La letteratura armena ridà voce alle vittime del genocidio (Lanuovabq 03.06.26)

Le pagine di Antonia Arslan e di Maria Nazle Corinaldi strappano all’oblio una raffinata civiltà che i turchi volevano cancellare anche sul piano simbolico. Oltre la testimonianza storica sono atti di resistenza morale perché i morti non vengano di nuovo uccisi dal silenzio.

Nel mio libro La realtà dell’orco formulo una tesi che è stata giudicata provocatoria e inquietante: il genocidio vero non nascerebbe soltanto dall’odio, ma soprattutto dall’invidia. Oggi il termine è usato a casaccio e a sproposito, anche come oscena calunnia. In realtà il genocidio vero non nasce dall’ostilità verso un nemico potente e aggressivo, ma dal rancore verso una minoranza percepita come culturalmente superiore, più vitale, più creativa, più capace.

L’immagine scelta è quella della fiaba di Biancaneve. La regina vuole eliminare Biancaneve non perché la principessa rappresenti un pericolo reale, non perché minacci il suo regno, ma semplicemente perché è più bella. La sua esistenza è intollerabile. La bellezza dell’altra diventa una condanna. In questa lettura simbolica, la fiaba contiene il nucleo psicologico del genocidio vero: l’impossibilità di sopportare la presenza di qualcuno che incarni una superiorità morale e culturale.

Gli armeni nell’Impero Ottomano costituivano una minoranza numericamente ridotta, eppure occupavano spesso posizioni centrali nella vita economica e culturale. Erano professionisti, artigiani, insegnanti, medici, commercianti. Una comunità dinamica, istruita, cosmopolita. Ed è proprio questa vitalità che, ha alimentato il rancore di chi vedeva nella loro presenza una smentita della propria mediocrità. Gli armeni erano una percentuale minoritaria della popolazione turca, ma erano la metà dei medici, la metà degli ingegneri, il 60% dei professori universitari, il 90% dei fabbri e il 99% degli orologiai.

La fiaba di Biancaneve ci fornisce anche una seconda metafora su chi commette un genocidio vero: è roso dall’invidia sociale ed è quello che Hans Magnus Enzensberger definisce Il perdente radicale. Pur di distruggere Biancaneve la Regina fa il supremo sacrificio: la sua vita e la sua bellezza. Pur di distruggere gli armeni con una guerra mondiale in corso i turchi ammazzano metà dei loro medici e dei loro ingegneri, distraggono dal fronte uomini e mezzi e accelerano la catastrofe. L’odio genocidario infatti raramente nasce soltanto da una divergenza religiosa o politica. Più spesso nasce dall’umiliazione. Il genocida guarda la vittima e vi riconosce qualcosa che sente di non possedere: disciplina, talento, eleganza, memoria, capacità di creare ricchezza e cultura. Per questo lo sterminio non è mai soltanto eliminazione fisica. È cancellazione simbolica. Bisogna distruggere il testimone vivente della propria inferiorità.

Il genocidio armeno del 1915 resta una delle tragedie più atroci del Novecento. Deportazioni, marce nel deserto, massacri sistematici, bambini strappati alle famiglie, villaggi cancellati. Un intero popolo trasformato in polvere e silenzio. Eppure il paradosso più terribile è che chi organizza uno sterminio finisce spesso per mutilare anche se stesso. Distruggendo gli armeni, l’Impero Ottomano distrusse una parte essenziale della propria intelligenza produttiva e culturale. È il gesto suicida della regina di Biancaneve: pur di annientare ciò che invidia, accetta di perdere la propria stessa bellezza. Qui entra in gioco la figura del “perdente radicale”, elaborata da Enzensberger. Il perdente radicale è colui che vive il successo altrui come un’offesa personale. Non sopporta l’idea che qualcun altro possa brillare. Non vuole elevarsi: vuole trascinare l’altro nella rovina. È una psicologia profondamente autodistruttiva. Non costruisce nulla, ma gode nel devastare. E il genocidio rappresenta la forma estrema di questa pulsione.

Enzensberger ci fornisce anche la motivazione di questo spaventoso divario culturale. Quando Gutenberg ha inventato la stampa, nel 1455, il costo dei libri è stato abbattuto e il loro numero moltiplicato. La stampa fu vietata nel mondo islamico in quanto l’unico libro di valore era il Corano. Vietata agli islamici, ma non ai non islamici, la stampa fu usata da armeni, copti, o ebrei per diventare ovunque l’èlite culturale.

La letteratura armena ha raccontato la tragedia del genocidio con una forza umana straordinaria. Tra i libri più intensi vi è La masseria delle allodole di Antonia Arslan, un romanzo che riesce nell’impresa quasi impossibile di trasformare il dolore storico in esperienza viva, concreta, quotidiana. Non ci troviamo davanti a un semplice libro sul genocidio: ci troviamo davanti alla distruzione di una famiglia, di un mondo domestico fatto di profumi, voci, ricette, giochi infantili, lettere, ricordi. Ed è proprio questo che rende il romanzo devastante. La grandezza della Arslan consiste nel non trasformare mai i suoi personaggi in simboli astratti. Gli armeni della Masseria non sono “vittime storiche”: sono esseri umani pieni di ironia, tenerezza, paure, vanità, speranze. Il lettore li vede vivere prima ancora che morire. E proprio per questo il dolore diventa insopportabile.

Quando la violenza irrompe, ciò che viene distrutto non è soltanto un popolo, ma una civiltà intera fatta di dettagli minimi e preziosi. Lo stile di Antonia Arslan è limpido, quasi pudico. Non indulge mai nella retorica dell’orrore. Non ha bisogno di urlare. Le scene restano impresse come ferite: i bambini in fuga, il silenzio delle donne, la dignità ostinata di chi comprende di essere condannato ma continua a difendere la propria umanità fino all’ultimo istante.

Un nuovo libro si aggiunge. Con Memorie di una lady armena la memoria armena trova oggi una nuova voce, diversa ma complementare. Il libro, curato da Antonia Arslan e Benedetta de Mari, non racconta soltanto una tragedia: racconta un mondo perduto. La figura di Maria Nazle Corinaldi emerge dalle pagine con una grazia quasi ottocentesca, attraversando Costantinopoli, la Grecia, l’Europa aristocratica e infine l’Italia. Non è soltanto una testimonianza storica, ma il ritratto di una civiltà cosmopolita e raffinata spazzata via dalla barbarie.  La grande qualità del libro sta nella sua eleganza narrativa. Le memorie non assumono mai il tono del documento freddo: hanno invece il respiro del romanzo, la leggerezza malinconica di chi osserva il passato da una distanza irreparabile. Costantinopoli appare come un luogo sospeso tra Oriente e Occidente, tra lusso e decadenza, tra splendore e minaccia. Ogni pagina sembra custodire il presentimento della fine. Gli Armeni qui tornano a essere volti, gesti, salotti, conversazioni, viaggi, amori. La memoria privata diventa resistenza contro l’oblio.

Forse è proprio questo il senso più profondo della letteratura armena: impedire che i morti vengano uccisi una seconda volta dal silenzio. La scrittura alterna raffinatezza aristocratica e nostalgia domestica. Ci sono pagine in cui il lettore sente quasi il rumore delle stoviglie, il profumo delle spezie, il riflesso del Bosforo nelle stanze dei palazzi. E poi, lentamente, su tutto cala l’ombra della Storia. Non una storia astratta, ma quella concreta violenza che spezza le famiglie, disperde gli archivi, cancella le lingue, interrompe le genealogie. In questo senso Memorie di una lady armena dialoga idealmente con La masseria delle allodole. Il primo custodisce il ricordo di un mondo elegante e cosmopolita; il secondo racconta il momento della distruzione. Insieme compongono un grande affresco della civiltà armena prima della catastrofe e del suo annientamento. In un momento in cui la nazione turca continua a negare il genocidio, se non a deriderlo, questi due libri diventano obbligatori.

Ed è per questo che libri come quelli di Antonia Arslan o le memorie di Maria Nazle Corinaldi hanno un valore che supera la semplice testimonianza storica. Sono atti di resistenza morale. Ci ricordano che ogni genocidio non tenta soltanto di uccidere delle persone: tenta di cancellare la bellezza del mondo. Ma la letteratura, quando è autentica, possiede una forza opposta. Ricostruisce volti, restituisce nomi, riaccende le voci perdute. Ed è forse questa la sconfitta definitiva di ogni sterminatore: scoprire che ciò che voleva cancellare continua ostinatamente a vivere nella memoria degli uomini.

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UE-Armenia, sempre più vicine (Osservatorio Balcani e Caucaso 03.06.26)

Negli ultimi tre anni le relazioni tra Armenia e Unione europea hanno conosciuto un’accelerazione senza precedenti attraverso una progressiva istituzionalizzazione della cooperazione politica, economica e di sicurezza. Un passaggio centrale è stata la due giorni Unione – Armenia di inizio maggio, con prima il summit della Comunità Politica Europea, giunto all’ottavo incontro e poi il primo summit Armenia-UE.

Questi importanti appuntamenti si sono tenuti nel quadro del percorso di avvicinamento che si era andato consolidando nel marzo 2025, quando il parlamento armeno ha adottato una legge per avviare formalmente il processo di adesione all’Unione europea. Pochi mesi dopo, nel dicembre 2025, Bruxelles e Yerevan hanno adottato una nuova Agenda strategica per il partenariato UE-Armenia, che definisce le priorità della cooperazione bilaterale nei prossimi anni.

La partnership si fonda sul Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement (CEPA), entrato in vigore nel 2021, e su un crescente coinvolgimento europeo nel paese caucasico. Dopo l’invio della missione civile EUMA nel febbraio 2023, l’UE ne ha esteso il mandato nel febbraio 2025 per ulteriori due anni. Nell’aprile 2026 Bruxelles ha inoltre deciso di dispiegare in Armenia la European Union Partnership Mission (EUPM), con l’obiettivo di rafforzare la resilienza del paese rispetto alle minacce esterne.

Come riporta il portale ungherese EUrologus, sul piano economico la cooperazione è sostenuta dal piano europeo “Resilience and Growth” da 270 milioni di euro, annunciato nel 2024, e dagli investimenti previsti nell’ambito della strategia Global Gateway, pari a circa 2,5 miliardi di euro. L’Armenia è stata inoltre inclusa nello European Peace Facility, dal quale dovrebbe ricevere 30 milioni di euro.

Il Summit

Il summit UE-Armenia del 5 maggio ha rappresentato il punto più avanzato raggiunto finora nelle relazioni tra Bruxelles e Yerevan. L’incontro si è concluso con la firma ufficiale di una serie di lettere di intenti e accordi settoriali, sottoscritti pubblicamente dai funzionari responsabili della loro implementazione, alla presenza, come testimoni, del presidente del Consiglio europeo António Costa, della presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del primo ministro armeno Nikol Pashinyan. I contenuti politici dell’intesa sono stati sintetizzati dalla stessa von der Leyen nel suo intervento finale e formalizzati nella Joint Declaration adottata al termine del summit.

Nel suo discorso, von der Leyen ha descritto l’Armenia come parte della “più ampia famiglia europea”, definendo il rapporto bilaterale una “partnership unica” destinata a entrare in una nuova fase. Il summit ha infatti delineato una cooperazione più strutturata in settori strategici, dalla connettività alla sicurezza, dall’energia alla liberalizzazione dei visti.

Uno dei pilastri principali riguarda la connettività regionale. Le parti hanno annunciato nuove iniziative per facilitare il transito e i collegamenti infrastrutturali, inclusa la modernizzazione dei valichi di frontiera e il rafforzamento del ruolo dell’Armenia come hub regionale. È stato inoltre avviato un dialogo ad alto livello sui trasporti, destinato a coordinare investimenti e integrazione con le reti europee.

Sul piano energetico, il summit ha confermato il sostegno europeo allo sviluppo delle energie rinnovabili in Armenia, in particolare nel settore solare. Bruxelles considera la cooperazione energetica parte integrante della strategia armena di diversificazione e riduzione della dipendenza esterna, in un quadro più ampio di sicurezza energetica integrata in Caucaso, verso il Mar Nero.

Un ulteriore capitolo ha riguardato il digitale e l’innovazione. L’UE ha espresso interesse a sostenere investimenti pubblici e privati nel settore tecnologico armeno, incluse infrastrutture digitali e progetti legati all’intelligenza artificiale. La Commissione ha presentato questo asse come uno dei settori di maggiore potenziale nella cooperazione futura tra Armenia e mercato europeo.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla sicurezza. La dichiarazione congiunta conferma il sostegno europeo alle iniziative di pace e stabilità nel Caucaso meridionale e richiama la crescente cooperazione nel contrasto alle minacce ibride.

Uno dei punti politicamente più rilevanti riguarda la liberalizzazione dei visti. Durante il summit è stato presentato il primo rapporto sui progressi compiuti dall’Armenia nel percorso verso la facilitazione dei visti con l’UE, tema che negli ultimi anni ha assunto un forte valore simbolico nel dibattito pubblico armeno. In questo contesto si inserisce l’avvio di forme di cooperazione con Frontex.

Infine, il summit ha posto particolare enfasi sugli aspetti sociali ed economici della partnership. Tra i progetti menzionati figurano iniziative di sminamento e programmi abitativi destinati agli sfollati, in particolare alle persone colpite dalle conseguenze dei recenti conflitti regionali, ma soprattutto la situazione degli esuli karabakhi.

Nelle parole dell’ambasciatore, la soddisfazione

I media HVG, OBCT e TSN hanno incontrato per un’intervista congiunta l’Ambasciatore dell’Unione europea in Armenia, Vassilis Maragos, il 7 maggio 2026 a Yerevan.

Alla domanda su quali fossero le sue aspettative per questa intensa tre giorni di incontri tra Armenia e Unione europea, l’ambasciatore ha descritto l’evento come ottimo, con ragguardevoli risultati. Secondo la sua valutazione, il summit non ha rappresentato un punto di partenza ma la fase di maturazione di un percorso già avviato. L’azione europea, ha spiegato, si inserisce in un modo concreto e settoriale che mira a rafforzare la resilienza del paese in ambiti economici, energetici, sociali e infrastrutturali. L’obiettivo principale è la diversificazione dell’Armenia in termini di mercati, partner e capacità di scelta strategica.

L’ambasciatore è tornato sulla parola chiave che più ha echeggiato durante questi giorni di intesi interscambi: la connettività. L’UE sta già lavorando al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto e di frontiera, compresi i progetti che coinvolgono la Georgia e l’Iran, sostenendo anche iniziative di interconnettività regionale più ampie legate ai progetti di connettività del Corridoio di Mezzo e del Mar Nero. In questo contesto, l’Ambasciatore Maragos ha sottolineato che una maggiore interdipendenza e l’apertura regionale potrebbero creare nuove opportunità economiche, rafforzare la sicurezza energetica e contribuire alla stabilità a lungo termine nel Caucaso meridionale.

Nel complesso, il quadro delineato restituisce un approccio europeo fondato su interventi mirati e graduali, che combinano infrastrutture, digitalizzazione e sostegno economico, con l’obiettivo di rafforzare la capacità del paese di integrarsi progressivamente nei sistemi regionali e transnazionali di trasporto, mercati, energia, mobilità umana e scambi culturali.

Un’apertura a ventaglio per un paese finora fortemente condizionato nel suo sviluppo da una geografia di area land-locked e da un impietoso quadro di isolamento regionale. Nessuna sorpresa, quindi, che la soddisfazione sia palpabile per questa possibile boccata d’aria, per questo scatto in avanti rispetto al trentennio passato, tre decadi di indipendenza difficilissime, apertesi e chiusesi con delle guerre.

Il viaggio in Armenia è stato organizzato su invito del programma EUNEIGHBOURS EAST, finanziato dall’Unione europea.

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Armenia, Pashinyan allenta le tensioni con la Russia e rivendica la sovranità prima del voto (Euronews 02.06.26)

Con gli ultimi sondaggi che lo danno verso un trionfo domenica, il premier Nikol Pashinyan ha detto agli armeni – e alla Russia – di volere una politica estera equilibrata ma sovrana, mentre Mosca aumenta la pressione con nuove sanzioni prima del voto cruciale

A pochi giorni dalle elezioni che potrebbero segnare una svolta storica per l’Armenia, il primo ministro Nikol Pashinyan si trova a gestire un delicato equilibrio tra l’avvicinamento all’Occidente e la necessità di mantenere rapporti stabili con la Russia, tradizionale alleato del Paese nel Caucaso meridionale.

Secondo gli ultimi sondaggi, Pashinyan appare favorito per la vittoria alle urne, ma la campagna elettorale è stata accompagnata da crescenti pressioni politiche ed economiche provenienti da Mosca. Al centro del dibattito vi è il futuro orientamento geopolitico dell’Armenia e la possibilità, sempre più discussa, di un’integrazione più stretta con l’Unione Europea.

Nei giorni scorsi il premier armeno ha risposto alle richieste provenienti dall’Unione economica eurasiatica (EAEU), il blocco economico guidato dalla Russia, che ha sollecitato un referendum per chiarire la posizione del Paese tra Bruxelles e l’organizzazione eurasiatica. Pashinyan ha però escluso che esistano oggi le condizioni per una consultazione popolare di questo tipo.

Secondo il capo del governo, l’adesione all’Unione europea resta per il momento un’ipotesi teorica. Erevan non ha infatti presentato alcuna domanda ufficiale di adesione né si trova vicino all’ottenimento dello status di Paese candidato. Per questo motivo, ha spiegato, sottoporre la questione a referendum sarebbe prematuro e poco giustificabile.

Pur mantenendo aperta la prospettiva europea, il premier ha ribadito che l’Armenia continuerà a collaborare con l’Unione economica eurasiatica fino a quando una scelta definitiva tra i due percorsi non diventerà inevitabile. Quando quel momento arriverà, ha precisato, sarà il popolo armeno a decidere attraverso una consultazione referendaria.

Nel tentativo di ridurre le tensioni con Mosca, Pashinyan ha definito la fase attuale delle relazioni con la Russia come un processo di trasformazione positivo, sottolineando che i rapporti tra i due Paesi rimangono aperti e trasparenti. Tuttavia, il premier non ha nascosto la volontà di proseguire lungo la strada della normalizzazione dei rapporti con la Turchia e con l’Azerbaigian, due dossier particolarmente sensibili per la politica estera armena.

Per Pashinyan, il dialogo con Ankara e Baku rappresenta una necessità strategica più che una scelta politica. Secondo il leader armeno, l’assenza di relazioni con la Turchia genera squilibri che aumentano i rischi di instabilità regionale, rendendo indispensabile il percorso di riavvicinamento.

Le dichiarazioni arrivano mentre l’opposizione filorussa continua a criticare la linea del governo, accusandolo di allontanare l’Armenia dall’orbita storica di Mosca e di mettere a rischio gli interessi strategici del Paese.

Nel frattempo, il Cremlino alterna segnali di apertura e misure di pressione. Domenica il presidente russo Vladimir Putin ha inviato una lettera di auguri a Pashinyan in occasione del suo compleanno, ribadendo l’interesse di Mosca a sviluppare ulteriormente le tradizionali relazioni amichevoli tra i due Paesi.

Parallelamente, però, la Russia ha intensificato la pressione economica sull’Armenia. Da lunedì è entrato in vigore il divieto di importazione di gran parte dei prodotti ittici armeni, che si aggiunge alle precedenti restrizioni su frutta, verdura, vino, brandy e sull’acqua minerale Jermuk. Mosca ha inoltre ventilato la possibilità di limitare le forniture energetiche di petrolio e gas, fondamentali per l’economia armena.

Di fronte a queste misure, il governo di Erevan ha promesso sostegni economici e compensazioni agli agricoltori e ai produttori colpiti dagli embarghi russi, cercando di contenere l’impatto delle restrizioni sul settore agroalimentare nazionale.

Il voto di domenica potrebbe quindi rappresentare molto più di una semplice consultazione elettorale. Dall’esito delle urne dipenderà infatti la capacità dell’Armenia di proseguire il proprio percorso di apertura verso l’Europa senza compromettere i rapporti con la Russia, in un contesto regionale sempre più complesso e segnato da profondi cambiamenti geopolitici.

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I milioni europei per la riforma della giustizia in Armenia: democrazia o concentrazione del potere? (L’Antidiplomatico 02.06.26)

A Bruxelles amano raccontare storie di successo. Soprattutto quando si tratta di Paesi che ricevono fondi europei, adottano «riforme democratiche» e utilizzano il linguaggio politico giusto. Per molti anni l’Armenia di Nikol Pashinyan è stata presentata proprio come una di queste storie.

Dopo gli eventi del 2018, alle istituzioni europee furono promessi tribunali indipendenti, stato di diritto e una rottura definitiva con le pratiche di interferenza politica nella giustizia. In risposta arrivarono consistenti flussi di finanziamenti. Milioni di euro provenienti dai contribuenti europei furono destinati alla riforma del sistema giudiziario armeno. La spesa pubblica per la giustizia aumentò sensibilmente. Furono create nuove strutture, nuovi organismi, nuovi meccanismi anticorruzione e nuove posizioni amministrative.

Bruxelles ha ottenuto rapporti impeccabili.

La società armena, invece, sembra aver ottenuto un risultato molto diverso.

A distanza di anni diventa sempre più difficile spiegare ai cittadini europei come siano stati utilizzati quei fondi e perché l’indipendenza della magistratura promessa non sia diventata una realtà condivisa.

Alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari armene, alcuni giornalisti investigativi hanno pubblicato un’ampia inchiesta sullo stato del sistema giudiziario del Paese. L’articolo è stato pubblicato dal progetto mediatico armeno Vochtrkatsmane.

Secondo tale ricostruzione, sotto la bandiera della lotta alla corruzione si sarebbe verificata una profonda riorganizzazione politica delle istituzioni giudiziarie armene. Organismi che avrebbero dovuto rappresentare una barriera tra magistratura e potere esecutivo sarebbero progressivamente finiti sotto l’influenza di figure strettamente legate all’attuale classe dirigente.

Era stata promessa indipendenza. Molti osservatori vedono invece una nuova forma di dipendenza. Era stata promessa depoliticizzazione. Ma cresce la percezione di un sistema nel quale la lealtà politica conta più dell’autonomia istituzionale.

Particolarmente significativi appaiono i cambiamenti che hanno interessato la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio queste istituzioni avrebbero dovuto costituire il pilastro della separazione dei poteri. Oggi, tuttavia, sempre più critici le descrivono come elementi di un meccanismo funzionale alla stabilità politica dell’attuale governo.

Anche la storia del Tribunale Anticorruzione, uno dei progetti simbolo della riforma sostenuta finanziariamente dall’Europa, continua ad alimentare interrogativi.

Con il passare del tempo, il sistema anticorruzione viene associato sempre più spesso non all’uguaglianza davanti alla legge, bensì a un’applicazione selettiva della giustizia. Nelle indagini e nei procedimenti giudiziari compaiono con frequenza oppositori politici, rappresentanti dell’opposizione e figure scomode della vita pubblica.

Quando simili dinamiche si ripetono con regolarità, emergono domande alle quali le autorità faticano a fornire risposte convincenti.

Dove finisce la lotta alla corruzione e dove inizia la pressione politica?

Dov’è il confine tra giustizia e opportunità politica?

E perché le istituzioni europee continuano a descrivere la riforma come un successo nonostante le criticità evidenziate da numerosi osservatori internazionali?

L’aspetto più scomodo è che queste critiche non provengono più soltanto dall’opposizione armena. Organizzazioni internazionali continuano a segnalare problemi relativi all’indipendenza dei tribunali, al basso livello di fiducia pubblica nella giustizia e alla persistenza di influenze politiche sui processi decisionali.

Se così fosse, il problema assumerebbe una dimensione sistemica. E a quel punto la domanda non sarebbe rivolta soltanto a Erevan, ma anche a Bruxelles.

Che cosa ha finanziato realmente l’Unione Europea in tutti questi anni? Una magistratura indipendente? Oppure una riforma che funziona soprattutto nei documenti ufficiali e nelle relazioni presentate ai donatori internazionali?

I contribuenti europei hanno il diritto di sapere perché decine di milioni di euro continuano a essere investiti in programmi di democratizzazione mentre il risultato finale rimane oggetto di contestazione: una parte significativa della società continua a diffidare dei tribunali e le accuse di interferenza politica non sono scomparse.

L’Armenia rischia così di trasformarsi non in un modello di successo, ma in un esempio delle contraddizioni della politica di vicinato europea.

Per anni Bruxelles ha finanziato processi la cui efficacia viene spesso misurata dal numero di fondi spesi, strategie elaborate e seminari organizzati. Le conseguenze concrete per la qualità della democrazia passano in secondo piano. Ciò che conta è poter presentare risultati formali e rispettare gli indicatori previsti dai programmi.

In questo modo le istituzioni democratiche rischiano di trasformarsi in costose scenografie. L’indipendenza della magistratura esiste nei documenti.

Lo stato di diritto nelle dichiarazioni ufficiali. Il successo delle riforme nei rapporti destinati ai finanziatori.

Nel frattempo, la società armena continua a confrontarsi con interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia che restano aperti come otto anni fa.

E finché queste domande non riceveranno risposte convincenti, ogni nuovo euro destinato a tali programmi rischierà di apparire non come un investimento nella democrazia, ma come un contributo a un’ulteriore concentrazione del potere nelle mani dell’élite politica al governo.

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Elezioni in Armenia, il Paese guarda all’Ue ma è legato a doppio filo alla Russia. Lukashenko: “Se fanno passi falsi rischiano uno scenario ucraino” (IlFattoQuotidiano 02.06.26)

A inizio maggio si è tenuto a Erevan un summit della Comunità Politica Europea, per la prima volta nel Caucaso. Il presidente Nikol Pashinyan, in corsa per il voto del 7 giugno, sogna l’avvicinamento a Bruxelles, dopo la decisione di Mosca di non difendere il suo Paese nella guerra del Nagorno Karabakh. Ma accordi politici, economici e infrastrutturali frenano il processo

I sondaggi realizzati in vista delle elezioni parlamentari del 7 giugno danno il partito del primo ministro armeno Nikol Pashinyan in netto vantaggio, ma la stabilità per il piccolo Paese del Caucaso è tutt’altro che scontata. Una situazione che ha a che fare tanto con il composito quadro politico interno quanto con il complesso posizionamento internazionale di Erevan. Su quest’ultimo fronte, l’Armenia sta provando a ritagliarsi un ruolo internazionale di ponte tra vari interessi contrapposti, un tentativo di trovare un equilibrio quanto mai complesso.

Negli ultimi giorni, la tensione con la Russia è salita notevolmente ed è culminata con la convocazione a mosca dell’ambasciatore russo nel Paese per consultazioni sui passi che l’Armenia starebbe facendo in direzione dell’Unione europea. A inizio maggio si è tenuto nella capitale un summit della Comunità Politica Europea, per la prima volta nel Caucaso. Presente anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e, durante il vertice, è stata firmata un’intesa di massima tra Bruxelles e le autorità armene su vari temi, tra cui la connettività, la sicurezza, l’energia e la cooperazione sul fronte della lotta alla disinformazione. Tra i leader europei, quello che si è spinto più in là con le dichiarazioni è stato il presidente francese, Emmanuel Macron, che ha supportato con forza il percorso verso l’Ue dell’Armenia. Una strada che anche dal lato armeno si sta cercando di perseguire formalmente con la ratifica di leggi che rispettino gli standard imposti dall’Unione. Questo spiega, in parte, l’irritazione della Russia che vuole mettere i bastoni tra le ruote in ogni modo a Pashinyan. Se il presidente bielorusso Aleksandar Lukashenko, megafono del Cremlino, ha paventato per l’Armenia uno scenario ucraino in caso di passi falsi, un ramoscello d’ulivo è stato teso dal presidente russo Vladimir Putin il 1 giugno, in occasione del cinquantunesimo compleanno di quest’ultimo. La chiamata fatta partire da Mosca è servita per provare a ristabilire un canale di dialogo e placare gli animi.

Le tensioni lungo l’asse Mosca-Erevan sono però iniziate ben prima della fiammata recente. La miccia, dal lato caucasico, è stata particolarmente significativa. A dare il via al lento ma progressivo distanziamento dalla Russia è stata soprattutto la decisione del presidente russo di non muovere un dito durante l’assalto azero al Nagorno Karabakh del settembre 2023. La devastante sconfitta ha provocato pesanti proteste in Armenia e ci si è chiesti il senso di essere membri della Csto, organizzazione di sicurezza a guida russa, che in teoria avrebbe dovuto tutelare il Paese in casi come l’attacco sferrato da Baku. Pashinyan ha dichiarato in più di un’occasione la volontà di recedere dalla Csto che include, oltre a Russia e Armenia, anche la Bielorussia, il Kazakistan, il Tagikistan e il Kirghizistan. Al momento, una decisione definitiva non è arrivata anche perché, va sottolineato, Mosca dispone di una presenza militare significativa sul territorio armeno.

Sempre sul fronte militare, un elemento in parte inatteso è emerso durante la parata che a fine maggio si è tenuta a Erevan. Il governo armeno voleva mostrare i muscoli e alcuni analisti hanno scovato tra gli armamenti mostrati anche dei sistemi antimissile iraniani, sviluppati da poco e utilizzati anche negli scontri con gli Stati Uniti. Si tratta della prima volta che Teheran esporta questo sistema e il fatto che li abbia venduti all’Armenia dimostra quanto complesso sia l’equilibrio regionale in questa dimensione. D’altronde i rapporti militari tra i due Paesi sono stretti e negli ultimi anni stanno registrando un ulteriore consolidamento.

Nel quadro non manca la presenza di Washington. Il presidente Donald Trump appoggia a chiare lettere Pashinyan e punta anche sull’Armenia per creare un corridoio di transito tra Turchia e Asia Centrale che eviti il territorio russo o quello iraniano. Erevan sta cercando di normalizzare i rapporti con Ankara così come con Baku, dopo il citato conflitto del 2023. Ma l’influenza di Mosca è anche infrastrutturale: la gestione delle rete ferroviaria del Paese è nelle mani di una compagnia russa almeno fino al 2038, sulla base di un accordo trentennale siglato nel 2008. Il primo ministro armeno torna sul tema con grande frequenza, proponendo una revisione di questa intesa, finora però senza aver mosso passi concreti. Questa la situazione geopolitica in cui il Paese si trova in vista del voto, una tornata elettorale che molti analisti hanno definito la più importante dall’indipendenza armena dopo la fine dell’Unione Sovietica.

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Dal lavash alle focacce ripiene, viaggio in Armenia alla scoperta dei piatti tradizionali (LaStampa 01.06.26)

La cosa più affascinante è vedere le mani esperte delle donne armene impastare con naturalezza acqua e farina e poi stendere la sfoglia così sottile da sembrare un’ostia senza farla rompere.

In Armenia, tra monasteri millenari, vigneti e montagne dominate dalla presenza costante dell’Ararat, uno dei momenti più affascinanti è assistere alla preparazione del lavash e degli zhingyalov hats, due specialità che raccontano molto più di una semplice tradizione gastronomica. La scena si svolge nella tenuta di Voskeni Wines, azienda vitivinicola a conduzione familiare situata nel villaggio di Sardarapat, nella Valle dell’Ararat. Qui un’anziana donna lavora davanti a un forno tradizionale come probabilmente hanno fatto sua madre, sua nonna e generazioni di donne armene prima di lei.

Le sue mani sono robuste, segnate dal tempo e dal lavoro. Eppure, si muovono con una leggerezza sorprendente. Davanti a sé ha soltanto acqua e farina. Impasta, divide, stende.

La sfoglia diventa sempre più sottile, quasi trasparente. Poi, con un movimento rapido, la solleva e la fa volteggiare nell’aria. Non si rompe né si strappa. La adagia quindi su una sorta di cuscino convesso e, con un gesto che sembra sfidare il calore, la attacca direttamente alle pareti interne del forno. È il tonir, il tradizionale forno armeno interrato a forma di pozzo e rivestito di terracotta o pietra, da secoli il cuore della cucina domestica armena. Non serviva soltanto per cuocere il pane: veniva utilizzato anche per arrostire la carne e, nelle case rurali, contribuiva persino al riscaldamento degli ambienti.

Dopo pochi secondi, il lavash è pronto. Sottile, fragrante, leggermente dorato, in alcuni punti bruciacchiato. In Armenia il lavash un simbolo identitario tanto che nel 2014 l’Unesco ha inserito la sua preparazione nella lista del Patrimonio culturale immateriale dell’umanità, riconoscendone il valore sociale e culturale. Tradizionalmente associato all’ospitalità, alla prosperità e all’unità familiare, il lavash accompagna praticamente ogni pasto della cucina armena. Era anche uno dei cibi preferiti di Charles Aznavour, il grande chansonnier francese di origini armene, fotografato più volte mentre osservava donne impegnate nella preparazione tradizionale di questo pane.

Ma se il lavash rappresenta l’anima più universale della tavola armena, esiste un’altra preparazione che racconta ancora meglio il rapporto tra questo popolo e la propria terra. Si chiama zhingyalov hats. Anche qui gli ingredienti di partenza sono semplicissimi: acqua e farina, la differenza sta nel ripieno.

Le sottili focacce vengono farcite con un mix di erbe aromatiche e verdure verdi finemente tritate: coriandolo (uno degli ingredienti più presenti nella cucina locale), prezzemolo, aneto, menta, spinaci, bietole, ortiche, tarassaco e foglie di ravanello sono soltanto alcune delle varietà utilizzate. A seconda della stagione e della disponibilità, il numero delle erbe può arrivare anche a venti.

Una volta richiusa a mezzaluna, la focaccia viene cotta rapidamente su una piastra rovente chiamata saj, senza aggiunta di olio. Il risultato è sorprendente: una sfoglia sottile e leggermente affumicata che racchiude tutti i profumi delle montagne caucasiche.

Originari delle regioni di Artsakh e Syunik, gli zhingyalov hats nascono come cibo di sopravvivenza. Durante periodi di guerra, carestia o difficoltà economiche, le famiglie si rifugiavano nei boschi e raccoglievano qualsiasi erba commestibile disponibile, trasformandola in un pasto nutriente e ricco di vitamine. Una cucina povera che oggi è diventata patrimonio culturale. Nelle città dell’Artsakh, un tempo le focacce venivano preparate quotidianamente nei mercati e vendute ancora calde. Le donne si riunivano per ore per lavare, selezionare e tritare montagne di erbe fresche necessarie alla preparazione. Un lavoro collettivo che era al tempo stesso cucina, socialità e memoria. Non a caso lo zhingyalov hats è diventato uno dei simboli più riconoscibili della diaspora armena.

A Glendale, in California, dove vive una delle più grandi comunità armene al mondo, esiste persino un celebre ristorante che porta il nome di questo piatto. In un Paese segnato da una storia complessa, tra imperi, genocidio, diaspora e rinascita, il cibo continua a essere uno dei legami più forti con le proprie radici e un ambasciatore per farsi conoscere e apprezzare sempre più nel mondo.

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Ue: “Mosca vuole influenzare l’esito delle elezioni in Armenia” (Ansa 01.06.26)

BRUXELLES – “L’Armenia, in quanto paese sovrano, democratico e indipendente, ha tutto il diritto di scegliere la propria strada e i propri partner. Sosteniamo la resilienza democratica dell’Armenia, anche di fronte a gravi minacce, disinformazione e interferenze straniere, nonché ai tentativi di minare la fiducia nelle istituzioni democratiche.Sia chiaro, inoltre, che la tempistica non è casuale. La Russia mira a danneggiare l’economia armena e a influenzare l’esito delle elezioni parlamentari in Armenia. Continueremo a sostenere l’Armenia nell’affrontare tali tentativi di coercizione”. Lo ha detto un portavoce della Commissione Europea.


Armenia, la Commissione Europea sostiene che la Russia stia tentando di influenzare il risultato delle elezioni e di danneggiare l’economia del Paese. Collegamento con David Carretta da Bruxelles

Per Putin l’Armenia non si può perdere (Huffingtonpost 31.05.26)

A pochi giorni dalle elezioni politiche in Armenia, altra nazione ex-Urss che sta sganciandosi sempre di più dall’orbita intorno a Mosca, cresce la pressione di Vladimir Putin sugli elettori di Yerevan e dintorni, chiamati al voto il 7 giugno. Sabato l’ambasciatore russo Sergei Kopyrkin è stato convocato a Mosca per consultazioni in merito ai passi armeni di riavvicinamento con l’Ue, “iniziative che risultano dannose per la cooperazione nell’ambito dell’Unione Economica Eurasiatica”, specifica la missione diplomatica russa, parlando dell’Associazione che favorisce gli scambi commerciali tra 5 paesi post-sovietici, tra cui l’Armenia e la Russia.

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Armenia, Pashinyan verso vittoria schiacciante e mandato filo-occidentale (Euronews 31.05.26)

Un nuovo sondaggio indica che il partito del premier armeno Nikol Pashinyan potrebbe ottenere una larga maggioranza parlamentare, mentre la Russia intensifica la sua campagna per contrastare il riallineamento filo-occidentale di Erevan, evocando uno scenario simile a quello ucraino

L’ultimo sondaggio in vista delle decisive elezioni armene del 7 giugno indica che il partito Contratto Civile del primo ministro Nikol Pashinyan potrebbe ottenere quasi il 65% degli elettori che hanno già scelto, lasciando prevedere una vittoria schiacciante e una solida maggioranza nel futuro parlamento.

Il sondaggio Breavis ha rilevato le intenzioni di voto tra il 5 e l’11 maggio su un campione di 1.551 persone. I risultati indicano che Contratto Civile avrebbe un ampio vantaggio su un’opposizione frammentata, parte della quale è apertamente sostenuta dalla Russia, e che nessun altro partito supererebbe il 12%.

Se il voto di domenica prossima confermerà queste proiezioni, gli armeni assegneranno a Pashinyan un mandato decisivo per consolidare il riallineamento strategico del Paese del Caucaso meridionale su un percorso filo-occidentale. Questo metterebbe Erevan su una rotta di collisione con il Cremlino e rafforzerebbe lo storico accordo di pace con l’Azerbaigian sul Karabakh, contribuendo ulteriormente alla stabilità e alla cooperazione regionali.

L’accordo è stato firmato lo scorso anno alla Casa Bianca insieme al presidente azero Ilham Aliyev, ponendo fine a decenni di conflitto tra i due Paesi.

Il sondaggio Breavis segnala anche una revisione della strategia nazionale di Erevan e un ulteriore spostamento verso l’Occidente, dopo decenni trascorsi nell’orbita post-sovietica di Mosca.

Mosca contro l’ingresso dell’Armenia nell’UE

Nelle ultime settimane Mosca ha aumentato costantemente la pressione su Erevan. Tra le misure figurano importanti divieti commerciali, la minaccia di sospendere il Paese dall’Unione economica eurasiatica (EAEU), un blocco guidato da Mosca che riunisce cinque ex repubbliche sovietiche in un mercato unico e una zona di libero scambio, e i paralleli tracciati dal presidente russo Vladimir Putin tra Armenia e Ucraina, pochi giorni dopo che il suo omologo statunitense, Donald Trump, aveva dato a Pashinyan il suo “pieno e totale sostegno”.

La pubblicazione del nuovo sondaggio coincide anche con il richiamo in patria, “per consultazioni”, dell’ambasciatore russo in Armenia, in risposta alla decisione di Erevan di accelerare il percorso verso l’ingresso nell’Unione Europea.

“L’ambasciatore della Federazione russa nella Repubblica di Armenia, S. P. Kopyrkin, è stato richiamato a Mosca per consultazioni in relazione ai passi compiuti dalla leadership armena verso un riavvicinamento all’Unione Europea”, ha dichiarato sabato il ministero degli Esteri russo in un comunicato.

Il giorno precedente il Cremlino aveva proseguito la sua offensiva di avvertimenti e misure economiche, annunciando l’introduzione di “restrizioni temporanee” sulle esportazioni armene di alcuni tipi di frutta e verdura. Una decisione che si aggiunge ai recenti divieti sull’acqua minerale, i vini e il brandy armeni, dopo la minaccia di interrompere le forniture agevolate di gas e petrolio, fondamentali per il Paese.

L’Armenia, Paese di circa 3 milioni di abitanti, l’anno scorso ha importato dalla Russia oltre l’80% del proprio fabbisogno di gas.

Sempre venerdì, i leader dell’EAEU hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui avvertono l’Armenia che i suoi piani di adesione all’UE comportano “gravi rischi” per la sicurezza economica di tutti i Paesi membri.

Nel corso del vertice ad Astana, i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan hanno invitato Erevan a organizzare al più presto un referendum nazionale sulla scelta dell’Armenia tra l’UE e il blocco guidato da Mosca.

Venerdì Putin ha inoltre ribadito il parallelo già tracciato tra Ucraina e Armenia, spiegando alla stampa riunita al vertice dell’EAEU ad Astana che “la crisi in Ucraina è iniziata a suo tempo con i tentativi di Kiev di aderire all’UE”.

Sebbene la dichiarazione dell’EAEU menzionasse solo il percorso filo-UE dell’Armenia, è arrivata appena un giorno dopo che Trump aveva dato a Pashinyan il suo “pieno e totale sostegno” per la rielezione, definendolo “un grande amico e leader” che sta rendendo l’Armenia “forte, prospera e molto sicura”.

Mosca ha messo in campo in Armenia una campagna di disinformazione intensa e capillare a sostegno dei candidati dell’opposizione filorussa, con azioni occulte volte a indebolire Pashinyan.

Citando funzionari dell’intelligence occidentale, Reuters ha riferito sabato che Mosca intende trasferire dalla Russia decine di migliaia di elettori armeni per influenzare il voto.

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Il Ruolo Strategico dell’Armenia nello Scacchiere Geopolitico dell’Asia e del Caucaso. Matteo Castagna. (Stilum Curiae 31.05.26)

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul ruolo strategico dell’Armenia. Buona lettura e condivisione.

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di Matteo Castagna

Difesaonline.it sostiene che l’Armenia è strategicamente cruciale per la geopolitica perché funge da snodo e faglia geografica tra grandi potenze globali e regionali (Russia, Occidente, Turchia, Iran e Azerbaigian), controllando rotte energetiche e commerciali fondamentali per l’Eurasia. Nonostante le sue ridotte dimensioni, la stabilità del Paese influenza direttamente gli equilibri di sicurezza tra l’Europa e l’Asia.

Le élite armene, che nell’ultimo anno e mezzo hanno intensificato i rispettivi accordi con le controparti in Europa, Azerbaigian, Turchia e Stati Uniti, stanno facendo tutto il possibile per mantenere il controllo strategico del sistema statale in modo che, una volta ottenuti i risultati soddisfacenti alle elezioni parlamentari, possano riformare la costituzione nazionale per allinearla pienamente agli obiettivi a medio e lungo termine contenuti negli impegni presi con gli attori esterni durante tali elezioni.

All’orizzonte si profila l’internazionalizzazione dello Stato nazionale e un cambiamento dei suoi fondamenti ideologici. E’ importante rilevare che per Teheran, l’Armenia rappresenta un confine nord sicuro e una via d’accesso commerciale verso la Russia e l’Europa che aggira il blocco turco-azero, rendendo la stabilità armena una priorità di sicurezza nazionale per l’Iran.

Nikol Pashinyan prosegue nel suo intento di integrare la Repubblica d’Armenia nell’Unione Europea, come ribadito ancora una volta in occasione dell’incontro a Yerevan con oltre 40 leader del blocco, svoltosi il 4 maggio nell’ambito del forum della Comunità Politica Europea.

L’analista Alejandro Valenzuela sostiene sulla rivista online Expert Analytical Association “Sovereignty”: “ricordiamo che l’Unione Europea vuole riposizionarsi nel Caucaso meridionale e cooptare il sistema strutturale armeno per i propri scopi di potere. Pashinyan è consapevole di tutto ciò e recentemente ha chiesto pubblicamente alla Georgia di normalizzare le sue relazioni con l’Unione Europea. Come si può chiaramente vedere, il primo ministro armeno non solo sta intensificando i suoi rapporti con Bruxelles, ma si sta anche adoperando affinché la Georgia aderisca pienamente all’Unione Europea.

Reşad Memmedov, ambasciatore di Baku in Turchia, ha affermato che sia il suo governo che quello turco stanno agendo congiuntamente in conformità con una politica concordata sull’Armenia e che i processi di normalizzazione tra Azerbaigian e Turchia con l’Armenia si stanno svolgendo simultaneamente.

Ha affermato che, una volta attuata la riforma costituzionale a Yerevan, l’accordo di pace firmato l’8 agosto 2025 a Washington verrà implementato. Questo quadro giuridico porterà all’apertura delle frontiere tra Azerbaigian e Armenia da un lato, e tra Turchia e Armenia dall’altro. Nel frattempo, ad Ankara, fonti ufficiali confermano l’esistenza di “processi concreti” e sviluppi positivi tra il governo di Erdogan e quello di Pashinyan al fine di risolvere tutte le questioni di disaccordo tra i due stati”.

È significativo notare che molti armeni denunciano come questi accordi consentiranno ad attori internazionali di impadronirsi di territori nazionali.

Per quanto riguarda gli americani, sia l’amministrazione Trump che la fazione globalista democratica puntano su Pashinyan, ed entrambe le fazioni hanno piani concreti per favorire l’egemonia statunitense sia in Armenia che nella regione del Caucaso meridionale.

East Journal ricorda che “mentre i suoi vicini immediati presentano regimi fortemente centralizzati o autoritari, l’Armenia ha intrapreso un percorso di riforme democratiche e parlamentari. Il Parlamento Europeo ha riconosciuto che l’Armenia soddisfa i requisiti per presentare domanda di adesione all’Unione Europea, trasformando il Paese in un vero e proprio laboratorio geopolitico per l’espansione dei valori democratici occidentali nello spazio post-sovietico”.

Pertanto, la continuità di Pashinyan e della sua élite al potere produrrà una serie di grandi cambiamenti che influenzeranno la sovranità geopolitica armena e tali cambiamenti si tradurranno in maggiori vantaggi strategici per gli attori internazionali con cui Pashinyan ha accordi.

Riguardo al clima politico armeno, il leader politico Aghvan Vardanyan ha usato il bianco sul nero e, tra le altre cose, ha affermato che circa il 70-80% della popolazione non appoggia il governo di Pashinyan, sottolineando che molti cittadini armeni provano un naturale rifiuto nei confronti dei leader dell’attuale governo.

Secondo diverse fonti, il governo di Yerevan cercherebbe di garantire un’astensione di massa alle elezioni parlamentari del 7 giugno, in modo da assicurare la vittoria al proprio partito (Contratto Civile). Infatti, secondo i calcoli degli strateghi politici vicini a Pashinyan, se oltre il 40% degli elettori registrati non si recasse alle urne e, al contempo, il partito al governo riuscisse a mobilitare gli altri cittadini, la vittoria sarebbe assicurata, stando alle voci del governo.

Per questo motivo, alcuni analisti politici in Armenia affermano che il governo ha creato un clima di minacce, intimidazioni e ritorsioni contro gli oppositori per seminare il terrore. Ma non è tutto: è stato anche riportato che il governo ha costretto insegnanti e studenti delle scuole a partecipare a manifestazioni pubbliche a favore di Pashinyan. Per questo motivo, cresce il timore tra i dipendenti statali di perdere il lavoro o di essere trasferiti se non si conformano agli ordini del partito al potere.

Nonostante le accuse che si stanno accumulando contro di lui, le autorità non cesseranno di attaccare i rappresentanti delle forze politiche di opposizione, incluso il partito Armenia Fuerte. Queste persone sono costantemente sotto sorveglianza della polizia e persecuzione politica.

Narek Karapetyan, membro del consiglio politico del partito Armenia Forte, ha rivelato che “il 99% delle cause intentate contro l’opposizione non ha successo in tribunale”.
Osservatori politici onesti ritengono che, nelle prossime settimane, le azioni del governo volte a stigmatizzare e intimidire gli oppositori aumenteranno di pari passo con la crescente attenzione delle potenze globaliste e di altri attori al controllo del futuro geopolitico dell’Armenia. Pur non essendo un produttore di petrolio o gas, l’Armenia è circondata dalle principali infrastrutture che trasportano l’energia dal Mar Caspio verso l’Europa. Qualsiasi instabilità interna rischia di compromettere la sicurezza energetica europea.

La richiesta azera e turca di aprire questo corridoio nel sud dell’Armenia collegherebbe direttamente l’Azerbaigian alla sua exclave del Nakhchivan e alla Turchia. Questo passaggio creerebbe una continuità territoriale per il mondo turco dal Mediterraneo al Mar Caspio, modificando radicalmente i flussi commerciali globali. Numerosi indicatori ci inducono a pensare che lo scenario armeno sarà uno dei più importanti negli equilibri geopolitici di quest’anno e del 2027. Sarà il popolo armeno a dover decidere.

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