Armenia: amb. Ferranti a Giornata Internazionale Donne in Diplomazia (Giornale Diplomatico 10.07.26)

GD – Jerevan, 10 lug. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’incontro “Diplomacy for All: Expanding Boundaries, Representation and Influence”, organizzato a Jerevan dall’UNDP e dal Ministero degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia nell’ambito delle iniziative dedicate alla Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia.
La ricorrenza, celebrata ogni anno su impulso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, intende riconoscere il fondamentale contributo delle donne alla cooperazione internazionale, mantenendo alta l’attenzione sulle sfide ancora aperte in materia di rappresentanza di genere e partecipazione ai processi decisionali. In questo contesto, l’iniziativa ha offerto un’occasione di riflessione sul valore dell’inclusione di tutte le componenti della società nel dialogo internazionale quale presupposto per affrontare, in maniera olistica, le principali minacce globali dell’epoca contemporanea.
La discussione si è concentrata, in particolare, sul ruolo che una politica estera sensibile alle questioni di genere può svolgere nel promuovere una reale uguaglianza sostanziale. Tale riflessione si inserisce nel percorso avviato dalla Quinta Conferenza Ministeriale sulla Feminist Foreign Policy (FFP), svoltasi nel giugno 2026 e conclusasi con l’adozione della Dichiarazione Politica Congiunta di Madrid sulla Costruzione di Società Democratiche attraverso l’Uguaglianza, i Diritti Umani e una Politica Estera Femminista.
Dopo i saluti introduttivi del viceministro degli Affari Esteri armeno, Robert Abisoghomonyan, e della responsabile del Portfolio UNDP per la Parità di Genere, Zanna Harutyunyan, l’amb. Ferranti è intervenuto nel primo panel, dedicato al tema dell’inclusività nella diplomazia. Al dibattito hanno preso parte anche la Vice Ministra del Lavoro e degli Affari Sociali, Tatevik Stephanyan, e l’Ambasciatrice dell’Uruguay, Silvana Graciela Lesca Barolin, con la moderazione della Rappresentante residente dell’UNDP in Armenia, Natia Natsvlishvili.
Il dibattito ha in particolare consentito di approfondire il contributo che un approccio maggiormente inclusivo può offrire all’azione della comunità internazionale, analizzando l’impatto della diversità all’interno delle istituzioni diplomatiche sulla cooperazione e sui processi decisionali, nonché le modalità attraverso cui i principi di uguaglianza possono tradursi in pratiche concrete.
I lavori sono proseguiti con una tavola rotonda dedicata alle opportunità e alle sfide che le donne continuano ad affrontare nel settore diplomatico, alla quale hanno partecipato varie Ambasciatrici di paesi accreditati a Jerevan e rappresentanti del ministero degli Affari Esteri armeno e della comunità internazionale. L’incontro si è concluso con un vivace dibattito aperto al pubblico, che ha arricchito il confronto attraverso domande, osservazioni e contributi dei partecipanti.
La celebrazione della Giornata Internazionale delle Donne nella Diplomazia, svoltasi a Jerevan, ha rappresentato un’importante occasione di confronto sul rafforzamento della parità di genere nelle istituzioni e sul valore di una diplomazia sempre più rappresentativa, inclusiva ed efficace. L’iniziativa ha inoltre posto in luce i significativi risultati conseguiti nel percorso verso l’uguaglianza di genere, contribuendo al tempo stesso a mantenere viva la dialettica sulle sfide ancora aperte e sugli obiettivi da perseguire.

Vai al sito

Musica e poesia tra Armenia e Persia: il Castello di Andraz inaugura la rassegna “Musica nell’Agordino 2026” (Bellunopress 10.07.26)

Domenica 12 luglio, la suggestiva cornice storica di Livinallongo del Col di Lana ospita il concerto del Trio IrWan, un viaggio sonoro tra Oriente e Caucaso che apre il prestigioso cartellone estivo.

Livinallongo del Col di Lana – Sarà un intreccio di culture millenarie, suoni antichi e suggestioni poetiche a dare il via alla rassegna Musica nell’Agordino 2026. Domenica 12 luglio, alle ore 15.00, il Castello di Andraz si trasformerà in un ponte ideale tra l’Armenia e l’Iran, accogliendo il concerto inaugurale del Trio IrWan.

L’evento promette di essere un’esperienza immersiva, dove il rigore della tradizione musicale mediorientale e caucasica incontra la sensibilità contemporanea. Il Trio IrWan – composto da Abel Arshakian (duduk, zurna), Behnam Esfandiar (daf, darbuka, djembe) e Mehdi Limoochichi (ud, tar, santur, chitarra, pianoforte) – guiderà il pubblico lungo un percorso che spazia dalla musica popolare a quella rituale e colta.

Il nome stesso del gruppo, “IrWan”, è un manifesto d’intenti: nasce dalla fusione simbolica tra l’Iran e Irawan, l’antico nome di Erevan. Il progetto, infatti, mira a esplorare e far dialogare due civiltà che, sebbene geograficamente distinte, condividono profonde radici storiche, spirituali e artistiche.

Non solo musica: il concerto sarà arricchito dalla lettura di testi poetici appartenenti alla tradizione armena e persiana, creando un dialogo costante tra le note degli strumenti e la parola recitata. Il castello, con la sua atmosfera carica di storia, offrirà la scenografia perfetta per questo incontro tra letteratura e spiritualità.

Il valore dell’ensemble risiede non solo nell’esecuzione, ma anche nella profonda conoscenza degli strumenti. I membri del trio sono infatti esperti artigiani, specializzati nella costruzione e nel restauro di strumenti tradizionali del Medio Oriente e del Caucaso. Il pubblico potrà così ascoltare il timbro unico del duduk e della zurna, la raffinatezza del tar e del santur, e il ritmo vibrante delle percussioni come il daf.

Con un curriculum che vanta numerosi progetti interculturali in tutta Europa, il Trio IrWan si propone di celebrare la musica come linguaggio universale, capace di superare ogni confine geografico.

L’appuntamento, atteso dagli appassionati di musica colta e tradizioni del mondo, è realizzato grazie alla sinergia tra Agordo Musica e Asolo Musica, con la preziosa collaborazione dell’Istitut Cultural Ladin Cesa de Jan.

Un’occasione imperdibile per iniziare l’estate sotto il segno dell’incontro tra culture, in uno dei luoghi più iconici e affascinanti del territorio bellunese.

Vai al sito

Ruben Vardanyan ricorre alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Una nuova sfida giuridica contro l’Azerbaigian (Korazym 10.07.26)

La vicenda dell’attivista umanitario Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, entra ora in una nuova fase sul piano del diritto internazionale. Dopo la condanna a venti anni di reclusione inflittagli dal tribunale militare azero al termine di un procedimento denunciato da numerose organizzazioni internazionali come privo delle più elementari garanzie del giusto processo, il suo collegio difensivo si prepara infatti a presentare un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), chiamando direttamente l’Azerbaigian a rispondere delle violazioni commesse.

Per la prima volta, gli avvocati di Vardanyan sono riusciti a ottenere copia della sentenza scritta necessaria per avviare il procedimento davanti alla Corte di Strasburgo. Un passaggio apparentemente tecnico, ma decisivo, poiché fino ad oggi proprio la mancata consegna delle motivazioni delle condanne aveva impedito ai detenuti Armeni e ai loro difensori di esercitare pienamente il diritto al ricorso.

Il caso di Ruben Vardanyan è ormai divenuto il simbolo della sorte riservata ai sedici dirigenti politici e militari Armeni catturati dopo l’occupazione dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023. Arrestato il 27 settembre 2023 al checkpoint illegale installato sul Corridoio di Berdzor (Lachin), mentre lasciava il territorio insieme alla popolazione costretta all’esodo, Vardanyan è rimasto detenuto in condizioni denunciate più volte come arbitrarie, fino alla sentenza pronunciata nel febbraio scorso, che questo Blog dell’Editore ha definito un vero e proprio «processo farsa».

Negli ultimi anni, questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha seguito costantemente l’intera vicenda: dalla nomina di Ruben Vardanyan a Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh nel novembre 2022, ai mesi del blocco del Corridoio di Berdzor imposto dall’Azerbaigian, fino all’occupazione dell’Artsakh, al rapimento del dirigente armeno, al suo lungo isolamento, ai ripetuti appelli internazionali per la sua liberazione, alla candidatura al Premio Václav Havel per i Diritti Umani e infine alla condanna a venti anni di carcere pronunciata dal tribunale militare di Baku.

Secondo l’avvocato specializzato in diritti umani Siranush Sahakyan, che coordina la strategia difensiva internazionale, il ricorso verrà depositato nelle prossime settimane. «Siamo nella fase preparatoria. Il ricorso verrà presentato nelle prossime settimane», ha dichiarato al servizio armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty.

L’impostazione del ricorso sarà netta: dimostrare che il procedimento celebrato contro Ruben Vardanyan è stato interamente di natura politica. Secondo Sahakyan, infatti, il suo assistito «non ha mai commesso alcun reato individuale» e l’Azerbaigian ha trasformato illegittimamente «il diritto collettivo all’autodeterminazione» del popolo dell’Artsakh in un’accusa di terrorismo.

Una tesi destinata ad assumere particolare rilievo davanti alla Corte di Strasburgo, perché investe direttamente il rapporto tra diritto internazionale, diritto dei popoli e tutela dei diritti fondamentali durante e dopo i conflitti armati.

La situazione degli altri quindici ostaggi Armeni rimane tuttavia ancora più grave. Secondo la difesa, le autorità azere continuano infatti a rifiutarsi di consegnare le sentenze scritte relative agli altri procedimenti, impedendo agli imputati e ai loro avvocati di conoscere le motivazioni delle condanne e, di conseguenza, di predisporre efficaci ricorsi internazionali.

Per Sahakyan si tratta di una precisa strategia. L’Azerbaigian trattiene deliberatamente le decisioni giudiziarie per ostacolare qualsiasi controllo internazionale, mentre gli esiti dei processi sono stati decisi fin dall’inizio, indipendentemente dalle prove o dalle argomentazioni della difesa.

Proprio su questo punto interviene ora la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. La CEDU ha infatti ordinato all’Azerbaigian di trasmettere entro il 31 agosto 2026 le sentenze scritte relative ai quindici prigionieri Armeni ancora detenuti. Una richiesta che assume un significato che va ben oltre il singolo procedimento, perché mette direttamente alla prova la disponibilità dello Stato azero a collaborare con gli organi di tutela europei.

«Se non le forniranno nemmeno alla Corte Europea, ci troveremo di fronte a una nuova categoria di violazioni dei diritti umani», ha avvertito Sahakyan. L’eventuale rifiuto di ottemperare alla richiesta della Corte non riguarderebbe soltanto i diritti degli imputati, ma investirebbe il rispetto stesso degli obblighi internazionali assunti dall’Azerbaigian nell’ambito della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Per Ruben Vardanyan si apre dunque una nuova fase della battaglia. Dopo aver denunciato dal carcere che il suo processo rappresentava un giudizio politico contro l’intero popolo dell’Artsakh, la questione approda ora davanti alla massima giurisdizione europea per la tutela dei diritti fondamentali.

Resta da vedere se Strasburgo riuscirà a ottenere da Baku quella trasparenza processuale che, fino ad oggi, è stata sistematicamente negata non solo agli imputati, ma anche alla comunità internazionale.

Vai al sito

Continui attacchi contro il patrimonio armeno (Assadakah 10.07.26)

Non si cancellano popoli combattendo con le armi. Esiste anche un fronte meno visibile, ma altrettanto delicato: quello della memoria, della cultura e dell’identità di un popolo. Gli ultimi episodi avvenuti in Turchia e la crescente propaganda proveniente dall’Azerbaijan mostrano come il patrimonio storico e culturale armeno continui a essere al centro di tensioni che vanno ben oltre il piano politico.Nella notte tra il 7 e l’8 luglio ignoti hanno vandalizzato il cimitero della chiesa armena di Surb Karapet, nel quartiere di Üsküdar (l’antica Scutari) a Istanbul. Sei lapidi sono state danneggiate insieme a una fontana presente all’interno del camposanto.

A denunciare l’accaduto è stato il Patriarcato Apostolico Armeno di Costantinopoli, che ha espresso profondo dolore per un gesto definito un attacco contro un luogo sacro e contro il riposo eterno dei defunti. Il consiglio della comunità armena ha immediatamente informato le autorità turche, che hanno aperto un’indagine per individuare i responsabili.

L’episodio riporta l’attenzione sulla vulnerabilità dei luoghi della memoria armena in Turchia, dove negli anni non sono mancati atti vandalici contro chiese, cimiteri e monumenti appartenenti a una comunità che rappresenta una delle più antiche presenze cristiane dell’Anatolia.

Ma mentre le tombe vengono profanate, un’altra battaglia si combatte sul terreno della storia.

Negli ultimi giorni alcuni organi di informazione azeri hanno rilanciato interpretazioni che mettono in discussione l’appartenenza del patrimonio urarteo all’eredità storica dell’altopiano armeno. Al centro della polemica vi è Argishtiakhinili, una delle principali città del regno di Urartu, fondata nel IX secolo a.C. dal re Argishti I.

Secondo il consenso della comunità archeologica internazionale, i sistemi idrici, le fortificazioni e gli altri reperti rinvenuti nell’attuale Armenia appartengono alla civiltà di Urartu, uno degli stati più avanzati del Vicino Oriente antico, sviluppatosi tra il IX e il VI secolo a.C. con il suo nucleo originario nell’area del lago di Van e nei territori circostanti, comprendenti anche parte dell’attuale Armenia.

Le ricostruzioni diffuse da alcuni ambienti nazionalisti azeri propongono invece una lettura diversa, inserendo questi siti all’interno di una narrazione politica legata alla cosiddetta “Azerbaijan occidentale”. In tale prospettiva, monumenti e reperti archeologici vengono presentati come testimonianze di presunti diritti storici sul territorio della Repubblica d’Armenia.

Molti studiosi sottolineano però che il patrimonio archeologico non può essere interpretato attraverso le frontiere degli Stati contemporanei né utilizzato per sostenere rivendicazioni politiche attuali. La ricerca scientifica richiede infatti l’analisi dei reperti nel loro contesto storico, senza piegarli a esigenze propagandistiche.

Questi episodi, apparentemente distinti, finiscono per inserirsi in un quadro più ampio. Da una parte vi sono atti di vandalismo contro luoghi simbolo della presenza armena; dall’altra il tentativo, denunciato da numerosi storici e archeologi, di riscrivere il passato attraverso narrazioni che mettono in discussione l’identità storica di monumenti e siti archeologici.

Per molti osservatori si tratta di una strategia che rischia di erodere progressivamente la memoria storica armena, non solo attraverso la distruzione materiale dei suoi simboli, ma anche mediante la contestazione delle loro radici culturali. Una sfida che riguarda non soltanto gli armeni, ma la tutela del patrimonio storico universale, il cui valore dovrebbe rimanere al riparo dalle contrapposizioni politiche del presente.

Vai al sito

Baku – Il processo ai leader dell’Artsakh è contro tutto il popolo armeno (Assadakah 10.07.26)

Prosegue davanti alla Corte d’Appello di Baku il procedimento giudiziario nei confronti di alcuni degli ex dirigenti della Repubblica dell’Artsakh (Nagorno Karabakh), arrestati dall’Azerbaijan dopo l’offensiva militare del settembre 2023 che ha portato allo scioglimento della repubblica de facto e all’esodo della popolazione armena del territorio.

Tra gli imputati figura anche David Ishkhanyan, ex presidente dell’Assemblea nazionale dell’Artsakh, che dalla prigione di Baku ha diffuso un lungo messaggio nel quale definisce il procedimento «politicamente motivato» e finalizzato non ad accertare responsabilità penali, ma a colpire l’intero popolo armeno.

Secondo Ishkhanyan, l’appello rappresenta un passaggio obbligato soprattutto in vista di un eventuale ricorso agli organismi giudiziari internazionali. Pur dichiarando di non nutrire particolari aspettative sull’esito della Corte d’Appello, l’ex presidente del Parlamento dell’Artsakh ritiene necessario esaurire tutti i rimedi previsti dall’ordinamento azero prima di rivolgersi alle giurisdizioni internazionali.

Nel suo intervento davanti ai giudici, Ishkhanyan ha sostenuto che il processo sarebbe caratterizzato da gravi violazioni delle garanzie procedurali previste sia dal Codice di procedura penale dell’Azerbaijan sia dai principi del diritto internazionale e dei diritti umani. Ha inoltre affermato che le accuse sarebbero fondate su elementi privi di riscontri concreti e su un’applicazione arbitraria delle norme penali.

Tra gli esempi citati dall’ex dirigente vi sarebbe anche quello di un imputato nato nel 1993, accusato di aver preso parte alle ostilità della prima guerra del Nagorno Karabakh, combattuta tra il 1991 e il 1994, circostanza che Ishkhanyan considera emblematica delle presunte incongruenze dell’impianto accusatorio.

Nel messaggio inviato dal carcere, l’ex presidente dell’Assemblea nazionale denuncia inoltre le difficoltà incontrate dalla difesa. Secondo quanto riferito, gli avvocati avrebbero avuto accesso soltanto in forma elettronica alla sentenza di primo grado e, a distanza di mesi, non disporrebbero ancora di una copia completa degli atti. Ishkhanyan afferma inoltre che da quasi un anno diversi detenuti non sono riusciti a formalizzare procure in favore dei propri familiari o dei difensori dei diritti umani.

Particolarmente significativa è anche un’altra affermazione contenuta nel messaggio. Secondo Ishkhanyan, durante il procedimento sarebbe stato detto ai detenuti che, in assenza di un’iniziativa delle autorità armene per ottenerne il rilascio, anche gli eventuali ricorsi agli organismi internazionali avrebbero scarse possibilità di incidere sulla loro situazione. Si tratta di una dichiarazione che, se confermata, evidenzierebbe il forte clima di tensione che accompagna il processo.

Nel frattempo il procedimento d’appello coinvolge anche altri ex rappresentanti delle istituzioni dell’Artsakh. Nel corso dell’ultima udienza, l’ex ministro degli Esteri David Babayan ha ribadito la propria innocenza, mentre uno degli avvocati intervenuti nel processo ha chiesto l’assoluzione dell’ex presidente dell’Artsakh Arkady Ghukasyan.

La prossima udienza è prevista per oggi, 10 luglio.

Il caso dei dirigenti dell’ex Repubblica dell’Artsakh continua a suscitare attenzione a livello internazionale. Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, hanno espresso negli ultimi mesi preoccupazione per le garanzie del giusto processo e per le condizioni di detenzione dei prigionieri armeni nelle carceri azere. Anche il Parlamento Europeo, in più risoluzioni approvate dopo l’offensiva del settembre 2023, ha chiesto il rilascio dei prigionieri armeni detenuti in Azerbaijan e il pieno rispetto degli standard internazionali in materia di diritti umani.

La vicenda resta uno dei principali nodi irrisolti nei difficili rapporti tra Armenia e Azerbaijan, mentre migliaia di profughi dell’Artsakh attendono ancora una soluzione stabile dopo l’esodo forzato seguito alla conquista del territorio da parte di Baku.

Vai al sito

Cosa fare a Yerevan: 8 esperienze tra lusso e mixology (Forbes 08.07.26)

Yerevan ha l’aspetto di una città sospesa in un futuro parallelo. Appena fuori dal centro urbano domina il profilo del monte Ararat, che si staglia come una presenza solenne sopra una corona di montagne verdi. Attorno, il paesaggio è costellato di antiche chiese ricche di storia e da una natura che sembra scolpita da un genio ribelle, come nel caso delle spettacolari geometrie delle Stone Symphony.

All’interno della città edifici sovietici brutalisti si alternano a delle sculture magnificenti da grande impero coloniale, come la scalinata più famosa della capitale, Cascade Complex. Ma il tocco che scombina ulteriormente le carte è l’estrema gentilezza del popolo armeno, così ancorato alle tradizioni, al rispetto, all’orgoglio, alla propria dignità. Che si commuove di fronte a un tappeto antico intrecciato a meno ma che sarebbe pronto a toglierlo dal piedistallo di un museo per avvolgere uno straniero tremante di freddo.

Futuro e passato si intrecciano senza volersi toccare, quasi a spartirsi parti diverse della città. Forse i punti di contatto di queste rette parallele si trovano solo nei nuovi ristoranti e nei bar di tendenza: creati per una metropoli ma ricchi di tradizione al cuore (o meglio alla carta), aperti ai prodotti internazionali ma conservando gelosamente, e promuovendo incessantemente, le coltivazioni locali. A partire dal vino, che è nato qui.

Tra le strade in pietra rosa, la celebre “city of stones”, il suono malinconico del duduk, il flauto nazionale riconosciuto dall’Unesco, accompagna un itinerario tra cocktail bar e ristoranti che stanno ridefinendo l’identità gastronomica del Paese. E che un armeno/italiano, Gegam Kazarian, sta portando in auge con Yerevan Cocktail Week, un appuntamento che racconta una scena mixology in piena evoluzione e che diventa il pretesto ideale per scoprire una città dove gastronomia, vino e cultura convivono da millenni, dal 3 al 7 maggio 2027.

Camilla, la fusion tra Ny e l’Armenia

Camilla è uno degli indirizzi più interessanti della nuova scena gastronomica di Yerevan. Affacciato sulla vivace Pushkin Street, il locale unisce l’energia dei cocktail bar newyorkesi all’eleganza dell’ospitalità italiana, con un ambiente di design, una curata carta di signature cocktail e una cucina pensata per accompagnare il bere miscelato. Frequentato da creativi, professionisti e viaggiatori, rappresenta una delle tappe ideali per scoprire il volto più contemporaneo della capitale armena.

Il pub dove il barman canta

Il Beatles Pub è uno dei locali storici della vita notturna di Yerevan e un punto di ritrovo per chi ama musica dal vivo, birre artigianali e cocktail in un’atmosfera informale. Ispirato all’immaginario della celebre band di Liverpool, il pub è caratterizzato da arredi vintage, memorabilia musicali e un calendario di concerti che spazia dal rock al blues fino alle band locali. E l’head barman, un tenore, spesso si improvvisa in pezzi famosi mentre fa ballare anche i grandi lampadari sui soffitti, un’attrazione da non perdere. Più che un semplice cocktail bar, è un luogo dove vivere la dimensione più autentica e conviviale della capitale armena, frequentato da residenti, studenti e viaggiatori alla ricerca di una serata dal sapore internazionale.

Alco – La winery urbana a un passo da Yerevan

Alco non è una cantina in mezzo ai vigneti, ma una vera e propria urban winery poco fuori Yerevan: un posto che ribalta l’idea classica di degustazione e la porta direttamente in città (o quasi). È una piccola gita perfetta quando vuoi uscire dal ritmo dei cocktail bar e scoprire un’altra faccia dell’Armenia, quella legata al vino e alle sue storie antichissime. Qui il percorso è semplice ma molto coinvolgente: si entra negli spazi di produzione, si scopre come nascono i vini armeni tra tecniche tradizionali e approcci più moderni, e si finisce inevitabilmente al momento migliore: la degustazione. Calici di varietà locali come Rkatsiteli o Areni Noir vengono spesso accompagnati da assaggi tipici (formaggi, frutta secca, marmellate), che rendono tutto più conviviale e “armeno” nel senso più autentico possibile.

Pablo – Il cocktail bar dove il design incontra la mixology

Pablo è un locale contemporaneo che unisce design ricercato, atmosfera rilassata e una miscelazione di alto livello. Gli interni, eleganti ma informali, fanno da cornice a una proposta di cocktail creativi che valorizza ingredienti locali e tecniche moderne, mentre il bancone è il vero cuore del locale, dove ogni drink viene preparato con precisione e personalità, direttamente davanti agli occhi dei clienti. Frequentato da una clientela cosmopolita, tra creativi, professionisti e appassionati di mixology, Pablo rappresenta il volto più internazionale della capitale armena: un luogo dove fermarsi per un aperitivo che facilmente si trasforma in una lunga serata, accompagnata da buona musica e da un’accoglienza che fa sentire subito parte della città.

Blue Gold – Il cocktail bar da cui non tornare più a casa

Blue Gold è uno dei locali più originali di Yerevan, capace di unire una mixology contemporanea a un’atmosfera elegante ma piena di energia. Il bancone è un vero palcoscenico, dove i bartender sperimentano con ingredienti locali, distillati internazionali e presentazioni scenografiche, creando cocktail che incuriosiscono già al primo sguardo. L’ambiente, dal design moderno e dalle luci soffuse, cambia volto nel corso della serata: perfetto per un aperitivo rilassato, si anima con musica, conversazioni e un pubblico cosmopolita che riflette la vivacità della capitale armena. È uno di quei posti dove si entra per un drink e si finisce per restare molto più a lungo del previsto, lasciandosi conquistare dall’energia della notte di Yerevan.

6) Gustav – Eleganza nordica nel cuore di Yerevan
Gustav è uno di quei cocktail bar che colpiscono subito per il loro equilibrio tra minimalismo e calore, con un’estetica quasi nordica che si inserisce in modo sorprendente nella vivace scena notturna di Yerevan. Dietro il bancone, la mixology è precisa e pulita: cocktail essenziali nella forma ma ricchi di dettagli, spesso giocati su ingredienti stagionali e accostamenti non scontati. L’atmosfera è rilassata ma curata, tra luci morbide, design essenziale e una clientela che si muove tra professionisti, creativi e curiosi in cerca di qualcosa di diverso dal solito. Gustav è il classico posto che non alza mai la voce, ma proprio per questo resta in testa: discreto, elegante e con quella sicurezza tranquilla dei locali che sanno esattamente cosa stanno facendo.

Una gita imperdibile a Garni

A poco più di un’ora da Yerevan, la città inizia lentamente a dissolversi nel paesaggio: il traffico si dirada, i palazzi lasciano spazio a colline aride e canyon scolpiti dal vento, e la strada comincia a seguire un ritmo più antico. È qui che si arriva al Tempio di Garni, uno dei luoghi più iconici dell’Armenia, spesso chiamato “il tempio degli antichi”, unico esempio rimasto di architettura greco-romana nel Paese.

La prima apparizione è quasi teatrale: il tempio emerge su un altopiano, perfettamente geometrico, sorretto da colonne ioniche che sembrano sospese tra cielo e profondità della gola sottostante. Il silenzio è parte dell’esperienza, rotto solo dal vento che attraversa il canyon di Garni, con le sue formazioni basaltiche a canne d’organo che scendono verso il fiume Azat. Lo spunto in più? Fermarsi a mangiare un pane tipico armeno nei dintorni: così sacro per il popolo che vi si usava avvolgere i neonati.

Il canto dentro il tempio più antico

Poco distante, il viaggio spesso prosegue verso il monastero di Geghard, e qui il paesaggio cambia ancora una volta, quasi senza preavviso. La strada si stringe tra pareti di roccia e gole profonde, mentre il verde si fa più raro e la pietra prende il sopravvento. Geghard appare come un luogo nascosto, più che raggiunto: una parte è scavata direttamente nella montagna, come se la fede stessa avesse scelto di diventare architettura sotterranea. Entrando nel complesso, l’atmosfera si fa immediatamente più raccolta.

La luce filtra con fatica nelle navate ricavate nella roccia, creando giochi di ombre che rendono ogni passo più lento, quasi meditativo. L’aria è fresca, umida, e il silenzio ha un peso diverso rispetto a Garni: qui tutto sembra più intimo, più profondo, come se il tempo avesse deciso di rallentare ancora un po’.

Le pareti portano incisioni antiche, croci scolpite nella pietra e tracce di pellegrinaggi secolari. A tratti si sente il suono dell’acqua che scorre nel canyon poco distante, ricordando che anche questo luogo, così sospeso, è ancora profondamente vivo. E proprio qui l’esperienza di vero lusso, perché non si può comprare ma solo sperare di essere fortunati: sentire delle voci angeliche cantare in armeno all’interno della chiesa. Non è usuale, ma l’atmosfera è suggestiva e soprattutto rara.

Vai al sito

Zero indignazione se il genocidio lo ha commesso un Paese islamico (La Verità 06.07.26)

Erdogan ha avuto il coraggio di dire che la Turchia in passato non ha mai massacrato nessuno. È un insulto al popolo armeno e alla verità storica. Un leader occidentale che negasse le stragi commesse dal proprio Paese verrebbe linciato.

 

Recep Tayyip Erdogan ha appena negato le responsabilità turche nel genocidio armeno, benché Ankara sia diretta erede dell’Impero ottomano. Il problema vero, tuttavia, non è che il Sultano abbia potuto pronunciare una simile menzogna; è che milioni di persone, nel mondo, siano disposte ad ascoltarla senza fiatare. Il 30 giugno 2026, al termine della riunione del Consiglio dei ministri ad Ankara, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, rispondendo alla decisione del governo israeliano di avviare il riconoscimento del genocidio armeno, ha dichiarato: «La nostra storia è libera da genocidi, massacri, oppressione e colonialismo» («Our history is free from genocide, massacres, oppression and colonialism»). × 07/07/26, 19:01 Se il genocidio è islamico non fa scandalo https://www.laverita.info/pensiero-forte/genocidio-armeno-turchia 2/14 Nello stesso intervento ha aggiunto che la storia della Turchia sarebbe stata, per migliaia di anni, soltanto una storia di «giustizia e compassione». Raccomando la lettura de Il ponte sulla Drina del premio Nobel Andrić per avere un’idea della compassione: la scena dell’impalamento è una delle più potenti della letteratura del Novecento. Erdogan, con la sicurezza di chi sa che nessuno dei presenti gli chiederà conto delle sue parole, ha dichiarato che la storia turca non avrebbe mai conosciuto genocidi, massacri, oppressione o colonialismo. Una frase pronunciata con assoluta naturalezza. Il problema non è che l’abbia detta. Il problema è che milioni di persone sono disposte ad ascoltarla senza avvertire il minimo disagio intellettuale. La Turchia moderna è l’erede politica dell’Impero ottomano: ne eredita il territorio, le istituzioni, la memoria nazionale e spesso perfino l’orgoglio imperiale. E l’Impero ottomano è stato uno dei più vasti imperi della storia, che si estese in Medio Oriente, gran parte del Nord Africa, i Balcani, l’Anatolia, il Caucaso e arrivò a controllare vaste regioni dell’Europa orientale, comprese parti dell’attuale Romania. Non andò oltre perché per due volte la cristianità lo ha fermato sotto le porte diVienna. Si espanse con guerre di conquista, impose tributi, amministrò province sottomesse, combatté incessantemente per allargare i propri confini. Se questo non è colonialismo, il termine perde qualsiasi significato. Tutti coloro che vedono colonialismo in ogni espansione europea diventano improvvisamente afoni quando il protagonista è un impero non occidentale. Qui entra in scena il decolonialismo postmoderno: si prende la storia universale, si ritagliano accuratamente alcuni capitoli, si eliminano tutti gli altri e infine si proclama che il male ha un solo passaporto: quello europeo. Se davvero si volesse comprendere il colonialismo, bisognerebbe analizzare tutti gli imperi. × 07/07/26, 19:01 Se il genocidio è islamico non fa scandalo https://www.laverita.info/pensiero-forte/genocidio-armeno-turchia 3/14 L’esempio più clamoroso è il genocidio degli armeni. Tra il 1915 e il 1917, mentre l’Impero ottomano combatteva la Prima guerra mondiale, la popolazione armena dell’Anatolia fu sottoposta a deportazioni sistematiche, marce della morte, esecuzioni di massa, stupri,fame organizzata e confische dei beni. La grande maggioranza degli studiosi considera quegli eventi il primo genocidio del Novecento. Le stime parlano di circa un milione o un milione e mezzo di vittime. Non si trattò di un’esplosione incontrollata di violenza popolare.Vifu una pianificazione amministrativa, ordini, deportazioni coordinate, eliminazione delle élite culturali e religiose, distruzione delle comunità. La Turchia continua ancora oggi a contestare la definizione di genocidio: cifu una serie di sfortunati eventi, è andata così. Molti lettori italiani hanno incontrato perla prima volta gli armeni attraverso ilromanzo La masseria delle allodole di Antonia Arslan, opera narrativa che restituisce un volto alle vittime. Dietro ogni cifra ci sono famiglie, bambini, sacerdoti, commercianti, insegnanti, donne costrette a marciare per centinaia di chilometri nel deserto fino alla morte. Gli studi di Raymond Kévorkian, Donald Bloxham o Taner Akçam, quest’ultimo storico turco che ha dedicato la propria vita allo studio degli archivi ottomani, dimostrano oltre ogniragionevole dubbio che cifu un genocidio deliberato. Oltre gli armeni, anche gli assiri, la popolazione greca del Ponto subirono persecuzioni e × 07/07/26, 19:01 Se il genocidio è islamico non fa scandalo https://www.laverita.info/pensiero-forte/genocidio-armeno-turchia 4/14 massacri. La storia della Turchia comincia con ferocia e colonizzazione, con ilfurto della terra di altri: prima di chiamarsi Istanbul, quella città si chiamava Costantinopoli, capitale dell’Impero romano d’Oriente, cuore della civiltà bizantina. Per oltre mille annirappresentò uno dei grandifari del cristianesimo. Lì si sviluppò una parte decisiva della teologia cristiana, dell’arte sacra, della liturgia, del diritto imperiale. Quando nel 1453 il sultano Mehmet II conquistò Costantinopoli, la ferocia e la distruzione si abbatterono sulla città. Perché alcuni imperi vengono continuamente processati mentre altri vengono sistematicamente assolti? Perché le università organizzano infiniti convegni sul colonialismo europeo e quasi nessuno sul colonialismo ottomano? Perché la memoria viene distribuita con criteri così selettivi? Perl’odio di sé che la sottocultura marxista ha insegnato all’Occidente. Il decolonialismo contemporaneo è marxista, nella sua versione ideologica: non nasce per comprendere la storia, ma per costruire una narrazione politica. L’Occidente deve essere il colpevole permanente. Chiunque si opponga all’Occidente assume automaticamente ilruolo della vittima, anche quando la documentazione storica racconta che si tratta di belve. È per questo che Erdogan può permettersi di negare genocidi, massacri e colonialismo senza pagare un prezzo politico paragonabile a quello che pagherebbe un leader europeo se Sfrutta al massimo sera e festivi con un’offerta pensata per te Sponsored by Engie Scopri Di Più × 07/07/26, 19:01 Se il genocidio è islamico non fa scandalo https://www.laverita.info/pensiero-forte/genocidio-armeno-turchia 5/14 negasse crimini del proprio passato. Il problema non è soltanto ciò che viene detto. È ciò che molti scelgono di non sentire. La storia, però, possiede un difetto ostinato: non obbedisce agli slogan. Gli archivi continuano a esistere. Le testimonianze sopravvivono. Le città conservano le cicatrici delle conquiste. Le chiese trasformate in moschee raccontano una vicenda che nessun discorso può cancellare. E le tombe rimangono lì, ostinatamente, a ricordare che il passato non cambia perché un presidente decide diriscriverlo. Ma il decolonialismo contemporaneo non vuole conoscere la storia, vuole amministrarne il senso di colpa. E quando il senso di colpa diventa più importante della verità, la ricerca storica cessa di essere una disciplina e diventa uno strumento di lotta politica. Ma c’è un altro punto della storia turca che non deve essere dimenticato: la sua pochezza culturale. In questo senso è interessante richiamare la riflessione di Robert R. Reilly nel suo libro La chiusura della mente musulmana. Reilly sostiene che, a partire dall’XI secolo, nel mondo islamico prevalsero correnti teologiche che emarginarono progressivamente la filosofia razionale,riducendo lo spazio della riflessione critica. Come osserva Hans Magnus Enzensberger nel suo libro Il perdente radicale, quando la stampa di Gutenberg rivoluzionò l’Europa, nel mondo islamico fu a lungo ostacolata e proibita, perché si Configura Mazda CX-30 e scopri il prezzo da 24.700€ Sponsored by Mazda Per Saperne Di Più × 07/07/26, 19:01 Se il genocidio è islamico non fa scandalo https://www.laverita.info/pensiero-forte/genocidio-armeno-turchia 6/14 riteneva che l’unico libro davvero degno di essere riprodotto fosse il Corano. Mentre l’Occidente moltiplicava libri, idee e conoscenze, gran parte del mondo islamico rallentava la circolazione del sapere. Anche questo contribuì al suo progressivo ritardo culturale e scientifico. Ma gli armeni importarono la stampante, e divennero l’aristocrazia culturale: erano la metà dei medici, degli ingegneri, il 60% dei professori universitari. Una volta massacrati loro, sono rimasti gli altri. La Turchia conta appena tre premi Nobel. Il primo, Orhan Pamuk, è stato processato in patria per aver osato parlare dello sterminio degli armeni. Gli altri due, Aziz Sancar e Daron Acemoglu, hanno conquistato il Nobel lavorando nelle università americane,rispettivamente alla University of North Carolina e al Mit. Non è ilritratto di un Paese che abbia costruito un ambiente favorevole alla libertà della ricerca, del pensiero e della cultura. Perla cronaca Israele, nato solo nel ’48, con una superficie di 19.000 chilometri quadrati senza una goccia di petrolio, e una popolazione che è il 10% di quella turca, ha 14 premi Nobel.

Vai al sito

OSCE: “Liberare i prigionieri armeni detenuti in Azerbaijan” (Assadakah 06.07.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Un nuovo appello alla comunità internazionale è stato lanciato nel corso della 33ª sessione dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. La deputata armena Lilith Galstyan ha infatti chiesto all’organizzazione di esercitare una pressione concreta sull’Azerbaijan affinché vengano rilasciati gli armeni ancora detenuti nelle carceri di Baku e sia garantito il rispetto del diritto internazionale.

Nel suo intervento, Galstyan ha denunciato quella che ha definito una persistente violazione dei diritti umani, affermando che almeno 19 cittadini armeni risultano ancora detenuti in Azerbaijan dopo le operazioni militari che hanno portato, nel settembre 2023, alla conquista del Nagorno Karabakh da parte di Baku. Secondo la parlamentare, i detenuti sarebbero sottoposti a torture, trattamenti inumani e processi privi delle necessarie garanzie di imparzialità.

La deputata ha ricordato di aver già proposto all’Assemblea Parlamentare dell’OSCE l’invio di una missione internazionale in Azerbaijan per monitorare i procedimenti giudiziari a carico degli ex leader del Nagorno Karabakh e verificare lo stato di conservazione del patrimonio culturale armeno nei territori passati sotto il controllo azero. L’iniziativa, tuttavia, non ha ottenuto il sostegno necessario.

“Non reagendo a quanto sta accadendo, stiamo indebolendo gli stessi standard sui quali si fonda l’OSCE”, ha dichiarato Galstyan, accusando l’organizzazione di non aver assunto finora iniziative sufficientemente incisive.

La questione dei detenuti armeni continua a rappresentare uno dei principali punti di attrito nei rapporti tra Armenia e Azerbaijan. Le autorità azere sostengono che le persone processate siano accusate di reati quali terrorismo, separatismo e crimini di guerra. L’Armenia, invece, le considera prigionieri di guerra o detenuti arbitrariamente e ne chiede il rilascio immediato.

Tra i detenuti figurano anche diversi ex esponenti politici e militari dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh (Artsakh), tra cui gli ex presidenti Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan e Arayik Harutyunyan, l’ex ministro di Stato Ruben Vardanyan e l’ex presidente del Parlamento David Ishkhanyan, arrestati dopo l’offensiva militare azera del settembre 2023.

La situazione dei detenuti continua a suscitare preoccupazione anche a livello internazionale. L’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, il Parlamento europeo, diverse organizzazioni per i diritti umani e numerosi esperti indipendenti delle Nazioni Unite hanno espresso negli ultimi mesi preoccupazione per il rispetto delle garanzie processuali, per le condizioni di detenzione e per le denunce di maltrattamenti.

Nel marzo 2025 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui ha chiesto il rilascio immediato dei prigionieri armeni detenuti arbitrariamente in Azerbaijan e il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani.

Galstyan ha inoltre sottolineato che, secondo le informazioni in possesso della parte armena, il Comitato Internazionale della Croce Rossa non avrebbe più accesso ai detenuti, circostanza che rende ancora più difficile verificare le loro condizioni. Va ricordato che il CICR ha progressivamente ridotto e poi interrotto le proprie attività in Azerbaijan nel 2025, perdendo così la possibilità di svolgere regolari visite ai detenuti.

Nel suo intervento la parlamentare armena ha chiesto anche che l’OSCE si adoperi per garantire la protezione del patrimonio storico e religioso armeno del Nagorno Karabakh e riaffermi il diritto al ritorno della popolazione armena costretta a lasciare la regione dopo l’offensiva del settembre 2023, che provocò l’esodo di oltre 100.000 armeni verso l’Armenia secondo i dati diffusi dalle Nazioni Unite.

Galstyan ha infine richiamato l’attenzione dei parlamentari sul crescente utilizzo, da parte delle autorità di Baku, della narrativa del cosiddetto “Azerbaijan Occidentale”, definendola uno strumento politico utilizzato per avanzare rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia.

Concludendo il suo intervento, la deputata ha ribadito che il silenzio della comunità internazionale rischia di compromettere la credibilità delle istituzioni nate per difendere i diritti umani e il rispetto del diritto internazionale.

Vai al sito

La scomparsa del regista e artista Yervant Gianikian (Labiennale 06.07.26)

Il Presidente, il Direttore Generale, la Responsabile dell’Archivio Storico, il Direttore Artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il Consiglio di amministrazione e La Biennale di Venezia tutta, esprimono il loro cordoglio per la scomparsa del regista e artista Yervant Gianikian, maestro del cinema sperimentale e delle arti visive, Leone d’Oro alla Biennale Arte 2015 per il Padiglione Armenia insieme ad Angela Ricci Lucchi, scomparsa nel 2018.

Yervant Gianikian è stato presente alla Biennale Arte nel 2001, 2013 e 2015, e dal 1976 al 2025 lungo 50 anni numerose volte alla Biennale Cinema con le opere realizzate insieme ad Angela Ricci Lucchi, tese a rifilmare materiali filmici del passato, isolandone dettagli, colorandone, assorbendone le superfici e rallentando la velocità di scorrimento della pellicola. Fra i titoli alla Biennale Cinema, i tre capitoli de I diari di Angela – Noi due cineasti presentati dopo la scomparsa di Angela Ricci Lucchi nel 2018, 2019 e l’anno scorso alla Mostra del 2025.

Nello scorso dicembre Yervant Gianikian aveva pubblicato l’ultimo suo scritto sulla rivista La Biennale di Venezia, n. 4/2025, Applicazioni, con il saggio intitolato La materia viva del cinema, dove descriveva così l’emozionante lavoro di sperimentazione svolto in coppia con Ricci Lucchi: “È un lavoro maniacale di rapina, da miniaturisti, da copisti egizi, d’archeologi. Ci soffermiamo su quello che maggiormente ci interessa: non la storia o le vicende, ma il volto delle cose, la fisionomia degli oggetti e degli ambienti e ciò che normalmente sfugge”.

Vai al sito

L’Artsakh non può diventare parola proibita perché disturba i vincitori (Tempi 06.07.26)

’Europa applaude Pashinyan vincitore delle elezioni in Armenia e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta la tregua che ha voluto se risparmierà sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre?
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)

Sul lago di Sevan cala la sera e l’acqua si fa di metallo scuro, il colore che prendono le lame quando si raffreddano. Il Molokano ha seguito le elezioni armene, ora concluse. L’indicazione della Chiesa è stata sconfitta, e il Molokano non si ribella a un esito che non ama. Il voto resta voto, anche quando arriva dopo mesi di propaganda occidentale, e perfino cristiana, contro la Chiesa apostolica armena, bollata in fretta come putiniana. Custodire il nome dell’Artsakh, non lasciare che centoventimila profughi diventino una nota a piè di pagina, ricordare i prigionieri nelle carceri dell’Azerbaigian: sarebbe questo essere filorussi? Allora negare il genocidio di un milione e mezzo di martiri sarebbe antiputiniano e pro veritate, e chiamare pace la cancellazione di chiese, cimiteri e villaggi sarebbe Vangelo. L’Europa applaude Pashinyan e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta ogni tregua che risparmi sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre? Sull’Artsakh quale parol…

Vai al sito