In Armenia, alla ricerca delle radici del vino fra le anfore della cantina più antica del mondo (La Repubblica 30.05.26)

YEREVAN. L’Ararat appare all’improvviso, immenso, bianco, sfuggente: difficile distinguerne nitidamente la vetta, spesso velata da un mix di nebbia e nuvole. Con i suoi oltre cinquemila metri il monte – noto in quanto leggendario luogo di approdo dell’Arca di Noè dopo il diluvio universale – domina l’orizzonte di Yerevan e accompagna ogni spostamento, ogni strada, ogni vigneto. È il simbolo dell’Armenia, anche se oggi si trova oltre confine, in territorio turco. Una ferita geografica che racconta bene la storia di questo piccolo Paese incastonato tra Europa e Asia, terra di passaggio e di conquista, di imperi e di resilienza.

L’Armenia porta ancora addosso il peso del genocidio del 1915, la lunga stagione sovietica e la perdita di gran parte di quella che gli armeni chiamano ancora oggi la Grande Armenia, quando il suo territorio si estendeva tra il Mar Nero, il Mar Caspio e il Mediterraneo.

 

I panorami mozzafiato dell'Armenia (@CMB)
I panorami mozzafiato dell’Armenia (@CMB) 

 

Il vino come rinascita

Eppure, c’è qualcosa che oggi racconta una nuova fase della sua storia: il vino. Inteso come bevanda certo, ma soprattutto come orgoglio nazionale, economia, turismo, oltre che storia e racconto collettivo. E come paesaggio: qui le vigne intervallano distese verdi straordinarie che si dipanano in orizzonti a metà fra gli altopiani abruzzesi ai piedi del Gran Sasso e la Nuova Zelanda del Signore degli Anelli.

Per capire la maestosa relazione fra natura, spiritualità e viticoltura, bisogna partire dai monasteri. “Il vino permetteva di comunicare con gli dèi”, racconta Arpi Yeganyan, guida turistica armena, mentre accompagna i visitatori, giudici wine expert del Concorso mondiale di Bruxelles – tra antiche chiese e complessi monastici disseminati tra canyon e montagne. Nei secoli i monasteri non erano soltanto centri religiosi, ma anche il cuore economico delle comunità. Controllavano la produzione agricola, amministravano le terre e producevano vino. “Con il cristianesimo il significato è cambiato, ma il simbolismo è rimasto. E oggi il vino continua a rappresentare il legame tra l’uomo e Dio”, spiega Arpi Yeganyan. Pane e vino, ieri come oggi, sempre molto presenti nella liturgia: venivano lasciati accanto ai defunti dopo i funerali. E il vino veniva visto come elemento di passaggio tra il mondo terreno e quello spirituale.

La grotta di 6000 anni fa

 

Vasi portavino nella cantina più antica del mondo, Areni-1 (@CMB)
Vasi portavino nella cantina più antica del mondo, Areni-1 (@CMB) 

 

Un simbolismo potente, con radici molto profonde, che riflette un legame molto stretto con la religione: si pensi che l’Armenia è stato il primo Paese a proclamare il cristianesimo come religione di Stato già nel 301 d.C.. Non sorprende allora che proprio qui, nella grotta di Areni-1, sia stata scoperta quella che viene considerata la più antica cantina del mondo, datata oltre seimila anni fa. Una grotta dal fascino millenario, dalla temperatura costante, in cui giare, anfore e altri contenitori interrati dove veniva custodito il vino sono rimasti quasi intatti. Nel cuore della regione di Vayots Dzor, lungo il fiume Arpa, gli scavi del complesso Areni-1 sono stati avviati nel 2007 hanno portato alla luce anche reperti straordinari: la più antica scarpa in pelle conosciuta, una gonna di paglia di quasi 6.000 anni fa e persino resti umani eccezionalmente conservati. Finora è stato esplorato solo il 5% del complesso, lasciando intuire quanto ancora ci sia da scoprire in quello che rappresenta uno dei luoghi simbolo delle origini della civiltà del vino.

Ferite del passato, brandy e futuro

Una storia antichissima che però ha rischiato di interrompersi. Durante l’epoca sovietica Mosca assegnò ruoli precisi alle repubbliche dell’Unione. Alla Georgia spettava la produzione di vino. All’Armenia quella del brandy. Per decenni la quantità prevalse sulla qualità. Molti vitigni tradizionali furono sostituiti da varietà più produttive e adatte alla distillazione.

 

 

“Il Kangun era perfetto per il cognac – racconta Ararat Mkrtchyan della cantina Voskeni Wines – Accumulava zuccheri in modo incredibile. Era stato creato proprio per rispondere alle esigenze produttive sovietiche”. La sua storia è quella di molte famiglie armene. Dopo il crollo dell’Urss il padre investì quasi tutti i suoi risparmi per ricomprare ventidue ettari di vigneti appartenuti alla famiglia. “Nessuno di noi veniva dal mondo del vino. Io sono un matematico, mia sorella giornalista, mio padre ingegnere”. Per anni hanno venduto le uve ad altre aziende. “Era come portare una valigia pesantissima senza manico. Difficile da trasportare, ma troppo preziosa per essere abbandonata”, racconta il matematico. Alla fine la famiglia ha deciso di creare la propria cantina. Partendo da zero, ma con una grande attenzione alla qualità: consulenti francesi, investimenti importanti, qualche difficoltà. Ma il lavoro paga sempre. Ed ecco arrivare il primo riconoscimento: una medaglia d’oro a un concorso internazionale. “E finalmente in quel momento abbiamo capito di avere trovato la nostra firma”, dice il produttore. Oggi Voskeni (nome che deriva dall’incrocio fra le due varietà Voskehat e Areni) è impegnata soprattutto nel recupero dei vitigni autoctoni, proprio a partire da Areni e Voskehat. “Crediamo che siano i vitigni indigeni a poter mettere davvero l’Armenia sulla mappa mondiale del vino”.

 

 

Il vento del Nord nel calice

La valorizzazione delle peculiarità del territorio, del resto, è l’obiettivo di tutte le cantine, come dimostrano esperienze come quella di Northern Terroir. Fondata nel 2017, la cantina è nata con l’obiettivo di raccontare attraverso il vino l’identità della regione di Tavush, nel nord del Paese. I vigneti, situati nel villaggio di Haghtanak a circa 450 metri di altitudine, beneficiano di un clima continentale caratterizzato da estati calde e inverni miti. Il progetto punta a tradurre nel calice le caratteristiche del territorio, grazie al lavoro di una squadra fortemente legata alla terra e impegnata a valorizzare le peculiarità storiche, culturali e naturali di Tavush. Un luogo dove la viticoltura fa parte della storia da secoli: nell’Alto Medioevo questa regione dell’Armenia storica era conosciuta con il nome di Tus, da cui deriva l’attuale denominazione Tavush. È proprio a questo antico nome che si ispira “Tus”, un progetto che si propone di proseguire una tradizione vinicola radicata nel territorio da generazioni. Tra i vitigni simbolo della zona c’è il Lalvari, il cui nome deriva dall’omonimo monte. È considerato uno dei vitigni storici più rappresentativi dell’area.

“Prima qui c’erano pietre e serpenti”

 

Victoria Aslanian (@CMB)
Victoria Aslanian (@CMB) 

 

La stessa convinzione anima Armas, una delle aziende simbolo della rinascita vitivinicola del Paese. Quando il padre di Victoria Aslanian acquistò la proprietà nel 2007 trovò soltanto rocce. “Niente acqua, niente elettricità, niente strade. Nulla, solo pietre e serpenti”. Oggi quella stessa tenuta si estende per centocinquanta ettari tra vigneti intervallati da papaveri, frutteti, hotel, cantina e altre strutture pensate per l’enoturismo. “Volevamo costruire qualcosa che raccontasse l’Armenia al mondo”. Per farlo sono stati coinvolti decine di tecnici italiani della azienda veneta Granzotto Botti, specializzata in progettazione di impianti enologici. “Abbiamo avuto trentacinque italiani che hanno vissuto qui per quattro anni. Due anni di costruzione e due anni di formazione”. Armas è il simbolo di un nuovo corso: vitigni autoctoni, tecnologia, turismo e apertura internazionale. “Oggi la nostra casa è aperta a tutti: vogliamo far risplendere il nome dell’Armenia, una terra splendida da assaporare nella sua essenza attraverso il vino, e degustarlo di fronte a questo paesaggio è indimenticabile”.

Il vino piace ai giovani

 

 

Ma il cambiamento non riguarda soltanto le aziende. Sta cambiando anche il modo in cui gli armeni bevono. “Per molto tempo siamo stati un Paese del brandy e della vodka”, spiega Zara Muradyan, direttrice della Wine Foundation of Armenia. “Durante il periodo sovietico il brandy era il regalo per eccellenza. Poi si è diffusa la cultura della vodka. Oggi invece i giovani scelgono sempre più spesso il vino”. Wine bar, ristoranti, enoteche, eventi dedicati al vino stanno trasformando il volto di Yerevan, una delle città più antiche del mondo con i suoi 2800 anni. “Bere vino è diventato uno stile di vita”, dice l’esperta.

Anche i mercati internazionali iniziano ad accorgersene. La Russia resta il principale sbocco commerciale, ma crescono le esportazioni verso Europa e Stati Uniti. Una crescita che trova conferma anche nello sguardo di osservatori esterni.

La scelta lungimirante del CMB

Durante il Concours Mondial de Bruxelles, ospitato quest’anno proprio in Armenia, oltre trecento giudici internazionali provenienti da più di 50 Paesi hanno degustato migliaia di vini arrivati da tutto il mondo. Per Quentin Havaux, direttore del concorso, l’Armenia rappresenta uno dei mercati più interessanti da osservare. “In Europa i consumi stanno diminuendo. In Armenia stanno crescendo. I numeri non sono ancora enormi, ma qualcosa sta succedendo”. Secondo Havaux il vino deve diventare più semplice e accessibile. “Molte persone pensano di non capire il vino. Ma non serve capirlo. Bisogna prima goderselo”. Una frase che sembra adattarsi perfettamente all’Armenia. Perché qui il vino è il simbolo di un Paese che continua ostinatamente e con orgoglio a custodire la propria identità.

 

 

Lo si ritrova nei monasteri scavati nella roccia. Nel lavash (il particolare pane locale) che esce dai forni tradizionali, negli zhingyalov hats (focaccine con una sfoglia di acqua, farina e sale sottilissima) lavorati dalle mani sapienti della donne in campagna, farciti di erbe aromatiche in particolare coriandolo. Nei khinkali pieni di carne, nelle fragole, le albicocche e la frutta secca che colorano le tavole. Nei brindisi che accompagnano ogni incontro, nella musica e nel folclore che si respira in ogni angolo del Paese, soprattutto nelle zone rurali. E nei vigneti che risalgono le montagne sotto lo sguardo costante dell’Ararat, con una ricchezza di varietà autoctone inedita nel resto del mondo. Una complessità nel calice che oggi, sempre di più, guarda al futuro, sorretta dalla passione delle nuove generazioni.

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Lucca festeggia san Davino, il pellegrino armeno (Toscanaoggi 30.05.26)

Lucca riscopre la figura di San Davino, il pellegrino armeno morto in città il 3 giugno 1050 e venerato da quasi mille anni come uno dei santi più significativi della tradizione lucchese. In occasione della sua festa, la Parrocchia del Centro Storico propone un calendario di iniziative religiose e culturali che intendono valorizzare non solo la sua storia, ma anche l’attualità del suo messaggio di carità, accoglienza e dialogo tra i popoli.

Secondo la tradizione, Davino giunse a Lucca durante il suo pellegrinaggio verso Roma. Nella città medievale trovò ospitalità e assistenza e, a sua volta, si mise al servizio dei poveri e dei malati presso un antico ospedale cittadino. Alla sua morte, avvenuta il 3 giugno 1050, la fama di santità si diffuse rapidamente fino alla canonizzazione. Ancora oggi il suo corpo incorrotto è custodito nella chiesa di San Michele in Foro.

Il momento centrale delle celebrazioni sarà martedì 3 giugno con la Messa delle 10 e, alle 18, la solenne celebrazione presieduta dall’arcivescovo di Lucca, monsignor Paolo Giulietti, alla presenza dell’ambasciatore della Repubblica Armena presso la Santa Sede, Boris Sahakyan. Durante la liturgia sarà eseguito il mottetto dedicato al santo composto dal maestro Guido Masini.

La stessa sera, alle 21 nella chiesa di San Michele in Foro, si terrà la tradizionale “Serata San Davino”, con gli interventi dell’antropologo Antonio Fornaciari e dello storico Alessio Pisani, che accompagneranno il pubblico alla scoperta della Lucca dell’Anno Mille e dei più recenti studi sul corpo del santo.

Il programma proseguirà il 9 giugno nella chiesa di Sant’Alessandro Maggiore con un incontro dedicato alla storia di San Davino e al pellegrinaggio medievale, con la partecipazione dello storico Giovanni Macchia, autore del volume San Davino pellegrino armeno. La serata sarà arricchita da brani musicali sui cammini medievali eseguiti dal Concentus Lucensis.

Il 12 giugno, sempre a Sant’Alessandro, il giornalista e scrittore Filomeno Lopes proporrà una riflessione sul significato contemporaneo della figura di San Davino, simbolo di integrazione e dialogo tra culture diverse.

Accanto agli appuntamenti storici e spirituali, spazio anche al cinema con due serate dedicate alla conoscenza della storia e delle vicende del popolo armeno. Il 4 giugno sarà proiettato Amerikatsi di Michael Goorjian, mentre l’11 giugno sarà la volta di Ararat – Il monte dell’Arca di Atom Egoyan. Entrambe le proiezioni si terranno alle 21 al Palazzo delle Esposizioni della Fondazione Banca del Monte di Lucca con ingresso libero.

Un programma che guarda al passato per interrogare il presente, riscoprendo in San Davino non soltanto una figura della tradizione religiosa lucchese, ma anche un simbolo di solidarietà, accoglienza e incontro tra i popoli.

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Armenia, Pashinyan e la trappola all’integrazione europea, la promessa di adesione all’UE resta bloccata agli slogan (Il Giornale d’Italia 30.05.26)

I leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan – tutti membri dell’Unione Economica Eurasiatica (UEE) – hanno chiesto che l’Armenia tenga un referendum per decidere se aderire all’Unione Europea o restare nell’UEE.
Sulla carta, l’Armenia sta compiendo grandi passi verso l’UE. Il 26 marzo 2025, il parlamento armeno ha approvato una legge che avvia il processo di adesione e, in aprile, il presidente del paese l’ha firmata. Due mesi prima, il primo ministro Nikol Pashinyan si era rivolto al Parlamento europeo, ribadendo la linea del governo. «Nessun paese può diventare membro dell’UE senza soddisfare i suoi standard», ha dichiarato, aggiungendo che l’Armenia intende «prima soddisfare oggettivamente i criteri di adesione».

L’Unione Europea ha ufficialmente avviato un dialogo sul Piano d’azione per la liberalizzazione dei visti (VLAP) con l’Armenia nel settembre 2024 e, nel 2025, ha consegnato una tabella di marcia contenente 74 requisiti specifici.
Tecnicamente, Erevan sta facendo qualche progresso. Il governo ha approvato una legge sul registro nazionale della popolazione e ha firmato un contratto con l’azienda francese IDEMIA per l’emissione di passaporti biometrici. La prima relazione intermedia della Commissione europea ha rilevato «buoni progressi». Bruxelles è soddisfatta: le riforme avanzano sulla carta. Nella realtà, le politiche del governo armeno stanno spingendo il paese verso il disastro.

L’Italia ha buone ragioni per monitorare da vicino la situazione in Armenia. Il paese si trova al crocevia di rotte migratorie e qualsiasi destabilizzazione interna potrebbe innescare una nuova ondata di profughi. Quella marea umana investirebbe inevitabilmente l’Europa meridionale.

Oltre ai rischi umanitari e migratori, esiste anche una minaccia diretta per le imprese italiane. Queste sono fortemente coinvolte in progetti energetici e infrastrutturali in tutto il Caucaso meridionale, nonché nella Missione dell’UE in Armenia (EUMA). Qualsiasi conflitto interno metterebbe a repentaglio le operazioni commerciali e la sicurezza fisica del personale europeo sul terreno.
Uno dei principali focolai di rabbia sociale è la crisi dei passaporti che colpisce le persone allontanate con la forza dal Nagorno-Karabakh. Prima del 2023, a queste persone venivano rilasciati passaporti con uno speciale codice “070”. Dopo che il territorio conteso è tornato completamente sotto il controllo azero, più di 115.000 persone si sono ritrovate bloccate in Armenia con documenti di dubbia validità.

Il governo stesso ha creato il problema: ha privato tutti i passaporti con codice “070” dello status di prova ufficiale della cittadinanza. Ora sono poco più che documenti di viaggio. Le ambasciate europee ne hanno preso atto e hanno iniziato a negare i visti Schengen ai profughi del Karabakh.

Gegham Stepanyan, difensore civico per i territori armeni non riconosciuti nel Nagorno-Karabakh, ha sottolineato che questa prassi «viola le disposizioni della Convenzione sullo status dei rifugiati». Il ministero degli Esteri armeno si è ufficialmente lavato le mani della questione, dichiarando di non aver impartito istruzioni particolari. Eppure, le persone continuano a non riuscire a ottenere i visti.

Di conseguenza, l’Armenia sta portando avanti un programma accelerato di naturalizzazione per i profughi. Per lavorare, ricevere prestazioni sociali o semplicemente vivere una vita normale, gli sfollati sono costretti a richiedere nuovamente la cittadinanza armena e a registrare un nuovo luogo di residenza. Entro marzo 2026, 34.576 sfollati avevano ottenuto la cittadinanza attraverso questo percorso. In pratica, la politica equivale a un tentativo di cancellare l’identità degli armeni del Karabakh.

Nikol Pashinyan non desidererebbe altro che seppellire la questione degli sfollati, ma le loro proteste continuano a riportarla sotto i riflettori. Nel marzo 2025, migliaia di profughi si sono radunati in Piazza della Libertà a Erevan. «Solo perché siamo fuggiti dalla nostra patria sotto la minaccia dell’annientamento fisico non significa che abbiamo rinunciato al nostro diritto al ritorno», ha dichiarato dal palco il difensore civico Stepanyan.

Dopo che Pashinyan ha perso due guerre contro l’Azerbaigian, la questione del Nagorno-Karabakh è diventata la linea di frattura più esplosiva della società armena. I profughi cercano sostegno dal governo, ma lo Stato rifiuta invece di riconoscere i loro passaporti “070”, aggravando ulteriormente una situazione già drammatica.

E mentre la gente chiede che lo Stato non li cancelli dalla storia, le riforme si bloccano. Senza di esse, la strada verso l’UE è sbarrata. L’Armenia non ha ancora garantito una protezione giuridica alle persone sulla base dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – un requisito esplicito di Bruxelles nell’ambito del dialogo sulla liberalizzazione dei visti. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha già condannato l’Armenia per non aver indagato sui crimini omofobi.

Alla vigilia delle elezioni, il governo si trova schiacciato tra un elettorato conservatore e i burocrati liberali dell’UE. Questo circolo vizioso è aggravato dalla profonda sfiducia della comunità del Karabakh e di quella parte della popolazione che sostiene i profughi e solidarizza con loro.

Pashinyan sta costruendo la sua campagna elettorale sulla promessa di un’adesione rapida all’UE. Ma finché il suo governo non risolverà la crisi umanitaria dei profughi del Karabakh, non riconquisterà la loro fiducia e non attenuerà le tensioni interne che lacerano il paese, nessun ammodernamento tecnico potrà trasformare l’Armenia in un candidato stabile.

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Tensioni Mosca-Erevan: la Russia richiama l’ambasciatore in Armenia (Treccani 30.05.26)

La Russia ha richiamato a Mosca per consultazioni il proprio ambasciatore in Armenia, Sergei Kopyrkin, in segno di forte protesta contro il progressivo avvicinamento di Erevan all’Unione Europea. La mossa diplomatica si consuma a pochi giorni dalle cruciali elezioni del 7 giugno, confermando la profonda crisi politica tra i due storici alleati.

Nonostante la forte dipendenza economica da Mosca, la nazione caucasica di tre milioni di abitanti sta intensificando i legami con l’Occidente. Una scelta che ha spinto l’Unione Economica Eurasiatica, a guida russa, a minacciare la sospensione dell’Armenia, suggerendo a Erevan di indire un referendum sull’adesione all’Ue. La frattura tra i due Paesi si era già irrimediabilmente aggravata nel 2023, quando l’Armenia accusò il Cremlino di non averla difesa dall’offensiva militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh.

In vista del voto, i sondaggi premiano il partito del primo ministro filo-occidentale Nikol Pashinyan, che ha recentemente incassato anche l’endorsement del presidente Usa Donald Trump. Mosca, dal canto suo, continua ad accusare l’Occidente di continue ingerenze, mirate esclusivamente a indebolire l’influenza russa nell’intero spazio ex sovietico. Al momento, il governo armeno non ha rilasciato alcun commento ufficiale sulla decisione del ritiro dell’inviato russo.

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Armenia. Il voto che può ridisegnare gli equilibri del Caucaso (Notizie Geopolitiche 30.05 26)

L’Armenia si avvicina alle elezioni parlamentari in un momento cruciale della propria storia politica e strategica. Al centro del confronto non c’è soltanto il futuro del governo guidato da Nikol Pašinjan, ma soprattutto la collocazione internazionale del Paese, sempre più diviso tra il tradizionale legame con la Russia e il crescente avvicinamento a Stati Uniti e Unione Europea.
Negli ultimi anni Erevan ha progressivamente preso le distanze da Mosca, sospendendo la partecipazione all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e intensificando la cooperazione con l’Occidente. Una scelta che riflette la delusione di molti armeni dopo la perdita del Nagorno Karabakh e la percezione di una Russia meno affidabile come garante della sicurezza nazionale.
La svolta occidentale, tuttavia, presenta numerose incognite. L’economia armena continua a mantenere forti legami con la Russia, mentre la posizione geografica del Paese resta particolarmente vulnerabile, stretta tra Turchia, Azerbaigian, Georgia e Iran. In questo contesto, un cambiamento di alleanze non rappresenta una semplice scelta diplomatica, ma una decisione destinata a influenzare profondamente la sicurezza e la stabilità del Paese.
Uno dei dossier più delicati riguarda il progetto di corridoio che dovrebbe collegare Turchia, Armenia e Azerbaigian con il Mar Caspio e l’Asia centrale. Presentato come un’infrastruttura commerciale, il progetto ha in realtà una forte valenza geopolitica perché potrebbe ridurre l’influenza russa nel Caucaso e aumentare il peso strategico di Ankara e Baku nella regione.
Per Mosca, un ulteriore allontanamento dell’Armenia rappresenterebbe una perdita significativa nello spazio post sovietico. Per l’Iran, invece, l’espansione di corridoi sostenuti da Azerbaigian, Turchia e Occidente lungo i propri confini settentrionali viene percepita come una potenziale minaccia strategica. Al contrario, Ankara e Baku vedono in questi progetti un’opportunità per consolidare la loro influenza regionale.
Sul piano militare, molti osservatori sottolineano che l’avvicinamento all’Occidente non garantisce automaticamente una protezione equivalente a quella assicurata in passato dalla presenza russa. Stati Uniti e Unione Europea possono offrire sostegno politico, cooperazione e assistenza, ma non esistono al momento indicazioni concrete di un impegno diretto per la difesa dell’Armenia in caso di nuove crisi regionali.
Anche dal punto di vista economico le prospettive restano complesse. Bruxelles e Washington promettono investimenti e maggiore integrazione con i mercati occidentali, ma la Russia continua a rappresentare un partner fondamentale per energia, commercio e rimesse. Una rottura troppo rapida rischierebbe di generare nuove difficoltà economiche e sociali.
Le elezioni armene assumono così un significato che va ben oltre la politica interna. Il voto sarà osservato con attenzione da Russia, Stati Uniti, Unione Europea, Turchia, Azerbaigian e Iran, tutti interessati agli equilibri di una regione che continua a rappresentare uno dei principali punti di contatto tra Europa, Medio Oriente e Asia centrale. Per Erevan la sfida sarà trovare un equilibrio tra autonomia nazionale, sicurezza e sviluppo, evitando di trasformarsi nell’ennesimo terreno di confronto tra grandi potenze.

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La redazione armena di Radio Vaticana-Vatican News compie 60 anni (VaticanNews 29.05.26)

Nata il 29 maggio 1966, ha celebrato ieri il suo anniversario della fondazione con un concerto. Tornielli: insieme all’intera emittente un “ponte di pace e di dialogo con tutti”. Nel mondo di oggi in cui l’informazione a volte è soggetta a manipolazioni il vostro lavoro è prezioso, ha scritto in un messaggio il patriarca della Chiesa cattolica armena, Raphaël Bedros XXI Minassian. Il grazie del cardinale Gugerotti ai giornalisti e il pensiero speciale agli ascoltatori

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano

La redazione armena di Radio Vaticana–Vatican News compie, oggi, 60 anni. Ad inaugurarla il 29 maggio 1966 è stato il cardinale armeno Gregorio Pietro XV Agagianian, oggi servo di Dio. Per celebrare questo traguardo, è stato organizzato un concerto di musica armena che si è tenuto ieri nella Sala Pio X del Dicastero per la Comunicazione, a Roma. L’armeno è una delle 57 lingue con le quali Radio Vaticana-Vatican News offre notizie e servizi giornalistici sull’attività del Papa, sul Vaticano, sulla Chiesa nel mondo e altro ancora. Il concerto che ha reso omaggio alla redazione ha presentato musica armena dal Settecento alla fine del Novecento ed è stato eseguito da un gruppo di musicisti italiani, diretti dalla flautista georgiano-armena Veronika Khizanishvili. Ad accompagnare il flauto c’erano un’arpa e un quartetto d’archi.

Un momento del concerto
Un momento del concerto

Un ponte di pace e dialogo

“È una gioia festeggiare questo 60.mo anniversario della nascita della sezione armena di Radio Vaticana”, ha affermato Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione, che ha pronunciato il suo discorso in armeno e italiano. “L’identità cristiana è stata un elemento fondamentale nella storia del vostro grande popolo, che ha conosciuto momenti molto travagliati, in particolare all’inizio del Novecento con il ‘Metz Yerghen’, e poi ancora in tempi più recenti” ha ricordato Tornielli, aggiungendo che la Radio vaticana oggi è chiamata “anche attraverso il lavoro della sezione armena, ad essere un ponte di pace e di dialogo con tutti”.

Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione
Andrea Tornielli, direttore editoriale del Dicastero per la Comunicazione

Una voce credibile e autorevole

Ai festeggiamenti erano presenti diversi rappresentanti della Chiesa cattolica armena e dei dicasteri vaticani. “Il vostro lavoro è prezioso”, soprattutto “in un mondo dove l’informazione a volte è soggetta a manipolazioni, dove la disinformazione è diventata l’arma con la quale distruggere gli altri, dove le grida di pochi potenti coprono i sussurri di altri milioni”, ha sottolineato in un messaggio il patriarca della Chiesa cattolica armena, Raphaël Bedros XXI Minassian, che ha patrocinato l’evento. A leggerne il testo monsignor Khatscig Kuyoumdjian, rettore del Pontificio Collegio Armeno. “La voce credibile e autorevole di Radio Vaticana–Vatican News continua ad essere un faro e una garanzia che trasmette il messaggio evangelico, parlando di pace”, “giustizia sociale”, “fraternità e condivisione” e “amore evangelico”, ha rimarcato, inoltre nel messaggio del patriarca.

Monsignor Khatscig Kuyoumdjian, rettore del Pontificio Collegio Armeno
Monsignor Khatscig Kuyoumdjian, rettore del Pontificio Collegio Armeno

Un ponte di comunione

Anche il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ha inviato un messaggio, affidato al segretario del dicastero, l’arcivescovo Michel Jalakh, nel quale ha evidenziato che la redazione armena, in tutti questi anni è stata “ponte di comunione, di fraternità e di testimonianza evangelica, custodendo viva, anche attraverso le prove della storia, la coscienza spirituale di un popolo profondamente radicato nella fede cristiana”. Il porporato ha inoltre ringraziato tutti coloro che hanno lavorato nella redazione e ha rivolto un pensiero speciale agli ascoltatori “spesso sconosciuti nei loro volti e nei loro nomi, ma profondamente presenti nel cuore della Chiesa” e in pratica “i veri destinatari di questa missione comunicativa, attraverso la quale hanno potuto sentirsi uniti alla Santa Sede e al Successore di Pietro”.

Il segretario del Dicastero per le Chiese Orientali, l'arcivescovo Michel Jalakh
Il segretario del Dicastero per le Chiese Orientali, l’arcivescovo Michel Jalakh

Una redazione a servizio del popolo armeno

Massimiliano Menichetti, vicedirettore editoriale e responsabile di Radio Vaticana–Vatican News, ha spiegato che la sezione armena ha contribuito a far conoscere “la realtà, il cuore, la forza, la resilienza” del popolo armeno – che vive tanti conflitti anche oggi eppure rimane pienamente in quella luce di testimonianza forte e di identità -” e a “costruire una comunità di lavoro incentrata sulla solidarietà e la fraternità”.

Massimiliano Menichetti responsabile di Radio Vaticana – Vatican News
Massimiliano Menichetti responsabile di Radio Vaticana – Vatican News

Padre Federico Lombardi, già direttore della Radio Vaticana e della Sala Stampa della Santa Sede, si è invece soffermato sull’importanza della presenza, nell’emittente vaticana, di una sezione armena e di programmi radiofonici rivolti alla popolazione prevalentemente cristiana dell’Armenia. “Non era solo un servizio per qualche armeno in particolare, ma era un servizio che il popolo armeno apprezzava” ha affermato, convinto che il lavoro della redazione “fosse amato e stimato generalmente un po’ da tutti”.

Padre Federico Lombardi
Padre Federico Lombardi

Infine, l’attuale responsabile della redazione armena, Robert Attarian, ha espresso la sua gratitudine per i 60 anni di attività. Ha inoltre ringraziato i suoi colleghi e ha ricordato i responsabili che lo hanno preceduto, in particolare Michel Jeangey, scomparso 10 anni fa. Guardando, infine, al futuro, Attarian ha concluso: “Continueremo ad annunciare la verità senza timore”.

Armenia tra memoria e futuro (Korazym 29.05.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 29.05.2026 – Vik van Brantegem] – Il 28 maggio rappresenta una delle date più significative della storia nazionale armena. In quel giorno del 1918 nacque la Prima Repubblica d’Armenia, primo Stato armeno indipendente dopo secoli di dominazione straniera. Oggi, mentre il Paese celebra quella ricorrenza, l’Armenia si trova nuovamente davanti a una svolta storica: da una parte il trauma ancora aperto della perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, dall’altra una campagna elettorale che sta ridefinendo identità, memoria e prospettive geopolitiche della nazione.

Dalla Prima Repubblica all’indipendenza ritrovata

La nascita della Prima Repubblica fu il risultato del crollo dell’Impero russo e delle convulsioni geopolitiche che seguirono la Prima Guerra Mondiale. Gli Armeni, già segnati dalle persecuzioni e dal genocidio perpetrato nell’Impero ottomano tra il 1915 e il 1923, riuscirono a costituire un proprio Stato indipendente il 28 maggio 1918.

Quell’esperienza ebbe però vita breve. Le guerre con la Turchia kemalista e l’avanzata bolscevica portarono alla sovietizzazione dell’Armenia, che rimase nell’orbita dell’Unione Sovietica fino alla riconquistata indipendenza del 21 settembre 1991.

Da allora la giovane Repubblica armena ha dovuto affrontare sfide enormi: il devastante terremoto del 1988, la difficile transizione economica post-sovietica e soprattutto il conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno Karabakh, conosciuto dagli Armeni come Artsakh.

Artsakh: una ferita ancora aperta

Per oltre trent’anni l’Artsakh ha rappresentato uno dei pilastri dell’identità nazionale armena contemporanea. Dopo la dissoluzione dell’URSS, gli Armeni del Nagorno-Karabakh proclamarono la propria indipendenza, dando vita alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh sostenuta dall’Armenia, mai riconosciuta internazionalmente e formalmente neanche dalla Repubblica di Armenia.

La guerra del 2020 ha segnato una drammatica inversione di tendenza, culminata nell’offensiva azera del settembre 2023 che ha determinato la fine dell’esperienza statuale dell’Artsakh e il forzato esodo di tutta la popolazione armena della regione.

A quasi tre anni da quegli eventi, la questione continua a dividere profondamente la società armena. Molti considerano la perdita dell’Artsakh non soltanto una sconfitta militare, ma una crisi identitaria che interroga il significato stesso dello Stato armeno nel XXI secolo.

 

Il caso della rappresentanza dell’Artsakh a Erevan

Particolare impressione ha suscitato la recente decisione del Tribunale amministrativo armeno, che ha dichiarato invalida la registrazione della proprietà dell’edificio che ospita la rappresentanza ufficiale della Repubblica di Artsakh a Erevan.

Per molti osservatori non si tratta di una semplice controversia immobiliare. L’edificio rappresenta, infatti, l’ultimo simbolo istituzionale della Repubblica di Artsakh sul territorio armeno. L’avvocato Roman Yeritsyan ha definito la sentenza una «vergogna storica», denunciando inoltre il mancato riconoscimento della stessa Repubblica di Artsakh come parte del procedimento giudiziario.

Se confermata nei successivi gradi di giudizio, la decisione segnerebbe la cancellazione dell’ultima presenza ufficiale delle istituzioni dell’Artsakh in Armenia, alimentando ulteriormente il dibattito sul rapporto tra Erevan e l’eredità politica del Nagorno-Karabakh armeno, occupato con la forza dall’Azerbaigian.

Ruben Vardanyan: la voce dall’isolamento

Tra le figure che continuano a incarnare la causa dell’Artsakh vi è senza dubbio Ruben Vardanyan, imprenditore e filantropo internazionale, già Ministro di Stato dell’Artsakh, detenuto in Azerbaigian dopo gli eventi del 2023.

Nel giorno del suo cinquantasettesimo compleanno, il terzo trascorso in prigionia, Vardanyan ha diffuso un messaggio audio nel quale ha espresso dure critiche al Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, accusandolo di aver condotto il Paese verso una pericolosa perdita di sovranità.

Nel suo intervento, Vardanyan sostiene che la guerra non sia realmente terminata, ma si sia trasformata in una competizione politica, economica e culturale. Inoltre, denuncia la situazione dei detenuti Armeni nelle carceri azere e invita gli Armeni a non cedere all’indifferenza, che ha definito «più pericolosa dell’odio e persino della morte».

Le sue parole continuano a trovare ascolto in una parte significativa dell’opinione pubblica armena, che vede nella sua vicenda personale il simbolo del destino dell’Artsakh e dei suoi ex dirigenti ancora detenuti a Baku.

La battaglia dei simboli: il nuovo emblema dell’esercito

A pochi giorni dalla Festa della Repubblica, il Ministero della Difesa armeno ha presentato il nuovo emblema dell’esercito.

Secondo il governo, la modifica risponde all’esigenza di aggiornare il simbolo delle Forze Armate e renderlo più coerente con i moderni criteri araldici. Tuttavia, numerosi critici hanno interpretato la scelta come un segnale politico.

L’emblema adottato nel 2001 era strettamente legato alla vittoria nella Prima Guerra dell’Artsakh e alla narrazione della resistenza armena. La nuova versione, che enfatizza maggiormente i confini internazionalmente riconosciuti dell’Armenia, viene letta da molti come l’espressione della nuova visione statuale promossa dal governo dopo la perdita dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Anche in questo caso, il confronto non riguarda soltanto un simbolo grafico, ma il modo in cui l’Armenia interpreta la propria storia e immagina il proprio futuro.

Le elezioni del 7 luglio e l’interesse internazionale

La prossima consultazione elettorale si svolgerà in un clima particolarmente delicato. Le scelte compiute dal governo di Pashinyan negli ultimi anni hanno suscitato giudizi contrastanti: da un lato chi ritiene inevitabile una politica di normalizzazione regionale e di pragmatismo diplomatico; dall’altro chi la considera una rinuncia a principi storici e nazionali fondamentali.

In questo contesto ha suscitato ampio dibattito anche il sostegno espresso pubblicamente dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a favore di Pashinyan. Un intervento giudicato da molti osservatori come un fatto inconsueto nella politica interna armena e destinato ad alimentare ulteriori polemiche durante la campagna elettorale.

Una Repubblica alla ricerca di sé stessa

La Festa della Repubblica del 28 maggio non è soltanto la commemorazione di un evento storico. Essa rappresenta oggi un momento di riflessione sul significato dell’indipendenza, della sovranità e dell’identità nazionale.

A 108 anni dalla nascita della Prima Repubblica, l’Armenia si trova nuovamente chiamata a decidere quale strada percorrere. Sullo sfondo restano il dramma dell’Artsakh, la sorte dei detenuti Armeni in Azerbaigian, il destino di figure come Ruben Vardanyan e il difficile equilibrio tra memoria storica e nuove realtà geopolitiche.

Le elezioni del 7 luglio saranno dunque molto più di una competizione politica: costituiranno un passaggio cruciale nella definizione dell’Armenia che verrà.

Foto di copertina: la croce armena, o Khachkar (croce di pietra), una stele commemorativa scolpita, è il simbolo per eccellenza dell’identità armena e rappresenta la Fede, la Resurrezione e l’Eternità. Dal 2010 questa straordinaria arte è protetta come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO

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L’Armenia teme una pace che non nomina l’Artsakh (Tempi 29.05.26)

Che cosa sarà nel Nagorno delle case, chiese, cimiteri, simboli, ossa sepolte degli armeni, esiste un precedente. Non una previsione, ma una prova di quel che accadrà. Si chiama Nakhichevan
Una bandiera della Repubblica dell'Artsakh viene issata in Armenia
Una bandiera della Repubblica dell’Artsakh viene issata in Armenia (foto Ansa)

I lettori sanno – perché da mesi, dall’estate dell’anno scorso, continuo a scriverlo – a che punto siamo. Dopo l’8 agosto si va perfezionando una pace la cui cornice fu firmata a Washington, davanti a Donald Trump, da Ilham Aliyev (Azerbaigian) e Nikol Pashinyan (Armenia) e il cui contenuto, assai chiaro e devastante per il vostro Molokano e le trote guizzanti del Lago di Sevan, ha tuttora elementi inespressi. Si dà per scontato, e lo si accetta nel modo più atroce, cioè senza neppure nominarlo, che l’Artsakh sia territorio inconsutile, quasi come la tunica di Cristo, dell’Azerbaigian: come volle a suo tempo Stalin straziando la realtà di un popolo, e come confermano, in un coro sovieticamente concorde, tutte le potenze occidentali, Italia compresa, in nome del diritto internazionale. Mi verrebbe qualche commento sarcastico, sull’unanimità della sottomissione al più forte, che del diritto è la legge non scritta ma evidentemente inderogabile. Risultato: non viene scritto quel nome, Nago…

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Sayat Nova, il trovatore del Caucaso condiviso (Meridiano31 29.05.26)

Nel 1969, il regista armeno Sergej Paradžanov dedicò a Sayat Nova uno dei film più visionari della storia del cinema, Il colore del melograno, costruito come una successione di immagini rituali, miniature viventi, tessuti, libri, frutti e gesti sospesi, lontanissimo da qualsiasi idea convenzionale di biografia storica.

Paradžanov cercava di evocare un universo culturale stratificato e permeabile, fatto di memorie condivise e continue contaminazioni, un Caucaso nel quale lingue, confessioni religiose, repertori musicali e tradizioni poetiche si intrecciavano incessantemente, rendendo quasi impossibile separare nettamente ciò che oggi siamo abituati a classificare attraverso categorie identitarie definite e compatte. La dimensione poetica e visionaria del film trovava in Sayat Nova il suo centro ideale, perché pochi personaggi incarnano quanto lui la natura transculturale del Caucaso moderno.

Nato probabilmente a Tbilisi nel 1712 con il nome di Harut‘yun Sayat‘yan, figlio di una famiglia armena con probabili origini nella regione di Aleppo, Sayat Nova trascorse la propria vita dentro quell’universo multiculturale che caratterizzava la Tbilisi del XVIII secolo, città di commerci, lingue e corti principesche sospesa fra mondo persiano, georgiano e ottomano. Musicista e poeta, Sayat Nova divenne presto celebre come ašuł, trovatore errante della tradizione caucasica, muovendosi fra gli ambienti della corte georgiana di Erekle II con una naturalezza che gli permetteva di attraversare continuamente lingue, repertori poetici e tradizioni musicali differenti.

Attorno alla sua figura si sono stratificate nel tempo leggende, racconti romantici e ricostruzioni parziali, come spesso accade ai grandi poeti popolari caucasici; ciò che emerge con chiarezza è però il legame profondissimo che lo univa a Tbilisi e al mondo caucasico del suo tempo. Negli ultimi anni della sua vita si ritirò presso il monastero di Haghpat, nell’odierna Armenia settentrionale, mentre la morte lo raggiunse nel 1795 durante l’invasione persiana di Agha Mohammad Khan.

Secondo una tradizione molto diffusa, Sayat Nova sarebbe stato ucciso dopo essersi rifiutato di rinnegare il cristianesimo, e fu sepolto presso la cattedrale armena di San Giorgio a Tbilisi, città che ancora oggi custodisce la sua memoria.

Sayat Nova compose in armeno, georgiano, azero e persiano, attraversando con estrema naturalezza spazi culturali ancora profondamente intrecciati fra loro e lasciando nella propria produzione poetica e musicale la traccia vivissima di quel Caucaso cosmopolita precedente alla nazionalizzazione moderna delle identità e alla successiva cristallizzazione delle appartenenze etno-culturali.

Ciò che colpisce nella sua opera è soprattutto la natura organica del suo multilinguismo, che emerge dai versi come espressione spontanea di un ambiente urbano e sociale attraversato continuamente da idiomi differenti, da registri ibridi, da prestiti lessicali e sonorità condivise. Nei suoi componimenti, l’armeno del dialetto di Tbilisi si intreccia incessantemente con lessico persiano, turco e georgiano, riflettendo la realtà quotidiana delle città caucasiche dell’epoca, dove commercianti, musicisti, artigiani e religiosi vivevano immersi in una pluralità linguistica che apparteneva tanto alla vita materiale quanto all’immaginario poetico.

Sayat Nova e Tbilisi

Tbilisi rappresentava allora uno dei principali crocevia culturali del Caucaso meridionale, spazio di incontro fra mercanti armeni, aristocratici georgiani, musicisti azeri e reti commerciali che collegavano la regione con l’Iran, l’Anatolia e il Mediterraneo. Anche la tradizione degli ašuł nasceva precisamente dentro questa circolazione continua di melodie, strumenti musicali, immagini poetiche e repertori linguistici, e la poesia di Sayat Nova porta impressa la traccia concreta di una civiltà di frontiera nella quale le identità risultavano fluide, relazionali e profondamente interdipendenti.

Anche per questo motivo Sayat Nova continua a occupare una posizione peculiare nella memoria culturale del Caucaso. La cultura armena lo considera uno dei suoi massimi poeti, la Georgia lo colloca al centro della memoria multiculturale della vecchia Tbilisi, ed è presente anche nella tradizione ashugh, quella dei trovatori e musicisti popolari azeri e caucasici.

Questa dimensione transculturale attraversava anche il suo universo musicale, dove elementi della monodia armena medievale convivevano con la musica urbana di Tbilisi e con tradizioni persiane e turco-caucasiche diffuse nell’intera regione, dando vita a repertori sonori che riflettevano perfettamente la complessità culturale della Transcaucasia settecentesca. Le sue composizioni riuscivano a costruire uno spazio estetico condiviso e riconoscibile da pubblici differenti, trasformando la pluralità linguistica e musicale in una forma di esperienza comune.

Monumento dedicato a Sayat Nova a Tbilisi.
Un monumento dedicato a Sayat Nova nel centro di Tbilisi con il nome scritto in armeno, georgiano e azero (Wikimedia/Valen1988)

Molte delle sue poesie amorose si muovono inoltre dentro repertori simbolici differenti, intrecciando immagini della tradizione poetica persiana con elementi appartenenti al mondo culturale armeno e caucasico. Da questa continua oscillazione fra registri culturali diversi nasce quella particolare densità della sua scrittura che ancora oggi appare sorprendentemente moderna.

La figura di Sayat Nova dovette inevitabilmente affascinare Paradžanov, anch’egli nato a Tbilisi in una famiglia armena e cresciuto dentro un ambiente culturalmente stratificato, attraversato da lingue, memorie e appartenenze multiple. Il colore del melograno assume allora la forma di una meditazione sulla sopravvivenza della memoria culturale caucasica e sulla possibilità di preservare forme di convivenza simbolica che la modernità politica ha progressivamente frammentato.

Rileggere oggi Sayat Nova significa recuperare una genealogia diversa del Caucaso, meno centrata sulla violenza dei confini e più attenta alla lunga storia di relazioni, prestiti linguistici, repertori musicali condivisi e immaginari comuni che hanno attraversato la regione per secoli.

In un presente che continua a raccontare il Caucaso quasi esclusivamente attraverso guerre e nazionalismi, la sua voce restituisce invece l’immagine di uno spazio culturale profondamente interconnesso, nel quale tradizioni poetiche, melodie, pratiche artistiche e repertori simbolici continuavano a circolare da una comunità all’altra, generando forme culturali ibride e condivise che sfuggivano costantemente a ogni appartenenza esclusiva. Ed è forse proprio in questa irriducibile e affascinante pluralità che continua a risiedere l’attualità del suo messaggio.

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Diaspora degli Armeni, serata dedicato alla testimonianza di Arthur Alexanian. (Clebs 28.05.26)

Venerdì 5 giugno 2026, alle ore 21.15, con il patrocinio del Comune di Vinci, la prestigiosa Biblioteca Leonardiana di Vinci aprirà le sue porte a una serata di straordinario valore culturale e umano: “Memoria e diaspora armena del Novecento: una storia da non ripetere, un monito per il presente”, incontro dedicato all’opera e alla testimonianza di Arthur Alexanian.

Un appuntamento che si preannuncia intenso, necessario e profondamente attuale, nel segno di quella cultura della memoria che oggi più che mai rappresenta uno strumento indispensabile per comprendere il nostro tempo. Attraverso la sua trilogia di romanzi — Il bambino e i venti d’Armenia. Il gioco della memoria di un bambino, Il calice frantumato e Il tempo sospeso. Un passato lontano, un futuro difficile, pubblicati da Ibiskos Ulivieri — Alexanian restituisce voce e dignità alla grande diaspora armena del Novecento, una delle più dolorose tragedie della storia contemporanea.

Autore francese di origine armena, appartenente alla prima generazione nata in Europa da famiglie emigrate, Arthur Alexanian ha dedicato la propria ricerca letteraria alla ricostruzione della memoria collettiva e familiare, intrecciando testimonianza personale, documenti storici e rigore narrativo. La sua opera, già insignita nel 2021 del prestigioso Fiorino d’Oro, rappresenta oggi un punto di riferimento culturale importante per comprendere non soltanto il passato, ma anche le grandi migrazioni e gli sradicamenti che segnano il presente di molti popoli.

Ed è proprio qui che la serata vinciana assume un significato ancora più profondo. La diaspora armena raccontata da Alexanian diventa infatti simbolo universale di resilienza, identità e sopravvivenza culturale. Una vicenda storica lontana nel tempo, ma drammaticamente vicina alle tragedie che ancora oggi attraversano il mondo, tra guerre, esodi forzati e popoli costretti ad abbandonare la propria terra. Un monito per il presente, come recita emblematicamente il titolo dell’incontro, e insieme un invito alla consapevolezza, al dialogo e alla difesa della memoria.

A condurre la serata sarà Alexandra Ulivieri, editore e responsabile del Circolo Poeti e Scrittori di Empoli, da anni protagonista di una preziosa attività di promozione culturale sul territorio. Interverranno inoltre la professoressa Maria Virginia Porta e l’avvocato Nicola Baronti, entrambi rappresentanti dell’Archivio Vinci nel Cuore, insieme a Monsignor Renato Bellini, che offriranno ulteriori spunti di riflessione sul valore storico, civile e spirituale dell’opera di Alexanian.

L’evento rappresenta anche una significativa continuità con il grande successo del primo Saloncino dei Poeti, svoltosi lo scorso 14 marzo, manifestazione che ha consacrato simbolicamente Vinci come autentica “Città della Poesia”. Proprio in quell’occasione Arthur Alexanian si era imposto come una delle voci più intense e apprezzate dell’iniziativa, conquistando il pubblico con la profondità della sua parola poetica e della sua testimonianza umana.

Non a caso, ad accompagnarlo in questa nuova tappa vinciana saranno altri protagonisti dello straordinario Saloncino, in un ideale abbraccio culturale che conferma ancora una volta la vivacità artistica e letteraria di Vinci e la capacità della città leonardiana di diventare luogo privilegiato di incontro tra memoria, poesia e impegno civile.

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