L’amb. Ferranti incoraggia i giovani armeni allo studio in Italia (Ansa 25.03.26)

l’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha fatto visita all’Università Statale di Jerevan dove è stato ricevuto dal Rettore dell’Ateneo, Hovhannes Hovhannisyan.

L’incontro è stata l’occasione per riflettere sulle potenzialità di rafforzamento dei rapporti tra l’Università Statale di Jerevan e le principali Istituzioni accademiche italiane, richiamando fra le altre la collaborazione intrapresa con l’Università degli Studi di Milano.
Nel corso del colloquio, il Rettore ha riferito che sono già state avviate le consultazioni per l’ampliamento del Memorandum d’Intesa siglato con l’Ateneo milanese nel 2021 ai settori delle biotecnologie e della farmaceutica, dell’archeologia, del diritto costituzionale, delle scienze finanziarie, nonché delle relazioni internazionali.
In un quadro di legami storici e culturali, l’ambasciatore ha sottolineato che gli accordi instaurati tra le Università si basano spesso non solo sui rapporti istituzionali, ma anche sulle affinità valoriali e sulla condivisione di prospettive che traggono alimento e ispirazione da un comune retaggio di umanesimo, prerequisito fondamentale per una cooperazione prolifica e a lungo termine.

Egli ha peraltro evidenziato che, nell’ambito dei programmi di scambio “Erasmus+”, l’Italia va affermandosi come una delle destinazioni più ambite sia per gli studenti che per i docenti in Europa.
A seguire, nell’ambito del ciclo di incontri organizzati dall’Università con i Capi delle Missioni diplomatiche accreditate a Jerevan, rivolgendosi alla platea degli studenti l’ambasciatore Ferranti ha dato particolare rilievo al concetto di italianità, da intendersi come presenza dell’Italia nel mondo, anche quale espressione e strumento di “soft power”, e al ruolo della cultura quale piattaforma privilegiata per il dialogo tra Paesi, con particolare accento alle relazioni Italia-Armenia.
Le domande formulate dagli studenti in aula hanno confermato il forte interesse nutrito dalle nuove generazioni di armeni nei confronti dell’Italia, il che impone di intensificare ulteriormente la collaborazione in ambito educativo e accademico. L’ambasciatore ha dunque incoraggiato i giovani studenti a guardare all’Italia e allo studio dell’italiano anche come una concreta opportunità di investimento per il proprio futuro.

Solidarietà degli studenti armeni nella moschea blu di Yerevan con i martiri della scuola di Minab in Iran (Pars Today 25.03.26)

Pars Today – A seguito dell’attacco di Stati Uniti e Israele contro la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, in Iran, e del martirio di un gran numero di studenti, la Moschea Blu di Yerevan ha ospitato una cerimonia di cordoglio con un’ampia partecipazione di studenti, insegnanti e iranologi armeni.

L’attacco militare statunitense contro la scuola Shajareh Tayyebeh a Minab, in Iran, ha provocato il martirio di oltre 160 studenti e il ferimento di molti altri. Gli Stati Uniti, autori di questo crimine, stanno ancora conducendo le cosiddette indagini per eludere le conseguenze e le responsabilità derivanti da questa tragedia umana.

Un gruppo di studenti e insegnanti delle scuole armene si è riunito nella Moschea Blu di Yerevan, capitale del Paese, deponendo fiori e tenendo riti simbolici per esprimere la propria solidarietà agli studenti che hanno perso la vita nel crimine americano a Minab.

Durante la cerimonia, svoltasi in un’atmosfera di profondo lutto, gli studenti armeni hanno sollevato cartelli con le scritte «No alla violenza», «I bambini non siano vittime della guerra» e «Gli studenti di Minab non sono soli», gridando in lingua armena e persiana un messaggio di sostegno alla pace e di netta condanna della violenza contro i minori.

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I riflessi del conflitto in Medio Oriente su Armenia e Georgia (Osservatorio Balcani e Caucaso 24.03.26)

Infuria il conflitto in Medio Oriente, e nonostante uno sconfinamento delle azioni belliche in Azerbaijan, il Caucaso meridionale finora non è stato coinvolto in combattimenti. La regione si trova però a dover gestire una combinazione complessa di rischi transfrontalieri, sensibilità etniche e dinamiche politiche internazionali, che rendono l’evoluzione del conflitto un fattore di rilevanza strategica e di sicurezza per l’area.

Armenia

Il 28 febbraio il Ministero degli Esteri armeno ha dichiarato di monitorare attentamente la situazione, invitando i cittadini armeni in Iran e Israele a seguire le indicazioni di sicurezza. Il 1° marzo, il Primo ministro Nikol Pashinyan ha presieduto una sessione allargata del Consiglio di Sicurezza, con relazioni del capo dell’Intelligence esterna e del Segretario del Consiglio.

Pashinyan ha inoltre inviato un messaggio di condoglianze al Presidente iraniano Masoud Pezeshkian per le vittime nel paese, sottolineando la necessità di una rapida stabilizzazione. Sono poi seguite le congratulazioni per l’elezione del nuovo Ayatollah.

Per decenni – o come si dice a Yerevan e Teheran, per millenni – il confine tra Armenia e Iran è stato una delle principali vie di traffico commerciale e transito verso l’esterno dell’Armenia e il paese ha una funzione non sostituibile negli equilibri commerciali armeni, almeno fino ad apertura di nuovi canali che per ora sono solo embrionali.

All’esplodere del conflitto il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, esprimendo cordoglio e richiamando l’importanza di ridurre le tensioni e privilegiare una soluzione diplomatica. Va inoltre ricordato che nei giorni precedenti la guerra, il ministro della Difesa armeno si era recato in Iran per consultazioni bilaterali.

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al Parlamento europeo, marzo 2026 © Unione europea

L’11 marzo, parlando al Parlamento Europeo per la prima volta dopo 2 anni, il Primo Ministro Pashinyan ha chiarito la posizione armena in merito al conflitto, in una fase in cui il paese si sta aprendo a partner strategici non tradizionali come gli Stati Uniti, e sta costruendo ex novo relazioni con paesi come Pakistan e Arabia Saudita, che dovrebbero inserirsi nelle logiche commerciali garantendo l’apertura di nuove rotte.

“L’Iran è un nostro buon amico, un vicino millenario. Avete già visto la portata dei nostri rapporti con gli Stati Uniti. Sono nostri validi partner gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l’Oman, il Kuwait, la Giordania, il Libano, il Bahrein e la Siria”, ha dichiarato Pashinyan. “Recentemente abbiamo compiuto un passo storico con l’Arabia Saudita, stabilendo relazioni diplomatiche. Siamo addolorati per quanto sta accadendo in Medio Oriente. Di fronte a una crisi internazionale di tale portata, noi siamo un piccolo e modesto Stato e non possiamo che pregare per la pace eterna di tutte le vittime e per la saggezza dei nostri leader partner, affinché trovino al più presto soluzioni diplomatiche”.

Yerevan è stata anche luogo di mobilitazione della comunità iraniana in Armenia.

Le autorità armene hanno arrestato alcuni manifestanti iraniani che protestavano davanti all’ambasciata iraniana, segnalando l’attenzione del governo a contenere possibili ripercussioni della crisi sul piano dell’ordine pubblico e sulle relazioni bilaterali con il vicino, che ha i nervi scoperti.

Georgia

L’esecutivo di Tbilisi guidato dal Sogno Georgiano ha negli ultimi anni coltivato rapporti cordiali con Teheran, e in questa occasione ha adottato una linea improntata a cautela e bilanciamento.

Il 28 febbraio 2026 il Ministero degli Esteri ha dichiarato di monitorare con profonda preoccupazione la situazione in Medio Oriente, sottolineando l’importanza della de-escalation diplomatica e invitando i cittadini georgiani a seguire le indicazioni di sicurezza.

In una successiva dichiarazione ufficiale, il governo ha espresso condoglianze all’Iran per le vittime, inclusa la Guida Suprema, così come a Israele e al popolo ebraico, ribadendo solidarietà ai Paesi del Golfo e auspicando il ritorno al dialogo politico. Sono seguiti poi i complimenti per la nomina del nuovo leader iraniano.

Tbilisi cerca ti dare un colpo al cerchio e uno alla botte, per non compromettere i rapporti con nessuna delle parti belligeranti, in una fase in cui un ulteriore isolamento diverrebbe pressoché insostenibile, data la precaria situazione internazionale in cui versa il paese.

I nervi sono però saltati in seguito alla pubblicazione di un articolo sul quotidiano statunitense The Hill, firmato dall’analista Keti Korkiya.

Nel suo intervento, Korkiya sostiene che il governo georgiano stesse rafforzando i legami con l’Iran, offrendo a Teheran opportunità per aggirare le sanzioni occidentali. L’articolo cita, tra l’altro, l’aumento degli scambi commerciali tra i due paesi negli ultimi dodici anni. Viene inoltre menzionato uno studio del think tank georgiano Civic Idea, secondo cui tra il 2022 e il 2025 ben 72 aziende registrate in Georgia avrebbero importato petrolio e prodotti petroliferi iraniani.

I media filogovernativi hanno reagito con forza, definendo l’articolo un attacco infondato contro il paese e sottolineando che il peso dell’Iran nel commercio complessivo della Georgia resta limitato. Anche diversi esponenti politici della maggioranza hanno attaccato l’autrice, mentre la Banca Nazionale della Georgia ha ribadito il pieno rispetto delle sanzioni internazionali imposte all’Iran.

Il sindaco di Tbilisi Kakha Kaladze ha insistito sul fatto che simili dichiarazioni siano particolarmente pericolose in un contesto regionale già instabile, e ha risposto duramente alle affermazioni dell’ex ministra della Difesa Tina Khidasheli, che aveva definito una filiale georgiana dell’università iraniana Al-Mustafa una “scuola per terroristi”.

Anche in questo caso, Kaladze ha accusato i critici di agire contro gli interessi nazionali e di essere al servizio di potenze straniere.

Khidasheli ha invece espresso preoccupazione per le possibili ripercussioni delle politiche del governo, accusato di intrattenere relazioni con l’Iran basate su una reciproca convenienza.

Il Servizio di Sicurezza dello Stato della Georgia ha avviato un’indagine e convocato diverse persone per interrogarle in merito a dichiarazioni riguardanti una presunta crescente influenza dell’Iran nel paese.

La posizione della Georgia riflette la distanza tra l’orientamento del governo e quello di ampi settori della società civile. La piazza georgiana ha storicamente mostrato simpatia per i movimenti anti-Khamenei: negli ultimi mesi si sono svolte con regolarità manifestazioni di solidarietà davanti all’ambasciata iraniana a Tbilisi, con anche qualche fermo e multa fra cittadini iraniani.

La strategia dei paesi caucasici è di rassicurare tutti i partner in pari misura riguardo l’assoluta estraneità al conflitto, e attenderne gli esiti, auspicando che sia il più rapido possibile e che l’esodo dall’Iran, per ora ridotto a circa cinquemila persone, rimanga un fattore marginale.

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Ex deputato del partito al potere diventa giudice della Corte Costituzionale in Armenia: le ONG avvertono dei rischi (Notizie da Est 24.03.2

Il parlamento dell’Armenia ha approvato la nomina dell’ex deputato del partito al governo Vladimir Vardanyan come giudice della Corte Costituzionale. Un totale di 67 deputati su 107 hanno partecipato al voto, tutti hanno sostenuto la sua nomina.

Vardanyan ha rassegnato le dimissioni dal suo mandato parlamentare una settimana prima, dopo che il presidente del paese lo aveva nominato per la carica. Ha anche lasciato il partito Civil Contract, sebbene fino a poco tempo fa fosse stato un parlamentare attivo. In precedenza aveva presieduto la commissione parlamentare per gli affari di stato e legali.

Rappresentanti della società civile armena hanno avvertito che la sua nomina alla Corte Costituzionale potrebbe comportare un rischio per l’indipendenza e l’imparzialità della corte.

  • Scandalo in Armenia: il direttore del museo licenziato per aver regalato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti
  • Attacco di phishing da parte di truffatori informatici che si spaciano per membri del partito al governo dell’Armenia
  • Sondaggio: il partito al governo in Armenia vincerà le elezioni di giugno?

Ciò che prevede la legge

La legge “Sulla Corte Costituzionale” stabilisce i requisiti per un giudice della Corte Costituzionale.

Secondo la legge, un giudice della Corte Costituzionale non può:

  • essere membro o fondatore di alcun partito politico,
  • occupare una posizione all’interno di un partito,
  • agire per conto di un partito o partecipare ad attività politiche in qualsiasi altro modo.

«Un giudice della Corte Costituzionale deve dimostrare moderazione politica e neutralità nelle dichiarazioni pubbliche e in tutte le altre circostanze», si legge nella legge.

Se un giudice della Corte Costituzionale partecipa ad attività politiche, le autorità possono revocare il suo mandato. Anche la Costituzione attuale dell’Armenia prevede questa disposizione.

Rappresentanti della società civile sottolineano che queste regole si applicano dopo la nomina. Tuttavia mirano a prevenire legami tra un giudice e le forze politiche. Di conseguenza cercano di garantire l’indipendenza e l’imparzialità della corte.

«Le forze di opposizione sono parti della Guerra», afferma il presidente del parlamento armeno

Seguendo il primo ministro Nikol Pashinyan, Alen Simonyan dice che gli elettori nelle elezioni del 7 giugno dovranno scegliere tra pace e una possibile guerra

 

 

“La cessazione dei legami politici non è garantita”: dichiarazione delle ONG

«Sebbene Vladimir Vardanyan si sia dimesso dal suo mandato parlamentare e abbia lasciato la forza politica che sostiene la maggioranza parlamentare, il fatto che abbia trascorso oltre sette anni in politica e appartenuto a un partito solleva dubbi sulla sua capacità di svolgere in modo imparziale i compiti di un giudice della Corte Costituzionale», hanno dichiarato rappresentanti di oltre una dozzina di ONG.

Secondo loro, «l’interconnessione politica esclude la possibilità di gestire i rischi».

Le ONG hanno pubblicato la dichiarazione congiunta prima che i parlamentari iniziassero le votazioni. Hanno esortato i legislatori «astenersi dal votare la candidatura di Vladimir Vardanyan».

Rappresentanti della società civile hanno sottolineato che un legame ideologico con il partito al governo fornisce motivi sufficienti per mettere in discussione l’indipendenza e l’imparzialità di Vardanyan nel ruolo:

«Rassegnare il mandato parlamentare o lasciare un partito non può garantire la fine dei legami politici o dell’influenza politica.»

Armenia e Georgia valutate ‘parzialmente libere’ nel rapporto aggiornato di Freedom House

Il gruppo per i diritti ha pubblicato il suo rapporto annuale Freedom in the World sui diritti politici e le libertà civili, comprese le evoluzioni nel Caucaso meridionale

 

Freedom House “Freedom in the World 2026” report

 

Addio ai membri della commissione in vista della nomina

Una settimana prima che il parlamento discutesse la nomina di un giudice della Corte Costituzionale, Vladimir Vardanyan ha salutato i membri della commissione che presiedeva.

“Per tradizione, dovrei dire: cari colleghi, mi scuso se qualcosa non è andato bene,” ha detto, ringraziando i deputati per la loro cooperazione attiva.

Le sue parole hanno sorpreso persino i membri del suo stesso partito.

“Non c’era bisogno di affrettarsi a dire addio,” ha detto la deputata Arusyak Julhakyan del Civil Contract.

Figure dell’opposizione hanno sostenuto che l’addio anticipato indicava che il voto sarebbe stato una formalità. Secondo loro, il parlamento avrebbe confermato una nomina invece di condurre una selezione genuina.

Kristine Vardanyan, deputata della fazione Armenia dell’opposizione, ha affermato che il partito al governo non aveva nemmeno cercato di conservare una apparente procedura formale, poiché l’esito era già chiaro:

«Tutti sanno che un candidato è stato nominato. Verrà, non importa cosa dica, quali domande gli saranno poste o come reagirà la società. Arriverà un SMS, sarà eletto, perché ciò è già stato deciso, perché la Corte Costituzionale deve diventare ancora più conforme a loro.»

«Cambiare la Costituzione dell’Armenia è una nostra decisione, non degli altri», dice Pashinyan in briefing

Molti ritengono che le autorità armene intendano soddisfare la principale precondizione di Baku per un accordo di pace modificando la Costituzione. Tuttavia, il primo ministro insiste che la questione sia strettamente una “questione interna”.

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Io ricordo Io ricordo – RaiPlay Ritorno a Khodorciur – Diario Armeno 10 min

Raphael Gianikian legge un brano delle sue memorie sulla deportazione subita tra il 1915 e il 1919 nel Kurdistan turco, quando era bambino e la sua intera famiglia era stata sterminata. Durante un viaggio in Armenia coi due registi Walter Chiari, nella chiesa rupestre di Gherhard, canta uno spiritual per Raphael.

 

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Gli Usa di Trump si espandono nel Caucaso ma ignorano la Georgia. Ecco perché (Insider Over 23.03.26)

A metà di febbraio il vice-presidente Usa J.D. Vance ha compiuto una storica visita ufficiale in Armenia e Azerbaigian, la prima di un presidente o vice-presidente Usa sia nell’uno sia nell’altro Paese. Il viaggio, arrivato sei mesi dopo la mediazione con cui Donald Trump ha portato Baku e Erevan a un accordo di pace, è servito per siglare un accordo di ampio spettro con l’Armenia (uso dell’energia nucleare e Difesa) e con l’Azerbaigian, in questo caso addirittura un partenariato strategico per lo sviluppo regionale. Il vero obiettivo, però, era un altro: dare ulteriore impulso al TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), il corridoio commerciale che dovrebbe collegare Baku (capitale dell’Azerbaigian) a Kars (Turchia) passando attraverso l’Armenia. Progetto ovviamente impossibile finché Azerbaigian e Armenia erano in guerra.

In sostanza, il TRIPP è la ricompensa che Trump ha preteso per intervenire a pacificare le parti. Una volta realizzato, potrebbe diventare la principale rotta di comunicazione e trasporto tra Est e Ovest, con due effetti: ridimensionare le rotte più a Nord, quelle che passano per la Russia; consolidare la presenza e l’influenza politica americana in una regione cruciale posta sul fianco Sud-Est della Russia, affacciata sul Mar Caspio e quindi sull’Iran e sull’Asia Centrale. Il progetto, peraltro, ha brillanti prospettive: affidata per 99 anni a una concessione americana e a un consorzio di agenzie private, la gestione prevede un fatturato tra i 50 e i 100 miliardi di dollari all’anno. Baku ha già investito parecchio nel suo tratto di competenza e nel suo tratto del corridoio il transito merci ha già registrato un significativo incremento.

La Georgia tagliata fuori

Dallo storico viaggio Vance, come si vede, è rimasto fuori l’altro grande Paese del Caucaso meridionale, cioè la Georgia, che negli scorsi decenni era stato invece l’avamposto dell’influenza americana nella regione, mentre Azerbaigian e Armenia ancora subivano l’influenza di Mosca. C’entra l’ostentata neutralità che le autorità di Tbilisi, dal 2012 sostanzialmente espresse dal partito Sogno Georgiano, mantengono nei confronti della guerra in Ucraina, neutralità rivendicata anche al costo di compromettere i rapporti con la Ue e di vedere così bloccato fino al 2028 il processo di adesione (la Georgia è Paese candidato dal 2023) e, di converso, intensificare quelli con la Russia, Paese con cui peraltro non vi sono relazioni diplomatiche dalla guerra del 2008?

La risposta è no. Intanto perché, com’è noto, lo stesso Donald Trump intrattiene con l’Ucraina rapporti controversi, al punto da decidere che ile armi americane potranno andare a Kiev ma solo se pagate dagli europei. E poi perché il distacco degli Usa dalla Georgia precede le decisioni di Trump sull’Ucraina. Trump aveva appena fatto in tempo a rientrare alla Casa Bianca che il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze gli scrisse una lettera chiaramente imbonitrice, in cui si dicevano cose come “Abbiamo parlato apertamente delle attività criminali del deep state, dell’USAID, del NED [National Endowment for Democracy] e di altri gruppi anni prima che voi rilasciaste dichiarazioni simili. Abbiamo valutazioni identiche sulla guerra in Ucraina, sulla propaganda di genere e LGBT e su molte altre questioni». Scopo della lettera era riavvicinarsi a Washington e magari, con un po’ di fatica, ottenere che Trump eliminasse le sanzioni contro la Georgia decise da Joe Biden.

Il braccio di ferro con la Cina

La lettera di Kobakhidze funzionò così bene che Trump non rispose mai. Il che fa chiaramente capire che dalla visione strategica della Casa Bianca la Georgia era esclusa in partenza. Non perché filo-russa , come molti non si stancano di ripetere, ma perché poco influente rispetto al vero obiettivo, che non è tanto contestare il Caucaso a Mosca (troppo debole per poter pensare di conservare anche in tempi di guerra e di emergenza economica l’influenza che aveva prima) ma contestare l’Asia Centrale a Pechino, a partire dai corridoi commerciali.

Nel giugno del 2025, mentre gli Usa si univano a Israele nel bombardare l’Iran, ad Astana, in Kazakhstan, cominciava il secondo vertice Cina-Asia Centrale, il frutto più recente della campagna di espansione avviata da Xi Jinping nel 2013 con il progetto della Nuova Via della Seta. Un vertice arrivato dopo anni in cui la Cina ha largamente investito in Asia Centrale in ferrovie, strade e oleodotti, destinati a interconnettere la regione e a connetterla alla Cina; in cui Turkmenistan e Kazakstan sono diventati grandi fornitori di gas e petrolio per l’industria cinese; e in cui l’influenza cinese è andata visibilmente allargandosi. Nello stesso tempo, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), accoglieva altri 3 Paesi membri (India, Iran e Pakistan), 3 Paesi osservatori (Afghanistan, Bielorussia e Mongolia) e 14 partner per il dialogo (Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Myanmar, Nepal, Qatar, Sri Lanka e Turchia).

Gli Usa non potevano rimanere inerti. Il TRIPP è la loro prima risposta organica alla sfida cinese. E per quella risposta la Georgia, come si vede, a dispetto della posizione strategica sul Mar Nero e dell’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (che all’epoca di George W. Bush sembrò una grande conquista americana), non serve più. È chiaro che ignorandola a questo modo Trump la spinge sempre più nelle braccia di Mosca. Ma forse anche questo fa parte del piano.

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La voce dei cristiani iraniani e l’aggressione all’Iran (Sudefuturi 22.03.26)

Le comunità cristiane sono garantite e protette nella Costituzione del paese. Tutti i rappresentanti delle varie comunità cristiane si sono espressi in modo chiaro e netto contro l’aggressione e per soluzioni diplomatiche

Le chiese cristiane dell’Iran hanno condannato le affermazioni, funzionali alla logica dell’interventismo bellico, da parte dei funzionari statunitensi sulla situazione delle minoranze religiose nella Repubblica islamica, invitando Washington a essere più preoccupata per il proprio sventurato record di diritti umani negati in patria e all’estero, invece di spargere “lacrime di coccodrillo” per altri.

In una dichiarazione rilasciata subito dopo l’inizio dell’aggressione e dei bombardamenti sul paese, le chiese cristiane denunciano: “Respingiamo le accuse statunitensi di violazioni dei diritti contro le minoranze religiose in Iran, riaffermiamo che tutte le religioni divine nel paese hanno i loro rappresentanti al parlamento iraniano (Majlis), che godono di uguali diritti con i colleghi legislatori. All’interno dell’establishment islamico, le chiese si sentono libere di tenere cerimonie religiose e festival culturali, sociali e sportivi preservando la propria identità religiosa e culturale e proprio lo scorso anno è stato ancora incrementato un bilancio speciale alle comunità religiose iraniane.Questi sono solo alcuni esempi dell’impegno dell’establishment sacro della Repubblica islamica dell’Iran per la questione delle religioni divine e dei loro seguaci e per proteggere i loro valori morali e sociali… I ‘commenti interventisti’ degli uomini di stato americani attraverso piattaforme ufficiali e cyberspazio, in particolare Twitter, sulle violazioni dei diritti delle minoranze religiose nella Repubblica islamica dell’Iran non sono altro che spargere lacrime di coccodrillo“.

Le chiese cristiane hanno inoltre invitato “i funzionari statunitensi a concentrarsi sulle proprie questioni interne e a impegnarsi in relazioni efficaci e costruttive con tutti i governi invece di interferire nei nostri affari interni. Condanniamo inoltre il sostegno di Washington ai regimi guerrafondai di Israele e Arabia Saudita e invitiamo gli Stati Uniti a smettere di sostenere le sanguinose guerre in Siria e Yemen. Ribadiamo che le minoranze religiose iraniane non hanno bisogno di alcun ‘tutore’ nella loro patria e sono in grado di difendere i loro diritti attraverso i loro rappresentanti al parlamento e le relative istituzioni governative”.

la costituzione iraniana

Secondo la Costituzione iraniana la religione ufficiale dell’Iran è l’Islam sciita, ma la Repubblica islamica riconosce e protegge le minoranze religiose dall’ebraismo, ai cristiani con le varie denominazioni, ai zoroastriani, che hanno rappresentanti anche nel parlamento, gli armeni, assiri, isunniti, oltre a comunità più piccole ma riconosciute, come il mandaeismo, il yarsanismo, il buddismo, l’induismo.

Con diritti civili chiaramente definiti, ad esse sono garantite libertà economiche, culturali e religiose e partecipano pienamente alla vita politica del Paese. Dei 290 seggi in Parlamento, cinque sono riservati alle minoranze religiose. I rappresentanti di armeni, ebrei, zoroastriani, assiri e caldei parlano direttamente a nome delle loro comunità. Circa 450 chiese in tutto il Paese svolgono le loro attività religiose e comunitarie senza restrizioni. 40 chiese cristiane sono state restaurate con il sostegno dell’Organizzazione per il Patrimonio Culturale e il Turismo iraniano, mentre 57 associazioni dedicate alle minoranze religiose ricevono finanziamenti governativi per sostenere programmi sociali, culturali e assistenziali.

La condizione fondamentale posta è l’essere prima cittadini iraniani con diritti e doveri, e poi ciascuno segue le proprie credenze. Come era nella Repubblica Araba siriana, prima che arrivassero gli jihadisti protetti dagli USA, a portare la democrazia.

La Costituzione stabilisce che “lintromissione sulle singole credenze è proibita”, e che “nessuno può essere perseguito o arrestato semplicemente per avere una certa credenza”, se rispettoso delle leggi.
L‘Iran ospita circa 550 chiese cristiane, con quasi 450 ufficialmente riconosciute e oltre 100 registrate come siti del patrimonio nazionale.

le chiese più importanti in Iran

Tra le chiese più importanti e storiche del paese si annoverano il Monastero di San Taddeo a Kare Kilisa, considerato la prima cattedrale armena costruita nel mondo; la Chiesa di Santo Stefano, costruita nel IX secolo, la seconda chiesa più importante dell’Iran; la Chiesa di Santa Maria, situata a nord-ovest di Kare Kilisa; la Cattedrale di Vank, costruita a Isfahan sotto lo Shah Abbas II; la Cappella di Chupan, talvolta chiamata Cappella del Pastore, una chiesa del XVI secolo nella provincia dell’Azerbaigian Orientale; la Cattedrale di San Sarkis, la chiesa più grande di Teheran, costruita nel 1970 e la Chiesa di Santa Maria a Tabriz, un sito storico risalente a 500 anni fa.

Se si guarda alla popolazione rispetto agli spazi di culto, le minoranze religiose godono in realtà di più del doppio dell’accesso pro capite rispetto alla maggioranza sciita. C’è circa una chiesa ogni 500 cristiani, mentre tra gli sciiti, c’è una moschea per più di 1000 persone.

il rispetto per le minoranze religiose

Il rispetto per le minoranze religiose è stato anche simboleggiato dalle numerose visite del leader della Rivoluzione islamica alle famiglie delle comunità minoritarie. Il riconoscimento di questi gruppi da parte dell’Iran si riflette anche a livello internazionale. Ad esempio, l‘Unione Internazionale degli Assiri ha trasferito la propria sede da Chicago a Teheran nel 2008, a testimonianza della fiducia che la comunità assira ripone nell’Iran.

Le minoranze religiose hanno dato un contributo significativo anche al calcio iraniano nel corso degli anni. Giocatori cristiani divenuti leggendari nel paese, includono Vazgen Safarian, Karo Haghverdian, Markar Aghajanyan, Serjik Teymourian, Fred Malekian, Edmond Bezike, Andranik Teymourian.

E’ anche significativo che, alla fine di dicembre 2024 i nomi più popolari per le ragazze appena nate in Iran riflettevano sia la devozione religiosa che la tradizione culturale: il nome Fatima ha guidato la lista con 4.448.000 portatrici, seguita da Zahra con 2.969.000, e in particolare, Mariam, con 1.811.000 portatori, al terzo posto, indice di un perenne rispetto per le figure religiose oltre la maggioranza musulmana.

L’arcivescovo Sebouh Sarkissian, arcivescovo armeno di Teheran, nei diversi Concili internazionali a cui ha partecipato negli anni, ha sempre tenuto a ribadire: “Dovete togliervi quella lente appannata dagli occhi, perché ciò che vi viene raccontato non è la realtà. Bisogna vivere in Iran per conoscere il popolo iraniano, il governo iraniano e la specifica disponibilità che dimostrano verso i seguaci delle religioni divine…”, ha dichirato.

la testimonianza di Grigoris Nersesiani

Ecco la testimonianza del sacerdote Grigoris Nersesiani, della Diocesi Armena di Teheran.

“I cristiani rappresentano la più grande minoranza religiosa dell’Iran, contando più di 130.000 persone. Avendo una lunga e profonda presenza nel paese, i cristiani hanno contribuito in modo significativo alla vita economica, culturale e artistica dell’Iran, mantenendo le proprie chiese, scuole e istituzioni culturali. La loro presenza arricchisce il variegato mosaico religioso e culturale dell’Iran.
Artisti cristiani come Mahaya Petrosian, Lorik Minasyan e Levon Haftvan sono tutti nomi familiari e rispettati in tutto il paese.

Chiesa Armena

Dalla mia esperienza di vita in Iran, posso dire che è un’esperienza molto serena e positiva, perché tra tutti i segmenti del popolo iraniano, possiamo davvero sperimentare affetto, amicizia, sincerità e solidarietà. Secondo la Costituzione, per noi armeni l’apprendimento della nostra lingua madre fa parte del percorso scolastico ed è obbligatorio. Anche l’educazione religiosa viene insegnata in armeno nelle nostre scuole.

Per quanto riguarda lo svolgimento di cerimonie religiose, godiamo di piena libertà e, in generale, il Ministero dell’Interno e la polizia garantiscono la massima sicurezza e predispongono tutto il necessario per le nostre celebrazioni. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico sostiene attivamente le attività culturali, artistiche, mediatiche e religiose di tutti i cittadini. Negli ultimi cinque anni, ciò ha portato all’approvazione di 376 raduni per cerimonie e festività religiose, al rilascio di 157 licenze editoriali per libri di case editrici affiliate alle minoranze, a 107 eventi culturali, sociali e religiosi a livello nazionale e provinciale e a sovvenzioni dirette per i media al servizio delle comunità etniche e religiose.

Le minoranze religiose in Iran possono celebrare liberamente le proprie cerimonie, festività e tradizioni, comprese le festività ufficiali. I cristiani iraniani celebrano la Pasqua, il Natale e il Capodanno gregoriano. Alcune chiese celebrano funzioni eucaristiche il venerdì per venire incontro alle esigenze dei fedeli che lavorano, dato che il venerdì è il giorno festivo settimanale ufficiale in Iran. Il governo ha inoltre adottato misure a sostegno delle celebrazioni religiose, come la donazione di 5000 alberi di Natale alle comunità cristiane per contribuire a rendere più solenni le festività. La storia ne è una testimonianza: quando gli armeni subirono il genocidio nell’Impero Ottomano e gli ebrei furono perseguitati nella Germania nazista, le comunità armene ed ebraiche iraniane continuarono a vivere in pace, salde nella loro fede e nella loro identità iraniana.

In materia legale, ad esempio l’eredità, la distribuzione avviene secondo le nostre leggi religiose.E in questioni come il divorzio e il matrimonio, anche i casi delle persone sono gestiti secondo le nostre regole. C’erano anche alcuni vecchi regolamenti in Iran e lo stesso leader Ayatollah Khamenei ha emesso sentenze su di loro, ribaltando quelle precedenti disposizioni a favore delle comunità cristiane, ebraiche ed assire”.

islam e cristianesimo accanto

Un operaio lucida una scultura di Cristo nella stazione della metropolitana di Maryam Moghaddas, a Teheran

Proprio di fronte alla cattedrale di Sarkis, che è anche la sede della diocesi armena di Teheran, è stata costruita una stazione della metropolitana chiamata St Mary, e se si va in quella stazione, si può vedere che la sua architettura è una miscela di elementi islamici e cristiani. I designer sono andati a visitare la chiesa, hanno preso visione della sua architettura e poi hanno progettato la metropolitana in linea con quello stesso stile architettonico cristiano.

In tutta la stazione, si vedono le immagini della Vergine Maria e le immagini di Gesù. I simboli cristiani che appaiono nel Vangelo sono lì visibili in modo inconfondibile.

La Chiesa cattolica in Iran fa parte della Chiesa cattolica mondiale, sotto la guida spirituale del Papa di Roma. Il cattolicesimo si diffuse nel paese attraverso i missionari e la migrazione o il reinsediamento delle comunità cattoliche orientali fin dal Medioevo. Il XVII secolo vide sforzi missionari più forti da parte della Chiesa latina, ma la maggior parte di essa cessò entro la fine del XVIII secolo e solo dalla metà del XIX secolo in poi la Chiesa latina stabilì una nuova presenza. Oggi, ci sono circa 22.000 cattolici in Iran, la maggior parte dei quali sono cattolici caldei, ma con anche comunità latino-cattoliche presenti.

Le condoglianze per l’assassinio di Khamenei

L’11 marzo 2026 il Patriarca Kirillha espresso le sue condoglianze per l’assassinio dell’Ayatollah Seyyed Alì Khamenei, definendolo “un uomo dalle profonde convinzioni religiose” e si è poi complimentato con il figlio di Khamenei per la sua elezione a guida spirituale del suo popolo.

In una lettera indirizzata a Masoud Pezeshkian, il Patriarca ha descritto il defunto come “un uomo di profonde convinzioni religiose” e un leader spirituale e nazionale di grande forza d’animo e carattere. Il Patriarca ha espresso la sua solidarietà e il suo sostegno alla famiglia e ai cari di Khamenei, pregando affinché Dio Misericordioso conceda a loro e al popolo iraniano la forza e il coraggio per sopportare il dolore.

Il Primate russo si è schierato apertamente al fianco della Repubblica islamica iraniana, in seguito all’aggressione e all’assassinio dell’alto esponente, sollecitando a schierarsi dalla parte di essa e  ribadendo  i buoni rapporti tra Russia e Iran“La Chiesa ortodossa russa mantiene un dialogo proficuo con la comunità islamica iraniana, basato sul rispetto reciproco e sull’impegno condiviso a preservare i valori morali tradizionali. Attendo con ansia il suo ulteriore e continuo sviluppo”.

Il patriarca Kirill ha poi confermato all‘Ayatollah Mojtaba Khameneila posizione di Mosca secondo cui i popoli di Russia e Iran intrattengono buoni rapporti di vicinato, mentre all’inizio della sua lettera lo chiama “fratello”. Parlando anche di un’elezione storica in un momento difficile per l‘Iran, sia a livello personale che nazionale: “…Mi congratulo sinceramente con Lei per la Sua elezione alla guida suprema del Paese da parte dell’Assemblea degli Esperti dell’Iran! Questo momento storico è stato segnato da una dura prova personale, legata alla morte del Suo stimato padre e dei Suoi cari. Lei si assume la responsabilità dello Stato e dei suoi cittadini in un momento drammatico, in cui l’Iran si trova ad affrontare numerose sfide esistenziali”, ha affermato nella lettera.

La Cattedrale di San Nicola a Teheran

La comunità ortodossa del Patriarcato di Mosca in Iran è formata solo più di un centinaio di fedeli, pur essendoci stretti rapporti tra la Federazione Russa e Teheran, e tra il Patriarca Kirill e gli Ayatollah del paese.

La cattedrale di San Nicola nella capitale è stata costruita negli anni ’40 con le donazioni degli emigrati russi. È stata progettata dall’architetto emigrato e ufficiale dell’esercito iraniano Nikolai Makarov. Dopo essere stata chiusa dal 1979, alla fine degli anni novanta furiaperta con l’arrivodel nuovo capo sacerdote l’archimandrita Alexander Zarkeshev.

Cattedrale di San Nicola a Teheran

Faina Lvovna Noniyaz è la responsabile delle attività relative alla chiesa, intervistata ha raccontato la sua storia: “Mio marito è iraniano. Ha vissuto a lungo in Russia come profugo politico, poi siamo tornati a Teheran nel 1994. All’inizio ho trovato difficile adattarmi. Ero profondamente nostalgica. Era difficile abituarsi al clima locale e allo stile di vita locale. Incontro i russi solo in chiesa, soprattutto durante le feste principali come il Natale, per esempio. La liturgia di Natale è molto bella e il coro è davvero bravo“.

Così anche una altra fedele, Olga Sosnova è arrivata da Kiev 16 anni fa, dove aveva incontrato il suo futuro marito iraniano, dopo essersi sposati, decisero di venire a vivere qui: “Non me ne pento. Mi sento bene qui. È vero, è stato molto difficile adattarsi. La cultura e la mentalità sono diverse. Nonostante il fatto che fossi stata moralmente preparata, tutto sembrava diverso da quello che avevo immaginato. Quello che mi ha colpito di più è un bel atteggiamento nei confronti degli stranieri. Non importa se sei un uomo o una donna, fanno del loro meglio per fare una bella impressione su uno straniero”.
Come le donne iraniane, Olga indossa un velo e vestiti che coprono il corpo, ma questo non la irrita. Trascorre molto tempo nel social network Odnoklassniki, chiacchierando con donne come lei, ex cittadini sovietici sposati con iraniani. Spesso celebrano insieme le vacanze russe.
Celebriamo il Capodanno, l’8 marzo, il giorno della vittoria del 9 maggio e tutte le principali feste ortodosse. Gli iraniani sono molto tolleranti su questo. Non abbiamo mai riscontrato problemi. Per inciso, si possono vedere non solo i credenti ortodossi, ma anche i musulmani nella chiesa russa durante le feste. Vengono a guardare la liturgia cristiana“.

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Ansahman in concerto a Trieste: il duo tra tradizione armena e sonorità contemporanee al Teatro Miela (La Nouvelle Vague 22.03.26)

Lunedì 23 marzo 2026 alle ore 20.30 il Teatro Miela ospita Ansahman, raffinato duo musicale protagonista di una serata intensa e suggestiva tra tradizione e contaminazione.

Formato da Anaïs Tekerian e Anna Garano, Ansahman propone un viaggio sonoro unico che unisce la musica tradizionale armena a influenze contemporanee e mediterranee.

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Ansahman: un progetto musicale “illimitato”

Il nome Ansahman, che in armeno significa “illimitato”, racconta perfettamente l’identità del duo: un progetto artistico senza confini, nato circa dieci anni fa a New York dall’incontro tra le due musiciste.

La voce intensa di Anaïs Tekerian – già nota come membro del trio a cappella Zulal – si fonde con la chitarra di Anna Garano, caratterizzata da una formazione classica e flamenca. Il risultato è un linguaggio musicale originale, in cui le melodie tradizionali armene vengono reinterpretate con arrangiamenti moderni e suggestioni andaluse.


Un repertorio tra memoria e innovazione

Il concerto propone una selezione di brani che spaziano tra:

  • canti tradizionali armeni
  • composizioni popolari rivisitate
  • arrangiamenti originali per voce e chitarra

Alcuni brani sono molto noti nella cultura armena, altri meno conosciuti, ma tutti vengono restituiti con un approccio contemporaneo capace di emozionare pubblici diversi.

Il progetto ha anche una forte dimensione storica e culturale: il duo ha partecipato allo spettacolo teatrale Lost Spring, ideato da Kevork Mourad, come omaggio alla memoria del genocidio armeno.


Un duo internazionale tra festival e palcoscenici prestigiosi

Nel corso della loro carriera, Ansahman si è esibito in importanti contesti internazionali, tra cui:

  • Neue Galerie
  • National Sawdust
  • Morgenland Festival
  • MuCEM
  • City of Women
  • Festival di Cerkno

La loro musica è stata inoltre trasmessa più volte su Rai Radio 3, in programmi come Battiti e Sei gradi.


Discografia

Il duo ha pubblicato due album:

  • Ansahman (Fone’)
  • Saltless Sea

Due lavori che rappresentano al meglio la loro ricerca musicale tra radici e sperimentazione.


Biglietti e informazioni

I biglietti per il concerto sono disponibili:

  • presso la biglietteria del Teatro Miela
  • da Ticketpoint (Galleria Rossoni, Trieste)
  • online su Vivaticket

📍 Luogo: Teatro Miela – Trieste
📅 Data: 23 marzo 2026
🕒 Orario: 20.30

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Visitare l’Artsakh nel 2026: il Paese scomparso da un giorno all’altro (Korazym 21.03.26)

Un blogger di viaggi sudcoreano ha pubblicato l’11 marzo 2026 sul suo canala Youtube YoungMin Skies un raro video di 18 minuti del suo recente viaggio in Artsakh, fornendo una delle poche osservazioni dall’interno della regione dopo l’occupazione dell’Azerbajgian e la pulizia etnica della popolazione armena nel 2023.

Blogger Young Min

 

Attraversando Askeran, Stepanakert e Shushi, il blogger Young Min ha ripreso strade vuote, siti distrutti e quello che ha descritto come un tentativo sistematico di cancellare le tracce armene, ridefinendo l’identità della regione occupata.

Il viaggio in Artsakh si è svolto nell’ambito di un gruppo organizzato. I blogger racconta che ottenere permessi individuali si è rivelato impossibile. Ai turisti non era permesso scendere dal minibus e l’accesso ai siti era strettamente controllato, plasmando di fatto la narrazione presentata loro.

Il blogger traccia anche parallelismi personali tra la storia della sua famiglia in Corea del Nord e quella degli Armeni privati dell’accesso alle loro terre ancestrali, notando una simile esperienza di perdita e sradicamento forzato dalla propria patria.

Il blogger racconta che viaggiare attraverso il territorio praticamente deserto ha lasciato un’impressione opprimente. Entrando a Stepanakert, l’ex capitale della Repubblica di Artsakh occupata, le sue prime emozioni sono state: “Tragedia, tristezza. Ovunque guardi, ci sono case vuote”. Il blogger sottolinea l’entità della desolazione e della distruzione nella città. Molti siti armeni sono stati distrutti, ricostruiti o riutilizzati. Tuttavia, l’iconico monumento “Noi siamo le nostre montagne”, noto anche come “Tatik-Papik”, rimane intatto. A suo avviso, si tratta di una decisione politica: nonostante gli interventi per cancellare il patrimonio armeno, il monumento è stato lasciato come simbolo controllato, a dimostrazione che sono le autorità a decidere quali elementi del passato preservare.

«Nel 2023, la Repubblica di Artsakh (Nagorno-Karabakh) è apparentemente scomparsa da un giorno all’altro. Ho intrapreso un estenuante viaggio di 16 ore, con restrizioni di accesso, per osservare le conseguenze del conflitto tra Armenia e Azerbajgian, prima che la storia venisse completamente cancellata. Dai problemi tecnici del sito web governativo alle truffe turistiche, dai posti di blocco pesantemente sorvegliati alle inquietanti città fantasma, questo è stato il giorno di viaggio più difficile della mia vita. Ecco la verità senza filtri, la complessa storia del Caucaso e le mie riflessioni sincere sulla cancellazione geopolitica che sta avvenendo proprio sotto i nostri occhi. Sono Young Min! Viaggio per il mondo da sola pur lavorando a tempo pieno in ufficio. Ho visitato oltre 129 Paesi sfruttando al massimo vacanze e punti fedeltà» (Young Min).

 

Contenuto

[00:00] Introduzione
[00:49] Un vero incubo di viaggio a Baku
[02:19] La brutale storia di Artsakh e Nagorno-Karabakh
[05:45] Agdam: la “Hiroshima del Caucaso”
[08:45] Entrando a Stepanakert/Khankendi
[10:21] La cancellazione attiva della storia armena
[13:11] Truffe, frustrazioni e la fortezza di Shushi
[16:24] Considerazioni finali: un monito dalla storia

Di seguito riportiamo la traduzione dall’inglese di ampi stralci del racconto del blogger Young Min:

Questo è l’Artsakh, una patria etnica apparentemente scomparsa da un giorno all’altro. Un paese di cui probabilmente non conoscevate l’esistenza. Dopo anni passati a seguire le notizie, finalmente sono qui per vederlo con i miei occhi. Al di là dell’etnogeopolitica, questo è stato un viaggio senza precedenti, carico di emozioni intense, profonda cultura e immenso dolore.

Ciò a cui ho assistito è solo l’ultimo capitolo di un viaggio estremamente complesso attraverso 129 Paesi. Questa è stata la giornata di viaggio più difficile che abbia mai affrontato. C’è qualcosa di veramente sbagliato nelle persone di qui. Vi racconto il mio estenuante viaggio, il contesto storico e le mie riflessioni sincere su questa esperienza davvero illuminante.

Mi chiamo Young Min. Ho visitato 129 paesi, pur lavorando a tempo pieno in ufficio, sfruttando al massimo le mie ferie e i punti fedeltà. E ora finalmente sono su YouTube per condividere questo viaggio con voi. Benvenuti all’avventura.

Sono arrivata a Baku e avevo programmato di noleggiare un’auto per guidare da sola fino all’Artsakh, un viaggio di 6 ore dall’aeroporto di Baku. Il sito web per ottenere il permesso di ingresso nella zona all’estero non funzionava e dovevo inserire i dati della mia auto a noleggio. Una volta arrivato, il sito era pieno di bug e alla fine non funzionava. Ero nel panico più totale. Ho dovuto stravolgere completamente i miei piani e sono riuscito a trovare un tour di gruppo last minute, tutt’altro che ideale.

Così, senza alcun saluto o presentazione da parte dell’agenzia di viaggi, siamo partite puntuali. Ho attraversato mezzo mondo, quindi sono contento di poter anche visitare l’Artsakh. Peccato che il sito web del governo per i permessi non funzionasse. Eccomi qui, in un tour guidato con restrizioni, senza la libertà di esplorare la regione per conto mio. Questo è solo il terzo tour di gruppo a cui partecipo.

Ad Agdam, al confine dell’Artsakh, controllano i passaporti e i permessi di viaggio per entrare nell’Artsakh. In passato, i residenti potevano viaggiare liberamente dall’Armenia, mentre per i viaggiatori stranieri c’era un posto di controllo passaporti. Ora il confine tra l’Armenia e l’Artsakh è completamente chiuso e militarizzato. Se sei Armeno o hai timbri sul passaporto che rivelano una visita al Nagorno-Karabakh, ti è vietato entrare in Azerbajgian e ora l’unico modo per visitare la zona è viaggiare verso ovest dall’Azerbajgian con permessi.

[Prima di entrare in Artsakh, il blogger parla della storia e del contesto dell’Artsakh e poi prosegue]

Per 33 anni, l’Azerbajgian ha sfruttato le sue risorse petrolifere e ha compiuto progressi che l’Armenia non è riuscita a eguagliare. E nel 2020, quando il mondo era chiuso e quando meno ce lo aspettavamo, l’Azerbajgian ha unito petrolio, Turchia e COVID per invadere l’Artsakh. Gli Azeri sono arrivati con una tecnologia moderna devastante. E in 40 giorni, la guerra era finita. L’Artsakh è stato di nuovo completamente accerchiato.

Non c’è fine alla violenza dell’uomo, nemmeno in quest’epoca in cui tutto viene registrato. Ma quando si diffondono intenzionalmente immagini di torture come mezzo di terrore, questo dimostra che per alcuni non si trattava di difendere la patria, ma di dare sfogo a tutto il male che si celava dentro e di mostrarci gli abissi oscuri della nostra natura umana. Ho visto i video ed è agghiacciante. Un monito per tutte le generazioni future: il mondo ci osserva.

Tre anni dopo l’invasione, le potenze si accordarono per una completa occupazione dell’Artsakh. Ognuno dei 120.000 abitanti di etnia armena che vivevano nella zona scomparve, fuggendo in Armenia. Migliaia di anni di patrimonio andati perduti per sempre. L’autoproclamata Repubblica di Artsakh cessò ufficialmente di esistere.

Entrando ad Agdam, la città di confine di Artsakh e porta d’accesso alle montagne del Karabakh, si può osservare l’imponente portata industriale del governo azero impegnato a riscrivere la storia di questa terra. In precedenza era un polo industriale azero. Durante la guerra, le forze armene bombardarono pesantemente la zona, trasformandola in una città fantasma. Un tempo città di confine, ora è diventata la porta d’accesso al Karabakh, che il governo azero intende trasformare in una sorta di località turistica di lusso. Quindi, si stanno dando da fare per costruire in quest’area.

E qui finiscono le strade asfaltate. Per la prossima ora e mezza, il nostro minivan percorrerà questa strada della morte, con i gas di scarico e la polvere che si insinueranno nell’abitacolo. Ho avuto un fortissimo mal di testa per tutto il giorno, anche dopo aver chiesto all’autista di far circolare l’aria.

È da qui che si sta sviluppando l’intera area del Karabakh, nell’ambito di un ambizioso programma di ritorno del governo. Ora, la città di Agdam viene completamente ricostruita e progettata come una smart city per 100.000 residenti, con particolare attenzione all’industria e all’istruzione. In totale, si prevede che 140.000 residenti torneranno nella regione entro la fine dell’anno. Abbiamo visto gli edifici in lontananza e, avvicinandoci, abbiamo compreso la vera portata e l’imponenza di ciò che sta accadendo qui: è davvero impressionante. È una dimostrazione al mondo intero che l’Azerbajgian fa sul serio.

Ora vedremo la capitale Stepanakert, che ora si chiama Khankendi, e anche lì ci sono grandi progetti, ma per ora sembra che Agdam sia al centro dell’attenzione.

Dato che le forze armene avevano creato una zona cuscinetto, quest’area è rimasta piuttosto sottosviluppata fino ad ora, e vediamo le tracce e i resti di dove un tempo vivevano gli Armeni. È inquietante. È desolato e surreale. È solo questione di tempo prima che tutto questo venga spazzato via. Quindi, per ora, è un crudo monito di due guerre.

E io sono qui a vedere la distruzione e la tragedia che l’uomo può causare. È davvero triste pensare che tutte queste case racchiudano storia e ricordi familiari che rimarranno intrappolati qui finché non verranno rase al suolo.

Prima che il sito web governativo per i permessi fallisse, il mio piano era di guidare da solo, passare la notte qui ed esplorare la zona, magari provando anche a parlare con la gente del posto. Anche se, con la censura che ho sperimentato personalmente in questo Paese, probabilmente sarebbe stata una pessima idea.

Finalmente arriviamo al checkpoint dei permessi e all’ingresso della città di Stepanakert, dove facciamo la nostra prima sosta, tra bandiere azere e musica azera a tutto volume. Tipo, ok, amico, hai capito. Siamo in Azerbajgian. Bene, quindi finalmente siamo arrivati a Stepanakert ed è stata dura. Sono state circa 4 ore del nulla assoluto. E poi vediamo le montagne. Poi ci rendiamo conto che questa è una terra diversa, sono gente diversa. Prima reazione, tragedia, tristezza. Ovunque tu vada, solo case vuote. Quindi, mentre il governo sta depredando la zona, molti monumenti vengono danneggiati, distrutti, riutilizzati o ristrutturati.

Un monumento rimane ancora come strumento di propaganda governativa per la tolleranza religiosa. Questo è il simbolo principale dell’Artsakh chiamato “Noi siamo le nostre montagne”, altrimenti noto come monumento della nonna e del nonno, costruito negli anni Sessanta. Simboleggia il legame tra il popolo e la terra dell’Artsakh.

Dopo sei ore e mezza, finalmente la nostra guida ci rivolge la parola, parlando un inglese fluente. Ci fornisce un breve excursus storico sugli Armeni e sulla popolazione di questa terra, ma poi, durante tutto il tour, è passato rapidamente a connotazioni negative, definendo gli abitanti Armeni dell’Artsakh ogni volta occupanti abusivi del governo illegale.

E quando abbiamo cercato di controbattere e intervenire con la storia, non c’era modo di cambiare il pregiudizio e il lavaggio del cervello. Il che dimostra che quel monumento è ancora lì solo perché il governo lo ha deciso. Ma abbiamo visto dalla sfilata di bandiere, dalla musica azera a tutto volume e dal vandalismo dilagante, che gli Azeri vogliono che tutto ciò che è armeno sparisca.

Quindi, per il resto del viaggio, continueremo a chiedere di vedere questo e quello. E la guida risponderà: “Sì, sì, lo faremo”. Ma in definitiva, l’intero tour dopo questo sarà orientato. E io, con la mia macchina fotografica, dovrò estrarre e selezionare da solo ciò che mi serve per creare il mio viaggio.

E qui, un momento di shock. Questo doveva essere ciò che volevo vedere di più in questo tour. Non ne avevo idea. Ed è completamente irriconoscibile. La guida racconta: «Alla nostra sinistra c’era il palazzo del parlamento del governo illegale. E quando l’abbiamo visto al nostro arrivo, abbiamo distrutto l’edificio e costruito il Parco della Vittoria».

Vediamo le rovine di quella che un tempo era l’Università dell’Artsakh. Dopo la guerra, fu ribattezzata Università di Karabakh e rapidamente ristrutturata per sostituire il patrimonio armeno.

Ero furioso. So che eravamo in ritardo. Continuavamo a chiedere di vedere di più della città e della storia armena, ma la guida continuava a rimandarci dicendo che eravamo in ritardo. Dovevamo vedere l’università, quando in realtà non volevamo vederla. Volevo vedere il principale simbolo culturale del luogo, ovvero la chiesa, ma continuava a impedircelo, girando alla larga, il che mi ha fatto sospettare cosa stessero facendo.

È stato un vero peccato. Stepanakert avrebbe dovuto essere il momento clou del viaggio, ma invece non ci abbiamo messo piede. La narrazione controllata stava diventando stancante e onestamente eravamo frustrati.

E mentre passiamo davanti a uno degli hotel, che avevo cercato di prenotare, parliamo degli hotel. Ho fatto una ricerca su Google e nei risultati comparivano i siti web degli hotel. Ho contattato un hotel che indicava un certo prezzo sul suo sito web. Ho dovuto inviare un’e-mail per prenotare perché non c’era un sistema di pagamento. Ho ricevuto la conferma, e ho chiesto quale sarebbe stato il prezzo e mi hanno risposto che sarebbe stato il 50% più alto di quello che avevo visto. Quindi, quando ho detto di no, di darmi il prezzo sul sito web, mi hanno risposto che era per un’altra stagione. Va bene, errore umano. Ho detto loro di correggerlo in modo che altri turisti stranieri non vedessero la stessa cosa, ma si sono rifiutati, rispondendomi in modo scortese. Così ho lasciato perdere questi pagliacci e ho pagato il doppio per soggiornare nel nuovo Hotel Palace, inaugurato personalmente da Ali. Poi, una settimana prima della partenza, mi hanno mandato un’e-mail dicendo che la mia prenotazione era stata cancellata a causa di un evento di Stato. Quindi, visito che sono collegati a un gruppo di tre hotel di lusso nella zona, ho risposto: “Va bene, prenotatemi un’altra stanza”. E hanno continuato a dire di no. Sono subito passato alla modalità: “Voglio parlare con il vostro responsabile”. Mi hanno ignorato per qualche giorno e poi sono tornati dicendo: “L’evento è stato cancellato. La sua prenotazione è ancora valida”.

A quel punto ero già nel Paese, alle prese con il pasticcio del permesso, e avevo cambiato i miei piani per rimanere a Baku un giorno in più invece che a Stepanakert. Quindi, ero già esausto. Sono stato truffato nel momento stesso in cui sono atterrato nel Paese. Ho contattato sei diverse agenzie governative in lingua azera, ma nessuna si è degnata di rispondere. Onestamente, finora ho visto solo soldi del petrolio e niente di concreto. Quindi, penso solo: “Va bene, vediamo cosa ha da offrire il Karabakh”.

Mentre saliamo sulle montagne verso Shushi, si può ammirare l’intero panorama della città di Stepanakert. Alle 2.30 pm, sei ore e mezza dopo l’inizio del nostro tour, siamo arrivati in un ristorante. Sembrava piuttosto carino. Ho ordinato due cose e gli ho detto: “Ehi, prenderò il kebab e il manzo”. Quindi ho detto: “Due, giusto?”. E poi, quando è arrivato in conto, c’erano quattro voci. Non so cosa fossero. Non hanno provato a spiegare. Mi hanno detto solo: “Ehi, questa è la cifra”. Quindi non sapevo di cosa si trattasse. Stavo bloccando l’intero gruppo turistico. Alla fine ho pagato. Non volevo litigare. Ma c’è qualcosa di veramente sbagliato nella gente qui. Quindi, dai truffatori di Baku che noleggiano auto, ai piccoli hotel e ora ai ristoratori, ce l’avete fatta. Avete completamente rovinato l’immagine del Paese, basta una sola persona con l’audacia di truffare un turista internazionale. Quindi preferiscono truffare e perdere i miei amici e la mia famiglia come possibili futuri ospiti. E per finire, quando ho contattato il governo azero per chiedere aiuto, sono stato completamente ignorato. So che ci sono brave persone qui da qualche parte, ma bisogna occuparsi di questi individui.

L’Armenia e l’Azerbajgian stanno lavorando per normalizzare i rapporti e forse gli Armeni potranno tornare a visitare quella terra, ma non sarà mai più casa loro. E sono proprio questi luoghi, come i Balcani e Mosul, ad avermi colpito profondamente durante i viaggi. Spero di poter continuare a condividere con voi il mondo, affinché possiamo imparare e, si spera, smettere di ripetere gli errori del passato.

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Il genocidio armeno porta in tribunale la regista curda Aksoy (Il Manifesto 20.03.26)

Nel 1918 viene pubblicato a New York Ravished Armenia (Armenia violata) un libro di memorie che diventa il primo documento sul genocidio commesso dalla Turchia contro gli armeni. A firmarlo è una giovane donna, Aurora Mardiganian che a partire dalla propria esperienza dà appunto voce a quella collettiva (e che sarà a lungo negata) di un popolo. Aurora viveva con la sua famiglia a Chmshkatsag, una importante città armena dell’impero Ottomano distrutta dai turchi nel 1915. Il padre era un commerciante di sete, lei studiava il violino, quando inizia il massacro degli armeni aveva quattordici anni, la sua famiglia viene uccisa, Aurora è torturata, violentata, venduta a degli ufficiali turchi e rinchiusa in un harem da dove dopo due anni riesce a fuggire arrivando nella zona occupata dall’esercito russo. Di lì con l’aiuto di alcuni missionari americani emigra in America dove vivrà fino alla sua morte, nel 1994, a Los Angeles, dedicandosi alla lotta per il riconoscimento del genocidio armeno di cui era diventata diventa il simbolo – la Giovanna D’Arco armena.

Dal libro che fu un grande successo venne tratto l’anno dopo un film, diretto da Oscar Apfel, Auction of Soul, con la stessa Mardiganian che era anche stata il volto di una delle più grandi campagne di beneficenza dell’epoca, come protagonista, e la partecipazione della numerosa comunità armena rifugiata negli Stati uniti. Libro e film scatenano anche molte polemiche, i turchi attaccano duramente la storia di Aurora, il film andrà poi perduto e oggi ne rimangono venti minuti che sono stati restaurati dall’Armenian Genocide Resource Center in California nel 2009.

È da questi materiali che parte la regista armena Inna Sahakyan per il suo Aurora’Sunrise (2022), in cui fa rivivere ancora una volta la vicenda di Aurora attraverso gli archivi, le immagini di quel film muto, l’animazione e le interviste. «Aurora ha dedicato la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica sul genocidio. La sua incredibile forza e la sua dedizione alla missione, così come il modo in cui ha superato traumi personali e un dolore indicibile per raccontare al mondo la storia del suo popolo, sono fonte di ispirazione. Il suo percorso si è trasformato da semplice lotta per la sopravvivenza a lotta per l’umanità. Lei si è rifiutata di essere ridotta a una vittima o a un semplice oggetto della storia. Forse è proprio questo il segreto della sua forza» ha detto Sahakyan che l’Armenia ha candidato agli Oscar nel 2023 per il miglior film internazionale.

E il lavoro su questa memoria e la sua narrazione continua a essere una battaglia, specie a fronte al violento rifiuto della Turchia di ammettere storicamente il genocidio armeno, che è bandito per legge (c’è un articolo della costituzione) dalla discussione pubblica nel Paese e considerato un «atto insultante contro l’identità turca». Il governo di Erdogan si è spesso scontrato con i paesi che hanno riconosciuto il genocidio armeno, condannando la decisione anche con pesanti interferenze (specie in Germania), mentre chi in Turchia ne parla pubblicamente incorre in procedimenti penali.

È QUANTO accade questi giorni a Rojhilat Aksoy, regista e organizzatrice culturale curda, rinviata a giudizio per avere proiettato due anni fa, al Centro culturale di Diyarbarkir con l’associazione di cui era vicedirettrice Aurora’s Sunrise. L’accusa è di «vilipendio alla nazione turca e alle istituzioni statali», sostenuta da stralci dei dialoghi e scene del film.

Aksoy ha risposto dicendo che la proiezione rientra nell’ambito della libertà di espressione – la prossima udienza si terrà il 6 aprile. Figura centrale in quelle forme di resistenza culturale alla censura e alla repressione contro i curdi, la regista fa parte della Nahost Film Academy, che promuove il cinema indipendente e lavora sulla formazione dei cineasti curdi, fra i suoi film c’ è un documentario sullo sciopero della fame dei detenuti politici, e con la sua attività cerca di mantenere visibili la lingua, la cultura e la memoria curde contro l’assimilazione.

IERI il festival internazionale di Yerevan Golden Apricot ha diffuso una dichiarazione di solidarietà nei confronti di Aksoy in cui si legge: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il procedimento penale avviato nei confronti di Rojhilat Aksoy (…) Riteniamo che il cinema debba rimanere uno spazio di dialogo specie quando si affrontano storie complesse e dolorose.

Considerare un organizzatore culturale responsabile di un film che non ha realizzato solleva gravi preoccupazioni riguardo alla libertà artistica e alla libertà di espressione. Opere come Aurora’s Sunrise dovrebbero essere affrontate con una discussione aperta, non con azioni legali. Siamo solidali con Aksoy e con tutti coloro che lavorano per mantenere gli spazi culturali aperti, liberi e significativi». Tale libertà però, come dimostrano anche i divieti posti su artiste e artisti palestinesi nel dibattito su Gaza e il genocidio palestinese in Europa (e negli Stati uniti) appare oggi sempre più minacciata e non solo in quei paesi come la Turchia definiti «autoritari».

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