Armenia: tra Bruxelles e Mosca cresce la tensione geopolitica (Assadakah 09.05.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – L’Armenia accelera il riavvicinamento all’Unione europea, ma da Mosca arriva un avvertimento sempre più esplicito. Il Cremlino accusa Yerevan di voler “stare seduta su due sedie”, cercando cioè di mantenere contemporaneamente i rapporti strategici con la Russia e di rafforzare l’integrazione con l’Occidente. Una posizione che, secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, “non sarà sostenibile a lungo”.

Le dichiarazioni russe arrivano pochi giorni dopo il primo vertice ufficiale tra Unione europea e Armenia svoltosi a Yerevan, dove Bruxelles ha confermato la volontà di portare le relazioni bilaterali “a un nuovo livello”. Nel documento congiunto firmato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dal presidente del Consiglio europeo António Costa e dal premier armeno Nikol Pashinyan, l’Unione europea ribadisce il proprio sostegno alla “sovranità”, alla “resilienza” e al programma di riforme dell’Armenia, con l’obiettivo dichiarato di avvicinare sempre di più il Paese alle strutture europee.

Mosca osserva con crescente irritazione questo processo. Ushakov ha sottolineato che i benefici economici di cui gode oggi l’Armenia sarebbero legati proprio alla cooperazione con la Russia e alla partecipazione all’Unione Economica Eurasiatica. Secondo il Cremlino, l’attuale crescita armena sarebbe stata favorita dal rapporto privilegiato con Mosca e un allontanamento potrebbe avere conseguenze sulle relazioni bilaterali.

Il vertice di Yerevan, però, ha mostrato una direzione politica ormai piuttosto chiara. Bruxelles e Armenia hanno firmato un partenariato sulla connettività destinato a rafforzare i collegamenti nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale. L’intesa punta anche ad aumentare gli investimenti europei nel Paese e ad approfondire la cooperazione economica e tecnologica, compresi i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali.

L’Unione europea ha inoltre aperto alla possibilità di nuovi sostegni finanziari dopo il 2027 e ha annunciato ulteriori passi nel settore della sicurezza. Tra le novità figurano il rafforzamento della cooperazione con Frontex, il sostegno alla liberalizzazione dei visti e il consolidamento della missione europea già presente in Armenia. Bruxelles ha anche confermato l’assistenza militare alle forze armate armene attraverso lo Strumento europeo per la pace, con forniture già avviate per un valore di 30 milioni di euro.

Nel documento finale, Bruxelles ha espresso sostegno anche al processo di pace tra Armenia e Azerbaijan e alla normalizzazione dei rapporti con la Turchia, insistendo sulla riapertura delle vie di comunicazione regionali nel rispetto della sovranità degli Stati.

Durante il vertice è intervenuto anche il presidente francese Emmanuel Macron, che ha lanciato un duro attacco contro le “logiche imperialiste” presenti nella regione, in un riferimento apparso chiaramente rivolto alla Russia. Macron ha descritto l’Unione europea come un modello alternativo alle logiche di egemonia e ha invocato una “coalizione di Stati indipendenti” fondata sul diritto internazionale.

Le parole del leader francese mostrano quanto il Caucaso meridionale sia ormai diventato uno dei nuovi terreni di competizione geopolitica tra Russia e Occidente. Per anni l’Armenia è stata considerata uno degli alleati più fedeli di Mosca nello spazio post-sovietico. Oggi, invece, Yerevan tenta di ridisegnare i propri equilibri strategici, cercando sponde politiche, economiche e militari in Europa.

Resta però aperta la questione centrale: fino a che punto l’Armenia riuscirà davvero a mantenere questo delicato equilibrio senza rompere definitivamente con Mosca. Per il Cremlino il tempo delle ambiguità sembra avvicinarsi alla fine.

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A cena per un viaggio spazio temporale in Armenia (Mentinfuga 09.05.26)

Nel cuore del Caucaso, incastonata tra Georgia, Azerbaigian, Iran e Turchia, c’è un piccolo paese dalla storia antica: l’ Armenia. Secondo la tradizione biblica è proprio qui, sulla cima del monte Ararat, che si incagliò l’Arca di Noè quando si ritirarono le acque del diluvio universale. Oggi è una terra dolce come gli albicocchi che i suoi abitanti coltivano da migliaia di anni e allo stesso tempo aspra come il profilo dei suoi altopiani. Conta meno di tre milioni di abitanti, anche se gli armeni  nel mondo sono in realtà molti di più. Nel 1915 il feroce genocidio per mano turca contribuì alla loro diaspora, ma la forte identità culturale degli armeni non ne risentì, anzi ne uscì rafforzata.
Per avere un assaggio dello spirito indomito di questo popolo che va a braccetto con la sua calda e generosa ospitalità non sono dovuta arrivare fino in Armenia (anche se, lo ammetto, non mi dispiacerebbe un giorno andarci), mi è bastato viaggiare fino alle porte di Milano, dove è ubicata la bella villa in stile liberty in cui vivono Shake e Samuel.

Appena varcata la soglia della loro casa ho l’impressione di aver attraversato un portale spazio temporale. Mi ritrovo infatti catapultata in un ambiente in cui si respira la storia di una famiglia e del popolo a cui quella famiglia appartiene.
La scelta cromatica dell’arredamento – ciliegio, mogano e ocra sono i colori dominanti – enfatizza  la netta impronta identitaria dei padroni di casa. Strati di ricordi si combinano in un mosaico di oggetti, quadri e fotografie che arricchisce l’atmosfera sorprendentemente senza appesantirla. La luce dei lampadari mi avvolge in un abbraccio gentile e, unitamente al sottofondo jazz, contribuisce a creare uno spazio che riesce a essere insieme intimo e sofisticato.
Ma davvero fuori sta diluviando?

Shake mentre serve
Shake mentre serve @ Francesco Lorusso 2026

L’ impressione di un mondo racchiuso dentro a un altro è fortissima e comune, credo, a tutti i convitati. L’ aperitivo che ci viene offerto non poteva che essere a base di melograno, frutto caro agli armeni per la sua simbologia di vita e rinascita. Da quel momento in poi le pietanze sfilano ininterrottamente davanti ai nostri occhi e sui nostri piatti accompagnati dai racconti di Shake, la cuoca, e da quelli di suo marito Samuel che ci introduce alla conoscenza del vino armeno (non lo sapevo, ma l’Armenia vanta una straordinaria ricchezza di vitigni autoctoni). Ogni sapore racchiude una storia, una tradizione, troppe per poterle ricordare tutte. Dagli zalik – fagottini di sfoglia ripieni di carne o formaggio – agli oruk – polpette di carne e bulghur – fino al piatto principale – riso pilaf con mandorle e ceci abbinato con deliziose polpette di Smirne – per chiudere con una Pakhlava irrorata di miele e una macedonia all’armena, con yogurt e frutta essiccata. Non può mancare ovviamente il caffè e un assaggio del famoso Cognac armeno.
Eppure, benché abbia apprezzato il cibo, a rendere preziosa questa insolita esperienza sono stati gli affabili padroni di casa e i commensali. Alcuni di loro sono amici, altri amici di amici che ho incontrato qui per la prima volta. Malgrado ciò le chiacchiere scivolano via veloci come il vino, nessuno ha fretta di riempire i silenzi che sono solo momenti necessari per assaporare meglio le parole e lasciarle decantare. Del resto ho ormai imparato che l’ingrediente segreto di una cena perfettamente riuscita non è mai il cibo, ma la curiosità, la voglia di allargare un po’ i propri orizzonti, di fare spazio a mondi,  culture ed esperienze differenti. Non è un caso, credo, se la conversazione vira sui viaggi – quelli fatti,  programmati o solamente sognati – oppure sui ricordi che non sono che un’ altra forma di viaggio perché ci si può muovere nello spazio, ma anche nel tempo. Anzi spesso le due dimensioni si intrecciano e confondono in un gioco di specchi e rimandi che ci fa scoprire nuovi o almeno un po’ diversi da come eravamo o pensavamo di essere.

Shake e Sam a cena
Shake e Sam a cena @ Francesco Lorusso 2026

Mentre è già arrivato il momento dei saluti, (forse anche il tempo qua dentro scorre a una velocità diversa) e ognuno si disperde nel buio della sera, mi sovvengono le parole sul significato del viaggio che Italo Calvino mette in bocca a Marco Polo ne Le città invisibili: «L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà».
Heidi Heilegger

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Il trabocchetto sul gas azero che incastra Meloni e UE: “Loro non sono invasori?” | Duranti e Bianchi (RadioRadio 08.05.26)

C’è una domanda che circola tra la gente comune, quella che non frequenta i salotti buoni e non legge le analisi geopolitiche, ma che alla fine del mese si trova il conto dell’energia sul tavolo. La domanda è semplice: perché il governo italiano è andato a comprare gas in Azerbaijan — paese che ha invaso militarmente l’Armenia e si è ripreso il Nagorno-Karabakh con la forza — mentre il gas russo, più economico e già infrastrutturato, resta tabù?

È la domanda che Fabio Duranti e Giorgio Bianchi affrontano ai microfoni di Un Giorno Speciale, partendo da un dettaglio rivelatore: sotto il post ufficiale sul sito di Giorgia Meloni che annunciava la visita a Baku, c’è chi ha chiesto conto di questa scelta. “Sarebbe necessario, come misura di buonsenso, riprendere il gas dalla Russia”, scriveva un utente. “Ci costerebbe cinque volte meno rispetto a quello americano.”

Il Nagorno-Karabakh e il doppio standard

Per capire il paradosso, bisogna fare un passo indietro. Il Nagorno-Karabakh è una regione storicamente abitata da armeni — cristiani ortodossi — che l’Unione Sovietica di Stalin assegnò all’Azerbaijan per ragioni di convenienza politica, creando una frattura destinata a non rimarginarsi. Quando l’Urss è entrata in crisi, quella frattura si è riaperta puntualmente, con cicli di conflitto tra Yerevan e Baku che si ripetono da decenni.

L’ultimo capitolo è recente. Nel 2022, con la Russia impegnata sul fronte ucraino e la sua forza di peacekeeping nell’area di fatto neutralizzata, l’Azerbaijan ha colto l’occasione. “Hanno visto la Russia impegnata su un altro fronte e hanno pensato: hanno da fare”, osserva Bianchi. Prima un’incursione nel territorio armeno vero e proprio — con oltre 7.600 sfollati — poi, nel settembre 2023, un’operazione lampo che ha di fatto liquidato la repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh, sfiancata dal blocco dei corridoi di rifornimento.

Il risultato è che l’Italia oggi compra gas da un paese che ha fatto esattamente quello che viene imputato alla Russia: usare la forza militare per risolvere una questione territoriale. “Noi sull’Ucraina siamo intervenuti a piedi pari”, dice Duranti, “e lì in Azerbaijan no, anzi andiamo col cappello in mano a chiedere quello che dalla Russia non prendiamo a costo più basso.”

Il costo di una scelta ideologica

La questione energetica è il nervo scoperto di tutta la vicenda. Prima del 2022, il gas russo arrivava in Italia attraverso infrastrutture già ammortizzate, a prezzi che oggi sembrano appartenere a un’altra era. “Mentre dalla Russia c’era il Nord Stream — quindi zero aggravi per l’ambiente, ti arriva direttamente a casa a un quinto del prezzo”, ricorda Duranti. Oggi quella strada è chiusa, e il conto lo pagano le famiglie italiane con bollette che in certi casi hanno raddoppiato o triplicato i valori pre-guerra.

Non è solo una questione di numeri. È una questione di coerenza. Bianchi ricorda che l’Europa era formalmente garante degli accordi di Minsk, quelli che avrebbero dovuto regolare la situazione nel Donbass e scongiurare l’escalation. Poi, per stessa ammissione di Angela Merkel e François Hollande, è emerso che quegli accordi erano stati usati deliberatamente per prendere tempo e riarmare l’Ucraina. “Noi dovevamo essere garanti”, dice Bianchi, “e poi scopriamo che erano serviti solo a quello.”

La gente e la politica

Quello che emerge dalla discussione non è né filo-russo né filo-azero. È qualcosa di più prosaico e forse più onesto: la richiesta di una logica comprensibile, di criteri che valgano per tutti e non vengano applicati a geometria variabile a seconda delle convenienze del momento. “Io non sono né filo russo né filo niente”, dice Duranti. “Io vorrei soltanto che la bolletta che mi arriva fosse più bassa. Quella che pagavamo nel 2020, nel 2021.”

È la stessa frustrazione che, secondo lui, rischia di avere conseguenze elettorali imprevedibili: una cittadinanza delusa che o non vota o vota per dispetto, con risultati che nessuno riesce davvero a controllare.

Bianchi chiude con un’immagine che vale più di mille analisi: la tennista ucraina Marta Kostiuk che si rifiuta di stringere la mano all’avversaria russa al termine di una partita. Gesto comprensibile, in apparenza. Salvo scoprire che la Kostiuk ha la residenza a Montecarlo. “L’ipocrisia di tutta questa situazione”, dice Bianchi, “è tutta lì.”

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L’Armenia contesa alla prova delle elezioni (Limesonline 08.05.26)

La piccola Armenia rappresenta, suo malgrado, un microcosmo di sfide globali. Terreno dove convergono e si confrontano interessi e strategie di colossi come RussiaStati Uniti, Unione Europea e Iran, nonché di storici “nemici” come Turchia e Azerbaigian.

Incastonata nel bel mezzo del Caucaso meridionale, senza vedere il mare, Erevan si prepara a decidere da che parte stare: se cedere alle sirene di Washington e Bruxelles che offrono pace e prosperità, oppure affidarsi ai rodati rapporti con Mosca e Teheran, sia in chiave economica sia di sicurezza.

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Elezioni in Armenia 2026: un voto che non parla solo di Russia e Unione Europea (Maridiano13)

Armenia, Turchia e il nuovo corridoio dell’Eurasia (Nuovogiornalenazionale 08.05.26)

Il Caucaso improvvisamente al centro della scena

Il 5 e 6 maggio a Erevan, la capitale dell’Armenia, si è svolto il vertice della Comunità Politica Europea, un appuntamento che ha riunito gran parte dei leader del continente attorno ai grandi temi della sicurezza, dell’energia e della stabilità geopolitica.

Ma dietro il linguaggio diplomatico e le dichiarazioni ufficiali è emersa soprattutto una realtà, il Caucaso meridionale sta smettendo di essere una semplice periferia dello spazio post-sovietico per trasformarsi in uno dei grandi snodi strategici del XXI secolo.

La questione non riguarda soltanto l’Armenia o i rapporti con la Russia. Al centro della partita ci sono i nuovi corridoi energetici e commerciali destinati a collegare Asia, Europa e Mediterraneo in una fase storica segnata dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni con l’Iran e dalla crescente fragilità delle rotte tradizionali.

Per decenni l’Armenia è rimasta saldamente dentro la sfera d’influenza russa. Mosca garantiva protezione militare, controllo energetico e integrazione economica, ma la guerra del Nagorno-Karabakh in cui l’Armenia si è scontrata con l’Arzebaijan, ha incrinato questo equilibrio.

A Erevan è cresciuta la convinzione che il Cremlino non sia più in grado di difendere gli interessi armeni, e da quel momento è iniziata una graduale apertura verso l’Occidente.

L’avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti non riguarda però soltanto la politica. Il vero centro della questione è la connettività. Strade, ferrovie, oleodotti, gasdotti, cavi elettrici e infrastrutture digitali stanno diventando il nuovo linguaggio del potere geopolitico.

La Turchia sta cercando di assumere un ruolo centrale attraverso il Corridoio di Mezzo, la direttrice trans-caspica che dovrebbe collegare la Cina e l’Asia centrale all’Europa aggirando sia la Russia sia l’Iran.

Ankara punta a trasformarsi nel principale ponte energetico e logistico dell’Eurasia, sfruttando il progressivo deterioramento delle relazioni tra Occidente e Mosca e l’instabilità cronica del Medio Oriente.

Il progetto si inserisce dentro una crisi e ridisegno globale delle rotte energetiche tradizionali. La vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una parte enorme del commercio mondiale di petrolio e gas, spinge infatti molti attori internazionali a cercare percorsi alternativi.

Ed è qui che il Caucaso entra improvvisamente al centro della scena.

La strategia turca consiste nel creare una rete integrata capace di collegare il petrolio iracheno trasportato fino al porto mediterraneo di Ceyhan, il greggio proveniente dal Mar Caspio, le risorse energetiche dell’Asia centrale e le infrastrutture caucasiche dirette verso l’Europa.

Il collegamento tra Azerbaigian ed exclave di Naxçıvan attraverso il territorio armeno diventerebbe così molto più di un semplice corridoio commerciale, rappresenterebbe un passaggio strategico per oleodotti, gasdotti, reti digitali e flussi energetici destinati a ridurre la dipendenza europea sia dalla Russia sia dalle rotte del Golfo Persico.

Dentro questa visione torna centrale anche il progetto del gasdotto Trans-Caspico, discusso da anni ma mai realmente completato. L’idea è quella di trasportare il gas turkmeno attraverso il Mar Caspio fino all’Azerbaigian, per poi convogliarlo verso la Turchia e il mercato europeo.

Se realizzato, il progetto permetterebbe all’Europa di accedere alle risorse energetiche dell’Asia centrale bypassando completamente sia Mosca sia Teheran.

Ma la vera infrastruttura simbolo della nuova fase geopolitica potrebbe essere un’altra, molto meno visibile e forse ancora più strategica nel lungo periodo, il grande cavo sottomarino energetico del Mar Nero.

L’Unione Europea vuole infatti collegare il Caucaso meridionale al continente europeo attraverso il Black Sea Submarine Electricity Cable, un sistema destinato a trasportare energia elettrica tra il Caucaso e l’Europa attraversando il fondale del Mar Nero.

Non si tratta soltanto di un progetto tecnico. È un passaggio geopolitico di enorme portata, perché punta a costruire una rete energetica continentale sempre meno dipendente dall’infrastruttura russa.

In questo scenario l’Armenia cerca di proporsi come futuro hub elettrico regionale, un nodo di connessione tra Caucaso, Mar Nero ed Europa.
Per Erevan è una trasformazione storica.

Per Ankara è l’occasione di consolidare la propria centralità strategica tra Asia ed Europa. Per Bruxelles è il tentativo di costruire nuove rotte energetiche sicure dopo la frattura definitiva con Mosca.

E per il Caucaso meridionale significa uscire dalla marginalità geopolitica per diventare uno dei territori decisivi del nuovo equilibrio eurasiatico.

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Armenia tra Europa e Russia: l’equilibrio fragile di Yerevan (Gariwo 08.05.26)

In un contesto segnato da nuove tensioni geopolitiche e da una crescente corsa a petrolio, gas e vie commerciali alternative, il tema dell’allargamento dell’Unione europea sembra iniziare a riguardare anche il Caucaso meridionale. I processi, in questa zona, sono più complessi e sfumati rispetto ad altre aree del vecchio continente, ma al tavolo delle trattative ci sono sempre più nuovi attori che potrebbero essere interessati o quanto meno incuriositi. E tra questi c’è l’Armenia, che negli ultimi anni ha accelerato il dialogo con Bruxelles pur restando legata, sotto molti aspetti, alla Russia. Con il giornalista Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, abbiamo parlato delle prospettive di avvicinamento all’UE e dei residui problemi geopolitici.

A che punto sono le relazioni tra l’Unione europea e l’Armenia, anche alla luce del summit che si è svolto in questi giorni a Yerevan?

Tra l’Armenia e l’Unione europea c’è stata un’accelerazione, anche inaspettata, a partire dal 2023. Da parte armena c’era molta insoddisfazione per il mancato intervento della Russia quando l’Azerbaigian ha attaccato il Nagorno-Karabakh, ma soprattutto quando ha colpito il territorio internazionalmente riconosciuto dell’Armenia nel settembre 2022, arrivando anche a occupare una parte del territorio armeno. Questa situazione ha portato a un’accelerazione e il governo armeno ha iniziato a parlare apertamente di una possibile integrazione europea. Il Parlamento europeo ha dichiarato di essere pronto ad avvicinarsi all’Armenia quando entrambe le parti lo riterranno opportuno. Attualmente si sta negoziando la liberalizzazione dei visti, per consentire ai cittadini armeni di entrare nell’Unione europea per soggiorni turistici senza dover richiedere un visto. Tuttavia, questo processo richiede riforme piuttosto complesse, ad esempio nel campo dell’etichettatura dei prodotti alimentari, per permettere ai prodotti armeni di essere esportati nell’Unione europea. Il summit è stato sicuramente una vittoria simbolica per il governo armeno: portare tanti capi di governo a Yerevan è qualcosa di nuovo e del tutto insolito. Dal punto di vista europeo, però, l’Armenia resta ancora molto legata alla Russia, e questo è incompatibile con una piena adesione all’Unione europea. Nonostante negli ultimi anni ci sia stato un certo allontanamento, l’Armenia resta vicina alla Russia dal punto di vista economico e militare. Sul piano militare, ospita una base russa ed è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, un’alleanza a guida russa, anche se ha congelato la propria partecipazione proprio per protestare contro il mancato intervento russo. Dal punto di vista economico, la Russia resta il partner commerciale più importante: l’Armenia importa gas a prezzi convenienti ed esporta molto, soprattutto prodotti alimentari. Questo è un elemento cruciale per l’economia armena, e le autorità russe non mancano di sottolinearlo, arrivando a minacciare possibili ritorsioni economiche se il processo di integrazione con l’Unione europea dovesse proseguire.

E per quanto riguarda i rapporti con i Paesi vicini?

Con la Georgia i rapporti sono ottimi, e lo sono sempre stati. La Georgia rappresenta un collegamento fondamentale: attraverso il suo territorio passano le merci armene dirette in Russia e l’Armenia utilizza i porti georgiani per avere accesso al mare, non avendo sbocchi marittimi. I rapporti restano buoni anche con l’attuale governo georgiano. Il primo ministro armeno è stato tra i primi a congratularsi con Sogno Georgiano per la vittoria alle elezioni.

Non è un controsenso rispetto al percorso europeo?

Fino a un certo punto. I Paesi del Caucaso meridionale – Georgia, Armenia e Azerbaigian – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. La Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano aver capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore.

E i rapporti con Iran, Turchia e Azerbaigian?

Con l’Iran i rapporti sono storicamente buoni e non sono cambiati negli ultimi mesi. Le criticità principali riguardano invece Turchia e Azerbaigian. Per quanto riguarda la Turchia, il confine è chiuso dal 1993, in seguito alla guerra del Nagorno-Karabakh. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche, ma dal 2023, dopo la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, la situazione è migliorata e si sta andando verso una possibile normalizzazione. La Turchia, però, aspetta prima una normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian, per non compromettere i rapporti con Baku. Ci sono stati anche gesti simbolici: ad esempio, l’accordo per il restauro di un ponte storico sul fiume Aras, nel sito archeologico di Ani. Inoltre, dopo il terremoto in Turchia, l’Armenia ha inviato aiuti umanitari, un segnale importante.

E sul fronte azero?

Ad agosto 2025, con la mediazione degli Stati Uniti, Armenia e Azerbaigian hanno firmato a Washington una dichiarazione congiunta che sancisce un accordo sul testo di pace. Tuttavia, l’accordo non è ancora stato firmato: serviranno ulteriori passaggi, tra cui modifiche costituzionali in Armenia. La situazione è comunque molto più distesa rispetto a qualche anno fa. Anche recentemente ci sono stati segnali di apertura, con messaggi e partecipazioni istituzionali ai summit regionali. Detto questo, l’intesa comporta sacrifici significativi per l’Armenia: ha rinunciato a perseguire i crimini di guerra dell’Azerbaigian e non solleva più la questione del Nagorno-Karabakh nei tribunali internazionali. Anche la questione dei rifugiati armeni è oggi sostanzialmente accantonata.

Ci sono possibilità concrete di ingresso dell’Armenia nell’Unione europea?

Nel breve e medio periodo lo vedo improbabile. La cooperazione si rafforzerà, ma un’adesione è difficilmente prevedibile, anche alla luce della situazione regionale, in particolare quella della Georgia. Nel lungo periodo è difficile fare previsioni.

Cosa pensi dell’allargamento dell’Unione europea al Caucaso e all’Europa orientale?

In origine, le politiche europee verso questi Paesi non avevano come obiettivo primario l’allargamento. Tuttavia, in molti casi – soprattutto in Georgia e ora anche in Armenia – sono state interpretate come un passo in quella direzione. Questo crea una distanza tra le intenzioni di Bruxelles e quelle dei governi locali. L’Unione europea dovrebbe avere una politica estera più chiara e coerente, soprattutto quando avvia processi che hanno conseguenze così rilevanti. Per quanto riguarda l’Europa orientale, il processo è più avanzato, in particolare nei Balcani e in Moldova, mentre l’Ucraina rappresenta un caso a sé.

Queste politiche sono anche un messaggio alla Russia?

In parte sì, ma spesso l’iniziativa parte più dai governi locali che da Bruxelles. Sono stati soprattutto i governi armeno e, in passato, georgiano a spingere verso l’integrazione europea, trovando una risposta non sempre calorosa da parte dell’Unione. Oggi qualcosa è cambiato, soprattutto dopo il 2022. Tuttavia, più che un messaggio politico, l’interesse principale dell’Unione europea nel Caucaso sembra essere la stabilità della regione, anche per ragioni energetiche: l’Azerbaigian è diventato una fonte importante di gas e petrolio.

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Su Prime Video un film emozionante sulla libertà vista da una finestra, tra memoria e desiderio di casa (Agendaonline 08.05.26)

Un racconto che riesce a essere insieme lieve e profondissimo, pur muovendosi su una scena drammatica. Su Prime Video c’è un film che riesce a farsi ricordare con una forza tutta sua, non un dramma storico in senso stretto ma il racconto di un contesto, che per il popolo armeno rappresenta un ferita collettiva, che filtra attraverso un personaggio che porta con sé spaesamento, memoria e desiderio di appartenenza.

Il titolo è  “Amerikatsi” un lavoro scritto, diretto, montato e interpretato da Michael A. Goorjian, e prodotto da People of Ar e Paleodon Pictures che ha vinto il premio per il Miglior film narrativo al Woodstock Film Festival ed è stato scelto come candidato dell’Armenia agli Oscar 2024 per il miglior film internazionale, pur senza entrare poi nella cinquina finale.

Il protagonista è Charlie Bakhchinyan, un armeno-americano scampato da bambino al genocidio armeno e cresciuto negli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale decide di tornare nella terra che sente sua anche se, di fatto, non l’ha mai davvero vissuta. È un ritorno carico di aspettative, quasi romantico, ma il film ha l’intelligenza di incrinare subito quell’idea.

L’Armenia sovietica che Charlie trova davanti a sé non è il luogo sognato da lontano ma un Paese segnato dalla paura, dall’assurdo burocratico, dal controllo. E infatti basta pochissimo perché quel sogno di ritorno si trasformi in prigionia.

La trama prende una svolta quando Charlie viene arrestato e rinchiuso in una cella di una prigione sovietica ma rifiuta di lasciarsi schiacciare dalla disperazione. Da una piccola finestra della cella Charlie riesce a osservare l’interno di un appartamento vicino. All’inizio è solo uno squarcio minimo sul mondo esterno, poi diventa una forma di sopravvivenza, infine si trasforma nel cuore emotivo del film.

Guardando la vita quotidiana di una coppia armena, spiandone le abitudini, i silenzi, i gesti minuscoli e ripetuti, Charlie comincia a ricostruire il legame con quel Paese che aveva idealizzato e che ora è costretto a conoscere da una posizione paradossale: da recluso, da escluso, da spettatore invisibile. Proprio questa lettura rende Amerikatsi qualcosa di più interessante di un semplice racconto di prigionia.

Michael Goorjian regge il film con grande misura e riesce non rendere mai Charlie un simbolo astratto: resta un uomo che guarda, aspetta, immagina, resiste. Accanto a lui c’è Hovik Keuchkerian, volto che molti spettatori riconosceranno per La casa di carta, presenza ruvida e magnetica che aggiunge peso alle dinamiche della vicenda.

La trama del film proposto da Prime Video non ruota solo attorno alla domanda su come Charlie possa cavarsela, ma attorno a un altro nodo, più sottile e più toccante: si può appartenere davvero a un luogo anche quando quel luogo ti respinge? Charlie torna in Armenia per sentirsi a casa e finisce per conoscerla attraverso una finestra, cioè attraverso una distanza forzata.

C’è dentro tutta la contraddizione del film. Da una parte il dolore storico, le conseguenze dei traumi del Novecento, la repressione. Dall’altra una forma quasi ostinata di meraviglia, perché anche dietro il vetro, anche in condizioni estreme, l’uomo riesce ancora a trovare umanità, curiosità, perfino umorismo. Ed è questa oscillazione continua a dare ritmo al racconto.

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Armenia: Dal vertice di Yerevan il Caucaso tra l’Europa e gli imperi dell’influenza (Assadakah 08.05.26)

Talal Khrais (Assadakah News) – Il vertice armeno–europeo di Yerevan non è stato una semplice tappa diplomatica nel calendario della politica internazionale, ma sembra piuttosto un segnale chiaro: il Caucaso meridionale sta entrando in una fase di profonda ridefinizione delle mappe di influenza, dove gli interessi europei si intrecciano con le linee di contatto storiche di tre grandi potenze: Iran, Turchia e Russia.

Per anni, questa regione è stata amministrata secondo la logica di una “stabilità fragile” sotto l’ombrello dell’influenza russa. Tuttavia, le recenti trasformazioni, dalla guerra in Ucraina all’intensificarsi delle rivalità regionali, hanno aperto la strada a un graduale vuoto di potere, che l’Europa tenta oggi di colmare passando attraverso la porta armena.

L’Armenia, stretta tra le pressioni della geografia e le complessità della storia, guarda al riavvicinamento con l’Unione Europea come a una scelta necessaria per ridurre la dipendenza da Mosca e ridefinire i propri equilibri di sicurezza ed economici. Ma questa scelta non è priva di forti ripercussioni regionali.

L’Iran, che osserva la situazione dal suo confine settentrionale, è consapevole che qualsiasi espansione europea in Armenia significa un avvicinamento politico alla sua delicata sfera di sicurezza. Teheran, tuttavia, adotta un approccio pragmatico: non intende perdere l’Armenia come corridoio strategico, ma allo stesso tempo rifiuta che essa diventi una piattaforma di pressione occidentale contro la sua influenza regionale.

La Turchia, dal canto suo, interpreta questo avvicinamento come un tentativo di riportare l’Europa in un’area che Ankara considera parte del proprio spazio vitale in coordinamento con l’Azerbaigian. Ankara teme inoltre che il sostegno europeo all’Armenia possa trasformarsi in una leva politica utilizzabile in altri dossier, dal Mediterraneo orientale all’energia e ai flussi migratori.

La Russia appare invece come l’attore più disorientato. Il Caucaso, tradizionalmente considerato un cortile quasi esclusivo di Mosca, sta oggi vivendo un progressivo logoramento della sua influenza storica, mentre le sue capacità sono assorbite da altri fronti. Eppure, il Cremlino conserva ancora strumenti di pressione significativi: sicurezza, economia ed energia.

Il vertice di Yerevan, nella sua essenza, non è soltanto un evento armeno–europeo, ma un momento di verifica cruciale degli equilibri post–Guerra Fredda nello spazio eurasiatico. È l’annuncio implicito che l’era del monopolio geopolitico sta svanendo e che il Caucaso entra in una nuova fase: quella del pluralismo delle influenze al posto dell’egemonia unica.

In questo scenario in movimento, l’Armenia appare sospesa su una linea di frattura tra vecchie mappe in declino e nuove geometrie di potere ancora in formazione.

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Aggressore e vittima: tra violenza, memoria e propaganda (Notizie Geopolitiche 07.05.26)

Il meccanismo dell’aggressore vittimista.
Nel mondo di oggi, a 111 anni dal primo genocidio del ventesimo secolo, il ruolo della vittima è sempre più spesso abusato e strumentalizzato da poteri che si apprestano a esercitare violenza contro altri. Simili dinamiche si intravedono tra le righe dei discorsi di vari attori che hanno sconvolto lo spazio geopolitico tra il Mediterraneo e il Caspio, tra il Mar Nero e lo stretto di Hormuz.
Di conseguenza, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza un modello politico ricorrente: quello dell’“aggressore vittimista”, un sistema in cui il potere esercita pressione, forza o violenza sul terreno mentre continua a rivendicare per sé il ruolo esclusivo di vittima. Nel contesto instabile del Medio Oriente e del Caucaso meridionale, alcune dinamiche sollevano interrogativi sempre più scomodi su questo schema narrativo.
Ad esempio, nei casi di Israele e Azerbaigian, il rapporto con l’“altro” e con la memoria culturale nei territori contesi è spesso al centro di accuse e contro-accuse che vanno oltre la dimensione militare e toccano la cancellazione, la riscrittura o la rimozione del patrimonio culturale e religioso. È proprio in questa zona grigia tra sicurezza, propaganda e memoria che si gioca una delle battaglie più dure del presente.
Quando la violenza viene codificata nella legge, smette di apparire come violenza e si trasforma in procedura. È in questo modo che gli abusi si normalizzano nel tempo. La storia offre numerosi esempi di questo meccanismo: l’Impero Ottomano parlava di “sicurezza” mentre procedeva alle deportazioni degli armeni; la Germania nazista invocava la “legalità” mentre trasformava la persecuzione in una macchina burocratica di annientamento.
Più recentemente, l’Azerbaigian ha fatto ricorso al principio dell’«integrità territoriale», definendo come «operazione antiterrorismo» un’offensiva (2023) che, nei fatti, ha comportato assedio, espulsione e cancellazione progressiva della popolazione autoctona armena dell’Artsakh dalla propria terra.
Accanto a queste molteplici forme di violenza e di damnatio memoriae, si colloca anche la soppressione sistematica di ogni tentativo di commemorazione. In un altro contesto regionale, le autorità di Istanbul sono nuovamente intervenute per limitare la commemorazione del 24 aprile, data simbolica della memoria del genocidio armeno, arrivando a vietare eventi pubblici previsti per la ricorrenza, secondo quanto riportato da fonti locali.
La violenza si radica profondamente anche nel discorso dei leader di Stato. Secondo il Lemkin Institute for Genocide Prevention, la retorica politica contemporanea segue schemi ben noti. Le dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev, che ha paragonato detenuti armeni ai criminali nazisti, sono state interpretate da diversi osservatori come parte di una retorica sempre più aggressiva e, secondo alcune analisi critiche, di impronta fascistoide nella sua logica discorsiva.
In questo quadro si riconosce il meccanismo noto come DARVO: negare, attaccare e invertire i ruoli tra vittima e aggressore. In questo modo, la violenza non solo viene esercitata, ma anche riformulata e occultata: lo Stato si presenta come vittima mentre delegittima l’esistenza dell’altro, ribaltando la percezione delle responsabilità e contribuendo alla normalizzazione del conflitto sul piano narrativo.

Il vittimismo politico come strumento di potere.
Sullo sfondo del progressivo distacco politico e istituzionale dall’Europa, il presidente azero Ilham Aliyev ha utilizzato la piattaforma della Comunità politica europea, nella sua ottava riunione tenutasi a Yerevan, per ribadire una narrazione nazionalista tanto prevedibile quanto distorsiva. Il suo intervento, in collegamento da remoto, si è configurato come una sequenza di lamentele e rivendicazioni più che come un contributo politico credibile.
Tra le affermazioni principali, Aliyev ha descritto la pulizia etnica e la deportazione di massa degli armeni autoctoni dell’Artsakh come “fine del separatismo in Karabakh”, sostenendo di aver attuato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, omettendo tuttavia ogni riferimento alle conseguenze umanitarie dell’operazione. Ha poi denunciato l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per aver introdotto sanzioni contro la delegazione azera, parlando di “doppi standard” divenuti sistemici, e ha accusato il Parlamento europeo di aver approvato “14 risoluzioni contenenti menzogne sull’Azerbaigian” tra il 2021 e il 2026.
Ne emerge il profilo di un potere tendenzialmente sovranista e segnato da una logica autoritaria di impronta fascistoide, che, mentre restringe gli spazi interni, tenta di ribaltare sul piano retorico ogni forma di critica esterna. La postura vittimista adottata in sede europea appare così funzionale a eludere responsabilità sostanziali, trasformando il confronto politico in una rappresentazione distorta dei rapporti di forza. In questo senso, più che un interlocutore, il leader azero si presenta come il portavoce di una narrazione chiusa, impermeabile ai richiami istituzionali e ancorata a una logica di autoassoluzione permanente.

Dal 1918 al 1992: una linea di violenza documentata.
È in questo contesto che va letta la narrazione secondo cui nel 1918 sarebbe avvenuto un “genocidio degli azerbaigiani”. Gli storici occidentali non confermano questa tesi. Studiosi come Thomas de Waal e Ronald Grigor Suny descrivono quegli eventi come una guerra civile brutale, non come un genocidio pianificato.
Al contrario, i fatti documentati mostrano una sequenza di violenze contro la popolazione armena. Nel 1918, a Baku, pogrom e massacri portarono alla distruzione dei quartieri armeni e a un esodo di massa. Nel 1920, a Shushi, la parte armena della città fu annientata. Nadezhda Mandelstam parlò di una «catastrofe», mentre Osip Mandelstam evocò «quarantamila finestre morte», immagine di una città svuotata della vita.
Nel 1988, il pogrom di Sumgait segnò il ritorno della violenza etnica. Nel 1990, a Baku, la comunità armena scomparve quasi completamente. Nel 1992, il massacro di Maraga, oggi in gran parte dimenticato e troppo spesso rimosso dal dibattito pubblico, mentre si dà spazio a narrazioni allineate alla posizione ufficiale di Baku ,chiuse tragicamente questa sequenza.

Yerevan oggi: fratture tra memoria e realtà, tra giustizia e pace.
Nei giorni scorsi, a Yerevan è stata tenuta la conferenza internazionale intitolata “Il genocidio armeno e la regione in trasformazione”. Mentre accademici e analisti discutono quel passato sanguinoso di oltre un secolo fa e il futuro incerto del Caucaso, la realtà contemporanea impone interrogativi urgenti e difficili da eludere.
Le vittime più recenti di questa lunga storia, cioè gli armeni detenuti da anni a Baku, si sono rivolte all’ombudsman armeno chiedendo almeno una visita ufficiale, un gesto minimo di monitoraggio e tutela. La loro richiesta, semplice e umanamente essenziale, si scontra tuttavia con un contesto politico più ampio, nel quale emergono segnali di normalizzazione dei rapporti economici tra Yerevan e Baku.
Tutto ciò si colloca sullo sfondo di una detenzione arbitraria che ignora il diritto internazionale, le convenzioni e le decisioni dei tribunali internazionali. Il quadro è aggravato da un’anomala campagna di dearmenizzazione dell’Artsakh armeno, caratterizzata dalla cancellazione sistematica di ogni traccia di armenità nel territorio. Tra gli esempi più recenti figurano la distruzione della cattedrale della Santa Madre di Dio (1), della chiesa di Surb Hakob e del campanile dedicato alla memoria del genocidio armeno, a Stepanakert.
Questo contrasto è difficile da ignorare: da un lato, la memoria del genocidio e delle persecuzioni, accompagnata quasi quotidianamente da notizie di demolizioni dei monumenti del patrimonio cristiano armeno; dall’altro, dinamiche politiche ed economiche che sembrano procedere come se le questioni umanitarie, cioè detenzione, diritti, sicurezza delle persone e genocidio culturale, potessero essere relegate tra parentesi.

Dalla libertà limitata alla memoria manipolata
Secondo le valutazioni internazionali, l’Azerbaigian rimane uno dei Paesi meno liberi al mondo, con livelli di libertà politica inferiori persino a quelli dello Zimbabwe In un sistema di questo tipo, la narrazione storica difficilmente può svilupparsi in modo indipendente.
Non sorprende quindi che alcuni osservatori parlino dell’Azerbaigian come di una “Corea del Nord del Caucaso meridionale”: un sistema in cui il controllo dell’informazione e della memoria è parte integrante dell’esercizio del potere. Sotto la pressione di una macchina propagandistica pervasiva, i due Stati turchi rimangono, ancora oggi, saldamente in prima linea nel negazionismo internazionale, con il “satellite” Baku attivo anche sul terreno del vittimismo, attraverso una incisiva politica a specchio rivolta contro la democratica Armenia.
Ma la questione centrale non è solo la propaganda. È il suo effetto. Perché quando la storia viene riscritta, quando la violenza viene relativizzata o negata, il rischio non è soltanto quello di distorcere il passato, ma di preparare il terreno perché certe dinamiche possano ripetersi.

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Opinione: il vertice di Yerevan mostra fiducia dei leader europei in Pashinyan. (Notizie da Est 07.05.26)

«Tenere il vertice della [European Political Community] a Yerevan dimostra che i leader europei hanno fiducia in Nikol Pashinyan», ha detto Valeri Chechelashvili, responsabile degli studi geopolitici presso il Centro per l’Analisi Strategica e ex ambasciatore georgiano in Ucraina.

Tuttavia, Chechelashvili ha affermato di non credere che l’Armenia possa sostituire pienamente la Georgia nella regione. Ha aggiunto che l’Armenia comprende che il suo cammino verso l’Europa sarebbe più rapido insieme alla Georgia.

«Costruire il futuro»: Yerevan ospita l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea

Anche i leader dei vicini dell’Armenia partecipano, tra cui il primo ministro georgiano e il vicepresidente turco, mentre il presidente dell’Azerbaijan ha partecipato al vertice online

L’analista ha anche commentato l’incontro tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze durante il vertice. Ha detto che i colloqui non avrebbero potuto aver luogo senza l’approvazione di Bidzina Ivanishvili, presidente onorario del partito Georgian Dream al governo.

Secondo Valeri Chechelashvili, Ivanishvili comprende che la Russia si sta indebolendo e sta perdendo influenza, e che la leadership della Georgia si sta preparando ad aggiustare il proprio corso politico.

«L’Armenia non può sostituire pienamente la Georgia nella regione, poiché geografia e geopolitica non possono essere ignorate — e gli Armeni stessi capiscono questo meglio di chiunque altro. Ricordate solo il discorso di Nikol Pashinyan al Parlamento Europeo, in cui ha di fatto agito da sostenitore della Georgia nelle sue relazioni con l’Unione Europea.

«L’Armenia comprende chiaramente che si muoverà verso l’Europa molto più rapidamente insieme alla Georgia che senza di essa.

«E anche la Georgia capisce questo. Saremo molto più efficaci nel processo di integrazione europea se andremo avanti mano nella mano. La differenza è che l’Armenia al momento mostra coraggio, visione politica e determinazione, mentre il nostro governo — e soprattutto il presidente della sessione parlamentare — sfortunatamente sta intensificando la retorica anti-europea. Naturalmente, l’Europa sta osservando molto da vicino.»

«Non ho mai parlato negativamente di Zelensky», dice il premier georgiano sulle relazioni con l’Ucraina

Il premier ha detto che Tbilisi era pronta a prendere «tutti i passi ragionevoli» per ripristinare le relazioni tra i due paesi.

«Devo ammettere che non mi aspettavo che l’incontro tra Volodymyr Zelensky e Irakli Kobakhidze avesse luogo. È stata per me una piacevole sorpresa. Ma riflettendoci, ne ricavo diverse conclusioni.

«È chiaro perché Zelensky volesse l’incontro. È presidente di un paese in guerra, ed è interessato a mantenere relazioni con tutti i potenziali partner. L’Ucraina e la Georgia hanno anche legami secolari e un tipo speciale di connessione.

«Ciò che è molto più interessante è perché la parte georgiana abbia accettato l’incontro e, come ha ammesso lo stesso signor Kobakhidze, ha accettato immediatamente.

«Per prima cosa, non credo che Kobakhidze avrebbe preso una decisione del genere da solo. Molto probabilmente la decisione è stata presa a Tbilisi. E chi avrebbe chiamato da Yerevan? Formalmente, l’ufficiale al vertice della Georgia è il primo ministro — cioè lo stesso Kobakhidze. Ma non sarebbe stato in grado di prendere una decisione strategica di questa portata in modo indipendente. Naturalmente, ha chiamato Bidzina Ivanishvili, e Ivanishvili ha dato la sua approvazione.»

«Opinione: ‘È importante per Zelensky che la Georgia non sia isolata’»

L’ex ambasciatore David Sikharulidze ha detto che un peggioramento delle relazioni Georgia-Ucraina beneficerebbe solo il Cremlino.

«Questo mi porta a un’altra conclusione: all’interno del Georgian Dream c’è stata una rivalutazione del ruolo della Russia e dell’ambito della sua potenziale influenza sulla Georgia e sul Caucaso meridionale.»

«Penso che le persone all’interno del Georgian Dream capiscano già molto bene questo — e probabilmente il signor Bidzina Ivanishvili più di chiunque altro. Se qualcuno ha accesso a informazioni di prima mano, anche dalle cerchie oligarchiche, è lui. Capiscono che la Russia si sta indebolendo, la sua influenza sta declinando e sia giunto il momento di ristrutturare la politica estera e apportare alcune modifiche politiche.»

«Se questo è davvero il caso, credo che presto vedremo un ambasciatore ucraino tornare a Tbilisi e un ambasciatore georgiano tornare a Kyiv. Altri passi potrebbero seguire dopo di esso.»

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Perché mezzo mondo (europeo e occidentale) si è dato appuntamento in Armenia proprio nei giorni in cui lo stretto di Hormuz ribolle?


Il Tradimento del Caucaso: L’Asse Pašinjan-Zelenskij e il Nuovo Accerchiamento della Russi