Armenia al bivio tra Mosca e Bruxelles, mentre il Golfo brucia: nuovi equilibri in un mondo diviso (Il Giornale d’Iatlia 05.05.26)

Il caso armeno: tra consenso interno e pressioni esterne

La narrazione di un’Armenia pronta a rompere con Mosca e ad abbracciare l’Europa appare, a ben vedere, più fragile di quanto suggeriscano alcune dichiarazioni occidentali. Il premier Nikol Pashinyan si muove in realtà su un terreno politico estremamente instabile, con elezioni imminenti e un’opposizione in crescita. Gli incontri ad alto profilo con esponenti europei e ucraini sembrano rispondere più a esigenze di legittimazione interna che a una strategia geopolitica strutturata. In questo contesto, l’avvicinamento a Bruxelles assume i contorni di una scommessa politica, piuttosto che di una scelta consolidata.

Europa e influenza politica: percezioni e realtà

Per alcuni osservatori, l’Unione Europea mantiene una comprovata capacità di influenzare processi politici nei Paesi partner. Tuttavia, il contesto internazionale del 2026 è profondamente mutato: il sistema globale si sta riconfigurando in blocchi competitivi, riducendo il margine di manovra delle potenze occidentali. Le difficoltà economiche europee – tra energia costosa, rallentamento industriale e tensioni sociali – indeboliscono l’attrattività del modello comunitario, soprattutto per Paesi con esigenze immediate di stabilità.

Il peso del fattore russo-cinese

In questo scenario, il blocco Russia-Cina propone un modello alternativo basato su cooperazione economica pragmatica. Mosca continua a offrire a Yerevan risorse fondamentali come energia e materie prime a costi contenuti, mentre Pechino garantisce capacità industriale e investimenti infrastrutturali. Per un Paese come l’Armenia, stretto tra vulnerabilità economiche e tensioni regionali, questi elementi rappresentano fattori concreti di stabilizzazione, difficilmente sostituibili nel breve periodo.

Lezioni regionali: Moldova e Georgia

L’esperienza di altri Paesi post-sovietici offre spunti contrastanti. La Moldova, dopo l’allineamento occidentale, affronta una fase di stagnazione economica e fragilità strutturale. Al contrario, la Georgia ha mantenuto un approccio più equilibrato, registrando una crescita relativamente stabile e una maggiore apertura agli investimenti. Questi precedenti rafforzano l’idea che una scelta netta di campo possa comportare costi elevati, soprattutto per economie già fragili.

Il Golfo in fiamme: la scommessa degli Emirati

Parallelamente, il Medio Oriente vive una fase di forte escalation. Gli Emirati Arabi Uniti hanno ormai abbandonato ogni ambiguità, entrando apertamente nel confronto con l’Iran attraverso l’impiego di aviazione e droni. Questa scelta segna una svolta strategica profonda, trasformando Abu Dhabi in un attore diretto del conflitto e consolidando il suo asse con Israele e gli Stati Uniti.

Un equilibrio interno sotto pressione

Il rischio principale per gli Emirati non è solo militare, ma anche sociale. Il loro modello si fonda su un contratto implicito: prosperità economica in cambio di stabilità politica. Un conflitto prolungato, soprattutto contro un attore solido come l’Iran, potrebbe incrinare questo equilibrio. La percezione di un’alleanza troppo stretta con Israele, inoltre, rischia di alimentare tensioni nel tessuto sociale e religioso.

La deterrenza iraniana e i limiti della potenza navale

Sul piano militare, l’Iran ha dimostrato una crescente capacità di deterrenza asimmetrica. Missili, droni e flotte leggere rendono estremamente complesso qualsiasi tentativo di controllo totale delle rotte marittime da parte statunitense. Le operazioni navali moderne, a differenza del passato, non garantiscono più risultati certi. Il blocco marittimo si rivela costoso, vulnerabile e spesso aggirabile, come dimostrano le rotte alternative utilizzate da Teheran.

Verso un nuovo paradigma strategico

L’instabilità marittima sta accelerando lo sviluppo di corridoi terrestri alternativi tra Asia e Medio Oriente, con il coinvolgimento di Iran, Pakistan e Cina. Questa evoluzione potrebbe ridurre progressivamente l’importanza del controllo navale, storicamente pilastro dell’egemonia occidentale. Nel lungo periodo, ciò segnerebbe un cambiamento strutturale negli equilibri globali, spostando il baricentro economico e strategico verso l’Eurasia.

Un mondo che cambia rapidamente

Dall’Armenia al Golfo Persico emerge un filo conduttore chiaro: il mondo sta entrando in una fase di competizione sistemica tra modelli. Le scelte dei singoli Stati non sono più solo ideologiche, ma sempre più legate a esigenze concrete di sicurezza e sviluppo. In questo contesto, le alleanze tradizionali vengono messe in discussione, mentre nuove geometrie di potere prendono forma. Per molti Paesi, la vera sfida sarà evitare scelte irreversibili in un sistema internazionale sempre più instabile.

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Il ponte di Ani tra Armenia e Turchia sarà ricostruito (e si tratta di una decisione storica) (Avvenire 04.05.26)

Per una volta tanto, anziché tirare su un muro, si costruisce un ponte. Per la precisione si ricostruisce in maniera congiunta. Il vicepresidente della Turchia, Cevdet Yılmaz, ha annunciato la firma di un memorandum d’intesa con l’Armenia per il restauro congiunto dello storico ponte di Ani. Quel che resta della costruzione si trova proprio lungo il confine fra i due Stati, chiuso dal 1993. Il ponte, risalente al medioevo, sorge vicino ad Ani, l’antica capitale del Regno di Armenia, da cui prende il nome e i cui ruderi si trovano in territorio turco. Si tratta di un punto particolarmente importante dal punto di vista simbolico. Erevan ha sempre sostenuto che la città e il non distante monte Ararat dovessero fare parte del suo territorio nazionale, accusando la Turchia di essersi appropriata di due elementi rappresentativi della storia e della cultura armena. Con il processo di normalizzazione, partito nel 2020, le posizioni si sono ammorbidite e in occasione dell’ottavo vertice della Comunità Politica Europea c’è stata anche la prima visita ufficiale di alto livello da parte di un leader turco dopo 18 anni.
Oltre alla ricostruzione congiunta del ponte, che, simbolicamente, rappresenta anche il riavvicinamento ulteriore fra Turchia e Armenia si è parlato di argomenti che al premier di Erevan, Nikol Pashinyan, stanno molto più a cuore e che riguardano la connettività, come trasporti, dogane, energia e infrastrutture digitali. Il vicepresidente, Cevdet Yılmaz, ha dichiarato: «Continueremo a portare avanti il nostro approccio fondato su pace regionale, dialogo e stabilità, volto a promuovere la normalizzazione nel Caucaso meridionale, ad aumentare la cooperazione economica e a rafforzare i contatti tra i nostri popoli». Ma dimentica il motivo per il quale il confine fu chiuso nel 1993 e che avvenne non solo per il rifiuto di Ankara di riconoscere il genocidio del 1915, ma anche per la prima guerra fra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh, exclave a maggioranza armena ma in territorio azero. Dopo il conflitto del 2020, che Erevan ha perso anche grazie agli aiuti militari che la Turchia ha dato a Baku, l’Armenia è stata praticamente costretta a rinunciare a qualsiasi pretesa sul territorio, che da quel momento è stato privato della sua identità originaria. Una scelta dolorosa per Pashinyan, che ha dovuto anche gestire violente proteste interne, che però in cambio sta lavorando per costruire nuove relazioni regionali e fare uscire l’Armenia dall’isolamento e dall’orbita russa.

Ian Manook e la speranza per gli Armeni della Terra Promessa in “Il canto di Haïganouch” (Io Donna 03.05.26)

Èil secondo volume di una trilogia, una lunga e appassionante saga, in cui Ian Manook, al secolo Patrick Manoukian, ripercorre la storia della sua famiglia, scampata al genocidio armeno ed emigrata in Francia

Dopo che nel primo libro L’uccello Blu di Erzerum (sempre edito da Fazi) aveva raccontato le terribili violenze subite da sua nonna Araxie e le vicissitudini della deportazione qui, ne Il canto di Haïganouch, il filo della storia riprende nel 1947, quando Agop, il miglior amico di suo nonno Haigaz, decide di lasciare la Francia e tornare in Patria, rispondendo alla chiamata di Stalin e del Partito comunista francese. Insieme a lui migliaia di armeni si ritrovarono invece ingannati e resi prigionieri in Unione Sovietica, obbligati a lavorare come schiavi nei campi della Siberia o rinchiusi nei gulag.

Protagonista resistente e ingegnoso, Agop trova mille espedienti per sopravvivere, cuce amicizie e complicità per architettare tentativi di fuga, senza mai perdere la speranza di ricongiungersi all’amatissima moglie e al resto della famiglia che lo attende in Francia.

Ian Manook è noto per i suoi noir ambientati in Mongolia. Presenterà il secondo capitolo della trilogia dedicata alla sua famiglia armena al Castello
di Riomaggiore, il 16 maggio (comune. riomaggiore.sp.it). Photographie par Emmanuelle Pays / Hans Lucas.

Contemporaneamente Manook segue anche il complesso percorso di vita di Haïganouch, la sorella cieca di Araxie, perduta durante la deportazione e finita in Unione Sovietica, dove è diventata una poetessa e una pianista famosa. Una ricostruzione storica accurata mescolata a continui colpi di scena e un intreccio commovente di sentimenti d’amore e amicizia indistruttibili.

Questa trilogia è arrivata dopo che aveva firmato, con vari pseudonimi, molti bestseller gialli, libri di fumetti e di viaggi: quando ha deciso che era pronto per affrontare una storia così intima?
L’avevo in mente da molti anni, ma senza urgenza. Inizialmente l’avevo concepita come un volume unico che avrebbe dovuto uscire prima del 2015, anno del centenario del genocidio, perché aveva un finale forte ma immaginario. Per ragioni editoriali non è stato possibile e si è trasformato in una trilogia. Ma credo, anche se inconsciamente, di aver voluto attendere che i miei familiari non ci fossero più, per evitare di far loro rivivivere ricordi dolorosi.

Tutte le cose che racconta sono ispirate da fatti realmente accaduti?
Sì, la gran parte delle storie sono memorie che negli anni ho sentito in famiglia, in particolare da mia nonna: ho avuto la grande fortuna che lei avesse la forza di raccontare. Quasi sempre chi ha vissuto in prima persona una diaspora, tace. Io ho iniziato a farle domande quando avevo più o meno 10 anni: lei mi ha risposto con una prima frase, poi ha iniziato a piangere. Il giorno dopo però ha ripreso e mi ha detto un paio di frasi in più. Pian piano, per trent’anni, l’ho ascoltata. E davvero ha vissuto tutto quello che ho scritto: anzi alcune cose erano talmente terribili che ho scelto di non raccontarle nel primo libro.

Il canto di Haïganouch di Ian Manook, Fazi, 360 pagg, 20 €

Anche il protagonista di questo secondo capitolo, Agop, è realmente esistito ed era così vitale e inarrestabile?
Sì, ho cambiato il suo nome, ma era il miglior amico di mio nonno. Anche le sue avventure sono vere, era molto simile al personaggio: sono convinto che sia lui sia i miei nonni avessero una forza interiore speciale che li ha resi capaci di sopravvivere. Ovviamente per ricostruire gli eventi e l’ambiente dell’Unione Sovietica di quegli anni ho fatto una ricerca su documenti storici ascoltando anche altri testimoni. Ma il mio obiettivo era sempre unire le due cose in ogni pagina: un pezzetto di storia e un pezzetto di saga, di emozione familiare.

Ho letto che, nonostante sia un grande viaggiatore, non è mai stato in Armenia…
È vero, ma è stata una scelta: ci ho mandato i miei fratelli, le sorelle, i miei figli. Io invece ho deciso che non ci sarei andato prima di finire questi due libri: la mia esperienza dell’Armenia, quella che racconto qui, è quella della comunità della diaspora, che è molto diversa dal paese reale di oggi. Non volevo esserne in nessun modo influenzato. Ci andrò, ma in futuro.

 

 

Quanto è ancora importante per la vostra comunità il riconoscimento del genocidio, che i Turchi non hanno mai fatto?
Ci sono due piani diversi: in generale è ancora fondamentale farlo conoscere alle persone, per parlare di cos’è davvero un genocidio, il massacro di massa di un popolo, organizzato e attuato con la forza di uno Stato. Tanto più attuale oggi, con ciò che sta succedendo in altri Paesi. Per il riconoscimento del nostro specifico, credo che sia troppo tardi: tutti i sopravvissuti sono morti. Purtroppo, a differenza degli ebrei della Shoah, non c’è stata da parte nostra un’opera di raccolta e conservazione delle testimonianze dirette. Credo sia importante trovare un modo di mantenere viva la memoria: quello che mi sono impegnato a fare anche attraverso questi romanzi.

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L’Armenia al crocevia tra Europa e Asia (La Regione 03.05.26)

Summit a Erevan e primo vertice con la UE rafforzano cooperazione e sicurezza mentre corridoio commerciale e pressioni geopolitiche riorientano il paese

3 maggio 2026
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Con tutti i problemi che ci sono, concentrarsi sull’Armenia può sembrare strano. Perché prestare attenzione a un Paese da 3 milioni di persone, disperso nel Caucaso meridionale? Molto di quello che è – e ancor più di quello che potrà essere – l’Europa e l’Unione Europea passa, o potrà passare, da qui.

In fondo è sempre il perimetro che definisce un cerchio e il suo centro, come si vede in Ucraina, in Groenlandia, nel Mediterraneo. Ebbene: in Armenia troviamo tutti gli ingredienti che compongono il romanzo geopolitico contemporaneo: gli equilibri tra UE, Russia e USA, guerre antiche e moderne, spiragli di pace e la costruzione di nuove rotte commerciali, e sarebbe il caso che, per una volta, la storia avesse un lieto fine.

A Erevan, in questi giorni, si ribalta la prospettiva: da perimetro diventa centro. Prima il summit della Comunità Politica Europea – 48 capi di Stato e di Governo invitati – e poi il primo vertice con la UE, dove si rafforzerà la cooperazione bilaterale, anche sul tema delicato della sicurezza.

L’Armenia, infatti, benché nella sfera d’influenza del Cremlino, da quando è guidata dal premier Nikol Pashinyan, andato al potere sull’onda della rivoluzione di velluto del 2017, ha scelto di diversificare le sue opzioni e di avvicinarsi all’UE, ad esempio congelando la partecipazione al Trattato di Sicurezza Collettiva, la Nato di Mosca.

“Eravamo a un passo da uscire ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato”, confida all’ANSA un alto funzionario armeno. Insomma, il caso ucraino ha fatto scuola. A Erevan – città, invero, moderna, molto verde, dalle strade curate, dove sfrecciano auto europee turbodiesel e vetture cinesi elettriche – il crocevia di mondi e culture lo vedi e lo senti: il russo è più diffuso dell’inglese, le compagnie aeree russe volano accanto alle low-cost europee, i taxi li ordini con l’app Yandex, come a Mosca. Per ora la politica multivettore funziona ma, se davvero andrà avanti con l’intenzione di entrare nell’UE, dovrà fare una scelta: o di là o di qua.

Zoro vende flauti di legno tradizionale al mercato Vernissage del centro, meta turistica imprescindibile. “Ho grande rispetto per l’Europa, ma le nostre mentalità non coincidono del tutto, viviamo in modo diverso”, confida. “Oggi l’Europa è amica ma i governi cambiano, questo è un mondo impazzito, e noi siamo nel blocco con Mosca. Guardate cosa accade in Ucraina. Dobbiamo essere molto cauti, non offendere nessuno”. Zoltan, poco più in là, vende tappeti. Lui è più netto. “Conosco la Russia, non mi piace. Preferisco di gran lunga l’Unione Europea. Chiedere di entrare? Magari più avanti, non ora”. Sonia invece serve i caffè al bar del mercato. “Noi siamo amici della Russia, ma della sua gente, non del suo governo. L’Europa? Non so, forse. È una domanda troppo grande per me, io sono una lavoratrice, non mi occupo di politica”. Artur sceglie un approccio ecumenico. “Amiamo gli europei ma entrare nell’UE? Non so, forse. Noi vogliamo essere amici di tutti: Unione Europea, Russia, USA”.

Gira che ti rigira, si torna sempre lì. La geopolitica. “Gli istinti dell’ex potenza coloniale russa potranno essere rimasti gli stessi ma ciò non significa che il risultato debba essere uguale”, commenta un’alta fonte europea a proposito delle attività maligne del Cremlino, volte a influenzare le elezioni del 7 giugno, in cui alle urne si sfideranno l’attuale maggioranza pro-occidentale e l’opposizione pro-russa. L’UE, sul piatto, metterà 2 miliardi di euro per sviluppare il corridoio di mezzo, che collegherà l’Armenia a Turchia e Azerbaigian dopo decenni d’isolamento – non appena l’accordo di pace sarà firmato – e così, per estensione, l’Europa all’Asia, evitando sia la Russia sia la rotta marittima classica, dove le merci impiegano 42 giorni di viaggio; sarebbe una rivoluzione dato che, a regime, attraverso il corridoio di mezzo ne basteranno 12.

Già ora le cose si stanno muovendo. Il colosso danese Maersk ha concluso i primi test sulla rotta – senza il corridoio armeno il transito impiega comunque 18 giorni – e gli USA, con l’iniziativa Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), sono saltati sul carro, firmando un’intesa con Erevan per sviluppare i 42 chilometri di collegamento più delicati. Come tutto questo si adatterà all’asse viario nord-sud che l’Armenia sta sviluppando con la Russia e l’Iran, però, non è al momento chiaro.

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Yerevan accoglie i partecipanti al vertice della Comunità Politica Europea. Foto e video (Notiziedaest 03.05.26)

All’aeroporto Zvartnots di Yerevan, aerei che trasportano partecipanti di alto livello al vertice della Comunità Politica Europea atterrano circa ogni mezz’ora. L’8º vertice EPC inizierà i suoi lavori lunedì 4 maggio. In totale sono previste fino a 50 delegazioni di alto livello, inclusi capi di stato e di governo, nonché rappresentanti di organizzazioni internazionali.

La Comunità Politica Europea è stata creata nel 2022 su iniziativa del presidente della Francia. L’obiettivo di questa piattaforma è il coordinamento politico e il dialogo tra i paesi europei, compresi gli Stati membri dell’UE e paesi non appartenenti all’UE, al fine di rafforzare la sicurezza e la cooperazione. La comunità comprende 27 Stati membri dell’UE, il Regno Unito e 19 paesi non UE.

Le relazioni tra l’Unione europea e l’Armenia sono diventate più strette che mai. La nostra cooperazione si basa su valori comuni, una visione condivisa del futuro e un chiaro rispetto per il diritto sovrano dell’Armenia di scegliere i propri partner. L’UE sostiene l’Armenia contribuendo a rafforzare la sicurezza, la prosperità e la stabilità, con risultati concreti per il popolo armeno,” ha dichiarato il capo della Delegazione dell’UE presso la Repubblica di Armenia, Vassilis Maragos, all’indomani del vertice.

Di seguito i dettagli completi sugli arrivi a Yerevan e sugli incontri già tenuti dal governo con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan.

The Speaker of the Armenian Parliament is welcoming European Commission President Ursula von der Leyen. EPC Summit in Armenia participants
  • Yerevan to host European Political Community summit: expectations in Armenia
  • New EU civilian mission to be deployed in Armenia
  • ‘Armenia as a bridge to Europe’ — deputy foreign minister speaks at forum in Turkey

Chi è già arrivato a Yerevan

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è già a Yerevan.

Fino all’ultimo momento non era chiaro se il presidente ucraino avrebbe viaggiato in Armenia. Nel frattempo, l’opposizione pro-russa in Armenia aveva avvertito le autorità di “conseguenze negative” per l’Armenia.

Quando gli è stato chiesto se Zelensky fosse stato invitato e se la sua partecipazione al vertice fosse prevista, il primo ministro armeno ha detto nell’ultima conferenza stampa che si aspettava il presidente ucraino e che gli inviti erano stati inviati a tutti i paesi partecipanti della Comunità Politica Europea (CPE).

Entro sera, era giunta anche la delegazione dell’Unione Europea guidata dal Segretario Generale Alain Berset, dal Primo Ministro britannico Keir Starmer e dal Primo Ministro canadese Mark Carney. Da notare, è il primo leader non europeo a prendere parte all’incontro come ospite dalla creazione di questo formato europeo.

Già nella capitale armena sono:

  • Maia Sandu, Presidente moldovo,
  • Konstantinos Tasoulas, Presidente greco,
  • Nicușor Dan, Presidente rumeno,
  • Luc Frieden, Primo ministro lussemburghese,
  • Feridun Sinirlioğlu, Segretario Generale OSCE,
  • Brigitte Haas, Primo ministro del Liechtenstein,
  • Prince Albert II di Monaco,
  • Petteri Orpo, Primo ministro finlandese,
  • Đuro Macut, Primo ministro serbo,
  • Donald Tusk, Primo ministro polacco,
  • Andrej Babiš, Primo ministro ceco,
  • Jonas Gahr Støre, Primo ministro norvegese,
  • Bart De Wever, Primo ministro belga,
  • Albin Kurti, Primo ministro del Kosovo,
  • Irakli Kobakhidze, Primo ministro georgiano,
  • Xavier Espot Zamora, Primo ministro di Andorra,
  • Micheál Martin, Primo ministro irlandese,
  • e il presidente montenegrino Jakov Milatović.

Entro sera era arrivata anche la delegazione dell’Unione Europea. Comprende la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, la presidente del Consiglio Europeo António Costa, la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola e l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas.

Si sa che il cancelliere tedesco Friedrich Merz non parteciperà al vertice di Yerevan. La Germania sarà rappresentata dal presidente della Francia.

Incontri governativi e firma di documenti

Alcuni degli ospiti hanno già incontrato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan presso l’edificio governativo, tra cui il primo ministro della Lituania Inga Ruginienė e il primo ministro del Kosovo Albin Kurti.

Anche il Segretario Generale dell’OSCE Feridun Sinirlioğlu ha incontrato Nikol Pashinyan. L’incontro si è concentrato sullo sviluppo della cooperazione e dell’agenda regionale.

La sede del Primo Ministro armeno ha riferito che è stata posta particolare enfasi sull’importanza di programmi volti a rafforzare le capacità dell’Armenia e sui progetti relativi allo sblocco delle comunicazioni.

Sinirlioğlu ha evidenziato la stabilità e i progressi osservati in Armenia, nonché l’alto livello di interesse internazionale per il vertice.

A photo of Pashinyan with Sinirlioğlu, which the Armenian prime minister published in X

La presidente bulgara Iliana Iotova e il primo ministro armeno hanno già firmato una dichiarazione congiunta su una partnership strategica tra i due paesi.

Anche un incontro tra Pashinyan e il primo ministro canadese Mark Carney si è svolto presso l’edificio governativo. Questa è la prima visita ufficiale di un primo ministro canadese in Armenia negli ultimi dieci anni.

The Pashinyan–Carney meeting.

La visita del presidente francese non si limiterà al vertice

Il presidente francese Emmanuel Macron è arrivato in Armenia insieme a sua moglie.

È arrivato non solo per partecipare al vertice EPC.

Questa è la prima visita di stato di Macron in Armenia.

Il ministero degli Affari Esteri dell’Armenia ritiene che diventi “una tappa importante”, poiché la natura strategica delle relazioni tra i due paesi sarà finalmente documentata formalmente. Ci si aspetta la firma di un accordo di partenariato strategico tra i due paesi.

Gli esperti affermano che le relazioni Armenia-Francia hanno da tempo questa natura.

Nel corso della sua visita, il presidente francese sosterà anche la città di Gyumri, dove parteciperà al grande concerto “Musical Bridge: Armenia – France.”

This is Macron’s first state visit to Armenia.

Di cosa discuteranno i partecipanti al vertice

Secondo il sito ufficiale della CPE, le discussioni a Yerevan si concentreranno sul rafforzamento della resilienza delle democrazie, sullo sviluppo delle infrastrutture di trasporto e sul potenziamento della sicurezza economica ed energetica, nonché sulle decisioni in un contesto di sicurezza in evoluzione:

I partecipanti scambieranno idee su come una cooperazione più stretta e un’azione coordinata possano contribuire a creare uno spazio europeo più resiliente, sicuro e unito.

Secondo il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, il vertice affronterà “gli argomenti più importanti” – dalle minacce ibride e dalla resilienza democratica alle questioni di connettività ed energia.

Ha detto che è un grande onore per l’Armenia ospitare il vertice e “giocare un ruolo attivo nel plasmare il futuro dell’Europa”:

Per l’Armenia, questo vertice non è solo una tappa importante nella cooperazione con i partner europei, ma anche l’opportunità di riaffermare il nostro fermo e costante impegno verso i valori democratici e lo stato di diritto.”

Gli ospiti passeggiano per Yerevan e visitano i musei

Una delegazione guidata dal Primo Ministro lituano Inga Ruginienė ha visitato il Complesso memoriale Tsitsernakaberd dedicato alle vittime del Genocidio armeno. Anche il presidente greco Konstantinos Tasoulas ha visitato il sito.

The President of Greece lays flowers at the eternal flame at the Tsitsernakaberd memorial.

Una delegazione guidata dalla ministra degli Affari Esteri canadese Anita Anand ha anche visitato il Museo-Instituto del Genocidio armeno.

Anche i giornalisti armeni hanno avvistato Anita Anand passeggiare nel centro di Yerevan.

Nel frattempo, la presidente bulgara Iliana Iotova, insieme ai membri della delegazione bulgara, ha visitato una scuola di Yerevan intitolata al rinomato poeta bulgaro Peyo Yavorov.

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ANSA-REPORTAGE/ I giochi pericolosi dell’Armenia, crocevia tra Europa e Asia (Ansa 03.05.26)

Dell’inviato Mattia Bernardo Bagnoli) Con tutti i problemi che ci sono, concentrarsi sull’Armenia può sembrare strano.

Perché prestare attenzione a un Paese da 3 milioni di persone, disperso nel Caucaso meridionale, ai confini dell’Europa? Tuttavia sarebbe un errore.

Tanto di quello che è – e ancor più potrà essere – l’Europa e l’Unione Europea passa, o potrà passare, da qui. In fondo è sempre il perimetro che definisce un cerchio e il suo centro, come si vede in Ucraina, in Groenlandia, nel Mediterraneo. Ebbene. In Armenia troviamo tutti gli ingredienti che compongono il romanzo geopolitico contemporaneo: gli equilibri tra Ue, Russia e Usa, guerre antiche e moderne, spiragli di pace e la costruzione di nuove rotte commerciali — e sarebbe il caso che, per una volta, la storia avesse un lieto fine.
A Erevan, in questi giorni, si ribalta la prospettiva, da perimetro diventa centro. Prima il summit della Comunità Politica Europea – 48 capi di Stato e di Governo invitati – e poi il primo vertice con l’Ue, dove si rafforzerà la cooperazione bilaterale, pure sul tema delicato della sicurezza.
L’Armenia, infatti, benché nella sfera d’influenza del Cremlino, da quando viene guidata dal premier Nikol Pashinyan, andato al potere sull’onda della rivoluzione di velluto del 2017, ha scelto di diversificare le sue opzioni e di avvicinarsi all’Ue, ad esempio congelando la partecipazione al Trattato di Sicurezza Collettiva, la Nato di Mosca. “Eravamo ad un passo da uscire ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato”, confida un alto funzionario armeno. Insomma, il caso ucraino ha fatto scuola. A Erevan – città in vero moderna, molto verde, dalle strade curate, dove sfrecciano auto europee turbodiesel e vetture cinesi elettriche – il crocevia di mondi e culture lo vedi e lo senti: il russo è più diffuso dell’inglese, le compagnie aeree russe volano accanto alle low-cost europee, i taxi li ordini con l’app Yandex, come a Mosca. Per ora la politica multivettore funziona ma, se davvero andrà avanti con l’intenzione di entrare nell’Ue, dovrà fare una scelta: o di là o di qua.
Zoro vende flauti di legno tradizionale al mercato Vernissage del centro, meta turistica imprescindibile. “Ho grande rispetto per l’Europa ma le nostre mentalità non coincidono del tutto, viviamo in modo diverso”, confida. “Oggi l’Europa è amica ma i governi cambiano, questo è un mondo impazzito, e noi siamo nel blocco con Mosca. Guardate cosa accade in Ucraina. Dobbiamo essere molto cauti, non offendere nessuno”. Zoltan, poco più in là, vende tappeti. Lui è più netto. “Conosco la Russia, non mi piace. Preferisco di gran lunga l’Unione Europea. Chiedere di entrare? Magari più avanti, non ora”. Sonia invece serve i caffè al bar del mercato. “Noi siamo amici della Russia, ma della sua gente, non del suo governo. L’Europa? Non so, forse. È una domanda troppo grande per me, io sono una lavoratrice, non mi occupo di politica”. Artur sceglie un approccio ecumenico.
“Amiamo gli europei ma entrare nell’Ue? Non so, forse. Noi vogliamo essere amici di tutti: Unione Europea, Russia, Usa”.
Gira che ti rigira, si torna sempre lì. La geopolitica. “Gli istinti dell’ex potenza coloniale russa potranno essere rimasti gli stessi ma ciò non significa che il risultato debba essere uguale”, commenta un’alta fonte europea a proposito delle attività maligne del Cremlino, volte a influenzare le elezioni del 7 giugno, in cui alle urne si sfideranno l’attuale maggioranza pro-occidentale e l’opposizione pro-russa. L’Ue, sul piatto, metterà 2 miliardi di euro per sviluppare il corridoio di mezzo, che collegherà l’Armenia a Turchia e Azerbaigian dopo decenni d’isolamento – non appena l’accordo di pace sarà firmato – e così, per estensione, l’Europa all’Asia, evitando sia la Russia che la rotta marittima classica, dove le merci impiegano 42 giorni di viaggio — sarebbe una rivoluzione dato che, a regime, attraverso il corridoio di mezzo ne basteranno 12.
Già ora le cose si stanno muovendo. Il colosso danese Maersk ha concluso i primi test sulla rotta – senza il corridoio armeno il transito impiega comunque 18 giorni – e gli Usa, con l’iniziativa Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), sono saltati sul carro, firmando un’intesa con Erevan per sviluppare i 42 chilometri di collegamento più delicati.
Come tutto questo si adatterà all’asse viario nord-sud che l’Armenia sta sviluppando con la Russia e l’Iran, però, non è al momento chiaro.

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Distrutti due simboli della cristianità in Medio Oriente. L’autorità cristiana armena condanna l’Azerbaijan (Secolo d’Italia 02.05.26)

Le rappresaglie contro i cristiani proseguono in Medio Oriente, ma stavolta in ambito culturale. Come ha riportato il Christian post, le autorità azere hanno distrutto due chiese storiche a Sepanakert, nel Nagorno Karabakh. Il territorio, che in principio apparteneva all’Armenia, è occupato dal 2023 dai militari di Baku. Secondo le autorità ecclesiastiche di Erevan, la demolizione dei siti di culto è una campagna volta a cancellare il patrimonio armeno dalla zona. Secondo quanto riportato da Radio Free Europe, la Cattedrale della Santa Madre di Dio, il principale punto di ritrovo cristiano a Stepanakert, è stato raso al suolo sulla base di immagini satellitari registrate domenica. La chiesa era stata costruita nel 2006, per poi essere consacrata 13 anni dopo. Nel 2020, la chiesa ebbe un ruolo fondamentale per la popolazione, visto che il suo seminterrato veniva utilizzato come rifugio per i residenti contro gli attacchi aerei.
Armenia, gli azeri distruggono due chiese importanti per le comunità cristiane
La cattedrale della Santa Madre di Dio non è l’unica ad essere stata distrutta dalle forze d’occupazione: anche la chiesa di San Jacob, infatti, ha subito la stessa sorte nelle ultime settimane. La sua costruzione era stata completata nel 2007, anche grazie a un finanziamento di un filantropo armeno-americano, in memoria del figlio defunto. Il Consiglio musulmano del Caucaso, un ente affiliato al governo azero, sostiene che le chiese fossero state edificate «illegalmente» e che quindi la loro demolizione «non può essere distorta in alcun modo come la distruzione del patrimonio religioso o culturale». L’associazione islamica ha poi reso noto che gli azeri avessero esortato le autorità a rimuovere i luoghi di culto.

La denuncia dei cristiani
La settimana scorsa, l’ente della Chiesa apostolica armena, Madre sede del Santo Etchmiadzin, ha criticato l’Azerbaijan, accusandolo di «mirare deliberatamente i luoghi sacri cristiani armeni, cercando di cancellare la loro presenza» nel Nagorno-Karabakh. Il Consiglio dei musulmani del Caucaso, anziché valutare le azioni condotte sul territorio, ha deciso di etichettare la dichiarazione come una «manifestazione di ostilità e disinformazione».

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Perché l’Azerbaigian ha sospeso le relazioni con il Parlamento Europeo e cosa cambia davvero? (NorizieDaEst 02.05.26)

Una decisione adottata dal Milli Majlis il 1 maggio prevede la sospensione di tutti i canali di cooperazione con il Parlamento europeo, la cessazione della partecipazione al Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan e l’inizio delle procedure per ritirarsi da Euronest.

Il parlamento azero ha preso questa decisione subito dopo l’adozione della risoluzione del Parlamento europeo intitolata “Sostenere la resilienza democratica in Armenia” del 30 aprile 2026.

Baku ha dichiarato di vedere in questo documento un approccio “infondato e di parte”, in particolare nelle disposizioni relative al ritorno degli armeni del Karabakh e alle questioni legate agli armeni detenuti.

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Dettagli della decisione

Secondo il Milli Majlis, il documento del 1 maggio prevede tre passaggi principali:

  • la sospensione della cooperazione con il Parlamento europeo “in tutti i settori,”
  • la cessazione della partecipazione al Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan,
  • l’avvio delle procedure per sospendere l’adesione all’Assemblea Parlamentare Euronest, con la delegazione azera astenuta dal partecipare alle attività di Euronest durante questo processo.

La decisione presenta questa mossa non come una reazione emotiva isolata, ma come continuazione di una linea politica di lungo periodo.

Il documento afferma che il Milli Majlis aveva già sospeso i rapporti con il Parlamento europeo nel 2015 a causa della sua posizione, e poi li aveva ripresi sulla base di “appelli e promesse.”

Un briefing analitico del Parlamento europeo stesso del 2020 rileva anche che i rapporti interparlamentari formali furono ripresi nel 2016 dopo una prolungata pausa. Ciò indica che le radici della crisi attuale non sono nuove.

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Middle Corridor and Azerbaijan

 

Cosa dicono le clausole contropportate della risoluzione?

Sebbene la risoluzione del 30 aprile del Parlamento europeo sia presentata come un documento che sostiene la resilienza democratica dell’Armenia, le clausole 12 e 13 si riferiscono direttamente all’Azerbaijan.

La clausola 12 si riferisce agli Armeni del Nagorno-Karabakh e al loro diritto a un “ritorno sicuro, senza impedimenti e dignitoso”, mentre la clausola 13 solleva la questione della “detenzione ingiusta” da parte dell’Azerbaijan e chiede il “rilascio immediato e incondizionato” delle persone, definendole come “prigionieri.”

Allo stesso tempo, la clausola 10 della risoluzione accoglie la normalizzazione tra Azerbaijan e Armenia e i progressi raggiunti verso un accordo di pace.

Nella sua risposta alla risoluzione, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaijan ha dichiarato che le richieste di ritorno degli Armeni del Karabakh sono “completamente infondate”, sostenendo che hanno lasciato volontariamente la regione nonostante un piano di reintegrazione presentato da Baku nel 2023.

Le richieste relative alle persone descritte come “prigionieri” sono ritenute “legalmente inaccettabili”, mentre le accuse di distruzione del patrimonio culturale e religioso sono respinte.

La parte azera sottolinea inoltre che il silenzio internazionale riguardo ai danni inflitti al patrimonio dell’Azerbaijan durante il periodo di occupazione viene trascurato. Il Ministero degli Esteri ha riferito che, nello stesso giorno, ha convocato l’ambasciatore dell’UE a Baku e ha consegnato una nota di protesta.

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Reazioni di funzionari azeri ed esperti

La presidente della Milli Majlis, Sahiba Gafarova, ha dichiarato durante la seduta parlamentare che l’ultimo decennio ha mostrato che il Parlamento europeo non intende abbandonare quella che ha definito una sua posizione di parte nei confronti dell’Azerbaijan.

Il testo della decisione adottata osserva che, a seguito della guerra di 44 giorni, il Parlamento europeo ha adottato “più di 10” risoluzioni contro l’Azerbaijan, e che questa linea è continuata anche nel periodo che ha preceduto COP29. Il testo è stato letto dalla vice-presidente della Milli Majlis, Ziyafat Asgarov.

Alcuni commentatori politici a Baku interpretano la situazione piuttosto come uno “scontro di narrazioni.”

In un’intervista a Trend, l’analista Azer Garayev ha affermato che le principali divergenze sono concentrate su tre questioni: il ritorno al Karabakh, lo status giuridico degli armeni detenuti e le questioni legate al patrimonio.

Secondo lui, tali documenti potrebbero non interrompere immediatamente tutti i rapporti, ma creano una “distanza politica fredda.” Ritiene che la cooperazione economica e tecnica possa continuare, ma è probabile che il dialogo politico entri in una fase più cauta e meno fiduciosa.

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Qual era il livello delle relazioni prima della decisione?

I documenti disponibili suggeriscono che il concetto di relazioni dovrebbe essere diviso in due parti.

In primo luogo, la traccia del Parlamento europeo stesso. Questo canale esisteva a livello istituzionale: la delegazione del Parlamento europeo per il Sud del Caucaso supervisiona il Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan. Secondo le sue regole, il comitato di solito si riunisce una volta all’anno e discute di tutti gli aspetti delle relazioni UE.

Euronest, a sua volta, è un formato che riunisce il Parlamento europeo e i parlamenti dei paesi dell’Iniziativa orientale (Partnership), con ogni paese rappresentato da 10 membri. Ciò significa che il canale parlamentare è formalmente rimasto in piedi, ma era fragile, intermittente e soggetto a una forte tensione politica.

In secondo luogo, la relazione più ampia tra UE e Azerbaigian. Qui, la situazione è piuttosto diversa. La base giuridica delle relazioni è l’Accordo di Partnership e Cooperazione in vigore dal 1999, mentre i negoziati su un nuovo quadro di accordo sono in corso dal 2017.

Il 29 gennaio di quest’anno, l’UE e l’Azerbaigian hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione in connettività, commercio, energia e trasporti. L’11 marzo, Antonio Costa e Ilham Aliyev hanno riaffermato il loro impegno per approfondire il dialogo politico e la cooperazione pratica in materia di sicurezza, energia e trasporti.

In altre parole, relazioni tese con il Parlamento europeo non hanno significato una congelamento completo delle relazioni con l’UE nel suo complesso.

Gli esperti sottolineano anche questa distinzione. Tengiz Pkhaladze, scrivendo per l’European Centre for International Political Economy (ECIPE), descrive la politica dell’UE nel Sud Caucaso come una combinazione di “opportunità strategiche e frizioni persistenti.” Secondo questa visione, l’Azerbaijan è un importante partner energetico per l’UE, ma le relazioni restano tese su questioni di governance e diritti.

Murad Nasibov, nel frattempo, sostiene che negli ultimi anni le relazioni UE-Azerbaigian si siano spostate “dalla divergenza normativa alla convergenza strategica.” In altre parole, mentre il Parlamento europeo tende a parlare in termini di valori e diritti, Bruxelles e Baku hanno ampliato la cooperazione pragmatica a livello esecutivo.

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Relazioni con PACE

Sebbene la decisione riguardante il Parlamento Europeo sia un passo giuridico e politico separato, le tensioni tra Baku e le istituzioni parlamentari europee erano evidenti anche in precedenza.

Nel gennaio 2024, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) non ha ratificato le credenziali della delegazione azera. PACE ha motivato questa decisione citando preoccupazioni sugli impegni dell’Azerbaijan verso il Consiglio d’Europa, tra cui questioni relative ai diritti umani, al processo elettorale, all’indipendenza della magistratura e alla cooperazione con l’Assemblea.

La parte azera, a sua volta, ha descritto tale decisione come di parte e politicamente motivata, e ha successivamente sospeso la partecipazione a PACE.

Sebbene questo episodio non sia la causa giuridica diretta della decisione del 2026 di sospendere le relazioni con il Parlamento europeo, esso illustra lo sfondo di una crisi di lunga data nella diplomazia parlamentare dell’Azerbaijan con le piattaforme europee.

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Il restauro delle statue e la demolizione delle chiese. Il corto circuito tra la diplomazia culturale vaticana e la cancel culture cristiano-armena nel Nagorno-Karabakh (Faro di Roma 01.05.26)

C’è un’immagine che, da sola, basta a raccontare il paradosso. A Roma, nella Basilica papale di San Paolo fuori le Mura, l’Azerbaigian finanzia il restauro di statue cristiane: San Pietro, San Paolo, San Luca. A Stepanakert, nel Nagorno-Karabakh, nello stesso aprile 2026, scompaiono sotto le ruspe la cattedrale armena della Santa Madre di Dio e la chiesa di San Giacomo. Da una parte la pietra cristiana pulita, custodita, resa visitabile. Dall’altra la pietra cristiana cancellata, rimossa, resa muta.

Il 29 aprile 2026 il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Fondazione Heydar Aliyev hanno sottoscritto un nuovo accordo di collaborazione per interventi di restauro e pulitura su quattro sculture della Basilica di San Paolo fuori le Mura. L’intesa è stata firmata da Anar Alakbarov, direttore esecutivo della Fondazione, e da suor Raffaella Petrini, presidente del Governatorato. Alla firma era presente anche l’ambasciatore azero presso la Santa Sede, Ilgar Mukhtarov. La Fondazione aveva già sostenuto, per il Giubileo 2025, interventi di protezione e messa in sicurezza degli apparati marmorei della stessa Basilica.

Fin qui, apparentemente, nulla di scandaloso. La diplomazia culturale vive anche di gesti simbolici, di restauri, di fondazioni, di mecenatismo, di ponti. La Santa Sede, per sua natura, parla con tutti. Non è una ONG dei diritti umani, non è un tribunale internazionale, non è una potenza militare. Essa tiene aperti canali anche dove altri li chiudono. E tuttavia il problema nasce quando il ponte culturale rischia di diventare vetrina reputazionale. Quando il restauro di statue cristiane a Roma convive, senza una parola sufficientemente forte, con la demolizione di chiese armene nel Caucaso.

Perché nello stesso mese, dall’altra parte della geografia morale dell’Europa, il quadro è ben diverso. Radio Free Europe/Radio Liberty ha confermato tramite immagini satellitari del 26 aprile 2026 che la cattedrale della Santa Madre di Dio a Khankendi/Stepanakert è stata demolita; la stessa inchiesta documenta anche la cancellazione della chiesa di San Giacomo, altro importante sito cristiano della città.   Vatican News, rilanciando le informazioni dell’Œuvre d’Orient, ha parlato esplicitamente della cattedrale armena di Stepanakert che “n’existe plus”, inserendo la sua distruzione in un processo più ampio di cancellazione del patrimonio culturale armeno nel Nagorno-Karabakh dopo la presa del territorio da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023 e l’esodo forzato di oltre 120.000 armeni.

Ecco il corto circuito. A Roma l’Azerbaigian si presenta come custode del patrimonio cristiano universale; nel Nagorno-Karabakh viene accusato da fonti giornalistiche, ecclesiali e culturali di contribuire alla sparizione del patrimonio cristiano-armeno locale. A Roma si restaurano apostoli; a Stepanakert si cancellano altari. A Roma si invoca il dialogo tra culture; nel Caucaso si teme una riscrittura materiale della memoria. Non è semplicemente una contraddizione diplomatica. È una ferita simbolica.

Naturalmente occorre essere seri. Non si può trasformare automaticamente un accordo tecnico di restauro in una complicità morale. Il Governatorato non ha firmato un trattato politico sul Nagorno-Karabakh; ha accettato un contributo per opere conservative in una Basilica papale. La Santa Sede spesso distingue tra il piano diplomatico, quello pastorale e quello culturale. Ma proprio questa distinzione, se non viene accompagnata da una parola profetica, rischia di diventare agli occhi delle vittime una neutralità insopportabile.

La domanda allora non è: perché il Vaticano parla con l’Azerbaigian? La Santa Sede deve parlare anche con l’Azerbaigian. La domanda vera è un’altra: può una collaborazione culturale con Baku procedere come se nulla stesse accadendo alle chiese armene del Nagorno-Karabakh? Può il linguaggio del restauro a Roma non incrociare il linguaggio della distruzione a Stepanakert? Può una Fondazione legata all’élite politica azera presentarsi come benefattrice del patrimonio cristiano senza che, nello stesso tempo, si chiedano garanzie verificabili sulla tutela del patrimonio cristiano armeno nei territori sotto controllo azero?

Qui si tocca il punto delicato: la diplomazia culturale non è mai neutra. Le pietre parlano. Parlano le statue restaurate a San Paolo fuori le Mura, ma parlano anche le pietre assenti della cattedrale di Stepanakert. E quando una potenza investe nel restauro di monumenti cristiani fuori dai propri confini mentre sul proprio territorio, o nei territori da essa controllati, scompaiono monumenti cristiani appartenenti a una minoranza storica, il sospetto di cultural washing diventa inevitabile.

Non è una questione anti-azera. È una questione di coerenza. Il patrimonio cristiano non può essere amato selettivamente: Paolo a Roma sì, la Madre di Dio a Stepanakert no; San Luca nel quadriportico sì, San Giacomo nel Karabakh no. La tutela dei beni culturali non può diventare una liturgia diplomatica in cui si salvano le pietre prestigiose dell’Occidente e si lasciano cadere quelle scomode delle periferie ferite.

La tragedia armena del Nagorno-Karabakh non riguarda soltanto gli armeni. Riguarda la coscienza cristiana, la memoria europea, il diritto internazionale, la responsabilità delle istituzioni culturali. Una chiesa demolita non è solo un edificio perduto. È un archivio di preghiere interrotto. È una genealogia spirituale spezzata. È una presenza storica resa invisibile. Per questo la distruzione del patrimonio religioso non è mai soltanto urbanistica: è sempre anche politica della memoria.

Il vero nodo, allora, non è accusare la Santa Sede di ipocrisia, ma chiederle una parola più alta. Roma può dialogare con Baku, ma proprio perché dialoga deve poter chiedere. Può accettare collaborazione per il restauro, ma proprio perché accetta deve pretendere reciprocità morale. Può ringraziare per la cura di San Paolo fuori le Mura, ma non può dimenticare che, mentre quelle statue vengono ripulite, altre croci vengono rimosse dalla terra armena dell’Artsakh.

La Chiesa conosce bene questa tensione. La diplomazia evita la rottura; la profezia evita il silenzio. Se resta solo la diplomazia, le vittime si sentono tradite. Se resta solo la denuncia, i canali si chiudono. Ma quando la diplomazia non custodisce la verità, diventa cerimoniale. E quando la cultura non protegge la memoria dei deboli, diventa scenografia.

Il 29 aprile 2026 resterà dunque una data ambigua. Può essere letta come un gesto di amicizia culturale tra Vaticano e Azerbaigian. Ma, nello stesso tempo, cade dentro un mese in cui il mondo cristiano ha visto scomparire due luoghi sacri armeni a Stepanakert. La coincidenza non è marginale: è rivelatrice. Dice che il nostro tempo è capace di restaurare statue e demolire memorie; di parlare di dialogo interreligioso e tollerare l’eliminazione delle tracce di un popolo; di lucidare il marmo e lasciare nella polvere le pietre vive di una comunità esiliata.

Per questo la domanda finale non può essere solo diplomatica. È evangelica: che cosa vale un restauro cristiano, se non diventa anche custodia dei cristiani feriti e della loro memoria? San Paolo, restaurato a Roma, non può essere separato da San Giacomo cancellato a Stepanakert. La pietra dell’apostolo e la pietra della chiesa armena appartengono alla stessa grammatica della fede. Se una viene onorata e l’altra dimenticata, non è il patrimonio a essere salvo: è la coscienza a essere incrinata.

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Elezioni in Armenia decisive per il futuro del Paese e anche per la guerra in Iran. Pashinyan, tutto ruota attorno al suo nome (Affariitaliani 01.05.26)

Cosa avrebbe dovuto fare la mia sicurezza – invitarlo a prendere un caffè?” Così Nikol Pashinyan descrisse le azioni delle sue guardie del corpo dopo che avevano fatto cadere a terra un ragazzo di 18 anni proprio fuori dalla chiesa di Sant’Anna a Yerevan. Il giovane era semplicemente andato a pregare la Domenica delle Palme. Invece, fu colpito alla testa, arrestato e pochi giorni dopo finì in terapia intensiva con una lesione cranica.

L’incidente è avvenuto quattro anni dopo un’altra tragedia che ha coinvolto il corteo di Pashinyan. Il 26 aprile 2022, un veicolo della sua scorta ha investito e ucciso Sona Mnatsakanyan, 28 anni, incinta. L’auto non si fermò. Il convoglio continuò a muoversi, e la forza dell’impatto fece cadere il corpo della vittima sulla corsia stradale.

Successivamente, il vice capo dello staff del primo ministro ha spiegato che fermarsi “avrebbe creato un ingorgo e ostruito l’ambulanza.”

In privato, Pashinyan si è scusato con il padre della donna defunta. Pubblicamente, ha insistito di non assumersi alcuna responsabilità. Era solo “un passeggero su un autobus” – ha detto, senza responsabilità da parte del conducente. “C’è un processo in corso. Cos’altro dovrei fare? Non sono nemmeno un testimone,” ha detto in una conferenza stampa.

Pashinyan usava l’aggressività come autodifesa molto prima di diventare il leader del paese. Nel 2001, come direttore del giornale Haykakan Zhamanak, pubblicò un articolo in cui invitava i giornalisti a scoprire “come i degenerati finiscono nell’amministrazione statale”. Si riferiva alla prima azione penale contro un giornalista, in Armenia, per aver insultato un funzionario.

Dal 2025, il linguaggio estremista è entrato in una nuova fase. Pashinyan insulta sistematicamente chiunque attraversi il suo campo visivo. A febbraio, i media armeni hanno descritto le sue dichiarazioni come un “insulto profondamente personale” verso coscritti, militari e le loro madri. A marzo definì gli agricoltori come “furbacchioni”, accusandoli di usare l’assicurazione agricola per arricchirsi. A maggio, dichiarò che tutte le chiese armene erano state trasformate in “armadi pieni di cianfrusaglie” e la mattina seguente pubblicò un messaggio su Facebook al Catholicos pieno di parolacce.
La Commissione per la Prevenzione della Corruzione, in seguito, ritenne ufficialmente una violazione dell’etica ufficiale quelle affermazioni

Nell’aprile 2026, ha detto al parlamento che i sostenitori dell’opposizione erano “shun u shangyal”: letteralmente “cani e lupi” e, nel linguaggio comune, “plebaglia”. L’8 aprile, durante una diretta su Facebook, minacciò un nipote dell’imprenditore Samvel Karapetyan: “Temo che entro la fine dell’anno passerai da miliardario a barbone”. La lista potrebbe continuare all’infinito.

Soldati, contadini, preti, rifugiati, imprenditori, giornalisti, che si sono messi sulla strada di Pashinyan, in un momento di debolezza, hanno ottenuto solo riscontri negativi. Gli psicologi chiamano questa aggressione reattiva, sfogarsi come forma di autodifesa. La letteratura clinica lo descrive abbastanza bene. Ma politicamente, è utile? Un individuo mentalmente instabile fatica a guidare una nazione. Durante negoziazioni ad alto rischio, che mettono sotto enorme pressione il sistema nervoso, può iniziare a comportarsi in modo completamente inopportuno. Questo potrebbe spiegare perché l’Armenia ha perso costantemente terreno nel processo di pace con l’Azerbaigian, contestazione maggiore che emerge dal popolo e dalle opposizioni.

Pashinyan attribuisce spesso il suo comportamento eccessivo all’incapacità di controllare le emozioni. Il 22 marzo 2026, nel giro di un solo giorno, ha litigato in metropolitana con una donna rifugiata dal Nagorno-Karabakh, accusandola di codardia, poi ha agitato il dito contro la figlia di un comandante sul campo, uccisa nel 1993. Il difensore dei diritti umani dell’Armenia si è sentito obbligato a intervenire, esortando i funzionari a mostrare sensibilità. Qualche ora dopo, Pashinyan si scusò, dando la colpa alle sue emozioni.

Cercare di rimodellare la sua immagine e apparire come un tipo “cool”, potrebbe essere la vera forza trainante di Pashinyan. In questo momento, stiamo assistendo a un intero paese in subbuglio. Sta perdendo i suoi territori storici, i suoi alleati si stanno allontanando e la stabilità economica è un ricordo, nonostante investimenti energetici importanti nella centrale nucleare del Paese. Questo potrebbe essere un elemento fondamentale per gli americani, vista la posizione strategica dell’Armenia, in funzione anti-iraniana.

Il Parlamento europeo informa che Pashinyan sta cercando un avvicinamento all’Unione Europea e un possibile percorso di adesione, allontanandosi per questo dalla Russia. Potrebbe essere che sulla sua arroganza pubblica influisca la consapevolezza di avere, in un certo senso, le spalle politicamente coperte dalla UE. Ma ammette anch’essa che il suo governo persegue una politica di “terreni in cambio di pace” con l’Azerbaigian, firmando accordi di demarcazione molto controversi, incluso il trasferimento di villaggi nella provincia di Tavush.

Il 7 giugno 2026 si terranno le elezioni parlamentari, decisive per il futuro del paese, con Pashinyan che cerca un nuovo mandato.L’Europa è consapevole del fatto che egli affronta forti critiche interne e proteste per il suo comportamento e a causa delle concessioni fatte all’Azerbaigian dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.

L’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa spiega che, nonostante la firma di patti, la situazione alla frontiera rimane instabile, con l’Armenia che accusa l’Azerbaigian di non ricambiare il riconoscimento della sovranità territoriale. Il Foglio Europeo sostiene che Pashinyan, al potere dal 2018 (Rivoluzione di velluto), sta governando la sconfitta militare trasformando l’identità geopolitica del paese, scommettendo sulla sovranità e l’integrazione europea.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste. In questo difficile contesto geopolitico, Pashinyan avrà, per il momento, tre avversari alle elezioni: Robert Kocharyan, ex presidente armeno (1998-2008) e leader del blocco di opposizione “Armenia”. Samvel Karapetyan, miliardario russo-armeno a capo del movimento “Strong Armenia” (conosciuto anche come “In Our Way” o Mer Dzevov).
Bagrat Galstanyan: Arcivescovo a capo del movimento di protesta “Sacred Struggle” (Sacra Lotta), nato in opposizione alle cessioni territoriali all’Azerbaigian nella regione di Tavush.

E’, dunque, altrettanto probabile che il suo atteggiamento di autodifesa sia dovuto alla paura di perdere le elezioni imminenti, favorendo fazioni di antica formazione, non certo vicine all’Occidente ed agli USA. La Reuters sottolinea Il quadro politico complicato da nuove forze emergenti ma anche da inchieste giudiziarie che coinvolgono alcuni leader dell’opposizione, che pongono un quandro mai così incerto dal 1991.

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