Israele usa il genocidio armeno per attaccare la Turchia (Domani e latri 01.07.26)

Il possibile riconoscimento rischia di minare la stabilità regionale nel momento di riavvicinamento tra Ankara ed Erevan. Anche l’Azerbaigian, alleato di Tel Aviv, ha criticato la decisione. Il governo turco reagisce con durezza: «Pura ipocrisia, voi massacrate gli innocenti»

Il governo israeliano ha deciso di riconoscere il genocidio degli armeni, il massacro avvenuto nel 1915, quando tra i 600mila e 1,5 milioni di armeni residenti nei territori ottomani morirono mentre scappavano verso il deserto siriano. L’evento è da tempo argomento di dibattito, non essendo ancora universalmente riconosciuto come genocidio: a oggi, più di trenta paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Russia e Canada, hanno formalmente adottato questa definizione, …..

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Genocidio armeno, Erdogan attacca Israele: “La nostra storia non conosce massacri e oppressione” (La Repubblica)


Israele sfida la memoria negata. Il riconoscimento del genocidio armeno apre un nuovo fronte con la Turchia (La Voce)


Propaganda contro propaganda, genocidio contro genocidio (Haffingtonpost)

Il Medio Oriente visto da Gerusalemme. Genocidio armeno, Libano, Gaza e antisemitismo (RadioRadicale 01.07.26)

Fiamma Nirenstein, in questa puntata della rubrica “Il Medio Oriente visto da Gerusalemme”, analizza il riconoscimento del genocidio armeno da parte del governo israeliano, spiegando le ragioni storiche del precedente mancato riconoscimento – il rapporto strategico con la Turchia e il principio dell’unicità della Shoah – e la definisce una scelta che ritiene giusta, pur segnalando la reazione fredda dell’Armenia e le proteste di Azerbaigian e Turchia.

Commenta l’intervista di Netanyahu a Channel 14 in vista della campagna elettorale, precisando che non si può ancora parlare di un vero avvio della campagna, dal momento che la data del voto resta incerta e molto dipenderà anche dal comportamento dei partiti haredim, protagonisti nell’ultima settimana di blocchi stradali che hanno suscitato reazioni durissime, comprese quelle di alcuni rabbini contrari alla frattura interna al popolo ebraico in un momento di guerra.

Riporta poi il bilancio tracciato da Netanyahu sul conflitto con Iran e Hezbollah e sulla nuova rete di alleanze regionali, e la dichiarazione del premier secondo cui non vede una conclusione allo scontro in corso.

Sul Libano, contesta la ricostruzione di alcune testate italiane sui raid israeliani su Bint Jbeil, definita fuorviante perché omette il contesto delle installazioni militari di Hezbollah nell’area.

Su Gaza, riferisce di un carico di droni intercettato in arrivo dall’Egitto e di testimonianze palestinesi su un controllo repressivo di Hamas sulla popolazione, inclusa una dichiarazione dell’Autorità Palestinese sulla composizione dei detenuti nelle carceri israeliane.

Chiude con una rassegna di episodi di antisemitismo: la protesta contro i turisti israeliani in arrivo a Cagliari e la reazione di un gruppo di cittadini a loro sostegno, la polemica sulla collana a forma di Palestina storica indossata dal nuovo ambassador di Prada, le ronde antisioniste segnalate a Salonicco – città colpita 95 anni fa dal pogrom del quartiere ebraico Campbell – e le dichiarazioni del sindaco di New York Mamdani sulla natura etno-religiosa dello Stato di Israele.

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Armeni contro l’uso del genocidio come ‘arma’ nella guerra fra Netanyahu ed Erdogan (Asianews 30.06.26)

Nei giorni scorsi il governo israeliano ha approvato una misura per il riconoscimento formale, ora la palla passa al Parlamento per il voto finale. Critiche di Turchia e Azerbaijan. Per gli armeni è una mossa politica che si inquadra in tensioni e conflitti attuali. Kegham Balian di “Save The ArQ” parla di “insulto alla memoria” degli 1,5 milioni di assassinati dall’impero ottomano.

Milano (AsiaNews) – Un “insulto alla memoria” dei circa 1,5 milioni di armeni assassinati dall’impero ottomano e che vengono usati oggi, a distanza di oltre un secolo dal genocidio, come “merce di scambio” per soffiare sul fuoco della tensione con la Turchia e alimentare le ire della sua leadership. È un attacco frontale al governo israeliano e ai vertici dello Stato ebraico quello dello scrittore, ceramista e direttore comunicazione di “Save The ArQ” Kegham Balian, autorevole esponente della comunità armena di Gerusalemme. Membro di primo piano del movimento a difesa del quartiere armeno della città santa, si è speso in numerose battaglie per i diritti dei cristiani e a difesa delle sue proprietà, come accaduto nell’annosa vicenda riguardante il cosiddetto “Giardino delle Vacche” (Goveroun Bardez). “Nel 2020, durante la Guerra dei 44 Giorni Israele, al fianco della Turchia – ricorda l’attivista sul proprio profilo X – ha fornito all’Azerbaijan intelligence e armamenti all’avanguardia. Ciò ha portato all’uccisione di 5mila soldati armeni, culminando nella pulizia etnica di Artsakh (Nagorno-Karabakh) e nell’esodo di massa di 150mila armeni dalla loro patria millenaria di duemila anni”. Ecco perché, avverte, “non permetteremo che la sofferenza del nostro popolo venga usata per scopi di politicizzazione bellica”.

Israele e il genocidio (armeno)

Il 28 giugno scorso l’esecutivo del premier Benjamin Netanyahu ha approvato all’unanimità una proposta di legge finalizzata al riconoscimento formale del genocidio armeno, inviando la misura, introdotta dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, alla Knesset per un voto finale. “Non è mai troppo tardi per fare la cosa giusta” ha detto il titolare della diplomazia israeliana dopo il voto, definendo il riconoscimento del genocidio armeno “un dovere sia morale che storico”. Egli ha poi condannato gli sforzi per negare o distorcerne la documentazione. In caso di approvazione del Parlamento, l’ufficialità del riconoscimento porrà fine a decenni di omertà e disinteresse sulla questione, anche per le relazioni strategiche – almeno in passato – con Turchia e Azerbaigian.

La questione è stata discussa in Israele per anni con singoli deputati, membri di governo e commissioni parlamentari che hanno espresso un timido sostegno al riconoscimento. Un gruppo relativamente minoritario di politici, accademici e intellettuali israeliani ha sostenuto a lungo che il Paese aveva l’obbligo morale di fare un passo verso il riconoscimento. Tuttavia, nessun esecutivo aveva sinora approvato una proposta ufficiale in tal senso, e che coinvolgesse anche parte delle istituzioni statali. Di contro, la Turchia continua a negare che le sistematiche uccisioni di massa, deportazioni e persecuzione degli armeni dell’impero ottomano costituiscano un “genocidio”. Un termine coniato nel 1944 dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin, che ha citato la questione del massacro come uno degli eventi determinanti che lo hanno portato a sviluppare il concetto.

Fra quanti si sono spesi per un vero riconoscimento oltre le scelte di comodo o della contingenza politica vi è Israel Charny, fondatore dell’Istituto di Gerusalemme sull’Olocausto e il genocidio, che ha criticato con forza la politica pubblica ufficiale definendola una forma di “negazione”. Nel 2001 egli ha rimproverato pubblicamente l’allora ministro israeliano degli Esteri Shimon Peres per essersi riferito ai tragici eventi del 1915 come “accuse armene”, aggiungendo che non costituivano un genocidio e non dovevano essere paragonate all’Olocausto. Nel 2000 Yair Auron, un altro dei principali studiosi, ha pubblicato il libro “The Banality of Denial”, in cui ha esaminato il rifiuto dei governi israeliani per preservare le relazioni con la Turchia. Da oltre 20 anni alla Knesset si è cercato (invano) di riconoscere il genocidio armeno, col partito di sinistra Meretz che ha giocato un ruolo di primo piano. A partire dal 2008, l’allora leader Haim Oron è riuscito a mettere per la prima volta la questione all’ordine del giorno in commissione, ma anni di audizioni non hanno sortito alcun risultato. Nel 2016 il suo successore Zehava Galon ha ricordato come “anno dopo anno, diamo false speranze a coloro che sono qui riuniti”. Nell’occasione la Commissione per l’istruzione ha approvato un riconoscimento non vincolante del genocidio, anche se la misura non è stata assunta da tutte le componenti della Knesset.

Il fronte turco-azero

Dall’inizio della guerra a Gaza nel 2023 e per le ripetute accuse mosse dalla Turchia secondo cui Israele sta commettendo un genocidio nella Striscia, alcuni funzionari israeliani hanno sempre più fatto riferimento alla questione armena per attaccare Ankara e il suo governo. Già nel gennaio 2024, dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva dichiarato che il Paese stava presentando prove legali a sostegno della causa di genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele alla Corte internazionale di giustizia (Icj), il ministro israeliano degli Esteri Israel Katz aveva risposto rovesciando le carte. Accusando la Turchia di ipocrisia essendo “un Paese responsabile del genocidio armeno in passato”, egli ha quindi attaccato duramente il rivale turco: “Ricordiamo gli armeni, i curdi. La tua storia parla da sola”.

Ciononostante, per gli armeni questo repentino cambiamento della retorica di ministri e alti funzionari dello Stato ebraico appare più come una mossa politica improntata al cinismo e all’interesse personale, più che una vera presa di coscienza. Al riguardo l’attivista armeno di Gerusalemme Setrag Balian, co-fondatore del movimento SaveTheArQ che sostiene la conservazione del quartiere, afferma che Israele sta semplicemente armando il genocidio armeno contro la Turchia in risposta alle sue accuse di genocidio israeliano a Gaza.

Fra quanti hanno criticato la scelta “interessata” della leadership israeliana vi è anche l’Azerbaijan, che negli ultimi anni ha stretto una profonda alleanza con i vertici dello Stato ebraico, parlando di “distorsione dei fatti storici” da parte del governo Netanyahu. Baku, che ha stretti rapporti con Israele e ha combattuto più volte con la vicina Armenia soprattutto per il controllo del Nagorno-Karabakh, ha assunto una posizione simile a quella di Ankara. “La decisione del governo israeliano in merito al cosiddetto ‘genocidio armeno’ è una questione di seria preoccupazione” ha sottolineato il ministero azero degli Esteri. “La distorsione dei fatti storici – prosegue la dichiarazione – che circondano gli eventi del 1915 e la riduzione di una complessa questione storica a una decisione politica senza una solida base giuridica o accademica, sono inaccettabili”. In conclusione, il governo azero avverte che “tali azioni non contribuiscono alla riconciliazione o alla comprensione reciproca. Invece, approfondiscono le divisioni esistenti e minano gli sforzi per raggiungere pace e stabilità durature nella regione. Inviamo il governo israeliano a riconsiderare questa decisione”.

Armeni: abusi e violazioni

Nel triangolo fra Israele, Turchia e Azerbaijan, quel che resta è il popolo armeno in Terra Santa e nella madrepatria, col governo di Erevan che ha accolto con il silenzio e la freddezza – per usare un eufemismo – la mossa dello Stato ebraico. In queste ore il primo ministro Nikol Pashinyan ha affermato di non sentire il bisogno di rispondere alla decisione israeliana e alle reazioni dei Paesi della regione, aggiungendo che non intende “trasformare il genocidio in arma politica” perché non è “nell’interesse della nazione”.  I cristiani armeni di Terra Santa ricordano invece il lungo elenco di persecuzioni e violazioni alla libertà religiosa che hanno caratterizzato la vita recente della comunità, con un’escalation di attacchi confermata anche dai numeri. Anche il leader della comunità armena di Gerusalemme Hagop Djernazian ha ricordato che Israele “abbia avuto l’opportunità di riconoscere il genocidio armeno per motivi morali, ma ha perso quell’opportunità”.

Secondo il Religious Freedom Data Center è evidente una crescita dell’intolleranza, con un centinaio di episodi registrati solo nei primi sei mesi di quest’anno e un computo complessivo destinato a superare i 181 casi del 2025. Gli incidenti includono sputi, abusi verbali, vandalismo, profanazioni di tombe e graffiti e si concentrano nella città vecchia di Gerusalemme, nei pressi del Monte Sion, e vicino al patriarcato armeno. Oggi, il quartiere armeno è il più piccolo dei quattro e comprende circa il 14% dell’area complessiva. Situato nell’angolo sud-occidentale delle mura della Città Vecchia, è accessibile tramite la Porta di Zion (Bab al-Nabi Dahoud) e la Porta di Jaffa (Bab al-Khalil). Fra i casi più emblematici di violazioni degli ultimi anni vi è la vicenda che ha riguardato il cosiddetto “Giardino delle Vacche”, un’area di proprietà del patriarcato e finita al centro di un tentativo di esproprio a favore di un insediamento di coloni. Analisti ed esperti sottolineano come anche gli armeni vivano sotto l’occupazione israeliana e debbano affrontare una lotta critica per la sopravvivenza dovuta non solo a fanatici ebraici, ma pure per scelte di ecclesiastici corrotti che guardano più ai loro interessi che al futuro della comunità.

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«Ci delude il silenzio della Chiesa»: cristiani armeni mettono in discussione il Vaticano per la distruzione del loro patrimonio (Infovaticana 30.06.26)

La comunità armena sfollata del Nagorno Karabakh ha espresso la sua profonda delusione per quella che considera la mancanza di una risposta ferma da parte della Santa Sede di fronte alla distruzione del patrimonio cristiano nella regione e alla situazione dei migliaia di armeni che hanno dovuto abbandonare le proprie case dopo l’offensiva militare dell’Azerbaigian nel 2023.

In un’intervista concessa a The Pillar, Beglaryan Artak, ex difensore civico e già ministro di Stato della autoproclamata Repubblica di Artsakh, ha dichiarato che «l’Azerbaigian è riuscito a impedire al Vaticano di sostenere la protezione dei nostri diritti e, in particolare, del nostro patrimonio culturale».

«Rispettiamo profondamente la Chiesa cattolica, ma siamo delusi dal suo silenzio riguardo al patrimonio culturale e ai diritti del popolo cristiano, perché siamo stati oggetto di una pulizia etnica anche per il fatto di essere cristiani», ha affermato.

Leggi anche. Distrutta una chiesa armena in Azerbaigian: la diocesi denuncia un «genocidio culturale»

Più di 6.000 monumenti cristiani sotto il controllo dell’Azerbaigian

Beglaryan, fondatore e presidente dell’organizzazione Artsakh Union, dedicata alla difesa dei diritti degli ex abitanti del Nagorno Karabakh, ha spiegato che la regione ospita più di 6.000 monumenti storici, per lo più chiese, monasteri e cimiteri cristiani, rendendola una delle maggiori concentrazioni di patrimonio cristiano al mondo.

Tra questi spicca il monastero di Gandzasar, costruito nel XIII secolo e considerato uno dei principali simboli del cristianesimo armeno.

Secondo le sue denunce, da quando l’Azerbaigian ha ripreso il controllo del territorio diverse chiese sono state demolite o vandalizzate. Inoltre, accusa le autorità azere di cercare di cancellare l’identità armena di questi templi presentandoli come appartenenti all’antica Albania caucasica.

Malessere per i rapporti tra il Vaticano e l’Azerbaigian

Le critiche riguardano anche il crescente rapporto istituzionale tra la Santa Sede e l’Azerbaigian. Negli ultimi anni, la Fondazione Heydar Aliyev, presieduta da Mehriban Aliyeva —moglie del presidente Ilham Aliyev—, ha finanziato importanti progetti di restauro del patrimonio artistico del Vaticano, per un valore di centinaia di milioni di euro.

Questa collaborazione è stata accolta con preoccupazione da numerosi armeni, soprattutto dopo che nel 2020 la Santa Sede ha conferito a Mehriban Aliyeva l’Ordine di Pio IX, una delle massime onorificenze pontificie.

La diplomazia vaticana punta a mantenere il dialogo

Dalla Curia Romana, un cardinale che ha parlato a condizione di anonimato ha difeso la tradizionale prudenza diplomatica della Santa Sede.

«La filosofia della Santa Sede è mantenere aperti i canali di dialogo con tutti», ha spiegato, sottolineando che il Vaticano intrattiene relazioni sia con l’Armenia sia con l’Azerbaigian nella speranza di poter svolgere un ruolo positivo quando si presentino opportunità di mediazione.

Questa strategia si è riflessa recentemente nella visita a Baku del prefetto del Dicastero per il Dialogo Interreligioso, il cardinale George Koovakad, che è stato ricevuto dal presidente Ilham Aliyev e ha riferito delle buone relazioni esistenti tra le due parti. Durante l’incontro, il capo di Stato azero ha invitato papa Leone XIV a visitare il Paese.

Poco prima, il Pontefice aveva ricevuto in udienza Aram I, catholicos della Grande Casa di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena. Responsabili del Patriarcato armeno hanno segnalato che desiderano preservare le buone relazioni ecumeniche con la Santa Sede ed evitare che le divergenze sul conflitto del Caucaso deteriorino i legami tra le due Chiese.

Leggi anche: Il catholicos armeno Aram I ha proposto a Leone XIV di convocare un «Terzo Concilio Vaticano»

Un patrimonio a rischio

Per i rappresentanti della comunità armena sfollata, la preoccupazione va oltre il conflitto politico. Ritengono che sia in gioco la conservazione di uno dei complessi di patrimonio cristiano più antichi del mondo e deplorano che la comunità internazionale, comprese le principali istituzioni cristiane, non abbia reagito con maggiore fermezza.

«Non abbiamo visto alcun sostegno concreto da parte del mondo cristiano, e tale sostegno doveva provenire, innanzitutto, dalla Chiesa cattolica, che è l’istituzione cristiana più grande e influente del mondo. Per questo proviamo una profonda frustrazione per il suo atteggiamento passivo», ha concluso Beglaryan.

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Dai frutti di bosco all’acqua minerale. Così Mosca punisce la «nuova» Armenia (Corriere 30.06.269

La lotta al Trogoderma Granarium è sempre stata una priorità per la Russia. Così come quella ai livelli in eccesso di idrocarbonati, cloruri e solfati. Il benessere del consumatore ha sempre la precedenza, ci mancherebbe altro. Dev’essere per questo che il Servizio fitosanitario (Rosselkhoznadzor) ha imposto il divieto di importazione a quasi tutti i prodotti di origine armena, compresi quelli soggetti a quarantena. Sospesi anche i trasporti in transito verso altri Stati membri dell’Unione economica euro-asiatica attraverso il territorio russo, lodevole iniziativa tesa a evitare ogni contagio.

L’allarme è alto. «Nel mese di giugno sono stati individuati tre casi di infestazione da Trogoderma Granarium in partite di noci, pesche secche e pomodori secchi provenienti dall’Armenia», affermano dall’ente. Un parassita onnivoro, a detta delle autorità non presente sul territorio russo, che attacca cereali, semi oleosi, legumi e altre colture, nonché le infrastrutture di stoccaggio e lavorazione.

Secondo le preoccupate stime del servizio, è in grado di distruggere fino al settanta per cento delle scorte immagazzinate. Ma anche l’importazione della famosa acqua minerale armena Jermuk è stata vietata. A intervenire questa volta è stato il Rospotrebnadzor, l’ente per la protezione dei diritti dei consumatori, che ha rilevato un superamento dei livelli consentiti di alcune sostanze saline. «Informazioni fuorvianti sulle proprietà curative dei prodotti possono portare a un peggioramento delle condizioni dei nostri connazionali» è il severo monito che si accompagna al divieto.

Ma la guerra contro le possibili epidemie non conosce sosta. La Russia ha vietato anche l’importazione di fiori dall’Armenia, e poi quella di ortaggi freschi (pomodori, cetrioli, peperoni, verdure a foglia verde, fragole) e frutti di bosco, e poi della frutta con nocciolo e dell’uva, la frutta a semi, le patate, le melanzane e la frutta secca. In precedenza, erano state bloccate le forniture del celebre cognac armeno, vini, pesce vivo e altri prodotti ittici.

Dall’Armenia non deve passare più uno spillo, ne va del bene pubblico. Ma forse, a pensarci bene, potrebbe esserci un’altra ragione per questo blocco quasi totale delle importazioni da Erevan. L’ha spiegata domenica scorsa con la sua consueta esuberanza Dmitry Medvedev, al congresso di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin«La rottura dei legami storici con la Russia» ha detto l’ex presidente diventato falco in purezza negli ultimi anni «porterà a inevitabili e severe conseguenze per tutti i cittadini dell’Armenia». Abbastanza chiaro.

Dopo la vittoria alle elezioni legislative dello scorso 7 giugno del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, dal Cremlino non è partito alcun messaggio di felicitazioni. Nella settimana seguente i complimenti sono arrivati in forma diversa, con una raffica di divieti, che si sono aggiunti ad altri che erano stati decisi alla vigilia del voto.

Tra i valori in eccesso dell’Armenia, potrebbe anche esserci quello del riorientamento geopolitico dell’antica repubblica sovietica del Caucaso, che cerca sempre più di ridurre la sua dipendenza dalla Russia girandosi verso gli Stati Uniti e soprattutto verso l’Europa.

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“La nostra storia non conosce alcun genocidio”: Erdogan risponde a Israele sul genocidio armeno (Rainews 30.06.26)

Il presidente turco ha accusato Israele di aver ucciso migliaia di palestinesi a Gaza, sostenendo che Israele invece di accusare la Turchia per il genocidio degli armeni, dovrebbe fare i conti con le proprie azioni

Il presidente turco ha respinto una proposta israeliana volta a definire “genocidio” le uccisioni di massa e le deportazioni degli armeni da parte dei turchi ottomani durante la prima guerra mondiale.

Parlando ad Ankara, Recep Tayyip Erdogan ha invece accusato Israele di aver ucciso migliaia di palestinesi a Gaza, affermando che Israele dovrebbe piuttosto fare i conti con le proprie azioni.

La maggior parte degli storici definisce questo evento «genocidio armeno», mentre alcuni paesi riconoscono ufficialmente i massacri degli armeni come genocidio.

La Turchia ammette che molti armeni furono uccisi, ma nega qualsiasi intento genocida, sostenendo che le morti fossero parte dei combattimenti su vasta scala che ebbero luogo durante la Prima guerra mondiale.

Il presidente turco ha dichiarato: “Non attribuiamo alcuna importanza alle accuse rivolte al nostro Paese da un’organizzazione criminale che ha le mani macchiate del sangue di 73.000 innocenti a Gaza, per lo più donne e bambini. La nostra storia non conosce genocidi, né massacri, né oppressione, né colonialismo. La nostra storia secolare si fonda sui principi di giustizia e compassione.”

“È una storia che comprende l’aver offerto protezione a coloro che fuggivano dall’Inquisizione e dalle persecuzioni dell’era nazista. Coloro che cercano di nascondere le sofferenze e la distruzione a Gaza muovendo accuse contro la Turchia e la nazione turca lo capirebbero meglio se esaminassero la propria storia”.

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Il genocidio armeno infiamma i rapporti tra Tel Aviv e Ankara

Israele riconosce il genocidio armeno, sgambetto a Erdoğan (ma non solo) (Il Riformista 30.06.26)

Ora il Parlamento deve approvare il provvedimento del governo. Sa’ar: “Dovere morale e storico”. Parla Antonia Arslan, studiosa dell’Armenia: “Un atto che si è fatto attendere, ma positivo”. Yerevan al bivio: rifiutare il beau geste di Netanyahu o assecondare lo Stato ebraico e aprire all’Europa

Israele riconosce il genocidio armeno, sgambetto a Erdoğan (ma non solo)

«Genocidio è una parola da usare con cautela. Non a caso come si fa oggi». Plaude Antonia Arslan, già docente all’Università di Padova, ma ancor più scrittrice e profonda studiosa dell’Armenia e del genocidio del suo popolo, alla notizia dell’approvazione all’unanimità del governo israeliano di riconoscere il genocidio armeno. «Un atto che si è fatto attendere – aggiunge Arslan – ma positivo». Ancora nel Duemila, l’allora ministro dell’istruzione, Yossi Sarid, propose di inserire il genocidio armeno nei programmi scolastici. Fu il primo passo di un percorso a singhiozzo, con Knesset ed esecutivo che facevano a gara tra chi accelerava e chi rallentava. Soltanto due anni fa, con il drastico peggioramento dei rapporti tra Israele e Turchia, il premier Netanyahu si è esposto nel riconoscere personalmente il genocidio, senza però che si arrivasse a un atto ufficiale dello Stato. Oggi il provvedimento del governo richiede l’approvazione del Parlamento. Se passerà, Israele andrà a ingrossare la lista degli oltre 30 Stati membri dell’Onu che danno valore ufficiale e storico al genocidio degli armeni. Per il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il suo governo ha compiuto un «dovere morale e storico».

«Per il diritto internazionale non cambia nulla», spiega Arslan. «D’altra parte, più nazioni importanti come Stati Uniti, Francia, Germania e Italia danno peso a questo fatto storico, più torna difficile alla Turchia sostenere il contrario». La vicenda ha la doppia valenza geopolitica di «guerra delle idee», osserva la docente. Il momento, i protagonisti coinvolti – che di certo non sono soltanto Armenia e Israele – le reazioni portano a dire che la questione “genocidio” va oltre il suo significato. Conta la parola. Ma anche chi la usa. E quando.

Israele cerca strade alternative per rompere l’embargo ideologico che lo isola dal resto del mondo. Il diversivo ha una sua logica. È in questa cornice tattica che si inserisce l’intenzione di parlare di una storia comune. Armeni ed ebrei sono stati vittime di un massacro, studiato a tavolino, rispettivamente da ottomani e nazisti (non solo tedeschi), documentato in corso d’opera e che ha visto la partecipazione attiva della popolazione civile. «È su queste solide basi che venne inventato il termine “genocidio”». Arslan ci tiene a tornare alle origini della parola, coniata nel 1944 dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin, fuggito negli Stati Uniti dopo l’invasione della Polonia della Germania nazista. Nonostante in Israele ci sia chi rivendica l’unicità della Shoah, è stato proprio il genocidio armeno a ispirare la “soluzione finale” nazista.

Il ricorso alla storia del governo Netanyahu non è una mossa facile. Le conseguenze vanno oltre lo sgambetto che Bibi intende fare a Erdoğan. Per come stanno le cose in Armenia, quella israeliana rischia di essere un’operazione al buio. Per non dire un buco nell’acqua. A Yerevan, il premier Pashinyan è appena uscito vittorioso da una tornata elettorale che molti accusano viziata di brogli. Il suo attacco frontale alla Chiesa, unico pilastro stabile della debole democrazia nazionale, viene accompagnato da continui gesti di apertura verso la Turchia e l’Azerbaijan. Per ingraziarsi i suoi vicini, il governo armeno è disposto addirittura a censuare quanto successo al suo popolo nel 1915 e negli anni subito successivi. È in corso un’operazione di negazionismo strumentale agli interessi del momento. Come se non bastasse, l’opinione pubblica locale non dimentica che, negli ultimi anni, Israele è diventato uno dei principali fornitori di armamenti dell’Azerbaigian. Molti dei droni e dei sistemi d’arma impiegati da Baku nel Nagorno Karabakh, del 2020 e del 2023, sono di produzione israeliana.

Difficile pensare come la prenderà l’Europa. Domani von der Leyen sarà in visita in Azerbaigian e Armenia. Cosa conviene a Yerevan? Rifiutare il beau geste di Netanyahu, per buttarsi tra le braccia dei suoi tradizionali avversari, oppure assecondare Israele e così aprire all’Europa, dove il genocidio armeno è una colonna portante del Secolo breve?

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Vietato allontanarsi da Mosca. La Russia taglia le importazioni dall’Armenia (Haffingtonpost 30.06.26)

Acqua minerale, cognac, albicocche, ciliegie, prugne, vino, ortaggi. A cavallo delle elezioni che si sono tenute il 7 giugno scorso e che hanno assegnato la vittoria all’attuale premier considerato dal Cremlino troppo vicino all’Ue, Nikol Vovayi Pashinyan, la Russia di Vladimir Putin ha scoperto che i prodotti alimentari provenienti dall’Armenia non soddisfano i requisiti obbligatori e sanitari della Federazione Russa. Di conseguenza ha imposto limitazioni e blocco delle importazioni a una lunga lista di beni provenienti dall’Armenia, che non si fa fatica a leggere come tentativi di fare pressione sul Governo di Erevan, per farlo desistere dai tentativi di avvicinamento al blocco europeo. L’aumento drastico delle restrizioni commerciali che si sono succedute nelle ultime settimane sembra confermarlo.

Di recente Mosca ha vietato l’importazione di pesce e prodotti ittici da tutti i fornitori in Armenia che avevano il diritto di esportare nel paese. L’agenzia russa per la tutela della salute delle piante e degli animali, Rosselkhoznadzor, ha riferito di aver chiesto all’organismo armeno per l’ispezione della sicurezza alimentare di sospendere la certificazione veterinaria per il pesce vivo e i prodotti ittici (in qualsiasi forma trasformata) di due aziende armene, MF Export LLC e Invest Plus LLC. Queste due aziende erano le ultime ad aver mantenuto la licenza di esportazione di pesce verso la Russia, dopo l’esclusione di tutte le altre scattata a fine maggio, in prossimità del voto. Non solo: come ricorda il Corriere della Sera, restrizioni temporanee all’importazione di frutta a nocciolo armena, tra cui ciliegie, albicocche, prugne, pesche e nettarine, e di uva fresca, erano già state adottate dalle autorità di Mosca.

In precedenza erano state già imposte limitazioni sull’acqua minerale del marchio Jermuk, come riportato dal Moscow Times. Le autorità russe hanno imposto un divieto totale di importazione e vendita del prodotto, citando livelli eccessivi di bicarbonati, cloruri e solfati. Non solo: anche diversi prodotti alcolici armeni, come il vino e il cognac, in circolazione nella Federazione da un mese sembra non rispettino più i requisiti obbligatori. Così come i fiori: sempre l’agenzia Rosselkhoznadzor, per tutelare la sicurezza fitosanitaria e i produttori nazionali, ne ha imposto il divieto dato che, sostiene, su 96,2 milioni di fiori importati dall’Armenia, gli ispettori hanno segnalato 135 casi che richiedono  misure di “quarantena”,  ha dichiarato l’agenzia senza fornire ulteriori dettagli.  E poi, oltre la frutta, anche pomodori, cetrioli, peperoni, verdure a foglia verde e fragole, adducendo come motivazione “un numero crescente di violazioni”.

La Russia rappresenta un mercato rilevante di esportazione dell’Armenia: secondo i dati Wto, ne 2024 la Federazione ha assorbito il 24% delle sue esportazioni dell’Armenia, circa 3,14 miliardi di dollari su un totale di 13,07 miliardi, confermandosi il secondo mercato di destinazione delle merci armene dopo gli Emirati Arabi Uniti. Va notato che le restrizioni colpiscono le esportazioni principali e non le riesportazioni, come i beni tecnologici e macchinari, che arrivano in Armenia da altri Paesi per poi raggiungere la Russia in modo di aggirare le sanzioni.

Giovedì la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen si recherà a Erevan per incontrare il Primo Ministro Nikol Pashinyan. La visita promette di irritare ancora di più Mosca, secondo cui “l’ingerenza occidentale nella recente campagna elettorale armena è stata senza precedenti”, ha affermato Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo e presidente del partito ‘Russia Unita’. Medvedev ha sottolineato nei giorni scorsi la persecuzione da parte delle autorità armene nei confronti di Gagik Tsarukyan, leader del partito Armenia Prospera. Secondo Medvedev, Erevan ha avviato “una nuova ondata di rappresaglie contro i membri dell’opposizione che le cerchie al potere considerano scomodi”.”Ciò è accolto con totale silenzio dai Paesi occidentali, la cui ingerenza nella recente campagna elettorale è stata senza precedenti. In linea con le loro pratiche neocoloniali preferite, hanno letteralmente posto l’apparato statale armeno sotto controllo manuale”, ha affermato Medvedev..

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Dai frutti di bosco all’acqua minerale. Così Mosca punisce la «nuova» Armenia (Cds)

Governo Israele approva all’unanimità riconoscimento genocidio armeno (Rassegna 28.06.26)

Il POST: 

Il governo israeliano ha riconosciuto ufficialmente il genocidio degli armeni, compiuto durante la Prima guerra mondiale dall’Impero Ottomano. È una decisione che potrebbe peggiorare i rapporti, già molto complicati per via della guerra israeliana nella Striscia di Gaza, tra Israele e la Turchia, che è lo stato erede dell’Impero Ottomano e non ha mai riconosciuto il genocidio degli armeni. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, che ha presentato la proposta, ha detto che «non si tratta di un atto di ritorsione per l’aperta ostilità della Turchia».

A partire dal 1915 furono uccise circa un milione e mezzo di persone armene che vivevano nei territori dell’Impero Ottomano. La gran parte del genocidio degli armeni si compì tra il 1915 e il 1916, ma i massacri continuarono anche negli anni Venti. Sebbene la Turchia si sia rifiutata ripetutamente di usare il termine “genocidio” per descrivere il massacro degli armeni, altri 32 paesi lo hanno fatto, tra cui Italia, Francia, Germania e Stati Uniti.


Medvedev: in Armenia ingerenze occidentali senza precedenti (L’Antidiplomatico 28.06.26)

L’ingerenza occidentale nella recente campagna elettorale armena è stata senza precedenti, ha affermato Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo e presidente del partito Russia Unita.

Ha fatto riferimento alla persecuzione di Gagik Tsarukyan, leader del partito Armenia Prospera, da parte delle autorità armene filo-occidentali. Secondo Medvedev, Yerevan ha lanciato “una nuova ondata di rappresaglie contro i membri dell’opposizione che i circoli al potere considerano scomodi”.

“Questo è stato accolto dal silenzio assoluto dei Paesi occidentali, la cui ingerenza nella recente campagna elettorale è stata senza precedenti. In linea con le loro pratiche neocoloniali preferite, hanno letteralmente portato l’apparato statale armeno al controllo manuale”, ha dichiarato il politico, citato dall’ufficio stampa di Russia Unita. Sarà estremamente difficile per l’Armenia sfuggire a un simile diktat, ha aggiunto il politico russo.

Secondo Medvedev, l’Occidente tratta l’Armenia semplicemente come uno strumento contro la Russia, al pari dell’Ucraina. “L’Occidente considera il Paese semplicemente come uno strumento contro la Russia ed è interessato soprattutto a sgomberare il campo politico da tutte le forze che auspicano relazioni sane tra Yerevan e Mosca”, ha osservato.

Ha avvertito che qualsiasi mossa da parte di Yerevan per recidere i legami tradizionali con la Russia avrebbe inevitabilmente gravi conseguenze per il popolo armeno. “All’UE non importa che la gente comune debba inevitabilmente affrontare pesanti conseguenze da qualsiasi tentativo di recidere legami che hanno richiesto decenni per essere consolidati”, ha sottolineato.

Medvedev ha ribadito che la Russia giudicherà le intenzioni delle autorità armene in base alle loro azioni concrete.

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