Relazioni Iran-Armenia: Intervista con S.E. Khalil Shirgholami (SpecialeEuroasia 16.06.26)

La recente missione ufficiale di SpecialEurasia a Yerevan in occasione dello Yerevan Dialogue 2026 ha rappresentato un’opportunità unica per confrontarsi direttamente con gli attori regionali in un momento di profonda trasformazione geopolitica.

Nel corso della visita, SpecialEurasia ha incontrato S.E. Khalil Shirgholami, Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Repubblica d’Armenia, la cui prospettiva risulta essenziale per comprendere le dinamiche in evoluzione nel Caucaso Meridionale.

In questa intervista esclusiva, l’Ambasciatore riflette sulla profondità civilizzazionale delle relazioni irano‑armene, sulle ambizioni strategiche alla base del prossimo Comprehensive Strategic Partnership Agreement e sull’impegno condiviso a tutelare la stabilità regionale in un contesto di crescenti pressioni globali. Il rappresentante iraniano affronta inoltre le sfide poste da attori esterni, le realtà che si celano dietro le percezioni internazionali dell’Iran e i corridoi economici che potrebbero ridefinire la connettività dal Golfo Persico al Mar Nero.

Dalle parole di S.E. Shirgholami emerge una visione della cooperazione bilaterale radicata non solo nella diplomazia, ma in un legame culturale millenario che continua a influenzare scelte politiche, strategie economiche e architetture di sicurezza regionale.

Questa conversazione offre una preziosa chiave di lettura su come Teheran ed Yerevan immaginano la loro futura partnership: un rapporto fondato su chiarezza strategica, rispetto reciproco e una determinazione condivisa a garantire pace e prosperità ai rispettivi popoli.

Eccellenza, la diplomazia viene spesso osservata attraverso il prisma tecnico dei trattati e dei confini, ma nella sua essenza, il rapporto tra Iran e Armenia rappresenta un ponte tra due civiltà millenarie che hanno convissuto e si sono arricchite a vicenda nel corso dei secoli. In un’epoca di rapidi cambiamenti globali e di pressioni esterne, Teheran come intende valorizzare questa profonda eredità storica e culturale per garantire che i legami bilaterali rimangano non soltanto una necessità politica, ma un esempio vivente di solidarietà civilizzazionale per l’intera regione?

“Come ha giustamente osservato, le relazioni tra i paesi possono fondarsi su logiche diverse: una logica di natura convenzionale e pattizia, oppure una logica di carattere civilizzazionale e culturale. Le relazioni tra Iran e Armenia si radicano, come ha esattamente indicato, in un legame civilizzazionale e culturale tra i due popoli, che affonda le proprie radici in un passato remoto.

Questo legame civilizzazionale eleva le relazioni al di sopra di meri interessi contingenti o di breve periodo, creando vincoli e motivazioni che conferiscono profondità e spessore al rapporto. Le relazioni si dispiegano così all’interno di un contesto storico e di civiltà che può costituire un modello per i rapporti dell’Iran con gli altri paesi della regione, inclusi quelli del Caucaso meridionale.

Inoltre, tale solidarietà storico-culturale si traduce in una maggiore capacità di integrazione e cooperazione, garantendo che gli interessi reciproci di entrambe le parti (i due popoli e le nazioni chiamate a collaborare) vengano perseguiti con maggiore profondità all’interno di questo contesto, producendo in ultima analisi benefici duraturi per entrambi.”.

Eccellenza, Iran e Armenia condividono un confine che non soltanto si è mantenuto nel corso dei secoli, ma ha prosperato creando stabilità in un contesto regionale turbolento. Mentre entrambe le nazioni si apprestano a sottoscrivere un Accordo di Partenariato Strategico Globale nel 2026, come immagina che questo documento possa far evolvere il rapporto da una semplice “vicinanza solidale” verso una vera e propria alleanza strategica integrata per i prossimi cinquant’anni?

“Le relazioni tra Iran e Armenia sono speciali e distinte; possiedono molteplici dimensioni e si sviluppano attraverso canali differenti. Al contempo, abbiamo raggiunto una fase di maturità nel nostro rapporto che rende necessario un documento capace di definire tali relazioni in una prospettiva di lungo periodo e strategica e, di fatto, di istituzionalizzarle.

Il Documento di Partenariato Strategico Globale è in fase di elaborazione con questo preciso obiettivo: fungere da tabella di marcia per le relazioni nei decenni a venire. Esso si propone di definire le varie dimensioni del rapporto attraverso una visione di lungo respiro e di carattere strategico, affinché i politici e gli uomini di stato di entrambi i paesi abbiano contezza di quale sia la rotta da seguire, il percorso guida e le finalità ambiziose che ci attendono nel prosieguo delle relazioni irano-armene. Le relazioni potranno così trascendere il semplice legame di vicinato e approdare a una struttura fondata sul pensiero strategico, definendo in modo duraturo tutte le dimensioni del rapporto.”.

L’Iran ha dichiarato con fermezza le proprie “linee rosse”” riguardo ai mutamenti geopolitici e alla sovranità dei confini nel Caucaso meridionale. Nel contesto dell’iniziativa promossa dall’amministrazione Pashinyan definita “Crocevia della Pace”, come possono Armenia e Iran garantire che le nuove rotte di transito rimangano strumenti di prosperità regionale, anziché trasformarsi in teatri di influenza di potenze esterne che non necessariamente condividono gli interessi della regione?

“Sì, l’Iran ha dichiarato in precedenza e con chiarezza la propria linea rossa riguardo a qualsiasi mutamento geopolitico e dei confini nella regione del Caucaso meridionale. Qualsiasi iniziativa destinata ad essere attuata nella regione deve riconoscere l’importante realtà che i cambiamenti geopolitici e delle frontiere sono inaccettabili.

La presenza di attori non locali ed esterni nella regione, unitamente agli obiettivi e agli interessi che essi perseguono, non conduce necessariamente alla pace, alla prosperità e allo sviluppo. Al contrario, può trasformare quest’area in un terreno di competizioni distruttive e negative, generando profonde fratture tra gli attori e i paesi della regione.

Pertanto, nell’ambito di qualsiasi iniziativa concernente il transito e i corridoi nella regione, è necessario riconoscere le realtà esistenti, tenere nella debita considerazione gli interessi degli attori intraregionali e definire con chiarezza la cooperazione di questi ultimi nei programmi di sviluppo, anche nel campo del transito e della connettività.

Occorre inoltre prevenire la possibilità che attori extraregionali sfruttino le opportunità emerse di recente per scopi di carattere securitario. Questa è la linea rossa dell’Iran.

Al contempo, pur ritenendo che una maggiore apertura e connettività possa contribuire allo sviluppo della regione del Caucaso meridionale, Teheran mantiene con fermezza che tali considerazioni di primaria importanza debbano essere assolutamente tenute in conto.”.

L’Iran è spesso ritratto attraverso una lente molto specifica nei media occidentali, eppure la sua presenza diplomatica a Yerevan suggerisce una politica di pragmatismo e di integrazione regionale. In qualità di diplomatico di carriera, come gestisce il divario tra queste percezioni internazionali e la realtà concreta della cooperazione amichevole irano-armena?

“La realtà è che campagne di disinformazione e percezioni distorte riguardanti l’Iran sono in corso da lungo tempo e persistono tuttora. Le realtà dell’Iran e le realtà delle sue politiche sono state ignorate. Nel contesto delle relazioni del nostro Paese con l’Armenia, che Lei ha giustamente caratterizzato come improntate al pragmatismo e all’impegno per l’integrazione regionale, la realtà è che Teheran adotta il medesimo approccio nei confronti di tutti i suoi vicini.

La politica di buon vicinato costituisce il pilastro centrale della politica estera iraniana. Le percezioni distorte di altri, o i loro interessi illegittimi nel creare divisioni regionali e seminare discordia tra gli attori della regione, rappresentano purtroppo un fenomeno nefasto e negativo che ha acuito le fratture e generato problemi e sfide tra i paesi.

Le relazioni irano-armene si fondano su basi concrete: i legami storici e civilizzazionali, gli interessi strategici e i benefici dei due popoli, nonché la geopolitica, ovvero gli imperativi e le opportunità imposte dalla nostra collocazione geografica e caratteristica territoriale. Indipendentemente da ciò che altri possano percepire al riguardo, questa traiettoria continua a svilupparsi e disponiamo di piani ambiziosi per approfondirla ulteriormente in futuro.”.

Con un’economia globale che fronteggia un’elevata volatilità a causa dei recenti conflitti, il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud e gli scambi gas-elettricità sono diventati arterie vitali. Nel corso degli Yerevan Dialogue 2025 è stata altresì messa in risalto la proposta di un corridoio di transito che colleghi l’Iran al Mar Nero attraverso l’Armenia. Al di là di questi progetti già in corso, quali nuove frontiere di cooperazione economica ritiene possano rendere il partenariato armeno-iraniano più resiliente di fronte alle pressioni economiche esterne?

«Sì, esistono significative potenzialità tra Iran e Armenia che non sono ancora state attivate e che potrebbero essere inserite nell’agenda dei due paesi. Una delle più importanti, nell’ambito dello sblocco delle rotte in direzione sia Est-Ovest che Nord-Sud, è la possibilità di un collegamento ferroviario dall’Iran attraverso la rotta di Jolfa, passando per il Nakhchivan fino a Yerevan in Armenia, con proseguimento verso la Georgia e i porti del Mar Nero. Ciò potrebbe creare un’enorme capacità come uno dei rami del Corridoio Nord-Sud, consentendo il collegamento del Golfo Persico e del Mare di Oman al Mar Nero.

L’India ha siglato un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, che nel suo insieme rappresenta una popolazione di due miliardi di persone, e la capacità di transito di Iran, Armenia e Georgia può coprire una quota sostanziale di questo commercio. Pertanto, qualora si riuscisse ad attivare questa capacità di transito tra Iran, Armenia e Georgia, ne deriverebbero enormi benefici per tutti e tre i paesi.

Alcune delle pressioni economiche o delle sanzioni economiche illegittime contro l’Iran esistono e persistono da decenni; tuttavia, i paesi della regione hanno nel contempo raggiunto un nuovo livello di consapevolezza e maturità, comprendendo che devono perseguire gli interessi dei propri popoli in modo indipendente dalle pressioni dell’uno o dell’altro attore, e adoperarsi per conseguire il massimo vantaggio per i propri paesi.”.

Alla luce del trauma dei conflitti recenti che hanno colpito sia il Caucaso che il Golfo Persico, qual è il Suo messaggio ai popoli armeno e iraniano che auspicano una conclusione definitiva al ciclo di violenza? In che modo la visione iraniana per un formato regionale “3+3” offre un percorso migliore verso la pace?

“L’impegno prioritario e vitale dell’Iran è stato quello di garantire che la guerra aggressiva condotta contro il nostro Paese non avesse un impatto negativo sulla regione dei nostri confini settentrionali e sul Caucaso meridionale. Data l’importanza che attribuiamo agli interessi e al benessere dei nostri vicini, ogni sforzo dell’Iran è stato orientato a ridurre al minimo assoluto le ricadute negative di questo conflitto sulla regione del Caucaso meridionale.

Abbiamo comunicato questo anche ai nostri amici armeni e ci siamo adoperati con grande impegno affinché le interazioni tra i nostri due paesi, la connettività frontaliera e i viaggi reciproci mantenessero le loro condizioni di normalità per quanto possibile. Teheran non ha mai cercato la guerra e il conflitto, né lo fa ora. L’Iran è stato oggetto di un’aggressione e si è difeso.

Teheran è sempre stata pronta a perseguire la logica della diplomazia nell’ambito di un quadro equo. Questa politica è tuttora valida e, se non fosse per le richieste eccessive degli Stati Uniti, la capacità di instaurare la pace esisterebbe naturalmente. Tuttavia, indipendentemente dal fatto che si raggiunga o meno una pace sostenibile, la sicurezza della regione del Caucaso meridionale e la sicurezza dell’Armenia rimangono per noi una priorità importante e imprescindibile.”.

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Intervista all’ambasciatore iraniano in Armenia: cooperazione, sicurezza e nuove prospettive nel Caucaso meridionale (Notizie Geolopolitiche)

Biennale, al Padiglione dell’Armenia l’artista Zadik Zadikian lavora direttamente davanti al pubblico (Finestresullarte 15.06.26)

Fino al 22 novembre 2026 il Padiglione dell’Armenia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ospita The Studio, progetto personale dell’artista Zadik Zadikian (Erevan, 1948) che trasforma lo spazio espositivo in un laboratorio creativo permanente. La partecipazione nazionale armena propone infatti un’esperienza in cui il processo di produzione artistica diventa esso stesso opera, mettendo il pubblico a diretto contatto con la nascita, l’evoluzione e la trasformazione delle forme. Il progetto è presentato dalla Repubblica di Armenia con la commissaria Svetlana Sahakyan e la curatela condivisa di Tony Shafrazi e Tina Chakarian. La mostra è ospitata all’interno dell’Arsenale Militare di Venezia, un complesso che per oltre nove secoli ha rappresentato il cuore della potenza navale veneziana e che, per l’occasione, si trasforma in uno spazio dedicato alla riflessione sul fare artistico, sulla materia e sulla continua ridefinizione dell’opera.

Al centro dell’iniziativa vi è la figura di Zadik Zadikian, artista nato a Erevan nel 1948, la cui ricerca attraversa oltre cinquant’anni di attività. Con The Studio l’autore propone una riflessione sul significato dello studio d’artista, sottraendolo alla tradizionale dimensione privata per renderlo un luogo aperto, condiviso e osservabile. Durante l’intero periodo della Biennale, infatti, il pubblico assisterà direttamente alla realizzazione delle opere, seguendo un processo creativo che non si conclude con l’inaugurazione ma prosegue quotidianamente fino alla chiusura della manifestazione.

Padiglione dell'Armenia alla Biennale di Venezia 2026
Padiglione dell’Armenia alla Biennale di Venezia 2026

L’esposizione si sviluppa come uno studio pienamente operativo. All’interno del padiglione, Zadikian e i suoi collaboratori realizzeranno centinaia di elementi in gesso che verranno progressivamente colati, assemblati, smontati e ricomposti. I principali materiali utilizzati saranno mattoni in gesso di differenti dimensioni e pigmentazioni, destinati a formare strutture composite in continua trasformazione. Ogni installazione nasce dall’accostamento e dalla sovrapposizione di singole unità modulari che restano sempre mobili e indipendenti. Questa caratteristica consente una continua ridefinizione dell’opera e rende il cambiamento una componente essenziale del progetto. Nulla viene fissato in maniera definitiva: ogni configurazione può essere modificata, ampliata o reinterpretata nel corso dei mesi, sottolineando il carattere dinamico della creazione artistica.

La scelta del mattone come elemento fondante della ricerca di Zadikian affonda le proprie radici in un episodio risalente alla fine degli anni Settanta. In quel periodo l’artista collaborava con Tony Shafrazi, figura centrale del mercato internazionale dell’arte contemporanea e oggi co-curatore del padiglione. La loro relazione professionale ebbe inizio a Teheran, in occasione della prima mostra personale di Zadikian ospitata nella neonata galleria di Shafrazi, poche settimane prima della caduta dello Shah e dell’inizio delle profonde trasformazioni politiche e sociali che avrebbero interessato l’Iran.

Fu proprio durante quel soggiorno che il giovane artista osservò un gruppo di operai impegnati nella produzione di mattoni d’argilla in un impianto situato a circa trecento chilometri dalla capitale iraniana. Gli uomini impilavano con precisione i manufatti lasciandoli essiccare all’aria aperta. Quella scena colpì profondamente Zadikian, che in seguito avrebbe ricordato di essere rimasto affascinato dalla capacità di creare forme assimilabili a sculture senza avere consapevolezza di star producendo arte.

Da quel momento il mattone è diventato un elemento centrale della sua poetica. La ripetizione del gesto, la serialità della produzione, il rapporto tra lavoro manuale e costruzione collettiva sono temi che hanno accompagnato l’intero percorso dell’artista e che oggi trovano una nuova sintesi nel progetto veneziano. The Studio si colloca inoltre all’interno di una tradizione artistica che dialoga con alcune delle principali esperienze del modernismo e del post-minimalismo. L’utilizzo di moduli ripetuti, l’attenzione alla presenza fisica dell’opera e il rapporto tra forma e spazio richiamano infatti le ricerche di artisti come Richard Serra, Sol LeWitt e Carl Andre. Tuttavia, il progetto non si limita a una riflessione formale, ma estende il discorso alla dimensione sociale e relazionale dell’arte.

Zadik Zadikian
Zadik Zadikian

Attraverso la visibilità del processo produttivo, Zadikian mette in discussione l’idea dello studio come luogo separato dal pubblico e intende ridefinire la pratica artistica come esperienza condivisa. I visitatori non osservano semplicemente un’opera conclusa, ma diventano testimoni di una trasformazione continua che rende evidente il lavoro, il tempo e le scelte che stanno alla base della creazione. In questo senso, The Studio vuole richiamare anche alcune esperienze legate alla Pop Art e alle celebri factory degli anni Sessanta e Settanta, in particolare quella fondata da Andy Warhol. Se però in quei contesti la produzione artistica assumeva spesso una dimensione spettacolare e mediatica, il progetto di Zadikian si concentra sulla manualità, sulla continuità del lavoro e sulla costruzione lenta delle forme.

Con The Studio, il Padiglione della Repubblica di Armenia propone quindi una riflessione sul fare artistico che supera la distinzione tradizionale tra opera e processo. L’installazione si presenta come un organismo in continua evoluzione, destinato a modificarsi giorno dopo giorno attraverso il lavoro dell’artista e dei suoi assistenti. Il pubblico sarà chiamato a confrontarsi non soltanto con gli oggetti prodotti, ma con il loro stesso divenire.

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Armenia: opposizione contesta i risultati elettorali (L’Antidiplomatico 15.06.26)

Centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alla Commissione Elettorale Centrale (CEC) dell’Armenia, chiedendo l’annullamento dei risultati delle elezioni parlamentari a seguito della repressione dell’opposizione e delle accuse di brogli elettorali.

Domenica, la CEC ha annunciato i risultati definitivi delle elezioni, con il partito di governo filo-europeo Contratto Civile (CICT) che ha ottenuto il 49,74% dei voti. Il blocco Armenia Forte, fondato dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, si è classificato secondo con il 23,27%, mentre Alleanza Armenia ha ottenuto il 9,92%.

Armenia Prospera ha ricevuto solo il 3,98%, mancando di poco la soglia del 4% necessaria per entrare in Parlamento. Tutti e tre i partiti di opposizione sono euroscettici e sostengono legami più stretti con la Russia, che rimane il principale partner commerciale e fornitore di energia dell’Armenia.

Mentre la CEC elaborava i risultati e rispondeva alle numerose richieste di riconteggio, gli attivisti di Armenia Forte, Armenia Prosperosa e molti altri partiti si sono riuniti fuori dall’edificio. Come si evince dai video apparsi in rete, le proteste si sono svolte pacificamente, con una forte presenza della polizia sul posto.

Roman Kosarev di RT, riferendosi alle proteste, ha osservato che molti manifestanti credono di essere stati “imbrogliati o addirittura derubati” e che il primo ministro Nikol Pashinyan “ha fatto di tutto per usurpare il potere”.

I rappresentanti dei partiti di opposizione hanno boicottato la sessione della CEC, accusando il suo presidente, Vahagn Hovakimyan, di lavorare essenzialmente per Contratto Civile e di minare la democrazia. Le immagini riprese sul posto mostravano anche i membri di Contratto Civile che uscivano dalla CEC, mentre i manifestanti gridavano “Vergogna!”.

Sebbene la CEC abbia ricontato i voti in 637 seggi elettorali su oltre 2.000, si è rifiutata di farlo in tre seggi specifici, sostenendo che tale operazione non avrebbe influito sui risultati complessivi, scatenando accuse di illegalità nei confronti del rifiuto.

Armenia Prospera è stata tra le forze più attive nel chiedere proteste, poiché la sua potenziale entrata in parlamento dipendeva da poche decine di voti. In una precedente manifestazione, i rappresentanti del partito hanno accusato la commissione di “trucchi aritmetici” e hanno consegnato a Hovakimyan acquerelli, pennelli e carta, in un chiaro riferimento al fatto che stesse presumibilmente falsificando i risultati.

Nel frattempo, l’opposizione è stata oggetto di repressione prima, durante e dopo le elezioni. Il 6 giugno, il giorno prima delle elezioni, sei candidati di Armenia Forte sono stati arrestati con l’accusa di compravendita di voti e riciclaggio di denaro, e decine di altri attivisti sono stati arrestati durante le elezioni. Dopo il voto, le autorità armene hanno incriminato più di 100 persone, la maggior parte delle quali per presunta corruzione elettorale.

Inoltre, l’ufficio dell’ex presidente Robert Kocharyan, leader di Alleanza Armenia, ha dichiarato domenica che gli è stato vietato di lasciare il paese, senza fornire alcuna spiegazione.

Allo stesso tempo, il Primo Ministro Nikol Pashinyan si è scagliato contro i suoi oppositori, affermando che il prossimo compito politico chiave del governo sarebbe stato quello di “privare letteralmente” i candidati dell’opposizione alla carica di Primo Ministro delle loro proprietà.

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Risultati finali delle elezioni in Armenia: il partito di Pashinyan ottiene la maggioranza (Notizie da Est 15.06.26)

La Commissione Centrale delle Elezioni dell’Armenia ha annunciato i risultati finali delle elezioni parlamentari tenutesi il 7 giugno.

Tre forze politiche hanno conquistato seggi nel parlamento:

  • il partito Civil Contract al governo guidato dal primo ministro Nikol Pashinyan;
  • l’alleanza Strong Armenia, guidata dall’imprenditore russo Samvel Karapetyan;
  • l’alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan.

Prosperous Armenia, il partito dell’imprenditore Gagik Tsarukyan, ha ottenuto il 3,9893% dei voti e non è riuscito a superare la soglia del 4%.

La Commissione Centrale delle Elezioni ha invalidato i risultati in tre delle 2.005 stazioni di voto dell’Armenia. Tuttavia, la commissione non terrà nuove votazioni in tali sedi. Il presidente della commissione ha dichiarato che le violazioni non avrebbero potuto influire sull’esito complessivo delle elezioni.

L’opposizione non è d’accordo. Sei gruppi di opposizione, tra cui Prosperous Armenia, hanno emesso una dichiarazione congiunta dopo il voto. Hanno affermato che «violenze sistematiche e organizzate si sono verificate durante le elezioni, influenzando in modo significativo la libertà di scelta degli elettori e le condizioni per una concorrenza politica leale».

Secondo la legge armena, i partiti politici possono contestare i risultati finali delle elezioni di fronte alla Corte Costituzionale. Levon Kocharyan, rappresentante dell’alleanza Armenia, ha già annunciato piani per presentare un ricorso. Anche i gruppi d’opposizione intendono discutere «altre modalità di lotta».

Secondo l’analista politico Robert Ghevondyan, un ricorso alla Corte Costituzionale segnerà la prima volta dalla rivoluzione del 2018 in cui forze politiche hanno contestato i risultati delle elezioni.

«Ritengo improbabile che i risultati delle elezioni siano dichiarati non validi e che si svolgano nuove elezioni. Tuttavia, data la situazione politica, tale possibilità esiste ancora», ha affermato.

Ghevondyan ritiene che il nuovo parlamento continuerà le «tradizioni» della precedente legislatura, in cui i partiti di opposizione si sono concentrati sul interrompere il lavoro parlamentare piuttosto che parteciparvi. Si aspetta di vedere «disordini, tensione, dispute e spettacoli teatrali» nel nuovo parlamento.

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La protesta si svolge accanto alla sessione della CEC

Rappresentanti di tre partiti che hanno preso parte alle elezioni — le alleanze Strong Armenia e Armenia, nonché il partito Prosperous Armenia — hanno inscenato una protesta davanti alla Commissione Centrale delle Elezioni. Chiedevano che le autorità annullassero i risultati delle elezioni e tenessero un nuovo voto. I gruppi di opposizione sostenevano che si fossero verificati «violazioni di massa» durante il processo elettorale.

«L’unico fenomeno diffuso registrato durante queste elezioni è stata la distribuzione di tangenti su larga scala per l’acquisto di voti», ha detto Arusyak Julhakyan, rappresentante del partito al governo, durante la sessione della CEC.

Tutta la campagna elettorale, il giorno delle elezioni e nel suo seguito, il Comitato Anti-Corruzione ha segnalato decine di presunti casi di acquisto di voti. Tutti coinvolgevano tre forze d’opposizione. Gli investigatori hanno aperto fascicoli penali e arrestato diverse persone.

Julhakyan ha sottolineato che le autorità avevano pienamente garantito i diritti elettorali dei cittadini durante il voto.

Intanto, Iveta Tonoyan di Prosperous Armenia ha detto che «lo scopo della decisione della CEC è impedire a Prosperous Armenia di entrare nel parlamento». Ha sostenuto che una persona — il primo ministro Pashinyan — controlla la commissione.

«Alle stazioni di voto in cui le autorità hanno invalidato i risultati, Prosperous Armenia ha ottenuto più di 200 voti. Se i funzionari avessero contato quei voti, il partito sarebbe entrato nel parlamento e Civil Contract avrebbe perso la sua maggioranza di tre quinti. Eppure la CEC sostiene che ciò non avrebbe avuto un impatto significativo sui risultati finali,» ha detto Levon Kocharyan dell’alleanza Armenia.

Una maggioranza di tre quinti in parlamento consentirà al partito al governo di adottare o modificare leggi costituzionali da solo, inclusi i codici elettorale e giudiziario. Permetterà inoltre al partito di eleggere l’ombudsman e nominare giudici alla Corte Costituzionale e alla Corte di Cassazione senza il sostegno dell’opposizione.

«Il piano B della Russia è stato attivato»: analisi dei risultati elettorali preliminari dell’Armenia

Il partito di Pashinyan ha vinto, ma anche due forze pro-Russia sono entrate nel parlamento. L’analista politico Robert Ghevondyan afferma che questo è stato l’obiettivo minimo di Mosca nelle elezioni

Quanti voti ha ottenuto il partito al governo e le forze di opposizione?

Secondo la dichiarazione finale della Commissione Centrale delle Elezioni, il partito Civil Contract al governo ha ottenuto 726.819 voti, ovvero il 49,7456% del totale dei voti.

Le tre forze di opposizione che cercano rappresentanza parlamentare hanno ottenuto i seguenti risultati:

  • alleanza Strong Armenia — 340.006 voti (23,2710%);
  • alleanza Armenia — 144.983 voti (9,9231%);
  • partito Prosperous Armenia — 58.287 voti (3,9893%).

Dopo che i funzionari hanno condotto un riconteggio a seguito della pubblicazione dei risultati preliminari, i totali di voto per tutti i partiti sono diminuiti di poco. Tuttavia, l’aggiustamento ha avuto un impatto significativo solo su Prosperous Armenia, che non è riuscito a superare la soglia del 4%.

Il partito al governo terrà 64 seggi su 105

Durante una sessione tenutasi la sera del 14 giugno, il presidente della CEC, Vahagn Hovakimyan, ha annunciato la ripartizione dei mandati parlamentari:

  • Civil Contract — 61 seggi;
  • alleanza Strong Armenia — 28 seggi;
  • alleanza Armenia — 12 seggi.

Ha anche annunciato che Civil Contract avrebbe ricevuto tre seggi aggiuntivi riservati alle minoranze nazionali, rappresentanti le comunità yezide, russe e curde. Strong Armenia riceverà un seggio in più riservato a una minoranza, rappresentante la comunità assira.

Di conseguenza, Civil Contract detiene 64 seggi sui 105 del parlamento, Strong Armenia avrà 29 seggi e l’alleanza Armenia avrà 12 seggi.

«La decisione entra in vigore al momento della pubblicazione e può essere impugnata davanti alla Corte Costituzionale entro le 18:00 del quinto giorno successivo alla pubblicazione», ha detto il presidente della CEC.

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Perché non ci sarà un voto di ripetizione? La spiegazione della CEC

La Commissione Centrale delle Elezioni dell’Armenia ha invalidato i risultati delle elezioni in tre stazioni di voto.

Alle stazioni di voto 35/65 e 10/51, la commissione ha agito dopo che i rappresentanti dell’alleanza Strong Armenia si erano lamentati che il personale militare aveva votato dopo le 20:00.

Alla stazione di voto 12/13, la commissione ha citato l’assenza di schede per il partito Pole Democratico Nazionale.

«La commissione non dovrebbe automaticamente convocare nuove elezioni dopo aver annullato i risultati in una stazione di voto. Quando si prende una tale decisione, la CEC deve tenere conto sia della protezione della volontà genuina degli elettori sia della legittimità dei risultati elettorali,» ha detto la commissione.

La CEC ha giustificato la sua decisione di non tenere un voto di ripetizione come segue:

«La scelta di un elettore potrebbe non riflettere più le sue preferenze politiche originarie o la libertà di espressione. Invece, gli elettori potrebbero calcolare come influenzare risultati già noti. Questo rischio è comunemente descritto come voto tattico.»

«Poiché il voto tattico può verificarsi, un voto di ripetizione non garantisce un esito elettorale equo.»

La commissione ha inoltre sostenuto che un voto di ripetizione potrebbe violare il principio di uguaglianza degli elettori, poiché un gruppo di elettori si troverebbe in condizioni significativamente diverse da tutti gli altri.

Secondo la CEC, le autorità non dovrebbero indire nuove elezioni se «non possono garantire un esito libero, uguale e giusto».

«Rifiutando di indire un voto di ripetizione, la commissione non ignora la violazione. Piuttosto, nega una misura che potrebbe distorcere ulteriormente la volontà degli elettori», ha detto la commissione.

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«Dopo la vittoria di Pashinyan, la Russia ha solo una carta rimasta nel Caucaso — il governo georgiano»

 

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Dichiarazione dell’opposizione: «I risultati ufficiali non riflettono la volontà del popolo»

Sei forze di opposizione che hanno partecipato alle elezioni — le alleanze Strong Armenia e Armenia, nonché Prosperous Armenia, Bright Armenia, Armenian National Congress e National Democratic Pole — hanno emesso una dichiarazione congiunta.

Hanno sostenuto che «violenze sistematiche e organizzate» si sono verificate durante l’intero processo elettorale, tra cui:

  • l’uso diffuso di risorse amministrative e pressione;
  • persecuzione politica e arresti;
  • ostruzione deliberata delle sedi della campagna d’opposizione;
  • abuso di strumenti informativi e di campagna;
  • invalidazione selettiva dei risultati del conteggio dei voti.

«Le cifre ufficiali non riflettono la reale volontà del popolo né i risultati effettivi delle elezioni. I risultati registrati in tali condizioni non possono costituire la base per formare un governo legittimo che goda della fiducia della maggioranza della popolazione», ha detto la dichiarazione.

L’opposizione ha anche sostenuto che Nikol Pashinyan e il suo «regime» portano «piena responsabilità per qualsiasi ulteriore escalation della situazione» nel paese.

Allo stesso tempo, i leader dell’opposizione hanno detto che agiranno esclusivamente nel rispetto della Costituzione, della legge e dei principi democratici.

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«Chi ha distribuito tangenti elettorali non avrà altre possibilità» – Pashinyan

«Secondo la logica di alcune persone, la Repubblica di Armenia dovrebbe scusarsi con coloro che hanno distribuito tangenti elettorali perché tali tangenti non si sono completamente tradotte nei risultati elettorali. Pertanto, ritengono che queste forze dovrebbero ricevere una seconda, una terza, una quarta e una quinta possibilità», ha detto il primo ministro armeno.

Ha descritto tale logica come assurda. Pashinyan ha detto che le forze che distribuivano tangenti non otterranno «né una sola ulteriore possibilità» e ha sostenuto che «la gente ha deciso questo con il suo voto».

In un video separato, Pashinyan ha affermato che le tre forze d’opposizione «non possono fare nulla per una ragione semplice: non hanno, non hanno mai avuto e non avranno mai il sostegno del popolo».

«Il popolo ha chiaramente chiesto che questa mafia a tre teste venga schiacciata ai suoi piedi e distrutta. Ciò deve inevitabilmente accadere,» ha detto Pashinyan riferendosi alle alleanze Strong Armenia e Armenia, nonché al partito Prosperous Armenia.

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Analista politico Tigran Grigoryan ha detto:

«La CEC non ha ordinato un voto di ripetizione nei seggi in cui ha invalidato i risultati. Tale decisione incide direttamente sul fallimento di Prosperous Armenia di entrare nel parlamento e sul numero di seggi assegnati a Civil Contract. Il partito al governo ottiene tre seggi aggiuntivi e conquista una maggioranza di tre quinti.

Hanno trascorso un’intera settimana a ‘combattere’ per impedire alla Russia di screditare improvvisamente i risultati elettorali. Poi, in piena vista pubblica e tra nuove richieste di smantellare forze criminal-oligarchiche, si sono assegnati tre mandati aggiuntivi in ciò che sembra una chiara violazione della legge.

Di conseguenza, stanno effettivamente minando la legittimità dell’esito elettorale. Ovviamente, la gente spiegherà ora che si sta impegnando in un evidente illecito in nome della sovranità e della democrazia. Ma questo non è più il problema principale.

Questo stabilisce un precedente molto pericoloso e mostra che la forza al governo non ha più alcun limite rosso.

Il difensore dei diritti umani e rappresentante della missione Osservatore Indipendente Daniel Ioannisyan ha detto:

«La CEC avrebbe dovuto concentrarsi sulle forze politiche che hanno tratto beneficio dall’acquisto di voti invece di agire come ha fatto e violare la legge.

La commissione avrebbe dovuto squalificare i beneficiari dell’acquisto di voti dall partecipare al voto. C’erano prove diffuse che persone distribuivano tangenti a loro favore. La CEC ha sia l’autorità sia l’obbligo di agire in tali casi. Sarebbe stata una decisione molto più giustificata di quella che la commissione ha effettivamente preso, porre una bomba a tempo legale sui risultati elettorali.

La CEC ha di fatto e illegalmente sottratto i mandati che Prosperous Armenia non avrebbe ottenuto senza l’acquisto di voti a suo vantaggio. Sarà interessante vedere come reagiranno i giudici della Corte Costituzionale.

Come si dice, un ladro ha rubato da un altro ladro, e Dio — in questo caso la Corte Costituzionale — l’ha visto e si è stupito.

Esperto: «L’Armenia ha registrato più casi di acquisto di voti negli ultimi giorni rispetto ai precedenti 30 anni»

Il Comitato Anti-Corruzione ha riferito cinque casi di acquisto di voti negli ultimi tre giorni. Secondo l’attivista per i diritti umani Daniel Ioannisyan, il comitato ha aperto circa 60 casi tra febbraio e maggio 2026.

 

Lucca rilegge San Davino alla luce del presente (Vaticannews 15.06.26)

A Lucca, la memoria di san Davino non si esaurisce nella sola devozione. Attorno al pellegrino armeno, morto nel 1050 e venerato da quasi un millennio nella chiesa di San Michele in Foro, si è sviluppato un percorso recente che rilegge la sua figura come occasione di riflessione sul presente.
L’idea nasce da una domanda che don Lucio Malanca, parroco della comunità del centro storico di Lucca e promotore dell’iniziativa, si pose quando ricevette l’incarico di pastore di questa chiesa, circa dieci anni fa. “Mi interessava capire come attualizzare le tradizioni evitando una semplice riproposizione del devozionale, ma salvaguardando il loro significato”.

Un pellegrino, un ospedale, una vita

Davino si presta particolarmente a questo esercizio. Secondo la tradizione, il pellegrino armeno aveva lasciato la propria terra per visitare i luoghi santi della cristianità. Dopo essere stato in Terra Santa e a Roma, diretto verso Santiago di Compostela, si fermò a Lucca, ferito e malato. Venne accolto nell’ospedale di San Michele, dove negli ultimi mesi ricevette cure e si dedicò ai malati e ai poveri.
Recenti indagini paleopatologiche dell’Università di Pisa sulle sue spoglie hanno trovato tracce compatibili con le fonti agiografiche: segni di ferite e di cure ricevute durante la vita. Ma al di là degli aspetti storici e scientifici, è il significato umano della sua vicenda a colpire ancora oggi.

Chi è accolto diventa accogliente

“San Davino incarna chi, accolto, diventa a sua volta accogliente”, osserva don Lucio. Questa definizione sintetizza la parabola del santo: arrivato bisognoso, trasforma l’aiuto ricevuto in servizio. In questa prospettiva il santo non viene proposto solo come oggetto di devozione, ma come una possibilità di riflessione sulla vita cristiana. La sua vicenda mostra come l’incontro con l’altro possa trasformare una persona e come la fragilità stessa possa diventare occasione di servizio. È questa capacità di interrogare il presente che, secondo don Lucio, mantiene viva la memoria dei santi.
Davino non è ricordato per il solo fatto di essere pellegrino o straniero. La sua esperienza mostra come l’accoglienza possa generare responsabilità, come chi riceve possa a sua volta diventare dono per gli altri. Non una memoria da conservare sotto vetro, ma una vicenda capace ancora di suscitare domande e di provocare il presente.

L’incontro con l’Africa

Da qui la scelta di affiancare alle celebrazioni liturgiche incontri storici, antropologici e culturali. L’obiettivo non è spiegare il santo, ma lasciarsi interrogare dalla sua esperienza attraverso sguardi diversi. Tra questi, l’incontro con Filomeno Lopes, giornalista e scrittore della redazione portoghese Africa di Radio Vaticana, che ha proposto una lettura della figura di Davino centrata sull’incontro tra persone e culture diverse.
“L’essere umano rimane sempre l’unico rimedio per l’altro essere umano”, ha affermato Lopes. Per lui, Davino è soprattutto chi lascia le proprie sicurezze e scopre che la vita dipende dall’incontro con gli altri. Non un semplice straniero accolto, ma una persona che trova nella relazione la possibilità di esprimere pienamente la propria vocazione.

Particolarmente significativa è stata la sua riflessione sul dialogo: “La tua soluzione non sarà mai la mia, la mia non sarà mai la tua. Esiste la tua soluzione, la mia soluzione e quella giusta che solo Dio conosce”. È un invito a riconoscere il limite del proprio punto di vista e ad accogliere la complessità della realtà. Del resto, come ricorda lo stesso don Lucio, Davino arrivò a Lucca dopo avere attraversato mondi diversi, portando con sé uno sguardo differente da quello dei suoi contemporanei.
Lopes ha definito il santo una sorta di ‘antenato’: una presenza che continua a parlare al presente e a orientare il cammino delle comunità. “Io sono il vostro ieri e parente del vostro domani nell’oggi”, ha affermato, richiamando una concezione diffusa in molte culture africane. Da qui nasce anche l’immagine del baobab, l’albero simbolo di molte culture di quel continente: radici comuni e rami molteplici. “Non c’è la cultura, ci sono le culture”, ha osservato, sottolineando che l’incontro non cancella le differenze ma permette di riconoscerle.

Una domanda, non solo un ricordo

Questo è forse l’aspetto più interessante dell’iniziativa lucchese. In un tempo in cui la memoria religiosa rischia talvolta di ridursi a consuetudine o a richiamo identitario, la figura di san Davino viene proposta come una domanda rivolta al presente. Non semplicemente un santo da ricordare, ma una vita da interrogare.
La questione che attraversa l’intera settimana dedicata al pellegrino armeno è in fondo semplice: come può una vita vissuta quasi mille anni fa continuare a parlare agli uomini e alle donne di oggi? La risposta non si trova solo nei racconti dei suoi miracoli o nella devozione che continua a circondarne la memoria. Si trova nella sua esperienza concreta di fragilità, accoglienza e servizio.
Perché la devozione, quando si ferma al gesto esteriore, rischia di trasformarsi in abitudine; quando invece diventa confronto con un’esistenza capace ancora di parlare, la memoria si fa esperienza viva. E il pellegrino arrivato dall’Armenia quasi mille anni fa continua a camminare accanto agli uomini del nostro tempo.

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In Sant’Alessandro Maggiore un incontro su San Davino Armeno

Il suicidio geopolitico di Yerevan: l’Armenia ridotta a satellite azero-turco (Politicamentecorretto 13.06.26)

Mentre Bruxelles promette mari e monti per allontanare Yerevan da Mosca, Macron mette alla porta la delegazione armena al vertice di maggio. Cronaca di un isolamento annunciato, tra il ricatto energetico di Baku e il fallimento delle illusioni europee.

Durante il vertice della Comunità politica europea del 4 maggio a Yerevan, si è verificato un evento che rispecchia il vero atteggiamento dell’Europa nei confronti dell’Armenia. Il primo ministro ospitante, Nikol Pashinyan, su richiesta del presidente francese Emmanuel Macron, è stato di fatto e senza tanti complimenti messo alla porta insieme all’intera delegazione armena. I leader dei Paesi UE, senza scomporsi, hanno compreso e approvato la decisione del capo di Stato francese, che aveva la necessità di parlare con il presidente ucraino senza la presenza indesiderata degli armeni.

Questo comportamento da parte dei politici europei si spiegherebbe con la politica poliedrica di Pashinyan, aperta su più fronti contemporaneamente. Da una parte, il leader del Paese ospitante cerca di ingraziarsi l’UE invitando Zelenskyy a Yerevan, conscio che si sarebbe discusso della guerra con la Russia. Dall’altra, Pashinyan aveva di recente partecipato a una parata militare a Mosca.

Materiale di consultazione geografica

Le promesse vacue di Bruxelles e i precedenti francesi

In questo scenario, la Russia ha ricordato una realtà oggettiva: l’incompatibilità tecnica tra l’integrazione con l’UE e l’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica (UEE), imponendo a Yerevan una scelta di campo inevitabile. Il vero nodo della questione resta però la condotta di Bruxelles. I vertici europei stanno promettendo agli armeni qualsiasi cosa pur di allontanarli da Mosca, ma si tratta di impegni vacui, tipici di una leadership occidentale in affanno che promette tutto a tutti senza poi avere la reale capacità o intenzione di mantenere la parola.

Basterebbe ricordare, infatti, la storia recente: nel momento di massima tragedia, il Senato francese riconobbe l’indipendenza dell’Artsakh — territorio che oggi Pashinyan ha di fatto consegnato ad Aliyev. Subito dopo, però, Macron e l’allora segretario di Stato Jean-Baptiste Lemoyne si affrettarono a rimangiarsi la parola, dichiarando che quella non era la politica ufficiale di Parigi. Oggi Macron mette all’uscio Pashinyan nella sua stessa capitale, dimostrando che per l’UE il posto dell’Armenia è, metaforicamente parlando, in panchina.

Il vicolo cieco energetico e l’illusione iraniana

Citazioni famose

Rompere con la Russia, per l’Armenia, non significherebbe affatto l’inizio di una bella favola europea, bensì l’inizio di un sicuro travaglio. Alla firma di un accordo completo con l’UE, oltre ai tradizionali legami economici, il Paese perderebbe l’elettricità e il gas russi, che oggi Yerevan ottiene a prezzi agevolati.

L’approvvigionamento di gas dall’Iran, proposto da alcuni sostenitori delle “alternative”, è più che altro una grande illusione: Teheran è colpita dalle sanzioni ONU e UE, il che impedisce ai Paesi gravitanti nell’orbita occidentale l’instaurazione di normali relazioni commerciali. Yerevan sarebbe costretta, volente o nolente, ad aderire alle sanzioni anti-russe e anti-iraniane, perdendo sia le forniture energetiche sia i suoi mercati chiave.

Il ricatto di Baku e l’impatto sull’agricoltura europea già in affanno

Azzerate le alternative, resterebbe solo il gas azerbaigiano. Questo per l’Armenia significherebbe accettare a capo chino i prezzi stabiliti dal capriccio del presidente Ilham Aliyev. Pashinyan, a quel punto, non avrebbe solo regalato l’Artsakh ad Aliyev, ma gli consegnerebbe su un piatto d’argento il controllo dell’intero sistema energetico armeno.

Le conseguenze economiche di queste decisioni scellerate ricadranno anche sulla stessa UE. Con la chiusura del mercato russo, la produzione agricola armena dovrà essere assorbita nello spazio europeo, entrando in collisione diretta con la nostra produzione agricola, già in forte difficoltà a causa dell’accordo Mercosur, dell’importazione di olio tunisino e delle farine di insetti volute da Ursula von der Leyen. È improbabile che la Polonia accetti le mele armene o che la Grecia e la Spagna si facciano invadere il mercato dalle albicocche di Yerevan.

Popoli dell’Europa orientale

All’interno dell’Unione Europea il calo del tenore di vita è ormai una tragica realtà, così come la carenza di fondi per le spese generali, che taglia il sostegno sociale dirottando il nostro denaro per finanziare l’Ucraina e i suoi “gabinetti d’oro”. Con una simile situazione economica, l’Armenia non può sperare di diventare un partner strategico per Bruxelles; molto più realisticamente, si trasformerà in un ulteriore peso economico da sostenere, al pari di altri Stati fatti entrare nell’Unione col solo scopo di sottrarli all’influenza russa.

La liquidazione della storia e il futuro da Stato satellite

Un tempo si pensava che se gli armeni avessero un giorno perso l’Artsakh, la storia del loro popolo si sarebbe potuta considerare conclusa. All’epoca sembrava soltanto l’assurdità di un incubo; oggi, invece, Pashinyan è riuscito a compiere l’impossibile: ha ceduto l’Artsakh riconoscendolo come territorio sovrano dell’Azerbaigian, esercitando al contempo una dura pressione sui profughi giunti a Yerevan dopo aver perso tutto ciò che possedevano.

Sotto gli occhi increduli del popolo armeno e dell’intera diaspora mondiale, Pashinyan sta cancellando la storia eroica e gloriosa della sua nazione, dimenticando il sacrificio degli oltre un milione e mezzo di armeni vittime del genocidio e delle sistematiche persecuzioni perpetrate dai turchi, con la complicità azera, nel corso dei secoli. Questa condotta cancella la memoria sia degli eroi sia delle vittime innocenti. Il risultato inevitabile di una simile politica non sarà più una Repubblica d’Armenia sovrana, bensì la riduzione del Paese a un satellite azero-turco.

Il prossimo e inevitabile passo nell’umiliazione nazionale sarà la visita di Pashinyan a Baku, al Parco dei Trofei di Guerra, dove insieme ad Aliyev deporrà fiori davanti al monumento ai martiri azeri. Con queste azioni, Pashinyan si è già assicurato un posto indelebile nella cronaca di ciò che alla fine resterà dell’Armenia. Ma il suo nome rimarrà scritto anche nella storia dell’Azerbaigian, dove sarà ricordato come l’uomo che ha consegnato a Baku prima l’Artsakh e, successivamente, il resto del territorio armeno.

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L’Armenia sta scoprendo i vantaggi di una dolorosa sconfitta (Huffington post)

Armenia, le sfide del nuovo governo Pashinyan (Osservatorio Balcani e Caucaso 12.06.26)

Una vittoria convincente per Nikol Pashinyan, ma non tale da assicurargli piena libertà d’azione. Con il 49,8% dei voti alle elezioni parlamentari del 7 giugno, Contratto civile potrà formare un esecutivo monocolore, sebbene non disponga della maggioranza costituzionale.

Il premier uscente riceve un nuovo mandato per proseguire la linea strategica adottata negli ultimi anni: ridurre la storica dipendenza dell’Armenia dalla Russia tramite una politica di diversificazione che ha avvicinato il paese all’Unione europea e agli Stati Uniti – sullo sfondo di crescenti tensioni con il Cremlino – e portare avanti i difficili negoziati di pace con l’Azerbaijan insieme alla normalizzazione dei rapporti con la Turchia.

L’opposizione

Le opposizioni hanno superato le aspettative, raccogliendo nel complesso oltre il 35%. Il voto antigovernativo si è raccolto intorno a tre formazioni che, seppur divise, hanno invocato l’urgenza di rinsaldare i legami con Mosca e rivedere i termini della riconciliazione con Baku: Armenia forte, dell’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan (23,3%); Alleanza Armenia, dell’ex presidente Robert Kocharyan (9,9%); e Armenia prospera, del miliardario Gagik Tsarukyan (3,99%). Il destino di quest’ultima forza, rimasta per un soffio sotto lo sbarramento del 4%, decreterà la composizione finale del parlamento.

Tsarukyan, che al termine dello spoglio sembrava aver raggiunto la soglia utile ma è stato successivamente escluso nei dati aggiornati della Commissione elettorale, ha chiesto il riconteggio. I risultati ufficiali saranno pubblicati il 14 giugno.

Se i dati definitivi confermeranno il quadro preliminare, Contratto civile potrà disporre di 64 seggi su 105. Al contrario, in caso di revisione, scenderebbe a 61, perdendo la maggioranza qualificata dei tre quinti necessaria per determinare le principali nomine istituzionali, in particolare nel sistema giudiziario.

Un’incognita che condizionerà le strategie di Armenia forte e Alleanza Armenia: dopo aver denunciato “arresti mirati” e presunte irregolarità nel contesto del voto, le due forze potrebbero persino decidere di boicottare l’assemblea.

“Stiamo aspettando di capire se l’opposizione avrà un peso sufficiente per incidere sulle nomine di funzionari chiave come il procuratore generale”, ha fatto sapere Narek Karapetyan, nipote di Samvel e leader di fatto di Armenia forte: lo zio si trova infatti agli arresti domiciliari con accuse di istigazione al rovesciamento dell’ordine costituzionale e reati finanziari aggravati.

Le pressioni esterne

A fare da grancassa alle accuse delle opposizioni c’è la Russia. Il Cremlino, che ha esercitato forti pressioni su Yerevan durante la campagna elettorale – imponendo restrizioni agli export armeni, minacciando di interrompere le forniture di energia a prezzi agevolati e alludendo a un potenziale “scenario ucraino” – ha fatto sapere tramite il portavoce Dmitry Peskov di aver avviato un monitoraggio delle “segnalazioni sulle numerose irregolarità emerse”.

La missione di osservazione internazionale Osce/Odihr ha sostanzialmente promosso il voto armeno. Pur evidenziando diverse criticità, ha sottolineato come queste non abbiano inciso sull’esito finale. In merito ai circa sessanta procedimenti penali per violazioni elettorali aperti dalle autorità il 7 giugno, il report parla di una “concentrazione delle indagini su sostenitori e candidati di opposizione” che avrebbe alimentato “la percezione di un’applicazione selettiva della legge”.

Gli osservatori riconoscono la “credibilità” di alcune accuse di inquinamento della competizione mosse al partito di governo, ma precisano di “non aver rilevato un uso sistematico delle risorse amministrative”.

Nel documento diffuso all’indomani del voto, maggiore risalto è dato alle “pressioni dall’estero” esercitate allo scopo di “influenzare gli elettori a favore delle forze di opposizione”. Il riferimento è alle “autorità della Federazione Russa che hanno ventilato ripercussioni economiche e di sicurezza nel caso in cui l’Armenia decidesse di stringere legami più stretti con l’Unione europea”.

In un incontro con i giornalisti, la capodelegazione dell’europarlamento, la francese Nathalie Loiseau, si è espressa con particolare durezza: “Condanniamo fermamente la flagrante ingerenza della Russia negli affari di uno stato sovrano”.

Il rapporto richiama anche le “interferenze” dell’Occidente, citando i “diversi leader stranieri che hanno preso posizione pubblicamente a favore del partito di governo”, tracciando tuttavia un distinguo rispetto alle “pressioni dirette” esercitate da Mosca.

Resta da capire se, e a quali condizioni, la Russia riconoscerà l’esito delle urne, ricalibrando il suo approccio verso relazioni più pragmatiche. Pashinyan non cerca certo una rottura e, nella conferenza stampa in cui ha rivendicato il successo elettorale, ha usato toni conciliatori, sottolineando che l’Armenia “manterrà l’adesione all’Unione economica eurasiatica (Uee) e svilupperà ulteriormente i rapporti con la Russia e con gli altri paesi membri”.

Proprio sull’appartenenza al mercato unico a guida russa si era consumato un duro scontro nelle settimane precedenti il voto: il presidente Vladimir Putin aveva sollecitato Yerevan a convocare un referendum affinché i cittadini potessero “scegliere liberamente tra Ue e Uee”.

Pashinyan, consapevole di quanto l’economia armena dipenda da Mosca, ha ribadito più volte l’intenzione di recarsi al Cremlino per la sua prima visita ufficiale dopo la riconferma. Ma né l’invito né le congratulazioni di Putin sono ancora arrivate.

Intanto, la Rosselkhoznadzor, l’ente russo per la sicurezza alimentare, ha annunciato il divieto di importazione dall’Armenia, dal 12 giugno, di tutti i prodotti soggetti a quarantena, bloccando il loro transito verso gli stati membri dell’Uee.

I rapporti con Baku e Ankara

L’altro nodo riguarda il processo di pace con Baku e la normalizzazione con Ankara. Pashinyan ha ottenuto una maggioranza che gli permette di formare un governo in autonomia, ma non abbastanza ampia da poter avviare modifiche costituzionali.

Un aspetto assai rilevante, poiché l’Azerbaijan ha indicato una revisione della carta fondamentale che elimini qualsiasi riferimento al Nagorno Karabakh come condizione essenziale per la firma del trattato. Sul fronte della connettività regionale, il progetto Tripp – corridoio logistico, energetico e digitale promosso da Washington per collegare l’Azerbaijan alla sua exclave del Nakhichevan tramite il territorio armeno – potrebbe in teoria procedere anche in assenza dell’accordo di pace comprensivo.

Per Yerevan, tuttavia, l’obiettivo è più ambizioso: un sistema integrato che includa la piena apertura dei confini con Baku e Ankara, chiusi dagli anni ‘90, trasformando il Paese in uno snodo del cosiddetto Corridoio di mezzo, la rotta più breve tra Cina ed Europa. Uno sviluppo solo parziale dei collegamenti si tradurrebbe in benefici limitati per l’Armenia.

La Turchia, su impulso di Baku, lega a sua volta la normalizzazione con Yerevan alla firma del trattato di pace. Sarà interessante osservare se, in assenza della prospettiva di un referendum costituzionale, l’Azerbaijan potrà attenuare le proprie condizioni, eventualmente grazie alla mediazione della Casa Bianca.

Le congratulazioni per la riconferma arrivate dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan sono un segnale positivo per Pashinyan, ma il margine di manovra del premier resta limitato.

Il terzo esecutivo a guida Contratto civile si apre quindi in salita. I vincoli esterni restano notevoli e, sul piano interno, anche nello scenario più favorevole il governo dovrà fare i conti con un parlamento in cui la sua influenza sarà ridotta rispetto alla scorsa legislatura. Le opposizioni, rafforzate seppur prive di visione unitaria, dispongono di maggiori leve per ostacolarne l’azione. E, in un quadro segnato da un’esasperata polarizzazione politica, la regressione democratica osservata nell’anno elettorale rischia di subire una pericolosa accelerazione.

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Amb. Ferranti visita sito archeologico Shamiram (Ansa 12.06.26)

(ANSA) – ROMA, 12 GIU – L’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha visitato il sito archeologico del complesso fortificato di Shamiram e della sua necropoli, situato nella regione armena di Aragatsotn tra il monte Ararat e il monte Aragats.
Le attività di ricerca e gli scavi sono condotti congiuntamente da archeologi italiani e armeni grazie al cofinanziamento dell’Ismeo e dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia delle Scienze della Repubblica di Armenia, con il sostegno del Maeci. Il team italiano opera sotto la guida del professor Roberto Dan, specialista dell’archeologia di Urartu e del Caucaso meridionale.
La missione, avviata nel 2024, punta ad approfondire e integrare i risultati di precedenti campagne di scavo che avevano già evidenziato la straordinaria complessità storica dell’area.L’altopiano ospita infatti un antico insediamento protetto da sei linee di fortificazione risalenti a epoche differenti, con una cronologia che va dall’Età del Bronzo al periodo medievale.
Particolarmente significativa è la quinta cinta muraria, attribuita all’epoca urartea del VII secolo a.C., che si estende per oltre 300 metri racchiudendo un’area di circa sette ettari, una delle più vaste conosciute per questo periodo storico. Le fortificazioni offrono inoltre una rara opportunità di studio grazie al loro sviluppo orizzontale, che ha consentito di preservare le strutture più antiche.
Il progetto interessa anche la vasta necropoli adiacente, composta da circa cinquemila tombe segnalate da cerchi di pietre disposti sul terreno. Alcune sepolture raggiungono dimensioni notevoli e conservano testimonianze preziose sulle pratiche funerarie delle antiche popolazioni della regione.
La missione rappresenta un importante esempio di collaborazione scientifica tra Italia e Armenia e contribuisce alla ricerca, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico e culturale armeno, consolidando ulteriormente i rapporti tra i due Paesi nel settore archeologico e culturale. (ANSA).


Armenia: amb. Ferranti a missione archeologica italo-armena su Altopiano di Shamiram, Aragatsotn

Opinione: Perché Putin non si è affrettato a congratularsi con Pashinyan per la vittoria elettorale (Notizie da Est 11.06.26)

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha ricevuto congratulazioni per la sua vittoria elettorale dal segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio e dai leader di oltre venti paesi europei. Tuttavia, la Russia, che formalmente resta l’alleato strategico dell’Armenia, non ha inviato un messaggio di congratulazioni.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha detto che Mosca attende i risultati ufficiali definitivi delle elezioni:

«Sai che ci sono stati molti elementi poco chiari. Abbiamo visto numerosi rapporti di violazioni durante l’elezione. Pertanto, preferiamo aspettare le conclusioni ufficiali».

Le forze pro-Russe che hanno partecipato alle elezioni condividono la valutazione di Mosca. Includono l’Alleanza Armenia guidata dall’ex presidente Robert Kocharyan, il blocco Armenia Forte di Samvel Karapetyan e il partito Armenia Prosperosa di Gagik Tsarukyan.

Nel frattempo, il Comitato anticorruzione dell’Armenia ha identificato casi di presunti acquisti di voti che coinvolgono questi gruppi quasi ogni giorno durante la campagna elettorale, inclusi il giorno delle elezioni stessi.

Inoltre, le missioni di osservatori nazionali e internazionali non hanno identificato violazioni che avrebbero potuto influire sull’esito delle elezioni.

«La cosa più assurda è che la Russia sia attualmente l’unico Paese al mondo a mettere in discussione la legittimità e la legalità delle elezioni tenutesi in Armenia», ha detto l’analista politico Areg Kochinyan.

Alcuni canali Telegram hanno anche fatto notare che Mosca non ha ritardato in passato le congratulazioni. Nonostante evidenti irregolarità e accuse di brogli elettorali, la Russia ha espresso le congratulazioni agli ex presidenti armeni Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan immediatamente dopo l’annuncio dei risultati preliminari.

La Commissione Elettorale Centrale annuncerà i risultati finali delle elezioni parlamentari in Armenia il 14 giugno. Entro quel momento avrà completato il riconteggio dei voti.

Il partito Armenia Prosperosa, il blocco Armenia Forte e il partito Wings of Unity hanno richiesto il riconteggio. Armenia Prosperosa ha mancato la soglia per entrare nel parlamento di soli 0,004 punti percentuali.

Secondo i risultati preliminari, il partito Civil Contract di Pashinyan ha ottenuto il 49,825% dei voti. Il blocco Armenia Forte ha ottenuto il 23,281%, mentre l’Alleanza Armenia ha conquistato il 9,934%.

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«Pressione sull’opposizione e interferenze dell’UE»: cos’altro ha turbato Mosca

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha anche commentato le elezioni parlamentari armene. Ha detto che il voto si è svolto «in mezzo a una pressione senza precedenti sull’opposizione e all’interferenza dell’Occidente, principalmente dell’Unione Europea».

«I risultati preliminari annunciati dalla Commissione Elettorale Centrale mostrano che il partito Civil Contract, che ha dichiarato la vittoria, non ha assicurato un monopolio sul potere», ha detto.

Zakharova ha anche sostenuto che il sostegno al partito «è diminuito sensibilmente rispetto al precedente ciclo elettorale».

Tuttavia, il partito di Pashinyan ha ottenuto più voti in queste elezioni (727.827) che nella consultazione lampo del 2021 (688.761).

«Allo stesso tempo, le elezioni hanno chiaramente dimostrato che la società armena resta profondamente polarizzata. In tali condizioni, prendere decisioni unilaterali sul futuro dell’Armenia senza tenere conto delle opinioni di tutti i segmenti della società porterebbe il paese a una ulteriore divisione e a tumulti socio-economici», ha detto.

Mosca ha accusato Yerevan di una «grossa violazione dei principi democratici e delle procedure per lo svolgimento di elezioni libere».

Secondo la portavoce del Ministero degli Esteri, le autorità armene hanno diretto la loro «persecuzione» esclusivamente contro forze politiche che sostengono:

  • «rafforzare l’alleanza con la Russia, fondamentale per la repubblica;
  • la continua partecipazione dell’Armenia nell’integrazione eurasiatica, inclusa l’appartenenza all’Unione Economica Euroasiatica (EAEU) e all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO);
  • rifiutando il percorso fuorviante verso l’adesione all’Unione Europea.»

Verificatori dei fatti smascherano presunte interferenze della FSB russa nelle elezioni parlamentari dell’Armenia

Un giornalista della piattaforma armena di fact-checking FIP.am ha contattato diversi leader dell’Unione degli Armeni in Russia, si è finto un ufficiale della FSB e ha scoperto i dettagli di una campagna di reclutamento di voti.

«Non è stato falsificato nemmeno un voto»: rappresentante della missione Osservatore Indipendente

Daniel Ioannisyan, rappresentante dell’ONG Osservatore Indipendente, ha dichiarato che nessuno ha falsificato nemmeno un voto durante il conteggio.

«Né i rappresentanti autorizzati, né gli osservatori né i membri della commissione elettorale hanno presentato una lamentela specifica che attribuisse la falsificazione del conteggio dei voti in alcun seggio. Tali lamentele non esistono. Né ci sono prove video che indichino tali violazioni.»

Ha evidenziato diversi fattori:

  • La metà dei membri della commissione elettorale coinvolti nel conteggio dei voti — quattro su otto — rappresentava l’opposizione;
  • Rappresentanti autorizzati delle principali forze d’opposizione erano presenti in tutte le sezioni di voto;
  • Osservatori o giornalisti hanno visitato quasi tutte le sezioni di voto;
  • Le telecamere hanno funzionato senza interruzioni nel 98% delle sezioni di voto.

Secondo l’esperto, le discrepanze tra i risultati preliminari pubblicati sul sito della Commissione Elettorale Centrale e i protocolli di alcune sezioni di voto non indicano brogli.

«Gli ufficiali inseriscono manualmente i risultati preliminari, quindi possono verificarsi errori tecnici. Le autorità non calcolano i risultati finali da tali inserimenti. Usano dati verificati dai protocolli firmati nelle sezioni di voto.»

Ioannisyan ha esortato tutti ad attendere fino a quando le autorità non completeranno il riconteggio e non annunceranno i risultati definitivi.

Esperto: «L’Armenia ha registrato più casi di acquisto di voti negli ultimi giorni che nei precedenti 30 anni»

Il Comitato Anti-Corruzione ha segnalato cinque casi di acquisto di voti solo negli ultimi tre giorni. Secondo l’attivista per i diritti umani Daniel Ioannisyan, il comitato ha aperto circa 60 casi tra febbraio e maggio 2026.

 

Numerous vote-buying cases in Armenia

 

Commenti dell’analista politico Areg Kochinyan

L’analista politico Areg Kochinyan ha pubblicato un video sulla sua pagina Facebook commentando la situazione:

«I russi hanno iniziato a dire che le elezioni in Armenia sono state truccate. Ci accusano di ogni sorta di cosa. Sai a cosa mi ricorda tutto questo? È come avere un amico che è alcolizzato e all’improvviso sentirlo dire: “Ascolta, bere è brutto, non dovresti bere.” Oppure immagina qualcuno che, per dirla al minimo, manca di valori morali che dà lezioni agli altri sull’importanza della moralità.»

«Chi parla di acquisto di voti, brogli e trasparenza elettorale? Basta guardare la loro elezione presidenziale più recente. Guardate cosa è successo nel loro stesso paese.»

«Perché la Russia considera così vergognosa l’elezione dell’Armenia? Perché lo portavoce del presidente russo e la portavoce del Ministero degli Esteri russo hanno improvvisamente deciso di commentare sulla qualità del processo elettorale dell’Armenia?»

«In sostanza, i russi stanno inviando un segnale alla loro rete di agenti in Armenia e agli strumenti che hanno qui. Vogliono che essi inizino disordini, lancino una qualche forma di «processi post-elettorali» e gettino dubbi sulla qualità delle elezioni in Armenia. Così facendo, mirano a indebolire le autorità armene e l’Armenia stessa.»

Due scenari sono possibili:

  • o vogliono lanciare un nuovo attacco ibrido contro l’Armenia proprio ora;
  • oppure stanno preparando il terreno per un momento più conveniente, quando potranno intensificare la pressione economica ed energetica e sollevare nuovamente questa questione.

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L’Armenia non si fida più di nessuno (Tempi 10.06.26)

Il Guardian scrive:

«Il partito filoeuropeo al governo in Armenia ha vinto le elezioni parlamentari, confermando la svolta del paese verso l’Europa e il suo allontanamento dal tradizionale alleato, la Russia. Il partito del primo ministro Nikol Pashinyan, Contratto Civile, ha ottenuto [la] maggioranza, mentre l’alleanza Armenia Forte, guidata dal miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, ha conquistato il 25% dei seggi in parlamento».

La vittoria del premier armeno uscente è netta, ma presenta un problema fondamentale: i 64 seggi su 105 (sette in meno rispetto all’ultimo Parlamento) che dovrebbe aver ottenuto Contratto Civile non costituiscono una maggioranza sufficiente a indire il referendum costituzionale per cambiare la Carta dell’Armenia. Per porre fine al conflitto ultradecennale con Erevan, l’Azerbaigian pretende che l’Armenia elimini in Costituzione ogni riferimento, anche implicito, al Nagorno-Karabakh, rinunciando per sempre e ingiustamente a una terra armena. Pashinyan

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