La Chiesa non può essere uno Stato nello Stato: questione inclusa nel programma del partito di governo armeno (NotiziedaEst 21.04.26)

Per il secondo giorno di fila, il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan sta leggendo ad alta voce e commentando singoli punti del programma elettorale del suo partito in una trasmissione in diretta. Fra gli altri temi, il programma del partito Civil Contract affronta la riforma della Chiesa.

Secondo i piani del partito al governo, la “testa de facto della Chiesa”, come lo definisce lo staff di Pashinyan, dovrebbe dimettersi.

«Chiediamo al popolo, perché, sì, la Chiesa è innanzitutto il popolo, e le elezioni sono, in sostanza, una forma di processo giudiziario. Il popolo, come fonte principale di legittimità e dello Stato di diritto, agisce da giudice. Il popolo deve offrire un verdetto giusto nelle prossime elezioni», ha detto Pashinyan, spiegando perché la questione della rimozione di Garegin II sia stata inclusa nel programma.

Ha sottolineato che la Chiesa in Armenia è separata dallo Stato, ma non può operare al di fuori di esso.

«Inoltre, la Chiesa non può essere uno stato all’interno di uno stato. Ciò è assolutamente inaccettabile», ha detto il primo ministro.

La Santa Sede ha già condannato il programma elettorale del partito. Ha affermato che la forza politica al governo sta facendo promesse elettorali illegali per proseguire le proprie azioni contro la Chiesa.

Ulteriori dettagli includono quali altre disposizioni relative alla Chiesa appaiono nel programma, come Nikol Pashinyan ne commenta e come risponde la Chiesa.

  • Giovane che aveva tentato di colpire Pashinyan in una chiesa è stato rilasciato
  • «La Chiesa Apostolica Armena non serve potenze straniere»: i vescovi si incontrano in Austria
  • Pashinyan assente dalla protesta di Etchmiadzin che chiede la rimozione del Catholicos Karekin II

«La Chiesa deve essere rimossa dalla politica»

Il programma elettorale del partito Civil Contract espone le principali priorità per il periodo 2026–2031. Esso afferma che «rinnovare la Chiesa Apostolica Armena è una necessità vitale».

Il partito sostiene che le azioni della “leadership de facto della Chiesa” negli ultimi anni hanno allontanato i fedeli dalla Chiesa, e continuano a farlo. Lo descrive come «una questione di sicurezza spirituale»:

«Questo ha permesso a forze esterne di cercare di trasformare la Chiesa Apostolica Armena in un baluardo della guerra ibrida contro l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia».

Il programma delinea il seguente piano:

  • rimozione del capo de facto della Chiesa;
  • nomina di un locum tenens;
  • adozione di uno statuto della Chiesa che preservi tradizioni secolari, garantendo al contempo trasparenza finanziaria e comportamento adeguato del clero;
  • elezione di un nuovo Catholicos.

Il documento afferma che l’Armenia è uno Stato laico e che le organizzazioni religiose sono separate da esso. I rappresentanti del partito dicono di rispettare la libertà di religione e di credo per tutti i cittadini. Sostengono che le riforme proposte «servono al pieno ripristino dell’ordine costituzionale in Armenia». Secondo il partito al governo, questo richiede la rimozione della Chiesa dalla politica.

Pashinyan sul Catholicos: «L’ex presidente Serzh Sargsyan non voleva dimettersi, ma fu costretto a farlo»

Secondo il primo ministro armeno, lui e i 10 vescovi del Consiglio di riforma della Chiesa faranno tutto il possibile affinché il Patriarca decida di dimettersi.

Pashinyan: «L’agenda di riforma non è contro la Chiesa»

Il premier afferma che il processo in corso non prende di mira la Chiesa, ma ha l’obiettivo di sostenerla.

«La Chiesa è, prima di tutto, la comunità di credenti — il popolo, la congregazione. Sì, il clero fa parte della Chiesa, ma il clero non è la Chiesa; la Chiesa è il popolo», ha detto.

Pashinyan ha anche detto che le elezioni parlamentari previste per giugno serviranno come una «procedura giudiziaria» per valutare l’operato della maggioranza al governo e delle altre forze politiche.

«I cittadini devono rispondere alla domanda: in che misura è accettabile, a loro avviso, che Ktrich Nersisyan [il nome laico del Catholicos] abbia per lungo tempo trasformato la Chiesa in un partito politico?»

Il primo ministro ha detto che la Chiesa ora partecipa formalmente all’attività politica. Ha detto che propone messaggi politici invece di sermoni spirituali. Ha anche sostenuto che il clero ha ripetutamente oltrepassato i limiti legali, e continua a farlo, «con tutte le conseguenze che ne derivano».

Confronto tra governo e chiesa continua in Armenia: Pashinyan sui passi per rimuovere il Catholicos

Il Primo Ministro e 10 vescovi hanno emesso una dichiarazione presentando una “roadmap” per la riforma della chiesa, con l’obiettivo finale di rimuovere Garegin II dal trono ed eleggere un nuovo Patriarca.

 

Pashinyan on the “roadmap” for church reform

 

Risposta dalla Sede Madre di Etchmiadzin: «Questo viola il diritto dell Chiesa all’autogoverno»Dopo che il partito al governo aveva pubblicato il suo programma elettorale, la Sede Madre ha emesso una dichiarazione condannando quelle che ha descritto come “disposizioni inaccettabili” riguardo alla Chiesa.

Ha descritto l’agenda della riforma, la revisione dello statuto della Chiesa, la rimozione del Catholicos di Tutti gli Armeni e i piani per nuove elezioni come “coercizione”. Il clero ha detto che le riforme proposte violano l’ordine costituzionale, il diritto della Chiesa all’autogoverno e i principi internazionali fondamentali di libertà di coscienza e di religione.

Rappresentanti della Chiesa hanno anche detto che «la missione della Chiesa, le sue sacre tradizioni e la vita spirituale» non devono diventare oggetto di speculate politiche:

«La elezione del Catholicos e qualsiasi riforma all’interno della gerarchia della Chiesa rientrano esclusivamente nella sfera spirituale e canonica e sono quindi al di fuori della giurisdizione di partiti politici e organi statali.»

Il ministro della giustizia armeno afferma che i “fatti” sul Catholicos potrebbero essere declassificati

In precedenza, il primo ministro Nikol Pashinyan aveva dichiarato che «non ha bisogno di un catholicos che gli risponda, ma di uno che rifiuti di rispondere a un tenente anziano di un servizio di intelligence straniero.»

 

Facts exist against Garegin II says justice minister

 

ContestoPashinyan ha sollevato ripetutamente l’argomento della rimozione del Catholicos per un periodo prolungato. Inizialmente ha detto che Garegin II non potrebbe guidare la Chiesa poiché avrebbe violato presumibilmente il voto di celibato e avrebbe una figlia. Più tardi ha avanzato un’altra accusa, affermando legami tra il Patriarca e servizi di intelligence stranieri:

«Non ho bisogno di un Catholicos che sia subordinato a me. Ho bisogno di un Catholicos che non sia subordinato a un tenente anziano di un servizio di intelligence straniero e che non riferisca quotidianamente agli ufficiali di un servizio di intelligence straniero.»

Lo stesso tipo di accusa è stato rivolto al fratello di Garegin II. L’arcivescovo Ezras Nersisyan guida il Diocesi di Russia e Nuovo Nakhichevan. A dicembre 2025, il sito pro-governo civic.am ha pubblicato un documento. Si afferma che il documento mostrava come il fratello del Patriarca avesse collaborato con il KGB sovietico. Si dice che avesse usato il nome in codice “Karo”.

Tuttavia, il Servizio di Sicurezza Nazionale dell’Armenia si è rifiutato di fornire ai giornalisti le informazioni. La richiesta riguardava presunti legami tra Garegin II, l’Arcivescovo Ezras e agenzie di intelligence straniere. In risposta, l’ente ha dichiarato che l’informazione è classificata. Ha detto che i dati operativi e di intelligence costituiscono segreto di Stato.

«Il Catholicos di tutti gli Armeni non ha alcuna intenzione di abbandonare» – Capo dell’Ufficio della Santa Sede

La conferenza stampa dell’arcivescovo Arshak Khachatryan è stata organizzata in risposta a una dichiarazione di dieci chierici anziani della Chiesa Apostolica Armena che chiedevano al Catholicos di abdicare.

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Bulgaria: Burgas si candida a porta d’Europa per l’economia armena (Assadakah 21.04.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Dal 16 al 18 aprile il Flora Expo Center di Burgas ha ospitato “EuroBridge 2026”, forum espositivo dedicato ai produttori e agli imprenditori armeni. Un appuntamento che, al di là della vetrina commerciale, ha messo nero su bianco una strategia precisa, quella di trasformare la città bulgara in uno snodo privilegiato tra Armenia e mercato europeo.

L’iniziativa è stata promossa dall’organizzazione Made by Armenians insieme all’Associazione di cooperazione armeno-bulgara e alla società AM-BG IMPEX, con il sostegno istituzionale del Ministero dell’Economia dell’Armenia, dell’Ambasciata Armena a Sofia e della Camera di Commercio armeno-bulgara. A fare gli onori di casa il Comune e la Camera di Commercio e Industria di Burgas.

Ad aprire ufficialmente il forum è stato Edgar Abrahamyan, seguito dagli interventi del sindaco Dimitar Nikolov e dell’ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Bulgaria, Tsovinar Hambardzumyan. Nel suo discorso, Hambardzumyan ha illustrato i principali indicatori economici dell’Armenia e le opportunità di investimento, ribadendo la volontà di rafforzare i legami con i partner europei. Un profilo, quello di S.E. Tsovinar Hambardzumyan, tutt’altro che marginale. Prima dell’incarico in Bulgaria infatti, ha rappresentato egregiamente l’Armenia in Italia e a San Marino, consolidando relazioni diplomatiche di rilievo in un contesto europeo strategico e in un periodo di estrema difficoltà caratterizzato dalla pandemia e dalla terribile guerra nel Nagorno Karabakh.

Il momento più concreto dell’evento e anche più significativo, è arrivato però con l’annuncio dell’avvio dei voli diretti tra Burgas e Yerevan, operati dalla compagnia Electra Airways a partire dal 4 giugno. Un collegamento settimanale che non è solo turismo perché significa accorciare tempi e costi per scambi commerciali, logistica e investimenti. In altre parole, rendere reale quel “ponte” evocato dal nome stesso del forum.

Alla manifestazione hanno preso parte oltre 50 aziende armene, attive in settori che spaziano dall’agroalimentare, con frutta secca, conserve, miele e cioccolato, fino alla gioielleria, ai materiali da costruzione e ai servizi: tecnologia dell’informazione, logistica, edilizia e turismo. Una presenza ampia che riflette la diversificazione crescente dell’economia armena, spesso ancora sottovalutata fuori dai circuiti specialistici.

Non a caso, secondo dati della World Bank e del International Monetary Fund, negli ultimi anni l’Armenia ha registrato tassi di crescita tra i più dinamici nello spazio post-sovietico, sostenuti da esportazioni, tecnologia e servizi. Un contesto che spiega perché Yerevan stia cercando con decisione nuovi corridoi verso l’Unione Europea.

Le giornate del 17 e 18 aprile sono state interamente dedicate agli incontri business-to-business, segno che l’obiettivo non era fare scena ma stringere accordi concreti.

Ed è qui che Burgas entra davvero in gioco: porto sul Mar Nero, infrastrutture logistiche solide e posizione geografica favorevole la rendono una candidata naturale a diventare porta d’ingresso per i prodotti armeni nel mercato europeo.

In sintesi, “EuroBridge 2026” non è stata una semplice fiera. È stata una dichiarazione d’intenti: meno distanza tra Caucaso ed Europa, meno passaggi intermedi e più relazioni dirette. E quando si mettono insieme infrastrutture, diplomazia e imprese, di solito non è un evento isolato ma l’inizio di qualcosa di più strutturato.

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Iran: Porte aperte/Open doors, continuano le pressioni sui cristiani dopo il cessate il fuoco (SIR 21.04.26)

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul fragile cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e Israele, all’interno del Paese la situazione dei diritti umani continua a destare grave preoccupazione. È quanto sostiene l’organizzazione Porte aperte/Open doors, dal 1955 a sostegno dei cristiani perseguitati per la quale “il quadro è aggravato da un dato senza precedenti: l’Iran ha registrato il più alto numero di esecuzioni degli ultimi decenni, con almeno 1.639 persone messe a morte lo scorso anno, il numero più elevato dal 1989. Le organizzazioni Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty avvertono che le autorità potrebbero ricorrere alle esecuzioni in modo ancora più esteso nel contesto delle recenti proteste e del conflitto con Stati Uniti e Israele”. In questo scenario, aggiunge l’organizzazione, la temporanea sospensione delle ostilità non ha portato sollievo per molti credenti. I cristiani rimangono sotto forte pressione, consapevoli che momenti di instabilità geopolitica sono spesso seguiti da un’intensificazione della repressione religiosa interna, piuttosto che da un allentamento dei controlli. Porte aperte riferisce la testimonianza di Mona (nome inventato per motivi di sicurezza), una partner locale: “I cristiani iraniani reagiscono al cessate il fuoco con un sollievo cauto e temono un aumento della persecuzione. Pregano affinché l’Iran possa conoscere la verità e che la verità li renda liberi. Preghiamo per la protezione, in particolare dei bambini e degli adulti più vulnerabili, per il coraggio dei nuovi credenti nel far crescere la loro fede nonostante la difficoltà a riunirsi per studiare la Bibbia, e per la saggezza dei genitori nel proteggere i propri figli, psicologicamente e spiritualmente. Preghiamo anche per l’unità dei leader e per una pace duratura per il popolo iraniano, affinché in quella pace possano vedere, sentire e conoscere il nostro Dio”.  A peggiorare le tensioni, secondo un altro partner locale, Moussa (nome inventato per motivi di sicurezza), vi è la decisione di ospitare la cerimonia del 40° anniversario di Khamenei nella Chiesa armena di Sant’Anna (Holy Sarkis) a Teheran. “Questa scelta – spiega – viene percepita da molti cristiani come un tentativo del regime, da un lato, di creare divisione tra le comunità cristiane e, dall’altro, di proiettare all’esterno l’immagine di un rapporto positivo tra lo Stato e i cristiani. Da qui l’appello a pregare affinché “la realtà della persecuzione e dell’oppressione in corso venga chiaramente rivelata al mondo”. Secondo quanto riportato, le autorità iraniane hanno intensificato arresti e condanne severe, inclusa la pena di morte. I cristiani, in particolare i convertiti, sono già stati accusati in passato di essere legati al sionismo o a Israele e, con il conflitto in corso, il rischio di arresti e persecuzioni mirate per i credenti risulta ulteriormente accresciuto. I cristiani ex-musulmani restano quindi particolarmente esposti. Il governo ha più volte descritto queste comunità come una minaccia e le ha accusate di essere “nemiche della nazione”. A complicare ulteriormente il quadro vi è il prolungato blackout di internet, che rende difficile verificare la portata reale delle misure repressive più recenti. Porte aperte Italia celebrerà il suo convegno nazionale dal 15 al 17 maggio al palacongressi di Bellaria-Igea Marina (Rn).

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Armenia: l’Italia incontra i giovani talenti di Artashat (Assadakah 21.04.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel cuore dell’Armenia, ad Artashat, la celebrazione congiunta della Giornata Nazionale del Made in Italy e della Giornata Internazionale dell’Arte si è trasformata in qualcosa di più di una semplice ricorrenza istituzionale: un momento concreto di incontro tra culture, visioni e tradizioni. Protagonista dell’evento, il 15 aprile scorso, è stato l’Ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, accolto presso il Centro Estetico cittadino da studenti, famiglie e docenti guidati dalla direttrice Melania Sargsyan.

Al centro della giornata, una figura che continua a fare da ponte tra epoche e civiltà: Leonardo da Vinci. Non una scelta casuale. Il genio rinascimentale rappresenta infatti uno dei pilastri del cosiddetto “saper fare” italiano, quell’intreccio tra arte, tecnica e pensiero che ancora oggi costituisce la base del successo internazionale del Made in Italy. Secondo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, proprio la promozione integrata di cultura e formazione è uno degli strumenti principali della diplomazia culturale italiana nel mondo.

Il Centro Estetico di Artashat, attivo da oltre dieci anni, incarna perfettamente questa visione. Si tratta di una realtà senza scopo di lucro che lavora sul territorio per offrire ai giovani un’educazione artistica solida, radicata tanto nella tradizione armena quanto nell’ispirazione ai grandi maestri italiani. Un approccio che richiama da vicino quello delle antiche botteghe rinascimentali, dove si imparava osservando, sperimentando e tramandando saperi concreti.

Durante la visita, la delegazione italiana ha assistito a spettacoli di canti e danze tradizionali, ma soprattutto ha potuto osservare da vicino i lavori degli studenti: pitture, manufatti in terracotta, intrecci tessili. Opere che raccontano, senza retorica, un dialogo autentico tra due identità culturali. Da una parte la millenaria tradizione armena, dall’altra l’estetica italiana, entrambe unite da un filo comune: la centralità della bellezza come forma di espressione e come valore educativo.

Non si è trattato solo di una celebrazione simbolica. L’incontro ha aperto prospettive concrete, a partire dall’ipotesi di avviare corsi di lingua italiana destinati ai giovani del centro. Un passo tutt’altro che secondario. I dati della Società Dante Alighieri confermano infatti una crescente domanda di italiano all’estero, spesso legata non solo all’interesse culturale ma anche alle opportunità formative e professionali.

Sul tavolo anche possibili scambi accademici e collaborazioni formative con istituzioni italiane, in linea con una strategia più ampia che vede l’Italia investire nella formazione internazionale come leva di influenza culturale. Un modello che affonda le radici nella storia, quando arte e mestiere non erano separati, ma parte di un unico percorso educativo.

E forse è proprio questo il punto più interessante emerso ad Artashat: mentre il mondo corre verso una standardizzazione globale, qui si riscopre il valore delle identità, del lavoro manuale, della trasmissione diretta del sapere. Non nostalgia, ma visione. Perché il futuro, quando è solido, parte sempre da ciò che ha resistito al tempo.

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Ue vara la missione in Armenia contro le interferenze di Mosca (Ansa 21.04.26)

l Consiglio Ue ha istituito oggi la Missione di partenariato dell’Ue in Armenia (EUPM Armenia) nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), a ulteriore sostegno degli sforzi volti a rafforzare la resilienza democratica dell’Armenia e la sua capacità di gestire le crisi.
La missione fornirà sostegno all’Armenia nell’affrontare minacce su più fronti, quali la manipolazione e l’interferenza delle informazioni da parte di soggetti esteri (FIMI), gli attacchi informatici e i flussi finanziari illeciti.

L’EUPM Armenia fornirà consulenza strategica e rafforzamento delle capacità a vari ministeri e istituzioni nazionali in merito all’elaborazione di politiche volte ad affrontare le minacce cui sono esposti la società e le istituzioni nazionali, e sosterrà lo sviluppo di un approccio orizzontale che coinvolga l’intero governo.

Fornirà inoltre consulenza operativa e disporrà di una cellula di progetto incaricata di individuare e attuare azioni concrete nei settori coperti dal mandato della missione, in stretto coordinamento con partner che condividono gli stessi principi.

Arsen, il produttore che ha scelto il Chianti per piantare le viti armene (La Repubblica 20.04.26)

In un luogo non comune per il vino, tra le colline che abbracciano Firenze, prende vita un progetto vitivinicolo che porta il nome di Arsenio. Non è la storia di un’eredità secolare o di un cognome altisonante, ma il racconto di Arsen Khachaturyants, un giovane vignaiolo che, con una visione audace e un percorso di vita fuori dagli schemi, sta riscrivendo le regole del vino toscano.

 

 

Arsen, venticinquenne armeno di origine, nato in Spagna e cittadino del mondo, ha scelto Firenze come suo approdo. La sua storia non inizia tra i filari, ma nelle aule della New York University, dove si laurea in Matematica pura, immergendosi in equazioni differenziali e nella teoria del caos. Un percorso accademico insolito per un vignaiolo, che tuttavia ha plasmato il suo approccio al vino, inteso come un equilibrio tra rigore analitico e pura espressione sensoriale.

La storia

“Mentre studiavo matematica, pensavo di voler lasciare qualcosa che vivesse per sempre” racconta Arsen. “Non volevo dedicarmi alla matematica applicata, costruire motori o cose simili, che avrebbero potuto darmi fama ma non un’eredità duratura.” Questa riflessione, unita alla consapevolezza delle sue radici armene, segnate dal genocidio del 1915 che costrinse la sua famiglia a fuggire, lo spinge a cercare un progetto con un impatto duraturo, un legame profondo con la terra e la storia.

 

 

La scintilla per il mondo del vino si accende grazie a una passione giovanile per la cucina. “Ho lavorato in ristoranti stellati Michelin ogni estate, non per denaro, ma per l’opportunità di imparare,” spiega. “Lì ho capito che il vino andava abbinato al cibo. Così ho pensato: ‘Forse il vino’. Mi piace, mi piace come funziona, e ho iniziato a studiare la sua storia, scoprendo che molte famiglie vitivinicole hanno centinaia di anni di storia, un’eredità generazionale.” Questa curiosità lo porta a conseguire un Master in Vineyard and Winery Management tra Bordeaux e l’Institut des Sciences de la Vigne et du Vin, e più recentemente il prestigioso Diploma WSET a Londra.

Il progetto Arsenio nasce su dieci ettari di vigneti, distribuiti tra Firenze, Olena nel Chianti Classico e l’area di Volterra. Un inizio tutt’altro che semplice: “La proprietà a Firenze esisteva già, ma era in uno stato di abbandono” ricorda Arsen. “Ci siamo trovati di fronte a circa cinque ettari di terreno invasi da rifiuti: colline di immondizia, alberi spezzati, divani e plastica ovunque.” Una sfida che non lo ha scoraggiato, ma che ha rafforzato la sua determinazione a dare nuova vita a quella terra.

 

 

Nel 2009, un viaggio lampo da New York a Firenze segna l’apertura ufficiale dell’azienda. La ricerca di una cantina si rivela complessa, tra informazioni errate e offerte assurde. Ma la perseveranza di Arsen, unita al prezioso supporto di figure chiave come l’enologo Alberto Antonini, “un grande aiuto nel trovare persone e fornire consigli, un enologo molto aperto mentalmente”, e il celebre potatore Marco Simonit, permette al progetto di prendere forma. È un equilibrio affascinante: un produttore giovanissimo affiancato da professionisti con decenni di esperienza, un connubio tra energia innovativa e saggezza consolidata.

Il progetto

Il cuore del progetto batte sulle colline fiorentine, a circa 300 metri di altitudine, dove nel 2020 sono stati piantati i primi quattro ettari. Qui, tra suoli di arenaria e una ventilazione costante, cresce una selezione di varietà che unisce tradizione toscana e ricerca personale. Accanto al Sangiovese, pilastro della viticoltura regionale, trovano spazio vitigni come Mammolo, Colorino, Canaiolo e Pugnitello, insieme a varietà internazionali come Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon.

Ma la vera sorpresa è la presenza dell’Areni Noir, un’antica varietà armena. “È un modo per non dimenticare le proprie radici” afferma Arsen, sottolineando una scelta non solo simbolica ma anche agronomica, data la notevole capacità di adattamento di quest’uva ai cambiamenti climatici. Questa apertura verso vitigni meno convenzionali si riflette nella sua decisione di puntare sull’IGT (Indicazione Geografica Tipica) Toscana, piuttosto che limitarsi alle rigide classificazioni del Chianti Classico.

 

 

“Rispetto molto il Chianti Classico, penso sia un’idea bellissima, ha molta tradizione – spiega Arsen – Ma mi piace rispettare molto la terra, perché la terra ha molta più conoscenza, è molto più antica, di milioni di anni. E penso sia più logico ascoltare la terra piuttosto che regole vecchie di anni.” Questa filosofia lo porta a esplorare il potenziale di vitigni come il Mammolo, che definisce il suo “nuovo preferito” e che sta cercando di far rivivere, o il Verdicchio per i bianchi, piantato in posizioni ottimali per esprimere al meglio il suo carattere.

La sua visione è chiara: produrre vini che siano espressione autentica del terroir, ma con un occhio al futuro e alle sfide del cambiamento climatico. “Non puoi più coltivare Merlo,” osserva. “Anche lo Chardonnay non è il massimo se vuoi piantare nuovo Chardonnay, non funzionerà.” Per questo, la scelta ricade su vitigni come il Cabernet Franc, che “funziona ancora bene”, e l’esplorazione di blend innovativi, inclusi vitigni armeni come lo Zor, per i vini bianchi.

Nuova generazione

Arsen affronta il mondo del vino con l’entusiasmo e la curiosità di una nuova generazione. “Per fare un grande vino serve tempo” dice con un sorriso disarmante. “Bisogna imparare ad ascoltare la natura.” La sua filosofia si fonda su un principio semplice: trovare un equilibrio tra progresso e rispetto dell’ambiente. “L’uomo non è separato dall’ambiente” sottolinea. “Ne fa parte. Il vino è proprio questo: una collaborazione.” Per lui, il compito del vignaiolo non è dominare la natura, ma accompagnarla, intervenendo solo quando necessario.

Un altro aspetto distintivo del progetto Arsenio è la volontà di limitare la produzione per garantire l’esclusività e la qualità. “Quando morirò, voglio essere sicuro che nessuno nelle generazioni future possa aumentare il numero di bottiglie” afferma con determinazione. “Se il marchio ha un limite di bottiglie, non può essere 30.000, può essere solo tra, diciamo, 20.000 e 30.000, a seconda dell’annata. Non voglio che qualcuno dica: ‘Ok, sta andando bene, facciamo 100.000 bottiglie in 20 anni’. Ma in quel caso, la qualità crolla, perché come può essere qualcosa di unico se lo puoi comprare ovunque? No, devi cercarlo. Questo è il concetto di vino premium.” Questa scelta riflette una profonda comprensione del valore dell’unicità e della ricerca della qualità senza compromessi.

Dopo una prima vendemmia sperimentale nel 2023, il 2024 segna la prima raccolta ufficiale, mentre l’uscita sul mercato dei vini è prevista per fine di quest’anno. Arsenio è un progetto in continua evoluzione, un laboratorio di idee dove tradizione e innovazione convivono, e dove ogni annata racconta una storia diversa, influenzata dal terroir e dalle condizioni climatiche. “Voglio parlare a una nuova generazione di appassionati” spiega Arsen. “Ma anche a chi è curioso di capire come il vino possa evolvere.” Il suo è un viaggio tra territori diversi, tra radici profonde e una visione globale, un dialogo costante tra l’uomo e la natura. Ed è proprio da questa ricerca di armonia che, sulle colline di Firenze, sta prendendo forma una nuova e intrigante pagina della storia del vino toscano.

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Venezia ricorda il genocidio armeno: un programma di iniziative per la Giornata del Ricordo (Lapiazzaweb 19.04.26)

Venezia è pronta alla Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno. Le iniziative, organizzate in collaborazione con l’Unione degli Armeni d’Italia e l’Università Ca’ Foscari Venezia, intendono dare voce a una delle tragedie più sconvolgenti del XX secolo, promuovendo al contempo la memoria storica e la resilienza della comunità armena.

Il programma culminerà con una cerimonia dal titolo “Dalla tragedia alla resilienza”, che si terrà il 24 aprile all’Auditorium Santa Margherita di Venezia, e sarà aperta alla cittadinanza. La giornata offrirà un’occasione per riflettere sul genocidio armeno e sul percorso di sopravvivenza e resistenza del popolo armeno.

Il percorso della memoria ha preso il via proprio oggi, con una visita guidata alla Chiesa di Santa Croce degli Armeni, una delle più antiche e significative chiese della città. Situata a pochi passi da Piazza San Marco, la chiesa è quasi invisibile dall’esterno, ma custodisce un patrimonio storico e religioso di grande valore. È l’unica chiesa in Italia dove i padri mechitaristi celebrano ancora oggi la liturgia armeno-cattolica, mantenendo vive le tradizioni religiose della comunità.

Inoltre, il 12 maggio è prevista una visita speciale all’Isola di San Lazzaro degli Armeni, che ospita il prestigioso Monastero Mechitarista, un importante centro culturale per la diffusione della cultura armena nel mondo.

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Amerikatsi Venerdì 24 aprile in prima serata (Tv2000 19.04.26)

Venerdì 24 aprile in prima serata

FILM: AMERIKATSI (PRIMA TV)

Sinossi: Da bambino, Charlie è riuscito a sfuggire al genocidio armeno nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Divenuto adulto, torna in Armenia ma si deve scontrare con la dura realtà del comunismo sovietico sotto Stalin. Una notte viene ingiustamente arrestato e recluso in un campo di lavoro. Dalla finestra della sua cella però riesce a osservare quello che avviene nell’appartamento di fronte, dove abita una guardia carceraria. Quella finestra sarà una via di fuga emotiva che gli darà la speranza e la forza di lottare.

Regia: Michael A. Goorjian

Cast: Michael A. Goorjian, Hovik Keuchkerian, Nelli Uvarova

Anno di produzione: 2022

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Il Patriarca in Libano: «Dopo la crisi, la guerra: popolo allo stremo» (Giornale Brescia 17.04.26)

«La popolazione è allo stremo. Ad una crisi economica pesantissima si è aggiunta la guerra, che ha portato all’emergenza di cibo, acqua e medicinali». Traccia una linea drammatica sulla mappa della fu «Svizzera del Medioriente» Raphael Bedros XXI Minassian, patriarca della Chiesa cattolica armena di Cilicia proprio in Libano. Di passaggio a Brescia dopo la partecipazione ad una celebrazione con Papa Leone XIV a Roma, commenta la tregua di dieci giorni appena siglata tra Libano e Israele.

Le speranze

«Speriamo tutti che possa durare, ma analizzando la situazione internazionale la fiducia di una tregua definitiva è minima. Viviamo nella speranza di poter trovare un dialogo, soprattutto perché stiamo parlando di Paesi e di popoli vicini. Ma serve un linguaggio diverso, di vicinanza, serve rispetto reciproco».

Nel Paese dei cedri la gente in pochi anni ha perso prima tutti i risparmi di una vita nelle banche e poi ha iniziato a morire colpita dalle bombe che cadevano dal cielo – di giorno e di notte.
«E nonostante questo tutto il popolo libanese rimane ancora unito. Musulmani e cristiani sono insieme come segno di un nazionalismo più cosciente. Anzi, con la guerra le differenze religiose hanno smesso di essere un problema».

Attacco atteso

Libano e Israele sono storicamente in conflitto e nelle sue declinazioni militari di Hamas e dell’Idf lo scontro è stato spesso plastico in questi anni. Eppure in Occidente l’attacco di Tel Aviv è sembrato improvviso. Quasi inatteso. «Invece il popolo libanese se lo aspettava dopo quello che era successo in Iran, per il legame religioso con i musulmani. Adesso, non a caso, la minaccia è contro la Turchia».

Quale futuro per il Medioriente e per il Libano, allora? Il Patriarca non nasconde il poco ottimismo. «Oggi ci sentiamo tutti incapaci di trovare una soluzione davanti a un male troppo grande. Dobbiamo allora fare riferimento a quello che ha detto il Santo Padre sul dialogo, sul ritorno alla coscienza e sulla pacificazione. Questa è una crisi di tutto il Medio Oriente. Mentre le grandi potenze mondiali fanno i loro calcoli, a pagare il prezzo sono sempre i più piccoli e gli innocenti».

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“E dal cielo caddero tre mele”: vivere l’Armenia con Narine Abgarjan (Meridiano13 17.04.26)

Fresco di stampa per i tipi di EinaudiE dal cielo caddero tre mele  che abbiamo letto e consigliato nella nostra ultima newsletter libresca  è un romanzo ambientato nel paesino immaginario di Maran, sperduto tra le montagne dell’Armenia e abitato da pochi anziani sopravvissuti a guerre, carestie e dolori. Al centro della storia c’è Anatolija, donna segnata dalla perdita, che ha deciso che l’ora della sua morte è vicina.

«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt’uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell’ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini.

[Estratto dalla quarta di copertina del volume]

Un villaggio sospeso tra cielo e terra

C’è un luogo che non troverete su nessuna mappa dell’Armenia: Maran è infatti un piccolo villaggio caucasico immaginato dall’autrice di questo romanzo, aggrappato a un altopiano di montagna, così in alto e così lontano dal mondo da sembrare dimenticato da tutto e da tutti. Tranne che dalla morte. Quando il romanzo si apre, Maran sta morendo insieme ai suoi ultimi abitanti: poche anime anziane, consumate dagli anni e dai dolori, che aspettano la fine con la stessa rassegnazione con cui guardano il cielo cambiare stagione.

È in questo scenario, sospeso come in una fiaba, che la scrittrice armena Narine Abgarjan ambienta il suo romanzo più noto, pubblicato in Russia nel 2014 e uscito in italiano grazie alla traduzione di Claudia Zonghetti*.

Parlare di trama, però, per questo libro è quasi riduttivo. La storia, se proprio vogliamo tracciarla, ruota sì attorno alla morte e ad Anatolija, ma non solo: si rivela una serie di voci, ricordi e racconti intrecciati, perché ogni personaggio porta con sé una vita intera fatta di ferite e perdite. Eppure, non c’è paura della morte in questo libro, ma una sorta di familiarità dolente perché essa arriva come una vicina di casa burbera, ma in fondo in fondo conosciuta.

Abgarjan costruisce il suo mondo per stratificazione: al presente si sovrappongono continuamente il passato, con una naturalezza che ricorda le grandi tradizioni del realismo magico, ma che riesce a rendere in uno stile peculiare.

Il titolo stesso, E dal cielo caddero tre mele, è ricco di significato perché richiama una formula delle fiabe armene, in cui le tre mele che cadono rappresentano: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha creduto.

Di seguito, su concessione della casa editrice e dell’autrice, ne riportiamo un brevissimo estratto iniziale, che non farà che invitarvi alla lettura.

E dal cielo caddero tre mele

Una per chi ha visto

Uno

Venerdì subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire.

Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, scoperchiò le botti sotto le grondaie: se fosse scoppiato un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò fra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco nello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori dall’armadio «le cose da morto»: l’abito in lana col colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura, il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna. Jasaman avrebbe capito che lo voleva fra le dita.

Lasciò i vestiti nel punto più in vista del soggiorno – il pesante tavolo di rovere con la tovaglietta di tela rozza che, a sollevarne un lembo, rivelava i segni chiarissimi e profondi di due colpi d’ascia –, posò sul mucchietto la busta coi soldi per il funerale, prese dalla credenza una vecchia tovaglia di tela cerata a scacchi e andò in camera. Lì scoprì il letto, tagliò in due la tovaglia, ne stese una metà sul lenzuolo, ci si sdraiò sopra, usò l’altra metà per coprirsi, tirò su anche la trapunta, incrociò le braccia sul petto, per qualche lungo istante cercò con la nuca la posizione più comoda sul cuscino, fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Si rialzò subito per andare a spalancare le imposte, che bloccò coi vasi di geranio perché non sbattessero, dopodiché tornò a sdraiarsi. Ora poteva stare tranquilla: spogliata del suo corpo mortale, l’anima non avrebbe vagato sperduta per la stanza e, una volta libera, avrebbe spiccato il volo dalla finestra aperta, incontro al cielo.

Quei preparativi puntigliosi e caparbi si dovevano a una ragione importante e triste insieme: Sevojants Anatolija perdeva sangue dal giorno prima. Quando aveva scoperto le chiazze scure sulla biancheria si era innanzitutto stupita; poi, dopo averle esaminate con attenzione e avere stabilito che era proprio sangue, era scoppiata in un pianto dirotto. Si era subito vergognata della sua paura, però, e subito si era fatta coraggio, asciugandosi in fretta e furia le lacrime con un angolo del fazzoletto che aveva in testa. A che serviva piangere, se l’inevitabile non poteva essere evitato? La morte non è uguale per tutti: a qualcuno ferma il cuore, di qualcun altro si fa beffe privandolo della ragione. A lei era toccato di morire dissanguata.

Anatolija non aveva il minimo dubbio che il suo male fosse incurabile e fulminante. Non per nulla l’aveva trafitta nella parte più inutile e insulsa del suo corpo, l’utero. Ti punisco, pareva dirle, perché hai mancato al tuo principale dovere di donna: mettere al mondo dei figli.

Tuttavia, quand’ebbe deciso che mai più avrebbe pianto e mai più si sarebbe lagnata della sua sorte, a quella stessa sorte Anatolija si rassegnò, ritrovando in un attimo la serenità. Frugò nel baule della biancheria, ne cavò un vecchio lenzuolo, fece delle pezze e le usò come assorbenti. Verso sera, però, le perdite erano talmente abbondanti che dentro di lei pareva essere scoppiata una vena senza fondo. Attinse, dunque, alle misere scorte di ovatta che teneva in casa. E poiché l’ovatta non sarebbe durata a lungo, scucì un angolo della trapunta, sfilò alcuni fiocchi di lana, li lavò con cura e li stese ad asciugare sul davanzale. Certo, avrebbe potuto fare un salto da Šlapkants Jasaman, che viveva poco distante, per chiederla a lei, un po’ d’ovatta, ma desistette: se poi non riusciva a tenere a freno la lingua, scoppiava a piangere e le scappava detto che stava per morire? Jasaman si sarebbe spaventata e sarebbe corsa da Satenik: telegrafa subito a valle e di’ che mandino un’ambulanza…

Anatolija non aveva alcuna intenzione di fare il giro dei dottori per sottoporsi a una sfilza di esami tanto dolorosi quanto inutili.

Anatolija aveva deciso di morire in pace e dignità, tranquilla e serena, fra le mura della casa in cui aveva vissuto invano la sua difficile vita.

Si coricò che era già tardi, dopo avere guardato a lungo l’album di famiglia; alla luce fioca del lume a petrolio, i visi dei suoi cari, ormai nel Lete, sembravano quanto mai tristi e pensierosi. Ci vediamo presto, sussurrava Anatolija accarezzando ogni fotografia con le dita indurite dal lavoro nei campi, ci vediamo presto. Prese sonno facilmente, nonostante l’angoscia e lo sconforto, e dormì fino al mattino. La svegliò il canto smanioso del gallo: era una furia, dentro al pollaio, stanco di aspettare che lo liberassero nell’orto. Anatolija si concentrò per capire come si sentiva. Non male, decise: niente che la preoccupasse, a parte qualche dolore alle reni e un vago capogiro. Si alzò con cautela, andò alla latrina e non senza un ghigno di soddisfazione constatò che le perdite erano più abbondanti che mai. Tornò in casa e si fece una specie di assorbente con un pezzo di stoffa e qualche fiocco di lana. Se continuava a quel modo, la mattina seguente non avrebbe più avuto una goccia di sangue in corpo. Poteva essere l’ultima volta, dunque, in cui vedeva sorgere il sole.

Rimase sulla veranda ad assorbire con ogni poro la luce timida del mattino. Poi andò dalla vicina: a salutarla, a chiederle come stava. Era giorno di bucato per Jasaman, che stava giusto piazzando una pesante tinozza d’acqua sulla stufa a legna. Mentre l’acqua si scaldava, parlarono del più e del meno e delle tante faccende da sbrigare. Era quasi tempo di more di gelso e ci sarebbe stato da raccoglierne in quantità: di una parte avrebbero fatto sciroppo, un’altra l’avrebbero essiccata e un’altra ancora sarebbe finita a fermentare in una botte di legno prima di diventare acquavite. Era anche tempo di raccogliere l’erba brusca; un altro paio di settimane e sarebbe stato troppo tardi: il sole di giugno l’avrebbe seccata in un attimo e non sarebbe stata più buona a nulla. Quando dentro alla tinozza l’acqua cominciò a bollire, Anatolija salutò l’amica e se ne andò. Poteva stare tranquilla: fino al mattino seguente Jasaman si sarebbe dimenticata di lei. Con tutti quei panni da lavare, inamidare, sbiancare col turchinetto, stendere al sole, raccogliere e stirare, ne avrebbe avuto fino a sera tardi. Dunque lei, Anatolija, aveva tutto il tempo per andarsene tranquillamente all’altro mondo.

Confortata, passò la mattina a sbrigare senza fretta le solite faccende, e soltanto nel primo pomeriggio, col sole che percorreva la volta celeste scivolando composto verso l’estremità a ponente della vallata, tornò a coricarsi, pronta a morire.

e dal cielo daccero tre mele
La copertina del volume uscito per Einaudi

E dal cielo caddero tre mele, Narine Abgarjan, traduzione di Claudia Zonghetti, Einaudi, 2026


Narine Abgarjan è nata in Armenia nel 1971 e si è laureata in Lingua e Letteratura russa all’Università di Erevan. Le tracce della sua terra natale sono alla base di tutte le sue opere, a partire dalla prima, la trilogia Manjunja, che ha immediatamente conquistato il favore dei lettori. Nei dieci anni successivi l’autrice ha pubblicato altri sei romanzi e quattro raccolte di racconti. I suoi libri, tradotti in una trentina di lingue, sono stati adattati per il teatro, il cinema e la televisione, anche in versione animata. Nel marzo del 2020 il The Guardian l’ha inclusa fra i sei autori europei piú brillanti. Attualmente vive in Germania, dove si è trasferita dall’Armenia nel 2022.

Claudia Zonghetti traduce dal russo classici e contemporanei. Oltre a Vasilij Grossman, Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj, e alle indagini di Anna Politkovskaja, ha dato voce italiana (tra gli altri) a Pavel Florenskij, Varlam Šalamov, Gajto Gazdanov, e a contemporanei come Narine Abgarjan, Guzel’ Jachina, Saša Filipenko. È socia di Memorial Italia, Strade e AITI.

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