*di Cathelijne de Groot e Serli Haladjian
Anche quando l’attenzione internazionale si affievolisce, ciò che resta di una guerra e dei danni che ha causato rimangono. Per Maria Gevorgyan, avvocata armena specializzata in diritto internazionale, l’utilizzo delle memorie personali delle vittime, con la conseguente trasformazione in prove legali di ciò che è avvenuto, è diventata sia una professione che una responsabilità. In questa intervista, Gevorgyan sottolinea l’importanza del vissuto personale come elemento essenziale per ottenere giustizia e rispetto per i diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh.
Quando era ancora una studentessa, Gevorgyan ha iniziato a collaborare inizialmente a titolo pro bono, con il Centro per la verità e la giustizia (Cftj), un’organizzazione non-profit nata nel 2020 e con sede negli Stati Uniti.
L’organizzazione, istituita in risposta alle gravi violazioni di diritti umani durante la guerra tra Armenia e Azerbaigian, raccoglie testimonianze da chi la guerra l’ha vissuta in prima persona, per conservarne la memoria e consentire l’utilizzo di queste risorse e informazioni a fini educativi o, in certi casi, per procedere con azioni legali.
Con una laurea magistrale in diritti umani e una seconda in diritto internazionale e diritto dell’Unione Europea, nel suo lavoro Gevorgyan si occupa della documentazione dei crimini di guerra, delle atrocità di massa e degli sfollamenti forzati legati al conflitto del Nagorno-Karabakh.
Al momento, Gevorgyan ricopre il ruolo di consulente legale per i rapporti con le corti internazionali e negli ultimi anni ha lavorato nell’ambito tra documentazione legale e raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti, trasformando le esperienze vissute dalle vittime in materiale da presentare alle corti internazionali.
Le guerre del Nagorno-Karabakh, dagli anni Venti al 2023
Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian, noto come conflitto del Nagorno-Karabakh, è una guerra che si protrae da decenni, con un’escalation iniziata nel periodo in cui l’Unione Sovietica era sull’orlo del collasso e conclusasi con l’offensiva dell’Azerbaigian del 2023.
Al centro del lavoro che svolge Gevorgyan quotidianamente, c’è una regione conosciuta con due nomi: nei contesti giuridici e diplomatici internazionali, Gevorgyan utilizza il termine Nagorno-Karabakh, poiché è la denominazione che si trova nei documenti ufficiali, negli atti giudiziari e nei procedimenti dell’Onu o della Corte penale internazionale (Cpi). Allo stesso tempo, Artsakh è il nome storico armeno della regione e che è profondamente radicato nella memoria e nell’identità culturale del luogo.
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diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh
Una scena di vita quotidiana a Stepanakert, capitale della Repubblica dell’Artsakh (Wikicommons/Adam Jones)
“È importante riconoscere entrambi i termini”, spiega Gevorgyan, “uno parla il linguaggio del diritto internazionale, l’altro il linguaggio dell’identità e della memoria: ignorarne uno riduce la comprensione del conflitto”.
Le origini del conflitto risalgono agli anni Venti, quando l’Urss creò l’oblast’ autonomo del Nagorno-Karabakh (NKAO), la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, all’interno del territorio dell’allora Azerbaigian sovietico, nonostante la presenza della schiacciante maggioranza armena nel territorio.
In un salto in avanti, arrivando al 1988, la situazione cambia: con l’indebolimento dell’Urss, la popolazione armena del Nagorno-Karabakh cercò l’unificazione con l’Armenia e il suo organo legislativo votò a favore.
Questo sviluppo portò a proteste di massa e violenze etniche, con eventi di grande portata come i pogrom di Sumgait e infine allo scoppio della prima guerra del Karabakh (1988-1994), coincidente con il crollo dell’Unione Sovietica.
Sebbene la fine della prima guerra del Karabakh abbia portato al controllo armeno della regione nel 1994, le ostilità e i piccoli scontri sono continuati nell’area, tra cui uno durato quattro giorni, dal due al cinque aprile del 2016 e per questo ricordato come la guerra dei quattro giorni.
Tuttavia, nel settembre 2020, l’Azerbaigian ha lanciato una grande offensiva, scatenando la seconda guerra del Karabakh che si protrarrà per 44 giorni, la quale culminerà con l’indebolimento del controllo armeno su alcune parti della regione del Nagorno-Karabakh.
Nel periodo tra il 2022 e il 2023, il conflitto è giunto a un picco costante, con l’aumento delle tensioni a causa del blocco durato un anno da parte dell’Azerbaigian del corridoio di Lachin, il principale collegamento terrestre tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.
Confine tra Armenia e Nagorno-Karabakh
Al confine tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh (Wikicommons/Clay Gilliland)
Nel settembre 2023, le forze azere hanno lanciato un’offensiva finale, provocando la resa delle autorità armene e lo sfollamento di massa di oltre 100mila armeni dalla regione. Poco dopo, la Repubblica dell’Artsakh è stata sciolta e il territorio è stato reintegrato in quello dell’Azerbaigian.
I diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh: il lavoro del Centro per la verità e la giustizia
Fondato nel novembre 2020 all’indomani della seconda guerra del Karabakh, il Centro per la verità e la giustizia ha sede a Montrose, in California.
La sua missione è chiara, ma impegnativa: raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti al conflitto e trasformare quelle esperienze vissute in prove utilizzabili in sede legale.
Attraverso interviste, programmi di formazione e progetti di ricerca, il centro fornisce a giovani studenti armeni e aspiranti avvocati gli strumenti necessari per documentare le violazioni in modo conforme agli standard giuridici internazionali.
Queste testimonianze e questi risultati vengono successivamente citati durante i procedimenti dinanzi alle corti internazionali e utilizzati nelle relazioni presentate a vari meccanismi delle Nazioni Unite. Da quando l’Armenia ha aderito alla Cpi nel 2024, Gevorgyan guida l’attività di comunicazione con la corte, dalla presentazione delle prove al dialogo con i suoi organi costituenti.
Contro l’oblio: l’importanza della conservazione delle prove
La raccolta di prove in questo contesto presenta sfide importanti: l’accesso alle scene del crimine, alle strutture di detenzione e alla documentazione ufficiale è spesso impossibile, poiché molte di esse rimangono sotto il controllo dello stato accusato di essere il responsabile. Le documentazioni stesse sono fragili, i ricordi svaniscono, i materiali digitali scompaiono, i testimoni cambiano residenza e il trauma altera il modo in cui vengono rievocate le esperienze. “Il recupero delle prove è un compito che richiede creatività, perseveranza e una metodologia rigorosa”, osserva Gevorgyan.
Le testimonianze dei familiari e delle persone care, quindi, svolgono qui un ruolo fondamentale, in particolare quando le vittime sono decedute, scomparse, detenute o troppo segnate per testimoniare di persona.
Durante lo sfollamento degli armeni dal Nagorno-Karabakh nel 2023, i resoconti dei parenti si sono infatti rivelati cruciali per stabilire i modelli di comportamento e le intenzioni. “L’esilio non sminuisce la credibilità”, sottolinea Gevorgyan, “in molti casi, le testimonianze della diaspora conservano dettagli che altrimenti andrebbero persi”.
Oggi, le conseguenze dello sfollamento continuano a influenzare la vita quotidiana degli armeni che vivono in Armenia. Al di là dei bisogni materiali, molti provano un profondo senso di perdita. “Non si tratta solo di una questione materiale” spiega Gevorgyan, “è la perdita della memoria, del paesaggio, dei cimiteri, delle chiese e delle abitudini quotidiane”.
Un nuovo alloggio e ricevere assistenza da soli non possono colmare questa frattura. “Molti armeni sfollati cercano il riconoscimento di ciò che hanno perso e la garanzia che il loro sfollamento non venga normalizzato, o dimenticato”, dice Gevorgyan a riguardo.
monastero armeno Nagorno-Karabakh
Il monastero armeno di Gandzasar, Nagorno-Karabakh (Wikicommons/Clay Gilliland)
Tuttavia, nonostante la portata degli eventi, la copertura mediatica internazionale del conflitto è rimasta limitata: per Gevorgyan, questa assenza è stata da una parte sia frustrante che motivante, dall’altra.
Dalla guerra del 2021, passando per il blocco del 2022 e la pulizia etnica del 2023, l’attenzione globale è stata sorprendentemente bassa e Gevorgyan aggiunge: “L’assenza di una copertura mediatica costante crea un vuoto e quel vuoto deve essere colmato dalla documentazione, dall’assistenza legale e dalle prove”.
L’Armenia e la Corte penale internazionale
La recente adesione dell’Armenia alla Cpi ha aperto nuove vie per l’assunzione di responsabilità. Le organizzazioni della società civile, come il Centro per la verità e la giustizia, hanno svolto un ruolo centrale nel sostenere l’adesione e ora stanno contribuendo a tradurre anni di documentazione in azioni legali formali con il lavoro dei loro avvocati: in questo progetto di lunga durata, Gevorgyan ha già preso parte attiva in quanto co-autrice di una comunicazione ufficiale alla corte.
Nel dicembre del 2025, le vittime armene hanno partecipato per la prima volta all’Assemblea degli stati parte della corte penale e ai loro rappresentanti, condividendo direttamente le proprie testimonianze. Tuttavia, Gevorgyan rimane realistica sui tempi della giustizia internazionale e dice: “la ricerca di responsabilità è intrinsecamente lenta, richiede pazienza e perseveranza, spesso si sviluppa nel corso di anni o anche decenni, piuttosto che tramite svolte drammatiche”.
Documentare il trauma vissuto solleva anche delle sfide etiche, oltre che pratiche. Il rigore giuridico richiede dettagli e coerenza, mentre la rievocazione di ricordi dolorosi spesso produce frammentazione o silenzio. La documentazione etica e consapevole, sostiene Gevorgyan, deve dare priorità alla dignità, al consenso informato e a colloqui in cui ci si presenta in maniera sensibile di fronte al trauma: “La forza giuridica non deve mai andare a discapito dell’umanità di una persona”.
Scopo, perseveranza e responsabilità: il necessaire per la protezione dei diritti umani
L’impegno di Gevorgyan in questa missione nasce da un senso di responsabilità nei confronti della sua comunità e del suo paese, raccontando i suoi sforzi per la protezione dei diritti umani non sempre come una scelta, ma spesso come una risposta necessaria alla realtà vissuta.
Uno striscione a Erevan, Armenia, per il rilascio degli armeni dell’Artsakh, Nagorno-Karabakh, imprigionati dall’Azerbaigian
Uno striscione di protesta a Erevan per il rilascio delle autorità e dei residenti armeni della Repubblica dell’Artsakh, imprigionati dall’Azerbaigian, 2024 (Wikicommons/Garik Avakian)
Geovrgyan ricorda quanto sia un lavoro estenuante, a volte invisibile, ma sempre fondamentale per i risultati a cui può portare. “Lo scopo ti sostiene quando la motivazione viene meno” afferma, sostenendo anche che “il cambiamento avviene a piccoli passi e questi piano piano si accumulano, ma solo se si rimane”.
Letture e film, i consigli per approfondire l’argomento
Ai lettori che desiderano approfondire la comprensione del diritto internazionale nella pratica, Gevorgyan indica il libro To Catch a Dictator di Reed Brody (disponibile in lingua inglese), che offre uno sguardo raro e sincero sulla ricerca, spesso silenziosa, della giustizia da parte delle vittime, delle organizzazioni, della società civile e degli avvocati che si rifiutano di lasciare che tali crimini vengano dimenticati.
Si consiglia anche la visione del documentario Invisible Republic (2022), del regista Garin Hovannisian, incentrato sulla vita quotidiana, i ricordi e le paure degli armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, che sposta l’attenzione dalla geopolitica all’esperienza umana del conflitto.
Rapporti più dettagliati, indagini e materiali di ricerca sono disponibili sul sito web del Centro per la verità e la giustizia, dove l’organizzazione continua a documentare le violazioni e a collaborare con i meccanismi internazionali per l’ammissione di responsabilità.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in lingua inglese su Human Writes con il titolo “Maria Gevorgyan and the Work of Preserving Evidence”.
Traduzione e adattamento in italiano di Chiara Luccioli.
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