’esercito armeno. Il cessate il fuoco nella direzione delle posizioni di combattimento situate nella direzione di Gill è stato violato una volta, nella direzione delle posizioni di combattimento situate nella direzione di Aygepar una volta, le posizioni di combattimento situate nella direzione di Paruyr Sevak, Yeraskh e Zangakatun 3 volte” – riporta ancora la portavoce della difesa di Erevan.

Gli scontri al confine tra i due Paesi sono iniziati il 12 luglio scorso nella regione di Tavush, nel nord delle due repubbliche. L’Azerbaigian ha denunciato un tentativo da parte delle forze armate armene di attaccare le posizioni dell’esercito della repubblica usando l’artiglieria, mentre Erevan attribuisce l’escalation a un tentativo di sfondamento da parte dell’Azerbaigian nella postazione di confine di Avnakh. Baku riporta la morte di 12 soldati dell’esercito azero. Erevan ha annunciato la morte di quattro militari e il ferimento di altri dieci. Entrambi i paesi accusano il nemico di aver colpito deliberatamente obiettivi civili.

Il conflitto tra l’Azerbaigian e l’Armenia per il Nagorno-Karabakh iniziò nel febbraio 1988, quando la Regione autonoma del Nagorno-Karabakh, a maggioranza armena, annunciò la sua secessione dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Nel corso del conflitto armato del 1992-1994, l’Azerbaigian ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e di sette dipartimenti adiacenti. Dal 1992 sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nell’ambito del gruppo OSCE di Minsk, presieduto da Russia, Stati Uniti e Francia. La regione di Tavush dove si sono svolti gli scontri nell’ultima settimana si trova a circa 160 Km a nord della regione contesa.

Fonte: https://sicurezzainternazionale.luiss.it (traduzione di Italo Cosentino).

Il Comunicato della Comunità armena italiana.

In questi giorni l’Azerbaigian, dopo aver aggredito lo scorso 12 luglio militarmente l’Armenia cercando di violare il suo confine di Stato, ha dato avvio a una campagna di disinformazione in tutto il mondo, cercando di addebitare all’Armenia tale incursione e accusando, per ultimo, anche la Diaspora armena di aggressione verso i cittadini azeri.

Come invece la cronaca di questi ultimi giorni ci sta evidenziando le informazioni diffuse dalle sedi diplomatiche e dagli ambasciatori azeri presso gli stati stranieri si sono verificate del tutto infondate e menzognere, perché sono proprio gli attivisti turco azeri, incitati da Baku e dal Presidente dittatore Aliyev, a compiere atti di violenza verso le sedi diplomatiche armene e verso gli armeni.

Gli azeri prima aggrediscono, ricorrono ad atti di violenza per poi correre ai ripari con accuse infondate, mistificando addirittura la storia e la realtà, come sta facendo da qualche giorno l’Ambasciatore azero in Italia Sua Eccellenza Mohammad Ahmadzada, inviando lettere piene di fake news a testate giornalistiche e politici.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra.

D‘altronde da un Paese che ha portato in trionfo come eroe nazionale un proprio ufficiale condannato per aver decapitato un soldato armeno durante un corso NATO a Budapest non c’era da aspettarsi un diverso atteggiamento.

L’Azerbaigian, agli ultimi posti nella classifica mondiale sulla libertà di informazione e tra i paesi più corrotti e corruttori, è stato già giudicato dal mondo libero e democratico.

Come Consiglio per la comunità armena di Roma, in quanto componenti della diaspora armena in Italia, denunciamo questa ennesima campagna di odio e di armenofobia portata avanti dal regime di Baku. Condanniamo tutti gli atti di violenza compiuti perché crediamo e siamo convinti che la via maestra sia il dialogo e la diplomazia e non l’aggressione e la violenza.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra. Lo ribadiamo.

Invitiamo tutte le istituzioni, i politici e i media italiani a non prestare in alcun modo il fianco alle infondate accuse della dittatura azera spalleggiata dal regime di Ankara. E anche a verificare sempre la fondatezza delle comunicazioni diffuse e ad appoggiare la linea della non violenza, ribadita anche dal ministero degli Esteri armeno e dal gruppo di Minsk dell’OSCE.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian (e la Turchia) la guerra.

Consiglio per la comunità  armena di Roma

www.comunitaarmena.it

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Il Premio Cultura Cattolica ad Antonia Arslan, immensa voce e penna del popolo armeno (Tempi.it 31.07.20)

Gli schiamazzi dei rivoltosi, le lagne delle élite americane, il silenzio su Santa Sofia. La scrittrice che ha immortalato il genocidio della prima minoranza cancellata dalla storia parla di Occidente orfano di simboli e intellettuali cristiani

«Accidenti»: quando spiegarono ad Antonia Arslan che la giuria del Premio Internazionale Medaglia d’Oro al merito della Cultura Cattolica aveva deciso all’unanimità di assegnarle lo stesso riconoscimento andato ad Augusto Del Noce, Joseph Ratzinger, Luigi Giussani, Hanna-Barbara Gerl Falkovitz, l’eccezionale scrittrice di origini armene si trovava, come tutti, in clausura, confinata nella sua amata casa a Padova.

CORAGGIOSA TESTIMONIANZA DI FEDE

Arslan è dunque la vincitrice della 38esima edizione del Premio. Dando l’annuncio proprio oggi, Francesca Meneghetti, presidente della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa, ha detto:

«Il premio assegnato quest’anno valorizza una scrittrice di fama internazionale, che ha narrato la storia di uno dei più antichi popoli cristiani. Antonia Arslan ha dato un contributo fondamentale alla conoscenza della storia armena in Italia, ed è tutt’ora un riferimento di spicco del mondo culturale: in molte occasioni ha dato una coraggiosa testimonianza di fede, senza cedere al politicamente corretto. Le sue opere, pur descrivendo il dramma del genocidio armeno e le sue terribili conseguenze, non hanno mai smesso di lanciare messaggi di speranza e di cercare la bellezza, in tutte le sue forme».

La cerimonia di conferimento del Premio si terrà a Bassano del Grappa (VI) venerdì 20 novembre alle ore 20:30 presso il Teatro Remondini.

CERCARLO DAPPERTUTTO

Era squillato spesso il telefono nelle settimane seguenti il 2 febbraio, quando «in un’alba scura e polverosa gli tenni la mano sul cuore e gli dissi: “A presto, amico della mia vita”». Un breve addio alla vita intera del marito Paolo Veronese, seguito da giorni trascorsi a «cercarlo dappertutto» per le grandi stanze abbandonate. La compagnia della figlia Cecilia, impossibilitata a tornare in Grecia quando venne proclamato lo stato di emergenza, le carte, gli scampoli di una vita da docente di Letteratura italiana all’Università di Padova, i libri “trascurati”, le puntate di Star Trek, qualche buona idea da trasformare in racconto: erano trascorsi così i giorni di «casalinga solitudine, in cui antiche paure di malefici e di contagi tutti ci opprime» – in cuore un tacito grazie per aver potuto accudire il marito con medici e infermiere prima che si trincerassero a combattere il Covid, il silenzio innaturale che gravava come un grosso masso di pietra sulla città rotto dallo solo dallo squillare del telefono.

LA CHIAMATA, IL PREMIO, «ACCIDENTI»

«Mi chiamavano per chiedermi articoli, recensioni, rubriche, per sapere cosa stessi leggendo e raccomandarmi – da che pulpito, amiche di poco più giovani di me! – di stare in casa pasticciando con questo gergo malsano d’importazione americana: lockdown», racconta a Tempi la vivace autrice de La masseria delle allodole -. È il termine che designa l’isolamento di un detenuto evaso o il confino nelle celle dei prigionieri in seguito a disordini e invito chiunque a non usarlo». Poi un giorno, dall’altra parte del telefono non ci sono amiche apprensive o giornalisti ma Cesare Cavalleri, direttore delle Edizioni Ares e del mensile Studi Cattolici, e il professor Lorenzo Ornaghi, direttore dell’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore; le spiegano il motivo della chiamata, le annunciano che il Premio le verrà consegnato a novembre: «accidenti», pensa Arslan riflettendo su chi l’ha preceduta e le cose che non capitano per caso.

«DOVE SONO OGGI LE PENNE CATTOLICHE?»

«Tre le tante carte riemerse durante la clausura come dopo un naufragio ho ritrovato un foglietto sul quale avevo trascritto molti anni fa una piccola poesia di un poeta dell’epoca di Shakespeare, Thomas Nashe. S’intitola, pensate un po’, Tempo di pestilenza e dice: “La luce scende dall’aria,/ regine sono morte giovani e belle;/ la polvere ha chiuso gli occhi di Helen./ Io sono malato e devo morire./ Che Dio abbia pietà di noi». Quando le chiediamo quindi perché di grida forti di fede iscritta in un destino nel mondo della cultura non ne udiamo più Arslan rammenta «il clima anticattolico pervasivo che in tanta parte del mondo diventa persecuzione, morte, sangue. Sarebbe un errore sottovalutarlo, così come è un errore chiudere gli occhi davanti alle fiamme che si sono levate da ventuno chiese di Francia, la distruzione e l’abbattimento di lapidi nei cimiteri ebraici, le esibizioni che scherniscono immagini e simboli sacri. Ridicolaggini immonde, quest’ultime che non meritano neanche l’aggettivo blasfeme, certo è che non vedo molti eroi della penna, poeti, scrittori, giornalisti pronti a giudicare i fatti per quello che sono, scrivere per chi non può o non riesce a levare null’altro che una voce esitante, incespicante. In compenso, abbondiamo di autoanalisi, riflessioni egoriferite, esercizi colti centrati su se stessi. È innegabile notare una sorta di assenza di amore fervido per la propria cultura, per il popolo cattolico».

LA VOCE DEGLI ARMENI

Di corpi e anime rivestite di Cristo fin dagli albori del IV secolo, identità millenarie forgiate alle pendici maestose dell’Ararat, discendenze che si erano fatte sciami verso le più vivaci capitali europee, per poi diventare ritorni nella splendida Costantinopoli prima che il Metz Yeghern, il Grande Male li inghiottisse, ha scritto tanto Arslan, ancora bambina quando nonno Yerwant le salvò la vita (era un medico eccezionale) e le raccontò la sua storia, quella delle stragi, di suo fratello il farmacista mite e fantasticante, decapitato con fredda efficienza, della deportazione, delle sorelline morte di fame: Arslan tenne queste cose nel suo cuore, finché non riuscì a scriverle. E continuò a scriverne.

GLI SCHIAMAZZI DEI RIVOLTOSI

Voce del genocidio armeno, di cristiani che «morirono tutte le morti della terra, le morti di tutti i secoli» (come le definì Armin Wegner, ufficiale tedesco e coraggioso testimone degli indiavolati giorni del massacro) che ancora percorrono come sangue le vene della storia armena che tanti vorrebbero cancellare, Arslan ha osservato i distruttori di statue e di eredità riversarsi in strada. Ma soprattutto ha osservato giornali ed élite imbastire «sui banalissimi e scontatissimi schiamazzi dei rivoltosi questa buffonata della cancel culture: non c’è niente di nuovo, quando la gente scende nelle vie a urlare senza scontrarsi contro qualcuno o dover pagare pegno non può che prendersela con i monumenti. Quando cadde la Repubblica di Venezia non si salvarono dagli scalpelli nemmeno i leoni sulla facciata del comune di Feltre. Io non mi scandalizzo affatto, quando cambierà il vento verranno abbattute o verniciate altre statue e siccome la mamma dei cretini è sempre incinta si rivendicherà la cancellazione di altri nomi, altri scrittori, altri film. Ora ce l’hanno con Colombo, la O’Connor, Via col vento, domani sarà Shakespeare o la Bibbia e via dicendo. Non è questo a preoccuparmi».

LA SCIATTERIA DEI CORRISPONDENTI IN USA

A stupire e disgustare Arslan è piuttosto la sciatta cretineria in cui indugiano giornali e sedicenti uomini di cultura per tenere bordone alla narrazione delle urgenze di un’America ridotta a “quel che accade in California, Washington, New York” e all’ossessione degli atenei per l’igiene delle identità: «Sembra che per stampa e tv in mezzo alle due coste non ci sia niente, non ci sono 50 stati che hanno poco a che vedere l’uno con l’altro, o 330 milioni di abitanti, ci sono solo quelli che chiedono giustizia per George Floyd. Un nero ucciso da un poliziotto in uno stato democratico, con un governatore democratico, in una città democratica che ha eletto un sindaco democratico che ha nominato un capo della polizia democratico. Non mi aspetto che chi strepita in piazza dichiarando guerra ai simboli faccia due più due, ma che lo faccia il corrispondente degli Stati Uniti sì».

SANTA SOFIA E LA DIMENTICANZA DEL SIMBOLO

Eppure basterebbe guardare là dove la scure del Grande Male si abbatté su una minoranza sottomessa ma fiera di essere stata il primo popolo a chiamarsi cristiano per capire cosa sia un simbolo: «Come si fa a non protestare con vigore e a voce alta e chiara contro la decisione di Erdogan di riconvertire Santa Sofia in moschea? È mai possibile che nessuno osi dire che il nuovo nazionalismo turco si sia appropriato di un potentissimo simbolo della cristianità, con i suoi splendidi mosaici e la sua storia di basilica millenaria, per tirare l’ultimo schiaffo ai cristiani del Medio Oriente? Sapete – racconta Arslan – quasi nessuno ricorda, perché in pochi lo hanno raccontato, dove si è diretto l’esercito turco appena entrato in Siria. Non a un obiettivo militare ma alla minuscola Chiesa dei Martiri Armeni di Deir ez-Zor. La chiesa era per gli armeni quello che per gli ebrei potrebbe essere Auschwitz: la meta delle deportazioni, il luogo dove gli ultimi sopravvissuti vennero brutalmente sterminati. Intorno alle loro ossa, affiorate nel deserto e deposte sotto l’altare, veniva celebrata ogni anno la messa di commemorazione del genocidio. Ora quella chiesa non c’è più, bisognava distruggerla, distruggere il simbolo». Ma del simbolo, da cui rinasce la vita, ha perso memoria l’Occidente distratto. E forse da qui dovrà ripartire una cultura per potersi dire generata da un’esperienza di vita e a buon diritto definirsi cattolica.

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l’Armenia vuole la pace (La folla 31.07.20)

cronache: comunicato del Consiglio per la comunità armena di Roma

l’Armenia vuole la pace

In questi giorni l’Azerbaigian, dopo aver aggredito lo scorso 12 luglio militarmente l’Armenia cercando di violare il suo confine di Stato, ha dato avvio a una campagna di disinformazione in tutto il mondo, cercando di addebitare all’Armenia tale incursione e accusando, per ultimo, anche la Diaspora armena di aggressione verso i cittadini azeri.

Come invece la cronaca di questi ultimi giorni ci sta evidenziando le informazioni diffuse dalle sedi diplomatiche e dagli ambasciatori azeri presso gli stati stranieri si sono verificate del tutto infondate e menzognere, perché sono proprio gli attivisti turco azeri, incitati da Baku e dal Presidente dittatore Aliyev, a compiere atti di violenza verso le sedi diplomatiche armene e verso gli armeni.

Gli azeri prima aggrediscono, ricorrono ad atti di violenza per poi correre ai ripari con accuse infondate, mistificando addirittura la storia e la realtà, come sta facendo da qualche giorno l’Ambasciatore azero in Italia Sua Eccellenza Mohammad Ahmadzada, inviando lettere piene di fake news a testate giornalistiche e politici.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra.

D‘altronde da un Paese che ha portato in trionfo come eroe nazionale un proprio ufficiale condannato per aver decapitato un soldato armeno durante un corso NATO a Budapest non c’era da aspettarsi un diverso atteggiamento.

L’Azerbaigian, agli ultimi posti nella classifica mondiale sulla libertà di informazione e tra i paesi più corrotti e corruttori, è stato già giudicato dal mondo libero e democratico.

Come Consiglio per la comunità armena di Roma, in quanto componenti della diaspora armena in Italia, denunciamo questa ennesima campagna di odio e di armenofobia portata avanti dal regime di Baku. Condanniamo tutti gli atti di violenza compiuti perché crediamo e siamo convinti che la via maestra sia il dialogo e la diplomazia e non l’aggressione e la violenza.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra. Lo ribadiamo.

Invitiamo tutte le istituzioni, i politici e i media italiani a non prestare in alcun modo il fianco alle infondate accuse della dittatura azera spalleggiata dal regime di Ankara. E anche a verificare sempre la fondatezza delle comunicazioni diffuse e ad appoggiare la linea della non violenza, ribadita anche dal ministero degli Esteri armeno e dal gruppo di Minsk dell’OSCE.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian (e la Turchia) la guerra.

Consiglio per la comunità armena di Roma www.comunitaarmena.it

articolo pubblicato il: 31/07/2020

A Ladispoli l’ambasciatrice armena Tsovinar Hambardzumyan per la serata dedicata ad Aznavour (Terzobinario 31.07.20)

Domenica 2 agosto, alle 21.30, presso La Grottaccia, si terrà il concerto “L’Istrione” del musicista ravennate Michele Fenati, che riproporrà tutti i grandi successi del mitico Chansonnier francese Charles Aznavour.

L’attesa è grande al punto che è stata assicurata la presenza dell’Ambasciatrice dell’Armenia Tsovinar Hambardzumyan, viste le origini armene del grande musicista francese.

L’ingresso è libero, nella suggestiva cornice de La Grottaccia, curata dall’Associazione “I Servitori dell’Arte” del maestro Manuel D’Aleo.
È consigliabile la prenotazione (334 5393001).

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Chi ha interesse a rinfocolare il conflitto tra Armenia e Azerbaigian? (Affarinternazionali 31.07.20)

Questa volta il teatro degli scontri non sono le montagne del Nagorno-Karabach, ma il confine che corre nella regione di Tavush/Tovuz, incuneata più a nord, verso la Georgia. Circa 230 chilometri lungo i quali si snodano piccoli villaggi armeni e azeri, abitati perlopiù da contadini, che vivono di raccolti non abbondanti, in una terra remota e bellissima. Ai tempi dell’Unione Sovietica era solo una linea amministrativa, oggi prevale diffidenza, paura, tensione. Le forze di sicurezza di Azerbaigian Armenia si confrontano dalle rispettive postazioni, a volte per raggiungere i campi c’è bisogno di un lasciapassare. Ma finora lì non si era sparato.

Il conflitto tra Baku e Yerevan riguarda soprattutto il Nagorno-Karabach ed è esploso con il collasso dell’Urss, che ha lasciato la regione, culla della cristianità armena, entro l’Azerbaigian. Da allora, una sanguinosa guerra tra il 1991 e il 1994, esodi massicci di popolazioni, occupazione armena di 7 distretti azeri a protezione degli abitanti dell’area contesa, frequenti episodi di scontri armati con il corredo di vittime civili. Si tratta, in larga sintesi, di un conflitto tra l’indomita difesa armena della propria identità culturale e il caparbio richiamo azero all’integrità territoriale senza troppo riguardo ai diritti delle minoranze.

Crescendo di reazioni e contro-reazioni
Speranze di una tregua duratura erano state alimentate dall’inedita intesa tra il presidente azero Ilham Aliyev e il suo omologo armeno Nikol Pashinyan nell’ottobre 2018, all’indomani dell’arrivo al potere di quest’ultimo sulla spinta di una ‘rivoluzione arancione’ promossa dalla gioventù armena. L’intesa aveva previsto il cessate-il-fuoco e un canale di comunicazione diretto, un ‘telefono rosso’ tra comandi militari, per prevenire incidenti o malintesi. Ma nessuno ha alzato il telefono, o ha avuto il tempo di alzarlo, quel 12 luglio, e il crescendo di reazioni e contro-reazioni sta lasciando sul terreno decine di vittime. Non è chiaro se si sia trattato di un banale sconfinamento di pattuglie azere che ha creato allarme negli armeni, o di un’iniziativa calcolata per provocarne la reazione. Ma perché proprio ora che il clima trai due vertici era parso rasserenarsi? Chi ha interesse a rinfocolare il conflitto? Tre aspetti vengono in rilievo.

Primo. All’accorato appello di Papa Bergoglio ad entrambi i contendenti per la cessazione delle ostilità e la ripresa dei negoziati, e alla ferma dichiarazione del Segretario generale dell’Onu António Guterres nello stesso senso, è seguita una tiepida esortazione ad ‘astenersi dall’esacerbare il conflitto’ del Gruppo di Minsk, guidato da Stati Uniti, Francia, Russia, che per conto dell’Osce quel conflitto ha idealmente la responsabilità di sanarlo da quasi trent’anni. Segno che almeno due membri del Gruppo intendono non impegnarsi troppo, e cioè evitare incursioni nelle dinamiche dei veri protagonisti esterni, Russia e Turchia, quest’ultimo membro della Nato. In questo come in altri casi, né Stati Uniti né europei immaginano di imbarcarsi in un confronto con Ankara.

Lo scacchiere caucasico e le pedine di Mosca e Ankara
Secondo. Più chiare e nettamente divergenti le reazioni dei co-protagonisti esterni: Mosca e Ankara. Né poteva attendersi diversamente. Lo scacchiere caucasico è di fatto il prolungamento della contesa sotterranea in corso altrove tra i due Paesi, in Siria, Libia, Mediterraneo orientale, Balcani, per rimanere solo nelle vicinanze. Eurasia, per allontanarsene. Sono i due ex-imperi che si confrontano con ambizioni analoghe, ispirandosi ognuno al proprio passato.

Mosca, in continuità con posizioni che furono sovietiche – i suoi interventi nel passato si sono sempre ispirati a due principi, protezione dei diritti degli armeni ma integrità territoriale dell’Azerbaigian – ha assunto un approccio ‘equidistante’ segnalando anche la disponibilità a una mediazione, forte delle strette relazione politiche e di sicurezza con Yerevan entro e fuori la Csto (Trattato per la Sicurezza Collettiva del 1992), ma anche dei buoni rapporti con Baku consolidati da ultimo mediante forniture militari (che certo non sono piaciute agli armeni). Ma soprattutto in omaggio alla classica visione russa che l’”estero vicino” è di sua competenza e che Mosca ha tutte le carte in regola per farvi valere la propria influenza. Per contro, Ankara non ha esitato ad esprimere un appoggio a Baku che è parso al limite dell’incoraggiamento allo scontro, fino a ventilare un intervento militare “al fianco delle forze azere”. Una retorica bellica che apre la strada a un’altra avventura della Turchia?

La partita in gioco è rivelante
Terzo e non ultimo. A rigore, appare poco probabile uno scontro diretto Mosca-Ankara, se non altro considerando le acrobazie diplomatico-logistiche in corso in Siria, in particolare nella zona di Idlib e dintorni, oltre che il sopracitato interesse russo a mantenere i rapporti con entrambi i contendenti. Ma non sono da escludere altre forme di confronto secondo lo schema collaudato di guerre per procura, di cui sia Mosca sia Ankara sono diventati grandi esperte. La partita in gioco è rilevante. Per la Russia, si tratta di non tollerare l’esclusione da un’area di ‘tradizionale influenza’, e nemmeno di recedere, se questa fosse l’idea turca, da altre aree quali la Libia o la Siria. Per la Turchia, è cruciale preservare il ruolo di snodo strategico di infrastrutture energetiche in direzione Europa (oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyan, gasdotto Baku-Erzerum e relativo collegamento con il Tanap e poi con il Tap verso Brindisi), nonché la sicurezza del corridoio stradale e ferroviario Baku-Kars che apre orizzonti verso l’Eurasia.

Lo scenario complessivo suggerisce che anche in questo caso lo scontro in atto potrebbe tradursi in un ‘conflitto congelato’ che congelato non è. Valga per tutti, lo schema Donbass. Il bilancio delle vittime potrebbe rivelarsi pesante nel tempo. A meno che la sperimentata diplomazia di Mosca non riesca a riattivare il recalcitrante Gruppo di Minsk, o meglio i suoi protagonisti occidentali, quantomeno per calmare il gioco.

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