Armenia: “Azatutyun”, governo perde 1,27 milioni di euro da organizzatore concerto Jennifer Lopez (Agenzia Nova 28.08.26)

Erevan, 28 ago 10:56 – (Agenzia Nova) – Il governo armeno non è riuscito finora a recuperare dalla società Doping Space oltre 534 milioni di dram (circa 1,27 milioni di euro) relativi all’organizzazione del concerto di Jennifer Lopez. Lo riferisce “Azatutyun”, secondo cui da circa due mesi la società non avrebbe dato seguito alle richieste delle autorità. Dei 2,3 miliardi di dram (circa 5,46 milioni di euro) stanziati per l’evento, Doping Space avrebbe trattenuto oltre 502 milioni di dram (circa 1,19 milioni di euro), pari a più di 1,3 milioni di dollari, senza restituirli al bilancio statale, nonostante il contratto consenta al governo di chiederne la restituzione o di rivalersi sulla garanzia bancaria. La società non avrebbe inoltre versato 7,8 milioni di dram (circa 18.500 euro) di penali per la presentazione tardiva dei rapporti e altri 24,4 milioni di dram (circa 57.900 euro) previsti dal contratto. Secondo la testata, nel 2024-2025 il ministero competente avrebbe adottato provvedimenti che hanno consentito a Doping Space di evitare ulteriori sanzioni legate al rinvio del concerto. Nonostante il contenzioso, il governo avrebbe successivamente sottoscritto con la stessa società nuovi contratti per circa 9 milioni di dollari destinati all’organizzazione di un altro evento. Doping Space aveva già ricevuto nell’agosto 2023 2,3 miliardi di dram (circa 5,46 milioni di euro), oltre 6 milioni di dollari secondo la fonte, per organizzare a Erevan un concerto di Snoop Dogg, poi cancellato dopo l’offensiva azerbaigiana nel Nagorno Karabakh. Secondo “Azatutyun”, anche quelle somme non sarebbero state restituite allo Stato.
(Rum)

Armenia, l’addio alla Russia e la domanda che nessuno vuole porsi: quanto è “spontanea” questa svolta? (Sardegnagol 28.08.26)

L’Armenia esce dalla sfera di influenza della Russia. A suggerirlo sono le ultime dichiarazioni del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, secondo il quale “esistono le condizioni per non considerare più la Russia un partner strategico dell’Armenia”.

Il programma di governo per il 2026-2031, presentato in Parlamento, infatti, non menziona più Mosca come tale, e Pashinyan ha giustificato la scelta richiamando il mancato intervento russo e della CSTO durante l’escalation con l’Azerbaigian del settembre 2022. Una spiegazione che, sul piano della cronaca, filtra come legittima: Mosca ha effettivamente disatteso le aspettative di Yerevan in quella fase, e i funzionari russi si sono difesi sostenendo che gli obblighi di sicurezza non coprissero il Nagorno-Karabakh, riconosciuto internazionalmente come territorio azero.

Ma la narrazione ufficiale, quella di un Paese che semplicemente “prende atto” di un’alleanza fallita e sceglie in piena autonomia una nuova rotta, quella europea, merita di essere affiancata da qualche domanda più scomoda.

I numeri di un riorientamento tutt’altro che gratuito.

Mentre Pashinyan smontava pubblicamente la partnership con Mosca, l’Unione Europea costruiva pazientemente, negli stessi anni, un’architettura di sostegno finanziario e istituzionale a Yerevan che ha pochi precedenti nella regione. Il Resilience and Growth Plan lanciato da Bruxelles nel 2024 vale 270 milioni di euro in sovvenzioni dirette per il periodo 2024-2027. A questo si aggiungono investimenti complessivi, nel quadro della strategia Global Gateway, attesi fino a 2,5 miliardi di euro.

Solo il sostegno al settore privato armeno, ancora, ha già raggiunto oltre 250 milioni di euro, coinvolgendo quasi 17mila piccole e medie imprese. Bruxelles ha inoltre destinato 30 milioni di euro alle forze armate armene attraverso lo European Peace Facility, ha aperto un dialogo per la liberalizzazione dei visti, ha firmato un accordo che consente alla stessa Armenia di partecipare alle missioni di sicurezza e difesa dell’Unione, e nel luglio 2026 ha lanciato una missione civile , la EU Partnership Mission in Armenia, esplicitamente dedicata a rafforzare “le istituzioni democratiche” del Paese contro le cosiddette “minacce ibride”.

È l’Unione europea stessa, del resto, a rivendicare senza troppi giri di parole di essere ormai “il maggior donatore” dell’Armenia. Un dato di fatto che la Commissione europea presenta come un successo della propria politica di vicinato, e che merita di essere letto anche da un’altra prospettiva.

Cooperazione o leva geopolitica?

Nessuno mette in discussione il diritto sovrano dell’Armenia di rivedere le proprie alleanze, tanto più dopo un’onta come quella subita nel 2022, quando l’ombrello di sicurezza promesso da Mosca si è rivelato (fermo restando il tema del riconosciumento del Nagorno-Karabakh) vuoto proprio nel momento del bisogno. Ma è lecito chiedersi se un riorientamento geopolitico accompagnato da un flusso così sistematico e mirato di denaro, assistenza militare e missioni istituzionali possa ancora essere descritto semplicemente come l’esito di una libera scelta democratica armena, oppure se non rappresenti piuttosto un caso di manuale di quella che, se compiuta da altri attori globali, verrebbe immediatamente etichettata come ingerenza negli affari interni di uno Stato sovrano.

Il vocabolario stesso usato da Bruxelles , “resilienza”, “allineamento di valori e interessi”, “minacce ibride” da contrastare con missioni ad hoc , è lo stesso che l’Unione europea utilizza abitualmente per descrivere le influenze esterne che intende contrastare quando provengono da altri attori globali. Il fatto che qui il soggetto agente sia l’Ue stessa, e non un rivale strategico, non rende automaticamente l’operazione meno simile, nella sostanza, a un esercizio di influenza esterna su un Paese di soli tre milioni di abitanti, con un’economia fragile e un disperato bisogno di sicurezza dopo decenni di conflitto.

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ARMENIA: Il premier Pashinyan annuncia la domanda di adesione all’UE (EastJournal)


La distanza da Putin diventa la dottrina di governo in Armenia (IlFoglio)

Armenia sotto pressione. Cosa raccontano i media italiani su Pashinyan, la Chiesa Apostolica Armena e gli arresti. E cosa resta fuori dal racconto (Korazym 27.08.26)

Negli ultimi giorni due vicende hanno riportato l’Armenia all’attenzione dell’informazione internazionale: l’ulteriore escalation dello scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, con al centro Sua Santità Karekin II, Patriarca Suprema e Catholicos di Tutti gli Armeni, e l’arresto dell’ex Presidente Robert Kocharyan nell’ambito di una vasta indagine per corruzione. Due casi apparentemente diversi, che anche in Italia hanno ricevuto un’attenzione diseguale e sono stati raccontati prevalentemente attraverso categorie già note: lo scontro tra governo e opposizione, la lotta alla corruzione e soprattutto il progressivo allontanamento dell’Armenia dalla Russia.

Sono chiavi di lettura fondate e necessarie. Ma rischiano di lasciare sullo sfondo una domanda altrettanto importante: che cosa sta accadendo al rapporto tra il potere politico armeno e le istituzioni, dalla magistratura alla Chiesa Apostolica Armena, la cui autonomia costituisce precisamente uno dei limiti che il potere politico dovrebbe incontrare?

È una domanda che su questo Blog dell’Editore non poniamo oggi per la prima volta. Dallo scontro tra il governo di Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena al processo che ha portato Karekin II davanti ai giudici, dalla progressiva rimozione dell’Artsakh dalla nuova narrazione statale fino all’arresto di Robert Kocharyan [*], abbiamo cercato di seguire i singoli fatti senza trasformarli in una risposta precostituita. Ma proprio la loro successione rende ormai necessario interrogarsi anche sul quadro complessivo.

Perché denunciare una possibile interferenza politica sulla giustizia non significa dichiarare innocente chi viene accusato di corruzione; così come difendere l’autonomia della Chiesa non significa sottrarre i suoi esponenti all’applicazione della legge dello Stato. Significa chiedere che sia possibile distinguere la legge dalla lotta politica.

Il Catholicos: una vicenda quasi assente dai grandi media italiani

Lo scontro tra Pashinyan e Karekin II ha trovato finora uno spazio relativamente limitato nell’informazione italiana generalista. Eppure, la crisi ha ormai superato da tempo i confini di una polemica personale tra il Primo Ministro e il Capo della Chiesa Apostolica Armena. E nelle ultime ore ha compiuto un ulteriore salto di qualità.

Come abbiamo riferito ieri sera [La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa». E al centro tornano Artsakh e prigionieri armeni a Baku], il Consiglio Spirituale Supremo, riunito il 26 agosto presso la Santa Sede di Etchmiadzin sotto la presidenza di Karekin II, ha risposto direttamente all’offensiva politica del governo. Secondo la dichiarazione approvata al termine della riunione, le autorità starebbero tentando di creare artificialmente attorno alla Chiesa una situazione di «crisi», attraverso accuse e procedimenti penali, per costruire il presupposto dell’ingerenza nella sua vita interna e limitarne l’autonomia.

La presa di posizione è particolarmente significativa perché allarga ulteriormente il perimetro dello scontro. La Santa Sede di Etchmiadzin respinge le accuse rivolte alla Chiesa Apostolica Armena di essere un «agente di influenza straniera», uno «Stato nello Stato» o espressione di un «partito della guerra» e indica espressamente, tra le questioni divenute oggetto della controversia, la memoria dell’Artsakh nella preghiera, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e la richiesta di liberazione dei prigionieri armeni detenuti a Baku.

Il Consiglio Spirituale Supremo contesta inoltre direttamente la competenza del potere politico a intervenire nella materia: secondo la dichiarazione, il governo non avrebbe alcuna autorità costituzionale per inserire la «riforma» della Chiesa nel proprio programma e l’Assemblea Nazionale non sarebbe la sede competente per discutere questioni appartenenti alla vita interna della Chiesa.

È un passaggio che rende ancora più difficile ridurre la vicenda a uno scontro personale Pashinyan-Karekin II. Il governo ha ormai inserito nel programma 2026-2031 un percorso che prevede la rimozione dell’attuale Catholicos, l’individuazione di un Locum Tenens, l’adozione di una nuova carta ecclesiastica e infine l’elezione di un nuovo Capo della Chiesa. Dall’altra parte, la Santa Sede di Etchmiadzin risponde formalmente, sostenendo che proprio questa iniziativa costituisca un’ingerenza in una sfera nella quale il potere politico non possiede competenza.

In Italia la vicenda è stata seguita soprattutto da testate attente all’informazione religiosa e armena. Settimana News, ad esempio, ha recentemente parlato di un’«inutile disfida» tra Stato e Chiesa, inserendo il conflitto anche nel più vasto confronto tra l’orientamento occidentale del governo Pashinyan e i tradizionali rapporti dell’Armenia con la Russia. È una componente reale della vicenda, ma non esaurisce la questione.

Su questo Blog dell’Editore abbiamo insistito soprattutto su un’altra domanda: fino a che punto uno Stato può intervenire nelle controversie interne di una Chiesa e stabilire, direttamente o indirettamente, chi possa esercitare una funzione episcopale o chi debba guidare un’istituzione religiosa?

Dopo la dichiarazione del Consiglio Spirituale Supremo del 26 agosto, questa domanda non è più soltanto una chiave interpretativa della nostra copertura. È ormai entrata esplicitamente nel confronto tra le due istituzioni: da una parte il governo rivendica la necessità di una «riforma» della Chiesa in nome della canonicità, della trasparenza e della «sicurezza spirituale»; dall’altra la Santa Sede di Etchmiadzin sostiene che lo Stato stia costruendo artificialmente una crisi proprio per giustificare l’intervento nella vita ecclesiale.

Non è quindi una domanda soltanto armena. È una questione di libertà religiosa, autonomia delle confessioni e separazione delle competenze tra Stato e Chiesa.

Kocharyan: la notizia arriva anche in Italia

Diverso è stato il trattamento riservato all’arresto dell’ex Presidente Robert Kocharyan, come abbiamo riferito ieri mattina [Armenia, Kocharyan fermato con accuse di corruzione dopo lo scontro del figlio con Pashinyan. Giustizia o nuova resa dei conti politica?].

La notizia ha trovato spazio anche nell’informazione italiana, soprattutto attraverso le agenzie e le testate internazionali in lingua italiana. Euronews Italia ha evidenziato sia le pesanti accuse di corruzione sia il profilo politico di Kocharyan, leader dell’opposizione considerato vicino alla Russia e legato personalmente a Vladimir Putin. Internazionale ha ripreso il servizio di Reuters, concentrato sulle accuse relative all’acquisizione di beni pubblici, sulle presunte tangenti e sul riciclaggio.

La cornice prevalente è comprensibile: un ex Presidente filorusso viene arrestato mentre Pashinyan conduce l’Armenia verso un progressivo avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti. L’operazione giudiziaria diventa così anche un episodio dello scontro tra la vecchia Armenia legata a Mosca e quella che il Primo Ministro intende costruire.

Ma anche qui esiste un altro livello.

Quelle ventiquattr’ore che non possono essere ignorate

Meno di ventiquattr’ore prima dell’operazione contro Kocharyan, suo figlio Levon aveva avuto un durissimo confronto con Pashinyan nell’Assemblea Nazionale. Levon Kocharyan aveva accusato il Primo Ministro di esercitare pressioni sui tribunali e sugli organi investigativi. Pashinyan aveva risposto spostando direttamente il confronto sull’origine della ricchezza della famiglia Kocharyan: come era diventata milionaria? Da dove provenivano quelle proprietà? Se beni appartenenti allo Stato erano stati acquisiti illegalmente, sosteneva il Primo Ministro, dovevano tornare allo Stato. Il giorno successivo gli investigatori hanno bussato alle porte della famiglia Kocharyan.

La successione temporale non dimostra alcun rapporto causale. Sarebbe scorretto affermarlo. Ma è un fatto giornalisticamente rilevante, tanto che anche The Associated Press ha sottolineato la vicinanza temporale tra lo scontro parlamentare e le perquisizioni.

C’è però qualcosa di ancora più delicato. Quando il 25 agosto Pashinyan è stato accusato dall’opposizione di avere sostanzialmente impartito un ordine contro Kocharyan, ha risposto: «Parlando di ordini, non ho dato l’ordine qui; l’ho dato in Piazza della Repubblica il 5 giugno». Il riferimento era al comizio conclusivo della campagna elettorale di Contratto Civile. Quel giorno Pashinyan aveva pubblicamente affermato che, dopo le elezioni, Kocharyan avrebbe dovuto essere arrestato e portato davanti alla giustizia per i fatti del marzo 2008.

Occorre essere precisi: il procedimento che ha portato all’arresto del 25 agosto riguarda accuse di corruzione, abuso di potere e riciclaggio e non coincide con quello relativo agli eventi del 2008. Non sarebbe quindi corretto sostenere che Pashinyan avesse annunciato in giugno l’operazione giudiziaria di agosto.

Ma rimane una questione istituzionale difficilmente eludibile: quale significato assume, in uno Stato di diritto, l’annuncio pubblico da parte del Capo del governo, che uno dei suoi principali avversari politici dovrà essere arrestato?

La chiave geopolitica spiega molto, ma non tutto

Una parte significativa della copertura internazionale e italiana interpreta quanto sta accadendo in Armenia attraverso la contrapposizione geopolitica. Kocharyan rappresenta una stagione caratterizzata dalla stretta alleanza dell’Armenia con la Russia. Pashinyan ha invece progressivamente ridotto la tradizionale dipendenza strategica da Mosca e cercato rapporti più stretti con Brussel e Washington. Anche il conflitto con la Chiesa Apostolica Armena viene talvolta inserito in questa cornice, perché il governo accusa settori ecclesiastici di essere politicamente vicini agli ambienti filorussi.

È una lettura che contiene elementi reali. Ma trasformarla nella spiegazione generale di quanto accade in Armenia rischia di produrre una semplificazione: filorusso contro filooccidentale, vecchio sistema contro nuovo sistema, oligarchi contro riformatori. Lo Stato di diritto non può però essere misurato sulla base della collocazione geopolitica di un governo. Un Paese non diventa più democratico perché si avvicina all’Occidente, così come un oppositore non diventa innocente perché accusa il governo di autoritarismo. Le garanzie istituzionali devono essere valutate attraverso il comportamento concreto delle istituzioni.

Due vicende diverse, una stessa domanda

È qui che il caso Karekin II e il caso Kocharyan, pur essendo profondamente diversi, finiscono per incontrarsi.

Nel primo caso la domanda riguarda il limite dell’intervento dello Stato nella vita interna della Chiesa Apostolica Armena. Dopo la dichiarazione del 26 agosto, non è più soltanto una domanda posta dagli osservatori: è la stessa Santa Sede di Etchmiadzin ad accusare il potere politico di creare artificialmente una «crisi» ecclesiale attraverso accuse e procedimenti penali per giustificare l’ingerenza e limitare l’autonomia della Chiesa.

Non significa sostenere che esista necessariamente un unico disegno dietro le due vicende. Né significa ignorare le gravissime accuse formulate contro Kocharyan o le durissime contestazioni che Pashinyan rivolge alla gerarchia ecclesiastica. Significa osservare un problema istituzionale.

Negli ultimi mesi procedimenti giudiziari e iniziative delle autorità hanno coinvolto esponenti dell’opposizione, personalità critiche verso il governo e importanti rappresentanti della Chiesa Apostolica Armena. Ciascun caso deve essere valutato autonomamente e sulla base delle prove. Ma quando il potere politico entra così frequentemente nello spazio occupato da magistratura, opposizione e autorità religiosa, interrogarsi sulla qualità delle garanzie democratiche non costituisce una presa di posizione politica. È precisamente il compito dell’informazione.

Quello che manca nel racconto

La copertura italiana dell’Armenia rimane comprensibilmente limitata. Quando arriva, privilegia gli elementi più immediatamente leggibili per il pubblico occidentale: Russia contro Occidente, Pashinyan contro i filorussi, lotta alla corruzione, trasformazione geopolitica del Caucaso meridionale. Ma l’Armenia di oggi merita di essere osservata anche attraverso un’altra lente.

Dopo la perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e lo sfollamento della sua popolazione armena autoctona, l’Armenia sta ridefinendo contemporaneamente la propria identità nazionale [Armenia, 36 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza. L’Artsakh era alle origini dello Stato che Pashinyan vuole rifondare], il rapporto con la Russia, le relazioni con Azerbaigian e Turchia, il ruolo della Chiesa Apostolica Armena e gli equilibri politici interni.

È una trasformazione enorme. Proprio per questo la domanda non può essere soltanto dove Pashinyan stia portando geopoliticamente l’Armenia. Bisogna chiedersi anche quale Armenia istituzionale stia emergendo durante questo percorso.

Le accuse di corruzione devono essere giudicate dai tribunali. Le controversie ecclesiastiche devono essere affrontate nel rispetto dell’autonomia della Chiesa e delle leggi dello Stato. Gli oppositori devono rispondere delle proprie eventuali responsabilità, ma senza che la giustizia possa diventare, o anche soltanto apparire, uno strumento della battaglia politica.

Perché tra Mosca e Brussel, tra la vecchia Armenia e quella che Pashinyan definisce la «Quarta Repubblica», rimane una domanda molto più elementare: quanto spazio resta alle istituzioni quando il potere politico decide di trasformare profondamente un Paese?

[*] Nella mattinata di oggi, giovedì 27 agosto 2026, il Tribunale anticorruzione armeno ha disposto due mesi di custodia cautelare nei confronti dell’ex Presidente Robert Kocharyan. La decisione è stata adottata al termine di una lunga udienza, iniziata il giorno precedente, sulla richiesta presentata dagli inquirenti nell’ambito dell’indagine che vede Kocharyan accusato di abuso d’ufficio, corruzione e riciclaggio di denaro per fatti risalenti agli anni della sua presidenza. Durante la notte l’ex Presidente era stato trasferito in ospedale su indicazione dei medici e l’esame della richiesta di custodia era proseguito in sua assenza. Il provvedimento arriva il giorno dopo la decisione dello stesso Tribunale di disporre due mesi di custodia cautelare anche per il figlio maggiore Sedrak Kocharyan, coinvolto nella medesima indagine.

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Armenia. Arrestato l’ex presidente Kocharyan, nuovo scontro tra Pashinyan e le vecchie élite filorusse (Notizie Geopolitiche 27.08.26)

di Giuseppe Gagliano –

L’ex presidente armeno Robert Kocharyan è stato arrestato insieme al figlio maggiore Sedrak nell’ambito di un’inchiesta per abuso d’ufficio, corruzione e riciclaggio di denaro su larga scala. Il procedimento, che coinvolge altre nove persone e vede anche l’ex presidente Serzh Sargsyan accusato di abuso di potere, apre un nuovo fronte nello scontro tra il governo di Nikol Pashinyan e la classe dirigente che per decenni ha mantenuto stretti rapporti politici ed economici con la Russia.
Secondo la Procura generale, l’indagine riguarda presunte cessioni di beni pubblici a società private tra il 1998 e il 2008 a prezzi inferiori al loro valore di mercato. La portata dell’operazione e il profilo degli indagati attribuiscono tuttavia al caso anche una rilevanza politica e geopolitica.
L’arresto è avvenuto poche ore dopo un duro confronto parlamentare tra Pashinyan e Levon Kocharyan, figlio minore dell’ex presidente. Levon aveva accusato il primo ministro di esercitare pressioni sulla magistratura e sulle forze dell’ordine, mentre Pashinyan aveva pubblicamente sollevato interrogativi sull’origine della ricchezza della famiglia Kocharyan. La vicinanza temporale tra i due episodi ha spinto l’opposizione a denunciare una resa dei conti politica.
Kocharyan rappresenta una delle figure principali dell’Armenia post sovietica legata all’alleanza strategica con Mosca e alle élite provenienti dal Nagorno Karabakh. Pashinyan, arrivato al potere dopo le proteste del 2018, ha invece progressivamente ridimensionato i rapporti con i vecchi apparati e avvicinato Erevan all’Unione Europea.
Il governo presenta le indagini come parte della lotta alla corruzione e del tentativo di recuperare beni sottratti allo Stato. L’opposizione sostiene invece che gli strumenti giudiziari vengano utilizzati selettivamente contro gli avversari politici. La credibilità dell’operazione dipenderà quindi dalla solidità delle prove e dalla trasparenza del procedimento.
Il caso assume particolare importanza anche nei rapporti con la Russia. Durante la sua presidenza Kocharyan rafforzò l’alleanza con Mosca, favorì gli investimenti russi nei settori strategici dell’economia armena e mantenne stretti rapporti con Vladimir Putin. La sua uscita di scena indebolisce quindi uno dei principali riferimenti politici del Cremlino a Erevan.
L’arresto segue quello dell’imprenditore armeno russo Samvel Karapetyan, importante figura dell’opposizione accusata di avere incoraggiato il rovesciamento di Pashinyan. Anche questa vicenda ha evidenziato la crescente contrapposizione tra il governo e gli ambienti politici ed economici maggiormente collegati alla Russia.
Il deterioramento delle relazioni tra Erevan e Mosca si è accelerato dopo la crisi del Nagorno Karabakh. Per decenni l’Armenia aveva considerato la Russia il principale garante della propria sicurezza nei confronti dell’Azerbaigian e della Turchia. La perdita del territorio ha però alimentato la convinzione che le garanzie russe non fossero più sufficienti.
Pashinyan ha quindi cercato di diversificare le relazioni diplomatiche e militari, aumentando la cooperazione con l’Europa e altri interlocutori internazionali. L’indebolimento delle forze politiche favorevoli alla tradizionale alleanza con Mosca potrebbe accelerare ulteriormente questo processo.
L’Armenia resta tuttavia fortemente esposta sul piano strategico. L’avvicinamento all’Occidente può garantire sostegno politico, investimenti e cooperazione, ma non sostituisce automaticamente il sistema di sicurezza sul quale Erevan aveva fatto affidamento per decenni.
Analoga dipendenza rimane sul piano economico. I capitali russi hanno un peso significativo nei settori energetico, industriale, finanziario e infrastrutturale, mentre tra i due Paesi esistono profondi rapporti commerciali, familiari e migratori. Ridurre l’influenza politica di Mosca senza provocare conseguenze economiche richiederà quindi nuovi investimenti e una progressiva diversificazione.
Il caso Kocharyan rappresenta così una prova per il governo Pashinyan. Se le accuse saranno dimostrate attraverso un processo trasparente, l’operazione potrà rafforzare la lotta contro l’impunità delle vecchie élite. Eventuali pressioni politiche o irregolarità alimenterebbero invece le accuse dell’opposizione sull’utilizzo della magistratura contro gli avversari.
L’arresto dell’ex presidente segna comunque un ulteriore passaggio nel ridimensionamento del sistema politico che aveva legato l’Armenia alla Russia. Per Erevan resta da capire quale nuovo equilibrio economico e di sicurezza potrà sostituire quello costruito con Mosca.

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Armenia, Kocharyan fermato con accuse di corruzione dopo lo scontro del figlio con Pashinyan. Giustizia o nuova resa dei conti politica?


In Armenia è stato arrestato l’ex presidente Robert Kocharyan in un’indagine per corruzione (Il Post)


Armenia arresta l’ex presidente Kocharyan con l’accusa di corruzione (Euronews)


 

Armenia: Pashinyan, Stato sarà risarcito beni acquisiti illegalmente da Kocharyan, Sargsyan e Tsarukyan

Erevan, 27 ago 12:30 – (Agenzia Nova) – Il secondo presidente dell’Armenia Robert Kocharyan, il terzo presidente Serzh Sargsyan e l’imprenditore Gagik Tsarukyan, leader del partito Armenia Prospera, dovrebbero vivere delle loro pensioni e dei redditi acquisiti legalmente, mentre tutto ciò che avrebbero ottenuto illegalmente dovrà essere restituito integralmente allo Stato. Lo ha dichiarato il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante un briefing al termine della riunione del governo. “Devono vivere della pensione e dei loro redditi legali, mentre ciò che hanno acquisito illegalmente deve essere restituito alla Repubblica d’Armenia e al suo popolo, centesimo dopo centesimo”, ha affermato Pashinyan, aggiungendo che, in caso contrario, “significherebbe che deve scoppiare una nuova rivoluzione”. Il premier ha ricordato di avere già sollevato la questione durante il comizio conclusivo del partito Contratto civile in Piazza della Repubblica a Erevan, in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno. Le dichiarazioni arrivano dopo l’apertura, il 24 agosto, di un procedimento penale nei confronti di Kocharyan per tre capi d’accusa di abuso d’ufficio, due di corruzione per somme particolarmente elevate e quattro di riciclaggio di denaro; l’ex presidente è stato arrestato oggi. Tsarukyan si trova invece in custodia cautelare con accuse di frode su vasta scala e riciclaggio di denaro, mentre anche Sargsyan è coinvolto in un procedimento collegato al caso Kocharyan ed è stato posto in custodia cautelare.
(Rum)

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Fanno il deserto e lo chiamano pace. Ma da Oriente è sorta una luce (Tempi 26.08.26)

Sapevano i contabili del blocco che affamava i bambini dell’Artsakh, sanno i giudici militari che scrivono sentenze, sanno i cancellieri d’Europa che firmano contratti sul gas
Ruben Vardanyan, ex capo del governo della regione separatista della Repubblica del Nagorno-Karabakh, partecipa a un'udienza preliminare del processo penale presso il Tribunale militare di Baku, in Azerbaigian.
Ruben Vardanyan, ex capo del governo della della Repubblica del Nagorno-Karabakh, partecipa a un’udienza preliminare del processo penale presso il Tribunale militare di Baku, in Azerbaigian, il 17 gennaio 2025 (foto Ansa)

Cari amici italiani, so che parecchi di voi leggeranno queste righe a Rimini, nei giorni del vostro Meeting. Ve ne porto una manciata dal Caucaso, con un po’ di collera in omaggio. Qui, grazie a Dio, non si versa sangue. Ma attenti alla parola pace. Tucidide aveva fissato la legge del mondo: i forti fanno quello che possono, i deboli patiscono quello che devono. Cinque secoli dopo Tacito mise in bocca a un capo dei britanni il giudizio definitivo sugli imperi: «Fanno il deserto e lo chiamano pace». In mezzo era accaduto qualcosa che nessuno dei due seppe: Cristo era risorto. Una luce era sorta a Oriente, tremolante e irresistibile. È la stessa che arde oggi nel cuore armeno, custodita dalla fede di un piccolo grande resto. Il deserto lo fabbricano gli imperi. La luce no: quella non la fabbrica nessuno, arriva. Due fatti di questa estate Due fatti di questa estate. Il primo. Israele ha riconosciuto il genocidio armeno. Dopo più di un secolo di silenzio calcolato, il governo di Gerusalem…

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La Santa Sede di Etchmiadzin risponde a Pashinyan: «Si crea una crisi artificiale per limitare l’autonomia della Chiesa». E al centro tornano Artsakh e prigionieri armeni a Baku (Korazym 26.08.26)

Dopo l’ingresso della «riforma» della Chiesa Apostolica Armena nel programma ufficiale del governo armeno 2026-2031 e dopo le durissime parole pronunciate dal Primo Ministro Nikol Pashinyan contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, arriva la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin. E contiene un’accusa precisa: le autorità starebbero tentando di costruire attorno alla Chiesa una «crisi» artificiale, attraverso accuse e procedimenti penali, per creare il presupposto politico dell’ingerenza nella sua vita interna e limitarne l’autonomia.

È un nuovo passaggio dello scontro che seguiamo da mesi su questo Blog dell’Editore di Korazym.org e che negli ultimi giorni ha compiuto un salto di qualità. Il 21 agosto abbiamo osservato come la rimozione del Catholicos sia ormai entrata formalmente nel programma del governo della «Quarta Repubblica»; il 25 agosto abbiamo evidenziato un elemento ancora più significativo: Pashinyan ha indicato anche le preghiere per l’Artsakh come una delle manifestazioni di quella che considera la politicizzazione della Chiesa.

Ora è la stessa Chiesa Apostolica Armena a raccogliere esplicitamente questo punto. Nella dichiarazione del Consiglio Spirituale Supremo di oggi, Artsakh, diritti degli Armeni dell’Artsakh, tutela del loro patrimonio spirituale e culturale e liberazione dei prigionieri armeni detenuti a Baku vengono indicati tra le ragioni per le quali la Chiesa ritiene di essere diventata bersaglio del potere politico.

 

La risposta del Consiglio Spirituale Supremo

Mercoledì 26 agosto 2026, presso la Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la presidenza di Sua Santità Karekin II, si è riunito il Consiglio Spirituale Supremo insieme ai Vescovi dell’Armenia e ai Primati delle Diocesi.

All’ordine del giorno figuravano questioni amministrative, canoniche e disciplinari, insieme a temi riguardanti la missione della Chiesa. Una parte della riunione è stata dedicata alla situazione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Al termine è stata approvata una dichiarazione dai toni particolarmente severi.

Il Consiglio afferma di seguire «con profondo dolore» il comportamento tenuto negli ultimi giorni dalla fazione di maggioranza Contratto Civile nella nuova Assemblea Nazionale e accusa il potere politico di avere nuovamente preso di mira la Chiesa mentre il Paese deve affrontare molteplici sfide e pressioni esterne.

Secondo la Santa Sede di Etchmiadzin, questa politica rischia di approfondire ulteriormente le tensioni e di produrre nuove divisioni tra gli Armeni, sia in patria sia nella Diaspora.

Una «crisi» costruita artificialmente

È soprattutto il passaggio successivo a chiarire la lettura che la gerarchia ecclesiastica dà dell’offensiva politica in corso.

Secondo il Consiglio Spirituale Supremo, le autorità cercherebbero di screditare la Chiesa e il clero e di creare l’apparenza di una crisi ecclesiale attraverso accuse che la Santa Sede di Etchmiadzin definisce false. Alla Chiesa verrebbe attribuito il ruolo di «agente di influenza straniera» e di «Stato nello Stato», mentre le sue posizioni su alcune delle questioni più dolorose della storia armena recente sarebbero presentate come espressione di un «partito della guerra» e come una «minaccia alla sicurezza».

Ed è qui che ritorna l’Artsakh. La dichiarazione cita espressamente la memoria dell’Artsakh nella preghiera, la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, la tutela del patrimonio spirituale e culturale armeno della regione e la richiesta di liberazione degli Armeni detenuti a Baku.

Sono esattamente alcuni dei temi che, come abbiamo osservato nella nostra precedente copertura, sembrano diventare sempre più problematici nell’Armenia della «pace» e della «Quarta Repubblica» immaginata da Pashinyan.

Soltanto il 24 agosto, intervenendo in Parlamento, il Primo Ministro aveva infatti indicato le preghiere nelle quali si invoca la preservazione della Repubblica di Artsakh come manifestazione di quella che considera una trasformazione della Chiesa in strumento di propaganda bellica. Il giorno successivo abbiamo osservato su questo Blog dell’Editore, che proprio quel passaggio permetteva di comprendere come lo scontro fosse ormai più profondo della controversia personale tra Pashinyan e Karekin II.

La dichiarazione della Santa Sede di Etchmiadzin sembra confermare questa lettura, naturalmente dal punto di vista della Chiesa.

«Il Governo non ne ha l’autorità»

Il Consiglio Spirituale Supremo affronta quindi direttamente il nodo costituzionale e canonico. «Il Governo non ha alcuna autorità né competenza sancita dalla Costituzione per fare della riforma della Chiesa una parte del programma governativo», afferma la dichiarazione. Analogamente, secondo il Consiglio, l’Assemblea Nazionale «non è la sede competente e appropriata per discutere questioni interne alla Chiesa».

È la stessa domanda che abbiamo posto ripetutamente seguendo il procedimento penale contro Karekin II e sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo: fino a dove può arrivare il potere dello Stato quando entra nel governo interno di una comunità religiosa?

Il problema diventa ancora più evidente dopo l’approvazione del programma del governo 2026-2031. Il governo non si limita infatti a sostenere genericamente la necessità di una riforma. Stabilisce tra i propri obiettivi la rimozione dell’attuale Capo della Chiesa, l’elezione di un Locum Tenens del Catholicos, l’adozione di una nuova carta ecclesiastica e, infine, l’elezione di un nuovo Catholicos.

Naturalmente, il governo afferma che i passaggi dovranno avvenire secondo le procedure previste dalla Chiesa. Resta però il punto essenziale: può il potere politico stabilire preventivamente quale debba essere il risultato di quelle procedure canoniche?

Dai programmi scolastici alle carceri

La Santa Sede di Etchmiadzin inserisce lo scontro attuale in un quadro più ampio. Il Consiglio ricorda l’eliminazione dell’insegnamento della storia della Chiesa Apostolica Armena dai programmi delle scuole pubbliche, la soppressione del servizio spirituale ecclesiastico nelle Forze Armate, le restrizioni poste al ministero dei sacerdoti negli istituti penitenziari e quelle che definisce imposizioni fiscali aggiuntive attraverso sanzioni e multe ingiustificate. A questo quadro si aggiungono i procedimenti penali che hanno coinvolto esponenti del clero e, infine, lo stesso Catholicos.

Secondo il Consiglio Spirituale Supremo, attraverso «accuse fabbricate» e «procedimenti penali infondati e mirati» contro la Santa Sede, il Catholicos e il clero si starebbero creando artificialmente le condizioni per intervenire nella vita interna della Chiesa e limitarne l’autonomia, incidendo anche sul diritto dei fedeli alla libertà religiosa e di coscienza.

Il punto che non può più essere ignorato

La nuova dichiarazione della Santa Sede di Etchmiadzin non chiude naturalmente la controversia. Rappresenta la posizione della Chiesa Apostolica Armena e le accuse formulate dovranno essere valutate anche alla luce delle argomentazioni del governo, che presenta invece la propria iniziativa come necessaria per ricondurre la Chiesa alla «canonicità», garantirne la trasparenza, impedirne la politicizzazione e tutelare quella che definisce la «sicurezza spirituale» dell’Armenia.

 

Ma la sequenza degli avvenimenti sta rendendo sempre più difficile considerare separatamente i diversi dossier. Prima il processo contro il Catholicos e la questione dell’autonomia ecclesiastica. Poi la «Quarta Repubblica» e la rottura dichiarata con l’eredità politica del Movimento del Karabakh. Quindi le parole di Pashinyan sulle preghiere per l’Artsakh. Ora la risposta della Santa Sede di Etchmiadzin, che colloca esplicitamente nella controversia anche la difesa dei diritti degli Armeni dell’Artsakh, del loro patrimonio religioso e culturale e dei prigionieri detenuti a Baku.

Sono tasselli che convergono verso la stessa domanda che accompagna ormai la nostra copertura: lo scontro riguarda soltanto chi debba guidare la Chiesa Apostolica Armena, oppure riguarda anche quale voce possa ancora ricordare, nell’Armenia della «Quarta Repubblica», ciò che il nuovo progetto politico vorrebbe consegnare al passato?

Il Consiglio Spirituale Supremo conclude affermando che la Chiesa Apostolica Armena continuerà a essere «custode della nostra identità» e sostenitrice dell’unità nazionale, operando per una vita pacifica, sicura e prospera del popolo armeno.

Proprio qui sembra trovarsi il cuore dello scontro. Non soltanto nella persona di Karekin II. Non soltanto nelle procedure canoniche. Ma nel rapporto tra Stato, Chiesa, identità armena e memoria dell’Artsakh. Ed è un rapporto che, nell’Armenia che Pashinyan vuole rifondare, sta diventando ogni giorno più difficile da separare dalla questione della libertà della Chiesa.

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Armenia annuncia storica intenzione di aderire all’UE (Euronews 25.08.26)

Il premier armeno Pashinyan ha illustrato la decisione di Erevan di presentare “nel prossimo futuro” domanda formale di adesione all’UE e di indire un referendum nazionale, mettendo in discussione l’influenza regionale della Russia e preparando un cambio geopolitico storico.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha annunciato ai parlamentari del Paese, lunedì, che l’Armenia inizierà a prepararsi per presentare domanda di adesione all’UE, una svolta geopolitica storica per un Paese tradizionalmente nella sfera d’influenza russa e per l’intero Caucaso meridionale.

In un discorso al Parlamento e alla nazione, Pashinyan ha spiegato che l’Armenia deciderà il proprio futuro con un referendum solo dopo aver presentato ufficialmente la domanda di adesione all’UE, con una tempistica che ha definito “nel prossimo futuro”.

Con una sequenza di mosse politiche calibrate, il premier armeno ha dichiarato che il governo attenderà la risposta di Bruxelles alla richiesta di adesione, poi discuterà una tabella di marcia per i negoziati, e solo a quel punto sottoporrà l’entrata nell’UE a un referendum nazionale.

Attualmente membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), guidata dalla Russia, l’Armenia ha ricevuto alcuni mesi fa un ultimatum dai Paesi dell’alleanza: mantenere l’adesione oppure intraprendere un percorso autonomo verso l’UE attraverso un referendum nazionale.

All’epoca, Pashinyan aveva affermato che era prematuro prendere una decisione del genere, nel pieno di un pesante assalto russo sotto forma di restrizioni economiche contro l’ex Stato sovietico, colpevole di voler uscire dalla sua influenza, con il presidente russo Vladimir Putin che aveva minacciato direttamente Erevan con uno “scenario ucraino”, sostenendo che, secondo il Cremlino, l’adesione all’UE sarebbe incompatibile con la permanenza nella CSTO.

Ma nel suo discorso di svolta di lunedì, Pashinyan ha dichiarato: “Sarei molto contento se l’organizzazione decidesse di espellere la Repubblica d’Armenia dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva”, aggiungendo che “almeno ci libererebbe dal dilemma se uscire o meno”.

Tuttavia Pashinyan ha chiarito che l’Armenia, per il momento, resterà nella CSTO, finché la scelta tra l’alleanza guidata dalla Russia e l’UE “non diventerà inevitabile”.

“Da due secoli, le relazioni armeno-russe si sono basate sul presupposto e sulla convinzione che la Russia sia il garante della sicurezza del popolo armeno e dello Stato armeno”, ha ricordato Pashinyan, descrivendo l’evoluzione del suo punto di vista sul ruolo di Mosca nel futuro del Paese.

“Gli eventi del 2021, 2022 e 2023 hanno dimostrato che, a causa delle proprie sfide di sicurezza, la Federazione Russa può talvolta incontrare notevoli limiti nella capacità di svolgere questo ruolo”, ha aggiunto, riferendosi alle guerre dell’Armenia con l’Azerbaigian per il Nagorno Karabakh, che si sono poi concluse con uno storico processo di pace tra i due ex rivali.

“Qui ci siamo trovati ancora una volta di fronte al fatto che non siamo riusciti a imparare le lezioni della nostra storia”, ha detto il primo ministro armeno a proposito della sua visione del ruolo della Russia nel futuro dell’Armenia. È un’affermazione che ha ripetuto più volte, accusando il Cremlino di aver abbandonato l’Armenia durante l’ultimo confronto con l’Azerbaigian.

Nell’agosto 2025, dopo la firma dell’accordo di pace, Armenia e Azerbaigian hanno inaugurato una fase di cooperazione economica e stabilità che i due ex nemici stanno costruendo insieme, con una significativa partecipazione dell’UE e degli Stati Uniti.

L’economia armena dipende ancora dall’energia e dalle infrastrutture russe. Ma con un’altra mossa a sorpresa, lunedì Pashinyan ha chiesto a Mosca di rinunciare alla concessione in monopolio delle ferrovie armene, che scade nel 2038, in modo che Erevan possa integrare la propria rete ferroviaria nei corridoi internazionali, con il Kazakistan o gli Emirati Arabi Uniti come possibili investitori.

La Russia ha reagito rapidamente alle dichiarazioni storiche di Pashinyan, con il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov che ha avvertito che l’allineamento dell’Armenia agli standard dell’UE potrebbe innescare quelle che ha definito “profonde contraddizioni commerciali che danneggeranno innanzitutto l’Armenia”.

Per quanto riguarda un’eventuale uscita dalla CSTO, “se Erevan non ha più bisogno di essere membro di un’organizzazione così importante per garantire la sicurezza regionale, in base ai suoi interessi nazionali, è libera di prendere la decisione corrispondente e lasciare questa organizzazione”, ha dichiarato Peskov, lasciando intendere che il Cremlino sta preparando il terreno per un percorso turbolento con il suo ex alleato.

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Armenia-Stato e Chiesa: l’inutile disfida (Settimananews 25.08.26)

Fra il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, e il catholicos-patriarca, Karekin II, l’incomprensione è totale. Dopo la recente vittoria elettorale, Pashinyan ha ripreso il conflitto.

Nella riunione di governo del 20 agosto è stato approvato il programma per gli anni 2026-2031. Un capitolo è dedicato alla “sicurezza spirituale” e prevede una riforma radicale per la Chiesa apostolica armena, a partire dalla rimozione del catholicos. «Per garantire la sicurezza spirituale, eliminare i tentativi di potenze straniere per trasformare la santa Chiesa apostolica armena in una base per la guerra ibrida e per riformare la Chiesa, saranno intrapresi sforzi per attuare le misure necessarie: sarà garantita la dimissione del responsabile della santa Chiesa apostolica armena. Verrà eletto un vice-gerente secondo la procedura stabilita. La successiva elezione per il catholicossato si terrà in conformità con le nuove procedure».

Sono previsti nuovi statuti per la vita interna della Chiesa, trasparenza finanziaria, finanziamenti pubblici e introduzione del clero nel sistema di assistenza sociale e pensionistico. Il programma verrà presentato, discusso e votato dal parlamento convocato la settimana entrante.

I secoli della Chiesa, i lustri della politica
Già l’anno scorso il politico apostrofava il gerarca per queste parole: «La casa di Gesù Cristo è stata occupata dall’Anticristo, da un gruppo dissoluto e anti-statale. Va liberata».

All’inizio di agosto si è aperto un processo contro Karekin e sei vescovi, accusati di non aver ottemperato a una sentenza civile che rimetteva nel ruolo di vescovo Gevorg Saroyan, censurato dal sinodo e ridotto allo stato laicale per insubordinazione e per le critiche al catholicos.

Dopo la prima udienza del processo, il gerarca ha denunciato la persecuzione: «Oggi le autorità e le strutture governative hanno adottato misure per minare l’autorità della Chiesa, limitarne l’autonomia e subordinarla alla propria volontà, nonché per trasformare la coscienza dell’identità nazionale, dei simboli e delle memorie sacre in nome di una temporanea convenienza politica. In realtà, l’autonomia della Chiesa è stata da sempre una delle principali garanzie del benessere della nazione e del rafforzamento dello stato. Ci dispiace dover constatare che la nostra santa Chiesa e il nostro clero sono perseguitati dalle autorità».

Alle accuse di essere filo-russo, di sponsorizzare l’opposizione politica, di comportamenti morali non coerenti e di opporsi al trattato di pace con l’Azerbaigian, il gerarca risponde denunciando la volontà prevaricatrice del premier, il suo abbandono del Nagorno-Karabak (l’area territoriale ormai perduta), la dipendenza ideologica dall’Occidente.

In occasione dei suoi 75 anni, Karekin II ha ricevuto ampi riconoscimenti dalla sua curia, dai vescovi, dai rappresentanti dell’opposizione, da numerose sigle della diaspora armena (7 milioni di persone, mentre i residenti sono 3 milioni) e da diversi esponenti della Chiesa russa.

La “vera Armenia”
Pashinyan si presenterà al parlamento forte di un risultato politico a lui favorevole, dell’attenzione benevola dell’Unione Europea e del consenso dell’amministrazione americana. Convinto di poter portare a termine la “rivoluzione” del 2018 contro oligarchi, conservatorismo ecclesiastico e dipendenza russa.

Il prossimo quinquennio è all’insegna della visione politica della “vera Armenia”. Parlando al governo, ha detto: «In seguito ai risultati elettorali del 7 giugno scorso l’ideologia della “vera Armenia” ha finalmente trionfato: ciò significa che è diventata la visione politica ufficiale della Repubblica d’Armenia. Il paese entra così in una nuova tappa della sua storia che chiameremo la “quarta repubblica”. La terza (a partire dagli anni ’90, ndr.) è stata fondata fin dall’inizio su una logica di conflitto, la quarta repubblica sulla logica della pace».

Avviata con la rivoluzione pacifica del 2018, è stata costretta entro le grinfie delle varie crisi, dalla pandemia del Covid alla guerra e al dopoguerra con l’Azerbaigian. Questo ha impedito di arrivare a risultati vistosi nonostante la continuità del suo indirizzo.

Un progetto baldanzoso, che dovrà fare i conti con il rispetto giuridico-costituzionale dovuto alla Chiesa, con le esigenze della democrazia liberale dell’Unione Europea, con la politica vendicativa della Russia e l’aleatorietà del sostegno americano e, soprattutto, con la fragilità di un piccolo paese sotto minaccia dai vicini prepotenti (la Georgia filorussa, l’Iran sciita e i “nemici” Turchia e Azerbaigian).

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Armenia, Pashinyan attacca Karekin II e mette l’Artsakh sul banco degli imputati. Ora lo scontro con la Chiesa rivela un nodo più profondo (Korazym 25.08.26)

 Non più soltanto le accuse sulla vita privata del Catholicos, non più soltanto la controversia sulla disciplina interna della Chiesa Apostolica Armena. Nello scontro ormai aperto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin è entrata esplicitamente una parola che da tempo attraversa, come una ferita non rimarginata, la vita politica e religiosa dell’Armenia: Artsakh.

Lunedì 24 agosto 2026, durante il dibattito all’Assemblea Nazionale sul programma del governo per il quinquennio 2026-2031, il Primo Ministro armeno ha nuovamente attaccato con estrema durezza Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni. Ma questa volta Pashinyan ha fatto un passo ulteriore: ha indicato anche nelle preghiere elevate durante la Divina Liturgia per la preservazione della Repubblica di Artsakh uno degli elementi che, a suo giudizio, dimostrerebbero la necessità di un cambiamento al vertice della Chiesa.

È un passaggio politicamente e simbolicamente rilevante. Perché porta il conflitto tra Stato e Chiesa fuori dal terreno delle accuse personali rivolte da mesi a Karekin II e lo colloca direttamente dentro la più grande questione irrisolta dell’Armenia contemporanea: che cosa debba rimanere dell’Artsakh nella memoria, nella coscienza e perfino nella preghiera del popolo armeno, dopo l’offensiva azera del settembre 2023, lo svuotamento della regione dalla sua popolazione armena autoctona e la dissoluzione della Repubblica dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

«Ktrij Nersissian»

Dal podio dell’Assemblea Nazionale, Pashinyan ha continuato a riferirsi al Catholicos non con il suo nome ecclesiastico Karekin II, ma con quello ricevuto al battesimo, Ktrij Nersissian. È un dato biografico corretto, Karekin II fu battezzato con quel nome, ma nel contesto dello scontro politico il suo impiego assume evidentemente il significato di una delegittimazione della dignità ecclesiastica del Capo spirituale della Chiesa Apostolica Armena.

Pashinyan ha reiterato le accuse già rivolte al Catholicos circa la presunta violazione del celibato e ne ha nuovamente contestato la legittimità a rimanere alla guida della Chiesa Apostolica Armena. Il confronto ha assunto toni particolarmente aspri, mentre i parlamentari dell’opposizione protestavano battendo sui banchi e cantando «Vehapar», il titolo tradizionalmente riservato al Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. La polemica personale, però, questa volta è stata accompagnata da qualcosa di assai più significativo.

Quando pregare per l’Artsakh diventa «propaganda bellica»

Pashinyan ha accusato il clero, che agirebbe secondo le direttive del Catholicos, di pregare durante la Divina Liturgia affinché Dio preservi la Repubblica di Artsakh. Secondo il Primo Ministro, con tali invocazioni la Chiesa verrebbe trasformata in una istituzione di propaganda della guerra. Il ragionamento di Pashinyan è netto: non sarebbe coerente, da una parte, invocare la preservazione della Repubblica di Artsakh e, dall’altra, pregare per la pace. Ed è precisamente questo passaggio ad aver fatto scattare la reazione politica dell’opposizione.

Narek Karapetyan, capogruppo parlamentare di Armenia Forte, ha sostenuto che Pashinyan avrebbe finalmente «scoperto le carte»: secondo la sua interpretazione, il vero problema del governo con il Catholicos sarebbe dunque anche il fatto che dalla Chiesa Apostolica Armena continui ad essere pronunciata la parola Artsakh, mentre le altre contestazioni rivolte in questi mesi a Karekin II costituirebbero argomenti utilizzati nella battaglia contro la Santa Sede di Etchmiadzin.

È importante distinguere i due piani. Pashinyan ha effettivamente collegato le preghiere per la Repubblica di Artsakh alla sua critica contro l’attuale guida ecclesiastica. Che questa sia la causa determinante dell’intera offensiva contro Karekin II è invece la lettura politica dell’opposizione. Ma proprio il fatto che il Primo Ministro abbia introdotto esplicitamente questo argomento nello scontro rende la questione impossibile da liquidare come una semplice polemica sulla disciplina ecclesiastica.

Può una preghiera per l’Artsakh essere considerata un appello alla guerra? Qui si apre una questione che va ben oltre Karekin II. Pregare per l’Artsakh non equivale necessariamente a invocare una nuova guerra contro l’Azerbaigian. La Chiesa Apostolica Armena ha ripetutamente collegato la questione ai diritti degli Armeni dell’Artsakh, alla giustizia, alla tutela del patrimonio religioso e culturale e alla sorte di una popolazione costretta ad abbandonare in massa la propria terra ancestrale nel settembre 2023 dopo l’occupazione totale della Repubblica di Artsakh da parte dell’esercito dell’Azerbaigian.

È lo stesso nodo che abbiamo incontrato nella nostra copertura precedente quando, nell’Assemblea Nazionale, il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh è stato presentato come una questione capace di riaprire il conflitto. Ma ricordare un popolo espulso dalla propria terra, rivendicarne i diritti o pregare perché la sua storia non venga cancellata non costituisce di per sé una dichiarazione di guerra.

La distinzione è fondamentale. Altrimenti la logica politica della normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaigian rischia progressivamente di trasformarsi in qualcosa di diverso: non soltanto nella rinuncia dello Stato armeno a rivendicazioni territoriali, ma nella richiesta di espungere l’Artsakh dalla memoria pubblica, dal linguaggio politico e, ora, persino dalla preghiera ecclesiale. È proprio questo passaggio che merita attenzione.

La «crisi sistemica» della Chiesa secondo il governo

Pashinyan ha inoltre annunciato di aver disposto la preparazione di un rapporto su quella che definisce una «profonda» o «sistemica» crisi della Chiesa Apostolica Armena. Resta da comprendere quale sia la natura di questo rapporto, chi sia stato incaricato di redigerlo e, soprattutto, quale possa essere il fondamento giuridico dell’intervento dell’esecutivo nell’organizzazione interna della Chiesa.

La questione non è nuova. Come abbiamo seguito nelle scorse settimane su questo Blog dell’Editore di Korazym.org, il conflitto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin ha già raggiunto le aule giudiziarie. Il procedimento riguardante Karekin II ha sollevato una domanda che resta intatta: fino a dove può spingersi uno Stato nel sindacare decisioni appartenenti alla struttura canonica di una Chiesa?

Lo scontro ha ormai superato da tempo la dimensione di un dissidio personale tra Nikol Pashinyan e Karekin II. Riguarda il rapporto tra potere civile e autorità religiosa, l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena, il ruolo storico della Santa Sede di Etchmiadzin nella vita nazionale e, sempre più chiaramente, la memoria dell’Artsakh.

Dalla «Quarta Repubblica» alla rimozione dell’Artsakh

Il passaggio parlamentare del 24 agosto assume un significato ancora maggiore, se letto insieme alla linea politica presentata dallo stesso Pashinyan nel programma di governo 2026-2031.

Nei giorni scorsi abbiamo riferito della sua proclamazione dell’inizio della cosiddetta «Quarta Repubblica», con la quale il Primo Ministro intende segnare una cesura rispetto alla stagione politica nata dal Movimento del Karabakh. La costruzione della nuova Armenia dovrebbe fondarsi, nella visione di Pashinyan, sulla pace, sulla delimitazione dello Stato entro i confini internazionalmente riconosciuti e sull’abbandono delle concezioni nazionali, che egli considera capaci di alimentare nuovi conflitti. Ora questo processo sembra incontrare un ostacolo che non è territoriale, ma spirituale e culturale.

Lo Stato può decidere di non avanzare rivendicazioni sull’Artsakh. Può modificare la propria politica estera. Può riconoscere l’integrità territoriale dell’Azerbaigian. Può persino costruire una nuova narrazione della propria storia politica. Ma può pretendere anche che la Chiesa smetta di pregare per l’Artsakh? È qui che la vicenda assume una dimensione molto più profonda della disputa tra Pashinyan e Karekin II.

L’Artsakh che continua ad esistere nella memoria

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh non esiste più come entità politica sul terreno. La sua popolazione armena è stata costretta alla fuga. La sua capitale Stepanakert è sotto controllo azero. Chiese, monasteri, cimiteri e monumenti armeni si trovano oggi in una condizione che continua a suscitare interrogativi e preoccupazioni sulla conservazione della loro identità storica e religiosa.

Ma l’Artsakh continua ad esistere nella memoria di chi vi è nato, nelle famiglie degli sfollati, nella storia armena e nella preghiera della Chiesa. Ed è forse proprio questo il punto che il durissimo confronto parlamentare del 24 agosto ha fatto emergere con una chiarezza nuova.

La battaglia tra Pashinyan e Karekin II non riguarda più soltanto chi debba guidare la Chiesa Apostolica Armena. Riguarda anche chi abbia il diritto di stabilire che cosa gli Armeni possano ricordare dell’Artsakh e persino per che cosa possano pregare. Ed è una domanda assai più grande dei due uomini che oggi si affrontano a Erevan.

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Karekin II compie 75 anni: gli auguri e il sostegno internazionale alla Chiesa Apostolica Armena (Irina Sokolova) (Faro di Roma 25.08.26)

In occasione del 75° anniversario di Sua Santità Karekin II, Supremo Patriarca e Catholicos di tutti gli Armeni, esponenti del Forum delle Associazioni Armene in Europa, del Vienna Club e del Comitato Internazionale per la Difesa della Chiesa Apostolica Armena hanno rivolto al capo della Chiesa armena un messaggio di congratulazioni, accompagnato da una forte dichiarazione di sostegno al suo ruolo spirituale e alla tutela del patrimonio religioso e culturale del popolo armeno.

Nel messaggio, i firmatari sottolineano il carattere storico della Chiesa Apostolica Armena, ricordandone il ruolo unico nella storia del cristianesimo. L’Armenia è infatti tradizionalmente ricordata come il primo Stato ad adottare ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato, all’inizio del IV secolo. Una storia millenaria che, si legge nella lettera, conferisce alla Chiesa una funzione che va oltre la dimensione strettamente religiosa, intrecciandosi profondamente con l’identità, la cultura e la memoria nazionale armena.

Le congratulazioni a Karekin II diventano così anche l’occasione per ribadire la vicinanza delle organizzazioni firmatarie alla Chiesa Apostolica Armena in una fase che viene descritta come particolarmente delicata. I promotori della lettera esprimono infatti “profonda preoccupazione” per quelli che definiscono eventi “anticristiani e antireligiosi” che, a loro giudizio, si stanno verificando in Armenia.

È soprattutto su questo punto che il messaggio assume un significato politico e internazionale. I firmatari dichiarano di voler sostenere la Chiesa armena nella difesa dei fondamenti spirituali e morali della società e nella tutela dei valori cristiani e del patrimonio nazionale. Un impegno che, nelle intenzioni espresse nella lettera, non dovrebbe limitarsi all’ambito armeno, ma estendersi all’opinione pubblica europea e internazionale.

“Le nostre organizzazioni sono impegnate non soltanto a sostenere il Catholicos di tutti gli Armeni in questa importante missione, ma anche a sensibilizzare l’opinione pubblica europea e internazionale”, affermano i firmatari, annunciando la volontà di proseguire gli sforzi per favorire un esame delle questioni sollevate che sia “giusto e basato sui principi” e per contribuire al raggiungimento della giustizia.

La lettera mette dunque in evidenza una concezione della tutela della libertà religiosa come elemento inseparabile dalla difesa dell’identità culturale e della memoria storica di un popolo. Nel caso armeno, la dimensione religiosa è infatti profondamente legata alla storia nazionale, segnata nei secoli da persecuzioni, diaspora e dalla necessità di preservare una tradizione cristiana antichissima.

Il messaggio si conclude con gli auguri rivolti personalmente a Karekin II, al quale vengono riconosciute forza, saggezza e perseveranza nel proseguimento della sua missione alla guida della Chiesa Apostolica Armena. “Che Dio La benedica con buona salute e rinnovate energie nel Suo servizio alla Chiesa Apostolica Armena e al popolo armeno”, è l’auspicio finale.

A firmare la lettera sono Ashot Grigoryan, presidente del Forum delle Associazioni Armene in Europa e del Vienna Club; Ján Čarnogurský, copresidente del Vienna Club ed ex primo ministro della Slovacchia; Guido Lombardi, copresidente onorario del Comitato per la Difesa della Chiesa Apostolica Armena; Robert Amsterdam, copresidente del Comitato e avvocato internazionale; František Mikloško, ex presidente del Consiglio Nazionale della Slovacchia; Ján Figeľ, già commissario slovacco presso l’Unione europea e presidente della European Foundation for Religious Freedom; monsignor Jean-Marie Gervais, presidente dell’Associazione “Tota Pulchra”; Pavol Hrušovský, ex presidente del Consiglio Nazionale della Slovacchia; e Alexander Rahr, presidente del Comitato Eurasiatico Tedesco.

Il 75° anniversario di Karekin II viene così presentato non soltanto come una ricorrenza personale e religiosa, ma come un momento per riaffermare il valore della Chiesa Apostolica Armena quale custode di una delle più antiche tradizioni cristiane e, insieme, per richiamare l’attenzione internazionale sulle questioni che riguardano la libertà religiosa, la tutela del patrimonio spirituale e la continuità dell’identità armena.

Irina Sokolova

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