Ecumenismo, Chiesa Cattolica e Consiglio Ecumenico delle Chiese proseguono il dialogo (AciStampa 14.09.26)

Si è tenuta dall’1 al 3 settembre la terza sessione plenaria dell’11esimo mandato del Gruppo Misto di Lavoro tra Chiesa Cattolica e Consiglio Ecumenico delle Chiese. Una riunione per fare il punto, aggiornarsi sulle novità, mettere sul tavolo le questioni, con sessioni guidate dai due co-moderatori, l’Arcivescovo Vicken Aykazian della Chiesa Apostolica Armena degli Stati Uniti e il Vescovo Thomas Dowd della diocesi cattolica di Sault Saint Marie, in Canada.

Il Gruppo Misto è composto da 19 membri. Per il mandato 2023 – 2030, il gruppo si è diviso in tre gruppi di lavoro. Uno sta definendo le diverse concezioni della salvezza in un contesto di crescente indifferenza religiosa. Un altro, i processi di riconciliazione e di costruzione della pace nei diversi contesti globali. E, infine, le risposte cristiane all’intolleranza, al fanatismo religioso e alla persecuzione.

L’incontro ha coinciso con l’80° anniversario dell’Istituto Ecumenico di Bossey, fondato nel 1946. Il suo Decano, Padre Professor Lawrence Iwuamadi, della Nigeria – il primo cattolico a ricoprire tale incarico – ha sottolineato la vocazione distintiva di Bossey come luogo in cui studenti appartenenti a diverse tradizioni cristiane vivono, studiano e pregano insieme. Ha inoltre ricordato il contributo della Chiesa cattolica all’Istituto, iniziato nel 1968 con la presenza di docenti invitati. C’è ogni anno un professore cattolico che presta servizio a Bossey, la cui borsa è pagata dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, e la Chiesa Cattolica offre anche due borse di studio a studenti non cattolici, mentre c’è una piccola cappella nello stesso istituto destinata a professori, studenti e personale cattolici e a cattolici che visitano l’istituto, per la preghiera, la Messa, ma anche eventi accademici.

La cappella ospita ora un’icona, donata dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e portata per l’occasione a Bossey dall’arcivescovo Flavio Pace, segretario del dicastero. L’icona raffigura l’Ascensione di Gesù alla presenza di Maria e degli Apostoli.

Nel comunicato finale dell’incontro, sono stati analizzati nel dettaglio i lavori dei gruppi di lavoro.

Il gruppo sulla salvezza e l’indifferenza religiosa ha “continuato la sua esplorazione tra l’indifferenza religiosa e le diverse comprensioni della salvezza tra le tradizioni cristiane”, mentre il gruppo sulla riconciliazione collettiva “si è focalizzato sui processi e gli strumenti per la riconciliazione collettiva in diversi contesti globali”.

Infine, il gruppo su “Libertà Religiosa, Costruzione della Pace, e testimonianza cristiana” ha cercato di comprendere come le attuali risorse ecumeniche sui temi possono connettersi in maniera più profonda con le esperienze vive delle comunità colpite da discriminazione, violenza e persecuzione.

Questo pane armeno si conserva per mesi e torna morbido con un po’ d’acqua (Gambero Rosso 14.09.26)

Il Lavash è un pane sottilissimo legato da secoli alla cultura armena. Oggi viene prodotto anche alle porte di Milano da Karen Avetisyan

Può restare secco per mesi, impilato in grandi fogli sottilissimi. Poi basta inumidirlo e aspettare qualche minuto perché torni morbido e flessibile. È il Lavash, uno dei pani simbolo della cultura armena, preparato tradizionalmente sulle pareti roventi del tonir. A prima vista può ricordare il carasau sardo, ma la somiglianza finisce quasi subito: il Lavash nasce anche per essere essiccato, conservato a lungo e riportato alla sua consistenza morbida quando serve. E oggi c’è qualcuno che continua a produrlo anche alle porte di Milano.

Karen Avetisyan, il primo fornaio armeno di Lavash in Italia

Cos’è il Lavash, il pane armeno che si conserva per mesi

In Armenia accompagna ogni momento importante della vita familiare. Non esiste matrimonio senza un assaggio del Lavash: tradizionalmente veniva cotto sia nella casa della sposa sia in quella dello sposo, tra canti, balli e rituali condivisi con amici e parenti. In alcune regioni partecipavano soltanto le donne e ancora oggi sopravvive nelle famiglie più tradizionali il rito di appoggiare il Lavash sulle spalle degli sposi come augurio di fertilità, prosperità e abbondanza.

Un’opera del pittore armeno Sevada Grigoryan. Tradizionalmente l’impasto veniva preparato dalle donne della casa

Un forno armeno alle porte di Milano

A portare questa tradizione in Italia è stato Karen Avetisyan, armeno residente in Lombardia da oltre ventisei anni. Nel 2020, durante il Covid, ha aperto a Paderno Dugnano (Milano) il forno Lavash Karenì, il primo negozio italiano specializzato nella produzione di Lavash armeno. Prima di allora Avetisyan lavorava come montatore di mobili, oggi produce artigianalmente circa 800 “fogli” di Lavash a settimana. L’esordio non è stato semplice. “È un impasto complicato e cambia con le stagioni – racconta -. Ho impiegato un paio d’anni per capire davvero come lavorarlo”.

I “fogli” di Lavash si rigenerano con poche gocce d’acqua o con un panno umido e tornano morbidi ed elastici, anche mesi dopo

Oggi il laboratorio impiega tre persone e rifornisce negozi, ristoranti italiani, iraniani, armeni e libanesi, oltre a una catena di alimentari dell’Est Europa presente con circa ottanta punti vendita in Italia. Il pane viene venduto in confezioni da tre fogli, ciascuno da 125 grammi. Per molti armeni resta un alimento legato anche alla memoria personale. Negli anni difficili tra il 1989 e il 1990, quando l’Armenia viveva ancora le conseguenze del crollo dell’economia sovietica, le famiglie compravano centinaia di fogli a settembre per conservarli fino alla primavera successiva. Un gesto domestico che oggi, in un laboratorio alle porte di Milano, continua a raccontare una storia antica.

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Armenia: inviata Ue Grono, non metto in discussione ricco patrimonio armeno nel Karabakh (Agenzia Nova 14.09.26)

Erevan, 14 set 16:59 – (Agenzia Nova) – La rappresentante speciale dell’Unione europea (Ue) per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia, Magdalena Grono, ha affermato di non mettere in discussione “la passata presenza armena e il ricco patrimonio culturale” nelle regioni del Karabakh precedentemente interessate dal conflitto. Grono lo ha dichiarato ad “Armenpress” dopo una visita al Matenadaran di Erevan, sottolineando che la tutela del patrimonio culturale rappresenta “una parte importante dei processi di pace” e un valore essenziale per l’Ue. La diplomatica ha ricordato di avere visitato nei giorni scorsi le regioni di Kelbajar e Aghdara, comprese Dadivank e Gandzasar, osservando che quel patrimonio “deve essere preservato e valorizzato, evitando strumentalizzazioni politiche e speculazioni infondate”. Le parole arrivano dopo le critiche suscitate in Armenia da un precedente messaggio della rappresentante europea, nel quale Grono aveva parlato di “narrazioni profondamente divergenti sull’origine di certi luoghi”. Secondo Grono, una piena riconciliazione richiederà in futuro un dialogo anche sulle questioni umanitarie e sul patrimonio culturale, oltre che sugli aspetti politici, economici e di sicurezza. (Rum)

L’Armenia guarda a Bruxelles: una nuova fase per gli equilibri del Caucaso meridionale (Il Caffe Geopolitico 14.09.26)

In 3 Sorsi – Lo scorso 24 agosto l’Armenia ha compiuto un passo destinato a cambiare gli equilibri del Caucaso meridionale: il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato l’intenzione del Governo di avviare nel prossimo futuro il processo per presentare una domanda formale di adesione all’UE. Tra le pressioni provenienti da Mosca e il progressivo rafforzamento della collaborazione con Bruxelles, la scelta di Erevan apre interrogativi non soltanto sulla propria collocazione geopolitica, ma anche sugli assetti economici e di sicurezza sui quali il Paese intende costruire il proprio futuro.

1. L’EREDITÀ STORICA E L’ARCHITETTURA DI SICUREZZA POST-SOVIETICA 

Per comprendere il riorientamento diplomatico di Erevan occorre partire dalla sua storia recente. Dopo il genocidio del 1915 e la breve esperienza della Prima Repubblica (1918-1920), l’Armenia venne incorporata nell’Unione Sovietica. Nel 1921, le Autorità sovietiche decisero di assegnare il Nagorno-Karabakh, territorio a maggioranza armena, alla Repubblica Socialista Sovietica Azera, ponendo le basi di una controversia destinata a riemergere con la dissoluzione dell’URSS. Con l’indipendenza del 1991, l’Armenia si trovò in una posizione di forte vulnerabilità, aggravata dal conflitto con l’Azerbaigian e dalla chiusura del confine con la Turchia nel 1993. In questo contesto, la Russia assunse il ruolo di principale garante esterno della sicurezza armena. Il legame si consolidò sul piano militare attraverso la partecipazione alla CSTO, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, e la presenza della base russa di Gyumri, mentre sul piano economico si rafforzò con l’ingresso nell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e con una forte presenza russa nei settori strategici dell’energia e delle infrastrutture. Per oltre trent’anni, la partnership con Mosca ha così rappresentato il pilastro della strategia di sicurezza armena.

Fig. 1 – Il premier armeno Nikol Pashinyan insieme al Presidente francese Emmanuel Macron a Parigi, febbraio 2025

2. IL TRAUMA DEL KARABAKH E IL DISTANZIAMENTO DA MOSCA

Questa architettura è entrata in crisi di fronte al mutamento degli equilibri regionali. La guerra del 2020 e, soprattutto, l’operazione militare azera del settembre 2023 hanno portato alla perdita definitiva del Nagorno-Karabakh e all’esodo di oltre centomila rifugiati. Per le Autorità armene, la mancata prevenzione dell’offensiva azera da parte del contingente di peacekeeping russo e l’assenza di interventi della CSTO durante le tensioni di confine hanno messo in discussione l’affidabilità del sistema di sicurezza a guida russa. Di conseguenza, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha annunciato il congelamento de facto della partecipazione alla CSTO, rifiutando di ospitare esercitazioni congiunte. Ridurre la dipendenza esclusiva da Mosca è così diventato l’obiettivo di una più ampia strategia di diversificazione delle relazioni internazionali.

Fig. 2 – Incontro bilaterale tra Pashinyan e Vladimir Putin durante il recente summit della SCO in Kirghizistan, 1° settembre 2026

3. L’AVVICINAMENTO A BRUXELLES E IL CONFRONTO CON IL CREMLINO

L’avvicinamento a Bruxelles non rappresenta dunque un’iniziativa improvvisa, ma l’esito di un processo istituzionale progressivo, maturato attraverso un graduale rafforzamento dei rapporti con l’Unione Europea. Il principale quadro di questo percorso è il Partenariato Globale e Rafforzato (CEPA), in vigore dal 2021, che ha posto le basi per una cooperazione più stretta e per un’agenda di riforme incentrata su democrazia, Stato di diritto, trasparenza e lotta alla corruzione. A questo processo si è affiancato, nel 2023, il dispiegamento della missione civile di monitoraggio dell’UE (EUMA) lungo il confine con l’Azerbaigian, segnando un ulteriore approfondimento del coinvolgimento europeo nella sicurezza regionale. L’avvicinamento ha quindi conosciuto una nuova accelerazione con il vertice bilaterale del 5 maggio e con l’avvio del percorso verso la liberalizzazione dei visti, fino ad arrivare all’annuncio del 24 agosto sull’intenzione di intraprendere il cammino verso l’adesione all’Unione Europea. Un passo che ha suscitato la dura reazione del Cremlino e che rende ancora più evidente il dilemma strategico di Erevan: proseguire nel percorso europeo dovendosi confrontare con una relazione con Mosca che rimane profondamente radicata sul piano economico, energetico e della sicurezza.

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Armenia cede le sue ricchezze minerarie agli Stati Uniti (Ilfarosulmondo 14.09.26)

Il fiume Aras, un corso d’acqua vitale che attraversa Armenia, Azerbaigian e Iran, sta affrontando una catastrofe ambientale a causa della crescente domanda americana di minerali strategici, che alimenta l’attività mineraria nel Caucaso.

Il complesso minerario di rame e molibdeno di Zangezur, uno dei maggiori produttori mondiali di molibdeno, scarica da anni rifiuti chimici tossici nel fiume Okhchuchay, che confluisce nell’Aras dopo aver attraversato la regione di Zangilan. Secondo quanto riportato, l’inquinamento ha causato gravi e devastanti conseguenze ambientali per l’intera regione.

Il molibdeno, un metallo strategico essenziale per l’industria aerospaziale, le attrezzature per la difesa e le tecnologie avanzate – tra cui aerei supersonici e rivestimenti per missili – è ora al centro di una contesa geopolitica, poiché Washington cerca di ridurre la dipendenza da Cina e Russia per i minerali critici.
Il solo complesso di Zangezur rappresenta circa il 2,2% della produzione mondiale di molibdeno. La miniera di Kajaran, una delle più grandi miniere a cielo aperto al mondo, è operativa dal 1962.

Le preoccupazioni ambientali si sono intensificate in seguito a un ordine esecutivo firmato il 20 luglio dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha imposto severe restrizioni all’acquisto di minerali critici da rivali geopolitici degli Stati Uniti. L’ordine ha permesso a Washington di assicurarsi le risorse minerarie critiche e di terre rare dell’Armenia attraverso un accordo quadro globale firmato il 26 maggio 2026, che vincola Yerevan agli obiettivi strategici degli Stati Uniti.

Armenia, scatta allarme inquinamento

Gli Usa hanno anche firmato accordi simili con Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan, promuovendo al contempo il corridoio di transito “TRIPP Route” per il trasporto di minerali dall’Asia centrale e dal Caucaso meridionale attraverso la Turchia fino agli Stati Uniti.
Tuttavia, i media armeni hanno espresso preoccupazione per il fatto che l’aumento dell’estrazione e dell’esportazione di molibdeno dalle miniere di Zangezur, spinto dalla domanda statunitense, aggraverà l’inquinamento del fiume Aras.

Il danno ambientale è ulteriormente aggravato dalla complessa struttura proprietaria del complesso di Zangezur. L’azionista di maggioranza è Roman Trotsenko, un miliardario russo strettamente legato al Cremlino, la cui società GeoProMining Armenia ha acquisito il 60% del complesso nel 2021.

Nel febbraio 2024, l’amministrazione Biden ha imposto sanzioni a GeoProMining, spingendo Trotsenko a trasferire, secondo quanto riportato, i suoi beni a Svetlana Yershova, una sua fidata collaboratrice. Inchieste dei media armeni hanno rivelato che Yershova funge da prestanome per Trotsenko, una tattica legale per aggirare le sanzioni statunitensi.

Rischi geopolitici

“Il trasferimento del molibdeno di Zangezur in America, pur essendo allettante per l’economia armena, è carico di seri rischi geopolitici”, si legge in un articolo di un media armeno. “Sembra improbabile che Washington voglia acquistare minerali da una società i cui profitti finiscono nelle tasche dei magnati russi”.

Ciò ha alimentato le speculazioni su un possibile accordo tra Washington e Mosca per risolvere la questione della proprietà. Sono emerse notizie secondo cui Konstantin Sokolov, un uomo d’affari russo-americano vicino a Trump e direttore esecutivo del fondo TRIPP+ finanziato dagli Stati Uniti, avrebbe acquistato la miniera di rame e molibdeno di Teghut – la seconda più grande dell’Armenia – dalla banca russa VTB, un istituto soggetto a sanzioni.

Gli analisti suggeriscono che il trasferimento della miniera di Teghut da una banca russa a Sokolov, e la sua nomina alla guida del fondo statunitense, potrebbero indicare un complesso compromesso sottobanco tra Washington e Mosca. Di certo non sarebbe il primo.

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13 settembre 2022, quando la guerra entrò nel territorio sovrano dell’Armenia (Korazym 13.09.26)

Quattro anni fa l’Azerbaigian lanciò un’offensiva su vasta scala contro la Repubblica di Armenia. Jermuk, Vardenis, Goris, Kapan e altre località furono investite dai combattimenti e dai bombardamenti. Il bilancio definitivo comunicato dalle autorità armene fu di 224 morti. Quell’attacco, preceduto dalle incursioni iniziate nel 2021 e seguito un anno dopo dall’offensiva finale contro l’Artsakh, resta un passaggio essenziale per comprendere anche il dibattito che oggi torna ad accendersi sui confini e sull’integrità territoriale dell’Armenia.

Nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2022 la guerra tornò a colpire l’Armenia. Non l’Artsakh, non un territorio dal controverso status internazionale, ma diverse zone appartenenti alla Repubblica di Armenia e riconosciute internazionalmente come tali.

Alle ore 00.05, secondo quanto ricostruito dal Comitato Investigativo della Repubblica di Armenia, le forze armate dell’Azerbaigian aprirono un intenso fuoco contro postazioni nelle aree di Sotk, Vardenis, Goris, Kapan, Artanish e Ishkhanasar, impiegando mortai, sistemi missilistici e droni e colpendo anche infrastrutture civili. Il Comitato Investigativo qualificò quanto avvenuto come un attacco contro l’integrità territoriale della Repubblica di Armenia.

Fu la più grave escalation militare tra Armenia e Azerbaigian dalla guerra dell’Artsakh del 2020 fino a quel momento. E non si trattò semplicemente di uno dei tanti «scontri di confine» con i quali troppo spesso, nel linguaggio diplomatico e mediatico, vengono descritte vicende nelle quali aggressore, aggredito e luogo dell’attacco finiscono per diventare indistinguibili.

Human Rights Watch, nel suo rapporto sugli avvenimenti del 2022, descrisse i combattimenti come scoppiati mentre l’Azerbaigian effettuava incursioni in Armenia.

L’offensiva contro l’Armenia

L’attacco interessò diversi settori del confine orientale e sudorientale dell’Armenia, investendo le regioni di Gegharkunik, Vayots Dzor e Syunik. Tra le aree maggiormente coinvolte vi furono Vardenis e Sotk, Jermuk, Goris, Kapan e Ishkhanasar.

Non era, peraltro, la prima volta che reparti azeri avanzavano oltre il confine della Repubblica di Armenia dopo la guerra del 2020. Già nel maggio 2021 si era aperta una grave crisi con l’avanzata delle forze azere in settori del territorio armeno, tra i quali l’area di Sev Lich – il Lago Nero – e di Ishkhanasar e alcune zone del Gegharkunik. L’offensiva del 13-14 settembre 2022 portò questa dinamica a un livello incomparabilmente più grave. Nel corso della nostra lunga copertura dell’Artsakh abbiamo più volte richiamato anche questa dimensione del conflitto: nel maggio 2023, per esempio, riferimmo delle postazioni e delle opere militari azere realizzate nell’area di Jermuk dopo l’attacco del settembre 2022 (153° giorno del #ArtsakhBlockade); poche settimane prima avevamo seguito anche il nuovo scontro avvenuto presso Tegh, ancora sul territorio sovrano dell’Armenia (122° giorno del #ArtsakhBlockade).

Il Consiglio di Sicurezza dell’Armenia riferì che furono colpiti 36 centri abitati, tra i quali Goris, Sisian, Kapan, Jermuk, Vardenis, Tegh e Geghamasar. Furono parzialmente o completamente distrutti 192 edifici residenziali, tre alberghi, due scuole, una struttura sanitaria e altri edifici. Risultarono inoltre danneggiati impianti elettrici e idrici, gasdotti, strade e un ponte; furono colpite anche due ambulanze e quattro automobili private.

Più di 7.600 persone furono temporaneamente costrette ad abbandonare le proprie case nelle regioni di Gegharkunik, Vayots Dzor e Syunik, in larga parte donne e bambini, come ha registrato anche Human Rights Watch.

224 morti

Il bilancio umano si rivelò ancora più grave di quello comunicato nei primi giorni. Il 20 dicembre 2022 il Comitato Investigativo della Repubblica di Armenia rese noto che 224 persone della parte armena erano morte in conseguenza dell’offensiva del 13-14 settembre. Successive comunicazioni precisarono che tre delle vittime erano civili. Le autorità armene comunicarono inoltre che tutti i corpi dei militari restituiti dall’Azerbaigian erano stati identificati e che tre militari armeni risultavano ancora dispersi. Il primo bilancio dettagliato diffuso dal Consiglio di Sicurezza aveva registrato inoltre 293 militari feriti e 20 militari armeni catturati.

Dietro questi numeri ci sono uomini e famiglie. E a quattro anni da quei giorni, mentre le autorità armene hanno comunicato di aver identificato tutte le vittime, non risulta essere stato pubblicato dalle istituzioni un elenco nominativo organico dei 224 caduti dell’aggressione. Una lacuna che si accompagna alla scarsissima memoria pubblica riservata in Armenia a quei due giorni di guerra. Nel settembre 2025 anche la testata investigativa armena Hetq richiamò l’attenzione proprio sull’assenza di una memoria pubblica adeguata dei 224 caduti, ponendo la questione di quanto poco i loro nomi siano conosciuti dalla società armena. Identificare tutte le vittime, infatti, non equivale a conservarne pubblicamente e collettivamente la memoria.

Le esecuzioni e le atrocità documentate

Ma il 13 e 14 settembre 2022 lasciarono dietro di sé anche immagini che documentarono qualcosa di ancora più inquietante. Già pochi giorni dopo l’offensiva, il Consiglio di Sicurezza armeno denunciò prove di torture, mutilazioni e uccisioni illegali di militari armeni catturati o già uccisi.

Una verifica indipendente sarebbe arrivata da Human Rights Watch. L’organizzazione analizzò un video apparso sui social network nel quale si vedevano almeno sette militari armeni fatti prigionieri e successivamente uccisi. Attraverso l’esame delle immagini, delle fotografie, dei dati disponibili e delle immagini satellitari dell’area di Mets Ishkhanasar, Human Rights Watch concluse che il filmato mostrava l’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra armeni, apparentemente ad opera di forze azere, durante i combattimenti del settembre 2022.

Human Rights Watch ricordò senza ambiguità che l’uccisione di soldati che si sono arresi costituisce un crimine di guerra e chiese che fossero individuati i responsabili, compresi quelli nella catena di comando. Non siamo quindi soltanto davanti alle accuse di una delle parti di un conflitto. Almeno una delle più gravi atrocità emerse in quei giorni è stata sottoposta a verifica indipendente da una delle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Le indagini del Comitato Investigativo armeno hanno documentato ulteriori episodi, tra cui la profanazione e mutilazione dei corpi di militari uccisi e torture, trattamenti inumani e umilianti inflitti a militari armeni caduti prigionieri. La documentazione raccolta in quei giorni costituisce ancora oggi uno dei capitoli più oscuri dell’offensiva.

Quanto territorio armeno rimase sotto controllo azero?

Anche la dimensione territoriale dell’offensiva richiede una distinzione importante, perché negli anni sono state utilizzate cifre differenti riferite a periodi e criteri diversi.

Le cifre ufficiali armene sono cambiate nel tempo anche perché non sempre hanno utilizzato lo stesso periodo di riferimento. Nel novembre 2022 Pashinyan parlò di circa 140 chilometri quadrati di territorio sovrano armeno occupati complessivamente nelle incursioni del maggio e novembre 2021 e del settembre 2022 (intervento al vertice OTSC del 23 novembre 2022). Nel marzo 2023, riferendosi invece all’offensiva del 13-14 settembre, dichiarò che erano stati occupati «più di 150 chilometri quadrati» di territorio sovrano armeno (intervento a Berlino del 2 marzo 2023). È quindi preferibile non presentare una singola cifra come misura definitiva e incontestata della sola offensiva del settembre 2022.

La questione era stata già richiamata nella nostra copertura. Esattamente un anno dopo l’attacco, il 13 settembre 2023, ricordavamo nel 276° giorno del #ArtsakhBlockade che le forze azere avevano occupato porzioni del territorio sovrano armeno. Quel riferimento faceva parte di una copertura quotidiana che, pur concentrata sull’assedio dell’Artsakh, non ha mai separato la sorte della Repubblica di Artsakh dalle pressioni militari esercitate nello stesso periodo contro la Repubblica di Armenia.

Una successiva ricostruzione cartografica indipendente pubblicata da CivilNet, basata su informazioni open source, geolocalizzazione delle postazioni e analisi di immagini satellitari, ha stimato nell’ottobre 2025 in almeno 241,4 chilometri quadrati la superficie complessiva di territorio de jure della Repubblica di Armenia controllata dalle forze azere.

La stessa analisi precisa tuttavia che il dato complessivo comprende situazioni territoriali risalenti a periodi differenti, alcune delle quali precedenti persino alle crisi del 2021-2022. Non sarebbe quindi corretto attribuire tutti i 241,4 chilometri quadrati all’offensiva del settembre 2022. CivilNet stima inoltre in circa 21 chilometri quadrati il territorio de jure azero controllato da forze armene, escluse le enclavi: un dato utile per comprendere il quadro complessivo senza creare false equivalenze tra estensioni territoriali molto diverse.

Al di là delle differenze fra le diverse stime, rimane il dato politico e giuridico fondamentale: dopo la guerra dell’Artsakh del 2020, reparti dell’Azerbaigian sono penetrati nel territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia e parti di quel territorio sono rimaste sotto controllo azero. È questo il punto che non dovrebbe scomparire dietro la disputa sulle cifre.

Quattro anni dopo, torna la questione dei confini

Il quarto anniversario dell’offensiva cade inoltre in un momento nel quale la questione territoriale è tornata prepotentemente nel dibattito politico armeno.

L’11 settembre 2026, appena due giorni prima dell’anniversario, il Primo Ministro Nikol Pashinyan è tornato sulla controversa questione di Tigranashen, utilizzando il toponimo azero Karki. Secondo quanto riportato da Armenpress, ha affermato che l’exclave non rientra, secondo le mappe assunte come riferimento dal governo, nei 29.743 chilometri quadrati del territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia, mentre Artsvashen vi rientra. Pashinyan ha sostenuto che affermare che «Karki» appartenga territorialmente all’Armenia significherebbe mettere in discussione quella stessa estensione territoriale, arrivando ad affermare che ciò equivarrebbe a «dichiarare guerra».

Allo stesso tempo, il Primo Ministro ha precisato che non esiste ancora alcun accordo con l’Azerbaigian sulla soluzione pratica della questione delle enclavi, distinguendo il riconoscimento della situazione giuridica dalla definizione delle modalità concrete con cui affrontarla. Pashinyan aveva già sostenuto, il 27 agosto, che la questione di enclave ed exclave dovrebbe essere affrontata nel prosieguo della delimitazione del confine (Armenpress, 27 agosto 2026).

È un dibattito diverso da quello sull’offensiva del settembre 2022 e sarebbe improprio sovrapporre le due questioni. Ma la coincidenza temporale rende inevitabile ricordare quale sia il precedente storico nel quale oggi si discute nuovamente di confini, territori ed eventuali scambi: quattro anni fa le forze dell’Azerbaigian non si limitarono a rivendicare territori, ma penetrarono militarmente all’interno della Repubblica di Armenia, occupando porzioni del suo territorio sovrano che ancora oggi non sono state tutte restituite.

La stessa ricostruzione cartografica di CivilNet aggiunge un elemento che rende il quadro ancora più complesso: nella zona tra la regione armena di Ararat e Nakhchivan, lungo la direttrice verso Paruyr Sevak e Tigranashen, individua circa 5 chilometri quadrati di territorio de jure armeno sotto controllo azero, con postazioni militari situate all’interno del confine de jure dell’Armenia.

Anche per questo la questione di Tigranashen merita un approfondimento autonomo, cartografico e giuridico, senza ridurla alla semplice contrapposizione tra un’enclave rivendicata dall’Azerbaigian e il territorio oggi amministrato dall’Armenia.

Quattro anni dopo

Il 13 settembre 2022 rappresenta quindi una data che merita di essere ricordata anche nel 2026. Non soltanto per i 224 morti, per i feriti, i prigionieri, gli sfollati e le famiglie che ne portano ancora le conseguenze. E neppure soltanto per le atrocità documentate durante quei combattimenti. Va ricordato perché dimostra che la questione della sicurezza dell’Armenia non può essere ridotta alla storia ormai conclusa della Repubblica di Artsakh. Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito quotidianamente il blocco dell’Artsakh iniziato il 12 dicembre 2022, l’offensiva azera del 19 settembre 2023 e il successivo esodo della popolazione armena; ancora il 2 settembre 2026 ne abbiamo ricostruito il significato nel 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza dell’Artsakh. Proprio questa continuità della copertura rende necessario distinguere con precisione l’Artsakh dall’Armenia: nel settembre 2022 l’attacco colpì direttamente il territorio sovrano della Repubblica di Armenia.

Quando oggi si discute nuovamente di delimitazione dei confini, enclavi, Tigranashen e collegamenti regionali, esiste un precedente che non può essere cancellato dalla memoria: nella notte del 13 settembre 2022 le forze armate dell’Azerbaigian attaccarono e penetrarono nel territorio sovrano della Repubblica di Armenia.

Ricordarlo non significa confondere avvenimenti e controversie differenti, né sostenere che la guerra sia l’unico esito possibile delle questioni ancora aperte. Al contrario, una pace destinata a durare richiede proprio che i fatti, i confini, le responsabilità e i diritti delle popolazioni coinvolte non vengano cancellati dalla memoria.

Quattro anni dopo, partire da ciò che è realmente accaduto non significa opporsi alla pace. Significa ricordare ciò che è accaduto prima di decidere quale pace si sta costruendo.

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Jermuk, terme e memoria sovietica sulle montagne dell’Armenia (La Satmap 13.09.26)

Verso sera, nel centro di Jermuk, un piccolo bar sotto un gazebo di legno apre i tavoli per la cena. Sul menu gigante appeso alle travi ci sono panini e specialità armene scritte in caratteri ricurvi incomprensibili. Ma la musica che esce a squarciagola dalle radio, inspiegabilmente, è italiana. E di mezzo secolo fa: Adriano Celentano, qui, sembra andare per la maggiore. D’altra parte non è strano, se consideriamo che un po’ tutto, tranne i macchinari avanzatissimi delle spa medicali, sembra fermo agli anni Sessanta.

I caratteri unici della scrittura armena nel menù di un bar e la Galleria delle acque, dove i villeggianti vanno a raccogliere e bere dalle fonti termali (Foto: Marina Palumbo)

 

Basta entrare in uno degli alberghi di questa stazione termale armena, a duemila metri tra le montagne del Vayots Dzor, per accorgersene. Le facciate sono massicce, simmetriche, costruite con quella solennità un po’ austera delle grandi strutture pubbliche dell’epoca. Dentro si aprono corridoi lunghi e silenziosi, con file di porte tutte uguali e luci morbide che corrono lungo le pareti.

Le spa medicali della città sono tra le più attrezzate del paese, ma i costi restano molto più bassi che nelle stazioni termali e nelle spa di lusso dell’Europa occidentale: spesso un terzo, a volte anche meno.

Anche le sale da pranzo seguono la stessa logica: tavoli allineati, lampadari geometrici, grandi spazi pensati per accogliere molti ospiti contemporaneamente. Il menu è quello tipico delle località di cura dell’ex Unione Sovietica: piatti semplici, molto salutari e decisamente poco spettacolari. Grano saraceno bollito, qualche verdura, uova e carne.

Poi ci sono i dettagli. Le poltroncine basse con i braccioli in legno, i tessuti con motivi geometrici, i piccoli tavolini dove qualcuno si ferma a leggere o a chiacchierare. E le persone: uomini solidi, con quella barba di due giorni che in queste regioni è ancora considerata molto virile, un po’ da uomo di una volta.

Le regole contro il fumo ci sono, naturalmente. Ma ogni tanto si sente odore di sigaretta uscire dal bagno di qualche stanza, o si vede un medico sul balconcino con la porta socchiusa. Piccole abitudini che resistono, come tante altre cose, in questa città che sembra essersi fermata a qualche decennio fa.

Fuori dagli alberghi, la stessa atmosfera si ritrova nel parco che circonda il piccolo lago della città. Al centro dell’acqua galleggia una piattaforma di legno che ogni ora prende a bordo un gruppo di persone. La musica si sente già da lontano, arriva fino ai viali del parco. Quando si sale, si comincia subito a ballare: mazurka, valzer, un brindisi, qualche gridolino di entusiasmo. Intanto la piattaforma gira lentamente sul lago, spinta da una silenziosa elica. Per un’ora si balla senza fermarsi, poi arriva l’ultimo brindisi, un applauso collettivo e si scende. Come una piccola giostra.

Vista dalla piattaforma sul lago

 

Dall’alto, seduti sulle panchine con una tazza in mano, osservano la scena quelli che sono arrivati fin lì per bere l’acqua delle sorgenti. Sotto il portico si riempiono le tazze ai diversi augelli, ognuno con la sua temperatura. Qualcuno assaggia, qualcuno passeggia lentamente tra una fonte e l’altra. E intanto, dal lago, continua ad arrivare la musica.

La Jermuk che si vede oggi prende forma durante i decenni dell’Unione Sovietica. Il primo piano urbanistico della città termale risale al 1945 e nei decenni successivi sulle montagne del Vayots Dzor spuntano sanatori, alberghi e strutture per le cure. Jermuk diventa una delle località termali più note dell’Armenia sovietica, frequentata da ospiti che arrivano dalle diverse repubbliche dell’Urss per bere le acque, curarsi e trascorrere qui periodi di riposo.

Il sanatorio, del resto, era una cosa molto seria. Nell’Unione Sovietica non indicava l’ospedale vagamente sinistro che la parola può evocare oggi in italiano, ma una struttura a metà fra albergo e centro medico, dove il soggiorno era organizzato intorno a cure, alimentazione, riposo e attività fisica. Una vacanza, insomma, durante la quale qualcuno si occupava metodicamente della salute dell’ospite. E Jermuk ne aveva fatto una specialità.

L’Urss è scomparsa nel 1991. I sanatori, almeno alcuni, sono rimasti. Sono stati privatizzati, ristrutturati, aggiornati e trasformati nelle medical spa di oggi, ma senza perdere del tutto l’impronta da cui provengono. Il Moselle, per esempio, oggi un hotel a quattro stelle, era un sanatorio sovietico. E, per fortuna, un po’ si vede ancora.

Non perché siano rimasti apparecchi antidiluviani nei sotterranei. È vero piuttosto il contrario. Dietro i corridoi austeri e gli arredi che ogni tanto sembrano arrivare da un’altra epoca ci sono apparecchiature contemporanee, medici e programmi di cura che hanno continuato ad aggiornarsi. In una di queste strutture la giornata può riempirsi di bagni minerali, aerosol, cuscini riscaldati in posa sulle articolazioni, massaggi, inalazioni, fanghi, paraffina, e idromassaggi parziali del corpo: solo braccia, solo gambe, piedi e basta. C’è persino l’idromassaggio gengivale: un getto d’acqua pulsante che fuoriesce da un byte e, se non si è preparati, finisce per spruzzare il vicino di lavandino, tra le risate generali.

Ed è forse questo il modo più divertente di passare ventiquattr’ore a Jermuk: lasciarsi prendere sul serio dalla città. Bere l’acqua, farsi visitare, provare qualche trattamento, mangiare con maggiore sobrietà del solito, dormire molto. Poi uscire.

Fuori, intanto, l’altitudine ha fatto il suo lavoro. Jermuk è a oltre duemila metri e in piena estate può riservare una sorpresa a chi arriva da Erevan, dove il termometro sfiora i trenta gradi. Qui nel tardo pomeriggio si tira fuori il giubbotto e può capitare di cercare una coperta. Sulla terrazza panoramica del Moselle ne tengono a disposizione di morbide, in finta pelliccia: ci si avvolge dentro per bere qualcosa guardando le montagne mentre tira quel venticello freddo che ricorda, molto rapidamente, che siamo nel Caucaso.

Per questo, se il viaggio in Armenia dura abbastanza, Jermuk merita almeno un giorno e mezzo. Non occorre trasformare la vacanza in un soggiorno termale, né attraversare mezzo continente apposta per un massaggio alle gengive. Basta inserirla nel giro del paese e fermarsi abbastanza da entrarci dentro. Dopo monasteri appollaiati sulle montagne, gole e altipiani, qui si incontra un’altra Armenia: quella cresciuta per settant’anni dentro l’Unione Sovietica e che oggi ha imparato a portarsi dietro quel passato senza rimanerci prigioniera. E, dettaglio niente affatto secondario in estate, si dorme al fresco.

Poco più in là, il parco si apre verso il canyon scavato dal fiume Arpa. Qui l’acqua non si beve soltanto: precipita da una parete rocciosa con un salto impressionante, la cascata di Jermuk, uno dei luoghi più fotografati dell’Armenia. Gli abitanti la chiamano Mermaid’s Hair, i capelli della sirena, perché il getto bianco scivola lungo la roccia come una lunghissima ciocca.

Subito accanto al sentiero si allineano alcuni banchetti. I venditori espongono lunghi cilindri di frutta essiccata dai colori improbabili: rosso, verde, giallo. Appesi in fila sembrano quasi decorazioni più che cibo.

I dolci di frutta e la cascata Mermaid’s Hair (Foto:Marina Palumbo)

Ed è sempre l’acqua la vera protagonista della città. Quella che sgorga dalle sorgenti viene imbottigliata nello stabilimento poco fuori dal centro e finisce in tutta l’Armenia nelle caratteristiche bottigliette coniche con l’etichetta blu. Nei supermercati e nei ristoranti del paese la si trova ovunque: per molti armeni è semplicemente l’acqua di Jermuk, una delle più celebrate del paese.

marina.palumbo@lastampa.it

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150 diplomatici nell’Artsakh svuotato dei suoi Armeni. Ma qualcuno ha chiesto dove sono finiti? (Korazym 13.09.26)

Ci sono fotografie che raccontano soprattutto ciò che rimane fuori dall’inquadratura. L’11 e 12 settembre 2026 una delegazione di circa 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico accreditato in Azerbaigian, provenienti da 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali, è stata accompagnata dal Consigliere presidenziale Hikmet Hajiyev in un viaggio di due giorni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh (Qarabağ per gli Azeri) e nei territori circostanti. Stepanakert, che Baku chiama Khankendi; Shushi, ribattezzata Shusha; Martakert/Aghdara; Karvachar/Kalbajar. Ricostruzioni, nuove infrastrutture, moschee, monasteri, fotografie di gruppo.

Secondo la versione ufficiale azera, ai diplomatici vengono illustrati anche lo stato del patrimonio storico e culturale e gli interventi per la sua conservazione e il suo restauro. Ma dalle immagini manca qualcosa di molto più grande: il popolo che abitava quelle città, quei villaggi, quelle case e pregava in quelle chiese. Più di 100.000 Armeni lasciarono l’Artsakh nel settembre 2023, dopo l’offensiva militare azera. E mentre oggi i diplomatici vengono accompagnati a osservare la «nuova realtà» costruita da Baku, immagini satellitari e documentazione indipendente continuano a testimoniare la distruzione o trasformazione di chiese, cimiteri, monumenti e interi settori urbani armeni. La domanda più semplice sembra essere rimasta fuori dal programma della visita: dove sono finiti gli Armeni dell’Artsakh?

Il ventiduesimo tour diplomatico

Non si tratta di una visita improvvisata. Secondo le informazioni diffuse dalle autorità azere, quella iniziata l’11 settembre è la 22ª visita organizzata dal 2020 per rappresentanti del Corpo Diplomatico nei territori passati sotto il pieno controllo di Baku.

La fonte ufficiale azera parla di 150 partecipanti in rappresentanza di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali. Ad accompagnarli è Hikmet Hajiyev, Assistente del Presidente Ilham Aliyev e Responsabile del Dipartimento per gli Affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale.

Hajiyev non è un personaggio nuovo nella nostra lunga copertura del blocco, della guerra e della pulizia etnica dell’Artsakh. Sul Blog dell’Editore ne abbiamo seguito ripetutamente l’attività non soltanto come uno dei principali collaboratori di Aliyev per la politica estera, ma come figura centrale della macchina propagandistica del regime azero. Durante il blocco dell’Artsakh lo abbiamo visto promuovere la narrativa ufficiale di Baku e lo Shusha Global Media Forum; dopo lo svuotamento dell’Artsakh dalla sua popolazione armena, abbiamo documentato il suo coinvolgimento nei tour organizzati dalle autorità azere per viaggiatori e blogger stranieri nei territori conquistati. Nel gennaio 2024 lo definivamo, accanto alla sua qualifica ufficiale, «il Capo della macchina menzognera della propaganda dell’autocrate Ilham Aliyev». Il fatto che sia proprio Hajiyev ad accompagnare e informare oggi 150 rappresentanti del Corpo Diplomatico non è dunque un particolare secondario: contribuisce a definire la natura e il contesto comunicativo della visita.

Il programma ufficialmente dichiarato comprende la presentazione dei progetti infrastrutturali, sociali ed economici realizzati dall’Azerbaigian, ma anche – particolare che merita attenzione – «le attuali condizioni dei siti del patrimonio storico e culturale» e le misure adottate per la loro conservazione e il loro restauro.

Tra i partecipanti identificati pubblicamente figurano rappresentanti diplomatici di Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Messico, Pakistan, Indonesia, Uzbekistan e Kirghizistan. C’è soprattutto Magdalena Grono, Rappresentante Speciale dell’Unione Europea per il Caucaso Meridionale e la Crisi in Georgia, alla sua prima visita nei territori occupati dall’Azerbaigian dopo la guerra.

Grono ha dichiarato durante la visita che le questioni riguardanti il patrimonio storico e culturale costituiscono parte integrante della costruzione di una pace sostenibile. È precisamente per questo che la sua presenza merita attenzione.

Stepanakert: una città senza i suoi abitanti

La delegazione ha visitato Stepanakert, capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabkh fino al settembre 2023, oggi denominata Khankendi dalle autorità azere occupanti.

Qui i diplomatici sono stati condotti anche nel nuovo Parco della Vittoria e si sono fatti fotografare davanti all’Arco della Vittoria nel paesaggio urbano ridisegnato dopo la conquista azera.

Ma esiste un’altra Stepanakert che non compare nel racconto della visita. Come abbiamo documentato su questo Blog dell’Editore, Caucasus Heritage Watch, programma di ricerca guidato da archeologi delle Università Cornell e Purdue che utilizza immagini satellitari per documentare il patrimonio culturale a rischio, ha registrato nel 2026 una concentrazione particolarmente grave di distruzioni del patrimonio armeno della città. Tra queste figurano la Cattedrale armena della Santa Madre di Dio, consacrata soltanto nel 2019; la Chiesa armena di San Giacomo, costruita nel 2007; e il memoriale del Genocidio Armeno, eretto nel centenario del 1915 e contenente una reliquia con resti umani provenienti da Deir ez-Zor. Siamo tornati sulla demolizione della Cattedrale anche lo scorso agosto, quando un confronto fotografico ha reso visibile il «prima e dopo» della sua scomparsa. Caucasus Heritage Watch ha parlato di una concentrazione di distruzioni che suggerisce un programma coordinato di cancellazione del patrimonio.

Non si tratta quindi soltanto di chiedersi che cosa sia stato costruito. Occorre domandarsi anche che cosa c’èra prima e che cosa è stato cancellato.

Shushi: ciò che viene mostrato e ciò che non c’è più

Il contrasto diventa ancora più evidente a Shushi. Ai diplomatici vengono mostrate le ricostruzioni e le nuove opere, compresa una grande moschea in costruzione. Ma a poche centinaia di metri si trova la Cattedrale di Cristo Salvatore Ghazanchetsots della Chiesa Apostolica Armena, uno dei simboli religiosi e culturali della città, colpita due volte durante la guerra del 2020 e successivamente sottoposta a modifiche contestate. Il 7 settembre abbiamo documentato anche come le nuove costruzioni adiacenti ne stiano modificando la visibilità nel paesaggio urbano.

E un altro monumento armeno non può più essere mostrato per una ragione semplicissima: non esiste più. La Chiesa di San Giovanni Battista della Chiesa Apostolica Armena, conosciuta come Kanach Zham, costruita dagli Armeni nel 1847, è stata distrutta; la sua scomparsa è stata documentata attraverso immagini satellitari. Sul Blog dell’Editore ne seguivamo il destino già dopo la guerra del 2020; la documentazione di Caucasus Heritage Watch ne ha poi confermato la distruzione.

Anche i morti sembrano essere diventati scomodi testimoni della storia della città. Caucasus Heritage Watch ha documentato la distruzione completa del cimitero armeno di Ghazanchetsots e i danni provocati al cimitero della Porta di Erevan, dove si trovavano almeno 78 lapidi con iscrizioni armene datate tra il 1802 e il 1913. Proprio pochi giorni prima di questo tour diplomatico abbiamo riferito della distruzione dello storico cimitero armeno-russo di Shushi, documentata tramite immagini satellitari.

Quando dunque ai diplomatici viene illustrata la «conservazione del patrimonio», sarebbe legittimo chiedere se qualcuno abbia domandato anche che cosa sia accaduto a ciò che le immagini satellitari dimostrano non esserci più.

Gandzasar diventa «albanese»

Il secondo giorno il viaggio ha raggiunto anche Gandzasar, uno dei più importanti monasteri dell’Artsakh. Qui Hikmet Hajiyev ha riproposto davanti ai rappresentanti del Corpo Diplomatico la narrativa ufficiale azera secondo cui Gandzasar e Dadivank sarebbero parte integrante dell’antica eredità Cristiana dell’Albania caucasica. È una questione tutt’altro che nominale.

Gandzasar è un monastero del XIII secolo appartenente alla tradizione della Chiesa Apostolica Armena, con un vasto patrimonio epigrafico armeno direttamente presente sulle sue strutture. La scheda scientifica dell’Association Internationale des Études Arméniennes lo descrive come un classico esempio di monastero medievale armeno e ricorda che le iscrizioni attestano la costruzione della Chiesa di San Giovanni Battista tra il 1216 e il 1238. Presentarlo omettendone o relativizzandone l’identità armena significa intervenire non soltanto sulla denominazione di un monumento, ma sulla memoria storica del territorio.

Ed è precisamente questo uno degli aspetti più delicati della politica culturale condotta dall’Azerbaigian nell’Artsakh dopo il 2020: non soltanto la distruzione fisica, laddove documentata, ma la progressiva reinterpretazione dell’identità dei monumenti rimasti.

 

Un episodio avvenuto durante la stessa visita rende particolarmente evidente il metodo con cui questa rilettura viene proposta agli ospiti stranieri. In un filmato diffuso sui social da GlobalHye Information Services, Hikmet Hajiyev mostra ai diplomatici alcuni volumi provenienti da una precedente esposizione museale a Stepanakert. Sfogliandone uno, richiama l’attenzione sul fatto che soltanto le pagine iniziali presenterebbero testo e decorazioni, mentre quelle successive sarebbero bianche: «Only one page, the rest is empty» (Solo una pagina, il resto è vuoto), afferma. Il filmato viene presentato da GlobalHye come un ulteriore episodio della campagna di disinformazione anti-armena dell’Azerbaigian. Al di là di questa valutazione, è significativo il contesto nel quale la dimostrazione viene proposta: non nel corso di un confronto scientifico tra paleografi, codicologi o storici, ma davanti ai rappresentanti del Corpo Diplomatico durante un viaggio organizzato e guidato dalle autorità azere.

Il fatto che un volume presenti, dopo una o più pagine scritte e decorate, numerose pagine bianche non dimostra di per sé alcuna falsificazione storica. Per attribuire un significato scientifico a questa circostanza occorrerebbe anzitutto identificare e datare il manufatto, conoscerne la provenienza e la storia materiale e sottoporlo all’esame di specialisti. Mostrare le pagine bianche a una delegazione diplomatica, senza questo necessario contesto, non costituisce una prova contro la documentata presenza storica armena nell’Artsakh. Le pagine bianche di un volume possono essere un dato da studiare; trasformarle, senza un’analisi scientifica e senza contestualizzazione, in un argomento sulla storia dell’Artsakh è tutt’altra cosa.

È la stessa visita durante la quale Gandzasar e Dadivank sono stati presentati ai diplomatici attraverso la narrativa azera dell’«Albania caucasica»: elementi diversi che finiscono così per concorrere alla costruzione di un’unica lettura della storia e del patrimonio della regione.

I diplomatici che ascoltano queste spiegazioni non sono turisti. Rappresentano Stati e istituzioni internazionali. La loro presenza ha inevitabilmente un significato politico.

Anche l’Unione europea nella fotografia

Particolarmente significativa è perciò la partecipazione di Magdalena Grono. L’inviata europea aveva incontrato il giorno precedente il Ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov. Durante la visita nell’Artsakh ha parlato del sostegno dell’Unione Europea al processo di pace, dello sminamento e della necessità di affrontare l’eredità lasciata dal conflitto. Sono considerazioni in sé condivisibili. Ma proprio perché l’Unione Europea richiama continuamente i principi della tutela dei diritti umani e del patrimonio culturale, sarebbe importante sapere se la sua Rappresentante Speciale abbia sollevato, durante questo viaggio, anche la questione della popolazione armena costretta ad abbandonare l’Artsakh, quella dei prigionieri Armeni tuttora detenuti in Azerbaigian e quella del patrimonio religioso e culturale armeno distrutto, danneggiato o sottoposto a reinterpretazione. Non risulta, almeno nelle dichiarazioni pubbliche finora disponibili, che tali questioni siano state poste pubblicamente durante il tour.

Questo non permette di affermare che Grono o gli altri diplomatici condividano la narrativa azera. Sarebbe scorretto farlo. Permette però di porre una domanda politica e diplomatica perfettamente legittima: quale messaggio trasmettono le fotografie di rappresentanti degli Stati Uniti, della Francia, del Regno Unito e dell’Unione Europea in un tour organizzato dal regime Aliyev, se quelle immagini vengono diffuse senza alcun riferimento agli oltre 100.000 Armeni che non vivono più in quei luoghi?

La grande assenza

È questo, alla fine, il particolare più impressionante delle fotografie. Non ciò che mostrano. Ciò che manca. Mancano gli Armeni di Stepanakert. Mancano quelli di Shushi. Mancano le comunità che per generazioni hanno pregato a Gandzasar e nelle altre chiese dell’Artsakh. Mancano coloro che nel settembre 2023 hanno caricato quello che potevano sulle automobili e hanno percorso l’unica strada verso l’Armenia. Questo Blog dell’Editore ha documentato giorno per giorno quell’esodo forzato e, nel primo anniversario dell’offensiva, ha ricordato come l’intera popolazione armena autoctona sia stata costretta ad abbandonare la regione.

Le autorità azere possono mostrare ai diplomatici strade, edifici, centrali, cantieri e parchi. Possono raccontare la propria versione della storia di Gandzasar. Possono chiamare Stepanakert Khankendi e Shushi Shusha. Ma resta una domanda che nessun progetto edilizio può cancellare: dove sono oggi gli Armeni che abitavano queste terre?

Una pace autentica tra Armenia e Azerbaigian è necessaria. Lo abbiamo scritto ripetutamente. Ma la pace non può significare che ciò che è accaduto all’Artsakh venga semplicemente espulso dalla memoria diplomatica insieme alla popolazione che vi abitava. E se 150 rappresentanti di 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali attraversano oggi quelle città, visitano quei monumenti e si fanno fotografare nei luoghi preparati per loro dalle autorità di Baku, chiedere che guardino anche ciò che è stato cancellato non significa opporsi alla pace.

Significa chiedere che la pace non venga costruita sull’oblio.

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Una serie di casi giudiziari scuote l’Armenia ma l’Occidente guarda altrove: perché? (Il Fatto Quotidiano 12.09.26)

Arresti di oppositori nel silenzio dei media ma su Erevan, oggi completamente orientata verso l’Occidente, si chiude un occhio. La differenza con l’Azerbaigian è del tutto evidente

C’è una sequenza di casi giudiziari che sta scuotendo l’Armenia e che si inserisce, più generalmente, in un ragionamento sui principi delle regole e sulle opportunità di applicarle.

Il 1 settembre l’ex ministro delle Finanze, Gagik Khachatryan, è stato portato via da casa in barella, per essere interrogato, condotto in tribunale e posto in custodia cautelare per due mesi. Inoltre il principale partito di opposizione in Armenia ha denunciato l’arresto di un gruppo di importanti critici del governo, tra cui l’ex presidente Robert Kocharyan, con l’accusa di corruzione e quello di sei candidati parlamentari alla vigilia del voto. Il tutto mentre un procedimento penale contro il capo della Chiesa apostolica armena è ancora in corso dallo scorso inverno.

Mentre sull’Azerbaigian sono fioccati vari articoli critici negli ultimi anni, si sta registrando un atteggiamento opposto nei confronti di Erevan, dettato dal silenzio: sugli arresti di questa estate non è arrivata una dichiarazione delle organizzazioni per i diritti umani, né un’analisi nelle stesse sezioni che al vicino hanno dedicato decine di articoli. E perché proprio adesso? Per qualche ragione, nonostante i numerosi episodi concreti e gli arresti degli oppositori di Pashinyan, né i media occidentali né le organizzazioni per i diritti umani vi hanno prestato attenzione. Ciò contrasta nettamente con la copertura mediatica degli eventi in Azerbaigian, costantemente criticato dai media occidentali per questioni di ben minore rilevanza pubblica.

Questo sembra essere legato all’allineamento geopolitico: l’Armenia si è completamente orientata verso l’Occidente e, di conseguenza, chiude un occhio su tutto. L’Azerbaigian, al contrario, persegue una politica estera multiforme ed è quindi soggetto a critiche a ogni passo. Si prenda la pace tra i due paesi: nell’immaginario collettivo essa è il frutto delle pressioni americane, ma non può esserci solo lo scontro tra Europa e Washington al centro dell’agorà, bensì certi fatti sono da osservare con attenzione, a partire dalle date.

Il 29 gennaio sei membri del Supremo Consiglio Spirituale della Chiesa armena (in foto) sono stati accusati formalmente, con la conseguenza di un procedimento penale contro il Catholicos avviato due settimane dopo, il 14 febbraio, nel silenzio dei media europei, mesi prima che quello scontro tra Bruxelles e Washington entrasse nel quadro. Può questa differenza di trattamento essere dettata dalla decisione armena di congelare la propria partecipazione all’OTSC, di ratificare lo statuto di Roma o di avviare un processo legislativo volto al riavvicinamento all’Unione europea? E come gli arresti di questa estate si inseriscono all’interno di una valutazione complessiva sulle ragioni del diritto?

La differenza con l’Azerbaigian è del tutto evidente, dal momento che Baku mantiene rapporti operativi con Mosca, Ankara e Bruxelles, perché ha un peso specifico alla voce energia, perché le rotte di transito degli oleodotti e dei gasdotti esistono indipendentemente dalle risoluzioni adottate nelle capitali europee. Per cui quella postura diplomatica è d’obbligo alla luce della geografia e della sua posizione nello scacchiere dei quadranti geopolitici direttamente o indirettamente interessati. Ed è proprio quella postura – il rifiuto di schierarsi da una parte sola – a valere a Baku un’attenzione critica costante, mentre chi si è schierato non la riceve.

Se fosse fondato il sospetto che una violazione dei diritti si trasformasse in una notizia solo in base alla direzione in cui si muove quel Paese, allora sarebbe una deriva molto grave da un lato e minerebbe, dall’altro, quella libertà (e completezza) di informazione che è alla base del futuro sviluppo democratico. E’ possibile immaginare che chi si allontana da Mosca incontra il silenzio mentre chi non si muove da nessuna parte ottiene una sezione e un’attenzione costante? Se fossimo in presenza di una di linea di credito, non concessa a garanzia del rispetto delle regole, ma a garanzia della direzione stessa, sarebbe una deriva ancora più grave della stessa guerra, perché aprirebbe una sorta di dark web, dove le notizie entrano ed escono controllate da un rubinetto a monte

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A Shushi le condotte fognarie attraversano il cimitero cancellato. Dopo le tombe, scompare anche il luogo della memoria (Korazym 12.09.26)

Pochi giorni fa abbiamo documentato la distruzione dello storico cimitero armeno-russo di Shushi, nell’Artsakh occupato dall’Azerbaigian. Ora emerge un nuovo elemento che rende ancora più concreta la sorte riservata a quel luogo: sul terreno nel quale per secoli erano rimaste le tombe, e dove cinque khachkar medievali testimoniavano una presenza armena risalente almeno ai secoli XII-XIII, vengono posate condotte per lo smaltimento delle acque reflue. Le immagini diffuse da Azatutyun mostrano l’area ormai spianata e i lavori infrastrutturali in corso.

Non sono scomparse soltanto le 35 lapidi ottocentesche, insieme alle croci di pietra armene: viene trasformato materialmente anche lo spazio che ne custodiva la memoria. Il cimitero raccontava una Shushi più complessa di quella che la riscrittura contemporanea della città tende a rappresentare: vi riposavano Armeni, militari e funzionari dell’Impero russo ed Europei. Tra loro Sofia Regina Reander, nata a Mosca e figlia di un professore tedesco.

Caucasus Heritage Watch aveva documentato mediante immagini satellitari che la distruzione era avvenuta tra il 9 e il 14 maggio 2026. Monument Watch ha ora ricostruito anche il contesto archeologico del sito, mentre le nuove immagini mostrano ciò che viene costruito al suo posto.

A Shushi non vengono cancellate soltanto delle pietre: viene progressivamente modificato il paesaggio capace di testimoniare chi vi abbia vissuto prima dell’occupazione azera.

Dove c’erano tombe e khachkar passano le condotte fognarie

Il 6 settembre, nell’articolo Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento, avevamo riferito i risultati dell’indagine pubblicata il giorno precedente da Caucasus Heritage Watch. Le immagini satellitari ad alta risoluzione avevano consentito di circoscrivere la distruzione del vecchio cimitero armeno-russo sul lato orientale di Shushi al periodo compreso fra il 9 e il 14 maggio 2026 (A Cemetery Lost in the Rebuilding of Shusha).

La documentazione pubblicata il 10 settembre 2026 da Azatutyun, il servizio armeno di Radio Free Europe/Radio Liberty, aggiunge un particolare che merita di essere osservato separatamente. Il terreno è ormai stato livellato e le autorità azere vi stanno facendo passare condotte fognarie. Non siamo quindi più soltanto davanti alle immagini satellitari che permettono di confrontare il “prima” e il “dopo” della demolizione: possiamo vedere la successiva destinazione materiale di parte dell’area funeraria.

Monument Watch precisa che il passaggio della condotta per lo smaltimento delle acque reflue si inserisce nel più vasto complesso di lavori edilizi che stanno modificando l’aspetto urbano di Shushi. La piattaforma richiama anche un filmato proveniente dai social media azeri nel quale è visibile la distruzione del cimitero durante i lavori.

Un cimitero molto più antico delle tombe ottocentesche

La nuova documentazione permette anche di comprendere meglio che cosa sia andato perduto.

Caucasus Heritage Watch ha censito nel sito almeno 40 monumenti funerari: 35 lapidi datate tra il 1810 e il 1871 e cinque khachkar armeni risalenti ai secoli XII-XIII. Questi ultimi spostano indietro di molti secoli la testimonianza storica custodita nel terreno successivamente utilizzato come cimitero armeno-russo.

Non si trattava dunque soltanto, come avevamo già osservato, di un camposanto ottocentesco. Le croci di pietra costituivano una testimonianza materiale della presenza culturale armena nel luogo in epoca medievale.

Monument Watch aggiunge un elemento particolarmente utile. Nel luglio 2005, nell’ambito delle ricerche sui monumenti medievali di Shushi e dei suoi dintorni, una spedizione archeologica dell’Istituto di Archeologia ed Etnografia dell’Accademia Nazionale delle Scienze armena svolse indagini proprio in questo cimitero. Il sito, pertanto, non era un’area di cui fosse ignoto il valore storico: era stato oggetto di ricognizione e documentazione archeologica.

Le persone dietro le pietre cancellate

Le lapidi ottocentesche raccontavano inoltre la composizione sociale di Shushi e i rapporti fra la popolazione armena e le altre comunità presenti nella città.

Come avevamo già riferito, fra le sepolture documentate figurava quella di Vladimir Mikhailov, comandante del 42° Reggimento cacciatori dell’esercito imperiale russo, che partecipò alla difesa della città nel 1826. Un’altra lapide ricordava Sofia Regina Reander, nata a Mosca il 29 giugno 1807 e morta il 30 aprile 1839.

Azatutyun sottolinea proprio questo carattere plurale del cimitero: accanto agli Armeni vi erano sepolti esponenti dell’Impero russo ed Europei. È un particolare importante perché rende la distruzione qualcosa di più della perdita di un insieme di monumenti funerari armeni: scompare una fonte materiale per ricostruire la storia sociale della Shushi del XIX secolo.

Era, come abbiamo scritto pochi giorni fa, un archivio scolpito nella pietra. Ora anche il terreno sul quale quell’archivio si trovava viene incorporato nella nuova infrastruttura urbana.

La trasformazione di Shushi continua

Il nuovo sviluppo acquista ulteriore significato se osservato insieme a ciò che sta accadendo nel resto della città.

Soltanto il 7 settembre abbiamo documentato un altro intervento: la costruzione di due edifici residenziali di cinque piani nell’area adiacente alla Cattedrale del Santo Salvatore Ghazanchetsots, con una conseguente alterazione della visibilità del monumento e del paesaggio urbano che storicamente lo circondava (Ghazanchetsots scompare dalla vista. A Shushi la cancellazione della memoria armena dell’Artsakh passa anche dall’urbanistica).

E non è il primo cimitero storico della città a scomparire. Nell’aprile 2024 Monument Watch aveva documentato la distruzione del vecchio cimitero di Ghazanchetsots, iniziata già nell’ottobre precedente e successivamente confermata attraverso il monitoraggio satellitare di Caucasus Heritage Watch.

È proprio la successione degli interventi a rendere insufficiente considerarli come episodi separati: cimiteri cancellati, edifici religiosi alterati o demoliti, monumenti rimossi, attribuzioni storiche modificate e ora trasformazioni urbanistiche che incidono anche sul rapporto visivo fra i monumenti superstiti e la città.

Prima cancellare, poi costruire sopra

Nel caso del cimitero armeno-russo la sequenza è ormai materialmente documentabile.

Per secoli vi erano rimasti khachkar e sepolture. Nel maggio 2026 i mezzi pesanti hanno cancellato l’area funeraria. A settembre vediamo le condotte attraversare il terreno nel quale si trovavano le tombe.

Non occorre attribuire intenzioni che le immagini satellitari non possono dimostrare. I fatti documentati sono già sufficientemente eloquenti: un sito storico contenente testimonianze medievali e ottocentesche è stato distrutto durante lavori infrastrutturali senza che quelle testimonianze fossero preservate in situ; successivamente l’area è stata interessata dalla posa delle infrastrutture per le acque reflue.

Caucasus Heritage Watch, al termine della propria indagine, ha rivolto all’Azerbaigian un appello affinché interrompa quello che definisce un ciclo di distruzione e protegga i siti ancora esistenti.

La questione riguarda ormai qualcosa che va oltre ciascun singolo monumento. Quando viene eliminato un cimitero non scompaiono soltanto tombe e lapidi. Scompaiono nomi, date, lingue, iscrizioni e relazioni fra persone e comunità; scompare la possibilità stessa di leggere nel paesaggio le diverse epoche che hanno formato una città.

A Shushi, nell’Artsakh svuotato della sua popolazione armena nel settembre 2023, dopo aver cancellato le pietre si interviene sul terreno che ne conservava la memoria. E dove per secoli erano rimasti i segni dei morti, oggi passano le condotte della città che viene ridisegnata anche al loro posto.

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