Quattro anni fa l’Azerbaigian lanciò un’offensiva su vasta scala contro la Repubblica di Armenia. Jermuk, Vardenis, Goris, Kapan e altre località furono investite dai combattimenti e dai bombardamenti. Il bilancio definitivo comunicato dalle autorità armene fu di 224 morti. Quell’attacco, preceduto dalle incursioni iniziate nel 2021 e seguito un anno dopo dall’offensiva finale contro l’Artsakh, resta un passaggio essenziale per comprendere anche il dibattito che oggi torna ad accendersi sui confini e sull’integrità territoriale dell’Armenia.
Nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2022 la guerra tornò a colpire l’Armenia. Non l’Artsakh, non un territorio dal controverso status internazionale, ma diverse zone appartenenti alla Repubblica di Armenia e riconosciute internazionalmente come tali.
Alle ore 00.05, secondo quanto ricostruito dal Comitato Investigativo della Repubblica di Armenia, le forze armate dell’Azerbaigian aprirono un intenso fuoco contro postazioni nelle aree di Sotk, Vardenis, Goris, Kapan, Artanish e Ishkhanasar, impiegando mortai, sistemi missilistici e droni e colpendo anche infrastrutture civili. Il Comitato Investigativo qualificò quanto avvenuto come un attacco contro l’integrità territoriale della Repubblica di Armenia.
Fu la più grave escalation militare tra Armenia e Azerbaigian dalla guerra dell’Artsakh del 2020 fino a quel momento. E non si trattò semplicemente di uno dei tanti «scontri di confine» con i quali troppo spesso, nel linguaggio diplomatico e mediatico, vengono descritte vicende nelle quali aggressore, aggredito e luogo dell’attacco finiscono per diventare indistinguibili.
Human Rights Watch, nel suo rapporto sugli avvenimenti del 2022, descrisse i combattimenti come scoppiati mentre l’Azerbaigian effettuava incursioni in Armenia.
L’offensiva contro l’Armenia
L’attacco interessò diversi settori del confine orientale e sudorientale dell’Armenia, investendo le regioni di Gegharkunik, Vayots Dzor e Syunik. Tra le aree maggiormente coinvolte vi furono Vardenis e Sotk, Jermuk, Goris, Kapan e Ishkhanasar.
Non era, peraltro, la prima volta che reparti azeri avanzavano oltre il confine della Repubblica di Armenia dopo la guerra del 2020. Già nel maggio 2021 si era aperta una grave crisi con l’avanzata delle forze azere in settori del territorio armeno, tra i quali l’area di Sev Lich – il Lago Nero – e di Ishkhanasar e alcune zone del Gegharkunik. L’offensiva del 13-14 settembre 2022 portò questa dinamica a un livello incomparabilmente più grave. Nel corso della nostra lunga copertura dell’Artsakh abbiamo più volte richiamato anche questa dimensione del conflitto: nel maggio 2023, per esempio, riferimmo delle postazioni e delle opere militari azere realizzate nell’area di Jermuk dopo l’attacco del settembre 2022 (153° giorno del #ArtsakhBlockade); poche settimane prima avevamo seguito anche il nuovo scontro avvenuto presso Tegh, ancora sul territorio sovrano dell’Armenia (122° giorno del #ArtsakhBlockade).
Il Consiglio di Sicurezza dell’Armenia riferì che furono colpiti 36 centri abitati, tra i quali Goris, Sisian, Kapan, Jermuk, Vardenis, Tegh e Geghamasar. Furono parzialmente o completamente distrutti 192 edifici residenziali, tre alberghi, due scuole, una struttura sanitaria e altri edifici. Risultarono inoltre danneggiati impianti elettrici e idrici, gasdotti, strade e un ponte; furono colpite anche due ambulanze e quattro automobili private.
Più di 7.600 persone furono temporaneamente costrette ad abbandonare le proprie case nelle regioni di Gegharkunik, Vayots Dzor e Syunik, in larga parte donne e bambini, come ha registrato anche Human Rights Watch.
224 morti
Il bilancio umano si rivelò ancora più grave di quello comunicato nei primi giorni. Il 20 dicembre 2022 il Comitato Investigativo della Repubblica di Armenia rese noto che 224 persone della parte armena erano morte in conseguenza dell’offensiva del 13-14 settembre. Successive comunicazioni precisarono che tre delle vittime erano civili. Le autorità armene comunicarono inoltre che tutti i corpi dei militari restituiti dall’Azerbaigian erano stati identificati e che tre militari armeni risultavano ancora dispersi. Il primo bilancio dettagliato diffuso dal Consiglio di Sicurezza aveva registrato inoltre 293 militari feriti e 20 militari armeni catturati.
Dietro questi numeri ci sono uomini e famiglie. E a quattro anni da quei giorni, mentre le autorità armene hanno comunicato di aver identificato tutte le vittime, non risulta essere stato pubblicato dalle istituzioni un elenco nominativo organico dei 224 caduti dell’aggressione. Una lacuna che si accompagna alla scarsissima memoria pubblica riservata in Armenia a quei due giorni di guerra. Nel settembre 2025 anche la testata investigativa armena Hetq richiamò l’attenzione proprio sull’assenza di una memoria pubblica adeguata dei 224 caduti, ponendo la questione di quanto poco i loro nomi siano conosciuti dalla società armena. Identificare tutte le vittime, infatti, non equivale a conservarne pubblicamente e collettivamente la memoria.
Le esecuzioni e le atrocità documentate
Ma il 13 e 14 settembre 2022 lasciarono dietro di sé anche immagini che documentarono qualcosa di ancora più inquietante. Già pochi giorni dopo l’offensiva, il Consiglio di Sicurezza armeno denunciò prove di torture, mutilazioni e uccisioni illegali di militari armeni catturati o già uccisi.
Una verifica indipendente sarebbe arrivata da Human Rights Watch. L’organizzazione analizzò un video apparso sui social network nel quale si vedevano almeno sette militari armeni fatti prigionieri e successivamente uccisi. Attraverso l’esame delle immagini, delle fotografie, dei dati disponibili e delle immagini satellitari dell’area di Mets Ishkhanasar, Human Rights Watch concluse che il filmato mostrava l’esecuzione extragiudiziale di almeno sette prigionieri di guerra armeni, apparentemente ad opera di forze azere, durante i combattimenti del settembre 2022.
Human Rights Watch ricordò senza ambiguità che l’uccisione di soldati che si sono arresi costituisce un crimine di guerra e chiese che fossero individuati i responsabili, compresi quelli nella catena di comando. Non siamo quindi soltanto davanti alle accuse di una delle parti di un conflitto. Almeno una delle più gravi atrocità emerse in quei giorni è stata sottoposta a verifica indipendente da una delle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Le indagini del Comitato Investigativo armeno hanno documentato ulteriori episodi, tra cui la profanazione e mutilazione dei corpi di militari uccisi e torture, trattamenti inumani e umilianti inflitti a militari armeni caduti prigionieri. La documentazione raccolta in quei giorni costituisce ancora oggi uno dei capitoli più oscuri dell’offensiva.
Quanto territorio armeno rimase sotto controllo azero?
Anche la dimensione territoriale dell’offensiva richiede una distinzione importante, perché negli anni sono state utilizzate cifre differenti riferite a periodi e criteri diversi.
Le cifre ufficiali armene sono cambiate nel tempo anche perché non sempre hanno utilizzato lo stesso periodo di riferimento. Nel novembre 2022 Pashinyan parlò di circa 140 chilometri quadrati di territorio sovrano armeno occupati complessivamente nelle incursioni del maggio e novembre 2021 e del settembre 2022 (intervento al vertice OTSC del 23 novembre 2022). Nel marzo 2023, riferendosi invece all’offensiva del 13-14 settembre, dichiarò che erano stati occupati «più di 150 chilometri quadrati» di territorio sovrano armeno (intervento a Berlino del 2 marzo 2023). È quindi preferibile non presentare una singola cifra come misura definitiva e incontestata della sola offensiva del settembre 2022.
La questione era stata già richiamata nella nostra copertura. Esattamente un anno dopo l’attacco, il 13 settembre 2023, ricordavamo nel 276° giorno del #ArtsakhBlockade che le forze azere avevano occupato porzioni del territorio sovrano armeno. Quel riferimento faceva parte di una copertura quotidiana che, pur concentrata sull’assedio dell’Artsakh, non ha mai separato la sorte della Repubblica di Artsakh dalle pressioni militari esercitate nello stesso periodo contro la Repubblica di Armenia.
Una successiva ricostruzione cartografica indipendente pubblicata da CivilNet, basata su informazioni open source, geolocalizzazione delle postazioni e analisi di immagini satellitari, ha stimato nell’ottobre 2025 in almeno 241,4 chilometri quadrati la superficie complessiva di territorio de jure della Repubblica di Armenia controllata dalle forze azere.
La stessa analisi precisa tuttavia che il dato complessivo comprende situazioni territoriali risalenti a periodi differenti, alcune delle quali precedenti persino alle crisi del 2021-2022. Non sarebbe quindi corretto attribuire tutti i 241,4 chilometri quadrati all’offensiva del settembre 2022. CivilNet stima inoltre in circa 21 chilometri quadrati il territorio de jure azero controllato da forze armene, escluse le enclavi: un dato utile per comprendere il quadro complessivo senza creare false equivalenze tra estensioni territoriali molto diverse.
Al di là delle differenze fra le diverse stime, rimane il dato politico e giuridico fondamentale: dopo la guerra dell’Artsakh del 2020, reparti dell’Azerbaigian sono penetrati nel territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia e parti di quel territorio sono rimaste sotto controllo azero. È questo il punto che non dovrebbe scomparire dietro la disputa sulle cifre.
Quattro anni dopo, torna la questione dei confini
Il quarto anniversario dell’offensiva cade inoltre in un momento nel quale la questione territoriale è tornata prepotentemente nel dibattito politico armeno.
L’11 settembre 2026, appena due giorni prima dell’anniversario, il Primo Ministro Nikol Pashinyan è tornato sulla controversa questione di Tigranashen, utilizzando il toponimo azero Karki. Secondo quanto riportato da Armenpress, ha affermato che l’exclave non rientra, secondo le mappe assunte come riferimento dal governo, nei 29.743 chilometri quadrati del territorio internazionalmente riconosciuto della Repubblica di Armenia, mentre Artsvashen vi rientra. Pashinyan ha sostenuto che affermare che «Karki» appartenga territorialmente all’Armenia significherebbe mettere in discussione quella stessa estensione territoriale, arrivando ad affermare che ciò equivarrebbe a «dichiarare guerra».
Allo stesso tempo, il Primo Ministro ha precisato che non esiste ancora alcun accordo con l’Azerbaigian sulla soluzione pratica della questione delle enclavi, distinguendo il riconoscimento della situazione giuridica dalla definizione delle modalità concrete con cui affrontarla. Pashinyan aveva già sostenuto, il 27 agosto, che la questione di enclave ed exclave dovrebbe essere affrontata nel prosieguo della delimitazione del confine (Armenpress, 27 agosto 2026).
È un dibattito diverso da quello sull’offensiva del settembre 2022 e sarebbe improprio sovrapporre le due questioni. Ma la coincidenza temporale rende inevitabile ricordare quale sia il precedente storico nel quale oggi si discute nuovamente di confini, territori ed eventuali scambi: quattro anni fa le forze dell’Azerbaigian non si limitarono a rivendicare territori, ma penetrarono militarmente all’interno della Repubblica di Armenia, occupando porzioni del suo territorio sovrano che ancora oggi non sono state tutte restituite.
La stessa ricostruzione cartografica di CivilNet aggiunge un elemento che rende il quadro ancora più complesso: nella zona tra la regione armena di Ararat e Nakhchivan, lungo la direttrice verso Paruyr Sevak e Tigranashen, individua circa 5 chilometri quadrati di territorio de jure armeno sotto controllo azero, con postazioni militari situate all’interno del confine de jure dell’Armenia.
Anche per questo la questione di Tigranashen merita un approfondimento autonomo, cartografico e giuridico, senza ridurla alla semplice contrapposizione tra un’enclave rivendicata dall’Azerbaigian e il territorio oggi amministrato dall’Armenia.
Quattro anni dopo
Il 13 settembre 2022 rappresenta quindi una data che merita di essere ricordata anche nel 2026. Non soltanto per i 224 morti, per i feriti, i prigionieri, gli sfollati e le famiglie che ne portano ancora le conseguenze. E neppure soltanto per le atrocità documentate durante quei combattimenti. Va ricordato perché dimostra che la questione della sicurezza dell’Armenia non può essere ridotta alla storia ormai conclusa della Repubblica di Artsakh. Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito quotidianamente il blocco dell’Artsakh iniziato il 12 dicembre 2022, l’offensiva azera del 19 settembre 2023 e il successivo esodo della popolazione armena; ancora il 2 settembre 2026 ne abbiamo ricostruito il significato nel 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza dell’Artsakh. Proprio questa continuità della copertura rende necessario distinguere con precisione l’Artsakh dall’Armenia: nel settembre 2022 l’attacco colpì direttamente il territorio sovrano della Repubblica di Armenia.
Quando oggi si discute nuovamente di delimitazione dei confini, enclavi, Tigranashen e collegamenti regionali, esiste un precedente che non può essere cancellato dalla memoria: nella notte del 13 settembre 2022 le forze armate dell’Azerbaigian attaccarono e penetrarono nel territorio sovrano della Repubblica di Armenia.
Ricordarlo non significa confondere avvenimenti e controversie differenti, né sostenere che la guerra sia l’unico esito possibile delle questioni ancora aperte. Al contrario, una pace destinata a durare richiede proprio che i fatti, i confini, le responsabilità e i diritti delle popolazioni coinvolte non vengano cancellati dalla memoria.
Quattro anni dopo, partire da ciò che è realmente accaduto non significa opporsi alla pace. Significa ricordare ciò che è accaduto prima di decidere quale pace si sta costruendo.
Vai al sito