L’Ambasciata dell’Azerbaigian replica al nostro articolo sulla Arslan. Noi rispondiamo con un po’ di storia (Lanuovabq 18.09.26)

L’ambasciata dell’Azerbaigian in Italia replica al nostro articolo di presentazione della scrittrice Antonia Arslan, ospite della Giornata della Bussola, in merito alla questione del Nagorno Karabakh. Un punto di vista azero. A cui replichiamo con alcune doverose precisazioni.

Spett.le Redazione,

scriviamo la presente, di cui chiediamo gentile pubblicazione, a replica dell’articolo “Antonia Arslan, la voce italiana della memoria armena”, a firma di Stefano Magni.

Offrire la nostra opinione risulta di particolare importanza in quanto l’articolo viene presentato come un’anteprima dell’intervento che la Arslan farà alla Giornata della Bussola del 19 settembre, che presenta l’obiettivo lodevole di “imparare cos’è la vera pace”. In un momento in cui il mio Paese, l’Azerbaigian, costruisce quotidianamente una pace durevole e diffusa per tutta la Regione del Caucaso, è fondamentale che non vengano trasmessi messaggi contraddittori e unilaterali. “Imparare la pace” crediamo voglia dire anche imparare a gestire la verità.

Senza entrare nel merito di altre parti dell’articolo, mi preme sottolineare che, come non è mai esistita una realtà definita Artsakh, oggi non esiste più, in Azerbaigian, una regione denominata Nagorno Karabakh, bensì esiste la regione economica del Karabakh.

Contrariamente a quanto riportato nell’articolo, il Karabakh non è “ora nelle mani dell’esercito e delle autorità dell’Azerbaigian”: nel 2020 e nel 2023 l’Azerbaigian non si è “preso” il Karabakh, bensì ha liberato i suoi territori, restati sotto occupazione per quasi tre decenni. Trenta anni in cui le nostre terre, i nostri monumenti e le nostre case sono state rase al suolo, bruciate e depredate. Siamo stati uccisi, o costretti a fuggire: circa 1 milione di azerbaigiani, tra profughi e rifugiati, non hanno potuto per decenni fare ritorno alle proprie case, neppure per visitare le tombe dei familiari. Si è trattato di anni di dolore indicibile per il mio popolo. I nostri territori sono stati cosparsi di mine, e uno dei nostri impegni attuali è lavorare ad uno sminamento complesso e articolato, di cui c’è ampia testimonianza internazionale.

Quello che è avvenuto a seguito della Guerra Patriottica di 44 giorni dell’autunno del 2020, e dell’operazione anti terrorismo del 19 settembre 2023, è stato in linea con numerosi documenti internazionali, tra cui 4 risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 1993, che avevano richiesto il ritiro delle truppe militari dell’Armenia dai nostri territori. Nessun residente armeno è stato costretto ad abbandonare le proprie case, bensì è stato offerto loro di restare, avviando una pacifica convivenza. Come registrato dalla missione dell’ONU effettuata in Karabakh e testimoniato dal Rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati in Armenia “non sono stati registrati casi di maltrattamenti” e “nessuno ha denunciato casi di molestie” tra i residenti del Karabakh di origine armena, durante le misure di anti-terrorismo intraprese il 19 settembre 2023 dall’Azerbaigian e durate meno di 24 ore. Accuse di attacchi contro i civili residenti armeni in Karabakh risultano infondate. Nessuna violenza contro la popolazione civile e nessun danno alle infrastrutture pubbliche civili, inclusi ospedali, scuole e alloggi o strutture culturali e religiose sono state testimoniate.

Non dobbiamo perdere di vista che oggi l’intera regione sta vivendo la storica opportunità di voltare pagina e lasciare che sia la pace a dettare le regole di una nuova era di dialogo e conciliazione. A conferma di questa nuova fase avviata, l’Azerbaigian e l’Armenia hanno avviato relazioni commerciali e di transito diretto per la prima volta dopo decenni. A dicembre 2025, l’Azerbaigian ha iniziato a fornire prodotti petroliferi all’Armenia via ferrovia attraverso la Georgia. Ha inoltre facilitato il transito di merci di paesi terzi, come il grano da Kazakistan e Russia, verso l’Armenia. A giugno 2026, AzerTelecom e Telecom Armenia hanno firmato uno storico accordo di transito internet. L’accordo consente al traffico internet internazionale di passare attraverso le reti azerbaigiane verso l’Armenia. E’ necessario che anche chi si approccia al racconto di una fase storica come quella dell’ex conflitto tra Armenia ed Azerbaigian lo faccia con la sensibilità di comprendere quanta sofferenza abbia portato in primo luogo al popolo azerbaigiano, con un’analisi che non può prescindere dal diritto internazionale e che dovrebbe dare ampia risonanza all’impegno che si sta destinando al superamento della ferita subita.

Cordialmente,

Vugar Hajiyev, Consigliere dell’Ambasciata dell’Azerbaigian

 

Spett. Vugar Hajiyev,

Vi ringraziamo per la lettura del nostro articolo e l’attenzione riservataci. La Vostra replica riflette sicuramente il punto di vista dell’Azerbaigian nel lungo conflitto del Nagorno-Karabakh e ne prendiamo atto.

Vorremmo però ribadire alcuni dati che smentiscono quanto da lei affermato. Il Nagorno Karabakh non è “inesistente”, né si tratta di una regione azera occupata illegalmente da armeni. Ciò è vero solo formalmente, considerando che non è mai stata riconosciuta internazionalmente la sua indipendenza. Ma sta di fatto che il Nagorno Karabakh è una regione abitata, da millenni, dagli armeni. Senza scendere in dettagli, vorremmo ricordare un po’ di storia generale: «Nell’antichità precristiana, quest’area (il cui antico nome armeno è Artsakh) ha fatto parte (in alcuni periodi che oggi è difficile individuare con precisione) dell’Albania caucasica e della Grande Armenia. Nel 95 a.C. la regione fu conquistata da Tigrane II d’Armenia, signore del Regno d’Armenia. Gli antichi albanesi e gli armeni si alternarono al dominio del territorio fino all’inizio del IV secolo d.C. Il cristianesimo fu introdotto nel Nagorno Karabakh per la prima volta già nel I secolo ad opera di sant’Eliseo» (fonte: Enciclopedia Treccani).

Nella Vostra missiva leggiamo che «Nessun residente armeno è stato costretto ad abbandonare le proprie case, bensì è stato offerto loro di restare, avviando una pacifica convivenza». Ma tre anni prima, durante la guerra del 2020, comunemente nota come Seconda Guerra del Nagorno Karabakh e da Voi chiamata “Guerra Patriottica”, sono stati commessi crimini che possono aver indotto molti armeni a fuggire, nel momento in cui hanno visto arrivare le forze azere. Citando la documentazione dell’ISHR della Columbia University, sulla base di fonti bipartisan, riguardo la guerra del 2020: «Oltre 3.400 combattenti e civili armeni sono morti dall’inizio delle operazioni azero/turche, con oltre 100.000 civili sfollati. Le chiese ortodosse armene sono state prese di mira, così come i civili. Ci sono numerosi casi verificati di soldati azeri che hanno commesso crimini quali: mutilazione di cadaveri, esecuzioni sommarie e decapitazioni, sia di combattenti che di civili e uso di armi vietate (ad esempio bombe a grappolo, gas fosforo bianco)».

Quella che definite “operazione anti-terrorismo” del 2023, con operazioni “durate meno di 24 ore” è stata preceduta da almeno otto mesi di blocco totale del Nagorno-Karabakh. Un embargo implementato, ufficialmente, da “manifestanti”, ma in un’area controllata da forze azere e dunque sotto la loro responsabilità (e anche grazie all’inazione delle forze di pace russe), che ha causato una seria crisi umanitaria alla popolazione locale, come documentato anche da autorevoli osservatori internazionali, come Amnesty International.

Leggiamo che: « Nessuna violenza contro la popolazione civile nessun danno alle infrastrutture pubbliche civili, inclusi ospedali, scuole e alloggi o strutture culturali religiose sono state testimoniate». Eppure è ormai una notizia, circolata nei media internazionali, la demolizione della cattedrale armena di Stepanakert, la chiesa della Santa Madre di Dio. Ci sono anche immagini satellitari che dimostrano che oggi vi sia solo uno spazio vuoto al suo posto. Vogliamo ricordare anche che la cattedrale del Santo Salvatore di Shusha, è stata gravemente danneggiata dall’aviazione azera, durante il conflitto del 2020. Sempre a Shusha è stata demolita, nell’inverno fra il 2023 e il 2024, anche la chiesa di San Giovanni Battista. Dunque: dopo la guerra e dopo la “operazione anti-terrorismo”. 

Per altro, sulla cancellazione del passato armeno, fa testo il precedente dell’exclave del Nakhichevan, dove gli armeni non vivono più e dove anche la loro importante eredità culturale, in particolare le celebri croci di pietra (khachkar) di Giulfa, ma anche le numerose chiese, è stato completamente distrutto dalle autorità azere negli ultimi decenni. Si veda in merito il volume Un genocidio culturale dei nostri giorni, a cura di Antonia Arslan e Aldo Ferrari.

Siamo lieti invece di apprendere che vi siano prospettive di pace fra Armenia e Azerbaigian e che i contatti siano sempre più intensi. Vi auguriamo sinceramente di portare a termine il processo di pace. Nella speranza, però, che la verità non venga sacrificata, assieme alla memoria delle vittime.

Stefano Magni

Vai al sito

Antonia Arslan fra impegno e memoria: ecco il docufilm (TGR 18.09.26)

Antonia Arslan sul set del docufilm che racconterà la sua storia: quella di voce del popolo armeno nel mondo, nel ricordo doloroso del genocidio compiuto dalle autorità turche oltre un secolo fa. E poi professoressa di letteratura all’università di Padova e scrittrice di best seller come “La masseria delle allodole“, portato sul grande schermo dai fratelli Taviani.

Ma non solo: sotto forma di intervista racconta anche il suo lato più personale, in un ritratto che unisce famiglia, impegno, radici e memoria. La regia è di Giulia Belluco. A novembre inizierà la fase di postproduzione, il documentario sarà pronto in primavera, e poi verrà presentato alla prossima mostra del cinema di Venezia. Un viaggio intimo e collettivo.

Vai al sito


“Antonia Arslan”: la storia della scrittrice armena adesso è anche un film


 

Collegio Armeno Moorat Raphael (Fai 18.09.26)

Il Collegio Armeno Moorat-Raphael è uno dei luoghi più preziosi e meno conosciuti di Venezia: un patrimonio in cui storia, arte e memoria si incontrano. La Sala degli Specchi, le straordinarie decorazioni e le testimonianze artistiche legate a Giambattista Tiepolo rendono questo complesso un bene di eccezionale valore. Ma il suo significato va oltre la bellezza: il Collegio racconta secoli di presenza armena a Venezia e una storia di cultura, formazione e dialogo tra popoli. Vogliamo che questo luogo possa essere conosciuto, tutelato e nuovamente valorizzato, affinché la sua bellezza e la sua memoria non vadano perdute. Scegliere il Moorat-Raphael come Luogo del Cuore significa proteggere una parte autentica dell’anima di Venezia e consegnarla alle generazioni future.

Vai al sito

L’Armenia celebra a Roma i 35 anni di indipendenza: un grandioso concerto per la pace e la fratellanza (CavaliereNews 18.09.26)

La Musica come strumento meraviglioso per celebrare la Pace, la Libertà e la resilienza di un popolo incredibile. Il prossimo 22 settembre, nella suggestiva cornice dell’Auditorium Conciliazione a Roma, andrà in scena un evento storico e commovente: il grande Concerto di Gala per festeggiare il 35° Anniversario dell’Indipendenza della Repubblica d’Armenia! La serata, promossa direttamente dall’Ambasciata Armena in Italia, sarà un vero e proprio “abbraccio culturale” tra due nazioni sorelle. Sotto la sapiente direzione del Maestro Gerardo Di Lella, e grazie alla voce sublime della cantante lirica armena Goar Faradzhian, il pubblico assisterà a un dialogo musicale indimenticabile: le opere dei più grandi geni compositivi armeni (come Aram Khachaturyan) si intrecceranno con i capolavori della musica italiana. Un’occasione irrinunciabile per la comunità armena e per tutti gli italiani che amano la Grande Musica. Scopri tutti i dettagli di questa serata magica nel nostro articolo completo 👇

L'Armenia celebra a Roma i 35 anni di indipendenza: un grandioso concerto per la pace e la fratellanza

Roma – Esistono nazioni che non si misurano semplicemente in base all’estensione dei loro confini geografici o alla potenza della loro economia, ma si misurano in base all’immensità della loro anima, alla fierezza della loro storia e alla straordinaria capacità di resistere alle tempeste del tempo. L’Armenia è senza ombra di dubbio una di queste nazioni. Un popolo fiero, antico e culturalmente ricchissimo, che ha saputo attraversare secoli di indicibili sofferenze senza mai perdere la propria identità e la propria voce. Proprio per onorare questa incredibile resilienza, la Capitale italiana si prepara a vivere una serata di purissima emozione, eleganza e profonda spiritualità. Il prossimo 22 settembre, infatti, l’Auditorium Conciliazione (a due passi dalla suggestiva cornice di Piazza San Pietro) si illuminerà a festa per ospitare un evento storico e imperdibile: il grande Concerto di Gala per celebrare la Festa Nazionale della Repubblica d’Armenia e il 35° anniversario della sua agognata Indipendenza.

Un popolo fiero: la grande festa nazionale nel cuore di Roma

L’iniziativa, fortemente voluta e promossa con orgoglio dall’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, non vuole essere una semplice celebrazione diplomatica per addetti ai lavori, ma un vero e proprio abbraccio collettivo. L’obiettivo è quello di spalancare le porte della cultura armena al pubblico italiano, creando uno spazio di incontro magico dove la musica diventa l’unico, potentissimo linguaggio capace di superare ogni barriera.
Festeggiare 35 anni di Indipendenza per l’Armenia significa celebrare la vita, la rinascita e la libertà di un popolo che ha lottato strenuamente per il diritto di esistere e di tramandare le proprie radici. La scelta di Roma come palcoscenico per questo anniversario così intimo e cruciale non è affatto casuale: rappresenta il suggello perfetto di un’amicizia secolare, un legame fraterno che unisce l’Italia e l’Armenia nel segno del rispetto reciproco, della solidarietà e della comune devozione per la bellezza dell’arte.

Il ponte musicale tra due culture: le sinfonie che uniscono le nazioni

Il cuore pulsante di questo indimenticabile Concerto di Gala sarà un programma musicale minuziosamente studiato per far dialogare, nota dopo nota, la grande e solenne tradizione musicale armena con il genio compositivo italiano. Gli spettatori avranno l’incredibile privilegio di ascoltare dal vivo le composizioni di alcuni dei più immensi e venerati autori della cultura armena, veri e propri eroi nazionali del pentagramma come Aram Khachaturyan e Arno Babajanyan.
Le loro melodie, intrise di malinconia, passione vulcanica e folclore caucasico, si intrecceranno dolcemente con i capolavori immortali dei più grandi compositori italiani. Sarà un viaggio acustico ed emotivo devastante, un percorso artistico pensato appositamente per dimostrare come due Paesi geograficamente lontani possano in realtà scoprirsi anime gemelle quando si incontrano sul terreno sacro della musica sinfonica.

Il Maestro Di Lella e la voce sublime di Goar Faradzhian

Per dare vita a uno spettacolo di questa caratura internazionale, servivano interpreti capaci non solo di leggere uno spartito, ma di trasmettere l’anima profonda di quelle note. Il difficilissimo e prestigioso compito di dirigere l’orchestra in questa serata di gala è stato affidato alla bacchetta esperta e passionale del Maestro Gerardo Di Lella, un nome che è garanzia assoluta di eccellenza e raffinatezza musicale.
Ma il momento che promette di far venire i brividi a tutto il pubblico presente in sala sarà l’esibizione della straordinaria cantante lirica armena Goar Faradzhian. Con la sua voce potente, cristallina e carica di pathos, la Faradzhian si farà carico di portare sul palco del sontuoso Auditorium Conciliazione tutto il dolore, l’amore e la speranza della sua terra natia, valorizzando in modo definitivo e spettacolare questo commovente abbraccio culturale tra il repertorio vocale armeno e quello squisitamente italiano.

Vai al sito

«Rispettate le vostre stesse leggi». L’appello di Vardanyan da Umbaki, mentre riprende il processo contro Karekin II ad Etchmiadzin (Korazym 18.09.26)

Due procedimenti giudiziari, diversi per natura e contesto, riportano al centro dell’attenzione la condizione dei prigionieri Armeni detenuti in Azerbaigian e il confronto sempre più aspro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena.

Dal complesso penitenziario di Umbaki, Ruben Vardanyan ha rivolto un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, denunciando una serie di violazioni dei diritti riconosciuti ai detenuti dalla stessa legislazione azerbaigiana. In Armenia, intanto, è ripreso il processo contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei vescovi, accusati di non aver dato esecuzione alla decisione giudiziaria relativa alla reintegrazione dell’ex Vescovo Gevorg Saroyan.

Da Umbaki l’appello di Ruben Vardanyan

Il 16 settembre 2026 Ruben Vardanyan ha registrato dal carcere un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, che aveva dichiarato la propria disponibilità a intervenire nelle questioni riguardanti i diritti dei cittadini Armeni condannati.

Vardanyan, detenuto insieme ad altri 18 Armeni nel complesso penitenziario di Umbaki, richiama il Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica di Azerbaigian e l’opuscolo sui diritti dei detenuti consegnato loro dallo stesso Ufficio del Commissario. Sottolinea che tali diritti devono essere rispettati indipendentemente dal reato contestato, dall’origine etnica, dalla religione o dalla cittadinanza della persona detenuta.

Le questioni sollevate riguardano l’impossibilità per alcuni prigionieri di effettuare le telefonate settimanali previste, la mancata disponibilità delle videochiamate, l’accesso alle cure e agli esami medici, i servizi notarili, l’esercizio fisico, il diritto allo studio e all’informazione e l’assenza di risposte scritte alle domande e ai reclami.

Vardanyan denuncia inoltre l’isolamento divenuto ancora più grave dopo la chiusura dell’Ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Azerbaigian. Ricorda quindi l’iniziativa umanitaria della moglie Veronika Zonabend, disponibile a recarsi a Baku per incontrare i detenuti e consegnare loro più di mille lettere, pacchi e beni essenziali. L’iniziativa, afferma, non ha ricevuto risposta e non è stata proposta alcuna soluzione alternativa.

«Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi», chiede Vardanyan.

Riportiamo di seguito la traduzione integrale italiana della trascrizione ufficiale dell’appello.

Appello al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian

Gentile Signora Aliyeva,

sono Ruben Karlenovich Vardanyan, cittadino della Repubblica di Armenia, condannato dal Tribunale militare di Baku a 20 anni di reclusione.

Purtroppo sono stato costretto a rivolgermi pubblicamente a Lei in questo modo.

Io e 18 miei compatrioti, condannati a diverse pene detentive, siamo trattenuti nel complesso penitenziario di Umbaki da periodi che vanno da alcuni mesi a diversi anni. Devo affermare che ci troviamo di fronte a persistenti violazioni dei nostri diritti in quanto detenuti condannati. Questi diritti sono sanciti dalle vostre leggi, indipendentemente dal reato per il quale una persona è stata condannata, dalla sua origine etnica, dalla sua religione o dalla sua cittadinanza.

Prima di affrontare queste violazioni, desidero dirLe ancora una volta che la linea telefonica diretta 916 non funziona. Mi è stato permesso di chiamare questo numero una sola volta, il 19 giugno. Fino a oggi non è giunta alcuna risposta dal Suo ufficio. Anche il mio avvocato Le ha lasciato un messaggio, ma neppure a quello è stata data risposta. Ci è stato inoltre detto che avete 20.000 detenuti e che ci farete visita quando ne avrete il tempo. Ma questo significa che la linea diretta è una finzione. Non funziona.

Sto cercando di portare queste informazioni alla Sua attenzione affinché Lei possa intervenire concretamente e porre fine a queste violazioni.

In questa dichiarazione farò riferimento alle pagine dell’opuscolo che ci avete ufficialmente consegnato durante il nostro ultimo incontro, alla fine di aprile. L’opuscolo era disponibile in quattro lingue e farò riferimento alla versione russa. Spero che sia stata tradotta correttamente.

Primo: il diritto di effettuare telefonate settimanali. Secondo le informazioni ricevute dalle loro famiglie, non tutti i 19 detenuti possono esercitare questo diritto.

Secondo: il diritto alle videochiamate. Questo diritto è stabilito dall’articolo 84.1 del Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica dell’Azerbaigian. Inoltre, l’articolo 81.1 stabilisce che, su richiesta del detenuto o per altre ragioni, le visite di breve durata alle quali abbiamo diritto possono essere sostituite da videochiamate.

Desidero sottolineare ancora una volta che molti di coloro che sono detenuti qui non hanno potuto neppure comunicare con i propri figli per più di tre anni. Per altri saranno presto trascorsi tre anni.

Il mio compagno di cella è stato arrestato quando suo figlio aveva dieci mesi. Ora il bambino ha più di tre anni e mezzo. Ciò significa che per tutto questo tempo non ha neppure potuto vedere suo padre. Considero questo fatto una grave violazione del nostro diritto al più elementare contatto con i nostri figli.

Terzo: l’accesso alle informazioni sui nostri diritti e doveri, compreso il sistema delle sanzioni. Non riesco a ottenere dall’amministrazione penitenziaria neppure le informazioni fondamentali riguardanti i nostri diritti e doveri, ciò che costituisce una violazione delle regole e le sanzioni applicabili in questo istituto.

Quarto: l’accesso all’assistenza e ai servizi legali, compresi quelli notarili. Fino a oggi i servizi notarili che dovrebbero essere garantiti non sono stati messi a disposizione. Non posso predisporre una procura per mio figlio, il cui compleanno è oggi, 16 settembre. Compie 17 anni. Non posso predisporre una procura neppure per mia moglie. Pagina 13.

Quinto: il diritto di ricevere assistenza medica, anche, ove necessario, presso strutture private a nostre spese. Non posso sottopormi a esami medici, nonostante tutte le mie patologie. Non mi viene consentito di effettuare questi esami, malgrado le richieste presentate sia dal mio avvocato sia da me. Non posso ancora sottopormi agli esami né riceverne i risultati, neppure a mie spese. Questo è indicato a pagina 23.

Poi: il diritto agli esercizi mattutini e all’attività sportiva per almeno un’ora al giorno. Pagina 21. Attualmente ci viene consentito di svolgere attività fisica soltanto una volta alla settimana, per 20 minuti per cella. Alla nostra cella sono stati concessi 40 minuti, ma neppure questo è sufficiente per preservare la nostra salute. Anche questa è una grave violazione dei nostri diritti.

Poi: il diritto all’istruzione e alla formazione professionale. Nonostante tutte le mie richieste, non mi è stato fornito alcun mezzo per proseguire la mia istruzione durante la detenzione in questo istituto.

Poi: il diritto di ricevere giornali e riviste in abbonamento. Desidero abbonarmi a giornali e riviste azerbaigiani, ma anche questo diritto mi viene negato. Pagina 17. Il riferimento relativo all’istruzione si trova a pagina 14.

Il diritto di ricevere risposte scritte alle mie richieste, ai miei reclami e alle mie proposte. Pagina 16. Non ho ricevuto una sola risposta scritta, nonostante tutte le richieste che ho presentato.

Infine, e soprattutto: il diritto di contattare, per questioni personali, le rappresentanze diplomatiche dei nostri Paesi o le organizzazioni internazionali che hanno posto sotto la propria protezione i detenuti condannati. Pagina 14.

Purtroppo, in seguito alla decisione del governo azerbaigiano di chiudere l’ufficio del Comitato internazionale della Croce Rossa, dal giugno 2025 non possiamo ricevere attraverso il Comitato notizie dalle nostre famiglie, né effetti personali, vestiti, cibo, fotografie, lettere e altri oggetti. La visita del Comitato internazionale della Croce Rossa nel dicembre 2025 è stata molto breve e puramente formale, e ai suoi rappresentanti non è stato permesso di consegnarci nulla.

Eppure, in base ai relativi articoli del vostro Codice, abbiamo il diritto di ricevere più volte all’anno pacchi e colli dai nostri familiari e dalle persone a noi care. Abbiamo inoltre diritto a visite di breve e lunga durata e, come ho già detto, alle telefonate.

Come Le ho spiegato per iscritto e durante la nostra conversazione nella primavera del 2026, il Suo ufficio è l’unica istituzione che, nelle attuali circostanze, può fungere da ponte umanitario tra i 19 detenuti condannati e le loro famiglie.

Dal giugno 2025 la stragrande maggioranza di loro non soltanto non ha potuto ricevere pacchi, ma non ha neppure avuto il denaro necessario per acquistare cibo nel negozio del carcere o effettuare telefonate. Ritengo che ciò abbia un effetto molto negativo sul loro benessere psicologico complessivo.

Purtroppo, nonostante l’accordo di pace dell’8 agosto 2025 e i numerosi contatti tra i rappresentanti dei due Paesi, questa questione rimane irrisolta.

Mi rincresce che Lei non abbia trovato l’opportunità o il tempo per rispondere all’appello pubblico di mia moglie, cittadina della Federazione Russa. Era pronta a venire con altre persone e a portare più di mille lettere indirizzate ai 19 detenuti, pacchi e altri beni estremamente necessari. È importante sottolineare che ciò li avrebbe anche aiutati a vivere nel modo più normale possibile nelle attuali circostanze. Non avete neppure proposto una soluzione alternativa.

Sono certo che la soluzione di tutte queste questioni non richieda l’intervento diretto dei massimi dirigenti del Paese. Risolverle può soltanto contribuire a migliorare le relazioni tra i nostri due popoli, nonostante il nostro doloroso passato e il pesante fardello delle reciproche rimostranze.

Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi. Ritengo che questa sia la cosa giusta da fare, non soltanto per noi, ma per la società azerbaigiana nel suo insieme.

Sono convinto che Lei possa risolvere questi problemi. Continuo a sperare che trovi il tempo per incontrarci e rispondere al mio appello.

Con rispetto,

Ruben Vardanyan

Riprende il processo contro Karekin II e sei vescovi

Il 18 settembre, presso il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, è ripreso il procedimento penale contro il Catholicos Karekin II e altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena.

Il procedimento nasce dalla controversia relativa all’ex Vescovo Gevorg Saroyan, ridotto dallo stato clericale dalla Chiesa ma provvisoriamente reintegrato nelle proprie funzioni da una decisione della giustizia civile. Il Catholicos e i sei vescovi sono accusati di non aver eseguito la decisione giudiziaria o di averne ostacolato l’esecuzione.

Il processo era iniziato il 7 agosto a Vagharshapat, ma il giudice Hakob Manukyan si era ricusato a causa di un precedente rapporto professionale con uno dei difensori. Il fascicolo era stato quindi assegnato al giudice Serzh Rushanyan, che aveva sollevato la questione della competenza territoriale e disposto la trasmissione degli atti a Yerevan. Dopo un ulteriore conflitto sulla competenza, il procedimento è tornato davanti al tribunale della regione di Armavir.

Karekin II e gli altri sei imputati non hanno partecipato personalmente all’udienza del 18 settembre, mentre erano presenti i loro difensori.

I difensori hanno chiesto la cessazione del procedimento penale nei confronti degli imputati, sostenendo che l’atto d’accusa non descriva una condotta penalmente rilevante. Secondo la difesa, nella fase cui si riferisce l’accusa il comportamento contestato non poteva ancora configurare il reato di mancata esecuzione o di ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria. Il giudice non si è pronunciato sulla richiesta nel corso dell’udienza, che è stata rinviata al 30 ottobre 2026, alle ore 16.00.

Nel corso dell’udienza è intervenuto anche Gevorg Saroyan, il quale ha sostenuto di essere stato ridotto dallo stato clericale per essersi opposto a quella che ha definito la politicizzazione della Chiesa. La versione di Saroyan è contestata dalle autorità ecclesiastiche, che rivendicano l’autonomia canonica della Chiesa e respingono l’intervento dei tribunali civili nelle decisioni riguardanti lo stato e gli incarichi del clero.

Il Consiglio Spirituale Supremo denuncia le ingerenze dello Stato

Il nuovo passaggio giudiziario è coinciso con la conclusione della riunione del Consiglio Spirituale Supremo, svoltasi dal 15 al 17 settembre presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Karekin II.

Nel comunicato conclusivo, il Consiglio ha definito inaccettabile la persistente politica di ingerenza delle autorità nella vita interna della Chiesa e ha denunciato pressioni, limitazioni e ostacoli esercitati attraverso gli strumenti dello Stato.

Secondo il Consiglio, queste iniziative violano le garanzie costituzionali dell’autonomia della Chiesa e della libertà di coscienza e di religione dei fedeli. Nel corso della riunione sono stati esaminati i procedimenti penali e le iniziative giudiziarie riguardanti la Chiesa e i suoi ministri, insieme alle possibilità di tutela giuridica in Armenia e davanti agli organismi internazionali.

La ripresa del processo contro il Catholicos si inserisce così in un conflitto istituzionale che non riguarda più soltanto la controversia con Gevorg Saroyan, ma il rapporto tra l’autorità statale e l’autonomia canonica della Chiesa Apostolica Armena.

Vai al sito

Vita e radici armene: un docufilm ripercorre Antonia Arslan (Varie 18.09.26)

(ANSA) – PADOVA, 18 SET – La scrittrice best-seller Antonia Arslan, 88 anni, voce del popolo armeno nel mondo, si racconta come mai aveva fatto prima, nel docufilm «Antonia Arslan», produzione Eriadorfilm, di cui si sono da poco concluse le riprese.
L’infanzia durante la guerra sulla Riviera del Brenta, l’adolescenza nell’incanto delle Dolomiti, l’Isola degli Armeni a Venezia nel cuore, centro pulsante della memoria armena in Europa, la vita adulta tra Padova e New York, Venezia e l’Isola degli Armeni. Arslan, padovana di origine armena, per la prima volta apre la sua casa e il suo cuore: un ritratto inedito tra vita, famiglia, impegno sociale e letterario, radici e memoria.Un viaggio intimo e collettivo. Fotografie d’epoca, racconti, aneddoti, retroscena, accompagnano la lunga intervista in cui per la prima volta Antonia Arslan si svela, dall’infanzia fino a oggi. La regia è di Giulia Belluco, che è anche produttrice con Eriadorfilm. Soggetto e testi di Francesca Visentin, con la collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. (ANSA).


“Antonia Arslan”: la storia della scrittrice armena adesso è anche un film


Vita e radici armene: un docufilm ripercorre Antonia Arslan


 

Concluse le riprese del film su Antonia Arslan: un viaggio nella sua vita e memoria (Blastingnews 18.09.26)

Si sono concluse a Padova, il 18 settembre 2026, le riprese di Antonia Arslan, il docufilm prodotto da Eriadorfilm e dedicato alla celebre scrittrice padovana di origine armena. Il film pone al centro la figura di Arslan, 88 anni, autrice di best-seller e voce autorevole legata alla memoria del popolo armeno, attraverso una lunga intervista e un ricco repertorio di materiali che ne ripercorrono la storia personale, familiare, letteraria e sociale.

Il racconto prende avvio dall’infanzia trascorsa sulla Riviera del Brenta durante il periodo bellico, per poi proseguire con l’adolescenza vissuta sulle Dolomiti.

La struttura narrativa del docufilm

Il progetto cinematografico ricostruisce un ritratto complesso e sfaccettato che intreccia la vita privata dell’autrice, i legami familiari, le radici profonde, la memoria storica, l’impegno sociale e la sua prolifica attività letteraria.

L’Isola degli Armeni a Venezia emerge come un luogo di primaria importanza nel percorso biografico narrato dal film, affiancata da altri luoghi significativi che hanno scandito le diverse fasi dell’esistenza di Arslan. La narrazione segue una vera e propria geografia personale che abbraccia scenari come Padova, Venezia, la laguna, suggestive ville venete, antichi monasteri e suggestivi paesaggi montani.

La regia è affidata a Giulia Belluco, che cura anche la produzione con Eriadorfilm. Il soggetto e i testi sono opera di Francesca Visentin, con la preziosa collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. La lavorazione del film ha incluso una lunga e approfondita intervista in cui Arslan ripercorre, dall’infanzia fino ai giorni nostri, i momenti salienti della propria vita e l’evoluzione del suo imprescindibile rapporto con la memoria armena.

Radici, letteratura e l’eredità armena

Nel tessuto narrativo del docufilm si inserisce con forza anche la figura di Yerwant Arslanian, il nonno armeno di Antonia Arslan. Attraverso la sua storia, come ricostruito nel film, la scrittrice ha scoperto fin da bambina le vicende della propria famiglia e il drammatico legame con il genocidio armeno. Questa profonda consapevolezza ha poi permeato e guidato il suo rapporto con le origini e ha influenzato in modo determinante il suo lavoro accademico e la sua produzione letteraria.

Arslan ha dedicato molti anni all’insegnamento di letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università di Padova. La sua carriera accademica è stata costantemente alimentata e arricchita dalla sua ricerca e dal suo impegno nella conservazione e diffusione della cultura e della memoria armena, elementi che hanno profondamente segnato anche la sua produzione letteraria.

Vai al sito

«Rispettate le vostre stesse leggi». L’appello di Vardanyan da Umbaki, mentre riprende il processo contro Karekin II ad Etchmiadzin (KOrazym 18.09.26)

Due procedimenti giudiziari, diversi per natura e contesto, riportano al centro dell’attenzione la condizione dei prigionieri Armeni detenuti in Azerbaigian e il confronto sempre più aspro tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena.

Dal complesso penitenziario di Umbaki, Ruben Vardanyan ha rivolto un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, denunciando una serie di violazioni dei diritti riconosciuti ai detenuti dalla stessa legislazione azerbaigiana. In Armenia, intanto, è ripreso il processo contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei vescovi, accusati di non aver dato esecuzione alla decisione giudiziaria relativa alla reintegrazione dell’ex Vescovo Gevorg Saroyan.

Da Umbaki l’appello di Ruben Vardanyan

Il 16 settembre 2026 Ruben Vardanyan ha registrato dal carcere un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, che aveva dichiarato la propria disponibilità a intervenire nelle questioni riguardanti i diritti dei cittadini Armeni condannati.

Vardanyan, detenuto insieme ad altri 18 Armeni nel complesso penitenziario di Umbaki, richiama il Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica di Azerbaigian e l’opuscolo sui diritti dei detenuti consegnato loro dallo stesso Ufficio del Commissario. Sottolinea che tali diritti devono essere rispettati indipendentemente dal reato contestato, dall’origine etnica, dalla religione o dalla cittadinanza della persona detenuta.

Le questioni sollevate riguardano l’impossibilità per alcuni prigionieri di effettuare le telefonate settimanali previste, la mancata disponibilità delle videochiamate, l’accesso alle cure e agli esami medici, i servizi notarili, l’esercizio fisico, il diritto allo studio e all’informazione e l’assenza di risposte scritte alle domande e ai reclami.

Vardanyan denuncia inoltre l’isolamento divenuto ancora più grave dopo la chiusura dell’Ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Azerbaigian. Ricorda quindi l’iniziativa umanitaria della moglie Veronika Zonabend, disponibile a recarsi a Baku per incontrare i detenuti e consegnare loro più di mille lettere, pacchi e beni essenziali. L’iniziativa, afferma, non ha ricevuto risposta e non è stata proposta alcuna soluzione alternativa.

«Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi», chiede Vardanyan.

Riportiamo di seguito la traduzione integrale italiana della trascrizione ufficiale dell’appello.

Appello al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian

Gentile Signora Aliyeva,

sono Ruben Karlenovich Vardanyan, cittadino della Repubblica di Armenia, condannato dal Tribunale militare di Baku a 20 anni di reclusione.

Purtroppo sono stato costretto a rivolgermi pubblicamente a Lei in questo modo.

Io e 18 miei compatrioti, condannati a diverse pene detentive, siamo trattenuti nel complesso penitenziario di Umbaki da periodi che vanno da alcuni mesi a diversi anni. Devo affermare che ci troviamo di fronte a persistenti violazioni dei nostri diritti in quanto detenuti condannati. Questi diritti sono sanciti dalle vostre leggi, indipendentemente dal reato per il quale una persona è stata condannata, dalla sua origine etnica, dalla sua religione o dalla sua cittadinanza.

Prima di affrontare queste violazioni, desidero dirLe ancora una volta che la linea telefonica diretta 916 non funziona. Mi è stato permesso di chiamare questo numero una sola volta, il 19 giugno. Fino a oggi non è giunta alcuna risposta dal Suo ufficio. Anche il mio avvocato Le ha lasciato un messaggio, ma neppure a quello è stata data risposta. Ci è stato inoltre detto che avete 20.000 detenuti e che ci farete visita quando ne avrete il tempo. Ma questo significa che la linea diretta è una finzione. Non funziona.

Sto cercando di portare queste informazioni alla Sua attenzione affinché Lei possa intervenire concretamente e porre fine a queste violazioni.

In questa dichiarazione farò riferimento alle pagine dell’opuscolo che ci avete ufficialmente consegnato durante il nostro ultimo incontro, alla fine di aprile. L’opuscolo era disponibile in quattro lingue e farò riferimento alla versione russa. Spero che sia stata tradotta correttamente.

Primo: il diritto di effettuare telefonate settimanali. Secondo le informazioni ricevute dalle loro famiglie, non tutti i 19 detenuti possono esercitare questo diritto.

Secondo: il diritto alle videochiamate. Questo diritto è stabilito dall’articolo 84.1 del Codice dell’esecuzione delle pene della Repubblica dell’Azerbaigian. Inoltre, l’articolo 81.1 stabilisce che, su richiesta del detenuto o per altre ragioni, le visite di breve durata alle quali abbiamo diritto possono essere sostituite da videochiamate.

Desidero sottolineare ancora una volta che molti di coloro che sono detenuti qui non hanno potuto neppure comunicare con i propri figli per più di tre anni. Per altri saranno presto trascorsi tre anni.

Il mio compagno di cella è stato arrestato quando suo figlio aveva dieci mesi. Ora il bambino ha più di tre anni e mezzo. Ciò significa che per tutto questo tempo non ha neppure potuto vedere suo padre. Considero questo fatto una grave violazione del nostro diritto al più elementare contatto con i nostri figli.

Terzo: l’accesso alle informazioni sui nostri diritti e doveri, compreso il sistema delle sanzioni. Non riesco a ottenere dall’amministrazione penitenziaria neppure le informazioni fondamentali riguardanti i nostri diritti e doveri, ciò che costituisce una violazione delle regole e le sanzioni applicabili in questo istituto.

Quarto: l’accesso all’assistenza e ai servizi legali, compresi quelli notarili. Fino a oggi i servizi notarili che dovrebbero essere garantiti non sono stati messi a disposizione. Non posso predisporre una procura per mio figlio, il cui compleanno è oggi, 16 settembre. Compie 17 anni. Non posso predisporre una procura neppure per mia moglie. Pagina 13.

Quinto: il diritto di ricevere assistenza medica, anche, ove necessario, presso strutture private a nostre spese. Non posso sottopormi a esami medici, nonostante tutte le mie patologie. Non mi viene consentito di effettuare questi esami, malgrado le richieste presentate sia dal mio avvocato sia da me. Non posso ancora sottopormi agli esami né riceverne i risultati, neppure a mie spese. Questo è indicato a pagina 23.

Poi: il diritto agli esercizi mattutini e all’attività sportiva per almeno un’ora al giorno. Pagina 21. Attualmente ci viene consentito di svolgere attività fisica soltanto una volta alla settimana, per 20 minuti per cella. Alla nostra cella sono stati concessi 40 minuti, ma neppure questo è sufficiente per preservare la nostra salute. Anche questa è una grave violazione dei nostri diritti.

Poi: il diritto all’istruzione e alla formazione professionale. Nonostante tutte le mie richieste, non mi è stato fornito alcun mezzo per proseguire la mia istruzione durante la detenzione in questo istituto.

Poi: il diritto di ricevere giornali e riviste in abbonamento. Desidero abbonarmi a giornali e riviste azerbaigiani, ma anche questo diritto mi viene negato. Pagina 17. Il riferimento relativo all’istruzione si trova a pagina 14.

Il diritto di ricevere risposte scritte alle mie richieste, ai miei reclami e alle mie proposte. Pagina 16. Non ho ricevuto una sola risposta scritta, nonostante tutte le richieste che ho presentato.

Infine, e soprattutto: il diritto di contattare, per questioni personali, le rappresentanze diplomatiche dei nostri Paesi o le organizzazioni internazionali che hanno posto sotto la propria protezione i detenuti condannati. Pagina 14.

Purtroppo, in seguito alla decisione del governo azerbaigiano di chiudere l’ufficio del Comitato internazionale della Croce Rossa, dal giugno 2025 non possiamo ricevere attraverso il Comitato notizie dalle nostre famiglie, né effetti personali, vestiti, cibo, fotografie, lettere e altri oggetti. La visita del Comitato internazionale della Croce Rossa nel dicembre 2025 è stata molto breve e puramente formale, e ai suoi rappresentanti non è stato permesso di consegnarci nulla.

Eppure, in base ai relativi articoli del vostro Codice, abbiamo il diritto di ricevere più volte all’anno pacchi e colli dai nostri familiari e dalle persone a noi care. Abbiamo inoltre diritto a visite di breve e lunga durata e, come ho già detto, alle telefonate.

Come Le ho spiegato per iscritto e durante la nostra conversazione nella primavera del 2026, il Suo ufficio è l’unica istituzione che, nelle attuali circostanze, può fungere da ponte umanitario tra i 19 detenuti condannati e le loro famiglie.

Dal giugno 2025 la stragrande maggioranza di loro non soltanto non ha potuto ricevere pacchi, ma non ha neppure avuto il denaro necessario per acquistare cibo nel negozio del carcere o effettuare telefonate. Ritengo che ciò abbia un effetto molto negativo sul loro benessere psicologico complessivo.

Purtroppo, nonostante l’accordo di pace dell’8 agosto 2025 e i numerosi contatti tra i rappresentanti dei due Paesi, questa questione rimane irrisolta.

Mi rincresce che Lei non abbia trovato l’opportunità o il tempo per rispondere all’appello pubblico di mia moglie, cittadina della Federazione Russa. Era pronta a venire con altre persone e a portare più di mille lettere indirizzate ai 19 detenuti, pacchi e altri beni estremamente necessari. È importante sottolineare che ciò li avrebbe anche aiutati a vivere nel modo più normale possibile nelle attuali circostanze. Non avete neppure proposto una soluzione alternativa.

Sono certo che la soluzione di tutte queste questioni non richieda l’intervento diretto dei massimi dirigenti del Paese. Risolverle può soltanto contribuire a migliorare le relazioni tra i nostri due popoli, nonostante il nostro doloroso passato e il pesante fardello delle reciproche rimostranze.

Per quanto tempo ancora rimarremo a Umbaki, vi prego di rispettare le vostre stesse leggi. Ritengo che questa sia la cosa giusta da fare, non soltanto per noi, ma per la società azerbaigiana nel suo insieme.

Sono convinto che Lei possa risolvere questi problemi. Continuo a sperare che trovi il tempo per incontrarci e rispondere al mio appello.

Con rispetto,

Ruben Vardanyan

Riprende il processo contro Karekin II e sei vescovi

Il 18 settembre, presso il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, è ripreso il procedimento penale contro il Catholicos Karekin II e altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena.

Il procedimento nasce dalla controversia relativa all’ex Vescovo Gevorg Saroyan, ridotto dallo stato clericale dalla Chiesa ma provvisoriamente reintegrato nelle proprie funzioni da una decisione della giustizia civile. Il Catholicos e i sei vescovi sono accusati di non aver eseguito la decisione giudiziaria o di averne ostacolato l’esecuzione.

Il processo era iniziato il 7 agosto a Vagharshapat, ma il giudice Hakob Manukyan si era ricusato a causa di un precedente rapporto professionale con uno dei difensori. Il fascicolo era stato quindi assegnato al giudice Serzh Rushanyan, che aveva sollevato la questione della competenza territoriale e disposto la trasmissione degli atti a Yerevan. Dopo un ulteriore conflitto sulla competenza, il procedimento è tornato davanti al tribunale della regione di Armavir.

Karekin II e gli altri sei imputati non hanno partecipato personalmente all’udienza del 18 settembre, mentre erano presenti i loro difensori.

I difensori hanno chiesto la cessazione del procedimento penale nei confronti degli imputati, sostenendo che l’atto d’accusa non descriva una condotta penalmente rilevante. Secondo la difesa, nella fase cui si riferisce l’accusa il comportamento contestato non poteva ancora configurare il reato di mancata esecuzione o di ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria. Il giudice non si è pronunciato sulla richiesta nel corso dell’udienza, che è stata rinviata al 30 ottobre 2026, alle ore 16.00.

Nel corso dell’udienza è intervenuto anche Gevorg Saroyan, il quale ha sostenuto di essere stato ridotto dallo stato clericale per essersi opposto a quella che ha definito la politicizzazione della Chiesa. La versione di Saroyan è contestata dalle autorità ecclesiastiche, che rivendicano l’autonomia canonica della Chiesa e respingono l’intervento dei tribunali civili nelle decisioni riguardanti lo stato e gli incarichi del clero.

 

Il Consiglio Spirituale Supremo denuncia le ingerenze dello Stato

Il nuovo passaggio giudiziario è coinciso con la conclusione della riunione del Consiglio Spirituale Supremo, svoltasi dal 15 al 17 settembre presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Karekin II.

Nel comunicato conclusivo, il Consiglio ha definito inaccettabile la persistente politica di ingerenza delle autorità nella vita interna della Chiesa e ha denunciato pressioni, limitazioni e ostacoli esercitati attraverso gli strumenti dello Stato.

Secondo il Consiglio, queste iniziative violano le garanzie costituzionali dell’autonomia della Chiesa e della libertà di coscienza e di religione dei fedeli. Nel corso della riunione sono stati esaminati i procedimenti penali e le iniziative giudiziarie riguardanti la Chiesa e i suoi ministri, insieme alle possibilità di tutela giuridica in Armenia e davanti agli organismi internazionali.

La ripresa del processo contro il Catholicos si inserisce così in un conflitto istituzionale che non riguarda più soltanto la controversia con Gevorg Saroyan, ma il rapporto tra l’autorità statale e l’autonomia canonica della Chiesa Apostolica Armena.

Vai al sito

Vita e radici armene: un docufilm ripercorre Antonia Arslan (Blasntingnews 18.09.26)

Si sono concluse a Padova le riprese di Antonia Arslan, il docufilm prodotto da Eriadorfilm. L’opera, dedicata alla scrittrice padovana di origine armena, è stata completata il 18 settembre 2026 e si propone di esplorare la vita e l’eredità di Arslan, riconosciuta come una voce rilevante per il popolo armeno nel mondo.

Il documentario ripercorre le tappe salienti dell’esistenza della scrittrice, intrecciando la sua storia personale con i luoghi che ne hanno segnato il percorso. Dalla tenera infanzia sulla Riviera del Brenta durante la guerra, all’adolescenza tra le Dolomiti, il racconto si snoda attraverso il profondo legame con l’Isola degli Armeni a Venezia.

La narrazione prosegue con la vita adulta, che ha visto Antonia Arslan muoversi tra Padova, Venezia, New York e l’Isola degli Armeni.

Per arricchire il tessuto narrativo, il docufilm integra materiali d’epoca e una lunga intervista. Questi elementi contribuiscono a delineare un ritratto intimo, focalizzato sulla memoria familiare, sulle radici armene e sull’influenza dei luoghi sulla sua identità e opera.

Il team di produzione del docufilm

La regia di Antonia Arslan è affidata a Giulia Belluco, che firma anche la produzione con Eriadorfilm. Il soggetto e i testi sono stati curati da Francesca Visentin, con la collaborazione di Matteo Strukul e Silvia Gorgi. Il progetto è incentrato sulla vita della scrittrice e sui momenti chiave che connettono la sua esperienza individuale alla memoria armena e al territorio veneto.

La mappa del film è definita dalla presenza di luoghi quali Padova, Venezia, la Riviera del Brenta, le Dolomiti, New York e l’Isola degli Armeni. Questa sequenza di ambientazioni permette al documentario di unire armoniosamente le diverse fasi della vita di Antonia Arslan – dall’infanzia all’età adulta – e di evidenziare come il racconto biografico sia indissolubilmente legato al tema dell’identità armena, filo conduttore della sua intera produzione letteraria.

Antonia Arslan: scrittrice e saggista

Antonia Arslan è una stimata scrittrice e saggista italiana di origine armena. Per molti anni è stata professoressa di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Padova e, dal 23 febbraio 2019, è socia onoraria dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.

La sua ricerca si è concentrata sulla narrativa popolare e sulle scrittrici italiane dell’Ottocento e del Novecento.

Tra le sue opere più significative spicca il romanzo La masseria delle allodole, pubblicato nel 2004, che ha consolidato la sua fama e il suo impegno nel narrare la storia e la cultura del popolo armeno.

Vai al sito

Sempre più russi lasciano il Paese per non combattere, in Armenia si parla già di crisi migratoria (Euronews 18.09.26)

Attivisti e avvocati che assistono i giovani russi che lasciano il Paese notano che partono in anticipo e a piccoli gruppi perché una volta che la convocazione appare sul nuovo registro elettronico non ne hanno più la possibilità. Senza visto possono andare in Armenia, Georgia e Kazakhstan

All’inizio di settembre il numero di richieste di assistenza urgente e di consulenze sull’emigrazione dalla Federazione Russa è aumentato di quasi otto volte rispetto all’inizio dell’estate: lo segnalano i coordinatori del progetto anti-guerra Kovcheg (Arca).

Parlano di una vera e propria ‘ondata di panico’ tra i cittadini russi, che temono di essere mandati a combattere contro l’Ucraina.

Gli esperti ritengono che i giovani abbiano imparato la lezione della mobilitazione del 2022. Sullo sfondo delle voci su una nuova ampia chiamata alle armi dopo le elezioni autunnali per la Duma di Stato, lasciano il Paese in anticipo per precedere possibili nuove restrizioni alle uscite e l’avvio di un registro elettronico completo delle convocazioni.

Ad agosto il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky ha a sua volta messo in guardia sul rischio di una nuova mobilitazione nella Federazione Russa, citando dati d’intelligence; a Kiev hanno parlato di un piano del Cremlino per “una rapida mobilitazione di alcune centinaia di migliaia di russi entro la fine dell’anno, più altrettanti l’anno prossimo”.

Inoltre il timore di una possibile mobilitazione dopo le elezioni si è esteso anche ai rappresentanti dell’élite e ai dipendenti dei commissariati militari, scrive Bloomberg citando documenti pertinenti. Secondo l’agenzia, i funzionari hanno iniziato ad aprire conti all’estero e a trasferire i propri asset fuori dal Paese.

Come funziona il registro elettronico delle convocazioni in Russia

Di fatto i preparativi sono già in corso: decine di migliaia di persone ricevono notifiche di mobilitazione, dove sono indicati i passi da compiere in caso di chiamata; è stato introdotto un registro elettronico delle convocazioni.

Nel momento stesso in cui nel sistema compare una convocazione, al destinatario viene bloccata la possibilità di lasciare il Paese.

Lo stesso scenario incombeva su Daniil Neonov, ex candidato a consigliere municipale alla Duma cittadina di Mosca. “Sono partito, si può dire, proprio all’ultimo momento”, racconta Neonov.

“Se avessi aspettato ancora un giorno o due, molto probabilmente non mi avrebbero lasciato partire, perché avrebbero bloccato la mia uscita. Ho ricevuto una convocazione elettronica. Ma sono comunque riuscito a lasciare il Paese“.

Come negli anni precedenti, chi lascia la Russia continua a dirigersi soprattutto verso i Paesi senza obbligo di visto: Armenia, Georgia e Kazakhstan. A Erevan le autorità hanno già dichiarato di essere pronte ad aiutare i russi in arrivo.

Perché in Armenia si parla di ondata di panico e crisi migratoria

Secondo gli analisti e i media indipendenti, tra l’estate e la prima decade di settembre il numero di ricerche su Yandex e Google con le parole “come andarsene” e “mobilitazione” ha raggiunto il massimo dall’inizio del 2023.

Il picco è coinciso con le notizie sulle restrizioni ufficiali all’uscita dal Paese per i riservisti, imposte direttamente dai commissariati militari.

All’inizio del mese, ai controlli di frontiera a Krasnodar, per la prima volta è stato fermato un cittadino di 24 anni della regione di Rostov, che aveva prestato servizio militare nel 2024, e gli è stata consegnata una notifica di divieto di espatrio.

Dal mese di luglio il numero di richieste di informazioni su un trasferimento all’estero è aumentato da circa 70 a 120 al giorno, cioè di 1,7 volte, riferiscono i responsabili dei progetti di sostegno agli espatriati russi.

Jan Slovitski, difensore dei diritti umani e coordinatore del progetto “Kovcheg”, assiste la nuova ondata di emigranti a Erevan.

“Dalla metà di luglio in Russia è emersa un’ondata di panico legata ai rischi di mobilitazione, alla carenza di carburante e alla mancanza di accesso a internet“, spiega Slovitski.

“Le persone vivono in condizioni che non rispettano gli standard della dignità umana. Questa volta se ne vanno in anticipo, perché hanno visto che cosa è accaduto durante le precedenti ondate. In Armenia si profila una crisi migratoria, se non siamo già nel pieno della sua fase acuta”.

Quanti sono i disertori in Russia e come hanno lasciato il Paese

Non si conosce il numero esatto di quanti hanno lasciato il Paese durante l’attuale ondata estivo-autunnale: la partenza è più diluita rispetto al 2022, quando, dopo l’annuncio della mobilitazione parziale, tra 600 e 700 mila persone abbandonarono la Russia in un periodo molto breve.

Osservatori sottolineano che allora le persone “fuggivano”, mentre ora cercano di partire in modo più organizzato, in aereo o via terra, senza attirare l’attenzione e senza creare code alle frontiere.

“È molto doloroso lasciare la Russia”, racconta un marketer di 28 anni, che chiede di non rendere pubblico il suo nome per motivi di sicurezza.

“Se non fosse per la situazione politica e per i problemi legati ai servizi bloccati, non me ne sarei mai andato per più di qualche mese. Qui vive la mia famiglia, i miei nonni anziani, e vorrei trascorrere con loro il tempo che, spero, sarà ancora lungo, anche se negli anni della loro vecchiaia. Anche la mia compagna è qui, sta ancora frequentando la specializzazione in medicina, ed è molto difficile lasciarla”.

Nel frattempo le autorità russe negano la necessità di una nuova ondata di mobilitazione, sostenendo che l’afflusso di volontari al fronte è sufficiente. Il presidente Vladimir Putin ha definito le voci su una prossima chiamata alle armi “una sciocchezza totale”.

Tuttavia la cosiddetta mobilitazione parziale, annunciata nella Federazione Russa nel settembre 2022, de iure non è stata ancora revocata: i mobilitati di allora non sono stati congedati e la ripresa della chiamata alle armi resta possibile in qualsiasi momento.

Venerdì 18 settembre in Russia si è aperta la tornata elettorale per la Duma di Stato e una serie di consultazioni a livello locale. In agosto la Corte suprema ha escluso dalla corsa il partito Yabloko, che nel suo programma chiedeva l’immediato cessate il fuoco e l’avvio di negoziati di pace. Tutti gli altri dieci partiti sostengono in qualche misura la guerra in Ucraina.

Vai al sito