Aleppo, la mobilitazione cristiana per i più poveri (Vaticannews 27.12.21)

Vatican News

Prima della guerra, Aleppo era la città più popolosa della Siria, anche più della capitale Damasco. Oggi non è più così: i siriani che sono partiti per cercare un futuro migliore all’estero hanno svuotato la città, che secondo una recente stima ha circa 1,8 milioni di abitanti rispetto ai 4,6 milioni del 2010. In effetti, basta guardare le finestre per vedere il numero impressionante di appartamenti vuoti e abbandonati. La guerra lascerà tracce profonde, visibili e non, nel cuore della città per gli anni a venire.

Case bombardate e completamente distrutte

Quando si arriva da sud, non si notano immediatamente gli effetti distruttivi dei bombardamenti. Durante la guerra, l’esercito siriano ha occupato la zona meridionale della città, mentre i “ribelli” e i “terroristi” hanno occupato i quartieri settentrionali. “Nel sud, non si vede la distruzione – spiega un abitante del posto che vuole rimanere anonimo – perché i terroristi erano meno equipaggiati dell’esercito regolare, avevano meno armi pesanti, quindi hanno fatto meno danni”. “Al contrario – continua – se si va al nord, si vedranno le conseguenze dei bombardamenti aerei dell’esercito russo venuti a sostegno dell’esercito siriano”. L’uomo spiega che è abbastanza facile riconoscere una casa bombardata dal cielo da un’altra danneggiata da un razzo: “Le bombe lanciate dagli aerei appiattiscono totalmente gli edifici, come una torta millefoglie”.

Colpita anche la comunità delle Carmelitane

Una piccola idea delle armi utilizzate ce la danno le religiose carmelitane di Aleppo che, la sera del 22 ottobre 2016, hanno sentito un fischio nell’aria. Suor Anne-Françoise, la superiora, ricorda ancora il missile lungo sei metri, che finì piantato nel giardino del convento senza esplodere. Non si sa da dove provenisse, gli sminatori siriani venuti ad estrarre il dispositivo non hanno rivelato nulla. Ma la religiosa assicura di essere stata protetta da San Giovanni Paolo II, la cui memoria liturgica ricorreva proprio quel giorno.

La fratellanza, antidoto alla distruzione della guerra

Ma il dramma si respira principalmente nella città vecchia, o almeno in ciò che ne rimane. Il quartiere, riconosciuto come patrimonio mondiale dell’Unesco, non esiste più. In effetti, la città vecchia è finita nel fuoco incrociato tra le diverse parti in conflitto. Nulla è stato ricostruito. Le macerie sono ancora lì, accumulate ai lati della strada per consentire il traffico. Le stradine del centro storico sono diventate sentieri fiancheggiati da cumuli di pietre e ogni tipo di spazzatura: plastica, lattine… La condizione degli abitanti di Aleppo è tale che ciò che certamente conta oggi è l’aiuto reciproco, la fratellanza. Tra cristiani, tra cristiani e musulmani, semplicemente tra le persone. La pulizia della città e dei campi circostanti può aspettare, purtroppo.

La testimonianza di padre Hugo Fabian Alvaniz

Nel quartiere più povero di Aleppo, che durante l’assedio era la “zona rossa” da cui nessuno poteva entrare o uscire sia a causa dei posti di blocco, sia a causa dei cecchini appostati negli edifici delle vicinanze, vive da quattro anni un sacerdote argentino. Si chiama Hugo Fabian Alvaniz, ha ricostruito la sua chiesa e sta gradualmente espandendo la sua parrocchia. Certamente padre Hugo non ha manie di grandezza, ma aiuta così tante famiglie che espandersi è una necessità. Ogni giorno, nel seminterrato convertito della parrocchia, infatti, la comunità di volontari accoglie i bambini per un servizio di tutor scolastico. Ci sono laboratori di cucito, di cucina e ogni sorta di attività utili per le 1.200 famiglie che la parrocchia del sacerdote argentino aiuta ogni giorno.

Piccoli “miracoli” quotidiani

Il laboratorio di cucina, in particolare, prepara pasti caldi che vengono anche consegnati a domicilio. La scuola di sartoria, invece, rende i vestiti riutilizzabili. Non si spreca nulla. Come fa con così poco? È quasi un miracolo quotidiano. Quattro anni fa, quando ha iniziato, padre Hugo si occupava di 24 bambini. Oggi ce ne sono più di 500. “Grazie al passaparola, le famiglie sanno che siamo qui”, dice. La parrocchia accoglie anche i sordi e gli audiolesi, è un alveare di attività dalla mattina alla sera, un vero luogo di vita e di fede.

L’associazione “Una goccia di latte”

C’è poi l’associazione “Una goccia di latte” che si trova in una piccola strada di Aleppo. È unica nel suo genere, ed è gestita dai Padri Maristi. Esternamente si vede una piccola e discreta vetrina; all’interno, due giovani in maglietta azzurra. All’apparenza, niente di speciale. Ma questa associazione fornisce, ogni mese, un kg di latte in polvere a 3mila famiglie con bambini piccoli, e latte condensato per i neonati. È l’unica in tutta la città ad offrire un tale servizio. Il latte è fuori portata per la maggior parte delle persone: a 12mila sterline siriane al kg, su un salario medio di 65-70mila sterline, il latte in polvere è decisamente troppo costoso. I giovani dell’associazione sono anche molto attenti al loro metodo di distribuzione: ogni beneficiario è registrato in modo da non ricevere più della quantità assegnata, e ogni chilogrammo donato viene aperto per evitare che venga rivenduto. A questo prezzo, il latte in polvere è praticamente “oro bianco”.

La solidarietà della Chiesa apostolica armena 

L’impegno di tutte le chiese cristiane coinvolge, ovviamente, anche la comunità apostolica armena. Davanti alla loro cattedrale, gli armeni ortodossi distribuiscono ogni giorno pasti caldi agli anziani. La maggior parte dei beneficiari appartengono alla stessa comunità armena, ma anche in questo caso, ai poveri non viene chiesta la loro religione: vengono aiutati, punto e basta. Nei locali della parrocchia, i volontari sono impegnati in cucina a preparare specialità armene, che vengono impacchettate, imbustate e distribuite davanti alla porta dove un buon numero di pensionati è in fila, anche per una chiacchierata. Tutte queste persone sono di una dignità esemplare, ben vestite, le signore hanno i capelli sistemati, nulla fa pensare che siano in una situazione di grande indigenza. “I poveri non chiedono mai”, confida un religioso. “Accettano l’aiuto, ma non vengono a mendicare”. Questo perché si tratta di persone che prima della guerra erano benestanti, come dimostrano il loro abbigliamento e il loro livello di istruzione. Ma dopo dieci anni di conflitto e cinque anni di crisi economica, non hanno più nulla.

Un orfanotrofio per bambini e ragazzi

Al primo piano della cattedrale, la comunità armena ha aperto anche un orfanotrofio per 38 ragazzi e ragazze tra gli 8 e i 22 anni. Ognuno con una storia diversa, un fardello da portare sulle spalle. Marina, 21 anni, è finita qui dopo essere fuggita da Hassaké, nel nord, dove suo padre e suo fratello sono stati uccisi dai miliziani islamisti. Ha altre due sorelle: una vive in Giordania e l’altra a Damasco, ma non sono in condizioni di accoglierla. La loro madre è morta per una grave malattia. In questo orfanotrofio si sono creati dei legami molto forti, i bambini si considerano come fratelli e sorelle, e chiamano i membri del personale “zii”. Quelli che hanno lasciato l’istituto e sono ancora in Siria, spesso tornano qui per le vacanze; gli ex residenti che sono andati a vivere all’estero, invece, mandano soldi per sostenere la struttura.

Gli aiuti della Chiesa greco-ortodossa

Non lontano dalla cattedrale armena, si è organizzata anche la Chiesa greco-ortodossa. La coda di persone inizia sul marciapiede: all’interno viene distribuito del denaro per le famiglie bisognose. I volontari hanno anche appena ricevuto una consegna di scarpe calde per l’inverno. “Tutto quello che si può fare, è stato fatto”, dice un funzionario del centro mentre apre una busta contenente 47mila sterline siriane donate ad una persona anziana. Non molto, quando si sa che un chilo di carne costa di più, e che in assenza di elettricità, bisogna comprare “ampere” a 15mila sterline per ampere alla settimana dai proprietari dei generatori collettivi, appena sufficienti per accendere qualche lampadina, ma non abbastanza per il forno o la lavatrice. Ogni giorno vengono distribuiti anche 800 pasti e il 70 per cento delle persone aiutate ha più di settant’anni. I più giovani sono già andati via, gli anziani cercano di sopravvivere. Aleppo aveva 300mila cristiani prima della guerra, ora ne rimangono solo 20mila. L’aiuto delle Chiese è quindi fondamentale per la gente del posto.

Vai al sito

Turchia-Armenia: a Mosca incontro per ripresa rapporti (Ansamed 27.12.21)

(ANSAmed) – ISTANBUL, 27 DIC – Si terrà in Russia la prima riunione tra i rappresentanti speciali nominati da Ankara e Yerevan per guidare il processo di normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia. Lo ha reso noto il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu.

“Il primo incontro si svolgerà a Mosca, c’è questa volontà da parte dell’Armenia”, ha detto il ministro, senza specificare una data, durante la conferenza stampa di fine anno al ministero degli Esteri ad Ankara. Cavusoglu ha inoltre reso noto che “presto saranno inaugurati voli tra Istanbul e Yerevan”.

Il 14 dicembre Cavusoglu aveva annunciato che Turchia e Armenia avrebbero nominato rappresentanti speciali per condurre un processo di normalizzazione tra i due Paesi e pochi giorni dopo Ankara aveva scelto l’ex ambasciatore turco a Washington, Serdar Kilic, per ricoprire il ruolo. Il confine tra Turchia e Armenia è chiuso dal 1993 a causa del sostegno di Ankara all’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia per la regione contesa del Nagorno-Karabakh.

Nel 2009 fu approvato un protocollo per la normalizzazione dei rapporti che però non fu mai ratificato da Ankara e Yerevan: le relazioni diplomatiche restarono complicate e il confine non venne aperto. Dopo la riconquista di alcuni territori del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian nel conflitto con l’Armenia tra settembre e novembre 2020, Ankara ha manifestato a più riprese la volontà di aprire un processo di normalizzazione con Yerevan. (ANSAmed).


Turchia – Armenia: Mosca ospiterà il primo incontro tra inviati speciali sulla normalizzazione delle relazioni. Collegamento con Mariano Giustino da Ankara (Radio Radicale)

Te Deum laudamus per questo nuovo inizio (a 72 anni) accanto all’indomito popolo armeno (Tempi 27.12.21)

Grazie per l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio di rispondere agli amici armeni dell’Artsakh e dare una mano ad avviare una scuola professionale

Mi è stato chiesto di scrivere il mio Te Deum e non posso che partire dalla pienezza della Gloria di Dio su tutta la terra. La Tua Gloria, che ha investito la mia vita grazie all’incontro prima, con l’esperienza del gruppo parrocchiale di Carate, in un momento confuso della mia vita, poi col movimento di Comunione e Liberazione. Mi ha raggiunto per tramite di persone che hanno favorito la scoperta dei talenti che Dio ci consegna alla nostra nascita, che altrimenti si sarebbero dispersi, restando inespressi nel giorno dopo giorno di una esistenza tranquilla e borghese. O forse, invece espressi in modo dannoso.

Sì, perché i talenti che Dio mi ha consegnato avrebbero potuto anche essere usati male. Solo un incontro affascinante e una compagnia guidata al destino hanno reso possibile scoprirli ed esprimerli in una vita intensa e davvero generosa di occasioni. Occasioni che, grazie all’incontro fatto, ho imparato a guardare con interesse e desideroso di condividerle.

La curiosità di incontrare persone e con loro avviare un lavoro, il coraggio di affrontare non da solo le avversità della vita, il desiderio condiviso con gli amici per avviare una scuola per i nostri figli, con ostacoli che apparivano insuperabili.

Grazie per l’incontro e l’amicizia con Antonia Arslan e il coraggio, a 72 anni, di rispondere, con mia moglie, agli amici armeni dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh nel Caucaso) e dare una mano ad avviare una scuola professionale. Così mi è dato di conoscere una realtà di persone indomite e coraggiose nel difendere la loro cultura, i loro monasteri e la loro aspra e fertile terra. Grazie per questi incontri che mi permettono di sperimentare la Tua grandezza.

«Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum».

RingraziandoTi vorrei chiederTi aiuto per il popolo armeno e protezione per questi tuoi figli, e accogli tutti i giovani che hanno perso la vita in questa guerra permanente con cui si vuole eliminare i cristiani da quei territori dell’Asia prossima all’Europa. Aiuta noi e i nostri amici in questo umile tentativo affinché dove non arriva la politica, col Tuo aiuto arrivino i nostri cuori. Benediciamo e lodiamo il Tuo nome per sempre.

Vai al sito

Davide, dall’Armenia al Salento: una storia di salvezza e amore (Trnews 26.12.21)

LEVERANO- Questa è la storia di una famiglia che, una notte, di nascosto, dopo aver venduto tutto quello che aveva per procurarsi quattro biglietti aerei, è scappata dalla guerra. La guerra in Armenia. Perché il capofamiglia era un soldato e sarebbe stato chiamato di lì a poco a prendere parte a quella guerra, ma con la certezza che non avrebbe mai fatto ritorno a casa vivo. E avrebbe lasciato così sua moglie Armine e i suoi figli, una ragazzina di 14 anni e David, 12 anni, in sedia a rotelle perché affetto da tetraparesi spastica.

È così che si sono lasciati indietro i parenti, gli amici, la loro casa, ogni cosa, per partire alla volta dell’Italia. Volevano vivere.

Dopo due anni a Venezia, grazie al Progetto Rinascita, la famiglia Karapetian è approdata a Leverano. David ora ha 17 anni, parla l’italiano bene come la sua lingua madre. Si sono rivolti a CuoreAmico pregando nel “miracolo”, come lo definiscono loro: quello di avere un’auto attrezzata al trasporto sicuro e comodo di David con la sua sedia a rotelle. C’è un altro appello che lancia mamma Armine: devono immediatamente lasciare la casa che li ha finora ospitati e ne cercano con urgenza un’altra, che sia ovviamente al piano terra e senza barriere all’interno, né scale né gradini.

Siamo certi che il Salento non li deluderà neanche stavolta.

Vai al sito

Santa Susanna, ecco quanti anni ha trascorso in carcere (Interris 25.12.21)

Santa Susanna, martire m. Armenia, 458. Figlia di san Verdan, è educata dai genitori a una grande religiosità. Sposa Vasken, governatore della Georgia armena, che rinnega la fede cristiana quando si reca presso la corte persiana, prende come seconda moglie la madre della regina e si impegna a convertire alla religione persiana la moglie e i figli.

Susanna, saputo che il marito ha rinnegato la vera fede, porta via i figli e prende alloggio in una modesta casa vicino alla chiesa. Quando Vasken, al ritorno, trova la casa vuota, manda il vescovo da Susanna per convincerla a tornare; lei rimprovera il prelato per essersi prestato a fare questo tentativo di riconciliazione con un apostata. Il vescovo le dice allora che, tornando a casa, può calmare il violento marito, che altrimenti riverserà sui fedeli la propria ira.

Susanna vi fa ritorno, ma si rifiuta decisamente di partecipare al banchetto organizzato per festeggiare il rientro di Vasken. Il principe porta Susanna nella sala e la picchia cosi selvaggiamente da crederla morta. Il giorno seguente, quando viene informato che la donna è ancora viva, la fa incatenare e incarcerare. Durante il periodo della carcerazione la Santa viene a sapere che i tre figli sono periti in un’imboscata: ringrazia allora il Signore per averli salvati dall’influsso del loro padre, che ha tradito la vera fede. Passa sei anni in carcere, tutta assorta nella preghiera. Assistono alla sua santa morte autorevoli prelati.

Tratto dal libro “I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire” di Luigi Luzi

Dal disgelo con l’Armenia al default. Il racconto da Istanbul di padre Monge (Formiche 25.12.21)

Conversazione con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Un dialogo che aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, dal momento che la Turchia è uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico

Potrà sembrare strano, ma quello natalizio per la Turchia è un tempo importante in questo 2021, visto il bisogno che ha il Paese di sperare, adesso. Dai tempi del fallito golpe si parla di Turchia per dare ragguagli sulla virata autocratica, sulle interminabili e inquinanti purghe erdoganiane. Ma oggi purtroppo non c’è solo questo sul piatto turco. Non sempre lo si legge, ma è evidente che la Turchia è ormai un Paese a forte rischio default. La pandemia ovviamente ha avuto il suo ruolo, ma i problemi recenti si sono aggravati davanti alla cura economica voluta da Erdogan, che nonostante la svalutazione galoppante della lira turca impone una riduzione dei tassi di interesse anche al costo di rimuovere quattro direttori della Banca centrale in due anni e che sta portando il Paese su un crinale a dir poco spaventoso che neanche gli ultimi interventi sono riusciti a mutare. Parlarne con padre Claudio Monge, che vive a Istanbul dove è Superiore della comunità domenicana, oltre ad essere consultore del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, aiuta a entrare nelle pieghe di una situazione che dovrebbe preoccupare più di quanto non appaia, visto che la Turchia non è una Repubblica delle banane, ma uno dei gangli decisivi per tutto il blocco eurasiatico.

Il suo discorso non può che partire da quelli che definisce gli errori del passato, quando l’Europa, respinta di fatto la Turchia per le manchevolezze in materia di rispetto dei diritti umani, le ha affidato la gestione del fronte più grave e ampio dell’enorme questione migratoria, che riguarda milioni di profughi. Siria, Iraq, Afghanistan attraverso i campi iraniani, sono tutti teatri di crisi che si riverberano direttamente sulla Turchia. Dai dati che padre Monge snocciola a memoria si evince che questo sub-appalto dei nostri confini non è stato neanche gestito male da Ankara, che ha speso realmente gran parte dei fondi europei per i migranti, ma ha creato nel mondo turco una percezione di “ipocrisia” europea, che più o meno suonerà così: “Ma come, noi non saremmo rispettosi dei diritti umani e poi ci subappaltate il capitolo migratorio più scottante, per milioni di profughi?”.

Questo il sentire che possiamo immaginare diffuso e che deve aver avuto presa in anni ancora recenti. Ma ora il “grande fratello turco” è in ginocchio, e quindi sono subentrate altre priorità e quindi altre urgenze. Tra queste padre Monge vede “il nuovo disgelo con l’Armenia”, che torna in primo piano. Rileggendo i termini storici della chiusura della frontiera deve risalire fino al 1993, ma anche qui, ascoltando, emerge che fu l’Armenia a fermare il negoziato avviato nel 2008 e arenatosi definitivamente recentemente. Ora molti vedono l’offerta turca di riaprire il tavolo negoziale, accolta dall’Armenia, come un segnale di attenzione verso gli Stati Uniti. Ma è la grammatica economica di Ankara quella che a lui sembra prevalente.

“Per un Paese che conta di recuperare terreno in economia con le esportazioni, la vitale riapertura del confine orientale con l’Armenia è un tassello decisivo”, e per questo si è indotti a pensare che conti molto di più delle possibili attenzioni per questo o per quell’attore internazionale. Padre Monge sottolinea i perduranti elementi di incomprensione con Washington sulla questione-terrorismo. Il discorso è tanto intricato quanto delicato, riguarda il nord della Siria, dove Ankara vede gli alleati di Washington come “bracci operativi” del PKK, da entrambi ritenuti un gruppo terrorista. Eppure questi gruppi, in particolare le odierne SDF, sono sostenuti da Washington, dai tempi dell’Isis, e questo ostacola la reciproca comprensione. Ascoltando la rappresentazione puntuale dei due punti di vista, evidentemente distanti anche per via del disappunto espresso dalla Turchia dopo il recente rapporto del dipartimento di Stato sul tema, viene naturale pensare che ad Ankara prema l’apertura del confine per motivi commerciali e sapere che Mosca ha mediato il cessato il fuoco tra Armenia e Azerbaijan sarà il punto di ricaduta di “alleanza internazionale” che sembra emergere,  più di quello con Washington.

Ma i tempi dell’importantissimo disgelo con Yerevan non saranno rapidissimi, sebbene padre Monge dica che è di queste ore la reciproca comunicazione dei team negoziali e la stessa comunicazione della riapertura dei voli turchi verso la capitale armena. Ma è la sola prospettiva nuova: basterà a rimettere in piedi la Turchia che dovrebbe votare nel 2023? Il racconto di Istanbul, città vetrina ma anche cassaforte, fa emergere in chi ascolta l’idea di un fallimento politico che accompagna quello economico. Erdogan abbassa i tassi di interesse mentre la lira precipita, confidando nell’export con una ricetta che va contro ogni regola economica ed a fine mese, con un deficit di cassa considerevole, dovrebbe pagare più di dieci miliardi di dollari di debiti e molti di più nel semestre seguente. Ce la farà?

Ecco allora che il racconto di come appaia poco curata Santa Sofia (in foto), dove non si vedono cantieri operativi, induce a domandarsi: avrà fatto bene a Santa Sofia, a Istanbul e alla Turchia la trasformazione in moschea che ha fatto perdere 8 milioni di biglietti annui al prezzo di 25 euro l’uno? Era quanto pagavano i visitatori quando era un museo. Oggi per entrare in moschea non paga nessuno, ovviamente. Così Santa Sofia diviene il simbolo di un fallimento politico, di una prova di forza che ascoltando il racconto di come si viva oggi a Istanbul diviene un test che andava capito soprattutto come prova di debolezza.

Tutto questo nel proseguire del racconto si connette nella mente di chi ascolta con altre prove di forza-debolezza. Lo si evince dalla ricostruzione che fa dell’attenzione che in Francia viene data in queste ore alla questione armena. Ci sono infatti candidati presidenziali che compiono in Armenia il loro primo viaggio all’estero, anche con ricevimenti ufficiali. La questione armena è ovviamente importante, ma non sembrano gli armeni al centro delle preoccupazioni elettorali. Piuttosto una visione forte di una questione religiosa che in realtà è “debole”, perché si appella alle radici comuni non per aiutare ma per aiutarsi indicando i problemi degli altri. In fin dei conti non sarà un discorso analogo al trionfalismo della photo opportunity di Santa Sofia?

Oggi il racconto da Istanbul la descrive come poco fruibile anche per il visitatore, la crisi economica riduce tutti i servizi; e poi, non era stata appena inaugurata a poca distanza la più grande moschea del mondo, almeno secondo le stime ufficiali? Così la gloria trionfalista fa sentire inni di debolezze che chiamano a raccolta non per risolvere, ma pochi racconti sanno aprire orizzonti come quelli di chi non giudica, ma collega i vari elementi. E il quadro che emerge è di estremo allarme: potrà la Turchia davvero procedere così fino alle elezioni del 2023? È un’illusione che Erdogan abbia in mente una exit strategy? O sono le costanti della storia passata quelle che possiamo vedere come nuvole che si addensano su un Paese così importante, o per meglio dire cruciale?

Vai al sito

Prigionieri armeni rilasciati – Un importante risultato ! (Ilnuovoterraglio 25.12.21)

Pubblichiamo comunicato imviato alla nostra redazione dalla Senatrice Orietta Vanin Movimento 5 Stelle:

“Lo scorso 10 dicembre ho aderito con altri 25 parlamentari italiani ad un appello affinché si favorisse il rilascio dei prigionieri di guerra e civili  detenuti a seguito del conflitto nel Nagorno-Karabakh e sul confine tra Armenia e Arzerbaigian.

L’Ambasciatrice Armena in Italia, Tsovinar Hambardzumyan, con una nota ufficiale di ieri, ci ha informati che una parte dei prigionieri armeni sono stati liberati, risultato importante e condiviso.

Noi tutti ci auguriamo che tutti i prigionieri possano presto ritornare dalle loro famiglie, ma sappiamo che la situazione è delicata: tra Arzerbaigian ed Armenia ci sono controversie territoriali che spesso si cerca di risolvere con la forza armata.

Auspico che Governo italiano ed Europa si attivino ulteriormente e che si giunga ad una soluzione negoziata della questione del Nagorno-Karabakh e ad una condizione di pace per la popolazione.

Continueremo a vigliare e a sostenere l’unico importante obiettivo che è la pace e il riconoscimento dei diritti umani di ogni popolazione.

Orietta Vanin
Senatrice del M5s
Commissione Istruzione e Cultura del Senato”

Le donne e gli uomini che stanno portando il cibo e il vino armeno a un livello successivo (Vice.com 24.12.21)

L’Armenia è conosciuta per i suoi paesaggi incredibili e per l’accoglienza, ma da qui a qualche anno si candida a meta gastronomica.

Ammetto candidamente che prima di partire per l’Armenia non ne sapevo moltissimo. Avevo visto le foto dei paesaggi mozzafiato, sì, e conoscevo qualche aspetto della cultura culinaria, come l’abbondanza di verdure e di cognac, ma non mi vergogno nel dire che non avevo chiara l’identità di questa terra.

Entrare in un paese con una cultura che non è popolarmente raccontata sui social media ti pone davanti a molti interrogativi, che nel mio caso si condensavano intorno alla cucina: cosa avrei mangiato? Cosa avrei bevuto? Una cosa l’ho capito quasi subito: ristorazione e realtà vinicole sono un bellissimo work in progress, destinato a rendere l’Armenia non solo una meta per i viaggiatori alternativi, ma un posto unico per assaporare un pezzettino diverso di Europa e Mediterraneo

Leggi di più Vai al sito

Israele, il mondo cristiano lamenta fenomeni di discriminazione religiosa (Eastwest.eu 23.12.21)

I capi delle chiese cristiane di Gerusalemme sono preoccupati per l’aumento degli episodi di discriminazione nei confronti delle diverse comunità cristiane, da parte di quella ebraica. È quanto hanno scritto, nero su bianco, in una denuncia pubblica, i patriarchi della chiesa latina, di quella ortodossa e armena in testa.

Dal 2012, lamentano i religiosi, ci sono stati innumerevoli episodi di aggressioni fisiche e verbali contro sacerdoti e altro clero, attacchi a chiese cristiane, con luoghi santi regolarmente vandalizzati e profanati e continue intimidazioni nei confronti dei cristiani locali che cercano semplicemente di adorare liberamente e di svolgere la loro vita quotidiana. “Queste tattiche – denunciano i leader religiosi – vengono utilizzate da tali gruppi radicali nel tentativo sistematico di cacciare la comunità cristiana da Gerusalemme e da altre parti della Terra Santa”.

Il Patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, uno dei leader della campagna, ha affermato che “in nessun momento della storia umana il futuro delle nostre comunità cristiane è stato più traballante”, aggiungendo che “i gruppi radicali sono intenti a sradicarci dalle nostre case, commerci e luoghi rituali. Invece di essere divisi, dobbiamo unirci per una Terra Santa pacifica e tollerante per tutte le religioni”. È stato anche creato un sito internet, da parte delle chiese cristiane, dove raccogliere e denunciare questi episodi di discriminazione.

A far traboccare il vaso, diversi episodi di discriminazione negli ultimi tempi. In particolare, la decisione del Governo israeliano di impedire, per ragioni di contenimento della pandemia, l’ingresso nel Paese di pellegrini cristiani a differenza di quelli ebrei. Inoltre, la comunità armena, il cui quartiere nella città vecchia è quello più a ridosso del quartiere ebraico, ha denunciato diversi episodi di discriminazione da parte degli ebrei, come aggressioni a religiosi. Le telecamere della chiesa della comunità, hanno registrato anche un ebreo che, passando dinanzi al luogo religioso, ha sputato all’indirizzo della porta e mostrato il dito medio alla telecamera. Sputi e aggressioni verbali, lamentano gli armeni, sono costanti durante le processioni.

Il Governo israeliano però ha rispedito le accuse al mittente, con un comunicato diffuso dall’ambasciata presso la Santa Sede e l’ufficio stampa del Governo di Gerusalemme. “Queste accuse infondate di condotta discriminatoria – scrive il Governo israeliano – sono oltraggiose, false e pericolose. Ci aspettiamo che i leader religiosi non si impegnino e non promuovano discorsi infondati di odio e incitamento che servono solo ad aggiungere benzina sul fuoco dell’antisemitismo e possono portare alla violenza e causare danni a persone innocenti”.

Per dimostrare la giustezza della difesa, il Governo ha diffuso una serie di dati dai quali si evince che la presenza cristiana in Terra Santa è aumentata negli ultimi anni tra i locali. Al momento in Israele vivono circa 182.000 cristiani cittadini israeliani, che rappresentano circa l’1,9% della popolazione dello Stato di Israele. Dai dati diffusi, emerge che la popolazione cristiana è cresciuta dell’1,4% nel 2020. Il 76,7% dei cristiani in Israele sono cristiani arabi che costituiscono il 7,0% della popolazione araba totale di Israele. Il Governo israeliano, che si aspetta “che i leader religiosi rinuncino all’incitamento all’odio e li invitiamo a continuare il dialogo regolare e fruttuoso con il governo israeliano”, ha spiegato che in questo periodo nel quale il Paese si è chiuso, sono stati concessi permessi a molti fedeli e religiosi cristiani, come a quelli ebrei, anche se non è possibile permettere l’ingresso ai pellegrinaggi.

La presenza di questi ultimi, tra l’altro, come rilevano i leader cristiani, contribuisce con 3 miliardi di dollari all’economia israeliana. La mancanza dei pellegrini a Natale è un duro colpo per le istituzioni cristiane e per quelle turistiche, sia di Israele che in Cisgiordania. Qui città come Betlemme, che basano la loro economia sui pellegrini e il turismo, stanno attraversando una crisi senza precedenti. I leader religiosi lamentano anche una ebraizzazione forzata della città vecchia con conseguente cacciata dei cristiani e dei musulmani. Sono infatti molte le organizzazioni ebraiche che, anche con triangolazioni e falsi nomi, pure sfruttando prestanome spesso arabi, acquistano abitazioni di arabi nella città vecchia. Il caso più eclatante è stato quello degli alberghi Imperial e Petra, nel pieno quartiere cristiano e punti di riferimento di pellegrini, che sono stati acquistati da organizzazioni ebraiche e conquistati, condannano alcuni leader cristiani, con inganni e aiuti da parte delle autorità israeliane. I nuovi proprietari, stanno ora mandando via gli arabi che abitano la zona e dando ricovero a ortodossi ebrei.

Vai al sito

Junior Eurovision 2021: l’EBU chiede spiegazioni alla TV azera sulla censura dell’esibizione armena (Eurofestivalnews 23.12.21)

L’EBU (European Broadcasting Union) interviene sulla questione della censura di Ictimai TV riguardante l’esibizione di Maléna con Qami Qami in rappresentanza dell’Armenia.

I commentatori della tv azera avevano parlato sopra tutti i tre minuti dell’esibizione live compiendo una vera e propria censura. Non solo, una volta che Maléna è stata proclamata vincitrice del concorso, i commentatori azeri non hanno nemmeno pronunciato il nome dell’Armenia e si sono soffermati sui successi del proprio paese, in particolare sulla vittoria all’Eurovision Song Contest 2011 del duo Ell & Nikki con Running Scared.

A pubblicare i video del commento azero allo Junnior Eurovision 2021 è stato l’account Twitter ESCDiscord.

La diffusione del video – e relative discussioni in merito – non sono passate inosservate e l’EBU è intervenuta sul tema con queste parole:

L’EBU è stata informata di questa questione e sta attualmente chiedendo chiarimenti al suo membro azero Ictimai TV. Le regole dello Junior Eurovision Song Contest insistono sul trattamento equo, rispettoso e paritario di tutti i partecipanti e ci impegniamo a garantire che siano seguiti da tutti coloro che partecipano all’evento.

Un astio, quello tra l’Armenia e l’Azerbaigian, che affonda le radici nel lontano 1991 quando l’URSS si scoglie e la regione del Nagorno-Karabakh si autoproclama indipendente, col nome di Repubblica dell’Artsakh.

Già tre anni prima, però, la popolazione locale era insorta contro l’avanza azera su quel territorio. Da lì in poi l’Armenia e l’Azerbaigian hanno continuato a darsi battaglia e, come abbiamo già spiegato, ogni occasione è buona per ricordare all’Europa l’inimicizia dei due Stati.

Difficile prevedere quali provvedimenti prenderà L’EBU ma probabilmente Ictimai TV non rischia nulla di grosso: forse una multa e una diffida.

Vai al sito