Erevan il volto di Albert Hovhannisyan scompare da un muro, in Parlamento si contesta i rappresentanti dell’Artsakh, mentre Human Rights Watch interviene sui 19 prigionieri Armeni a Baku (Korazym 25.09.26)

A pochi giorni dal sesto anniversario dell’inizio della seconda guerra del Nagorno-Karabakh il 27 settembre 2020, dal muro del Parco della Vittoria di Erevan è scomparso il murale con il ritratto di Albert Hovhannisyan. Il giovane artigliere aveva 19 anni quando fu ucciso, l’8 ottobre 2020. La fotografia che lo mostrava mentre faceva fuoco con un cannone era diventata una delle immagini più riconoscibili di quella guerra.

 

La rimozione del murale di Albert Hovhannisyan (foto sopra) è stata segnalata da Aparaj e raccontata anche da 301.am e Panorama. Il murale si trovava su un muro vicino all’ingresso principale del Parco della Vittoria ed era diventato un luogo spontaneo di commemorazione: i visitatori vi lasciavano fiori. Era ancora visibile il 20 settembre, ma non più il giorno successivo. «Lo spirito armeno è indomito» (Հայի ոգին անպարտ է), recitava la scritta associata all’immagine. Albert Hovhannisyan ricevette postumo la medaglia «Per il coraggio» e, nel 2021, il titolo di «Eroe dell’Artsakh», con l’Ordine dell’Aquila d’Oro.

 

Già alla fine di giugno, Azatutyun aveva documentato la cancellazione di almeno cinque ritratti di militari armeni nei sottopassi del centro di Erevan, tra cui quelli di Haykaz Zaven Mkrtchyan (prima foto sopra), sergente dell’artiglieria armena caduto il 9 novembre 2020 a Karmir Shuka; e Robert Alexander Abajyan (seconda foto sopra), sergente nell’Esercito di difesa del Nagorno Karabakh insignito dell’onorificenza di Eroe di Artsakh, è caduto nei scontri con gruppi dei Corpi Speciali delle forze armate azere lunga la linea del fronte a nord est durante la notte dell’1-2 aprile.

Per quegli interventi il Comune aveva indicato i lavori di ristrutturazione dei sottopassi; i familiari e alcuni esponenti dell’opposizione ne avevano contestato la spiegazione.

La scomparsa del murale dedicato alla memoria del soldato ed eroe di guerra Albert Hovhannisyan, alla vigilia del 27 settembre, riapre la discussione sul posto della memoria dei caduti nello spazio pubblico armeno.

301.am ha riferito che il murale è stato rimosso nell’ambito di una più ampia campagna intrapresa dalle autorità comunali volta a rimuovere dagli spazi pubblici e dai sottopassi della capitale i murales e i graffiti non autorizzati, tra cui quelli dedicati ai soldati caduti nella guerra cdi 44 giorni del Nagorno-Karabakh nel 2020. Secondo i regolamenti introdotti dal Comune di Yerevan, la realizzazione di tali opere richiede un’autorizzazione preventiva basata su bozzetti e motivazioni specifiche, e l’amministrazione ha spesso giustificato le rimozioni adducendo ragioni di decoro urbano, lavori di ristrutturazione o prevenzione del vandalismo.

La rimozione del ritratto iconico di Albert Hovhannisyan ha sollevato forti polemiche e proteste tra i residenti e i familiari dei soldati caduti. Intervistati da Panorama, alcuni frequentatori del parco hanno chiesto che i ritratti dei caduti siano conservati, affinché anche i più giovani possano conoscerne la storia. Le loro parole testimoniano il dolore suscitato dalla scomparsa dell’immagine.

Aggiornamento del 27 settembre 2026: il Comune di Erevan spiega la rimozione, il padre di Albert Hovhannisyan reagisce

Sono emersi nuovi elementi sulla scomparsa dell’immagine di Albert Hovhannisyan dal muro presso l’ingresso del Parco della Vittoria di Erevan. Il Comune ha confermato di averla rimossa nell’ambito dei lavori di ristrutturazione dell’area. Secondo la portavoce del Sindaco, Julieta Azaryan, il rivestimento del muro presenta parti in pietra che si staccano e deve essere consolidato; la superficie è stata pulita per consentire l’intervento. L’amministrazione comunale respinge dunque l’ipotesi un intento politico nella rimozione e che l’immagine del giovane artigliere sia stata presa di mira deliberatamente. Nelle spiegazioni riportate finora non viene però indicato se e quando sarà ripristinata.

La spiegazione non ha rassicurato Artak Hovhannisyan, padre di Albert. In un intervento su Facebook, ripreso da The Armenian Report, ha contestato la scomparsa del ritratto dallo spazio pubblico, osservando che fotografie e pubblicazioni possono essere rimosse, ma la memoria delle persone non può essere cancellata. Ha ricordato inoltre che l’immagine del figlio è circolata ben oltre l’Armenia ed è entrata nella storia del suo popolo. La sua presa di posizione esprime il timore della famiglia.

L’audizione lasciata dalla maggioranza

Negli stessi giorni, la questione di ciò che resta delle istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è emersa nuovamente nell’Assemblea Nazionale armena. Durante un’audizione dedicata alle difficoltà economiche, sociali e giuridiche degli Armeni sfollati dal Nagorno-Karabakh, deputati del partito di governo Contratto Civile e funzionari governativi hanno lasciato la sala dopo che alcuni partecipanti erano stati presentati come rappresentanti dell’ex Parlamento dell’Artsakh.

Secondo la ricostruzione di The Armenian Report, la deputata della maggioranza Mariam Poghosyan ha spiegato che quella presentazione contrasta con la posizione del governo, contrario all’esistenza di istituzioni statali separate sul territorio della Repubblica di Armenia. I rappresentanti dell’opposizione hanno contestato l’uscita dall’audizione.

Il dissenso sui titoli non è una semplice questione di protocollo. Tocca la rappresentanza politica degli Armeni costretti a lasciare l’Artsakh nel settembre 2023 e il rapporto dello Stato armeno con le istituzioni che li rappresentavano prima dell’esodo. Mentre l’audizione avrebbe dovuto concentrarsi sui bisogni degli sfollati, proprio il modo di nominare i loro rappresentanti è diventato motivo di rottura.

Human Rights Watch chiede garanzie per i detenuti

C’è poi la sorte dei 19 armeni detenuti in Azerbaigian. In un intervento pubblicato il 21 settembre, Human Rights Watch ha ripreso l’appello audio rivolto da Ruben Vardanyan alla Difensore civico azera Sabina Aliyeva. Vardanyan denuncia difficoltà nei contatti con le famiglie, nell’accesso agli esami medici e ai servizi notarili, nella possibilità di svolgere esercizio all’aperto e nell’ottenere risposte scritte ai reclami.

L’organizzazione precisa di non aver verificato autonomamente queste denunce e riferisce che l’ufficio di Aliyeva le ha respinte il 19 settembre. Chiede tuttavia all’Azerbaigian di assicurare ai prigionieri contatti regolari con i familiari, cure necessarie e adeguato esercizio quotidiano all’aperto, oltre a consentire al Comitato Internazionale della Croce Rossa un accesso regolare ai detenuti legati al conflitto. Dopo la chiusura della delegazione del Comitato in Azerbaigian, nel settembre 2025, le visite sono divenute meno frequenti.

Abbiamo già seguito i ricorsi presentati alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per quindici detenuti e ricordato che la liberazione dei 19 prigionieri resta una questione aperta nel processo di pace. L’intervento di Human Rights Watch richiama ora l’attenzione anche sulle condizioni quotidiane della loro detenzione.

Un ritratto scomparso da un muro, un nome contestato in Parlamento, persone ancora private della libertà a Baku: sono vicende diverse. Ma, insieme, mostrano quanto la storia dell’Artsakh continui a incidere sulla vita degli Armeni, sei anni dopo l’inizio della guerra del 2020 e tre anni dopo lo sfollamento forzato del 2023.

Vai al sito

Pace in Karabakh, il merito è entrambe le parti ma un premio in Assia “dimentica” l’Azerbaigian (Il Fatto Quotidiano 25.09.26)

Qualcuno vuole escludere l’Azerbaigian dall’equazione condivisa della pace nel conflitto sul Karabakh, riformulando un risultato politico bilaterale come un successo di una sola parte? La domanda è legittima se si osserva cosa è accaduto pochi giorni fa a Wiesbaden, in Germania, dove il primo ministro armeno Nikol Pashinyan è stato insignito del Premio per la pace dell’Assia “per i suoi sforzi per stabilire la pace nel Caucaso meridionale”.

Si tratta di un riconoscimento elargito al politico per il noto processo di pace tra Armenia e Azerbaigian, rimasto bloccati da anni a causa del conflitto sul Karabakh. Nel 2020, dopo la seconda guerra del Karabakh, Baku ha ripristinato il controllo su una parte del territorio azero riconosciuto a livello internazionale. Tre anni dopo ha ristabilito il controllo su tutto il Karabakh e, nell’estate del 2025, i leader di Azerbaigian e Armenia hanno posto le basi per una conclusione definitiva del confronto, vergando una dichiarazione congiunta mediata dal governo americano.

Dunque appare di tutta evidenza come la risoluzione delle contrapposizioni tra i due paesi sia figlia essenzialmente della volontà di Baku e Yerevan di giungere ad un saggio compromesso, al fine di dare stabilità ad un’area che è strategica anche per gli interessi europei. Mentre, leggendo le motivazioni del Premio per la pace dell’Assia, sembra quasi che il lavoro sia stato svolto da una sola parte, come se si volesse scompigliare il quadro di pace appena raggiunto e con moltissima fatica, anche personale, di entrambi i leader.

La mossa tedesca contrasta con altri riconoscimenti internazionali simili, in cui il tema della riconciliazione armeno-azerbaigiana è stata riconosciuta come un risultato comune ottenuto da Baku e Yerevan. E’ il caso del Premio Zayed per la Fratellanza, assegnato nel febbraio scorso ad Aliyev e Pashinyan da una giuria internazionale. In seguito nel mese di aprile altro gesto con il Premio Gernika per la Pace e la Riconciliazione. Ma gli organizzatori del Premio per la pace dell’Assia hanno deciso di mettere da parte l’elemento, positivissimo, della condivisione di impegno e hanno di fatto escluso l’Azerbaigian dall’equazione condivisa della pace, riformulando un risultato politico bilaterale come un successo personale di Pashinyan, dando invece molto fiato ad un altro aspetto controverso: quello delle stagione di riforme in corso in Armenia.

Lo hanno descritto come “un processo continuo di riforme democratiche”, denso di “sforzi continui” di Pashinyan per istituire istituzioni democratiche. Parole che contrastano con i fatti dell’ultimo periodo, dove le azioni penali contro l’opposizione in Armenia hanno raggiunto un picco, e gli osservatori europei hanno documentato una serie di gravi violazioni durante le elezioni del 7 giugno scorso. Secondo la Procura generale armena, fra il 7 febbraio e il 7 giugno sono stati aperti 210 fascicoli penali legati alle elezioni e sono stati avviati procedimenti penali contro 349 persone. Inoltre il Comitato anticorruzione ha osservato che 194 persone erano state fermate nelle ultime settimane della campagna elettorale, con 84 in carcere o agli arresti domiciliari con accuse di compravendita di voti, che l’opposizione respinge.

La parole di Farah Karimi, coordinatrice speciale e capo della missione di osservazione a breve termine dell’OSCE, vanno lette con attenzione: “La concentrazione di arresti e procedimenti penali contro figure dell’opposizione ha contribuito alla percezione di una giustizia selettiva”.

Va ricordato che il giorno prima delle elezioni parlamentari, le autorità armene hanno aperto simultaneamente procedimenti penali contro sei candidati del blocco Armenia Forte, il principale sfidante del partito di Pashinyan. Almeno quattro sono stati successivamente arrestati. Nonostante il fermo dei suoi candidati, il blocco si è classificato secondo alle elezioni, ottenendo il 23%. Un mese dopo è stato fermato un altro leader dell’opposizione, Gagik Tsarukyan, capo di Armenia Prospera e un tribunale ha disposto la sua custodia cautelare per due mesi con accuse di frode e riciclaggio.

Un mese fa l’episodio più grave: agenti della sicurezza armena hanno portato fuori dalla sua casa su una barella l’ex ministro delle Finanze Gagik Khachatryan, gravemente malato, e in quelle condizioni lo hanno condotto prima dagli inquirenti e poi in tribunale. I suoi legali lo hanno descritto come sofferente di una patologia spinale ma ciononostante il tribunale ha disposto la custodia cautelare per due mesi dell’ex ministro settantunenne.

Insomma, i risultati democratici dell’Armenia sono al momento messi in risalto da certi ambiti, come il premio in Assia, ma messi in dubbio da fatti accaduti nel paese su cui ciascuno si formerà una propria opinione. Quel che è certo è che la questione del conflitto sul Karabakh è figlia di un concerto di sforzi, che non vanno dilapidati per una postura ideologica anti azerbaigiana.

Vai al sito

Nato a Sebaste, si rifugiò nella Serenissima (VaccariNews 25.09.26)

Vaticano: francobollo per il servo di Dio Mechitar, nato tre secoli e mezzo fa. Nell’isola veneziana di San Lazzaro degli Armeni riaprì il monastero esistente. È una congiunta con Erevan

Risulta tra le emissioni inserite ieri nel programma del Vaticano e sarà agli sportelli il 28 settembre. Senza praticamente un minimo di anticipo. Il francobollo viene dedicato al monaco armeno Mechitar di Sebaste. È un taglio da 2,55 euro in congiunta con l’Armenia; risulta prodotto in ventinovemila unità predisposte in fogli da dieci. Ignoto l’autore; riproduce un ritratto del servo di Dio con, sullo sfondo, il monastero presente nell’isola di San Lazzaro degli Armeni a Venezia.

Mechitar, al secolo Manuk Petrosean, nacque tre secoli e mezzo fa, il 7 febbraio 1676, a Sebaste, nell’odierna Turchia. Cresciuto nella fede della Chiesa apostolica armena, manifestò fin dalla giovinezza una particolare inclinazione alla vita spirituale e un ardente desiderio di contribuire alla rinascita religiosa e culturale del proprio popolo, allora disperso tra l’Impero Ottomano e la Persia. Dopo i primi studi, si recò a Costantinopoli, dove radunò attorno a sé giovani desiderosi di una vita monastica.

Il progetto era ambizioso: unire la profondità della tradizione armena con una solida formazione culturale, aprendola al confronto con la tradizione cristiana dell’Occidente. Con questo intento, nel 1701, fondò la Congregazione dei mechitaristi, ispirandosi alla “Regola” di san Benedetto. L’anno successivo, a causa delle persecuzioni, fuggì con i confratelli in Morea (l’odierno Peloponneso), allora sotto il dominio della Serenissima. Nel 1715, con l’avanzata ottomana, trovò rifugio definitivo a Venezia; questa gli concesse l’isola che sarebbe diventata di San Lazzaro degli Armeni. Qui rinnovò il monastero abbandonato: divenne un fiorente centro di studi, traduzione e diffusione della cultura inerente al suo gruppo etnico. Morì il 27 aprile 1749. Oggi la Congregazione è attiva a Beirut, Roma, Venezia, Vienna e negli Stati Uniti.

Vai al sito

Armenia, la base russa che non protegge più nessuno (Insideover 25.09.26)

Nikol Pashinyan non ha ancora chiesto alla Russia di ritirare la 102ª base militare dall’Armenia. Ha detto qualcosa di politicamente quasi altrettanto grave: se Mosca decidesse di andarsene, Erevan non si opporrebbe. La distinzione formale serve a evitare una rottura immediata con il Cremlino, ma il messaggio strategico è chiarissimo. Per il governo armeno, la presenza militare russa ha cessato di rappresentare una garanzia di sicurezza. La base può rimanere, ma dovrà giustificare la propria funzione. Non basta più la bandiera, non basta più il trattato e non basta neppure il ricordo di quando la Russia veniva considerata l’unico protettore possibile dell’Armenia.

Pashinyan ha indicato il punto di rottura negli scontri del settembre 2022, quando le forze azere attaccarono anche posizioni situate nel territorio riconosciuto dell’Armenia. Erevan chiese l’intervento della Russia e dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva. L’aiuto militare non arrivò. Da quel momento, l’alleanza ha continuato a esistere sulla carta, mentre la fiducia armena si consumava sul terreno.

Una base senza garanzia politica

Dal punto di vista militare, sostenere che la base russa non abbia alcuna utilità è un’affermazione soprattutto politica. La sua presenza conserva un valore operativo: permette a Mosca di mantenere uomini, mezzi e infrastrutture nel Caucaso meridionale, sorvegliare il confine turco e conservare una capacità d’intervento regionale. Ma una base militare vale quanto la volontà politica di impiegarla. È questo il problema sollevato da Pashinyan. Le truppe russe erano presenti, gli accordi di difesa esistevano, ma Mosca non era disposta a entrare in guerra contro l’Azerbaigian per proteggere l’alleato armeno.

La guerra in Ucraina ha assorbito risorse e attenzione, ma non spiega tutto. La Russia ha anche coltivato rapporti economici e politici con Baku e ha cercato di evitare uno scontro con la Turchia. L’Armenia ha così scoperto che il proprio protettore aveva altri interessi e che questi interessi potevano essere più importanti degli obblighi sottoscritti con Erevan. La base è diventata il simbolo di una contraddizione: abbastanza importante da limitare l’autonomia armena, ma non abbastanza vincolante da garantire un intervento russo.

Il progressivo allontanamento da Mosca

La sospensione della partecipazione armena all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva e l’intensificazione della cooperazione con Stati Uniti, Francia e Grecia mostrano che Erevan sta cercando alternative. Le esercitazioni multinazionali ospitate sul territorio armeno costituiscono un segnale politico prima ancora che militare.

Nessuna di queste collaborazioni può tuttavia sostituire rapidamente la presenza russa. Gli Stati Uniti sono geograficamente lontani e difficilmente offriranno all’Armenia una garanzia automatica di difesa. La Francia può fornire armamenti, addestramento e sostegno diplomatico, ma non dispone nel Caucaso delle capacità necessarie per bilanciare da sola Azerbaigian e Turchia. Pashinyan sta quindi tentando un’operazione estremamente delicata: ridurre la dipendenza dalla Russia senza trasformare l’Armenia in un Paese privo di protezione. Non è un passaggio da un’alleanza all’altra, ma la ricerca di un equilibrio fra potenze che hanno interessi diversi e, talvolta, incompatibili.

I vantaggi per Azerbaigian e Turchia

Un eventuale ritiro russo rafforzerebbe innanzitutto Baku e Ankara. L’Azerbaigian vedrebbe diminuire ulteriormente la capacità di Mosca di condizionare gli equilibri regionali. La Turchia eliminerebbe una presenza militare russa situata vicino ai propri confini e potrebbe accrescere il proprio peso politico, economico e infrastrutturale nel Caucaso. Per l’Armenia, però, la normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia sarebbe anche una necessità. Senza l’ombrello russo, Erevan avrebbe ancora più bisogno di frontiere stabili, collegamenti commerciali e accordi che riducano il rischio di nuovi scontri.

Il pericolo riguarda soprattutto il controllo delle vie di comunicazione attraverso la regione meridionale armena del Syunik. Baku e Ankara vogliono un collegamento diretto tra Azerbaigian e Nakhchivan; Erevan insiste affinché qualsiasi strada o ferrovia rimanga sotto la sovranità armena. Non è una semplice controversia sui trasporti. È una lotta per stabilire chi controllerà il futuro sistema logistico del Caucaso meridionale.

L’Iran osserva il confine

Anche l’Iran segue la vicenda con estrema attenzione. Teheran non vuole che il confine tra Iran e Armenia venga indebolito o sottoposto a un controllo esterno capace di favorire l’asse tra Turchia e Azerbaigian. L’eventuale uscita della Russia potrebbe quindi spingere l’Iran ad assumere un ruolo più attivo come contrappeso regionale. Erevan avrebbe così maggiori margini diplomatici, ma rischierebbe di diventare il punto d’incontro fra le rivalità di Russia, Turchia, Iran e potenze occidentali.

L’Armenia cerca sovranità, ma la geografia non concede indipendenza assoluta. Cambiare protettore non basta; occorre evitare che il territorio nazionale diventi il corridoio strategico degli altri.

Il costo economico della separazione

L’allontanamento militare non comporta automaticamente una separazione economica. L’Armenia mantiene legami profondi con la Russia attraverso il commercio, l’energia, le rimesse dei lavoratori e la partecipazione alle strutture economiche eurasiatiche. Una rottura improvvisa avrebbe costi considerevoli per famiglie e imprese armene.

Pashinyan deve quindi procedere su due piani differenti: ridurre la dipendenza strategica da Mosca e, contemporaneamente, evitare il collasso dei rapporti economici. L’apertura delle frontiere, la costruzione di nuove vie ferroviarie e l’integrazione nei collegamenti tra Asia ed Europa potrebbero offrire opportunità importanti. Ma gli stessi progetti possono trasformarsi in strumenti di pressione se vengono realizzati senza piena sovranità armena.

Per Mosca, perdere la base significherebbe rinunciare non soltanto a un’installazione militare, ma a uno degli ultimi strumenti concreti della propria influenza nel Caucaso meridionale. Per l’Occidente sarebbe una vittoria geopolitica, ma anche l’assunzione di una responsabilità: non basta incoraggiare l’Armenia ad allontanarsi dalla Russia se poi nessuno è disposto a proteggerla nei momenti decisivi.

Pashinyan non sta dicendo che l’Armenia non abbia bisogno di sicurezza. Sta dicendo che non intende più pagare il prezzo politico di una protezione che, quando serviva, non si è vista. Il problema è che una garanzia fallita può essere denunciata in un giorno, mentre costruirne una nuova richiede anni. E nel Caucaso gli anni di transizione sono quelli in cui gli Stati più forti presentano il conto a quelli più deboli.

Vai al sito

Il governo armeno mette nero su bianco il piano per rimuovere Karekin II. Una roadmap in cinque tappe per «riformare» la Chiesa Apostolica Armena (Korazym 24.09.26)

Lo scontro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena compie un ulteriore salto di qualità. Non si tratta più soltanto delle dichiarazioni con cui il Primo Ministro chiede da mesi l’allontanamento di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, né soltanto dell’inserimento della «riforma» della Chiesa nel programma governativo 2026-2031.

Il 24 settembre 2026 il Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro ha pubblicato, su istruzione dello stesso Pashinyan, un rapporto di 68 pagine sulla «crisi» della Chiesa Apostolica Armena e sulle modalità per superarla. Il documento individua sedici presunte manifestazioni della crisi e conclude con una roadmap articolata in cinque passaggi.

Il secondo passaggio è indicato senza ambiguità: «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Dopo la rimozione di Karekin II, dovrebbero seguire l’elezione di un Locum Tenens, l’adozione di un nuovo statuto unitario e, infine, l’elezione di un nuovo Catholicos.

Il governo afferma contemporaneamente che la riforma dovrà essere compiuta dalla Chiesa stessa e che lo Stato non interferirà nella sua autonomia dottrinale e canonica. È precisamente in questa tensione tra le due affermazioni che si concentra ora una questione già al centro della nostra copertura: dove termina la competenza dello Stato e dove comincia l’autonomia della Chiesa?

Un rapporto commissionato dal Primo Ministro

Il titolo del documento chiarisce già la prospettiva dalla quale è stato redatto: Report on the Crisis That Has Emerged in the Church as a Result of the Actions of the De Facto Head of the Armenian Apostolic Holy Church and a Number of Senior Clergy, and on Ways to Resolve It (Rapporto sulla crisi insorta nella Chiesa a seguito delle azioni del capo di fatto della Santa Chiesa Apostolica Armena e di alcuni alti esponenti del clero, e sulle modalità per risolverla).

Secondo il comunicato diffuso dal Centro per l’Informazione e le Pubbliche Relazioni dell’Ufficio del Primo Ministro, la sua preparazione deriva direttamente dal programma del governo armeno per il periodo 2026-2031 ed è avvenuta su istruzione di Nikol Pashinyan. Il rapporto dichiara di essere stato elaborato esclusivamente attraverso informazioni pubblicamente disponibili e fonti accessibili legalmente, accompagnate da oltre 250 citazioni e riferimenti.

Gli autori precisano inoltre che il documento non intende contestare i fondamenti dottrinali, la Sacra Tradizione o l’ordinamento canonico della Chiesa Apostolica Armena. Al contrario, affermano di voler documentare proprio la violazione di quei principi «in difesa dell’identità e dell’autonomia della Chiesa».

È una precisazione importante, perché il governo continua così a presentare la propria iniziativa non come un intervento contro la Chiesa, ma come un tentativo di ricondurla alla «canonicità», alla trasparenza e al governo collegiale.

È però altrettanto importante ricordare la natura del documento: non si tratta delle conclusioni di un tribunale né di un organismo canonico indipendente della Chiesa, ma di un rapporto prodotto da un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro su istruzione dello stesso capo del governo.

Sedici contestazioni contro il vertice della Chiesa

Il rapporto individua sedici aree nelle quali ritiene che si manifesti la crisi della Chiesa. Tra queste figurano la presunta violazione del voto di celibato da parte di Karekin II e di altri ecclesiastici, l’asserita persecuzione arbitraria e riduzione dallo stato clericale di sacerdoti, l’opacità finanziaria e l’utilizzo improprio dei beni ecclesiastici, ordinazioni e nomine fondate – secondo il documento – su legami di parentela, la politicizzazione della Chiesa, l’influenza di interessi stranieri, quella che il rapporto indica come la mancata convocazione per 27 anni dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la mancata adozione di una costituzione unitaria della Chiesa e le divisioni nelle diocesi della diaspora.

Sono formulazioni molto pesanti. Proprio per questo occorre mantenere distinta la loro documentazione nel rapporto dal loro accertamento: sono le conclusioni degli autori del documento governativo e non fatti indipendentemente stabiliti.

È significativo anche il linguaggio adottato. In tutto il rapporto Karekin II viene sistematicamente indicato come «de facto head» (capo di fatto), anziché riconosciuto semplicemente come Catholicos di Tutti gli Armeni. Il documento parte quindi già dalla premessa sostenuta da Pashinyan secondo cui l’attuale permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale sarebbe incompatibile con le norme canoniche.

Seconda tappa: rimuovere Karekin II

È nelle ultime pagine che il rapporto assume il maggiore rilievo politico e istituzionale.

La roadmap è costruita su sei principi dichiarati: canonicità, governo collegiale, depoliticizzazione, trasparenza e responsabilità, integrità e dignità, separazione tra Stato e Chiesa. Su quest’ultimo punto il documento afferma esplicitamente che la riforma deve essere realizzata dalla Chiesa attraverso il clero e i fedeli e che lo Stato deve agire esclusivamente entro le proprie competenze costituzionali e legislative, senza interferire nell’indipendenza dottrinale e canonica della Chiesa.

Seguono però cinque passaggi molto concreti.

Il primo prevede la costituzione di un gruppo di coordinamento della riforma, composto da ecclesiastici e laici, con consultazioni nelle diocesi e nelle comunità parrocchiali e il coinvolgimento delle diocesi della diaspora, del Catholicosato della Grande Casa di Cilicia e dei Patriarcati Armeni di Gerusalemme e Costantinopoli.

Il secondo reca il titolo inequivocabile «The Removal of the de facto Head of the AAHC (Retirement from Office)» (Rimozione del capo di fatto dell’AAHC (cessazione dall’incarico)). Il rapporto sostiene che le violazioni illustrate nelle sezioni precedenti rendano incompatibile la permanenza di Karekin II sulla Sede catholicosale. Tra le motivazioni addotte dal rapporto figurano le accuse relative al voto di celibato, alla mancata convocazione degli organismi ecclesiali, alla gestione definita «clanica», all’attività politica e all’influenza straniera, alle riduzioni dallo stato clericale, alle divisioni nella diaspora e alla gestione dei beni ecclesiastici.

Dopo Karekin II, un Locum Tenens e un audit dei beni

La terza fase dovrebbe iniziare una volta dichiarata vacante la sede. Il Sinodo dei Vescovi dovrebbe eleggere un Locum Tenens del Catholicosato, con un mandato limitato e senza possibilità di candidarsi successivamente alla carica di Catholicos.

Tra i suoi compiti il rapporto inserisce la preparazione dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, la definizione del progetto di statuto unitario della Chiesa, la revisione dei casi degli ecclesiastici ridotti dallo stato clericale e soprattutto un inventario completo e un audit indipendente della situazione finanziaria e patrimoniale della Chiesa.

La quarta fase prevede l’adozione, da parte dell’Assemblea Ecclesiastica Nazionale, di un nuovo statuto unitario. Il documento propone, tra l’altro, un tribunale canonico permanente e amministrativamente indipendente dalla gerarchia, un organismo di audit con relazione pubblica annuale, obblighi di trasparenza finanziaria, il divieto di nomine fondate sulla parentela e il divieto di attività politica per gli ecclesiastici.

Soltanto al quinto e ultimo passaggio dovrebbe essere convocata l’Assemblea Ecclesiastica Nazionale per procedere all’elezione del nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni.

La questione che avevamo già posto: chi può «riformare» la Chiesa?

È precisamente qui che torna la questione che abbiamo seguito negli ultimi mesi.

Quando il governo aveva già inserito la rimozione del Catholicos e la «riforma» della Chiesa nel proprio programma 2026-2031, la Santa Sede di Etchmiadzin aveva risposto contestando radicalmente la competenza del potere politico in questa materia. Come abbiamo riferito nell’articolo La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa», il Consiglio Spirituale Supremo sosteneva che il governo non avesse alcuna autorità costituzionale per inserire la «riforma» della Chiesa nel proprio programma e che l’Assemblea Nazionale non fosse competente a decidere questioni appartenenti alla vita interna ecclesiale.

Pashinyan sostiene invece una lettura differente. Nel suo intervento conclusivo sul programma governativo davanti all’Assemblea Nazionale del 25 agosto aveva richiamato la Costituzione armena, secondo cui i rapporti tra la Repubblica di Armenia e la Chiesa Apostolica Armena possono essere regolati dalla legge, annunciando già allora la pubblicazione entro un mese di un rapporto sulla «crisi» della Chiesa e proponendo successivamente una commissione parlamentare d’inchiesta. Il rapporto del 24 settembre è dunque l’attuazione di quell’annuncio.

Intanto Karekin II è anche sotto processo

Il documento governativo arriva mentre Karekin II e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono imputati in un procedimento penale distinto, che abbiamo seguito nell’articolo Armenia, la Cassazione rimanda ad Armavir il processo a Karekin II. Kocharyan impugna la custodia cautelare.

La Corte di Cassazione ha stabilito che il procedimento deve essere esaminato dal Tribunale di primo grado della regione di Armavir. Il 17 settembre si è quindi tenuta presso la sede di Etchmiadzin del Tribunale di primo grado della regione di Armavir una nuova udienza. I difensori hanno presentato istanze nelle quali contestano la costituzionalità e la legittimità del procedimento, richiamando in particolare il diritto costituzionalmente riconosciuto della Chiesa alla propria autonomia. La prossima udienza è stata fissata al 30 ottobre alle ore 15.00.

Le accuse riguardano il presunto ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria relativa al Vescovo Gevorg Saroyan, già Primate della Diocesi di Masyatsotn. La Chiesa sostiene invece che nomina, rimozione e status canonico dei Vescovi appartengano alla propria sfera di autonomia e siano disciplinati dal diritto canonico.

Sono due piani ben distinti: il procedimento penale deve essere deciso dal giudice sulla base delle accuse e delle prove; il rapporto pubblicato oggi è invece un documento politico-amministrativo commissionato dal governo.

Ma il secondo modifica inevitabilmente il contesto nel quale si svolge il primo. Mentre un tribunale è chiamato a giudicare il Catholicos, un organismo dipendente dall’Ufficio del Primo Ministro pubblica un documento nel quale la sua rimozione viene indicata esplicitamente come una delle tappe necessarie per risolvere la «crisi» della Chiesa.

Etchmiadzin respinge il rapporto: «Incostituzionale, anticanonico e illegittimo»

La risposta della Santa Sede di Etchmiadzin è arrivata nella tarda serata del 24 settembre. In una dichiarazione ufficiale, il rapporto governativo viene definito «incostituzionale, anticanonico e illegittimo, tanto nel contenuto quanto nella forma» e presentato come una manifestazione di «ritorsione politica», spirito vendicativo e indebita interferenza nella vita interna della Chiesa.

Etchmiadzin sostiene che il documento sia stato compilato, utilizzando denaro pubblico, sulla base di accuse e affermazioni diffamatorie diffuse attraverso i mezzi d’informazione e i social network. Non entra però nel merito di ciascuna delle sedici contestazioni formulate dal rapporto, ma ne respinge la stessa legittimità istituzionale.

La Santa Sede ribadisce la posizione adottata dall’Assemblea Episcopale riunita a St. Pölten, in Austria, dal 17 al 19 febbraio 2026: le autorità dovrebbero cessare quella che la Chiesa definisce una persecuzione contro il clero e il Catholicos eletto canonicamente, rispettare l’autonomia ecclesiale e affrontare le divergenze attraverso il dialogo, senza condizioni preventive o ultimatum. Secondo Etchmiadzin, sarebbero precisamente le autorità armene a creare artificialmente una crisi nella vita della Chiesa. Qualsiasi iniziativa di riforma dettata da arbitrio politico, manipolazione o coercizione sarebbe pertanto inaccettabile: i problemi interni e il futuro ordinamento della Chiesa possono essere affrontati esclusivamente attraverso decisioni dei suoi supremi organi canonici.

Il paradosso contenuto nelle 68 pagine

Il rapporto pubblicato oggi rende ancora più evidente questo nodo.

Da una parte proclama tra i propri principi fondamentali la «separazione tra Stato e Chiesa» e afferma che la riforma dovrà essere realizzata dalla Chiesa stessa, attraverso il clero e i fedeli, senza interferenze dello Stato nella sua autonomia dottrinale e canonica.

Dall’altra parte, è un organismo dell’Ufficio del Primo Ministro – su istruzione del Primo Ministro – a raccogliere e valutare materiale riguardante la disciplina canonica, a individuare sedici presunte manifestazioni della crisi, a concludere che Karekin II non possa continuare a ricoprire l’ufficio di Catholicos e a indicare dettagliatamente la sequenza attraverso la quale dovrebbe essere sostituito.

Questa contraddizione apparente non dimostra, da sola, che sia stata commessa un’illegittima interferenza: è precisamente la questione giuridica, costituzionale e religiosa che dovrà essere valutata. Ma rende ormai inevitabile porre la domanda.

Non più soltanto se Karekin II debba rispondere alle contestazioni che gli vengono rivolte – contestazioni che, quando assumono natura penale, devono essere accertate davanti ai tribunali e, quando sono canoniche, davanti agli organi competenti della Chiesa – ma chi abbia il potere di stabilire che Karekin II debba cessare dall’ufficio di Catholicos e chi abbia titolo per determinare il futuro ordinamento interno della Chiesa Apostolica Armena.

È su questo confine, sempre più sottile, tra potere dello Stato e autonomia della Chiesa che si giocherà ora una delle questioni istituzionali più delicate dell’Armenia.

Vai al sito–


Il processo al Catholicos che divide l’Armenia

Napoli: Impagliazzo riceve il Premio cardinale Michele Giordano dall’arcivescovo Battaglia (InTerris 24.09.26)

Il presidente della Comunità di Sant’Egidio Marco Impagliazzo riceverà il Premio cardinale Michele Giordano il 28 settembre nella basilica santuario Incoronata Madre del Buon Consiglio e dell’Unità della Chiesa dall’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia, per il suo libro “Il Grande Crimine”. Il riconoscimento è intitolato al porporato che ha guidato l’arcidiocesi partenopea per quasi vent’anni. I documentari “Leo from Chicago” e ”Leone a Roma”, prodotti dalla Direzione editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede riceveranno, in via straordinaria, un premio speciale.

La cerimonia

Sarà l’arcivescovo di Napoli, il card. Domenico Battaglia, presidente del Premio cardinale Michele Giordano, a premiare i vincitori della XIV edizione del riconoscimento intitolato al porporato lucano per diciannove anni alla guida dell’arcidiocesi partenopea. La cerimonia – informano gli organizzatori – si svolgerà lunedì 28 settembre, alle 16, a Napoli, nella basilica santuario Incoronata Madre del Buon Consiglio e dell’Unità della Chiesa (via Capodimonte, 13). Prima della premiazione, il card. Battaglia presiederà un momento di preghiera nella cappella della basilica dove sono sepolti i cardinali Michele Giordano e Corrado Ursi, scomparsi rispettivamente nel 2010 e nel 2003. Il riconoscimento ha il patrocinio dell’arcidiocesi di Napoli e dell’Ordine dei giornalisti della Campania.

I libri

Il libro vincitore della XIV edizione del Premio è “Il Grande Crimine” (Morcelliana) di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio e professore ordinario di storia contemporanea dell’Università Roma Tre. Lo ha deciso la commissione del riconoscimento composta dai giornalisti Francesco Antonio Grana (segretario del premio), Ottavio Lucarelli (presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania), Antonello Perillo (condirettore della Tgr), Marco Perillo (Il Mattino), Alfonso Pirozzi (Ansa) e Pietro Treccagnoli (Corriere del Mezzogiorno). Secondo classificato il volume “La Chiesa si è rotta” (Rubbettino) di Luca Diotallevi, professore ordinario di sociologia dell’Università Roma Tre. Terzo posto per il testo “Leone XIV. Il Papa venuto per la pace” (Piemme) di Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa. Menzioni speciali per i libri “La comunicazione della Chiesa che verrà” (Tau) di Fabio Bolzetta, giornalista inviato di Tv2000 e presidente dell’Associazione dei WebCattolici Italiani(WeCa), “Genitrice di Dio. Theotókos: factum ex muliere” (Ex Libris) di Cristian Lanni, canonista, e “Le albe del mondo”(Laterza) di Massimo Raveri, professore emerito di religioni e filosofie dell’Asia orientale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia.

I documentari

Infine, la presidenza del riconoscimento, in via straordinaria, ha assegnato un premio speciale ai documentari “Leo from Chicago” e ”Leone a Roma”, prodotti dalla Direzione editoriale del Dicastero per la comunicazione della Santa Sede e realizzati dai giornalisti Tiziana Campisi, Deborah Castellano Lubov, Salvatore Cernuzio, Felipe Herrera-Espaliat e Jaime Vizcaíno Haro.

Vai al sito

Trentacinque anni di Armenia indipendente: ora il sogno va trasformato in una realtà permanente (Ilfattoquotidiano 24.09.26)

Il 21 settembre 2026 la Repubblica d’Armenia ha celebrato il 35esimo anniversario della propria indipendenza. Una ricorrenza che va oltre la dimensione commemorativa e offre l’occasione per riflettere sul percorso compiuto dal Paese dal 1991, sulle trasformazioni e sulle sfide che continuano a definire il significato concreto della sovranità armena. Trentacinque anni possono rappresentare un periodo relativamente breve nella storia di una nazione dalla tradizione millenaria. Nella storia di uno Stato moderno, tuttavia, costituiscono un arco temporale sufficientemente ampio per osservare trasformazioni profonde, crisi, conquiste e cambiamenti di prospettiva.

Per l’Armenia il passaggio decisivo arrivò il 21 settembre 1991, quando i cittadini furono chiamati a esprimersi attraverso un referendum sull’indipendenza dall’Unione Sovietica. Circa il 99% dei votanti si pronunciò a favore e l’Armenia venne proclamata Stato indipendente. Ma subito dopo l’entusiasmo dell’indipendenza dovette confrontarsi con la realtà. Quel voto rappresentò molto più di una separazione istituzionale dall’Urss. Significò la necessità di costruire quasi contemporaneamente le strutture fondamentali di uno Stato moderno: istituzioni, economia, politica estera, sistema di sicurezza e relazioni diplomatiche internazionali. Ricordiamoci che la dissoluzione dell’Urss aveva lasciato dietro di sé economie fragili, frontiere contestate, conflitti irrisolti e nuove repubbliche costrette a definire rapidamente il proprio posto nel sistema internazionale.

Per l’Armenia, quella transizione fu particolarmente difficile. La giovane Repubblica dovette confrontarsi fin dai primi anni con guerra, isolamento regionale, difficoltà economiche e una complessa transizione dal sistema sovietico a un’economia di mercato e a nuove istituzioni statali. Negli anni successivi il Paese ha attraversato ulteriori trasformazioni politiche e sociali, mentre il quadro di sicurezza del Caucaso meridionale è rimasto uno degli elementi determinanti della sua evoluzione.

In questo senso, i 35 anni dell’indipendenza rappresentano anche la storia della progressiva costruzione della capacità dello Stato di operare in un ambiente regionale caratterizzato da equilibri geopolitici particolarmente complessi. La geografia ha sempre avuto un ruolo centrale nella storia armena. Situata nel Caucaso meridionale, tra Europa e Asia, l’Armenia si trova in un’area nella quale convergono interessi regionali e internazionali differenti. Questa collocazione rappresenta contemporaneamente una risorsa e una vulnerabilità.

Di conseguenza, la sovranità armena non può essere considerata esclusivamente attraverso una prospettiva simbolica. È strettamente collegata alla capacità del Paese di costruire relazioni internazionali sostenibili, ampliare le proprie opportunità economiche e mantenere margini autonomi di decisione all’interno di un sistema internazionale in trasformazione.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più significativi del 35esimo anniversario. Nel 1991 la questione fondamentale era conquistare e formalizzare l’indipendenza. Nel 2026 il dibattito riguarda soprattutto come esercitarla. Per chi è nato dopo il 1991, infatti, l’Armenia indipendente non rappresenta più un progetto futuro o una conquista appena ottenuta. È l’unica realtà statale direttamente conosciuta. Se la generazione del 1991 dovette conquistare e costruire l’indipendenza, le generazioni successive le hanno dato qualità, solidità e continuità.

La storia dell’Armenia moderna dimostra che la sovranità è un processo politico, economico, istituzionale e sociale che richiede continuità. Uno Stato è tanto più indipendente quanto più dispone delle capacità necessarie per proteggere le proprie istituzioni, sviluppare la propria economia, formare capitale umano, mantenere relazioni internazionali diversificate e offrire ai propri cittadini prospettive credibili per il futuro.

A trentacinque anni dal referendum del 1991, è forse questa la prospettiva più utile attraverso cui leggere l’anniversario. L’Armenia non deve più dimostrare di essere diventata indipendente, invece s’impegna giorno per giorno a trasformare quell’indipendenza tanto sognata in una realtà permanente.

Vai al sito

Via libera del Consiglio Ue all’ingresso dell’80% dei prodotti armeni (Ansa 24.09.26)

(ANSA) – BRUXELLES, 24 SET – Il Consiglio Ue ha adottato oggi formalmente misure temporanee di liberalizzazione degli scambi per i prodotti armeni al fine di sostenere l’economia dell’Armenia a seguito delle restrizioni commerciali recentemente imposte dalla Russia. Tali misure liberalizzeranno circa l’80% delle esportazioni armene verso l’Ue, sospendendo i dazi all’importazione su un’ampia gamma di prodotti, compresi alcuni prodotti agricoli.Questo regime preferenziale temporaneo si applicherà per un periodo di due anni. (ANSA).

Alla scoperta dell’Armenia: contesto geografico, economico e politico (FreshPlaza 24.09.26)

Chi legge la storia biblica di Noè e della sua arca si imbatte in una montagna che non si trova nemmeno più in territorio armeno, eppure resta il simbolo indiscusso del Paese: il monte Ararat. La sua cima innevata domina la Valle dell’Ararat ed è ben visibile dalla capitale Yerevan nelle giornate limpide, nonostante i cambiamenti di confine del Novecento l’abbiano lasciata in territorio turco. Nelle case armene non manca mai un’immagine della montagna appesa alla parete, così come non esiste una bottiglia di cognac armeno senza l’Ararat sull’etichetta.

Nelle prossime settimane, il nostro focus sull’Armenia esplorerà la produzione di drupacee, pomacee, piccoli frutti e ortaggi in serra, tra le altre colture, oltre a raccontare come gli esportatori stiano cercando mercati alternativi dopo che la Russia ha imposto un embargo alla fine di maggio di quest’anno.

Questo primo articolo offre una panoramica sulla storia e la geografia del Paese. Seguiranno un approfondimento sui dati relativi alla produzione e al commercio di frutta e verdura, e una decina di storie dedicate a singoli produttori ed esportatori.

Un Paese senza sbocco sul mare
Con i suoi 29.743 km², l’Armenia è leggermente più piccola del Belgio, ma con 3,08 milioni di abitanti la sua popolazione è meno di un terzo di quella belga. Oltre un terzo dei cittadini, circa 1,1 milioni di persone, vive a Yerevan. Più dei tre quarti del territorio è composto da montagne e colline pedemontane, con il Caucaso a nord e vette che superano i 4.000 metri sul monte Aragats. Stato senza sbocco al mare, incastrato tra la Turchia e l’Azerbaigian – due Paesi con cui non intrattiene attualmente relazioni diplomatiche formali – e con confini economicamente vitali con la Georgia e l’Iran, l’Armenia dipende dal transito attraverso i Paesi vicini per i propri scambi commerciali.

L’economia ha registrato una crescita sostenuta negli ultimi anni, con un’espansione del 7,2% nel 2025. Il PIL pro capite si attesta intorno ai 10.410 dollari (circa 9.500 euro) in termini nominali. Il tasso di disoccupazione oscilla tra il 12 e il 13%, mentre l’inflazione è stata contenuta al 3,3% lo scorso anno. L’agricoltura rappresenta circa l’otto per cento del PIL, una quota notevolmente ridotta rispetto al periodo successivo all’indipendenza del 1991, ma il settore impiega ancora una parte sproporzionatamente ampia della forza lavoro. Accanto all’agricoltura, i principali pilastri dell’economia sono l’estrazione mineraria (rame, zinco, oro e molibdeno) e le esportazioni di pietre preziose e servizi informatici.

Il primo Stato cristiano della storia
L’Armenia può vantare un primato mondiale autentico: nel 301 d.C., sotto il re Tiridate III, divenne il primo Stato al mondo ad adottare il Cristianesimo come religione ufficiale, anticipando persino l’Impero Romano. Oggi la stragrande maggioranza della popolazione appartiene alla Chiesa Apostolica Armena. Un secolo dopo la conversione, intorno al 405, il monaco Mesrop Mashtots elaborò un alfabeto di 39 lettere ancora in uso oggi che, analogamente alla scrittura georgiana, non somiglia ad alcun altro sistema di scrittura. In armeno, il nome del Paese si scrive così: Հայաստան.

Circa il 98% della popolazione è di etnia armena. Questa omogeneità è in parte l’eredità di un trauma profondamente radicato nella coscienza collettiva nazionale: il Genocidio Armeno dei primi del Novecento, nel quale tra uno e 1,5 milioni di armeni nell’Impero Ottomano furono uccisi o mandati a morire nelle marce forzate. La Turchia continua a rifiutarsi di riconoscere quegli eventi come genocidio, il che ha avvelenato i rapporti tra i due Paesi per oltre un secolo e ha tenuto chiuso il confine comune dal 1993.

Dopo secoli di alternanza tra dominio persiano, ottomano e russo, un breve periodo di indipendenza nel 1918 e settant’anni sotto il giogo sovietico, l’Armenia ha riconquistato la propria indipendenza nel 1991. Da allora, la storia del Paese è stata segnata dal conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, un’enclave all’interno dell’Azerbaigian abitata fino a poco tempo fa principalmente da armeni di etnia e contesa sin dalla tarda era sovietica.

Russia e Unione europea
L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha avuto ripercussioni significative anche sull’Armenia. La guerra ha provocato uno shock economico, ma di segno inatteso: decine di migliaia di russi – imprenditori in fuga dalle sanzioni e giovani che cercavano di sottrarsi alla mobilitazione – si sono stabiliti a Yerevan, mentre la riesportazione di merci occidentali verso la Russia colpita dalle sanzioni ha fatto impennare l’economia nel 2022 e nel 2023.

Sul piano diplomatico, il percorso è stato più accidentato. La Russia, tradizionalmente il principale alleato in materia di sicurezza dell’Armenia attraverso il CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva) e la propria base militare a Gyumri, non è intervenuta in difesa dell’Armenia quando l’Azerbaigian ha lanciato una vasta offensiva militare contro il Nagorno-Karabakh nel settembre 2023. Nel giro di pochi giorni, quasi l’intera popolazione armena della regione, stimata in 100.000 persone, era fuggita in Armenia. Nel febbraio 2024, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato che l’Armenia stava di fatto sospendendo la propria partecipazione al CSTO.

Da allora, l’Armenia ha orientato parte della propria attenzione verso l’Occidente. Nel settembre 2024, Pashinyan ha dichiarato l’intenzione di presentare domanda di adesione all’Unione europea, anche se fino ad oggi non è stata depositata alcuna candidatura formale.

Sul fronte del conflitto con l’Azerbaigian, il Paese ha compiuto progressi significativi: l’8 agosto 2025, Pashinyan e il presidente azerbaigiano Aliyev hanno firmato una dichiarazione congiunta alla Casa Bianca, mediata dall’amministrazione Trump, con l’obiettivo di porre fine a quasi quattro decenni di ostilità. Anche i rapporti con la Turchia, alleata dell’Azerbaigian, si stanno gradualmente distendendo: da marzo di quest’anno sono stati avviati voli giornalieri tra Istanbul e Yerevan. Per Ankara, tuttavia, la piena normalizzazione delle relazioni resta subordinata alla firma di un trattato di pace definitivo tra Azerbaigian e Armenia.

Il riavvicinamento dell’Armenia all’Occidente ha avuto un costo. In concomitanza con le elezioni parlamentari del giugno 2026, vinte dal partito Contratto Civile di Pashinyan, Mosca ha aumentato la pressione: il servizio fitosanitario russo Rosselkhoznadzor ha imposto una serie di restrizioni alle importazioni di prodotti agricoli armeni, tra cui pomodori, fragole, albicocche e uva.

Nella seconda parte di questa serie, in uscita domani, i dati sull’export mostreranno come la perdita del mercato russo abbia lasciato al settore ortofrutticolo armeno poca scelta se non quella di adattarsi, ma anche come nel frattempo siano stati attivati meccanismi per aiutare gli esportatori a diversificare, anche in direzione dell’Unione europea.

Dati tratti da: Banca Mondiale, Ministero dell’Economia della Repubblica di Armenia, Armenpress

Vai al sito

Giovanni Paolo II in Armenia, 25 anni fa il pellegrinaggio alle radici cristiane del Paese (Vatican News 24.09.26)

Fin dall’inizio del viaggio il Papa Wojtyla presentò la visita come un gesto di amicizia nei confronti del popolo armeno e come occasione per approfondire il cammino verso la piena comunione tra le Chiese. Il Papa volle confermare la propria presenza in una terra profondamente segnata dalla fede cristiana, dalla una storia millenaria e dalla memoria del Medz Yeghern

Robert Attarian – Città del Vaticano

Dal 25 al 27 settembre 2001, Giovanni Paolo II compì uno dei viaggi apostolici più significativi del suo pontificato: la visita in Armenia, realizzata in occasione del 1700.mo anniversario della proclamazione del cristianesimo come religione ufficiale del Paese. Fu un viaggio dal forte significato religioso, storico ed ecumenico. Per la prima volta un Vescovo di Roma metteva piede sul suolo armeno, incontrando il Catholicos di tutti gli Armeni Karekin II e rendendo omaggio alla millenaria tradizione cristiana di questo popolo. Il pellegrinaggio ebbe inoltre una particolare intensità, perché l’Armenia era una terra profondamente segnata dalle persecuzioni e dalle sofferenze del XX secolo, nonché dalla memoria del Medz Yeghern.

Per la prima volta, il Vescovo di Roma in Armenia

Giovanni Paolo II giunse all’aeroporto internazionale Zvartnotz di Yerevan il 25 settembre 2001. Ad accoglierlo vi erano il presidente della Repubblica Armena Robert Kocharyan, le autorità politiche e civili, il Catholicos Karekin II, gli ordinari cattolici presenti in Armenia, il corpo diplomatico e il nunzio apostolico. Dopo i saluti del presidente e del Catholicos, il Papa pronunciò il suo discorso di benvenuto e le sue prime parole espressero immediatamente la straordinarietà dell’evento: “Rendo grazie a Dio Onnipotente perché oggi, per la prima volta, il Vescovo di Roma si trova sul suolo armeno”.

L’Armenia, “antica ed amata terra”

Giovanni Paolo II definì l’Armenia “antica ed amata terra”, ricordando il poeta armeno Daniel Varujan e citandone i versi sulla terra armena. Spiegò inoltre di aver atteso a lungo quel momento, considerandolo un vero “momento di grazia e di gioia”. Non si trattò soltanto di una visita diplomatica o istituzionale. Giovanni Paolo II si presentava come pellegrino, desideroso di incontrare personalmente una delle più antiche comunità cristiane del mondo.

Un saluto a tutti gli armeni, anche della diaspora

Nel discorso all’aeroporto, il Papa non si rivolse soltanto agli armeni presenti in patria, sottolineando la volontà di voler estendere la sua amicizia “anche ai milioni di armeni sparsi in tutto il mondo”, da lui indicati quali custodi del proprio patrimonio culturale e religioso. Questo elemento è importante per comprendere il significato del viaggio. L’Armenia visitata dal Papa non era soltanto lo Stato indipendente nato dieci anni prima, ma anche la patria spirituale e storica di una grande diaspora, formatasi nel corso di secoli di guerre, persecuzioni e migrazioni.

L’abbraccio fraterno a Karekin II

Il momento centrale del discorso fu però il saluto rivolto al Catholicos Karekin II, quando Giovanni Paolo II ebbe a dire: “Abbraccio con fraterno amore nel Signore Lei e la Chiesa che Ella presiede”. Con queste parole Papa Wojtyla mise subito in evidenza la dimensione ecumenica del viaggio. Riconobbe infatti nella Chiesa Apostolica Armena una straordinaria testimonianza cristiana, soprattutto considerando le prove attraversate nel corso del XX secolo. Il Papa si definì un “pellegrino in viaggio spirituale”, venuto per rendere onore alla testimonianza della Chiesa armena.  E proprio in occasione del 1700.mo anniversario volle sottolineare come la gioia degli armeni fosse anche la gioia della Chiesa cattolica: “L’intera Chiesa cattolica condivide la vostra intima gioia e quella di tutti gli armeni”. Si trattava di un’affermazione ecumenica di grande forza: la celebrazione della storia cristiana armena veniva presentata come una festa che riguardava l’intera cristianità.

Gli armeni, primo popolo cristiano

Il terzo passaggio del discorso fu dedicato alle origini del cristianesimo armeno. Giovanni Paolo II ricordò la tradizione secondo cui la predicazione degli apostoli Taddeo e Bartolomeo aveva raggiunto l’Armenia, indicando poi in san Gregorio l’Illuminatore la figura decisiva nella diffusione del cristianesimo. Il Papa pronunciò una delle frasi più importanti dell’intero discorso: “Il cristianesimo divenne, per la prima volta, la fede di un’intera nazione». Giovanni Paolo II interpretava così il 1700.mo anniversario non soltanto come una ricorrenza nazionale, ma come un evento di portata universale per la storia della Chiesa. Secondo le parole del Pontefice polacco, gli Armeni furono “i primi, come popolo, ad abbracciare la grazia e la verità del Vangelo”. La fede cristiana veniva quindi presentata come elemento costitutivo dell’identità armena.

La memoria dei martiri del Medz Yeghern

Subito dopo aver ricordato le origini cristiane dell’Armenia, Giovanni Paolo II si soffermò sul tema del martirio. Osservò: «Voi custodite con zelo la memoria dei vostri numerosi martiri». E aggiunse che il martirio era stato un tratto caratteristico della storia della Chiesa e del popolo armeno. Il riferimento assumeva particolare peso nel contesto della visita, il Papa non celebrava infatti soltanto una storia gloriosa, ma incontrava un popolo che aveva pagato un prezzo altissimo per la propria identità e per la propria fede. Questa dimensione sarebbe diventata ancora più evidente il giorno successivo, quando Giovanni Paolo II avrebbe visitato il memoriale di Tsitsernagaberd, dedicato alle vittime dell’immane tragedia del Medz Yeghern, del 1915.

Fede e futuro dell’Armenia

Il discorso all’aeroporto non si limitò però alla memoria del passato. Giovanni Paolo II guardò anche al futuro dell’Armenia, che nel 2001 celebrava il decimo anniversario dell’indipendenza. Una delle affermazioni centrali fu: «Il passato dell’Armenia è inseparabile dalla sua fede cristiana». Ma, secondo il Papa, la fede non apparteneva soltanto alla memoria del passato: poteva contribuire anche alla costruzione del futuro della nazione.  Giovanni Paolo II incoraggiò pertanto le autorità e i cittadini a costruire una società giusta e armoniosa, fondata sul rispetto dei diritti, sulla solidarietà e sul bene comune. Il suo messaggio assumeva così anche una dimensione civile e politica: il progresso del Paese doveva essere posto al di sopra degli interessi particolari.

Il messaggio per la pace

Particolarmente importante fu il riferimento alla pace nella regione. Giovanni Paolo II affermò che la pace poteva essere costruita soltanto su basi solide: rispetto reciproco, giustizia nelle relazioni tra comunità diverse e magnanimità da parte dei più forti. Era un messaggio molto attuale per il Caucaso meridionale, una regione ancora segnata da tensioni e conflitti. Il Papa collegava, dunque, la celebrazione del 1700° anniversario a una responsabilità concreta: la fede cristiana doveva tradursi nella costruzione della pace e nel servizio al bene comune.

“Amare la propria terra”

Nella parte conclusiva del suo intervento, Giovanni Paolo II rivolse agli armeni un appello particolarmente intenso. Invitò ciascuno a impegnarsi per il futuro della propria patria e affermò: «Ognuno deve fermamente decidere di amare la propria terra». A questo amore doveva accompagnarsi la disponibilità al sacrificio per lo sviluppo autentico della nazione e per il benessere spirituale e materiale del popolo. Il discorso si concluse con una benedizione che riassumeva le speranze del Papa per il Paese: “Dio benedica il popolo armeno con la libertà, la prosperità e la pace!”.

Dall’aeroporto a Etchmiadzin

Terminata la cerimonia di benvenuto, Giovanni Paolo II si recò a Etchmiadzin, sede della Chiesa apostolica armena e residenza del Catholicos. La tappa successiva fu la visita di preghiera alla cattedrale apostolica. Qui il significato ecumenico del viaggio raggiunse una delle sue espressioni più alte. Nella preghiera a Etchmiadzin, Papa Wojtyla avrebbe infatti pronunciato parole destinate a rimanere tra le più significative dell’intero viaggio: “La vostra fede è la nostra fede in Gesù Cristo”. Subito dopo arrivò il suo richiamo alle parole della Lettera agli Efesini: “Un solo Signore, una sola fede, un solo Battesimo”. Il gesto e le parole di Giovanni Paolo II mostrarono come la visita non fosse semplicemente una celebrazione dell’antichità della Chiesa armena, ma anche un passo nel cammino verso una più profonda comunione tra le Chiese.  A distanza di anni, la visita di Giovanni Paolo II in Armenia conserva ancora un significato che va oltre la semplice cronaca di un viaggio papale. Fu un pellegrinaggio alle radici della cristianità, un gesto di vicinanza a un popolo segnato dalla sofferenza e, soprattutto, un incontro tra due antiche Chiese unite dal desiderio di testimoniare insieme Cristo e di proseguire il cammino verso la piena comunione.

Vai al sito