Sayat Nova, il trovatore del Caucaso condiviso (Meridiano31 29.05.26)

Nel 1969, il regista armeno Sergej Paradžanov dedicò a Sayat Nova uno dei film più visionari della storia del cinema, Il colore del melograno, costruito come una successione di immagini rituali, miniature viventi, tessuti, libri, frutti e gesti sospesi, lontanissimo da qualsiasi idea convenzionale di biografia storica.

Paradžanov cercava di evocare un universo culturale stratificato e permeabile, fatto di memorie condivise e continue contaminazioni, un Caucaso nel quale lingue, confessioni religiose, repertori musicali e tradizioni poetiche si intrecciavano incessantemente, rendendo quasi impossibile separare nettamente ciò che oggi siamo abituati a classificare attraverso categorie identitarie definite e compatte. La dimensione poetica e visionaria del film trovava in Sayat Nova il suo centro ideale, perché pochi personaggi incarnano quanto lui la natura transculturale del Caucaso moderno.

Nato probabilmente a Tbilisi nel 1712 con il nome di Harut‘yun Sayat‘yan, figlio di una famiglia armena con probabili origini nella regione di Aleppo, Sayat Nova trascorse la propria vita dentro quell’universo multiculturale che caratterizzava la Tbilisi del XVIII secolo, città di commerci, lingue e corti principesche sospesa fra mondo persiano, georgiano e ottomano. Musicista e poeta, Sayat Nova divenne presto celebre come ašuł, trovatore errante della tradizione caucasica, muovendosi fra gli ambienti della corte georgiana di Erekle II con una naturalezza che gli permetteva di attraversare continuamente lingue, repertori poetici e tradizioni musicali differenti.

Attorno alla sua figura si sono stratificate nel tempo leggende, racconti romantici e ricostruzioni parziali, come spesso accade ai grandi poeti popolari caucasici; ciò che emerge con chiarezza è però il legame profondissimo che lo univa a Tbilisi e al mondo caucasico del suo tempo. Negli ultimi anni della sua vita si ritirò presso il monastero di Haghpat, nell’odierna Armenia settentrionale, mentre la morte lo raggiunse nel 1795 durante l’invasione persiana di Agha Mohammad Khan.

Secondo una tradizione molto diffusa, Sayat Nova sarebbe stato ucciso dopo essersi rifiutato di rinnegare il cristianesimo, e fu sepolto presso la cattedrale armena di San Giorgio a Tbilisi, città che ancora oggi custodisce la sua memoria.

Sayat Nova compose in armeno, georgiano, azero e persiano, attraversando con estrema naturalezza spazi culturali ancora profondamente intrecciati fra loro e lasciando nella propria produzione poetica e musicale la traccia vivissima di quel Caucaso cosmopolita precedente alla nazionalizzazione moderna delle identità e alla successiva cristallizzazione delle appartenenze etno-culturali.

Ciò che colpisce nella sua opera è soprattutto la natura organica del suo multilinguismo, che emerge dai versi come espressione spontanea di un ambiente urbano e sociale attraversato continuamente da idiomi differenti, da registri ibridi, da prestiti lessicali e sonorità condivise. Nei suoi componimenti, l’armeno del dialetto di Tbilisi si intreccia incessantemente con lessico persiano, turco e georgiano, riflettendo la realtà quotidiana delle città caucasiche dell’epoca, dove commercianti, musicisti, artigiani e religiosi vivevano immersi in una pluralità linguistica che apparteneva tanto alla vita materiale quanto all’immaginario poetico.

Sayat Nova e Tbilisi

Tbilisi rappresentava allora uno dei principali crocevia culturali del Caucaso meridionale, spazio di incontro fra mercanti armeni, aristocratici georgiani, musicisti azeri e reti commerciali che collegavano la regione con l’Iran, l’Anatolia e il Mediterraneo. Anche la tradizione degli ašuł nasceva precisamente dentro questa circolazione continua di melodie, strumenti musicali, immagini poetiche e repertori linguistici, e la poesia di Sayat Nova porta impressa la traccia concreta di una civiltà di frontiera nella quale le identità risultavano fluide, relazionali e profondamente interdipendenti.

Anche per questo motivo Sayat Nova continua a occupare una posizione peculiare nella memoria culturale del Caucaso. La cultura armena lo considera uno dei suoi massimi poeti, la Georgia lo colloca al centro della memoria multiculturale della vecchia Tbilisi, ed è presente anche nella tradizione ashugh, quella dei trovatori e musicisti popolari azeri e caucasici.

Questa dimensione transculturale attraversava anche il suo universo musicale, dove elementi della monodia armena medievale convivevano con la musica urbana di Tbilisi e con tradizioni persiane e turco-caucasiche diffuse nell’intera regione, dando vita a repertori sonori che riflettevano perfettamente la complessità culturale della Transcaucasia settecentesca. Le sue composizioni riuscivano a costruire uno spazio estetico condiviso e riconoscibile da pubblici differenti, trasformando la pluralità linguistica e musicale in una forma di esperienza comune.

Monumento dedicato a Sayat Nova a Tbilisi.
Un monumento dedicato a Sayat Nova nel centro di Tbilisi con il nome scritto in armeno, georgiano e azero (Wikimedia/Valen1988)

Molte delle sue poesie amorose si muovono inoltre dentro repertori simbolici differenti, intrecciando immagini della tradizione poetica persiana con elementi appartenenti al mondo culturale armeno e caucasico. Da questa continua oscillazione fra registri culturali diversi nasce quella particolare densità della sua scrittura che ancora oggi appare sorprendentemente moderna.

La figura di Sayat Nova dovette inevitabilmente affascinare Paradžanov, anch’egli nato a Tbilisi in una famiglia armena e cresciuto dentro un ambiente culturalmente stratificato, attraversato da lingue, memorie e appartenenze multiple. Il colore del melograno assume allora la forma di una meditazione sulla sopravvivenza della memoria culturale caucasica e sulla possibilità di preservare forme di convivenza simbolica che la modernità politica ha progressivamente frammentato.

Rileggere oggi Sayat Nova significa recuperare una genealogia diversa del Caucaso, meno centrata sulla violenza dei confini e più attenta alla lunga storia di relazioni, prestiti linguistici, repertori musicali condivisi e immaginari comuni che hanno attraversato la regione per secoli.

In un presente che continua a raccontare il Caucaso quasi esclusivamente attraverso guerre e nazionalismi, la sua voce restituisce invece l’immagine di uno spazio culturale profondamente interconnesso, nel quale tradizioni poetiche, melodie, pratiche artistiche e repertori simbolici continuavano a circolare da una comunità all’altra, generando forme culturali ibride e condivise che sfuggivano costantemente a ogni appartenenza esclusiva. Ed è forse proprio in questa irriducibile e affascinante pluralità che continua a risiedere l’attualità del suo messaggio.

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Diaspora degli Armeni, serata dedicato alla testimonianza di Arthur Alexanian. (Clebs 28.05.26)

Venerdì 5 giugno 2026, alle ore 21.15, con il patrocinio del Comune di Vinci, la prestigiosa Biblioteca Leonardiana di Vinci aprirà le sue porte a una serata di straordinario valore culturale e umano: “Memoria e diaspora armena del Novecento: una storia da non ripetere, un monito per il presente”, incontro dedicato all’opera e alla testimonianza di Arthur Alexanian.

Un appuntamento che si preannuncia intenso, necessario e profondamente attuale, nel segno di quella cultura della memoria che oggi più che mai rappresenta uno strumento indispensabile per comprendere il nostro tempo. Attraverso la sua trilogia di romanzi — Il bambino e i venti d’Armenia. Il gioco della memoria di un bambino, Il calice frantumato e Il tempo sospeso. Un passato lontano, un futuro difficile, pubblicati da Ibiskos Ulivieri — Alexanian restituisce voce e dignità alla grande diaspora armena del Novecento, una delle più dolorose tragedie della storia contemporanea.

Autore francese di origine armena, appartenente alla prima generazione nata in Europa da famiglie emigrate, Arthur Alexanian ha dedicato la propria ricerca letteraria alla ricostruzione della memoria collettiva e familiare, intrecciando testimonianza personale, documenti storici e rigore narrativo. La sua opera, già insignita nel 2021 del prestigioso Fiorino d’Oro, rappresenta oggi un punto di riferimento culturale importante per comprendere non soltanto il passato, ma anche le grandi migrazioni e gli sradicamenti che segnano il presente di molti popoli.

Ed è proprio qui che la serata vinciana assume un significato ancora più profondo. La diaspora armena raccontata da Alexanian diventa infatti simbolo universale di resilienza, identità e sopravvivenza culturale. Una vicenda storica lontana nel tempo, ma drammaticamente vicina alle tragedie che ancora oggi attraversano il mondo, tra guerre, esodi forzati e popoli costretti ad abbandonare la propria terra. Un monito per il presente, come recita emblematicamente il titolo dell’incontro, e insieme un invito alla consapevolezza, al dialogo e alla difesa della memoria.

A condurre la serata sarà Alexandra Ulivieri, editore e responsabile del Circolo Poeti e Scrittori di Empoli, da anni protagonista di una preziosa attività di promozione culturale sul territorio. Interverranno inoltre la professoressa Maria Virginia Porta e l’avvocato Nicola Baronti, entrambi rappresentanti dell’Archivio Vinci nel Cuore, insieme a Monsignor Renato Bellini, che offriranno ulteriori spunti di riflessione sul valore storico, civile e spirituale dell’opera di Alexanian.

L’evento rappresenta anche una significativa continuità con il grande successo del primo Saloncino dei Poeti, svoltosi lo scorso 14 marzo, manifestazione che ha consacrato simbolicamente Vinci come autentica “Città della Poesia”. Proprio in quell’occasione Arthur Alexanian si era imposto come una delle voci più intense e apprezzate dell’iniziativa, conquistando il pubblico con la profondità della sua parola poetica e della sua testimonianza umana.

Non a caso, ad accompagnarlo in questa nuova tappa vinciana saranno altri protagonisti dello straordinario Saloncino, in un ideale abbraccio culturale che conferma ancora una volta la vivacità artistica e letteraria di Vinci e la capacità della città leonardiana di diventare luogo privilegiato di incontro tra memoria, poesia e impegno civile.

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èStoria 2026, il 29 maggio a Gorizia tra genocidio armeno, Islam e Film Festival (Nordest24 28.05.26)

GORIZIA – Entra nel vivo venerdì 29 maggio il programma di èStoria 2026, il Festival internazionale della storia dedicato quest’anno al tema delle religioni. Nella seconda giornata, a Gorizia, il filo conduttore attraversa fatti storici noti e meno noti, dal genocidio degli Armeni alla Rivoluzione francese, fino alla dittatura fascista, con diversi appuntamenti dedicati anche alle religioni antiche. Accanto agli incontri, prosegue pure il cartellone del Film Festival, che propone tra gli altri il documentario Ivana di Farian Sabahi.

La giornata comincia alle 8 al Caffè del Teatro G. Verdi con “Colazione con la Storia”, insieme ai giornalisti Giampaolo Mauro, Mauro Mazza e Dino Messina, per leggere i fatti del giorno attraverso la lente della storia.

Gli incontri del mattino

Alle 9.30 al Teatro Comunale G. Verdi la scrittrice di origini armene Antonia Arslan, il docente di diritto costituzionale e pubblico Fulvio Cortese e lo storico Marcello Flores, con il coordinamento di Marco Cimmino, affrontano il tema del genocidio degli Armeni. L’incontro richiama un episodio di cui ricorre l’anniversario e che viene indicato come paradigmatico delle connessioni tra religione e genocidi nel Novecento, con circa 3 milioni di morti. L’evento è su prenotazione.

Alla stessa ora, nella Tenda Erodoto, l’egittologo Toby Wilkinson dialoga con Paolo Venti per ricostruire il mondo religioso degli antichi egizi. Sempre alle 9.30, a Palazzo de Grazia, il giornalista Antonio Carioti e gli storici Mimmo Franzinelli e Alberto Melloni sono protagonisti dell’incontro “La religione del Duce”, dedicato al rapporto tra Benito Mussolini e la Chiesa romana.

Alle 11 il Teatro Comunale G. Verdi ospita “La Rivoluzione francese e la religione”, conversazione con Christine Le Bozec e gli storici Sante Lesti e Luigi Mascilli Migliorini, coordinata da Cristina Di Fusco, per approfondire l’atteggiamento dei rivoluzionari nei confronti del cattolicesimo, oltre l’immagine dei sacerdoti perseguitati e delle chiese vandalizzate. Anche questo appuntamento è su prenotazione.

Sempre alle 11, nella Tenda Erodoto, si parla invece di “La religione dei Greci”. Intervengono la storica latinista e grecista Laura Pepe, il docente di Storia delle religioni Carmine Pisano e la studiosa Paola Schirripa, con il coordinamento di Daria Crismani, per discutere i principi che hanno ispirato la rappresentazione politeistica del mondo divino e il funzionamento del sistema greco di credenze e riti, in assenza di una Chiesa e di un libro sacro.

A seguire, ancora nella Tenda Erodoto, è in programma un incontro in italiano e sloveno su “Religione e Prima Guerra Mondiale”, con Guido Alliney, Patrick Houlihan, Erwin Schmidl e Hew Strachan, coordinati da Marco Cimmino. L’appuntamento, con traduzione simultanea in sloveno, si concentra sul sentimento religioso di chi visse l’orrore della guerra di trincea.

Il pomeriggio tra India, mafia e Islam

Alle 15, nella sala Trgovski dom, “L’induismo tra tradizione e modernità” è al centro del confronto tra Antonio Rigopoulos, professore di Indologia e tibetologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e Federico Squarcini, docente di Religioni e Filosofie dell’India nello stesso ateneo. Coordina Selina Trevisan. I due studiosi si soffermano sui tratti essenziali di una cultura e di un pensiero religioso privi di un contenuto dottrinale unitario, di una chiesa e di dogmi, ma fondati su concetti che rimodulano le idee di tempo e natura.

Alle 15.30 al Teatro Comunale G. Verdi il magistrato Nicola Gratteri dialoga con il giornalista Stefano Mensurati sul rapporto tra mafia e religione. Anche questo appuntamento è su prenotazione.

Alle 16.30, nella Tenda Erodoto, Maurizio Bettini interviene con “Elogio del politeismo”, guardando alle religioni antiche e agli elementi strutturali che, secondo il tema proposto, possono offrire spunti utili anche al presente.

Alle 17.30, sempre al Teatro Comunale G. Verdi, tre ospiti internazionali si confrontano su “L’islam nel mondo moderno”: Faisal Devji, storico intellettuale impegnato sul pensiero politico indiano e sull’Islam globale, Jeremy Gunn, docente che ha insegnato Religione e politica in Medio Oriente, Diritto internazionale e Politica estera degli Stati Uniti, e Rahian Ismail, docente di Studi islamici contemporanei e scrittrice. Coordina Francesco De Filippo. Il festival era stato aperto giovedì con il focus sull’Iran islamico nel cartellone di èStoria 2026.

La chiusura serale con Sangiuliano

Alle 19.30, ancora al Teatro Comunale G. Verdi, per la sezione “La Storia in Testa” il giornalista ed ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano dialoga con Francesco De Filippo sul libro “Il sultano. La vita di Recep Tayyip Erdogan”, saggio biografico dedicato all’ascesa del leader turco e alla sua evoluzione da esponente di un Islam moderato ad autocrate e protagonista della scena internazionale.

Il programma del Film Festival

Accanto agli incontri, è fitto anche il calendario del Film Festival a BorGo Cinema. Alle 9.30 viene proiettato il docufilm “Laboratorio Europa. Un dibattito sulle frontiere dall’antichità a oggi”, dedicato al tema di frontiere e confini, alla loro formazione storica e alla loro persistenza nel definire appartenenze, identità, aspirazioni e paure. La proiezione è a cura della Commissione Sisem Enti, istituzioni e rapporti con il territorio, con interviste di Alice Raviola e Lucia Felici, Sisem, e con Blythe, Alice Raviola e Lucia Felici.

Alle 12.30 viene presentato “Ivana”, film diretto da Farian Sabahi. Al centro c’è una donna dai tratti felliniani, segnata da povertà, violenza e malattia ma anche da un percorso di riscatto. Figlia illegittima di un marinaio e cresciuta a Varigotti, subisce abusi dal patrigno e resta claudicante; nonostante questo costruisce una famiglia e una stabilità. A 91 anni affida la sua storia a Farian Sabahi, tornando infine nei luoghi delle sue origini. Introduzione e commento della regista Farian Sabahi con Paolo Lughi.

Alle 18 è in programma “Ottobre 1917: l’impresa del tenente Erwin Rommel”, documentario che ripercorre la corsa del giovane Rommel con il suo Abteilung da Caporetto a Longarone, attraverso il Tagliamento e il Piave, una serie di azioni che gli valsero la Pour le Mérite. Il documentario è realizzato dall’Associazione culturale èStoria, con la regia di Giampaolo Penco e riprese di Videoest srl, nell’ambito del progetto èStoria Film & Food. Introduzione e commento di Marco Cimmino.

Alle 19.30 viene proposto “Aquileia e i cristianesimi perduti”; il regista Massimo Garlatti Costa introduce e commenta il suo viaggio tra pietre, mosaici e silenzi millenari, dedicato a un tempo in cui il cristianesimo era ancora composto da molte voci e molte visioni prima di diventare una sola dottrina.

Alle 20, infine, è in programma “Francesco, il giullare di Dio” di Roberto Rossellini, film del 1950 costruito come una serie di episodi riferiti ai Fioretti della vita del santo di Assisi, di cui ricorrono gli 800 anni della morte. Il film viene indicato come fonte d’ispirazione per il cinema di Pier Paolo Pasolini, in particolare per “Vangelo secondo Matteo” e “Uccellacci e uccellini”. Introduzione e commento di Paolo D’Andrea.

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Piccola Armenia contesa. Il voto diventa una partita fra l’Occidente e la Russia (HP e altro 28.05.26)

L’appuntamento elettorale del 7 giugno in Armenia sarà seguito ben oltre i confini di questo piccolo Paese abbarbicato nel Caucaso. I circa 2 milioni e mezzo di elettori armeni dovranno infatti decidere se proseguire nella via dell’avvicinamento all’Occidente, riconfermando la leadership del primo ministro Nikol Pashinyan e del suo partito di centrodestra, Contratto Civile, oppure se riavvicinarsi alla Federazione russa, premiando un partito come Armenia Forte del miliardario Samvel Karapetyan.

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Armenia, il nuovo fronte della guerra d’influenza russa (Difesa On Line)


Putin pronto ad aprire un altro fronte? “Armenia simile all’Ucraina: la crisi è iniziata con i tentativi di adesione alla Ue” (Quotidiano Nazionale)


Putin avverte l’Armenia: “Con l’UE rischiate di perdere tutto” (Euronews)


Trump appoggia Pashinyan in vista delle storiche elezioni ad alto rischio in Armenia (Euronews)


Trump e le mani sul Caucaso, il voto nella piccola Armenia allarga la crepa fra Usa e Russia (La Stampa)


Chi sono i candidati che Mosca spinge per battere il premier armeno (IlFoglio)


Trump sostiene la rielezione del premier dell’Armenia Pashinyan (AltoAdige)


Usa e Armenia rilanciano corridoio economico durante visita di Rubio (Euronews)


Armenia al bivio: la svolta anti-russa di Pashinyan minaccia il collasso economico e sociale (Politicamentecorretto)


“L’Armenia farà la fine dell’Ucraina”: l’avvertimento shock di Medvedev al primo ministro Pashinyan accusato di stare tradendo l’alleanza con la Russia

Mkhitaryan dice sì all’Inter: giocherà ancora un anno, presto l’incontro per la firma (Fcinter1908 27.05.26)

Il centrocampista armeno, in scadenza di contratto a giugno, ha deciso di accettare la porposta dei nerazzurri
 Fabio Alampi Redattore 

Henrikh Mkhitaryan giocherà un altro anno con la maglia dell’Inter. Manca ancora l’ufficialità, ma tutto lascia pensare che il centrocampista armeno rinnoverà il suo contratto in scadenza a giugno con i nerazzurri, come anticipato da Fcinter1908.

Mkhitaryan dice sì all’Inter: giocherà ancora un anno, presto l’incontro per la firma- immagine 2

Fumata bianca in arrivo, con le parti che si incontreranno presto per mettere nero su bianco per la soddisfazione di giocatore, società e staff tecnico.

Così scrive Libero: “Henrikh Mkhitaryan ha detto sì alla proposta di rinnovo dell’Inter. L’armeno, 37 anni compiuti lo scorso gennaio, si è preso qualche giorno di tempo per riflettere ma alla fine ha deciso di giocare ancora un anno con i nerazzurri. Le parti si incontreranno per accordarsi dal punto di vista economico. Mkhitaryan non è solo un uomo spogliatoio: quest’anno ha comunque giocato 39 partite con 4 gol e 3 assist“.

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La Russia sospende la vendita di vini armeni (Vinetur 25.05.26)

L’authority per la tutela dei consumatori ha ordinato a importatori e rivenditori di ritirare dalla circolazione diversi marchi, in un contesto di crescenti tensioni con Erevan.

La Russia ha sospeso la vendita di diversi vini e brandy armeni, in un altro segnale del peggioramento delle tensioni commerciali con Erevan, ha განაცხადა lunedì l’authority russa per la sicurezza dei consumatori.

Rospotrebnadzor ha affermato di aver riscontrato in Russia prodotti alcolici armeni che non soddisfacevano i requisiti obbligatori e ha ordinato a importatori e rivenditori di smettere di venderli e di ritirarli dalla circolazione. L’agenzia non ha precisato quali norme i prodotti sarebbero accusati di aver violato.

Le restrizioni riguardano i prodotti realizzati da Vedi-Alco, dalla Abovyan Brandy Factory e dalla Shakhnazaryan Wine and Brandy House. Tra i prodotti citati dall’agenzia figurano il vino rosso semidolce Getap Vernashen, il vino bianco secco Vedi Alco della linea Legends ARNI, Armenian Cognac 5 Stars e il cognac XO Shakhnazaryan invecchiato sette anni.

La misura segue un provvedimento analogo adottato un giorno prima contro Jermuk, marchio armeno di acqua minerale. Le autorità russe ne hanno imposto il divieto totale di importazione e vendita, sostenendo che i test avevano rilevato livelli eccessivi di bicarbonati, cloruri e solfati. Rospotrebnadzor ha inoltre affermato che i consumatori potrebbero essere tratti in inganno dalle indicazioni sulle proprietà medicinali dell’acqua, che — ha detto — potrebbero portare a trattamenti inefficaci e a esiti sanitari peggiori.

Le ultime restrizioni arrivano mentre Mosca ed Erevan si sono progressivamente allontanate. La scorsa settimana la Russia aveva anche annunciato limitazioni temporanee su tutte le importazioni di fiori dall’Armenia o sulle spedizioni in transito attraverso il Paese.

Per anni l’Armenia è stata uno dei partner più stretti della Russia nel Caucaso meridionale, ma i rapporti si sono deteriorati dopo che il primo ministro Nikol Pashinyan si è avvicinato all’Europa. I funzionari russi hanno criticato Erevan per quelli che definiscono passi ostili, tra cui la decisione dell’Armenia di avviare il processo per chiedere l’adesione all’Unione europea e il riconoscimento della giurisdizione della Corte penale internazionale. La Corte ha emesso un mandato d’arresto per il presidente Vladimir Putin.

Vyacheslav Volodin, presidente della camera bassa del parlamento russo, ha attaccato pubblicamente Pashinyan per queste mosse. Sergei Shoigu, segretario del Consiglio di sicurezza russo, ha accusato l’Armenia di rendere più difficili le condizioni per le imprese russe che operano nel Paese. Putin ha avvertito l’Armenia di riflettere attentamente sulle conseguenze di legami più stretti con l’Europa e ha suggerito che, se Erevan volesse uscire dall’orbita di Mosca, dovrebbe prima tenere un referendum sull’uscita dall’Unione economica eurasiatica.

Per i produttori armeni, la Russia resta un mercato cruciale. Le nuove restrizioni minacciano ulteriori disagi per gli esportatori già alle prese con una serie di interventi regolatori che Mosca dice essere basati su preoccupazioni legate alla sicurezza e alla qualità, ma che arrivano in un momento di evidente tensione politica tra i due governi.

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Comunità rumena e armena di Trieste si raccontano a ‘Voci di comunità’ (Triesteallnews 25.05.26)

25 maggio 2026 – ore 17:00 – Sabato 23 maggio l’Auditorium dell’Oratorio di San Giacomo ha ospitato il quarto incontro dell’iniziativa “Voci di comunità: Storie, Culture e Vite a Trieste”, ciclo di appuntamenti organizzato da Comunità storiche e rilevanti della città in collaborazione con la V Circoscrizione (Barriera Vecchia – San Giacomo). A questo appuntamento hanno partecipato il Comitato di Cultura Armena di Trieste “AraraTS” e la Comunità Rumena di Trieste. Il pomeriggio è stato introdotto dai saluti per la Circoscrizione della presidente Michela Novel e del coordinatore della Commissione Cultura ed Eventi Luca Gojak e successivamente dalle parole di saluto portate dalla Console Doina Boblea in rappresentanza del Consolato Generale di Romania a Trieste.

Così Luca Gojak: “Questo è un percorso cominciato già l’anno scorso e che sta continuando,
allo scopo di creare sul territorio occasioni d’incontro in varie forme tra le comunità e i cittadini per conoscere meglio la storia, la cultura e le tradizioni che ognuno porta nel vivere comune e i punti di somiglianza e quelli di diversità che ci possono arricchire in modo da sostenerci e completarci a vicenda come cittadini della nostra città ed è un cammino che ci impegniamo a portare ulteriormente nel prosieguo”.

L’incontro è poi entrato nel vivo con Adriana Hovhannessian che ha guidato il pubblico attraverso la presenza nel tempo degli armeni a Trieste, partendo dai 550 presenti a fine ‘700 (su spinta dei commerci portuali e dell’azione dei padri mechitaristi), alla diaspora di inizio ‘900 dall’Armenia verso il mondo, fino alla realtà attuale che conta in città la presenza ormai di solo 10 famiglie. La presenza nel tempo è testimoniata dalla Chiesa mechitarista di via Giustinelli (purtroppo non accessibile dal 2009 e bisognosa di una ristrutturazione molto costosa) e dai molti nomi di famiglie armene che possiamo trovare anche nelle vie cittadine come Ananian, Ciamician ed Hermet ad esempio.

Dopo i saluti del presidente del Consiglio Comunale Francesco Panteca che ha ribadito
l’appoggio del Comune alla Comunità Rumena, che rappresenta un valore aggiunto
per la città, padre Valentin Filip Tarta, parroco della chiesa ortodossa romena di via
dell’Istria, ha parlato della storia e dei legami tra la comunità romena, che oggi conta
oltre 3000 residenti, e Trieste già a partire dal 19° secolo.

A questo punto adulti, ragazzi e bambini della Comunità hanno dato vita a dei canti e
balli tipici in abiti tradizionali. Al termine non è mancato l’angolo gastronomico, anch’esso componente di tradizioni e cultura di un popolo, con sarmale ed altri prodotti salati oltre ai dolci tipici e biscotti, passando per il vino di melograno armeno. Come i precedenti anche questo è stato un incontro festoso in cui conoscere le sfaccettature della nostra città attraverso la cultura e il divertimento. Fare rete sul territorio vuol dire anche poter ringraziare la disponibilità dell’Oratorio di San Giacomo e di don Rudy Sabadin, sempre pronti a sostenere gli incontri culturali e sociali del rione.

Il leader della Chiesa armena esorta Leone XIV a convocare il Concilio Vaticano III (Renovatio21 22.05.26)

Papa Leone XIV e il leader della Chiesa apostolica armena Aram I hanno discusso della convocazione di un «Terzo Concilio Vaticano» durante un incontro privato in Vaticano il 18 maggio. Lo riporta LifeSite.

Papa Leone XIV ha ricevuto Aram I in udienza privata in Vaticano lunedì, dove i due capi religiosi hanno affrontato diverse questioni ecumeniche e geopolitiche, tra cui la proposta di convocare un Terzo Concilio Vaticano. Secondo una dichiarazione pubblicata il giorno successivo dalla Santa Sede di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena, Aram I ha sollevato direttamente la questione con il Papa, definendola urgente per la Chiesa cristiana universale.

Secondo quanto riportato dalla Chiesa apostolica armena, «l’istituzione di una data unificata per la Pasqua, la designazione di una giornata commemorativa per tutti i martiri e la convocazione di un Concilio Vaticano III» sono stati tra i principali temi sollevati da Aram I durante l’incontro.

La stessa dichiarazione armena affermava che «in risposta ai punti sopracitati, Sua Santità Papa Leone XIV ha espresso la sua comprensione e il suo sostegno, fornendo al contempo i necessari chiarimenti dal suo punto di vista».

Il bollettino ufficiale del Vaticano non menzionava esplicitamente la proposta di un Terzo Concilio Vaticano, ma confermava che il pontefice e Aram I si erano incontrati in privato, si erano scambiati indirizzi e doni e avevano poi partecipato a una preghiera comunitaria nella Cappella Urbano VIII del Palazzo Apostolico. Nel suo discorso, Leone XIV ha sottolineato la storia del dialogo teologico tra Roma e le Chiese ortodosse orientali ed ha espresso la speranza che le discussioni ecumeniche in corso potessero proseguire «con rinnovato vigore».

Leone ha inoltre elogiato Aram I per il suo impegno di lunga data nelle iniziative ecumeniche, facendo riferimento al suo lavoro in seno al Consiglio Ecumenico delle Chiese e al Consiglio delle Chiese del Medio Oriente. Leone XIV ha osservato che il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali prosegue dal 2003 attraverso una commissione internazionale congiunta che ha già prodotto documenti riguardanti la Chiesa, i sacramenti e la comunione nel cristianesimo delle origini.

Il comunicato armeno aggiungeva: «Va inoltre notato che, a seguito dell’incontro, il Catholicos [il capo della Chiesa armena] e il Papa hanno avuto un ulteriore colloquio privato, scambiandosi opinioni e preoccupazioni su questi e altri argomenti correlati». Il contenuto di questo secondo incontro privato è sconosciuto.

L’incontro si è svolto nel contesto dei più ampi sforzi vaticani per ristabilire e approfondire le relazioni con le Chiese orientali e ortodosse dopo le tensioni legate alla dichiarazione vaticana Fiducia Supplicans del 2023, che autorizzava benedizioni non liturgiche per le coppie in «unioni irregolari», comprese le «coppie» dello stesso sesso. Pochi giorni prima di ricevere Aram I, il 15 maggio, Leone XIV ha avuto una conversazione telefonica con Tawadros II della Chiesa copta ortodossa e, in precedenza, il 4 maggio, gli aveva inviato una lettera pubblica in cui auspicava un rinnovato dialogo teologico tra Roma e i copti.

Nel suo discorso del 18 maggio ad Aram I, Leone XIV ha riconosciuto che il dialogo ecumenico aveva incontrato «recenti difficoltà», ma ha affermato che «non può esserci ristabilimento della comunione tra le nostre Chiese senza unità nella fede».

È interessante notare che la proposta di un Terzo Concilio Vaticano non è partita dalle autorità cattoliche, ma è stata esplicitamente avanzata da rappresentanti di Chiese separate durante i colloqui ecumenici con Roma. Nel corso della storia della Chiesa, i gruppi eretici e scismatici si sono opposti ai concili perché questi venivano tradizionalmente convocati per condannare l’errore dottrinale e definire con precisione i punti di fede controversi.

Al contrario, a partire dal periodo intorno al Concilio Vaticano II, le comunità non cattoliche hanno incoraggiato sempre più nuove iniziative conciliari legate a obiettivi ecumenici piuttosto che a chiarimenti dottrinali.

La questione di stabilire una data pasquale comune tra cattolici e ortodossi è anteriore all’attuale incontro tra Leone XIV e Aram I. Nel 2025, durante le commemorazioni legate al 1700° anniversario del Primo Concilio di Nicea, Leone XIV fece pubblicamente riferimento alla possibilità di una celebrazione pasquale condivisa.

I sostenitori della proposta sostengono che una data unificata rafforzerebbe la testimonianza cristiana e migliorerebbe le relazioni tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Lo stesso Leone XIII affermò che ciò che unisce cattolici e ortodossi è «più forte, sia quantitativamente che qualitativamente, di ciò che li divide».

Questa visione è stata condannata dal magistero cattolico come «latitudinarismo», poiché tutte le verità rivelate possiedono un’autorità vincolante e non possono essere classificate in base alla loro importanza percepita.

In effetti, il Concilio di Nicea I stabilì un calcolo pasquale comune per salvaguardare l’unità dottrinale e liturgica all’interno di un’unica Chiesa già unita nella fede, non come compromesso diplomatico tra corpi ecclesiali separati. Al contrario, le attuali proposte ecumeniche rischiano di subordinare la dottrina alla negoziazione istituzionale e potrebbero creare l’apparenza di unità senza risolvere i disaccordi teologici fondamentali, comprese le controversie sul primato papale. In quest’ottica, una celebrazione pasquale comune senza una piena comunione dottrinale potrebbe rischiare di alimentare il relativismo religioso anziché l’unità.

La Chiesa apostolica armena occupa un posto di rilievo nella storia del cristianesimo perché l’Armenia fu il primo regno ad adottare ufficialmente il cristianesimo come religione di stato, un evento tradizionalmente fatto risalire all’inizio del IV secolo sotto il regno di Tiridate III.

Tuttavia, la Chiesa apostolica armena è separata da Roma e dottrinalmente eterodossa dopo aver rifiutato il Concilio di Calcedonia del 451 e essersi successivamente sviluppata al di fuori della comunione con la Sede romana. La teologia cattolica distingue tra le Chiese ortodosse orientali – come la Chiesa armena, copta e siriaca, che hanno rifiutato Calcedonia – e le Chiese ortodosse orientali, che si sono separate da Roma dopo il Grande Scisma del 1054 pur continuando ad accettare Calcedonia e i successivi concili bizantini.

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Armenia: sondaggio Iri, Contratto civile unico partito sopra soglia elettorale (AgenziaNova 22.05.26)

Erevan, 22 mag 19:24 – (Agenzia Nova) – Il partito al governo in Armenia, Contratto civile, è l’unica forza politica che supera la soglia elettorale in vista delle prossime elezioni parlamentari del 7 giugno. È quanto emerge da un nuovo sondaggio dell’International Republican Institute (Iri). Alla domanda su quale forza politica voterebbero, il 38 per cento degli intervistati ha indicato Contratto civile. La coalizione Armenia forte è stato indicato dal 7 per cento degli intervistati, mentre l’alleanza “Armenia” ha ottenuto il 4 per cento. Il partito Armenian Grace e il partito Armenia prospera raccolgono ciascuno il 2 per cento, mentre Ali dell’Unità e il partito Dok si attestano all’1 per cento. Il 20 per cento degli intervistati si è dichiarato indeciso, mentre il 23 per cento ha rifiutato di rispondere. Il sondaggio è stato condotto telefonicamente dal 5 all’11 maggio. Secondo la legge armena, la soglia di sbarramento è del 4 per cento per i partiti, dell’8 per cento per le alleanze composte da un massimo di due partiti e del 10 per cento per le alleanze di tre o più partiti. Alle elezioni si sono candidate 19 forze politiche, tra cui 17 partiti e due alleanze. Il blocco Armenia, composto da due partiti, dovrebbe raggiungere l’8 per cento, mentre Armenia forte, formato da tre partiti, avrebbe bisogno del 10 per cento.

Alla scoperta dell’Armenia attraverso il vino: un viaggio tra storia, cultura e radici antichissime a Palazzo Crepadona (Bellunopress 22.05.26)

Belluno si prepara a ospitare un appuntamento culturale di grande fascino, un viaggio ideale che unisce la passione per l’enologia alla riscoperta di una delle civiltà più antiche del mondo.

Questa sera, venerdì 22 maggio 2026, alle ore 18:30, la suggestiva Sala Corte di Palazzo Crepadona aprirà le sue porte per la presentazione del libro “Vini Armeni”, scritto a quattro mani da Manuela Da Cortà e Enrico Dal Bianco ed edito da Kellermann.

L’evento, inserito nel prestigioso cartellone di RetEventi Cultura 2026, gode del patrocinio della Regione del Veneto, della Provincia di Belluno e del Comune di Belluno.

Un legame millenario tra terra e vite

Il titolo dell’incontro parla chiaro: “In Armenia attraverso i vini, dove la cultura vitivinicola ha radici antichissime”. Non si tratterà infatti di una semplice presentazione tecnica, ma di un’immersione profonda in una terra dove la viticoltura non è solo economia, ma identità, storia e leggenda (basti pensare al biblico approdo dell’Arca di Noè sul monte Ararat e alla successiva piantagione della prima vigna).

Gli ospiti e il programma della serata

La serata si aprirà con i saluti istituzionali di Raffaele Addamiano, assessore alla Cultura del Comune di Belluno, a testimonianza del valore culturale che l’amministrazione riconosce all’iniziativa.

Il cuore dell’incontro vedrà il dialogo con gli autori, arricchito da due interventi d’eccezione:

  • Antonia Arslan: scrittrice e saggista italiana di origine armena, da sempre voce autorevole e appassionata della cultura e della memoria del suo popolo.

  • Tito De Luca: il cui contributo aiuterà a svelare le sfumature di questo straordinario viaggio geopolitico ed enologico.

A guidare il pubblico e a moderare l’incontro ci sarà la giornalista Cristina Pierotti.

 Un’occasione imperdibile per gli amanti del vino, della storia e delle culture millenarie.

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