Le assicurazioni dell’Azerbaigian sul rispetto dei diritti dei prigionieri Armeni detenuti a Baku vengono contestate direttamente dall’interno del carcere. Davit Ishkhanyan ha diffuso un nuovo messaggio nel quale denuncia la mancata consegna agli imputati, agli avvocati e alle famiglie delle sentenze e degli atti giudiziari, gli ostacoli frapposti al conferimento di una procura a rappresentanti legali in Armenia e all’estero e l’impossibilità concreta di rivolgersi all’Ufficio dell’Ombudsman azero. Ishkhanyan è stato da agosto a ottobre 2023 Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e nel settembre 2023 brevemente Presidente ad interim per tre giorni dopo dimissioni del Presidente Arayik Harutyunyan, avvenute il 1° settembre, fino alle elezioni di Samvel Shahramanyan. Fu illegalmente arrestato dal DTX, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian, il 3 ottobre 2023 insieme agli ex Presidenti Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan and Arayik Harutyunyan, e portato a Baku. Il 5 febbraio 2026, un tribunale militare dell’Azerbaigian ha condannato Ishkhanyan all’ergastolo con accuse quali “conduzione di una guerra di aggressione”, “presa violenta del potere”, ecc.
La sua testimonianza conferma e approfondisce il quadro di isolamento denunciato nei giorni scorsi dall’Avv. Siranush Sahakyan. Ishkhanyan contesta apertamente le dichiarazioni del Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, secondo la quale il trattamento dei detenuti rispetterebbe la legge e le norme internazionali. Ma rivolge anche un severo richiamo alle autorità armene: i 19 prigionieri, ricorda, possiedono passaporti della Repubblica di Armenia e la tutela dei loro diritti riguarda non soltanto le singole persone, ma la dignità dello Stato e del popolo armeno. La European Armenian Federation for Justice and Democracy (EAFJD) rilancia pertanto la richiesta all’Unione Europea e alle organizzazioni internazionali di esercitare una pressione diretta su Baku per porre fine ai procedimenti contestati e ottenere la liberazione immediata e incondizionata di tutti i detenuti.
Tre incontri in tre anni, ma nessuna risposta sui diritti fondamentali
Nel messaggio diffuso dal carcere di Baku, Ishkhanyan parte dalle recenti dichiarazioni del Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, secondo la quale gli incontri con i detenuti si svolgerebbero in forma confidenziale e non emergerebbero particolari problemi nel rispetto dei loro diritti.
Ishkhanyan conferma che l’Ombudsman azero ha incontrato i prigionieri tre volte in quasi tre anni. L’ultimo colloquio risale al 5 maggio 2026. In quell’occasione, riferisce, i detenuti le consegnarono informazioni dettagliate sulle violazioni subite e le chiesero di intervenire.
Ishkhanyan ringrazia Aliyeva per il caffè, il tè, i dolci e i libri inviati ai prigionieri, ma osserva che i problemi fondamentali non riguardano le condizioni materiali quotidiane. Riguardano, piuttosto, l’effettivo esercizio del diritto alla difesa, la disponibilità degli atti processuali e la possibilità di comunicare con avvocati e rappresentanti istituzionali.
Una sentenza che imputati, avvocati e famiglie non possono conoscere
Il primo punto sollevato riguarda la sentenza pronunciata il 5 febbraio 2026 dal Tribunale militare di Baku nel procedimento contro gli ex rappresentanti politico-istituzionali della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. In quella data Ishkhanyan è stato condannato all’ergastolo insieme ad altri quattro imputati.
Durante l’incontro del 5 maggio, egli avrebbe chiesto all’Ombudsman, sia verbalmente sia per iscritto, di far pervenire alla famiglia le versioni azera e armena della sentenza, attraverso il suo avvocato oppure mediante il Difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Armenia. Avrebbe inoltre segnalato che neppure i difensori avevano ricevuto il documento.
Secondo Ishkhanyan, Aliyeva promise di tentare almeno la trasmissione della versione in lingua azera. A più di quattro mesi da quell’incontro e a sette mesi dalla pronuncia, tuttavia, né la famiglia né gli avvocati avrebbero ottenuto la sentenza. L’atto non risulterebbe neppure pubblicato sui siti del sistema giudiziario o di altre istituzioni azere.
La questione non è meramente formale. Senza la disponibilità della sentenza, gli imputati, i loro legali e le famiglie non possono conoscere integralmente le motivazioni della condanna, verificare il fondamento delle accuse e predisporre una tutela effettiva nelle sedi competenti.
«La comunità internazionale ha il diritto di sapere chi viene processato in Azerbaigian, per quali accuse e in quale modo», afferma Ishkhanyan, definendo questa situazione «puro medioevo».
La procura impedita dal 22 agosto 2025
Un secondo elemento, finora rimasto meno visibile, riguarda la possibilità dei detenuti di farsi rappresentare al di fuori dell’Azerbaigian. Ishkhanyan riferisce che dal 22 agosto 2025 lui e gli altri prigionieri non riescono a conferire una procura a un rappresentante autorizzato nella Repubblica di Armenia, affinché possa tutelare i loro interessi nel Paese e nelle sedi internazionali.
Anche tale problema sarebbe stato sottoposto all’Ombudsman il 5 maggio. Secondo Ishkhanyan, Aliyeva ne prese nota e si mostrò sorpresa, ma dopo oltre un anno gli ostacoli frapposti dagli organismi statali azeri non sarebbero stati rimossi.
Il quadro si completa con la decisione pronunciata il 6 agosto 2026 dalla Corte d’appello di Baku, al termine di un’udienza che Ishkhanyan afferma essere durata appena 14 minuti. Sebbene alla seduta fossero presenti rappresentanti dell’Ufficio dell’Ombudsman, i detenuti non avrebbero ancora ricevuto neppure questo provvedimento. Ishkhanyan precisa di averne chiesto la versione in lingua azera, escludendo così che il ritardo possa essere giustificato dalla necessità di predisporre una traduzione in armeno.
Dopo quell’udienza, aggiunge, i prigionieri non avrebbero più incontrato gli avvocati e non avrebbero avuto interlocutori ai quali rivolgere le proprie domande.
Un Ombudsman che dal carcere non può essere raggiunto
Ishkhanyan contesta anche l’effettiva accessibilità dell’Ufficio del Commissario per i Diritti Umani. Dai locali di detenzione del Servizio di Sicurezza dello Stato azero e dall’istituto penitenziario di Umbaki non vi sarebbe, secondo la sua testimonianza, alcuna possibilità concreta di contattarne il servizio telefonico.
La distanza tra le rassicurazioni ufficiali e quanto descritto dal detenuto appare così sostanziale. Tre incontri in quasi tre anni, senza seguito sulle richieste riguardanti sentenze, difesa e rappresentanza legale, non sarebbero sufficienti a dimostrare l’esistenza di una tutela effettiva.
La dichiarazione assume particolare rilievo perché proviene da uno dei diretti interessati e indica date, documenti e richieste specifiche che potrebbero essere verificate dalle istituzioni competenti.
«Tutti i 19 possiedono passaporti della Repubblica di Armenia»
La parte politicamente più dura del messaggio è rivolta al Difensore dei Diritti Umani e alle autorità della Repubblica di Armenia. Ishkhanyan ricorda di aver sottoposto alcune richieste al primo il 6 maggio, senza ricevere alcun risultato.
Chiede ora alle istituzioni armene di ottenere gli atti d’accusa, le conclusioni processuali e le sentenze, di consegnarli alle famiglie e di esaminarne il contenuto. A suo giudizio, infatti, nei procedimenti non sarebbero coinvolti soltanto i singoli imputati: le formulazioni adoperate dall’accusa investirebbero direttamente lo Stato armeno, la statualità dell’Armenia e la dignità del popolo armeno.
Ishkhanyan invita inoltre il Difensore dei Diritti Umani armeno a recarsi nel carcere di Umbaki e a incontrare quelli che definisce, con evidente amarezza, i prigionieri del «processo di pace».
«Le 19 persone detenute in Azerbaigian possiedono passaporti della Repubblica di Armenia», ricorda infine alle autorità di Erevan. La questione, aggiunge, non riguarda soltanto il loro onore individuale, ma quello di tutti gli Armeni e, in modo particolare, delle istituzioni chiamate a tutelarli.
La conferma del quadro di «isolamento assoluto»
Le nuove denunce si inseriscono nel quadro delineato dall’Avv. Siranush Sahakyan, rappresentante degli interessi di diversi detenuti Armeni dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Secondo quanto riferito nei giorni scorsi, i prigionieri si troverebbero in una condizione di «isolamento assoluto»: nessun contatto fisico con familiari, funzionari consolari, medici e avvocati indipendenti o rappresentanti del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Le comunicazioni con le famiglie sarebbero limitate a telefonate sorvegliate, di durata compresa generalmente fra due e dieci minuti e suscettibili di essere interrotte.
Proprio una telefonata dell’ex Ministro di Stato dell’Artsakh Ruben Vardanyan sarebbe stata interrotta quando egli aveva iniziato a parlare delle difficoltà incontrate per ottenere una copia della propria sentenza e per rivolgersi al Commissario azero per i Diritti Umani.
Un ulteriore elemento mostra quanto sia difficile persino per i familiari tentare di raggiungere i detenuti. L’8 settembre 2026, Veronika Zonabend, moglie di Ruben Vardanyan, ha scritto al Presidente dell’Assemblea Nazionale armena Alen Simonyan, dopo aver appreso della possibilità di una sua visita a Baku, dichiarandosi pronta ad accompagnarlo e chiedendogli se intendesse incontrare i prigionieri Armeni, favorire le visite dei familiari e consegnare lettere, fotografie e pacchi. Anche i parenti di altri detenuti avrebbero manifestato la disponibilità a partecipare. La proposta si inserisce nell’iniziativa avviata durante l’estate da Zonabend per organizzare una delegazione internazionale di donne diretta in Azerbaigian.
Alla sua disponibilità ha fatto seguito, tuttavia, quello che appare come un avvertimento proveniente da organi di informazione azeri, in un Paese nel quale la stampa indipendente è stata progressivamente eliminata e il sistema mediatico interno opera sotto il controllo o la forte pressione delle autorità. I siti Unikal.az e News24.az hanno prospettato la possibilità che Zonabend venga perseguita e condannata fino a cinque anni di reclusione per una visita compiuta nell’Artsakh nel 2022, considerata da Baku un ingresso illegale. Gli stessi organi di informazione hanno precisato che l’eventuale responsabilità dipenderebbe dal percorso seguito e dall’esistenza o meno di un’autorizzazione azera. Pur non trattandosi, formalmente, di una comunicazione delle autorità giudiziarie, in un sistema informativo privo ormai di reali spazi di autonomia tale messaggio non può essere considerato alla stregua di una semplice valutazione giornalistica. Secondo la storica ed esperta di Azerbaigian Tatevik Hayrapetyan, la pubblicazione avrebbe lo scopo di dissuadere Zonabend dal recarsi a Baku e dall’incontrare il marito.
Alla mancata consegna degli atti si aggiungono le preoccupazioni riguardanti l’assistenza sanitaria, l’accesso alla difesa e le condizioni della detenzione. Si tratta di accuse che richiedono un accertamento indipendente, reso però particolarmente difficile proprio dall’assenza di accesso da parte di osservatori esterni.
Il caso Vardanyan: gli atti del processo resi pubblici all’estero
In questo contesto assume particolare importanza la recente pubblicazione dei documenti relativi al procedimento separato contro Ruben Vardanyan, condannato a venti anni di reclusione.
Il sito Free Armenian Prisoners ha reso disponibili integralmente l’atto d’accusa e la sentenza del Tribunale militare di Baku: rispettivamente 1.945 e 1.357 pagine, tradotte in inglese. La sentenza è stata tradotta dall’originale azero, mentre l’atto d’accusa dalla sua versione in lingua russa.
La decisione, pronunciata il 17 febbraio 2026 nel procedimento numero 1-1(093)-60/2025, consente ora di osservare direttamente la costruzione accusatoria adottata dal Tribunale militare di Baku.
L’aspetto centrale è l’identificazione delle istituzioni politiche, amministrative e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh con una medesima «organizzazione criminale». La sentenza ne ricostruisce le attività lungo un arco temporale di 36 anni, comprendendo quindi anche gli avvenimenti del 1988-1994, quando Vardanyan aveva circa vent’anni ed era studente.
Questo non significa, tuttavia, che il Tribunale gli attribuisca direttamente la commissione dei fatti risalenti a quel periodo. La decisione sostiene che Vardanyan avrebbe aderito alla presunta organizzazione criminale all’inizio di dicembre 2020 e che, da quel momento, avrebbe partecipato alle attività dirette verso il suo «comune scopo criminale».
È proprio il passaggio dalla responsabilità attribuita all’organizzazione nel suo complesso alla responsabilità penale individuale di Vardanyan a rappresentare uno degli aspetti più delicati della sentenza. Il Tribunale afferma che egli, dopo l’adesione, avrebbe partecipato a tutti i reati compiuti dall’organizzazione dal dicembre 2020 in avanti, comprese azioni militari, uccisioni, tentati omicidi, detenzioni, torture e altre violazioni contestate dalle autorità azere.
Dichiarazioni politiche utilizzate come elementi di prova
Fra gli elementi impiegati per dimostrare l’adesione di Vardanyan e le finalità della sua attività, la sentenza richiama interviste, discorsi pubblici e registrazioni pubblicate su YouTube.
Viene citato, fra gli altri, il discorso pronunciato durante una manifestazione del 9 maggio 2023, nel quale Vardanyan parlava dell’obiettivo di un Artsakh «libero, indipendente e armeno». Il Tribunale interpreta questa dichiarazione come un appello alla prosecuzione della guerra contro l’Azerbaigian.
La sentenza richiama inoltre un intervento nel quale Vardanyan ricordava un giuramento compiuto nel 1988 nel monastero di Amaras per sostenere l’indipendenza dell’Artsakh. In un altro discorso egli indicava tre possibili strade per gli Armeni dell’Artsakh – l’integrazione nell’Azerbaigian, la fuga oppure la lotta – affermando di avere scelto quest’ultima.
Per la Corte di Baku, anche il rifiuto dell’integrazione e la difesa pubblica dell’indipendenza dell’Artsakh costituirebbero manifestazioni delle finalità perseguite dalla presunta organizzazione criminale. Ne deriva una sovrapposizione, che dovrà essere esaminata sul piano giuridico, fra attività politica, difesa del diritto all’autodeterminazione e partecipazione a un progetto terroristico o militare.
Corrispondenza privata, fondazioni e finanziamenti
La sentenza utilizza anche corrispondenza WhatsApp, materiali estratti da un telefono BlackBerry, documenti finanziari, carte sequestrate negli uffici, perizie e testimonianze di militari e civili Azeri, molte delle quali furono lette durante il processo.
Secondo la ricostruzione del Tribunale, Vardanyan avrebbe contribuito alla costituzione e al finanziamento di unità di autodifesa, raccogliendo risorse proprie e di cittadini stranieri attraverso la fondazione We Are Our Mountains, campagne di aiuto e altre organizzazioni indicate dalle autorità azere come una copertura umanitaria.
La sentenza sostiene che alcuni componenti di tali unità ricevessero compensi mensili compresi fra 700 e 2.000 dollari e che il denaro fosse destinato al finanziamento di formazioni armate considerate terroristiche dall’Azerbaigian.
Un ulteriore elemento riguarda una conversazione WhatsApp del novembre 2022 sull’eventuale acquisizione di droni e della documentazione tecnica necessaria alla loro produzione. Il collegamento con la Aurora Humanitarian Initiative deriva dal fatto che Vardanyan avrebbe inoltrato la corrispondenza ad Arman Jilavyan, indicato nella sentenza come responsabile dell’organizzazione.
La sentenza non sembra qualificare indistintamente ogni attività filantropica o umanitaria di Vardanyan come finanziamento del terrorismo. Sostiene, piuttosto, che determinate risorse raccolte attraverso fondazioni e campagne benefiche sarebbero state impiegate per sostenere formazioni armate. È questa specifica tesi accusatoria che necessita di un esame indipendente delle prove e del loro contesto.
Dalla mancata ammissione di colpevolezza alla condanna
La sentenza afferma che Vardanyan non si è dichiarato colpevole, ha rifiutato di testimoniare e non ha presentato prove a propria difesa. Questo dato costituisce la versione riportata dal Tribunale e non consente, da solo, di concludere che l’imputato abbia liberamente rinunciato a difendersi.
Le organizzazioni per i diritti umani, la famiglia e i rappresentanti legali hanno ripetutamente denunciato l’assenza di un’effettiva parità fra accusa e difesa, le limitazioni imposte agli avvocati, lo svolgimento delle udienze senza osservatori internazionali e le difficoltà incontrate dallo stesso Vardanyan nell’accesso agli atti.
Il Tribunale lo ha dichiarato colpevole in base a un numero particolarmente elevato di disposizioni del Codice penale azero. Le accuse riguardano, fra l’altro, pianificazione e conduzione di una guerra di aggressione, deportazione, persecuzione, detenzione illegale, tortura, omicidio e tentato omicidio con circostanze aggravanti, terrorismo e finanziamento del terrorismo, partecipazione a un’organizzazione criminale, costituzione di formazioni armate, detenzione di armi e munizioni, minacce alla sicurezza dell’aviazione, tentativo di modificare con la forza l’ordinamento costituzionale, attività economiche illegali e attraversamento irregolare della frontiera.
La Corte ha comunque eliminato dall’imputazione gli articoli 279.1 e 279.2, ha riqualificato l’accusa relativa alle armi dall’articolo 228.3 al 228.2.1 e, per un altro reato, non ha applicato la pena a causa dell’intervenuta prescrizione.
Le diverse pene, alcune delle quali raggiungono i vent’anni, sono state infine assorbite in una condanna complessiva a venti anni di reclusione. I primi dieci dovranno essere scontati in carcere e i successivi in un istituto penitenziario a regime severo. Il termine della pena viene calcolato dal 27 settembre 2023, giorno dell’arresto di Vardanyan.
Una responsabilità individuale costruita attraverso quella collettiva
La disponibilità della sentenza permette dunque di individuare con maggiore chiarezza la questione giuridica centrale. Gran parte delle 1.357 pagine è dedicata alla storia del conflitto, alle attività attribuite alle istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, alle operazioni militari e alle testimonianze delle vittime Azere. Nella parte conclusiva questo insieme vastissimo viene ricondotto alla responsabilità personale di Vardanyan attraverso la tesi della sua adesione, dal dicembre 2020, a un’unica organizzazione criminale.
La costruzione accusatoria appare fondata su tre passaggi: l’equiparazione delle istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh a un’organizzazione criminale; l’attribuzione a tale organizzazione di un progetto unitario proseguito per decenni; l’estensione a Vardanyan della responsabilità per le attività compiute dal momento della sua presunta adesione.
A questi passaggi si aggiunge l’uso di dichiarazioni politiche favorevoli all’indipendenza dell’Artsakh e di iniziative presentate come umanitarie quali elementi probatori di finalità terroristiche o militari.
Non è ancora possibile esprimere un giudizio definitivo sulla consistenza di ogni singola prova. Gli atti hanno dimensioni eccezionali, la documentazione disponibile è tradotta in inglese e manca ancora un’analisi giuridica indipendente complessiva. La loro pubblicazione permette però di sottoporre a verifica una decisione assunta al termine di un processo dal quale sono rimasti esclusi osservatori internazionali e organi di informazione indipendenti.
L’appello europeo
La European Armenian Federation for Justice and Democracy (EAFJD) ha rilanciato la dichiarazione di Ishkhanyan, chiedendo all’Unione Europea e agli organismi internazionali per i diritti umani di esercitare una pressione diretta su Baku, porre fine a quelli che definisce procedimenti farsa e ottenere la liberazione immediata e incondizionata dei prigionieri Armeni.
Non si tratta di una richiesta priva di precedenti istituzionali. Il 13 marzo 2025 il Parlamento Europeo approvò una risoluzione sulla detenzione illegale e sui processi farsa contro gli ostaggi Armeni, compresi gli ex rappresentanti politici della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, con 523 voti favorevoli, 3 contrari e 84 astensioni. Il testo chiedeva la liberazione immediata e incondizionata e il ritorno in sicurezza di tutti i detenuti.
Il Parlamento Europeo è tornato sul tema il 30 aprile 2026, chiedendo nuovamente il rilascio dei prigionieri e una risposta alla distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno nell’Artsakh occupato.
Il 14 luglio, nel corso della conferenza Armenian Political Prisoners in Azerbaijan and the Imperative of EU Engagement, organizzata al Parlamento Europeo con il sostegno dell’EAFJD, parlamentari, giuristi, rappresentanti delle famiglie e organizzazioni per i diritti umani hanno ribadito che la detenzione degli Armeni costituisce un ostacolo alla costruzione di una pace credibile.
Le nuove informazioni provenienti dal carcere pongono dunque una questione precisa: se sentenze, atti d’accusa e decisioni d’appello non vengono consegnati agli imputati e ai loro avvocati; se non è possibile conferire una procura per ottenere tutela all’estero; se l’accesso a difensori e organismi indipendenti rimane impedito, le rassicurazioni sul rispetto degli standard internazionali non possono essere considerate credibili.
E una pace costruita lasciando 19 Armeni nell’isolamento del carcere di Baku, senza una difesa pienamente esercitabile e senza un’effettiva verifica internazionale, è ridotta ad essere soltanto una pace dichiarata.
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