2 settembre, giorno della proclamazione dell’indipendenza dell’Artsakh (Korazym 01.09.26)

 

Korazym.org/Blog dell’Editore, 1° settembre 2026 – Vik van Brantegem] – Mercoledì 2 settembre 2026 si terrà a Yerevan una serie di eventi per celebrare il 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza della Repubblica di Nagorno-Karabakh [*], poi denominata Repubblica di Artsakh, ha annunciato l’Artsakh InfoCenter.

 

Il programma commemorativo

Il programma inizierà alle ore 10.00 con una visita al Pantheon Militare di Yerablur, dove i partecipanti deporranno fiori al monumento La Chiamata dell’Artsakh.

Alle ore 16.00 si terrà presso l’Ufficio di Rappresentanza della Repubblica di Artsakh di via Nairi Zaryan 17/2 a Erevan una sessione cerimoniale per commemorare l’anniversario.

Alle ore 17.00 si svolgerà nel cortile dell’Ufficio un programma culturale con gruppi musicali dell’Artsakh.

Gli eventi hanno lo scopo di commemorare l’anniversario e di riaffermare il diritto di preservare e affermare l’identità dell’Artsakh.

La storia recente dell’Artsakh

L’Artsakh una regione che è stata oggetto di disputa territoriale tra l’Azerbaigian, che ne ha detenuto de iure la sovranità, e la Repubblica di Artsakh, Stato di popolazione armena autoproclamatosi indipendente nel 1991 dopo la fine della prima guerra del Nagorno Karabakh tra l’Azerbaigian e l’Armenia.

Dopo la Rivoluzione russa del 1917, il Nagorno-Karabakh fu inglobato nella Federazione Transcaucasica, che ben presto si divise tra Armenia, Azerbaigian e Georgia. Il territorio del Nagorno-Karabakh venne rivendicato sia dagli Armeni (che all’epoca costituivano il 98% della popolazione), sia dagli Azeri. Dopo la conquista bolscevica del 1920, il territorio (come pure quello del Nakhchivan) venne assegnato, per volere di Stalin, all’Azerbaigian e nel 1923 venne creata l’Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh, sebbene rivendicato e riconosciuto a livello internazionale come territorio azero, l’Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh era, sotto il sistema sovietico, un’enclave autonoma a maggioranza armena all’interno dell’Azerbaigian.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica tra la fine degli anni 1980 e l’inizio degli anni 1990, la questione del Nagorno-Karabakh riemerse. Lamentando l’azerificazione forzata della regione operata da Baku, la locale popolazione armena, con il supporto ideologico e materiale dell’Armenia stessa, cominciò a mobilitarsi per riunire la regione alla madrepatria.

Il 2 settembre 1991, a Stepanakert, una riunione dei delegati provenienti dai Consigli a tutti i livelli in seduta congiunta con i deputati del popolo dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e i consigli regionali e del Distretto di Shahumian, sulla base della legge sovietica “Sulla procedura per la risoluzione delle questioni relative alla secessione di una repubblica dell’Unione dall’URSS”, adottata dal Soviet Supremo dell’Unione Sovietica il 3 aprile 1990. fu proclamata la Repubblica del Nagorno-Karabakh, poi denominata Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Secondo la legge sovietica del 3 aprile 1990, il 10 dicembre 1991, pochi giorni prima del crollo ufficiale dell’Unione Sovietica, si tenne il Referendum sul recesso dall’Unione Sovietica, durante il quale la stragrande maggioranza della popolazione, il 99,89%, votò a favore della piena indipendenza, in conformità con la legislazione e la procedura dell’Unione Sovietica. Le elezioni successive elessero il parlamento della Repubblica di Nagorno-Karabakh, che formò il primo governo.

Nel gennaio dell’anno seguente la reazione militare azera accese il conflitto e scoppiò una guerra di tre anni tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del territorio. L’Armenia firmò un cessate il fuoco nel 1994, avendo ottenuto il controllo militare sia dell’ex Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh, che delle province a sud e a ovest. Da allora erano in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk.

Le regioni consolidate erano governate dalla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. La Regione di Shahumian, a nord, che dichiarò l’indipendenza insieme all’Oblast Autonoma del Nagorno-Karabakh e che fu rivendicata dalla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, rimaneva sotto il controllo azero.

In marrone il territorio della Repubblica di Artsakh dopo il cessato il fuoco del 1994.

 

Il 27 settembre 2020, l’Azerbaigian riprese il conflitto con la seconda guerra del Nagorno-Karabakh, occupando la parte meridionale dell’Artsakh. La Russia è intervenuta dopo gli appelli dell’ONU e il 10 novembre 2020 ha annunciato un accordo di tregua tra Azerbaigian e Armenia e lo schieramento di una forza di pace russa lungo il confine. Buona parte del territorio dell’Artsakh è ritornato sotto controllo dell’Azerbaigian sia per le conquiste militari nel corso del conflitto sia per quanto stabilito dall’accordo di cessate il fuoco.

Il 19 settembre 2023 l’Azerbaigian riprese nuovamente il conflitto, lanciando un’offensiva militare su larga scala nella parte del Nagorno-Karabakh ancora sotto il controllo della Repubblica di Artsakh, ottenendo una schiacciante vittoria, il disarmo delle forze di difesa della Repubblica di Artsakh e la resa che fu siglata il 28 settembre, a seguito della quale l’Azerbaigian prese il controllo totale della regione, provocando l’esodo di massa degli abitanti verso l’Armenia.

[*] La Proclamazione della Repubblica di Nagorno-Karabakh

Con la partecipazione dei delegati provenienti dai Consigli a tutti i livelli in seduta congiunta con i deputati del popolo del Nagorno Karabakh (NK) e i consigli regionali e del Distretto di Shahumian, con l’espressione della volontà popolare supportata da un documentato referendum, e dalla decisione presa dalle autorità della Regione Autonoma NK e il Distretto di Shahumian tra 1988-1991 riguardanti la sua libertà, indipendenza, parità di diritti, e relazioni di vicinato;

Osservando in particolare la dichiarazione della Repubblica dell’Azerbaigian di ripristinare la sua indipendenza nazionale in base ai confini del 1918-20;

Riconoscendo che le politiche di apartheid e la discriminazione dell’Azerbaigian hanno creato un clima di odio e intolleranza nei confronti della popolazione armena della Repubblica, che ha portato a scontri armati, vittime, e alla deportazione di civili armeni da pacifici villaggi;

Affermandosi sulla base della vigente Costituzione e delle leggi dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che, dopo la secessione di una Repubblica federata dall’URSS, consentono ai popoli di formazioni autonome e coesistenti gruppi etnici il diritto di auto-determinazione del loro status giuridico nazionale;

Constatando che il territorio del distretto Shahumian è stato forzatamente staccato dal Nagorno Karabakh, e riconoscendo le intenzioni della popolazione armena di riunificare quanto commisurato alle norme del diritto naturale e internazionale;

Intendendo che i rapporti di vicinato tra i popoli di Armenia e Azerbaigian saranno ripristinati in base al rispetto reciproco per diritti umani;

Prendendo in considerazione sia la complessità e la natura controversa della situazione nel paese, il futuro della Unione [Sovietica], e il futuro incerto delle strutture di autorità e governo dell’Unione [Sovietica];

Nel rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, dei principi del Patto internazionale sui diritti civili e politici, e confidando nella comprensione e il sostegno della comunità internazionale;

Dichiara

La Repubblica del Nagorno-Karabakh entro gli attuali confini della Regione Autonoma NK e il Distretto adiacente Shahumian.

La Repubblica del Nagorno Karabakh, basandosi sull’autorità data alle repubbliche dalla Costituzione e la legislazione dell’Unione Sovietica, si riserva il diritto di decidere autonomamente il proprio status giuridico come stato sulla base di consultazioni politiche e negoziati con la classe dirigente di altri paesi e repubbliche.

Prima della accettazione della costituzione e le leggi della NKR, la costituzione e la legislazione dell’Unione Sovietica, così come altre leggi esistenti saranno in vigore in vigore sul territorio del NKR a meno che non contraddicono i fini e i principi di questa dichiarazione e la specifica natura della repubblica.

 

La Rappresentanza della Repubblica di Artsakh a Erevan

Il 3 gennaio 2024 abbiamo scritto: La Repubblica di Artsakh continua ad esistere e le sue strutture statali ad operare in esilio

Poi, nell’articolo Armenia tra memoria e futuro del 29 maggio 2026 abbiamo segnalato il caso della sede della Rappresentanza della Repubblica di Artsakh a Erevan: «Particolare impressione ha suscitato la recente decisione del Tribunale amministrativo armeno, che ha dichiarato invalida la registrazione della proprietà dell’edificio che ospita la rappresentanza ufficiale della Repubblica di Artsakh a Erevan. Per molti osservatori non si tratta di una semplice controversia immobiliare. L’edificio rappresenta, infatti, l’ultimo simbolo istituzionale della Repubblica di Artsakh sul territorio armeno. L’avvocato Roman Yeritsyan ha definito la sentenza una «vergogna storica», denunciando inoltre il mancato riconoscimento della stessa Repubblica di Artsakh come parte del procedimento giudiziario. Se confermata nei successivi gradi di giudizio, la decisione segnerebbe la cancellazione dell’ultima presenza ufficiale delle istituzioni dell’Artsakh in Armenia, alimentando ulteriormente il dibattito sul rapporto tra Erevan e l’eredità politica del Nagorno-Karabakh armeno, occupato con la forza dall’Azerbaigian».

Da allora, la vicenda ha avuto sviluppi significativi, ma non è ancora conclusa. L’avvocato Roman Yeritsyan ha presentato ricorso contro la sentenza di primo grado del 26 maggio 2026, che aveva annullato la registrazione del diritto di proprietà della Repubblica di Artsakh sull’edificio. La Corte amministrativa d’appello ha disposto l’esame del ricorso con procedura scritta e ha previsto la pubblicazione della propria decisione nel novembre 2026. Il 14 agosto Yeritsyan ha riferito che la Procura generale armena aveva chiesto formalmente alla Corte di accelerare ulteriormente la trattazione. Secondo il legale, il procedimento era già stato calendarizzato in tempi particolarmente rapidi.

La controversia nasce dal trasferimento dell’edificio deliberato dal governo armeno nel 1997. La Procura sostiene che la successiva registrazione immobiliare sarebbe illegittima perché non sarebbe mai stato stipulato un formale contratto di donazione; Yeritsyan replica che, secondo il Codice civile allora vigente, la decisione governativa del 1997 era già sufficiente a trasferire la proprietà. Un precedente ricorso riguardante il mancato riconoscimento della Repubblica di Artsakh come parte del procedimento era stato respinto nel novembre 2025.

Tuttavia, la minaccia giuridica è diventata più concreta, perché il ricorso è già in trattazione e una decisione è attesa nel novembre 2026.

Comunque, non risulta, allo stato attuale, che sia stato emesso o eseguito un ordine di sgombero. Già il 29 maggio la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh aveva dichiarato di non aver ricevuto alcun provvedimento di espulsione dall’immobile. L’edificio continua concretamente a essere utilizzato come sede della Rappresentanza. Una conferma particolarmente significativa viene proprio dal programma gli eventi annunciati per il 2 settembre 2026.

Il destino dell’ultima sede istituzionale della Repubblica di Artsakh in Armenia rimane dunque sospeso al giudizio d’appello.

Foto di copertina: il celebre monumento “Noi siamo le nostre montagne” (Մենք ենք մեր սարերը), situato vicino a Stepanakert e considerato il simbolo storico e culturale della regione e del popolo armeno dell’Artsakh.

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Gli ostaggi Armeni portano i processi di Baku davanti alla CEDU. Depositato il ricorso per quindici detenuti (Korazym 01.09.26)

Il passaggio che avevamo annunciato il 10 luglio scorso, riferendo dell’apertura della via verso Strasburgo per Ruben Vardanyan e degli ostacoli incontrati dagli altri quindici detenuti, si è ora compiuto anche per questi ultimi: il 21 agosto è stato depositato davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo il ricorso collettivo contro l’Azerbaigian per le violazioni che sarebbero state commesse nei loro confronti. Tra i ricorrenti figurano gli ex vertici politici e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

A presentare il ricorso è stata l’avvocato e difensore dei diritti umani Siranush Sahakyan, rappresentante dei prigionieri Armeni davanti alla Corte di Strasburgo, in collaborazione con il Center for International and Comparative Law e l’Armenian Legal Center for Justice and Human Rights. La notizia, resa pubblica il 31 agosto, è stata riferita tra gli altri da Horizon Weekly.

Il ricorso riguarda gli ex Presidenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh Bako Sahakyan, Arkadi Ghukasyan e Arayik Harutyunyan; l’ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Davit Ishkhanyan; l’ex Ministro degli Esteri Davit Babayan; l’ex Comandante dell’Esercito di Difesa Davit Manukyan; l’ex Ministro della Difesa Levon Mnatsakanyan; nonché Madat Babayan, Garik Martirosyan, Levon Balayan, Davit Allahverdyan, Vasili Beglaryan, Erik Ghazaryan, Gurgen Stepanyan e Melikset Pashayan.

Dal ricorso annunciato al procedimento davanti a Strasburgo

Il nuovo ricorso costituisce un passaggio distinto da quello già presentato per Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, il cui procedimento è stato separato da quello degli altri detenuti e si è concluso il 17 febbraio 2026 con una condanna a venti anni di reclusione.

Il 10 luglio avevamo riferito che Vardanyan si preparava a ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Successivamente era emerso che anche i quindici Armeni processati congiuntamente davanti al Tribunale militare di Baku intendevano rivolgersi a Strasburgo. Quel ricorso ora è stato formalmente depositato.

Il caso di Vardanyan e il ricorso collettivo dei quindici detenuti non esauriscono la questione dei diciannove Armeni che risultano ancora trattenuti nelle carceri azere. Come abbiamo sottolineato nella nostra copertura, la loro liberazione continua a rappresentare un banco di prova per la credibilità del processo di pace tra Armenia e Azerbaigian: nessuna intesa geopolitica può ignorare la sorte degli ostaggi Armeni.

Le contestazioni sui processi celebrati a Baku

Il ricorso sostiene che i procedimenti celebrati dal Tribunale militare di Baku siano incompatibili con il diritto a un processo equo garantito dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Secondo i ricorrenti, si sarebbe trattato di processi dall’esito predeterminato, privi delle garanzie di indipendenza e imparzialità richieste dalla Convenzione.

Viene inoltre contestata la competenza di un tribunale militare a giudicare imputati civili, compresi gli ex responsabili politici della Repubblica di Artsakh.

Un altro punto riguarda la presunzione d’innocenza. Prima ancora che fossero pronunciate le sentenze, alti rappresentanti delle autorità azere, compreso il Presidente Ilham Aliyev, avevano pubblicamente definito gli imputati «terroristi», «criminali di guerra» e «separatisti». La stessa rappresentazione sarebbe stata ripresa dai mezzi d’informazione statali o vicini al governo, presentando le accuse come fatti già accertati e contribuendo così, secondo il ricorso, a costruire una dichiarazione pubblica di colpevolezza precedente alla conclusione dei processi.

Centocinquemila pagine e il diritto alla difesa

Particolarmente gravi sono le contestazioni relative alle concrete possibilità concesse agli imputati di preparare la propria difesa.

Il fascicolo processuale era composto da 422 volumi, per un totale di circa 105.000 pagine. Secondo quanto documentato nel ricorso, la maggior parte di questo materiale non sarebbe stata resa disponibile in una traduzione adeguata. Le richieste della difesa di consultare integralmente gli atti, ottenere le traduzioni necessarie, disporre di tempo sufficiente e comunicare efficacemente con gli assistiti sarebbero state respinte o soddisfatte con ritardi incompatibili con l’effettivo esercizio del diritto alla difesa.

Le restrizioni sarebbero proseguite anche dopo la pronuncia delle sentenze. Ai detenuti sarebbe stato consentito soltanto di leggere un testo privo di sigillo ufficiale e di altri elementi capaci di certificarne autenticità, completezza e definitività. Né le famiglie né gli avvocati nominati in Azerbaigian avrebbero ricevuto copie integrali certificate delle decisioni, ma soltanto alcuni estratti.

Nonostante queste limitazioni, il 6 agosto 2026 la Corte d’Appello azera ha confermato le condanne, senza modificare le pene inflitte.

Il principio: nessuna pena senza una responsabilità personale

Il ricorso invoca anche l’articolo 7 della Convenzione, che sancisce il principio secondo cui non può esservi reato né pena senza una legge che qualifichi come criminale la condotta contestata.

Secondo i ricorrenti, la partecipazione dei dirigenti politico-militari dell’Artsakh alle operazioni belliche o il semplice porto di armi non possono essere automaticamente trasformati in terrorismo o in altre fattispecie penali. Per giungere a una condanna sarebbe stato necessario individuare, per ciascun imputato, una specifica condotta criminale e dimostrarne la responsabilità personale, senza ricorrere a un’attribuzione collettiva di colpe.

È questo uno dei punti centrali dell’intera vicenda: stabilire se i processi abbiano accertato responsabilità penali individuali oppure abbiano giudicato, attraverso i loro ex dirigenti, l’esistenza stessa della Repubblica di Artsakh e l’esercizio del diritto all’autodeterminazione da parte della sua popolazione armena.

Ciò che Strasburgo potrà decidere

Il deposito del ricorso non comporta automaticamente una pronuncia sul merito. La Corte dovrà innanzitutto valutarne l’ammissibilità e, qualora il procedimento prosegua, accertare se l’Azerbaigian abbia violato una o più disposizioni della Convenzione.

La CEDU non opera come una corte d’appello dei tribunali nazionali e non può annullare o modificare direttamente le loro sentenze, come precisa la stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Un’eventuale decisione favorevole potrebbe tuttavia accertare sul piano giuridico internazionale che i procedimenti di Baku non hanno rispettato le garanzie fondamentali del giusto processo.

Una simile pronuncia obbligherebbe l’Azerbaigian, in quanto Stato parte della Convenzione, ad adottare le misure individuali e generali necessarie per porre rimedio alle violazioni accertate, sotto la vigilanza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. In circostanze eccezionali tali misure possono comprendere la riapertura di un processo iniquo o altri interventi capaci di rimuovere le conseguenze della violazione.

Il ricorso depositato il 21 agosto porta dunque davanti a una giurisdizione internazionale non soltanto la sorte dei quindici detenuti, ma la natura stessa dei processi celebrati a Baku. Dopo le condanne pronunciate senza un controllo internazionale indipendente, Strasburgo diventa il luogo nel quale verificare se l’Azerbaigian abbia realmente amministrato giustizia o abbia attribuito una veste giudiziaria a una decisione politica già presa.

 

A Parigi sono stati esposti i ritratti dei 19 prigionieri politici Armeni detenuti in Azerbaigian

A Parigi è stata inaugurata una mostra di ritratti dei 19 prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian. La mostra rimarrà aperta fino al 4 settembre. L’iniziativa è stata promossa dal Comune di Parigi e dal Consiglio di Coordinamento delle Organizzazioni Armene in Francia (CCAF). I ritratti sono stati esposti davanti al municipio di Parigi. Gli organizzatori affermano di voler richiamare l’attenzione sulla sorte dei prigionieri Armeni e di voler ricordare gli arresti di membri della leadership politica e militare della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh avvenuti dopo che l’Azerbaigian ha assunto il controllo della regione nel settembre 2023.

 

“Oggi, a Parigi, non sono esposti solo ritratti di prigionieri. Si tratta di testimonianze viventi della storia dell’Artsakh, della sua vita politica e dei diritti del suo popolo”, ha affermato Murad Papazian, co-Presidente del CCAF. La mostra ci ricorda anche il diritto degli Armeni costretti a lasciare l’Artsakh di farvi ritorno. Secondo Ara Toranyan, co-Presidente del CCAF, la mostra dovrebbe servire a ricordare la necessità del rilascio dei prigionieri armeni. “Finché i prigionieri Armeni non saranno liberati, i loro volti ricorderanno al mondo che la giustizia non può essere sostituita dall’oblio, né la libertà umana da accordi politici”, ha affermato.

Parigi ha ripetutamente espresso il proprio sostegno agli Armeni dell’Artsakh. Nell’agosto del 2023, il Sindaco di Parigi Anne Hidalgo ha visitato l’Armenia insieme a politici regionali francesi e ha sostenuto un’iniziativa umanitaria a favore della popolazione dell’Artsakh sotto blocco. Nel novembre dello stesso anno, il Consiglio comunale di Parigi ha conferito all’unanimità agli Armeni dell’Artsakh il titolo di cittadini onorari della città. Nel febbraio 2026, l’Assemblea nazionale francese ha adottato una risoluzione che chiedeva il rilascio dei prigionieri Armeni, oggi ancora detenuti in Azerbaigian.

Foto di copertina: un’udienza del 7 febbraio 2025 presso il complesso giudiziario di Baku nel processo contro i quindici Armeni, tra cui gli ex vertici politici e militari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, le cui condanne sono ora contestate davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Foto Anadolu Agency).

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L’IRAN Riscrive la Geopolitica del Caucaso: Il Corridoio verso il Mar Nero che Sfida le Sanzioni e Promuove la Georgia (Il Giornale d’italia 31.08.26)

Le mosse di Teheran contro l’isolamento sanzionatorio

Di fronte all’inasprimento dei vincoli economici e alle rinnovate pressioni statunitensi per isolare le arterie finanziarie della Repubblica Islamica, l’Iran sta attuando una sofisticata strategia di proiezione geopolitica. L’azione di Teheran non si limita al consolidamento delle relazioni bilaterali con l’Asia centrale, come dimostrato dalla partnership strategica con il Tagikistan, ma punta con decisione al quadrante caucasico. La direttrice armena rappresenta per la diplomazia e la diplomazia delle risorse persiana una via d’uscita cruciale: un corridoio terrestre fondamentale per assicurare continuità ai flussi commerciali ed estendere l’influenza verso il Mar Nero, svincolando il Paese dalla dipendenza da un unico collo di bottiglia marittimo.

Il tunnel di Kajaran e il rafforzamento dell’asse con Yerevan

Il fulcro operativo di questa strategia infrastrutturale è rappresentato dal cantiere del tunnel di Kajaran, opera chiave dell’autostrada Nord-Sud armena. L’infrastruttura, del valore complessivo di quasi 400 milioni di dollari – finanziata congiuntamente dal governo di Yerevan e dall’EFSD – prevede la costruzione di circa 7 chilometri di galleria e la riqualificazione degli snodi viari adiacenti. L’opera consentirà di bypassare le insidie morfologiche del valico di Meghri, riducendo i tempi di percorrenza e garantendo una continuità logistica al riparo da instabilità belliche o blocchi confinari. L’affidamento dei lavori al colosso ingegneristico iraniano Tunnel Sadd Ariana, ufficializzato alla presenza delle autorità dei due Paesi con previsione di completamento entro il 2032, testimonia la convergenza strategica tra le due nazioni. L’asse tra Teheran e Yerevan si sta consolidando anche sul piano diplomatico ed energetico. I recenti colloqui tra il ministro dell’Economia armeno Gevorg Papoyan, la viceministra Kristine Ghalechyan e l’ambasciatore iraniano Khalil Shirgholami hanno messo sul tavolo la costruzione di un secondo ponte sul fiume Aras, la fornitura a lungo termine di gasolio e gas liquefatto, e l’ottimizzazione dell’accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica. A completare il quadro, la ripresa dei voli diretti tra Tabriz e Yerevan gestiti da Pouya Air riallaccia i legami civili e commerciali con una delle storiche comunità armene in territorio persiano.

La Georgia come perno neutrale e snodo commerciale

Il corridoio Iran-Armenia acquisisce una portata geopolitica sistemica nel momento in cui si salda con la rete infrastrutturale della Georgia. Tbilisi rappresenta l’elemento cardine dell’intera architettura regionale: un vero e proprio snodo conteso tra blocco occidentale, Turchia, Russia, Cina e Iran. Custode del passaggio tra il Mar Caspio e il Mar Nero, la Georgia ospita direttrici cruciali come la linea ferroviaria Baku-Tbilisi-Kars e la Trans-Caspian International Transport Route (TITR), attirando investimenti ingenti sia da Pechino sia dai Paesi dell’Asia centrale per il potenziamento dei porti marittimi di Batumi e Poti.

La leadership georgiana, forte della lezione del conflitto del 2008 con la Russia e consapevole del proprio valore strategico, ha scelto una linea di pragmatica equidistanza. Il congelamento dei negoziati di adesione all’Unione Europea e il netto rifiuto manifestato da esponenti di primo piano del partito Sogno Georgiano di allinearsi alle sanzioni UE contro l’Iran dimostrano come Tbilisi subordini le scelte internazionali al rigoroso perseguimento dell’interesse nazionale. Questa neutralità operativa offre a Teheran un accesso indiretto ma stabile verso i mercati europei e del Mar Nero.

Diversificazione strategica e nuovi equilibri caucasici

Il consolidamento dell’asse logistico e commerciale attraverso il Caucaso meridionale permette all’Iran di perseguire tre obiettivi fondamentali:

  • Diversificazione delle rotte commerciali: Riduzione della vulnerabilità strutturale rispetto al quadrante marittimo dello Stretto di Hormuz.

  • Mantenimento dei flussi finanziari: Creazione di circuiti di scambio merci ed energia al di fuori del controllo dei meccanismi sanzionatori occidentali.

  • Stabilizzazione della presenza geopolitica: Integrazione nei corridoi infrastrutturali eurasiatici in concorrenza o complementarità con i grandi progetti di Pechino e Mosca.

Il Caucaso si conferma così una scacchiera ad alta densità geopolitica. La determinazione iraniana nel completare la dorsale trans-armena e nel cooperare con la pragmatica neutralità georgiana dimostra come le dinamiche infrastrutturali stiano ridefinendo gli equilibri di potere tra Europa, Medio Oriente e Asia centrale.

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Tour of Armenia, nuova corsa nel calendario Uci (Ansa 31.08.26)

Dal 10 al 13 settembre, il mondo del ciclismo dà il benvenuto al Tour of Armenia, nuova corsa 2.2 inserita da questa stagione nel calendario dell’UCI Europe Tour.
La manifestazione – quattro tappe per 587 km totali e 5.300 metri di dislivello – è organizzata dal Governo armeno e dalla Federazione ciclistica armena con la consulenza tecnica e l’expertise di Rcs Sports and Events Dmcc.
La gara attraverserà le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn, chiudendosi nella capitale di Erevan.

La Federazione ciclistica armena, di concerto col ministero dell’Educazione, scienza e cultura della Repubblica d’Armenia, è già al lavoro da diversi anni per valorizzare una disciplina che è in rapida espansione e si pone l’obiettivo di trasformare questo tour in un appuntamento fisso annuale in calendario.
“L’evento – spiegano gli organizzatori – mira a rafforzare la posizione dell’Armenia come località affidabile e attraente per ospitare eventi sportivi internazionali, promuovendo al contempo lo sviluppo dello sport professionistico e del turismo sportivo nel Paese”.


Tour of Armenia, il ciclismo professionistico approda nel Caucaso con una nuova corsa a tappe (Oggisportnotizie)


L’Armenia debutta nel ciclismo internazionale con il Tour UCI

L’Armenia stretta tra Mosca e Baku. Kocharyan, la frattura con la diaspora e il nervo scoperto della repressione azera (Korazym 31.08.26)

– A Biškek, capitale del Kirghizistan, l’Armenia si trova ancora una volta al centro di pressioni convergenti. Da una parte la Russia, che chiede a Erevan di chiarire la propria collocazione tra Unione Europea e Unione Economica Eurasiatica e, alla vigilia dell’incontro tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan, invia un segnale politico al detenuto ex Presidente Robert Kocharyan. Dall’altra l’Azerbaigian, con il quale il governo armeno continua a discutere di «pace duratura», normalizzazione e collegamenti regionali, mentre restano ai margini i prigionieri armeni detenuti a Baku, il diritto al ritorno degli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e la distruzione del loro patrimonio storico, culturale e religioso.

A queste pressioni esterne si aggiunge una frattura interna al mondo armeno. La piattaforma Europei per l’Artsakh ha condannato le dichiarazioni rivolte da un deputato della maggioranza governativa contro la diaspora e le organizzazioni impegnate nella difesa degli interessi pan-armeni. «Un’Armenia forte e una diaspora forte non sono in contraddizione», afferma la dichiarazione: sono «due pilastri complementari di un’unica forza nazionale».

Nelle stesse ore, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha convocato l’Ambasciatore polacco a Baku per protestare contro un servizio della televisione pubblica TVP World sulla repressione di giornalisti, oppositori, attivisti e ricercatori. Una protesta che non cancella quanto documentato dagli osservatori internazionali: Freedom House assegna all’Azerbaigian appena 6 punti su 100 e lo classifica come Paese «non libero», mentre Reporters Without Borders denuncia l’inasprimento della repressione contro i mezzi d’informazione indipendenti.

Il 31 agosto ricorre inoltre l’anniversario dell’estradizione in Azerbaigian di Ramil Safarov, condannato all’ergastolo in Ungheria per aver assassinato con un’ascia, mentre dormiva, l’ufficiale armeno Gurgen Margaryan. Appena rientrato a Baku, Safarov fu graziato dal Presidente Ilham Aliyev, promosso e ricompensato. Un precedente che aiuta a comprendere perché l’armenofobia non possa essere liquidata come un’invenzione propagandistica.

A Biškek la pace economica, ma senza le questioni irrisolte

Lunedì 31 agosto 2026, a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai a Biškek, il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan e il Presidente azero Ilham Aliyev si sono incontrati (foto di copertina) in formato allargato.

 

Secondo il comunicato riportato da Public Radio of Armenia, i due leader hanno sottolineato il «significato storico» del vertice di pace svoltosi l’8 agosto 2025 a Washington, della dichiarazione congiunta firmata alla presenza del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e della parafatura dell’Accordo sull’instaurazione della pace e delle relazioni interstatali tra Armenia e Azerbaigian.

Pashinyan e Aliyev hanno indicato come manifestazioni concrete del consolidamento della pace l’esportazione in Armenia di prodotti petroliferi azeri, il transito attraverso l’Azerbaigian di cereali e altre merci provenienti da Paesi terzi e l’avvio di relazioni commerciali tra i due Stati. Hanno inoltre accolto favorevolmente i contatti tra le rispettive comunità imprenditoriali e discusso le possibilità di ampliare la cooperazione economica, commerciale ed energetica.

Un altro tema è stato il lavoro delle commissioni statali incaricate della delimitazione del confine armeno-azero. I due leader hanno affermato la necessità di proseguirne l’attività in conformità agli accordi già raggiunti. Sono stati esaminati anche i successivi passi per l’attuazione della cosiddetta Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), uno dei risultati dell’intesa di Washington, sottolineando l’importanza dei progetti di connettività previsti in tale ambito.

Valutazione positiva è stata espressa anche sui contatti tra parlamentari e rappresentanti della società civile dei due Paesi, considerati strumenti per accrescere la fiducia reciproca e sostenere una più ampia agenda di pace. Al termine dell’incontro, Pashinyan e Aliyev hanno concordato di continuare, attraverso il dialogo bilaterale diretto, le iniziative rivolte al consolidamento di una pace duratura, alla normalizzazione delle relazioni interstatali e al rafforzamento della connettività.

Il comunicato permette dunque di comprendere che non si è trattato di un incontro meramente interlocutorio. Il quadro descritto è quello di una normalizzazione che comincia a tradursi in transiti commerciali, forniture energetiche, rapporti tra imprese e progetti infrastrutturali. È, tuttavia, una pace raccontata quasi interamente attraverso la connettività e gli interessi economici.

Nel resoconto pubblico non compaiono riferimenti ai prigionieri armeni detenuti in Azerbaigian, al diritto al ritorno degli oltre centomila Armeni costretti ad abbandonare l’Artsakh nel settembre 2023, alla tutela del patrimonio storico, culturale e religioso armeno, né alle garanzie internazionali necessarie perché quei diritti non restino esclusi dal processo di normalizzazione.

Il silenzio appare ancora più significativo mentre Baku celebra la pace economica, ma continua a processare gli ex dirigenti dell’Artsakh e a respingere le denunce internazionali sulla repressione interna. Senza affrontare queste questioni, il termine «pace» rischia di indicare un sistema di relazioni costruito dopo l’affermazione militare dell’Azerbaigian, più che una riconciliazione fondata sulla giustizia, sulla sicurezza e sul riconoscimento dei diritti di entrambe le popolazioni.

Putin-Pashinyan: quale futuro tra Unione Europea e Unione Eurasiatica?

Il 1º settembre è previsto a Biškek anche l’incontro tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan. Il consigliere del Cremlino per la politica estera Jurij Ušakov ha anticipato che tra gli argomenti vi saranno l’aspirazione armena ad aderire all’Unione Europea e la contemporanea partecipazione del Paese all’Unione Economica Eurasiatica.

La posizione russa è nota: secondo Mosca, l’Armenia non può aspirare all’ingresso nell’Unione Europea continuando nello stesso tempo a beneficiare pienamente del mercato eurasiatico. Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha aggiunto che ogni contatto di alto livello con Pashinyan è importante, ma che la Russia non può essere «più armena degli Armeni stessi». La frase contiene qualcosa di più di una considerazione sulle alleanze economiche. Sembra voler ricondurre alla responsabilità di Erevan anche le conseguenze delle scelte compiute sull’Artsakh, sui rapporti con Baku e sull’allontanamento dall’alleato russo. Mosca, tuttavia, non può cancellare la propria responsabilità per non avere impedito il blocco dell’Artsakh, l’offensiva azera del settembre 2023 e l’espulsione completa della popolazione armena, nonostante la presenza sul territorio delle sue forze di pace.

Il futuro internazionale dell’Armenia non si riduce quindi a una scelta astratta tra Brussel e Mosca. È condizionato dall’isolamento geografico, dalla dipendenza economica ed energetica, dalla pressione militare azera e turca, e dalla necessità di trovare garanzie di sicurezza che, negli ultimi anni, l’alleanza con la Russia non è stata in grado o non ha voluto assicurare.

Il telegramma di Putin a Kocharyan

Alla vigilia dell’incontro con Pashinyan, Putin ha inviato un messaggio personale a Robert Kocharyan, che si trova in custodia cautelare nell’ambito di una nuova inchiesta per corruzione.

Il destinatario del telegramma non è soltanto un ex Presidente armeno vicino a Mosca. Robert Kocharyan, che proprio il 31 agosto ha compiuto 72 anni, è nato nel 1954 a Stepanakert e la sua ascesa politica è indissolubilmente legata alla storia dell’Artsakh. Tra l’agosto 1992 e il dicembre 1994, negli anni decisivi della prima guerra, un conflitto scoppiato dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, fu Presidente del Comitato statale di difesa e Primo Ministro della Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il 24 dicembre 1994 fu eletto Presidente dal Soviet Supremo e nel novembre 1996 venne confermato mediante elezione popolare. Lasciò l’incarico il 20 marzo 1997 per assumere quello di Primo Ministro dell’Armenia. Dopo le dimissioni di Levon Ter-Petrosyan, dal 4 febbraio 1998 esercitò le funzioni presidenziali ad interim; eletto il 30 marzo, entrò in carica il 9 aprile come secondo Presidente della Repubblica d’Armenia, rimanendovi fino al 9 aprile 2008.

È dunque a una delle figure politiche più rappresentative della storia contemporanea dell’Artsakh che Putin ha indirizzato, alla vigilia dell’incontro con Pashinyan, un messaggio personale carico di significato politico. «In Russia non abbiamo dimenticato il suo contributo personale allo sviluppo dei legami amichevoli e di alleanza tra i nostri Paesi», si legge nel telegramma diffuso dal servizio stampa del Cremlino in occasione del compleanno dell’ex Presidente. Putin gli ha augurato salute, forza d’animo e fermezza «di fronte alle prove» affrontate da lui e dalla sua famiglia.

Il messaggio non contiene un’accusa esplicita al governo Pashinyan e non qualifica formalmente Kocharyan come prigioniero politico. Sarebbe improprio attribuirgli parole che non vi compaiono. Il momento scelto e la formulazione adottata, però, gli conferiscono un significato che va ben oltre il consueto augurio personale.

Kocharyan e il figlio maggiore Sedrak sono stati arrestati nell’ambito di un’inchiesta che riguarda presunti abusi d’ufficio, corruzione e riciclaggio connessi alla cessione di beni statali durante la sua Presidenza. Il Tribunale anticorruzione ha disposto nei confronti dell’ex Capo dello Stato due mesi di custodia cautelare. Kocharyan e la sua coalizione respingono le accuse e parlano di vendetta politica.

Il procedimento dovrà essere valutato sulla base degli atti giudiziari, senza trasformare automaticamente la collocazione filorussa dell’ex Presidente in una prova della sua innocenza o, al contrario, in una conferma della sua colpevolezza. Resta però evidente il valore politico attribuito da Mosca alla vicenda. Dopo le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Sergey Lavrov, il telegramma di Putin rende ancora più visibile il coinvolgimento del vertice russo nello scontro tra il governo e una delle principali figure dell’opposizione armena.

«La diaspora non è una minaccia per lo Stato armeno»

Ma la tensione non attraversa soltanto i rapporti tra Erevan e Mosca. Il 26 agosto la Federazione Euro-Armena per la Giustizia e la Democrazia ha pubblicato una dichiarazione della piattaforma Europei per l’Artsakh in risposta alle parole di un deputato della maggioranza dell’Assemblea Nazionale armena contro la diaspora e le organizzazioni che tutelano gli interessi pan-armeni. «La diaspora non è né una concorrente della Repubblica d’Armenia né una minaccia per lo Stato armeno», si legge nel documento. Essa costituisce «parte integrante del potenziale pan-nazionale del popolo armeno», attraverso le sue comunità, le organizzazioni, gli intellettuali, i benefattori e decenni di attività politica e diplomatica.

Per Europei per l’Artsakh, collegare il rafforzamento della diaspora all’indebolimento dell’Armenia rappresenta «una pericolosa concezione errata» e un tentativo di contrapporre due componenti inseparabili dello stesso popolo. La piattaforma respinge inoltre l’idea che l’attività delle organizzazioni impegnate nel riconoscimento internazionale del Genocidio armeno e nella tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh possa essere contraria agli interessi dello Stato.

Il problema sollevato va oltre una singola polemica parlamentare. Riguarda la ridefinizione dell’interesse nazionale perseguita dal governo Pashinyan, che tende a separare la sicurezza della Repubblica di Armenia dalle rivendicazioni storiche e politiche del più ampio mondo armeno. In questa prospettiva, il riferimento al genocidio armeno, all’Artsakh e al diritto al ritorno rischia di essere considerato un ostacolo alla normalizzazione con Turchia e Azerbaigian.

È proprio questa separazione che la piattaforma contesta: «Un’Armenia forte e una diaspora forte non sono in contraddizione. Sono due pilastri complementari di un’unica forza nazionale». Non è soltanto una dichiarazione identitaria. È una risposta alla domanda che attraversa oggi l’intero mondo armeno: chi può definire l’interesse nazionale e quale posto vi occupano gli Armeni dell’Artsakh, dopo la perdita della loro terra?

Baku protesta perché una televisione racconta la repressione

Mentre a Erevan si discute del ruolo della diaspora, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaigian ha convocato il 28 agosto l’Ambasciatore polacco Paweł Radomski, consegnandogli una nota di protesta per un servizio trasmesso due giorni prima dal programma Eastern Express dell’emittente pubblica polacco in lingua inglese TVP World.

Il servizio, intitolato Azerbaijan’s peace comes with repression (La pace dell’Azerbaigian è accompagnata dalla repressione), descriveva l’Azerbaigian come una potenza sempre più influente nel Caucaso meridionale, richiamando nello stesso tempo la repressione esercitata contro giornalisti indipendenti, oppositori politici, attivisti e ricercatori. Baku ha definito il contenuto «parziale» e «inaccettabile».

Ma il problema, per le autorità azere, è davvero il carattere parziale del servizio oppure il fatto che una televisione pubblica europea abbia raccontato ciò che numerosi organismi internazionali documentano da anni?

Nel rapporto Freedom in the World 2026, Freedom House classifica l’Azerbaigian come Paese «non libero» e gli assegna 6 punti su 100: nessun punto su 40 per i diritti politici e 6 su 60 per le libertà civili. Secondo l’organizzazione, giornalisti, difensori dei diritti umani e oppositori sono esposti ad arresti arbitrari, procedimenti costruiti su accuse pretestuose e processi privi delle necessarie garanzie.

Nel gennaio 2026, Reporters Without Borders contava venticinque giornalisti detenuti nel Paese. La stessa organizzazione ha ricostruito pubblicamente le condizioni carcerarie della Direttore di Abzas Media, Sevinj Vagifgizi, incarcerata dopo avere svolto inchieste sulla corruzione del regime.

Reporters Without Borders ha fermamente condannato la sentenza emessa il 27 luglio 2026 dal tribunale di Baku, che ha inflitto pene durissime a cinque giornalisti e collaboratori del media indipendente Toplum TV, con pene comprese tra quasi dodici e quattordici anni. Human Rights Watch ha definito quelle pronunciate le condanne più dure dall’inizio dell’attuale offensiva contro il giornalismo indipendente (nove giornalisti, operatori dei media e rappresentanti della società civile condannati a pene tra dodici e quindici anni).

Le condanne specifiche per i professionisti dell’informazione di Toplum TV includono: Alasgar Mammadli (co-fondatore e direttore): 14 anni di carcere; Ilkin Amrahov e Mushfig Jabbar (giornalisti e video editor): 13 anni di carcere; Farid Ismayilov (giornalista): 12 anni di carcere; Elmir Abbasov (social media manager): 11 anni, 11 mesi e 28 giorni.

Il processo (definito da Reporters Without Borders una “farsa”) si inserisce in una più ampia ondata di repressione ordinata dal Presidente Ilham Aliyev contro le poche voci libere rimaste nel Paese. Gli uffici di Toplum TV erano stati perquisiti e sigillati dalla polizia già nel marzo 2024.I giornalisti, che si sono dichiarati non colpevoli, sono stati condannati con accuse di natura finanziaria – tra cui contrabbando di valuta straniera ed evasione fiscale – espedienti legali che le autorità azere utilizzano regolarmente per bloccare i finanziamenti internazionali ai media indipendenti e punire il giornalismo d’inchiesta. Oltre ai cinque membri dello staff di Toplum TV, nello stesso processo sono stati condannati anche quattro attivisti politici correlati, portando le pene totali fino a 15 anni di reclusione.

Baku può protestare contro TVP World. Più difficile è sostenere che la repressione non esista. Evidentemente, il servizio polacco ha toccato un nervo scoperto.

Safarov: quando l’assassinio di un Armeno viene premiato

Il 31 agosto riporta alla memoria anche uno degli episodi più emblematici dell’armenofobia promossa e premiata a livello statale.

L’11 gennaio 2004, durante un corso del programma Partnership for Peace della NATO a Budapest, l’ufficiale azero Ramil Safarov entrò nella stanza dell’ufficiale armeno Gurgen Margaryan e lo uccise a colpi d’ascia mentre dormiva. Tentò poi di raggiungere un altro partecipante armeno, Hayk Makuchyan, ma trovò la porta chiusa. Nel 2006 Safarov fu condannato in Ungheria all’ergastolo, con l’impossibilità di chiedere la libertà prima di trent’anni. Il 31 agosto 2012, tuttavia, le autorità ungheresi lo estradarono in Azerbaigian sulla base della Convenzione sul trasferimento delle persone condannate e delle assicurazioni ricevute da Baku circa la prosecuzione della pena.

Appena arrivato in Azerbaigian, Safarov fu graziato dal Presidente Ilham Aliyev. Fu liberato, promosso, ricompensato con gli arretrati dello stipendio e accolto come un eroe. Nel 2020 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che l’Azerbaigian aveva violato la Convenzione europea per il trattamento riservato a Safarov dopo il suo ritorno. La Corte non attribuì allo Stato la responsabilità diretta dell’assassinio commesso a titolo individuale, ma rilevò che le autorità azere avevano approvato e premiato il crimine attraverso la grazia, la promozione e i benefici concessi all’autore.

Il caso Safarov non appartiene dunque soltanto alla cronaca del passato. Mostra che cosa accade quando un assassinio motivato dall’odio etnico viene trasformato in titolo di merito da uno Stato. E conferisce un significato ancora più inquietante alla distruzione del patrimonio armeno dell’Artsakh, alla detenzione dei suoi ex dirigenti e alla cancellazione della sua memoria.

Le domande che restano fuori dai comunicati

A Biškek, Pashinyan e Aliyev hanno parlato di pace, normalizzazione e connettività. Putin e Pashinyan discuteranno del futuro dell’Armenia tra Europa e spazio eurasiatico. Mosca segnala intanto di non avere dimenticato Kocharyan; la diaspora contesta a Erevan l’abbandono degli interessi pan-armeni; Baku protesta perché una televisione europea racconta la repressione.

In mezzo a queste linee di tensione restano gli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Restano il loro diritto al ritorno, i prigionieri detenuti in Azerbaigian, le chiese e i monumenti cancellati, la memoria di Shushi e Stepanakert. Restano anche le domande sul significato di una pace nella quale una delle parti può imporre il silenzio non soltanto sulla terra perduta, ma persino sulle persone che l’abitavano.

La questione decisiva non è soltanto se l’Armenia sceglierà Mosca o Brussel, né se riuscirà a normalizzare le relazioni con Baku. È se, nel compiere queste scelte, potrà continuare a riconoscersi come il centro politico di un popolo, che non termina ai confini della Repubblica, e che non può essere invitato a dimenticare l’Artsakh/Nagorno-Karabakh per rendere più agevole la diplomazia.

Foto di copertina: il Presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev e il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan si stringono la mano in occasione dell’incontro bilaterale del 31 agosto 2026 a Biškek, a margine del vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (Foto del Governo della Repubblica di Armenia).

Artsakh cancellato dalle pietre, ma non dalla storia. La Cattedrale distrutta, Bako Sahakyan da 1.062 giorni a Baku e dall’Australia torna la richiesta di giustizia (Korazym 30.08.26)

Una Cattedrale può essere rasa al suolo. Le opere d’arte che custodiva possono scomparire insieme alle sue mura. Un ex Presidente può trascorrere il suo sessantaseiesimo compleanno in un carcere di Baku, dopo 1.062 giorni di detenzione. Più di centomila persone possono essere costrette ad abbandonare la propria terra e, quasi tre anni dopo, continuare a vivere lontano dalle case, dalle chiese, dai cimiteri e dai luoghi nei quali è radicata la loro memoria. Ma tutto questo non significa che la questione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh abbia cessato di esistere.

Tre notizie di questi giorni, apparentemente diverse, finiscono per ricomporre lo stesso quadro: la distruzione del patrimonio culturale e religioso armeno nei territori passati sotto il controllo dell’Azerbaigian; la detenzione a Baku degli ex dirigenti politici e militari dell’Artsakh; la condizione degli Armeni sfollati con la forza nel settembre 2023 e il loro diritto al ritorno.

Sono precisamente le questioni che questo Blog dell’Editore continua a seguire, mentre la diplomazia internazionale concentra l’attenzione sul processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Una pace necessaria, certamente. Ma una pace che voglia essere anche giusta e duratura, non può semplicemente trasformare ciò che è accaduto nell’Artsakh in una pagina da voltare.

Con la Cattedrale sono state distrutte anche opere irripetibili di arte sacra armena

Sulla distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert siamo tornati più volte. Il 22 aprile scorso, nell’articolo Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante, avevamo documentato la scomparsa di uno dei principali simboli Cristiani della capitale dell’Artsakh.

Il 13 agosto, in Stepanakert, prima e dopo la ruspa. La Cattedrale armena non c’è più e qualcuno festeggia: «Gorbagor oldu», avevamo mostrato come la documentazione fotografica e satellitare avesse ormai eliminato ogni ragionevole dubbio: l’edificio risultava ancora esistente il 3 marzo 2026, mentre il 2 aprile non c’era più. Il Caucasus Heritage Watch ha confermato attraverso immagini satellitari la distruzione della Cattedrale, inserendola nel quadro della perdita di altri siti religiosi e memoriali armeni a Stepanakert.

Ora emerge un ulteriore elemento, che permette di comprendere meglio ciò che viene perduto quando si distrugge un edificio religioso. Non sono scomparse soltanto le mura della Cattedrale. Con esse sono state distrutte opere d’arte create appositamente per quel luogo e quindi inseparabili dalla sua identità.

Hovik Avanesov, Garante del Patrimonio Culturale dell’Artsakh e Vicepresidente dell’ONG storico-culturale Azgayin, ha richiamato in particolare l’attenzione sulle porte d’ingresso realizzate dall’artista e scultore Robert Askaryan. Interamente lavorate a mano, con intagli ed elementi scultorei ispirati all’iconografia Cristiana armena e alla tradizione artistica nazionale, non erano semplicemente un elemento funzionale dell’edificio, ma opere autonome concepite come parte integrante della Cattedrale [1].

Ogni decorazione e soluzione scultorea era stata realizzata individualmente. Nelle porte si intrecciavano simbolismo Cristiano, memoria culturale armena e linguaggio artistico contemporaneo. La loro distruzione rende dunque ancora più evidente una realtà sulla quale insistiamo da tempo: quando viene demolito un luogo sacro, non scompare soltanto un edificio. Può essere cancellato un insieme irripetibile di architettura, arte, Fede e memoria che non può essere trasferito altrove né ricostruito semplicemente rifacendone le mura. È precisamente per questo che la tutela del patrimonio armeno dell’Artsakh non può ridursi alla catalogazione di ciò che è già scomparso.

Bako Sahakyan compie 66 anni nel carcere di Baku

La seconda notizia porta dalle pietre agli uomini. Oggi, 30 agosto 2026, Bako Sahakyan, nato a Stepanakert il 30 agosto 1960, compie 66 anni. È il suo terzo compleanno nella detenzione azera.

Sono trascorsi 1.062 giorni dal 3 ottobre 2023, quando l’ex Presidente della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabkh fu arrestato a Stepanakert, pochi giorni dopo l’offensiva azera e l’esodo completo della popolazione armena dalla regione.

Sahakyan è stato una delle figure centrali della storia politica dell’Artsakh. Ministro dell’Interno e successivamente Capo del Servizio di Sicurezza Nazionale, nel 2007 fu eletto Presidente della Repubblica, succedendo ad Arkadi Ghukasyan. Rieletto nel 2012, rimase alla guida dell’Artsakh fino al 2020.

Il 5 febbraio 2026 il Tribunale Militare di Baku lo ha condannato a 20 anni di reclusione. Il 6 agosto la Corte d’Appello di Baku ha confermato la sentenza, insieme a quelle pronunciate contro gli altri ex dirigenti dell’Artsakh. La stessa fonte ufficiale azera conferma che Sahakyan e Arkadi Ghukasyan sono stati condannati a 20 anni, mentre Arayik Harutyunyan, Levon Mnatsakanyan, David Manukyan, Davit Ishkhanyan e David Babayan sono stati condannati all’ergastolo [2].

Abbiamo affrontato nuovamente la questione dei detenuti Armeni il 23 agosto nell’articolo Trump ha una leva su Aliyev. La pace tra Armenia e Azerbaigian passi anche dalla liberazione dei 19 prigionieri Armeni a Baku. Il punto resta quello indicato allora: una pace che lasci nelle carceri azere gli ex dirigenti dell’Artsakh e gli altri Armeni detenuti a Baku porta con sé una questione umanitaria e politica che gli accordi economici e le nuove infrastrutture non possono cancellare.

Oggi Bako Sahakyan trascorre dunque il suo sessantaseiesimo compleanno dietro le sbarre. Non è soltanto una ricorrenza personale. Quei 1.062 giorni sono anche la misura temporale di uno dei problemi ancora irrisolti del dopo-Artsakh.

Dall’Australia: prigionieri, diritto al ritorno e patrimonio culturale

Il terzo aggiornamento arriva dall’altra parte del mondo, ma riunisce precisamente le due questioni precedenti e ne aggiunge una terza: il destino della popolazione dell’Artsakh.

Il 26 agosto si è svolta la seconda conferenza virtuale dell’Australian Friends of Artsakh Network, promossa con il coinvolgimento dell’Armenian National Committee of Australia e alla quale hanno partecipato esponenti politici dei diversi livelli di governo, rappresentanti religiosi e della società civile. Relatori principali sono stati Artak Beglaryan e Hamlet Petrosyan [3].

Beglaryan, già Difensore dei Diritti Umani e successivamente Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, oggi alla guida dell’Artsakh Union, ha richiamato l’attenzione sulle condizioni nelle quali vivono gli Armeni sfollati: povertà, problemi legati allo status, separazione dalla terra ancestrale e persistente detenzione di prigionieri politici e altri Armeni in Azerbaigian.

Ma soprattutto, ha indicato quattro questioni sulle quali l’Australia potrebbe intervenire: chiedere l’immediata liberazione dei detenuti Armeni; sostenere l’inserimento in qualsiasi accordo tra Armenia e Azerbaigian di garanzie effettive per il diritto al ritorno; chiedere responsabilità per la distruzione del patrimonio culturale e delle aree residenziali armene; valutare, quale Stato parte dello Statuto di Roma, un deferimento della situazione alla Corte Penale Internazionale affinché venga esaminata la deportazione forzata della popolazione dell’Artsakh.

Hamlet Petrosyan, Dottore in Scienze Storiche e Direttore del Dipartimento di Studi Culturali dell’Università Statale di Yerevan, ha invece illustrato la situazione dei monumenti e dei siti culturali Armeni rimasti nei territori dell’Artsakh sotto controllo azero, sottolineando la necessità di garanzie internazionali per la loro conservazione. Non si tratta, ha ricordato, soltanto di patrimonio armeno, ma di beni appartenenti alla più ampia eredità culturale dell’umanità.

È significativo che le tre questioni siano state poste insieme. Prigionieri, ritorno e patrimonio culturale non sono capitoli separati. Riguardano le persone che abitavano una terra, la possibilità di tornarvi e ciò che di quella presenza rimane sul territorio.

Abbiamo ricordato 22 agosto con l’articolo Armenia, Lilit Galstyan alla guida della Commissione per i diritti umani. Dalla Chiesa all’Artsakh, le questioni che Erevan non può più eludere, parlando anche delle posizioni assunte a Yerevan, che l’Artsakh non scompare perché non se ne parla.

E abbiamo osservato come, mentre il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh viene trattato con crescente cautela dalla politica armena per non compromettere il negoziato con Baku, dall’Azerbaigian continui ad essere promossa la narrativa del cosiddetto «Azerbaigian occidentale», estesa a territori della Repubblica sovrana di Armenia (Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Yerevan diventa «terra azera»).

Una pace non può avere bisogno della cancellazione della memoria

I tre aggiornamenti di oggi finiscono così per raccontare la stessa storia da tre prospettive:

  • A Stepanakert non è stata demolita soltanto una Cattedrale: insieme ad essa sono scomparse opere d’arte sacra create appositamente per quel luogo.
  • A Baku, Bako Sahakyan compie 66 anni dopo 1.062 giorni di detenzione, mentre resta aperta la questione degli altri Armeni detenuti in Azerbaigian.
  • In Australia, rappresentanti politici, religiosi e civili tornano a discutere dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, del diritto al ritorno, della liberazione dei prigionieri e della protezione di un patrimonio culturale che continua a scomparire.

È difficile trovare una sintesi più chiara della questione.

La pace tra Armenia e Azerbaigian è necessaria. Ma non può richiedere come prezzo la cancellazione dell’Artsakh dalla memoria, dalla storia e dall’agenda internazionale. Perché si possono demolire le chiese, disperdere una popolazione e persino tentare di eliminare dal paesaggio le testimonianze materiali della sua presenza.

Ma proprio ciò che sta accadendo dimostra perché sia necessario continuare a documentare. Prima che delle pietre restino soltanto le fotografie. Prima che dei prigionieri restino soltanto i numeri dei giorni trascorsi in carcere. E prima che il diritto al ritorno venga trasformato, dal trascorrere del tempo e dal silenzio internazionale, in un diritto soltanto sulla carta.

[1]  Azerbaijan Destroys Stepanakert Cathedral and Irreplaceable Armenian Sacred Art – Armenian Report, 29 agosto 2026.
[2]  Verdict announced in appellate court on appeals of Armenian citizens – AZƏRTAC, 6 agosto 2026.
[3]  Australian Friends of Artsakh Conference Highlights Ongoing Crisis Facing Displaced Armenians – Media Releases – News – Armenian National Committee, 28 agosto 2026.

Foto di copertina: le porte d’ingresso della Cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert, interamente realizzate a mano dall’artista e scultore Robert Askaryan e distrutte insieme alla Cattedrale tra marzo e aprile 2026. Nei pannelli, simboli della tradizione Cristiana armena, motivi ornamentali e richiami alla memoria culturale dell’Artsakh (Foto The Armenian Report).

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Armenia, Amsterdam accusa Pashinyan: «Agisce come se nessuna istituzione fosse al di sopra della sua autorità». Lo scontro sulla Chiesa diventa questione internazionale (Korazym 29.08.26)

Lo scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena compie un altro passo e comincia a uscire dai confini dell’Armenia. Dopo l’ingresso della «riforma» della Chiesa e della rimozione di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, nel programma governativo 2026-2031; dopo gli attacchi pronunciati da Pashinyan nell’Assemblea Nazionale; dopo la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin, che ha denunciato il tentativo di costruire artificialmente una «crisi» per giustificare l’ingerenza dello Stato nella vita ecclesiale, interviene ora l’avvocato internazionale Robert Amsterdam.

La sua lettura è netta: il governo armeno non starebbe più esercitando soltanto una pressione politica su singoli esponenti della gerarchia ecclesiastica, ma starebbe tentando di estendere il proprio intervento alla futura guida, al governo e all’orientamento stesso della Chiesa Apostolica Armena. Secondo Amsterdam, Pashinyan si comporta «come se nessuna istituzione in Armenia fosse al di sopra della sua autorità».

È precisamente questo il punto che rende il suo intervento qualcosa di più dell’ennesima voce nello scontro ormai aperto tra Erevan ed Etchmiadzin. La domanda non riguarda più soltanto Pashinyan e Karekin II, né le accuse rivolte al Catholicos. Riguarda il confine tra il potere dello Stato e l’autonomia di una Chiesa: chi può stabilire come debba essere «riformata» una comunità religiosa, chi debba guidarla e secondo quali criteri debba organizzare la propria vita interna?

Dalla pressione sui Vescovi alla «riforma» della Chiesa

Su questo Blog dell’Editore seguiamo da mesi il progressivo deterioramento dei rapporti tra il governo armeno e la Chiesa Apostolica Armena. Il passaggio decisivo è arrivato con il programma di governo 2026-2031, nel quale è stata inserita una sezione dedicata alla «Sicurezza spirituale».

Il governo si propone di intervenire sulla Chiesa Apostolica Armena attraverso una «riforma», la trasparenza finanziaria, la condotta del clero e il superamento dell’attuale guida ecclesiastica. Non si tratta dunque soltanto delle ripetute dichiarazioni pubbliche di Pashinyan contro Karekin II: la questione è entrata formalmente nell’agenda politica dell’esecutivo.

Il 24 agosto, presentando il programma davanti all’Assemblea Nazionale, Pashinyan ha inoltre annunciato la preparazione, su sua indicazione, di un rapporto su quella che definisce una «profonda crisi sistemica» della Chiesa Apostolica Armena. Da quel rapporto potrebbero derivare ulteriori iniziative, comprese eventuali modifiche legislative. È su questo nuovo passaggio che interviene Robert Amsterdam.

Amsterdam: il governo vuole determinare il futuro della Chiesa

Avvocato internazionale e fondatore dello studio Amsterdam & Partners LLP, Robert Amsterdam sostiene che l’azione del governo armeno abbia ormai superato il livello dello scontro con singoli ecclesiastici. La nuova attenzione governativa alla «sicurezza spirituale» e alla «riforma» della Chiesa rappresenterebbe, secondo il giurista, un significativo ampliamento della campagna contro la storica Chiesa nazionale armena.

Il contesto nel quale questa iniziativa viene avanzata è determinante. Negli ultimi mesi diversi Vescovi e sacerdoti sono stati coinvolti in arresti o procedimenti penali. Anche Karekin II e altri sei alti prelati sono stati trascinati davanti alla giustizia civile nella controversia relativa alla destituzione dell’Arcivescovo Arshak Khachatryan.

Ora, osserva Amsterdam, l’obiettivo non riguarderebbe più soltanto singoli uomini di Chiesa: il governo starebbe tentando di esercitare influenza sulla futura leadership, sul governo e sull’orientamento della Chiesa Apostolica Armena. Da qui l’accusa più grave rivolta al Primo Ministro: Pashinyan starebbe agendo come se «nessuna istituzione in Armenia fosse al di sopra della sua autorità», comprendendo in questa valutazione tanto il Parlamento quanto la Chiesa Apostolica Armena.

Una Chiesa che ha attraversato i secoli senza uno Stato armeno

L’intervento di Amsterdam richiama anche una peculiarità che rende il caso armeno difficilmente riducibile a un ordinario conflitto tra governo e istituzione religiosa.

La Chiesa Apostolica Armena appartiene alle più antiche comunità cristiane del mondo e ha avuto un ruolo essenziale nella conservazione dell’identità religiosa, culturale e nazionale armena attraverso secoli nei quali uno Stato armeno indipendente non esisteva. Ha attraversato dominazioni straniere, persecuzioni, il Genocidio armeno e la repressione sovietica. Le sue strutture canoniche, la scelta dei propri Vescovi e l’elezione del Catholicos appartengono a un ordinamento ecclesiale che precede di molti secoli l’attuale Repubblica d’Armenia. Proprio per questo la controversia assume una dimensione che supera la persona di Karekin II.

Un governo può criticare una Chiesa. Può perseguire eventuali reati commessi dai suoi membri secondo le garanzie dello Stato di diritto. Può pretendere il rispetto delle leggi applicabili alle istituzioni religiose. Altra cosa è stabilire quale debba essere la sua «riforma», indicare che il suo capo deve essere rimosso e prospettare una futura configurazione della sua leadership. È qui che la questione diventa quella della libertà religiosa e dell’autonomia ecclesiale.

Etchmiadzin: il Parlamento non può decidere gli affari interni della Chiesa

È sostanzialmente lo stesso confine indicato il 26 agosto dal Consiglio Spirituale Supremo, riunito presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II.

La dichiarazione, sulla quale abbiamo riferito, sostiene che il governo «non ha né l’autorità né la competenza costituzionalmente stabilita» per inserire la riforma della Chiesa nel proprio programma o imporre al clero proprie proposte e richieste.

Ancora più esplicito il passaggio sull’Assemblea Nazionale: secondo il Consiglio Spirituale Supremo, il Parlamento non ha alcuna autorità sulle questioni interne della Chiesa e non costituisce né un foro competente né appropriato per discuterle. «La riforma della Chiesa Armena – afferma Etchmiadzin – non può essere realizzata attraverso pressioni esterne, minacce o simili atti di arbitrarietà».

La dichiarazione collega inoltre l’attuale offensiva politica ad altre decisioni assunte negli ultimi anni: l’eliminazione della materia «Storia della Chiesa Armena» dal curriculum scolastico, la soppressione dell’assistenza spirituale nelle Forze Armate, la sospensione del ministero pastorale del clero negli istituti penitenziari e l’imposizione di ulteriori obblighi fiscali attraverso sanzioni e multe.

Ma soprattutto Etchmiadzin individua tra le ragioni dello scontro un elemento sul quale abbiamo già richiamato l’attenzione: la memoria dell’Artsakh, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e la richiesta di liberazione degli Armeni detenuti a Baku.

Amsterdam chiama in causa la comunità internazionale

L’elemento nuovo dell’intervento di Amsterdam è però soprattutto un altro. Amsterdam & Partners rivolge un appello esplicito ai governi stranieri, ai leader religiosi, alle organizzazioni per i diritti umani e alle comunità della Diaspora armena affinché si oppongano pubblicamente all’ingerenza politica nella Chiesa e ne difendano il diritto a determinare autonomamente la propria leadership e i propri affari interni.

La crisi tra Pashinyan ed Etchmiadzin viene così portata sul terreno internazionale. Ed è un passaggio che merita attenzione anche perché l’Armenia di Pashinyan sta contemporaneamente cercando di accreditare il proprio nuovo corso attraverso un progressivo avvicinamento politico all’Occidente, presentando la «Quarta Repubblica» come il superamento della stagione politica nata dal Movimento del Karabakh e come l’inizio di una nuova fase fondata sulla pace.

Proprio per questo la questione della Chiesa non può essere liquidata semplicemente attraverso lo schema geopolitico che contrappone un governo orientato verso l’Occidente a istituzioni o opposizioni considerate vicine alla Russia. La libertà religiosa, l’autonomia delle comunità ecclesiali, l’indipendenza della magistratura e il pluralismo istituzionale sono criteri che dovrebbero valere indipendentemente dall’orientamento geopolitico del governo che viene giudicato.

La domanda che resta

Robert Amsterdam formula la sua accusa in termini particolarmente duri. Ma, al di là della valutazione politica sul governo Pashinyan, resta una questione istituzionale che diventa sempre più difficile evitare.

Se il governo può stabilire che una Chiesa attraversa una «crisi sistemica», promuovere un’indagine parlamentare sulla sua vita interna, inserire la sua «riforma» nel programma dell’esecutivo, dichiarare che il suo capo deve essere rimosso e intervenire sul percorso che dovrebbe condurre alla futura leadership ecclesiastica, dove termina la legittima azione dello Stato e dove comincia l’ingerenza politica nella libertà religiosa? È una domanda che avevamo posto già davanti al processo contro Karekin II: può uno Stato decidere chi è Vescovo?

Oggi la domanda diventa ancora più ampia. Può uno Stato decidere come deve essere riformata una Chiesa e chi debba guidarla? La risposta non riguarda soltanto l’Armenia. Ed è precisamente per questo che quanto sta accadendo tra Erevan ed Etchmiadzin non può più essere considerato soltanto una controversia interna armena.

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Leone XIV mette mano al potere dei Patriarchi e rompe il tabù: ora il Sinodo potrà rimuoverli con i due terzi (Il Messaggero 29.08.26)

La questione dell’età dei patriarchi cattolici orientali non è più soltanto anagrafica. Dietro il progressivo invecchiamento dei vertici di alcune delle più antiche Chiese del Medio Oriente si sta aprendo un problema di governo, successione e soprattutto di equilibrio tra l’autonomia garantita dalla tradizione orientale e il ruolo della Santa Sede. È su questo terreno che interviene ora Leone XIV con il motu proprio Mutua concordia modificando due punti delicatissimi del Codice dei canoni delle Chiese orientali.

Il patriarca più anziano è il libanese Béchara Raï, capo della Chiesa maronita, che ha 86 anni. Lo segue il patriarca siro-cattolico Ignace Younan, 81 anni, quindi il melchita Youssef Absi, 80 anni, e infine il patriarca armeno-cattolico Raphaël Bedros XXI Minassian, 79 anni.

Proprio il caso Minassian aiuta a comprendere la portata della riforma appena varata. Eletto patriarca il 23 settembre 2021, l’anno scorso era finito al centro di un durissimo confronto interno alla Chiesa armeno-cattolica. Un gruppo di vescovi più giovani puntava di fatto a un ricambio al vertice, trovando una sponda, dietro le quinte, nel cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, scelto da Francesco nel 2022 e considerato interprete di una linea particolarmente interventista nei confronti delle realtà affidate al suo dicastero.

La contrapposizione aveva anche un evidente risvolto generazionale. Minassian, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di lasciare. E il diritto canonico orientale non offriva praticamente strumenti per costringere un patriarca a farsi da parte: la cessazione dall’ufficio era legata essenzialmente alla morte o alla rinuncia volontaria.

Leone XIV era intervenuto evitando che la crisi armena precipitasse e Minassian era rimasto al suo posto. Ma proprio quella vicenda aveva fatto emergere una lacuna normativa che adesso il Papa ha deciso di colmare. E qui si trova il paradosso della riforma: Leone ha impedito che un patriarca fosse sostanzialmente defenestrato senza una procedura giuridica, ma nello stesso tempo ha costruito quella procedura, rendendo possibile in futuro ciò che fino a oggi il diritto non disciplinava.

Un patriarca potrà essere rimosso

Con la Lettera apostolica Mutua concordia, Leone XIV modifica infatti i canoni 106 e 126 del Codice dei canoni delle Chiese orientali. Il principio introdotto è rilevante: quando per «motivi gravi» il rapporto tra il patriarca e il Sinodo dei vescovi risulti irrimediabilmente compromesso, sarà possibile avviare un procedimento ordinato che può condurre alla cessazione del patriarca dal suo ufficio.

La riforma cerca contemporaneamente di proteggere due principi: l’autonomia sinodale delle Chiese orientali e la garanzia che una maggioranza episcopale non possa trasformarsi in uno strumento per liquidare arbitrariamente un patriarca scomodo.

Per questo viene assicurato al patriarca il diritto alla piena difesa davanti al Sinodo e resta decisivo il ruolo della Sede Apostolica.

Al Papa spetta infatti concedere l’assenso alla decisione sinodale, anche allo scopo di verificare che i vescovi abbiano potuto esprimere liberamente il proprio voto, «al riparo da qualsiasi possibile indebita pressione interna o esterna».

Il meccanismo introdotto è altrettanto significativo. Leone XIV dispone che al canone 106 venga aggiunto un nuovo paragrafo 3: qualora il patriarca ometta di adempiere agli obblighi stabiliti dal Codice, il Sinodo dei vescovi della Chiesa patriarcale potrà essere convocato dal vescovo avente diritto di voto più anziano per ordinazione episcopale. Se anche quest’ultimo non procedesse, la facoltà passerà progressivamente agli altri vescovi più anziani disponibili.

Nel caso di una crisi grave e non ricomponibile, dunque, il Sinodo acquista uno strumento che prima non possedeva. Se il patriarca non accettasse di lasciare spontaneamente l’ufficio, la questione potrebbe essere sottoposta a scrutinio segreto e, raggiunta la maggioranza qualificata prevista di due terzi, la decisione sinodale verrebbe sottoposta all’assenso del Pontefice.

È una modifica apparentemente tecnica, ma ecclesiologicamente assai delicata. Nelle Chiese orientali cattoliche il patriarca non è infatti assimilabile a un normale vescovo diocesano: rappresenta una tradizione ecclesiale antichissima e governa insieme al proprio Sinodo secondo un’autonomia riconosciuta da Roma. Introdurre la possibilità di una sua rimozione significa quindi intervenire sul difficile equilibrio tra primato pontificio e sinodalità orientale.

Il precedente armeno

È difficile non leggere la nuova normativa anche alla luce di quanto accaduto nella Chiesa armeno-cattolica. Minassian, oltre che per il confronto interno apertosi sul suo governo, è conosciuto per l’impegno nella valorizzazione della memoria dei martiri e delle grandi figure della sua Chiesa. Ha sostenuto la causa di beatificazione del servo di Dio cardinale Grégoire-Pierre XV Agagianian e il percorso che ha condotto alla canonizzazione di Ignazio Maloyan, il vescovo martire ucciso nel 1915 durante il genocidio degli armeni.

La vicenda armena aveva però posto a Roma una domanda destinata prima o poi a ripresentarsi: che cosa accade quando un conflitto tra un patriarca e una parte consistente del suo episcopato diventa permanente, ma il patriarca non intende dimettersi?

La risposta di Leone XIV è Mutua concordia. Non un limite anagrafico automatico, dunque, né l’estensione ai patriarchi orientali della logica delle dimissioni episcopali al compimento dei 75 anni, ma uno strumento straordinario da utilizzare quando la comunione interna risulti gravemente compromessa. La differenza è sostanziale: l’età, da sola, non diventa motivo di rimozione.

Raï, 86 anni e ancora al centro del Libano

Lo dimostra il caso di Béchara Raï. A 86 anni il patriarca maronita rimane una delle figure ecclesiastiche e politiche più autorevoli del Medio Oriente e continua a intervenire direttamente nei passaggi cruciali della crisi libanese.

Negli ultimi mesi ha insistito soprattutto sulla difesa della sovranità del Libano e sulla necessità che i negoziati con Israele conducano a una pace stabile. «Preghiamo che i negoziati e gli sforzi in corso portino i loro frutti sotto forma di una pace giusta e duratura», ha affermato, indicando tra gli obiettivi la fine degli attacchi, il ritiro dal territorio libanese, il ritorno degli sfollati nei villaggi e l’avvio della ricostruzione.

Il patriarca continua inoltre a sostenere con forza l’esercito libanese, definito «l’istituzione che unisce la nazione», e chiede che venga rafforzato ed equipaggiato. Dietro questa posizione c’è uno dei nodi politici più esplosivi del Paese: per Raï soltanto lo Stato deve detenere l’autorità sulla legge e soprattutto sulle decisioni di guerra e di pace.

Altrettanto netta è la sua posizione sulla crisi economica e istituzionale. Raï chiede «vere riforme, non slogan», una magistratura indipendente, un’amministrazione trasparente e un sistema di responsabilità «che non risparmi nessuno». Continua inoltre a reclamare piena chiarezza sull’inchiesta per l’esplosione del porto di Beirut del 2020 e ha accolto favorevolmente la recente decisione del Consiglio di Stato sulla questione della confisca dei terreni da parte dello Stato.

È proprio il confronto tra Raï e Minassian a mostrare perché Leone XIV abbia scelto di non introdurre automatismi legati all’anagrafe. Quattro dei principali patriarchi cattolici orientali hanno ormai tra i 79 e gli 86 anni, ma età avanzata e incapacità di governo non necessariamente coincidono. Il problema per Roma nasce quando viene meno la comunione tra il patriarca e il suo Sinodo.

Con Mutua concordia, per la prima volta quella frattura trova una via d’uscita codificata. Una riforma nata per «ricomporre la comunione ferita», ma destinata inevitabilmente a spostare gli equilibri di potere all’interno delle Chiese orientali: perché da oggi un patriarca resta sovrano della propria Chiesa secondo la tradizione sinodale, ma non è più, giuridicamente, inamovibile.

Armenia, due fronti giudiziari scuotono il Paese. Kocharyan in carcere, il processo al Catholicos Karekin II passa a Yerevan (Korazym 29.08.26)

 In Armenia avanzano parallelamente due vicende giudiziarie diverse per natura e accuse, ma entrambe destinate ad avere conseguenze sul già tesissimo confronto politico e istituzionale del Paese. L’ex Presidente Robert Kocharyan è stato posto in custodia cautelare per due mesi nell’ambito della nuova inchiesta per corruzione che coinvolge anche il figlio Sedrak e l’ex Presidente Serzh Sargsyan. Intanto, il procedimento penale senza precedenti contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei membri del Consiglio Spirituale Supremo della Chiesa Apostolica Armena incontra un nuovo ostacolo procedurale: dopo la ricusazione del primo giudice, il secondo magistrato incaricato ha sollevato una questione di competenza territoriale e disposto la trasmissione del fascicolo al Tribunale di primo grado di Yerevan.

Due procedimenti distinti, che sarebbe scorretto sovrapporre sul piano giuridico. Ma la loro contemporaneità assume inevitabilmente una dimensione politica nell’Armenia guidata dal Primo Ministro Nikol Pashinyan, dove lo scontro con una parte dell’opposizione e quello con la leadership della Chiesa Apostolica Armena procedono ormai da mesi su binari paralleli.

Robert Kocharyan in custodia cautelare per due mesi

Come abbiamo riferito nella nostra precedente copertura, l’ex Presidente Robert Kocharyan, che guidò l’Armenia dal 1998 al 2008 e oggi è una delle principali figure dell’opposizione, è stato arrestato il 25 agosto nell’ambito di un’indagine per presunti reati di corruzione commessi durante il suo mandato.

Il Tribunale anticorruzione ha successivamente disposto nei suoi confronti due mesi di custodia cautelare. Analoga misura era già stata adottata nei confronti del figlio maggiore Sedrak Kocharyan.

All’ex Capo dello Stato vengono contestati episodi di abuso dei poteri d’ufficio, accettazione di tangenti di particolare entità e riciclaggio di denaro su larga scala. Secondo gli investigatori, durante la sua Presidenza beni pubblici di notevole valore sarebbero stati trasferiti a soggetti privati a condizioni fortemente inferiori a quelle di mercato, con successivi passaggi societari destinati a occultarne l’effettiva proprietà.

La difesa respinge le accuse e considera il procedimento politicamente motivato. La responsabilità penale di Kocharyan, naturalmente, dovrà essere accertata nel processo.

La vicenda ha assunto un peso politico ancora maggiore perché le perquisizioni e gli arresti sono arrivati meno di ventiquattr’ore dopo il durissimo confronto parlamentare tra Pashinyan e Levon Kocharyan, figlio minore dell’ex Presidente e deputato dell’opposizione. Il Primo Ministro aveva pubblicamente contestato l’origine della ricchezza della famiglia Kocharyan e affermato che i beni acquisiti illegalmente dovranno essere restituiti allo Stato.

Pashinyan è successivamente tornato sull’argomento, sostenendo che Robert Kocharyan, Serzh Sargsyan e altri esponenti della precedente classe dirigente dovrebbero vivere delle pensioni e dei redditi legalmente ottenuti, mentre quanto acquisito illegalmente dovrà essere restituito allo Stato.

La coincidenza temporale non costituisce di per sé prova di interferenza politica nell’azione giudiziaria. Ma le dichiarazioni del Primo Ministro rendono ancora più importante che l’accertamento delle eventuali responsabilità rimanga chiaramente affidato agli organi giudiziari e sia accompagnato dalle necessarie garanzie dello Stato di diritto.

Mosca interviene sul caso Kocharyan

Il caso ha ormai superato anche i confini dell’Armenia. Dopo una prima prudente reazione del Cremlino, il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è intervenuto sulla vicenda, collegandola al più ampio mutamento degli orientamenti internazionali dell’Armenia. Mosca non ha accusato direttamente il governo Pashinyan di avere ordinato l’azione giudiziaria contro Kocharyan. Il riferimento di Lavrov alla politica estera dell’attuale leadership armena è tuttavia significativo, considerando che Kocharyan rappresenta storicamente una linea favorevole a stretti rapporti con la Russia, mentre il governo Pashinyan ha progressivamente avvicinato il Paese all’Unione Europea e all’Occidente. Il procedimento giudiziario contro l’ex Presidente entra così inevitabilmente anche nel delicato confronto geopolitico tra Yerevan e Mosca.

Il secondo fronte: il processo senza precedenti contro Karekin II

Contemporaneamente si registra un nuovo sviluppo nel procedimento contro il Catholicos Karekin II e sei Vescovi e Arcivescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo.

Il 28 agosto, nel Tribunale di Vagharshapat-Etchmiadzin, il giudice Serzh Rushanyan ha disposto che il fascicolo venga trasmesso al Tribunale di primo grado di giurisdizione generale di Yerevan per una questione di competenza territoriale. Non si tratta, propriamente, di una seconda ricusazione.

Il primo giudice incaricato del procedimento, Hakob Manukyan, si era ricusato durante l’udienza del 7 agosto, osservando che la propria precedente attività professionale di avvocato avrebbe potuto far sorgere dubbi sulla sua imparzialità. Il fascicolo era stato successivamente assegnato a Rushanyan.

Il secondo giudice ha invece rilevato un problema nell’imputazione formulata nei confronti del Catholicos: a differenza delle contestazioni riguardanti gli altri imputati, quella relativa a Karekin II non specificherebbe il luogo nel quale il presunto reato sarebbe stato commesso. Un elemento tutt’altro che secondario, perché da esso dipende quale tribunale sia territorialmente competente a giudicare il caso.

«Non sto cercando di evitare questo processo»

Il giudice Rushanyan ha spiegato che una determinazione errata della competenza territoriale potrebbe successivamente costituire motivo per l’annullamento della decisione da parte della Corte d’Appello o della Corte di Cassazione e potrebbe persino esporre il giudice a conseguenze disciplinari.

Spetterà quindi alla Procura chiarire se la mancata indicazione del luogo del presunto reato nell’imputazione del Catholicos sia un semplice errore tecnico oppure rifletta una circostanza non adeguatamente determinata durante l’indagine, e se l’imputazione possa essere modificata.

Il magistrato ha contemporaneamente escluso di volersi sottrarre al procedimento. Ha precisato che, qualora il conflitto sulla competenza territoriale si concludesse con la restituzione del fascicolo al suo tribunale, riprenderebbe regolarmente l’esame del caso.

Il procedimento passa quindi per il momento a Yerevan, dove dovrà essere risolta la questione preliminare della competenza.

Il nodo tra giurisdizione statale e autonomia della Chiesa

Karekin II e i sei membri del Consiglio Spirituale Supremo sono accusati di avere deliberatamente ostacolato, attraverso l’esercizio delle proprie funzioni, l’esecuzione di una decisione giudiziaria.

La vicenda nasce dalla decisione del Catholicos di rimuovere nel gennaio scorso il Vescovo Gevorg Saroyan dalla guida della Diocesi di Masyatsotn. Saroyan si rivolse alla giustizia civile e un tribunale dispose, in via cautelare, che rimanesse in carica durante il procedimento, vietando alla Chiesa di ostacolarne l’esercizio delle funzioni e il controllo delle finanze diocesane.

Successivamente il Consiglio Spirituale Supremo procedette alla riduzione di Saroyan allo stato laicale. Secondo la Procura, quella decisione avrebbe deliberatamente eluso l’ordine del tribunale.

La Chiesa Apostolica Armena sostiene invece che la nomina, la rimozione e lo status canonico dei Vescovi appartengano all’autonomia ecclesiastica e siano disciplinati dal diritto canonico, non dalla giurisdizione dello Stato.

È proprio qui che il procedimento supera il caso personale di Karekin II e pone una questione assai più ampia: fino a dove può arrivare un tribunale statale nell’imporre a una Chiesa la permanenza in un ufficio ecclesiastico di un Vescovo che la competente autorità religiosa ha deciso di rimuovere?

Un procedimento già contestato sul piano internazionale

Le preoccupazioni non provengono soltanto dalla Chiesa Armena. Organismi ecclesiali internazionali e organizzazioni impegnate nella tutela della libertà religiosa hanno espresso riserve sull’azione delle autorità armene. Anche sei esperti delle Nazioni Unite hanno sollevato questioni riguardanti la libertà religiosa, l’autonomia della Chiesa e le garanzie dello Stato di diritto.

La Santa Sede di Etchmiadzin, alla vigilia dell’udienza del 28 agosto, ha ribadito che le accuse contro il Catholicos e i sei Vescovi costituiscono, a suo giudizio, un’ingerenza illegittima nella vita interna della Chiesa e ha chiesto la cessazione del procedimento penale.

Durante l’udienza, inoltre, il giudice Rushanyan ha respinto la richiesta dell’accusa di impedire ai media di trasmettere la seduta e di procedere a porte chiuse.

Due processi diversi, una stessa domanda sullo Stato di diritto

Sarebbe improprio stabilire un collegamento giudiziario tra il caso Kocharyan e quello del Catholicos. Le accuse sono diverse, diverse sono le vicende che le hanno originate e differenti sono gli organi giudiziari interessati. Esiste però un contesto politico comune che non può essere ignorato.

Nel giro di pochi giorni, uno dei principali leader dell’opposizione armena è stato posto in custodia cautelare insieme al figlio, mentre il procedimento penale senza precedenti contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena ha incontrato una seconda difficoltà procedurale e dovrà ora passare attraverso un altro tribunale. A ciò si aggiungono lo scontro ormai aperto tra Pashinyan e Karekin II, le controversie giudiziarie che hanno interessato altre personalità dell’opposizione e della Chiesa, e le crescenti preoccupazioni internazionali sulla tutela dell’autonomia ecclesiastica.

La questione, ancora una volta, non consiste nello stabilire preventivamente l’innocenza o la colpevolezza degli imputati. Consiste nel verificare se le istituzioni armene sapranno dimostrare, proprio nei procedimenti più politicamente sensibili, che l’azione della giustizia rimane indipendente dal confronto politico e che la lotta alla corruzione e il rispetto delle decisioni giudiziarie possono convivere con le garanzie del giusto processo, la libertà religiosa e l’autonomia della Chiesa.

È su questo terreno che si misura la solidità dello Stato di diritto. Ed è su questo terreno che l’Armenia continua oggi a essere osservata.

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Il Governo dell’Armenia include nel suo programma la destituzione di Karekin II e la «riforma» della Chiesa Apostolica (Infovaticana 29.08.26)

Lo scontro tra il Governo dell’Armenia e la Chiesa Apostolica Armena ha compiuto un nuovo passo dopo che l’Esecutivo del primo ministro Nikol Pashinyan ha inserito ufficialmente nel suo programma 2026-2031 la destituzione di Karekin II, Catholicos di Tutti gli Armeni, la designazione di un’autorità ad interim, l’approvazione di nuovi statuti per la Chiesa e la successiva elezione di un nuovo capo ecclesiastico.

Il programma, presentato dal Governo il 20 agosto e approvato dall’Assemblea Nazionale lo scorso martedì con 63 voti contro 24, giustifica l’intervento come una «necessità vitale» per riformare la Chiesa, garantirne la «sicurezza spirituale» ed evitare che forze straniere possano utilizzarla come piattaforma di «guerra ibrida». La Chiesa ha risposto denunciando un’ingerenza del potere politico in questioni sulle quali ritiene che lo Stato non abbia competenza.

Destituire il Catholicos e eleggere il suo successore

Il programma governativo 2026-2031 stabilisce espressamente che dovrà essere garantita la «destituzione (pensionamento)» di chi definisce «leader de facto» della Chiesa Apostolica Armena, un riferimento a Karekin II, massima autorità della Chiesa dal 1999.

Successivamente prevede l’elezione, «secondo la procedura stabilita», di un’autorità ad interim che assuma le funzioni del Catholicos.

Il Governo intende inoltre promuovere l’adozione di nuovi statuti per la Chiesa che includano meccanismi volti a garantire «la trasparenza finanziaria e la buona condotta del clero».

Una volta completato questo processo, il programma prevede l’elezione di un nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni. L’Esecutivo si impegna inoltre a includere il clero nel sistema statale di garanzie sociali e ad aumentare la trasparenza sul finanziamento ecclesiastico.

L’inclusione di queste misure comporta portare direttamente nel programma di Governo questioni che riguardano il governo interno e l’elezione della massima autorità di una Chiesa che riunisce la stragrande maggioranza dei cristiani armeni.

Pashinyan annuncia un rapporto su una «profonda crisi sistemica»

Pashinyan ha alzato nuovamente il tono durante la presentazione del programma all’Assemblea Nazionale il 24 agosto.

Il primo ministro ha annunciato che, per suo ordine, si sta preparando un rapporto su quella che ha definito una «profonda crisi sistemica» all’interno della Chiesa Apostolica Armena.

Il documento, ha assicurato, raccoglierà «decine di fatti» con i quali intende dimostrare che Karekin II ha collocato la Chiesa al di fuori del quadro canonico.

Pashinyan si è inoltre riferito pubblicamente al Catholicos con il suo nome civile, Ktrich Nersisyan, invece di utilizzare esclusivamente il suo nome ecclesiastico.

Un giorno dopo ha dichiarato di essere disposto a incontrarlo se accetta preventivamente l’agenda governativa di riforma.

«Se Karekin II o Ktrich Nersisyan accetta l’agenda di riforme della Chiesa Apostolica Armena, dichiaro solennemente da questa tribuna che mi siederò e discuterò quell’agenda con lui con il massimo rispetto», ha affermato.

Il primo ministro ha messo ripetutamente in discussione la legittimità del Catholicos e lo accusa di aver violato i suoi impegni clericali. Ha inoltre sostenuto che settori della Chiesa mantengono legami con interessi stranieri, in particolare russi.

La Chiesa denuncia una violazione della sua autonomia

La risposta della Chiesa è arrivata mercoledì 26 agosto dopo una riunione nella Santa Sede di Echmiadzin del Consiglio Spirituale Supremo, i vescovi dell’Armenia e i responsabili delle diverse diocesi, presieduta da Karekin II.

In un comunicato ufficiale, il Consiglio ha denunciato la condotta della maggioranza governativa durante il dibattito parlamentare e ha accusato il potere politico di violare la Costituzione e i diritti riconosciuti a livello internazionale.

«Il Governo non possiede autorità né competenza costituzionale per includere questioni relative alla riforma della Chiesa nel suo programma né per imporre al clero, a sua discrezione, proposte o richieste», ha affermato la Chiesa.

La dichiarazione sostiene inoltre che l’Assemblea Nazionale «non ha autorità per considerare questioni interne alla Chiesa» e che il Parlamento non costituisce un foro legittimo per decidere su di esse.

«Il rinnovamento della Chiesa Armena non può realizzarsi attraverso pressioni esterne, minacce e simili azioni arbitrarie», ha aggiunto.

La gerarchia armena elenca inoltre altre decisioni che considera parte dell’offensiva governativa contro l’istituzione: l’eliminazione della materia Storia della Chiesa Armena dal curriculum scolastico, la soppressione dell’assistenza spirituale nelle Forze Armate, la sospensione del ministero dei sacerdoti negli istituti penitenziari e nuovi oneri fiscali.

Uno scontro che è già arrivato in tribunale

La nuova iniziativa si produce mentre Karekin II e altri sei vescovi affrontano un procedimento penale relativo alla destituzione del vescovo Gevorg Saroyan, uno dei prelati che ha sostenuto l’agenda di Pashinyan per riformare la Chiesa.

Il conflitto è sorto dopo che un tribunale ha ordinato la reintegrazione di Saroyan dopo la sua destituzione. Karekin II ha risposto successivamente privandolo dello stato clericale, e la Procura ha aperto un’indagine contro il Catholicos e altri prelati per l’asserito mancato rispetto della sentenza giudiziaria.

Gli imputati possono affrontare pene fino a due anni di carcere.

La Chiesa considera che il procedimento costituisca un’ingerenza giudiziaria nella sua autonomia canonica. Questo venerdì 28 agosto è prevista una nuova udienza preliminare del procedimento, sebbene Karekin II e i sei vescovi non compariranno personalmente e saranno rappresentati dai loro avvocati.

Leggi anche: Il patriarca armeno, davanti ai tribunali: Karekin II affronta due anni di carcere insieme a sei vescovi

Da Nagorno Karabaj al controllo della Chiesa

Lo scontro tra Pashinyan e la gerarchia ecclesiastica si è intensificato negli ultimi anni, soprattutto dopo le sconfitte armene contro l’Azerbaigian e la perdita di Nagorno Karabaj, territorio dal quale è uscita praticamente tutta la sua popolazione armena dopo l’offensiva azera del settembre 2023.

Karekin II e altri membri di spicco della Chiesa hanno duramente criticato la gestione del primo ministro, mentre Pashinyan accusa settori ecclesiastici di intervenire direttamente in politica e di ostacolare la sua strategia di normalizzazione delle relazioni con l’Azerbaigian.

La disputa raggiunge ora direttamente la struttura di governo della Chiesa. Il programma approvato dal Parlamento non si limita a chiedere le dimissioni di Karekin II: stabilisce come obiettivo governativo la sua uscita, la designazione di un’autorità ecclesiastica provvisoria, la modifica degli statuti interni e la successiva celebrazione di una nuova elezione del Catholicos di Tutti gli Armeni.

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