Quando la diplomazia diventa palcoscenico della cancellazione della storia (Notizie Geopolitiche 22.09.26)

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel destino della storia nell’Azerbaigian di oggi: persino uno storico azero in esilio può diventare imputato per aver messo in discussione la narrazione ufficiale.

Altay Goyushov, storico e accademico azero, oggi residente in Francia, è stato condannato in contumacia da un tribunale di Baku, nel febbraio 2026, a sei anni di carcere. Da anni critica il sistema politico azero e l’uso della storia da parte del regime di Aliyev, denunciando una ricerca storica sempre più subordinata all’ideologia ufficiale.

È questo il contesto in cui leggere ciò che è accaduto, pochi giorni fa, a Gandzasar.

L’11 e il 12 settembre 2026, circa 150 rappresentanti del corpo diplomatico di 58 Paesi e di nove organizzazioni internazionali hanno attraversato il Nagorno-Karabakh (Artsakh) e le aree circostanti sotto controllo azero. La delegazione era accompagnata da Hikmet Hajiyev, consigliere per la politica estera del dittatore Ilham Aliyev. Tra le tappe, Gandzasar e Dadivank.

Non è stato mostrato loro soltanto un monumento. È stata mostrata loro una versione della storia. E a Gandzasar questa differenza è diventata impossibile da ignorare.

 

Una visita diplomatica attraverso una terra svuotata.

La visita di settembre arriva tre anni dopo l’operazione militare azera del settembre 2023, che portò alla fuga verso l’Armenia di oltre 100.000 armeni del Nagorno-Karabakh, praticamente l’intera popolazione autoctona armena della regione.

Organizzazioni armene e internazionali per i diritti umani hanno descritto quell’esodo come pulizia etnica; facendo riferimento alle definizioni e agli elementi costitutivi del termine, si è parlato anche di genocidio. Baku respinge entrambe le qualificazioni e presenta l’operazione del settembre 2023 come il ripristino della sovranità azera, ottenuto con la forza.

Per decenni, il Gruppo di Minsk dell’OSCE aveva ribadito che non esisteva una soluzione militare al conflitto e che la via da perseguire era quella negoziale.

Oggi il paradosso è brutale: ciò che la diplomazia internazionale aveva cercato per decenni di evitare, cioè la soluzione del conflitto attraverso la forza e lo svuotamento di una regione storicamente armena, viene presentato dalla narrazione ufficiale di Baku come una vittoria politica, celebrata e persino esibita davanti ai diplomatici stranieri.

La visita non è stata soltanto un viaggio attraverso un territorio trasformato dalla guerra. È stata una messa in scena accuratamente organizzata di ciò che la forza ha prodotto, con la comunità internazionale invitata non semplicemente a vedere il risultato, ma a riconoscerlo come normale.

In una lettera aperta del 14 settembre, il Comitato per la difesa dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh ha avvertito che i diplomatici rischiavano di diventare “comparse” nella ricerca di un riconoscimento internazionale delle conseguenze dell’esodo, sottolineando l’assurdità di mostrare case senza proprietari e chiese senza fedeli.

 

La negazione della storia e la complicità autoinflitta dell’Europa.

Il pericolo è trattare il patrimonio cristiano armeno come un semplice pezzo di territorio passato da una sovranità all’altra. Non lo è. Gandzasar e Dadivank, come altri monumenti della cultura cristiana armena, sono architettura, epigrafia, storia religiosa: iscrizioni, khachkar, sculture, tradizione manoscritta e liturgica appartengono al patrimonio del cristianesimo armeno e, attraverso di esso, a quello universale.

E qui la scena di Gandzasar assume qualcosa di surreale. Un ricco patrimonio di iscrizioni medievali in Grabar è ancora inciso nella pietra, nella lingua dei fondatori del monastero. Tuttavia, l’attenzione dei diplomatici viene appositamente spostata su una moderna riproduzione contenente pagine bianche, tratta dalla collezione manoscritta dell’Artsakh e preparata anni prima dell’invasione azera dagli esperti del Matenadaran per un’esposizione a Gandzasar.

Le iscrizioni in armeno classico incise nella pietra risalgono, difatti, a secoli prima che esistesse lo Stato azero, nato sotto Stalin e battezzato con il nome preso in prestito dalla provincia iraniana dell’Azerbaigian.

Ma a parlare è anche la storiografia armena medievale. Il grande storico del XIII secolo Kirakos Gandzaketsi, nella sua Storia degli Armeni, descrive Hasan Jalal, principe di Khachen e dell’Artsakh e promotore della costruzione di Gandzasar, con parole difficilmente conciliabili con la narrazione oggi proposta ai diplomatici:

«…il grande principe di Khachen e delle regioni dell’Artsakh, Hasan, che chiamavano affettuosamente Jalal, uomo pio, timorato di Dio e modesto, armeno per stirpe».

(մեծ իշխանն Խաչենոյ եւ կողմանցն Արցախու Հասան, զոր Ջալալն կոչէին գգուանօք, այր աստուածապաշտ եւ երկիւղած, եւ պարկեշտ հայ ազգաւ).

Il complesso di Gandzasar fu costruito tra il 1216 e il 1238 per iniziativa di Hasan Jalal e consacrato nel 1240.

Durante la visita, Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank come parte del patrimonio cristiano della cosiddetta, tormentata e fin troppo abusata “antica Albania caucasica”, descrivendo Hasan Jalal come un sovrano albanese.

Non è dunque una semplice disputa terminologica. È la questione di chi abbia il diritto di raccontare un monumento dopo che il popolo che lo ha costruito, abitato e venerato è stato costretto ad andarsene.

La Santa Sede di Etchmiadzin ha condannato la presentazione di Hajiyev, denunciando la negazione dell’identità armena di Gandzasar e Dadivank e il coinvolgimento di diplomatici stranieri nella diffusione di quella che definisce una falsificazione storica.

Anche Sua Santità Aram I ha reagito con durezza, parlando di “profondo dolore e indignazione” davanti alle immagini di Shushi e dei monumenti armeni presentati come albanesi.

Ma la questione non riguarda soltanto la memoria. Riguarda anche gli armeni detenuti in Azerbaigian. L’avvocata per i diritti umani Siranush Sahakyan ha denunciato presunti casi di tortura, riferendo che ad alcuni prigionieri sarebbero state bruciate dalla pelle le croci tatuate sul corpo. Il rapporto 2026 della US Commission on International Religious Freedom (USCIRF) riferisce anch’esso della cancellazione mediante ustioni dei tatuaggi a forma di croce sui prigionieri cristiani armeni detenuti in Azerbaigian.

Ed è qui che la scena assume un significato ancora più inquietante: chiese svuotate dei loro fedeli vengono presentate come patrimonio non armeno, mentre prigionieri armeni che portano sul corpo gli stessi simboli cristiani sarebbero stati sottoposti alla loro rimozione mediante ustioni.

Il 12 settembre non è una data qualsiasi.

La coincidenza è difficile da considerare neutra. Il 12 settembre 2022, l’Azerbaigian lanciò un’ampia offensiva contro l’Armenia. Human Rights Watch ha autenticato video che mostrerebbero l’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra armeni, qualificandola come crimine di guerra; altre immagini documentarono torture, abusi e mutilazioni, fra cui il caso della militare Anush Apetyan.

Chiusa la tappa di Gandzasar, con Hajiyev nei panni di guida turistica ed esperto di “prove” delle presunte falsificazioni armene, il gruppo accolto dalla dittatura di Aliyev arriva a Shushi. Si pubblicano le immagini con i soliti diplomatici stranieri, fra cui la rappresentante speciale dell’UE Magdalena Grono, sorridenti e partecipi di una celebrazione organizzata dalle autorità azere, nella stessa città da cui la popolazione armena è stata espulsa.

La giustapposizione è brutale: una data di lutto, una città svuotata dei suoi armeni, una chiesa sottoposta a una narrazione storica contestata e rappresentanti internazionali che celebrano accanto alle autorità che oggi controllano quel patrimonio.

La diplomazia della normalizzazione.

Il regime di Baku continua, di fatto, la guerra contro l’Armenia e contro ogni traccia di armenità: negli archivi, nei musei, nei monumenti, nei libri di scuola, nei cimiteri, nelle fotografie. È il suo modo di autoidentificarsi e consolidarsi, dentro una crisi identitaria che dura da decenni.

Dopo il 2020, l’Azerbaigian ha portato sempre più spesso giornalisti, influencer e visitatori stranieri nei territori passati sotto il suo controllo, costruendo una rappresentazione fatta di “vittoria”, “ricostruzione” e “nuova identità della regione”.

La visita descritta sopra segue la stessa logica. La questione, dunque, non è che quei diplomatici abbiano visitato l’Artsakh. È ciò che hanno visto e il modo in cui è stato loro raccontato, in una terra strappata alla sua popolazione armena autoctona: monumenti religiosi armeni presentati attraverso una narrazione storica contestata e questioni ancora aperte sull’accesso indipendente e sulla verifica internazionale sul posto.

In questo contesto, qualsiasi visita diplomatica in Artsakh rischia di trasformarsi in una normalizzazione internazionale dei risultati della pulizia etnica.

35^ anniversario dell’indipendenza della Repubblica d’Armenia: bandiera armena esposta sulla facciata di Palazzo della Città (Comune di Bari 21.09.26)

Nel trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza della Repubblica d’Armenia, da questa mattina la bandiera armena è esposta sulla facciata di Palazzo della Città.

Per il secondo anno consecutivo, accogliendo la richiesta del console onorario della Repubblica d’Armenia, il Comune di Bari ha inteso ricordare un giorno importante per il popolo armeno, cui il capoluogo pugliese è legato da antichi rapporti di amicizia.

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Dal 30 settembre in libreria “In Caucaso” un viaggio di Eleonora Sacco tra Georgia e Armenia (Fattiitaliani 21.09.26)

Terra di incontro e di scontro tra grandi imperi e potenze regionali, il Caucaso è un mosaico di popoli, lingue, memorie e identità che nei secoli si sono sovrapposte, incontrate e divise. Un territorio complesso, dove le eredità del passato continuano a convivere con le trasformazioni del presente

Dai templi yazidi sorti a fianco di centrali nucleari alle piantagioni di tè sul Mar Nero, dalla maledizione dell’estrazione mineraria ai nuovi profughi delle guerre che continuano a piagare la regione, fino ai caffè per esuli russi di Tbilisi e ai ristoranti armeno-libanesi a Erevan, In Caucaso di Eleonora Sacco, in uscita il 30 settembre per Bottega Errante Edizioni, è un reportage lungo dieci anni attraverso popoli, lingue e paesaggi diversissimi tra Armenia e Georgia.

Un viaggio che attraversa il Caucaso nel tempo e ne segue i cambiamenti attraverso le persone che lo abitano. Lontano dalle immagini stereotipate e dalle letture univoche, il libro intreccia storia e presente, geopolitica e vita quotidiana, memoria e conflitti, per raccontare una regione in cui identità diverse continuano a convivere, incontrarsi e scontrarsi.

CAUCASO, UNA STORIA COMPLESSA – Il Caucaso è uno spazio nel quale identità, lingue, appartenenze, memorie e narrazioni nazionali convivono in una densità difficilmente comprensibile attraverso le categorie abituali dello sguardo europeo. Per Eleonora Sacco raccontarlo significa quindi attraversare una storia fatta di dominazioni, deportazioni, guerre e genocidi, ma anche confrontarsi con le diverse versioni che ciascun popolo costruisce del proprio passato: «Il Caucaso ci mette di fronte a un grado di complessità che sfugge alle categorie di classificazione che usiamo solitamente in Europa. Ogni affermazione può coesistere, più o meno pacificamente, con la sua perfetta contraddizione all’interno di uno spazio piccolissimo. Una realtà così diversificata porta anche i campanilismi al massimo grado. Popoli sopravvissuti per secoli a dominazioni straniere, a deportazioni, guerre e genocidi, ben consapevoli del proprio ricchissimo patrimonio culturale, raccontano ognuno la propria versione della storia, spesso mescolando verità a leggende e interpretazioni in chiave nazionale: così gli armeni devono sottolineare che la loro capitale Erevan è più antica di Roma, i georgiani affermare che sono proprio i loro antenati ad aver inventato il vino, il governo azero può fantasticare che le sue regioni circostanti fossero Azerbaigian storico, gli altri piccoli popoli raccontarsi di essere più indigeni dei loro vicini di casa. La storia del Caucaso è un vero ginepraio: provare a ricostruire una narrazione equilibrata, ripulendo i fatti dalle retoriche nazionaliste, non conviene perché scontenta tutte le parti, soprattutto i governi al potere».

LA POROSITÀ DELLE FRONTIERE – Il viaggio di Eleonora Sacco parte dalle frontiere, quelle che separano e quelle che, nonostante tutto, continuano a mettere in relazione comunità diverse. In Caucaso le frontiere sono molte, ma quelle liberamente attraversabili sono poche. Quella tra Georgia e Armenia, nel cuore del Caucaso meridionale, è una di queste. Come ci spiega l’autrice: «Il posto di blocco tra i due Paesi dista in realtà solo 15 chilometri dal confine con l’Azerbaigian ed è oggi un punto di incontro e scambio tra tutte e tre le etnie principali della regione: armeni, georgiani e azeri. Nella regione di Kvemo Kartli, 50 chilometri a sud di Tbilisi, la maggioranza della popolazione è di etnia azera ma di cittadinanza georgiana. Un armeno che supera quella frontiera si imbatte in un paesaggio, una lingua e un contesto culturale che ha molto poco della Georgia georgiana da cartolina e assomiglia pericolosamente al paese nemico che da trentacinque anni tiene chiuse tutte le sue frontiere con l’Armenia, eppure è uno dei pochi luoghi al mondo dove può relazionarsi con una comunità azera che, essendo originaria della Georgia, non è mai stata coinvolta nella guerra in Nagorno Karabakh. È una sorta di terra marginalizzata e di nessuno, dove vigono regole speciali e non scritte, si fanno domande in georgiano e a cui si risponde in russo, gli azeri vendono pane armeno, si va in moschea sciita o sunnita e in qualche modo si va d’accordo. Ma la “nascita” delle frontiere con la dissoluzione dell’URSS ha creato barriere insormontabili tra comunità che per settant’anni, e ancora prima all’interno dell’Impero russo, sono state abituate a varcare confini immaginari senza bisogno di un passaporto valido per l’espatrio per far visita ai parenti. Pur nella loro unicità, la lunga storia condivisa all’interno di vastissimi imperi e, da ultimo, in quello sovietico, ha creato un sostrato culturale comune che avvicina questi popoli più di quanto a loro stessi non piaccia ammettere: dal cibo ai riferimenti culturali, dalla lingua franca ancora parlata da molti alle tradizioni agricole, dalla musica alle architetture».

IL GENOCIDIO ARMENO – Tra le memorie che più profondamente continuano a definire il presente caucasico c’è quella del genocidio armeno. In Armenia come nella diaspora, il trauma attraversa generazioni e contribuisce ancora oggi a plasmare il senso di appartenenza, il rapporto con la propria storia e la percezione della propria sicurezza. Per Eleonora Sacco: «Il genocidio è un trauma collettivo che abita ancora in tutto il popolo armeno, tanto in Armenia quanto nella diaspora, soprattutto nei discendenti diretti dei sopravvissuti, le cui storie personali di fuga si sono tramandate di generazione in generazione. Benché in realtà siano due questioni disgiunte tra loro (Armenia e Azerbaigian erano parte dell’Impero russo, il genocidio si è consumato sugli armeni dell’Impero ottomano per mano dei Giovani Turchi), la rivincita dell’Azerbaigian nella regione del Nagorno Karabakh ha di nuovo scoperchiato la paura viscerale di vedere la propria gente e le tracce della propria cultura eliminate dalla loro patria ancestrale – cosa che in effetti è avvenuta, con una pulizia etnica di 120.000 persone e la distruzione sistematica di siti, monumenti, chiese, cimiteri armeni nei territori dell’odierno Azerbaigian. Questo senso di accerchiamento e paura di scomparire influenza la vita quotidiana, l’operato dei governi e le elezioni, ma contribuisce anche a unire persone con stili di vita ormai diversissimi – dagli armeni di Los Angeles a quelli di Lione, da quelli libanesi o siriani a quelli degli altopiani armeni. E se una certa diaspora americana spinge per politiche più revanscista, gli armeni di Armenia che hanno mandato a morire al fronte i loro figli diciottenni sono però oggi decisamente più a favore della pace a qualunque costo».

IL NAGORNO KARABAKH – A rendere ancora più evidente il rapporto tra memoria, identità e presente è la vicenda del Nagorno Karabakh, che nel corso degli ultimi anni ha cambiato radicalmente gli equilibri della regione e la vita di migliaia di persone. Eleonora Sacco ha seguito questa trasformazione nel corso dei suoi viaggi, passando da un territorio percepito da molti armeni come una terra mitica e ormai quasi normalizzata nella quotidianità a una regione devastata dalla guerra, dall’assedio e dall’esodo della sua popolazione. Il conflitto del 2020 ha spezzato l’illusione di una generazione che pensava di poter vivere finalmente in un Caucaso pacificato. Ma a segnare l’autrice non sono soltanto gli avvenimenti politici: sono soprattutto le conseguenze personali della guerra: «Il secondo conflitto del Nagorno Karabakh, scoppiato all’improvviso – ma non a caso – nell’autunno 2020, mentre il mondo era concentrato a gestire la pandemia, ha sconvolto e segnato le vite di tutti i giovani armeni e azeri della mia generazione che credevano di poter finalmente vivere in un Caucaso pacificato. Nel 2015, durante il primo viaggio in Caucaso, qualsiasi armeno parlava dell’Arcakh, il Nagorno Karabakh, come di una terra mitica, rigogliosa, ricca d’acqua e di storia, un’Armenia culla di armenità. Armeni e turisti andavano e venivano dal Karabakh con estrema facilità, le cartine e le mappe del Paese raffiguravano l’Armenia estesa da quel grosso rettangolo montuoso a sud-est con la più assoluta normalità: il Karabakh c’era già, mancava solo il riconoscimento internazionale, che sembrava (ingenuamente) a portata di mano. La classe politica aveva investito moltissimo, forse quasi tutto, nello sviluppo della regione e nella sua difesa militare. La prima avvisaglia che quella pace fittizia non era destinata a durare arrivò nel 2016, con un attacco azero improvviso. La guerra nella regione sembrava uno scenario irrealistico, ma quei quattro giorni di paura ricordarono a tutti che un cessate il fuoco e una repubblica non riconosciuta non erano una pace. La guerra del 2020 e tutto quello che ne è conseguito ha segnato un punto di svolta negli equilibri politici del Caucaso e nella vita quotidiana di tutti. Nel 2020, le mie amiche ricevevano tutti i giorni il bollettino dei loro compagni universitari caduti al fronte, un driver con cui lavoravo che mi dovette lasciare dalla sera alla mattina perché era stato convocato come riservista, nei giorni della breve guerra di settembre 2022, le disabilità invisibili di un collega sopravvissuto per miracolo a un drone azero: tutti i suoi compagni erano morti, i loro corpi l’avevano schermato dai colpi, salvandolo. E ancora la fame e le strategie di sopravvivenza di un amico sopravvissuto ai nove interminabili mesi di assedio imposto dall’Azerbaigian ai civili dell’Arcakh, tra 2022 e 2023. L’Armenia oggi guarda avanti ma queste ferite e questi traumi sono ancora freschissimi, non scompaiono da un giorno a un altro. Rimane la rabbia per l’ecatombe inutile di settemila ragazzi giovanissimi morti insieme al fallimento della politica e della diplomazia. Da questa vicenda, sono e siamo usciti tutti sconfitti».

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Memoria e genocidio del popolo armeno: due ragazzi vicentini con Antonia Arslan (21.09.26)

L’attesa, la corsa sotto gli antichi portici di via Altinate, a Padova, fino al portone del palazzo. Poi la porta che si apre e l’incontro con Antonia Arslan, nella sua casa, tra libri, ricordi e memoria. È uno dei momenti più emozionanti del docufilm dedicato alla scrittrice padovana di origine armena, e ha per protagonisti due giovanissimi vicentini: Giulio e Carlotta Bortolini, fratello e sorella, 12 anni, studenti di prima media e lettori dei suoi libri. Davanti ad Arslan arrivano con la curiosità genuina dei bambini che vogliono capire. E le domande non hanno bisogno di essere preparate per essere profonde. «Cosa vuol dire la parola genocidio?». E ancora: «Gli armeni oggi sono ancora in pericolo?». Quesiti semplici solo in apparenza, che aprono un dialogo intenso sulla storia, sulla memoria e sulla tragedia del popolo armeno. È un incontro fra generazioni lontanissime, ma unite dalla curiosità e dalla necessità di conoscere.

La scrittrice si racconta davanti alla macchina da presa

Da una parte una scrittrice di 88 anni che ha dedicato gran parte della sua vita a custodire e raccontare la memoria armena; dall’altra due fratelli che quella memoria l’hanno incontrata per la prima volta attraverso i suoi libri. La scena fa parte di «Antonia Arslan», docufilm prodotto da Eriadorfilm e diretto da Giulia Belluco, che ne è anche produttrice, con soggetto e testi di Francesca Visentin giornalista e la collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. Per la prima volta Arslan apre la sua casa e si racconta davanti alla macchina da presa, ripercorrendo l’infanzia sulla Riviera del Brenta, l’adolescenza tra le Dolomiti, il legame con Venezia e l’Isola degli Armeni, la vita tra Padova e New York e il lungo percorso di scrittrice e docente di Letteratura italiana all’università di Padova.

L’impegno per dare voce al genocidio

Fotografie di famiglia, racconti e ricordi accompagnano il viaggio nella sua vita, ma il filo più profondo resta quello della memoria armena. La scoperta, da bambina, della tragedia del popolo delle sue radici; la figura del nonno Yerwant Arslanian; l’impegno per dare voce alla diaspora e al genocidio del 1915-1923. Una storia personale diventata letteratura soprattutto con «La masseria delle allodole», il romanzo del 2004 che ha raccontato il massacro degli antenati Arslanian e si è trasformato in un bestseller internazionale e poi in un film diretto dai fratelli Taviani. Nel docu-film la memoria non resta però soltanto nel passato. Diventa anche dialogo e responsabilità nel presente. Il progetto sostiene infatti, attraverso l’associazione Casa di Cristallo, l’ospedale Redemptoris Mater di Ashotsk, in Armenia, guidato dal vicentino padre Mario Cuccarollo, religioso camilliano da oltre 35 anni nel Paese.

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L’Ambasciatore Ferranti visita il Teatro Nazionale Accademico Armeno dell’Opera e del Balletto (La Gazzetta Diplomatica 21.09.26)

Lunedì scorso, l’Ambasciatore d’Italia in Armenia Alessandro Ferranti si è recato in visita presso il Teatro Nazionale Accademico Armeno dell’Opera e del Balletto di Jerevan, dove è stato accolto dal Direttore, il Maestro Karen Durgaryan.

L’incontro ha offerto l’occasione per fare il punto sulla proficua collaborazione artistica e culturale sviluppatasi tra Italia e Armenia nel corso dell’ultimo anno e per approfondire le prospettive di ulteriore cooperazione tra il Teatro armeno e le realtà italiane del settore.

Particolare soddisfazione è stata espressa per la crescente presenza italiana all’interno del Teatro. Accanto alla ballerina Sofia Pagani e all’oboista Lia Scalas, che proseguono rispettivamente la loro attività nel Corpo di Ballo e nell’Orchestra, da quest’anno entrano a far parte del Corpo di Ballo anche due nuovi artisti italiani, Vincenzo Petronzi e Priscilla Volpe.

Inoltre, nel settore della gestione e delle relazioni internazionali, Vera Van der Heiden, studentessa del Global Master in Performing Arts Management dell’Accademia Teatro alla Scala, svolgerà un periodo di applicazione presso il Dipartimento Relazioni Internazionali del Teatro. Il Master, realizzato dall’Accademia Teatro alla Scala in collaborazione con il Politecnico di Milano, beneficia anche del sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Nel corso del colloquio, il Maestro Durgaryan ha illustrato all’Ambasciatore Ferranti i principali progetti futuri del Teatro, con particolare riferimento alle nuove iniziative di collaborazione con l’Italia. Dopo il grande successo riscosso lo scorso marzo a Jerevan dalla messa in scena de I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, frutto del lavoro congiunto con le maestranze del Teatro alla Scala di Milano, sono infatti già in corso i lavori per portare in scena, nel corso del prossimo anno, Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, proseguendo la collaborazione con le professionalità scaligere. Il nuovo progetto intende dare continuità a un percorso di cooperazione che valorizza la centralità della tradizione operistica italiana e favorisce al contempo lo scambio di competenze ed esperienze tra le due istituzioni.

L’incontro ha confermato il crescente dinamismo delle relazioni culturali tra Italia e Armenia e il ruolo privilegiato della musica, dell’opera e della danza quali strumenti di dialogo e di reciproca conoscenza. Le parti hanno espresso vivo apprezzamento per i risultati sinora raggiunti, ribadendo il comune impegno a promuovere nuove occasioni di scambio e collaborazione e a rafforzare ulteriormente la presenza italiana nella vita artistica e culturale del Teatro.

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Per Baku anche Pashinyan non è più abbastanza «pacifista». La macchina mediatica azera trasforma Gandzasar in un nuovo test di obbedienza (Korazym 19.09.26)

La controversia provocata dalla visita organizzata dalle autorità dell’Azerbaigian per circa 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico nell’Artsakh occupato e svuotato della sua popolazione armena ha prodotto un nuovo sviluppo.

Dopo le reazioni alla presentazione di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’«Albania caucasica» e alla messinscena delle pagine bianche delle riproduzioni museali, i media filogovernativi azeri hanno intensificato gli attacchi contro l’Armenia.

Questa volta nel mirino non sono finiti soltanto l’opposizione, la Chiesa Apostolica Armena e la diaspora, abitualmente bollate come «revansciste», ma lo stesso governo guidato da Nikol Pashinyan. Secondo l’agenzia statale Azertac e altre testate controllate dal regime di Ilham Aliyev, le autorità armene dirigerebbero dietro le quinte la campagna di protesta contro Baku e non sarebbero realmente pronte alla pace.

È un passaggio significativo. Prima delle elezioni parlamentari armene dello scorso giugno, la propaganda azera aveva distinto Pashinyan dalle opposizioni, presentandolo implicitamente come l’interlocutore disposto a soddisfare le condizioni poste dall’Azerbaigian. Ora persino la sua risposta prudente sulla documentata origine armena di Gandzasar viene trasformata in una prova di ostilità.

La pace evocata da Baku appare così sempre meno come un rapporto fra due Stati e sempre più come una continua verifica dell’allineamento armeno alla narrazione del vincitore.

Dalla falsificazione di Gandzasar all’accusa contro Erevan

La vicenda è iniziata con la visita dell’11 e 12 settembre 2026, durante la quale circa 150 rappresentanti diplomatici di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali sono stati accompagnati nell’Artsakh da Hikmet Hajiyev, Assistente del Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e Responsabile del Dipartimento per gli Affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale.

Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito il viaggio fin dall’inizio, domandando che cosa rimanesse fuori dalle fotografie ufficiali e perché nessuno degli ospiti sembrasse interrogarsi sulla sorte degli oltre 100.000 Armeni costretti a lasciare la regione nel settembre 2023: 150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?.

Durante il tour Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank attraverso la narrativa ufficiale azera dell’«Albania caucasica», separandoli dalla loro documentata identità armena. Ha inoltre mostrato ai diplomatici alcuni volumi con pagine bianche, insinuando che costituissero una prova della falsificazione armena della storia dell’Artsakh.

Il Matenadaran di Erevan ha successivamente chiarito che non si trattava di manoscritti originali, ma di riproduzioni museali nelle quali erano state riprodotte soltanto le aperture destinate all’esposizione. Gli originali, mostrati pubblicamente dagli studiosi, sono conservati in Armenia. Abbiamo ricostruito la vicenda nell’articolo Gandzasar, le pagine bianche mostrate ai diplomatici e le iscrizioni armene che Hajiyev non può cancellare.

La visita e il comportamento di alcuni rappresentanti stranieri – compreso il filmato dell’Incaricata d’Affari statunitense Amy Carlon mentre ballava a Shushi – hanno provocato forti reazioni nella società armena, nella Chiesa Apostolica Armena, nella diaspora e fra esponenti dell’opposizione. Ne abbiamo riferito anche in Il grottesco spettacolo dei diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni.

La risposta prudente di Pashinyan non basta più

La reazione iniziale del governo armeno era stata estremamente cauta. Il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale Ararat Mirzoyan aveva affidato sostanzialmente la risposta al Matenadaran. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Ruben Rubinyan aveva definito infondate e dannose per la pace le dichiarazioni azere, evitando tuttavia di pronunciare direttamente la frase richiesta dall’opposizione: «Gandzasar è armeno».

Il 16 settembre è intervenuto Nikol Pashinyan. Anche il Primo Ministro ha evitato quella formulazione diretta, ma ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso la risposta del Direttore del Matenadaran Ara Khzmalyan, aveva attestato l’origine armena di Gandzasar. Ha inoltre definito «inaccettabile e incomprensibile» il comportamento di Hajiyev.

Nello stesso intervento – che abbiamo analizzato nell’articolo «Siete pronti a dire che Gandzasar è armeno?» La messinscena di Hajiyev diventa un boomerang – Pashinyan ha insistito sulla necessità di proteggere la pace, avvertendo che distruggerla sarebbe facile, mentre per ricostruirla potrebbero occorrere altri trent’anni. La sua non è stata dunque una risposta aggressiva, né tantomeno «revanscista»: è stata una presa di posizione prudente, immediatamente accompagnata dalla riaffermazione del valore del processo di pace. Eppure, anche questa risposta limitata è risultata eccessiva per la macchina mediatica di Baku.

«L’Armenia non è pronta alla pace»

Come riferisce OC Media, negli ultimi giorni l’agenzia statale Azertac e le testate filogovernative APA, Caliber e Qafqazinfo hanno rilanciato una serie di accuse contro Erevan.

L’analisi pubblicata da Azertac sostiene che dietro determinate iniziative di propaganda vi sarebbe il governo armeno e arriva ad affermare che la lobby armena potrebbe essere parte integrante della politica della stessa leadership di Erevan.

Il bersaglio non è più costituito soltanto dagli avversari di Pashinyan. L’accusa investe direttamente le autorità armene, indicate come registe occulte delle proteste contro la falsificazione dell’identità di Gandzasar.

Ancora più esplicita è APA, secondo cui, per quanto l’Armenia possa dichiararsi verbalmente favorevole alla pace, nella pratica dimostrerebbe il contrario. Le dichiarazioni pacifiste delle autorità armene sarebbero soltanto una «cortina fumogena» e la squadra di governo guidata da Pashinyan non si distinguerebbe sostanzialmente dai gruppi definiti «revanscisti».

Anche Caliber presenta la vicenda come una prova della sincerità di Erevan e chiede se il governo sia capace di tenere sotto controllo i «revanscisti» per salvaguardare la pace.

Il linguaggio non è casuale. Contestare una falsificazione storica non viene affrontato sul terreno delle prove, dei manoscritti, delle iscrizioni e della ricerca scientifica. Diventa invece un indicatore politico: chi afferma che Gandzasar è armeno, o semplicemente non accetta la ricostruzione presentata da Hajiyev, viene collocato nel campo di coloro che minaccerebbero la pace.

Il cambiamento della propaganda azera

OC Media richiama un elemento particolarmente significativo. Prima delle elezioni parlamentari armene dello scorso giugno, i media azeri avevano generalmente manifestato un sostegno implicito – e in alcuni casi esplicito – a Pashinyan, contrapponendolo alle forze di opposizione descritte sistematicamente come «revansciste».

La distinzione serviva a presentare il Primo Ministro come l’unico interlocutore armeno disposto ad accettare la nuova realtà imposta dall’esito della guerra e dall’offensiva azera del settembre 2023.

Ora quella distinzione sembra restringersi fino quasi a scomparire. Nel momento in cui Pashinyan riconosce, sia pure con estrema cautela, l’origine armena di Gandzasar e definisce inaccettabile il comportamento di Hajiyev, anche il suo governo viene assimilato alle forze accusate di sabotare la pace.

Non significa necessariamente che Baku abbia deciso di rompere con Pashinyan. Mostra però che il sostegno accordatogli dalla propaganda azera è sempre stato condizionato: vale finché Erevan non contesta la narrazione dell’Azerbaigian, neppure quando questa investe fatti storici documentati e monumenti fondamentali del patrimonio spirituale e culturale armeno.

Una pace sottoposta continuamente a esame

Il meccanismo che emerge è preoccupante. L’Azerbaigian promuove davanti ai diplomatici stranieri una reinterpretazione del patrimonio armeno dell’Artsakh. Quando studiosi, ecclesiastici, oppositori e cittadini armeni contestano tale rappresentazione, la contestazione viene definita «revanscismo». Quando il governo armeno tenta una risposta misurata, viene accusato di dirigere la protesta dietro le quinte e di non essere pronto alla pace.

In questo schema non è Baku a dover dimostrare la correttezza delle proprie affermazioni. È l’Armenia a dover provare continuamente la propria volontà pacifica, rinunciando progressivamente a contestare persino la riscrittura della propria storia.

La parola «pace» viene così trasformata da obiettivo comune in strumento di pressione. Non indica più soltanto la cessazione delle ostilità, il riconoscimento reciproco della sovranità e la costruzione di rapporti normali fra due Stati. Diventa un esame permanente nel quale una sola parte stabilisce le domande, valuta le risposte e decide se l’altra abbia superato la prova.

La stessa logica è emersa nelle dichiarazioni di Hajiyev contro la diaspora armena, descritta come una forza ancora capace di ostacolare il processo di pace, e nelle ripetute accuse di «revanscismo» rivolte a chi continua a chiedere la liberazione dei prigionieri armeni, il diritto al ritorno degli sfollati dell’Artsakh e la protezione del patrimonio culturale.

Anche 52 ONG azere si allineano alla narrazione di Baku

Alla campagna dei media azeri si è aggiunto un documento sottoscritto da 52 organizzazioni non governative dell’Azerbaigian, che hanno criticato le reazioni suscitate in Armenia dalla visita dei diplomatici stranieri in Artsakh e nel cosiddetto “Zangezur orientale”. Secondo i firmatari, tali contestazioni costituirebbero un’interferenza negli affari interni dell’Azerbaigian e potrebbero ostacolare la normalizzazione dei rapporti fra Baku ed Erevan.

Le ONG sostengono che la priorità debba rimanere l’attuazione dell’agenda di pace e accusano le organizzazioni armene di utilizzare la questione del patrimonio culturale e religioso per rilanciare rivendicazioni territoriali. In questo modo, tuttavia, viene nuovamente sovrapposta la denuncia della falsificazione o cancellazione dell’identità armena dei monumenti dell’Artsakh a una pretesa contestazione della sovranità territoriale dell’Azerbaigian. Restano invece senza risposta le richieste di accesso avanzate nei confronti di Baku dall’UNESCO e da osservatori internazionali indipendenti.

Il richiamo alla “società civile” azera richiede inoltre una precisazione. Non è possibile affermare, in assenza dell’elenco dei firmatari e dei relativi finanziamenti, che ciascuna delle 52 organizzazioni dipenda direttamente dal governo. Lo stesso resoconto disponibile non indica quali associazioni abbiano sottoscritto il documento né dove sia stato pubblicato. Tuttavia, il settore delle ONG in Azerbaigian opera all’interno di un sistema fortemente regolato dallo Stato. Nel 2021, con decreto del Presidente Ilham Aliyev, è stata istituita l’Agenzia per il sostegno statale alle organizzazioni non governative, ente giuridico pubblico succeduto al precedente Consiglio operante presso la Presidenza della Repubblica. L’Agenzia seleziona e finanzia progetti, ne valuta i programmi e ne gestisce contratti e rendicontazione; nel suo Consiglio di sorveglianza siedono anche rappresentanti dei Ministeri della Giustizia, delle Finanze e del Lavoro.

In un Paese nel quale le organizzazioni indipendenti sono sottoposte da anni a restrizioni amministrative, finanziarie e giudiziarie, una dichiarazione collettiva perfettamente coincidente con la linea della Presidenza non può quindi essere presentata automaticamente come l’espressione spontanea e autonoma dell’intera società civile. Freedom House ha documentato le intimidazioni e le pressioni esercitate dalle autorità sulle organizzazioni civiche indipendenti e sui difensori dei diritti umani.

Anche l’Accademia delle Scienze azera si schiera con la versione ufficiale

Alla mobilitazione dei media e delle organizzazioni non governative si è aggiunta anche l’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, che il 18 settembre ha diffuso una dichiarazione a sostegno della versione presentata da Hikmet Hajiyev ai diplomatici stranieri. L’istituzione ha definito le reazioni armene una campagna «artificiosamente fomentata» e ha sostenuto che il complesso monastico di Gandzasar sarebbe un monumento dell’Albania caucasica «estraneo alla storia armena». Secondo l’Accademia, il monastero sarebbe stato edificato durante il principato “albano” di Khachen sotto il governo di Hasan Jalal, presentato anacronisticamente come uno «statista azero». La dichiarazione arriva persino ad accusare gli Armeni di avere distrutto o rimosso le iscrizioni “albane” e di averle sostituite con testi armeni alterati, nonché di avere trasformato la croce originaria del monastero in una croce “gregoriana”.

Non si tratta più, dunque, soltanto di un’affermazione estemporanea pronunciata durante una visita organizzata dalle autorità, ma di una narrazione fatta propria da una delle principali istituzioni scientifiche statali del Paese. Una ricostruzione che ignora le numerose iscrizioni armene conservate a Gandzasar, le fonti medievali e la documentata appartenenza del monastero alla tradizione ecclesiale e culturale armena, confermando come la controversia sia ormai parte di una campagna istituzionale più ampia.

Dopo i media, anche una parte formalmente non governativa del sistema pubblico azero e il mondo accademico viene così mobilitata per trasformare la tutela del patrimonio armeno in una minaccia alla pace e per chiedere a Erevan non soltanto moderazione politica, ma anche silenzio sulla storia dell’Artsakh.

Il problema non è la reazione armena, ma ciò che l’ha provocata

La domanda posta dai media filogovernativi azeri – «L’Armenia è pronta alla pace?» – rovescia l’ordine dei fatti.

La controversia non è nata da una rivendicazione territoriale armena né da una minaccia militare. È nata dall’ennesimo viaggio organizzato dalle autorità azere nell’Artsakh senza la popolazione armena espulsa e da una presentazione politicamente orientata di monasteri, manoscritti e testimonianze storiche.

Il Matenadaran ha risposto mostrando gli originali. La Chiesa Apostolica Armena ha denunciato la falsificazione. Organizzazioni della società civile hanno chiesto responsabilità ai diplomatici presenti. Pashinyan ha infine definito inaccettabile il comportamento di Hajiyev, ribadendo contemporaneamente la necessità di preservare la pace.

Se persino questa reazione viene interpretata come prova di ostilità, allora il problema non è una presunta indisponibilità armena alla pace. Il problema è una concezione della pace nella quale all’Armenia viene chiesto non soltanto di rinunciare all’Artsakh, ma anche di assistere senza reagire alla progressiva cancellazione della sua identità storica.

Come abbiamo scritto presentando la nascita della Casa digitale della cultura dell’Artsakh, quando la cancellazione diventa politica, ricordare non è nostalgia: è una forma di resistenza.

La pace non può dipendere dal silenzio di una delle parti. E non può richiedere che un popolo lasci in bianco le pagine della propria storia perché il vincitore possa riscriverle.

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19 settembre 2023, l’ultimo giorno dell’Artsakh. Gloria eterna ai difensori caduti (K0razym 19.09.26

Tre anni fa, il 19 settembre 2023, l’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare su vasta scala contro la Repubblica di Artsakh. Stepanakert e numerosi centri abitati furono sottoposti a bombardamenti; i difensori dell’Artsakh, in condizioni di schiacciante inferiorità, presero le armi per proteggere la loro terra e la popolazione civile. Dopo circa ventiquattro ore di combattimenti, il 20 settembre fu imposto un cessate il fuoco che aprì la strada al disarmo delle forze locali e alla fine del controllo armeno sulla regione. Le prime ore dell’attacco furono documentate anche dalla stampa internazionale.

Oggi 301.am affida la commemorazione a parole essenziali: «Gloria eterna ai militari Armeni che tre anni fa, in questo giorno, sacrificarono la propria vita difendendo l’Artsakh».

 

Le immagini pubblicate da 301.am mostrano una corona deposta sulla terra (foto di copertina) e, soprattutto, due lunghe tavole di nomi (le foto sopra). Non una cifra indistinta, ma persone: ciascuna con una famiglia, una storia, un volto; ciascuna parte di un popolo che tentò di resistere nell’ultimo giorno della propria terra.

 

La fotografia acquista oggi un significato ancora più doloroso.

Il Blog dell’Editore aveva pubblicato le immagini della cerimonia commemorativa celebrata per rendere omaggio agli eroi morti per la difesa della madrepatria, mentre veniva eseguito l’inno nazionale della Repubblica di Artsakh, presso il Memoriale dei Caduti al Complesso memoriale di Stepanakert, il 2 settembre 2023 nell’anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh.

 

Alla cerimonia commemorativa del 2 settembre 2023 erano presenti il Presidente dell’Assemblea nazionale e Presidente ad interim della Repubblica di Artsakh, Davit Ishkhanyan; i tre ex Presidenti Arayik Harutyunyan, Arkadi Ghukasyan e Bako Sahakyan; e il Ministro di Stato Samvel Shahramanyan, che pochi giorni dopo sarebbe stato eletto Presidente della Repubblica di Artsakh. Quella fotografia ha oggi anche il valore di una testimonianza storica: Ishkhanyan, Harutyunyan, Ghukasyan e Sahakyan furono catturati dalle autorità azere nell’ottobre 2023 e trasferiti nelle carceri di Baku. Il 5 febbraio 2026 un tribunale militare azero ha condannato Harutyunyan e Ishkhanyan all’ergastolo e Ghukasyan e Sahakyan a vent’anni di reclusione, al termine di un processo chiuso agli osservatori internazionali indipendenti e la cui equità è stata contestata dalle organizzazioni per i diritti umani. Sono tuttora detenuti in Azerbaigian, definiti dalle istituzioni armene e diverse organizzazioni prigionieri politici o ostaggi Armeni. Shahramanyan riuscì invece a raggiungere l’Armenia, dove attualmente risiede.

 

Soltanto tre settimane dopo, il 23 settembre 2023, mostrammo nello stesso luogo la foto «Stepanakert…» di Marut Vanyan/giornalista freelance in Karabakh/Artsakh, che mostrava le fosse preparate per le vittime dell’offensiva azera del 19 e 20 settembre, mentre la popolazione di Stepanakert seppelliva i propri cari.

Il Cimitero fraterno costituisce la parte più recente del più ampio Complesso memoriale di Stepanakert, realizzato per ricordare i caduti della Seconda guerra mondiale e successivamente ampliato con monumenti dedicati alle vittime del Genocidio armeno, dei massacri di Sumgait, del terremoto del 1988 e delle guerre dell’Artsakh. Il complesso non risulta essere stato demolito integralmente, ma dopo l’occupazione è stato esposto a ripetuti atti di profanazione e cancellazione della memoria armena. Il 19 novembre 2024 Monument Watch aveva documentato il danneggiamento di lapidi e la rimozione delle iscrizioni armene accanto al monumento-campanile dedicato alle vittime del Genocidio. In un video diffuso il 21 aprile 2025 si vedevano inoltre lapidi spezzate o danneggiate e i volti di alcuni combattenti incisi o cancellati. Nel luglio successivo è stata segnalata la chiusura dell’accesso al complesso, la cui area appariva coperta da pannelli che ne impedivano la vista. In assenza di un accesso indipendente, non è possibile verificarne oggi integralmente lo stato di conservazione.

Non soltanto i vivi sono stati allontanati dall’Artsakh: anche i luoghi nei quali riposano i morti sono rimasti senza la protezione delle loro famiglie e della loro comunità.

Prima dell’attacco nove mesi di assedio

Quell’offensiva del 19 settembre 2023 non giunse all’improvviso e non può essere separata da ciò che l’aveva preceduta. Dal 12 dicembre 2022 l’Artsakh era stato progressivamente isolato attraverso il blocco del Corridoio di Lachin, l’unica via che lo collegava all’Armenia. Per oltre nove mesi più di 100.000 persone vissero con disponibilità sempre più ridotte di alimenti, medicinali, carburante ed energia. Nel febbraio 2023 la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato all’Azerbaigian di assicurare la circolazione senza ostacoli lungo il Corridoio; l’ordine rimase senza un’attuazione capace di porre fine alla crisi. Questo Blog dell’Editore ne seguì giorno dopo giorno l’aggravarsi della situazione, consultabile attraverso l’Indice della copertura #ArtsakhBlockade.

Quando il 19 settembre 2023 iniziò l’attacco, a essere colpita fu dunque una popolazione già stremata dall’assedio. I difensori dell’Artsakh combatterono senza poter contare su reali possibilità di riequilibrare le forze. Ricordare oggi il loro sacrificio significa anche rifiutare la narrazione che riduce quelle ore a una semplice operazione militare conclusiva: furono l’ultimo atto di una pressione durata mesi, esercitata su un’intera comunità privata delle condizioni essenziali per vivere.

Dai caduti all’esodo

Il bilancio dell’offensiva superò i duecento morti, tra militari e civili, e centinaia di feriti. Pochi giorni dopo, mentre la popolazione cercava carburante per fuggire, l’esplosione di un deposito nei pressi di Stepanakert provocò un’altra strage. In meno di una settimana oltre 100.000 Armeni lasciarono l’Artsakh: l’intera popolazione autoctona fu costretta ad abbandonare case, chiese, cimiteri, scuole e villaggi.

La dimensione materiale di una perdita umana e culturale

L’espulsione della popolazione armena ha comportato anche la perdita dell’intero spazio nel quale quella comunità viveva e riconosceva la propria storia. Un inventario diffuso da Genesis Armenia e rilanciato da 301.am quantifica l’ampiezza dei beni rimasti sotto controllo azero, anche se non è una stima verificata in modo indipendente.

Secondo questi dati, si tratta di 12 città e 241 villaggi; 13.550 case, il 30 per cento delle quali avrebbe più di cento anni, e 11.450 appartamenti; 60 fabbriche e 15 impianti; 200 centri culturali, 9 poli culturali e 25 musei; 232 scuole, 7 college, 4 università e 11 scuole d’arte; 11 ospedali e 230 centri sanitari. A essi si aggiungono 4 bacini idrici, 5 canali, 37 centrali idroelettriche e 48 miniere.

Il nucleo più irriducibile di questa perdita è tuttavia il patrimonio storico e religioso: l’inventario indica 400 cimiteri medievali, 385 chiese, 60 complessi monastici e 2.385 khachkar. Non si tratta soltanto di immobili o infrastrutture, ma delle tracce materiali di secoli di vita armena nell’Artsakh: luoghi di culto, sepolture, iscrizioni, opere d’arte, istituzioni educative e comunità storiche oggi private delle persone che le avevano custodite.

 

Da allora la violenza non continua soltanto nell’assenza di chi è stato espulso, ma anche nei tentativi di riscrivere la storia e l’identità armena dei luoghi rimasti senza i loro custodi. Lo abbiamo visto nei tour organizzati per diplomatici nell’Artsakh svuotato, nella rappresentazione di Gandzasar e nella cancellazione dei segni della presenza armena. Alla domanda posta in questi giorni da questo Blog dell’Editore – dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh? – le tavole pubblicate da 301.am aggiungono oggi un’altra domanda: ricordiamo ancora i nomi di coloro che morirono perché quella terra non venisse cancellata?

A Yerablur il «Giorno della memoria» per l’Artsakh

Nella stessa giornata del 19 settembre, a Erevan si è svolta una manifestazione pubblica con un corteo funebre silenzioso intitolato «Giorno della memoria», per rendere omaggio all’Artsakh e a quanti hanno sacrificato la propria vita per difenderlo. L’iniziativa è stata promossa da Hasmik Mikayelyan, componente di un gruppo che rappresenta i familiari dei militari caduti.

I partecipanti hanno commemorato quanti, tra il 1988 e il 2023, hanno dato la vita per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh e per la difesa del popolo armeno. Il ricordo è stato esteso ai dispersi, agli Armeni ancora detenuti in Azerbaigian, ai civili morti durante le ostilità, lo sfollamento forzato e le sue conseguenze, nonché alle vittime dell’esplosione del deposito di carburante avvenuta il 25 settembre 2023 nei pressi di Stepanakert, mentre la popolazione armena era costretta ad abbandonare l’Artsakh.

Il raduno è iniziato a mezzogiorno presso l’ingresso del Pantheon militare di Yerablur. Da lì i partecipanti hanno attraversato in silenzio il cimitero, fino al luogo della cerimonia commemorativa. Sono state recitate preghiere, deposti fiori sulle tombe dei caduti e osservato un minuto di silenzio. Familiari, sostenitori e cittadini si sono così riuniti per custodire la memoria di quanti hanno sacrificato la propria vita per l’Artsakh e per il popolo armeno.

Al termine del corteo, alcune organizzazioni della società civile dell’Artsakh e dell’Armenia, insieme al Consiglio per la protezione dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, hanno sottoscritto una petizione destinata agli uffici delle Nazioni Unite e alle ambasciate delle maggiori potenze.

Nel documento i firmatari chiedono alla comunità internazionale di condannare quella che definiscono la «politica genocidaria documentata» condotta dall’Azerbaigian contro il popolo armeno da oltre un secolo e di chiamare Baku a risponderne secondo il diritto internazionale. Chiedono inoltre il riconoscimento della Repubblica di Artsakh, considerata il risultato dell’esercizio del diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno Artsakh sulla base degli atti giuridici internazionali e della legislazione interna sovietica.

La petizione sollecita infine misure concrete affinché l’Azerbaigian dia esecuzione all’ordinanza vincolante emessa il 17 novembre 2023 dalla Corte internazionale di giustizia. Con quel provvedimento la Corte ha stabilito, tra l’altro, che agli Armeni costretti a lasciare il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desiderosi di ritornarvi debba essere consentito di farlo «in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente». A tre anni dall’esodo, quel ritorno non si è ancora realizzato (Reuters).

 

La memoria è una responsabilità

Commemorare i caduti del 19 e 20 settembre 2023 non significa esaltare la guerra. Significa riconoscere il sacrificio di uomini che difesero le proprie famiglie e la propria patria in condizioni estreme; significa custodire la verità di ciò che accadde prima che la propaganda trasformi un popolo espulso in un’assenza senza causa.

Tre anni dopo, l’Artsakh viene presentato al mondo come un territorio ormai pacificato, ricostruito e disponibile alle visite ufficiali. Ma la pace non può essere misurata soltanto dal silenzio delle armi, mentre gli Armeni dell’Artsakh non possono tornare in sicurezza, i loro rappresentanti sono detenuti a Baku e il patrimonio Cristiano viene sottoposto a cancellazione o appropriazione. La memoria dei caduti si unisce perciò alla richiesta di libertà per i prigionieri, tutela dei monumenti, giustizia e diritto al ritorno, richiamata anche nella recente mobilitazione a Washington.

Che Dio accolga le anime di tutti coloro che diedero la vita in difesa dell’Artsakh, consoli le loro famiglie e sostenga un popolo disperso ma non cancellato. Gloria eterna ai caduti. Memoria eterna all’Artsakh.

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settepiùsette – storie: Nagorno-Karabakh (

Nel Caucaso meridionale, incastonato tra l’Armenia e l’Azerbaigian, c’è un territorio che oggi giuridicamente non esiste più, ma che è stato conteso tra i due paesi per decenni: il Nagorno-Karabakh. Sebbene questo posto, nella storia, sia stato abitato prevalentemente da persone armene, a partire dal ventesimo secolo il controllo del Nagorno-Karabakh è passato diverse volte da un paese all’altro e i suoi confini sono cambiati più volte. A un certo punto, per quasi trent’anni, è stato uno stato indipendente non riconosciuto da nessuno. Nel 2023 l’Azerbaigian ha ripreso definitivamente il controllo di quest’area.

In questo episodio di settepiùsette – storie, insieme a Aldo Ferrari e Eleonora Tafuro Ambrosetti, Co-Heads dell’Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale dell’ISPI, raccontiamo la storia del Nagorno-Karabakh e proviamo a capire come è nata la disputa territorale per il suo controllo, come si è conclusa e con che conseguenze per i due paesi e le persone che ci abitano.

settepiùsette – storie è una serie spin-off di settepiùsette che approfondisce la storia di luoghi importanti da conoscere per comprendere meglio il mondo che ci circonda. Per scriverci: ispi.podcast@ispionline.it.

Ipsionline 19.09.26)

Baku e il diritto di replica come battaglia della narrazione sull’Artsakh (Korazym 19.09.26)

Non è insolito che un’Ambasciata chieda a una testata di ospitare una replica. È parte del confronto pubblico e può offrire ai lettori elementi utili per valutare posizioni contrapposte. Il caso reso pubblico il 18 settembre 2026 da La Nuova Bussola Quotidiana, tuttavia, merita attenzione per ciò che rivela: dietro la forma legittima del diritto di replica emerge il tentativo di fissare in anticipo le parole ammesse, i fatti da considerare e perfino ciò che potrebbe essere chiamato con il proprio nome nella vicenda dell’Artsakh, o Nagorno-Karabakh.

La lettera a La Nuova Bussola Quotidiana del Consigliere dell’Ambasciata dell’Azerbaigian in Italia Vugar Hajiyev rispondeva all’articolo Antonia Arslan, la voce italiana della memoria armena, pubblicato in vista della Giornata della Bussola. La redazione ha scelto correttamente di pubblicarla integralmente, accompagnandola con una propria risposta documentata: L’Ambasciata dell’Azerbaigian replica al nostro articolo sulla Arslan. Noi rispondiamo con un po’ di storia.

Ne è nato un confronto che va oltre la singola testata: mostra come la diplomazia azera intervenga anche nello spazio mediatico italiano quando una ricostruzione non coincide con la narrazione ufficiale di Baku.

Le parole che Baku vorrebbe rendere impronunciabili

La missiva contesta anzitutto l’esistenza stessa dell’Artsakh e afferma che oggi non esisterebbe più neppure una regione denominata Nagorno-Karabakh, ma soltanto la “regione economica del Karabakh”. È un passaggio rivelatore. Il fatto che la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh non abbia ottenuto riconoscimento internazionale, non cancella né l’antico toponimo armeno, né l’esistenza storica del Nagorno-Karabakh, né la presenza plurisecolare della popolazione armena, rimasta nella regione fino all’offensiva azera del settembre 2023.

La replica sostituisce inoltre parole comunemente adoperate da organismi internazionali e mezzi d’informazione con il vocabolario ufficiale dello Stato azero: la guerra del 2020 diventa “Guerra Patriottica”, l’attacco di tre anni fa nel giorno di oggi 19 settembre 2023 diventa una “operazione antiterrorismo”, la conquista militare diventa una “liberazione”. Non siamo davanti a semplici sinonimi. Ogni formula incorpora già un giudizio politico e tende a trasformare una tesi di parte nella cornice obbligatoria entro cui raccontare i fatti.

La Nuova Bussola Quotidiana ha risposto ricordando, anche attraverso l’Enciclopedia Treccani, la profondità della presenza armena nella regione; ha richiamato le violazioni documentate durante la guerra del 2020, gli otto mesi di blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) e la distruzione o il danneggiamento di chiese armene. Ha così fatto ciò che compete a una redazione: non respingere la replica perché sgradita, ma verificarne le affermazioni e confrontarle con la storia e con le fonti.

L’affermazione più grave sull’esodo del 2023

Il punto più problematico della lettera dell’Ambasciata azera è l’affermazione secondo cui nessun residente Armeno sarebbe stato costretto a lasciare la propria casa e a tutti sarebbe stata offerta una pacifica convivenza. Ridurre l’esodo della popolazione armena a una somma di partenze volontarie significa isolare quei giorni dal contesto che li precedette: il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin) [1], la penuria di viveri e medicinali, la pressione militare, l’attacco del 19 settembre e il fondato timore di una popolazione già segnata dalle violenze del conflitto [2].

La breve missione delle Nazioni Unite giunta nella regione dopo l’esodo non poteva accertare ciò che era avvenuto mentre decine di migliaia di persone fuggivano, né ascoltare sul posto una comunità che non c’era più. È inoltre significativo che il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia abbia ordinato all’Azerbaigian di garantire a quanti avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre e desideravano tornare un rientro sicuro, senza impedimenti e rapido. L’ordinanza non qualifica giuridicamente l’esodo come deportazione, ma conferma che la sicurezza del ritorno e la possibilità di rimanere nella regione costituiscono questioni ancora aperte e tutelate dalla Corte.

Dalla censura interna alla proiezione esterna

Il tentativo di orientare il racconto fuori dai confini assume un significato particolare se confrontato con le condizioni dell’informazione in Azerbaigian. Reporters sans frontières descrive il Paese come privo di autentico pluralismo e segnala una nuova ondata repressiva contro gli ultimi giornalisti indipendenti iniziata nel novembre 2023. Nel 2025 le autorità hanno imposto la sospensione delle attività locali della BBC; nel giugno dello stesso anno sette giornalisti di Abzas Media e Radio Free Europe/Radio Liberty sono stati condannati a pene comprese fra sette anni e mezzo e nove anni di carcere. Nell’agosto 2026 altre nove persone legate a Toplum TV, tra giornalisti e attivisti, hanno ricevuto condanne da dodici a quindici anni in un procedimento denunciato dalle organizzazioni per la libertà di stampa [3].

All’estero i metodi sono necessariamente diversi: relazioni pubbliche, iniziative diplomatiche, viaggi organizzati, proteste ufficiali, richieste di rettifica o replica e un’intensa promozione della terminologia governativa. Nessuna di queste attività, considerata isolatamente, prova un illecito né rende illegittimo l’intervento di un’Ambasciata. Il problema nasce quando il dialogo non mira ad aggiungere informazioni, ma a delegittimare ogni lessico e ogni ricostruzione che non coincidano con quelli del potere.

Il contesto europeo invita alla vigilanza. Le inchieste sulla cosiddetta “diplomazia del caviale” hanno documentato negli anni reti d’influenza e rapporti opachi impiegati per attenuare le critiche alla situazione dei diritti umani in Azerbaigian. Nel 2018 l’organo investigativo indipendente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa rilevò violazioni del Codice di condotta e forti sospetti di attività corruttive riguardanti alcuni membri dell’Assemblea nei rapporti con interessi azeri [4]. Ciò non significa che ogni contatto diplomatico con una redazione appartenga a quello schema. Significa, però, che i tentativi di influenzare la percezione europea dell’Azerbaigian non possono essere considerati episodi senza precedenti.

Il diritto di replica non è un diritto alla verità di Stato

Pubblicare una replica può essere una scelta di trasparenza. Ma il contraddittorio non obbliga una testata a porre sullo stesso piano fatti documentati e negazioni, né a rinunciare alla verifica. Un’Ambasciata ha pieno diritto di esporre la posizione del proprio governo; non ha il diritto di stabilire per i giornalisti quale nome attribuire a una regione, quali fonti siano ammissibili o quale memoria debba essere cancellata.

La risposta de La Nuova Bussola Quotidiana è perciò importante non soltanto per ciò che dice sull’Artsakh. Mostra un metodo: ospitare la posizione ricevuta, indicare con chiarezza chi la sostiene e sottoporla allo stesso controllo riservato a qualsiasi altra fonte interessata. La correttezza giornalistica non consiste nell’accogliere senza verifica il linguaggio di una rappresentanza diplomatica, ma nel permettere ai lettori di distinguere tra fatti, interpretazioni e propaganda.

La pace tra Armenia e Azerbaigian è auspicabile e necessaria. Proprio per questo non può essere costruita trasformando l’esodo forzato di un popolo dalla propria terra in una partenza volontaria, né il patrimonio armeno in una presenza senza nome. La pace richiede verità, responsabilità e il diritto al ritorno; non un vocabolario imposto a chi racconta ciò che è accaduto.

 

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GP Azerbaijan – Quando la F1 è al servizio dei vincitori (Formulacritica 19.09.26)

Il GP d’Azerbaijan si disputerà sabato 26 settembre e non domenica 27. La ragione non è tecnica, né legata a esigenze televisive o climatiche. È politica e simbolica. Il 27 settembre coincide con il Remembrance Day azero, giornata nazionale di lutto istituita per commemorare i caduti della Seconda guerra del Nagorno-Karabakh, la cosiddetta Guerra Patriottica. Su richiesta del promoter locale e delle autorità governative, la F1 ha spostato l’intero weekend di un giorno: prove libere il giovedì, qualifiche il venerdì, gara il sabato. Un adattamento che colloca lo sport al servizio delle priorità del Paese ospitante e, più precisamente, di chi è uscito vincitore da quel conflitto.

GP Azerbaijan F1
Il Ministero della Difesa azera che celebra il 27 settembre
Le radici di una contesa secolare
Il Nagorno-Karabakh, regione montuosa del Caucaso meridionale, è territorio internazionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaijan, ma abitato in maggioranza da armeni. La disputa affonda le origini in epoche imperiali e si solidifica sotto l’Unione Sovietica, quando Mosca assegna la regione autonoma all’Azerbaijan pur riconoscendone la composizione etnica armena.

Con il disfacimento dell’URSS, tra il 1988 e il 1994, scoppia la Prima guerra del Nagorno-Karabakh. Le forze armene e locali conquistano non solo la regione, ma anche sette distretti circostanti, creando un’enclave de facto indipendente (Artsakh) e generando centinaia di migliaia di sfollati, soprattutto azeri. Un cessate il fuoco congelato lascia il conflitto irrisolto per un quarto di secolo, con scontri periodici e negoziati fallimentari sotto l’egida del Gruppo di Minsk.

GP Azerbaijan F1
Mappa che evidenzia la regione contesa del Nagorno-Karabakh
La guerra dei 44 giorni
Il 27 settembre 2020 le ostilità riprendono su vasta scala. L’Azerbaijan, rafforzato da investimenti petroliferi, modernizzazione militare e sostegno tecnologico e politico della Turchia, lancia un’offensiva lungo la linea di contatto. In 44 giorni di combattimenti intensi – con impiego massiccio di droni, artiglieria e forze speciali – le truppe azere riconquistano i distretti circostanti e circa un terzo del Nagorno-Karabakh stesso, inclusa la città simbolica di Shusha/Shushi. Il 10 novembre 2020 un accordo mediato dalla Russia pone fine alle ostilità.

L’Armenia accetta la ritirata dai territori conquistati negli anni ‘90; forze di pace russe si dispiegano a garantire il corridoio di Lachin e ciò che resta sotto controllo armeno. Secondo fonti azere, oltre 2.700 militari caddero nel conflitto; le perdite complessive, comprese quelle armene e civili, superano le migliaia.

La vittoria azera non chiude definitivamente la questione dello status politico della regione. Nel settembre 2023 un’ulteriore operazione militare di Baku porta al collasso dell’amministrazione di Artsakh e all’esodo pressoché totale della popolazione armena. Il risultato netto è la riaffermazione del controllo territoriale azero su aree perse da decenni.

Per l’Azerbaijan la Seconda guerra del Nagorno-Karabakh rappresenta la restaurazione dell’integrità territoriale, la fine di un’occupazione percepita come illegittima e un consolidamento del potere interno. Il 27 settembre diventa giorno di ricordo dei “martiri” e di celebrazione nazionale. Per l’Armenia segna una sconfitta militare e politica, con crisi di governo, perdita di territorio e un profondo trauma collettivo. Regionalmente, il conflitto ridisegna gli equilibri: rafforzamento dell’influenza turca, ruolo di garante della Russia, marginalizzazione relativa dei mediatori occidentali. Centinaia di migliaia di persone restano sfollate o rimpatriate in condizioni difficili; le ferite umane e politiche persistono.

GP Azerbaijan F1
Forze militari azere in cerca di sopravvissuti dopo un attacco armeno in una zona residenziale del Paese – Crediti foto: Ismail Coskun/IHA via AP
Lo sport al servizio dei vincitori
La decisione di spostare il GP d’Azerbaijan di un giorno non è neutra. La F1, Circus globale che gira su circuiti finanziati da Stati e sponsor, si adatta alle esigenze del Paese che ospita l’evento e che, da vincitore militare, impone il proprio calendario commemorativo.

Non è la prima volta che il mondiale modifica orari o date per ragioni locali (Ramadan, festività nazionali), ma in questo caso l’adeguamento avviene esplicitamente in nome di una giornata di lutto nata dalla vittoria del 2020. Il sabato di gara a Baku diventa così, indirettamente, un segnale di deferenza verso chi ha riscritto la mappa del Caucaso meridionale con la forza delle armi. Lo sport non giudica i conflitti; si limita, in questo caso, a non interferire con il calendario dei vincitori.

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