Un ponte tra Firenze e Dilijan: l’ambasciatore Ferranti inaugura la nuova sede armena di Apicius (Aise 11.09.26)

JEREVAN\ aise\ – Sabato scorso, 5 settembre, è stata inaugurata a Dilijan, nella regione di Tavush, la nuova sede della Apicius Armenia International School of Hospitality, filiale armena dell’omonima scuola di Firenze fondata nel 1997 e specializzata nell’alta formazione nei settori dell’ospitalità, dell’enogastronomia e del turismo.
L’ambasciatore Alessandro Ferranti, presente alla cerimonia inaugurale, è stato invitato a pronunciare un discorso di apertura nel quale ha espresso grande apprezzamento per il consolidamento di questa importante iniziativa e per il contributo che essa offre alla crescita dei rapporti di cooperazione italo-armena, nella convinzione che promuovere simili forme di collaborazione nella formazione dei giovani significhi investire nel futuro dei nostri Paesi.
Alla cerimonia hanno partecipato anche il vice ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica d’Armenia, Tigran Virabyan, il vice governatore della regione di Tavush, Narek Ghushchyan, il sindaco di Dilijan, Davit Sargsyan, il vice presidente per gli Affari Internazionali, executive chef e general manager di Apicius, Andrea Trapani, la presidente della Fondazione armena Green Rock, con il cui partenariato imprenditoriale è stato realizzato il progetto, Mareta Gevorkyan, e la direttrice della Fondazione, Katya Bredikhina, oltre a Katerina Danekina, ad del gruppo armeno Green Rock Management.
Apicius Armenia è stata istituita a Dilijan nel 2025 dalla Green Rock Foundation e la nuova sede è stata realizzata dalla società di costruzioni Green Rock Development. Si tratta di un nuovo spazio per la formazione internazionale nelle principali aree dell’ospitalità, con l’obiettivo di contribuire alla crescita delle competenze professionali nel campo della enogastronomia, della ristorazione e del turismo.
L’iniziativa si inserisce nel quadro delle sempre più articolate relazioni tra Italia e Armenia così come in una più ampia strategia di investimento nel capitale umano e nello sviluppo del settore turistico in Armenia. Attraverso la formazione di professionisti qualificati, Apicius Armenia intende infatti contribuire alla crescita e all’innovazione dell’ecosistema turistico locale e alla creazione di nuove opportunità professionali per i giovani.
La sede offre un modello educativo fondato sul collegamento tra preparazione accademica, esperienza sul campo e dimensione internazionale, con l’obiettivo di combinare gli standard europei e il know-how italiano con le caratteristiche, le tradizioni e le potenzialità del territorio armeno. Un ulteriore elemento qualificante del progetto è rappresentato dalla possibilità per gli studenti di proseguire il proprio percorso formativo in Italia. Nell’anno accademico 2026-2027, infatti, nove studenti del secondo anno di Apicius Armenia stanno svolgendo la propria formazione a Firenze, vivendo direttamente l’esperienza accademica e professionale italiana e approfondendo le competenze necessarie per operare in un settore sempre più internazionale e competitivo.
In questo percorso, anche la collaborazione con l’Ambasciata d’Italia ha contribuito ad arricchire la formazione degli studenti. Nell’ambito della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo 2025, ad esempio, la sede di Dilijan ha ospitato docenti e studenti dell’Istituto Professionale Aurelio Saffi di Firenze. L’iniziativa ha offerto agli studenti italiani e armeni l’occasione di confrontarsi e lavorare fianco a fianco, condividendo tecniche, conoscenze, saper fare e tradizioni gastronomiche e preparando insieme degustazioni dedicate all’incontro tra la cucina toscana e quella armena. La recente iscrizione della cucina italiana nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO dimostra, in effetti, come il cibo possa promuovere l’inclusività e la convivialità tra i popoli.
Durante il loro primo anno di studi a Dilijan, gli studenti hanno inoltre potuto frequentare un corso di lingua italiana, pensato come ulteriore strumento di preparazione al loro futuro professionale. La conoscenza dell’italiano rappresenta per gli studenti di Apicius non soltanto un’opportunità di avvicinamento alla cultura e alla società italiane, ma anche una competenza che potrà accompagnarli nel loro percorso lavorativo e favorirne la mobilità professionale in un settore sempre più caratterizzato da una forte dimensione internazionale.
La nuova sede di Apicius Armenia consolida questa piattaforma di collaborazione a Dilijan, a dimostrazione di come l’istruzione possa rappresentare uno strumento privilegiato di cooperazione internazionale, propiziando lo scambio di conoscenze, competenze e buone pratiche, creando nuove occasioni di incontro tra i due Paesi e traducendosi in opportunità concrete per le nuove generazioni. (aise) 

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Da Baku l’appello di Davit Ishkhanyan: ai 19 prigionieri Armeni sono negati sentenze e atti, e difesa effettiva (Korazym 10.09.26)

Le assicurazioni dell’Azerbaigian sul rispetto dei diritti dei prigionieri Armeni detenuti a Baku vengono contestate direttamente dall’interno del carcere. Davit Ishkhanyan ha diffuso un nuovo messaggio nel quale denuncia la mancata consegna agli imputati, agli avvocati e alle famiglie delle sentenze e degli atti giudiziari, gli ostacoli frapposti al conferimento di una procura a rappresentanti legali in Armenia e all’estero e l’impossibilità concreta di rivolgersi all’Ufficio dell’Ombudsman azero. Ishkhanyan è stato da agosto a ottobre 2023 Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e nel settembre 2023 brevemente Presidente ad interim per tre giorni dopo dimissioni del Presidente Arayik Harutyunyan, avvenute il 1° settembre, fino alle elezioni di Samvel Shahramanyan. Fu illegalmente arrestato dal DTX, il Servizio di sicurezza statale dell’Azerbaigian, il 3 ottobre 2023 insieme agli ex Presidenti Arkadi Ghukasyan, Bako Sahakyan and Arayik Harutyunyan, e portato a Baku. Il 5 febbraio 2026, un tribunale militare dell’Azerbaigian ha condannato Ishkhanyan all’ergastolo con accuse quali “conduzione di una guerra di aggressione”, “presa violenta del potere”, ecc.

La sua testimonianza conferma e approfondisce il quadro di isolamento denunciato nei giorni scorsi dall’Avv. Siranush Sahakyan. Ishkhanyan contesta apertamente le dichiarazioni del Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, secondo la quale il trattamento dei detenuti rispetterebbe la legge e le norme internazionali. Ma rivolge anche un severo richiamo alle autorità armene: i 19 prigionieri, ricorda, possiedono passaporti della Repubblica di Armenia e la tutela dei loro diritti riguarda non soltanto le singole persone, ma la dignità dello Stato e del popolo armeno. La European Armenian Federation for Justice and Democracy (EAFJD) rilancia pertanto la richiesta all’Unione Europea e alle organizzazioni internazionali di esercitare una pressione diretta su Baku per porre fine ai procedimenti contestati e ottenere la liberazione immediata e incondizionata di tutti i detenuti.

Tre incontri in tre anni, ma nessuna risposta sui diritti fondamentali

Nel messaggio diffuso dal carcere di Baku, Ishkhanyan parte dalle recenti dichiarazioni del Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva, secondo la quale gli incontri con i detenuti si svolgerebbero in forma confidenziale e non emergerebbero particolari problemi nel rispetto dei loro diritti.

Ishkhanyan conferma che l’Ombudsman azero ha incontrato i prigionieri tre volte in quasi tre anni. L’ultimo colloquio risale al 5 maggio 2026. In quell’occasione, riferisce, i detenuti le consegnarono informazioni dettagliate sulle violazioni subite e le chiesero di intervenire.

Ishkhanyan ringrazia Aliyeva per il caffè, il tè, i dolci e i libri inviati ai prigionieri, ma osserva che i problemi fondamentali non riguardano le condizioni materiali quotidiane. Riguardano, piuttosto, l’effettivo esercizio del diritto alla difesa, la disponibilità degli atti processuali e la possibilità di comunicare con avvocati e rappresentanti istituzionali.

Una sentenza che imputati, avvocati e famiglie non possono conoscere

Il primo punto sollevato riguarda la sentenza pronunciata il 5 febbraio 2026 dal Tribunale militare di Baku nel procedimento contro gli ex rappresentanti politico-istituzionali della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. In quella data Ishkhanyan è stato condannato all’ergastolo insieme ad altri quattro imputati.

Durante l’incontro del 5 maggio, egli avrebbe chiesto all’Ombudsman, sia verbalmente sia per iscritto, di far pervenire alla famiglia le versioni azera e armena della sentenza, attraverso il suo avvocato oppure mediante il Difensore dei Diritti Umani della Repubblica di Armenia. Avrebbe inoltre segnalato che neppure i difensori avevano ricevuto il documento.

Secondo Ishkhanyan, Aliyeva promise di tentare almeno la trasmissione della versione in lingua azera. A più di quattro mesi da quell’incontro e a sette mesi dalla pronuncia, tuttavia, né la famiglia né gli avvocati avrebbero ottenuto la sentenza. L’atto non risulterebbe neppure pubblicato sui siti del sistema giudiziario o di altre istituzioni azere.

La questione non è meramente formale. Senza la disponibilità della sentenza, gli imputati, i loro legali e le famiglie non possono conoscere integralmente le motivazioni della condanna, verificare il fondamento delle accuse e predisporre una tutela effettiva nelle sedi competenti.

«La comunità internazionale ha il diritto di sapere chi viene processato in Azerbaigian, per quali accuse e in quale modo», afferma Ishkhanyan, definendo questa situazione «puro medioevo».

La procura impedita dal 22 agosto 2025

Un secondo elemento, finora rimasto meno visibile, riguarda la possibilità dei detenuti di farsi rappresentare al di fuori dell’Azerbaigian. Ishkhanyan riferisce che dal 22 agosto 2025 lui e gli altri prigionieri non riescono a conferire una procura a un rappresentante autorizzato nella Repubblica di Armenia, affinché possa tutelare i loro interessi nel Paese e nelle sedi internazionali.

Anche tale problema sarebbe stato sottoposto all’Ombudsman il 5 maggio. Secondo Ishkhanyan, Aliyeva ne prese nota e si mostrò sorpresa, ma dopo oltre un anno gli ostacoli frapposti dagli organismi statali azeri non sarebbero stati rimossi.

Il quadro si completa con la decisione pronunciata il 6 agosto 2026 dalla Corte d’appello di Baku, al termine di un’udienza che Ishkhanyan afferma essere durata appena 14 minuti. Sebbene alla seduta fossero presenti rappresentanti dell’Ufficio dell’Ombudsman, i detenuti non avrebbero ancora ricevuto neppure questo provvedimento. Ishkhanyan precisa di averne chiesto la versione in lingua azera, escludendo così che il ritardo possa essere giustificato dalla necessità di predisporre una traduzione in armeno.

Dopo quell’udienza, aggiunge, i prigionieri non avrebbero più incontrato gli avvocati e non avrebbero avuto interlocutori ai quali rivolgere le proprie domande.

Un Ombudsman che dal carcere non può essere raggiunto

Ishkhanyan contesta anche l’effettiva accessibilità dell’Ufficio del Commissario per i Diritti Umani. Dai locali di detenzione del Servizio di Sicurezza dello Stato azero e dall’istituto penitenziario di Umbaki non vi sarebbe, secondo la sua testimonianza, alcuna possibilità concreta di contattarne il servizio telefonico.

La distanza tra le rassicurazioni ufficiali e quanto descritto dal detenuto appare così sostanziale. Tre incontri in quasi tre anni, senza seguito sulle richieste riguardanti sentenze, difesa e rappresentanza legale, non sarebbero sufficienti a dimostrare l’esistenza di una tutela effettiva.

La dichiarazione assume particolare rilievo perché proviene da uno dei diretti interessati e indica date, documenti e richieste specifiche che potrebbero essere verificate dalle istituzioni competenti.

«Tutti i 19 possiedono passaporti della Repubblica di Armenia»

La parte politicamente più dura del messaggio è rivolta al Difensore dei Diritti Umani e alle autorità della Repubblica di Armenia. Ishkhanyan ricorda di aver sottoposto alcune richieste al primo il 6 maggio, senza ricevere alcun risultato.

Chiede ora alle istituzioni armene di ottenere gli atti d’accusa, le conclusioni processuali e le sentenze, di consegnarli alle famiglie e di esaminarne il contenuto. A suo giudizio, infatti, nei procedimenti non sarebbero coinvolti soltanto i singoli imputati: le formulazioni adoperate dall’accusa investirebbero direttamente lo Stato armeno, la statualità dell’Armenia e la dignità del popolo armeno.

Ishkhanyan invita inoltre il Difensore dei Diritti Umani armeno a recarsi nel carcere di Umbaki e a incontrare quelli che definisce, con evidente amarezza, i prigionieri del «processo di pace».

«Le 19 persone detenute in Azerbaigian possiedono passaporti della Repubblica di Armenia», ricorda infine alle autorità di Erevan. La questione, aggiunge, non riguarda soltanto il loro onore individuale, ma quello di tutti gli Armeni e, in modo particolare, delle istituzioni chiamate a tutelarli.

La conferma del quadro di «isolamento assoluto»

Le nuove denunce si inseriscono nel quadro delineato dall’Avv. Siranush Sahakyan, rappresentante degli interessi di diversi detenuti Armeni dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Secondo quanto riferito nei giorni scorsi, i prigionieri si troverebbero in una condizione di «isolamento assoluto»: nessun contatto fisico con familiari, funzionari consolari, medici e avvocati indipendenti o rappresentanti del Comitato Internazionale della Croce Rossa. Le comunicazioni con le famiglie sarebbero limitate a telefonate sorvegliate, di durata compresa generalmente fra due e dieci minuti e suscettibili di essere interrotte.

Proprio una telefonata dell’ex Ministro di Stato dell’Artsakh Ruben Vardanyan sarebbe stata interrotta quando egli aveva iniziato a parlare delle difficoltà incontrate per ottenere una copia della propria sentenza e per rivolgersi al Commissario azero per i Diritti Umani.

Un ulteriore elemento mostra quanto sia difficile persino per i familiari tentare di raggiungere i detenuti. L’8 settembre 2026, Veronika Zonabend, moglie di Ruben Vardanyan, ha scritto al Presidente dell’Assemblea Nazionale armena Alen Simonyan, dopo aver appreso della possibilità di una sua visita a Baku, dichiarandosi pronta ad accompagnarlo e chiedendogli se intendesse incontrare i prigionieri Armeni, favorire le visite dei familiari e consegnare lettere, fotografie e pacchi. Anche i parenti di altri detenuti avrebbero manifestato la disponibilità a partecipare. La proposta si inserisce nell’iniziativa avviata durante l’estate da Zonabend per organizzare una delegazione internazionale di donne diretta in Azerbaigian.

Alla sua disponibilità ha fatto seguito, tuttavia, quello che appare come un avvertimento proveniente da organi di informazione azeri, in un Paese nel quale la stampa indipendente è stata progressivamente eliminata e il sistema mediatico interno opera sotto il controllo o la forte pressione delle autorità. I siti Unikal.az e News24.az hanno prospettato la possibilità che Zonabend venga perseguita e condannata fino a cinque anni di reclusione per una visita compiuta nell’Artsakh nel 2022, considerata da Baku un ingresso illegale. Gli stessi organi di informazione hanno precisato che l’eventuale responsabilità dipenderebbe dal percorso seguito e dall’esistenza o meno di un’autorizzazione azera. Pur non trattandosi, formalmente, di una comunicazione delle autorità giudiziarie, in un sistema informativo privo ormai di reali spazi di autonomia tale messaggio non può essere considerato alla stregua di una semplice valutazione giornalistica. Secondo la storica ed esperta di Azerbaigian Tatevik Hayrapetyan, la pubblicazione avrebbe lo scopo di dissuadere Zonabend dal recarsi a Baku e dall’incontrare il marito.

Alla mancata consegna degli atti si aggiungono le preoccupazioni riguardanti l’assistenza sanitaria, l’accesso alla difesa e le condizioni della detenzione. Si tratta di accuse che richiedono un accertamento indipendente, reso però particolarmente difficile proprio dall’assenza di accesso da parte di osservatori esterni.

Il caso Vardanyan: gli atti del processo resi pubblici all’estero

In questo contesto assume particolare importanza la recente pubblicazione dei documenti relativi al procedimento separato contro Ruben Vardanyan, condannato a venti anni di reclusione.

Il sito Free Armenian Prisoners ha reso disponibili integralmente l’atto d’accusa e la sentenza del Tribunale militare di Baku: rispettivamente 1.945 e 1.357 pagine, tradotte in inglese. La sentenza è stata tradotta dall’originale azero, mentre l’atto d’accusa dalla sua versione in lingua russa.

La decisione, pronunciata il 17 febbraio 2026 nel procedimento numero 1-1(093)-60/2025, consente ora di osservare direttamente la costruzione accusatoria adottata dal Tribunale militare di Baku.

L’aspetto centrale è l’identificazione delle istituzioni politiche, amministrative e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh con una medesima «organizzazione criminale». La sentenza ne ricostruisce le attività lungo un arco temporale di 36 anni, comprendendo quindi anche gli avvenimenti del 1988-1994, quando Vardanyan aveva circa vent’anni ed era studente.

Questo non significa, tuttavia, che il Tribunale gli attribuisca direttamente la commissione dei fatti risalenti a quel periodo. La decisione sostiene che Vardanyan avrebbe aderito alla presunta organizzazione criminale all’inizio di dicembre 2020 e che, da quel momento, avrebbe partecipato alle attività dirette verso il suo «comune scopo criminale».

È proprio il passaggio dalla responsabilità attribuita all’organizzazione nel suo complesso alla responsabilità penale individuale di Vardanyan a rappresentare uno degli aspetti più delicati della sentenza. Il Tribunale afferma che egli, dopo l’adesione, avrebbe partecipato a tutti i reati compiuti dall’organizzazione dal dicembre 2020 in avanti, comprese azioni militari, uccisioni, tentati omicidi, detenzioni, torture e altre violazioni contestate dalle autorità azere.

Dichiarazioni politiche utilizzate come elementi di prova

Fra gli elementi impiegati per dimostrare l’adesione di Vardanyan e le finalità della sua attività, la sentenza richiama interviste, discorsi pubblici e registrazioni pubblicate su YouTube.

Viene citato, fra gli altri, il discorso pronunciato durante una manifestazione del 9 maggio 2023, nel quale Vardanyan parlava dell’obiettivo di un Artsakh «libero, indipendente e armeno». Il Tribunale interpreta questa dichiarazione come un appello alla prosecuzione della guerra contro l’Azerbaigian.

La sentenza richiama inoltre un intervento nel quale Vardanyan ricordava un giuramento compiuto nel 1988 nel monastero di Amaras per sostenere l’indipendenza dell’Artsakh. In un altro discorso egli indicava tre possibili strade per gli Armeni dell’Artsakh – l’integrazione nell’Azerbaigian, la fuga oppure la lotta – affermando di avere scelto quest’ultima.

Per la Corte di Baku, anche il rifiuto dell’integrazione e la difesa pubblica dell’indipendenza dell’Artsakh costituirebbero manifestazioni delle finalità perseguite dalla presunta organizzazione criminale. Ne deriva una sovrapposizione, che dovrà essere esaminata sul piano giuridico, fra attività politica, difesa del diritto all’autodeterminazione e partecipazione a un progetto terroristico o militare.

Corrispondenza privata, fondazioni e finanziamenti

La sentenza utilizza anche corrispondenza WhatsApp, materiali estratti da un telefono BlackBerry, documenti finanziari, carte sequestrate negli uffici, perizie e testimonianze di militari e civili Azeri, molte delle quali furono lette durante il processo.

Secondo la ricostruzione del Tribunale, Vardanyan avrebbe contribuito alla costituzione e al finanziamento di unità di autodifesa, raccogliendo risorse proprie e di cittadini stranieri attraverso la fondazione We Are Our Mountains, campagne di aiuto e altre organizzazioni indicate dalle autorità azere come una copertura umanitaria.

La sentenza sostiene che alcuni componenti di tali unità ricevessero compensi mensili compresi fra 700 e 2.000 dollari e che il denaro fosse destinato al finanziamento di formazioni armate considerate terroristiche dall’Azerbaigian.

Un ulteriore elemento riguarda una conversazione WhatsApp del novembre 2022 sull’eventuale acquisizione di droni e della documentazione tecnica necessaria alla loro produzione. Il collegamento con la Aurora Humanitarian Initiative deriva dal fatto che Vardanyan avrebbe inoltrato la corrispondenza ad Arman Jilavyan, indicato nella sentenza come responsabile dell’organizzazione.

La sentenza non sembra qualificare indistintamente ogni attività filantropica o umanitaria di Vardanyan come finanziamento del terrorismo. Sostiene, piuttosto, che determinate risorse raccolte attraverso fondazioni e campagne benefiche sarebbero state impiegate per sostenere formazioni armate. È questa specifica tesi accusatoria che necessita di un esame indipendente delle prove e del loro contesto.

Dalla mancata ammissione di colpevolezza alla condanna

La sentenza afferma che Vardanyan non si è dichiarato colpevole, ha rifiutato di testimoniare e non ha presentato prove a propria difesa. Questo dato costituisce la versione riportata dal Tribunale e non consente, da solo, di concludere che l’imputato abbia liberamente rinunciato a difendersi.

Le organizzazioni per i diritti umani, la famiglia e i rappresentanti legali hanno ripetutamente denunciato l’assenza di un’effettiva parità fra accusa e difesa, le limitazioni imposte agli avvocati, lo svolgimento delle udienze senza osservatori internazionali e le difficoltà incontrate dallo stesso Vardanyan nell’accesso agli atti.

Il Tribunale lo ha dichiarato colpevole in base a un numero particolarmente elevato di disposizioni del Codice penale azero. Le accuse riguardano, fra l’altro, pianificazione e conduzione di una guerra di aggressione, deportazione, persecuzione, detenzione illegale, tortura, omicidio e tentato omicidio con circostanze aggravanti, terrorismo e finanziamento del terrorismo, partecipazione a un’organizzazione criminale, costituzione di formazioni armate, detenzione di armi e munizioni, minacce alla sicurezza dell’aviazione, tentativo di modificare con la forza l’ordinamento costituzionale, attività economiche illegali e attraversamento irregolare della frontiera.

La Corte ha comunque eliminato dall’imputazione gli articoli 279.1 e 279.2, ha riqualificato l’accusa relativa alle armi dall’articolo 228.3 al 228.2.1 e, per un altro reato, non ha applicato la pena a causa dell’intervenuta prescrizione.

Le diverse pene, alcune delle quali raggiungono i vent’anni, sono state infine assorbite in una condanna complessiva a venti anni di reclusione. I primi dieci dovranno essere scontati in carcere e i successivi in un istituto penitenziario a regime severo. Il termine della pena viene calcolato dal 27 settembre 2023, giorno dell’arresto di Vardanyan.

Una responsabilità individuale costruita attraverso quella collettiva

La disponibilità della sentenza permette dunque di individuare con maggiore chiarezza la questione giuridica centrale. Gran parte delle 1.357 pagine è dedicata alla storia del conflitto, alle attività attribuite alle istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, alle operazioni militari e alle testimonianze delle vittime Azere. Nella parte conclusiva questo insieme vastissimo viene ricondotto alla responsabilità personale di Vardanyan attraverso la tesi della sua adesione, dal dicembre 2020, a un’unica organizzazione criminale.

La costruzione accusatoria appare fondata su tre passaggi: l’equiparazione delle istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh a un’organizzazione criminale; l’attribuzione a tale organizzazione di un progetto unitario proseguito per decenni; l’estensione a Vardanyan della responsabilità per le attività compiute dal momento della sua presunta adesione.

A questi passaggi si aggiunge l’uso di dichiarazioni politiche favorevoli all’indipendenza dell’Artsakh e di iniziative presentate come umanitarie quali elementi probatori di finalità terroristiche o militari.

Non è ancora possibile esprimere un giudizio definitivo sulla consistenza di ogni singola prova. Gli atti hanno dimensioni eccezionali, la documentazione disponibile è tradotta in inglese e manca ancora un’analisi giuridica indipendente complessiva. La loro pubblicazione permette però di sottoporre a verifica una decisione assunta al termine di un processo dal quale sono rimasti esclusi osservatori internazionali e organi di informazione indipendenti.

L’appello europeo

La European Armenian Federation for Justice and Democracy (EAFJD) ha rilanciato la dichiarazione di Ishkhanyan, chiedendo all’Unione Europea e agli organismi internazionali per i diritti umani di esercitare una pressione diretta su Baku, porre fine a quelli che definisce procedimenti farsa e ottenere la liberazione immediata e incondizionata dei prigionieri Armeni.

Non si tratta di una richiesta priva di precedenti istituzionali. Il 13 marzo 2025 il Parlamento Europeo approvò una risoluzione sulla detenzione illegale e sui processi farsa contro gli ostaggi Armeni, compresi gli ex rappresentanti politici della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, con 523 voti favorevoli, 3 contrari e 84 astensioni. Il testo chiedeva la liberazione immediata e incondizionata e il ritorno in sicurezza di tutti i detenuti.

Il Parlamento Europeo è tornato sul tema il 30 aprile 2026, chiedendo nuovamente il rilascio dei prigionieri e una risposta alla distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno nell’Artsakh occupato.

Il 14 luglio, nel corso della conferenza Armenian Political Prisoners in Azerbaijan and the Imperative of EU Engagement, organizzata al Parlamento Europeo con il sostegno dell’EAFJD, parlamentari, giuristi, rappresentanti delle famiglie e organizzazioni per i diritti umani hanno ribadito che la detenzione degli Armeni costituisce un ostacolo alla costruzione di una pace credibile.

Le nuove informazioni provenienti dal carcere pongono dunque una questione precisa: se sentenze, atti d’accusa e decisioni d’appello non vengono consegnati agli imputati e ai loro avvocati; se non è possibile conferire una procura per ottenere tutela all’estero; se l’accesso a difensori e organismi indipendenti rimane impedito, le rassicurazioni sul rispetto degli standard internazionali non possono essere considerate credibili.

E una pace costruita lasciando 19 Armeni nell’isolamento del carcere di Baku, senza una difesa pienamente esercitabile e senza un’effettiva verifica internazionale, è ridotta ad essere soltanto una pace dichiarata.

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Armenia – Roma e Yerevan rafforzano la cooperazione (Assadakah 10.11.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nella Capitale della piccola Repubblica caucasica, prosegue il dialogo politico tra Italia e Armenia, in un momento nel quale le relazioni bilaterali vengono definite da entrambe le parti a un livello elevato e si stanno progressivamente ampliando in diversi settori. Mercoledì 9 settembre l’Ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto a Yerevan da Ruben Rubinyan, Presidente dell’Assemblea Nazionale della Repubblica d’Armenia.

Nel corso dell’incontro sono state esaminate le relazioni bilaterali tra i due Paesi, con particolare attenzione alle prospettive di un loro ulteriore sviluppo e al rafforzamento dei rapporti interparlamentari.

Il colloquio si inserisce in un percorso di progressivo consolidamento dei rapporti tra Roma e Yerevan, che nel 2026 hanno conosciuto una serie di appuntamenti e iniziative in ambito politico, economico, infrastrutturale, culturale e accademico. Un rapporto politico in crescita

Già nel gennaio scorso, durante le consultazioni politiche Italia-Armenia svoltesi alla Farnesina, il Vice Ministro degli Affari Esteri italiano Edmondo Cirielli e il suo omologo armeno Vahan Kostanyan avevano passato in rassegna le principali questioni bilaterali e regionali.

In quell’occasione Roma aveva sottolineato l’importanza della stabilizzazione del Caucaso meridionale, del processo di pace tra Armenia e Azerbaijan e del consolidamento dei rapporti di Yerevan con l’Unione Europea. Sul versante economico, le delegazioni avevano evidenziato la necessità di accrescere ulteriormente gli scambi commerciali, che nel 2024 avevano superato i 415 milioni di euro, oltre alle nuove opportunità legate alla connettività infrastrutturale, in particolare ferroviaria. L’Armenia figura inoltre tra i Paesi prioritari per la cooperazione italiana allo sviluppo.

La dimensione economica ha assunto nel frattempo un peso crescente. Secondo i dati illustrati dall’Ambasciatore Ferranti al Presidente della Repubblica armena Vahagn Khachaturyan durante l’incontro del giugno scorso, l’Italia è diventata nel 2025 il primo partner commerciale dell’Armenia tra i Paesi dell’Unione europea. Nello stesso colloquio sono state affrontate anche le prospettive di collaborazione nel turismo, nell’università, nella cultura e nella valorizzazione del patrimonio storico e artistico.

La collaborazione non rimane confinata al piano diplomatico. Nel marzo 2026 l’Ambasciatore Ferranti aveva incontrato il Vice Ministro armeno dell’Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture, Armen Simonyan. Al centro del confronto erano stati i collegamenti tra i due Paesi, il crescente flusso turistico e il progetto di una possibile infrastruttura ferroviaria verso l’aeroporto internazionale di Zvartnots, con l’ipotesi di un coinvolgimento di imprese italiane.

Un altro esempio concreto è rappresentato dal progetto per il nuovo Centro doganale e logistico del Syunik, per la cui realizzazione è stato firmato nel maggio scorso un contratto con la società italiana IRD Engineering. L’investimento, pari a 14,4 milioni di euro, è finanziato attraverso prestiti e sovvenzioni della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e un cofinanziamento del Governo armeno. Il centro, previsto lungo il corridoio Nord-Sud, dovrebbe contribuire alla modernizzazione delle procedure doganali e al rafforzamento della posizione dell’Armenia come snodo logistico regionale. L’avvio dei lavori è previsto per il 2027.

Anche i collegamenti aerei hanno avuto un’evoluzione significativa. Le cinque tratte dirette tra Armenia e Italia sono state indicate dall’Ambasciata italiana come uno dei fattori che stanno favorendo l’incremento dei flussi turistici e degli scambi tra i due Paesi.

Particolarmente significativo è anche il settore culturale e scientifico, nel quale la collaborazione italo-armena possiede radici consolidate.

Nel giugno scorso Ferranti ha partecipato alla presentazione dei risultati delle campagne archeologiche condotte ad Aruch, nell’ambito della cooperazione tra studiosi italiani e armeni. Il progetto ArcheoTourDev, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e coordinato dall’Università di Firenze con ISMEO e altri partner, interessa anche i siti di Dvin e Garni e punta a coniugare ricerca archeologica, conservazione del patrimonio e sviluppo del turismo culturale sostenibile.

Pochi giorni dopo, l’Ambasciatore ha visitato la missione archeologica italo-armena sull’altopiano di Shamiram, nella regione di Aragatsotn, dove archeologi dei due Paesi stanno studiando un complesso fortificato e una vasta necropoli. La missione, attiva dal 2024, è cofinanziata dall’ISMEO, dall’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia delle Scienze armena e dal Ministero degli Affari Esteri italiano.

La cooperazione si sta inoltre sviluppando nel campo della formazione. Il 5 settembre, a Dilijan, Ferranti ha partecipato all’inaugurazione della nuova sede armena della Apicius International School of Hospitality, istituto fiorentino specializzato nella formazione nei settori dell’ospitalità, dell’enogastronomia e del turismo. Il progetto consente agli studenti armeni di seguire parte della propria formazione a Firenze: per l’anno accademico 2026-2027, nove studenti del secondo anno stanno infatti proseguendo il percorso formativo in Italia.

In questo quadro si colloca anche l’incontro del 9 settembre tra Ferranti e Rubinyan. Il rafforzamento dei rapporti interparlamentari può rappresentare un ulteriore canale di dialogo tra i due Paesi, affiancando quello già intenso tra i rispettivi governi e ministeri.

Il Parlamento armeno ha intensificato negli ultimi mesi i contatti con rappresentanti parlamentari e istituzionali europei. Rubinyan, in particolare, ha seguito diversi dossier di politica estera e rapporti interparlamentari, ricevendo nei mesi scorsi anche delegazioni e rappresentanti di altri Paesi europei.

L’apertura di un dialogo parlamentare più strutturato con l’Italia assume quindi un significato che va oltre il semplice protocollo diplomatico: può contribuire allo scambio di esperienze legislative, al confronto sulle politiche europee e alla conoscenza reciproca tra le istituzioni dei due Paesi.

Tra l’altro, Il consolidamento dei rapporti Italia-Armenia avviene mentre Yerevan sta approfondendo il proprio rapporto con l’Unione europea. Roma ha più volte espresso il proprio sostegno al rafforzamento delle relazioni tra Armenia e UE e, durante l’incontro con il Presidente Khachaturyan del giugno scorso, il diplomatico italiano, ha ribadito anche il sostegno italiano al processo di liberalizzazione dei visti Schengen per i cittadini armeni.

Il quadro che emerge è dunque quello di una relazione ormai articolata su più livelli: diplomazia politica, commercio, infrastrutture, turismo, università, formazione, archeologia, cultura e cooperazione allo sviluppo.

L’incontro del 9 settembre tra Alessandro Ferranti e Ruben Rubinyan si inserisce in questa dinamica e indica la volontà di dare maggiore continuità anche alla dimensione parlamentare dei rapporti. Un settore che, accanto alla cooperazione economica e culturale, può diventare uno degli strumenti attraverso cui Italia e Armenia potranno approfondire ulteriormente un rapporto che negli ultimi anni ha assunto un peso crescente per entrambi i Paesi.

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Domani scatta la prima edizione del Tour Of Armenia (Tuttobiviweb 09.09.26)

Il Tour of Armenia è pronto a fare il suo debutto sul palcoscenico del ciclismo mondiale. Domani alle 12.55 locali (GMT+4, in Italia saranno le 10.55) scatterà la prima tappa dell’edizione inaugurale della corsa 2.2 inserita da questa stagione nel calendario dell’Uci Europe Tour. Si parte da Gavar, capoluogo della regione di Gegharkunik e si arriva a Mets Masrik, costeggiando per tutta la frazione il lago Sevan, uno degli specchi d’acqua in quota più grandi al mondo e definito il “mare d’Armenia”. Appena 450 metri di dislivello con possibile arrivo allo sprint, ma la peculiarità di pedalare su un altopiano che non scende mai sotto quota 1900 metri per tutti i 135 km previsti può regalare qualche sorpresa.

Le squadre sono arrivate in queste ore a Erevan, una delle città più antiche del mondo e si stanno preparando per questa intensa quattro giorni che si chiuderà proprio nella capitale domenica 13 settembre con un ambassador d’eccezione come l’olimpionico di Pechino 2008 Samuel Sanchez a premiare i vincitori.

Quattro le maglie, disegnate dall’azienda italiana Alé Cycling, per vestire i leader delle rispettive classifiche, che richiamano i simboli peculiari armeni. Il corridore che si aggiudicherà la prima tappa di domani indosserà anche la maglia rossa destinata al primo della classifica generale: i disegni della parte frontale richiamano il simbolo dell’Eternità armena, mentre sul retro c’è la cartina geografica stilizzata del Paese caucasico. La maglia blu, che sarà in palio da venerdì coi primi gran premi della montagna, caratterizzerà il miglior scalatore, rappresentando sullo sfondo il Monte Aragats, vulcano estinto nonché il picco più alto dell’Armenia con 4090 metri. Per la classifica a punti, invece, brilla la maglia arancione, con onde stilizzate che richiamano la velocità del ciclismo moderno. Alle tre maglie che insieme omaggiano i colori della bandiera nazionale, si aggiunge la tradizionale bianca di miglior giovane, con arazzi tipici sulla parte frontale che rappresentano la cultura e l’identità del Paese, mentre sul retro è stilizzato il suggestivo Monastero di Noravank, risalente al XIII secolo.

Nei giorni scorsi, con tanto di evento pubblico in centro a Erevan, era stata, invece, svelata la simpatica mascotte del Tour of Armenia, un capriolo vestito di tutto punto da ciclista, con tanto di caschetto. All’evento era presente anche il Ministro dell’Educazione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica d’Armenia Zhanna Andreasyan, che ha voluto fortemente questa corsa: «Lavoriamo a questo progetto da circa due anni. Per quanto possa sembrare sorprendente, l’idea è nata dai grandi programmi di infrastrutture stradali attuati dal Governo. Da questi lavori, è emerso chiaramente che le nostre strade sono in ottime condizioni e in grado di ospitare eventi ciclistici internazionali. Da qui è nata l’idea di sfruttare questa opportunità per organizzare una gara ciclistica internazionale in Armenia. Un evento di questo tipo crea solide premesse sia per lo sviluppo del ciclismo a livello locale, sia per accrescere la visibilità del Paese a livello globale».

Un evento che dà la possibilità all’Armenia di aprire le sue porte al mondo, grazie anche alla cooperazione di più soggetti, come aggiunge Andreasyan: «Non avendo alcuna esperienza pregressa nella realizzazione di progetti di questa portata, avevamo bisogno della guida di un’organizzazione internazionale affidabile e con comprovata competenza come RCS, società di consulenza internazionale profondamente coinvolta in grandi eventi ciclistici come il Giro d’Italia, che ha visitato il nostro Paese ed effettuato delle ispezioni preliminari in diverse regioni, per consigliarci i successivi step da seguire. In seguito, il Tour of Armenia ha preso forma e abbiamo avanzato all’UCI la candidatura per includere la corsa nel loro calendario. Dall’istante in cui abbiamo ricevuto la gratificante risposta affermativa ci siamo preparati con grande responsabilità».

Sul percorso del 2026, il Ceo della società organizzatrice locale, Sports Management Center Khoren Zargaryan commenta: «Abbiamo disegnato un tracciato bilanciato, per offrire un’esperienza variegata sia ai ciclisti sia agli spettatori, mostrando in tutto il mondo il grande patrimonio turistico dell’Armenia. Il gran finale ad Erevan poi, ha un significato e un fascino speciale». Nello specifico, aggiunge: «La frazione di domani, che aprirà il Tour, sarà veloce e vedrà le squadre darsi battaglia sin da subito. La seconda tappa da Kirants a Stepanavan, invece, coi suoi 2400 metri di dislivello avrà un ruolo chiave per la classifica generale, così come la terza, da Martuni al Lago Parz nei pressi di Dilijan. Sabato, oltre a fare fatica in bicicletta, i corridori passeranno in alcuni degli scenari più iconici che sono sicuro lasceranno a bocca aperta i telespettatori di tutto il mondo. Per il gran finale di domenica, abbiamo optato per un circuito veloce, dinamico e molto accattivante anche per il pubblico oltre per i corridori. Arrivare nel cuore di Erevan poi, ha un significato speciale».

L’amministratore delegato e direttore generale di Rcs Sports and Events, Paolo Bellino, dichiara: «L’Armenia è un Paese che negli anni ha dimostrato una forte attenzione e un concreto impegno verso il ciclismo. Il Tour of Armenia rappresenta un ulteriore passo in questo percorso e siamo lieti di mettere a disposizione la nostra esperienza per contribuire al successo di un evento che, già da questa settimana, si affaccia sul panorama internazionale». E, grazie al ciclismo, scopre nuovi orizzonti: «Il Giro d’Italia ha sempre rappresentato molto più di una competizione sportiva: è uno strumento capace di creare connessioni, avvicinare culture e rafforzare le relazioni tra Paesi. La nascita di questa nuova collaborazione sportiva ne è una testimonianza concreta. Lo scorso maggio, il Governo italiano ha visitato Erevan in occasione del vertice della Comunità Politica Europea, proprio nei giorni in cui si disputava il Giro d’Italia. Sono certo che il Tour of Armenia, al via giovedì, saprà rafforzare ulteriormente, attraverso il linguaggio universale del ciclismo, gli ottimi rapporti che già legano Italia e Armenia».

L’attenzione non soltanto per il presente, ma anche per il futuro, come sottolinea il ministro Andreasyan: «Il nostro obiettivo non era quello di organizzare un evento isolato, ma di rendere il Tour of Armenia una corsa ricorrente. Le discussioni con i nostri partner hanno dimostrato che i percorsi possono cambiare ogni anno. Mentre l’edizione di quest’anno attraversa le regioni di Gegharkunik, Kotayk, Tavush e Lori, quelle future potranno includere altre regioni e comunità in tutta l’Armenia. Questa flessibilità ci permette di dimostrare che stiamo parlando di un’intera rete stradale che offre fantastici itinerari ciclistici. Grazie al fatto che le immagini della corsa saranno trasmesse dai broadcaster internazionali, il pubblico di tutto il mondo scoprirà che il nostro Paese è ottimo per il turismo sportivo. Le nostre strade, i nostri paesaggi, la nostra cultura storica e la nostra grande ospitalità sono il miglior biglietto da visita che possiamo dare».

Il Tour of Armenia, infatti, sarà trasmesso a tutte le latitudini da HBO Max, ESPN, Flo Sports, Okko, SBS e SPO TV e Zhibo Tv. Novantasei i partenti, provenienti da ogni angolo del mondo: Australia, Danimarca, Eritrea, Giappone, Gran Bretagna, Italia, Kazakistan, Nuova Zelanda, Svizzera, Spagna, Polonia, Portogallo, soltanto per citarne alcuni.

Tra le sedici formazioni al via della corsa poi c’è anche una formazione di base armena, base fondamentale per diffondere ancora di più il ciclismo in tutte le regioni del Paese e il presidente della Federciclismo nazionale Ara Sadoyan commenta soddisfatto: «Una corsa a tappe inclusa nel calendario internazionale UCI offrirà ai nostri giovani atleti l’opportunità di sperimentare il ciclismo professionistico a casa propria, di comprendere il livello della competizione e di familiarizzare con i più alti standard internazionali. Sarà un’esperienza fantastica anche per i giovani ciclisti che verranno ad assistere alla gara. Vogliamo che il Tour d’Armenia contribuisca ad aumentare l’interesse per il ciclismo giovanile e incoraggi una nuova generazione di atleti ad avvicinarsi a questo sport».

Tutta l’Armenia si sta innamorando del ciclismo, come conferma il ministro Andreasyan: «Abbiamo lavorato al fianco di tutte le municipalità toccate dal percorso per far sì che fossero preparate al meglio. Questo non è soltanto un progetto sportivo, ma è una vetrina incredibile per le nostre regioni. Il Comitato Turistico dell’Armenia è stato coinvolto in ogni fase del processo, per rappresentare il nostro Paese attraverso la corsa ciclistica. Sono convinta anche che i nostri giovani saranno presenti in massa ad assistere alla manifestazione anche perché per noi lo sport è una componente essenziale dell’educazione fisica, o per dirla col termine in lingua armena “marmnakrtutyun”, ovvero “educazione del corpo”. L’educazione moderna non può esistere senza una bilanciata combinazione dello sviluppo intellettuale, emozionale e fisico».

Official website: https://tour-of-armenia.com/

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Armenia, turismo in crescita: investimenti e nuove opportunità per il mercato italiano (Advtraining 09.09.26)

Con il potenziamento dei collegamenti aerei internazionali e la crescente attenzione dei grandi player dell’ospitalità, l’Armenia si conferma tra le destinazioni a più rapida crescita dell’area euroasiatica. Secondo i dati di Enterprise Armenia, l’agenzia governativa per la promozione degli investimenti, nei primi 5 mesi del 2026 gli arrivi turistici nel Paese hanno raggiunto quota 825mila, +19,3% rispetto allo stesso periodo del 2025, con un’accelerazione fino al +39,6% nel solo mese di aprile e 199mila arrivi nel solo mese di maggio. Il turismo ha così raggiunto un peso del 5,3% sul PIL nazionale nel 2025. A confermare la solidità del trend anche i dati ufficiali del Comitato per il Turismo del Ministero dell’Economia armeno, secondo cui nella prima metà del 2026 il Paese ha accolto oltre un milione di visitatori, il valore più alto mai registrato per il semestre con un +14,8% sul 2025. Sul fronte delle infrastrutture, l’espansione da 500 milioni di dollari dell’aeroporto internazionale di Zvartnots, scalo che intercetta il 57% degli arrivi internazionali e gli oltre 100 milioni di dollari investiti nelle infrastrutture turistiche regionali, accompagnano un piano che punta a portare il Paese fino a 3 milioni di visitatori entro il 2030. Un impulso a cui si aggiunge la capacità del Paese di ospitare grandi eventi internazionali: dal 10 al 13 settembre l’Armenia debutta nel calendario dell’UCI Europe Tour con il “Tour of Armenia”, nuova corsa a tappe organizzata dal governo insieme alla Federazione Ciclistica Armena, che attraverserà le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn per chiudersi nella capitale Erevan, accendendo i riflettori internazionali su alcuni dei territori più suggestivi del Paese.

Eppure, sempre secondo i dati di Enterprise Armenia, confrontando queste cifre con l’attuale offerta ricettiva, emerge un chiaro squilibrio: il Paese gestisce poco più di 1.700 strutture ricettive. Questo rapporto tra il volume totale dei visitatori e la disponibilità di camere indica una limitata scalabilità all’interno dell’attuale struttura ricettiva, con il 57% della domanda di alloggi concentrata a Erevan e il 43% distribuito in un territorio ancora in via di sviluppo. In questo contesto che vede protagonista l’Italia con un numero di visitatori che nel 2025 ha raggiunto quota 22.669, un aumento del 40,7% rispetto al 2024, BWH Hotels Italy & South-East Europe ha scelto di rafforzare in modo strutturale la propria presenza in Armenia, portando in questo nuovo mercato anche la propria storica vocazione a sostegno del grande ciclismo. Un impegno già ampiamente consolidato in Italia attraverso la collaborazione con partner di eccellenza come RCS Sport e il supporto al Giro d’Italia, a conferma di come le grandi competizioni sportive rappresentino per il Gruppo un eccezionale volano per lo sviluppo turistico e la valorizzazione dei territori. “Investire nello sviluppo infrastrutturale e ricettivo dell’Armenia è oggi fondamentale per supportare la crescita di un Paese che mostra un enorme potenziale, ma che necessita di ampliare e distribuire la propria capacità di accoglienza”, spiega Fabrizio Doria, Chief Development Officer di BWH Hotels Italy and South East Europe. “La nostra non è una presenza episodica, ma una strategia di investimento strutturata su tutto il territorio. Per questo abbiamo deciso di impegnarci attivamente supportando l’offerta ricettiva dalla capitale Erevan alle rive del Lago Sevan, dalle colline di Dilijan, tappa del Tour of Armenia, alla località sciistica di Tsaghkadzor. Ogni nostro investimento sul territorio risponde a una lettura attenta delle dinamiche del mercato: l’obiettivo è contribuire a colmare lo squilibrio tra l’aumento dei visitatori e le strutture disponibili, permettendo al Paese di intercettare in modo solido sia il viaggiatore leisure, alla ricerca di una meta autentica, sia il segmento business e congressuale, in forte espansione anche nelle città regionali. L’Armenia sta costruendo in tempi rapidi un’offerta turistica completa, e crediamo sia essenziale supportare con investimenti mirati le prime fasi di questo sviluppo strutturale”.

Dalla capitale Erevan al cuore culturale di Gyumri, ecco 5 luoghi imperdibili per scoprire il Paese in occasione del “Tour of Armenia”:

1.   Erevan, la capitale:
 nota come la “Città Rosa” per le sfumature di tufo dei suoi palazzi storici che si stagliano sullo sfondo del leggendario Monte Ararat, è una delle città più antiche del mondo. Oggi è un vivace hub tecnologico e culturale caratterizzato dai caffè all’aperto di Place de la République, la monumentale scalinata della Cascade, la Cattedrale di San Gregorio Illuminatore, il mercato d’antiquariato del Vernissage e la suggestiva Moschea Blu. Qui il Gruppo è presente con il Congress Hotel Best Western Plus. Situato in una posizione centrale nel cuore finanziario e storico della città, la struttura offre eleganti camere ed è immersa in un tranquillo giardino con piscina all’aperto, centro benessere, sauna, palestra attrezzata e ampi spazi congressuali con ristorante di cucina locale e internazionale.

2.   Il Lago Sevan: 
soprannominato il “mare d’Armenia”, è una gemma incastonata tra vette vulcaniche a quasi 1.900 metri d’altezza, che lo rende il secondo lago di montagna più alto al mondo dopo il Titicaca. Meta amatissima per le sue spiagge di sabbia, le acque turchesi e per la storica Penisola di Sevanavank con il suo monastero medievale in pietra scura.

3.   Le colline di Dilijan: conosciuta come la “Svizzera d’Armenia” per le sue fitte foreste e il clima di montagna, è meta di trekking ed escursioni tra il Dendroparco e il Lago Parz, ed è anche una delle tappe del Tour of Armenia in programma questo mese. Il Gruppo è presente con il Paradise Hotel Dilijan Best Western Plus. Immerso nel verde panorama montano, l’hotel vanta un centro SPA completo di piscina coperta, sauna, bagno turco, palestra e area giochi per famiglie, oltre a un raffinato ristorante panoramico con ampie vetrate sulle vallate circostanti.

4.   La località sciistica di Tsaghkadzor: la “Valle dei Fiori”, principale meta sciistica del Paese con i suoi moderni impianti che salgono sul Monte Teghenis, regala scorci mozzafiato e ospita lo storico monastero di Kecharis. Durante l’estate si trasforma in un rifugio alpino d’eccellenza per gli amanti delle escursioni, delle mountain bike e del relax wellness.

5.   La città di Gyumri: seconda città dell’Armenia, affascina con le sue suggestive stradine lastricate nel quartiere storico di Kumayri, dove spiccano gli eleganti palazzi dell’Ottocento realizzati in tufo nero e rosso con balconi in ferro battuto. Considerata il cuore artigianale, artistico e culturale del Paese, accoglie i visitatori tra botteghe storiche, gallerie d’arte e una tradizione gastronomica autentica.

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Armenia, la Cassazione rimanda ad Armavir il processo a Karekin II. Kocharyan impugna la custodia cautelare (Korazym 09.09.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 9 settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Proseguono in Armenia i due delicati procedimenti giudiziari che nelle ultime settimane hanno investito, su piani distinti, il vertice della Chiesa Apostolica Armena e uno dei principali esponenti dell’opposizione politica. La Corte di Cassazione ha stabilito definitivamente che il procedimento penale contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo dovrà essere esaminato dal Tribunale di primo grado della regione di Armavir, riportando così il fascicolo davanti al giudice Serzh Rushanyan. Nel frattempo, la difesa dell’ex Presidente Robert Kocharyan, in custodia cautelare dal 27 agosto nell’ambito della nuova inchiesta per corruzione, ha impugnato i provvedimenti adottati nei suoi confronti e annuncia che, dopo avere percorso le vie giudiziarie interne, potrebbe rivolgersi anche alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e agli organismi delle Nazioni Unite.

Sono due procedimenti giuridicamente indipendenti e tali devono rimanere nell’analisi. Ma entrambi continuano ad alimentare in Armenia il dibattito sull’indipendenza della magistratura e sul rapporto tra giustizia e scontro politico, mentre nel caso del Catholicos assume un peso sempre maggiore anche la questione dell’autonomia della Chiesa rispetto al potere statale.

La Cassazione: il processo a Karekin II deve restare ad Armavir

La Corte di Cassazione armena ha risolto il conflitto sulla competenza territoriale che per settimane aveva impedito al procedimento contro Karekin II e i sei membri del Consiglio Spirituale Supremo di arrivare all’esame preliminare delle accuse. Il fascicolo dovrà essere esaminato dal Tribunale di primo grado della regione di Armavir.

Si chiude così una singolare sequenza processuale iniziata il 7 agosto, quando il primo giudice incaricato del caso, Hakob Manukyan, si era ricusato osservando che la propria precedente attività professionale di avvocato avrebbe potuto suscitare dubbi sulla sua imparzialità.

Il procedimento era stato quindi assegnato al giudice Serzh Rushanyan. Il 28 agosto quest’ultimo aveva rilevato che nell’imputazione formulata nei confronti del Catholicos – diversamente da quelle riguardanti gli altri imputati – non era specificato il luogo nel quale sarebbe stato commesso il presunto reato. Poiché da tale elemento dipende la competenza territoriale, Rushanyan aveva trasmesso il fascicolo al Tribunale penale di primo grado di Yerevan.

A Yerevan il procedimento era stato assegnato al giudice Vahagn Melikyan, che a sua volta non aveva condiviso la determinazione della competenza e, prima di fissare l’udienza preliminare, aveva investito la Corte di Cassazione affinché decidesse definitivamente quale tribunale dovesse occuparsi del caso. Ora la risposta è arrivata: Armavir.

Una critica alla decisione che aveva trasferito il fascicolo

Secondo quanto riportato dai media armeni sulla decisione della Cassazione, la pronuncia non si limita a indicare il tribunale competente. La Corte avrebbe espresso una valutazione critica sulla decisione con cui Rushanyan aveva trasferito il procedimento a Yerevan, rilevando un approccio «esclusivamente soggettivo e formalistico» e osservando che l’apertura del conflitto di competenza senza presupposti oggettivi avrebbe prodotto un «inutile percorso processuale». La Cassazione avrebbe inoltre richiamato il rischio che una simile dilatazione procedurale possa incidere sul diritto degli imputati a vedere esaminato il procedimento entro un termine ragionevole.

La decisione non entra però nel merito delle accuse formulate contro il Catholicos e i sei ecclesiastici, e non affronta la questione fondamentale sollevata dalla Chiesa Apostolica Armena: fino a che punto un tribunale dello Stato possa intervenire in decisioni che riguardano lo status canonico e il governo interno di una Chiesa.

Il procedimento torna al giudice Rushanyan

Con la determinazione definitiva della competenza territoriale, il fascicolo torna dunque ad Armavir e al giudice Serzh Rushanyan. È un passaggio particolarmente interessante perché sarà lo stesso magistrato che aveva rilevato l’omessa indicazione del luogo del presunto reato nell’imputazione del Catholicos a dover ora proseguire il procedimento dopo che la Cassazione ha stabilito che quella circostanza non giustificava il trasferimento del fascicolo a Yerevan.

Restano immutate le accuse. Karekin II e i sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono accusati di avere deliberatamente ostacolato, attraverso l’esercizio delle proprie funzioni, l’esecuzione di una decisione giudiziaria riguardante il Vescovo Gevorg Saroyan, già Primate della Diocesi di Masyatsotn e successivamente ridotto allo stato laicale. La Santa Sede di Etchmiadzin continua a sostenere che la nomina, la rimozione e lo status canonico dei Vescovi appartengano alla propria autonomia interna e siano regolati dal diritto canonico.

Si dimette il procuratore che aveva formulato l’accusa

Alla complessa vicenda processuale si è aggiunto nel frattempo un altro elemento: Khachatur Galstyan, il procuratore che aveva formulato l’accusa e trasmesso il fascicolo al tribunale, ha lasciato la Procura Generale su propria richiesta. La Procura ha confermato le dimissioni, negando tuttavia che siano collegate al procedimento contro il Catholicos e i sei ecclesiastici.

Alcuni media armeni hanno diffuso una ricostruzione differente, attribuita a fonti anonime interne alla Procura, secondo la quale Galstyan non avrebbe voluto sostenere in aula un’accusa che avrebbe considerato giuridicamente problematica. Quest’ultima versione non dispone al momento di una conferma ufficiale e deve pertanto rimanere distinta dal fatto accertato delle dimissioni. La coincidenza temporale, tuttavia, contribuisce inevitabilmente ad aumentare l’attenzione intorno a un procedimento già senza precedenti nella storia contemporanea dell’Armenia.

Da Mosca un nuovo sostegno alla Chiesa Apostolica Armena

Anche sul piano internazionale il confronto tra il governo e la Chiesa Apostolica Armena continua a produrre reazioni.

Il 4 settembre Karekin II ha ricevuto a Etchmiadzin il Metropolita Antonij di Volokolamsk, Presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca. Antonij ha portato al Catholicos i saluti di Sua Santità Kirill, Patriarca di Mosca e di Tutta la Russia, e ha riaffermato il sostegno della Chiesa Ortodossa Russa alla Chiesa Apostolica Armena. Soprattutto, secondo il comunicato ufficiale della Santa Sede di Etchmiadzin, ha affermato che qualsiasi interferenza delle autorità secolari nella vita interna della Chiesa è inaccettabile.

Non si tratta di una decisione politica del governo russo, e sarebbe improprio presentarla come tale. È però una presa di posizione ecclesiale internazionale esplicita sulla questione che si trova al centro dello scontro tra Etchmiadzin e le autorità armene: il confine tra giurisdizione dello Stato e autonomia della Chiesa.

Kocharyan: impugnata la custodia cautelare

Parallelamente prosegue il procedimento contro Robert Kocharyan, Presidente dell’Armenia dal 1998 al 2008 e oggi una delle principali figure dell’opposizione.

L’ex Capo dello Stato è in custodia cautelare dal 27 agosto, quando il Tribunale anticorruzione ha accolto la richiesta degli investigatori disponendo due mesi di detenzione.

Kocharyan è accusato di abuso dei poteri d’ufficio, accettazione di tangenti di particolare entità e riciclaggio di denaro su larga scala in relazione a operazioni che, secondo gli investigatori, avrebbero consentito durante la sua presidenza il trasferimento di beni pubblici a condizioni considerevolmente inferiori al loro valore. La difesa respinge le accuse e continua a sostenere che il procedimento abbia finalità politiche.

L’8 settembre l’avvocato Hovhannes Khudoyan ha confermato che sono state impugnate le decisioni adottate nei confronti dell’ex Presidente e che la strategia difensiva intende per il momento concentrarsi sui rimedi disponibili nell’ordinamento armeno.

La difesa non esclude Strasburgo e le Nazioni Unite

Khudoyan ha spiegato che il ricorso agli organismi internazionali costituisce comunque una delle possibilità prese in considerazione. La difesa potrebbe rivolgersi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e valutare anche gli strumenti disponibili nell’ambito delle Nazioni Unite, ma intende prima cercare di ottenere un risultato davanti ai tribunali armeni. Secondo il legale, un ricorso internazionale assumerebbe particolare significato qualora si potesse dimostrare l’inefficacia dei rimedi interni oppure emergessero situazioni urgenti, per esempio relative alle condizioni di salute dell’ex Presidente. Si tratta dunque, allo stato attuale, di una prospettiva annunciata dalla difesa e non di un ricorso già presentato.

La Procura Generale ha inoltre respinto l’obiezione secondo cui sarebbe intervenuta la prescrizione dei reati contestati a Kocharyan, affermando che i termini per procedere penalmente non sono scaduti.

Due procedimenti, una questione che rimane aperta

I casi Karekin II e Robert Kocharyan non devono essere sovrapposti.

Nel primo è in discussione un presunto ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria, sullo sfondo di un conflitto molto più ampio tra giurisdizione statale e autonomia canonica della Chiesa Apostolica Armena.

Nel secondo si tratta di gravissime accuse di corruzione riferite agli anni della presidenza Kocharyan, che dovranno essere accertate nel contraddittorio processuale.

Ma entrambi i procedimenti si sviluppano mentre lo scontro tra il governo di Nikol Pashinyan, la leadership della Chiesa Apostolica Armena e una parte consistente dell’opposizione politica ha raggiunto livelli senza precedenti. Per questo la questione centrale rimane quella che abbiamo evidenziato seguendo fin dall’inizio queste vicende: non anticipare né l’innocenza né la colpevolezza delle persone coinvolte, ma verificare se proprio nei casi politicamente e istituzionalmente più sensibili l’Armenia saprà garantire indipendenza della magistratura, diritto alla difesa, ragionevole durata dei procedimenti e, nel caso della Chiesa, quella sfera di autonomia religiosa che costituisce parte integrante della libertà di culto. La decisione della Cassazione chiude una questione procedurale. Non chiude, anzi riporta in primo piano, tutte le altre.

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Marmora: “Vi scrivo dall’Armenia” porta musica, storia e poesia nella rassegna estiva di Luoghi di Passaggio ( Ideawbtv 08.09.26)

Prosegue la ricca stagione culturale estiva del Circolo affiliato Acli Cuneesi Luoghi di Passaggio di Marmora, che sabato 12 settembre alle 17.30, in località Parrocchia, a pochi passi dalla chiesa di San Massimo, propone un nuovo appuntamento dedicato alla scoperta di culture e tradizioni lontane. A ingresso libero, la serata offrirà una rievocazione dell’Armenia attraverso narrazioni, racconti e poesie, arricchita dalla musica tradizionale e da composizioni originali.

Sul palco la Compagnia Camèlèon, che presenta lo spettacolo musicale “Vi scrivo dall’Armenia”, un viaggio immersivo nella storia e nella cultura armena. Gli artisti porteranno in scena un intreccio di voce, strumenti e danza: contrabbasso, percussioni, tapan e daf, flauti dei Balcani e del Medio Oriente, clarinetti e l’emblematico duduk, strumento simbolo dell’identità armena, capace di evocare atmosfere profonde e antiche.

Il trio è composto da Brigitte Prévost (testi, voce, clarinetti), Sophie Chénet (voce, contrabbasso, tapan, daf) e Bénédicte Jucquois (voce, kaval, ney, clarinetti, duduk, danza). La loro proposta artistica unisce ricerca musicale, narrazione e gestualità, creando un percorso che attraversa memoria, spiritualità e tradizioni popolari.

Il presidente delle Acli provinciali cuneesi Elio Lingua ha espresso gratitudine verso l’associazione di Marmora, sottolineando il valore del lavoro culturale svolto negli anni: musica, libri, teatro, incontri sempre a ingresso libero, capaci di coinvolgere la comunità e di aprire nuove prospettive. In attesa del momento conclusivo della rassegna, previsto per domenica 26 settembre, Lingua invita i soci a partecipare a questo appuntamento dedicato a una cultura che molti forse non conoscono.

L’ingresso è a offerta libera per gli artisti. Per informazioni è possibile contattare Elena (0171 344093) o Matteo (+39 338 9899243). Per approfondire lo spettacolo e la Compagnia Camèlèon sono disponibili il sito ufficiale www.compagniecameleon.fr e l’anteprima video Vi scrivo dall’Armenia.

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L’Armenia nomina Anushik Avetyan nuova presidente del Comitato per il turismo (Advtaining 08.09.26)

Con decisione del primo ministro Nikol Pashinyan, Anushik Avetyan è stata nominata presidente del Comitato per il turismo del Ministero dell’Economia della Repubblica d’Armenia, con decorrenza dal 2 settembre 2026. La nomina segna l’avvio di una nuova fase per la governance del turismo armeno, affidata a una figura con un solido background nella cooperazione economica internazionale, nella gestione degli investimenti e nello sviluppo di partenariati strategici.

Avetyan ha ricoperto più recentemente il ruolo di viceministra dell’Economia, occupandosi dell’agenda armena per la cooperazione economica internazionale e dei rapporti con istituzioni multilaterali di sviluppo, partner bilaterali e organizzazioni internazionali. Ha coordinato la cooperazione economica tra Armenia e Unione europea, supervisionando l’elaborazione delle politiche nei settori dell’economia della conoscenza e dei diritti di proprietà intellettuale, oltre allo sviluppo e all’attuazione di programmi di investimento. In precedenza è stata direttrice esecutiva dell’American Chamber of Commerce in Armenia, collaborando con governo, organizzazioni internazionali e settore privato nelle attività di relazioni istituzionali, comunicazione e sviluppo di partnership. Ha inoltre maturato esperienza presso la Banca Asiatica di Sviluppo, il Governo armeno e la Eurasia Partnership Foundation.

Commentando la nomina, Avetyan ha sottolineato come l’Armenia disponga di tutte le potenzialità per affermarsi come una destinazione internazionale di primo piano, capace di offrire esperienze diversificate durante tutto l’anno, combinando storia e cultura, natura e avventura, gastronomia e benessere. La nuova presidente ha evidenziato l’ambizione di rafforzare il posizionamento internazionale del Paese e il brand Armenia, ampliando la cooperazione con i partner globali, sostenendo l’industria turistica e creando le condizioni per una crescita sostenibile, inclusiva e duratura. L’obiettivo è consolidare la presenza dell’Armenia sulla mappa del turismo mondiale e valorizzarne appieno il potenziale come destinazione di livello internazionale.

Il Tourism Committee invita a scoprire un Paese situato nel cuore del Caucaso, rinomato per il suo patrimonio culturale millenario, l’ospitalità calorosa e una varietà di esperienze che spaziano dai monasteri riconosciuti dall’UNESCO ai sentieri di montagna, dagli sport outdoor a una scena gastronomica in forte crescita, ispirata a ricette tramandate da secoli.

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Inaugurata nuova sede della Apicius Armenia International School of Hospitality (Ansa 08.09.26)

L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’inaugurazione, a Dilijan, nella regione di Tavush, la nuova sede della Apicius Armenia International School of Hospitality, filiale armena dell’omonima scuola di Firenze fondata nel 1997 e specializzata nell’alta formazione nei settori dell’ospitalità, dell’enogastronomia e del turismo.
Nel suo intervento l’ambasciatore Ferranti ha sottolineato l’importanza di questa iniziativa per il contributo che essa offre alla crescita dei rapporti di cooperazione italo-armena, nella convinzione che promuovere simili forme di collaborazione nella formazione dei giovani significhi investire nel futuro dei nostri Paesi.
Apicius Armenia è stata istituita a Dilijan nel 2025 dalla Green Rock Foundation e la nuova sede è stata realizzata dalla società di costruzioni Green Rock Development.

Si tratta di un nuovo spazio per la formazione internazionale nelle principali aree dell’ospitalità, con l’obiettivo di contribuire alla crescita delle competenze professionali nel campo della enogastronomia, della ristorazione e del turismo.

Attraverso la formazione di professionisti qualificati, Apicius Armenia intende infatti contribuire alla crescita e all’innovazione dell’ecosistema turistico locale e alla creazione di nuove opportunità professionali per i giovani.
La sede offre un modello educativo fondato sul collegamento tra preparazione accademica, esperienza sul campo e dimensione internazionale, con l’obiettivo di combinare gli standard europei e il know-how italiano con le caratteristiche, le tradizioni e le potenzialità del territorio armeno. Un ulteriore elemento qualificante del progetto è rappresentato dalla possibilità per gli studenti di proseguire il proprio percorso formativo in Italia. Nell’anno accademico 2026-2027, infatti, nove studenti del secondo anno di Apicius Armenia stanno svolgendo la propria formazione a Firenze, approfondendo le competenze necessarie per operare in un settore sempre più internazionale e competitivo. Durante il loro primo anno di studi a Dilijan, gli studenti hanno inoltre potuto frequentare un corso di lingua italiana, pensato come ulteriore strumento di preparazione al loro futuro professionale.
Alla cerimonia di inaugurazione della nuova sede hanno partecipato anche il Vice Ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport della Repubblica d’Armenia, Tigran Virabyan, il Vice Governatore della regione di Tavush, Narek Ghushchyan, il Sindaco di Dilijan, Davit Sargsyan, il Vice Presidente per gli Affari Internazionali, Executive Chef e General Manager di Apicius, Andrea Trapani, la Presidente della Fondazione armena Green Rock con il cui partenariato imprenditoriale è stato realizzato il progetto, Mareta Gevorkyan, e la Direttrice della Fondazione, Katya Bredikhina, oltre a Katerina Danekina, CEO del gruppo armeno Green Rock Management.


L’Ambasciatore Ferranti partecipa all’inaugurazione della Apicius International School of Hospitality

Dopo la guerra, l’oro dell’Artsakh. L’Azerbaigian avvia lo sfruttamento della parte occupata della miniera di Sotk (Korazym 08.09.26)

L’Azerbaigian ha compiuto un altro passo verso lo sfruttamento industriale della parte del giacimento aurifero di Sotk passata sotto il controllo dell’Azerbaigian alla fine di novembre 2020, in seguito alla guerra dei 44 giorni e all’attuazione della dichiarazione trilaterale del 9 novembre.

 

La società mineraria AzerGold, interamente appartenente allo Stato azero e affidata alla gestione dell’Azerbaijan Investment Holding, ha annunciato il 7 settembre 2026 di avere effettuato la prima operazione di perforazione e brillamento… ha annunciato il 7 settembre 2026 di aver effettuato la prima operazione di perforazione e brillamento nel giacimento che Baku denomina Soyudlu o Zod, situato nella regione di Karvachar, chiamata Kalbajar dall’Azerbaigian, al confine con la provincia armena di Gegharkunik.

Il primo brillamento effettuato dalla società statale AzerGold segna il passaggio dalle esplorazioni allo sfruttamento industriale di uno dei maggiori giacimenti auriferi del Caucaso meridionale. È un nuovo capitolo di un processo che abbiamo documentato su questo Blog dell’Editore durante il blocco dell’Artsakh: dietro il falso ambientalismo utilizzato da Baku per isolare 120.000 Armeni emergevano anche interessi concreti sulle miniere di Kashen e Drmbon, sulle centrali idroelettriche e sulle risorse idriche della regione. Il controllo delle ricchezze naturali non spiega da solo la guerra, l’assedio e lo svuotamento dell’Artsakh, ma ne costituisce una dimensione economica e strategica ormai documentabile. Dopo l’occupazione militare e lo sfollamento forzato della popolazione armena, quelle risorse vengono progressivamente incorporate nell’economia dell’Azerbaigian.

Il primo brillamento nella parte del giacimento aurifero di Sotk controllata dall’Azerbaigian. Il filmato, diffuso da AzerGold il 7 settembre 2026, documenta il passaggio dalle attività esplorative alla preparazione dello sfruttamento industriale della miniera. Video di AzerGold CJSC, via 1news.az.
AzerGold CJSC ha diffuso il filmato della prima operazione di perforazione e brillamento effettuata il 7 settembre 2026 nel giacimento aurifero denominato Soyudlu/Zod dalle autorità azere e Sotk dagli Armeni. Secondo la società statale, prima dell’esplosione è stato delimitato un perimetro di sicurezza e sono stati emessi i segnali di avvertimento; successivamente l’area è stata controllata dai tecnici. L’operazione segna l’avvio della fase preparatoria allo sfruttamento industriale della parte del giacimento passata sotto il controllo dell’Azerbaigian dopo la guerra del 2020. Si tratta di materiale ufficiale prodotto e diffuso dalla società mineraria statale azera AzerGold.

 

Non si tratta soltanto di una nuova attività esplorativa. Secondo la stessa società, il primo brillamento rappresenta il passaggio alla fase operativa e un passo decisivo verso l’immissione delle risorse del giacimento nel circuito economico azero.

Dal mese di agosto 2025 AzerGold ha condotto studi geologici, rilievi topografici e perforazioni per una profondità complessiva di 18.000 metri. Le riserve auree recuperabili nella sezione controllata dall’Azerbaigian vengono stimate in 1,03 milioni di once secondo il codice internazionale JORC: circa 32 tonnellate d’oro.

Parallelamente, la società sta valutando la costruzione di un moderno impianto di flottazione per il trattamento del minerale. Il progetto impiega attualmente 236 persone; AzerGold prevede la creazione di circa 700 posti di lavoro diretti e indiretti tra il 2026 e il 2029 e di oltre 1.300 occupati quando la miniera avrà raggiunto la piena capacità produttiva.

La comunicazione azera non lascia dubbi sul significato economico attribuito all’operazione. AzerGold afferma che lo sfruttamento del giacimento dovrà aumentare la produzione del settore minerario, accrescere le entrate del bilancio statale e contribuire alla cosiddetta “integrazione economica” dei territori che Baku definisce «liberati».

È precisamente in questo linguaggio che la notizia supera la dimensione industriale. Il territorio acquisito con la guerra viene descritto come uno spazio vuoto da reintegrare e mettere a reddito, cancellando dalla narrazione ufficiale la presenza armena, le attività economiche che vi si svolgevano e le modalità attraverso le quali l’Azerbaigian ne ha ottenuto il controllo.

Sotk, una miniera divisa dalla guerra

Il giacimento di Sotk è uno dei maggiori depositi auriferi del Caucaso meridionale. Si estende attraverso l’attuale linea di confine tra l’Armenia e la regione di Karvachar dell’Artsakh, passata sotto il controllo azero in seguito alla dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020.

Prima della guerra, la miniera era gestita dalla GeoProMining Gold, società registrata in Armenia e appartenente a un gruppo russo. Il minerale veniva trasportato fino all’impianto di lavorazione dell’oro di Ararat. Nell’ottobre 2020 l’attività dava lavoro a 1.654 persone e rappresentava una componente importante non soltanto dell’industria mineraria armena, ma anche del sistema dei trasporti e dell’economia delle comunità della zona.

Dopo il trasferimento di Karvachar all’Azerbaigian, la linea di separazione ha attraversato il giacimento. Soltanto una parte è rimasta accessibile all’Armenia, mentre la sezione orientale è finita sotto il controllo delle forze azere.

Negli anni successivi, la parte armena della miniera è stata ripetutamente esposta al fuoco proveniente dalle posizioni azere. Nel maggio 2022 un dipendente venne ferito. L’intensificarsi degli attacchi nella primavera del 2023 costrinse più volte all’evacuazione dei lavoratori, fino a quando GeoProMining sospese a tempo indeterminato le operazioni a cielo aperto per ragioni di sicurezza. Più di 700 dipendenti furono collocati in aspettativa non retribuita.

Anche durante il blocco dell’Artsakh riferimmo ripetutamente degli attacchi azeri contro Sotk. Nel 194° giorno del #ArtsakhBlockade, il 23 giugno 2023, registrammo ancora l’apertura del fuoco delle forze azere contro le posizioni armene a Verin Shorzha e Sotk.

Il risultato è stato duplice: da una parte, la progressiva riduzione delle attività nella sezione rimasta all’Armenia; dall’altra, l’avvio da parte azera delle esplorazioni e, ora, delle operazioni necessarie allo sfruttamento industriale della parte acquisita dopo la guerra.

Il falso ambientalismo con cui iniziò il blocco

La notizia non arriva in un vuoto informativo. Si inserisce in una vicenda che su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito quotidianamente fin dall’inizio, raccogliendo gli articoli nell’Indice – #ArtsakhBlockade.

Il 12 dicembre 2022, uomini e donne presentati dalla propaganda di Baku come “eco-attivisti” occuparono l’autostrada Stepanakert-Berdzor-Goris nel Corridoio di Berdzor (Lachin), l’unico collegamento terrestre tra l’Artsakh, l’Armenia e il resto del mondo.

La motivazione dichiarata era la richiesta di verifiche ambientali nelle miniere di Kashen e Drmbon. L’Azerbaigian accusava le autorità armene dell’Artsakh di sfruttare illegalmente le risorse minerarie e di impedire un monitoraggio delle attività estrattive.

Già il 23 dicembre 2022, nel dodicesimo giorno del blocco, nell’articolo Perché l’Azerbaigian ha bloccato la “Strada della Vita” per l’Artsakh? documentammo che molti dei sedicenti ambientalisti erano funzionari, membri di organizzazioni finanziate dallo Stato, giornalisti filogovernativi, ex militari e persone legate al partito di Ilham Aliyev. Non si trattava di un movimento ecologista spontaneo in un Paese nel quale le autentiche manifestazioni di dissenso vengono abitualmente represse.

Le richieste dei manifestanti si trasformarono rapidamente. Dall’accesso alle miniere passarono alla pretesa di un posto di controllo azero nel Corridoio di Berdzor (Lachin), alla rimozione delle autorità dell’Artsakh e alla cosiddetta “integrazione” della sua popolazione armena nell’Azerbaigian.

Il posto di blocco militare azero venne effettivamente installato il 23 aprile 2023 presso il ponte Hakari, alla frontiera con l’Armenia. Il 15 giugno seguì la chiusura totale del Corridoio. Il falso ambientalismo aveva assolto la propria funzione: preparare e legittimare il passaggio dall’assedio esercitato attraverso civili controllati dallo Stato al blocco militare diretto.

Il carattere strumentale della messinscena venne ricostruito estesamente nell’articolo del 2 marzo 2023 La narrazione azera che l’assedio dell’Artsakh abbia una motivazione ecologica è una TRUFFA. Vi documentammo sia la composizione della sedicente protesta sia le pretese dell’Anglo Asian Mining sulle miniere di Drmbon e Kashen, nonché la rinuncia della compagnia a Sotk in cambio di nuove aree contrattuali.

Il giorno precedente avevamo riferito anche dell’incontro del 1° marzo 2023 tra rappresentanti dell’Artsakh e dell’Azerbaigian, con la mediazione del contingente russo, nel quale furono affrontati il ripristino del Corridoio di Berdzor (Lachin), le forniture di elettricità e gas e il funzionamento della miniera di Kashen. Baku tentò immediatamente di presentare quel confronto tecnico come l’avvio di una presunta “reintegrazione” degli Armeni dell’Artsakh.

Kashen, Drmbon e le concessioni dell’Anglo Asian Mining

Nel quadro minerario dell’Artsakh aveva assunto un ruolo centrale l’Anglo Asian Mining PLC, società registrata nel Regno Unito ma operante esclusivamente in Azerbaigian.

La compagnia rivendicava diritti concessi da Baku già nel 1997 su diverse aree che allora non erano sotto il controllo azero. Tra queste figuravano Kyzlbulag, corrispondente principalmente alla miniera di rame e oro di Drmbon, e Demirli, nome utilizzato dall’Azerbaigian per la miniera di rame e molibdeno di Kashen.

La miniera di Kashen costituiva una delle principali risorse economiche dell’Artsakh. La Base Metals, società del gruppo Vallex che la gestiva, impiegava circa 2.000 persone ed era il maggiore contribuente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Nel luglio 2022 il governo azero modificò il proprio accordo di condivisione della produzione con Anglo Asian Mining. La società rinunciò ai diritti su Soutely, ossia Sotk, ricevendo in cambio altre tre aree contrattuali, tra le quali Demirli/Kashen, che in quel momento si trovava ancora all’interno del territorio amministrato dagli Armeni dell’Artsakh.

È quindi necessario distinguere le vicende societarie. L’attuale operazione nella sezione di Sotk controllata dall’Azerbaigian è condotta da AzerGold, non da Anglo Asian Mining. Quest’ultima è invece determinante per comprendere le pretese azere sulle miniere dell’Artsakh e il contesto nel quale venne preparato il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin).

Il 20 dicembre 2022, otto giorni dopo l’inizio del blocco dell’Artsakh, Anglo Asian Mining comunicò alla Borsa di Londra di essersi rivolta alle Nazioni Unite, al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, al Ministero degli Esteri britannico e all’Unione Europea. Chiedeva sostegno per ottenere il “ripristino” dei propri diritti commerciali e l’accesso fisico dei suoi dipendenti alle miniere di Kyzlbulag e Demirli, che definiva illegittimamente sfruttate da società armene.

Mentre 120.000 Armeni venivano isolati dal mondo con il pretesto di una protesta ecologica, una compagnia mineraria chiedeva dunque alle istituzioni internazionali di aiutarla ad accedere alle stesse miniere invocate dai manifestanti.

L’intera rete di concessioni, interessi societari e pretese sulle risorse dell’Artsakh venne ricostruita il 13 agosto 2023 nell’articolo Perché Aliyev affama l’Artsakh? Azione legale collettiva a Washington contro l’Anglo Asian Mining.

L’11 luglio 2023 lo studio legale Kerkonian Dajani LLP aveva promosso dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il Distretto di Columbia l’azione Lalabekyan v. Vaziri contro Mohammad Reza Vaziri, Presidente e Amministratore delegato di Anglo Asian Mining. Secondo le accuse formulate dai ricorrenti – che rimangono accuse giudiziarie e non fatti definitivamente accertati – Vaziri avrebbe favorito la falsa detenzione degli Armeni dell’Artsakh per assicurarsi l’accesso ai depositi di oro, rame e altri metalli preziosi.

La natura selettiva dell’“ambientalismo” azero apparve ancora più evidente nel giugno 2023, quando le autorità di Baku repressero le autentiche proteste degli abitanti del villaggio azero di Söyüdlü contro l’inquinamento provocato da una miniera d’oro gestita proprio dall’Anglo Asian Mining.

Ne riferimmo il 23 giugno 2023 nel già citato articolo sul 194° giorno del #ArtsakhBlockade. Mentre ai falsi eco-attivisti veniva consentito di assediare 120.000 Armeni, i cittadini Azeri che protestavano contro un concreto pericolo ambientale venivano dispersi, arrestati e isolati dalla stampa.

L’acqua, l’energia e il bacino di Sarsang

Le risorse minerarie rappresentano soltanto una parte del quadro. L’Artsakh occupa una posizione importante anche nel sistema idrico ed energetico del Caucaso meridionale.

Dopo la guerra del 2020 la Repubblica di Artsakh perse gran parte delle proprie centrali idroelettriche, oltre a terreni agricoli, pascoli e risorse minerarie. Delle 36 dighe allora presenti nel territorio, 30 passarono sotto il controllo azero.

Rimase nelle mani degli Armeni il bacino di Sarsang, nella regione di Martakert, formato dalla diga costruita nel 1976 sul fiume Tartar. Con una capacità di circa 560 milioni di metri cubi e una centrale idroelettrica da 50 megawatt, Sarsang costituiva una delle principali fonti di produzione elettrica dell’Artsakh. Le sue acque erano inoltre essenziali per irrigare ampie zone agricole situate più a valle in territorio azero.

Il controllo e la gestione dell’acqua erano stati a lungo oggetto di accuse contrapposte. Tuttavia, nel giugno 2022 le autorità dell’Artsakh e quelle azere avevano raggiunto un’intesa informale per il rilascio giornaliero di 18.000 metri cubi d’acqua durante l’estate, destinati all’irrigazione dei terreni agricoli dell’Azerbaigian.

Durante il blocco, Baku impedì la riparazione dell’unica linea elettrica ad alta tensione che collegava l’Armenia all’Artsakh, danneggiata il 9 gennaio 2023 in una sezione sotto controllo azero. La popolazione rimase dipendente quasi esclusivamente dalla centrale di Sarsang.

Il 1° febbraio 2023 riferimmo che l’utilizzo forzato della centrale idroelettrica stava rapidamente riducendo le riserve del bacino. Per garantire un minimo di energia agli abitanti assediati, l’Artsakh consumava l’acqua che sarebbe stata necessaria in primavera per irrigare tanto i propri campi quanto quelli azeri: Vardanyan: abbiamo il diritto di affermare che non possiamo vivere sotto l’Azerbaigian.

Il 27 febbraio 2023, nel settantottesimo giorno del blocco, riportammo l’avvertimento di Artak Beglaryan: a causa dell’interruzione della fornitura elettrica, 96.000 ettari di territorio azero rischiavano di non ricevere acqua sufficiente da Sarsang durante la stagione irrigua, poiché l’Artsakh era costretto a utilizzare quelle risorse per produrre l’elettricità necessaria alla propria popolazione.

Il 18 marzo 2023, nel novantasettesimo giorno del #ArtsakhBlockade, ricostruimmo estesamente il ruolo dell’acqua nella guerra del 2020. Il Nagorno-Karabakh comprende infatti tre affluenti del basso Kura e cinque del basso Aras, utilizzati per irrigare importanti zone agricole dell’Azerbaigian nelle quali non scorrono altri fiumi.

La conquista territoriale aveva già consegnato a Baku dighe, canali e infrastrutture idriche. Sarsang rimaneva la risorsa più rilevante ancora fuori dal suo controllo. Nel settembre 2023 anche il bacino, insieme al resto dell’Artsakh, è finito nelle mani dell’Azerbaigian.

Dall’assedio all’incorporazione economica

Il 19 settembre 2023, dopo oltre nove mesi di blocco, l’Azerbaigian lanciò l’offensiva militare finale. In pochi giorni più di 100.000 Armeni furono costretti a lasciare la propria terra ancestrale. L’Artsakh venne svuotato della sua popolazione autoctona.

Con lo sfollamento forzato degli abitanti sono venuti meno anche coloro che avrebbero potuto rivendicare il diritto di partecipare alle decisioni sulle risorse della propria terra, chiedere controlli indipendenti, contestare le concessioni minerarie o denunciare le conseguenze ambientali delle attività estrattive.

Il territorio viene ora progressivamente incorporato nel sistema amministrativo ed economico azero: strade, insediamenti, agricoltura, produzione energetica, miniere e bacini idrici. La trasformazione materiale procede insieme alla cancellazione della presenza armena, alla distruzione o alterazione del patrimonio culturale e religioso e alla sostituzione dei toponimi.

Nell’ottobre 2023, quando l’intera popolazione era ormai stata sfollata, il giornalista Marut Vanyan riassunse tragicamente quanto era avvenuto: «In estate stavamo facendo previsioni su cosa avremmo fatto in inverno se il bacino di Sarsang fosse stato svuotato… Elettricità, problema dell’acqua… ma si è scoperto che invece del bacino, era stato svuotato l’intero Nagorno-Karabakh… dei suoi abitanti». Riportammo queste parole nell’articolo Solidarietà agli Armeni dell’Artsakh, sfollati con la forza dalla terra ancestrale.

L’avvio dei brillamenti nella parte di Sotk controllata dall’Azerbaigian non dimostra che l’oro o l’acqua siano stati l’unico motivo della guerra, del blocco e della pulizia etnica. Un conflitto tanto complesso non può essere ridotto a una sola causa.

Dimostra però che la conquista territoriale possedeva anche una dimensione economica e strategica precisa. Le risorse minerarie e idriche non erano un elemento marginale della propaganda azera: furono invocate per giustificare il blocco, figuravano nei contratti conclusi da Baku e oggi vengono concretamente messe a disposizione dell’economia dell’Azerbaigian.

Nel dicembre 2022 si pretendeva di controllare le miniere in nome dell’ambiente. Nel settembre 2026 si fanno brillare le rocce per estrarne l’oro.

In mezzo vi sono stati nove mesi di assedio, la fame imposta a una popolazione civile, un’offensiva militare e lo svuotamento dell’Artsakh dei suoi abitanti Armeni.

È questa successione dei fatti – non una supposizione – a conferire al primo brillamento di Sotk il suo significato.

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