Bari, al Corteo Storico tra i Figuranti di San Nicola per la prima volta sfilerà la comunità armena (La Gazzetta del Mezzogiorno

Èun piccolo fatto storico, è una prima volta: la comunità armena sfilerà al Corteo Storico tra i Figuranti di San Nicola. In queste ore si stanno preparando gli abiti e i mantelli dei protagonisti e c’è grande fermento nella comunità. Ai piedi del castello svevo di Bari, nella città vecchia e nel Murattiano vedremo attuarsi alcune pagine che fanno parte delle cronache antiche nicolaiane, quelle tramandate da Niceforo: Nicola, il santo, appena le sue reliquie arrivarono in città, fece due dei primi suoi miracoli che cambiarono le vite di due armeni, un nobile e una bambina. E poi ci sarà la testimonianza viva della presenza armena in città ai tempi della Traslazione, in quella Bari così diversa, così lontana ma a tratti così uguale alla nostra.

Le suggestioni sono tante e, come racconta Vito Lisco, «anima» dei Figuranti di San Nicola, avremo in fila tra noi una piccola parte di questa grande storia. Carlo Coppola, consigliere per gli affari generali del Consolato Armeno di Bari, racconta i primi particolari: ci saranno al corteo storico alcuni personaggi simbolici di questa lunga vicenda. Si stanno approntando gli abiti per il giudice Curcorio e cioè colui che diede incarico al cronista Niceforo di scrivere la prima versione della Cronaca della traslazione di San Nicola. Incrociando le fonti si scopre anche che lui stesso, chiamato «Kyrie Kurcuas» sarebbe stato uno dei principali finanziatori dell’impresa economica finanziaria e di intelligence che noi conosciamo come «Traslazione delle reliquie di San Nicola». Questo personaggio era discendente del Catapano Giovanni Curcuas che governò Bari dal 1008-1010. E nel Corteo Storico sarà proprio lo stesso Coppola a vestire i panni di questo personaggio.

Da parte della famiglia Timurian la disponibilità a creare tutti gli indumenti necessari ai vari figuranti armeni, come il nobile Agralisto, indicato dalle fonti anche come «Armenius», patrizio barese che pare appartenesse alla famiglia che aveva già fatto costruire una Chiesa dedicata a San Gregorio (Armeno) nell’area catapanale, davanti alla attuale Basilica di San Nicola. «Secondo gli antichi testi – dice Coppola – fu il primo miracolato dopo l’arrivo delle reliquie di San Nicola a Bari. Secondo Niceforo era stato colpito da ictus con emiparesi e venne completamente risanato. Sarà impersonato da Tito Quaranta».

Ci sarà poi «Armenia», la bambina armena che Niceforo racconta essere indemoniata e sarà impersonata da Vivienne, una italo-armena di 11 anni. E poi altri personaggi, come Nichola, figlio del giudice Curcorio (Nicola Coppola, italo-armeno, 10 anni); un Joanne di Kirye Adralisto (Maurizio D’Agostino), la madre della bambina (Eva Papikyan), una aristocratica armena (Siranush Quaranta). E quest’ultima racconta con emozione che per la prima volta la presenza armena sarà ufficiale, «un fatto storico dopo una piccola presenza al Corteo creato anni fa da Sergio Rubini».

Gente, storie e cronache di un passato ancestrale, che diventa festa e rievocazione storica, anche attraverso i materiali storici del preziosissimo Archivio della Basilica di San Nicola, dove esistono le più antiche testimonianze di tutto, comprese quelle delle comunità armene in Italia. Padre Gerardo Cioffari, lo studioso nicolaiano che conosce ogni particolare della storia di Nicola e non solo, parla delle tre pergamene del periodo bizantino, autentiche testimonianze dell’esistenza di una colonia armena a Bari almeno a partire dal 950. È affascinante scoprire queste documentazioni antichissime con Padre Gerardo, che al tema ha dedicato un corposo articolo nel Bollettino di San Nicola. Ogni parola è una traccia: si legge di un contenzioso per un terreno a Ceglie e i nomi, le circostanze, i segni, portano tutti alla prova importante della presenza armena. Diritti, contese giudiziarie, fede, miracoli: tutto insieme a perpetrare la lunga tradizione e l’eterna fede nicolaiana, con le sue tracce di ieri e con la voglia di non cancellare memoria e identità. Potenza di un Corteo Storico, di una sagra e della storia dei popoli uniti.

Appunto, un tempo, uniti: come li voleva Nicola,

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Opinione: L’Azerbaigian è responsabile del ritardo nel normalizzare i rapporti tra Turchia e Armenia? (Notize da Est 23.04.26)

Il presidente della camera armena, Alen Simonyan, ha detto ai giornalisti a Istanbul che l’Azerbaijan sta influenzando il ritmo degli sforzi per normalizzare le relazioni tra la Turchia e l’Armenia.

«Da un lato l’Azerbaijan sta negoziando con noi; dall’altro, non permette alla Turchia di negoziare con noi. È una situazione strana. La Turchia è, in qualche modo, diventata ostaggio di queste relazioni,» ha detto Simonyan.

Ha aggiunto che in passato si era parlato di riaprire la frontiera dopo aver risolto la questione del Karabakh, seguito da un focus su un accordo di pace armeno-azerbaigiano. Nonostante sia stato raggiunto un consenso su 17 punti, questo non si è tradotto in risultati pratici.

Le osservazioni hanno attirato particolare attenzione poiché giunte poco dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato al Forum di Antalya sulla Diplomazia che Ankara sta perseguendo la normalizzazione con l’Armenia “passo per passo, in coordinamento con l’Azerbaigian”.

Questa apparente contraddizione evidenzia la rilevanza della questione: mentre Ankara e Yerevan hanno mantenuto aperti i canali di normalizzazione fin dal 2022, la leadership turca ha apertamente legato il processo all’agenda di pace armeno-azerbaijana.

La dichiarazione di Simonyan va quindi oltre una semplice osservazione politica, sollevando nuovamente la domanda su quanto strettamente siano interconnessi i due processi paralleli — il riavvicinamento Turchia-Armenia e la risoluzione armeno-azerbaijana.

‘Sospetto di malcontento’: il ministro degli Esteri armeno salta il forum diplomatico di Antalya

Secondo la turcologa Nelli Minasyan, la parte armena segnala la propria insoddisfazione per il fallimento della Turchia nell’attuare gli accordi raggiunti.

 

Contesto storico e politico

Il contesto storico è chiaro. La Turchia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Armenia nel 1991, ma i rapporti diplomatici tra i due paesi non sono mai stati stabiliti.

Secondo il Ministero degli Esteri turco, Ankara chiuse il confine terrestre con l’Armenia nel 1993 dopo l’occupazione del distretto di Kalbajar da parte dell’Azerbaigian.

Anche il Ministero degli Esteri armeno osserva che la Turchia chiuse sia i confini aerei sia quelli terrestri nel 1993, anche se i collegamenti aerei furono parzialmente ripristinati nel 1995.

La chiusura della frontiera è quindi stata modellata non solo dalle tensioni bilaterali tra Ankara e Yerevan, ma anche dalle dinamiche regionali più ampie legate al conflitto di Karabakh.

Negli ultimi anni, questa allineamento ha assunto una forma più istituzionale. La Dichiarazione di Shusha, firmata nel 2021, ha elevato i rapporti tra Azerbaigian e Turchia al livello di una “alleanza”, formalizzando il principio di “una nazione — due stati” come fondamento politico dei loro legami.

Le valutazioni analitiche suggeriscono inoltre che gli ostacoli principali alla normalizzazione tra Ankara e Yerevan nel corso dei decenni siano stati il conflitto di Karabakh e il coordinamento strategico tra Baku e Ankara. In altre parole, la posizione della Turchia è modellata meno dalla pressione di gruppi di lobbing e più dagli interessi in energia, sicurezza, trasporto e influenza regionale.

Da questa prospettiva, la solidarietà della Turchia con l’Azerbaigian non è semplicemente uno slogan emotivo, ma parte di una scelta geopolitica molto più ampia.

‘Armenia come ponte verso l’Europa’ — il viceministro degli Esteri parla al forum in Turchia

Vahan Kostanyan si è unito ai colleghi di Turchia, Azerbaigian e Georgia ad Antalya per una tavola rotonda sul Caucaso meridionale come hub strategico emergente

 

Armenian Deputy FM's remarks at Antalya Forum

 

Valutazione delle affermazioni di Simonyan

I fatti suggeriscono che l’argomentazione di Alen Simonyan contenga un elemento di verità, ma non cattura l’intera situazione.

Come parte del corrente processo di normalizzazione, avviato alla fine del 2021, gli inviati speciali Rubén Rubinyan e Serdar Kılıç hanno condotto sei round di colloqui. Il 1º luglio 2022 le parti hanno concordato di aprire la frontiera terrestre ai cittadini di paesi terzi e ai diplomatici.

I voli diretti sono ripresi nel febbraio 2022, e i voli cargo diretti sono stati autorizzati dall’inizio del 2023. Il 29 dicembre 2025 è stato annunciato un accordo per semplificare le procedure di visto per i possessori di passaporti diplomatici, di servizio e speciali, che, secondo la parte armena, è entrato in vigore il 1º gennaio 2026.

Le dichiarazioni ufficiali di entrambe le parti sottolineano l’obiettivo di una normalizzazione completa e la volontà di impegnarsi senza prerequisiti.

Allo stesso tempo, la Turchia ha esplicitamente legato progressi significativi alla firma di un accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia.

Ad agosto 2025, il ministero degli Esteri turco ha accolto i progressi nel processo di pace armeno-azerbaijano e ha espresso sostegno per “l’Azerbaigian fratello”. A novembre, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha detto al parlamento che la Turchia sarebbe pronta per una piena normalizzazione con l’Armenia solo dopo la firma di un accordo di pace finale.

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ribadito questa posizione il 17 aprile ad Antalya, affermando che la normalizzazione procede “in coordinamento con l’Azerbaigian”.

Il riferimento di Simonyan al “fattore Azerbaigian” non è quindi privo di fondamento. Tuttavia, mostrarlo unicamente come un ostacolo imposto da Baku sarebbe una semplificazione eccessiva, poiché la Turchia ha costantemente inquadrato questa sequenza come parte della sua politica ufficiale.

Inoltre, sebbene un progetto di accordo di 17 punti sia stato inizialmente firmato l’8 agosto 2025 a Washington, DC, un accordo di pace finale non è ancora stato firmato, a causa di questioni relative alla costituzione armena e altre questioni non risolte.

>Cosa significa la visita di esperti armeni in Azerbaijan per l’agenda di pace della regione: una prospettiva da Baku

Il quarto incontro bilaterale nell’ambito dell’iniziativa “Ponte di Pace” si è svolto a Gabala dal 10 al 12 aprile

 

“Bridge of Peace” in Azerbaijan

 

Reazioni in Azerbaigian

La linea dominante di reazione in Azerbaigian può essere sintetizzata come segue: Ankara non agisce per diktat di Baku sulla traccia armena, ma piuttosto in stretta coordinazione strategica con quest’ultimo.

In un articolo di Caliber.az, le osservazioni di Alen Simonyan vengono criticate in tono polemico. La pubblicazione sostiene che la Turchia vede l’apertura della frontiera non come risultato di essere un “ostaggio”, ma come un passo che può seguire solo un accordo finale, basato sui principi di fratellanza e di alleanza con l’Azerbaigian.

Lo stesso articolo cita una dichiarazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan ad Antalya come argomento chiave. Questo riflette una tendenza più ampia nel discorso analitico filogovernativo in Azerbaigian: la Turchia persegue una politica indipendente, ma le sue priorità regionali sono strettamente allineate con Baku.

In questo contesto, anche le narrative mediatiche indicano una continua coordinazione aperta tra le due parti.

>19 esperti armeni arrivano in Azerbaigian all’inizio del quarto incontro di ‘Bridge of Peace’

Insieme a 20 esperti azero, partecipano all’iniziativa “Bridge of Peace” nel suo quarto incontro, che si svolge a turno in ciascun paese

 

Armenian experts arrive in Baku

 

Contesto regionale

Le osservazioni di Alen Simonyan è difficile valutarle in modo isolato dal Forum di Antalya sulla Diplomazia. Al forum, tenutosi dal 17 al 19 aprile, l’Armenia non era rappresentata dal ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan né dall’inviato speciale Ruben Rubinyan, ma dal viceministro degli Esteri Vahan Kostanyan.

Questa è stata la prima partecipazione di Erevan al tavolo di Antalya dal 2022 a un livello inferiore.

Da parte armena non sono state fornite spiegazioni ufficiali della decisione, ma gli esperti citati da JamNews interpretano la decisione come un segnale di insoddisfazione nei confronti della Turchia per il mancato progresso sui passi precedentemente concordati, inclusa l’apertura della frontiera.

Allo stesso tempo, Kostanyan ha incontrato il suo omologo turco Berris Ekinci ad Antalya e ha detto a CNN Türk che l’Armenia è pronta ad aprire la frontiera sia politicalmente che tecnicamente, mentre ulteriori progressi ora dipendono da Ankara. Ciò suggerisce che il dialogo rimane aperto, anche se la retorica si è inasprita.

Il timing politico interno è anche un fattore chiave. Le elezioni parlamentari in Armenia sono programmate per il 7 giugno 2026, e sia l’OSCE sia gli analisti regionali le vedono come decisive per la traiettoria della politica estera del paese.

L’analista politico azero Farhad Mammadov ha osservato a marzo che i risultati elettorali, nonché un possibile referendum costituzionale in Armenia, potrebbero influire significativamente sull’agenda di pace. In questo contesto, la retorica più tagliente di Simonyan potrebbe mirare anche a un pubblico domestico — segnalando che il governo rimane impegnato nella normalizzazione con la Turchia, evitando al contempo l’apparenza di concessioni unilaterali.

Nel frattempo, a Istanbul, Numan Kurtulmuş ha proposto l’idea di coinvolgere l’Armenia nel formato Turchia–Azerbaigian–Georgia. Questo indica che quadri trilaterali o regionali più ampi restano aperti e potrebbero espandersi ulteriormente se si dovesse raggiungere un accordo di pace.

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Il progetto presenta rischi significativi in termini di sicurezza e di finanziamento in mezzo alle tensioni tra Iran e Stati Uniti

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Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante (Korazym 23.04.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.04.2026 – Vik van Brantegem] – La distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, oggi occupata dall’Azerbaigian, rappresenta uno degli episodi più gravi e simbolici della crescente cancellazione del patrimonio culturale armeno nel territorio. Secondo fonti ufficiali e osservatori indipendenti, l’atto non è isolato, ma parte di una strategia più ampia volta a eliminare le tracce storiche, religiose e identitarie della presenza armena nella regione.

I media azeri non hanno agito in modo plateale, come nel caso del palazzo del parlamento, quando tutti i media azeri hanno riportato la demolizione di prove di quello che definivano il regime separatista. Nel caso della chiesa, gli armeni del Karabakh più attenti, che conoscono tutti gli edifici della zona, hanno notato che i video diffusi dagli Azeri non includono l’imponente cattedrale, che si ergeva maestosa nel centro della città ed era visibile da ogni dove.

Un simbolo abbattuto

La cattedrale, consacrata il 7 aprile 2019 da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, era molto più di un edificio religioso. Costruita tra il 2000 e il 2019 e progettata dall’architetto Gagik Yeranosyan, rappresentava la rinascita spirituale di Stepanakert dopo decenni di repressione religiosa durante l’era sovietica.

Alta 35 metri, con un campanile di 24 metri, dominava il paesaggio urbano della capitale della Repubblica di Artsakh. Sorgeva in un luogo storicamente legato al culto Cristiano, dove una chiesa attiva sin dal XIX secolo era stata chiusa e riconvertita durante il periodo sovietico.

Per la comunità armena, la cattedrale era diventata un simbolo vivo di Fede, memoria e continuità identitaria.

Una distruzione dal forte valore simbolico

La demolizione, alla vigilia del 111° anniversario del genocidio armeno, è stata interpretata da molti come un gesto deliberato e altamente simbolico.

Secondo Hovik Avanesov, Difensore Civico per il Patrimonio Culturale dell’Artsakh, non si tratta di un episodio isolato ma di un modello ricorrente. Negli ultimi anni sarebbero stati registrati oltre 1.000 casi di vandalismo e distruzione di siti culturali armeni nella regione.

Pochi giorni prima, infatti, era stata demolita anche la chiesa di San Hakob, insieme alle aree circostanti e ai khachkar (le tradizionali croci di pietra armene), suggerendo un’azione sistematica.

“Genocidio culturale”: le accuse

L’Agenzia per lo Sviluppo del Turismo e della Cultura dell’Artsakh, in un dichiarazione del 21 aprile 2026, ha definito la distruzione come parte di un “genocidio culturale”: “Non vengono distrutti solo edifici, ma anche l’identità di un popolo, il suo passato e il suo diritto al futuro”.

L’agenzia collega esplicitamente queste azioni a una continuità storica con il genocidio armeno di inizio Novecento, sostenendo che oggi la stessa logica si manifesti attraverso la cancellazione della memoria e dei simboli.

Il silenzio sotto accusa

Uno degli aspetti più controversi della vicenda è il silenzio denunciato sia a livello nazionale che internazionale. L’agenzia ha criticato duramente le autorità della Repubblica di Armenia, accusate di una reazione insufficiente; la comunità internazionale; e le organizzazioni preposte alla tutela del patrimonio culturale.

Secondo la dichiarazione, “il silenzio non è più neutralità, ma diventa complicità”. Questo silenzio, sostiene l’agenzia, rischia di creare un clima di impunità che incoraggia ulteriori distruzioni.

Identità, memoria e diritto al ritorno

La distruzione dei luoghi sacri nell’Artsakh non riguarda soltanto il patrimonio materiale. Secondo gli esperti, essa colpisce direttamente la possibilità per la popolazione armena sfollata di rivendicare il proprio diritto al ritorno.

Eliminare chiese, monumenti e simboli significa cancellare le prove storiche della presenza armena, minando le basi culturali e morali per un eventuale ritorno nella regione. In questo senso, la demolizione della cattedrale assume una dimensione politica oltre che culturale: “Va chiaramente affermato che il diritto della popolazione armena dell’Artsakh a tornare nella propria patria è inalienabile e non può essere messo in discussione. La distruzione del patrimonio culturale mira anche a negare questo diritto, ostacolando la possibilità di ritorno del popolo attraverso la cancellazione della memoria”, si legge nella dichiarazione.

Un contesto internazionale contraddittorio

La vicenda assume contorni ancora più complessi alla luce degli sviluppi internazionali imminenti.

Nei prossimi giorni, il Vaticano ospiterà un convegno organizzato con l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede per la presentazione del libro Pontes culturae (Ponti di cultura), mentre il 5 maggio la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni incontrerà l’autocrate azero Ilham Aliyev.

Questi eventi sollevano interrogativi inevitabili: verrà affrontato il tema della distruzione delle chiese armene nell’Artsakh occupata dall’Azerbaigian? O prevarranno considerazioni diplomatiche ed economiche?

La voce della diaspora

La reazione emotiva degli Armeni dell’Artsakh, sfollati con la forza dalle loro terre ancestrali dagli Azeri, e della diaspora, è stata immediata e intensa. “Moriamo mentre viviamo”, ha scritto un ex residente di Stepanakert sui social media, esprimendo un sentimento diffuso di perdita e impotenza. Per molti, la distruzione della cattedrale di Stepanakert non è solo la fine di un edificio, ma la cancellazione di una parte della propria esistenza.

Conclusione

La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert non è un episodio isolato, ma un segnale allarmante di una più ampia crisi culturale e politica. Essa solleva questioni fondamentali: la tutela del patrimonio culturale nei territori occupati dall’Azerbaigian; il ruolo della comunità internazionale; e il rapporto tra memoria storica e diritti dei popoli.

In gioco non ci sono soltanto pietre e monumenti, ma l’identità stessa di una comunità e il suo diritto a esistere nella propria terra. Il silenzio, oggi, è la forma più pericolosa di complicità.

La Santa Sede chiude un occhio
Dichiarazione del Coordinamento Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di Archeologia Sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede (presentazione del volume Pontes culturae), giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh) è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.

Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.

La cattedrale a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli Azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni. Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.

Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese Cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni. Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue Cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh.

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Perché la guerra che coinvolge l’Iran può essere una sciagura per l’Armenia (Tempi 23.04.26)

Questa mattina il lago di Sevan è immobile come una lastra di cielo caduta sulla terra. Il vento scende dalle montagne e sfiora le pietre del monastero di Sevanavank, quelle pietre scure che da secoli guardano l’acqua e il tempo passare. Non è vero che qui non c’è più vita monastica. Nel monastero ci sono seminaristi: li ho incontrati. Giovani, con volti aperti e austeri, e soprattutto con voci possenti. Quando cantano, il canto riempie l’aria del lago e sembra che le montagne rispondano. È una cosa impressionante, quasi fisica: la preghiera diventa suono, e il suono diventa spazio. Sotto il monastero l’acqua è limpida e fredda. Le trote si vedono scivolare sotto la superficie, lente, quasi immobili. Non guizzano come ci si aspetterebbe. Sembrano morte o addormentate. Passano come ombre d’argento, lasciando appena una traccia nell’acqua. Anche il lago sembra trattenere il respiro. E mentre tutto appare così quieto, il rombo del mondo arriva fin qui. Siamo circondati dalla guerra: Iran,…

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La testimone armena (Internazionale 23.04.26)

a prima cosa è il vento freddo. Ci dicono di fare attenzione quando apriamo le portiere della macchina, non sarebbe la prima volta che il vento se le porta via. Non è lo stesso che soffia in città: qui prende forza correndo lungo la gola scavata dal fiume Akhuryan. Nemmeno il sole accecante che per tutto novembre ha dominato il cielo di Yerevan riesce a mitigare gli spifferi gelidi che corrono violenti senza l’ostacolo dei palazzi. Per la mancanza di pioggia la città soffre di una delle peggiori crisi di inquinamento atmosferico degli ultimi dieci anni, ma qui non c’è traccia di quell’aria polverosa. Il cielo è d’un azzurro abbacinante, mentre la vegetazione incolta e giallastra sfuma nel paesaggio brullo della gola.

Lancio uno sguardo all’unica costruzione in vista, un casotto prefabbricato dove venti minuti fa la guardia federale russa che ci ha accolti oltre la recinzione si è ritirata a esaminare i nostri passaporti.

Accanto a me i miei compagni di viaggio chiacchierano con il soldato russo che invece è rimasto con noi, fuori dalla zona recintata. Parlano e ridono in quello che riconosco essere un alternarsi tra russo e armeno. Io resto in silenzio, sorrido appena quando vedo che lo fanno anche loro. Non voglio sia evidente da subito che non capisco una parola.

Finalmente il responsabile del checkpoint torna con i nostri documenti. Possiamo passare, ma lui verrà con noi. Vahanduckt Melkonyan, l’ultima residente del villaggio di Charkov, al confine tra Armenia e Turchia, ci aspetta per il caffè.

Oltre la recinzione

Charkov non è un semplice villaggio isolato. È l’ultimo luogo ancora abitato di quello che un tempo era un insediamento che contava centinaia di case e altrettante famiglie. Si trova a pochi metri dal confine, all’interno di una zona ad accesso limitato, sotto il controllo delle guardie di frontiera russe e delimitata da una doppia recinzione in filo spinato, dove si può entrare solo con un’autorizzazione speciale.

Nel corso del novecento, tra il genocidio del 1915-1923, la repressione e il crollo dell’Unione Sovietica, questa frontiera è sempre stata segnata da una profonda instabilità. Durante la guerra fredda, le tensioni con la Turchia, che fa parte della Nato, spinsero i sovietici a militarizzare l’area. Dopo il 1991 la Russia ha continuato a presidiare i confini armeni con la Turchia e l’Iran in base a un accordo con la neonata Repubblica di Armenia.

La zona ad accesso limitato, inizialmente larga tre chilometri per adattarsi alla gittata dell’artiglieria dell’epoca, si è ridotta oggi a una fascia di circa mille metri, che si estende lungo tutti i 311 chilometri del confine.

Per gli abitanti, la presenza militare russa è stata sempre una costante. Tuttavia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la distruzione delle infrastrutture russe, a volte per mano degli stessi abitanti della zona animati da sentimenti antisovietici, la situazione si è deteriorata velocemente. È venuta a mancare l’acqua, la scuola ha chiuso e le famiglie hanno cominciato ad andarsene.

La casa di Vahanduckt Melkonyan, novembre 2025 - Martina Sanna

La casa di Vahanduckt Melkonyan, novembre 2025 (Martina Sanna)

Eppure, Charkov potrebbe trovarsi alla vigilia di un cambiamento. L’accordo di pace dell’agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, mediato dall’amministrazione Trump dopo decenni di tensioni, ha aperto una nuova fase per il Caucaso meridionale. Tra i punti principali dell’intesa ci sono la creazione di una via di transito strategica tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno e in generale l’impegno a riaprire i confini chiusi da tempo, compreso quello con la Turchia, storica alleata di Baku. Per l’Armenia, che con il crollo dell’Unione Sovietica si è ritrovata isolata su più fronti, si tratta di una prospettiva concreta di normalizzazione. Per Charkov, potrebbe significare la possibilità di continuare a esistere.

Il villaggio è anche l’insediamento armeno più vicino ad Ani, la capitale medievale dell’antica Armenia, oggi in territorio turco, la cui cattedrale è ancora considerata un luogo sacro e un simbolo fondamentale dell’identità armena. Un tempo gli abitanti di Charkov guardavano le rovine di Ani dalle loro case. Oggi a farlo è rimasta solo Vahanduckt.

Prima di entrare in casa sua facciamo un giro intorno al giardino: l’antica città medievale oltre la gola è ben visibile, come l’immensa bandiera turca che il vento non smette di tormentare. Siamo così vicini che si sentono le voci e i canti degli operai sul tetto, forse impegnati in lavori di restauro. Chiedo a Stepan, che è venuto con me da Yerevan per farmi da interprete, se riesce a sentire cosa dicono.

“Non lo so”, mi risponde, “non parlo la loro lingua”.

Quando entriamo nel salotto di Vahanduckt il tavolo è imbandito con il classico tripudio di sujukh, noci sciroppate, baklava tipico delle case armene, dove si è invitati per il caffè ma si finisce per saltare la cena.

Lei domina la scena seduta in poltrona. Porta un vestito scuro e una giacca di pile marrone, ha i capelli bianchi stretti in una crocchia sulla nuca e il viso sorridente, in cui spiccano gli occhi nerissimi.

“Benvenuti!” dice, “peccato non aver saputo prima del vostro arrivo, avrei preparato qualcosa in più!”.

Ci sediamo e ci presentiamo. Si parte con i convenevoli: Vahanduckt mi chiede quanti anni ho e se sono sposata. Le mie interlocutrici iniziano subito a mettere insieme un rapido elenco dei più appetibili scapoli della zona, e intavolano un acceso dibattito su chi potrebbe essere interessato. Le ringrazio e cerco di cambiare argomento.

Non andare via

Vahanduckt venne a Charkov l’8 luglio 1962 per sposare un uomo che conosceva appena. A 25 anni, racconta, “era ormai tempo” di farlo. Lasciò la sua casa ad Armavir, nell’Armenia occidentale, convinta di essere diretta alla Charkiv ucraina. I primi dubbi le vennero quando vide il futuro sposo che la veniva a prendere incastrato nel sidecar di una vecchia moto, non proprio il mezzo ideale per un viaggio così lungo.

“Pioveva a dirotto,” ricorda. “Mio marito era seduto nel sidecar. Quando arrivammo, era completamente bagnato”.

Così si trovò a cominciare la sua nuova vita in un villaggio di qualche centinaio di abitanti a pochi passi dal confine turco, in una casa condivisa con il marito, la sorella di lui e la madre. Il padre era stato condannato a morte nel 1937 durante le purghe staliniane, colpevole di aver detto a voce alta che Aghasi Kanjyan, leader bolscevico dell’Armenia sovietica, morto in circostanze mai chiarite, “era una brava persona”. Fu arrestato, deportato in Siberia, tornò in Armenia e infine fu ucciso.

Vahan Tumasyan passeggia lungo il confine con la Turchia, novembre 2025 - Martina Sanna

Vahan Tumasyan passeggia lungo il confine con la Turchia, novembre 2025 (Martina Sanna)

“I figli non lo rividero più dopo l’arresto, anche se implorarono le autorità di poterlo salutare”, racconta Vahanduckt. “Anni dopo trovarono i documenti. E scoprirono che avevano gettato il corpo nella gola: così si faceva allora”.

Ma la storia di Charkov comincia prima del periodo sovietico. Il villaggio fu fondato nel 1915 dai sopravvissuti al genocidio armeno in fuga dalle loro case nelle città di Mush e Van, oggi nell’est della Turchia.

Tra loro c’era la suocera di Vahanduckt. Quando si conobbero stava perdendo la vista, ma conservava viva la memoria di Mush e la speranza che un giorno sarebbe potuta tornare a casa.

“Mi diceva che mi avrebbe portata nelle nostre terre,” racconta Vahanduckt, che la accompagnava ogni mattina a passeggiare in giardino. Le piaceva vedere il sole sorgere sulle rovine di Ani, e raccontare alla nuora della loro antica casa. Quando morì, Vahanduckt rimase con il ricordo delle sue ultime parole: “Non andare via. Anche se non hai farina, accendi il tonir e lascia salire il fumo. Così i turchi sapranno che noi siamo ancora qui”.

Alla fine degli anni novanta Vahanduckt e suo marito rimasero soli.

“Mio marito era un uomo gentile e pieno di talento”, racconta Vahanduckt. “Sapeva aggiustare qualsiasi cosa, dagli orologi ai motori dei trattori, e non chiedeva mai soldi. Non c’era nessuno nel villaggio che non avesse aiutato”.

La sua morte, nel 2010, segnò un punto di svolta. Fu sepolto vicino alla vecchia chiesa, i cui khachkar – le tradizionali croci di pietra armene – erano state portate da Van dai sopravvissuti al genocidio, determinati a preservare la loro identità religiosa nonostante l’ateismo sovietico. Quando sarà il momento, Vahanduckt vuole essere sepolta lì.

“E se morissi altrove?”, dice. “Per i miei figli sarebbe più difficile riportarmi a casa”.

I figli hanno cercato più volte di convincerla a lasciare il villaggio, a sfuggire agli inverni rigidi, all’isolamento. Ma lei rifiuta.

La sua presenza è l’ultima prova vivente che Charkov è stata fondata e abitata per decenni da armeni. Per Vahanduckt, restare è l’ultimo frammento di quel legame.

Quando lascia il villaggio, cosa che accade raramente, insiste sempre per tornarci il prima possibile.

“Ricordo un giorno in cui ero in città dai miei figli”, racconta sorridendo. “Volevano che restassi a dormire perché la macchina era rotta, ma ho insistito così tanto che hanno dovuto trovarne un’altra per riportarmi qui”.

“Quindi alla fine l’ha avuta vinta…”, le dico quasi senza pensarci. Stepan diligentemente traduce. Lei mi guarda. Prima ancora che Stepan mi venga in aiuto, conosco già la sua risposta: “Ovviamente”.

La presenza di Vahanduckt nel villaggio non è solo simbolica: è una responsabilità. Tutto ciò che è lì dipende da lei: le galline, i conigli, la terra. Se andasse via, Charkov smetterebbe di esistere.

“Mio marito diceva sempre: ‘Questo è il mio luogo di nascita. Non me ne vado. Resta anche tu, tieni in vita il villaggio’. E io sono rimasta. Devo restare finché qualcuno non tornerà, ricostruirà le case, riporterà la vita. Se me ne vado, questa speranza svanisce”.

Uno dei visitatori più assidui di Vahanduckt è Vahan Tumasyan, un agricoltore di sessant’anni che vive nel villaggio di Bagravan, a venti chilometri di distanza da Charkov, ma dall’altro lato del filo spinato. Parte delle sue terre si trova però all’interno della zona ad accesso limitato, per questo passa spesso da Vahanduckt per una tazza di caffè o una chiacchierata.

Da trent’anni Vahan si batte per ridurre l’estensione dell’area recintata, sostenendo che gli armeni non hanno libero accesso alle loro stesse terre. In qualche caso i suoi sforzi hanno pagato: dopo anni di richieste in alcuni villaggi le recinzioni sono state spostate. “Per questo non riesco a perdonare gli abitanti di Charkov,” dice. “Se fossero rimasti, se avessero resistito, forse sarebbe successo anche qui”.

La svolta

Oggi il nome del villaggio è instabile, come la zona in cui si trova. Sulle mappe ne compaiono tre diversi: oltre al sovietico Charkov, c’è il nome armeno, Norashen, e quello scelto al momento della fondazione dai superstiti del genocidio, Yenikey. Le autorità armene hanno comunque riconosciuto, almeno simbolicamente, la determinazione di Vahanduckt. Nel 2019 il governatore dello Shirak, la regione dove si trova Charkov, le ha consegnato una lettera del primo ministro Nikol Pashinyan, che lodava la sua “dedizione incrollabile alla patria e il suo lungo impegno per preservarla”.

Vahanduckt ricorda che in quel periodo si cominciava a parlare di un imminente cambio della guardia nella gestione del confine e di una possibile apertura. Ma pochi mesi dopo arrivò la pandemia di Covid-19, poi la guerra del Nagorno-Karabakh. E le promesse non furono mantenute.

Eppure oggi qualcosa sembra muoversi. Secondo il professor Vahram Ter-Matevosyan, esperto di politica estera del Caucaso meridionale, il governo armeno sta valutando di riprendere in mano il controllo dei propri confini. Le forze russe potrebbero dover lasciare la zona entro la fine dell’anno.

“La gente fa continuamente domande sull’apertura del confine”, dice Vahanduckt. “Ma questa è roba per i politici. Se la frontiera fosse aperta, forse il villaggio tornerebbe a vivere. Quindi devo restare. Vivo di speranza. E la speranza porta luce”.

Il tempo scorre veloce e Vahanduckt lo sa. A giugno compirà novant’anni, pochi giorni prima delle elezioni parlamentari armene che segneranno la vittoria decisiva del partito in carica, il centrista Contratto civile, o un ritorno, meno probabile, delle forze conservatrici e filorusse. Durante uno dei suoi lunghi caffè con Vahan Tumasyan, Vahanduckt gli ha confessato che crede che questo sia il suo ultimo anno.

Con la sua morte, Charkov potrebbe definitivamente scomparire. “Questo villaggio è importante,” dice Vahan. “È il più vicino ad Ani, il nostro luogo sacro. Senza Ani perdiamo la nostra identità”.

Quando usciamo dalla casa di Vahanduckt, la luce si è fatta più calda sulle pianure brulle che si estendono fino alla gola, oltre il filo spinato, dove si intravede ancora la sagoma della cattedrale. Il vento continua a soffiare contro la bandiera turca, meno violento di quando siamo arrivati.

Ogni mattina Vahanduckt si sveglia, dà da mangiare alle galline, cura il giardino. Guarda il sole sorgere sopra la cattedrale di Ani e tramontare oltre le montagne a ovest, dove siamo diretti per tornare verso Yerevan. È ancora lì.

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L’inviato della Nato in Armenia, ‘pronti a promuovere la cooperazione’ (Ansa 22.04.26)

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Il 20 e il 21 aprile l’ambasciatore Kevin Hamilton, nuovo rappresentante speciale del Segretario generale della Nato per il Caucaso e l’Asia centrale, ha effettuato la sua prima visita in Armenia. È stato ricevuto dal presidente Vahagn Khachaturyan e ha tenuto incontri con il primo ministro Nikol Pashinyan, il presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan, il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan, il ministro della Difesa Suren Papikyan e il segretario del Consiglio di sicurezza Armen Grigoryan.
Il Rappresentante Speciale ha discusso con i suoi interlocutori una serie di argomenti, quali il continuo sviluppo del partenariato della Nato con l’Armenia, la sicurezza regionale, comprese le minacce ibride, la connettività e il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian.L’Ambasciatore Hamilton ha elogiato il costante contributo dell’Armenia alla missione di mantenimento della pace guidata dalla NATO in Kosovo (Kfor) e il lavoro in corso per modernizzare le forze armate armene e rafforzarne il livello di interoperabilità con le forze della Nato.
La Nato è pronta a promuovere il dialogo politico e la cooperazione in materia di sicurezza e difesa con l’Armenia.
Durante la sua visita, l’ambasciatore Hamilton ha incontrato anche rappresentanti della società civile armena e delle ambasciate alleate a Yerevan. (ANSA).

La vita di una lady armena dalla Turchia a Padova: il nuovo romanzo di Antonia Arslan (Corriere del veneto 21.04.26)

I fasti di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento, il lussuoso «ialy» sul Bosforo, la tenuta di Galata, la proprietà di Ciamlegia, i palazzi in Grecia, Parigi, Londra, Roma e Padova. Ma anche due guerre mondiali, il genocidio del popolo armeno, i massacri in Asia Minore, un secolo di eventi nella straordinaria vita della contessa armena Maria Nazle Keutchè-Oglou Corinaldi, raccontata nel libro curato dalla scrittrice Antonia Arslan, Memorie di una Lady armena (Guerini, 198 pagine, 19 euro), con Benedetta de Mari.

Il romanzo tratto dai diari della contessa Corinaldi

Un romanzo che è vita vera, tratto dai diari della contessa Nazle Corinaldi lasciati alla sua morte a Antonia ArslanTra l’impero Ottomano e l’Italia, tra aristocrazia europea, principi, re, sfarzosi balli, abiti ricamati, gioielli preziosi, tavole imbandite, feste sullo yacht a Capri, l’amicizia con il sultano turco Abdul Aziz, la storia di Maria Nazle Corinaldi è stata «un lungo, coraggioso, spericolato galoppo in sella al più bizzarro e focoso dei cavalli arabi – scrive Benedetta de Mari – , come quello che montava il marito Leopoldo Corinaldi quando si conobbero».

La vicenda

Un lavoro attento e complesso ha permesso di ricostruire la vita della contessa armena, grazie anche all’impegno di un giovane parente, Orlando Piero Cravotto (Maria Nazlè era la nonna di suo nonno Giovanni), che non ha voluto andasse perduta una testimonianza così intensa. Dopo il primo matrimonio con il conte Leopoldo Corinaldi, ambasciatore, con cui ha avuto tre figli, la contessa sposò in seconde nozze Angelo Emo Capodilista. L’ultima parte della sua vita l’ha trascorsa prima a Monselice al castello di Lispida, fino alla vendita nel 1928 agli Sgaravatti. E poi in una villetta liberty vicino a Prato della Valle a Padova, dove è morta a 91 anni, il 27 marzo 1976.

Le presentazioni

Antonia Arslan presenta in dialogo con Cristiano Bendin il libro Memorie di una lady armena mercoledì 29 aprile a Palazzo Moroni a Padova (sala Anziani ore 17.30) con Benedetta de Mari e Orlando Piero Cravotto. La scrittrice Antonia Arslan ha incontrato Maria Nazle Corinaldi (che era amica dei suoi genitori) quarant’anni fa a Padova, quando la contessa armena era già novantenne: immediata tra loro l’empatia. «Cominciammo a chiacchierare con disinvoltura davanti a tè e biscottini – racconta Arslan – in un’ora diventammo stranamente “sorelle d’anima” parlando di tutto e gustando della compagnia reciproca come se ci conoscessimo da sempre…».
descrive quell’incontro: «Una specie di caleidoscopio di immagini dell’antica vita degli armeni nella Costantinopoli della sua infanzia e giovinezza, che si mescolavano nella mia mente con i ricordi dei parenti di Siria e del mio viaggio in Medio Oriente di qualche anno prima. E anche con una sensazione fortissima di calore condiviso e di un famigliare profumo di vaniglia e di spezie». Qualche mese dopo, Maria Nazle morì, lasciando la scrittrice Antonia Arslan erede dei suoi quaderni di memorie. Leggendoli, Arslan ha scoperto la ricostruzione di un incredibile vicenda umana e sociale, quasi un secolo della storia di una donna nella Bella Èpoque. «È stata testimone di quel mondo pochissimo conosciuto degli amirà, la comunità degli armeni di altissimo livello sociale che vivevano a Costantinopoli – fa notare Antonia Arslan -. Un mondo di cui avevo solo sentito parlare. Alcuni di loro, come la famiglia Nazle, erano perfino in stretto e cordiale rapporto di amicizia con il sultano e i suoi figli…».

I dettagli della vita della contessa

Tra i tanti dettagli sfarzosi di quella vita, lo «ialy» dell’infanzia della contessa armena, sontuoso palazzo sul Bosforo a Costantinopoli, era stato realizzato da costruttori e operai per la maggior parte veneti in stile neo-bizantino e veneziano, considerato a Costantinopoli «monumento nazionale» e visitato dai turisti. Il soffitto laccato e fiorito di affreschi, ricordava il Palazzo dei Dogi a Venezia.Ma nella storia di Maria Nazle dimore lussuose, palazzi e castelli si sono susseguiti, tra Turchia, Grecia, Francia, Italia, Londra, Atene, luoghi in cui ha vissuto al seguito del marito ambasciatore. Nella Prima Guerra Mondiale, dopo la rotta di Caporetto, la contessa armena racconta nelle sue memorie che «il re Vittorio Emanuele aveva occupato la villa di famiglia a Lispida, protetta dai bombardamenti, trovandosi nascosta sotto la collina e circondata dai Colli Euganei. Il re, la regina e il principe Umberto vi abitarono per tutto il periodo della guerra. Nell’agosto del 1919 l’aiutante di campo ci fece sapere che il re aveva lasciato Lispida e che potevamo riprenderne possesso. Ci lasciava, in ricordo, come ringraziamento, il suo grande rtratto a olio, riccamente incorniciato, in uniforme da guerra sullo sfondo rosso di un cielo infuocato». Agi e privilegi, ma anche sofferenza, come il grande dolore che la segnò per tutta la vita, la morte del figlio Livio, ufficiale nel Savoia Cavalleria, scomparso durante la campagna di Russia, nella battaglia di Isbuscenskij. Maria Nazle non accettò la morte di Livio e non smise mai di cercarlo, fino all’ultimo giorno di vita. Scontando il senso di colpa per avere implorato Mussolini di riprenderlo nell’esercito, dopo che era stato allontanato, sentendosi quindi responsabile della sua morte. Nella vita della contessa armena irruppe anche il massacro di Costantinopoli del 1895, precursore del successivo genocidio armeno, dal 1915, Metz Yeghern, «il Grande Male».

Armenia: una civiltà invincibile (Assadakah 21.04.26)

Wael Almawla (Assadakah News) – La forza dei popoli non si misura dagli eserciti che possiedono né dai confini che tracciano, ma dalla memoria e dalla capacità di sopravvivere che custodiscono dentro di sé. In questo senso, l’Armenia rappresenta un caso eccezionale nella storia: una nazione geograficamente piccola, ma civilmente indomabile.

A partire dal IX secolo a.C., con il regno di Urartu, questa terra si è formata come un centro di civiltà avanzata in una regione turbolenta. Non era semplicemente un corridoio attraversato dagli imperi, ma una forza culturale attiva che ha creato forme architettoniche e intellettuali, influenzando sia l’Oriente che l’Occidente. Persino la sua capitale, Yerevan, le cui radici risalgono alla fortezza di Erebuni, testimonia una rara continuità temporale nella storia delle città.

Ciò che conferisce all’Armenia la sua vera unicità, tuttavia, non è soltanto la profondità storica, ma la capacità di trasformare la propria identità in uno strumento di sopravvivenza. Quando, nel V secolo, Mesrop Mashtots creò l’alfabeto armeno, non si trattò solo di un risultato linguistico, ma di una dichiarazione di civiltà: questo popolo non si dissolverà. La lingua non era soltanto un mezzo di comunicazione, ma una barriera culturale contro l’estinzione.

Poi arrivò la svolta più significativa, quando l’Armenia divenne il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale nel 301. Questa decisione non fu solo religiosa, ma anche politica e culturale, collocandola in una posizione unica tra imperi rivali e rafforzando la sua identità in un contesto in continuo mutamento.

Tuttavia, all’Armenia non è stato concesso il lusso della stabilità. Grandi potenze si sono succedute sul suo territorio: dai Persiani ai Romani, dagli Ottomani ai Sovietici. Ogni volta si è trovata di fronte al rischio dell’annientamento, e il momento più tragico fu il genocidio armeno del 1915, che prese di mira non solo le persone, ma anche la memoria e l’identità.

Eppure, la storia non è finita lì.

Accadde piuttosto il contrario: la tragedia si trasformò in un fattore di coesione e la diaspora divenne una continuazione globale dell’identità armena. A Parigi, Mosca, Beirut e Los Angeles, gli armeni non si dissolsero nelle nuove società, ma riaffermarono, attraverso la riproduzione culturale, che una civiltà si misura non dal territorio, ma dalla sua capacità di perdurare.

Oggi, mentre l’Armenia continua ad affrontare complesse sfide geopolitiche, soprattutto nella regione del Caucaso, la sua vera forza non risiede nell’equilibrio delle potenze, ma nella coesione interna e nel patrimonio culturale. È uno Stato che può essere accerchiato politicamente, ma non sconfitto civilmente.

La lezione armena è chiara, forse anche dura: la storia può distruggere gli Stati, ma non può cancellare le civiltà che sanno difendersi. E l’Armenia, semplicemente, lo ha fatto… contro tutto.

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Note di memoria e speranza, in ricordo del genocidio armeno (La Difesa 21.04.26)

In ricordo del genocidio armeno (24 aprile 1915), Padova Urbs Organi e l’associazione ItaliArmenia propongono domenica 26 un concerto di organo e duduk

Èdedicato alla commemorazione del genocidio armeno il concerto che apre la rassegna primaverile di Padova Urbs Organi. Quello di domenica 26 alle 17 nella chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Savonarola 176 a Padova, sarà un concerto che porterà il pubblico a riflettere e a immergersi nella storia grazie allo straordinario impatto evocativo della musica armena, con brani di grande forza spirituale che vanno dall’11° secolo fino ai nostri giorni, accompagnati da alcune letture esplicative a cura dell’associazione ItaliArmenia. A eseguire i brani Giuseppe Dal Bianco, polistrumentista studioso di musica armena, che suonerà il duduk, il flauto traverso e il tin whistle, un particolare flauto piccolo e Viviana Romoli, organista, che accompagnerà le intense melodie del duduk, oltre a eseguire alcuni brani per organo solo, scritti da compositori armeni.
«Da qualche anno ormai collaboriamo con l’associazione ItaliArmenia – spiega Viviana Romoli che è anche direttrice artistica della rassegna Padova Urbs Organi – e proponiamo un evento che ricordi il genocidio. La musica proposta è molto evocativa e ha radici antichissime. Molte melodie risalgono addirittura all’8°-9° secolo e poi intorno all’Ottocento sono state elaborate e armonizzate da padre Komitas Vardapet, una figura importantissima per gli armeni. Sono melodie che potremmo definire identitarie per il popolo armeno, per la loro cultura». «Padre Komiytas – aggiunge Fabio Scarso, vicepresidente dell’associazione ItaliArmenia – fu un grandissimo musicologo armeno, riconosciuto come il padre della musica armena. Era un monaco, raccolse moltissimi brani popolari in giro per le campagne dell’impero ottomano e sopravvisse più o meno fortunosamente al genocidio perché era maestro di musica di una delle figlie del sultano che lo tenne sotto la sua protezione. Questo lo salvò fisicamente, ma non moralmente: morì infatti nel 1935 in un ospedale psichiatrico a Parigi. Dopo il genocidio abbandonò completamente la musica, non volle più toccare nessuno strumento musicale, si chiuse in uno stato depressivo senza più comunicare con nessuno. Eseguire i suoi brani significa non solo tenere viva la cultura armena, ma anche tenere vivo il ricordo di questa figura così importante. Lo strumento utilizzato da Dal bianco, il duduk, è tipico armeno, costruito in legno di albicocco, con una particolare imboccatura che lo rende molto duttile ma anche molto delicato da suonare, emette un suono coinvolgente, chi lo sente ne resta affascinato».
I brani scelti hanno una forte componente liturgica e spirituale, alcuni sono più “popolari”, come la ninna nanna che cantavano le deportate, l’inno armeno o un canto di lutto. «Sarà un concerto meditativo – spiega Viviana Romoli – con un aspetto spirituale molto forte, immersivo nella cultura armena. Il suono del duduk è molto particolare: è quasi ipnotico e si integra bene con l’organo che fa parte della cultura dal punto di vista religioso».
Un concerto dunque che assume più significati: non è solo infatti il ricordo e la commemorazione di un genocidio a lungo dimenticato, ma diventa voce di speranza: «L’intento – afferma l’organista – è di concludere il pomeriggio con qualcosa di gioioso, con un respiro di speranza per lasciare un messaggio al pubblico: la musica riesce in qualche modo a risvegliare e attivare dei canali inaspettati. È davvero voce di speranza».
«Attraverso la musica – aggiunge Fabio Scarso – si può e si deve cercare di raggiungere una comunicazione spirituale fra persone di provenienza diversa. Il messaggio trasmesso non è mai esplicito, ma la cultura, la musica che passa attraverso le note fa capire a chi è in ascolto quale bene prezioso può nascere in un ambiente e in un tempo completamente diverso dal nostro. Questo forse può dare un po’ di speranza e serenità, può essere una scintilla di luce che riesce poi a diffondersi».

111° anniversario del genocidio: la commemorazione

Il concerto del 26 (a ingresso libero) si inserisce nella più ampia programmazione del Comune di Padova. La cerimonia ufficiale è il 24 alle 10 a palazzo Moroni presso il bassorilievo in bronzo a ricordo del genocidio. Alle 11 liturgia in rito armeno nella chiesa di Sant’Andrea. Il 29 alle ore 17.30, Memorie di una lady armena di Maria Nazle Corinaldi, presentazione del libro con Antonia Arslan e Cristiano Bendin.

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Jerevan: l’Ambasciatore Ferranti inaugura la “Italian Business School” all’Università Europea d’Armenia (Aise 21.04.26)

JEREVAN\ aise\ – È stata inaugurata la scorsa settimana all’Università Europea d’Armenia, a Jerevan, la Italian Business School, una nuova iniziativa accademica volta a rafforzare e ampliare le relazioni universitarie e i percorsi imprenditoriali tra Italia e Armenia, con particolare attenzione allo sviluppo dei percorsi economico-manageriali e all’internazionalizzazione dell’offerta formativa.
Al taglio del nastro hanno preso parte il Presidente dell’Ateneo, Arthur Baghdasaryan, la Rettrice Heghine Bisharyan, e l’Ambasciatore Alessandro Ferranti, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, insieme ai rappresentanti della comunità accademica e del corpo docente.
Da questa iniziativa, sottolinea l’Ambasciata, potranno scaturire nuove significative sinergie, come quella rappresentata dal partenariato già consolidato con l’Istituto “Eurac Research” di Bolzano.
L’inaugurazione si è svolta in coincidenza con la Giornata del Made in Italy a sottolineare il valore paradigmatico della promozione del modello italiano non solo in ambito economico e produttivo, ma anche nel settore della formazione e della diffusione della lingua e della cultura italiana.
Il tradizionale taglio del nastro ha sancito l’avvio delle attività della scuola, concepita come una piattaforma di collaborazione internazionale ispirata al modello educativo italiano e agli standard europei. Gli ospiti hanno potuto visionare i nuovi spazi didattici e le strutture dedicate, oltre ai programmi formativi focalizzati su business, leadership e innovazione.
Particolare rilievo – riporta l’Ambasciata – è stato attribuito al tema dell’insegnamento della lingua italiana, considerato una priorità strategica nel rafforzamento delle relazioni culturali e accademiche tra i due Paesi. Sempre più studenti armeni individuano infatti nell’Italia concrete opportunità di crescita professionale e scelgono di investire nell’apprendimento dell’italiano come strumento utile anche per accedere al mercato del lavoro e a percorsi di alta formazione.
A margine della cerimonia ufficiale, si è inoltre discusso di nuove prospettive di collaborazione, con l’obiettivo di ampliare la rete di accordi con Università italiane, in particolare nel settore economico e commerciale, di promuovere l’introduzione dell’italiano come lingua curriculare e di valorizzare il ruolo dell’Armenia come hub attrattivo per le imprese italiane. (aise) 

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