Armenia, 36 anni dalla Dichiarazione di Indipendenza. L’Artsakh era alle origini dello Stato che Pashinyan vuole rifondare (Korazym 24.08.26)

Trentasei anni fa, il 23 agosto 1990, il Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Armena adottava la Dichiarazione di Indipendenza dell’Armenia. Non era ancora l’indipendenza pienamente conseguita, che sarebbe stata sancita dal Referendum del 21 settembre 1991, ma l’inizio formale del processo di restaurazione dello Stato armeno sovrano.

A distanza di trentasei anni, quel documento non appartiene soltanto alla storia. È diventato uno dei punti nevralgici dello scontro sull’identità stessa della Repubblica di Armenia e sulla direzione che il Primo Ministro Nikol Pashinyan intende imprimere al Paese dopo la perdita della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e l’avvio del processo di pace con l’Azerbaigian.

È difficile separare questa controversia da quanto abbiamo raccontato negli ultimi anni su questo Blog dell’Editore di Korazym.org: la guerra del 2020, il blocco dell’Artsakh, l’offensiva azera del settembre 2023, l’esodo totale della sua popolazione armena autoctona, la distruzione o alterazione del patrimonio religioso e culturale armeno, la questione dei prigionieri detenuti a Baku e, infine, il progressivo abbandono da parte del governo di Erevan delle categorie politiche sulle quali si era costruita una parte importante della Terza Repubblica.

L’Artsakh scritto all’origine dell’indipendenza

Il testo approvato il 23 agosto 1990 è inequivocabile su un punto storico spesso dimenticato nell’attuale dibattito. Nel preambolo, il Consiglio Supremo dichiarava di agire esercitando «il diritto delle nazioni alla libera autodeterminazione» e sulla base della decisione congiunta del 1° dicembre 1989 del Consiglio Supremo della Repubblica Socialista Sovietica Armena e del Consiglio Nazionale del Nagorno-Karabakh sulla «riunificazione della RSS Armena e della Regione montuosa del Karabakh».

La Dichiarazione collegava inoltre la nuova statualità alle tradizioni democratiche della Repubblica indipendente di Armenia costituita il 28 maggio 1918.

Non si tratta, dunque, di una successiva interpretazione politica della questione dell’Artsakh. Il Nagorno-Karabakh era presente nel documento che inaugurava formalmente il processo di restaurazione dell’indipendenza armena.

I dodici punti della Dichiarazione delineavano una Repubblica sovrana, nella quale il potere apparteneva al popolo; prevedevano cittadinanza, Forze Armate proprie, un sistema economico e monetario indipendente, libertà di parola, stampa e coscienza, separazione dei poteri e pluralismo politico. Il punto 11 impegnava inoltre la Repubblica a sostenere il riconoscimento internazionale del Genocidio Armeno del 1915.

Il dodicesimo e ultimo punto stabiliva che la Dichiarazione sarebbe servita da base per l’elaborazione della futura Costituzione della Repubblica d’Armenia.

Dalla Dichiarazione alla Costituzione

Quel rapporto non rimase soltanto programmatico. Il preambolo della Costituzione armena richiama ancora oggi espressamente «i principi fondamentali della statualità armena e gli obiettivi nazionali sanciti nella Dichiarazione di Indipendenza dell’Armenia». È precisamente questo riferimento che Pashinyan non vuole ritrovare nella nuova Costituzione.

Già il 23 agosto 2024, nell’anniversario della Dichiarazione, il Primo Ministro aveva sottolineato che il richiamo costituzionale al documento del 1990 non significa che tutto il suo contenuto sia automaticamente incorporato nella Costituzione. Nel novembre dello stesso anno aveva poi sostenuto che nella Dichiarazione fosse stata inserita una «logica» destinata a produrre conflitti profondi e prolungati con i vicini dell’Armenia.

Un anno dopo, il 23 agosto 2025, Pashinyan era andato ancora oltre, affermando che la Dichiarazione portava l’impronta del Movimento del Karabakh e sostenendo che alcune sue fondamentali impostazioni ideologiche fossero orientate al conflitto.

Nell’aprile 2026 il Primo Ministro ha quindi espresso apertamente la propria posizione: la nuova Costituzione non dovrebbe contenere il riferimento alla Dichiarazione di Indipendenza presente nell’attuale preambolo.

Dalla Terza alla «Quarta Repubblica»

Il significato politico di questa operazione è diventato ancora più evidente pochi giorni fa. Il 20 agosto 2026, presentando il programma di governo 2026-2031, Pashinyan ha proclamato l’ingresso dell’Armenia in quella che definisce la «Quarta Repubblica», contrapponendola alla Terza Repubblica, che a suo giudizio sarebbe stata fondata sulla «logica del conflitto e del confronto». Al centro della nuova fase dovrebbe esserci invece l’ideologia della cosiddetta «Armenia reale»: uno Stato concentrato entro i confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia e orientato alla normalizzazione delle relazioni con i Paesi vicini.

È qui che l’anniversario del 23 agosto assume un significato che supera largamente la commemorazione storica. Il problema non è semplicemente se una futura Costituzione debba citare o meno un documento precedente. La domanda è quale rapporto la nuova Armenia intenda conservare con il processo politico e nazionale dal quale nacque la sua indipendenza.

Pashinyan propone una risposta netta: superare la logica politica della Terza Repubblica per garantire allo Stato armeno pace, sicurezza e continuità. I suoi critici vedono invece in questa operazione il rischio di recidere progressivamente il legame con una parte essenziale della memoria politica armena e, soprattutto, di trasformare la tragedia dell’Artsakh da questione ancora aperta di diritti, persone e patrimonio storico in un capitolo da consegnare definitivamente al passato.

L’Artsakh non è soltanto una rivendicazione territoriale

Questo punto richiede una distinzione essenziale. Che la Repubblica di Armenia riconosca l’integrità territoriale dell’Azerbaigian nell’ambito di un accordo di pace è una questione politico-giuridica. Altra cosa sono i diritti degli Armeni dell’Artsakh, la possibilità di un ritorno sicuro e dignitoso degli sfollati, la sorte dei prigionieri armeni detenuti a Baku e la tutela delle chiese, dei monasteri, dei cimiteri e dell’intero patrimonio culturale armeno rimasto nel territorio.

Come abbiamo ripetutamente osservato nella nostra copertura, cancellare una rivendicazione territoriale non cancella automaticamente un popolo, la sua storia o i suoi diritti.

Per gli Armeni del Nagorno-Karabakh, l’autodeterminazione non nacque nel vuoto. Il Movimento del Karabakh maturò nel contesto delle tensioni e discriminazioni dell’epoca sovietica e fu accompagnato e seguito dalle violenze contro gli Armeni a Sumgait, Kirovabad/Gandzak e Baku e, durante la guerra, dal massacro di Maragha. È questa memoria storica che rende impossibile ridurre l’intera questione alla formula di una semplice «logica del conflitto».

Trentasei anni dopo

La Dichiarazione del 23 agosto 1990 appartiene ormai alla storia dell’Armenia indipendente. Ma proprio perché appartiene alla storia non può essere retroattivamente privata del contesto nel quale nacque.

Il documento affermò la sovranità dell’Armenia, il diritto del popolo armeno all’autodeterminazione, la continuità con la Repubblica del 1918, il pluralismo democratico e l’impegno per il riconoscimento del Genocidio Armeno. E richiamò esplicitamente la decisione del 1° dicembre 1989 relativa alla riunificazione con il Nagorno-Karabakh. Questo è un dato documentale, indipendentemente dal giudizio che oggi se ne voglia dare.

Trentasei anni dopo, l’Armenia si trova così davanti a una scelta che riguarda non soltanto il proprio futuro, ma anche il modo in cui intende leggere il proprio passato.

La pace con i vicini può certamente richiedere il superamento di paradigmi politici divenuti impraticabili. Ma costruire la pace non significa necessariamente riscrivere le ragioni per cui quei paradigmi nacquero, né cancellare dalla memoria nazionale coloro che ne hanno pagato il prezzo più alto. Perché l’Artsakh oggi può non essere più sotto controllo armeno, e la sua popolazione armena può essere stata costretta ad abbandonare la propria terra ancestrale. Ma proprio il testo del 23 agosto 1990 ricorda che, quando l’Armenia contemporanea iniziò il cammino verso l’indipendenza, la questione dell’Artsakh non si trovava ai margini di quella storia. Era scritta nel suo preambolo.

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In Armenia la prossima conferenza Onu sulla biodiversità: promesse green e crisi ambientale possono andare a braccetto? (Ilfattoquotidiano 24.08.26)

Nel paese si segnala un forte inquinamento atmosferico, il degrado delle risorse idriche, la crisi del lago Sevan, l’impoverimento dei pascoli e una gestione inefficace dei rifiuti

Promesse green e crisi ambientale possono andare a braccetto? Il caso della prossima COP17, la conferenza delle Nazioni Unite dedicata alla conservazione della biodiversità che si terrà in Armenia il prossimo ottobre è altamente indicativo, perché racconta di una situazione oggettiva parecchio distante dai canoni dell’ambiente pulito.

Nel paese si segnala un forte inquinamento atmosferico, il degrado delle risorse idriche, la crisi del lago Sevan, l’impoverimento dei pascoli e una gestione inefficace dei rifiuti. Ce ne sarebbe abbastanza per sollevare qualche dubbio sulla scelta di Erevan. Ma tant’è.

Gli esempi negativi in questo senso non mancano, è il caso dell’infezione intestinale scoppiata la scorsa primavera nella città armena di Byureghavan, causata da acqua potabile contaminata. Trecento gli intossicati. Tre mesi dopo, altro episodio simile.

E ancora, l’aria è molto inquinata, come dimostra la concentrazione media annua di PM2,5 a Erevan che si attesta a 30,4 µg/m³, sei volte il livello di 5 µg/m³ raccomandato dall’Oms. “La cattiva gestione ambientale ha deteriorato la qualità della vita nella capitale e normalizzato il rischio ecologico”, ha sottolineato il 31 gennaio la rivista statunitense Forbes.

Pochi giorni fa nella provincia di Ararat sono stati avvistati fumi (forse tossici) dai residenti, che hanno interpellato l’Ong ambientalista armena EcoLur. Secondo gli abitanti del posto, l’esposizione costante al fumo tossico ha già provocato malattie respiratorie e cutanee nella popolazione. Qualcuno ipotizza che i disagi siano legati alla presenza nelle vicinanze di un impianto per la lavorazione della pietra (Manana Stone), un’acciaieria (GTB Steel), un cementificio (Araratcement) e un impianto di bitume a Surenavan.

Due mesi fa un’alluvione tossica dopo forti piogge ha letteralmente invaso le strade della città armena di Kapan, dove sono apparsi torrenti d’acqua di un insolito colore giallo-arancione provenienti dalla direzione della miniera abbandonata di Kavart: un mix di acqua piovana e rifiuti minerari, che a loro volta possono contenere piombo.

Infine il caso più emblematico, quello del lago di Sevan, caratterizzato da acque reflue non trattate e fioriture algali. “Se quest’acqua si mescola ai rifiuti e finisce nei giardini o nelle aree abitate, crea rischi per l’ambiente, l’agricoltura e la salute umana”, ha affermato l’attivista ambientale Oleg Dulgaryan, responsabile dell’Ong Centre for Community Mobilization and Support, in risposta all’incidente.

Identico scenario del lago di Varese, che però a differenza di quello armeno è stato caratterizzato da un’opera di bonifica. Il caso italiano racconta che dalla fine degli anni Cinquanta le acque reflue non trattate dei comuni circostanti confluivano direttamente nel lago: l’eccesso di fosforo provocò l’eutrofizzazione, comparvero fioriture algali e l’acqua divenne torbida. Dal 2020 è in funzione un impianto di prelievo ipolimnico delle acque profonde che ha rimosso dalle acque di fondo del lago tonnellate di fosforo, azoto e ammoniaca accumulati nel corso dei decenni. Nel programma sono stati investiti 20 milioni di euro e sul lago stesso, una boa limnologica funge da sistema di allerta precoce per le fioriture algali; in tutto il Paese, come avviene ogni estate da due decenni, è in corso la campagna di monitoraggio lacustre Goletta dei Laghi di Legambiente.

Per cui oggi è lecito chiedersi: perché ancora oggi le acque reflue continuano a essere scaricate nel lago armeno? Con quali premesse tra due mesi il Paese in cui si trova il lago ospiterà il vertice mondiale sulla biodiversità?

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Trump ha una leva su Aliyev. La pace tra Armenia e Azerbaigian passi anche dalla liberazione dei 19 prigionieri Armeni a Baku (Korazym 23.08.26)

Le strade possono essere aperte, le ferrovie ricostruite, i confini trasformati in vie commerciali. Ma una pace non si misura soltanto in chilometri di asfalto, investimenti e volumi di merci. Finché nelle carceri dell’Azerbaigian resteranno 19 prigionieri Armeni, alcuni dei quali appartenenti alla precedente leadership politica e militare della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian continuerà a portare con sé una questione umanitaria irrisolta, che nessun progetto infrastrutturale potrà cancellare.

È questo, in sostanza, il punto sollevato dall’analista di politica estera Darren G. Spinck, Direttore generale del Janus Forum e ricercatore non residente presso il Danube Institute, in un intervento pubblicato il 20 agosto 2026 su The Washington Times. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostiene Spinck, dispone oggi di una leva politica significativa sul Presidente azero Ilham Aliyev e dovrebbe utilizzarla per ottenere la liberazione dei 19 Armeni ancora detenuti a Baku.

La questione assume un significato particolare proprio mentre Washington cerca di consolidare il processo avviato alla Casa Bianca l’8 agosto 2025 e di trasformarlo in un nuovo assetto politico ed economico del Caucaso meridionale.

La pace non può fermarsi alla TRIPP

Uno dei cardini del nuovo scenario è la Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), il progetto destinato a creare attraverso il territorio armeno un collegamento tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhijevan.

La rotta dovrebbe rimanere sotto la sovranità e la giurisdizione dell’Armenia, consentendo al tempo stesso lo sviluppo di infrastrutture stradali, ferroviarie e di comunicazione capaci di collegare più efficacemente il Caspio, il Caucaso meridionale e i mercati europei.

Per l’Armenia, Paese senza sbocco sul mare e sottoposto da decenni alle conseguenze economiche delle frontiere chiuse, potrebbe rappresentare una possibilità concreta di trasformare una difficile collocazione geografica in una risorsa economica. Per Washington, la TRIPP costituisce anche uno strumento per accrescere la presenza politica ed economica americana in una regione storicamente inserita nella sfera d’influenza russa, senza la necessità di una presenza militare statunitense permanente. Sono prospettive importanti. Ma non bastano.

È precisamente qui che l’argomentazione di Spinck acquista rilievo. Se la pace sostenuta dagli Stati Uniti vuole essere qualcosa di più di un accordo geopolitico accompagnato da nuove rotte commerciali, deve produrre conseguenze concrete anche per le persone che continuano a portare sulla propria pelle le conseguenze della guerra. E tra queste conseguenze vi sono i 19 Armeni ancora detenuti dall’Azerbaigian.

I prigionieri che la pace non può dimenticare

 

Questo Blog dell’Editore di Korazym.org segue da anni questa vicenda e ha documentato i processi celebrati a Baku contro gli ex dirigenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, le pesantissime condanne pronunciate nel febbraio 2026 e le denunce formulate da organizzazioni per i diritti umani circa le garanzie processuali offerte agli imputati [1].

Tra i detenuti figurano gli ex Presidenti dell’Artsakh Arayik Harutyunyan, Bako Sahakyan e Arkadi Ghukasyan, l’ex Presidente dell’Assemblea Nazionale Davit Ishkhanyan, l’ex Ministro degli Esteri Davit Babayan, gli alti ufficiali Levon Mnatsakanyan e Davit Manukyan e Ruben Vardanyan, filantropo ed ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Il caso di Vardanyan è diventato emblematico. Arrestato il 27 settembre 2023 dalle autorità azere mentre, insieme alla popolazione armena in fuga dall’Artsakh, cercava di raggiungere l’Armenia attraverso il Corridoio di Berdzor (Lachin), è stato condannato nel febbraio scorso a 20 anni di carcere. Il 10 luglio abbiamo riferito che il suo caso sta entrando in una nuova fase davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, mentre restano aperti interrogativi fondamentali sulle garanzie del giusto processo, sull’accesso alla documentazione giudiziaria e sulla possibilità di un controllo internazionale effettivo sulle condizioni dei detenuti.

Non si tratta dunque di un dettaglio marginale da rinviare a dopo la costruzione della pace. È una delle prove della credibilità stessa di quella pace.

Washington ha una leva. Può usarla

Spinck non propone di riaprire attraverso la questione dei prigionieri il contenzioso territoriale sulla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Il punto è diverso e, proprio per questo, difficilmente eludibile.

Trump può continuare a sostenere la normalizzazione delle relazioni tra Yerevan e Baku e contemporaneamente chiedere ad Aliyev un gesto umanitario concreto: liberare i 19 Armeni. Anzi, proprio il crescente coinvolgimento degli Stati Uniti offre a Washington strumenti che in passato erano assai più limitati.

Trump ha investito personalmente il proprio prestigio politico nell’intesa dell’8 agosto 2025. La TRIPP porta perfino il suo nome. Gli Stati Uniti puntano a diventare protagonisti della trasformazione economica del Caucaso meridionale. Baku ha quindi interesse a mantenere e approfondire il rapporto costruito con Washington.

La domanda diventa inevitabile: se questa influenza non viene utilizzata anche per ottenere un gesto umanitario come la liberazione dei prigionieri, a che cosa serve?

Una questione che supera i 19 detenuti

La liberazione avrebbe inoltre un valore che supera la sorte individuale dei prigionieri. Pashinyan sta chiedendo alla società armena di accettare una trasformazione profonda della politica nazionale: riconciliazione con l’Azerbaigian, apertura delle frontiere, nuovi rapporti economici regionali e un progressivo avvicinamento politico agli Stati Uniti e all’Europa. Ma chiedere agli Armeni di credere nella pace mentre uomini catturati in relazione al conflitto dell’Artsakh rimangono nelle prigioni di Baku, significa chiedere fiducia senza offrire uno dei gesti più elementari capaci di alimentarla.

Non è un problema soltanto armeno. La liberazione dei detenuti è stata ripetutamente sollecitata da parlamentari, organismi politici e organizzazioni per i diritti umani in Europa e negli Stati Uniti proprio come misura di costruzione della fiducia.

Il 14 agosto, nel nuovo Parlamento armeno, Sargis Khandanyan, candidato della maggioranza di Contratto Civile alla Presidenza della Commissione per le relazioni estere, ha ribadito che ottenere la liberazione dei prigionieri continuerà a rappresentare una delle priorità del lavoro politico, pur sostenendo la necessità di procedere attraverso un’attività diplomatica discreta. Il problema, dunque, esiste. Anche per Yerevan.

Le strade collegano i Paesi. La giustizia può riconciliare i popoli

Questo Blog dell’Editore ha più volte osservato che una pace costruita cancellando dalla discussione ciò che è accaduto agli Armeni dell’Artsakh rischia di diventare una pace incompleta.

Nel settembre 2023 l’offensiva azera ha posto fine alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e ha provocato l’esodo totale della sua popolazione armena autoctona. Da allora restano aperte questioni che riguardano il diritto al ritorno degli sfollati, la tutela del patrimonio religioso e culturale armeno, la sorte dei dispersi e, appunto, quella dei prigionieri detenuti in Azerbaigian.

Riconoscere queste questioni non significa necessariamente impedire la pace. Può significare esattamente il contrario: impedire che la pace venga edificata sopra problemi semplicemente rimossi dal tavolo.

La TRIPP potrà forse far viaggiare treni e merci attraverso il Caucaso meridionale. Potrà creare investimenti, ridurre costi di trasporto e collegare economie che per decenni si sono guardate attraverso frontiere militarizzate. Ma nessuna ferrovia può produrre da sola riconciliazione.

Donald Trump sostiene di avere contribuito a costruire la cornice per una pace storica tra Armenia e Azerbaigian. Se davvero Washington dispone oggi dell’influenza politica che questo nuovo rapporto presuppone, la liberazione dei 19 prigionieri Armeni rappresenterebbe un banco di prova concreto. Perché la pace non consiste soltanto nell’aprire una strada tra l’Azerbaigian e il Nakhijevan. Consiste anche nell’aprire le porte di una prigione. E permettere a 19 Armeni di tornare a casa.

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Armenia, Lilit Galstyan alla guida della Commissione per i diritti umani. Dalla Chiesa all’Artsakh, le questioni che Erevan non può più eludere (Korazym 22.08.26)

 La questione dei diritti umani entra direttamente nel cuore della nuova Assemblea Nazionale armena. Lilit Galstyan, Deputata del partito di opposizione Armenia e membro della Federazione Rivoluzionaria Armena-Dashnaktsutyun, è stata eletta il 20 agosto 2026 Presidente della Commissione permanente per la tutela dei diritti umani e gli affari pubblici. Due giorni prima, presentando la propria candidatura in Parlamento, aveva pronunciato un durissimo atto d’accusa sullo stato della democrazia, della giustizia e delle libertà fondamentali nel Paese: procedimenti contro esponenti dell’opposizione, indipendenza della magistratura, impunità nell’operato della polizia, libertà di stampa, interferenze dello Stato nella vita della Chiesa Apostolica Armena e diritti degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh.

Non si tratta di questioni nuove per chi segue quanto sta accadendo in Armenia. Sono gli stessi nodi che questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha documentato negli ultimi mesi: il progressivo scontro tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, i procedimenti contro esponenti ecclesiastici e politici, il processo contro il Capo della Chiesa Apostolica Armena, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni [*], la condizione degli Armeni espulsi dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e quella dei prigionieri armeni detenuti a Baku. Ora quelle questioni arrivano formalmente sul tavolo della Commissione parlamentare chiamata proprio a vigilare sulla tutela dei diritti fondamentali.

«Non ha nulla a che fare con uno Stato di diritto»

Presentando il 18 agosto la propria candidatura, Galstyan non ha attenuato le posizioni espresse durante la precedente legislatura. Ha affermato che la situazione creatasi nel Paese «non ha nulla a che fare né con uno Stato di diritto né con uno Stato democratico», richiamando anche valutazioni formulate da organizzazioni internazionali indipendenti.

Le sue affermazioni appartengono naturalmente al confronto politico interno e le accuse rivolte al governo devono essere considerate come tali. Ma sarebbe altrettanto sbagliato liquidarle semplicemente come retorica dell’opposizione.

Il quadro denunciato da Galstyan non può essere assunto automaticamente come accertamento delle singole accuse politiche, ma trova riscontri significativi in fonti internazionali indipendenti.

Freedom House continua infatti a classificare l’Armenia nel rapporto Freedom in the World 2026 come Paese «Partly Free», con 54 punti su 100. Particolarmente significativi sono i giudizi relativi allo Stato di diritto: appena 1 punto su 4 per l’indipendenza della magistratura e u1 punto su 4 per il rispetto del giusto processo.

Anche Amnesty International ha segnalato problemi riguardanti l’uso illegittimo della forza da parte della polizia, la mancanza di adeguata accountability, il ricorso alla detenzione preventiva e le azioni giudiziarie contro giornalisti e difensori dei diritti umani.

Reporters sans frontières, dal canto suo, ha fatto scendere nel 2026 l’Armenia dal 34º al 50º posto nella classifica mondiale sulla libertà di stampa, osservando un aumento delle cause abusive per diffamazione e di iniziative legislative capaci di produrre un effetto dissuasivo sull’attività dei media.

Sono dati che non dimostrano automaticamente la fondatezza di ogni singola accusa dell’opposizione, ma impediscono di sostenere che il problema dello Stato di diritto in Armenia sia semplicemente un’invenzione degli avversari di Pashinyan.

Il caso dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan

Uno dei casi citati da Lilit Galstyan è quello dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan, già Primate della Diocesi di Tavush e figura centrale del movimento di protesta nato nel 2024 contro la politica governativa sulla delimitazione del confine con l’Azerbaigian.

Galstyan ha definito il procedimento nei suoi confronti un tentativo di mettere a tacere gli oppositori politici, denunciando la «demonizzazione» degli accusati, l’utilizzo di presupposti che considera fabbricati e la violazione della presunzione di innocenza.

L’Arcivescovo Galstanyan era stato arrestato nel giugno 2025 con l’accusa di avere progettato azioni volte alla destabilizzazione e alla presa del potere. Lui e i suoi legali hanno sempre respinto le accuse. Nel giugno 2026 la sua detenzione preventiva è stata sostituita dagli arresti domiciliari.

Durante il dibattito parlamentare sulla candidatura di Lilit Galstyan si è verificato anche un episodio particolarmente significativo del clima politico nel Paese. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Vahagn Aleksanyan, esponente di Contratto Civile, contestando la posizione della candidata sulla presunzione di innocenza degli oppositori accusati di terrorismo, ha accostato il loro caso a quello di Osama bin Laden. Galstyan ha giudicato il paragone inaccettabile e offensivo anche per la propria appartenenza alla Chiesa Apostolica Armena.

È difficile considerare simili confronti come un contributo alla serenità di un dibattito che riguarda precisamente diritti fondamentali, presunzione di innocenza e garanzie dello Stato di diritto.

Samvel Karapetyan e gli altri procedimenti

Galstyan ha richiamato anche i casi di Samvel Karapetyan, Avetik Chalabyan, Gagik Tsarukyan e Igor Sargsyan, membro dell’organo supremo della Federazione Rivoluzionaria Armena-Dashnaktsutyun, inserendoli nel quadro di quella che considera una pressione giudiziaria esercitata contro figure politicamente ostili al governo.

Particolarmente delicato è il caso di Karapetyan, imprenditore Russo-Armeno che si era pubblicamente schierato in difesa della Chiesa Apostolica Armena e che successivamente è diventato protagonista della competizione politica contro Pashinyan. Anche in questo caso occorre distinguere rigorosamente tra le accuse formulate dalle autorità giudiziarie e il giudizio politico sulla loro eventuale strumentalizzazione. Ma proprio questa distinzione rende indispensabile una magistratura percepita come pienamente indipendente dal potere esecutivo. Ed è precisamente qui che il giudizio di Freedom House sull’indipendenza giudiziaria armena assume un peso che non può essere ignorato.

La Chiesa Apostolica Armena: chi decide chi deve guidarla?

La parte forse più significativa dell’intervento di Lilit Galstyan riguarda la Chiesa Apostolica Armena. Secondo la nuova Presidente della Commissione, il governo avrebbe imboccato una strada apertamente contraria alla Costituzione, tentando di intervenire nella struttura interna della Chiesa e nella questione della permanenza in carica dell’attuale Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni.

La questione è semplice nella sua formulazione e profondissima nelle sue conseguenze: può il potere politico stabilire chi debba guidare una Chiesa? È precisamente l’interrogativo che questo Blog dell’Editore ha posto seguendo il procedimento giudiziario contro Sua Santità Karekin II.

Il 5 agosto abbiamo osservato che il processo contro il Catholicos rappresentava uno spartiacque nel conflitto tra Stato e Chiesa in Armenia. Pochi giorni dopo, all’apertura del procedimento, il processo si è immediatamente fermato perché il giudice si è ricusato.

La vicenda giudiziaria si inserisce in un conflitto molto più ampio. Pashinyan ha pubblicamente chiesto la rimozione di Karekin II e sostenuto un processo di “riforma” della Chiesa. La Santa Sede di Etchmiadzin considera invece tali iniziative un’ingerenza dello Stato nella propria autonomia canonica. Il problema supera quindi la persona del Catholicos. Riguarda il confine costituzionale tra potere politico e libertà religiosa.

Ed è significativo che proprio questa materia venga ora indicata dalla Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani come uno dei problemi fondamentali da affrontare.

L’Artsakh non scompare perché non se ne parla

C’è poi una questione che attraversa quasi tutta la recente storia armena e che il governo Pashinyan tende sempre più a separare dall’agenda politica dello Stato: l’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Galstyan ha dichiarato che la tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh costituirà una delle priorità della sua attività.

La questione assume un significato particolare dopo lo scontro avvenuto pochi giorni fa nell’Assemblea Nazionale sul diritto al ritorno degli Armeni espulsi dall’Artsakh. Come abbiamo riferito su questo Blog dell’Editore, il Presidente del Parlamento Alen Simonyan e il Vicepresidente Ruben Rubinyan hanno sostenuto che trasformare il ritorno degli Armeni dell’Artsakh in un obiettivo ufficiale dello Stato rischierebbe di generare nuove rivendicazioni e quindi nuovi conflitti con l’Azerbaigian. Ma un diritto non cessa di esistere perché la sua rivendicazione risulta politicamente scomoda.

Nel settembre 2023, dopo nove mesi di blocco e l’offensiva militare azera, oltre centomila Armeni furono costretti ad abbandonare la loro terra ancestrale. Freedom House ha ricordato anche nel rapporto 2026 che l’intera popolazione armena della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh fuggì dopo che l’Azerbaigian ebbe assunto il pieno controllo del territorio. La tutela dei loro diritti non può quindi essere cancellata dall’agenda semplicemente in nome del processo di pace.

I prigionieri armeni detenuti a Baku

Dopo la sua elezione, Galstyan ha precisato un’altra priorità: «Il ritorno dei prigionieri armeni tenuti in ostaggio a Baku». È opportuno sottolinearlo perché alcune traduzioni automatiche della sua dichiarazione hanno prodotto la formula fuorviante «il ritorno degli Armeni a Baku». Il testo armeno si riferisce invece agli «Armeni tenuti prigionieri a Baku e al loro ritorno in patria».

Anche questa è una questione seguita da tempo da questo Blog dell’Editore. Tra i detenuti si trovano esponenti della precedente leadership politica e militare dell’Artsakh, compreso l’ex Ministro di Stato Ruben Vardanyan, condannato a venti anni di reclusione e il cui collegio difensivo ha avviato la strada del ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Se il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian deve significare qualcosa sul piano umano e non soltanto diplomatico, la questione dei detenuti non può essere relegata ai margini.

Anche il tema dell’“Azerbaigian occidentale” entra nel dibattito

Durante l’esame della candidatura è emerso anche un altro tema strettamente collegato alla sicurezza dell’Armenia. La Deputata di Contratto Civile Maria Karapetyan ha chiesto a Galstyan se fosse disponibile a discutere iniziative contro la diffusione in Armenia della narrativa del cosiddetto «Azerbaigian occidentale». È una questione tutt’altro che marginale.

Come abbiamo osservato recentemente su questo Blog dell’Editore, mentre Erevan cerca di evitare ogni argomento che possa essere interpretato come ostacolo al processo di pace – fino alla prudenza estrema sul diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh – dall’altra parte continua a essere alimentata una narrativa che presenta vaste parti dell’attuale Repubblica di Armenia come «Azerbaigian occidentale» e parla del “ritorno” degli Azeri in quei territori.

La tutela dei diritti umani non può funzionare a senso unico. Difendere i diritti degli Armeni dell’Artsakh non significa preparare una nuova guerra; così come denunciare una narrativa territoriale aggressiva proveniente dall’Azerbaigian non significa opporsi alla pace. Significa piuttosto chiedere che la pace sia costruita sulla reciprocità, sul diritto e sulla dignità delle persone.

Una Commissione che diventa un banco di prova

L’elezione di Lilit Galstyan assume quindi un valore politico che supera la normale distribuzione delle Presidenze delle Commissioni parlamentari.

Galstyan è stata eletta con 54 voti favorevoli e 47 contrari. La sua candidatura spettava all’opposizione nell’ambito della ripartizione proporzionale degli organi dirigenti dell’Assemblea Nazionale. Non altrettanto fortunati sono stati i candidati indicati dall’altra forza di opposizione, Armenia Forte, respinti dalla maggioranza di Contratto Civile.

Dopo l’elezione, Galstyan ha ribadito che le sue valutazioni sulla «grave situazione dei diritti umani» nel Paese non sono cambiate e che considera la Commissione «un servizio, una piattaforma e uno strumento» attraverso cui tentare di produrre cambiamenti reali.

Sarà questo il vero banco di prova. Perché l’Armenia continua a presentarsi alla comunità internazionale come una democrazia impegnata nel rafforzamento dello Stato di diritto e nel progressivo avvicinamento all’Europa. Ma l’appartenenza al campo delle democrazie non si misura soltanto attraverso le alleanze geopolitiche.

Si misura dalla libertà concessa agli oppositori, dall’indipendenza dei giudici, dalla responsabilità delle forze dell’ordine, dalla libertà della stampa, dal rispetto dell’autonomia delle comunità religiose e dalla capacità di tutelare i diritti anche quando farlo risulta politicamente scomodo.

Vale per l’Arcivescovo Bagrat Galstanyan. Vale per Samvel Karapetyan. Vale per il Catholicos Karekin II e per l’autonomia della Chiesa Apostolica Armena. E vale soprattutto per gli oltre centomila Armeni dell’Artsakh costretti ad abbandonare la propria terra ancestrale e per gli Armeni ancora detenuti nelle carceri dell’Azerbaigian.

La pace e i diritti umani non sono due dossier separati. Una pace costruita chiedendo di dimenticare i diritti di qualcuno rischia di diventare soltanto la normalizzazione dell’ingiustizia.

[*] Auguri a Sua Santità Karekin II

 

Ieri ricorreva il 75° compleanno di Sua Santità Karekin II (nato Ktrich Nersessian il 21 agosto 1951 a Voskehat), dal 27 ottobre 1999 Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni.
Sua Santità ha dedicato la sua vita al servizio della Santa Chiesa Apostolica Armena, del popolo armeno e della Patria, portando avanti la sua missione spirituale con Fede, fermezza e incrollabile devozione.
Il 23 aprile 2015 Karekin II ha proclamato santi un milione e mezzo di vittime del genocidio armeno del 1915.
Prima della ratifica degli accordi di pace fra Armenia e Azerbaigian, durante l’estate del 2025 Karekin II è entrato in un’aspra polemica con il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, che ha chiesto pubblicamente le sue dimissioni e l’elezione di un nuovo Catholicos. Più volte Karekin II aveva denunciato le violenze commesse dagli Azeri ai danni degli Armeni nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh durante le guerre del 2020 e del 2023, biasimando inoltre il governo per la conduzione dei conflitti.
Karekin II ha incontrato per la prima volta Papa Leone XIV il 16 settembre 2025. L’udienza privata si è svolta a Villa Barberini, nella residenza di Castel Gandolfo, in un clima di fraternità incentrato sulla cooperazione ecumenica, sulla pace globale e sulla sorte degli Armeni dell’Artsakh.
In occasione del suo compleanno, porgiamo a Sua Santità le nostre più sincere congratulazioni e gli auguriamo buona salute, forza e molti altri anni di servizio dedicato alla Chiesa armena, alla Nazione e alla Patria.
Ci uniamo alla Chiesa armena nella preghiera affinché Dio lo benedica abbondantemente e gli conceda molti altri fruttuosi anni di servizio patriarcale.
Che Dio protegga Sua Santità e gli conceda ancora molti anni benedetti.

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Pashinyan proclama la «Quarta Repubblica»: l’Armenia rompe con l’eredità dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. E la rimozione del Catholicos diventa programma di governo (Krazym 21.08.26)

Non si tratta più soltanto di dichiarazioni politiche, di polemiche contro il passato o dello scontro sempre più duro con la Chiesa Apostolica Armena. Con il programma di governo 2026-2031 approvato il 20 agosto 2026 dal Consiglio dei Ministri, Nikol Pashinyan tenta di dare forma istituzionale a una vera cesura nella storia dell’Armenia post-sovietica. Il Primo Ministro proclama l’ingresso del Paese nella «Quarta Repubblica», fondata sull’ideologia di «Armenia reale» e sulla «logica della pace», contrapponendola esplicitamente alla Terza Repubblica nata dal movimento del Karabakh e, secondo la sua interpretazione, costruita sulla «logica del conflitto». Nello stesso documento entra però anche un altro obiettivo politico: ottenere la rimozione di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni [1], avviare una «riforma» della Chiesa Apostolica Armena e arrivare all’elezione di un nuovo Catholicos.

Due questioni apparentemente diverse che sembrano invece appartenere allo stesso progetto: ridefinire che cosa debba essere l’Armenia, quale rapporto debba avere con la propria storia e quale posto possano occupare, nella nuova costruzione statale, l’Artsakh/Nagorno-Karabakh e la Chiesa Apostolica Armenia, che per secoli ha custodito l’identità armena, anche quando uno Stato armeno non esisteva.

Nasce la «Quarta Repubblica» armena

«La Repubblica d’Armenia sta quindi entrando nella fase della sua storia che chiamiamo Quarta Repubblica». Con queste parole, Nikol Pashinyan ha presentato il 20 agosto 2026 al Consiglio dei Ministri il programma del governo per il quinquennio 2026-2031.

Non è soltanto una formula politica. Pashinyan ha attribuito alle elezioni parlamentari dello scorso 7 giugno un significato quasi costituente: la vittoria elettorale di Contratto Civile avrebbe sancito, secondo il Primo Ministro, la vittoria dell’ideologia di «Armenia reale», trasformandola nell’ideologia ufficiale della Repubblica. «A seguito delle elezioni, l’ideologia della Armenia reale ha prevalso, il che significa che l’ideologia della Armenia reale è diventata l’ideologia ufficiale della Repubblica d’Armenia», ha affermato.

Per comprenderne la portata occorre tornare a ciò che Pashinyan sostiene ormai da tempo. La «Armenia reale» è l’Armenia racchiusa nei confini internazionalmente riconosciuti della Repubblica di Armenia, contrapposta a quella «Armenia storica» nella quale trovano spazio territori, memorie e aspirazioni nazionali che oltrepassano quei confini.

Questo Blog dell’Editore di Korazym.org ha già seguito questa trasformazione ideologica. Il 18 febbraio scorso, nella Lettera aperta al Governo dell’Armenia, di un Molokano che vive sulle acque nere del lago di Sevan [2], osservavamo come il concetto di «Armenia reale» rischiasse di produrre una sorta di abiura silenziosa: se soltanto ciò che coincide con l’attuale spazio politico e giuridico della Repubblica di Armenia è «reale», quale posto rimane per l’Artsakh, per la sua storia armena e soprattutto per il diritto dei suoi abitanti espulsi, a non essere cancellati dalla memoria nazionale? Oggi Pashinyan compie un passo ulteriore.

La rottura con il movimento del Karabakh

Il Primo Ministro ha infatti contrapposto apertamente la nuova «Quarta Repubblica» alla Terza Repubblica sorta alla fine dell’Unione Sovietica. Quest’ultima affondava le proprie radici nel movimento del Karabakh, nato nel 1988, che sarebbe diventato una delle forze decisive del processo di emancipazione nazionale armeno [3].

Pashinyan riconosce che praticamente l’intera classe politica armena delle generazioni precedenti e intermedie è nata da quell’esperienza. Vi include anche sé stesso. Ma afferma che proprio da quella matrice sarebbe derivata una concezione dello Stato fondata sulla ricerca della «giustizia storica» e sulla logica del conflitto. La sua «Quarta Repubblica» dovrebbe nascere invece dalla «logica della pace».

La distinzione è politicamente potente, ma pone una domanda inevitabile: la pace richiede davvero di separare l’Armenia contemporanea dalla memoria politica dell’Artsakh?

La questione non è puramente terminologica. Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e l’esodo totale della popolazione armena autoctona dell’Artsakh, Erevan ha progressivamente escluso la questione del ritorno degli Armeni nella loro terra ancestrale dalla propria agenda politica. Pashinyan ha ripetutamente presentato come priorità la sicurezza e la sopravvivenza della Repubblica di Armenia entro i suoi confini riconosciuti internazionalmente.

È una scelta politica comprensibile nella sua aspirazione a evitare una nuova guerra. Ma pace e memoria non sono necessariamente termini contrapposti. E soprattutto il riconoscimento dei diritti degli Armeni espulsi dall’Artsakh con la forza militare azera, non equivale automaticamente a una rivendicazione territoriale o a un progetto di guerra.

È quanto abbiamo sottolineato ancora il 14 agosto [4], riferendo dello scontro avvenuto nell’Assemblea Nazionale armena proprio sul diritto al ritorno: trasformare la memoria dell’Artsakh o la richiesta di tutela dei diritti dei suoi abitanti in un ostacolo alla pace significa accettare una falsa alternativa. Si può rinunciare alla guerra senza rinunciare al diritto.

Anche la Chiesa entra nella costruzione della «nuova Armenia»

Ma il programma 2026-2031 contiene un secondo elemento che rende ancora più evidente la profondità della trasformazione progettata da Pashinyan. La rimozione di Sua Santità Karekin II non è più soltanto un obiettivo dichiarato dal Primo Ministro o dal partito di governo Contratto Civile. È entrata nel programma ufficiale del governo della Repubblica. La questione viene collocata significativamente sotto il capitolo della «sicurezza spirituale».

Secondo il documento, occorrerebbe impedire «tentativi da parte di forze esterne di trasformare la Santa Chiesa Apostolica Armena in una base per la guerra ibrida» e ricondurre la Chiesa entro quello che il governo considera il suo autentico quadro canonico.

Il primo passaggio previsto consiste nel «garantire la rimozione – il pensionamento – del capo di fatto» della Chiesa Apostolica Armena. Il documento non utilizza in quel passaggio il nome di Karekin II, ma non vi sono dubbi sull’identità del destinatario.

Dovrebbe quindi essere eletto, secondo le procedure ecclesiastiche, un *locum tenens* incaricato di guidare temporaneamente la Chiesa. Successivamente dovrebbe essere adottato un nuovo statuto ecclesiastico, con disposizioni riguardanti, tra l’altro, la trasparenza finanziaria e la condotta del clero, per arrivare infine all’elezione di un nuovo Catholicos di Tutti gli Armeni. Il programma prevede inoltre l’inclusione degli ecclesiastici nel sistema statale delle garanzie sociali e nuove misure riguardanti la trasparenza finanziaria della Chiesa.

Quando uno Stato programma la successione di un Catholicos

È precisamente questo il punto che rende il passaggio del 20 agosto particolarmente delicato. Non siamo più davanti soltanto a un Primo Ministro che critica il capo di una Chiesa o ne chiede pubblicamente le dimissioni. Un governo civile inserisce nel proprio programma quinquennale un percorso che prevede la rimozione del capo di una comunità religiosa, la gestione della fase di transizione e l’arrivo all’elezione del suo successore.

Naturalmente il governo sostiene che ciascuno dei passaggi propriamente ecclesiastici dovrà essere compiuto secondo le procedure canoniche. Rimane tuttavia una questione fondamentale: può essere il potere politico a stabilire come proprio obiettivo programmatico il risultato al quale quelle procedure dovrebbero condurre? È l’interrogativo che accompagna da mesi la nostra copertura dello scontro tra il governo Pashinyan e la Santa Sede di Etchmiadzin.

Il 2 agosto abbiamo raccontato l’apertura della IX legislatura senza il Catholicos, escluso per la prima volta dalla seduta inaugurale dell’Assemblea Nazionale [5]. Il 5 agosto abbiamo definito il procedimento penale contro Karekin II e altri alti prelati uno «spartiacque» nei rapporti tra Stato e Chiesa [6]. Nei giorni successivi abbiamo seguito l’avvio del processo e la ricusazione del giudice, tornando sulla domanda essenziale: può uno Stato civile decidere chi debba essere vescovo e, a maggior ragione, chi debba guidare una Chiesa [7]? Con il programma 2026-2031 del governo armeno, quella domanda diventa ancora più urgente.

La «sicurezza spirituale» e il nemico esterno

Il governo armeno giustifica il proprio intervento anche con la necessità di proteggere la Chiesa Apostolica Armena da influenze straniere e dal rischio che venga utilizzata come strumento di «guerra ibrida».

Il programma non indica esplicitamente quale sarebbe la potenza straniera responsabile. Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Vahagn Aleksanyan, esponente di Contratto Civile, ha tuttavia lasciato pochi dubbi sulla direzione dell’accusa. Interpellato sulla questione, ha richiamato il caso dell’Arcivescovo Yezras Nersisyan, fratello del Catholicos e Primate della Diocesi di Russia e Nuovo Nakhichevan, facendo riferimento a un documento pubblicato il 2 dicembre 2025 da Civic.am, organo vicino a Contratto Civile, secondo il quale l’Arcivescovo Nersisyan sarebbe stato reclutato dal KGB sovietico negli anni Ottanta.

«I nostri cittadini sanno benissimo di quale Paese stiamo parlando», ha affermato Aleksanyan. L’allusione alla Russia è evidente. Ma anche qualora accuse di collaborazione individuale con servizi stranieri venissero provate, resterebbe da dimostrare come esse possano legittimare un programma governativo volto a determinare il ricambio della suprema autorità di un’intera Chiesa.

Pashinyan: la Chiesa sarebbe uscita dal quadro canonico

Pashinyan non arretra. Parlando del Catholicos ancora una volta con il nome di battesimo, Ktrich Nersisyan, il Primo Ministro ha sostenuto che sotto la sua guida la Chiesa Apostolica Armenia sarebbe stata portata fuori dal proprio ordinamento canonico. «La Chiesa, per mano di Ktrich Nersisyan, è stata estromessa dal quadro canonico, e qui c’è un programma che deve essere affrontato», ha dichiarato, ricordando che il progetto figurava già nel programma elettorale di Contratto Civile e che ora è entrato nel programma di governo.

Proprio qui emerge una contraddizione difficilmente eludibile. Se il problema è riportare la Chiesa Apostolica Armena entro il proprio ordinamento canonico, chi stabilisce che cosa sia canonico: la Chiesa oppure il governo?

Lo Stato può e deve intervenire quando vengono commessi reati previsti dalla legge, garantendo naturalmente un processo equo. Può esigere il rispetto delle norme civili applicabili alle istituzioni religiose. Può disciplinare gli aspetti fiscali e amministrativi che appartengono alla propria competenza.

Ma la scelta dei vescovi, la disciplina interna, l’interpretazione delle norme canoniche e soprattutto l’elezione del Catholicos appartengono a un’altra sfera. Ed è proprio il confine tra queste due sfere che oggi appare sempre più sottile in Armenia.

Un solo progetto: riscrivere l’identità della Repubblica?

È difficile, a questo punto, considerare separatamente i due capitoli del programma.

Da una parte Pashinyan proclama superata la Repubblica nata dal movimento del Karabakh e annuncia una «Quarta Repubblica» fondata sulla «Armenia reale». Dall’altra il suo governo assume come obiettivo ufficiale la sostituzione del Catholicos e la trasformazione della Chiesa Apostolica Armena in nome della «sicurezza spirituale».

La Repubblica di Artsakh e la Santa Sede di Etchmiadzin sono realtà profondamente diverse. Ma entrambe appartengono alla memoria storica e all’identità nazionale armena ben prima dell’attuale Repubblica.

La Chiesa Apostolica Armena, in particolare, ha custodito per secoli lingua, cultura, memoria e coscienza nazionale durante lunghissimi periodi nei quali uno Stato armeno indipendente non esisteva. Per questo il rapporto tra Chiesa e nazione armena non può essere letto semplicemente attraverso le categorie occidentali contemporanee del rapporto tra governo e confessioni religiose. Ed è forse qui che si trova la questione più profonda posta dalla proclamazione della «Quarta Repubblica».

Ogni generazione ha il diritto di ridefinire le priorità politiche del proprio Paese. Gli Armeni hanno certamente il diritto di desiderare la pace dopo decenni di guerre, lutti e instabilità. Nessuno può ragionevolmente chiedere loro di vivere indefinitamente nella logica del conflitto. Ma costruire la pace non significa necessariamente riscrivere il passato.

La pace non richiede che l’Artsakh diventi «non reale». Non richiede che il diritto al ritorno degli sfollati venga dimenticato. Non richiede che la memoria storica sia trasformata in una minaccia politica. E soprattutto non attribuisce allo Stato il diritto di decidere quale debba essere la guida spirituale di una Chiesa.

La vera prova della «Quarta Repubblica» annunciata da Nikol Pashinyan sarà dunque questa: capire se la «Armenia reale» saprà essere uno Stato finalmente pacificato e sicuro senza diventare un’Armenia privata di una parte della propria memoria. Perché uno Stato può certamente aprire una nuova fase della propria storia. Ma nessun programma quinquennale può decretare che la storia precedente abbia cessato di essere reale.

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Giardino d’Erevan, lo square lungo la Senna intitolato in omaggio al genocidio armeno (SortirParis 20.08.26)

Lungo le rive della Senna a Parigi, il giardino di Erevan è tra le tappe della passeggiata verde offerta in questa splendida camminata parigina. Un giardino gradevole, battezzato in memoria e in omaggio agli Armeni.

Passeggiando lungo i moli della Senna, di fronte al giardino galleggiante Nikki de Saint-Phalle, accanto alla passeggiata del Cours de la Reine, il Giardino di Erevan è particolarmente riconoscibile per la grande statua che vi campeggia. Intitolato alla capitale della repubblica d’Armenia (un Paese transcontinentale dell’Eurasia, che confina con la Georgia, l’Azerbaijan, l’Iran e la Turchia), il Giardino di Erevan propone una passeggiata bucolica tra i grandi platani e offre una vista mozzafiato sulla Dama di Ferro.

Il Giardino ha una peculiare particolarità: una enorme statue di Komitas (inaugurata nel 2003), un compositore e musicologo armeno rifugiatosi a Parigi durante il genocidio che colpì il suo popolo nel XX secolo. Il giardino è d’altronde intitolato in omaggio alle 1.500.000 vittime del genocidio armeno del 1915, perpetrato all’interno di quello che fu l’Impero ottomano. Inizialmente parte della passeggiata Albert 1er, il giardino fu rinominato in onore dell’Armenia nel 2009 in presenza di personalità armene molto note ai francesi, come Charles Aznavour.

Le Jardin d’Erevan, un coin tranquille le long des quais de Seine

Le Jardin d’Erevan, un coin tranquille le long des quais de Seine

Il Giardino d’Erevan è aperto 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno. È piacevole venire qui a leggere un libro, fare un picnic sul prato nelle belle giornate, una sosta su una delle panchine predisposte, e godere della vista delle bateaux-mouches e delle altre chiatte che solcano la Senna, con la Torre Eiffel sullo sfondo!

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Mentre l’Armenia tace sull’Artsakh per non disturbare la pace, Baku porta in Europa l’«Azerbaigian occidentale». A Stoccolma anche Yerevan diventa «terra azera» (Korazym 20.08.26)

Mentre in Armenia si cerca di abbassare il tono su tutto ciò che potrebbe essere interpretato come un ostacolo al processo di pace con l’Azerbaigian, a Baku accade esattamente il contrario. La questione dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e persino il diritto al ritorno degli Armeni costretti a lasciare la loro terra, vengono trattati a Yerevan con crescente prudenza. Dall’altra parte del confine, invece, continua ad essere promossa, anche attraverso strutture dello Stato e rappresentanze diplomatiche, la narrazione del cosiddetto «Azerbaigian occidentale»: un’espressione con la quale viene indicato territorio appartenente alla sovrana Repubblica di Armenia. L’ultimo episodio arriva da Stoccolma. Non da Baku, dunque, ma dal cuore dell’Europa.

 

A Stoccolma Yerevan – la mia patria che vive nel mio cuore

L’11 agosto 2026, nella capitale svedese, è stato presentato il libro della ricercatrice azera Zarifa Haqverdiyeva, specialista senior del dipartimento di ricerca sui manoscritti dell’Azerbaigian occidentale e del Karabakh presso l’Istituto dei Manoscritti Muhammad Fuzuli dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, dal titolo İrəvan – qəlbimdə yaşayan yurdum, traducibile come Yerevan – la mia patria che vive nel mio cuore, pubblicato il 1° giugno 2026 dal Consiglio Scientifico dell’Istituto.

Non si è trattato semplicemente della presentazione privata di un volume. Secondo quanto riferisce lo stesso Comitato statale della Repubblica dell’Azerbaigian per il lavoro con la diaspora [1], l’iniziativa è stata realizzata con il sostegno del Comitato e dell’Ambasciata della Repubblica dell’Azerbaigian nel Regno di Svezia e organizzata dalla Sweden-Azerbaijan Union.

La fonte ufficiale azera presenta l’evento come un’iniziativa volta a conservare la «memoria nazionale», le «verità storiche» e l’amore per la «terra natale». È proprio qui che una presentazione apparentemente culturale assume una rilevanza politica.

Il libro, già presentato nel giugno scorso dall’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian, descrive infatti Yerevan come un’«antica città azera». La capitale della Repubblica di Armenia viene così inserita nel più vasto sistema narrativo che Baku identifica ormai sistematicamente con il cosiddetto «Azerbaigian occidentale».

Non è una definizione geografica

Il problema non consiste nel ricordare che popolazioni azere abbiano vissuto nel territorio dell’attuale Armenia, né nel riconoscere il dramma degli Azeri che lo hanno dovuto abbandonare durante le violenze e gli spostamenti di popolazione che hanno accompagnato il conflitto armeno-azero. La memoria delle sofferenze delle popolazioni civili non dovrebbe mai essere negata, da nessuna delle due parti.

Il problema nasce quando una memoria storica viene trasformata in una categoria geopolitica applicata al territorio sovrano di un altro Stato. E «Azerbaigian occidentale» non è un’espressione occasionale. Il Presidente azero Ilham Aliyev ha dichiarato esplicitamente, che quello che definisce «Azerbaigian occidentale» sarebbe «la nostra terra storica» e ha indicato come obiettivo il ritorno degli Azeri nei territori dell’attuale Armenia. Nel dicembre 2022, incontrando esponenti della cosiddetta Comunità dell’Azerbaigian Occidentale, Aliyev affermò inoltre che, una volta «risolto» il conflitto del Karabakh, la questione del ritorno nell’«Azerbaigian occidentale» sarebbe entrata nell’agenda. Parole che acquistano oggi un significato particolare.

Nel settembre 2023 l’Azerbaigian ha infatti conquistato militarmente l’intero territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, e praticamente tutta la sua popolazione armena autoctona è stata costretta ad abbandonarlo [2]. La questione che Aliyev aveva indicato come successiva a quella del Karabakh non è scomparsa. Al contrario, continua ad essere sviluppata.

Una «Comunità» e un «Concetto di ritorno»

Nel 2022 la precedente Society of Azerbaijani Refugees è stata ridenominata Western Azerbaijan Community (Comunità dell’Azerbaigian Occidentale).

Nel gennaio 2023 è stato quindi approvato un vero e proprio Concept of Return (Concetto di ritorno), che definisce un programma per il ritorno degli Azeri nel territorio dell’attuale Repubblica di Armenia. Baku insiste sul carattere pacifico e umanitario di questa rivendicazione e respinge l’accusa che essa nasconda pretese territoriali. Ancora nel maggio 2025 Aliyev affermava che il ritorno degli «Azerbaigiani occidentali» non implica rivendicazioni territoriali nei confronti dell’Armenia.  Il problema, tuttavia, non è soltanto ciò che Baku dichiara di non voler fare. È il linguaggio con il quale costruisce la premessa della propria rivendicazione.

Se il territorio sovrano di un Paese vicino viene sistematicamente descritto come propria «terra storica», se la sua capitale viene presentata come antica città azera e se questa rappresentazione viene diffusa attraverso istituzioni statali, università, organismi della diaspora e rappresentanze diplomatiche, la distinzione tra rivendicazione umanitaria e rivendicazione geopolitica diventa inevitabilmente problematica.

Pashinyan: chiamano così il 60-70% dell’Armenia

Lo stesso Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha spiegato con particolare chiarezza la ragione della preoccupazione di Yerevan. Nel marzo 2025, intervistato da giornalisti turchi, osservò che l’Azerbaigian chiama «Azerbaigian occidentale» circa il 60-70% del territorio sovrano della Repubblica di Armenia. Per questo, secondo Pashinyan, la questione non può essere trattata semplicemente come un problema relativo al ritorno dei rifugiati.

Già al Forum della Pace di Parigi del novembre 2023 Pashinyan aveva utilizzato parole ancora più nette. Secondo il Primo Ministro armeno, il concetto del cosiddetto «Azerbaigian occidentale» costituisce la preparazione ideologica di un possibile nuovo conflitto contro l’Armenia ed è promosso nelle scuole, nelle università e nei mezzi d’informazione azeri.

La valutazione di Yerevan può naturalmente essere contestata da Baku. Ma il fatto che una delle due parti percepisca come una minaccia territoriale una narrazione promossa dall’altra dovrebbe essere sufficiente, in un autentico processo di pace, per indurre almeno a una prudenza terminologica. Accade invece il contrario.

Una narrazione che esce dai confini dell’Azerbaigian

Il punto più significativo dell’evento di Stoccolma è proprio questo. La narrazione non rimane confinata al dibattito interno azero. Viene esportata. Non è neppure la prima volta. Le strutture legate alla Comunità dell’Azerbaigian Occidentale hanno esplicitamente indicato l’importanza di portare queste tesi all’opinione pubblica europea. Eventi analoghi sono stati organizzati anche all’estero con il coinvolgimento di rappresentanze diplomatiche azere.

A Stoccolma il passaggio appare particolarmente evidente: una capitale europea diventa il luogo nel quale, sotto forma di iniziativa culturale, viene presentata una lettura storica che definisce Yerevan — capitale di uno Stato sovrano internazionalmente riconosciuto — come patria azera. Non significa che la presentazione di un libro equivalga a una dichiarazione di guerra o che ogni ricostruzione della presenza storica azera in Armenia debba essere censurata. Sarebbe una conclusione tanto semplicistica quanto sbagliata. Significa però che occorre chiamare le cose con il loro nome e osservare il contesto nel quale vengono collocate.

Ne parliamo da anni

Su questo Blog dell’Editore di Korazym.org seguiamo da tempo questa evoluzione.

Già 11 febbraio 2022, nell’articolo Azerbaigian: la mitologia storiografica come un’arma di epurazione etnica e culturale, avevamo ricordato che nel 2007 il Ministero della Cultura dell’Azerbaigian aveva pubblicato un volume nel quale l’intero territorio della Repubblica di Armenia veniva definito «Azerbaigian occidentale».

Durante il blocco dell’Artsakh abbiamo poi documentato ripetutamente la crescente presenza di questa espressione nel discorso politico e mediatico azero. Dopo l’esodo forzato degli Armeni dell’Artsakh nel settembre 2023, abbiamo continuato a porre una domanda semplice: se Baku considera chiusa la questione del Karabakh, perché contemporaneamente costruisce una narrazione che guarda oltre i propri confini internazionalmente riconosciuti?

Il 17 gennaio scorso, nell’articolo La “pace” azero-turca per l’Armenia, osservavamo ancora che una pace autentica sarà possibile quando si abbandoneranno il linguaggio della minaccia e le narrazioni territoriali incompatibili con la fiducia reciproca.

La presentazione di Stoccolma dimostra che la questione rimane aperta.

Due linguaggi diversi della «pace»

Ed è questo che rende particolarmente evidente il contrasto con quanto sta accadendo oggi in Armenia. Come abbiamo riferito il 14 agosto nell’articolo Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra, a Yerevan persino l’idea che lo Stato armeno debba indicare come proprio obiettivo il ritorno degli Armeni nell’Artsakh viene considerata da esponenti della maggioranza come potenzialmente incompatibile con il processo di pace.

Si può condividere o meno questa strategia. È comprensibile che un Paese uscito sconfitto dalla guerra e sottoposto a una fortissima pressione geopolitica cerchi di evitare qualunque parola che possa essere utilizzata per riaprire il conflitto. Ma proprio per questo il contrasto diventa difficile da ignorare.

Da una parte, agli Armeni sfollati con la forza dall’Artsakh viene chiesto sostanzialmente di non trasformare il loro diritto al ritorno in un obiettivo politico dello Stato, perché ciò potrebbe compromettere la pace.

Dall’altra, l’Azerbaigian sostiene apertamente il «ritorno» degli Azeri nell’attuale Armenia, istituisce organizzazioni dedicate a questo obiettivo, elabora un «Concetto di ritorno», parla di Yerevan come terra storicamente azera e porta questa narrazione nelle capitali europee con il sostegno delle proprie strutture statali e diplomatiche.

La contraddizione merita almeno di essere vista. Perché la pace non consiste nel silenzio di una parte e nella libertà narrativa dell’altra. E non può essere costruita chiedendo a chi ha perduto l’Artsakh di dimenticare il proprio passato mentre chi lo ha conquistato continua a riscrivere il futuro geografico del vicino.

Se davvero Armenia e Azerbaigian vogliono chiudere la stagione della guerra, il riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale non può restare soltanto una formula nei documenti diplomatici. Deve diventare anche un linguaggio. E chiamare Yerevan «Azerbaigian occidentale» non aiuta la pace. Nemmeno quando lo si fa presentando un libro a Stoccolma.

[1] Sito del Comitato statale della Repubblica di Azerbaigian per il lavoro con la diaspora, 11 agosto 2026: Stokholmda Qərbi Azərbaycan haqqında kitabın təqdimatı olub (A Stoccolma è stato presentato un libro sull’Azerbaigian occidentale).

[2] Indice – #ArtsakhBlockade.

Foto di copertina: Yerevan con il Monte Ararat sullo sfondo (Foto di Serouj Ourishian).

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Armenia, processo al Catholicos Karekin II: lo scontro tra governo e Chiesa entra in tribunale (Marx21 19.08.26)

Bratislava–Etchmiadzin, 7 agosto 2026

Il 7 agosto 2026 resterà probabilmente segnato come uno spartiacque nella storia della Repubblica di Armenia. Per la prima volta dall’indipendenza, il Catholicos di Tutti gli Armeni, Karekin II, è chiamato a rispondere in sede penale insieme ad altri sei alti prelati della Chiesa Apostolica Armena, in un procedimento che trascende la dimensione giudiziaria e diventa il simbolo di una crisi istituzionale senza precedenti tra Stato e Chiesa.

L’udienza di Etchmiadzin

Alle ore 16:00, presso il tribunale di Vagharshapat (Etchmiadzin), si è aperta la prima udienza preliminare del procedimento penale contro il vertice della Chiesa Apostolica Armena. Gli imputati – il Catholicos Karekin II, gli arcivescovi Nathan Hovhannisyan e Haykazun Najaryan, e i vescovi Vahan Hovhannesyan, Edgar Hakobyan, Artur Hakobyan, più un altro alto prelato – sono accusati di aver ostacolato l’esecuzione di una decisione giudiziaria civile relativa al reintegro del vescovo Gevorg Saroyan, destituito dalle autorità ecclesiastiche all’inizio del 2026. In caso di condanna, rischiano fino a due anni di reclusione.

Formalmente, il capo d’imputazione è tecnico: mancata esecuzione di un provvedimento civile. Sul piano sostanziale, tuttavia, il processo è letto come il punto culminante di mesi di tensione tra il governo di Nikol Pashinyan e la leadership di Etchmiadzin.

La cornice politica di una crisi istituzionale

La frattura tra potere politico e autorità religiosa si è aggravata progressivamente nel corso del 2026:

• Il 5 gennaio 2026 il Primo Ministro ha lanciato pubblicamente una “roadmap” di riforma della Chiesa, prevedendo la rimozione del Catholicos, l’elezione di un locum tenens e la creazione di un consiglio di coordinamento con poteri di indirizzo sull’istituzione religiosa.

• Pashinyan ha ripetutamente chiesto le dimissioni di Karekin II, sostenendo che non possa più esercitare il proprio ministero, e il suo partito ha inserito tra gli obiettivi politici la sostituzione del Catholicos entro il 2031.

• Per la prima volta dall’indipendenza, il Catholicos non è stato invitato alla seduta inaugurale della IX legislatura del Parlamento armeno, interrompendo una tradizione consolidata.

• A febbraio 2026 è stato emesso nei confronti di Karekin II un divieto di espatrio, mentre decine di sacerdoti e vescovi sono stati arrestati o sottoposti a procedimenti penali.

Secondo i critici del governo, l’uso dello strumento penale contro il vertice della Chiesa rappresenta un tentativo di indebolire un’istituzione percepita come ostile all’esecutivo e di ridurne l’autonomia in vista di una più ampia riforma del rapporto tra Stato e Chiesa.

Le reazioni della Chiesa e della società civile

La Chiesa Apostolica Armena e le organizzazioni vicine al mondo ecclesiastico denunciano il procedimento come politicamente motivato e come un attacco all’autonomia dell’istituzione religiosa e al suo ruolo storico nella difesa dell’identità nazionale armena. Diversi ambienti ecclesiali sottolineano che le accuse di “ostacolo all’esecuzione di una decisione giudiziaria” nascondono un’interferenza dello Stato in questioni interne alla Chiesa, in particolare sulla gestione dei vescovi e sulla disciplina canonica.

Organizzazioni per i diritti umani, comitati civili e gruppi di sostegno stanno preparando appelli e lettere per denunciare quello che definiscono un grave precedente per la libertà religiosa e l’indipendenza delle istituzioni spirituali in Armenia.

L’appello degli ex politici slovacchi

Nello stesso giorno dell’udienza, un gruppo di ex esponenti politici di alto livello della Slovacchia ha rivolto un appello al primo ministro armeno Nikol Pashinyan, chiedendogli di rispettare i principi democratici, lo Stato di diritto e l’indipendenza della Chiesa Apostolica Armena.

La lettera, indirizzata a Pashinyan tramite il Forum of Armenian Associations of Europe (FAAE), è firmata da quattro importanti ex rappresentanti delle istituzioni slovacche: l’ex primo ministro Ján Čarnogurský, gli ex presidenti del Consiglio nazionale František Mikloško e Pavol Hrušovský, nonché l’ex vicepremier e commissario europeo Ján Figeľ.

Nel documento, i firmatari richiamano i loro legami storici e personali con l’Armenia e sottolineano la centralità della Chiesa Apostolica Armena per l’identità nazionale e il patrimonio spirituale del Paese. Esprimono «profonda preoccupazione» per gli sviluppi politici in Armenia, evocando l’esperienza della Cecoslovacchia comunista, quando vescovi e altri esponenti della Chiesa cattolica furono sottoposti a persecuzioni giudiziarie e detenzione.

Secondo i firmatari, qualsiasi iniziativa percepita come un attacco alla leadership della Chiesa potrebbe suscitare preoccupazione tra gli amici e i partner internazionali dell’Armenia. L’appello collega esplicitamente la questione al percorso europeo dell’Armenia: il rispetto del pluralismo, della giustizia, dei diritti fondamentali e dei principi democratici è particolarmente importante mentre Yerevan dichiara di voler approfondire i rapporti con l’Unione europea e proseguire sulla strada dell’integrazione europea.

Il significato simbolico del processo

La vicenda di Karekin II ha ormai superato la dimensione strettamente giudiziaria: è diventata il simbolo di una battaglia più ampia sul futuro dell’Armenia, sul ruolo della Chiesa nella società e sui limiti del potere politico. Per molti osservatori, il processo di Etchmiadzin segna uno spartiacque nella storia recente del Paese, perché mette in gioco non solo la sorte di un leader religioso, ma il modello stesso di relazioni tra Stato e istituzione religiosa in una nazione che si considera la prima cristiana al mondo.

Se il processo dovesse concludersi con condanne pesanti, il rischio è un ulteriore inasprimento della polarizzazione sociale e una crisi di legittimità per le istituzioni; se invece si aprisse una via di mediazione, potrebbe delinearsi un nuovo equilibrio, ma al momento le posizioni appaiono molto distanti.

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Russia, ultimatum all’Armenia: scelga entro dicembre tra Ue e Unione eurasiatica (Euronews 16.08.26)

Il ministero degli Esteri russo ha chiesto all’Armenia di tenere entro dicembre un referendum: restare nell’UEE o entrare nell’UE. Mosca, indebolita nel Caucaso meridionale, teme il corso filo europeo di Erevan e minaccia di tagliare petrolio e gas all’ex principale alleato

Il ministero degli Esteri russo ha lanciato un ultimatum all’Armenia, chiedendo al Paese di organizzare entro dicembre di quest’anno un referendum nazionale in cui i cittadini armeni decidano se l’Armenia debba entrare nell’Unione europea (UE) o restare membro dell’Unione economica eurasiatica (UEE).

Lo ha reso noto il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin. Ha precisato che la scelta della data è legata al fatto che a dicembre si terrà una riunione dei membri dell’UEE. In quell’occasione i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan discuteranno “le possibili conseguenze della sospensione, nei confronti dell’Armenia, dell’applicazione del Trattato sull’UEE“, ha aggiunto Galuzin.

“È evidente che, se entro quel momento l’appello a indire un referendum non sarà stato ascoltato, i leader terranno conto di questo fatto nel definire i successivi passi congiunti”, ha dichiarato il vice ministro in un’intervista all’agenzia di stampa statale.

Nello stesso giorno il deputato del partito di governo armeno “Contratto civile”, Sargis Khandanyan, ha dichiarato che un referendum del genere non può essere organizzato “su una questione che semplicemente non si pone”. “L’adesione dell’Armenia è nell’interesse sia del nostro Paese sia degli Stati membri dell’UEE” e che “l’Armenia continuerà a dare un contributo politico e finanziario alla sua attività”, ha assicurato il parlamentare.

L’Armenia vuole “creare un’alternativa”

La scorsa primavera in Armenia è stata approvata una legge sull’avvio del processo di adesione all’Unione europea. Tuttavia, l’approvazione di questa legge non implica la presentazione di una domanda ufficiale di adesione alla comunità.

Nonostante ciò, lo slogan dell’integrazione europea è stato uno dei principali nella campagna elettorale del partito del primo ministro Nikol Pashinyan, “Contratto civile”, che ha vinto le elezioni parlamentari del giugno di quest’anno, superando l’opposizione filorussa.

“La Repubblica d’Armenia continuerà a portare avanti le riforme necessarie per soddisfare i criteri di adesione all’Unione europea finché non avrà pienamente rispettato tali criteri. Quando l’Armenia avrà soddisfatto questi criteri, l’adesione all’UE diventerà una decisione politica e dipenderà dal fatto che l’UE sia pronta ad accoglierla”, affermava Pashinyan (fonte in russo) presentando il programma del suo partito.

Allo stesso tempo sottolineava che questi piani hanno un “carattere teorico” e che l’Armenia conta, pur avvicinandosi all’UE, di restare nell’UEE finché ciò sarà possibile.

Il 7 agosto Pashinyan ha partecipato a un vertice dei membri dell’Unione economica eurasiatica in Kirghizistan, dove è stato sollevato il tema della doppia appartenenza dell’Armenia ai due blocchi. Il capo del governo armeno ha dichiarato che il Paese cerca di “creare un’alternativa. Sappiamo che non è possibile essere contemporaneamente nell’UEE e nell’UE. Ma il semplice fatto di aver approvato una legge sull’adesione all’UE non significa che oggi l’Armenia abbia la possibilità di diventarne membro”.

Ha inoltre definito il rafforzamento della cooperazione con i Paesi dell’UEE una delle priorità del nuovo governo e ha promesso che sarà sancito nel suo programma.

Nonostante il rafforzamento del partenariato con l’Europa e il ampio pacchetto di misure economiche e politiche di sostegno, di cui la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha parlato durante la visita di luglio a Yerevan, le prospettive di ingresso dell’Armenia nel blocco europeo restano per il momento molto incerte. Nel frattempo l’economia della repubblica è legata agli accordi dell’UEE sul commercio e sull’accesso ai mercati dei Paesi membri del blocco.

Ed è su queste leve che preme il Cremlino, cercando di riportare l’ex alleato strategico nella propria sfera di influenza.

“Divorzio intelligente” o “scenario Ucraina”

Ad aprile Putin ha ricevuto Pashinyan al Cremlino, facendogli capire che Mosca non tollererà un avvicinamento tra Yerevan e Bruxelles e, davanti alle telecamere, ha minacciato il premier armeno di un riesame delle condizioni dei contratti sul gas.

Ciononostante, già a maggio l’Armenia ha ospitato il vertice della Comunità politica europea con la partecipazione di diversi leader del continente, tra cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, cosa che ha irritato in modo particolare il Cremlino.

In quell’occasione Vladimir Putin ha anche avanzato l’idea di un referendum in Armenia sull’adesione all’UE.

“Sarebbe del tutto logico tenere un referendum e chiedere ai cittadini armeni quale sarà la loro scelta. In base a ciò trarremmo le nostre conclusioni e sceglieremmo la via di un divorzio morbido, intelligente e reciprocamente vantaggioso”, ha detto il presidente russo.

Il leader russo ha però accompagnato il suo suggerimento con un riferimento alla guerra in Ucraina che, a suo dire, è iniziata con il tentativo di quel Paese di diventare membro dell’Unione europea. “Vediamo tutti che cosa sta accadendo ora con l’Ucraina. Ma da che cosa è cominciato tutto? Dal tentativo dell’Ucraina di entrare nell’UE”, ha affermato Putin.

“Non entreremo in una guerra di parole con la Russia, difenderemo con calma le posizioni dell’Armenia”, ha risposto allora il premier armeno, precisando di non vedere la necessità di un referendum.

Subito dopo le elezioni in Armenia, la Russia ha iniziato ad introdurre gradualmente “limitazioni temporanee” alle importazioni di prodotti armeni. A Yerevan questi passi sono stati criticati come contrari alla base giuridico-contrattuale dei rapporti tra le due parti. Nikol Pashinyan ha affermato che tali misure “alimentano in Armenia una percezione negativa dell’UEE”.

I media armeni scrivono che il passo successivo di Mosca, oltre alle misure su commercio ed export e alle forniture di gas e petrolio, potrebbe essere la limitazione dei collegamenti aerei e dei flussi turistici tra i due Paesi, nonché un irrigidimento della politica migratoria nei confronti dei cittadini armeni.

Il passato e il perdono. Fanno il deserto e la chiamano pace. Ma da Oriente è sorta una luce (Korazym 15.08.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.08.2024 – Renato Farina] – Cari amici italiani, vi scrivo dal lago, nel cuore dell’estate. Il Sevan in agosto è colmo di luce fino all’orlo, come un calice che nessuno osa portare alle labbra. Le mie trote se ne stanno in basso, dove l’acqua resta fredda: hanno più giudizio di molti governi. So che parecchi di voi leggeranno queste righe a Rimini, nei giorni del vostro Meeting. Ve ne porto una manciata dal Caucaso, con un po’ di collera in omaggio.

Qui, grazie a Dio, non si versa sangue. Lo scrivo e mi faccio il segno della croce: non è poco, non è scontato. Ma attenti alla parola pace. Il più antico Tucidide aveva fissato la legge del mondo facendo parlare gli Ateniesi davanti ai vinti di Melo: i forti fanno quello che possono, i deboli patiscono quello che devono. Cinque secoli dopo Tacito mise in bocca a un capo dei Britanni il giudizio definitivo sugli imperi: «Fanno il deserto e la chiamano pace». In mezzo, tra il greco e il romano, era accaduto qualcosa che nessuno dei due seppe: Cristo era risorto. Una luce era sorta a Oriente, tremolante e irresistibile. È la stessa che arde oggi nel cuore armeno, custodita dalla Fede di un piccolo grande resto. Il deserto lo fabbricano gli imperi. La luce no: quella non la fabbrica nessuno, arriva.

Due fatti di questa estate, visti dalla riva del mio lago.

Il primo. Dopo più di un secolo di silenzio calcolato, nel giugno 2026 il Governo israeliano ha riconosciuto formalmente il Genocidio armeno [1]. Ha pronunciato la parola giusta. Per la ragione sbagliata: fare dispetto alla Turchia, che parla di genocidio a Gaza, che dilaga in Siria, che è diventata «il prossimo problema». E il nostro Premier Pashinyan, invece di tacere e incassare, ha reagito gelido: strumentalizzazione, uso del nostro genocidio come arma. Ha detto una cosa vera nel modo più falso. Io, Molokano, mi gratto la barba: una verità pronunciata per dispetto è ancora una verità? «Un pezzo di verità non è mai la verità», insegna Vasilij Grossman, me lo ha ricordato lo scritto di un filosofo vostro, Giovanni Maddalena. Ecco: da Gerusalemme è arrivato un pezzo di verità. Monco, interessato, tardivo. Ma i morti non fanno gli schizzinosi: da un secolo aspettano che qualcuno li chiami per nome, e ogni nome pronunciato è una pietra tolta dalla loro fossa senza lapide.

Il secondo fatto ha un nome e un cognome: Ruben Vardanyan. Era Ministro di Stato dell’Artsakh, il Nagorno-Karabakh svuotato dei suoi centoventimila Armeni nel settembre 2023 e aggregato con la forza all’Impero turcomanno, con la complicità di Israele che armava Baku, dell’Europa brava in chiacchiere, della Russia che guardava altrove, della sciagurata acquiescenza di Erevan. Fu preso il 27 settembre 2023 al posto di blocco sul Corridoio di Berdzor, mentre usciva insieme al suo popolo in fuga. A febbraio un tribunale militare gli ha inflitto vent’anni, al termine di un processo che chiamare farsa è un complimento. Con lui sono ostaggi altri quindici dirigenti. Ma ora, per la prima volta, i suoi avvocati hanno strappato a Baku la sentenza scritta, e nelle prossime settimane porteranno l’Azerbaigian davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. La Corte intanto ha ordinato al regime di consegnare entro il 31 agosto le sentenze degli altri quindici [2]. Segnatevi la data, amici: il 31 agosto, mentre ancora il vostro cuore porterà il fremito dell’incontro con il Papa. «Se non le forniranno nemmeno alla Corte europea, avverte l’avvocata Siranush Sahakyan, saremo davanti a una nuova categoria di violazioni dei diritti umani». Il dittatore Aliyev, onorato dall’Europa e da Trump, è in realtà un uomo estenuato dalla propria menzogna: deve nasconderla ogni giorno, ed è fatica da bestie. Il mio Avatar italiano conobbe quelle aule di Strasburgo tanti anni fa, per un’altra ascia e un altro eroe di cartone: sa che la giustizia europea è lenta, miope, spesso imbelle. Eppure quelle istituzioni, segnate in fondo, lo sappiano o no, dal segno Cristiano, custodiscono ciò che Tucidide non conosceva: il diritto che raddrizza i torti della forza. Il tavolo dove i deboli non devono soltanto patire, e dove la menzogna deve presentarsi con i documenti.

C’è una frase incisa all’ingresso di Dachau, tradotta in decine di lingue. L’ha scritta George Santayana, filosofo ispano-americano: chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo. Io la spingo più a fondo: il passato non giudicato si ripeterà. Non basta ricordare, bisogna giudicare. Senza giudizio di verità non c’è cambiamento: c’è solo l’intervallo tra due tragedie. La verità, anche amara, anche monca, anche detta per dispetto, rende liberi. L’occultamento no: prepara il deserto, e sappiamo già come poi lo chiameranno.

Sulla croce fu detta la parola più alta: perdona loro, perché non sanno quello che fanno. Il Molokano la ripete ogni sera, e ogni sera inciampa: perché questi sanno. Sapevano i contabili del blocco che affamava i bambini dell’Artsakh [3], sanno i giudici militari che scrivono sentenze da non mostrare, sanno i cancellieri d’Europa che firmano contratti sul gas con la penna intinta in quell’inchiostro. Sanno. Eppure bisogna perdonare lo stesso, perché il perdono non è un’assoluzione: è il rifiuto di odiare mentre si esige giustizia, davanti alle corti degli uomini e davanti a Dio. Noi Armeni lo facciamo da più di un secolo. Non muoio neanche se mi ammazzano, diceva il vostro e mio Giovannino Guareschi: ve l’ho già scritto una volta, vale anche stavolta.

Anche oggi infilo un fiore bianco tra i capelli dell’Armenia. E un altro, di nascosto, lo spedisco a Rimini.

Tuo, il Molokano

Questo articolo è stato pubblicato sul numero di agosto 2026 di Tempi in formato cartaceo.

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