La passione per il fuoco di Boghossian (Ilgiornaledellarte.com 03.05.22)

Sino al 1° luglio la galleria Il Ponte ospita la mostra personale di Jean Boghossian, l’artista di origine armena (presente con una vasta antologica alla 57ma Biennale di Venezia del 2017), da alcuni definito «the fire artist» per il suo ricorrere sovente al fuoco per trasformare ed elaborare l’immagine, che fa uso di materiali eterogenei e utilizza una vasta gamma di pennelli e torce.

«La fiamma ossidrica, come il pennello, diventa l’estensione del mio braccio» osserva Boghossian, e la mostra fiorentina, a cura di Bruno Corà, si concentra proprio su questo aspetto della sua produzione, esponendo tredici lavori, tra i quali soprattutto carte di medie e grandi dimensioni, e oggetti (tele, libri) trattati con fuoco e fumo, realizzati tra il 2011 e il 2021.

La combustione genera effetti di sfumato tra i due unici colori qui presenti, bianco e nero, dando vita a una gamma di grigi graduati, talvolta con sottili zone brunite, in prossimità delle lacerazioni prodotte dall’azione combustiva della fiamma. Come nota Bruno Corà nel catalogo che accompagna la mostra («Antinomia ardente», Gli Ori), tale scelta ha anche implicito rapporto con Firenze per la modalità leonardesca dello ‘sfumato’, sebbene qui ottenuto col fuoco e non tramite colori.

Ad accoglierci in galleria è un’installazione di dieci grandi tele in sequenza, «Entrée dans la toile», 2018-2022, dove il fumo della combustione genera un grande foro che, attraversandole, crea una sorta di tunnel. L’entrata nell’immagine è quindi fisica ma al tempo stesso metaforica e rimanda ad altre strutture analoghe concepite dall’artista, come quelle della mostra «Cessez le feu!» presso il Palais des Nations di Ginevra nel maggio 2019.

Un titolo che, nota sempre Corà, se suona oggi come monito, ci porta anche a riflettere su quanto il fuoco, anziché distruggere possa invece, nell’opera di Boghossian, avere funzione creatrice poiché, scrive Bachelard, «Il fuoco suggerisce il desiderio di cambiare, di affrettare il tempo, di portare tutta la vita al proprio compimento …».

L’impiego del fuoco e del fumo, presente in molte opere del Novecento (da Burri a Parmiggiani), è gestito da Boghossian con misurata armonia sulle diverse estensioni delle superfici pittoriche, traducendo le contraddizioni e i contrasti del mondo in cui siamo calati ma anche la possibilità di addomesticare il fuoco trasformandolo in forza creatrice, fonte di armonia e bellezza.

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Usa e Armenia firmano un accordo di cooperazione nucleare civile (Trt 03.05.22)

Gli Stati Uniti e l’Armenia hanno firmati un accordo di cooperazione nucleare tra di loro.

Secondo una dichiarazione del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, il segretario di Stato Antony Blinken, che ha ricevuto il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, ha affermato di voler aumentare la cooperazione nel settore della sicurezza energetica e rafforzare ulteriormente le relazioni economiche e diplomatiche tra i due Paesi.

Alla fine dell’incontro, i due omologhi hanno firmato un accordo di cooperazione nucleare civile.

L’accordo mira a diversificare l’approvvigionamento energetico dell’Armenia.

Mentre, in una dichiarazione scritta in merito all’incontro, il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Ned Price ha affermato che Blinken e Mirzoyan hanno anche valutati i progressi compiuti dall’Armenia nella costruzione della democrazia e dello stato di diritto e delle sue relazioni con i suoi vicini.

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Chi è Rosa Linn: la cantante armena e le sue canzoni (01.05.22)

Tutto quello che sappiamo su Rosa Linn, la cantante armena che parteciperà all’Eurovision Song Contest 2022.

Rosa Linn, pseudonimo di Roza Kostandyan, è una cantante armena che sarà la protagonista all’Eurovision con il suo brano Snap. Ma scopriamo chi è Rosa Linn e le sue canzoni.

Chi è Rosa Linn

Rosa Linn è una cantante armena, nata a Vanadzor il 20 maggio 2000.

Ancora piccola si avvicina alla musica, infatti a soli 6 anni, inizia a prendere lezioni di pianoforte. Debutta mondo della musica nel 2013, quando prende parte all’ Eurovision Song Contest, partecipando alla competizione junior dello stesso festival con il brano Gitem. Inizia così, la sua carriera professionale, entrando a far parte del collettivo Nvak, fondato da Tamar Kraprelian, cantante del gruppo Genealogy che rappresentò l’Armenia all’Eurovision Song Contest 2015 a Vienna.

Nel 2021 lancia un nuovo singolo King e debutta per la prima volta all’estero grazie alla collaborazione con l’artista americana Kiiara. Dopo questo grande successo, l’11 marzo 2022 è stato annunciato che l’emittente radiotelevisiva armena ha scelto Rosa Linn come rappresentante armena all’ Eurovision Song Contest 2022con il suo brano Snap, un brano country-pop che richiama, come genere, alcune canzoni statunitensi.

L’Armenia torna all’Eurovision Song Contest

L’Armenia torna finalmente nel 2022 all’Eurovision Song Contest dopo circa due anni. Nel 2020 avrebbe dovuto partecipare con Athena Manoukian e la sua Chains on you, ma l’edizione è stata cancellata per la pandemia. Nel 2021, l’AMPTV, l’emittente armena deputata alla trasmissione e alla partecipazione, comunica di non essere riuscita a scegliere in tempo cantante e canzone, a causa della guerra combattuta e persa contro l’Azerbagian per il controllo della zona del Nagorno-Karabakh. Dunque l’ultima rappresentante armena resta quella del 2019, ovvero Srbuk che però non è riuscita a superare le semifinali con il suo brano. Adesso è il momento di Rosa Linn di portare in finale il suo paese. Ci riuscirà? Lo scopriremo solo nella seconda metà della prima semifinale che avverrà il 10 maggio 2022 alle ore 21:00.

Le canzoni di Rosa Linn

Ecco tutti i singoli che ha pubblicato nel corso della sua attività musicale.

  • Gitem, nel 2013;
  • King, nel 2021;
  • Snap, il suo inedito eurovisivo, pubblicato il 19 marzo del 2022.

Vita privata

Non abbiamo notizie relative alla sua vita privata e alla sua vita sentimentale. Attraverso il suo profilo social è possibile capire che ama viaggiare e muoversi sempre con la sua chitarra.

Curiosità

  • In un’intervista la giovane cantante non si aspettava che l’avrebbero selezionata per partecipare al festival, infatti afferma:

Guardando dall’esterno le probabilità sembravano essere contro di me – una ragazza sconosciuta di una piccola città dell’Armenia. Ma il potere della manifestazione è reale quando è combinato con il duro lavoro. Adesso basta mettersi in gioco. Sono entusiasta di far entrare le persone nel mio mondo interiore attraverso la mia musica.

  • Rosa aspira a diventare come Maléna, che ha vinto l’ultimo Junior Contest dell’Eurovision per l’Armenia a Parigi lo scorso dicembre.
  • Oltre a suonare il pianoforte e la chitarra suona anche altri strumenti.

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Armenia – Dipinti murali nelle chiese cristiane VII-XIII secolo (Arte.go 02.05.22)

sede: Palazzo Zuckermann (Padova).
cura: Paolo Arà Zarian, Christine Lamoureux.

La mostra illustra un percorso professionale di studi, di ricerche e di restauri conservativi di cicli di dipinti murali nelle chiese in Armenia e nell’Artsakh (Nagorno Karabagh) che gli autori hanno realizzato con passione e costanza in questi ultimi dieci anni.

La mostra è composta da 27 pannelli fotografici in cui sono presentati i restauri dei dipinti murali di tre chiese: Lmbatavank’, Monastero di Haghbat e Monastero di Dadivank’.

Nelle bacheche saranno presentati tre libri scritti dai curatori Arà Zarian e Christine Lamoureux, locandine, materiale illustrativo, articoli, pigmenti minerali naturali armeni, materiale e attrezzatura di lavoro.

Inaugurazione:
venerdì 6 maggio 2022, ore 17:30
Prenotazione online

Dettagli

Inizio:
Venerdì 6 Maggio 2022
Fine:
Domenica 26 Giugno 2022

Luogo

PALAZZO ZUCKERMANN
Corso Giuseppe Garibaldi, 33
Padova, 35137 Italia 
+ Google Maps
Telefono:
049 8205664
Visualizza il sito del Luogo

ROSA LINN “CANTO IL DOLORE DELL’ARMENIA PER ILLUMINARE UNA VIA PIÙ PACIFICA” (La Stampa 30.04.22)

 

LUCA DONDONI 

Tra i tanti artisti che parteciperanno al prossimo Eurovision Song Contest alcuni, come il nostro Blanco, sono giovanissimi ma hanno storie importanti da raccontare. Rosa Linn, nata Roza Kostandyan in Armenia 21 anni fa, arriverà sul palco di Torino dopo essere entrata per la prima volta a far parte del circuito dell’Eurovision nel 2013, a soli tredici anni. Era la prima volta nella vita che usciva dalla piccola città di Vanadzor dove è nata e partecipò alla competizione junior con il brano Gitem: finì sotto i riflettori tanto da entrare nel collettivo Nvak fondato da Tamar Karpelian. Quest’ ultimo è la voce del supergruppo Genealogy dove i cantanti sono tutti discendenti di vittime del genocidio degli armeni del 1915. Oggi la Linn è considerata una star nel suo Paese e l’anno scorso ha allargato i suoi confini artistici duettando con l’americana Kiiara per il singolo King.
Rosa Linn lei è in gara per l’Armenia dove è tra gli artisti più famosi, ma gli italiani la vedranno per la prima volta.
«E allora mi presento, ma premetto che l’Eurovision è sempre stato un mio sogno fin da quando ero un ragazzina. Ho 21 anni e ho iniziato a suonare il pianoforte quando ne avevo 6 anni, mentre la chitarra l’ho imbracciata a 10. Ho iniziato prestissimo anche a scrivere la mia musica, ma ogni conquista, ogni soddisfazione mi spingevano a fare di più e meglio.
Oggi vedere il sostegno del mio Paese è indescrivibile, mi motiva e il 10 maggio quando parteciperò alla prima semifinale darò il meglio».

La sua canzone si intitola «Snap», qual è il significato?
«Ogni difficoltà è più facile da superare con un po’ più di amore per se stessi. L’ho scritta in un momento di depressione; mi sentivo come se il mondo si stesse sgretolando intorno a me. Spero che a chiunque sia accaduto di sentirsi a terra, demotivato, ascoltando il pezzo sappia che non è solo. Bisogna trovare la forza di plasmare il proprio destino».

Visto che il suo genere ha molto a che fare con il new folk del quale una band come i Lumineers è stata una portabandiera: li conosceva? Quali sono i suoi modelli e dove trova l’ispirazione per scrivere?
«Ho sentito solo un paio di canzoni dei Lumineers ma non posso dire di conoscerli bene.
Il new folk è una corrente molto forte negli Stati Uniti ma io amo diversi generi musicali che vanno dalla classica al jazz sino all’heavy metal. Posso dire che adoro Andrea Bocelli?
Penso che abbia una delle voci più belle del mondo».

L’armenia non partecipò all’Eurovision del 2021 perché era in atto la guerra del Nagorno Karabakh. Come ci si sente a essere il fiore all’occhiello di un Paese con una storia così tormentata?
«Gli ultimi due anni sono stati molto difficili per noi, ma abbiamo trovato la forza per tornare e siamo orgogliosi di far parte di questa famiglia. Spero di usare il dolore del passato per illuminare una via più pacifica. La mia canzone, un invito alla resilienza, ha molto a che fare con l’Armenia».

Ha un’opinione sulla guerra tra Russia e Ucraina?
È un argomento delicato, preferisco non dare una risposta su un qualcosa di enormemente più grande di me».

Lei ha fatto parte del collettivo Nvak, ma adesso è in gara come solista. Fa ancora parte di quel gruppo di lavoro?
«Sono assolutamente parte del Nvak Collective e abbiamo tanti progetti entusiasmanti che presto annunceremo. La nostra è un’etichetta discografica fatta da creativi per creativi, è una struttura innovativa con l’artista al centro». A volte le canzoni sono la definizione di un pensiero politico, un modo per dare forza alle proprie idee. È così? «Per me la musica è sempre stata un riflesso di chi sono dentro e di come mi sento in quel momento della mia vita. È profondamente personale ed è guidata dalla mia emozione piuttosto che da una questione politica. Come artista ho sempre voluto mantenere una certa distanza tra la mia musica e il modo in cui vedo la politica. Dico sempre che la musica è la cosa più bella della terra e non voglio mescolarla con la sporcizia». Conosce l’Italia? E qualche artista del nostro Paese? «Non ci sono mai stata, così quest’ anno ho l’opportunità di visitarla. Amo molto la musica italiana, Adriano Celentano e come ho detto Andrea Bocelli. Penso che la vostra lingua sia una delle più belle per la musica e ammiro la cultura e l’arte creata dai geni italiani». Rosa Linn è nata a Vanadzor, in Armenia: ha iniziato a suonare il pianoforte a 6 anni, a 10 la chitarra Non conosco l’Italia ma amo la vostra musica: Celentano e Bocelli, una delle voci più belle al mondo Faccio parte del collettivo Nvak, fatto da creativi per creativi, una struttura con l’artista al centro I miei brani in genere sono più personali che politici. Vedere il sostegno del mio Paese è indescrivibile rosa linn cantautrice, si esibirà all’eurovision il 10 maggio.

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Due sorelline armene in fuga dal “Grande Male” (Il Giornale 30.04.22)

Lo sterminio degli armeni è uno dei grandi drammi collettivi del Novecento, forse il primo grande dramma di un popolo, tanto che quello armeno ha più volte chiesto che alla sua epopea venisse accordata la definizione di olocausto, al pari di quello degli ebrei. Non a caso, a Erevan, l’odierna capitale dell’Armenia, sorge un monumento in ricordo del Metz Yegern («il grande male»), proprio come a Gerusalemme sorge lo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto. E, come nel caso del genocidio degli ebrei, ogni anno se ne commemora il carico di sofferenza nel «giorno del ricordo», il 24 aprile.

In un’epoca come la nostra in cui la propaganda si declina a partire dall’uso fuori luogo se non addirittura spregiudicato delle parole «operazione militare speciale» al posto di «guerra» o «genocidio» invece di «strage» la controversia sulla titolarità di un termine come «olocausto» non è cosa da poco. D’altro canto, sul genocidio armeno, consumatosi al crepuscolo dell’impero ottomano, tra il 1915 e il 1923, ancor oggi le parti in causa, ovvero i turchi e gli armeni, non trovano un punto d’accordo, con i primi che negano ogni responsabilità e l’esistenza stessa dei fatti a essi contestati, come pure le cifre delle vittime, nonostante gli storici sostengano che oscillino tra uno e due milioni.

Un’ammissione delle proprie responsabilità metterebbe la fragile democrazia turca in una posizione estremamente imbarazzante, con la questione curda sempre di stretta attualità. E proprio i curdi furono uno dei sinistri strumenti di morte utilizzati dal triumvirato dei Giovani Turchi per realizzare il massacro degli armeni, un popolo presente in Anatolia da ben prima della nascita della religione islamica, ma non assimilabile per il suo profondo credo cristiano e il suo guardare a occidente.

Attraverso L’uccello blu di Erzerum (Fazi Editore, traduzione di Maurizio Ferrara, pagg 520, euro 20), il noirista francese Ian Manook, celebre per la sua trilogia di ambientazione mongola avente per protagonista il commissario Yeruldelgger, traccia un affresco straordinario di un’epoca che in qualche modo ha segnato la sua stessa esistenza, spingendo i suoi nonni a cercare vita e speranza in Francia, una delle destinazioni preferite della diaspora armena. L’unica pecca di questo romanzo ma significa realmente cercare il classico pelo nell’uovo è forse la scelta dell’autore di indulgere eccessivamente in descrizioni di situazioni che, trattandosi dichiaratamente del romanzo del genocidio del suo popolo, rasentano il raccapriccio. E dire che Manook ammette in apertura del libro di aver «accettato di eliminare le due scene di massacro più violente» su richiesta del suo editore.

Protagoniste assolute del romanzo sono due sorelline scampate miracolosamente a uno dei primi pogrom di cui la popolazione armena è vittima e costrette, tra indicibili sofferenze, a unirsi alle carovane di profughi che il triumvirato decide di trasferire in altre zone del Paese. Già nel 1915 l’uso della terminologia veniva fatto con grande scrupolo: guai parlare di deportazione.

Molti storici hanno avanzato la teoria secondo cui il genocidio armeno fu una sorta di prova generale per lo sterminio degli ebrei, tanto che parecchi alti ufficiali dell’esercito tedesco la Germania era alleata della Turchia parteciparono alla pianificazione dei massacri o, comunque, vi assistettero senza mai metterli in discussione. E Ian Manook non è per nulla tenero con i tedeschi, così come non fa sconti ad altri popoli a loro volta coinvolti nei disastri del suo popolo. Il suo torrenziale romanzo, ricco di riferimenti a storia e folklore, contestualizza la vicenda di queste due bambine e di un’altra ragazzina di cui intersecheranno il tragico cammino: il loro percorso di vita si snoderà tra Turchia, Germania, Francia e Unione Sovietica.

L’uccello blu di Erzerum getta uno sguardo disincantato sulla genesi di una follia collettiva che porta a un delirio omicida. Come sappiamo, il XX secolo avrebbe assistito al ripetersi di tale delirio almeno in altre tre occasioni: l’olocausto degli ebrei, l’epurazione dei nemici del popolo da parte dei Khmer Rossi in Cambogia e lo sterminio dei tutsi a opera degli hutu in Ruanda. L’inizio è tristemente comune: il progetto di cancellare un’identità scomoda, facendo leva su paure irrazionali e su spiegazioni storiche fabbricate appositamente per giustificare orrori inammissibili.

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Sono decine di migliaia, a livello mondiale, le applicazioni delle moderne tecnologie antisismiche (Meteweb 30.04.22)

Di Alessandro Martelli, (esperto di sistemi antisismici, già direttore ENEA) – Sono ormai decine di migliaia, a livello mondiale, in decine di Paesi, le applicazioni delle moderne tecnologie antisismiche (isolamento sismico, dissipazione di energia, ecc.), ad edifici, ponti, viadotti ed impianti industriali, sia di nuova costruzione che esistenti. Già nel 2013 esse erano oltre 23.000.

Delle prime applicazioni in Italia e di quelle in Giappone, Cina ed USA ho già scritto in precedenti articoli pubblicati da Meteoweb (Un esempio da seguire: la prevenzione sismica in Giappone, grazie alle moderne tecnologie antisismichePrevenzione sismica grazie alle moderne tecnologie: d’esempio è ora anche la Cina | FOTOPrevenzione del rischio sismico: vasta applicazione delle moderne tecnologie anche negli USA | FOTO), così come ho recentemente scritto su quelle effettuate in alcuni altri Paesi con dispositivi prodotti in Italia (Anche in altri Paesi vi sono importanti costruzioni protette da dispositivi antisismici prodotti in Italia | FOTO). Però, vale la pena di completare questa rassegna menzionando ulteriori prime applicazioni, a varie tipologie di strutture (edifici, in particolare scuole e musei, ed impianti). In particolare, sono da citare quelle che sorgono nei Paesi sottoelencati.

Anzitutto è da ricordare l’Armenia, dove, sebbene si tratti di un Paese non annoverabile tra i più sviluppati, l’utilizzazione dell’isolamento sismico iniziò assai presto, grazie ad esperti come il Prof. Mikayel Melkumyan ed a strette collaborazioni fra l’Università di Yerevan (la capitale) e quella di Berkeley (California, USA). Infatti, gli edifici isolati sismicamente armeni erano già 32 nel 2011. Fra le prime applicazioni armene, è da menzionare l’adeguamento sismico della scuola N. 4 di Vanadzor (in muratura, costruita 55 anni prima), che fu effettuato nel 2002 mediante isolatori in neoprene a smorzamento medio (Medium Damping Neoprene Bearing o MDNB) di produzione nazionale, inserendo pilastri di cemento armato (c.a.) per sorreggere gli isolatori e la sovrastruttura ed un cordolo, pure in c.a., al di sopra degli isolatori per conferire alla sovrastruttura la necessaria rigidezza (Figure 1÷3).

In Armenia, inoltre, sono stati costruiti pure nuovi edifici isolati (pure con MDNB) di notevole altezza, come (nel 2006) il complesso multifunzionale “Our Yard”, di 10÷16 piani (Figura 4), e, successivamente, altri, di 17 e di 20 piani. Infine, molto particolare è stato il progetto per l’isolamento sismico della Chiesa di St. Katoghike di Yerevan, molto cara agli armeni: esso prevedeva il taglio delle fondazioni e l’inserimento di un sistema di isolamento su ruote, per poter spostare la chiesa davanti agli orrendi edifici costruiti ai tempi dell’URSS, che ne nascondevano la vista (Figure 5÷7).

Anche in Nuova Zelanda, Paese pure di non grandi dimensioni, non manca, da tempo, un numero significativo di applicazioni delle moderne tecnologie antisismiche: già nel 2011 erano circa 30 gli edifici neozelandesi protetti dall’isolamento sismico o da sistemi dissipativi e numerosi erano già i ponti ed i viadotti protetti grazie a tali tecnologie. Alcuni esempi importanti di primi edifici isolati neozelandesi sono:

Come ho ricordato sopra, delle applicazioni nella Federazione Russa (dove gli edifici isolati sismicamente erano già circa 600 nel 2011) ho già accennato, scrivendo dell’utilizzazione di dispositivi antisismici italiani all’estero e citando quella nel Sea Plaza Hotel di Sochi. Altri interessanti primi esempi di edifici russi isolati sismicamente sono:

  • la Banca Centrale di Irtusk, protetta di isolatori elastomerici ad alto smorzamento (High Damping Rubber Bearing o HDRB) di fabbricazione cinese (Figura 11);
  • il Teatro Nazionale Drammatico di Gorno-Altaisk, protetto da dispositivi HDRB e da dissipatori viscosi (Viscous Damper o VD, Figura 12);
  • la State Concert Hall di Grozny e la Chiesa Mihailo-Arkhangelskaya di Irtusk, ambedue protette da dispositivi HDRB (Figure 13 e 14);
  • il Centro Commerciale di Sochi, un edificio in cemento armato (c.a.) di 21 piani fuori terra e 2 interrati, alto circa 100 m, che è protetto da 200 dispositivi LRB (Figura 15).

Quanto ad importanti prime applicazioni (di vario tipo) delle moderne tecnologie antisismiche in altri Paesi, non sono da dimenticare quelle effettuate:

  • in Argentina, dove, in considerazione della forte componente verticale del terremoto di progetto (di cosiddetto “near fault”), un edificio residenziale per studenti universitari fu isolato a Mendoza con 4 isolatori tridirezionali (3D), prodotti dalla società tedesca GERB (Figure 16 e 17);
  • in Cile, dove la prima applicazione dell’isolamento sismico risale al 1992 e riguardò l’edificio residenziale della Comunidad Andalucia di Santiago (Figura 18), mentre il primo edificio strategico ad essere isolato (con 114 HDRB e 50 LRB) fu, nel 2005 (al costo di 112,8 milioni di dollari), il Nuevo Hospital Militar La Reina (di area pari ad 80.000 m2), anch’esso situato a Santiago (Figure 19 e 20);
  • in Corea del Sud, dove le prime applicazioni delle moderne tecnologie antisismiche hanno riguardato non solo i viadotti d’accesso del Seo-Hae Granel Bridge ed altri ponti e viadotti protetti da dissipatori viscosi prodotti in Italia (https://www.meteoweb.eu/2022/04/costruzioni-protette-dispositivi-antisismici-prodotti-italia/1787240/), ma anche edifici ed impianti a rischio di incidente rilevante, come, ad esempio, grandi serbatoi di gas naturale liquefatto (Liquefied Natural Gas o LNG), di cui 3 ad Inchon (ciascuno isolato da 392 HDRB, Figure 21 e 22) e 10 a Payeong-Taek (ciascuno con 150 HDRB);
  • in Grecia, dove l’isolamento sismico è già stato utilizzato anche in edifici di interesse storico-artistico, come, nel 2006, il Museo dell’Acropoli di Atene, protetto da 94 isolatori a pendolo scorrevole  di produzione tedesca (Seismic Isolation Pendulum o SIP), come già riportai su Meteoweb nel 2021 (https://www.meteoweb.eu/2021/06/isolamento-sismico-la-protezione-delle-opere-darte-dal-terremoto/1694680/, Figure 23 e 24), oltre che (negli anni 1990) in grandi serbatoi, come i 2 di Revithoussa mostrati nella Figura 25 (di 20 m diametro, interrati alla profondità di 70 m), isolati con 212 isolatori a pendolo scorrevole di produzione statunitense (Friction Pendulum System o FPS);
  • nell’isola de La Martinica, dove sono utilizzati isolatori in neoprene (Neoprene Bearing o NB), assieme a VD, e l’applicazione dell’isolamento sismico fu resa obbligatoria per le scuole ed altri edifici pubblici (nel 2007 erano quattro le scuole isolate ad esser state completate, Figure 26 e 27);
  • in Messico, dove la prima applicazione dell’isolamento sismico (con un sistema “a rotolamento” di concezione nazionale) risale addirittura al 1974 e riguardò la scuola media Legaria di Mexico City (Figura 28) e dove, nel 2007, vi erano altre 6 strutture isolate (oltre a 25 edifici protetti da dissipatori di energia);
  • in Romania, dove fu progettato, a Ploiesti, l’adeguamento sismico con l’isolamento dell’edificio storico (del 1905) Victor Slavescu (Figura 29).

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“Il paese racconta un Paese”. La seconda edizione della rassegna “Comabbio racconta l’Armenia” (Korazym 29.04.22)

Dai viaggi è nato un ciclo di conferenze… e non solo. La rassegna “Comabbio racconta l’Armenia” (foto di copertina di Nadia Pasqual), quest’anno alla seconda edizione, nasce dal desiderio di Giusy Tunici, abitante del borgo sull’omonimo lago, di condividere le esperienze di due viaggi in Armenia. I suoi racconti hanno suscitato la curiosità dei concittadini e del Sindaco Marina Paola Rovelli, che l’ha delegata a narrare le sue esperienze.

La risposta entusiasta degli enti locali e degli esperti in materia, via via coinvolti, hanno trasformato il programma iniziale in un progetto molto ambizioso e articolato, che Giusy Tunici si è fatta carico di coordinare. La rassegna si inserisce nell’ambito del progetto “Il paese racconta un Paese” del Comune di Comabbio e intende promuovere la conoscenza di un luogo attraverso la sua storia, la cultura, le tradizioni, le caratteristiche del territorio e della popolazione.

«Tutto – racconta Giusy Tunici – è cominciato da un mio primo viaggio in Armenia. È lì che è nato il mio affetto per questo paese e il suo popolo. Tornata a casa, nel settembre del 2020, ho iniziato a pensare a un evento dedicato all’Armenia, qualcosa di semplice, di tranquillo. A ottobre ho contattato la mia amica Shushan Martirosyan in Armenia, ma il progetto, intanto, aveva già destato l’interesse anche della biblioteca e dell’amministrazione comunale. Col tempo sono state molte le realtà di Comabbio e non che hanno aderito con entusiasmo a questa iniziativa, dando vita a un progetto dal respiro realmente internazionale».

«”Comabbio racconta l’Armenia” – commenta il Sindaco di Comabbio Marina Paola Rovelli – è un progetto ambizioso costruito giorno per giorno con uno scopo: conoscere. Conoscere ci permette di rispettare, e la voglia di confrontarsi con culture diverse ci rende non solo migliori, ma anche più liberi e indipendenti».

Un ciclo di incontri e conferenze sull’Armenia, che analizzeranno molti aspetti, con ospiti di rilievo, in una serie di appuntamenti di respiro internazionale, per far conoscere la cultura armena e il popolo armeno.

La rassegna Comabbio racconta l’Armenia” si svolgerà dal 13 al 15 maggio 2022 nell’incantevole borgo dove il pittore Lucio Fontana amava ritirarsi, con cinque conferenze, quattro concerti, due laboratori, una mostra fotografica e tante proposte di degustazione. Un ricco programma per un progetto ambizioso, che ha raccolto il contributo dei più importanti rappresentanti, studiosi e conoscitori della cultura armena tra scrittori, giornalisti, fotografi, armenisti, storici, musicisti, architetti, artisti e altre personalità provenienti da Italia, Armenia, Stati Uniti e Turchia.

Un progetto che nasce dalla consapevolezza che il livello di maturità di una società si misura anche dalla sua capacità di rapportarsi a ciò che è diverso per origini, cultura e religione. Ente capofila è il Comune di Comabbio, Assessorato alla Cultura, con il patrocinio dell’Unione Armeni d’Italia, del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, del Comune di Travedona Monate, del Comune di Mercallo, del Comune di Ternate, della Città di Sesto Calende, della Città di Angera e del Comune di Varano Borghi, in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Varese, la Congregazione Mechitarista e l’Associazione Culturale Padus-Araxes.

La rassegna inizierà il 13 maggio alle ore 21.00 con il Concerto d’inaugurazione nella Chiesa di San Martino a Vergiate, con Yenelina Arakelyan (soprano) e Saténik Shahazizyan-Simonyan (organo), che eseguiranno musiche di V. Komitas, M. Yekmalyan e A. Babajanian.

Il 14 maggio alle ore 09.30 verrà inaugurata la seconda edizione del progetto nella Sala Lucio Fontana in via G. Garibaldi 560 a Comabbio, con i Saluti dell’Amministrazione Comunale e dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Varese. Seguiranno:
– L’universale musicale: laboratorio d’ascolto e composizione di base intorno a Padre Komitas – Matteo Manzitti, compositore e musicologo.
– Conferenza: Viaggio in Armenia: luoghi, incontri, esperienze ai piedi dell’Ararat, con Nadia Pasqual, autrice della guida “Armenia e Nagorno Karabakh” (Polaris).
– Conferenza: Il genocidio armeno. Memoria e negazione come fattori identitari di Armenia e Turchia, con Jacopo Santini, docente e fotografo.

Poi, alle ore 18.00 nel Cortile di Casa Marini Balbi in via G. Garibaldi 634 a Comabbio ci sarà il Concerto: I tuoi splendenti riflessi del tramonto. Viaggio nella musica armena con padre Komitas, con Yenelina Arakelyan (soprano), Saténik Shahazizyan-Simonyan (pianoforte), Ariane Llor (clarinetto) e Marco Ruffilli (relatore). In caso di maltempo, il concerto si terrà nella Chiesa Parrocchiale di San Giacomo Apostolo.

Infine, alle ore 21.00 nel Salone Estense in via Sacco 5 a Varese il Concerto: Musica oltre i confini. Studenti del festival Echi Urbani, con la partecipazione di Yenelina Arakelyan (soprano), Saténik Shahazizyan-Simonyan (pianoforte) e Corinna Canzian (violino).

Nella mattinata del 15 maggio, presso la Sala Lucio Fontana a Comabbio si svolgerà il Workshop per studenti aperto al pubblico: Krunk e la musica armena: i quartetti d’archi di Komitas, con Corinna Canzian (violinista).

Seguirà alle ore 12.30 il Concerto con quartetto d’archi degli allievi del workshop Krunk e la musica armena e – dopo l’interruzione per pranzo armeno presso i ristoranti convenzionati – prosegue il programma con:
– Conferenza: Presenza armena in Italia. 1915-1920, con Agop Manoukian, autore del libro e sociologo.
– Conferenza: Gli armeni a Venezia: una presenza secolare, con Aldo Ferrari, armenista, Professore Ordinario Università Ca’ Foscari di Venezia.
– Conferenza: Gli armeni a Venezia. Testimonianze artistiche, con Marco Ruffilli, storico dell’arte
– Discussione finale con tutti i relatori e domande del pubblico.

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“Mistero armeno. Daniel Varujan in poesie e immagini”, mostra alla Gran Guardia (Padovaoggi 29.04.22)

In mostra alla Gran Guardia “Mistero armeno. Daniel Varujan in poesie e immagini” dell’illustratrice Silvia Paggiarin dal 30 aprile al 29 maggio.

Dettagli

Sabato 30 aprile, nella sala della Gran Guardia, in piazza dei Signori a Padova, sarà aperta al pubblico la mostra “Mistero armeno. Daniel Varujan in poesie e immaginidi Silvia Paggiarin.

L’esposizione, promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, sarà visitabile, a ingresso libero, fino al 29 maggio 2022, dal martedì alla domenica, con orario: 09.30-12.30/16-19; chiuso il lunedì e il 1° maggio.
In mostra 40 opere tra illustrazioni e relative poesie e quattro pannelli contenenti la biografia e la gigantografia del ritratto del poeta.

La mostra nasce dall’incontro dell’illustratrice Silvia Paggiarin con la poesia di Daniel Varujan, poeta armeno assassinato nel 1915, durante il Genocidio del suo popolo ad opera dei Turchi.

Attraverso le illustrazioni, Silvia Paggiarin dialoga con i versi potenti ed evocativi di Varujan, tessendo una trama preziosa di suggestioni tra Oriente e Occidente, racconti silenziosi e delicati perché così vuole il mistero della vita.

“I turchi bussarono alla sua porta in una notte di aprile, quando i due figli dormivano e il terzo scalciava nel ventre della madre. Appena il tempo per infilare in tasca una penna e un quaderno, poi il viaggio nel buio. Era un cantore dei mari di grano, profeta di una mistica buona e calda come il pane, impastata di miti pagani e cristianesimo, il credo colpevole che gli costò l’esistenza. Chissà come sembrava l’oro opaco dell’Anatolia mentre l’ombra dei suoi passi pestava le stelle fredde dell’addio.
Il 26 agosto del 1915 concluse la sua prigionia legato ad un albero, spezzato dalle torture, depredato di tutto. Cominciò poco dopo la forsennata ricerca del quaderno intriso di sangue e versi che di certo tenne con sé fino alla fine dei suoi giorni. Strana cosa la poesia, infetta dell’assurdo e necessario potere di sopravvivere a chi la scrive, figlia ingrata e irresistibile del genio umano.
Nel 1921 un agente segreto ingaggiato dalla famiglia recuperò il quaderno da un cumulo di oggetti sequestrati ai prigionieri armeni, penoso bazar del male assoluto, quello che ti punisce nel nome di un Dio, di un tratto somatico, di un’invidia antica”.

Il tesoro ritrovato era “Il Canto del Pane”, capolavoro incompiuto di Daniel Varujan.

Silvia Paggiarin

Diplomata in Arte Applicata e Arte del Tessuto, laureata in Filosofia all’Università di Padova, Silvia Paggiarin si è formata come illustratrice alla Scuola Internazionale di Illustrazione di Sarmede. A partire dal 2009 è stata selezionata in numerosi concorsi e mostre di illustrazione, come la rassegna I colori del Sacro del Museo Diocesano di Padova, la Mostra Internazionale di Illustrazione Le immagini della fantasia di Sarmede e la rassegna Notte di Fiaba al Museo Alto Garda di Riva del Garda.

Orari

Dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.

Chiuso tutti i lunedì e il primo maggio

Info

https://padovacultura.padovanet.it/it/attivita-culturali/silvia-paggiarin

info@mignon.it https://www.mignon.it/

Card. Sandri: non dimenticare il genocidio armeno (Korazym 29.04.22)

Domenica 24 aprile nella chiesa di san Nicola da Tolentino, presso il Pontificio Collegio Armeno, si è celebrata la divina liturgia in rito armeno presieduta dal card. Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, e officiata dal rettore del Collegio, p. Naamo Nareg Luis, in occasione del 107^ anniversario del genocidio armeno.

Anche l’Unione degli Armeni in Italia ha invitato a non dimenticare: “E’ prima di tutto una sfida di conoscenza, per non fermarsi a un uso retorico della memoria. Occorre invece approfondire le complessità del passato per comprendere che l’annientamento di un popolo e della sua identità è un dramma che ci riguarda davvero tutti e, al contempo, ci porta a riscoprire la ricchezza che la cultura armena è ancora in grado di offrire.

E’ una sfida di coraggio, per leggere le conflittualità del presente ed affrontarle senza timori, avendo ben in mente la drammatica lezione del passato, coscienti che la posta in gioco è il nostro futuro, con i suoi valori di integrazione e difesa della propria identità. Per noi, che siamo orgogliosamente anche cittadini italiani, essi sono la vera eredità che proviene da chi ci ha preceduto e possono diventare un patrimonio da condividere con la nazione in cui abbiamo scelto di vivere”.

Il card. Sandri ha tenuto l’omelia e ha presieduto il momento commemorativo al termine del rito presso il Khachkar, (la croce scolpita nella roccia presso il cortile del collegio), chiedendo pace in Ucraina:

“Giunga in modo particolare questo grido ai fratelli e alle sorelle (anche armeni) in Ucraina, annunciando la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte mentre sembra continuare in quei luoghi un Venerdì santo di Passione, Crocifissione e Morte, e sulle vite di migliaia di persone come sui cuori di noi tutti grava pesante la pietra non rotolata via del sepolcro.

Abbi pietà di noi Signore, fa’ risuonare il tuo annuncio ai discepoli, apparendo loro con i segni della Croce, ma Risorto e vivo: ‘Pace a voi!’ Ferma le mani che offendono il giorno Pasquale lanciando missili e bombe, rifiutando l’appello di molti ad una tregua che consenta tra l’altro i corridoi umanitari. Perdona i silenzi incomprensibili che mettono a tacere la coscienza e la profezia di una società di fronte al trionfo della violenza”.

Riprendendo la Liturgia armena il card. Sandri ha ricordato il genocidio armeno: “E tutto questo nel contesto della preghiera del popolo armeno che oggi ricorda i 107 anni dal Genocidio: quella di oggi per noi è una occasione di ricordare nella preghiera, e qui giustamente stiamo compiendo una celebrazione liturgica e non un atto politico.

In che modo allora, come dice il Salmo, oggi la Parola di Dio è lampada ai nostri passi? Il testo degli Atti ci presenta sostanzialmente due quadri, anticipati da un discorso sapienziale del saggio Gamaliele, alla cui scuola si era formato il giovane Saulo.

Egli sostanzialmente chiede ai membri del Sinedrio la capacità di essere prudenti ed aspettare, leggendo i segni dei tempi: egli non è un credente in Cristo, ma quantomeno pone una domanda ai suoi colleghi. Se quanto sta accadendo viene da Dio, nessuno riuscirà a distruggere questa opera. Se viene dagli uomini, si scioglierà da sola come neve al sole”.

Rifacendosi a san Gregorio di Narek il card. Sandri ha chiesto di non dimenticare il genocidio: “La sapienza dei santi armeni lungo i secoli, e soprattutto la lettura sapienziale della storia proposta da San Gregorio di Narek, ci invita 107 anni dopo il Genocidio come credenti in Cristo certamente a non dimenticare e far dimenticare quello che ancora a volte non si vuole constatare o si nega esplicitamente, ma soprattutto a riconoscere il modo eroico, vissuto nella fede, con cui i figli e le figlie del vostro popolo hanno vissuto il grande Male.

Come i ventuno cristiani copti pochi anni fa, hanno tenuto il nome di Gesù sulle labbra mentre un coltello recideva la loro gola, così i vostri antenati hanno patito l’esilio, la fame, le violenze sulle donne e sui bambini, le uccisioni e quanto altro di male è stato loro fatto, non smettendo di ripetere il nome di Gesù, quel nome legato alla storia dell’Armenia sin dal Battesimo del 301”.

Infine ha ricordato l’affidamento del mondo alla Divina Misericordia da parte di san Giovanni Paolo II: “Proprio quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dell’affidamento, avvenuto il 17 agosto 2002, del mondo alla Divina Misericordia, fatto da san Giovanni Paolo II:

nel suo libro ‘Memoria ed identità’ egli ha molto riflettuto sul mistero del male che ha attraversato il secolo ventesimo, con i sistemi iniqui quali il nazionalsocialismo e il comunismo sovietico che hanno calpestato in nome di una fatua ideologia la dignità inviolabile dell’essere umano.

Il genocidio armeno è stato una triste anticipazione, passata sotto silenzio, dei drammi che si sarebbero consumanti qualche decennio dopo. Di fronte a questo abisso di male però san Giovanni Paolo II dice, Dio ha posto come argine il mistero della Divina Misericordia”.

Al termine della celebrazione hanno preso la parola gli ambasciatori di Armenia presso la Santa Sede e presso l’Italia ed erano presenti anche altri diplomatici, tra cui l’ambasciatore del Libano presso la Santa Sede

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