Gestione della minaccia di guerra: Pashinyan sull’incontro Grigoryan-Hajiyev (Notizie da Est 19.06.26)

L’incontro Grigoryan-Hajiyev, tenutosi a Dilijan il 14 giugno, continua ad attirare l’attenzione. Il giorno precedente, i deputati hanno chiesto al primo ministro Nikol Pashinyan in parlamento di fornire dettagli sull’incontro tra il segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Armenia e l’assistente del presidente azero.

L’interesse per l’incontro è stato suscitato non solo dal fatto che si trattava del primo incontro bilaterale a questo livello tenutosi sul territorio armenio. Molti hanno anche osservato che la visita si è svolta nel giorno in cui sono stati annunciati i risultati delle elezioni. Si trattava di elezioni di importanza cruciale che avrebbero determinato la linea dell’Armenia per i prossimi cinque anni. Il partito di Pashinyan ha ottenuto la maggioranza e formerà il governo da solo.

Rispondendo ai deputati, il primo ministro ha detto che l’incontro era stato organizzato al fine di “gestire la minaccia di guerra”.

Da molto tempo, Pashinyan ha ripetuto che la pace è stata stabilita tra Armenia e Azerbaigian. Tuttavia ha detto che nei giorni scorsi la minaccia di guerra era stata creata da forze politiche che hanno distribuito tangenti durante la campagna elettorale. Si riferiva alle alleanze Armenia e Strong Armenia, nonché al partito Prosperous Armenia. La maggioranza al governo li definisce un “partito della guerra a tre teste”, sostenendo che i leader di tutte e tre le forze promuovono una “revisione della pace”, che potrebbe portare a una nuova escalation.

Parlando dal banco della parlamento, il primo ministro ha affermato che alcuni esterni all’Armenia potrebbero aver messo in dubbio i risultati elettorali: “In Armenia, 500.000 cittadini [coloro che hanno votato per queste tre forze] credono che l’accordo di pace debba essere rivisto e che il movimento di Karabakh debba continuare.” Pashinyan ritiene che una tale percezione potrebbe aver gravemente aggravato la situazione militare e politica.

«Ma conosciamo la verità. Sappiamo che non esistono tali persone. Tangenti elettorali sono state distribuite con l’aiuto di forze esterne interessate a fomentare conflitti nella regione. E sì, hanno creato una reale minaccia di guerra tramite la corruzione degli elettori», ha detto il premier.

Pashinyan è stato anche interpellato sul meeting Grigoryan-Hajiyev durante la sua consueta briefing settimanale odierna.

Questa volta, ha detto ai giornalisti che il rischio di escalation era stato creato dall’agenda politica degli oppositori che, durante la campagna elettorale, hanno parlato del “ritorno di 300.000 Azeri”.

«Chi ha sollevato questa questione sta tentando di intensificare la situazione regionale. Il fatto è che sono burattini nelle mani di coloro che vogliono aggravare la situazione. E abbiamo lavorato affinché la situazione non si intensificasse, e non lo ha fatto», ha sottolineato.

Riassumendo le sue osservazioni, Pashinyan ha ripetuto la sua nota affermazione: «Non ci sarà guerra; ci sarà la pace.»

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«Non ci siamo spiegati a nessuno» – Pashinyan sulle discussioni di questioni interne con Baku

I giornalisti hanno chiesto se discutere degli affari politici interni dell’Armenia con Baku fosse “umiliante”. La domanda è emersa dopo che il giorno precedente il primo ministro aveva dichiarato in parlamento che, durante l’incontro Grigoryan-Hajiyev, il segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Armenia Armen Grigoryan aveva presentato i risultati delle elezioni all’assistente del presidente azero Hikmet Hajiyev.

Rispondendo ai giornalisti, Pashinyan ha rivelato nuovi dettagli sull’incontro. Innanzitutto ha sottolineato che aveva personalmente incaricato il segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Armenia di contattare il suo omologo azero e di stabilire se fosse necessario un incontro. Ha spiegato l’iniziativa affermando che i circoli esperti di entrambi i paesi avevano osservato «certe tendenze» che indicavano un possibile deterioramento della situazione.

«E noi, nell’adempiere ai nostri doveri, ci occupiamo di gestire la situazione. Non ci siamo spiegati a nessuno. Il lavoro diplomatico con i paesi di tutto il mondo consiste proprio nel spiegare le posizioni reciprocamente,» ha detto.

Secondo Pashinyan, è importante che queste posizioni siano comunicate direttamente dai rappresentanti dei due paesi, anziché trasmesse da terze parti, tramite i media o altri mezzi.

Ha insistito sul fatto che l’Armenia non discute affari politici interni con nessuno.

«Allo stesso tempo, abbiamo condiviso le nostre conclusioni politiche dalle elezioni e la nostra strategia post-elettorale con tutti i nostri partner internazionali senza eccezioni. Questa è una pratica normale. Chiedi se è umiliante. Proseguendo con la tua domanda, potrei dire: “È umiliante essere uno stato?”»

Il primo ministro ha riferito ai giornalisti che tutti i paesi mantengono contatti costanti con i vicini e i partner internazionali, discutendo piani e questioni di interesse comune.

Ritornando all’incontro Grigoryan-Hajiyev, Pashinyan ha aggiunto che erano stati discussi decine di temi, tra cui la gestione della situazione al confine. Ha detto che è stato sollevato anche il tema dei detenuti armeni detenuti a Baku.

Yerevan vox pops: cosa dicono i residenti sulla pace con l’Azerbaijan

Il confine tra Armenia e Azerbaigian è calmo da due anni, senza scambio di fuoco. Entrambe le parti dicono che la pace è stata stabilita. Ma cosa ne pensano i residenti di Yerevan?

Dichiarazione ufficiale sull’incontro Grigoryan-Hajiyev

Lo staff dell’assistente del presidente azero Hikmet Hajiyev e la delegazione che lo accompagna sono arrivati in Armenia attraverso una sezione del confine terrestre delimitata e demarcata.

Secondo la dichiarazione ufficiale, un incontro di lavoro tra le due parti si è svolto nella città di Dilijan il 14 giugno. Durante l’incontro, i partecipanti:

  • hanno discusso questioni relative all’agenda della pace tra Armenia e Azerbaigian;
  • sottolineato l’importanza di proseguire il dialogo bilaterale nel contesto degli sforzi volti a rafforzare la pace e la stabilità a lungo termine nella regione;
  • hanno scambiato pareri su misure per costruire fiducia reciproca tra le società civili dei due paesi.

«Armen Grigoryan e Hikmet Hajiyev hanno deciso di mantenere contatti a livello di lavoro confermando che il prossimo incontro si terrà in Azerbaijan,» si legge nel comunicato stampa.

‘On security, we are in the same boat’: Armenian experts on visit to Azerbaijan

I partecipanti all’iniziativa Peace Bridge sono tornati a Yerevan e hanno condiviso le loro impressioni con i giornalisti dopo il viaggio a Gabala e gli incontri con i partner azero

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Jerevan: l’ambasciatore Ferranti inaugura la Conferenza Internazionale HEACOSS 2026 (Aise 18.06.26)

JEREVAN\ aise\ – Si è aperta lunedì, 15 giugno, a Jerevan la Conferenza Internazionale High Energy Astrophysics and Cosmology in the Era of All-Sky Surveys (HEACOSS 2026), appuntamento scientifico dedicato ai più recenti progressi nel campo dell’astrofisica, della cosmologia e dell’astronomia.
La Conferenza, in programma sino a domani, 19 giugno, presso la Nairi Conference Hall dell’Ani Hotel di Jerevan, è organizzata congiuntamente dall’ICRANet (International Center for Relativistic Astrophysics Network) Armenia e dall’Ambasciata d’Italia, con il sostegno del Comitato per l’Istruzione Superiore e la Scienza della Repubblica d’Armenia. L’iniziativa si inserisce nel quadro della IX Giornata della Ricerca Italiana nel Mondo e conferma il comune impegno di Italia e Armenia nella promozione della cooperazione scientifica internazionale e della ricerca d’eccellenza.
HEACOSS 2026 riunisce oltre 100 ricercatori provenienti da Università, Osservatori astronomici e Istituti di ricerca di 20 Paesi dell’Europa, dell’Asia, del Medio Oriente e delle Americhe. Obiettivo del simposio è favorire il confronto scientifico e approfondire le opportunità e le sfide derivanti dalla crescente disponibilità di dati provenienti dall’intero spettro elettromagnetico e da nuove finestre osservative dell’Universo.
La Conferenza intende dunque offrire una piattaforma privilegiata per la presentazione di risultati scientifici recenti, la discussione dei futuri sviluppi teorici e il rafforzamento della cooperazione internazionale, favorendo nuove collaborazioni e contribuendo ad ampliare la comprensione dei fenomeni cosmici.
L’ambasciatore Alessandro Ferranti ha aperto i lavori rivolgendo un caloroso benvenuto ai ricercatori e agli scienziati presenti ed esprimendo il proprio apprezzamento al Comitato Organizzatore e, in particolare, al direttore di ICRANet Armenia, Narek Sahakyan.
Nel suo intervento, l’ambasciatore Ferranti ha sottolineato il ruolo centrale svolto da ICRANet nella promozione della ricerca nel campo dell’astrofisica relativistica e nel rafforzamento del dialogo tra comunità scientifiche di tutto il mondo. Fin dalla sua fondazione, l’Organizzazione ha infatti contribuito in maniera significativa allo sviluppo della collaborazione scientifica tra Italia e Armenia, Paesi fondatori, creando preziose opportunità di cooperazione, formazione e scambio per ricercatori e Istituzioni.
L’ambasciatore ha inoltre evidenziato come la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica costituiscano un linguaggio universale capace di unire popoli e nazioni nella comune aspirazione alla conoscenza e al progresso. In questa prospettiva, la diplomazia scientifica rappresenta uno strumento essenziale per consolidare i rapporti bilaterali e promuovere una crescita condivisa fondata sullo scambio di competenze e sull’eccellenza accademica.
Richiamando la lunga tradizione scientifica italiana nei campi dell’astronomia e della fisica, Ferranti ha infine ricordato il contributo dell’Italia alle più avanzate infrastrutture di ricerca europee, tra cui l’Einstein Telescope (ET), il futuro osservatorio sotterraneo di terza generazione dedicato allo studio delle onde gravitazionali, destinato ad aprire nuove prospettive nella comprensione dell’Universo e nella verifica delle previsioni della teoria della relatività generale di Albert Einstein. L’Italia punta a poter ospitare la costruzione di questo avanzato interferometro in Sardegna, nel sito di Sos Enattos a Lula (Nuoro).
Nel corso della settimana, i partecipanti affronteranno alcuni dei temi più avanzati dell’astrofisica contemporanea, tra cui la fisica degli oggetti compatti, la formazione e l’evoluzione dei buchi neri super-massicci, l’astronomia dei neutrini e delle onde gravitazionali, i raggi cosmici di energia ultra elevata, nonché le applicazioni del machine learning e dei metodi data-intensive alla ricerca dell’astronomia multi-messaggera.
Numerosa la partecipazione di relatori provenienti da Istituzioni italiane, tra cui Remo Ruffini di ICRANet Italia, Luca Izzo dell’INAF, Massimo Della Valle e Demetrio Magrin dell’INAF – Osservatorio Astronomico di Padova, Michele Doro dell’Università di Padova e Giorgio Matt dell’Università Roma Tre.
La Conferenza rappresenta un’importante occasione di confronto tra studiosi provenienti da discipline e Paesi diversi e testimonia il valore della cooperazione internazionale nell’affrontare le grandi sfide scientifiche del nostro tempo. Attraverso iniziative come HEACOSS 2026, valorizzando le prospettive di collaborazione in seno all’ICRANet, Italia e Armenia continuano a rafforzare il proprio partenariato anche grazie alla diplomazia scientifica, contribuendo allo sviluppo della conoscenza e alla formazione delle future generazioni di ricercatori. (aise) 

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Armenia, la vittoria dimezzata di Pashinyan e il nuovo bivio del Caucaso (Giulio Chinappi) (Faro di Roma 18.06.26)

Armenia, la vittoria dimezzata di Pashinyan e il nuovo bivio del Caucaso
Le elezioni armene del 7 giugno confermano Nikol Pashinyan al potere, ma con
un consenso ridimensionato e due forze di opposizione. Il voto apre una fase
complessa, segnata da pressioni occidentali, contestazioni interne e incertezza
strategica.

Le elezioni legislative armene del 7 giugno hanno confermato Nikol Pashinyan e il suo
partito Contratto Civile (K’aghak’atsiakan paymanagir) alla guida del Paese, ma il
risultato non risponde al trionfo descritto da alcuni media occidentali. Se la maggioranza
resta nelle mani del Primo Ministro, che potrà formare il governo e continuare la linea
politica degli ultimi anni, il voto mostra anche un logoramento evidente del consenso, la
crescita di un’opposizione orientata al mantenimento dei legami con la Russia e una
frattura profonda nella società armena. Il dato più importante, dunque, non è soltanto la vittoria di Pashinyan, ma la natura di questa vittoria: sufficiente per governare,
insufficiente per cancellare le contraddizioni interne e geopolitiche che attraversano
l’Armenia.

Secondo i dati  pubblicati dalla Commissione elettorale centrale armena,
Contratto Civile si è attestato leggermente al di sotto della soglia del 50%, ottenendo la
possibilità di formare autonomamente il governo. Il nuovo blocco di opposizione
Armenia Forte (Uzhegh Hayastan), legato all’imprenditore Samvel Karapetyan, ha
conquistato oltre il 23%, mentre l’Alleanza Armenia (Hayastan dashink’) dell’ex
presidente Robert Kocharyan si è collocata poco sotto il 10%. Le altre formazioni
principali, compreso il Partito Armenia Prospera (Bargavach Hayastan kusakts’ut’yun) di
Gagik Tsarukyan, sono rimaste fuori dal Parlamento, con un risultato leggermente al di
sotto della soglia di sbarramento, fissata al 4%. Questo quadro produce un’Assemblea
nazionale in cui la maggioranza pashinyaniana sopravvive con 64 seggi su 101; al
tempo stesso, il fronte dell’opposizione più favorevole al rapporto con Mosca entra in
Parlamento non come blocco unitario, bensì attraverso due formazioni distinte, Armenia
Forte e Alleanza Armenia.

Questa divisione dell’opposizione, spesso descritta con l’epiteto di “filorussa”, è uno
degli elementi decisivi del voto. Se le forze contrarie alla linea occidentale di Pashinyan
si fossero presentate come un unico polo politico, la pressione sulla maggioranza
sarebbe stata molto più forte. Invece, la rappresentanza parlamentare alternativa al
governo risulta divisa tra due progetti differenti: da un lato, il blocco di Karapetyan, volto a intercettare il malcontento economico e l’esigenza di ricostruire un rapporto
pragmatico con la Russia; dall’altro, l’Alleanza Armenia di Kocharyan, che porta con sé
l’eredità della vecchia classe dirigente e il tema della sicurezza nazionale, ma anche un
bagaglio politico che una parte dell’elettorato continua a guardare con diffidenza.
Pashinyan ha dunque vinto anche perché i suoi avversari non sono riusciti a
trasformare il dissenso in una forza unitaria.

La conferma del Primo Ministro non elimina tuttavia il problema del calo dei consensi.
Rispetto alle precedenti affermazioni, Contratto Civile non appare più come il partito
della mobilitazione popolare e del rinnovamento democratico, ma come una forza di
governo logorata dalla gestione del potere, dalla sconfitta nel Nagorno Karabakh, dalla
crisi dei rapporti con Mosca e dalle tensioni sociali generate dalla nuova collocazione
internazionale del Paese. Pashinyan conserva la maggioranza perché una parte
significativa dell’elettorato teme il ritorno delle vecchie élite e perché il suo discorso
sulla pace con l’Azerbaigian, sulla normalizzazione regionale e sull’apertura verso
l’Occidente continua a essere percepito da molti come una via d’uscita dalla situazione
di stallo. Ma questa maggioranza non cancella il fatto che l’altra metà del Paese non si
riconosce nella traiettoria impressa dal governo.

L’Armenia, dunque, ha scelto di non interrompere bruscamente il percorso di
Pashinyan, ma non gli ha consegnato un mandato plebiscitario per trasformare senza
resistenze la collocazione storica del Paese. Il Primo Ministro vuole continuare ad
avvicinarsi all’Unione Europea, rafforzare il partenariato con gli Stati Uniti, ridurre la
dipendenza militare e diplomatica da Mosca, e al tempo stesso mantenere, almeno per
ora, l’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica. È una linea che pretende di
tenere insieme elementi difficilmente compatibili: benefici economici derivanti dallo
spazio eurasiatico, protezione politica occidentale, normalizzazione con l’Azerbaigian e
ridefinizione dell’identità strategica armena.

Dal canto suo, Mosca ha fatto sapere più volte che l’Armenia non può pensare di
appartenere simultaneamente a due spazi economici e normativi incompatibili.
L’esempio utilizzato dal vicepremier russo Aleksej Overčuk, quello della produzione di
marmellata secondo standard europei o eurasiatici, è volutamente semplice ma
efficace: un Paese deve sapere quali regole tecniche, doganali, commerciali e
linguistiche applicare alla propria economia. Se Erevan intende davvero procedere
verso l’Unione Europea, dovrà prima o poi decidere se restare nello spazio eurasiatico
oppure abbandonarlo, con tutte le conseguenze sul commercio, sull’energia,
sull’industria e sull’agricoltura.

Il voto del 7 giugno, quindi, non chiude il dilemma. Pashinyan ha ottenuto i numeri per
governare, ma non dispone di una maggioranza costituzionale tale da trasformare
senza ostacoli l’architettura istituzionale armena. Questo punto è fondamentale, perché
la pace con l’Azerbaigian e la piena normalizzazione regionale potrebbero richiedere
modifiche costituzionali sensibili, in particolare sui riferimenti al Nagorno Karabakh
come parte integrante del territorio armeno. La maggioranza di governo potrà procedere
nella sua agenda, ma dovrà farlo in un Parlamento dove l’opposizione, pur divisa,
dispone di una presenza significativa e potrà contestare ogni passaggio percepito come
una resa strategica.

Le contestazioni dell’opposizione confermano la fragilità politica del risultato. Robert
Kocharyan, in particolare, ha annunciato l’intenzione di fare ricorso sull’esito del voto,
denunciando pressioni delle autorità, arresti di attivisti, uso improprio delle risorse
amministrative e irregolarità. Anche il blocco di Karapetyan ha messo in dubbio che i
dati ufficiali riflettano pienamente la situazione reale. A queste accuse si aggiungono le
osservazioni sul clima della campagna elettorale: secondo il rapporto preliminare
dell’OSCE, Pashinyan avrebbe utilizzato un linguaggio offensivo e infiammatorio,
arrivando in alcuni casi a minacciare pubblicamente candidati dell’opposizione con
indagini e nazionalizzazioni. La stessa campagna online è stata descritta come divisiva,
dominata da attacchi personali e toni aggressivi.

Questo elemento è particolarmente importante perché smonta la narrazione
semplicistica diffusa da buona parte dell’apparato mediatico occidentale. La stampa e le
cancellerie occidentali hanno presentato il voto armeno quasi esclusivamente come uno
scontro tra “democrazia europea” e “influenza russa”, tra futuro liberale e passato post-
sovietico, tra apertura e restaurazione. In questa cornice, ogni critica a Pashinyan è
stata facilmente ricondotta alla mano di Mosca, mentre le pressioni occidentali sono
state normalizzate come semplice “sostegno alla democrazia”. È la stessa logica già
vista in altri Paesi dello spazio post-sovietico: quando il candidato gradito a Bruxelles e
Washington vince, il processo è democratico; quando emergono opposizioni contrarie
alla linea euroatlantica, esse vengono rapidamente sospettate di essere strumenti
dell’influenza russa.

Eppure, proprio il processo elettorale armeno mostra quanto questa lettura sia distorta.
Pochi giorni prima del voto, Donald Trump ha espresso pubblicamente il proprio
sostegno a Pashinyan, definendolo un leader amico e collegando la sua rielezione a
progetti strategici statunitensi nel Caucaso meridionale, compresa la cosiddetta Trump
Route for International Peace and Prosperity. Lungi dal rappresentare un dettaglio
simbolico, quando il Presidente degli Stati Uniti interviene apertamente a favore di un
candidato in una consultazione straniera, non siamo di fronte a un semplice commento
diplomatico, ma a un atto politico che orienta la percezione del voto e rafforza la
posizione internazionale del leader sostenuto. Se un gesto analogo fosse stato
compiuto da Mosca nei confronti dell’opposizione armena, del resto, la stampa
occidentale lo avrebbe immediatamente definito come una grave ingerenza.
Come se non bastasse, secondo Le Journal du Dimanche, i servizi francesi avrebbero
aiutato le autorità armene a bloccare o filtrare online contenuti critici verso il governo e

verso Pashinyan prima del voto. La gestione della narrazione digitale, il controllo dei
contenuti ostili, la selezione di ciò che viene presentato come informazione legittima o
come “disinformazione” sono ormai parte integrante delle campagne elettorali nei Paesi
collocati lungo le linee di frattura geopolitica. La propaganda mediatica occidentale non
agisce solo attraverso editoriali e servizi televisivi, ma anche attraverso il linguaggio
della sicurezza informativa, della lotta alle interferenze e della protezione della
democrazia. Così, ciò che nel caso russo viene denunciato come manipolazione, nel
caso occidentale viene ribattezzato “supporto a un partner affidabile”.

La vittoria di Pashinyan, quindi, è anche il prodotto di un ambiente internazionale
favorevole. Washington, Parigi e Bruxelles hanno interesse a consolidare
l’allontanamento dell’Armenia dalla Russia, non tanto per amore astratto della sovranità
armena, quanto per ridisegnare gli equilibri del Caucaso meridionale. L’Armenia, del
resto, occupa una posizione strategica tra Russia, Turchia, Iran e Azerbaigian: il suo
sganciamento progressivo dallo spazio eurasiatico permetterebbe all’Occidente di
aprire un nuovo varco in una regione storicamente complessa, ridurre l’influenza russa
e iraniana, e collegare i dossier energetici, logistici e minerari a una nuova architettura
regionale. In questo quadro, Pashinyan non è soltanto il leader di un piccolo Paese
caucasico, ma il perno di una possibile riconfigurazione geopolitica.

Tuttavia, la posizione geografica e la dipendenza economica nei confronti della Russia
restano elementi che l’esecutivo di Erevan dovrà necessariamente continuare a
prendere in considerazione. L’Unione Europea non può sostituire rapidamente il
mercato russo, né garantire all’Armenia sicurezza militare reale in caso di nuova crisi.
Gli Stati Uniti possono sostenere Pashinyan sul piano politico e investire in corridoi
strategici, ma difficilmente offriranno garanzie paragonabili a quelle che Erevan aveva
cercato nello spazio post-sovietico. Il rischio è che l’Armenia perda gradualmente i
vantaggi concreti del rapporto con la Russia senza ottenere in cambio una protezione
effettiva dall’Occidente. È lo scenario che alcuni analisti russi hanno paragonato alla
Moldavia: una rottura progressiva con Mosca, accompagnata da vaghe promesse
europee, tensioni sociali e vulnerabilità economica.

Per questo, la conferma di Pashinyan non rappresenta la fine della partita, ma l’inizio di
una nuova fase. Il Primo Ministro dispone dei numeri per governare, ma non della forza
storica per chiudere definitivamente il rapporto con la Russia senza pagarne il prezzo.
L’opposizione dispone di consensi significativi, ma non dell’unità necessaria per
proporre un’alternativa immediata. L’Occidente dispone di influenza mediatica,
diplomatica e finanziaria, ma non necessariamente della capacità di garantire
all’Armenia stabilità e sicurezza. La Russia conserva leve economiche e storiche, ma
deve fare i conti con una società armena profondamente segnata dagli eventi degli
ultimi anni. Il futuro politico armeno sarà deciso proprio da questa tensione: tra
sovranità dichiarata e nuove dipendenze, tra pace promessa e concessioni dolorose, tra
memoria storica eurasiatica e miraggio euroatlantico. La conferma di Pashinyan non
risolve il dilemma armeno; lo rende soltanto più urgente.

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Armenia, la vittoria dimezzata di Pashinyan e il nuovo bivio del Caucaso (Marx21)

Serj Tankian dei System of a Down si racconta: musica, Armenia e impegno civile (Blastingnews 17.06.26)

Serj Tankian dei System of a Down si racconta: la sua autobiografia svela vita, carriera e impegno civile

L’autobiografia di Serj Tankian, voce e fondatore dei System of a Down, è ora disponibile nelle librerie italiane. Intitolata “Down With the System. Un rivoluzionario con il cuore in Armenia”, l’opera offre una prospettiva inedita sulla carriera e la vita di Tankian, figura centrale nel panorama del rock internazionale. Il volume, pubblicato in Italia da HarperCollins, giunge dopo oltre vent’anni di attività della band, il cui impatto artistico e sociale è stato significativo a livello mondiale e, in particolare, per la diaspora armena, di cui Tankian è spesso portavoce.

Il libro ripercorre la storia dei System of a Down, dalla loro fondazione al successo planetario raggiunto tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, grazie ad album che hanno segnato il genere metal alternativo. Tra questi spicca “Toxicity”. L’autobiografia non si limita a narrare l’ascesa musicale, ma si concentra anche sul profondo legame di Tankian con l’Armenia, sua madrepatria, e sul suo costante impegno per le cause civili e umanitarie. Tankian stesso sottolinea nell’opera la vocazione “rivoluzionaria” della loro musica e delle loro posizioni pubbliche: “Nella nostra musica abbiamo sempre cercato una voce di protesta e di cambiamento”.

Serj Tankian: Musica, Attivismo e Identità

L’autobiografia di Tankian è un intreccio di esperienze personali, testimonianze artistiche e riflessioni politiche.

Il musicista condivide i suoi ricordi, dalla nascita a Beirut nel 1967 e la successiva migrazione negli Stati Uniti, fino alla fondazione e allo sviluppo dei System of a Down con Daron Malakian, Shavo Odadjian e John Dolmayan. L’opera esplora il ruolo cruciale del gruppo nel denunciare le ingiustizie sociali e nel mantenere viva la memoria del genocidio armeno, tematica centrale nei testi e nelle iniziative della band. Tankian descrive la musica come un potente veicolo per sensibilizzare il pubblico su temi universali, dichiarando: “Essere musicista significa anche assumersi la responsabilità di ciò che si comunica”.

Oltre alla narrazione legata all’attività musicale, il volume evidenzia l’impegno di Tankian per i diritti umani e per la promozione della cultura armena.

L’autobiografia si configura come una testimonianza diretta di come arte e politica possano fondersi nel percorso di un artista contemporaneo. L’uscita del libro è un evento atteso non solo dai fan della band, ma anche da coloro che desiderano approfondire le dinamiche tra espressione artistica e attivismo sociale.

L’Eredità dei System of a Down e il Messaggio Culturale Armeno

Fondata a Los Angeles a metà degli anni Novanta, la band System of a Down è universalmente riconosciuta come una delle realtà più influenti dell’alternative metal contemporaneo. Con uno stile distintivo che amalgama elementi metal, folk e rock, il gruppo ha pubblicato cinque album in studio, vendendo milioni di copie in tutto il mondo.

La loro carriera è stata contraddistinta da una profonda attenzione a temi politici, sociali e storici, con un focus particolare sulla realtà armena. Tankian, da sempre attivo nella sensibilizzazione sulla questione del genocidio armeno e nella difesa dell’identità della diaspora, ha parallelamente sviluppato numerosi progetti da solista e collaborazioni internazionali.

L’Italia, con la sua vivace comunità armena, specialmente tra Venezia e Milano, rappresenta un crocevia importante per la diffusione del messaggio culturale e musicale promosso dalla band. L’autobiografia di Tankian offre ai lettori italiani un’opportunità unica per avvicinarsi direttamente alla figura del musicista e al valore della memoria storica e dell’identità armena. Il libro si presenta come una risorsa fondamentale per comprendere il connubio tra arte, storia e impegno civile.

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L’Armenia sceglie la pace (Cittanuova 17.06.26)

Le elezioni politiche dell’Armenia – piccola repubblica del Caucaso – si sono svolte il 7 giugno scorso. Il partito centrista Contratto Civile ha ottenuto il 49,81% dei voti, il blocco di opposizione filorusso il 23,29%. Gli armeni hanno scelto la prospettiva europeista e una certa distanza da Mosca. Soprattutto, hanno scelto di “istituzionalizzare la pace” con l’Azerbaigian, dopo la guerra di 3 anni fa

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan vota alle elezioni parlamentari in un seggio di Erevan, Armenia, 7 giugno 2026. Credit: ANSA/EPA/PHOTOLURE.
Domenica 7 giugno in Armenia ci sono state le elezioni parlamentari. È una notizia che certamente è circolata, ma per molti è un’informazione difficilmente inquadrabile nel contesto dell’Armenia e della sua storia. Personalmente, avendo conosciuto in Medio Oriente numerosi armeni della diaspora, ho cercato di approfondire. Si tratta di una notizia importante e che, in questi tempi cupi di guerre che sembrano inestinguibili, apre un orizzonte di speranza, per quanto fragile.

A spoglio ultimato, dunque, il partito centrista Contratto Civile del primo ministro uscente Nikol Pashinyan ha ottenuto il 49,81% dei voti, il blocco di opposizione filorusso il 23,29%. Con Pashinyan gli armeni hanno scelto la prospettiva europeista e una certa distanza da Mosca senza però tagliare del tutto i rapporti (Russia permettendo, nonostante tutto). Soprattutto, la linea che ha prevalso è una non facile rinuncia al Nagorno-Karabakh per puntare allo sviluppo dei rapporti con Azerbaigian e Turchia. A questo proposito, Pashinyan ha dichiarato che Erevan vuole “istituzionalizzare la pace” con Baku e aprire rapporti pacifici con la Turchia, che ha sempre sostenuto gli azeri. La questione del Nagorno-Karabakh (regione abitata prevalentemente da armeni ma situata in un’enclave dentro i confini azeri) pesava da un secolo nei rapporti fra le due popolazioni e più tardi repubbliche. Dopo la conquista azera di tre anni fa, con le armi, almeno 100mila armeni hanno abbandonato il nativo Nagorno-Karabakh.

L’Armenia (come l’Azerbaigian) ha fatto parte per molti decenni dell’Unione Sovietica, rendendosi indipendente solo nel 1991, per poi rimanere comunque nell’orbita russa. La repubblica armena è un piccolo Paese del Caucaso, poco più grande della Sicilia, ha tre milioni di abitanti ed è quasi totalmente montuoso. Ma l’Armenia storica, molto più grande dell’attuale repubblica caucasica (comprendeva tutta la parte centro-orientale dell’attuale Turchia), ha un glorioso passato che si perde nella notte dei tempi. Prima nazione cristiana, fin dal 301, negli ultimi 1.000 anni raramente è stata libera. Per oltre 4 secoli è stata contesa fra l’Impero Ottomano e quello Persiano. In tempi a noi più vicini, sono note le drammatiche vicende dei primi due decenni del XX secolo che videro lo sgretolamento dell’Impero Ottomano e il sofferto affermarsi della Repubblica di Turchia, che nacque combattendo contro le potenze coloniali vincitrici del I conflitto mondiale (1914-1918), soprattutto Regno Unito e Francia, dopo la messa fuori gioco dell’Impero Russo al tempo della Rivoluzione (1917) che porterà alla nascita dell’Unione Sovietica. Sono gli anni di quello che è stato chiamato lo sterminio o il genocidio degli armeni avvenuto fra il 1915 e il 1923 in diverse fasi.

Il genocidio fu programmato e voluto dai cosiddetti “Giovani Turchi”, militari che dal 1915 controllavano il governo dell’Impero Ottomano. Lo scopo era la cancellazione della presenza armena nell’Anatolia orientale, la patria storica degli armeni. L’atto primo della tragedia avvenne il 24 aprile 1915 a Istanbul: i militari arrestarono 230 uomini: intellettuali, medici, avvocati, religiosi e giornalisti armeni. Vennero tutti eliminati. Seguì l’arresto, la deportazione e lo sterminio della maggior parte dei maschi armeni fra 15 e 60 anni (circa 800 mila), considerati un pericolo a causa di loro vere o presunte simpatie per la Russia (all’epoca ancora zarista), che era alleata con Francia e Regno Unito (Triplice Intesa). Mentre l’Impero Ottomano era schierato con Austria e Germania.

Nel 1916 ci fu la seconda fase del genocidio: la deportazione della restante popolazione armena, composta a questo punto per il 90% da donne, bambini e anziani. Molte donne vennero costrette a sposare turchi o turcomanni e molti bambini affidati a famiglie musulmane. Tanti gli anziani uccisi. Gli altri vennero costretti a camminare nel deserto verso sud, praticamente senza cibo né acqua. La fame, la sete, le epidemie e la violenza provocarono una mortalità elevatissima. Ben pochi arrivarono a Deir-Ez-Zor, in Siria. Si calcola che complessivamente vennero uccisi fra 1,5 e 3 milioni di armeni. I superstiti ripararono come poterono, nella neonata Repubblica d’Armenia (protetta dai russi ormai divenuti sovietici), in Egitto, Siria, Libano, Palestina e Iran. Ma anche in Europa, Canada e Stati Uniti, dove oggi vive la più grande comunità armena della diaspora, oltre un milione di discendenti.

Tra i martiri della prima ora è d’obbligo ricordare l’arcivescovo armeno-cattolico (una chiesa nata nel 1742 dalla Chiesa nazionale armena) di Mardin: Choukrallah Ignazio Maloyan (1869-1915). Monsignor Maloyan aveva studiato in Libano (a Bzommar, sede ancora oggi del Patriarcato di Cilicia degli armeni), era diventato sacerdote nel 1896 e vescovo nel 1911. L’11 giugno 1915, dopo essere stato torturato e aver rifiutato più volte di convertirsi all’islam, era stato freddato con un colpo di pistola alla nuca a Kara-Kenpru vicino a Diyarbakir, in Turchia. È stato beatificato nel 2001 da Giovanni Paolo II e dichiarato santo da papa Leone XIV il 19 ottobre 2025.

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Armenia, la fine degli oligarchi? Intervista a Yulia Antonyan (Osservatorio Valcani e Caucaso 16.06.26)

Le recenti elezioni in Armenia hanno riconfermato, alla guida del paese, Nikol Pashinyan, leader del partito Contratto Civico, salito al potere grazie alle proteste popolari del 2018 (la cosiddetta “Rivoluzione di Velluto”). Si tratta sotto diversi aspetti della prosecuzione di un conflitto interno fra nuove generazioni impegnate in politica e classi oligarchiche formatesi nelle prime fasi del periodo post-indipendenza.

Abbiamo intervistato Yulia Antonyan, docente presso l’Università Statale di Yerevan e curatrice del libro Elites and “Elites”: Transformations of Social Structures in Post-Soviet Armenia and Georgia (“Élite” ed ‘élite’: Trasformazioni delle strutture sociali nell’Armenia e nella Georgia post-sovietiche) che descrive la traiettoria del fenomeno.

Come si è formata la classe oligarchica armena nel periodo post-indipendenza?

Intanto va premesso che la parola “oligarca” indica solitamente un individuo che aggrega nelle proprie mani potere sia economico che politico. Qui in Armenia il termine si è diffuso tantissimo presso la popolazione soprattutto negli anni Duemila e negli anni Dieci e tendenzialmente comprendeva chiunque potesse esercitare una certa influenza sulla vita politica del paese.

A ogni modo la formazione della nostra classe oligarchica è iniziata negli anni Novanta con il crollo dell’Urss, che ha portato a una classica situazione di anomia per come la definisce il sociologo Émile Durkheim. Una situazione, cioè, in cui le istituzioni statali esistono solo nominalmente, senza esercitare un reale controllo sui processi in corso. Così, si sono determinati due principali percorsi di acquisizione illecita di potere: da un lato, la conquista di monopoli aziendali, messa a punto da gruppi criminali che esistevano già prima dell’indipendenza; dall’altro, la cattura di un vasto patrimonio da parte della vecchia nomenklatura sovietica, che poteva vantare una posizione privilegiata in tal senso.

Va detto che nel primo caso figure e cerchie criminali sono state disgraziatamente elevate al rango di eroi, perché viste come soggetti che prima si opponevano al potere sovietico – ma non ci si è posti alcuni domanda sulla liceità e moralità delle loro azioni, prendendoli invece come soggetti da rispettare e da ascoltare. Nel secondo caso è interessante specificare che i vertici della vecchia struttura statale in realtà sono subito emigrati, chi in Russia o magari negli Stati Uniti (grazie anche agli appoggi della numerosissima diaspora armena). A mettere le mani su aziende e beni statali sono stati quadri intermedi o bassi delle gerarchie di potere precedenti.

Nelle sue ricerche parla di “neo-feudalesimo”…

Sì, questi due blocchi oligarchici già dagli anni Novanta hanno iniziato a parlarsi e in qualche modo ad accordarsi fra loro. Monopolio delle risorse economiche e monopolio del potere politico sono venuti a patti. Ma il punto è che, sorprendentemente, in Armenia – a differenza di quanto è successo in Russia, in Georgia o in centro-Asia – non è mai emersa una figura che spiccasse sopra tutti e a cui tutti rispondessero, come si trattasse di un re o di un impero. La concentrazione di potere si è sempre limitata a livello di vari “feudi” regionali, in cui gli altri non avevano diritto di parola. Non è mai apparso qualcuno come l’oligarca georgiano Bidzina Ivanishvili, per esempio, che controlla l’80% delle attività del paese (ed è solo indirettamente impegnato in politica).

In queste dinamiche, un ruolo molto importante lo hanno giocato le guerre del Nagorno Karabakh. Tanti hanno fatto soldi e acquisito influenza attraverso il conflitto. Parallelamente, si è sviluppata una forte dipendenza dalla Russia: soprattutto con la presidenza di Robert Kocharyan (secondo presidente armeno dal 1998 al 2008, e in precedenza presidente del Karabakh, ndr), la più parte delle poche risorse del paese sono state svendute a Mosca – anche perché in questo modo diversi oligarchi armeni hanno potuto contare su una “base d’appoggio” più ampia, e magari si sono trasferiti in Russia costruendosi dei capitali lì.

E il territorio del Karabakh rappresentava anche una leva di influenza nelle mani del Cremlino. Tutti lo sapevano, ma a tutti stava bene perché si era convinti che Mosca avrebbe sempre protetto quell’exclave dalle mire azere. Eppure tutto ciò è finito rovinosamente negli ultimi anni, con l’esodo degli armeni del Karabakh che ora si trovano qui come rifugiati.

La fine delle guerre del Karabakh sta determinando anche il crollo della classe oligarchica armena?

Assolutamente. La Rivoluzione di Velluto del 2018, il movimento di protesta civica che ha portato al potere Pashinyan, è stato principalmente un fenomeno di ribellione anti-oligarchica di quella generazione di 30-40enni che non potevano fare carriera perché vedevano tutti i posti di potere “bloccati”. Il fatto però è che durante i periodi iniziali di governo dell’attuale primo ministro questi gruppi riuscivano a esercitare ancora la propria influenza ed erano ben presenti in parlamento.

Credo che lo stesso Pashinyan non si rendesse conto di quanto profonda fosse la loro presa dentro le istituzioni. Perciò, come spesso si ripete, il processo di riforme e di democratizzazione è andato a rilento ed è stato faticoso, perché dietro le quinte c’era un braccio di ferro fra il primo ministro e la classe oligarchica. Però, appunto, con gli attacchi del 2022 e con la definitiva dissoluzione del Karabakh per mano azera del 2023, si è verificato uno strappo e l’Armenia si è ritrovata libera a sufficienza per iniziare una “pratica di divorzio” dalla propria dipendenza politica dalla Russia e dal proprio passato oligarchico. Non a caso da allora i processi giudiziari e le indagini nei confronti di “figure sospette”, spesso militanti nelle fila dell’opposizione, si sono moltiplicate quasi quotidianamente.

Coinvolgendo anche la Chiesa…

Esattamente. La Chiesa Apostolica Armena si è spesso trovata in un rapporto simbiotico con gli oligarchi locali, fornendo a questi ultimi legittimità morale e ricevendo in cambio disponibilità economica. Tuttavia, quello della religione è un terreno scivoloso: secondo i sondaggi oltre il 96% della popolazione si dice credente, ma il numero dei praticanti è basso. L’Armenia viene vista solitamente come un paese in gran parte secolarizzato.

Tuttavia, il tema è oltremodo divisivo. Io stessa ho partecipato ad assemblee pubbliche tenutesi in seguito alla Rivoluzione di Velluto in cui si è provato a decidere per l’abolizione dell’ora di religione nelle scuole secondarie. Le votazioni finali vedevano una platea spaccata a metà. Il fatto è che quando vengono attaccati membri ecclesiastici, molti percepiscono tali gesti come un attacco ai valori religiosi e non, più prosaicamente, alle irregolarità che vengono a volte commesse da funzionari del clero. Perciò, presumo che anche in questo campo Pashinyan sarà costretto a dimostrarsi prudente.

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Il Cristo più grande del mondo sorgerà in Armenia per rilanciare il turismo religioso (Domusweb 16.06.26)

In un mondo sempre più secolarizzato, l’Armenia sta costruendo la statua di Gesù più alta del mondo. Con i suoi 101 metri di altezza, l’opera monumentale sarà più del doppio del Cristo Redentore di Rio de Janeiro (38 metri) e quasi dieci metri più alta della Statua della Libertà.

L’enorme statua, la cui progettazione e costruzione sono un’iniziativa privata di Gagik Tsarukyan, uno degli uomini più ricchi del paese, sorgerà sul monte Hatis, un vulcano spento alto 2.528 metri nella provincia di Kotayk, a una ventina di chilometri dalla capitale Yerevan.

La scelta del soggetto

La figura di Gesù non è una scelta casuale. Circa il 95% degli armeni appartiene alla Chiesa Apostolica Armena e il paese è considerato la prima nazione al mondo ad aver adottato il cristianesimo come religione di Stato, nel 301 d.C. Il progetto si inserisce quindi in una narrazione identitaria consolidata e contribuisce allo stesso tempo a rafforzare la visibilità internazionale del paese.

Il Cristo di Yerevan. Courtesy jesuschristarmenia.com
Il Cristo di Yerevan ha perfino un sito dedicato, jesuschristarmenia.com, dove si legge che il progetto è “basato sui principi della solidarietà nazionale, dell’unità e dello sviluppo del turismo, per dare nuovo slancio all’economia e presentare l’Armenia al mondo sotto una nuova luce”.

Il progetto

Per arrivare al progetto finale, la fondazione di Tsarukyan ha lanciato una open call a cui hanno risposto più di 300 artisti, dall’Armenia e dall’Artsakh (la denominazione armena per il Nagorno-Karabakh), ma anche dalla Russia, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Francia, dalla Siria e dal Libano.

 L’opera monumentale sarà più del doppio del Cristo Redentore di Rio de Janeiro e nasce per rilanciare l’economia attraverso il turismo religioso.

L’opera vincitrice è stata quella dello scultore armeno Armen Samvelyan. Il suo Cristo sarà costruito in acciaio inossidabile, a simboleggiare la durabilità della fede.

Oltre alla statua, il complesso includerà un museo dedicato alla figura di Cristo, una funivia, negozi, punti ristoro e strutture per il pernottamento.

Il miliardario

Promotore dell’iniziativa è Gagik Tsarukyan, uno degli uomini più ricchi dell’Armenia, presidente del Comitato Olimpico Nazionale dal 2004 e leader del partito di opposizione Armenia Prospera, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 4% dei voti.

Tsarukyan aveva acquisito 146 ettari di terreno sulla montagna già nel 2008 in previsione del progetto. L’enorme complesso, così come il suo mecenate, sono stati al centro di diverse polemiche nel paese.

Il Cristo di Yerevan. Courtesy jesuschristarmenia.com
A partire dalla stessa Chiesa armena che, all’annuncio dell’opera nel 2022, ha sottolineato come l’arte sacra nazionale non abbia una tradizione di sculture monumentali, criticando implicitamente l’iniziativa.

Un percorso travagliato: 2022-2027

Accolto favorevolmente dal governo nel 2022 come possibile volano per il turismo, il progetto si è presto trasformato in un caso nazionale.

La cerimonia inaugurale dei lavori, tenutasi sul Monte Hatis nel luglio 2022, avrebbe infatti danneggiato parti di un’antica fortezza presente sul sito, provocando proteste e polemiche. In seguito, a gennaio 2025, la ministra della Cultura Zhanna Andreasian ha annunciato che il progetto non avrebbe potuto proseguire nel punto in cui sorgeva la fortezza.

Homepage del sito web dedicato al Cristo di Yerevan: jesuschristarmenia.com
Poco è bastato a correggere il tiro: il cantiere per il basamento è stato spostato di qualche centinaio di metri ed è ora pronto a riaprire. La conclusione dei lavori è prevista, almeno per il momento, nel 2027.

Nel frattempo, l’immenso corpo di Cristo, diviso in tre grandi blocchi, giace nel villaggio di Zovuni, sovrastando le case dei residenti, in attesa di essere trasportato in elicottero e assemblato sul basamento in costruzione.

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Il genocidio armeno raccontato da un turco (Libero Quotidiano 16.06.26)

Ci vuole coraggio, e molto, per affrontare qualcosa di talmente mostruoso, disumano, da far vacillare la ragione. Ci vuole coraggio per amare e non farsi travolgere dall’onda dell’odio incontrollato. Non solo a causa della guerra, ma dinanzi a qualcosa di inaudito: la pianificazione dettagliata dell’eliminazione di un popolo e di una cultura. Ci vuole coraggio per raccontare una storia terribile a lungo taciuta e ancora oggi pericolosa per chi vuole darle una voce. Ahmet Altan chiude il suo Quartetto ottomano con il romanzo Ti cerco, amata (appena pubblicato nella traduzione italiana per le Edizioni E/O, pp. 384, euro 21), affrontando questo tema che brucia ancora, con un coraggio ancora più rimarchevole perché si tratta di un autore turco, giornalista e scrittore di grande talento, a lungo detenuto nel suo Paese. Condannato all’ergastolo per la sua attività di oppositore e critico del potere, e per aver affrontato il tabù dello sterminio armeno, il 14 aprile 2021 è stato liberato grazie al vasto movimento di solidarietà sviluppatosi nei suoi confronti. Ha ricevuto nel 2021 il più importante riconoscimento letterario francese per la narrativa straniera, il Prix Femina étranger.

Con le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassino e Signora Vita, la raccolta delle sue memorie difensive dal titolo Tre manifesti per la libertà, oltre ai primi tre volumi del Quartetto ottomano: Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta, La lettera e il pianoforte. Saghe che intrecciano destini familiari personali non ancora abbastanza conosciute in Italia, ma che meritano di stare accanto ai grandi romanzi storici e alle varie epopee che tanto furoreggiano e affollano le classifiche dei bestseller… Sullo sfondo il crollo dell’Impero Ottomano, in quella Istanbul che si trasforma e diventa immensa, una città-mondo. Amori, potere e storia, gli ingredienti di fondo, una narrazione costruita attraverso una scrittura fluida e puntuale, ricca di sfumature e con un tono quasi “solenne”, dal sapore di epopea.

Turchia, 1915: l’impero ottomano è sull’orlo del collasso, minato da sconfitte militari, carestie, instabilità politica. In un clima di grande incertezza ogni potenziale opposizione interna equivale a un male da estirpare subito. A cominciare dagli armeni, milioni dei quali saranno arrestati, deportati e uccisi, fatti scomparire tra le sabbie desolate dei deserti. Quella stessa comunità che è sempre stata riconosciuta come una delle colonne della vita sociale, economica, culturale ottomana. Armena è anche Efronya, capo infermiera all’ospedale tedesco di Istanbul, che ha una relazione appassionata e anticonformista con l’ufficiale dell’esercito turco Ragip Bey. Quando Efronya scompare nel vortice delle deportazioni, Ragip parte per cercarla. Ma non può non interrogarsi sulle nefandezze del potere politico, il silenzio della società e l’oppressione che dominano un impero a cui è totalmente fedele, che incarna tutto ciò in cui credere. Ora è costretto ad attraversare una sorta di inferno dantesco, tra militari ribelli, spie, dissidenti religiosi, legami familiari da recidere o da proteggere, la ricerca di Efronya non è più solo quello della donna amata, ma anche la presa di coscienza del lato più oscuro che si nasconde dietro l’ideale della patria e della lealtà verso le proprie tradizioni.

La deportazione e l’eliminazione degli armeni nei deserti della Siria e della Mesopotamia (avvenute principalmente tra il 1915 e il 1916) rappresentano la fase culminante del genocidio del popolo armeno. Il governo ottomano ha costretto centinaia di migliaia di persone a marce forzate verso l’interno, dove i sopravvissuti saranno rinchiusi in campi di sterminio o lasciati morire di stenti. Gli armeni sono prelevati dai loro villaggi nell’Anatolia e costretti a camminare a piedi per centinaia di chilometri prima di raggiungere le aree desertiche (come la regione di Deir ez-Zor). Durante il tragitto, gli sfollati subiscono continue violenze, saccheggi e omicidi da parte dei soldati che li scortano e da milizie locali. La fame, la sete e le malattie accelerano l’operazione di sterminio, con la decimazione dei deportati. Di questo genocidio si è taciuto per decenni, ancora oggi si fa fatica a parlarne e a riconoscerne la verità storica. La Turchia continua a rifiutare il riconoscimento formale del genocidio del 1915, anzi usare questo termine comporta pesanti ritorsioni. L’opposizione politica e la libertà di stampa subiscono un giro di vite stringente, con limitazioni legali e digitali che colpiscono chiunque contesti la narrazione ufficiale. Il romanzo di Altan, insieme a tutte le sue opere precedenti, non è quindi solo un racconto appassionante, ma possiede il grande valore della testimonianza vissuta, subita, affrontata

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Relazioni Iran-Armenia: Intervista con S.E. Khalil Shirgholami (SpecialeEuroasia 16.06.26)

La recente missione ufficiale di SpecialEurasia a Yerevan in occasione dello Yerevan Dialogue 2026 ha rappresentato un’opportunità unica per confrontarsi direttamente con gli attori regionali in un momento di profonda trasformazione geopolitica.

Nel corso della visita, SpecialEurasia ha incontrato S.E. Khalil Shirgholami, Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Repubblica d’Armenia, la cui prospettiva risulta essenziale per comprendere le dinamiche in evoluzione nel Caucaso Meridionale.

In questa intervista esclusiva, l’Ambasciatore riflette sulla profondità civilizzazionale delle relazioni irano‑armene, sulle ambizioni strategiche alla base del prossimo Comprehensive Strategic Partnership Agreement e sull’impegno condiviso a tutelare la stabilità regionale in un contesto di crescenti pressioni globali. Il rappresentante iraniano affronta inoltre le sfide poste da attori esterni, le realtà che si celano dietro le percezioni internazionali dell’Iran e i corridoi economici che potrebbero ridefinire la connettività dal Golfo Persico al Mar Nero.

Dalle parole di S.E. Shirgholami emerge una visione della cooperazione bilaterale radicata non solo nella diplomazia, ma in un legame culturale millenario che continua a influenzare scelte politiche, strategie economiche e architetture di sicurezza regionale.

Questa conversazione offre una preziosa chiave di lettura su come Teheran ed Yerevan immaginano la loro futura partnership: un rapporto fondato su chiarezza strategica, rispetto reciproco e una determinazione condivisa a garantire pace e prosperità ai rispettivi popoli.

Eccellenza, la diplomazia viene spesso osservata attraverso il prisma tecnico dei trattati e dei confini, ma nella sua essenza, il rapporto tra Iran e Armenia rappresenta un ponte tra due civiltà millenarie che hanno convissuto e si sono arricchite a vicenda nel corso dei secoli. In un’epoca di rapidi cambiamenti globali e di pressioni esterne, Teheran come intende valorizzare questa profonda eredità storica e culturale per garantire che i legami bilaterali rimangano non soltanto una necessità politica, ma un esempio vivente di solidarietà civilizzazionale per l’intera regione?

“Come ha giustamente osservato, le relazioni tra i paesi possono fondarsi su logiche diverse: una logica di natura convenzionale e pattizia, oppure una logica di carattere civilizzazionale e culturale. Le relazioni tra Iran e Armenia si radicano, come ha esattamente indicato, in un legame civilizzazionale e culturale tra i due popoli, che affonda le proprie radici in un passato remoto.

Questo legame civilizzazionale eleva le relazioni al di sopra di meri interessi contingenti o di breve periodo, creando vincoli e motivazioni che conferiscono profondità e spessore al rapporto. Le relazioni si dispiegano così all’interno di un contesto storico e di civiltà che può costituire un modello per i rapporti dell’Iran con gli altri paesi della regione, inclusi quelli del Caucaso meridionale.

Inoltre, tale solidarietà storico-culturale si traduce in una maggiore capacità di integrazione e cooperazione, garantendo che gli interessi reciproci di entrambe le parti (i due popoli e le nazioni chiamate a collaborare) vengano perseguiti con maggiore profondità all’interno di questo contesto, producendo in ultima analisi benefici duraturi per entrambi.”.

Eccellenza, Iran e Armenia condividono un confine che non soltanto si è mantenuto nel corso dei secoli, ma ha prosperato creando stabilità in un contesto regionale turbolento. Mentre entrambe le nazioni si apprestano a sottoscrivere un Accordo di Partenariato Strategico Globale nel 2026, come immagina che questo documento possa far evolvere il rapporto da una semplice “vicinanza solidale” verso una vera e propria alleanza strategica integrata per i prossimi cinquant’anni?

“Le relazioni tra Iran e Armenia sono speciali e distinte; possiedono molteplici dimensioni e si sviluppano attraverso canali differenti. Al contempo, abbiamo raggiunto una fase di maturità nel nostro rapporto che rende necessario un documento capace di definire tali relazioni in una prospettiva di lungo periodo e strategica e, di fatto, di istituzionalizzarle.

Il Documento di Partenariato Strategico Globale è in fase di elaborazione con questo preciso obiettivo: fungere da tabella di marcia per le relazioni nei decenni a venire. Esso si propone di definire le varie dimensioni del rapporto attraverso una visione di lungo respiro e di carattere strategico, affinché i politici e gli uomini di stato di entrambi i paesi abbiano contezza di quale sia la rotta da seguire, il percorso guida e le finalità ambiziose che ci attendono nel prosieguo delle relazioni irano-armene. Le relazioni potranno così trascendere il semplice legame di vicinato e approdare a una struttura fondata sul pensiero strategico, definendo in modo duraturo tutte le dimensioni del rapporto.”.

L’Iran ha dichiarato con fermezza le proprie “linee rosse”” riguardo ai mutamenti geopolitici e alla sovranità dei confini nel Caucaso meridionale. Nel contesto dell’iniziativa promossa dall’amministrazione Pashinyan definita “Crocevia della Pace”, come possono Armenia e Iran garantire che le nuove rotte di transito rimangano strumenti di prosperità regionale, anziché trasformarsi in teatri di influenza di potenze esterne che non necessariamente condividono gli interessi della regione?

“Sì, l’Iran ha dichiarato in precedenza e con chiarezza la propria linea rossa riguardo a qualsiasi mutamento geopolitico e dei confini nella regione del Caucaso meridionale. Qualsiasi iniziativa destinata ad essere attuata nella regione deve riconoscere l’importante realtà che i cambiamenti geopolitici e delle frontiere sono inaccettabili.

La presenza di attori non locali ed esterni nella regione, unitamente agli obiettivi e agli interessi che essi perseguono, non conduce necessariamente alla pace, alla prosperità e allo sviluppo. Al contrario, può trasformare quest’area in un terreno di competizioni distruttive e negative, generando profonde fratture tra gli attori e i paesi della regione.

Pertanto, nell’ambito di qualsiasi iniziativa concernente il transito e i corridoi nella regione, è necessario riconoscere le realtà esistenti, tenere nella debita considerazione gli interessi degli attori intraregionali e definire con chiarezza la cooperazione di questi ultimi nei programmi di sviluppo, anche nel campo del transito e della connettività.

Occorre inoltre prevenire la possibilità che attori extraregionali sfruttino le opportunità emerse di recente per scopi di carattere securitario. Questa è la linea rossa dell’Iran.

Al contempo, pur ritenendo che una maggiore apertura e connettività possa contribuire allo sviluppo della regione del Caucaso meridionale, Teheran mantiene con fermezza che tali considerazioni di primaria importanza debbano essere assolutamente tenute in conto.”.

L’Iran è spesso ritratto attraverso una lente molto specifica nei media occidentali, eppure la sua presenza diplomatica a Yerevan suggerisce una politica di pragmatismo e di integrazione regionale. In qualità di diplomatico di carriera, come gestisce il divario tra queste percezioni internazionali e la realtà concreta della cooperazione amichevole irano-armena?

“La realtà è che campagne di disinformazione e percezioni distorte riguardanti l’Iran sono in corso da lungo tempo e persistono tuttora. Le realtà dell’Iran e le realtà delle sue politiche sono state ignorate. Nel contesto delle relazioni del nostro Paese con l’Armenia, che Lei ha giustamente caratterizzato come improntate al pragmatismo e all’impegno per l’integrazione regionale, la realtà è che Teheran adotta il medesimo approccio nei confronti di tutti i suoi vicini.

La politica di buon vicinato costituisce il pilastro centrale della politica estera iraniana. Le percezioni distorte di altri, o i loro interessi illegittimi nel creare divisioni regionali e seminare discordia tra gli attori della regione, rappresentano purtroppo un fenomeno nefasto e negativo che ha acuito le fratture e generato problemi e sfide tra i paesi.

Le relazioni irano-armene si fondano su basi concrete: i legami storici e civilizzazionali, gli interessi strategici e i benefici dei due popoli, nonché la geopolitica, ovvero gli imperativi e le opportunità imposte dalla nostra collocazione geografica e caratteristica territoriale. Indipendentemente da ciò che altri possano percepire al riguardo, questa traiettoria continua a svilupparsi e disponiamo di piani ambiziosi per approfondirla ulteriormente in futuro.”.

Con un’economia globale che fronteggia un’elevata volatilità a causa dei recenti conflitti, il Corridoio di Trasporto Internazionale Nord-Sud e gli scambi gas-elettricità sono diventati arterie vitali. Nel corso degli Yerevan Dialogue 2025 è stata altresì messa in risalto la proposta di un corridoio di transito che colleghi l’Iran al Mar Nero attraverso l’Armenia. Al di là di questi progetti già in corso, quali nuove frontiere di cooperazione economica ritiene possano rendere il partenariato armeno-iraniano più resiliente di fronte alle pressioni economiche esterne?

«Sì, esistono significative potenzialità tra Iran e Armenia che non sono ancora state attivate e che potrebbero essere inserite nell’agenda dei due paesi. Una delle più importanti, nell’ambito dello sblocco delle rotte in direzione sia Est-Ovest che Nord-Sud, è la possibilità di un collegamento ferroviario dall’Iran attraverso la rotta di Jolfa, passando per il Nakhchivan fino a Yerevan in Armenia, con proseguimento verso la Georgia e i porti del Mar Nero. Ciò potrebbe creare un’enorme capacità come uno dei rami del Corridoio Nord-Sud, consentendo il collegamento del Golfo Persico e del Mare di Oman al Mar Nero.

L’India ha siglato un accordo di libero scambio con l’Unione Europea, che nel suo insieme rappresenta una popolazione di due miliardi di persone, e la capacità di transito di Iran, Armenia e Georgia può coprire una quota sostanziale di questo commercio. Pertanto, qualora si riuscisse ad attivare questa capacità di transito tra Iran, Armenia e Georgia, ne deriverebbero enormi benefici per tutti e tre i paesi.

Alcune delle pressioni economiche o delle sanzioni economiche illegittime contro l’Iran esistono e persistono da decenni; tuttavia, i paesi della regione hanno nel contempo raggiunto un nuovo livello di consapevolezza e maturità, comprendendo che devono perseguire gli interessi dei propri popoli in modo indipendente dalle pressioni dell’uno o dell’altro attore, e adoperarsi per conseguire il massimo vantaggio per i propri paesi.”.

Alla luce del trauma dei conflitti recenti che hanno colpito sia il Caucaso che il Golfo Persico, qual è il Suo messaggio ai popoli armeno e iraniano che auspicano una conclusione definitiva al ciclo di violenza? In che modo la visione iraniana per un formato regionale “3+3” offre un percorso migliore verso la pace?

“L’impegno prioritario e vitale dell’Iran è stato quello di garantire che la guerra aggressiva condotta contro il nostro Paese non avesse un impatto negativo sulla regione dei nostri confini settentrionali e sul Caucaso meridionale. Data l’importanza che attribuiamo agli interessi e al benessere dei nostri vicini, ogni sforzo dell’Iran è stato orientato a ridurre al minimo assoluto le ricadute negative di questo conflitto sulla regione del Caucaso meridionale.

Abbiamo comunicato questo anche ai nostri amici armeni e ci siamo adoperati con grande impegno affinché le interazioni tra i nostri due paesi, la connettività frontaliera e i viaggi reciproci mantenessero le loro condizioni di normalità per quanto possibile. Teheran non ha mai cercato la guerra e il conflitto, né lo fa ora. L’Iran è stato oggetto di un’aggressione e si è difeso.

Teheran è sempre stata pronta a perseguire la logica della diplomazia nell’ambito di un quadro equo. Questa politica è tuttora valida e, se non fosse per le richieste eccessive degli Stati Uniti, la capacità di instaurare la pace esisterebbe naturalmente. Tuttavia, indipendentemente dal fatto che si raggiunga o meno una pace sostenibile, la sicurezza della regione del Caucaso meridionale e la sicurezza dell’Armenia rimangono per noi una priorità importante e imprescindibile.”.

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Intervista all’ambasciatore iraniano in Armenia: cooperazione, sicurezza e nuove prospettive nel Caucaso meridionale (Notizie Geolopolitiche)

Biennale, al Padiglione dell’Armenia l’artista Zadik Zadikian lavora direttamente davanti al pubblico (Finestresullarte 15.06.26)

Fino al 22 novembre 2026 il Padiglione dell’Armenia alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia ospita The Studio, progetto personale dell’artista Zadik Zadikian (Erevan, 1948) che trasforma lo spazio espositivo in un laboratorio creativo permanente. La partecipazione nazionale armena propone infatti un’esperienza in cui il processo di produzione artistica diventa esso stesso opera, mettendo il pubblico a diretto contatto con la nascita, l’evoluzione e la trasformazione delle forme. Il progetto è presentato dalla Repubblica di Armenia con la commissaria Svetlana Sahakyan e la curatela condivisa di Tony Shafrazi e Tina Chakarian. La mostra è ospitata all’interno dell’Arsenale Militare di Venezia, un complesso che per oltre nove secoli ha rappresentato il cuore della potenza navale veneziana e che, per l’occasione, si trasforma in uno spazio dedicato alla riflessione sul fare artistico, sulla materia e sulla continua ridefinizione dell’opera.

Al centro dell’iniziativa vi è la figura di Zadik Zadikian, artista nato a Erevan nel 1948, la cui ricerca attraversa oltre cinquant’anni di attività. Con The Studio l’autore propone una riflessione sul significato dello studio d’artista, sottraendolo alla tradizionale dimensione privata per renderlo un luogo aperto, condiviso e osservabile. Durante l’intero periodo della Biennale, infatti, il pubblico assisterà direttamente alla realizzazione delle opere, seguendo un processo creativo che non si conclude con l’inaugurazione ma prosegue quotidianamente fino alla chiusura della manifestazione.

Padiglione dell'Armenia alla Biennale di Venezia 2026
Padiglione dell’Armenia alla Biennale di Venezia 2026

L’esposizione si sviluppa come uno studio pienamente operativo. All’interno del padiglione, Zadikian e i suoi collaboratori realizzeranno centinaia di elementi in gesso che verranno progressivamente colati, assemblati, smontati e ricomposti. I principali materiali utilizzati saranno mattoni in gesso di differenti dimensioni e pigmentazioni, destinati a formare strutture composite in continua trasformazione. Ogni installazione nasce dall’accostamento e dalla sovrapposizione di singole unità modulari che restano sempre mobili e indipendenti. Questa caratteristica consente una continua ridefinizione dell’opera e rende il cambiamento una componente essenziale del progetto. Nulla viene fissato in maniera definitiva: ogni configurazione può essere modificata, ampliata o reinterpretata nel corso dei mesi, sottolineando il carattere dinamico della creazione artistica.

La scelta del mattone come elemento fondante della ricerca di Zadikian affonda le proprie radici in un episodio risalente alla fine degli anni Settanta. In quel periodo l’artista collaborava con Tony Shafrazi, figura centrale del mercato internazionale dell’arte contemporanea e oggi co-curatore del padiglione. La loro relazione professionale ebbe inizio a Teheran, in occasione della prima mostra personale di Zadikian ospitata nella neonata galleria di Shafrazi, poche settimane prima della caduta dello Shah e dell’inizio delle profonde trasformazioni politiche e sociali che avrebbero interessato l’Iran.

Fu proprio durante quel soggiorno che il giovane artista osservò un gruppo di operai impegnati nella produzione di mattoni d’argilla in un impianto situato a circa trecento chilometri dalla capitale iraniana. Gli uomini impilavano con precisione i manufatti lasciandoli essiccare all’aria aperta. Quella scena colpì profondamente Zadikian, che in seguito avrebbe ricordato di essere rimasto affascinato dalla capacità di creare forme assimilabili a sculture senza avere consapevolezza di star producendo arte.

Da quel momento il mattone è diventato un elemento centrale della sua poetica. La ripetizione del gesto, la serialità della produzione, il rapporto tra lavoro manuale e costruzione collettiva sono temi che hanno accompagnato l’intero percorso dell’artista e che oggi trovano una nuova sintesi nel progetto veneziano. The Studio si colloca inoltre all’interno di una tradizione artistica che dialoga con alcune delle principali esperienze del modernismo e del post-minimalismo. L’utilizzo di moduli ripetuti, l’attenzione alla presenza fisica dell’opera e il rapporto tra forma e spazio richiamano infatti le ricerche di artisti come Richard Serra, Sol LeWitt e Carl Andre. Tuttavia, il progetto non si limita a una riflessione formale, ma estende il discorso alla dimensione sociale e relazionale dell’arte.

Zadik Zadikian
Zadik Zadikian

Attraverso la visibilità del processo produttivo, Zadikian mette in discussione l’idea dello studio come luogo separato dal pubblico e intende ridefinire la pratica artistica come esperienza condivisa. I visitatori non osservano semplicemente un’opera conclusa, ma diventano testimoni di una trasformazione continua che rende evidente il lavoro, il tempo e le scelte che stanno alla base della creazione. In questo senso, The Studio vuole richiamare anche alcune esperienze legate alla Pop Art e alle celebri factory degli anni Sessanta e Settanta, in particolare quella fondata da Andy Warhol. Se però in quei contesti la produzione artistica assumeva spesso una dimensione spettacolare e mediatica, il progetto di Zadikian si concentra sulla manualità, sulla continuità del lavoro e sulla costruzione lenta delle forme.

Con The Studio, il Padiglione della Repubblica di Armenia propone quindi una riflessione sul fare artistico che supera la distinzione tradizionale tra opera e processo. L’installazione si presenta come un organismo in continua evoluzione, destinato a modificarsi giorno dopo giorno attraverso il lavoro dell’artista e dei suoi assistenti. Il pubblico sarà chiamato a confrontarsi non soltanto con gli oggetti prodotti, ma con il loro stesso divenire.

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