A Stepanakert occupata: gli Azeri hanno distrutto la “Sorgente Teatrale”, simbolo della memoria culturale dell’Artsakh (Korazym 07.04.26)

Il 6 aprile 2026, nuove notizie confermano un ulteriore atto di distruzione del patrimonio culturale armeno nei territori della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh occupati dall’Azerbajgian: nella capitale Stepanakert è stata demolita la cosiddetta Sorgente Teatrale, conosciuta anche come Le Tre Fonti o Tre Rubinetti.

Il monumento si trovava nel complesso del Teatro Drammatico Statale Vahram Papazyan, la principale istituzione teatrale dell’Artsakh, ed era considerato uno dei simboli più riconoscibili della città.

 

Il teatro ha una lunga storia, con le prime rappresentazioni teatrali organizzate a Shushi già nel XIX secolo. Successivamente, l’attività si è spostata e consolidata a Stepanakert nel 1932. Ha rappresentato un pilastro della cultura armena nella regione, mettendo in scena oltre 450 spettacoli con le opere più famose del repertorio armeno e internazionale, fino alla sua chiusura con l’occupazione azera nel 2023. Sul suo palco si sono esibiti grandi attori del teatro armeno come Hovhannes Abelyan e Hrachya Nersisyan. Originariamente intitolato a Maxim Gorky, il teatro portava il nome di Vahram Papazyan, un celebre attore sovietico di etnia armena del XX secolo, noto soprattutto per i suoi ruoli shakespeariani.

Tuttavia, la compagnia ha ripreso l’attività a Yerevan, in Armenia, con il sostegno dell’Unione dei Teatranti d’Armenia e dell’organizzazione DIALOG, sotto il nome di Teatro Drammatico Armeno Vahram Papazyan di Stepanakert Rinascente. La prima produzione della compagnia rinnovata a Yerevan è stata La storia dell’amore di Artsakh, andata in scena il 12 novembre 2025 al Teatro per Giovani Spettatori di Yerevan. È simbolico che il debutto a Yerevan del teatro di Stepanakert ha presentato un’opera scritta dal Prof. Alexander Manasyan in dialetto dell’Artsakh. Questa produzione fu l’ultima messa in scena dal teatro a Stepanakert prima della guerra dei 44 giorni del 2020. Lo spettacolo, diretto dal direttore artistico del teatro, Ruzan Khachatryan, cattura l’essenza della vita creativa dell’Artsakh attraverso sentimenti umani e un amore sincero. «La storia dell’amore di Artsakh è uno spettacolo pensato, anche solo per un istante, per riportare il pubblico alla propria fiaba perduta. La nostra fiaba forse non era magica, lussuosa o glamour, ma era la nostra: semplice e pura, bella e luminosa e, soprattutto, reale. Lo spettacolo è interpretato in dialetto dell’Artsakh, con la sua unicità e il suo fascino», ha osservato il regista.

 

Un simbolo della città e della sua cultura

Costruita nel 1975, la fontana-monumento rappresentava tre maschere teatrali – simboli universali dell’arte drammatica – raffiguranti emozioni diverse: tristezza, sogni e felicità.

Sotto ciascuna maschera si trovava una fontana a forma di rubinetto, la cui parte superiore ricordava una chiave dorata. L’insieme costituiva non solo un elemento architettonico urbano, ma un vero e proprio segno identitario della vita culturale di Stepanakert.

Gioielli

 

Negli anni, il monumento ha ispirato anche creazioni artistiche e gioielli, a testimonianza della sua rilevanza simbolica.

Un’immagine già entrata nella memoria del Blog dell’Editore

Per i lettori di Korazym.org, la Sorgente Teatrale non è un’immagine nuova.

Già il 20 marzo 2023, nel contesto del 99° giorno del blocco dell’Artsakh, questo Blog dell’Editore aveva scelto proprio questa scultura come immagine di copertina, definendola un’“immagine enigmatica di Stepanakert”: le tre maschere – tristezza, sogni e felicità – come sintesi visiva della condizione del popolo armeno nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Anche il 9 luglio 2023, nel 210° giorno del blocco, abbiamo richiamato la stessa fontana come simbolo.

 

Oggi quella stessa immagine appartiene ormai alla memoria.

La denuncia: “Distruzione sistematica del patrimonio culturale”

Secondo quanto riportato dalla ONG Agenzia per lo Sviluppo del Turismo e della Cultura dell’Artsakh (ARCTA), la demolizione della fontana rientra in un quadro più ampio.

L’organizzazione denuncia infatti “una distruzione sistematica di opere d’arte monumentali” nei territori occupati, in particolare a Stepanakert, interpretata come parte di una politica deliberata volta a eliminare il patrimonio culturale armeno; cancellare le tracce storiche e culturali della presenza secolare armena nella regione.

Tra gli altri casi documentati figurano: il busto di Vahram Papazyan (agosto 2024), il monumento ad Ashot Ghulyan, numerose altre statue e opere, spesso confermate da immagini satellitari.

Dopo il 2023: occupazione e cancellazione

Questi eventi si inseriscono nel contesto successivo all’offensiva militare azera del 2023, che ha portato all’occupazione di Stepanakert e di tutta la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, e all’esodo forzata dell’intera popolazione armena dall’Artsakh.

In questo scenario, la distruzione di simboli culturali assume un significato che va oltre il vandalismo materiale: rappresenta una trasformazione forzata del paesaggio storico e identitario.

Silenzio internazionale e richieste di intervento

L’ARCTA ha criticato apertamente quello che definisce il silenzio e l’inazione della comunità internazionale, chiedendo alle autorità della Repubblica di Armenia un intervento ai massimi livelli e alla comunità internazionale di assumersi la responsabilità nella tutela del patrimonio culturale globale.

Secondo la dichiarazione, il patrimonio armeno dell’Artsakh non è solo parte dell’identità nazionale, ma appartiene all’intera umanità e richiede quindi protezione internazionale.

La perdita di un simbolo

La distruzione della Sorgente Teatrale non è soltanto la perdita di un monumento urbano. È la scomparsa di un simbolo che, negli anni più difficili del blocco dell’Artsakh e della crisi umanitaria, aveva rappresentato – anche visivamente – la complessità emotiva e la speranza di un popolo: tristezza, sogni e felicità.

Oggi, di quella immagine – già utilizzata per raccontare l’Artsakh durante il blocco – resta soltanto la memoria documentata. E, forse, il significato ancora più profondo di ciò che rappresentava.

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“Un viaggio in Armenia” (Padova Oggi 07.04.26)

Giovedì 9 aprile 2026 alle ore 17:30 presso la sala San Luca dell’Abbazia di Santa Giustina (ingresso dietro alla basilica, Via G. Ferrari 2/A), l’associazione San Daniele APS propone la conferenza dal titolo: “Un viaggio in Armenia”. Relatore prof. Pierpaolo Faggi, in dialogo con la prof.ssa Luisa Chelotti.

«Un viaggio in Armenia è un viaggio tra l’Est e l’Ovest, tra Bisanzio e Ctesifonte ieri, come tra Bruxelles, Mosca e Nuova Delhi oggi: sempre al centro degli incroci e delle relazioni complesse in questo quadrante di mondo.  Ma è anche un viaggio tra passato, presente e futuro: un passato che risale al regno Urartu, il regno di quegli “abitanti della montagna” che gli Armeni considerano i loro antenati diretti, al momento della loro conversione precocissima al Cristianesimo, a rimarcare la loro differenza dai pagani e dagli zoroastriani che li circondavano o a quello, di poco successivo, in cui un monaco sapiente inventò il loro ricco alfabeto; un presente di dolore e lotte che includono l’esperienza durissima del Genocidio, dell’espropriazione territoriale e di diversi tentativi di cancellare la loro storia; un futuro in costruzione che punta ottimisticamente e con forza ad una dimensione di relazioni e di innovazioni che li faccia diventare uno degli hub territoriali imprescindibili della regione medioorientale. In mezzo ci sono loro, i tre milioni di Armeni della Repubblica e i sei milioni della diaspora, con la loro adattabilità ai nuovi territori e la nostalgia della terra originaria, con il rimpianto della loro Montagna perduta, delle loro vallate vertiginose, dei loro mondi abbarbicati sui pianori vulcanici d’alta quota. La terra delle “pietre urlanti” e del “colore dell’argilla”, dei paesi appesi al rumore dell’acqua corrente “come a dei cestini di fil di ferro” (O. Mandelstam)».


“Un viaggio in Armenia” il 9 aprile 2026
https://www.padovaoggi.it/eventi/un-viaggio-in-armenia-9-aprile-2026.html
© PadovaOggi

Opinione: La Russia ricatta l’Armenia minacciando aumenti dei prezzi del gas (Notizie da Est 07.04.26)

Le dichiarazioni del presidente russo Vladimir Putin durante un recente incontro con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sono state interpretate dalla comunità di esperti armena come una minaccia.

Putin ha detto che Mosca resta calma riguardo al desiderio dell’Armenia di sviluppare legami con l’UE.
Ha anche detto che Yerevan non può aspettarsi di diventare membro dell’Unione Europea. Non può nemmeno rimanere nell’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia. Ha anche dichiarato che Yerevan non può aspettarsi di essere membro sia dell’Unione Europea sia dell’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia. Ha sottolineato che l’economia armena sta crescendo costantemente. Ha aggiunto che le esportazioni verso i paesi dell’EAEU sono aumentate di dieci volte negli ultimi anni.

Putin ha anche affrontato questioni energetiche. Avvertì che i prezzi del gas in Europa superano i 600 dollari per 1.000 metri cubi. Ha aggiunto che la Russia vende gas all’Armenia a 177,5 dollari. Ha detto che questa differenza è significativa.

«È la vostra decisione, in fin dei conti — la decisione della vostra squadra e dei vostri esperti — dove, con chi, e su quali basi lavorare», ha detto Putin.

Il giorno dopo l’incontro, anche il viceministro degli esteri russo Alexei Overchuk ha parlato della questione. Ha affermato che le controparti armene erano “arrivate vicino a un punto dopo il quale dovremo strutturare le nostre relazioni economiche con questo paese in modo diverso”.

Le autorità armene sostengono che i prezzi del gas non cambieranno. Sostengono che altrimenti la partecipazione dell’Armenia all’EAEU perderebbe di significato.

Non escludono inoltre che, se i prezzi del gas dovessero variare, Yerevan potrebbe lasciare le strutture guidate da Mosca. Ciò include sia l’Unione Economica Eurasiatica sia l’alleanza militare CSTO.

Allo stesso tempo, analisti armeni affermano che la Russia affronterebbe perdite se prendesse misure drastiche contro l’Armenia. Aggiungono che Yerevan potrebbe rivolgersi ad opzioni alternative, come importare gas dal Kazakistan.

Reazioni delle autorità armene, nonché commenti degli esperti, seguono.

  • «Il garante della sicurezza dell’Armenia ci ha portato al massacro» — Nikol Pashinyan
  • «La Russia sta tentando di mandare decine di migliaia di elettori alle elezioni dell’Armenia»: dibattito a Yerevan
  • Opinione: l’Armenia trarrebbe beneficio dal riportare le sue ferrovie allo stato
  • In attesa della fine della guerra in Ucraina: le intenzioni della Russia nel Caucaso meridionale

«Se i prezzi del gas dovessero cambiare, l’Armenia lascerà l’EAEU e la CSTO»

I giornalisti armeni hanno chiesto ai rappresentanti del partito al potere se Mosca avesse assunto un tono da ultimatum nei confronti di Yerevan.

In risposta, il Presidente dell’Assemblea Nazionale Alen Simonyan ha detto che il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha parlato con Putin “dalla posizione di uno stato indipendente e sovrano”. Ha aggiunto che le discussioni sui prezzi delle merci russe e del gas non sono nuove e sono proseguite per molti anni.

Simonyan ha detto che se venisse presa una decisione di cambiare i prezzi, l’Armenia deciderà di lasciare i blocchi di integrazione guidati dalla Russia — la CSTO e l’EAEU.

Tuttavia, non ritiene che la situazione arriverà a quel punto. Ha anche detto che, dopo le loro dichiarazioni pubbliche, i due leader hanno avuto una conversazione “molto buona”:

«Ne abbiamo discusso, e lo ripeto: non abbiamo fatto nulla contro la Russia, non stiamo facendo nulla e non faremo nulla. Allo stesso tempo, abbiamo difeso e continueremo a difendere gli interessi dell’Armenia.»

Il ministro dell’Economia Gevorg Papoyan ha espresso fiducia che i prezzi del gas non cambieranno, poiché i partner hanno bisogno che l’Armenia resti nelle strutture guidate dalla Russia:

«I partner hanno bisogno che l’Armenia rimanga sia nella CSTO sia nell’EAEU. E se l’Armenia non dovesse trarne beneficio, allora perché dovrebbe rimanere in questa unione? [In risposta] un processo inizierà in un’altra unione — e si accelererà.»

Pashinyan-Putin meeting in Moscow: Working visit to tackle pressing issues

Dato che questioni sensibili erano già state sollevate durante la parte dei colloqui aperta ai media, si può presumere che la loro discussione sia continuata a porte chiuse.

 

 

Analista politico Ruben Mehrabyan ha detto:

«La conversazione tra Pashinyan e Putin ha mostrato che la Russia considera il gas una delle sue leve di pressione sull’Armenia. Ricordiamo come Serzh Sargsyan fu ‘portato dentro’, e di conseguenza l’Armenia divenne vittima di un trascinamento nel cosiddetto blocco EAEU — una struttura da cui non siamo ancora riusciti a liberarci. Anche allora il gas costituiva una delle ragioni.

Questo si riferisce al 3 settembre 2013, quando il presidente dell’Armenia Serzh Sargsyan annunciò a Mosca che il paese si sarebbe unito all’Unione doganale eurasiatica guidata dalla Russia. La decisione sorprese. Prima di ciò, l’Armenia stava negoziando un Accordo di Associazione con l’UE. Analisti armeni dissero apertamente in quel periodo che la Russia costrinse Sargsyan a impegnarsi ad aderire all’Unione doganale, che in seguito evolse nell’EAEU.

L’Armenia deve resistere a questo. L’idea di trasportare gas kazako verso l’Armenia e l’Europa tramite l’Azerbaigian è davvero promettente.

Questo renderebbe il gas ancora più economico per l’Armenia, poiché il consumo nel paese non è molto elevato.

Il sistema energetico dell’Armenia non dipende fortemente dal gas. Il gas è principalmente usato per alimentare le automobili, per riscaldare le case e per cucinare.

E ora Putin ha deciso di ricattarci con il gas, confrontandolo con il prezzo attuale di 600 euro in Europa, in mezzo a un forte aumento del mercato.

Cosa dovrebbe fare l’Armenia? Deve resistere a tutto questo. Non ci dovrebbe essere alcuna ritirata in relazione a questo nuovo pacchetto di misure russe dal 3 settembre [riferendosi agli eventi del 3 settembre 2013], che la Russia sta ora promuovendo.”

«Tentativo di giustificare l’uso della forza»: l’Armenia reagisce alle minacce dell’ospite della TV di stato russa

Il propagandista russo afferma che perdere l’Armenia vorrebbe dire andare contro gli interessi nazionali della Russia e suggerisce di avviare una “operazione militare speciale” lì per preservare la propria “sfera di influenza.”

 

Solovyov’s proposal to wage war on Armenia

 

Rappresentante della società civile, Daniel Ioannisyan, ha detto:

“Alcuni gruppi in Armenia cercano di creare l’impressione che l’Armenia viva a spese della Russia come un parassita, e che se non riusciamo a compiacere il Cremlino, tutto crollerà. Non è vero. È una narrazione falsa promossa su istruzioni da Mosca.

La realtà è che se la Russia blocca importazioni di beni armeni o aumenta i prezzi del gas per noi, anche la Russia ne soffrirebbe.

Se la Russia prendesse misure così drastiche, potremmo, innanzitutto, lasciare l’alleanza CSTO e rimuovere la base militare russa da Gyumri. Ciò sarebbe un duro colpo reputazionale per la Russia. Il mondo intero vedrebbe quanto è indebolita la ex superpotenza.

Potremmo anche lasciare l’EAEU. Ciò chiuderebbe un canale per l’importazione di alcuni beni occidentali attraverso l’Armenia che sono importanti per l’economia della Russia.

È importante notare che i dazi doganali pagati all’Armenia per i beni importati attraverso il paese non restano qui. Trasferiamo circa il 98,7% di essi ad altri stati membri dell’EAEU. Sì, anche loro perderebbero quei soldi.

Inoltre, l’economia russa e i consumatori perderebbero l’accesso a prodotti alimentari a prezzi accessibili dall’Armenia, il che peggiorebbe ulteriormente i prezzi in aumento in Russia. Per non parlare di passi «più piccoli» come chiudere canali TV russi o nazionalizzare le ferrovie.

Se la Russia aumenterà significativamente i prezzi del gas per noi, potremo acquistare gas da altri paesi. La Russia perderebbe entrate dalla vendita del gas, proprio come ha già perso significativi introiti dall’esportazione del gas verso l’Europa.

Non sto dicendo che questi scenari siano favorevoli o vantaggiosi per noi. Ma non sono vantaggiosi nemmeno per la Russia — e non sono masochisti.”

Opinione: «La Russia ha molta più leva sull’Armenia che sulla Moldova»

«L’Armenia ha chiesto lo stesso sostegno per contrastare le interferenze straniere che abbiamo fornito alla Moldova», afferma il capo della politica estera dell’UE Kaja Kallas — commenti di un analista politico armeno

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Un viaggio sinfonico tra epica e danza con Karen Durgaryan sul podio e al piano Vardan Mamikonian (Comune Parlemo 07.04.26)

dal 10 Aprile 2026 al 11 Aprile 2026

Tradizione culturale russa e identità armena, storie e leggende cariche di slancio epico, virtuosismo e variegato colore orchestrale

 

Cos’è

Tradizione culturale russa e identità armena, storie e leggende cariche di slancio epico, virtuosismo e variegato colore orchestrale: questi i temi che uniscono il programma dei prossimi concerti della 66ª Stagione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, in programma venerdì 10 aprile alle ore 20.30 e sabato 11 aprile alle ore 17.30 al Politeama Garibaldi di Palermo.
Sul podio salirà il direttore armeno Karen Durgaryan, protagonista di una carriera internazionale che lo ha visto alla guida di importanti teatri e orchestre europee e asiatiche, affiancato dal pianista Vardan Mamikonian, interprete di grande prestigio e presenza costante nelle principali sale da concerto del mondo.
Il concerto si apre con l’Ouverture da Ruslan e Ljudmila di Michail Ivanovič Glinka, una delle pagine più celebri del repertorio russo. Segue la Ballata eroica per pianoforte e orchestra di Arno Babadžanjan, pagina di grande impatto espressivo e virtuosistico. Nella seconda parte il programma è interamente dedicato a Aram Chačaturjan, uno dei compositori più rappresentativi del Novecento sovietico, di origine armena. Saranno eseguite tre celebri suite tratte dai suoi balletti e dalle musiche di scena, in una selezione curata dallo stesso direttore (SpartacusGajane e Maškaráda).

A chi è rivolto

 

A tutti

 

Treviso, “Ci saranno albe sulla terra”: arti visive e musica per la memoria armena (11 aprile – 9 maggio) (Fattiitaliani 06.04.26)

Dall’11 aprile al 9 maggio 2026, Treviso ospita Ci saranno albe sulla terra, un progetto culturale ideato da Gayane Sahakyan e promosso da nusica.org, in collaborazione con Fondazione Mazzotti, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso. La rassegna si articola in due momenti distinti accomunati da una stessa domanda: in che modo l’arte può testimoniare ciò che la storia ha tentato di cancellare

Il riferimento è al genocidio armeno del 1915, una delle più gravi catastrofi del Novecento, ancora oggi non abbastanza presente nella memoria collettiva europea. Ci saranno albe sulla terra affronta questa storia non attraverso una commemorazione formale, ma attraverso il linguaggio delle arti visive e della musica: due forme espressive che, pur nelle loro differenze, condividono la capacità di restituire al dolore storico una dimensione umana, individuale e viva.

La prima parte è la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962). L’esposizione è in programma dall’11 aprile al 3 maggio a Casa Robegan (via Antonio Canova 38, Treviso) e riunisce opere provenienti dalla collezione della famiglia Orakian, custodite per decenni in ambito privato. La mostra è curata da Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Orakian visse a Roma dal 1920 fino alla morte, in condizioni spesso difficili e lontano dai circuiti del mercato. La sua pittura, di matrice espressionista e di forte intensità emotiva, è rimasta per decenni ai margini della storia dell’arte, nonostante la qualità e la coerenza di una ricerca che attraversa il trauma del genocidio, la condizione della diaspora e la vita degli esclusi.

Il secondo momento è Armoniaconcerto di musica armena in programma sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.45 grazie all’ospitalità della Chiesa di San Francesco (Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso). Il concerto è costruito attorno all’incontro tra dudukkanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — armena, mediorientale e cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che intreccia pagine della liturgia armena antica con composizioni di Komitas e altri maestri della tradizione. A interpretarlo sono Norayr GapoyanTatev Hakobyan e Levon Eskenian, tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. La serata comprende anche letture dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi e da opere di San Nerses Shnorhali  e proiezioni di opere di Francesco De Florio, con regia visiva di Davide Esposito-Albini.

Alla rassegna partecipa anche la poetessa Erika De Bortoli, con un ciclo di testi sull’Armenia che verranno letti all’inaugurazione della mostra e al concerto. De Bortoli indaga i temi dell’alba, dell’armonia e dell’identità, in rapporto con la letteratura, la storia e la spiritualità armena. È autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» nel 2025.

Il titolo della rassegna riprende un verso della stessa raccolta: non promette la fine del dolore, ma indica una direzione: quella di chi, anche dopo la perdita, continua a cercare.

Ci saranno albe sulla terra è un progetto di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso, e con il sostegno di Fondazione MazzottiJane Demirchian e DAL BO’. La mostra Riconosciuti è realizzata in collaborazione con AssoArmeni, con la curatela di Satenik Chookaszian e con la preziosa collaborazione della famiglia Orakian. Il concerto Armonia è realizzato in collaborazione con l’Archivio De Florio Venezia, con la direzione creativa di Davide Esposito-Albini.

Approfondimenti

Riconosciuti: Jirair (Gerardo) Orakian — Un artista ritrovato

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana

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Armonia : Un concerto tra Oriente e Occidente

Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna Ci saranno albe sulla terra, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione.

La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova, San Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.

Mostra Riconosciuti
Casa Robegan, via Antonio Canova 38, Treviso
11 aprile – 3 maggio 2026
Inaugurazione: sabato 11 aprile ore 17.00
Venerdì 15:00–19:00 |
Sabato e domenica 10:00–13:00 e 14:00–19:00
Ingresso gratuito
Contatti: staff@nusica.org
+39 388 6468011

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)
Contatti: staff@nusica.org

+39 327 4610693

Armenia. Tra Russia e Occidente: Pashinyan sfida Putin sul futuro del Caucaso (Notizie Geopolitiche 04.04.26)

di Giuseppe Gagliano –

L’incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan segna una svolta nei rapporti tra Russia e Armenia, portando allo scoperto una frattura maturata negli anni. Yerevan non considera più Mosca un garante automatico della propria sicurezza, mentre il Cremlino guarda con crescente diffidenza a un alleato che si avvicina all’Occidente. Sullo sfondo, il Caucaso meridionale emerge come uno dei teatri più sensibili della competizione tra potenze.
Il nodo centrale resta il Nagorno Karabakh. L’Armenia accusa la Russia e l’alleanza militare guidata da Mosca di non averla difesa nel momento decisivo contro l’Azerbaigian. Per Pashinyan, l’assenza di un intervento ha dimostrato l’inefficacia del sistema di sicurezza costruito attorno al Cremlino. Putin ha replicato sostenendo che il riconoscimento armeno del Karabakh come territorio azero rendeva improprio un intervento, ma la divergenza resta politica prima ancora che militare. La Russia, indebolita su più fronti, non esercita più il controllo strategico della regione.
Anche sul piano economico lo scontro è evidente. Mosca ha chiarito che non è possibile per l’Armenia restare contemporaneamente nell’orbita europea e nell’Unione Economica Eurasiatica. Il principale strumento di pressione è l’energia: il gas russo a prezzi agevolati rappresenta una leva politica decisiva. Per Yerevan, avvicinarsi a Bruxelles significa affrontare rischi immediati su costi, approvvigionamenti e stabilità interna, in una transizione ancora priva di alternative solide.
La partita decisiva si gioca però sulle infrastrutture. I nuovi corridoi ferroviari e logistici che attraversano Azerbaigian, Turchia e Nakhichevan ridisegnano gli equilibri regionali. Il controllo di queste rotte determinerà il futuro dei flussi commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente. L’Armenia tenta di sfruttare questa rete per ridurre la dipendenza da Mosca, mentre la Russia teme di essere esclusa dalla nuova architettura dei trasporti caucasici, con conseguenze strategiche ben più profonde della crisi diplomatica.
Anche sul fronte energetico Yerevan cerca maggiore autonomia, avviando contatti con partner internazionali per diversificare le proprie fonti, incluso il settore nucleare. È un passaggio chiave per ridurre la dipendenza da Mosca, ma resta limitato dalla fragilità del Paese, che non può permettersi una rottura netta con la Russia. Ne deriva una fase di equilibrio instabile, in cui ogni scelta economica assume un valore geopolitico.
Le elezioni parlamentari di giugno si inseriscono in questo contesto delicato. Il Cremlino teme che il progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Occidente diventi irreversibile, mentre Pashinyan cerca di mantenere margini di manovra tra più interlocutori. Intanto il Caucaso meridionale si apre sempre più all’influenza di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia e Azerbaigian, con l’Iran attento agli sviluppi lungo i propri confini.
La Russia non sta perdendo solo un alleato, ma una posizione strategica. L’Armenia, dal canto suo, non ha ancora costruito una nuova sicurezza, ma ha abbandonato quella precedente, rivelatasi fragile. È in questo spazio di incertezza che si giocherà il futuro equilibrio del Caucaso.

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ARMENIA. Yerevan sempre più lontana dalla Federazione Russa (Agcnews 03.02.26)

Vladimir Putin ha ospitato al Cremlino il primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, in visita di lavoro a Mosca, il 1° aprile, fonte Cremlino. E l’incontro non è andato benissimo, entrambi i protagonisti hanno mostrato chiari segni di tensioni a partire da quei piedi che picchiavano contro il pavimento in segno di disagio.

L’incontro nasceva per discutere lo stato attuale e delle prospettive delle relazioni russo-armene di partenariato e alleanza strategica, nonché dell’interazione per l’integrazione in Eurasia. Nonché questioni attuali all’ordine del giorno regionale, in particolare lo sviluppo dei legami economici e di trasporto-logistica nel Caucaso meridionale.

“L’Armenia sa che l’adesione all’UEE e all’UE è incompatibile, ma questi processi non hanno ancora raggiunto il punto in cui è necessario fare una scelta”, ha affermato Pashinyan. “L’Armenia non partecipa alla CSTO perché le autorità non riescono a spiegare al popolo armeno perché l’organizzazione non sia intervenuta nella situazione del Karabakh”, ha dichiarato Pashinyan a Putin.

Putin ha risposto: “L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) non avrebbe potuto intervenire nella situazione del Karabakh dopo le dichiarazioni rilasciate dalla leadership armena a Praga nel 2022”, ha affermato il presidente russo Vladimir Putin. “Credo sia altrettanto ovvio che, dopo il riconoscimento a Praga nel 2022 che il Karabakh fa parte dell’Azerbaigian, sarebbe stato del tutto scorretto per la CSTO interferire in questo processo, che ha assunto una dimensione intra-azera”, ha chiosato Putin durante i colloqui russo-armeni.

Insomma le posizioni sono agli antipodi. Nonostante questo Pashinyan ha definito un successo la sua visita a Mosca e i colloqui con Putin: ”Abbiamo raggiunto accordi specifici in diversi ambiti. In realtà, abbiamo raggiunto accordi specifici in tutti i settori della nostra agenda, dalle questioni culturali alla cooperazione tecnico-militare… Considero la visita un grande successo”, ha dichiarato Pashinyan.

Di diverso parere le autorità russe: “Le autorità armene potrebbero subire conseguenze per la loro politica”. Ha detto il vice primo Ministro russo Alexey Overchuk che si è espresso duramente in merito dopo i colloqui al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro armeno Nikol Pashinyan. “L’Armenia dichiara amicizia alla Russia, ma la cooperazione si sta indebolendo. Gli armeni si stanno avvicinando a un punto critico, dopo il quale la Russia riconsidererà le relazioni economiche”.

Secondo gli analisti russi: “La spinta verso l’UE ha causato danni agli armeni. Entro il 2025, le perdite commerciali raggiungeranno i 5-6 miliardi di dollari. La nazionalizzazione illegale di “Armenian Electric Networks” ha danneggiato il clima degli investimenti. Le dichiarazioni di Pashinyan sulla vendita della concessione ferroviaria russa indicano la volontà di liberarsi del capitale strategico russo, il che porterà l’Armenia a perdere il suo potenziale di transito”.

A non piacere a Mosca, il fatto che le autorità armene hanno deciso di affidare la costruzione della centrale nucleare di Metsamor a imprese europee e di dipendere dagli americani per i nuovi reattori piuttosto che dai russi. Consentire agli americani l’accesso al Corridoio del Meghri (TRIPP) ed escludere la Russia dai negoziati viola l’equilibrio regionale e la sovranità dell’Armenia.

“La Russia riconsidererà i termini della cooperazione se le autorità armene estrometteranno le imprese russe. Le imprese armene dovrebbero riflettere sulle conseguenze. La linea di Pashinyan mina la sicurezza dell’Armenia, ma è improbabile che gli avvertimenti della Russia rallentino questo processo”.

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Putin lancia un ultimatum all’Armenia per il rafforzamento dei legami con l’Ue (Euronews 03.04.26)

In un raro scambio di battute al Cremlino, il presidente russo ha lanciato un avvertimento pubblico all’Armenia, dicendo a Yerevan di scegliere tra l’Ue e la Russia. Il primo ministro armeno ha risposto che nel suo Paese il popolo gestisce un processo politico democratico

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante un raro e teso incontro al Cremlino mercoledì, lanciando una minaccia non troppo velata sulle forniture di gas russo al Paese vicino.

“Vediamo che in Armenia si discute di sviluppare le relazioni con l’Unione europea”, ha detto Putin durante l’incontro con Pashinyan, aggiungendo che Mosca tratta la questione “con assoluta calma”.

“Ma dovrebbe essere ovvio e onestamente dichiarato in anticipo che l’adesione a un’unione doganale sia con l’Ue che con l’Unione economica eurasiatica è impossibile“, ha detto Putin a Pashinyan davanti alle telecamere.

L’Unione economica eurasiatica (Ueea), creata nel 2015 e guidata dalla Russia, comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan e ha lo scopo di consentire la libera circolazione di merci, capitali e lavoro tra i suoi membri.

Le forniture russe di gas all’Armenia a prezzi inferiori

Durante l’incontro al Cremlino, Putin ha parlato delle forniture di gas di Mosca all’Armenia, affermando che la Russia ora vende gas al suo vicino a un prezzo “sostanzialmente” inferiore a quello dell’Ue.

“I prezzi del gas in Europa superano i 600 dollari per 1.000 metri cubi, mentre la Russia fornisce gas all’Armenia a 177,5 per 1.000 metri cubi”, ha detto Putin a Pashinyan, aggiungendo che “la disparità è ampia, la differenza è sostanziale”.

Da quando ha fatto pace con l’Azerbaigian, l’Armenia ha sempre più spesso affermato di voler stringere legami più stretti con l’Ue, e Pashinyan ha persino dichiarato l’intenzione di entrare a far parte del blocco di 27 membri in futuro.

In una serie di risposte contrastanti che sottolineano il nuovo posizionamento dell’Armenia nel Caucaso meridionale e nell’ex sfera d’influenza della Russia, il premier armeno ha detto a Putin che si rende conto che il suo Paese non può essere contemporaneamente membro di entrambi i blocchi e che per il momento può combinare l’adesione all’Unione Economica Eurasiatica con lo sviluppo della cooperazione con Bruxelles – e che finché Yerevan riuscirà a bilanciare le due agende intende farlo.

Il leader armeno ha chiarito che quando sarà il momento di fare una scelta, questa sarà fatta solennemente dai cittadini armeni, senza alcuna interferenza.

“E quando i processi raggiungeranno il punto in cui sarà necessario prendere una decisione, sono sicuro che noi, cioè i cittadini della Repubblica d’Armenia, prenderemo quella decisione”, ha detto Pashinyan a Putin, senza giri di parole.

Con l’affievolirsi della sua lunga influenza nel Caucaso meridionale e con quella che sembra essere la costante intenzione del Cremlino di avere voce in capitolo nel processo decisionale politico dell’Armenia, Putin ha detto a Pashiyan che Mosca spera che alle forze filorusse sia permesso di competere liberamente nelle elezioni parlamentari dell’Armenia previste per giugno.

Pashinyan evidenzia le differenze politiche tra Russia e Armenia su internet e prigionieri politici

Senza fare nomi, il presidente russo ha affermato che alcuni dei loro rappresentanti sono stati messi in custodia, dicendo: “Alcuni sono in detenzione nonostante abbiano il passaporto russo”. Putin ha fatto riferimento al miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, arrestato l’anno scorso dopo aver chiesto la destituzione del governo.

Pashinyan, sempre senza nominare Karapetyan, ha osservato che la legge armena prevede che i candidati politici debbano possedere esclusivamente la cittadinanza armena, aggiungendo che “nessuna restrizione” viene imposta all’opposizione politica in tali circostanze.

“Le persone con passaporto russo, secondo la Costituzione della Repubblica di Armenia, non possono essere né candidate a deputato né candidate a primo ministro”, ha spiegato Pashinyan a Putin. Pashinyan ha anche affermato con fermezza a Putin che “l’Armenia è un Paese democratico”, dove i processi politici sono sempre in corso.

“Infatti, due volte l’anno si tengono le elezioni municipali, anch’esse molto politicizzate, perché a seguito delle nostre riforme politiche, anche qui si vota per o contro i partiti politici”, ha detto Pashinyan. Il primo ministro armeno ha poi fatto riferimento all’indignazione su Internet di Mosca e alle restrizioni introdotte dal Cremlino sulla popolare app di messaggistica Telegram.

“I nostri social network, ad esempio, sono liberi al cento per cento, senza alcuna restrizione”, ha dichiarato Pashinyan. Ha anche aggiunto che, a differenza della Russia, in Armenia non ci sono prigionieri politici, affermando che “nel contesto generale, ad essere onesti, non abbiamo partecipanti ai processi politici nei luoghi di detenzione”. “Abbiamo cittadini che pensano che in Armenia ci sia troppa democrazia. Ma questa è una questione di principio per noi”, ha detto Pashinyan.

L’equilibrio di Yerevan tra Ue e Russia

Le relazioni dell’Armenia con la Russia sono diventate sempre più tese dopo che l’Azerbaigian ha reclamato completamente la regione del Karabakh nel 2023. Decenni di sanguinoso conflitto sono terminati quando i due ex acerrimi rivali hanno intrapreso uno storico processo di pace, avviando una rinascita economica nella regione e una nuova stabilità nel Caucaso meridionale.

Nel 2024, l’Armenia ha sospeso la sua adesione all’organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) guidata dalla Russia, dopo che Mosca non aveva sostenuto Yerevan durante l’escalation del Karabakh del 2022.

“A mio parere, i meccanismi della Cstoavrebbero dovuto essere attivati (nel 2022)”, ha detto Pashinyan a Putin, aggiungendo che “non sono stati attivati e questo, ovviamente, ha portato alla situazione che abbiamo nelle relazioni con la Csto”. Ha confermato che l’Armenia attualmente non partecipa alla Csto per quello che ha definito un “semplice motivo”.

“Non siamo ancora in grado di spiegare al nostro popolo, ai nostri cittadini, perché la Csto non ha risposto, e non ha risposto nonostante gli obblighi previsti dal Trattato di sicurezza collettiva“, ha detto il leader armeno a Putin.

Putin ha definito le preoccupazioni armene “alcune rimostranze”, sostenendo che la decisione di Mosca di non intervenire dipendeva da Yerevan e che la Russia non vedeva il motivo di intervenire.

“È ovvio che dopo aver accettato a Praga nel 2022 che il Karabakh è parte dell’Azerbaigian, l’intervento della Csto in questo processo, che ha acquisito una natura intra-azera, è stato semplicemente assolutamente sbagliato in questa materia”, ha detto Putin a Pashinyan.

“Questa non è una valutazione, non sto dicendo che sia una cosa buona o cattiva, dal punto di vista dell’organizzazione della vita pacifica, penso che, probabilmente, abbia avuto senso”, ha aggiunto il presidente russo. “Qui dobbiamo semplicemente cercare modi per rafforzare ulteriormente le relazioni. Ma mi sembra che anche qui dobbiamo finire”, ha concluso Putin.

Da quando hanno raggiunto un accordo per porre fine a quasi quattro decenni di sanguinoso conflitto in Karabakh, l’Armenia e l’Azerbaigian hanno lavorato per normalizzare e rafforzare le loro relazioni bilaterali e la cooperazione nella regione, con un’eccezione.

La Russia è stata notevolmente assente dal processo di pace in Karabakh, sia durante che dopo il raggiungimento dell’accordo, e sia Yerevan che Baku hanno preso le distanze da Mosca, riorientando insieme la loro politica estera verso l’Ue e gli Stati Uniti.

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Ansahman: tra folk armeno e avanguardia (Bora.la 03.034.26)

Il concerto del duo Anna Garano e Anaïs Tekerian al Teatro Miela segue un viaggio, straniante, ipnotico nel repertorio della musica folk armena. La cantante introduce i testi delle canzoni, e alcune note di contesto. Viene accompagnata dalla chitarra della Garano, che si muove tra la tradizione della chitarra classica, con influenze andaluse, e qualche incursione nella avanguardia e sperimentazione, come quando una canzone viene presentata come riarrangiata da Luciano Berio. L’atmosfera ha un carattere come dicevo straniante, per la lingua in cui si esprime la cantante, americana figlia della diaspora armena, diaspora che ci viene dolcemente introdotta nel suo contenuto di sofferenza tra una canzone e l’altra. Cominciamo da subito ad approcciarci al tema del genocidio armeno, con una canzone dedicata alla primavera, stagione in cui il genocidio del 1915 ebbe inizio. Le musiche vengono arricchite di note a margine, tra l’italiano e l’inglese, come ad esempio quando ci viene raccontato di un autore di canzoni, prete, catturato dai turchi e che durante il genocidio, perde la testa. Prete che aveva raccolto 3000 canzoni folk del popolo armeno, prima di venire perseguitato.

La bellissima e delicata voce della cantante crea un flusso continuo che trasporta in epoche e luoghi lontani, di cui sappiamo appunto assai poco, fa crescere nello spettatore la necessità di approfondire le tematiche storiche e antropologiche del genocidio prima e della diaspora poi, e questa dimensione razionale si accompagna ad un abbandonarsi tra le note lievi della voce e della chitarra che magistralmente ci guidano in questo viaggio intenso, come dicevamo su un piano storico razionale di ricerca, ma anche su un piano emotivo molto coinvolgente e suggestivo che ci travolge e ci accompagna nell’attraversare le fiabe armene folcloristiche, tra tradizione e composizione della cantante stessa di alcuni brani tratti da leggende armene. Un atmosfera soffusa e delicata, ma penetrante, intensa e dolorosa al tempo stesso.

Anaïs Tekerian in questo concerto solo, una pausa dalle esibizioni con il trio a cappella Zulal con cui di solito si accompagna, da quindi spazio alla maestria della chitarrista Anna Garano, che integra in maniera magistrale suoni classici a suoni contemporanei come dicevamo, e ad elementi folk non solo della pura tradizione armena, ma come ogni diaspora comporta, un mescolarsi con altre tradizioni, altri suoni, fino agli elementi perfettamente integrati per quanto stranianti del souno della chitarra andalusa molto presenti in alcuni specifici tratti del concerto.

Un esperienza unica, molto coinvolgente ed avvolgente.

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Armenia: il suprematismo di Pashinyan nello scontro tra Stato e Chiesa (Spontasud 02.04.26)

di Bruno Scapini

Da fonti mediatiche attendibili, si apprende oggi il seguente caso di arresto in Armenia per motivazioni politiche. Domenica delle Palme. Chiesa di Sant’Anna in Yerevan. La folla di fedeli riempie il santuario in devozione di Cristo. D’un tratto, con spregiudicata, quanto ostentata, supponenza, il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, fa irruzione nel sacro luogo accompagnato da uomini delle forze dell’ordine. Questi si aprono la via tra gli astanti con spinte e gomitate. Qualcuno dei fedeli reagisce, ma mantiene tuttavia la condotta entro i limiti di una comprensibile reciprocità. Tra questi, due giovani appena maggiorenni e un uomo vengono arrestati e tradotti in carcere. Motivo ufficiale dell’arresto: “interferenza con lecita attività politica”.

L’episodio, che si staglia sul fondo di un proscenio già profondamente infiammato da una crisi politica interna, è certamente emblematico della grave regressione che la democrazia in Armenia sta registrando dall’ascesa al potere dell’attuale Primo Ministro.

Chiediamoci: cosa mai può aver indotto Nikol Pashinyan a compiere un tale gesto irrompendo in una Chiesa in uno dei giorni più sacri della Cristianità per distribuire, nel bel mezzo di una liturgia, volantini a sostegno della sua causa politica?

Pur riconoscendogli la libertà di professare il più estremo agnosticismo religioso, il gesto testè perpetrato da Pashinyan, assumendo i tratti di una vera e propria profanazione di luogo sacro condotta per fini di utilitarismo politico e di discredito della stessa liturgia, integra gli estremi di una inammissibile violenza portata non soltanto nei confronti dei tre malcapitati, ma anche, e soprattutto, avverso la stessa istituzione ecclesiastica allo scopo precipuo di denigrarne il ruolo rivendicando, per contro, in nome dello Stato, un suprematismo inaccettabile.

Sappiamo già, sulla base di sgradevoli antefatti (vedi l’arresto di diversi Arcivescovi avvenuto negli ultimi otto mesi, il divieto di espatrio imposto allo stesso Patriarca, il Catholikos, e l’aperta critica condotta nei tempi più recenti avverso la Chiesa, tacciata di sovversione dell’ordine costituzionale), come sia preciso piano del  Primo Ministro in questo momento screditare la Chiesta Apostolica – cosa che conduce con crescente acrimonia –  in quanto ritenuta fattore di resistenza alla sua conferma al potere in occasione delle ormai prossime elezioni parlamentari di giugno.

Pashinyan, è ormai chiaro, sta giocando la sua partita politica sulla scacchiera armena in favore di quelle forze occidentali, ed europee più in particolare, che lo sostengono come figura politica idonea a portare a compimento la progettata transizione del Paese dal versante di tradizionale fedeltà a Mosca a quello più dubbio e infido occidentale, per fare dell’Armenia – sulla scia di quanto avvenuto con l’Ucraina – un altro elemento di destabilizzazione della fascia territoriale confinaria della Federazione Russa nel contesto di una azione volta ad infliggere a Mosca l’agognata sconfitta strategica.

Dalla sua ascesa al Governo, avvenuta nel 2018 in esito a una  “rivoluzione di velluto” imposta da forze esterne, e costatagli una detenzione per fatti criminosi imputatigli a seguito dei gravi incidenti di piazza del 2008, il sostegno popolare inizialmente raccolto dal Primo Ministro è andato via via scemando fino a lasciare spazio ad una consistente opposizione consapevole della sconfessione oggi operata dalla sua azione politica nei confronti delle storiche cause nazionali: la reintegrazione dell’Artsakh (Nagorno Karabagh) nella sfera di sovranità armena e il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915.  Espungere tali obiettivi dal suo programma politico, soprattutto a seguito della sconfitta subita con la guerra del 2020 imposta da Baku, è il grande passo intrapreso ora da Pashinyan in nome di una  pretesa  riconciliazione regionale. Uno sviluppo, questo, utile solo a compiacere gli interessi di qualche potenza occidentale e segnatamente: il Regno Unito per i diritti di sfruttamento delle miniere d’oro dell’Artsakh, ottenuti ancor prima che scoppiasse il conflitto, e gli Stati Uniti per il controllo del c.d. “corridoio di Zangezur”, una striscia di territorio armeno a valere quale strada di collegamento strategico tra Turchia e Azerbaijan.

Di fronte a questa progressiva crescita dell’opposizione, Pashinyan ha risposto con il peggiore dei modi: la repressione. Repressione condotta sia contenendo il dissenso tramite l’uso manipolativo dell’arma giudiziaria, sia affrontando criticamente la Chiesa Apostolica percepita quale fattore destabilizzante dell’ordine governativo. Ma è dubbio a tale riguardo che il Primo Ministro riesca nel suo intento di convincere l’elettorato ad abbandonare il sostegno alla Chiesa. Qui, Pashinyan dovrà ricorrere a tutte le sue capacità istrioniche per evitare il disastro politico; e ciò attesa la consolidata fedeltà del popolo armeno ad una Chiesa che di fatto si è rivelata nel corso della sua storia millenaria non soltanto come innegabile riferimento ideologico, oltre che religioso, per il popolo tutto cementandone la coesione, ma anche come fattore strutturante della sua stessa identità nazionale.

E’ dubbio, quindi, che questo scontro oggi in atto tra Stato e Chiesa, incentivato da un cieco opportunismo elettorale, possa portare giovamento alla causa del Primo Ministro. La fede è terreno particolarmente sensibile. Si sa. E avventurarsi in strategie politiche volte a sottometterla sotto la spinta di una spregiudicata ambizione di potere si è sempre rivelato nella grande Storia controproducente, causa di umiliazioni, se non addirittura di sconfitte.  Forse questo, Pashinyan non lo ha ancora compreso, e per rimediarvi, invece di recarsi a Bruxelles per apprendere i precetti che ogni volta gli impartiscono i suoi padri istruttori della NATO e dell’Unione Europea, farebbe meglio a intraprendere un percorso rieducativo spirituale proprio a Etchmiadzin (sede della Chiesa Apostolica Armena), e a tal fine gli si potrebbe magari suggerire di iscriversi ad un corso intensivo di catechismo, chissà, forse proprio dal Catholikos!

 

Bruno Scapini – completati gli studi presso l’Università La Sapienza di Roma, entra in Carriera Diplomatica nel 1975 ricoprendo successivamente numerosi incarichi all’estero, presso Ambasciate e Consolati Generali (da ultimo quale Ambasciatore d’Italia in Armenia) e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Affari Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa degli italiani all’estero e nel promuovere il Sistema Italia per lo sviluppo delle relazioni commerciali e culturali. Lasciata la Carriera nel 2014, inizia a scrivere articoli di geopolitica per diverse testate giornalistiche e riviste. Nel 2018 esordisce nella narrativa con romanzi di geopolitica. Le sue opere, ispirate alla denuncia delle criticità dei nostri tempi, riscuotono grande successo di pubblico e di critica avendo ottenuto prestigiosi riconoscimenti.

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