Armenia: amb. Ferranti visita Università Eurasia per simulazione vertice CPE (Giornalediplomatico 28.04.26)

GD – Jerevan, 28 apr. 26 – L’ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato in visita all’Università Internazionale Eurasia per prendere parte, in qualità di ospite d’onore, alla cerimonia di chiusura della simulazione dell’ottavo Vertice della Comunità Politica Europea organizzata dall’Ateneo.
L’iniziativa, svoltasi nell’auditorium dell’Università, ha rappresentato un’importante piattaforma per sensibilizzare la platea studentesca e accademica, ma anche la pubblica opinione afferente agli ambienti universitari e di ricerca, sull’imminente evento e per apprezzare ulteriormente la rilevanza e la portata storica del Vertice, che si terrà a Jerevan il 4 maggio prossimo.
Dopo aver assistito alla sessione conclusiva dei lavori della simulazione, l’Ambasciatore italiano ha rivolto un discorso agli studenti e ai docenti presenti sui temi oggetto della simulazione e ha proceduto alla consegna degli attestati di partecipazione.
Nel quadro del suo processo di internazionalizzazione, l’Università Internazionale Eurasia vanta attualmente una cattedra Jean Monnet, unica nel sistema universitario della Repubblica d’Armenia, e collabora attivamente con diverse Università partner dell’Unione Europea, tra cui vari Atenei italiani e in particolare l’Università per Stranieri di Perugia e l’Università degli Studi della Tuscia, con le quali è stato siglato un Memorandum d’Intesa nel 2024.

Ci saranno albe sulla terra: mostra e concerto in occasione del 111° anniversario del genocidio del popolo armeno (Nordestnews 27.04.26)

Dall’11 aprile al 9 maggio 2026, Treviso ospita Ci saranno albe sulla terra, un progetto culturale ideato da Gayane Sahakyan e promosso da nusica.org, in collaborazione con Fondazione Mazzotti, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso. La rassegna si articola in due momenti distinti accomunati da una stessa domanda: in che modo l’arte può testimoniare ciò che la storia ha tentato di cancellare?

Il riferimento è al genocidio armeno del 1915, una delle più gravi catastrofi del Novecento, ancora oggi non abbastanza presente nella memoria collettiva europea. Ci saranno albe sulla terra affronta questa storia non attraverso una commemorazione formale, ma attraverso il linguaggio delle arti visive e della musica: due forme espressive che, pur nelle loro differenze, condividono la capacità di restituire al dolore storico una dimensione umana, individuale e viva.

La prima parte è la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962). L’esposizione è in programma dall’11 aprile al 3 maggio a Casa Robegan (via Antonio Canova 38, Treviso) e riunisce opere provenienti dalla collezione della famiglia Orakian, custodite per decenni in ambito privato. La mostra è curata da Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Orakian visse a Roma dal 1920 fino alla morte, in condizioni spesso difficili e lontano dai circuiti del mercato. La sua pittura, di matrice espressionista e di forte intensità emotiva, è rimasta per decenni ai margini della storia dell’arte, nonostante la qualità e la coerenza di una ricerca che attraversa il trauma del genocidio, la condizione della diaspora e la vita degli esclusi.

Il secondo momento è Armoniaconcerto di musica armena in programma sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.45 grazie all’ospitalità della Chiesa di San Francesco (Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso). Il concerto è costruito attorno all’incontro tra dudukkanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — armena, mediorientale e cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che intreccia pagine della liturgia armena antica con composizioni di Komitas e altri maestri della tradizione. A interpretarlo sono Norayr GapoyanTatev Hakobyan e Levon Eskenian, tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. La serata comprende anche letture dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi e da opere di San Nerses Shnorhali  e proiezioni di opere di Francesco De Florio, con regia visiva di Davide Esposito-Albini.

Alla rassegna partecipa anche la poetessa Erika De Bortoli, con un ciclo di testi sull’Armenia che verranno letti all’inaugurazione della mostra e al concerto. De Bortoli indaga i temi dell’alba, dell’armonia e dell’identità, in rapporto con la letteratura, la storia e la spiritualità armena. È autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» nel 2025.

Il titolo della rassegna riprende un verso della stessa raccolta: non promette la fine del dolore, ma indica una direzione: quella di chi, anche dopo la perdita, continua a cercare.

Ci saranno albe sulla terra è un progetto di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso, e con il sostegno di Fondazione MazzottiJane Demirchian e DAL BO’. La mostra Riconosciuti è realizzata in collaborazione con AssoArmeni, con la curatela di Satenik Chookaszian e con la preziosa collaborazione della famiglia Orakian. Il concerto Armonia è realizzato in collaborazione con l’Archivio De Florio Venezia, con la direzione creativa di Davide Esposito-Albini.

Approfondimenti

Riconosciuti: Jirair (Gerardo) Orakian — Un artista ritrovato

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

Armonia : Un concerto tra Oriente e Occidente

Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna Ci saranno albe sulla terra, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione.

La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova, San Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.

Mostra Riconosciuti
Casa Robegan, via Antonio Canova 38, Treviso
11 aprile – 3 maggio 2026
Inaugurazione: sabato 11 aprile ore 17.00
Venerdì 15:00–19:00 |
Sabato e domenica 10:00–13:00 e 14:00–19:00
Ingresso gratuito
Contatti: staff@nusica.org
+39 388 6468011

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)
Contatti: staff@nusica.org
+39 327 4610693

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Ci siam scordati di te, Armenia (purtroppo) (Avanti 27.04.26)

Il 24 aprile, giorno del ricordo del genocidio armeno, la politica italiana ed europea si è mostrata silente. Salvo qualche eccezione.

Ci siam scordati di te, Armenia

Il titolo di questo breve articolo prende le mosse dal titolo di un libro, edito nel 2025: Non ti scordar di me.

Ebbene, la realtà è che la memoria si è accorciata, annebbiata, proprio il 24 aprile.

Sulle pagine social dei vari partiti europei ed italiani, la ricerca di un singolo post sul genocidio armeno è stato invano.

Tra i maggiori partiti europei solo il PPE e la European Free Alliance hanno dedicato un post. In Italia, tra i maggiori partiti, solo la Lega.

Un silenzio che stride, con le capacità storiche che spesso ci vengono mostrate dai partiti nell’analizzare ogni singolo post scritto o non scritto dall’avversario.

Un silenzio su una delle più grandi tragedie del ‘900, ancora peraltro negato e spergiurato; infatti, ad oggi solo 30 paesi hanno riconosciuto ciò che è avvenuto da il 1915 ed il 1923 “genocidio”.

Spesso si sente ripetere il mantra delle radici giudaico-cristiane dell’Europa, ma perché dimenticarsi gli armeni, una delle prime nazioni cristiane (insieme alla Georgia) della storia? Non è forse una contraddizione in termini? O, dati i rapporti con Ankara e con l’Azerbaigian, è meglio non far levare troppi cigli? Un po’ di malizia sia concessa in questo caso.

Cos’è stato

In termini molto semplici, senza far divenire l’articolo un trattato di storia, si è trattato del primo grande genocidio operato nel XX secolo.

Circa 1,5 milioni di armeni trovarono la morte nelle cosiddette “marce” organizzate dall’Impero Ottomano. Eventi dove le persone venivano trascinate fino all’interno dell’Anatolia, incontrando fame, malattie, sfinimento, esecuzioni sommarie.

La cifra è ancora soggetta alle varie interpretazioni, ma quel che resta è la ferma volontà di annientare il popolo armeno e questo fu l’apice di una persecuzione continua iniziata già nell’ultimo decennio del XIX secolo.

Cos’è oggi

Nelle strade di Erevan si tiene sempre una marcia simbolica, molto partecipata, da Piazza della Repubblica al memoriale di Tsitsernakaberd.

Una marcia silenziosa, illuminata da migliaia di fiaccole, con le bandiere dei paesi che hanno riconosciuto il genocidio una accanto all’altra.

Una cerimonia che ha solo visto un episodio, subito condannato dal governo, di combustione della bandiera turca.

Anche in Italia, a Milano, Padova, Cagliari, Venezia, etc. si sono tenuti tanti momenti di ricordo, celebrazione e confronto, perché la storia spesso ritorna come la marea e restituisce qualcosa di nuovo dai suoi abissi, dai suoi sconfinati archivi.

Cosa sarà

Vorrei chiudere con una frase, tratta da un’intervista del 2008 a Charles Aznavour (cantautore francese di origine armena), che trovo significativa e possa fare da sprone alle generazioni di oggi e di domani:

Dico complimenti e grazie alla Francia per il riconoscimento, ma non attendo che una cosa. Che la Turchia riconosca. Penso che questo popolo, che parla sempre di onore, ecco l’onore è saper riconoscere.

Il popolo turco non è mio nemico, chi è mio nemico è colui che vuole metterci a tacere con la forza. Dunque lui è mio nemico, non gli altri. (cit.)

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Voci di strada a Yerevan: cosa dicono i residenti sulla pace con l’Azerbaigian (Nordest 27.04.26)

È stata in gran parte tranquilla la frontiera tra Armenia e Azerbaigian. Negli ultimi due anni, le parti non si sono scambiate fuoco. I leader sia di Erevan sia di Baku affermano che ciò rifletta i progressi compiuti attraverso i negoziati bilaterali. Dopo decenni di ostilità, i due paesi sembrano ora vicini a un accordo di pace finale.

Ad agosto 2025 si è tenuto un vertice a Washington. Con la mediazione del presidente statunitense, Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev hanno firmato una dichiarazione congiunta, dichiarando di essere “intraprendendo il cammino delle buone relazioni di vicinato”, mentre i loro ministri degli esteri hanno apposto le iniziali su un accordo di pace.

Erevan e Baku hanno anche accettato finalmente di riaprire i collegamenti di trasporto regionali. La questione sembrava per lungo tempo quasi impossibile da risolvere a causa delle differenze tra le due parti. Ma la disputa si è attenuata con il progetto TRIPP (Percorso Trump per la pace e la prosperità internazionali). Collegherà l’Azerbaigian al suo exclave di Nakhchivan attraversando il territorio armeno.

Per anni, le parti hanno faticato a raggiungere un accordo sulla questione. L’Azerbaigian ha spinto per una rotta che chiamava il “corridoio di Zangezur”. Le autorità armene hanno dichiarato di essere pronte a riaprire tutte le strade, ma hanno respinto il termine “corridoio”, sostenendo che implicasse una perdita di sovranità su quel territorio.

Al vertice di Washington dell’8 agosto, i leader armeni e azeri hanno finalmente raggiunto un consenso. Hanno convenuto che la strada sarebbe rimasta sotto il controllo sovrano dell’Armenia, mentre gli Stati Uniti avrebbero partecipato al progetto come partner commerciali. L’iniziativa è stata denominata la “Trump Route” in onore del mediatore.

Sia il primo ministro armeno sia il presidente azero dichiarano di aver raggiunto la pace tra i due paesi.

  • «Erevan e Baku sono dalla stessa parte nella lotta geopolitica globale» – politologo armeno
  • Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante
  • «Per la sicurezza, siamo sulla stessa barca»: esperti armeni in visita in Azerbaigian

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Antisemitismo. Il j’accuse di Vittorio Robiati Bendaud (Formiche.it 27.04.26)

Lo scrittore e saggista Vittorio Robiati Bendaud riflette sull’antisemitismo, non residuo d’ignoranza ma struttura profonda, capace di travestirsi da progresso e riemergere oggi nell’antisionismo e nelle rimozioni storiche (dagli armeni alle ambiguità della memoria “inclusiva”). Sullo sfondo, la crisi della democrazia liberale, terreno fertile per il ritorno di vecchi fantasmi

Nella mia mente il 25 aprile o il 27 gennaio sono “giorni da cancellare”. Non perché ignori la storia. Mio nonno, Nino Robiati, era un giornalista fascista, che conobbe Hitler e scrisse quello che all’epoca fu un bestseller, La Germania di Hitler (che non ho mai avuto il coraggio di leggere).

Il mio prozio, don Vittorio Genta, amico e confessore di D’Annunzio, eroe a Caporetto e in altri fronti, tutt’altro che antisemita e con parenti ebrei, aderì alla Repubblica Sociale, aiutando comunisti (che preferiva ai democristiani) ed ebrei, divenendo poi amico di Mario Soldati, che gli dedicò un libro.

Poi ci siamo noi, il resto della famiglia, ebrei di Libia, che conosciamo due diverse storie e forme di antisemitismo: quello occidentale-cristiano e quello delle società islamiche, non meno oscuro.

Siamo saponette? Immagino “vegan free”, per rimanere in tema con certi mantra cretini. Purtroppo in questi anni si è educato diseducando.

Si è ridotto indebitamente e falsamente l’antisemitismo a frutto dell’ignoranza e a male accessorio, grande menzogna.

Si è ridimensionata la forza strutturante e coagulante, costruttiva, dell’antisemitismo per le società occidentali e mediorientali.

Si è occultato il suo presentarsi, sin dalle antiche polemiche patristiche – che erano già anche politiche -, come progresso, con tutto il compiacimento morale e intellettuale che veicola il sentirsi migliori rispetto a un altro, da cui però non posso prescindere e che, come tale, rimpiango e detesto.

Si è dimenticato che si tratta, per eccellenza, di un odio simbolico culturale, creato e plasmato da intelletti potenti ed eccezionali, da Agostino a Kant e ben oltre, che ha prosperato nelle accademie, e che ancora lì, come è suo costume, si annida e prospera.

La Shoah fu solo un effetto, e certamente non l’ultimo. Certo significa ammettere un’enormità difficile da digerire, tanto più da maneggiare.

Quando in Europa si dovettero, in funzione filo-turca, demonizzare gli armeni, si ricorse all’antisemitismo applicato agli armeni.

Così, nelle università e non nelle bettole, sulla stampa colta, anche ecclesiastica, e non sulle riviste porno, gli armeni divennero, dalla teologia alla fisiologia, super-ebrei.

Come pure, nella vignettistica, il corpo degli armeni, diventava sempre più sovrapponibile alle caricature deformidegli ebrei. Poi fu genocidio.

Vogliamo parlare della vignettistica contemporanea, veicolata dalla stampa italiana, circa ebrei e Israele?

Abbiamo voluto una memoria inclusiva, per “mai più” ancora più universali. E si è mancato ulteriomente il bersaglio, con universalizzazioni erronee.

Sorvolando sul caso armeno, ho assistito, e mi limito al Memoriale milanese, ad accostamenti dubbi, eccezion fatta per la memoria dello sterminio dei Rom, il cui uso tuttavia troppo spesso puzzava di strumento politico.

Non ho mai sentito – vorrai mica turbare Sant’Egidio – parlare a chiare lettere del genocidio culturale, per cancellazione sistematica nei secoli, patito dagli omosessuali, sino alle storie delle prime trans, tutte ebree, alcune persino osservanti e talora anche sopravvissute ai campi?

Immaginiamoci quando, un po’ più di un secolo fa, alcuni ebrei, e tra loro uno dei padri del Sionismo, Max Nordau, iniziarono ad animare ciò che sarebbe via via divenuto l’attuale movimento di liberazione omosessuale.

Il cortocircuito fu tremendo: era la prova, ancora una volta secondo gli antisemiti, della corruzione ebraica della buona, morale, devota, società cristiana (mentre nel mondo orientale sempre lì si era confinati: i bordelli li gestivano ebrei e cristiani, dove i dominanti andavano a copulare con le/i dominati).

La prima clinica che fece operazioni per trans era ebraica: ebrei i medici, ebrei i pazienti.

Storie che danno fastidio, nel cortocircuito dell’antisemitismo degli uni (perché questo oggi domina molto mondo omosessuale, quello del pinkwashing) e dell’omofobia degli altri. Ma è storia.

E tante, troppe, dolenti, storie umane.

A onore dell’ebraismo, va detto che, tra i suoi massimi poeti liturgici e mistici, ha conservato l’opera di un certo Rabbì Israel (!), un genio della letteratura, che fu rabbino a Gaza, ove è sepolto, che pare, a detta dei suoi illustrissimi detrattori, organizzasse festini gay.

Al netto dell’amarezza e dell’infamia che questo benedetto uomo dovette subire (e ancora subisce), specie sotto forma di maldicenza, ingigantita o reale che fosse, l’intera querelle è conservata nella storia ebraica – e chissà se le altre due maggioranze religiose l’avrebbero mai fatto! – e, nonostante ciò, i suoi canti, celeberrimi, sono ancora cantati nelle sinagoghe di tutto il mondo.

Andrebbe chiesto a molti omosessuali, al netto per la fascinazione maschia per il presunto “bon sauvage”, il perché dell’antisemitismo attuale.

La risposta è che una comunità vulnerabile e diffamata, inchiodata al presente e drammaticamente scippata della sua storia, cerca, come farebbe chiunque, un accredito morale, che le sinistre hanno offerto nel palestinismo e persino ora nella difesa dell’Iran, un appiglio di moralità da esibire o a cui aggrapparsi.

Peccato che in Iran dopo essere stati abusati si penzola dalle gru, dove perfino la pietà per il corpo umano e ai familiari è negata.

E con Hamas le cose non vanno certo meglio.

Israele fu denunciato alla Corte Internazionale dal Sud Africa, quello stesso Stato che recentissimamente proibì, aumentando il contagio e sentenziando impietosamente a morte ampia parte della sua popolazione, l’uso dei farmaci antiretrovirali ai suoi cittadini sieropositivi o malati di Hiv.

Chissà quali le categorie umane volutamente più colpite: bambini, donne, omosessuali… Fu genocidio? Non vedo sinistri scomporsi.

Torniamo agli armeni, le cui drammatiche vicende sono prolettiche. Certo l’Armenia, con il suo primo ministro è in profondissima crisi interna, forse irrimediabile.

Ma bisogna essere davvero indecenti a puntare il dito contro chi, destabilizzato da ogni dove, da oltre un secolo, è esausto e provato e non contro i suoi aguzzini o i nostri sporchi interessi occidentali.

La vittima non è e non deve essere santa. È vittima, e tanto basta. Ora, l’Azerbaijan a Baku allestisce un’inquietante mostra sulla riconquista dei suoi territori occidentali (leggasi l’Armenia).

Qualche mese fa, il cardinale Gugerotti, presidente del Pontificio Consiglio per le Chiese Orientali, con un passato da armenista insigne, ha fatto ospitare presso la Pontificia Università Gregoriana un convegno sulle antichità azere (albane, dicono loro) nei territori aviti armeni presi dall’Azerbaijan.

Il porporato, e in quale veste, sembrerebbe ignaro della nota strategia culturale genocidaria per cui, se vengono divelte le vestigia storico-religiose di un popolo nei suoi territori, si è legittimati a dire che quel popolo non è mai esistito – o non era lì -, e che dunque le sue pretese sono inique e mendaci, lasciando spazio a qualcun altro e ad altre narrazioni sostitutive.

Il Prefetto non è più persona gradita in Armenia.

L’accaduto è analogo a quanto l’Onu è riuscito a fare circa il Monte del Tempio, negandone il carattere ebraico (e così la storia cristiana) e sancendone il carattere arabo-islamico.

Ovviamente si scomposero solo gli ebrei. Sono strategie che vengono da lontano, in un’infinitaguerra delle parole, per cui, in una delle sue peggiori note antisemite, Immanuel Kant, per intendere gli ebrei, scriveva “dei palestinesi che vivono tra noi”.

E così si arriva sino alla sionista “Brigata Ebraica”, detestata da chi odia la Storia, inclusa quella dei propri liberatori, che all’epoca si chiamava “Brigata Palestinese”.

È una strategia imperniata con quella vigliacca e infida teologia di risulta a cui si abbevera molto cristianesimo che preferisce parlare di Maryàm, in aramaico ma anche in arabo, piuttosto che di Miryàm in ebraico: laddove, se non negabile, l’ebraicità di Maria deve essere ridimensionabile quanto più.

Con buona pace dell’antico e splendido inno Ave Maris Stella, poetica corruzione di Maris Stilla, “goccia del mare”, sull’interpretazione midrashica, ripresa da Girolamo, del nome della sorella di Mosè -Miryàm-, lo stesso di Maria.

La celebre frase di Nietzsche per cui Dio è morto non era udibile all’epoca. Quella che è morta oggi è la nostra democrazia liberale, laddove questo aggettivo è vitale quanto il sostantivo che lo precede.

È un annuncio a cui non crediamo.

È morta la prosperità media che era indispensabile quanto l’acqua da bere, è morto l’ascensore sociale, è morto il libero dibattito delle idee, che la stampa orienta (male) con semplici algoritmi all’uopo.

E sono in crisi, inevitabilmente, le libertà economiche, quelle che permisero, anche se non sufficienti, i diritti individuali, la loro tutela, e l’emancipazione di ebrei, armeni, donne, gay.

Ecco che l’antisemitismo, ossia l’antisionismo, è di nuovo pronto per il suo sporco lavoro. Buon 25 aprile.

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Armenia, dove si gioca l’identità di un Paese – Giubileo Francescano (RSI 26.04.26)

Armenia, dove si gioca l’identità di un Paese, di Chiara Gerosa

L’Armenia attraversa una crisi profonda, stretta tra tensioni geopolitiche e uno scontro interno sempre più duro tra il governo e la Chiesa apostolica armena. Sullo sfondo, la sconfitta nel Nagorno-Karabakh, le difficili trattative con l’Azerbaigian e il rischio di una perdita dell’identità nazionale. Arresti di vescovi e accuse reciproche segnano una frattura che, secondo diversi osservatori, non è solo politica ma anche strategica e internazionale. In gioco non c’è soltanto il futuro del Paese, ma il rapporto tra fede, storia e sopravvivenza stessa dell’Armenia.

Giubileo Francescano, di Gioele Anni

Nel 1226, esattamente 800 anni fa, moriva San Francesco d’Assisi. Nel 2026, Papa Leone ha proposto alla Chiesa cattolica uno speciale anno giubilare per riflettere sulla figura di Francesco, e soprattutto sull’attualità del suo messaggio. Pace, cura del creato, fraternità, ma anche poesia: ne parliamo con Davide Rondoni, Presidente del Comitato italiano per la celebrazione degli 800 anni dalla morte di San Francesco, e padre Mauro Jöhri, grigionese, già ministro generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini.

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Trionfo della memoria: successo per “Valle degli Armeni Tour 2026” (Ntcalabria 26.04.26)

Si è concluso con un bilancio estremamente positivo il Valle degli Armeni Tour 2026, l’evento culturale promosso da Kalabria Experience che il 25 aprile ha trasformato l’area jonica reggina in un palcoscenico a cielo aperto. Oltre 40 partecipanti, provenienti non solo dalla Calabria ma anche dal Trentino, hanno risposto con entusiasmo all’invito degli organizzatori, confermando l’iniziativa come un appuntamento imprescindibile per il turismo esperienziale regionale.

L’itinerario ha preso il via dal Parco Archeologico di Brancaleone Vetus, dove i visitatori sono rimasti incantati dalla grotta-chiesa dell’Albero della Vita, simbolo iconico della cristianità armena locale. Il viaggio nel tempo è proseguito verso Bruzzano Zeffirio, all’ombra della maestosa Rocca degli Armeni e del castello recentemente restaurato. Qui, l’accoglienza calorosa della Pro Loco ha permesso ai partecipanti di gustare i sapori autentici del territorio attraverso un pranzo a base di prodotti tipici locali.

Nel pomeriggio, il tour si è spostato a Ferruzzano Superiore, dove grazie all’Associazione Culturale Rudina il “borgo” ha saputo emozionare i presenti con i suoi vicoli silenziosi e affacci panoramici mozzafiato sullo Ionio. La giornata ha vissuto un momento di profonda riflessione collettiva con la commemorazione del genocidio degli armeni, un legame identitario che l’associazione mantiene vivo ogni anno in collaborazione con la Comunità Armena Calabria.

“Questo tour è ormai un ‘must’ che unisce storia, natura ed emozioni,” ha commentato Carmine Verduci il Presidente di Kalabria Experience sui canali social. Il successo dell’edizione 2026 sottolinea la crescita di una forma di turismo lento e consapevole, capace di rigenerare borghi spesso esclusi dai flussi tradizionali. Con una perfetta sinergia tra associazioni locali e visitatori, la Valle degli Armeni si conferma un gioiello prezioso di una Calabria autentica e accogliente.

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Concluso con un bilancio positivo il Valle degli Armeni Tour 2026

LA SANTA SEDE CHIUDE UN OCCHIO? (Notizie Geopolitiche 24.04.26)

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di archeologia sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’ambasciata dell’Azerbaigian (presentazione del volume “Pontes culturae”) giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh)è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.
Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.
La cattedrale di San Giovanni Battista a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni. Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.
Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni.
Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh!

COORDINAMENTO ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI ARMENE IN ITALIA

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RASSEGNA STAMPA 24 aprile 2026 – Memoria Genocidio Armeno 111° anniversario

I cattolici armeni vittime del genocidio del 1915 (Centro Studi Federici)

Comunicato Stampa: CRV – In Consiglio regionale del Veneto la conferenza istituzionale ‘Armenia: quale futuro?’ (La Provincia)

Venezia onora la Giornata del Ricordo del Genocidio armeno (Comune Venezia)

La storia che non insegna: 24 aprile, anniversario del genocidio armeno (Spondasud)

Medz Yeghern, Koch: il sangue dei martiri cristiani armeni sia seme di unità futura (VaticanNews)

Video. Armenia, a Erevan il 111º anniversario dei massacri del 1915 (Euronews)

Stermini, marce della morte e deportazioni: viaggio tra le radici di una persecuzione (Il Giornale)

Armenia: Pashinyan, Stato e pace garanzia che genocidio non si ripeta (AgenziaNova)

Il 111esimo anniversario del genocidio armeno – Buongiorno InBlu, 24 aprile 2026 (Meridiano13)

L’anniversario dell’inizio del genocidio degli armeni nel 1915 (Tgcom24)

In memoria dei cristiani armeni (Lanuovabq)

“Così Stalin trucidò migliaia di armeni con la trappola di una nuova patria”. (Il Giornale)

Armenia, fiaccolata a Erevan per i 111 anni del genocidio (Ilsole24ore)

Genocidio armeno, oggi il 111° anniversario in ricordo delle vittime (Skytg24)

La marcia delle fiaccole e il peso vivo del genocidio armeno (Huffingtonpost)

Commemorato il Genocidio Armeno a 111 anni dai tragici fatti avvenuti in Anatolia (PadovaOggi)

Armenia, fiaccolata a Erevan per i 111 anni del genocidio (QuoridianoNazionale)

All’Istituto teologico di Ancona intervento del professor Riccardo Pane sulla cristianità armena (Altrogiornalemarche)

Il genocidio armeno, se ne parla a Lodi Liberale (Liberalcaffe)

Napoli. Commemorazione del Genocidio Armeno (Teleischia)

Vittime della loro fede, non se ne vanno gli armeni (Tempi)

“Stalin uccise gli armeni con una trappola” | Ian Manook: “Li invitò in URSS e li spedì nei gulag” (Il Sussidiario)

La commemorazione del Genocidio Armeno venerdì a Palazzo Siotto di Cagliari (UnioneSarda)

 

 

24 Aprile. Gen0cidi0 Armeno, Shoah, Gen0cidi0 a Gaza. Stepanakert, Cattedrale Distrutta dagli Azeri. (Stilum Curiae

Carissimi StilumCuriali, il 24 aprile di ogni anno le Comunità armene in tutto il mondo ricordano l’inizio del genocidio, quello che in lingua armena si definisce Metz Yeghèrn, il Grande Male. Anche Stilum Curiae, come ogni anno, ricorda il milione e mezzo di uomini, donne e bambini massacrati in Anatolia o durante le marce senza altra meta che la morte nei desdrti della Siria. Il primo genocidio del secolo dei genocidi, e purtroppo il ricordo di quello sterminio viene reso ancora più doloroso mentre assistiamo a un genocidio in diretta, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano. 

Lo sterminio degli armeni, che all’epoca rappresentavano la più grande comunità cristiana dell’Impero Ottomano, non è rimasto senza epigoni. Voglio proporvi, questo 24 aprile, un breve saggio che avevo presentato anni fa alla Casa della Memoria di Roma, in un convegno-dibattito intitolato: “Storie senza Storia: gli Armeni”. Il mio    contributo era una relazione fra Shoah e Genocidio Armeno. Una relazione che può anche servire a capire perché Stilum Curiae segua con particolare attenzione quanto sta accadendo in Medio Oriente, dove le vittime di uno sterminio sono divente le autrici di un altro.

 

 Hitler, genocidio armeno e Shoah

“Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” (Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?). Non è possibile parlare di genocidio armeno e di Shoah senza citare questa famosa frase, attribuita ad Adolf Hitler, trasmessa nel 1939 da Louis Lochner, capo dell’ufficio berlinese dell’Associated Press ad alcuni diplomatici britannici in servizio a Berlino, e contenuta in un rapporto trasmesso a Londra, il 25 agosto del 1939 dall’ambasciatore britannico sir Nevil Henderson. Il documento riassumeva uno o due discorsi pronunciati da Hitler davanti ai comandanti in capo dell’esercito a Obersalzberg, il 22 agosto del 1939, in vista dell’imminente invasione della Polonia. “Siate duri, siate spietati, agite più in fretta e più brutalmente degli altri”, raccomandò Hitler.

Hitler citò Gengis Khan “che ha mandato a morte milioni di donne e bambini, pienamente consapevole e a cuor leggero”, per ridisegnare il mondo secondo la sua volontà. Hitler concludeva con un riferimento esplicito allo sterminio degli Armeni, affermando che era servito a un fine analogo, e il mondo non solo l’ha dimenticato, ma l’ha accettato “perché il mondo crede soltanto al successo”. Di questa frase esistono cinque versioni; naturalmente i negazionisti turchi cercano di scalfirne la credibilità.

Ma purtroppo per loro un articolo dello storico Winfried Baumgart rivela che otto anni prima, nel giugno del 1931, Hitler in un’intervista al Leipziger Neueste aveva detto, parlando di deportazioni di massa e della rovina delle popolazioni coinvolte: “Ovunque i popoli attendono un nuovo ordine mondiale. Noi abbiamo intenzione d’introdurre una grande politica di ripopolamento…Pensi alle deportazioni bibliche e ai massacri del Medioevo…e si ricordi dello sterminio degli Armeni (erinnern Sie sich an de Ausrottung Armeniens). All’altro capo dell’intervista c’era Richard Breiting, un redattore molto potente, a cui Hitler aveva concesso di prendere appunti scritti (un caso raro, per il dittatore tedesco), La Gestapo di Lipsia fu mobilitata per anni per recuperare quegli appunti; Breiting morì in circostanze misteriose dopo aver incontrato due agenti della Gestapo, che aveva cercato di convincere di aver distrutto gli appunti, che furono invece resi pubblici da sua sorella dopo la fine della guerra.(Ohne Maske, E.Calic, 1968)

Hitler in questo documento sosteneva che sebbene i suoi motivi per distruggere gli ebrei fossero diversi da quelli dei gerarchi turchi per compiere la stessa operazione sugli armeni, le nazioni vittime rispondevano entrambe a un presupposto centrale: quello di essere estremamente indesiderate. Tanto che mise l’accento sulla necessità di “proteggere il sangue tedesco dalla contaminazione, non soltanto del sangue ebreo ma anche di quello armeno”. (Henry Picker, Hitlers Tigespraeche in Fuehrerhauptquartier, Stoccarda 1977). Per Alfred Rosenberg, l’ideologo della razza , Armeni ed Ebrei erano simili, in quanto “popoli di bricconi” (Rosenberg, Der Mythus des zwanzigsten Jahrhuderts).

Opinione peraltro condivisa anche dal Comando Supremo tedesco, che in una sua dichiarazione affermò che “gli armeni sono anche peggiori degli ebrei” (Robert Cecil The Myth of the Master Race, Londra 1972). Secondo molti storici la relativa facilità con cui il genocidio armeno fu compiuto, e l’impunità sostanziale concessa ai suoi autori convinse Hitler e i suoi complici della possibilità di ripetere l’operazione verso la “razza inferiore” che avevano in casa, e nei territori di conquista. Sachar nel suo The emergence of the Middle East scrive: “Il Fuehrer citò il genocidio approvandolo, vent’anni dopo che era stato perpetrato; egli considerava la soluzione armena come un precedente istruttivo”.

Come aveva saputo

Daremo per scontate molte cose, in questo nostro intervento. E’ da ricordare comunque che la Turchia entrò nella Prima Guerra Mondiale al fianco della Germania del Kaiser, e che all’interno dei confini di quello che allora era l’Impero Ottomano agivano centinaia di ufficiali tedeschi, a tutti i livelli, compreso un numero rilevante inserito nei gangli più segreti e sensibili della macchina militare e politica turca, governata dal “triumvirato” dell’Ittihad, il partito dell’unità, responsabile del progetto di una Turchia per i soli turchi, e dell’eliminazione delle razze “altre” armeni, siriaci, greci. I tedeschi furono testimoni – e non solo testimoni– delle deportazioni e dei massacri; alcuni di loro – come Armin Wegner , e altri – li denunciarono, o tentarono di farlo, a dispetto della censura esercitata dal governo sull’opinione pubblica del loro paese.

Ufficiali e soldati, tornando, certamente raccontarono. Hitler e i suoi sodali certamente sentirono questi racconti. Ma una persona in particolare può aver fornito al futuro dittatore tedesco qualche cosa di più. Vogliamo parlare di Erwin von Schneuber-Richter. Questo ufficiale fu viceconsole a Erzurum – uno dei luoghi in cui si consumò il genocidio – e poi vicecomandante di un corpo di spedizione turco-tedesco. Fu personalmente testimone di massacri di armeni compiuti nella provincia di Bitlis, e li descrisse, in un rapporto inviato al cancelliere Hottwleg (Botschaft Kostantinopel K174.) Schneuber-Richter inviò ai suoi superiori, fra il 30 aprile 1915 e il 5 novembre dello stesso anno, quindici rapporti ai suoi superiori sui dettagli delle deportazioni e dei massacri compiuti. Al cancelliere scriveva: “a eccezione di alcune centinaia di migliaia di sopravvissuti a Costantinopoli e nelle grandi città, gli Armeni di Turchia sono stati, per così dire, completamente sterminati”.

Possiamo aggiungere qui che la pubblicazione recente delle memorie di Talaat Pascià, l’ingegnere del genocidio, contenenti le cifre scritte di suo pugno di cui disponeva sull’andamento del genocidio, confermano pienamente quanto scriveva Richter. Talaat calcolava che il numero degli armeni sterminati, nella prima fase dell’operazione, era di poco inferiore al milione. (Su un totale di circa un milione e trecentomila). Ma Schneuber non si limitò ai dettagli: informò il cancelliere sul progetto dell’Ittihad di rendere omogenea razzialmente la Turchia, e sui metodi per realizzare il progetto: pretesti, scuse e menzogne relative a mettere in atto le deportazioni, tecniche per rassicurare gli armeni e di conseguenza renderli inoffensivi; sull’uso di bande di criminali comuni – liberati dalle prigioni – per massacri e saccheggi, e infine sul coinvolgimento della struttura del partito dell’Ittihad. Insomma, vediamo negli scritti di Schneuber l’intero paesaggio genocidale: motivi, organizzazione, logistica e infine il compimento del genocidio, con l’ultimo fondamentale capitolo, quello della negazione. Che purtroppo vediamo ancora svolgersi sotto i nostri occhi, adesso.

“Die Zeit” (Amburgo, Dossier, 1984) sostiene che Hitler era “senza ombra di dubbio perfettamente al corrente” di tutto ciò; e questo perché “uno dei suoi più stretti collaboratori all’inizio del movimento nazionalsocialista era il dott. Max Erwin von Schneuber-Richter, l’ex console di Germania a Erzurum, di cui sono stati conservati i terribili rapporti sul massacro degli Armeni”. Fu Alfred Rosemberg a presentare Schneuber a Hitler, a Monaco nel 1920. Sappiamo bene chi era Rosemberg, l’ideologo del nazismo. Schneuber e sua moglie aderirono al partito nazista il 22 novembre del 1920. E l’ufficiale scriveva, contro “il complotto giudaico internazionale di dominio mondiale”, invitando a mettere in atto una campagna “spietata e implacabile”contro gli elementi non ariani, per compiere “l’inesorabile purificazione della Germania”.

Schneuber in uno dei suoi rapporti di guerra, aveva definito gli Armeni: “questi Ebrei dell’Oriente, questi scaltri commercianti”. (Turkei 183/39, A 28584). Un’osservazione soppressa nella versione a stampa del Ministero degli esteri tedesco, pubblicata da Lepsius. Schneuber-Richter salì nella gerarchia del partito, e l’amicizia con Hitler (a cui fra l’altro garantì grandi somme di denaro, grazie ai suoi rapporti con gli industriali tedeschi) si intensificò. Nel 1923, durante il fallito putsch di Monaco, Schneuber-Richter marciava fisicamente, non metaforicamente, a braccetto con Hitler nel tentativo di rovesciare il governo bavarese, quando un proiettile della polizia locale pose fine a una promettente carriera di gerarca. Non senza però che nel frattempo egli avesse dato un contributo impressionante alle basi ideologiche, politiche e pratiche del futuro genocidio hitleriano. Norimberga, e la “Norimberga” mancata dopo la Prima Guerra Mondiale

Se, come è stato detto anche di recente da un parlamentare israeliano, che sente molto profondamente il problema del riconoscimento internazionale del genocidio armeno, al di là della violenta opera di negazionismo messa in atto dal governo di Ankara, con la complicità e l’acquiescenza di alcuni governi suoi alleati, un genocidio non punito genera altri genocidi, è interessante chiedersi se un atteggiamento più deciso da parte dei vincitori del primo conflitto mondiale avrebbe potuto evitare, o almeno ridurre l’entità della tragedia avvenuta decenni più tardi. Vahakn Dadrian, grande specialista della materia, pone la questione in due domande distinte: 1) l’impunità concessa agli esecutori del genocidio armeno era di natura tale da influenza le tendenze e la mentalità dei nazisti, soprattutto di Adolf Hitler, e di facilitare quindi l’adozione di un piano genocidario simile a quello che era stato adottato contro gli Armeni? 2) In quale misura l’istituzione del tribunale di Norimberga da parte degli Alleati subito dopo la seconda guerra mondiale fu il risultato anche della netta percezione che forse esisteva un legame fra il genocidio armeno e l’olocausto ebraico e che, di conseguenza bisogna punire assolutamente i responsabili di un genocidio per impedire che questo crimine sia commesso nuovamente?

Io credo che gli indizi che abbiamo presentato, e che certamente non esauriscono la materia tendono a fare rispondere di sì, sia in un caso che nell’altro. E lo studio che non si più arrestato sui meccanismi genocidali, questo frutto avvelenato e tremendo della modernità (e dell’uso distorto in campo sociologico di teorie scientifiche, quali il concetto di evoluzione) contribuisce, a mio modesto parere, a confermare l’assunto secondo cui è la speranza dell’impunità uno degli elementi fondamentali dell’orrore. Un mese dopo l’inizio del genocidio, il 24 maggio del 1915 gli Alleati in una dichiarazione congiunta mettevano al corrente la Sublime Porta “che essi riterranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco e i funzionari che avranno partecipato a questi massacri”, e parlavano di “crimine contro l’umanità e la civiltà”.

Penso che si possa leggere in queste righe, oltre all’introduzione del concetto di crimine contro l’umanità, anche la base giuridica fondamentale di Norimberga. Purtroppo alla fine della Prima Guerra Mondiale i vincitori non ebbero la forza di essere nei fatti all’altezza delle loro dichiarazioni. Come si diventa possibili vittime Le cronache dell’orrore sono sempre diverse, e sempre eguali. Volutamente in questa esposizione ho voluto toccare il meno possibile le corde dell’emotività, anche se dalle testimonianze stesse degli ufficiali e dei soldati tedeschi (ottocento ufficiali, e dodicimila soldati) durante la prima guerra mondiale si ha un campionario di crudeltà difficile da eguagliare, dalla perversione di un ufficiale turco il “maniscalco” che faceva applicare ferri da cavallo ai piedi degli armeni, all’uccisione di bambini, a centinaia, schiacciati fra due tavole di legno e poi bruciati vivi.

Ci interessa più di questo esaminare, sia pure brevemente, le vie che conducono al genocidio. Esistono similarità impressionanti fra genocidio armeno e Shoah anche nella fase che precedette l’attuazione pratica. Uno degli elementi comuni era lo status di inferiorità a cui erano assoggettati per lungo tempo sia l’uno che l’altro popolo; che ha conseguenze pratiche – per esempio la proibizione all’accesso a certi uffici di potere, o la possibilità di armarsi – ma causa anche una forma di indebolimento della psiche collettiva della popolazione oggetto della discriminazione. Essere trattati come un diverso, e inferiore, fa sì che uno si senta diverso e inferiore. La proibizione a compiere certe carriere ha indirizzato Armeni ed Ebrei di successo verso commercio e industria; il che li rendeva ancora una volta”diversi” , invidiati e vulnerabili. Poi c’è la componente delle circostanze.

Non è un caso che sia l’uno che l’altro genocidio sia avvenuto nel corso di un conflitto di proporzioni gigantesche. E’ quella che si chiama la “struttura circostanziale” ideale per un gruppo dirigente spietato per portare a termine un’operazione criminale. L’esecutivo può disporre di poteri straordinari, e sotto l’ombrello dell’emergenza compiere atti impossibili in tempi normali. Veramente non voglio abusare della vostra pazienza, ma le coincidenze nei vari passaggi sono troppo stringenti per non colpire l’attenzione di chi osserva da vicino il modo in cui milioni di persone innocenti furono mandate a morti atroci. Il primo passo, sia in un caso che nell’altro, avviene con la sospensione o l’esautorazione del Parlamento, in modo che sia possibile promulgare leggi “ad hoc” per colpire una categoria di persone. Si apre la strada alla seconda fase (e anche questo si è verificato sia in Turchia che in Germania) e cioè alla promulgazione di leggi temporanee, che danno una parvenza di legittimità all’operazione. La terza fase consiste nell’indebolimento della possibile resistenza delle vittime. Si comincia con una serie di arresti tesi a decapitare le comunità dei loro leader, e che spesso finiscono con l’uccisione delle persone interessate. Infine, previa la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, per rendere più fragile la capacità di resistenza, si mette in opera il progetto finale, mascherandolo in genere con termini rassicuranti: spostamento in altre zone per ragioni di sicurezza, e deportazione verso un luogo che in realtà non esiste, o esiste solo come buco nero finale.

Una misura collaterale è l’esproprio, in qualche forma dei beni delle popolazioni colpite. Veramente un esame, anche nei dettagli, come i campi di concentramento, nel Calvario dei due popoli porterebbe via molto tempo. Esiste ormai anche nel nostro paese, per fortuna, una letteratura che si va facendo sempre più ampia, e più documentata, e che rende di giorno in giorno più debole la posizione dei negazionisti.

Non si può, non si deve tacere

E a questo punto, al termine di questo piccolo lavoro, mi sento di dover fare un modesto, sommesso appello. Credo che sia necessario davvero che da questa casa della Memoria, che è memoria soprattutto delle sofferenze di un popolo, si levi una parola ferma e chiara contro ogni negazionismo. E’ una testimonianza che dobbiamo alle vittime innocenti, di ogni genocidio. Chi tace, per qualsiasi ragione lo faccia – e si trovano sempre ottime ragioni per tacere – è complice degli assassini, di ieri e di oggi.

***

E per tornare a un’altra attualità dolorosa, abbiamo ricevuto questo comunicato:

LA SANTA SEDE CHIUDE UN OCCHIO

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di archeologia sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’ambasciata dell’Azerbaigian (presentazione del volume “Pontes culturae”) giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh)è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.

Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.

La cattedrale di San Giovanni Battista a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni.  Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.

Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni.

Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh!

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