Armenia tra Europa e Russia: l’equilibrio fragile di Yerevan (Gariwo 08.05.26)

In un contesto segnato da nuove tensioni geopolitiche e da una crescente corsa a petrolio, gas e vie commerciali alternative, il tema dell’allargamento dell’Unione europea sembra iniziare a riguardare anche il Caucaso meridionale. I processi, in questa zona, sono più complessi e sfumati rispetto ad altre aree del vecchio continente, ma al tavolo delle trattative ci sono sempre più nuovi attori che potrebbero essere interessati o quanto meno incuriositi. E tra questi c’è l’Armenia, che negli ultimi anni ha accelerato il dialogo con Bruxelles pur restando legata, sotto molti aspetti, alla Russia. Con il giornalista Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, abbiamo parlato delle prospettive di avvicinamento all’UE e dei residui problemi geopolitici.

A che punto sono le relazioni tra l’Unione europea e l’Armenia, anche alla luce del summit che si è svolto in questi giorni a Yerevan?

Tra l’Armenia e l’Unione europea c’è stata un’accelerazione, anche inaspettata, a partire dal 2023. Da parte armena c’era molta insoddisfazione per il mancato intervento della Russia quando l’Azerbaigian ha attaccato il Nagorno-Karabakh, ma soprattutto quando ha colpito il territorio internazionalmente riconosciuto dell’Armenia nel settembre 2022, arrivando anche a occupare una parte del territorio armeno. Questa situazione ha portato a un’accelerazione e il governo armeno ha iniziato a parlare apertamente di una possibile integrazione europea. Il Parlamento europeo ha dichiarato di essere pronto ad avvicinarsi all’Armenia quando entrambe le parti lo riterranno opportuno. Attualmente si sta negoziando la liberalizzazione dei visti, per consentire ai cittadini armeni di entrare nell’Unione europea per soggiorni turistici senza dover richiedere un visto. Tuttavia, questo processo richiede riforme piuttosto complesse, ad esempio nel campo dell’etichettatura dei prodotti alimentari, per permettere ai prodotti armeni di essere esportati nell’Unione europea. Il summit è stato sicuramente una vittoria simbolica per il governo armeno: portare tanti capi di governo a Yerevan è qualcosa di nuovo e del tutto insolito. Dal punto di vista europeo, però, l’Armenia resta ancora molto legata alla Russia, e questo è incompatibile con una piena adesione all’Unione europea. Nonostante negli ultimi anni ci sia stato un certo allontanamento, l’Armenia resta vicina alla Russia dal punto di vista economico e militare. Sul piano militare, ospita una base russa ed è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, un’alleanza a guida russa, anche se ha congelato la propria partecipazione proprio per protestare contro il mancato intervento russo. Dal punto di vista economico, la Russia resta il partner commerciale più importante: l’Armenia importa gas a prezzi convenienti ed esporta molto, soprattutto prodotti alimentari. Questo è un elemento cruciale per l’economia armena, e le autorità russe non mancano di sottolinearlo, arrivando a minacciare possibili ritorsioni economiche se il processo di integrazione con l’Unione europea dovesse proseguire.

E per quanto riguarda i rapporti con i Paesi vicini?

Con la Georgia i rapporti sono ottimi, e lo sono sempre stati. La Georgia rappresenta un collegamento fondamentale: attraverso il suo territorio passano le merci armene dirette in Russia e l’Armenia utilizza i porti georgiani per avere accesso al mare, non avendo sbocchi marittimi. I rapporti restano buoni anche con l’attuale governo georgiano. Il primo ministro armeno è stato tra i primi a congratularsi con Sogno Georgiano per la vittoria alle elezioni.

Non è un controsenso rispetto al percorso europeo?

Fino a un certo punto. I Paesi del Caucaso meridionale – Georgia, Armenia e Azerbaigian – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. La Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano aver capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore.

E i rapporti con Iran, Turchia e Azerbaigian?

Con l’Iran i rapporti sono storicamente buoni e non sono cambiati negli ultimi mesi. Le criticità principali riguardano invece Turchia e Azerbaigian. Per quanto riguarda la Turchia, il confine è chiuso dal 1993, in seguito alla guerra del Nagorno-Karabakh. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche, ma dal 2023, dopo la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, la situazione è migliorata e si sta andando verso una possibile normalizzazione. La Turchia, però, aspetta prima una normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian, per non compromettere i rapporti con Baku. Ci sono stati anche gesti simbolici: ad esempio, l’accordo per il restauro di un ponte storico sul fiume Aras, nel sito archeologico di Ani. Inoltre, dopo il terremoto in Turchia, l’Armenia ha inviato aiuti umanitari, un segnale importante.

E sul fronte azero?

Ad agosto 2025, con la mediazione degli Stati Uniti, Armenia e Azerbaigian hanno firmato a Washington una dichiarazione congiunta che sancisce un accordo sul testo di pace. Tuttavia, l’accordo non è ancora stato firmato: serviranno ulteriori passaggi, tra cui modifiche costituzionali in Armenia. La situazione è comunque molto più distesa rispetto a qualche anno fa. Anche recentemente ci sono stati segnali di apertura, con messaggi e partecipazioni istituzionali ai summit regionali. Detto questo, l’intesa comporta sacrifici significativi per l’Armenia: ha rinunciato a perseguire i crimini di guerra dell’Azerbaigian e non solleva più la questione del Nagorno-Karabakh nei tribunali internazionali. Anche la questione dei rifugiati armeni è oggi sostanzialmente accantonata.

Ci sono possibilità concrete di ingresso dell’Armenia nell’Unione europea?

Nel breve e medio periodo lo vedo improbabile. La cooperazione si rafforzerà, ma un’adesione è difficilmente prevedibile, anche alla luce della situazione regionale, in particolare quella della Georgia. Nel lungo periodo è difficile fare previsioni.

Cosa pensi dell’allargamento dell’Unione europea al Caucaso e all’Europa orientale?

In origine, le politiche europee verso questi Paesi non avevano come obiettivo primario l’allargamento. Tuttavia, in molti casi – soprattutto in Georgia e ora anche in Armenia – sono state interpretate come un passo in quella direzione. Questo crea una distanza tra le intenzioni di Bruxelles e quelle dei governi locali. L’Unione europea dovrebbe avere una politica estera più chiara e coerente, soprattutto quando avvia processi che hanno conseguenze così rilevanti. Per quanto riguarda l’Europa orientale, il processo è più avanzato, in particolare nei Balcani e in Moldova, mentre l’Ucraina rappresenta un caso a sé.

Queste politiche sono anche un messaggio alla Russia?

In parte sì, ma spesso l’iniziativa parte più dai governi locali che da Bruxelles. Sono stati soprattutto i governi armeno e, in passato, georgiano a spingere verso l’integrazione europea, trovando una risposta non sempre calorosa da parte dell’Unione. Oggi qualcosa è cambiato, soprattutto dopo il 2022. Tuttavia, più che un messaggio politico, l’interesse principale dell’Unione europea nel Caucaso sembra essere la stabilità della regione, anche per ragioni energetiche: l’Azerbaigian è diventato una fonte importante di gas e petrolio.

Vai al sito

Su Prime Video un film emozionante sulla libertà vista da una finestra, tra memoria e desiderio di casa (Agendaonline 08.05.26)

Un racconto che riesce a essere insieme lieve e profondissimo, pur muovendosi su una scena drammatica. Su Prime Video c’è un film che riesce a farsi ricordare con una forza tutta sua, non un dramma storico in senso stretto ma il racconto di un contesto, che per il popolo armeno rappresenta un ferita collettiva, che filtra attraverso un personaggio che porta con sé spaesamento, memoria e desiderio di appartenenza.

Il titolo è  “Amerikatsi” un lavoro scritto, diretto, montato e interpretato da Michael A. Goorjian, e prodotto da People of Ar e Paleodon Pictures che ha vinto il premio per il Miglior film narrativo al Woodstock Film Festival ed è stato scelto come candidato dell’Armenia agli Oscar 2024 per il miglior film internazionale, pur senza entrare poi nella cinquina finale.

Il protagonista è Charlie Bakhchinyan, un armeno-americano scampato da bambino al genocidio armeno e cresciuto negli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale decide di tornare nella terra che sente sua anche se, di fatto, non l’ha mai davvero vissuta. È un ritorno carico di aspettative, quasi romantico, ma il film ha l’intelligenza di incrinare subito quell’idea.

L’Armenia sovietica che Charlie trova davanti a sé non è il luogo sognato da lontano ma un Paese segnato dalla paura, dall’assurdo burocratico, dal controllo. E infatti basta pochissimo perché quel sogno di ritorno si trasformi in prigionia.

La trama prende una svolta quando Charlie viene arrestato e rinchiuso in una cella di una prigione sovietica ma rifiuta di lasciarsi schiacciare dalla disperazione. Da una piccola finestra della cella Charlie riesce a osservare l’interno di un appartamento vicino. All’inizio è solo uno squarcio minimo sul mondo esterno, poi diventa una forma di sopravvivenza, infine si trasforma nel cuore emotivo del film.

Guardando la vita quotidiana di una coppia armena, spiandone le abitudini, i silenzi, i gesti minuscoli e ripetuti, Charlie comincia a ricostruire il legame con quel Paese che aveva idealizzato e che ora è costretto a conoscere da una posizione paradossale: da recluso, da escluso, da spettatore invisibile. Proprio questa lettura rende Amerikatsi qualcosa di più interessante di un semplice racconto di prigionia.

Michael Goorjian regge il film con grande misura e riesce non rendere mai Charlie un simbolo astratto: resta un uomo che guarda, aspetta, immagina, resiste. Accanto a lui c’è Hovik Keuchkerian, volto che molti spettatori riconosceranno per La casa di carta, presenza ruvida e magnetica che aggiunge peso alle dinamiche della vicenda.

La trama del film proposto da Prime Video non ruota solo attorno alla domanda su come Charlie possa cavarsela, ma attorno a un altro nodo, più sottile e più toccante: si può appartenere davvero a un luogo anche quando quel luogo ti respinge? Charlie torna in Armenia per sentirsi a casa e finisce per conoscerla attraverso una finestra, cioè attraverso una distanza forzata.

C’è dentro tutta la contraddizione del film. Da una parte il dolore storico, le conseguenze dei traumi del Novecento, la repressione. Dall’altra una forma quasi ostinata di meraviglia, perché anche dietro il vetro, anche in condizioni estreme, l’uomo riesce ancora a trovare umanità, curiosità, perfino umorismo. Ed è questa oscillazione continua a dare ritmo al racconto.

Vai al sito

Armenia: Dal vertice di Yerevan il Caucaso tra l’Europa e gli imperi dell’influenza (Assadakah 08.05.26)

Talal Khrais (Assadakah News) – Il vertice armeno–europeo di Yerevan non è stato una semplice tappa diplomatica nel calendario della politica internazionale, ma sembra piuttosto un segnale chiaro: il Caucaso meridionale sta entrando in una fase di profonda ridefinizione delle mappe di influenza, dove gli interessi europei si intrecciano con le linee di contatto storiche di tre grandi potenze: Iran, Turchia e Russia.

Per anni, questa regione è stata amministrata secondo la logica di una “stabilità fragile” sotto l’ombrello dell’influenza russa. Tuttavia, le recenti trasformazioni, dalla guerra in Ucraina all’intensificarsi delle rivalità regionali, hanno aperto la strada a un graduale vuoto di potere, che l’Europa tenta oggi di colmare passando attraverso la porta armena.

L’Armenia, stretta tra le pressioni della geografia e le complessità della storia, guarda al riavvicinamento con l’Unione Europea come a una scelta necessaria per ridurre la dipendenza da Mosca e ridefinire i propri equilibri di sicurezza ed economici. Ma questa scelta non è priva di forti ripercussioni regionali.

L’Iran, che osserva la situazione dal suo confine settentrionale, è consapevole che qualsiasi espansione europea in Armenia significa un avvicinamento politico alla sua delicata sfera di sicurezza. Teheran, tuttavia, adotta un approccio pragmatico: non intende perdere l’Armenia come corridoio strategico, ma allo stesso tempo rifiuta che essa diventi una piattaforma di pressione occidentale contro la sua influenza regionale.

La Turchia, dal canto suo, interpreta questo avvicinamento come un tentativo di riportare l’Europa in un’area che Ankara considera parte del proprio spazio vitale in coordinamento con l’Azerbaigian. Ankara teme inoltre che il sostegno europeo all’Armenia possa trasformarsi in una leva politica utilizzabile in altri dossier, dal Mediterraneo orientale all’energia e ai flussi migratori.

La Russia appare invece come l’attore più disorientato. Il Caucaso, tradizionalmente considerato un cortile quasi esclusivo di Mosca, sta oggi vivendo un progressivo logoramento della sua influenza storica, mentre le sue capacità sono assorbite da altri fronti. Eppure, il Cremlino conserva ancora strumenti di pressione significativi: sicurezza, economia ed energia.

Il vertice di Yerevan, nella sua essenza, non è soltanto un evento armeno–europeo, ma un momento di verifica cruciale degli equilibri post–Guerra Fredda nello spazio eurasiatico. È l’annuncio implicito che l’era del monopolio geopolitico sta svanendo e che il Caucaso entra in una nuova fase: quella del pluralismo delle influenze al posto dell’egemonia unica.

In questo scenario in movimento, l’Armenia appare sospesa su una linea di frattura tra vecchie mappe in declino e nuove geometrie di potere ancora in formazione.

Vai al sito

Aggressore e vittima: tra violenza, memoria e propaganda (Notizie Geopolitiche 07.05.26)

Il meccanismo dell’aggressore vittimista.
Nel mondo di oggi, a 111 anni dal primo genocidio del ventesimo secolo, il ruolo della vittima è sempre più spesso abusato e strumentalizzato da poteri che si apprestano a esercitare violenza contro altri. Simili dinamiche si intravedono tra le righe dei discorsi di vari attori che hanno sconvolto lo spazio geopolitico tra il Mediterraneo e il Caspio, tra il Mar Nero e lo stretto di Hormuz.
Di conseguenza, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza un modello politico ricorrente: quello dell’“aggressore vittimista”, un sistema in cui il potere esercita pressione, forza o violenza sul terreno mentre continua a rivendicare per sé il ruolo esclusivo di vittima. Nel contesto instabile del Medio Oriente e del Caucaso meridionale, alcune dinamiche sollevano interrogativi sempre più scomodi su questo schema narrativo.
Ad esempio, nei casi di Israele e Azerbaigian, il rapporto con l’“altro” e con la memoria culturale nei territori contesi è spesso al centro di accuse e contro-accuse che vanno oltre la dimensione militare e toccano la cancellazione, la riscrittura o la rimozione del patrimonio culturale e religioso. È proprio in questa zona grigia tra sicurezza, propaganda e memoria che si gioca una delle battaglie più dure del presente.
Quando la violenza viene codificata nella legge, smette di apparire come violenza e si trasforma in procedura. È in questo modo che gli abusi si normalizzano nel tempo. La storia offre numerosi esempi di questo meccanismo: l’Impero Ottomano parlava di “sicurezza” mentre procedeva alle deportazioni degli armeni; la Germania nazista invocava la “legalità” mentre trasformava la persecuzione in una macchina burocratica di annientamento.
Più recentemente, l’Azerbaigian ha fatto ricorso al principio dell’«integrità territoriale», definendo come «operazione antiterrorismo» un’offensiva (2023) che, nei fatti, ha comportato assedio, espulsione e cancellazione progressiva della popolazione autoctona armena dell’Artsakh dalla propria terra.
Accanto a queste molteplici forme di violenza e di damnatio memoriae, si colloca anche la soppressione sistematica di ogni tentativo di commemorazione. In un altro contesto regionale, le autorità di Istanbul sono nuovamente intervenute per limitare la commemorazione del 24 aprile, data simbolica della memoria del genocidio armeno, arrivando a vietare eventi pubblici previsti per la ricorrenza, secondo quanto riportato da fonti locali.
La violenza si radica profondamente anche nel discorso dei leader di Stato. Secondo il Lemkin Institute for Genocide Prevention, la retorica politica contemporanea segue schemi ben noti. Le dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev, che ha paragonato detenuti armeni ai criminali nazisti, sono state interpretate da diversi osservatori come parte di una retorica sempre più aggressiva e, secondo alcune analisi critiche, di impronta fascistoide nella sua logica discorsiva.
In questo quadro si riconosce il meccanismo noto come DARVO: negare, attaccare e invertire i ruoli tra vittima e aggressore. In questo modo, la violenza non solo viene esercitata, ma anche riformulata e occultata: lo Stato si presenta come vittima mentre delegittima l’esistenza dell’altro, ribaltando la percezione delle responsabilità e contribuendo alla normalizzazione del conflitto sul piano narrativo.

Il vittimismo politico come strumento di potere.
Sullo sfondo del progressivo distacco politico e istituzionale dall’Europa, il presidente azero Ilham Aliyev ha utilizzato la piattaforma della Comunità politica europea, nella sua ottava riunione tenutasi a Yerevan, per ribadire una narrazione nazionalista tanto prevedibile quanto distorsiva. Il suo intervento, in collegamento da remoto, si è configurato come una sequenza di lamentele e rivendicazioni più che come un contributo politico credibile.
Tra le affermazioni principali, Aliyev ha descritto la pulizia etnica e la deportazione di massa degli armeni autoctoni dell’Artsakh come “fine del separatismo in Karabakh”, sostenendo di aver attuato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, omettendo tuttavia ogni riferimento alle conseguenze umanitarie dell’operazione. Ha poi denunciato l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per aver introdotto sanzioni contro la delegazione azera, parlando di “doppi standard” divenuti sistemici, e ha accusato il Parlamento europeo di aver approvato “14 risoluzioni contenenti menzogne sull’Azerbaigian” tra il 2021 e il 2026.
Ne emerge il profilo di un potere tendenzialmente sovranista e segnato da una logica autoritaria di impronta fascistoide, che, mentre restringe gli spazi interni, tenta di ribaltare sul piano retorico ogni forma di critica esterna. La postura vittimista adottata in sede europea appare così funzionale a eludere responsabilità sostanziali, trasformando il confronto politico in una rappresentazione distorta dei rapporti di forza. In questo senso, più che un interlocutore, il leader azero si presenta come il portavoce di una narrazione chiusa, impermeabile ai richiami istituzionali e ancorata a una logica di autoassoluzione permanente.

Dal 1918 al 1992: una linea di violenza documentata.
È in questo contesto che va letta la narrazione secondo cui nel 1918 sarebbe avvenuto un “genocidio degli azerbaigiani”. Gli storici occidentali non confermano questa tesi. Studiosi come Thomas de Waal e Ronald Grigor Suny descrivono quegli eventi come una guerra civile brutale, non come un genocidio pianificato.
Al contrario, i fatti documentati mostrano una sequenza di violenze contro la popolazione armena. Nel 1918, a Baku, pogrom e massacri portarono alla distruzione dei quartieri armeni e a un esodo di massa. Nel 1920, a Shushi, la parte armena della città fu annientata. Nadezhda Mandelstam parlò di una «catastrofe», mentre Osip Mandelstam evocò «quarantamila finestre morte», immagine di una città svuotata della vita.
Nel 1988, il pogrom di Sumgait segnò il ritorno della violenza etnica. Nel 1990, a Baku, la comunità armena scomparve quasi completamente. Nel 1992, il massacro di Maraga, oggi in gran parte dimenticato e troppo spesso rimosso dal dibattito pubblico, mentre si dà spazio a narrazioni allineate alla posizione ufficiale di Baku ,chiuse tragicamente questa sequenza.

Yerevan oggi: fratture tra memoria e realtà, tra giustizia e pace.
Nei giorni scorsi, a Yerevan è stata tenuta la conferenza internazionale intitolata “Il genocidio armeno e la regione in trasformazione”. Mentre accademici e analisti discutono quel passato sanguinoso di oltre un secolo fa e il futuro incerto del Caucaso, la realtà contemporanea impone interrogativi urgenti e difficili da eludere.
Le vittime più recenti di questa lunga storia, cioè gli armeni detenuti da anni a Baku, si sono rivolte all’ombudsman armeno chiedendo almeno una visita ufficiale, un gesto minimo di monitoraggio e tutela. La loro richiesta, semplice e umanamente essenziale, si scontra tuttavia con un contesto politico più ampio, nel quale emergono segnali di normalizzazione dei rapporti economici tra Yerevan e Baku.
Tutto ciò si colloca sullo sfondo di una detenzione arbitraria che ignora il diritto internazionale, le convenzioni e le decisioni dei tribunali internazionali. Il quadro è aggravato da un’anomala campagna di dearmenizzazione dell’Artsakh armeno, caratterizzata dalla cancellazione sistematica di ogni traccia di armenità nel territorio. Tra gli esempi più recenti figurano la distruzione della cattedrale della Santa Madre di Dio (1), della chiesa di Surb Hakob e del campanile dedicato alla memoria del genocidio armeno, a Stepanakert.
Questo contrasto è difficile da ignorare: da un lato, la memoria del genocidio e delle persecuzioni, accompagnata quasi quotidianamente da notizie di demolizioni dei monumenti del patrimonio cristiano armeno; dall’altro, dinamiche politiche ed economiche che sembrano procedere come se le questioni umanitarie, cioè detenzione, diritti, sicurezza delle persone e genocidio culturale, potessero essere relegate tra parentesi.

Dalla libertà limitata alla memoria manipolata
Secondo le valutazioni internazionali, l’Azerbaigian rimane uno dei Paesi meno liberi al mondo, con livelli di libertà politica inferiori persino a quelli dello Zimbabwe In un sistema di questo tipo, la narrazione storica difficilmente può svilupparsi in modo indipendente.
Non sorprende quindi che alcuni osservatori parlino dell’Azerbaigian come di una “Corea del Nord del Caucaso meridionale”: un sistema in cui il controllo dell’informazione e della memoria è parte integrante dell’esercizio del potere. Sotto la pressione di una macchina propagandistica pervasiva, i due Stati turchi rimangono, ancora oggi, saldamente in prima linea nel negazionismo internazionale, con il “satellite” Baku attivo anche sul terreno del vittimismo, attraverso una incisiva politica a specchio rivolta contro la democratica Armenia.
Ma la questione centrale non è solo la propaganda. È il suo effetto. Perché quando la storia viene riscritta, quando la violenza viene relativizzata o negata, il rischio non è soltanto quello di distorcere il passato, ma di preparare il terreno perché certe dinamiche possano ripetersi.

Vai al sito

Opinione: il vertice di Yerevan mostra fiducia dei leader europei in Pashinyan. (Notizie da Est 07.05.26)

«Tenere il vertice della [European Political Community] a Yerevan dimostra che i leader europei hanno fiducia in Nikol Pashinyan», ha detto Valeri Chechelashvili, responsabile degli studi geopolitici presso il Centro per l’Analisi Strategica e ex ambasciatore georgiano in Ucraina.

Tuttavia, Chechelashvili ha affermato di non credere che l’Armenia possa sostituire pienamente la Georgia nella regione. Ha aggiunto che l’Armenia comprende che il suo cammino verso l’Europa sarebbe più rapido insieme alla Georgia.

«Costruire il futuro»: Yerevan ospita l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea

Anche i leader dei vicini dell’Armenia partecipano, tra cui il primo ministro georgiano e il vicepresidente turco, mentre il presidente dell’Azerbaijan ha partecipato al vertice online

L’analista ha anche commentato l’incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze durante il vertice. Ha detto che i colloqui non avrebbero potuto aver luogo senza l’approvazione di Bidzina Ivanishvili, presidente onorario del partito Georgian Dream al governo.

Secondo Valeri Chechelashvili, Ivanishvili comprende che la Russia si sta indebolendo e sta perdendo influenza, e che la leadership della Georgia si sta preparando ad aggiustare il proprio corso politico.

«L’Armenia non può sostituire pienamente la Georgia nella regione, poiché geografia e geopolitica non possono essere ignorate — e gli Armeni stessi capiscono questo meglio di chiunque altro. Ricordate solo il discorso di Nikol Pashinyan al Parlamento Europeo, in cui ha di fatto agito da sostenitore della Georgia nelle sue relazioni con l’Unione Europea.

«L’Armenia comprende chiaramente che si muoverà verso l’Europa molto più rapidamente insieme alla Georgia che senza di essa.

«E anche la Georgia capisce questo. Saremo molto più efficaci nel processo di integrazione europea se andremo avanti mano nella mano. La differenza è che l’Armenia al momento mostra coraggio, visione politica e determinazione, mentre il nostro governo — e soprattutto il presidente della sessione parlamentare — sfortunatamente sta intensificando la retorica anti-europea. Naturalmente, l’Europa sta osservando molto da vicino.»

«Non ho mai parlato negativamente di Zelensky», dice il premier georgiano sulle relazioni con l’Ucraina

Il premier ha detto che Tbilisi era pronta a prendere «tutti i passi ragionevoli» per ripristinare le relazioni tra i due paesi.

«Devo ammettere che non mi aspettavo che l’incontro tra Volodymyr Zelensky e Irakli Kobakhidze avesse luogo. È stata per me una piacevole sorpresa. Ma riflettendoci, ne ricavo diverse conclusioni.

«È chiaro perché Zelensky volesse l’incontro. È presidente di un paese in guerra, ed è interessato a mantenere relazioni con tutti i potenziali partner. L’Ucraina e la Georgia hanno anche legami secolari e un tipo speciale di connessione.

«Ciò che è molto più interessante è perché la parte georgiana abbia accettato l’incontro e, come ha ammesso lo stesso signor Kobakhidze, ha accettato immediatamente.

«Per prima cosa, non credo che Kobakhidze avrebbe preso una decisione del genere da solo. Molto probabilmente la decisione è stata presa a Tbilisi. E chi avrebbe chiamato da Yerevan? Formalmente, l’ufficiale al vertice della Georgia è il primo ministro — cioè lo stesso Kobakhidze. Ma non sarebbe stato in grado di prendere una decisione strategica di questa portata in modo indipendente. Naturalmente, ha chiamato Bidzina Ivanishvili, e Ivanishvili ha dato la sua approvazione.»

«Opinione: ‘È importante per Zelensky che la Georgia non sia isolata’»

L’ex ambasciatore David Sikharulidze ha detto che un peggioramento delle relazioni Georgia-Ucraina beneficerebbe solo il Cremlino.

«Questo mi porta a un’altra conclusione: all’interno del Georgian Dream c’è stata una rivalutazione del ruolo della Russia e dell’ambito della sua potenziale influenza sulla Georgia e sul Caucaso meridionale.»

«Penso che le persone all’interno del Georgian Dream capiscano già molto bene questo — e probabilmente il signor Bidzina Ivanishvili più di chiunque altro. Se qualcuno ha accesso a informazioni di prima mano, anche dalle cerchie oligarchiche, è lui. Capiscono che la Russia si sta indebolendo, la sua influenza sta declinando e sia giunto il momento di ristrutturare la politica estera e apportare alcune modifiche politiche.»

«Se questo è davvero il caso, credo che presto vedremo un ambasciatore ucraino tornare a Tbilisi e un ambasciatore georgiano tornare a Kyiv. Altri passi potrebbero seguire dopo di esso.»

Vai al sito


Perché mezzo mondo (europeo e occidentale) si è dato appuntamento in Armenia proprio nei giorni in cui lo stretto di Hormuz ribolle?


Il Tradimento del Caucaso: L’Asse Pašinjan-Zelenskij e il Nuovo Accerchiamento della Russi


 

Inziativa Bvlg. Legami, mostra di Ohanjanyan (La Nazione 07.05.26)

l nuovo evento si inaugura domani ed è dedicato all’artista di origine armena che lavora a Carrara.

Banca Versilia Lunigiana e Garfagnana venerdì propone la mostra di Mikayel Ohanjanyan (nella foto) “Legàmi. Frammenti di coscienza” che andrà avanti fino a domenica 28 giugno. L’iniziativa nasce per fare conoscere l’artista di origine armena che vive e lavora a Carrara e si inserisce nel ciclo dedicato agli artisti del territorio apuo-versiliese. La direzione artistica della mostra è di Fabiola Manfredi mentre il coordinamento è di Mutua Bvlg, responsabile della progettazione e realizzazione delle fasi della mostra. La mostra, come sottolinea Fabiola Manfredi, non si limita a tematizzare il rapporto tra unità e frammento, ma lo assume come campo operativo: le opere di Ohanjanyan mettono in scena il carattere costruito, faticoso e mai risolto di ogni forma di coesione. Alla riflessione di Fabiola Manfredi si affianca il contributo del critico Antonio Zimarino.

“Con grande orgoglio proseguiamo il nostro percorso con Arte Bvlg, un impegno costante per sostenere e condividere la bellezza. Ospitare questo progetto dell’artista armeno Mikayel Ohanjanyan è per noi motivo di grande soddisfazione, perché dimostra ancora una volta la volontà di continuare il ciclo dedicato agli artisti apuo-versiliesi. Siamo felici di condividere tutta questa bellezza con la nostra comunità” dichiarano il Consiglio di amministrazione e la direzione generale Bvlg. La mostra è in via del Marzocco ed è visitabile dal maredì alla domenica dalle 17 alle 20.

Vai al sito

Armenia. Vertice con l’Ue: accordi commerciali e energia per ridurre l’influenza russa (Notizie geopolitiche 06.05.26)

Il vertice di Yerevan tra Armenia e Unione Europea segna una svolta geopolitica nel Caucaso meridionale. Dietro gli accordi su trasporti, energia e infrastrutture digitali si muove infatti una partita molto più ampia: ridurre l’influenza russa nella regione e trasformare l’Armenia in uno snodo strategico tra Europa e Asia.
L’intesa firmata dal premier armeno Nikol Pashinyan con i vertici europei Ursula von der Leyen e Antonio Costa rafforza il progetto del cosiddetto Corridoio di Mezzo, la rotta commerciale transcaspica che collega l’Europa all’Asia centrale evitando il territorio russo. Dopo la guerra in Ucraina, Bruxelles considera ormai strategica la costruzione di reti energetiche, ferroviarie e digitali indipendenti da Mosca.
L’Armenia, pur restando formalmente legata alla Russia attraverso l’Unione economica eurasiatica, sta progressivamente cercando nuove alleanze economiche e politiche. L’obiettivo di Yerevan è uscire dalla storica dipendenza da Mosca e diventare una piattaforma regionale per commercio, logistica ed energia.
L’Unione Europea punta a investire circa 2,5 miliardi di euro nel Paese attraverso la strategia della “Porta Globale”, il piano con cui Bruxelles prova a rafforzare la propria presenza nello spazio eurasiatico in risposta sia all’influenza russa sia alla penetrazione economica cinese. I fondi saranno destinati a infrastrutture, trasporti, reti energetiche e collegamenti digitali.
Tra i settori più rilevanti c’è quello energetico. L’Armenia vuole sviluppare la produzione solare sfruttando le aree del Paese con oltre 300 giorni di sole all’anno. Bruxelles può fornire tecnologie, investimenti e competenze utili a ridurre la dipendenza energetica armena dalla Russia e a costruire una maggiore autonomia strategica.
L’accordo include anche investimenti in innovazione tecnologica, infrastrutture digitali e semiconduttori. Pur non essendo una potenza industriale, l’Armenia viene considerata dall’Europa un possibile nodo periferico per nuove filiere produttive meno esposte alle tensioni geopolitiche globali.
Sul piano della sicurezza, l’Unione Europea ha annunciato una missione di partenariato e un primo pacchetto di aiuti da 30 milioni di euro alle forze armate armene attraverso il Fondo europeo per la pace. Il sostegno non modifica gli equilibri militari regionali, ma rappresenta un segnale politico preciso: Bruxelles vuole aumentare il proprio peso anche nella sicurezza del Caucaso.
La posizione armena resta però fragile. La guerra del 2020 nel Nagorno-Karabakh ha mostrato la superiorità militare dell’Azerbaigian, sostenuto dalla Turchia. Parallelamente, la Russia ha progressivamente ridotto la propria presenza nella regione, indebolita dall’impegno militare in Ucraina e dalla perdita di credibilità come garante della sicurezza armena.
Per Yerevan il rischio è quello di trovarsi in una posizione intermedia: abbastanza vicina all’Occidente da irritare Mosca, ma senza le garanzie militari che solo un’alleanza strutturata potrebbe offrire.
La svolta armena viene osservata con attenzione anche da Turchia, Azerbaigian e Iran. Ankara sostiene Baku ma potrebbe beneficiare di nuove rotte commerciali verso l’Asia centrale. L’Azerbaigian non intende invece accettare facilmente una crescente influenza europea nel Caucaso. Teheran teme infine che i nuovi corridoi infrastrutturali possano ridurre il proprio peso strategico nella regione.
Il Caucaso meridionale torna così al centro della competizione geopolitica internazionale. Per l’Europa, l’Armenia rappresenta al tempo stesso un’opportunità strategica e una prova di credibilità politica. Per Yerevan, invece, l’avvicinamento all’Occidente è una scelta obbligata dopo il trauma del Nagorno-Karabakh e il progressivo disimpegno russo. Ma nel Caucaso la geografia continua a pesare più delle dichiarazioni diplomatiche.

Vai al sito

Home Internazionale Esteri Gerusalemme, sputi e insulti contro i cristiani: video choc davanti alla Cattedrale di San Giacomo (Rassegna 06.05.26)

Un colono israeliano è stato ripreso dalle telecamere di sorveglianza mentre sputava più volte davanti alla porta di ingresso della Cattedrale di San Giacomo a Gerusalemme. Rivolgendosi alle telecamere, con aria di sfida, il colono ha anche usato il dito medio per formare il simbolo della croce. Il video, condiviso dal Governatorato di Gerusalemme, è stato rilanciato dall’emittente al-Jazeera, che ha ricordato che la cattedrale di San Giacomo è una chiesa armena costruita nel XII secolo.

L’azione oltraggiosa del colono è solo l’ultima di una serie che hanno preso di mira i cristiani a Gerusalemme. Il 28 aprile un uomo ha aggredito la suora cattolica francese Marie-Reine in pieno giorno sul Monte Sion, nella Città Vecchia di Gerusalemme, a poca distanza dal Cenacolo. Le immagini choc dell’aggressione hanno provocato reazioni di condanna a livello internazionale e segnano un crescente clima di intolleranza verso i cristiani in Terra Santa.

Il Religious Freedom Data Center ha documentato, nei primi tre mesi del 2026, almeno 31 casi di aggressività o violenza contro i cristiani in Terra Santa. Secondo un rapporto, già nel 2025 si era registrata un’impennata del 63% di episodi ostili contro i cristiani. I più numerosi hanno riguardato sputi (oltre il 50%), seguiti da insulti, urla o minacce (18%), azioni contro simboli religiosi (15%), atti di violenza fisica (5%), profanazione di luoghi sacri (3%).

ADNKRONOS



Rapporto Inchiesta di YNet. Gerusalemme: le Aggressioni contro i Cristiani in Crescita Quotidiana. (Stilum Curiae)


Israele, soldato oltraggia statua della Madonna con una sigaretta (Imola oggi)


 

Dallo sviluppo locale al supporto ai bambini: la Croce Rossa Italiana cresce in Armenia con il nuovo hub di Kotayk (Cri.it 06.05.26)

Prosegue la collaborazione tra la Croce Rossa Italiana e la Croce Rossa Armena con l’inaugurazione del nuovo comitato regionale di Kotayk, a conferma di un impegno condiviso a sostegno delle comunità più vulnerabili. All’evento hanno preso parte Fabio Vuolo, Delegato Nazionale CRI per la Cooperazione Internazionale, e Fabrizio Damiani, Responsabile dell’Unità Operativa Europa, Asia e Pacifico. La partecipazione all’inaugurazione ha rappresentato un’importante occasione di confronto, confermando il valore della collaborazione e aprendo a prospettive di sviluppo futuro delle attività congiunte.

La cooperazione con la consorella armena si è sviluppata negli anni attraverso diverse iniziative. In particolare, dal 2023 la Croce Rossa Italiana ha dato un supporto fondamentale nel supporto alla crisi di rifugiati e sfollati causata dall’ultima ripresa delle ostilità del conflitto in Karabakh tra Armenia e Azerbaijan. In tale contesto, particolare attenzione è stata rivolta ai bambini colpiti dal conflitto attraverso il progetto Smiley Clubs, un intervento che ha offerto spazi sicuri in cui riprendere le attività educative, socializzare e ricevere supporto psicologico continuativo. Il progetto ha raggiunto oltre 200 bambini, sostenendo al contempo le famiglie e favorendo percorsi di integrazione. In occasione dell’inaugurazione, la Croce Rossa Italiana ha ribadito l’intenzione di rilanciare il progetto, con l’obiettivo di ampliarne ulteriormente la portata e garantire continuità agli interventi.

L’inaugurazione del nuovo comitato segna un importante passo nello sviluppo territoriale e comunitario della Croce Rossa Armena, in linea con il percorso di rafforzamento dei comitati locali sostenuto anche dalla CRI attraverso un programma di capacity building e sviluppo di nuove realtà territoriali. L’intervento, realizzato in coordinamento con la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (IFRC), ha contribuito alla formazione dei volontari, alla pianificazione strategica e alla creazione di reti locali, migliorando in particolare la preparazione e la risposta ai disastri naturali nelle comunità più esposte.

Il nuovo branch di Kotayk si configura non solo come uno spazio operativo, ma come un punto di riferimento per la comunità, fungendo da hub regionale per attività di assistenza umanitaria, formazione, preparazione e risposta alle emergenze, contribuendo così a rafforzare il passaggio dall’intervento in emergenza a percorsi di recupero e sviluppo della resilienza.

Vai al sito

Attualità L’Armenia per un giorno «al centro» dell’Europa (Rassegna Stampa 4 e 5 maggio 2026)

A Yerevan si è aperto il 4 maggio 2026 l’ottavo vertice della Comunità politica europea con tutti gli Stati del continente (tranne la Russia di Putin). L’evento precede di un mese le elezioni del parlamento armeno. Un passaggio pieno di incognite, tra influenze russe, accordo con l’Azerbaigian e avvicinamento all’Unione europea. Le questioni in gioco.


Il 4 maggio 2026 tutti i leader europei si sono riuniti nella capitale armena per l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea (Cpe), l’appuntamento semestrale che consente ai Paesi dell’Unione europea e a tutti gli altri Stati europei – con l’aggiunta di Turchia, Georgia, Azerbaigian e Armenia – di confrontarsi sullo stato del continente. Sono escluse la Russia, che ha invaso l’Ucraina, e il suo alleato bielorusso. La scelta dell’Armenia come sede non è casuale: la piccola repubblica caucasica, culla di una delle più antiche Chiese cristiane del mondo, sta vivendo una profonda trasformazione geopolitica. Fino a poco tempo fa saldamente nell’orbita di Mosca, il Paese guarda oggi con crescente determinazione verso l’Europa.

Per decenni l’Armenia aveva cercato protezione nella Russia di fronte ai suoi storici rivali: la Turchia, che non ha mai riconosciuto il genocidio armeno della prima guerra mondiale, e l’Azerbaigian, che con gli scontri armati del 2020 e 2023 ha militarmente riconquistato il territorio conteso del Nagorno-Karabakh, espellendone gli abitanti e generando un’ondata di oltre centomila rifugiati verso l’Armenia. In quella circostanza, le forze russe di intermediazione non mossero un dito.

Fu proprio allora che l’Europa guadagnò la fiducia di Yerevan: la Ue aveva inviato una missione civile di monitoraggio dei confini, percepita dagli armeni come un segnale concreto di solidarietà. Nel 2025, il parlamento armeno ha approvato una legge per avviare il processo di adesione all’Unione europea – un percorso che inizialmente si immaginava condiviso con la Georgia, poi congelato a causa della svolta autoritaria del governo di Tbilisi.

Un ulteriore passo è stata l’accelerazione del processo di pace con l’Azerbaigian, favorita anche dagli Stati Uniti di Trump con la firma, nell’agosto 2025, della cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity. Simbolo di questo nuovo clima è la partecipazione del presidente dell’Azerbaigian al vertice di Yerevan – per la prima volta in un evento sul suolo armeno, anche se tramite collegamento video, come annunciato dal premier Nikol Pashinyan all’apertura del vertice.

Le tensioni ancora aperte

Nonostante i progressi, la situazione resta fragile. I rapporti con Baku sono ancora carichi di tensione, soprattutto per il destino dei profughi armeni del Nagorno Karabakh, che per circa 30 anni era stato un territorio dove gli abitanti armeni si erano dati una forma di autogoverno (repubblica dell’Artsakh). Sul fronte russo, Putin ha fatto sapere apertamente a Pashinyan che un’Armenia nell’Unione europea non potrà restare alleata della Russia e membro dell’Unione economica euroasiatica. Mosca osserva con grande irritazione il riavvicinamento tra Yerevan e Bruxelles, e l’Europa sta aiutando l’Armenia a difendersi dagli attacchi informatici, dai flussi finanziari illeciti e da altre forme di pressione che la Russia eserciterà in vista delle elezioni parlamentari di giugno – le prime dalla fine della guerra persa contro l’Azerbaigian.

Leggi anche >> Armeni vittime della pulizia etnica nel Nagorno Karabakh

L’Armenia, d’altra parte, resta ancora dipendente dalla Russia su diversi fronti economici, a cominciare dal gas. Il suo equilibrismo tra Mosca e Occidente, dunque, non è affatto concluso.

Il vertice e le sue ricadute concrete

L’Armenia non aveva mai ricevuto tanta attenzione internazionale. Al vertice Cpe ha fatto seguito il primo summit bilaterale Ue-Armenia della storia. Tra le possibili conseguenze concrete di questi incontri figurano una più rapida liberalizzazione dei visti per l’accesso in Europa e nuovi aiuti finanziari. Anche Alain Berset, segretario generale del Consiglio d’Europa – l’organizzazione di 46 Stati per la democrazia e i diritti umani di cui l’Armenia fa parte – ha riconosciuto i significativi progressi compiuti dalle istituzioni democratiche armene, pur sottolineando che si trovano ancora sotto pressione.

Con le elezioni parlamentari di giugno, Pashinyan e il suo partito, Contratto Civile, cercano un mandato popolare per consolidare la svolta verso l’Europa. Il Paese è economicamente fragile, privo di sbocchi sul mare, incastrato tra il mondo turco e, a sud, confinante con l’Iran. La riapertura dei confini con Turchia e Azerbaigian – attualmente in discussione – sarebbe il segno più tangibile della volontà di chiudere un conflitto che ha pesato sull’Armenia fin dall’indipendenza negli anni Novanta.

Pashinyan partirà favorito contro i partiti di opposizione filorussi, ma per portare a termine il processo di pace avrà bisogno di una maggioranza di due terzi in parlamento, indispensabile per le modifiche costituzionali necessarie a firmare un accordo definitivo con Baku. I temi centrali del dibattito pubblico sono di grande rilevanza: la sovranità, la sicurezza, le opportunità economiche e l’orientamento geopolitico. Restano sullo sfondo le debolezze strutturali che l’Armenia condivide con molti Paesi post-sovietici: un sistema giudiziario poco indipendente e condizionato da interessi politici. (f.p.)

Vai al sito


Armenia e Regno Unito firmano partenariato su sicurezza e difesa (Ansa)


Comunità politica europea: Costa (Ue), “vertice di pace, appuntamento storico in Armenia” (Sir)


Roberta Metsola si scontra con Ilham Aliyev al vertice europeo in Armenia (Euronews)


Vertice in Armenia con 47 capi di Stato tra Ue, Nato e Zelensky. Meloni vedrà Rubio a Roma (AffariItaliani)


L’Occidente avanza: dalla Comunità politica europea riunita in Armenia parte una sfida a Putin (Eunews)


L’Armenia mette alla prova la pazienza di Mosca con la visita di Zelensky e il vertice dei leader Ue (Euronews)


Vertice di 48 leader in Armenia, von der Leyen: “Diventare più indipendenti”. Assenti Trump e Merz (Rainews)


Perché l’Armenia è così importante per la Francia e per i candidati all’Eliseo (Quotidiano.net)