Apre a Bari il nuovo Consolato onorario dell’Armenia: sarà guidato da Dario Rupen Timurian (EdicoladelSud 14.07.24)

Bari si appresta a ospitare una nuova sede del Consolato onorario della Repubblica d’Armenia. Ad annunciarlo è l’Ambasciata armena in Italia. Il referente sarà il Console onorario Dario Rupen Timurian.

«Questo nuovo ufficio consolare – si legge in una nota – rappresenta un importante passo volto al rafforzamento degli storici rapporti di amicizia e dei plurisecolari legami culturali, economici e diplomatici tra l’Armenia e la regione Puglia».

L’Ufficio Consolare sarà situato in corso Vittorio Emanuele 30 a Bari e «costituirà un punto di riferimento per i cittadini armeni e per coloro che desiderano approfondire la collaborazione tra Puglia e Armenia», prosegue la nota.

Timurian sarà referente per la tutela dei cittadini della Repubblica d’Armenia in Puglia e per le iniziative volte a promuovere e rafforzare la cooperazione scientifica e culturale, educativa, economica e commerciale.

Il Console Onorario Dario Rupen Timurian, classe 1974, laureato in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari, è un imprenditore nel settore edile e dell’arredamento. La sua famiglia giunse a Bari dopo il Genocidio Armeno del 1915 e si inserì sin da subito nel tessuto sociale e imprenditoriale della città e della regione.

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Bari, apertura del Consolato Onorario dell’Armenia: Dario Rupen Timurian coordinerà l’Ufficio

Pietrasanta in Concerto: L’Anima dell’Armenia, paese di musica (Gazzetta di Viareggio 12.07.24)

Per il secondo appuntamento di Pietrasanta in Concerto – La Stravaganza, sabato 13 luglio alle ore 21.15 è in programma nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, un’intrigante serata tutta dedicata all’Armenia, paese musicalissimo e da sempre travagliato da una dolorosa diaspora che ha creato importanti comunità in ogni paese del mondo. Sul palco in formazione variabile, quattro grandi eccellenze della musica da camera internazionale su repertorio novecentesco del russo-armeno Arno Babajanin, quindi il sontuoso Ottocento del medico, chimico e compositore russo Borodin, peraltro importante frequentatore di Pisa e della sua Università, per finire con un caposaldo di Brahms, il Quartetto per Pianoforte N. 1 in Sol minore Op.25, il cui indiavolato Rondò finale di carattere zingaresco richiama lo spirito folk delle Danze Ungheresi. Sul palco quattro grandi artisti di origine armena da sempre sui migliori palchi del globo: il pianista e direttore d’orchestra franco armeno Vahan Mardirrossian, la giovane virtuosa del violino, ex enfant prodige Anush Nikoghosyan, la star del violoncello Alexander Chausian e la stimata viola di David Abrahamian. Si conferma così lo spirito del festival di esplorare repertori meno frequentati con ensemble d’occasione composti da grandissimi solisti ascoltabili in queste inusuali formazioni solo ed esclusivamente a Pietrasanta grazie al lavoro di inesausta ricerca del suo fondatore e direttore artistico Michael Guttman.
Il Festival “Pietrasanta in Concerto” è promosso e organizzato dall’Associazione Musica Viva in collaborazione con il Comune di Pietrasanta e con il supporto organizzativo della Fondazione Versiliana.
I biglietti di Pietrasanta in Concerto sono in vendita presso la biglietteria della Versiliana ( viale Morin, 16 – aperta con orario 10.00- 13.00/ 17.00 – 22.00 – tel. 0584- 265757), online e nei punti vendita del circuito Ticketone.
Sono in vendita anche presso la biglietteria del Teatro Comunale di Pietrasanta nei giorni di concerto (con orario 17.00- 22.00 tel. 0584-795511).

Preghiera per la pace a Kiev: “La guerra è contro Dio e non ha mai scuse” (SIR 12.07.24)

Un’invocazione di pace ieri sera in piazza Santa Sofia di Kyiv, cuore religioso del Paese. Sul palco si alternano vescovi cattolici e greco-cattolici, rappresentanti delle Chiese armeno apostolica, gli avventisti del Settimo Cielo, gli evangelici ma anche ebrei e membri della Comunità islamica. Ad animare l’iniziativa ci sono i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni che con il Progetto Mean (Movimento europeo non violento) sono arrivati a Kyiv per dire con la loro presenza che il popolo ucraino non è lasciato solo. A seguire virtualmente dall’Italia, 25 “piazze” dal Nord al Sud del Paese. “Chi è venuto oggi a Kiev – ha detto il nunzio apostolico mons. Kulbokas – si assume la guerra sulle proprie spalle. Significa dire: ‘Quando attaccate l’Ucraina, state attaccando e aggredendo anche noi’”

Mean, preghiera in piazza Santa Sofia a Kyiv (foto Biagioni/SIR)

(Da Kyiv) Una lunghissima invocazione di pace ieri sera in piazza Santa Sofia di Kyiv, cuore religioso del Paese. Si è svolta in una città attraversata continuamente dal suono degli allarmi, dove l’elettricità va a singhiozzi e la notte sprofonda nel buio. Una città dove la guerra ha colpito la parte più preziosa di una società, i bambini, con l’attacco all’ospedale pediatrico di lunedì 8 luglio. Un minuto di silenzio. Canti e orazioni. Sul palco si alternano vescovi cattolici e greco-cattolici, rappresentanti delle Chiese armeno apostolica, gli avventisti del Settimo Cielo, gli evangelici ma anche ebrei e membri della comunità islamica. Ad animare l’iniziativa ci sono i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni che con il Progetto Mean, Movimento Europeo di Azione nonviolenta, sono arrivati a Kyiv per dire con la loro presenza che il popolo ucraino non è lasciato solo.

Un momento della preghiera per la pace a Kyiv (foto Biagioni/SIR)

Le preghiere vengono lette in italiano e in ucraino. Si prega perché il Dio della pace possa aprire “il cuore degli uomini al dialogo” e perché “sul ricorso alle armi prevalga il negoziato, sull’incomprensione l’intesa, sull’offesa il perdono, sull’odio l’amore”. A seguire virtualmente dall’Italia, 25 “piazze” dal Nord al Sud del Paese, in una presa diretta che è stata rilanciata in piazza Santa Sofia di Kyiv, su un mega schermo. In collegamento da Montecassino, dom Luca Fallica, ricorda che l’11 luglio è il giorno in cui si fa memoria di San Benedetto, patrono dell’Europa, “messaggero di pace, costruttore di unità, maestro di civiltà”. Prende la parola anche il card. Edoardo Menichelli: “vorrei affidare a tutti noi una responsabilità, il coraggio di essere discepoli di perdono e misericordia perché la pace è una profezia consegnata ad ognuno di noi. Cessino le armi, la distruzione, la morte. Signore, dona sapienza a chi governa le Nazioni perché sappiano guardare alla pace come un dono prezioso non solo per l’Ucraina ma per il mondo intero”.

Il mega schermo con le 25 piazze italiane collegate (foto Biagioni/SIR)

La guerra – dice mons. Visvaldas Kulbokas, nunzio apostolico in Ucraina che ha fortemente sostenuto questa iniziativa – non è soltanto contro l’uomo, contro l’Ucraina. La guerra è contro Dio. Ci siamo riuniti in preghiera, perché questa è la nostra forza. Però anche l’uomo deve fare la sua parte per costruire la pace. Perciò chi è venuto oggi a Kiev si assume la guerra sulle proprie spalle”.

“Significa dire: ‘quando attaccate e aggredite l’Ucraina, state attaccando e aggredendo anche noi’. Significa dire con grande umiltà e con coraggio che la guerra non ha mai scuse”. 

Il gruppo era stato in visita in mattinata all’ospedale pediatrico di Kyiv. “Avete visto cosa fa la guerra contro i bambini”, dice il nunzio. “Il linguaggio di pace è dire NO. No alla guerra. No all’aggressione. La nostra preghiera sia coraggiosa e fiduciosa”. 

I leader religiosi in piazza Santa sofia (foto Biagioni/SIR)

Dal palco si ricordano tutte le popolazioni che nei diversi luoghi dell’Ucraina soffrono per le ingiustizie causate dalla guerra. E’ Lucio Turra della presidenza nazionale dell’Azione Cattolica a nominarle: le persone sfollate, lontane da casa, i giovani e i soldati al fronte , gli anziani soli, i volontari e tutte le persone di buona volontà. Gli scout ucraini salgono sul palco per raccontare come è cambiata la loro vita e il loro servizio ai giovani del paese con l’aggressione russa su vasta scala. Elena Possia, del Movimento dei Focolari del Belgio, legge invece una preghiera scritta dalla presidente Margaret Karram: “PACE nel cuore di ogni persona, specialmente nei cuori di coloro che governano i popoli; PACE tra gruppi, etnie, nazioni; in particolare, ti chiediamo con la fede che sposta le montagne, che ‘cessi il fuoco’ della guerra e vinca il dialogo ‘nel cercare vie di pace’”.Alla fine tutti i partecipanti si sono presi per mano e sulla piazza hanno realizzato un enorme cerchio, come segno di un abbraccio di pace che tra allarmi e blackout si è simbolicamente esteso su tutta la città.

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Il Presidente Khachaturyan con l’Ambasciatore Di Riso visita la mostra “Frammenti di Arte d’Italia in Armenia” (Aise 12.07.24)

JEREVAN\ aise\ – Il Presidente della Repubblica di Armenia, Vahagn Khachaturyan, accompagnato dall’Ambasciatore d’Italia, Alfonso Di Riso, mercoledì scorso ha visitato la mostra “Frammenti di Arte d’Italia in Armenia”, inaugurata alla Galleria Nazionale di Armenia lo scorso 2 giugno, in occasione delle celebrazioni della Festa della Repubblica Italiana a Jerevan.
L’esposizione, organizzata dalla Galleria Nazionale di Armenia, su impulso dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan, è composta da circa 100 opere di arte italiana di celebri maestri come Donatello, Tintoretto, Guercino, Canaletto, Canova e altri.
Ad accogliere gli ospiti vi era la Direttrice della Galleria, Marina Hakobyan. (aise)

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Cwiertnia, capire il genocidio armeno cercando le proprie origini (Lucialibri 12.07.24)

“Sulla strada abbiamo un altro nome” di Laura Cwiertnia è la storia di un viaggio da Brema all’Armenia. Lo compiono Karla e suo padre Avi, dopo la morte della nonna che ha lasciato alcuni indizi per svelare un piccolo mistero nella loro terra dei loro avi. Sarà l’occasione per la scoperta di un mondo interiore e del genocidio armeno, un dramma capace a fatica di vincere silenzio e oblio

Come si fa a trovare qualcuno senza sapere chi si cerca?

Compito ancor più arduo se si scopre poi che ciò che stiamo in realtà cercando è la nostra stessa identità.

Quando muore sua nonna, Karla convince il padre Avi ad accompagnarla in Armenia, loro terra d’origine, per far luce su un piccolo mistero. La nonna ha infatti lasciato un braccialetto con un biglietto destinato ad una donna che nessuno sembra conoscere. L’unico indizio sono un nome ed un indirizzo armeno.

L’omertà della sua famiglia nei confronti del passato, ha fatto si che Karla, a differenza dei suoi coetanei di Brema, non sappia quasi nulla delle sue origini e della terra da cui proviene.

Ho collezionato nella mia mente i pochi ricordi che mio padre negli anni mi ha raccontato del suo passato come altri collezionano francobolli.

Con la speranza e il presentimento che il biglietto lasciato dalla nonna possa aiutarla a riordinare e a dare un senso alla sua collezione di francobolli, Karla decide di partire per Erevan. Sullo sfondo di una città sovrastata dal monte Ararat in cui «ogni angolo è il soggetto di una cartolina» Karla, accompagnata dal padre, passeggerà tra le colorate case in pietra attraversando le silenziose e discrete vie del mercato con le sue ordinate bancarelle, sempre guidata da una strana sensazione di familiarità verso un popolo di cui non conosce nulla ma al quale è consapevole di appartenere.

“Come si fa a trovare le proprie radici in un luogo in cui non si è mai stati?”

Il viaggio di Karla è anche e soprattutto un viaggio metaforico alla scoperta di un mondo interiore che le era stato fino a quel momento precluso dai silenzi della sua famiglia e che la porterà verso la riscoperta di se stessa e delle sue origini. Non sempre però i ricordi sono piacevoli. Mentre Karla scopre qualcosa di se, il padre rivive qualcosa della sua infanzia.

Scavando nella memoria di quattro generazioni, nel romanzo Sulla strada abbiamo un altro nome (220 pagine, 18 euro), tradotto per Mar dei Sargassi edizioni da Alessandra Iadicicco e Jolanda Balzano, Laura Cwiertnia accompagna il lettore attraverso la rievocazione delle persecuzioni armene, del genocidio e della conseguente migrazione di un popolo alla ricerca di un futuro privo di sangue e dolore.

Ogni capitolo è un capitolo della vita dei protagonisti e i continui salti temporali che ci permettono di rivivere questi ricordi, sono la struttura portante del romanzo che conferiscono sinuosità alla narrazione senza mai perdere di vista il filo conduttore.

La scrittura della Cwiertnia è infatti precisa, diretta e moderna, senza inutili orpelli finalizzati ad imbellettare lo stile ma che nulla aggiungerebbero alla realtà dei fatti narrati. La dignità delle sue parole è quella stessa di un popolo che ha dovuto subire ingiustizie spesso dimenticate e privato della possibilità di urlare la propria sofferenza ad un mondo sordo.

La memoria di un popolo è nella sua identità

Dai pogrom del 1894, al genocidio durante la prima guerra mondiale: l’intenzionalità dei massacri compiuti ai danni della comunità armena è sempre stata respinta dalla Turchia, e persino in Italia il genocidio è stato riconosciuto ufficialmente solo nel 2000.

Mentre un milione e mezzo di armeni (ovvero i due terzi dell’intera popolazione) perdeva la vita, gli esecutori turchi negavano fortemente ciò che in realtà stavano commettendo.

C’è una serietà in questi occhi che non ho mai visto prima. Quella di chi ha dovuto guardare quando tutti si voltavano dall’altra parte.

La storia della famiglia di Karla è anche quella di un popolo. Un dramma generazionale, personale e collettivo, capace di resistere al tempo, al silenzio e all’oblio.

Gli armeni che per sopravvivere sono dovuti fuggire, hanno lasciato dietro di sé tutto: la propria casa, gli affetti, i ricordi di una vita, per cercare di costruirsene una nuova in una patria che gli accogliesse e desse loro una prospettiva di salvezza. Ma quando si è costretti a rinunciare persino al proprio nome, per paura di essere identificati e marchiati, cosa resta della memoria di un popolo?

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Il Quartetto d’archi Avetis ai Concerti di Modena (Teatrocomunalemodena.it 12.07.24)

Undici appuntamenti con orchestre e grandi interpreti di rilievo internazionale

 

Il Teatro Comunale di Modena presenta una nuova stagione di Concerti 2024/25 con undici appuntamenti di rilievo internazionale che spaziano dalla musica barocca al contemporaneo. Un programma, in prevalenza sinfonico, con orchestre di prestigio dal panorama europeo, quali Chamber Orchestra of Europe, la Filarmonica di Stoccarda e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, e direttori di fama mondiale, da Antonio Pappano a Lera Auerbach. Spazio anche ai grandi interpreti, a cominciare dai pianisti Lucas Debargue, Bertrand Chamayou e Thomas Enhco, e alla musica da camera, con l’armeno Avetis String Quartet e il consueto Concerto della Memoria e del Dialogo con il pianista e compositore Paolo Marzocchi. Tre gli appuntamenti della Filarmonica del Teatro Comunale, fra i quali l’atteso concerto di Capodanno.

……

Sabato 8 febbraio 2025  si ascolterà la Settima Sinfonia di Dmitrij Šostakovič nell’esecuzione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Andrés Orozco-Estrada. Šostakovič scrisse la Sinfonia nel 1942 a Leningrado, durante il terribile assedio dell’esercito tedesco. Accolta come il simbolo della resistenza alla minaccia nazista, venne eseguita a New York da Arturo Toscanini con l’Orchestra della NBC, dopo che il microfilm della partitura era riuscito a raggiungere gli Stati Uniti con un viaggio rocambolesco attraverso la Persia e l’Egitto.

Il Quartetto d’archi Avetis, un ensemble armeno di recente formazione, presenterà mercoledì 5 marzo un programma con compositori rappresentanti delle scuole nazionali di stampo romantico fra i quali Padre Komitas (1869-1935), un sacerdote considerato il fondatore della scuola nazionale di musica armena e riconosciuto come uno dei pionieri dell’etnomusicologia.

Il cartellone si concluderà domenica 27 aprile 2025 con Filarmonica Arturo Toscanini diretta da Alondra de la Parra. Il programma proporrà il Concerto in fa di George Gershwin con Thomas Enhco al pianoforte, la suite sinfonica Sheherazade di Rimskij-Korsakov e il brano più celebre di Arturo Márquez Navarro, autore noto al pubblico latino-americano e ampiamente riconosciuto come uno dei più importanti compositori messicani della sua generazione.

 

Il Teatro propone quest’anno un unico abbonamento a 9 concerti (esclusi il concerto di Capodanno e il Concerto della Memoria e del Dialogo), disponibile dal 2 al 16 settembre per la prelazione agli abbonati alla stagione scorsa, il 17 e 18 settembre 2024 per il cambio posto e dal 20 al 28 settembre per i nuovi abbonati.

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EUROPA/RUSSIA – Ortodossi, cattolici, armeni e protestanti al Forum della Gioventù cristiana sulla famiglia (AgenziaFides

Konevec (Agenzia Fides) – Si conclude oggi sull’isola di Konevec, nella regione di Leningrado, la terza edizione del Forum della Gioventù cristiana, a cui hanno preso parte anche due rappresentanti laiche della Chiesa cattolica in Russia. Il titolo “I giovani cristiani e i valori della famiglia”, scelto dal comitato organizzativo per l’edizione di quest’anno, iniziata l’8 luglio, si rifà al tema oggetto di riflessione a livello federale per il 2024, ovvero la famiglia, intesa come cellula primaria del tessuto sociale.
Immersi nella bellezza naturalistica dell’isola a circa 150 km da San Pietroburgo, ospiti dell’antico monastero maschile della Natività della Beata Vergine, i rappresentanti della Chiesa ortodossa russa, della Chiesa apostolica armena, della Chiesa ortodossa bielorussa, di diverse Chiese protestanti e della Chiesa cattolica − Natal’ja Maslennikova e Anastasija Orlova − hanno potuto confrontarsi con esperti del tema.
“Partecipo al Forum annuale dalla prima edizione – racconta Natal’ja all’Agenzia Fides – e anche quest’anno mi colpisce la facilità con cui si fa amicizia fra i partecipanti. I gruppi di lavoro sono misti dal punto di vista confessionale e questo già di per sé facilita la conoscenza reciproca: l’emergere di differenze tra di noi non diventa un ostacolo, ma accende un interesse reciproco. E in questo dialogo nascono amicizie, il proprio orizzonte si allarga e si creano nuovi ricordi a cui in seguito poter tornare con la mente”.
Il programma, denso e variegato, ha alternato lezioni seminariali al mattino e workshop al pomeriggio, con l’ideazione e realizzazione di fumetti e stand up comedy sul tema della famiglia. Tra gli esperti che hanno tenuto i workshop, c’erano anche Anna e Aleksandr Kuripko, due sposi cattolici e genitori di sette figli, direttori del progetto “Accademia della famiglia”. Le serate, invece, sono state dedicate alla conoscenza reciproca, con domande e risposte sulle rispettive confessioni di appartenenza, e alla riflessione su un versetto del Vangelo, diverso di volta in volta.
“Per noi cattolici è molto importante che ci siano momenti come questo − continua Natal’ja −, perché viviamo in un contesto in cui la maggioranza dei cristiani è ortodossa, quindi, abbiamo frequenti relazioni con loro, a diversi livelli e in tanti ambiti: a lavoro, a scuola, nel tempo libero e, spesso, in famiglia, visto l’alto numero di matrimoni misti”.
Nelle due edizioni precedenti, i Forum dei Giovani cristiani erano stati incentrati sul tema dell’evangelizzazione online e l’impegno caritatevole nella società civile.
“Sono sicura – afferma Natalija – che eventi come questi aiutino a rimarginare le ferite profonde delle divisioni interne alla Chiesa: abbiamo la speranza che le giovani generazioni di oggi, facendo esperienze come queste, possano essere domani almeno un passo più vicine all’unità originaria della Chiesa, come la vorrebbe Gesù”. (Agenzia Fides 11/7/2024)

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CAUCASO. Iran e Russia nel conflitto armeno-azero (Agcomunication 11.07.24)

Quanto Iran e quanta Russia c’è nel confronto tra Armenia e Azerbaijan? A questa domanda che potrebbe sembrare bizarro solo ad un orecchio inesperto ha risposto il 26 giugno scorso, una conferenza organizzata dall’l’Eipa, Europe Israel Press Association, scegliendo di far trattare le diverse risposte a studiosi ed esperti no appartenenti ai due paesi caucasici per poter evitare così possibili sbilanciamenti e frizioni.

All’evento hanno partecipato Volodymyr Kopchak, ucraino, direttore della sezione Caucaso meridionale del Centro ucraino per gli studi sull’esercito, la conversione e il disarmo, Cacds;

Gela Vasadze, georgiano, direttore regionale del Georgian Strategic Analysis Center, Gsac; David Eidelman, israeliano, storico, stratega politico, capo del gruppo “Asia! “The Great Game”, docente di tecnologie della comunicazione che ha lavorato come consulente politico in Ucraina e in altre repubbliche post-sovietiche; Ze’ev (Vladimir) Khanin, israeliano, professore associato aggiunto presso l’Università Bar Ilan, capo del Programma di ricerca sui conflitti post-sovietici, Pscrp, presso il Centro Begin-Sadat; presidente dell’Istituto per gli studi ebraici euro-asiatici di Herzliya; Shahida Tulaganova, britannico/uzbek, produttiore e regista televisivo con la BBC (Regno Unito), Channel 4 (Regno Unito) e RFE/RL (Repubblica Ceca).

Il quadro su cui si sono mossi gli esperti era il seguente: si avvicina un accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian e il riallineamento del confine comune. Sebbene le due repubbliche del Caucus meridionale debbano ancora definire i dettagli, entrambe le parti affermano, da un lato, di avere una visione comune su come dovrebbe essere l’accordo di pace. D’altro canto, Russia e Iran sono i principali attori della regione che rischiano di perdere da un simile accordo di pace. Non si accontenteranno della fine di un conflitto durato secoli, poiché ciò aprirà nuove opportunità per l’Armenia che non saranno conformi ai loro obiettivi strategici. I nostri esperti spiegheranno perché.

Abbiamo intervistato i relatori e vi presentiamo le loro risposte alle nostre domande incrociandole così da poter cogliere differenze e punti di contatto nelle loro analisi.

In questa prima parte inseriamo le risposte di David Aidelman e Ze’ev Khanin.

AGC: Un attore fondamentale nella pace tra Armenia e Azerbaijan è la Turchia che attualmente iene il piede in molte scarpe in molti conflitti, vedi ucraina – russia; israele-hamas. Che ruolo gioca questo paese nella pace tra Armenia e Azerbaijan?

David Eidelman: Il ruolo della Turchia nella risoluzione del conflitto tra Armenia e Azerbaigian è importante. La Turchia è un paese chiave nel Corridoio di Mezzo e la riconciliazione consentirà non solo di includere l’Armenia in questo progetto, ma anche di aumentare il flusso di merci attraverso di esso da est a ovest. Per l’Armenia questa è un’opportunità per uscire dai problemi economici e dall’instabilità, a cui la Russia è interessata.

Ze’ev Khanin: In generale, uno scenario del genere potrebbe esistere; Ankara potrebbe credere nel rafforzare il suo ruolo dominante nel Caucaso meridionale, promuovendo gli interessi dell’Azerbaigian, il partner locale più vicino alla Turchia, e diminuendo l’influenza regionale dell’Iran – uno dei principali mecenati armeni. Quest’ultimo in questo caso potrebbe essere meno interessato al vettore geopolitico Teheran-Erevan-Mosca. Tuttavia, prima di sapere cosa si nasconde dietro una dichiarazione del ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, qualcosa di concordato o semplicemente un pio desiderio, la probabilità di un simile scenario non è chiara. In ogni caso, ora, per quanto riguarda la Turchia, questo sviluppo sembra più un’iniziativa tattica e datata che una mossa strategica. Non sopravvaluterei nemmeno la funzione di Ankara nella mediazione tra Ucraina – Russia, e ancor meno tra Israele e Hamas. La Turchia non è benvenuta come mediatore né da Israele né dagli Stati Uniti, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita o dall’Egitto. Inoltre, non sono sicuro che nemmeno la leadership politica di Hamas con sede in Qatar, totalmente dipendente dall’Iran, sia così contenta delle ambizioni di Ankara.

AGC: Questione Francia e Azerbaijan orami antagonisti. Vedi caso Nuova Calerdonia, finanziamenti azeri; vedi Armenia finanziamenti francesi e anche addestramento. Come riuscirà l’Europa e gli Stati Uniti d’America a portare e mantenere la pace nel Caucaso se uno dei paesi membri UE è antagonista di una delle parti dell’accordo di Pace?

D.E: Parlando di “interferenza” dell’Azerbaigian nella situazione in Nuova Caledonia, la Francia sta semplicemente adulando Baku. È divertente: un paese che mantiene effettivamente una colonia a 17mila chilometri dal suo territorio accusa che la lotta per l’indipendenza è sponsorizzata da un altro paese situato a 16mila chilometri da esso? Il problema qui non è l’Azerbaigian, il problema qui è la Francia. Molto spesso si oppone davvero agli interessi dell’Occidente. Questa è l’influenza della lobby armena e il desiderio di perseguire una sorta di politica, separata dall’UE e dagli Stati Uniti, i cui obiettivi finali sono incomprensibili ed effimeri.

Z.K: In effetti, in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022, i paesi del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale hanno dovuto affrontare la minaccia di una maggiore pressione militare russa. Di conseguenza, la Francia ha trovato un’altra opportunità per rafforzare la propria influenza in queste regioni, cercando di cogliere l’opportunità di superare il suo principale partner e rivale nell’influenzare la politica estera europea. A causa dello spostamento delle priorità della politica estera americana verso il confronto con Cina e Russia, queste nicchie sono rimaste vacanti. Questi includono il Grande Medio Oriente, compreso il Caucaso, che è un’estensione diretta e naturale degli interessi strategici di lunga data della Francia nel Mediterraneo orientale. Parigi è piuttosto nervosa per la crescente attività geopolitica della Turchia in questa regione nel 2016-2020.

L’Armenia è diventata uno dei punti focali della politica intensificata della Francia nel Caucaso meridionale, dove Parigi alla fine del 2020 si è quasi ufficialmente schierata con essa nel conflitto con l’Azerbaigian, anche a causa dell’influenza della vasta diaspora armena in Francia. Per concludere, l’attuale visione politica della Parigi ufficiale nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale post-sovietica, la regione sembra non essere in linea con gli altri “grandi attori” europei chiave – Regno Unito e Germania (a meno che il nuovo governo francese non decida e poter cambiare l’atteggiamento del Palazzo dell’Eliseo)

AGC: Briefing di Andrei Nastasin, vicedirettore del Dipartimento di informazione e stampa del Ministero degli Esteri russo – 3 Luglio – “ Gli Stati Uniti, dopo aver invitato Armenia e Azerbaigian al vertice NATO, cercano di strapparli alla Russia”. “Lettonia, Lituania, Estonia stanno contrapponendo le ex repubbliche sovietiche alla Russia e perseguendo una linea distruttiva nel Caucaso meridionale.” Una commento su queste dichiarazioni

D.E: Non so come si possano prendere sul serio le dichiarazioni dei funzionari russi, che vedono le macchinazioni dei nemici ovunque.

Z.K: Mosca, che lotta per la leadership del “Sud del mondo” nel suo confronto con il “Nord del mondo”, usa anche in questo caso la tradizionale retorica “antimperialista”. Tuttavia, dietro la tradizionale retorica “antimperialista”, apparentemente si nasconde il timore della Federazione Russa che la normalizzazione delle relazioni tra i due paesi del Caucaso meridionale possa basarsi sulla piattaforma dell’Occidente, piuttosto che su quella guidata da Mosca.

AGC: Nell’ultimo incontro in cui Il primo ministro Nikol Pashinyan ha ricevuto la delegazione del Congresso guidata dal senatore americano Roger Wicker si è parlato del trattato di pace tra Armenia e Azerbaigian, sul progetto del governo armeno “Crocevia del mondo”, sui processi in corso nella regione e su altre questioni di reciproco interesse. Come si concilia il principio di “crocevia del mondo”, stabilità del Caucaso meridionale, con l’obiettivo americano di ridimensionamento se non “spacchettamento” della Russia e desiderio di Mosca di un nuovo ordine mondiale dove gli USA sono marginali?

D.E: I paesi possono perseguire una politica estera equilibrata. L’Armenia vuole esistere normalmente senza il costante controllo russo. La Russia non è interessata a perdere il vassallo attraverso il quale ha ottenuto i beni sanzionati. L’Armenia ha bisogno di aiuto.

Z.K: Sembra che l’attuale leadership armena “filo-occidentale” creda ancora nella capacità di sedersi su (o tra) tutte le “sedie” e di essere un partner utile per tutte le parti coinvolte nella geopolitica regionale, consentendo così a Yerevan di mantenere una sorta di della libertà nel processo decisionale.

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“L’Armenia si sta impegnando per una pace duratura nella regione”. Intervista all’Ambasciatrice armena in Italia, T. Hambardzumyan (L.A. Deganutti) (Faro di Roma 10.07.24)

“Oggi, l’umanità sta vivendo un periodo di trasformazione dell’ordine geopolitico globale, dovendo affrontare il maggior numero di conflitti militari a livello mondiale dai tempi della Guerra Fredda, che influiscono sulle relazioni internazionali in tutti i continenti.
Il Caucaso meridionale, e la regione in senso più ampio, storicamente sono stati e continuano ad esserlo un crocevia unico per l’interazione delle civiltà e continuano ad esserlo anche adesso. L’Armenia oggi vive un periodo storico complesso ed è al centro di fenomeni non meno complessi”. Lo afferma l’Ambasciatrice della Repubblica d’Armenia presso la Repubblica italiana, Tsovinar Hambardzumyan, in un’intervista a FarodiRoma.

La diplomazia armena sempre cauta e attenta, è votata ad un equilibrio regionale. Non c’è il rischio però che essa venga fagocitata da vicini più aggressivi e potenti?
L’Armenia si sta impegnando per stabilire una pace duratura nella regione per garantire sviluppo e prosperità al paese. Tutte le azioni e le relazioni dell’Armenia con le potenze regionali, e non solo, mirano a stabilire la pace nella regione. Nella nostra visione, la pace è uno stato in cui tutti i paesi della regione vivono con le frontiere aperte, hanno legami economici, politici e culturali attivi e si impegnano nella risoluzione di tutte le questioni diplomaticamente e attraverso il dialogo. Una cosa del genere sarebbe molto difficile da ottenere senza avere comunicazioni stradali, ferroviarie e aeree attive. Visione che dovrebbe essere condivisa anche da parte degli altri paesi vicini. Il governo della Repubblica d’Armenia ha presentato l’iniziativa “Crocevie della Pace”, che per noi è una componente importante dell’impegno per la pace. L’obiettivo principale del progetto è quello di aprire tutte le comunicazioni nella nostra regione, di creare condizioni favorevoli per il funzionamento delle infrastrutture e per gli scambi e il transito commerciale per tutti i paesi. È simbolico anche il nome del progetto, visto che solo nelle condizioni di cooperazione pacifica è possibile sviluppare l’economia, la cultura, la scienza e raggiungere il benessere reale dei popoli della regione.

La possibilità dell’entrata dell’ Armenia in Unione europea non è così remota. I contatti sono sempre attivi?
Lo sviluppo e l’approfondimento delle relazioni con l’UE sono una delle priorità della politica estera della Repubblica d’Armenia. Con l’UE condividiamo un sistema di valori comune, l’impegno per la democrazia, il rispetto dei diritti umani e il programma di riforme. Nonostante tutte le sfide che l’Armenia ha dovuto affrontare negli ultimi anni, la pandemia da COVID-19, la guerra dei 44 giorni scatenata nel 2020 dall’Azerbaigian, gli attacchi militari e le aggressioni contro il territorio sovrano dell’Armenia, il flusso di oltre 100.000 rifugiati dal Nagorno Karabakh a seguito della pulizia etnica, in Armenia non si sono mai fermati i processi di democratizzazione del paese e l’attuazione dell’ambiziosa agenda di riforme.
Con l’UE l’Armenia ha un accordo di partenariato globale e rafforzato /CEPA/, inoltre, ci sono anche nuovi percorsi, e da parte di entrambe le parti c’e’ la volontà di approfondire ulteriormente le relazioni, di scoprire nuove opportunità, e penso che il Primo Ministro della Repubblica d’Armenia si sia espresso molto chiaramente a questo proposito al Parlamento europeo: “La Repubblica d’Armenia è pronta ad avvicinarsi all’Unione Europea nella misura in cui sarà accettabile per l’Unione Europea”.

Ultimamente ci sono state delle proteste di parte della popolazione armena per la cessione di alcuni villaggi all’ Azerbaijan. Cosa è accaduto nello specifico?
A differenza di molti paesi del mondo, compresi i paesi dell’UE, dove quasi ogni giorno si svolgono proteste anche se principalmente dovute ai problemi socio-economici della popolazione, le proteste di oggi in Armenia sono legate a questioni più globali, come i processi di normalizzazione delle relazioni con l’Azerbaijan. Ed è uno dei piu’ spiccati esempi del livello di liberta’ che l’Armenia abbia raggiunto: quello di rimanere fedeli ai valori democratici e di non ostacolare la realizzazione del legittimo diritto di manifestare.

La situazione con l’ Azerbaigian è ancora irrisolta. Che appello vuole fare alla comunità internazionale per pacificare una situazione ancora pericolosa?
A seguito delle guerre degli anni ’90 e del 2020, la parte armena ha avuto migliaia di vittime e dispersi, quindi noi, più di chiunque altro, ci rendiamo conto del prezzo della pace e ci impegniamo per stabilire la pace nella regione. Ma per raggiungere una pace reale e duratura nella regione, occorre il coinvolgimento di entrambe le parti nel processo. Anche l’Azerbaijan deve adottare un approccio costruttivo per poter compiere progressi.
Proprio l’impunità della politica, della retorica militare e dell’aggressione militare dell’Azerbaigian, durata per anni, ha reso possibile che si verificassero gli ultimi eventi nel Nagorno Karabakh.
Abbiamo tuttavia avviato un processo di pace con la parte azera, e la parte armena crede davvero che oggi, più che mai, esiste una reale possibilità di stabilire una pace duratura. L’Armenia riafferma il suo impegno per il raggiungimento di una pace stabile e duratura nel Caucaso meridionale, il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale e la demarcazione del confine di stato armeno-azerbaijano sulla base della Dichiarazione di Almaty, nonché per lo sblocco delle infrastrutture di comunicazione regionali sotto la sovranità e la giurisdizione di entrambi i paesi, basato sull’uguaglianza e sui principi di reciprocità.
Vorrei sottolineare che in Azerbaijan continua quotidianamente la propaganda anti-armena, cosa che dovrebbe essere semplicemente esclusa, poiché è inversamente proporzionale agli sforzi per la pacificazione della regione. Dovremmo preparare le generazioni future alla convivenza pacifica e non all’odio eterno.
In tutte queste questioni, la comunità internazionale gioca un ruolo importante: i paesi, le organizzazioni hanno l’opportunità di avere un impatto diretto e svolgere un ruolo decisivo per la pacificazione della regione.

Lelio Antonio Deganutti

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Russia o USA? Chi realizzerà il nuovo reattore nucleare in Armenia? (Scenarieconomici 10.07.24)

Se una nuova centrale nucleare sarà costruita in Armenia, e da chi, rimane una domanda aperta.

Oggi, Nuclear Engineering International (NEI), una rivista mensile del settore dell’energia nucleare civile, scrive che l’Armenia e gli Stati Uniti stanno discutendo la possibilità di costruire una nuova centrale nucleare (NPP), nonostante la notizia dello scorso anno che anche l‘Armenia e la Russia stavano discutendo lo stesso tema.

“Stiamo discutendo del quadro giuridico senza il quale non possiamo avanzare. Ora posso dire che la palla è nel campo degli Stati Uniti. Ci aspettiamo che le procedure interne negli Stati Uniti vengano completate, dopodiché inizieremo a lavorare”, scrive NEI citando.

Grigoryan ha affermato che Yerevan sta cercando di diversificare le relazioni economiche con i partner internazionali per migliorare la sicurezza energetica.

La centrale nucleare armena di Metzamor è composta da due reattori VVER da 376 MWe, costruiti in Russia, che sono entrati in funzione nel 1976 e nel 1980. Entrambe le unità sono state messe fuori servizio nel 1988 a causa di problemi di sicurezza relativi alla vulnerabilità sismica. L’unità 2 è stata riavviata nel 1995 e rappresenta circa il 39% della produzione totale di elettricità nel Paese.

Nel 2023, l’Armenia ha annunciato che pagherà 65 milioni di dollari a Rosatom Service, una filiale della società nucleare statale russa Rosatom, per estendere la vita della seconda unità della centrale nucleare di Metzamor fino al 2036.

Il premier armeno Nikol Pashinyan, nel gennaio 2024, ha dichiarato che l’Armenia intende costruire una nuova centrale nucleare entro 8-10 anni e che si stanno studiando varie opzioni, tra cui le tecnologie di Russia, Stati Uniti e Corea del Sud.

Qualsiasi nuova centrale nucleare in Armenia costerà tra i 3 e i 5 miliardi di dollari, secondo le stime degli esperti del settore.

I funzionari di Rosatom hanno visitato Yerevan nel giugno 2023 e hanno incontrato gli specialisti del settore locali e internazionali e la direzione della centrale nucleare armena di Metzamor.

Il Direttore Generale di Turbine Technology AAEM LLC, Ilya Vergizaev, ha proposto una nuova centrale con una capacità di 1.000-1.200 megawatt per sostituire l’Unità Due di Metzamor, che produce 400 megawatt.

Non tutti gli esperti ritengono che l’Armenia abbia bisogno di un blocco nucleare di così alta potenza.

Vahram Petrosyan, presidente del consiglio di amministrazione dell’Armenian Nuclear Power Plant (ANPP) CJSC, di proprietà statale, che gestisce Metzamor, ritiene che il Paese farebbe meglio con due impianti più piccoli, ciascuno con una capacità di 500-600 megawatt.

Petrosyan, l’anno scorso, ha affermato che la domanda di elettricità dell’Armenia non supera i 1.200 megawatt e che gli impianti idroelettrici, solari e termici possono facilmente colmare la differenza. Bisogna anche dire che sono cifre hic et nunc, per cui rischiano di non tener conto di prospettive di sviluppo del paese. La disponibilità di  energia stabile e conveniente permetterebbe di porre le basi per una

Il crescente avvicinamento di Yerevan all’Occidente è stato accolto con favore da Washington.

Nel maggio 2022, il Segretario di Stato americano Antony Blinken e il Ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan hanno firmato un memorandum d’intesa sulla “cooperazione nucleare strategica”.

Il NEI scrive che un alto funzionario del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha dichiarato nel 2023 che Washington sta “valutando la fattibilità” della costruzione di un impianto nucleare dotato di piccoli reattori modulari (SMR) in Armenia, osservando che la tecnologia statunitense potrebbe rendere l’Armenia meno dipendente dalla Russia per l’energia. Inoltre  un piccolo numero di SMR potrebbe essere realizzato in tempi minori ed essere adattato alle eventuali crescenti domande energetiche del paese.

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