EREVAN — Lunedì il premier armeno Nikol Pashinyan chiedeva a Vladimir Putin di sbloccare le restrizioni russe sull’export del suo Paese. Martedì Mosca ha chiuso i rubinetti del gas. Gazprom Armenia, controllata del colosso energetico di Stato russo, ha annunciato lo stop delle forniture dal 15 al 25 settembre: dieci giorni di «lavori programmati di prevenzione e riparazione complessiva» sul gasdotto Caucaso settentrionale–Transcaucasia, che parte dalla Russia meridionale e attraversa la Georgia. A Erevan, la coincidenza non è sembrata tale a nessuno.
Il peso della mossa lo dicono i numeri: nel 2025 la Russia ha fornito all’Armenia 2,7 miliardi di metri cubi di gas, l’82 per cento delle importazioni totali del Paese, secondo l’agenzia russa Interfax. L’Armenia resterà al freddo? No: la compagnia assicura che la fornitura ai consumatori sarà «ininterrotta e affidabile, senza restrizioni», grazie alle riserve interne e a volumi aggiuntivi dall’Iran. Ma il messaggio è arrivato lo stesso.
Perché lo stop non è un episodio isolato: è l’ultimo tassello di un disegno che va avanti da mesi. I rapporti tra Mosca ed Erevan sono precipitati poco prima delle elezioni parlamentari armene di giugno. Il Cremlino accusa Pashinyan di una linea apertamente filo-occidentale e da allora ha cominciato a limitare le importazioni di merci armene — le stesse restrizioni su cui il premier, lunedì, ha chiesto l’intervento personale di Putin, riferisce The Moscow Times.
Poi c’è la richiesta più pesante. Russia, Bielorussia, Kazakhstan e Kirghizistan — i partner dell’Unione economica eurasiatica, il mercato comune a guida russa — chiedono all’Armenia un referendum: restare nell’unione o proseguire verso l’adesione all’Ue. Lo ha chiesto Putin in persona. E il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, aveva già messo il cartellino del prezzo sulla scelta: se Erevan lasciasse l’unione, la Russia potrebbe offrirle il gas «su base di mercato» — cioè senza più lo sconto. Il gas, in questa partita, non è un problema tecnico: è l’ultima leva rimasta a Mosca su un alleato che se ne sta andando.
Lo sconto in scadenza
Oggi l’Armenia paga 177,5 dollari per mille metri cubi, un prezzo di favore fissato da un accordo bilaterale che scade a fine 2026. E c’è un precedente che toglie ogni ingenuità alla versione ufficiale: un identico stop «per manutenzione», sullo stesso gasdotto, era scattato nella seconda metà di settembre dell’anno scorso. La manutenzione russa, verso l’Armenia, cade sempre nello stesso mese — quello in cui si riempiono gli stoccaggi per l’inverno.
Pashinyan ha scelto di rispondere sul terreno economico. «Il gas in Armenia non è a buon mercato», ha detto venerdì. «Rispetto ad altri Paesi, l’Armenia registra il maggior ricarico di prezzo dal confine al consumatore. Gazprom Armenia sta realizzando grandi profitti, ed è un fatto da notare». Il premier ha annunciato la diversificazione delle fonti energetiche — l’Iran già fornisce volumi, e potrebbe fornirne di più — e il mese scorso ha detto che Erevan potrebbe presentare la candidatura formale all’Ue «nel prossimo futuro», seguita da un referendum sull’adesione.
Restano sul tavolo due calendari che corrono uno contro l’altro. Il 25 settembre, se la promessa sarà mantenuta, il gas tornerà a scorrere. Ma a dicembre scade lo sconto, e l’inverno armeno comincerà con un contratto da rinegoziare con lo stesso fornitore che ha appena dimostrato, con dieci giorni di preavviso, di saper chiudere il rubinetto.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-16 19:26:292026-09-18 19:28:59Mosca ferma per 10 giorni il gas all’Armenia: la «manutenzione» che punisce la svolta europea di Erevan (Notizie Geopolitiche 16.09.26)
Cari amici, un turista ha dimenticato sulla riva del Sevan una rivista italiana di geopolitica. Si chiama Limes. Duecentosessantotto pagine, titolo: «Gli stretti indispensabili». Conosco abbastanza l’italiano per capire da solo: indispensabile è ciò di cui non si può fare a meno. Bosforo, Suez, Hormuz, Malacca. Ho sfogliato tutte le pagine cercando l’Armenia. Non c’è. Dunque è ufficiale, messo per iscritto dai dotti: di noi si può fare a meno. Del nostro cuore Cristiano, delle nostre croci di pietra, perfino delle trote del mio lago. Siamo lo stretto dispensabile del mondo. Bene. Da questa posizione scomoda si vede benissimo. Vi racconto tre cose.
I sorrisi di Erdoğan, Macron e Trump
La prima. Il Caucaso meridionale, dicono, è pacificato. Ricordate la Francia? Ricordate l’Europa intera, che nel 2020 e poi nel 2023, mentre l’Azerbaigian compiva l’opera conquistando l’Artsakh, sosteneva l’Armenia? A parole. Le parole non fermano i droni. La Russia poi, che per trattato avrebbe dovuto difenderci, guardò il paesaggio. Adesso tutti hanno scoperto di amare lo status quo. I finti amici dell’Armenia la vogliono agganciata all’Europa come mercato e come ideologia, un’Europa che ha dimenticato la propria identità e pretende che anche noi dimentichiamo la nostra, così facciamo prima. Gli amici autentici dell’Azerbaigian lo amano come fornitore di gas e cugino della Turchia, con cui bisogna trattare con riguardo perché non accampi pretese sul Mediterraneo e non si vendichi, via Libia, su Roma o su Parigi. Perciò quest’estate ad Ankara Erdoğan e Macron si sono sorrisi, e da lontano anche Trump sorrideva. L’Armenia è la pedina che si sacrifica perché almeno lì, su quel quadratino della scacchiera, non ci si scontri più. Meglio del sangue? Sì. Lo dico senza ironia, benedico ogni giorno in cui non si spara. Ma non chiamatela pace: chiamatela finzione utile. Anche la finzione, come il gas, viaggia nei tubi: e i tubi non passano da dove si piange. E sia chiaro: non parlo contro il popolo azero, né contro i popoli turchi che vanno dal Mediterraneo alla Cina; ogni popolo ha la sua dignità davanti a Dio. Parlo di un disegno di potere che per compiersi ha bisogno di annullare l’umanità altrui. È un’altra cosa.
Guerra ibrida contro il Cristianesimo
La seconda. Il 7 agosto, a Vagharshapat, accanto alla Santa Sede di Etchmiadzin, è comparso davanti a un tribunale penale Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, insieme a sei vescovi. Capite? Il Papa degli Armeni processato, con divieto di espatrio, rischio del carcere. Il pretesto è canonico: la Chiesa ha rimosso un vescovo schierato col governo, un giudice civile ne ha ordinato il reintegro, la Chiesa ha risposto che decidere chi è vescovo spetta a lei da millesettecento anni. Per questo il potere vuole incarcerare il Catholicos, dopo avergli tolto i cappellani nelle carceri e nell’esercito, la storia della Chiesa dalle scuole, dopo le perquisizioni dentro Etchmiadzin e il comitato governativo di cittadini incaricato di trovare un Catholicos più docile. Il primo giudice si è ricusato dopo pochi minuti: secondo il difensore, non ha voluto prestarsi a un processo vergognoso. Karekin II ha detto che non si dimette e che continuerà il suo ministero anche dalla cella. La Chiesa Apostolica Armena sparsa nel mondo ha capito subito: Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, ha parlato di convocazione inaccettabile e condannabile; il Patriarcato armeno di Gerusalemme, senza giri di parole, di persecuzione giudiziaria; perfino il Consiglio Ecumenico delle Chiese, che di solito pesa le virgole, si è detto preoccupato per le interferenze negli affari interni della Chiesa. Questa si chiama guerra ibrida contro il Cristianesimo. Non si cannoneggia la cattedrale: si entra nella Chiesa per svuotarla, dall’interno e dall’esterno, togliendole ogni credibilità presso il popolo, piegando il diritto canonico al codice penale. E l’Europa, che mette la libertà religiosa in tutti i suoi preamboli? In Europa ne ha scritto seriamente Der Spiegel, e quasi nessun altro. Se i grandi giornali tacciono, le cose non esistono; oppure esistono, ma sono fantasie di complottisti. Fate voi.
Distrutta e sepolta
La terza cosa sono due fotografie. Stesso luogo di Stepanakert, capitale dell’Artsakh, stessa giovane donna azera. Nella prima, 2025, alle sue spalle si alza la Cattedrale della Santa Madre di Dio: consacrata nel 2019 dallo stesso Karekin II, trentacinque metri di pietra, i sotterranei usati come rifugio dalla popolazione sotto le bombe del 2020. Nella seconda fotografia, 2026, la donna sorride nello stesso punto e dietro di lei non c’è più niente. Uno spazio vuoto. I satelliti hanno fissato le date: la cattedrale era in piedi il 3 marzo, il 2 aprile era scomparsa. La didascalia azera dice «gorbagor oldu»: distrutta e sepolta, con soddisfazione. La stessa espressione usata dal Presidente Aliyev per lo status dell’Artsakh. Non è un vandalo isolato: è un programma, e chi monitora dal cielo ha contato anche la Chiesa di San Hakob e il memoriale del Genocidio, rasi al suolo. Tutto nel silenzio. Anche quello che amo di più, il silenzio di Roma, mi ferisce: se la Santa Sede parla, lo fa così sottovoce che il mio orecchio di vecchio non lo sente.
Il silenzio di Roma
E qui devo raccontarvi di un Papa che ho imparato ad amare, Pio XI. Un potente che feriva la Chiesa gli mandò un dono magnifico e costoso. Achille Ratti lo rimandò indietro senza tante storie, dicendo: «È inconcepibile che facciano un dono a me, mentre feriscono il Corpo Mistico della Chiesa». Ecco. Baku da anni finanzia generosamente restauri a Roma: la Basilica di San Paolo fuori le Mura (marmi e decorazioni, accordo 2024 per il Giubileo), le Catacombe di Commodilla alla Garbatella (restauro e messa in sicurezza, rinnovo 2021), le Catacombe dei Santi Marcellino e Pietro sulla Casilina (restauro e riapertura, 2012-2016). Sono bei restauri, non lo nego. Ma mentre la mano sinistra restaura un marmo a Roma, la destra rade al suolo una cattedrale a Stepanakert. In cambio di un restauro, il silenzio? Un dono di chi ferisce il Corpo Mistico si restituisce: l’ha insegnato un Papa, non un eretico come me.
Perché io questo sono, lo sapete: un Molokano, un bevitore di latte, uno che i pope hanno cacciato dalle chiese secoli fa. Non sono tanto a posto nemmeno io con loro. Eppure quando processano il loro Catholicos, quando polverizzano le loro cattedrali, sento che feriscono anche me, e anche voi, se ancora vi dite Cristiani, e perfino voi che non vi dite niente. So come finisce la storia: portae inferi non praevalebunt, le porte degli inferi non prevarranno. Ma nel frattempo – è questo frattempo che ci è stato affidato – difendere un’esperienza, una storia, un popolo, sarebbe bello. Sarebbe il minimo. Perdono chi non sa quello che fa, e fatico a credere che non lo sappiano; perdono lo stesso, ma chiedendo giustizia, ad alta voce, finché ho fiato.
Anche oggi infilo un fiore bianco tra i capelli dell’Armenia. E ne mando uno, di nascosto, sulla scrivania di chi a Roma deve solo trovare il coraggio di parlare.
Tuo,
il Molokano
Questo articolo è stato pubblicato sul numero di settembre 2026 di Tempi in formato cartaceo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-16 19:24:252026-09-18 19:26:07Armeni dimenticati. La pace dei finti amici, il processo a un Papa, le due fotografie (Korazym 16.09.26)
Un appello a non dimenticare gli otto armeni detenuti a Baku e a rafforzare l’impegno internazionale per la loro liberazione arriva da František Mikloško, primo presidente del Consiglio nazionale slovacco e figura storica della vita pubblica della Slovacchia, da sempre vicino all’Armenia e al popolo armeno.
In un’intervista realizzata dal presidente del Forum delle Associazioni Armene d’Europa, Ashot Grigoryan, Mikloško ha invitato gli Armeni della diaspora e le istituzioni dei diversi Paesi a mantenere alta l’attenzione sulla vicenda dei prigionieri e a sollecitare governi, parlamenti e organizzazioni internazionali affinché vengano garantiti i loro diritti e la loro sicurezza.
«Oggi né voi né noi possiamo stare tranquilli finché gli eroi del popolo armeno soffrono nella prigione di Baku e hanno bisogno del nostro aiuto», ha affermato Mikloško, chiedendo alla diaspora armena negli Stati Uniti, in Russia, in Europa e negli altri Paesi di utilizzare i propri canali politici e diplomatici per sostenere la causa dei detenuti.
L’ex presidente del Parlamento slovacco ha ricordato anche l’iniziativa dell’ex primo ministro Ján Čarnogurský, che ha scritto al presidente slovacco Peter Pellegrini chiedendo che la Slovacchia assuma un ruolo concreto nella tutela degli otto prigionieri armeni e valuti anche la possibilità di accoglierli nel Paese.
«Mi rivolgo agli Armeni più conosciuti e influenti del mondo: nei vostri Paesi dovete fare lo stesso», ha detto Mikloško. L’obiettivo, secondo l’esponente slovacco, deve essere quello di ottenere per i detenuti protezione e garanzie internazionali, verificando anche la possibilità di un loro trasferimento in Paesi europei o negli Stati Uniti qualora questo possa contribuire alla loro liberazione.
Mikloško, che nel corso degli anni ha visitato più volte l’Armenia e l’Artsakh, ha quindi richiamato la responsabilità della comunità internazionale, invitando in particolare i Paesi europei a non separare le relazioni economiche con l’Azerbaigian dal rispetto dei diritti umani e dei principi che l’Europa afferma di voler difendere.
«I Pashinyan vanno e vengono, i loro governi cambiano, i loro nomi forse non rimarranno nemmeno nella storia. Ma il popolo armeno è rimasto nella storia per millenni», ha sottolineato, spostando il discorso dalla contingenza politica alla continuità storica del popolo armeno.
L’appello assume così un significato che va oltre le contrapposizioni politiche tra Armenia e Azerbaigian. Il punto centrale indicato da Mikloško è la necessità di mantenere aperta l’attenzione internazionale sulla condizione degli otto detenuti, evitando che la loro sorte finisca ai margini dell’agenda diplomatica.
«Rivolgetevi ai vostri governi. Rivolgetevi ai parlamentari. Rivolgetevi alle istituzioni europee e americane. Rivolgetevi alle organizzazioni internazionali per i diritti umani», è l’invito rivolto alla diaspora armena.
L’obiettivo, in questa prospettiva, è fare della mobilitazione civile e diplomatica uno strumento per chiedere garanzie, giustizia e rispetto dei diritti dei prigionieri, senza lasciare che il trascorrere del tempo faccia calare l’attenzione.
La vicenda degli otto detenuti resta infatti una questione particolarmente sensibile nei rapporti tra Armenia e Azerbaigian e richiama la più ampia necessità di affrontare le conseguenze del conflitto attraverso strumenti politici, diplomatici e umanitari.
«Finché i nostri connazionali resteranno dietro le sbarre, la nostra voce non deve tacere», è il senso dell’appello rilanciato da Mikloško, che si conclude con un messaggio rivolto alla comunità armena mondiale: mantenere viva la memoria dei detenuti e chiedere con strumenti pacifici e internazionali la loro liberazione.
L’intervista, realizzata e tradotta da Ashot Grigoryan, rappresenta dunque una nuova testimonianza di solidarietà nei confronti del popolo armeno e un invito a governi e istituzioni a non lasciare cadere nel silenzio la questione dei prigionieri.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-16 19:04:182026-09-16 19:04:18Il primo presidente del Consiglio nazionale slovacco, Mikloško: «Non dimentichiamo gli otto armeni detenuti a Baku». Appello alla comunità internazionale (I. Sokolova) (FarodiRoma 16.09.26)
La propaganda di Baku non si limita a sostituire i nomi armeni dei luoghi e a presentare il monastero Gandzasar della Chiesa Apostolica Armena come monumento dell’«Albania caucasica». Il 15 settembre Ilham Aliyev ha nuovamente attribuito allo Stato e al popolo armeno la deliberata profanazione delle moschee, trasformando una questione storica complessa in un’accusa collettiva. Nello stesso giorno, a Erevan, è stata presentata la Casa digitale della cultura dell’Artsakh: un archivio dedicato alla lingua, alle tradizioni e alla memoria della comunità costretta ad abbandonare la propria terra. Sono due operazioni opposte: una riscrive il passato per legittimare il presente; l’altra conserva ciò che si tenta di cancellare.
L’Artsakh senza gli Armeni viene mostrato ai diplomatici stranieri come un territorio riconquistato, ricostruito e restituito alla normalità [*]. L’Artsakh degli Armeni, quello delle chiese, dei cimiteri, dei dialetti, dei canti, dei riti e delle memorie familiari, viene invece progressivamente espulso dalla rappresentazione ufficiale insieme al popolo che lo aveva abitato per secoli.
È questa la linea che unisce gli sviluppi degli ultimi giorni: la visita organizzata dalle autorità azere per circa 150 rappresentanti di 58 Paesi e nove organizzazioni internazionali; la presentazione di Gandzasar attraverso la narrativa dell’«Albania caucasica»; le nuove dichiarazioni del Presidente azero Ilham Aliyev contro l’Armenia; e, sul versante opposto, la nascita a Erevan della Casa digitale della cultura dell’Artsakh.
Non si tratta soltanto di una disputa sul passato. È una battaglia sul diritto di un popolo a essere ricordato dopo essere stato allontanato dalla propria terra.
Aliyev torna ad accusare gli Armeni davanti ai leader musulmani
Il 15 settembre 2026 Aliyev ha ricevuto a Baku una delegazione composta, tra gli altri, dai membri del Consiglio dei Capi delle Amministrazioni religiose musulmane dell’Organizzazione degli Stati turchi, dai partecipanti alla Conferenza internazionale dedicata a Yahya Bakuvi e dai membri del Consiglio religioso supremo dei popoli del Caucaso.
Nel suo discorso, il Presidente azero ha annunciato che gli ospiti avrebbero visitato Aghdam, Stepanakert – indicata esclusivamente con il nome azero di Khankendi –, Khojaly e Shushi, chiamata Shusha. Il viaggio è stato presentato come occasione per osservare le distruzioni attribuite all’«occupazione armena» e il volto della «rinascita del Karabakh». Il testo integrale è stato pubblicato dai canali ufficiali azeri e ripreso dall’agenzia APA.
Aliyev ha affermato che 65 moschee sarebbero state completamente distrutte dallo Stato armeno e che nelle moschee sarebbero stati intenzionalmente custoditi maiali e bovini «per insultare e umiliare» il popolo azero e l’intero mondo islamico. Ha quindi concluso: «Questo è il vero volto dello Stato armeno».
L’esistenza di edifici islamici danneggiati, abbandonati o utilizzati impropriamente durante gli anni del conflitto non deve essere negata né relativizzata. Ogni luogo di culto merita rispetto e tutela. Ma un’altra cosa è trasformare singoli episodi, immagini o condizioni di abbandono in prova di una deliberata politica statale diretta a offendere l’Islam, attribuendone la responsabilità morale a un intero popolo.
La formulazione utilizzata da Aliyev non è nuova. Accuse analoghe vengono ripetute almeno dal 2020 e sono divenute parte stabile della comunicazione ufficiale azera. Il passaggio ulteriore consiste nel loro impiego davanti a rappresentanti religiosi musulmani, in modo da trasferire il conflitto armeno-azero sul terreno della contrapposizione religiosa.
È particolarmente significativo che lo stesso discorso nel quale si parla di pace, cooperazione e riconciliazione contenga espressioni come «il vero volto dello Stato armeno», la celebrazione della vittoria militare e il richiamo alla necessità di rafforzare la potenza bellica. La memoria delle sofferenze azere, che va riconosciuta, viene così impiegata non per favorire una memoria condivisa, ma per consolidare una rappresentazione assoluta: l’Azerbaigian come vittima e liberatore; gli Armeni come occupanti, distruttori e profanatori.
Scompare invece dal discorso l’Artsakh del blocco, dell’offensiva del settembre 2023 e dell’esodo di oltre 120.000 Armeni. Scompaiono le famiglie costrette a lasciare Stepanakert, Martakert, Martuni e gli altri centri della regione. Scompaiono i prigionieri armeni detenuti a Baku. Scompare, soprattutto, la domanda che nessuna delegazione guidata dalle autorità azere sembra avere posto: dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh?
Nelle immagini, il monastero armeno di Gandzasar, edificato nel XIII secolo nell’Artsakh; l’iscrizione armena di fondazione, nella quale il principe Hasan-Jalal Dawla ricorda l’avvio della costruzione nel 1216, il completamento della chiesa nel 1238 e la consacrazione nel 1240; e uno dei rilievi del tamburo della cupola, raffigurante Hasan-Jalal seduto a gambe incrociate mentre sostiene sopra il capo il modello della chiesa. Le iscrizioni, l’iconografia e la committenza degli Hasan-Jalalyan documentano inequivocabilmente l’origine e l’identità armena del complesso monastico (Foto di Vahagn Grigoryan e Yerevantsi/Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0. (1, 2, 3).
Dopo lo svuotamento della terra, la riscrittura dei monumenti
La visita diplomatica dell’11 e 12 settembre [*] aveva già mostrato il funzionamento di questa strategia. I rappresentanti stranieri sono stati condotti attraverso città e località selezionate dalle autorità di Baku, sotto la guida di Hikmet Hajiyev, assistente di Aliyev e principale interprete della comunicazione internazionale del regime.
Agli ospiti sono state illustrate le opere di ricostruzione e quelle che il programma definiva le «attuali condizioni dei siti del patrimonio storico e culturale». Ma il punto decisivo non è soltanto ciò che viene mostrato. È il vocabolario attraverso il quale viene spiegato.
Il monastero di Gandzasar, uno dei maggiori monumenti dell’architettura Cristiana armena medievale, è stato presentato nel quadro della cosiddetta eredità «albano-caucasica». La sua storia armena non viene necessariamente negata con la distruzione materiale dell’edificio: viene separata dal monumento attraverso un processo di sostituzione identitaria.
Gandzasar fu edificato nel XIII secolo dalla dinastia armena degli Hasan-Jalalyan. Le sue iscrizioni sono armene; armena è la tradizione ecclesiastica alla quale appartiene; armena è la comunità che per secoli vi ha pregato, custodendolo e restaurandolo. Definirlo semplicemente «albano-caucasico», omettendo questo complesso documentario e umano, non costituisce una neutra rilettura storiografica. Significa costruire un monumento Cristiano senza Armeni, esattamente come oggi si cerca di rappresentare un Artsakh senza la popolazione che vi abitava fino al 2023.
Il Patriarcato armeno di Gerusalemme ha denunciato anche l’impiego di riproduzioni e ricostruzioni museali per sostenere questa narrativa, ricordando che il patrimonio culturale non può essere separato arbitrariamente dalla comunità che lo ha prodotto e tramandato.
L’esempio del monastero di San Taddeo, nell’attuale Iran, rende evidente l’inconsistenza del criterio politico applicato da Baku. Il complesso sorge fuori dai confini dell’odierna Repubblica di Armenia, ma viene riconosciuto dall’UNESCO come parte degli «Ensemble monastici armeni dell’Iran» e come espressione delle tradizioni architettoniche e decorative armene. Un monumento non perde la propria identità storica perché oggi si trova entro i confini di un altro Stato.
Le voci dei media dell’Artsakh contro la propaganda di Baku
Il contrasto riguarda anche due funzioni radicalmente diverse dell’informazione. Da una parte vi sono i media azeri, sottoposti al controllo del regime e inseriti nel dispositivo di comunicazione e propaganda di cui Hikmet Hajiyev costituisce una delle principali figure. Dall’altra vi sono i media dell’Artsakh, grazie ai quali è stato possibile documentare dall’interno la guerra, il blocco di nove mesi, l’emergenza umanitaria, l’offensiva del settembre 2023 e infine l’esodo forzato della popolazione armena.
Un contributo pubblicato da Vahagn Karagashian su Horizon Weekly richiama l’attenzione sul documentario Le voci dei media dell’Artsakh, realizzato dalla giornalista e conduttrice Ani Mangasaryan. Il film ripercorre la storia e l’attività delle tre principali testate pubbliche della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh – la Radio pubblica dell’Artsakh, il quotidiano Azat Artsakh e la Televisione pubblica dell’Artsakh – dal movimento di liberazione fino allo spopolamento della Repubblica.
A parlare sono i giornalisti che continuarono a lavorare durante la guerra e il blocco, anche dalle zone più esposte, raccogliendo in decenni di attività immagini, registrazioni, interviste e documenti. Il film racconta anche il destino drammatico di questo patrimonio: una parte degli archivi fu salvata con sforzi eccezionali, mentre altro materiale dovette essere distrutto prima dell’esodo. La perdita non riguarda soltanto la storia di alcune redazioni, ma le prove documentarie della presenza di un popolo nella propria terra e delle violenze subite.
Logo della Televisione pubblica dell’Artsakh.
La Televisione pubblica dell’Artsakh ha proseguito la propria attività dopo l’espulsione della popolazione e ha presentato il documentario anche attraverso i suoi canali: una continuità che attribuisce ai media dell’Artsakh un ruolo ulteriore, quello di custodi della memoria storica mentre il patrimonio religioso e culturale armeno viene cancellato, alterato o riattribuito dalle autorità occupanti.
Senza il lavoro di quei giornalisti, una parte decisiva di ciò che avvenne durante la guerra e i nove mesi di blocco sarebbe rimasta affidata quasi esclusivamente alla narrazione prodotta da Baku. Per questo salvare gli archivi e mantenere vive quelle voci non è soltanto un’opera professionale o memoriale: significa impedire che al controllo del territorio segua anche il monopolio del racconto.
La piattaforma elettronica Artsakhian.org è un’iniziativa dell’ONG “We Are Our Mountains” Development Agency, realizzata con il sostegno finanziario della Fondazione Calouste Gulbenkian. L’obiettivo dell’iniziativa è garantire la raccolta, la conservazione e la trasmissione accessibile del patrimonio culturale immateriale dell’Artsakh alle generazioni future. La missione: “Raccogliere, raggruppare, classificare e creare una mappa completa della cultura dell’Artsakh dalle sue radici. Far rivivere l’Artsakh, privato del suo habitat naturale, nello spazio digitale. Costruire una strada accessibile ovunque e che chiami tutti a casa, diventare un punto di ritrovo per la regione dell’Artsakh e per coloro che riconoscono l’Artsakh come la loro patria, per ascoltare e raccontare, per insegnare e credere che l’Artsakh vive finché ricordiamo, finché parliamo, finché raccontiamo…”
La «Casa digitale» contro la cancellazione
Mentre Baku propone ai visitatori stranieri un Artsakh privato della propria continuità armena, il 15 settembre è stata presentata a Erevan la piattaforma Artsakhian.org, denominata Casa digitale della cultura dell’Artsakh.
Il progetto raccoglie, ordina e rende accessibili materiali relativi al patrimonio culturale immateriale dell’Artsakh: dialetti, tradizioni orali, folklore, musica, riti, conoscenze artigianali, fotografie, video e registrazioni sonore. La sua struttura si ispira ai cinque ambiti attraverso i quali l’UNESCO classifica il patrimonio culturale immateriale.
Non è soltanto una banca dati. Dopo la dispersione della popolazione, l’archivio diventa un luogo sostitutivo della presenza: una casa che non può rimpiazzare quella perduta, ma può impedire che la perdita territoriale diventi anche perdita della memoria.
La cultura dell’Artsakh viene presentata come una realtà viva e interconnessa, formata da lingua, persone, narrazioni e pratiche quotidiane. È un punto essenziale. Il patrimonio non coincide esclusivamente con i monumenti che possono essere fotografati, restaurati e rinominati. Comprende anche chi attribuisce loro un significato, chi ne conosce i canti, chi pronuncia i nomi antichi dei villaggi, chi conserva le ricette, le preghiere, le feste e le storie familiari.
Per questo la tutela digitale assume un valore politico oltre che culturale. Documentare significa opporsi alla cancellazione, creare prove accessibili e sottrarre la memoria alla dipendenza dal controllo territoriale esercitato da Baku. La piattaforma non risolve naturalmente la questione del diritto al ritorno, della protezione internazionale del patrimonio o delle responsabilità per l’esodo del 2023. Ma impedisce che l’assenza forzata degli Armeni venga interpretata, domani, come prova che essi non siano mai esistiti in quella terra.
Etchmiadzin e la continuità di una Chiesa sotto pressione
Sempre il 15 settembre, presso la Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è iniziata la sessione ordinaria del Supremo Consiglio Spirituale. Dopo la preghiera del Signore, il Catholicos ha rivolto la propria benedizione ai membri ecclesiastici e laici, ringraziando i titolari delle Sedi gerarchiche che avevano inviato i loro rappresentanti.
Tra i temi annunciati figurano le attività delle diocesi, i programmi educativi, sociali e di costruzione ecclesiale, nonché questioni riguardanti la vita nazionale ed ecclesiale. La notizia è stata diffusa dalla Santa Sede di Etchmiadzin e ripresa dalla stampa armena.
La riunione si svolge mentre la Chiesa Apostolica Armena affronta contemporaneamente la pressione politica interna e la minaccia che incombe sul patrimonio Cristiano dell’Artsakh. Anche questo elemento appartiene alla stessa vicenda: monasteri e chiese non sono reperti isolati, ma parti di una comunità ecclesiale ancora esistente.
Difendere Gandzasar senza difendere la continuità della Chiesa Apostolica Armena sarebbe insufficiente. Conservare fotografie delle chiese senza riconoscere il diritto dei fedeli che le hanno custodite a tornarvi significherebbe ridurre un patrimonio vivente a scenografia.
Chi controllerà il racconto dell’Artsakh?
L’Azerbaigian possiede oggi il controllo militare del territorio, decide quali delegazioni possano entrarvi e stabilisce ciò che esse possono vedere. Può sostituire i toponimi, predisporre percorsi ufficiali e presentare gli interventi edilizi come prova di normalizzazione. Ma il controllo di un territorio non attribuisce automaticamente il diritto di riscriverne la storia.
La domanda rivolta ai diplomatici non riguarda soltanto la loro presenza nell’Artsakh svuotato. Riguarda la disponibilità ad accettare senza verifica il racconto predisposto da chi controlla l’accesso. Visitare Gandzasar senza incontrare i suoi fedeli, attraversare Stepanakert senza ascoltare i suoi abitanti espulsi e parlare di ricostruzione senza pronunciare la parola ritorno rischia di trasformare la diplomazia internazionale in comparsa di una rappresentazione politica.
Da una parte vi è dunque un potere statale che mostra luoghi ormai privati della loro popolazione originaria e ne ridefinisce i nomi e l’identità. Dall’altra vi è una comunità dispersa che raccoglie voci, immagini, canti e memorie in una casa digitale.
Il confronto è profondamente diseguale. Eppure, quando la cancellazione diventa politica, ricordare non è un gesto nostalgico. È già una forma di resistenza.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-16 18:56:182026-09-16 18:56:35L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso (Korazym 16.09.26)
Negli ultimi tempi è andata ancora salendo la tensione fra Armenia e Russia, dopo che già con le elezioni dello scorso giugno le relazioni fra Erevan e il suo ex-“protettore” avevano assunto una piega non proprio armoniosa. «Sulla questione più importante siamo in disaccordo», ha infatti detto il leader del Cremlino Vladimir Putin al primo ministro della repubblica caucasica Nikol Pashinyan durante un bilaterale ai margini del vertice dell’Organizzazione della Cooperazione di Shangai svoltosi la settimana scorsa in Kyrgyzistan: una presa d’atto che ha dato subito il via a un botta e risposta acceso.
Il nodo della questione è sempre lo stesso, vale a dire i tentativi da parte del governo armeno in carica di superare la dipendenza da Mosca e avvicinarsi all’Unione europea. I segnali in tal senso si inseguono da mesi. A maggio la capitale armena ha ospitato uno storico summit alla presenza di numerosi leader continentali dove si sono poste le basi per oltre due miliardi di euro di investimenti e una maggiore collaborazione diplomatica.
Poi, più recentemente, Erevan si è detta disposta ad accogliere cittadini della Federazione in fuga da un eventuale coscrizione generale per rimpinguare le fila dell’esercito che è attualmente impegnato in Ucraina, mentre a inizio settembre Pashinyan ha dichiarato di considerare la struttura militare russa ancora presente in Armenia, vicino alla località di Gyumri, «non vitale per la sicurezza del paese».
BATTIBECCHI E SCONTRI retorici che riflettono l’intensificarsi per Erevan di conflitti in politica interna. Nel frattempo, infatti, diversi nomi eccellenti del panorama armeno stanno avendo guai con la giustizia: a fine agosto, l’ex-presidente del paese Robert Kocharyan è stato messo in detenzione preventiva insieme al figlio maggiore Sedrak e ad altre quattro persone a lui vicine. Tra i protagonisti delle forze d’opposizione alle ultime elezioni, l’ex-leader è accusato di aver privatizzato, acquistato a prezzi inferiori al valore di mercato beni statali, oltre che di aver incassato tangenti di vario tipo.
L’inchiesta coinvolge diversi oligarchi che controllavano l’Armenia prima della rivoluzione pacifica con cui otto anni fa è arrivato al governo Pashinyan, il quale, d’altra parte, dopo la riconferma alle urne ha promesso di far piazza pulita dei vecchi gruppi di potere. Kocharyan, capo di stato dal 1998 al 2008 e non nuovo a vicende giudiziarie, è così l’ultimo dei tre avversari più di spicco del premier in carica a essere raggiunto da un’indagine. Lo scorso luglio il tycoon Gagik Tsarukyan era stato condannato a due mesi di detenzione pregiudiziale per frode e riciclaggio di denaro, mentre nel 2025 fu la volta di Samvel Karapetyan, imprenditore e fondatore del principale partito d’opposizione, accusato di un tentato golpe di concerto con la Chiesa Apostolica Armena.
SI TRATTA DI FIGURE a vario titolo legate alla Russia, soprattutto dal punto di vista di connessioni d’affari, e che, pur non avendo condotto una campagna elettorale supina agli interessi moscoviti, di certo non predicano la necessità di un distacco netto dal Cremlino. Né, dal canto suo, Pashinyan è netto in tal senso: per quanto da poco sia stata esplicitata in parlamento l’intenzione di presentare domande per l’ingresso in Ue, in politica estera il premier armeno cerca spesso un rapporto collaborativo e pacifico con tutta la regione.
Il muro contro muro a livello interno, però, sembra spingere in tutt’altra direzione e, anzi, non sono poche le voci che denunciano un sempre maggiore dirigismo e una magistratura sempre più sotto controllo governativo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-15 18:49:102026-09-16 18:51:18Disaccordi e arresti, Armenia in rotta con Mosca (Il manifesto 15.09.26)
JEREVAN (ARMENIA) (ITALPRESS) – Si è conclusa domenica 13 settembre, a Jerevan, la prima edizione del Tour of Armenia, gara internazionale di ciclismo professionistico organizzata dal Governo della Repubblica d’Armenia e dalla Federazione Ciclistica Armena, con il supporto tecnico di RCS Sports & Events DMCC, società italiana specializzata nell’organizzazione e nella consulenza di grandi eventi sportivi internazionali, fra cui il Giro d’Italia, e con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia. Lo riferisce una nota dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan. Inserita per la prima volta nel calendario internazionale dell’UCI Europe Tour come prova di categoria 2.2, la competizione ha visto la partecipazione di 16 squadre rappresentative di dieci Paesi, tra cui 7 italiane, articolandosi in quattro tappe, dal 10 al 13 settembre, per complessivi 587 chilometri e circa 5.300 metri di dislivello.
Il percorso ha attraversato diverse regioni – molto rappresentative per la varietà naturalistica e paesaggistica – del Paese, prima del gran finale a Jerevan, e ha registrato un grande interesse e rilievo mediatico non solo in Armenia ma anche a livello internazionale. La prima edizione si è conclusa nel segno dell’Italia. Simone Raccani, portacolori del Team Ukyo, è il vincitore della storica prima edizione del Tour of Armenia. Sul podio con lui il danese Kevin Biehl, secondo classificato, e l’italiano Luca Covili, della Bardiani CSF 7 Saber, terzo. Pure l’ultima tappa, disputata sul circuito cittadino di Jerevan, ha visto un successo italiano, con la vittoria di Michele Gazzoli, della Solution Tech Nippo Rali.
L’Ambasciatore Alessandro Ferranti ha preso parte alla cerimonia conclusiva, svoltasi nel pomeriggio del 13 settembre in Piazza della Repubblica, che ha visto una significativa partecipazione delle massime Autorità armene. Presenti il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, che ha premiato il vincitore Simone Raccani, la Ministra dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport, Zhanna Andreasyan, il Sindaco di Erevan, Tigran Avinyan, la Ministra dell’Interno Arpine Sargsyan, il Ministro del Lavoro e degli Affari Sociali, Arsen Torosyan, e la Ministra della Salute, Anahit Avanesyan.
Nel suo intervento conclusivo, il Primo Ministro Pashinyan ha ringraziato i partner internazionali che hanno contribuito all’organizzazione della manifestazione e ha espresso l’auspicio che il Tour of Armenia possa consolidarsi negli anni a venire e favorire la realizzazione nel Paese di ulteriori competizioni di rilievo internazionale. Il Primo Ministro ha inoltre sottolineato il ruolo dello sport quale strumento in grado di favorire il dialogo e la cooperazione internazionale, evidenziando altresì l’importanza di promuovere, a livello nazionale, una cultura dello sport, dell’attività fisica e della tutela della salute. A suggellare simbolicamente la collaborazione tra Italia e Armenia attraverso il ciclismo, al termine della manifestazione RCS Sports & Events DMCC ha consegnato al Primo Ministro una Maglia Rosa del Giro d’Italia, richiamando il legame ideale tra una delle competizioni più prestigiose e iconiche del ciclismo mondiale e la nuova corsa armena.
L’Ambasciatore Ferranti ha inoltre partecipato, la sera del 13 settembre, al ricevimento conclusivo organizzato presso l’hotel The Dvin, alla presenza del Primo Ministro Pashinyan e della Ministra Andreasyan, nel quale ha rivolto un saluto a nome degli atleti italiani e di RCS Sports & Events DMCC, sottolineando come il successo della prima edizione del Tour of Armenia confermi le potenzialità della diplomazia sportiva quale strumento per rafforzare ulteriormente i rapporti bilaterali tra Italia e Armenia e, al contempo, per promuovere l’export italiano e l’offerta del modello del nostro Paese nell’ampio settore dello sport.
La manifestazione ha peraltro rappresentato un’importante occasione per valorizzare, attraverso un evento sportivo di visibilità internazionale, il patrimonio paesaggistico, culturale e turistico dell’Armenia. In questa prospettiva, il Tour si inserisce nel più ampio impegno delle autorità armene volto a rafforzare la capacità del Paese di ospitare grandi appuntamenti internazionali e a fare dello sport uno strumento di promozione e valorizzazione del territorio.
La prima edizione del Tour of Armenia si configura, pertanto, non soltanto come un importante appuntamento sportivo, ma anche come una nuova piattaforma di collaborazione economica, culturale e istituzionale tra Italia e Armenia. L’iniziativa conferma così il ruolo che la diplomazia sportiva può svolgere nel consolidamento delle relazioni bilaterali e nella creazione di nuove opportunità di cooperazione tra i due Paesi.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-15 18:29:562026-09-16 18:43:12Tour of Armenia, l’Ambasciatore Ferranti partecipa alla cerimonia di premiazione (Italpress 15.09.26)
La Piazza della Rinascita di Stepanakert non era soltanto il centro politico della Repubblica di Artsakh. Era il luogo nel quale la città si incontrava e riconosceva sé stessa: lo spazio delle prime manifestazioni del Movimento del Karabakh, delle istituzioni repubblicane, delle passeggiate serali, delle conversazioni e dei giochi dei bambini. Oggi quella piazza è rimasta senza il suo popolo. Gli Armeni che la animavano sono stati costretti a lasciare le proprie case nel settembre 2023 e molti degli edifici che ne definivano l’aspetto sono stati demoliti dalle autorità azere.
Da questo contrasto prende avvio la testimonianza di Tigran Grigoryan, analista politico originario dell’Artsakh, pubblicata da CivilNet il 13 settembre 2026. L’autore osserva le immagini dei diplomatici stranieri condotti da Hikmet Hajiyev attraverso Stepanakert, Shushi, Gandzasar e Dadivank e le definisce uno «spettacolo autenticamente grottesco». I rappresentanti di Stati e organizzazioni che per decenni avevano escluso una soluzione militare della questione dell’Artsakh e invocato la tutela dei diritti e della sicurezza della sua popolazione armena, si sono lasciati trasformare in comparse di una rappresentazione destinata a normalizzare le conseguenze della pulizia etnica.
Non è stata una visita neutrale. La presenza, le fotografie, le danze e il comportamento apparentemente festoso dei diplomatici hanno conferito credibilità alla narrazione preparata da Baku: la proclamazione della vittoria nei luoghi dai quali gli Armeni sono stati sfollati e la presentazione dei monasteri armeni di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica. Secondo Grigoryan, tutto questo non è soltanto moralmente riprovevole, ma costituisce anche una pessima diplomazia, perché riapre le ferite degli sfollati, approfondisce il risentimento nella società armena e rende più difficile proprio quella riconciliazione che gli stessi diplomatici sostengono di voler favorire.
Riportiamo di seguito, nella nostra traduzione italiana, la testimonianza di Tigran Grigoryan pubblicata da CivilNet.
Il grottesco spettacolo dei diplomatici stranieri nel Nagorno-Karabakh svuotato di Tigran Grigoryan
La Piazza della Rinascita di Stepanakert, conosciuta dagli abitanti semplicemente come «la piazza», era lo spazio pubblico più importante della città. Qui ebbero inizio le prime manifestazioni di massa del Movimento del Karabakh. Originariamente intitolata a Lenin, la piazza fu rinominata dopo che la Repubblica del Nagorno-Karabakh dichiarò la propria indipendenza nel 1991. Durante gli anni dell’indipendenza divenne il cuore politico della Repubblica, circondata dall’Assemblea Nazionale, dall’Amministrazione presidenziale e dagli edifici governativi.
La piazza non era soltanto l’epicentro della vita politica del Nagorno-Karabakh, ma anche della sua vita sociale. Con i primi giorni di primavera, l’area circostante si trasformava in una grande zona pedonale, nella quale gli abitanti di ogni parte della città si riversavano la sera per dedicarsi al loro passatempo preferito: passeggiare. Il percorso si estendeva dal parco circolare chiamato informalmente Pyatachok – dal termine russo che indica una moneta da cinque copechi – con le sue fontane musicali, fino a un irrimediabilmente grigio edificio dall’aspetto sovietico che, durante il periodo dell’Unione Sovietica, aveva ospitato il centro locale di formazione politica, noto come Politprosvet. Nel periodo post-sovietico fu rinominato Palazzo della Gioventù, ma tra gli abitanti continuò a essere chiamato semplicemente Polit.
Passeggiare dal Pyatachok al Polit e ritorno era uno dei riti più familiari della città. Era il modo in cui le persone socializzavano, si scambiavano pettegolezzi, discutevano di politica e si aggiornavano sugli ultimi avvenimenti, godendosi le sere estive di Stepanakert. Quel rito era così profondamente radicato nella vita cittadina da essere diventato parte della sua identità. La piazza e le strade circostanti si trasformavano anche in un parco giochi improvvisato per i bambini. Le loro automobiline erano praticamente gli unici veicoli ammessi, poiché durante le ore della passeggiata serale la polizia stradale interrompeva il traffico intorno alla piazza.
Negli ultimi giorni, i media armeni e azeri sono stati dominati dalle immagini di un’altra passeggiata nella piazza di Stepanakert. Decine di diplomatici stranieri, guidati da Hikmet Hajiyev, Consigliere per la politica estera del Presidente azero Ilham Aliyev, hanno attraversato la stessa piazza, profondamente cambiata dopo la pulizia etnica del Nagorno-Karabakh del settembre 2023. Molti degli edifici che per decenni ne avevano definito il profilo sono stati demoliti dall’Azerbaigian nell’ambito del controllo territoriale successivo al conflitto e della riconfigurazione della città. Soprattutto, non ci sono più le persone che un tempo vi abitavano, costrette ad abbandonare le proprie case e le proprie vite.
I diplomatici, alcuni dei quali ho conosciuto personalmente, erano lì, secondo la versione ufficiale, per osservare direttamente i lavori di ricostruzione condotti dall’Azerbaigian dopo la completa conquista del territorio. In realtà, erano stati portati lì per aggiungere un ulteriore livello di legittimazione alla pulizia etnica. E lo hanno fatto con quello che sembrava essere pieno entusiasmo, persino divertimento.
È stato uno spettacolo autenticamente grottesco. Per decenni, quei Paesi e quelle istituzioni erano stati profondamente coinvolti nella mediazione del conflitto del Karabakh. Avevano ripetutamente insistito sul fatto che non potesse esistere una soluzione militare e, prima del 2023, avevano sottolineato a gran voce l’importanza di proteggere i diritti e la sicurezza degli Armeni del Karabakh. Ora, invece, i rappresentanti di molti di quegli stessi Paesi e istituzioni visitavano il cosiddetto “Parco della Vittoria” di Stepanakert: un’espressione marmorea della megalomania di Aliyev e uno dei principali monumenti alla pulizia etnica, costruito sul luogo di un quartiere armeno recentemente distrutto nella parte storica della città.
È stato altrettanto inquietante vedere questo gruppo lasciarsi utilizzare come comparsa nel primitivo esercizio di revisionismo storico inscenato da Hajiyev, con la teoria pseudoscientifica dell’albanizzazione impiegata nei monasteri di Gandzasar e Dadivank per presentare il patrimonio Cristiano armeno come appartenente all’Albania caucasica. Partecipando a questa rappresentazione accuratamente preparata, i diplomatici non si sono limitati ad assistere alla falsificazione della storia da parte dell’Azerbaigian e alla sua persistente politica di cancellazione delle tracce della presenza armena nel Nagorno-Karabakh. Le hanno prestato la propria presenza e credibilità.
Si potrebbe sostenere che sia difficile nutrire aspettative nei confronti dei diplomatici stranieri quando lo stesso governo armeno non soltanto si è astenuto dal denunciare la pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh e la continua distruzione dei suoi monumenti culturali e religiosi, ma ha anche invitato gli altri attori a evitare questi argomenti, sostenendo che concentrarsi su di essi potrebbe mettere in pericolo la pace.
Questa linea di ragionamento è in parte valida. La riluttanza del governo armeno ad affrontare tali questioni ha reso meno controverso, per gli attori internazionali, visitare il Nagorno-Karabakh e partecipare ai tour propagandistici di Baku.
Ciò, tuttavia, non rende tali visite meno problematiche. Diverse autorevoli istituzioni internazionali, tra cui il Parlamento Europeo e Freedom House, hanno definito quanto accaduto nel Nagorno-Karabakh nel 2023 come pulizia etnica. E persino in questa epoca post-liberale e transazionale, partecipare a tour propagandistici che contribuiscono a legittimare lo sfollamento di massa delle persone dalle proprie case dovrebbe ancora essere considerato deplorevole.
Visitare monumenti che glorificano crimini di guerra e sfollamenti forzati rende questi diplomatici, consapevolmente o inconsapevolmente, partecipi di un tentativo di ripulire l’immagine delle conseguenze della pulizia etnica. Ciò è particolarmente grave quando essi rappresentano Paesi e istituzioni che dichiarano di attribuire priorità ai diritti umani, alla democrazia e all’ordine internazionale fondato sulle regole.
Dopo aver letto queste parole, i partecipanti al tour propagandistico, così come molti altri, probabilmente sosterrebbero che la diplomazia comporta scelte difficili, decisioni impopolari e la necessità di dialogare con attori ostili per perseguire obiettivi più ampi. Potrebbero persino spingersi oltre e liquidare questo testo come moralista, non pragmatico e lontano dalle tendenze dominanti della nuova «era di pace» nella regione.
La mia risposta è che, oltre a essere moralmente riprovevole, il loro coinvolgimento in tutto questo – e in particolare il modo in cui hanno partecipato – è stato semplicemente cattiva diplomazia. Danzare e divertirsi in luoghi che probabilmente si trovano a pochi metri da un cimitero, una chiesa o un quartiere armeno distrutto non rappresenta soltanto un grave insulto alle persone espulse dal Nagorno-Karabakh appena tre anni fa, ma è anche profondamente controproducente rispetto all’obiettivo dichiarato di raggiungere una pace duratura.
Aggravare il trauma di decine di migliaia di sfollati, riaprire le ferite dell’intera società armena e contribuire ad approfondirne il risentimento è l’ultima cosa che dovrebbero fare dei diplomatici sinceramente interessati al conseguimento della pace.
L’episodio offre inoltre un’immagine terribile dei Paesi e delle istituzioni che essi rappresentano. Da molto tempo non ricordavo di avere visto sui social media armeni una reazione così forte contro gli attori internazionali coinvolti in un’iniziativa del genere. Qualunque beneficio diplomatico sperassero di ottenere, questo episodio è stato un fallimento assoluto persino dal più ristretto punto di vista pragmatico.
Ma soprattutto è stato uno scherno inaccettabile e una forma di tortura emotiva nei confronti di decine di migliaia di sfollati, per i quali l’unico modo di ricordare le proprie città e i propri villaggi consiste ormai nel trascorrere ore scorrendo le immagini di Google Earth, spesso soltanto per scoprire che le loro case sono state demolite e che i cimiteri nei quali sono sepolti i loro genitori e nonni sono stati trasformati in strade e condotte fognarie.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-15 18:28:402026-09-16 18:29:42Il grottesco spettacolo dei diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni (Korazym 15.09.26)
In 3 Sorsi – Lo scorso 24 agosto l’Armenia ha compiuto un passo destinato a cambiare gli equilibri del Caucaso meridionale: il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato l’intenzione del Governo di avviare nel prossimo futuro il processo per presentare una domanda formale di adesione all’UE. Tra le pressioni provenienti da Mosca e il progressivo rafforzamento della collaborazione con Bruxelles, la scelta di Erevan apre interrogativi non soltanto sulla propria collocazione geopolitica, ma anche sugli assetti economici e di sicurezza sui quali il Paese intende costruire il proprio futuro.
1. L’EREDITÀ STORICA E L’ARCHITETTURA DI SICUREZZA POST-SOVIETICA
Per comprendere il riorientamento diplomatico di Erevan occorre partire dalla sua storia recente. Dopo il genocidio del 1915 e la breve esperienza della Prima Repubblica (1918-1920), l’Armenia venne incorporata nell’Unione Sovietica. Nel 1921, le Autorità sovietiche decisero di assegnare il Nagorno-Karabakh, territorio a maggioranza armena, alla Repubblica Socialista Sovietica Azera, ponendo le basi di una controversia destinata a riemergere con la dissoluzione dell’URSS. Con l’indipendenza del 1991, l’Armenia si trovò in una posizione di forte vulnerabilità, aggravata dal conflitto con l’Azerbaigian e dalla chiusura del confine con la Turchia nel 1993. In questo contesto, la Russia assunse il ruolo di principale garante esterno della sicurezza armena. Il legame si consolidò sul piano militare attraverso la partecipazione alla CSTO, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, e la presenza della base russa di Gyumri, mentre sul piano economico si rafforzò con l’ingresso nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e con una forte presenza russa nei settori strategici dell’energia e delle infrastrutture. Per oltre trent’anni, la partnership con Mosca ha così rappresentato il pilastro della strategia di sicurezza armena.
Fig. 1 – Il premier armeno Nikol Pashinyan insieme al Presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, febbraio 2025
2. IL TRAUMA DEL KARABAKH E IL DISTANZIAMENTO DA MOSCA
Questa architettura è entrata in crisi di fronte al mutamento degli equilibri regionali. La guerra del 2020 e, soprattutto, l’operazione militare azera del settembre 2023 hanno portato alla perdita definitiva del Nagorno-Karabakh e all’esodo di oltre centomila rifugiati. Per le Autorità armene, la mancata prevenzione dell’offensiva azera da parte del contingente di peacekeeping russo e l’assenza di interventi della CSTO durante le tensioni di confine hanno messo in discussione l’affidabilità del sistema di sicurezza a guida russa. Di conseguenza, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato il congelamento de facto della partecipazione alla CSTO, rifiutando di ospitare esercitazioni congiunte. Ridurre la dipendenza esclusiva da Mosca è così diventato l’obiettivo di una più ampia strategia di diversificazione delle relazioni internazionali.
Fig. 2 – Incontro bilaterale tra Pashinyan e Vladimir Putin durante il recente summit della SCO in Kirghizistan, 1° settembre 2026
3. L’AVVICINAMENTO A BRUXELLES E IL CONFRONTO CON IL CREMLINO
L’avvicinamento a Bruxelles non rappresenta dunque un’iniziativa improvvisa, ma l’esito di un processo istituzionale progressivo, maturato attraverso un graduale rafforzamento dei rapporti con l’Unione Europea. Il principale quadro di questo percorso è il Partenariato Globale e Rafforzato (CEPA), in vigore dal 2021, che ha posto le basi per una cooperazione più stretta e per un’agenda di riforme incentrata su democrazia, Stato di diritto, trasparenza e lotta alla corruzione. A questo processo si è affiancato, nel 2023, il dispiegamento della missione civile di monitoraggio dell’UE (EUMA) lungo il confine con l’Azerbaigian, segnando un ulteriore approfondimento del coinvolgimento europeo nella sicurezza regionale. L’avvicinamento ha quindi conosciuto una nuova accelerazione con il vertice bilaterale del 5 maggio e con l’avvio del percorso verso la liberalizzazione dei visti, fino ad arrivare all’annuncio del 24 agosto sull’intenzione di intraprendere il cammino verso l’adesione all’Unione Europea. Un passo che ha suscitato la dura reazione del Cremlino e che rende ancora più evidente il dilemma strategico di Erevan: proseguire nel percorso europeo dovendosi confrontare con una relazione con Mosca che rimane profondamente radicata sul piano economico, energetico e della sicurezza.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-14 20:01:562026-09-14 20:01:56L’Armenia guarda a Bruxelles: una nuova fase per gli equilibri del Caucaso meridionale (Il Caffe Geopolitico 14.09.26)
L’autunno 2026 potrebbe essere la stagione giusta per scoprire l’Armenia, un paese affascinante che è ancora poco bersagliato dal turismo di massa. E lo sa bene chi dal 2025 ha iniziato ad esplorarlo facendo registrare un incremento del +40,7% di italiani, con un +14,8% di turisti da tutto il mondo nei primi 6 mesi del 2026, grazie anche ai grandi eventi sportivi come l’appena concluso “Tour of Armenia”, che ha visto trionfare il ciclista italiano Simone Raccani.
Grazie al potenziamento dei collegamenti aerei internazionali e alla crescente attenzione dei grandi gruppi dell’ospitalità, l’Armenia è oggi tra le destinazioni a più rapida crescita dell’area euroasiatica, motivo per il quale è bene affrettarsi a visitarla prima che l’overtourism abbia la meglio.
Seguendo l’itinerario segnato dal Tour of Armenia, che ha attraversato le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn per chiudersi nella capitale Erevan, ecco 5 tappe da non mancare assolutamente se decidete di vistare il paese.
1. Erevan, la capitale dell’Armenia
Erevan, o Yerevan, capitale dell’Armenia da oltre 1 milione di abitanti, è caratterizzata dalla sontuosa architettura dell’epoca sovietica. Il Matenadaran, che ospita migliaia di antichi manoscritti greci e armeni, domina il viale principale. (Foto: Pixabay)
Nota come la “Città Rosa” per le sfumature di tufo dei suoi palazzi storici che si stagliano sullo sfondo del biblico Monte Ararat (ad oggi nel territorio turco), è una delle città più antiche del mondo. Oggi è un vivace hub tecnologico e culturale caratterizzato dai caffè all’aperto di Place de la République, la monumentale scalinata della Cascade, la Cattedrale di San Gregorio Illuminatore, il mercato d’antiquariato del Vernissage e la suggestiva Moschea Blu.
2. Il Lago Sevan
Soprannominato il “mare d’Armenia”, è una gemma incastonata tra vette vulcaniche a quasi 1.900 metri d’altezza, che lo rende il secondo lago di montagna più alto al mondo dopo il Titicaca. Meta amatissima per le sue spiagge di sabbia, le acque turchesi e per la storica Penisola di Sevanavank con il suo monastero medievale in pietra scura.
Il lago Sevan, già mare di Gegham nell’antichità o in turco Gokcha, è il più grande lago dell’Armenia ed uno dei più grandi laghi d’alta quota al mondo. (Foto: Pixabay)
3. Le colline di Dilijan
Conosciuta come la “Svizzera d’Armenia” per le sue fitte foreste e il clima di montagna, è meta di trekking ed escursioni tra il Dendroparco e il Lago Parz, ed è stata anche una delle tappe del Tour of Armenia. Qui il Paradise Hotel Dilijan Best Western Plus ospita un ristorante panoramico con ampie vetrate sulle vallate circostanti.
Dilijan National Park è a meno di 90 minuti di auto dal centro cittadino Erevan. Il parco protegge foreste decidue uniche nel Caucaso, con una biodiversità di flora e fauna eccezionale. (Foto: Pexels)
4. La località sciistica di Tsaghkadzor
La “Valle dei Fiori”, principale meta sciistica del Paese con i suoi moderni impianti che salgono sul Monte Teghenis, regala scorci mozzafiato e ospita lo storico monastero di Kecharis. Durante l’estate si trasforma in un rifugio alpino d’eccellenza per gli amanti delle escursioni, delle mountain bike e del relax wellness.
Tsaghkadzor nell’antichità ospitava la residenza estiva per i re arsacidi d’Armenia. Sotto il dominio sovietico è divenuta un’importante località turistica. (Foto: Unsplash)
5. La città di Gyumri
Seconda città dell’Armenia, affascina con le sue suggestive stradine lastricate nel quartiere storico di Kumayri, dove spiccano gli eleganti palazzi dell’Ottocento realizzati in tufo nero e rosso con balconi in ferro battuto. Considerata il cuore artigianale, artistico e culturale del Paese, accoglie i visitatori tra botteghe storiche, gallerie d’arte e una tradizione gastronomica autentica.
Gyumri con 146 200 abitanti, è la seconda città più popolosa del Paese. (Foto: Pexels)
Il nuovo turismo in Armenia
La scorsa settimana, grazie alla collaborazione tra il governo armeno e la Federazione Ciclistica Armena con come RCS Sport e il supporto al Giro d’Italia, il “Tour of Armenia” ha acceso i riflettori su questa magnifica regione. Un ulteriore impulso allo sviluppo turistico e la valorizzazione dei territori. «Investire nello sviluppo infrastrutturale e ricettivo dell’Armenia è oggi fondamentale per supportare la crescita di un Paese che mostra un enorme potenziale, ma che necessita di ampliare e distribuire la propria capacità di accoglienza – ha raccontato Fabrizio Doria, Chief Development Officer di BWH Hotels Italy and South East Europe – Per questo abbiamo deciso di impegnarci attivamente supportando l’offerta ricettiva dalla capitale Erevan alle rive del Lago Sevan, dalle colline di Dilijan, tappa del Tour of Armenia, alla località sciistica di Tsaghkadzor. L’obiettivo è contribuire a colmare lo squilibrio tra l’aumento dei visitatori e le strutture disponibili, permettendo al Paese di intercettare in modo solido sia il viaggiatore alla ricerca di una meta autentica, sia chi viaggia per business e congressi. L’Armenia sta costruendo in tempi rapidi un’offerta turistica completa, e crediamo sia essenziale supportare con investimenti mirati le prime fasi di questo sviluppo strutturale», ha concluso il manager.
Una visione confermata dai dati di Enterprise Armenia, l’agenzia governativa per la promozione degli investimenti. Nei primi 5 mesi del 2026 gli arrivi turistici nel Paese hanno raggiunto quota 825mila, +19,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, con un’accelerazione fino al +39,6% nel solo mese di aprile e 199mila arrivi nel solo mese di maggio. Il turismo ha così raggiunto un peso del 5,3% sul PIL nazionale nel 2025. A confermare la solidità del trend anche i dati ufficiali del Comitato per il Turismo del Ministero dell’Economia armeno, secondo cui nella prima metà del 2026 il Paese ha accolto oltre un milione di visitatori, il valore più alto mai registrato per il semestre con un +14,8% sul 2025. Sul fronte delle infrastrutture, l’espansione da 500 milioni di dollari dell’aeroporto internazionale di Zvartnots, scalo che intercetta il 57% degli arrivi internazionali e gli oltre 100 milioni di dollari investiti nelle infrastrutture turistiche regionali, accompagnano un piano che punta a portare il Paese fino a 3 milioni di visitatori entro il 2030.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-14 19:04:372026-09-16 19:07:28Alla scoperta dell’Armenia: 5 luoghi da non perdere (Io Donna 14.09.26)
«Vedere per credere» ha scritto Il Consigliere per la politica estera del Presidente azero Ilham Aliyev, Hikmet Haijev, al termine della visita compiuta con i rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian nei monasteri armeni di Gandzasar e Dadivank, nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh occupato e svuotato della sua popolazione armena. Ma ciò che il Consigliere del Presidente azero ha invitato a vedere non è la realtà storica dei due complessi.
Ai diplomatici ha mostrato anche le pagine bianche di un volume esposto nel museo di Gandzasar, presentandole come dimostrazione di una presunta falsificazione armena. Si trattava, invece, di una riproduzione museale realizzata dal Matenadaran [*], che già nel 2025 aveva spiegato pubblicamente perché soltanto due pagine contenessero testi e miniature e tutte le altre fossero state intenzionalmente lasciate bianche. L’archeologo Hamlet Petrosyan risponde indicando le oltre duecento iscrizioni armene di Gandzasar e Dadivank.
L’episodio aggiunge un elemento particolarmente significativo alla visita di circa 150 diplomatici, sulla quale abbiamo riferito nell’articolo 150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti?. La riscrittura dell’identità dei monumenti Cristiani dell’Artsakh, tuttavia, non è cominciata con questa visita. Questo Blog dell’Editore ne segue da anni sviluppi, protagonisti e modalità ricorrenti: monumenti armeni ribattezzati, iscrizioni dichiarate false, restauri presentati come vandalismi e una presunta eredità dell’Albania caucasica utilizzata per eliminare il rapporto storico con la Chiesa Apostolica Armena e con il popolo che ha costruito e custodito quei luoghi per secoli.
I rappresentanti del Corpo Diplomatico accompagnati dalle autorità azere durante la visita al monastero armeno di Gandzasar, nell’Artsakh occupato, il 12 settembre 2026 (Foto di AzerNews).
La versione di Hajiyev
Nel messaggio pubblicato il 12 settembre 2026 sui suoi canali social, Hajiyev ha dichiarato: «Insieme al corpo diplomatico abbiamo visitato le chiese di Ganjasar e Khudavang, parte integrante dell’antico patrimonio cristiano dell’Albania caucasica».
“Ganjasar” e “Khudavang” sono le denominazioni impiegate dall’Azerbaigian per Gandzasar e Dadivank.
Hajiyev ha quindi affermato: «Ganjasar fu fondato nel XIII secolo da Hasan-Jalal Dawla, sovrano dell’Albania caucasica, e costituisce un’importante testimonianza del secolare patrimonio cristiano dell’Albania caucasica».
Il Consigliere di Aliyev ha sostenuto inoltre che, durante quelli che ha definito gli «anni dell’occupazione», i due monumenti sarebbero stati sottoposti, sotto il pretesto di restauri improvvisati, a interventi esterni che ne avrebbero compromesso «l’autenticità architettonica e il carattere originario».
Secondo Hajiyev, tutti i monumenti storici e religiosi presenti nel territorio dell’Azerbaigian, indipendentemente dalla loro origine e appartenenza confessionale, farebbero parte del patrimonio culturale del Paese. Il governo azero, ha assicurato, sarebbe impegnato nella loro conservazione, protezione e restaurazione e l’esperienza di Baku in questo campo avrebbe ottenuto un «riconoscimento internazionale»: «Siamo pronti a condividere questa esperienza con altri Paesi, compresi i nostri vicini».
Rivolgendosi infine agli organi di informazione che accusa di diffondere «notizie false e narrazioni fuorvianti», Hajiyev li ha invitati a recarsi sul posto: «Invitiamo anche i media impegnati a diffondere notizie false e narrazioni fuorvianti su questo tema a visitare questi siti e a vedere di persona la realtà sul terreno. Vedere per credere».
Le dichiarazioni sono riportate tanto dai mezzi di informazione armeni, tra cui Azatutyun, quanto dalla stampa azera, che ne offre una formulazione più completa e aderente alla narrazione ufficiale di Baku, come Caliber.az.
Una narrazione già presentata alla Pontificia Università Gregoriana
Il 10 aprile 2025, in una sede della Gregoriana a Roma, si era svolta la XII Conferenza scientifica internazionale Cristianesimo in Azerbaigian: storia e modernità, organizzata, tra gli altri, dal Baku International Multiculturalism Center e dall’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede. Amaras, Gandzasar e Dadivank, monumenti ricoperti da centinaia di iscrizioni armene, erano stati presentati come patrimonio dell’Albania caucasica. Alla conferenza non aveva partecipato alcuno studioso armeno e, come denunciò Monument Watch, non era stata pronunciata una sola parola sugli Armeni.
La narrazione proposta allora in una sede accademica romana è stata ora ripetuta direttamente sul terreno da Hikmet Hajiyev davanti ai rappresentanti diplomatici accompagnati dalle autorità di Baku. Nel frattempo, la popolazione armena alla quale quei luoghi appartengono storicamente continua a essere esclusa dall’Artsakh.
In quell’articolo avevamo richiamato le iscrizioni armene presenti sulle pareti delle chiese, i khachkar con l’alfabeto armeno, l’architettura del complesso e il simbolismo delle sue croci di pietra.
Avevamo anche riferito quanto avvenuto il 17 marzo 2021, quando il Presidente Ilham Aliyev, visitando una chiesa armena ad Hadrut, aveva indicato le antiche iscrizioni armene sostenendo che fossero false e dovessero essere rimosse.
Nel 2021 erano dunque le iscrizioni scolpite nella pietra a essere dichiarate false. Nel 2026 sono le pagine intenzionalmente bianche di una riproduzione museale a essere esibite come prova di un’altra falsificazione. Cambia l’oggetto mostrato, non il metodo.
Una riproduzione museale scambiata per un manoscritto falso
Durante la visita a Gandzasar, Hajiyev ha aperto davanti ai diplomatici uno dei volumi presenti nell’allestimento museale. Dopo aver mostrato una pagina contenente testo e decorazioni, ha sfogliato le successive, completamente bianche, suggerendo che il volume fosse stato confezionato dagli Armeni per fabbricare una falsa testimonianza storica. Alcuni componenti della delegazione sono stati ripresi mentre ridevano.
La stampa azera ha presentato la scena senza esitazioni. Modern.az ha scritto che Hajiyev avrebbe mostrato ai diplomatici la «falsificazione armena», poiché i libri esposti come antichi manoscritti avrebbero contenuto testi e disegni soltanto su una pagina, mentre tutte le altre sarebbero rimaste bianche.
Il problema è che il volume non era e non pretendeva di essere un manoscritto originale. Era una riproduzione realizzata appositamente per l’esposizione museale di Gandzasar.
A seguito della diffusione di accuse analoghe nel 2025, il Matenadaran [*] aveva già chiarito che per ciascun volume erano state riprodotte in alta qualità soltanto due pagine dei manoscritti conservati a Erevan. Le altre erano state lasciate intenzionalmente bianche perché lo scopo non era ricostruire integralmente i codici, ma mostrare ai visitatori alcuni esempi della produzione manoscritta legata a Gandzasar. Gli originali non erano mai stati trasferiti nel monastero ed erano sempre rimasti custoditi al Matenadaran a Erevan.
La spiegazione, pubblicata il 23 luglio 2025, precede di oltre un anno la scena organizzata durante la visita diplomatica. Le pagine bianche non costituiscono dunque la scoperta di un falso, ma una caratteristica dichiarata di copie destinate a un’esposizione. Il nuovo caso è stato ricostruito dal portale armeno 301.
La risposta dell’archeologo Hamlet Petrosyan
A respingere la narrazione proposta da Hajiyev è intervenuto l’archeologo Hamlet Petrosyan, responsabile della Cattedra di Studi culturali dell’Università Statale di Erevan e uno dei principali studiosi del patrimonio storico e monumentale dell’Artsakh.
Petrosyan ha osservato che nei complessi monastici di Gandzasar e Dadivank sono sopravvissute oltre duecento iscrizioni armene risalenti al periodo compreso tra il XII e il XVII secolo e che non vi sono iscrizioni in altre lingue. L’identità armena dei due monasteri non dipende, pertanto, da una riproduzione collocata in un museo contemporaneo, ma da un insieme imponente di testimonianze epigrafiche, architettoniche, scultoree, manoscritte e documentarie sedimentate nel corso dei secoli.
Secondo l’archeologo, nei monasteri di Dadivank e Gandzasar non esiste alcuna componente non armena, dal progetto architettonico degli edifici alle sculture, dai khachkar alle iscrizioni. Le pietre dei monasteri documentano direttamente chi li costruì, li abitò, li ornò e vi pregò.
I rappresentanti del Corpo Diplomatico durante la visita organizzata dalle autorità azere al monastero armeno di Dadivank, nell’Artsakh occupato, il 12 settembre 2026 (Foto di AzerNews).
Dadivank prima reso inaccessibile, poi lasciato nelle mani di Baku
La nostra copertura ha seguito anche il progressivo allontanamento degli Armeni da Dadivank. Nell’aprile 2021 riferimmo che le forze armate azere avevano impedito a venticinque pellegrini armeni di entrare nel monastero, dove era prevista una cerimonia di ordinazione sacerdotale per la Diocesi di Artsakh della Chiesa Apostolica Armena.
Il Difensore dei diritti umani dell’Artsakh denunciò allora che l’Azerbaigian «rimuove intenzionalmente le iscrizioni e le tracce armene e impedisce artificialmente l’ingresso dei fedeli armeni ai luoghi sacri».
Il 17 aprile 2024, nell’articolo La Russia si è ritirata dall’Artsakh, sconfitta nel Caucaso meridionale, documentammo infine la partenza da Dadivank del contingente russo di mantenimento della pace. Il monastero passò così sotto la sorveglianza diretta dei dipendenti del Ministero degli Interni dell’Azerbaigian.
Oggi i rappresentanti diplomatici vengono condotti nello stesso luogo dalle autorità che ne hanno escluso i fedeli armeni e ascoltano una ricostruzione che separa il monastero dalla sua storia e dalla sua comunità religiosa.
La grande iscrizione di fondazione di Gandzasar
Tra le testimonianze che contraddicono la ricostruzione di Hajiyev vi è la grande iscrizione armena di ventisette righe incisa all’interno della chiesa di San Giovanni Battista di Gandzasar, sulla parete settentrionale, ai lati della finestra.
L’iscrizione ricorda che Hasan-Jalal Dawla, figlio di Vakhtang e principe del «grande Paese dell’Artsakh», fece edificare la chiesa nel luogo di sepoltura dei suoi antenati. I lavori iniziarono nel 1216 e terminarono nel 1238. Non è quindi una pubblicazione armena moderna a stabilire il legame con l’Artsakh e con la famiglia armena degli Hasan-Jalalyan: è lo stesso committente medievale a dichiararlo nella pietra e nella propria lingua.
Il tentativo di trasformare Hasan-Jalal Dawla in un «sovrano dell’Albania caucasica», separandolo dal contesto armeno documentato dalle fonti e dalle iscrizioni, appartiene alla politica azera di “albanizzazione” del patrimonio Cristiano armeno. Il riferimento storico all’Albania caucasica viene utilizzato per spezzare artificialmente la continuità tra i monumenti, la Chiesa Apostolica Armena e la popolazione che li ha custoditi fino alla deportazione del settembre 2023.
La Santa Sede Etchmiadzin: «Un’aperta falsificazione»
La Santa Sede di Etchmiadzin della Chiesa Apostolica Armena è intervenuta ufficialmente il 14 settembre 2026, condannando con fermezza le dichiarazioni pronunciate da Hikmet Hajiyev durante la visita ai complessi monastici di Gandzasar e Dadivank. Il comunicato rileva che il Consigliere presidenziale azero ha negato l’appartenenza armena dei due monasteri, presentandoli come “albanesi”, e ha manifestato un atteggiamento irridente nei confronti del patrimonio spirituale e culturale del popolo armeno. «Questi tentativi di distorcere le realtà storiche secondo convenienze politiche costituiscono un’aperta falsificazione e un’aggressione alla memoria storica e al patrimonio spirituale del popolo armeno».
La Santa Sede di Etchmiadzin ha definito tale condotta una manifestazione evidente della politica armenofoba adottata dalle autorità dell’Azerbaigian e ha osservato che la nuova visita propagandistica aveva lo scopo di trarre in inganno la comunità internazionale.
Particolarmente dolorosa e preoccupante, prosegue il comunicato, è la partecipazione alla diffusione di queste falsificazioni storiche dei diplomatici stranieri accreditati in Azerbaigian e dei rappresentanti delle organizzazioni internazionali presenti nel tour.
La Santa Sede di Etchmiadzin ha espresso l’aspettativa che questi rappresentanti formulino una valutazione adeguata della deformazione dell’identità dei luoghi santi armeni, degli attacchi contro il patrimonio spirituale e culturale dell’Artsakh e della politica armenofoba. Li ha inoltre esortati a non contribuire, attraverso la loro partecipazione, alla legittimazione della politica di appropriazione del patrimonio storico armeno.
La Chiesa Apostolica Armena ha ricordato di avere ripetutamente denunciato che, dopo lo spopolamento forzato dell’Artsakh, le autorità azere hanno perseguito una politica di appropriazione dei monumenti storici, distruzione dei luoghi santi armeni, dei khachkar e dei cimiteri, nonché eliminazione delle testimonianze che ne documentano l’identità. Le dichiarazioni di Hajiyev vengono indicate come una nuova manifestazione della medesima politica.
Il comunicato contiene anche un richiamo diretto alle autorità della Repubblica di Armenia, alle quali viene chiesto di formulare una valutazione adeguata dei continui attacchi contro il patrimonio spirituale e culturale armeno dell’Artsakh e di adottare misure concrete per impedirli.
La Santa Sede di Etchmiadzin ha infine rivolto un appello agli Stati amici e alle competenti organizzazioni internazionali e nazionali, affinché compiano ogni sforzo per prevenire l’ulteriore distruzione e appropriazione dell’antico patrimonio cristiano armeno: «L’instaurazione di una pace duratura nella regione richiede il rispetto della Fede, della memoria storica e dei diritti fondamentali dei popoli».
La conservazione integra del patrimonio spirituale dell’Artsakh e l’attuazione dei diritti della Chiesa e del popolo armeno che lo hanno creato, conclude la Santa Sede di Etchmiadzin, costituiscono un obbligo inderogabile della comunità internazionale.
Magdalena Grono: dall’Artsakh al Matenadaran
Tra i partecipanti alla visita organizzata dalle autorità azere figurava anche Magdalena Grono, Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Caucaso Meridionale e la Crisi in Georgia. La sua presenza ha suscitato particolare attenzione, poiché non si è trattato soltanto della partecipazione personale di una diplomatica, ma della presenza nel tour di una rappresentante ufficiale dell’Unione Europea.
La presa di posizione della Santa Sede di Etchmiadzin assume un rilievo particolare anche per la presenza nel tour di Magdalena Grono. Il comunicato non ha nominato singolarmente i partecipanti, ma ha rivolto la propria contestazione anche ai rappresentanti delle organizzazioni internazionali coinvolti nella visita.
Dopo la visita dell’11 e 12 settembre, Grono ha scritto che persistono «visioni e narrazioni profondamente divergenti, per esempio sull’origine di alcuni siti», aggiungendo che tali divergenze dovrebbero essere affrontate dall’Armenia e dall’Azerbaigian nell’ambito di un più ampio processo di riconciliazione.
La formulazione ha suscitato critiche perché sembra collocare sullo stesso piano una narrazione statale azera e la documentazione storica, epigrafica e religiosa che attesta l’identità armena di Gandzasar e Dadivank. Le iscrizioni armene, la committenza medievale, i khachkar, la tradizione manoscritta e il rapporto secolare con la Chiesa Apostolica Armena non costituiscono semplicemente una delle due “narrazioni” contrapposte.
Il 14 settembre Grono si è recata al Matenadaran di Erevan, accompagnata dal Vice Ministro degli Affari Esteri e del Commercio internazionale armeno Vahan Kostanyan. Secondo quanto comunicato dalle autorità armene, la Rappresentante speciale dell’Unione Europea ha conosciuto la collezione dei manoscritti armeni, la loro storia e le tecniche utilizzate per la conservazione e la realizzazione delle riproduzioni destinate alle esposizioni museali. È un particolare particolarmente significativo, considerate le pagine bianche della riproduzione esibita da Hajiyev a Gandzasar.
Interpellata successivamente da Armenpress, Grono ha precisato: «Certamente non contesto la passata presenza armena e la ricca impronta armena nelle aree del Karabakh precedentemente interessate dal conflitto. Ho potuto vederla direttamente per la prima volta durante la visita della scorsa settimana nei distretti di Kalbajar e Aghdara».
Il riferimento riguarda proprio Dadivank e Gandzasar. Grono ha aggiunto: «Questo patrimonio deve essere preservato e custodito, senza indebite politicizzazioni e manipolazioni».
La precisazione riconosce dunque la presenza e la «ricca impronta» armena, ma non affronta direttamente la qualificazione dei due monasteri come patrimonio dell’Albania caucasica proposta da Hajiyev davanti alla delegazione. La Rappresentante europea ha ribadito che il patrimonio culturale costituisce un elemento essenziale dei processi di pace e che, per arrivare a una riconciliazione complessiva, sarà necessario affrontare anche le questioni umanitarie e culturali.
«Le chiese vengono presentate senza le loro comunità»
La visita ha provocato anche la reazione del Comitato per la difesa dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh, che in una lettera aperta ai membri del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian ha chiesto che le missioni diplomatici non diventino uno strumento per normalizzare le conseguenze della pulizia etnica: «La vostra presenza sta offrendo all’Azerbaigian proprio la legittimazione internazionale che cerca».
Secondo il Comitato, la partecipazione ai tour organizzati da Baku, accompagnata da fotografie e dichiarazioni che ignorano la scomparsa della presenza armena, trasmette un’immagine di normalità in una situazione che normale non è: «Oggi nel Nagorno-Karabakh vengono mostrate case senza i loro proprietari e chiese senza le loro comunità».
Un appello distinto è stato rivolto alle rappresentanze diplomatiche dall’ex Ministro della Cultura, della Gioventù e del Turismo dell’Artsakh Lernik Hovhannisyan Shahverdyan. Ricordando di essere nato e cresciuto a Stepanakert e di avervi lasciato la propria casa, ha osservato: «Se visitate Stepanakert, dovete chiedere dove siano i suoi ex residenti. Se visitate un monastero armeno, dovete chiedere perché la sua identità armena venga alterata. Se visitate Shushi, dovete chiedere che cosa sia accaduto alle chiese, ai musei e al patrimonio culturale armeno della città».
La sua conclusione riassume il significato politico attribuito a queste visite: «Non dovete permettere che la pulizia etnica venga trasformata in un itinerario turistico».
Alla ferma presa di posizione della Santa Sede di Etchmiadzin non ha corrisposto, almeno fino al momento in cui scriviamo, un’analoga e circostanziata contestazione pubblica da parte del governo armeno delle affermazioni di Hajiyev. Nello stesso giorno, tuttavia, il Vice Ministro degli Affari Esteri Vahan Kostanyan ha accompagnato Magdalena Grono al Matenadaran, dove sono stati illustrati il patrimonio manoscritto armeno e i procedimenti impiegati per produrre le riproduzioni destinate alle esposizioni museali. Un’iniziativa significativa nel contesto della controversia, ma non equivalente a una risposta politica ufficiale alla narrazione presentata da Baku.
“Vedere per credere”, ma guardando tutto
Hajiyev ha ragione su un punto: occorre vedere. Bisognerebbe però guardare non soltanto le pagine bianche di una riproduzione museale, ma anche le centinaia di iscrizioni armene incise sulle pareti; non soltanto le versioni predisposte dalle guide governative, ma anche le fonti storiche e gli studi scientifici; non soltanto gli edifici rimasti nell’Artsakh, ma anche la popolazione armena che intorno a quegli edifici ha vissuto per secoli e che oggi non può più tornarvi.
La scena di Gandzasar rivela il metodo. Prima si conduce il corpo diplomatico in un territorio dal quale è stata espulsa la popolazione autoctona; poi si espone una narrazione unilaterale sull’identità dei suoi monumenti; infine si presenta una caratteristica perfettamente normale di una riproduzione museale come prova di una falsificazione storica.
Le pagine mostrate da Hajiyev erano bianche. Le pietre di Gandzasar e Dadivank, invece, sono coperte di iscrizioni armene. Sarebbe bastato voltarsi e leggerle.
Iscrizioni armene sulle pareti dei complessi monastici dell’Artsakh. Le testimonianze epigrafiche conservate a Gandzasar e Dadivank, risalenti ai secoli XII-XVII, documentano la secolare identità armena dei monasteri (Foto di Monument Watch).
[*] Il Matenadaran – termine che in armeno antico sta per biblioteca – nome ufficiale “Istituto Mesrop Mashtots di Manoscritti Antichi”, è un’istituzione culturale a Erevan, che custodisce una collezione di manoscritti antichi in lingua armena e in moltissime altre lingue.
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