Armenia al voto: Erevan divisa tra Ue e Russia (Rassegna 05.06.26)

Armenia: Perché le Elezioni Parlamentari Rappresentano una Sfida Esistenziale (Specialeeuroasia 04.06.26)


Armenia: ultima frontiera (Ansa)


La colomba della pace non collabora: il momento imbarazzante del premier armeno (Corrieretv 04.06.26)


Von der Leyen: “Mosca preme sull’Armenia, in arrivo pacchetto aiuti Ue” (Ansa 04.06.26)


L’UE sta spingendo l’Armenia ad espellere la Chiesa ortodossa russa: parlano i servizi esteri russi SVR (enovatio21 04.06.26)


Armenia al voto: molto più di una scelta tra Mosca e Occidente (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.06.26)


Le elezioni in Armenia, tra Oriente e Occidente (Asianews 05.06.26)


L’integrazione europea dell’Armenia avviene solo a parole: Pashinyan promette di aderire all’UE, ma ne viola gli standard (Il Giornale d’Italia 05.06.26)


Intervista al direttore Richard Giragosian sulle elezioni in Armenia di domenica 7 giugno (Radioradicale 04.06.26)


Perché le elezioni in Armenia sono le più importanti del mondo (Tempi 05.06.26)


Ue, sostegno a Pashinyan alla vigilia delle elezioni decisive in Armenia (Euronews 04.06.26)


L’ombra di Mosca sul voto in Armenia che guarda a ovest (Avvenire 05.06.26)

Armenia. Il 7 si vota una scelta tra Mosca e Occidente (Rassegna Stampa 03.06.26)

Armenia al voto: molto più di una scelta tra Mosca e Occidente

Le elezioni parlamentari in Armenia del 7 giugno 2026 sono uno snodo cruciale per il futuro del paese e per gli equilibri geopolitici del Caucaso meridionale. Due milioni e mezzo di cittadini alle urne in una consultazione elettorale dall’esito non così scontato, col primo ministro uscente, Nikol Pashinyan, favorito nei sondaggi

03/06/2026, Luna De Bartolo

Armenia ai seggi domenica 7 giugno: elezioni parlamentari la cui rilevanza non può essere sovrastimata. Certo, il voto del 1991, che sancì l’indipendenza dall’Urss, e quello del 2018, coronamento della rivolta democratica che ha spodestato un logoro apparato oligarchico, sono stati altrettanto decisivi per il Paese. Ma se allora si trattava di momenti di unità nazionale, tra pochi giorni gli armeni saranno chiamati a decidere il proprio destino in una consultazione dall’esito non così scontato.

Due milioni e mezzo di elettori, diciotto forze politiche e una società scissa su temi determinanti. I più controversi riguardano il processo di pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione delle relazioni con la Turchia, l’orientamento della politica estera, il dibattito identitario e lo stato di diritto, le tensioni tra il governo e la Chiesa apostolica armena, ma anche l’economia e l’occupazione, in un contesto estremamente polarizzato.

Il programma di Nikol Pashinyan

Al centro della disputa c’è il giornalista eroe della rivoluzione di velluto, oggi un politico navigato che rivendica i suoi otto anni al comando e una visione radicale. Queste elezioni riveleranno se la sua “Armenia vera” – contrapposta alla nozione di una “Armenia storica” ancorata a narrative revansciste e al “culto del trauma” – incontri resistenze minoritarie, seppur rumorose, o rappresenti un progetto genuinamente divisivo.

Nikol Pashinyan contro tutti (o quasi). Salvo una manciata di partiti con scarse o nulle possibilità di entrare in parlamento, le opposizioni si collocano su posizioni diametralmente opposte a quelle del primo ministro. E, sebbene il consenso dei sondaggi veda il partito di governo Contratto civile in netto vantaggio su questa frammentata galassia di avversari, una sfida non trascurabile è costituita da tre schieramenti: innanzitutto il blocco Armenia forte, del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan. Poi l’Alleanza Armenia dell’ex presidente Robert Kocharyan, e Armenia prospera del magnate Gagik Tsarukyan.

Il trio contesta aspramente la svolta filoccidentale di Pashinyan e la sua gestione dei negoziati con Baku. Il premier li chiama “partito della guerra a tre teste”, sostenendo che il loro intento di rivedere i termini della riconciliazione con l’arcinemico provocherebbe un’immediata reazione militare azera, da cui il Paese non sarebbe in grado di difendersi.

La frammentazione delle opposizioni

Dal canto loro, le opposizioni accusano Pashinyan di arrendevolezza, sostenendo di poter inchiodare il presidente azero Ilham Aliyev a condizioni più favorevoli grazie a una “pace garantita”. In verità, dopo l’esodo forzato della popolazione armena del Nagorno Karabakh nel 2023, sullo sfondo dell’inazione del contingente di pace russo e di una flebile risposta internazionale, l’idea di garanti esterni si è rivelata irrealistica, spostando il processo negoziale su binari prettamente bilaterali.

Il punto non è stabilire se siano auspicabili meccanismi capaci di far rispettare il diritto, quanto piuttosto se siano impiegabili nelle attuali condizioni geopolitiche. Kocharyan, ad esempio, pretende l’adozione di tali dispositivi “al di là del volere di Aliyev” ma non chiarisce in quale modo questo scopo possa essere raggiunto.

Pashinyan ritiene che una pace duratura dipenda da un sistema vantaggioso per entrambe le parti. In questa direzione va l’intesa raggiunta nel 2025 a Washington, che ha definito un quadro per la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaijan. Nonostante la firma del trattato di pace resti subordinata alla richiesta di Baku di eliminare dalla costituzione armena qualsiasi menzione al Nagorno Karabakh – questione politicamente assai sensibile, che richiede una maggioranza in parlamento di 2/3 e un referendum confermativo – Pashinyan e Aliyev si sono impegnati con il presidente Donald Trump a riconoscere l’inviolabilità dei rispettivi confini internazionali.

Il trattato di pace con l’Azerbaijan e il corridoio TRIPP di Trump

Determinanti sono stati gli incentivi offerti dagli Usa, che hanno sciolto uno dei nodi chiave: la creazione di un collegamento tra l’Azerbaijan e la sua exclave del Nakhichevan attraverso il territorio armeno, perno di un accordo che, se portato a compimento, promette significativi benefici economici e strategici a entrambi i Paesi.

La “Rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale” (Tripp), corridoio logistico, energetico e digitale la cui gestione è affidata a un consorzio statunitense, è pensato per integrarsi nel Corridoio di mezzo, il percorso più breve tra Cina e Europa.

L’ambizioso piano di Pashinyan punta a inserire l’infrastruttura all’interno di uno sblocco integrale dei collegamenti regionali, trasformando l’Armenia in uno snodo decisivo tra Oriente e Occidente. Ciò richiede una normalizzazione tra Yerevan e Ankara – stretta alleata di Baku, che mantiene il confine armeno sigillato dagli anni Novanta – vincolata però alla firma di una pace che, come menzionato, presenta ancora un serio ostacolo. Pur senza assumere il ruolo di garante, gli Usa rappresentano lo sponsor dell’intesa, offrendo a Yerevan uno scudo implicito.

Politica estera: la svolta di Yerevan verso l’Unione Europea e lo scontro con Mosca

L’inclusione dell’Armenia in un corridoio commerciale che aggira la Russia – seppur strutturalmente aperto a sinergie con Mosca – introduce l’altra grande faglia del dibattito elettorale: il vettore della politica estera. Le tre formazioni di opposizione con le maggiori possibilità di entrare in parlamento invocano l’urgenza di rinsaldare i legami con lo storico alleato, mentre Pashinyan, che non punta alla rottura con la Russia ma a una diversificazione che ne allenti la dipendenza economica ed energetica, ha avviato passi decisi in direzione dell’Occidente.

Il distanziamento dal Cremlino si è consumato in parallelo con le tragiche vicende del Nagorno Karabakh e le incursioni azere oltreconfine del 2022. Baku ancora oggi occupa, denuncia Yerevan, oltre 200 km quadrati di territorio armeno. Dopo il mancato intervento di Mosca e della Csto, la “Nato a guida russa”, Pashinyan ha congelato la partecipazione del Paese alla coalizione per poi ottenere il ritiro delle truppe di frontiera russe dall’aeroporto di Yerevan e il progressivo disimpegno dai confini di terra, senza tuttavia mettere in discussione la base di Gyumri, cuore della presenza di Mosca in Armenia. Altri strappi hanno approfondito la frattura con il Cremlino, fino all’inserimento dell’integrazione europea tra le priorità strategiche del governo.

La svolta si è manifestata in modo eclatante il 4 maggio, quando Yerevan ha ospitato il vertice della Comunità politica europea, seguito dal primo summit bilaterale Armenia-Ue. E da Mosca, il 9 maggio, Vladimir Putin ha invitato Yerevan a indire un referendum tra l’integrazione con l’Ue e la permanenza nell’Unione economica eurasiatica (Uee). Il leader russo ha evocato lo “scenario ucraino”, ribadendo la narrativa secondo cui nel 2014 “la crisi” sarebbe nata dalla volontà di Kyiv di avvicinarsi a Bruxelles.

Una linea ribadita il 29 maggio nel comunicato finale del vertice eurasiatico di Astana, in cui i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno paventato la sospensione di Yerevan dal blocco.

Pashinyan ha definito “illogica” l’idea di una consultazione popolare finché la scelta tra Ue e Uee non sarà “inevitabile”. Le minacce si sommano alle limitazioni alle esportazioni armene imposte da Mosca, che prospetta una revoca del regime di esenzione dai dazi per le forniture energetiche.

Il rapporto della missione pre-elettorale dell’Istituto McCain definisce le campagne di disinformazione russe “incredibilmente sofisticate”. Reuters riporta inoltre che il Cremlino avrebbe ideato “un’audace operazione” per portare ai seggi in patria fino a 100 mila elettori residenti in Russia.

Il più ampio contesto politico è segnato da gravi conflittualità tra il governo e la Chiesa apostolica armena, che gode del sostegno di buona parte delle opposizioni. Leader religiosi e di partito sono stati sottoposti a procedimenti penali. Tra loro lo stesso fondatore di Armenia Forte, Samvel Karapetyan – un oligarca strettamente legato al Cremlino – agli arresti domiciliari con accuse di istigazione al rovesciamento dell’ordine costituzionale e reati finanziari.

Sondaggi elettorali in Armenia: scenari politici e il rischio per lo stato di diritto

In un contesto così polarizzato non sorprende l’elevata reticenza nei sondaggi. Se Nikol Pashinyan stacca nitidamente gli avversari raccogliendo circa il 30% delle preferenze, la quota di elettori che si dicono indecisi o rifiutano di rispondere tocca il 40%, imponendo prudenza. Alle spalle del premier regna la frammentazione: Karapetyan è secondo con percentuali tra il 6 e il 15% mentre Kocharyan e Tsarukyan oscillano attorno alla soglia di sbarramento. I voti delle formazioni che non riusciranno a entrare in parlamento verranno poi suddivisi proporzionalmente tra le forze che hanno superato la soglia (4% per i partiti, 8-10% per le coalizioni).

Infine, il voto del 7 giugno non è una scelta lineare tra Russia e Occidente quanto piuttosto una competizione tra visioni del futuro che il dibattito elettorale tende a indirizzare lungo quella stessa faglia: da un lato, un Paese che aspira a diventare, nelle parole di Pashinyan, “crocevia del mondo”, e scommette sulla possibilità di una vera riconciliazione con i propri vicini accettando una profonda revisione identitaria. Dall’altro, un’Armenia più conservatrice che continua a vedere in Mosca una garanzia di sicurezza e di tutela dei valori nazionali, non credendo in una pace che rigetta o che reputa imposta sotto ricatto.

E tra le pieghe di questa inevitabile semplificazione si annida una questione insidiosa: mentre lo spazio pubblico si satura di retoriche aggressive e narrazioni allarmiste, in una logica amico-nemico che diffida di ogni voce critica, i segnali di un’erosione dello stato di diritto appaiono più evidenti.

Pashinyan è arrivato al potere promettendo la democrazia, e sebbene l’Armenia non sia mai stata così libera, si rafforzano i sospetti di un’applicazione selettiva della giustizia, mentre i media indipendenti e le organizzazioni della società civile denunciano crescenti pressioni: una tendenza che non può essere legittimata dalla necessità di difendersi dalle interferenze esterne. È anche su questo terreno, non meno importante, che verrà definito il futuro del Paese.

Osservatorio Balcani e Caucaso 


Armenia al voto: le elezioni più “geopolitiche” di sempre? (ISPI)


Armenia: ultima frontiera (Ansa)


Armenia. Il 7 si vota: il Caucaso diventa il nuovo fronte della guerra ibrida (Notizie Geopolitiche)


L’Armenia al bivio tra Russia e Occidente (ZetaLuiss)


Armenia: Perché le Elezioni Parlamentari Rappresentano una Sfida Esistenziale (SpecialeEurasia)

 

La letteratura armena ridà voce alle vittime del genocidio (Lanuovabq 03.06.26)

Le pagine di Antonia Arslan e di Maria Nazle Corinaldi strappano all’oblio una raffinata civiltà che i turchi volevano cancellare anche sul piano simbolico. Oltre la testimonianza storica sono atti di resistenza morale perché i morti non vengano di nuovo uccisi dal silenzio.

Nel mio libro La realtà dell’orco formulo una tesi che è stata giudicata provocatoria e inquietante: il genocidio vero non nascerebbe soltanto dall’odio, ma soprattutto dall’invidia. Oggi il termine è usato a casaccio e a sproposito, anche come oscena calunnia. In realtà il genocidio vero non nasce dall’ostilità verso un nemico potente e aggressivo, ma dal rancore verso una minoranza percepita come culturalmente superiore, più vitale, più creativa, più capace.

L’immagine scelta è quella della fiaba di Biancaneve. La regina vuole eliminare Biancaneve non perché la principessa rappresenti un pericolo reale, non perché minacci il suo regno, ma semplicemente perché è più bella. La sua esistenza è intollerabile. La bellezza dell’altra diventa una condanna. In questa lettura simbolica, la fiaba contiene il nucleo psicologico del genocidio vero: l’impossibilità di sopportare la presenza di qualcuno che incarni una superiorità morale e culturale.

Gli armeni nell’Impero Ottomano costituivano una minoranza numericamente ridotta, eppure occupavano spesso posizioni centrali nella vita economica e culturale. Erano professionisti, artigiani, insegnanti, medici, commercianti. Una comunità dinamica, istruita, cosmopolita. Ed è proprio questa vitalità che, ha alimentato il rancore di chi vedeva nella loro presenza una smentita della propria mediocrità. Gli armeni erano una percentuale minoritaria della popolazione turca, ma erano la metà dei medici, la metà degli ingegneri, il 60% dei professori universitari, il 90% dei fabbri e il 99% degli orologiai.

La fiaba di Biancaneve ci fornisce anche una seconda metafora su chi commette un genocidio vero: è roso dall’invidia sociale ed è quello che Hans Magnus Enzensberger definisce Il perdente radicale. Pur di distruggere Biancaneve la Regina fa il supremo sacrificio: la sua vita e la sua bellezza. Pur di distruggere gli armeni con una guerra mondiale in corso i turchi ammazzano metà dei loro medici e dei loro ingegneri, distraggono dal fronte uomini e mezzi e accelerano la catastrofe. L’odio genocidario infatti raramente nasce soltanto da una divergenza religiosa o politica. Più spesso nasce dall’umiliazione. Il genocida guarda la vittima e vi riconosce qualcosa che sente di non possedere: disciplina, talento, eleganza, memoria, capacità di creare ricchezza e cultura. Per questo lo sterminio non è mai soltanto eliminazione fisica. È cancellazione simbolica. Bisogna distruggere il testimone vivente della propria inferiorità.

Il genocidio armeno del 1915 resta una delle tragedie più atroci del Novecento. Deportazioni, marce nel deserto, massacri sistematici, bambini strappati alle famiglie, villaggi cancellati. Un intero popolo trasformato in polvere e silenzio. Eppure il paradosso più terribile è che chi organizza uno sterminio finisce spesso per mutilare anche se stesso. Distruggendo gli armeni, l’Impero Ottomano distrusse una parte essenziale della propria intelligenza produttiva e culturale. È il gesto suicida della regina di Biancaneve: pur di annientare ciò che invidia, accetta di perdere la propria stessa bellezza. Qui entra in gioco la figura del “perdente radicale”, elaborata da Enzensberger. Il perdente radicale è colui che vive il successo altrui come un’offesa personale. Non sopporta l’idea che qualcun altro possa brillare. Non vuole elevarsi: vuole trascinare l’altro nella rovina. È una psicologia profondamente autodistruttiva. Non costruisce nulla, ma gode nel devastare. E il genocidio rappresenta la forma estrema di questa pulsione.

Enzensberger ci fornisce anche la motivazione di questo spaventoso divario culturale. Quando Gutenberg ha inventato la stampa, nel 1455, il costo dei libri è stato abbattuto e il loro numero moltiplicato. La stampa fu vietata nel mondo islamico in quanto l’unico libro di valore era il Corano. Vietata agli islamici, ma non ai non islamici, la stampa fu usata da armeni, copti, o ebrei per diventare ovunque l’èlite culturale.

La letteratura armena ha raccontato la tragedia del genocidio con una forza umana straordinaria. Tra i libri più intensi vi è La masseria delle allodole di Antonia Arslan, un romanzo che riesce nell’impresa quasi impossibile di trasformare il dolore storico in esperienza viva, concreta, quotidiana. Non ci troviamo davanti a un semplice libro sul genocidio: ci troviamo davanti alla distruzione di una famiglia, di un mondo domestico fatto di profumi, voci, ricette, giochi infantili, lettere, ricordi. Ed è proprio questo che rende il romanzo devastante. La grandezza della Arslan consiste nel non trasformare mai i suoi personaggi in simboli astratti. Gli armeni della Masseria non sono “vittime storiche”: sono esseri umani pieni di ironia, tenerezza, paure, vanità, speranze. Il lettore li vede vivere prima ancora che morire. E proprio per questo il dolore diventa insopportabile.

Quando la violenza irrompe, ciò che viene distrutto non è soltanto un popolo, ma una civiltà intera fatta di dettagli minimi e preziosi. Lo stile di Antonia Arslan è limpido, quasi pudico. Non indulge mai nella retorica dell’orrore. Non ha bisogno di urlare. Le scene restano impresse come ferite: i bambini in fuga, il silenzio delle donne, la dignità ostinata di chi comprende di essere condannato ma continua a difendere la propria umanità fino all’ultimo istante.

Un nuovo libro si aggiunge. Con Memorie di una lady armena la memoria armena trova oggi una nuova voce, diversa ma complementare. Il libro, curato da Antonia Arslan e Benedetta de Mari, non racconta soltanto una tragedia: racconta un mondo perduto. La figura di Maria Nazle Corinaldi emerge dalle pagine con una grazia quasi ottocentesca, attraversando Costantinopoli, la Grecia, l’Europa aristocratica e infine l’Italia. Non è soltanto una testimonianza storica, ma il ritratto di una civiltà cosmopolita e raffinata spazzata via dalla barbarie.  La grande qualità del libro sta nella sua eleganza narrativa. Le memorie non assumono mai il tono del documento freddo: hanno invece il respiro del romanzo, la leggerezza malinconica di chi osserva il passato da una distanza irreparabile. Costantinopoli appare come un luogo sospeso tra Oriente e Occidente, tra lusso e decadenza, tra splendore e minaccia. Ogni pagina sembra custodire il presentimento della fine. Gli Armeni qui tornano a essere volti, gesti, salotti, conversazioni, viaggi, amori. La memoria privata diventa resistenza contro l’oblio.

Forse è proprio questo il senso più profondo della letteratura armena: impedire che i morti vengano uccisi una seconda volta dal silenzio. La scrittura alterna raffinatezza aristocratica e nostalgia domestica. Ci sono pagine in cui il lettore sente quasi il rumore delle stoviglie, il profumo delle spezie, il riflesso del Bosforo nelle stanze dei palazzi. E poi, lentamente, su tutto cala l’ombra della Storia. Non una storia astratta, ma quella concreta violenza che spezza le famiglie, disperde gli archivi, cancella le lingue, interrompe le genealogie. In questo senso Memorie di una lady armena dialoga idealmente con La masseria delle allodole. Il primo custodisce il ricordo di un mondo elegante e cosmopolita; il secondo racconta il momento della distruzione. Insieme compongono un grande affresco della civiltà armena prima della catastrofe e del suo annientamento. In un momento in cui la nazione turca continua a negare il genocidio, se non a deriderlo, questi due libri diventano obbligatori.

Ed è per questo che libri come quelli di Antonia Arslan o le memorie di Maria Nazle Corinaldi hanno un valore che supera la semplice testimonianza storica. Sono atti di resistenza morale. Ci ricordano che ogni genocidio non tenta soltanto di uccidere delle persone: tenta di cancellare la bellezza del mondo. Ma la letteratura, quando è autentica, possiede una forza opposta. Ricostruisce volti, restituisce nomi, riaccende le voci perdute. Ed è forse questa la sconfitta definitiva di ogni sterminatore: scoprire che ciò che voleva cancellare continua ostinatamente a vivere nella memoria degli uomini.

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UE-Armenia, sempre più vicine (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.06.26)

Negli ultimi tre anni le relazioni tra Armenia e Unione europea hanno conosciuto un’accelerazione senza precedenti attraverso una progressiva istituzionalizzazione della cooperazione politica, economica e di sicurezza. Un passaggio centrale è stata la due giorni Unione – Armenia di inizio maggio, con prima il summit della Comunità Politica Europea, giunto all’ottavo incontro e poi il primo summit Armenia-UE.

Questi importanti appuntamenti si sono tenuti nel quadro del percorso di avvicinamento che si era andato consolidando nel marzo 2025, quando il parlamento armeno ha adottato una legge per avviare formalmente il processo di adesione all’Unione europea. Pochi mesi dopo, nel dicembre 2025, Bruxelles e Yerevan hanno adottato una nuova Agenda strategica per il partenariato UE-Armenia, che definisce le priorità della cooperazione bilaterale nei prossimi anni.

La partnership si fonda sul Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement (CEPA), entrato in vigore nel 2021, e su un crescente coinvolgimento europeo nel paese caucasico. Dopo l’invio della missione civile EUMA nel febbraio 2023, l’UE ne ha esteso il mandato nel febbraio 2025 per ulteriori due anni. Nell’aprile 2026 Bruxelles ha inoltre deciso di dispiegare in Armenia la European Union Partnership Mission (EUPM), con l’obiettivo di rafforzare la resilienza del paese rispetto alle minacce esterne.

Come riporta il portale ungherese EUrologus, sul piano economico la cooperazione è sostenuta dal piano europeo “Resilience and Growth” da 270 milioni di euro, annunciato nel 2024, e dagli investimenti previsti nell’ambito della strategia Global Gateway, pari a circa 2,5 miliardi di euro. L’Armenia è stata inoltre inclusa nello European Peace Facility, dal quale dovrebbe ricevere 30 milioni di euro.

Il Summit

Il summit UE-Armenia del 5 maggio ha rappresentato il punto più avanzato raggiunto finora nelle relazioni tra Bruxelles e Yerevan. L’incontro si è concluso con la firma ufficiale di una serie di lettere di intenti e accordi settoriali, sottoscritti pubblicamente dai funzionari responsabili della loro implementazione, alla presenza, come testimoni, del presidente del Consiglio europeo António Costa, della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del primo ministro armeno Nikol Pashinyan. I contenuti politici dell’intesa sono stati sintetizzati dalla stessa von der Leyen nel suo intervento finale e formalizzati nella Joint Declaration adottata al termine del summit.

Nel suo discorso, von der Leyen ha descritto l’Armenia come parte della “più ampia famiglia europea”, definendo il rapporto bilaterale una “partnership unica” destinata a entrare in una nuova fase. Il summit ha infatti delineato una cooperazione più strutturata in settori strategici, dalla connettività alla sicurezza, dall’energia alla liberalizzazione dei visti.

Uno dei pilastri principali riguarda la connettività regionale. Le parti hanno annunciato nuove iniziative per facilitare il transito e i collegamenti infrastrutturali, inclusa la modernizzazione dei valichi di frontiera e il rafforzamento del ruolo dell’Armenia come hub regionale. È stato inoltre avviato un dialogo ad alto livello sui trasporti, destinato a coordinare investimenti e integrazione con le reti europee.

Sul piano energetico, il summit ha confermato il sostegno europeo allo sviluppo delle energie rinnovabili in Armenia, in particolare nel settore solare. Bruxelles considera la cooperazione energetica parte integrante della strategia armena di diversificazione e riduzione della dipendenza esterna, in un quadro più ampio di sicurezza energetica integrata in Caucaso, verso il Mar Nero.

Un ulteriore capitolo ha riguardato il digitale e l’innovazione. L’UE ha espresso interesse a sostenere investimenti pubblici e privati nel settore tecnologico armeno, incluse infrastrutture digitali e progetti legati all’intelligenza artificiale. La Commissione ha presentato questo asse come uno dei settori di maggiore potenziale nella cooperazione futura tra Armenia e mercato europeo.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla sicurezza. La dichiarazione congiunta conferma il sostegno europeo alle iniziative di pace e stabilità nel Caucaso meridionale e richiama la crescente cooperazione nel contrasto alle minacce ibride.

Uno dei punti politicamente più rilevanti riguarda la liberalizzazione dei visti. Durante il summit è stato presentato il primo rapporto sui progressi compiuti dall’Armenia nel percorso verso la facilitazione dei visti con l’UE, tema che negli ultimi anni ha assunto un forte valore simbolico nel dibattito pubblico armeno. In questo contesto si inserisce l’avvio di forme di cooperazione con Frontex.

Infine, il summit ha posto particolare enfasi sugli aspetti sociali ed economici della partnership. Tra i progetti menzionati figurano iniziative di sminamento e programmi abitativi destinati agli sfollati, in particolare alle persone colpite dalle conseguenze dei recenti conflitti regionali, ma soprattutto la situazione degli esuli karabakhi.

Nelle parole dell’ambasciatore, la soddisfazione

I media HVG, OBCT e TSN hanno incontrato per un’intervista congiunta l’Ambasciatore dell’Unione europea in Armenia, Vassilis Maragos, il 7 maggio 2026 a Yerevan.

Alla domanda su quali fossero le sue aspettative per questa intensa tre giorni di incontri tra Armenia e Unione europea, l’ambasciatore ha descritto l’evento come ottimo, con ragguardevoli risultati. Secondo la sua valutazione, il summit non ha rappresentato un punto di partenza ma la fase di maturazione di un percorso già avviato. L’azione europea, ha spiegato, si inserisce in un modo concreto e settoriale che mira a rafforzare la resilienza del paese in ambiti economici, energetici, sociali e infrastrutturali. L’obiettivo principale è la diversificazione dell’Armenia in termini di mercati, partner e capacità di scelta strategica.

L’ambasciatore è tornato sulla parola chiave che più ha echeggiato durante questi giorni di intesi interscambi: la connettività. L’UE sta già lavorando al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto e di frontiera, compresi i progetti che coinvolgono la Georgia e l’Iran, sostenendo anche iniziative di interconnettività regionale più ampie legate ai progetti di connettività del Corridoio di Mezzo e del Mar Nero. In questo contesto, l’Ambasciatore Maragos ha sottolineato che una maggiore interdipendenza e l’apertura regionale potrebbero creare nuove opportunità economiche, rafforzare la sicurezza energetica e contribuire alla stabilità a lungo termine nel Caucaso meridionale.

Nel complesso, il quadro delineato restituisce un approccio europeo fondato su interventi mirati e graduali, che combinano infrastrutture, digitalizzazione e sostegno economico, con l’obiettivo di rafforzare la capacità del paese di integrarsi progressivamente nei sistemi regionali e transnazionali di trasporto, mercati, energia, mobilità umana e scambi culturali.

Un’apertura a ventaglio per un paese finora fortemente condizionato nel suo sviluppo da una geografia di area land-locked e da un impietoso quadro di isolamento regionale. Nessuna sorpresa, quindi, che la soddisfazione sia palpabile per questa possibile boccata d’aria, per questo scatto in avanti rispetto al trentennio passato, tre decadi di indipendenza difficilissime, apertesi e chiusesi con delle guerre.

Il viaggio in Armenia è stato organizzato su invito del programma EUNEIGHBOURS EAST, finanziato dall’Unione europea.

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Armenia, Pashinyan allenta le tensioni con la Russia e rivendica la sovranità prima del voto (Euronews 02.06.26)

Con gli ultimi sondaggi che lo danno verso un trionfo domenica, il premier Nikol Pashinyan ha detto agli armeni – e alla Russia – di volere una politica estera equilibrata ma sovrana, mentre Mosca aumenta la pressione con nuove sanzioni prima del voto cruciale

A pochi giorni dalle elezioni che potrebbero segnare una svolta storica per l’Armenia, il primo ministro Nikol Pashinyan si trova a gestire un delicato equilibrio tra l’avvicinamento all’Occidente e la necessità di mantenere rapporti stabili con la Russia, tradizionale alleato del Paese nel Caucaso meridionale.

Secondo gli ultimi sondaggi, Pashinyan appare favorito per la vittoria alle urne, ma la campagna elettorale è stata accompagnata da crescenti pressioni politiche ed economiche provenienti da Mosca. Al centro del dibattito vi è il futuro orientamento geopolitico dell’Armenia e la possibilità, sempre più discussa, di un’integrazione più stretta con l’Unione Europea.

Nei giorni scorsi il premier armeno ha risposto alle richieste provenienti dall’Unione economica eurasiatica (EAEU), il blocco economico guidato dalla Russia, che ha sollecitato un referendum per chiarire la posizione del Paese tra Bruxelles e l’organizzazione eurasiatica. Pashinyan ha però escluso che esistano oggi le condizioni per una consultazione popolare di questo tipo.

Secondo il capo del governo, l’adesione all’Unione europea resta per il momento un’ipotesi teorica. Erevan non ha infatti presentato alcuna domanda ufficiale di adesione né si trova vicino all’ottenimento dello status di Paese candidato. Per questo motivo, ha spiegato, sottoporre la questione a referendum sarebbe prematuro e poco giustificabile.

Pur mantenendo aperta la prospettiva europea, il premier ha ribadito che l’Armenia continuerà a collaborare con l’Unione economica eurasiatica fino a quando una scelta definitiva tra i due percorsi non diventerà inevitabile. Quando quel momento arriverà, ha precisato, sarà il popolo armeno a decidere attraverso una consultazione referendaria.

Nel tentativo di ridurre le tensioni con Mosca, Pashinyan ha definito la fase attuale delle relazioni con la Russia come un processo di trasformazione positivo, sottolineando che i rapporti tra i due Paesi rimangono aperti e trasparenti. Tuttavia, il premier non ha nascosto la volontà di proseguire lungo la strada della normalizzazione dei rapporti con la Turchia e con l’Azerbaigian, due dossier particolarmente sensibili per la politica estera armena.

Per Pashinyan, il dialogo con Ankara e Baku rappresenta una necessità strategica più che una scelta politica. Secondo il leader armeno, l’assenza di relazioni con la Turchia genera squilibri che aumentano i rischi di instabilità regionale, rendendo indispensabile il percorso di riavvicinamento.

Le dichiarazioni arrivano mentre l’opposizione filorussa continua a criticare la linea del governo, accusandolo di allontanare l’Armenia dall’orbita storica di Mosca e di mettere a rischio gli interessi strategici del Paese.

Nel frattempo, il Cremlino alterna segnali di apertura e misure di pressione. Domenica il presidente russo Vladimir Putin ha inviato una lettera di auguri a Pashinyan in occasione del suo compleanno, ribadendo l’interesse di Mosca a sviluppare ulteriormente le tradizionali relazioni amichevoli tra i due Paesi.

Parallelamente, però, la Russia ha intensificato la pressione economica sull’Armenia. Da lunedì è entrato in vigore il divieto di importazione di gran parte dei prodotti ittici armeni, che si aggiunge alle precedenti restrizioni su frutta, verdura, vino, brandy e sull’acqua minerale Jermuk. Mosca ha inoltre ventilato la possibilità di limitare le forniture energetiche di petrolio e gas, fondamentali per l’economia armena.

Di fronte a queste misure, il governo di Erevan ha promesso sostegni economici e compensazioni agli agricoltori e ai produttori colpiti dagli embarghi russi, cercando di contenere l’impatto delle restrizioni sul settore agroalimentare nazionale.

Il voto di domenica potrebbe quindi rappresentare molto più di una semplice consultazione elettorale. Dall’esito delle urne dipenderà infatti la capacità dell’Armenia di proseguire il proprio percorso di apertura verso l’Europa senza compromettere i rapporti con la Russia, in un contesto regionale sempre più complesso e segnato da profondi cambiamenti geopolitici.

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I milioni europei per la riforma della giustizia in Armenia: democrazia o concentrazione del potere? (L’Antidiplomatico 02.06.26)

A Bruxelles amano raccontare storie di successo. Soprattutto quando si tratta di Paesi che ricevono fondi europei, adottano «riforme democratiche» e utilizzano il linguaggio politico giusto. Per molti anni l’Armenia di Nikol Pashinyan è stata presentata proprio come una di queste storie.

Dopo gli eventi del 2018, alle istituzioni europee furono promessi tribunali indipendenti, stato di diritto e una rottura definitiva con le pratiche di interferenza politica nella giustizia. In risposta arrivarono consistenti flussi di finanziamenti. Milioni di euro provenienti dai contribuenti europei furono destinati alla riforma del sistema giudiziario armeno. La spesa pubblica per la giustizia aumentò sensibilmente. Furono create nuove strutture, nuovi organismi, nuovi meccanismi anticorruzione e nuove posizioni amministrative.

Bruxelles ha ottenuto rapporti impeccabili.

La società armena, invece, sembra aver ottenuto un risultato molto diverso.

A distanza di anni diventa sempre più difficile spiegare ai cittadini europei come siano stati utilizzati quei fondi e perché l’indipendenza della magistratura promessa non sia diventata una realtà condivisa.

Alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari armene, alcuni giornalisti investigativi hanno pubblicato un’ampia inchiesta sullo stato del sistema giudiziario del Paese. L’articolo è stato pubblicato dal progetto mediatico armeno Vochtrkatsmane.

Secondo tale ricostruzione, sotto la bandiera della lotta alla corruzione si sarebbe verificata una profonda riorganizzazione politica delle istituzioni giudiziarie armene. Organismi che avrebbero dovuto rappresentare una barriera tra magistratura e potere esecutivo sarebbero progressivamente finiti sotto l’influenza di figure strettamente legate all’attuale classe dirigente.

Era stata promessa indipendenza. Molti osservatori vedono invece una nuova forma di dipendenza. Era stata promessa depoliticizzazione. Ma cresce la percezione di un sistema nel quale la lealtà politica conta più dell’autonomia istituzionale.

Particolarmente significativi appaiono i cambiamenti che hanno interessato la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio queste istituzioni avrebbero dovuto costituire il pilastro della separazione dei poteri. Oggi, tuttavia, sempre più critici le descrivono come elementi di un meccanismo funzionale alla stabilità politica dell’attuale governo.

Anche la storia del Tribunale Anticorruzione, uno dei progetti simbolo della riforma sostenuta finanziariamente dall’Europa, continua ad alimentare interrogativi.

Con il passare del tempo, il sistema anticorruzione viene associato sempre più spesso non all’uguaglianza davanti alla legge, bensì a un’applicazione selettiva della giustizia. Nelle indagini e nei procedimenti giudiziari compaiono con frequenza oppositori politici, rappresentanti dell’opposizione e figure scomode della vita pubblica.

Quando simili dinamiche si ripetono con regolarità, emergono domande alle quali le autorità faticano a fornire risposte convincenti.

Dove finisce la lotta alla corruzione e dove inizia la pressione politica?

Dov’è il confine tra giustizia e opportunità politica?

E perché le istituzioni europee continuano a descrivere la riforma come un successo nonostante le criticità evidenziate da numerosi osservatori internazionali?

L’aspetto più scomodo è che queste critiche non provengono più soltanto dall’opposizione armena. Organizzazioni internazionali continuano a segnalare problemi relativi all’indipendenza dei tribunali, al basso livello di fiducia pubblica nella giustizia e alla persistenza di influenze politiche sui processi decisionali.

Se così fosse, il problema assumerebbe una dimensione sistemica. E a quel punto la domanda non sarebbe rivolta soltanto a Erevan, ma anche a Bruxelles.

Che cosa ha finanziato realmente l’Unione Europea in tutti questi anni? Una magistratura indipendente? Oppure una riforma che funziona soprattutto nei documenti ufficiali e nelle relazioni presentate ai donatori internazionali?

I contribuenti europei hanno il diritto di sapere perché decine di milioni di euro continuano a essere investiti in programmi di democratizzazione mentre il risultato finale rimane oggetto di contestazione: una parte significativa della società continua a diffidare dei tribunali e le accuse di interferenza politica non sono scomparse.

L’Armenia rischia così di trasformarsi non in un modello di successo, ma in un esempio delle contraddizioni della politica di vicinato europea.

Per anni Bruxelles ha finanziato processi la cui efficacia viene spesso misurata dal numero di fondi spesi, strategie elaborate e seminari organizzati. Le conseguenze concrete per la qualità della democrazia passano in secondo piano. Ciò che conta è poter presentare risultati formali e rispettare gli indicatori previsti dai programmi.

In questo modo le istituzioni democratiche rischiano di trasformarsi in costose scenografie. L’indipendenza della magistratura esiste nei documenti.

Lo stato di diritto nelle dichiarazioni ufficiali. Il successo delle riforme nei rapporti destinati ai finanziatori.

Nel frattempo, la società armena continua a confrontarsi con interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia che restano aperti come otto anni fa.

E finché queste domande non riceveranno risposte convincenti, ogni nuovo euro destinato a tali programmi rischierà di apparire non come un investimento nella democrazia, ma come un contributo a un’ulteriore concentrazione del potere nelle mani dell’élite politica al governo.

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Elezioni in Armenia, il Paese guarda all’Ue ma è legato a doppio filo alla Russia. Lukashenko: “Se fanno passi falsi rischiano uno scenario ucraino” (IlFattoQuotidiano 02.06.26)

A inizio maggio si è tenuto a Erevan un summit della Comunità Politica Europea, per la prima volta nel Caucaso. Il presidente Nikol Pashinyan, in corsa per il voto del 7 giugno, sogna l’avvicinamento a Bruxelles, dopo la decisione di Mosca di non difendere il suo Paese nella guerra del Nagorno Karabakh. Ma accordi politici, economici e infrastrutturali frenano il processo

I sondaggi realizzati in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno danno il partito del primo ministro armeno Nikol Pashinyan in netto vantaggio, ma la stabilità per il piccolo Paese del Caucaso è tutt’altro che scontata. Una situazione che ha a che fare tanto con il composito quadro politico interno quanto con il complesso posizionamento internazionale di Erevan. Su quest’ultimo fronte, l’Armenia sta provando a ritagliarsi un ruolo internazionale di ponte tra vari interessi contrapposti, un tentativo di trovare un equilibrio quanto mai complesso.

Negli ultimi giorni, la tensione con la Russia è salita notevolmente ed è culminata con la convocazione a mosca dell’ambasciatore russo nel Paese per consultazioni sui passi che l’Armenia starebbe facendo in direzione dell’Unione europea. A inizio maggio si è tenuto nella capitale un summit della Comunità Politica Europea, per la prima volta nel Caucaso. Presente anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e, durante il vertice, è stata firmata un’intesa di massima tra Bruxelles e le autorità armene su vari temi, tra cui la connettività, la sicurezza, l’energia e la cooperazione sul fronte della lotta alla disinformazione. Tra i leader europei, quello che si è spinto più in là con le dichiarazioni è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha supportato con forza il percorso verso l’Ue dell’Armenia. Una strada che anche dal lato armeno si sta cercando di perseguire formalmente con la ratifica di leggi che rispettino gli standard imposti dall’Unione. Questo spiega, in parte, l’irritazione della Russia che vuole mettere i bastoni tra le ruote in ogni modo a Pashinyan. Se il presidente bielorusso Aleksandar Lukashenko, megafono del Cremlino, ha paventato per l’Armenia uno scenario ucraino in caso di passi falsi, un ramoscello d’ulivo è stato teso dal presidente russo Vladimir Putin il 1 giugno, in occasione del cinquantunesimo compleanno di quest’ultimo. La chiamata fatta partire da Mosca è servita per provare a ristabilire un canale di dialogo e placare gli animi.

Le tensioni lungo l’asse Mosca-Erevan sono però iniziate ben prima della fiammata recente. La miccia, dal lato caucasico, è stata particolarmente significativa. A dare il via al lento ma progressivo distanziamento dalla Russia è stata soprattutto la decisione del presidente russo di non muovere un dito durante l’assalto azero al Nagorno Karabakh del settembre 2023. La devastante sconfitta ha provocato pesanti proteste in Armenia e ci si è chiesti il senso di essere membri della Csto, organizzazione di sicurezza a guida russa, che in teoria avrebbe dovuto tutelare il Paese in casi come l’attacco sferrato da Baku. Pashinyan ha dichiarato in più di un’occasione la volontà di recedere dalla Csto che include, oltre a Russia e Armenia, anche la Bielorussia, il Kazakistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Al momento, una decisione definitiva non è arrivata anche perché, va sottolineato, Mosca dispone di una presenza militare significativa sul territorio armeno.

Sempre sul fronte militare, un elemento in parte inatteso è emerso durante la parata che a fine maggio si è tenuta a Erevan. Il governo armeno voleva mostrare i muscoli e alcuni analisti hanno scovato tra gli armamenti mostrati anche dei sistemi antimissile iraniani, sviluppati da poco e utilizzati anche negli scontri con gli Stati Uniti. Si tratta della prima volta che Teheran esporta questo sistema e il fatto che li abbia venduti all’Armenia dimostra quanto complesso sia l’equilibrio regionale in questa dimensione. D’altronde i rapporti militari tra i due Paesi sono stretti e negli ultimi anni stanno registrando un ulteriore consolidamento.

Nel quadro non manca la presenza di Washington. Il presidente Donald Trump appoggia a chiare lettere Pashinyan e punta anche sull’Armenia per creare un corridoio di transito tra Turchia e Asia Centrale che eviti il territorio russo o quello iraniano. Erevan sta cercando di normalizzare i rapporti con Ankara così come con Baku, dopo il citato conflitto del 2023. Ma l’influenza di Mosca è anche infrastrutturale: la gestione delle rete ferroviaria del Paese è nelle mani di una compagnia russa almeno fino al 2038, sulla base di un accordo trentennale siglato nel 2008. Il primo ministro armeno torna sul tema con grande frequenza, proponendo una revisione di questa intesa, finora però senza aver mosso passi concreti. Questa la situazione geopolitica in cui il Paese si trova in vista del voto, una tornata elettorale che molti analisti hanno definito la più importante dall’indipendenza armena dopo la fine dell’Unione Sovietica.

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Dal lavash alle focacce ripiene, viaggio in Armenia alla scoperta dei piatti tradizionali (LaStampa 01.06.26)

La cosa più affascinante è vedere le mani esperte delle donne armene impastare con naturalezza acqua e farina e poi stendere la sfoglia così sottile da sembrare un’ostia senza farla rompere.

In Armenia, tra monasteri millenari, vigneti e montagne dominate dalla presenza costante dell’Ararat, uno dei momenti più affascinanti è assistere alla preparazione del lavash e degli zhingyalov hats, due specialità che raccontano molto più di una semplice tradizione gastronomica. La scena si svolge nella tenuta di Voskeni Wines, azienda vitivinicola a conduzione familiare situata nel villaggio di Sardarapat, nella Valle dell’Ararat. Qui un’anziana donna lavora davanti a un forno tradizionale come probabilmente hanno fatto sua madre, sua nonna e generazioni di donne armene prima di lei.

Le sue mani sono robuste, segnate dal tempo e dal lavoro. Eppure, si muovono con una leggerezza sorprendente. Davanti a sé ha soltanto acqua e farina. Impasta, divide, stende.

La sfoglia diventa sempre più sottile, quasi trasparente. Poi, con un movimento rapido, la solleva e la fa volteggiare nell’aria. Non si rompe né si strappa. La adagia quindi su una sorta di cuscino convesso e, con un gesto che sembra sfidare il calore, la attacca direttamente alle pareti interne del forno. È il tonir, il tradizionale forno armeno interrato a forma di pozzo e rivestito di terracotta o pietra, da secoli il cuore della cucina domestica armena. Non serviva soltanto per cuocere il pane: veniva utilizzato anche per arrostire la carne e, nelle case rurali, contribuiva persino al riscaldamento degli ambienti.

Dopo pochi secondi, il lavash è pronto. Sottile, fragrante, leggermente dorato, in alcuni punti bruciacchiato. In Armenia il lavash un simbolo identitario tanto che nel 2014 l’Unesco ha inserito la sua preparazione nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, riconoscendone il valore sociale e culturale. Tradizionalmente associato all’ospitalità, alla prosperità e all’unità familiare, il lavash accompagna praticamente ogni pasto della cucina armena. Era anche uno dei cibi preferiti di Charles Aznavour, il grande chansonnier francese di origini armene, fotografato più volte mentre osservava donne impegnate nella preparazione tradizionale di questo pane.

Ma se il lavash rappresenta l’anima più universale della tavola armena, esiste un’altra preparazione che racconta ancora meglio il rapporto tra questo popolo e la propria terra. Si chiama zhingyalov hats. Anche qui gli ingredienti di partenza sono semplicissimi: acqua e farina, la differenza sta nel ripieno.

Le sottili focacce vengono farcite con un mix di erbe aromatiche e verdure verdi finemente tritate: coriandolo (uno degli ingredienti più presenti nella cucina locale), prezzemolo, aneto, menta, spinaci, bietole, ortiche, tarassaco e foglie di ravanello sono soltanto alcune delle varietà utilizzate. A seconda della stagione e della disponibilità, il numero delle erbe può arrivare anche a venti.

Una volta richiusa a mezzaluna, la focaccia viene cotta rapidamente su una piastra rovente chiamata saj, senza aggiunta di olio. Il risultato è sorprendente: una sfoglia sottile e leggermente affumicata che racchiude tutti i profumi delle montagne caucasiche.

Originari delle regioni di Artsakh e Syunik, gli zhingyalov hats nascono come cibo di sopravvivenza. Durante periodi di guerra, carestia o difficoltà economiche, le famiglie si rifugiavano nei boschi e raccoglievano qualsiasi erba commestibile disponibile, trasformandola in un pasto nutriente e ricco di vitamine. Una cucina povera che oggi è diventata patrimonio culturale. Nelle città dell’Artsakh, un tempo le focacce venivano preparate quotidianamente nei mercati e vendute ancora calde. Le donne si riunivano per ore per lavare, selezionare e tritare montagne di erbe fresche necessarie alla preparazione. Un lavoro collettivo che era al tempo stesso cucina, socialità e memoria. Non a caso lo zhingyalov hats è diventato uno dei simboli più riconoscibili della diaspora armena.

A Glendale, in California, dove vive una delle più grandi comunità armene al mondo, esiste persino un celebre ristorante che porta il nome di questo piatto. In un Paese segnato da una storia complessa, tra imperi, genocidio, diaspora e rinascita, il cibo continua a essere uno dei legami più forti con le proprie radici e un ambasciatore per farsi conoscere e apprezzare sempre più nel mondo.

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Ue: “Mosca vuole influenzare l’esito delle elezioni in Armenia” (Ansa 01.06.26)

BRUXELLES – “L’Armenia, in quanto paese sovrano, democratico e indipendente, ha tutto il diritto di scegliere la propria strada e i propri partner. Sosteniamo la resilienza democratica dell’Armenia, anche di fronte a gravi minacce, disinformazione e interferenze straniere, nonché ai tentativi di minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.Sia chiaro, inoltre, che la tempistica non è casuale. La Russia mira a danneggiare l’economia armena e a influenzare l’esito delle elezioni parlamentari in Armenia. Continueremo a sostenere l’Armenia nell’affrontare tali tentativi di coercizione”. Lo ha detto un portavoce della Commissione Europea.


Armenia, la Commissione Europea sostiene che la Russia stia tentando di influenzare il risultato delle elezioni e di danneggiare l’economia del Paese. Collegamento con David Carretta da Bruxelles

Per Putin l’Armenia non si può perdere (Huffingtonpost 31.05.26)

A pochi giorni dalle elezioni politiche in Armenia, altra nazione ex-Urss che sta sganciandosi sempre di più dall’orbita intorno a Mosca, cresce la pressione di Vladimir Putin sugli elettori di Yerevan e dintorni, chiamati al voto il 7 giugno. Sabato l’ambasciatore russo Sergei Kopyrkin è stato convocato a Mosca per consultazioni in merito ai passi armeni di riavvicinamento con l’Ue, “iniziative che risultano dannose per la cooperazione nell’ambito dell’Unione Economica Eurasiatica”, specifica la missione diplomatica russa, parlando dell’Associazione che favorisce gli scambi commerciali tra 5 paesi post-sovietici, tra cui l’Armenia e la Russia.

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