Novità in libreria: I mendicanti nobili, Hagop Baronian (A cura di Kegham Boloyan)

I mendicanti nobili’ (Medzabadiv Muratsganner) è un romanzo satirico sull’avarizia e la vanità umane, caratteristiche possedute da tutti i personaggi della storia che si rivelano degli idioti, dei bugiardi o, a volte, entrambe le cose. Il protagonista dell’opera – già tradotta in arabo, inglese e francese – è Apisoghom Agha (‘signore’ o ‘padrone’); gli fa da corollario un vasto assortimento di ciarlatani, editori, giornalisti, poeti, medici, preti, avvocati, che si recano da lui per offrirgli aiuto, ma soprattutto per ricevere in cambio i suoi favori. Questi personaggi rappresentano l’intellighenzia armena caduta nella povertà spirituale a causa delle condizioni socio-politiche e ridotta ad adulare uomini come Apisoghom Agha, ricco, provinciale e ignorante. Nell’Armenia del XIX secolo, così come nel mondo odierno, tutto ruota intorno al denaro e al tornaconto personale. Quest’opera quindi, sebbene rappresenti una società ben precisa, ha un carattere universale.

VENEZIA – ottobre / dicembre – VI seminario sull’arte armena e dell’Oriente cristiano

Da ottobre a dicembre si svolgerà il VI Seminario sull’arte armena e dell’Oriente cristiano, organizzato dal Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali (Stefano Riccioni), dal Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea (Aldo Ferrari e Marco Ruffilli); l’iniziativa rientra nella programmazione didattica della Scuola di Dottorato in Storia delle Arti.

Il Seminario ha  il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena di Venezia, della Congregazione Armena Mechitarista e della Hamazkayin Armenian Educational & Cultural Society.

Si tratta ormai di un appuntamento consolidato, ma che quest’anno, pur mantenendo al centro del suo orizzonte la dimensione culturale dell’arte armena, si allarga ad altre aree dell’Oriente cristiano, in particolare al mondo bizantino ed a quello georgiano.

Da quest’anno, inoltre, nel segno di una volontaria ripresa della tradizionale collaborazione con il Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena avviata con le “Onnig Manoukian Lectures” da Adriano Alpago Novello e Gianclaudio Macchiarella, alcuni seminari si terranno presso la sede del Centro, nella Loggia del Temanza.

Al Seminario interverranno numerosi specialisti italiani ed internazionali, confermando il valore di questa iniziativa che pone sempre più Ca’ Foscari all’avanguardia degli studi sull’Oriente cristiano e sull’Armenia in particolare.

APPELLO per l’Isola di San Lazzaro degli Armeni

La Congregazione Armena Mechitarista vivamente ringrazia tutti quelli che sono stati vicini e solidali alla comunità di San Lazzaro per i danni causati dall’alluvione, e hanno espresso una sincera disponibiltà d’aiuto.
Desideriamo informarvi che abbiamo tempestivamente avviato i lavori delle pulizie e risistemazione del chiostro, chiesa, refettorio e di tutti i locali al pianoterra, dove nessun’area del complesso è stata risparmiata dall’acqua, e alcuni danni strutturali e a dotazioni tecniche sono ingenti.
Per la riparazione dei danni della calamità e nuovi interventi che si renderanno necessari per alzare il livello di protezione del Monastero e del patrimonio memoriale che custodisce, tutti i nostri amici e benevoli estimatori che desiderano contribuire possono effettuare la loro donazione su questo numero di conto corrente:

CONGREGAZIONE ARMENA MECHITARISTA
BANCA INTESA SAN PAOLO
IBAN: IT79 H030 6909 6061 0000 0007 086
BIC: BCITITMM

COMUNICATO STAMPA – CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA: SODDISFAZIONE PER IL VOTO USA

COMUNICATO STAMPA

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA: SODDISFAZIONE PER IL VOTO USA

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” si associa alla soddisfazione degli armeni in tutto il mondo per lo storico voto della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che ha adottato una mozione di riconoscimento del genocidio armeno impegnando altresì il governo a non sostenere le tesi negazioniste della Turchia.

Si tratta di una votazione molto importante che si aggiunge ad altri recenti analoghi pronunciamenti come quello italiano.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”  si augura che l’eco di questo passaggio politico statunitense aiuti a sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma del popolo armeno e per la prevenzione dei genocidi. Un dramma, Metz Yeghern (Grande Male), per i massacri di cento anni fa ma anche per la perseverante politica negazionista di Ankara.

La Turchia infatti rifugge dal rileggere il proprio passato e soprattutto non manifesta e non ha mai manifestato – circostanza questa molto grave – alcun rimorso o pentimento per quanto accaduto agli armeni all’inizio del secolo scorso.

Una mancanza di sensibilità che il “Consiglio per la comunità armena di Roma”   giudica dettata da un orgoglio nazionalista antistorico e che considera immorale.

Per questo gli armeni, in ogni angolo del mondo, continueranno a battersi fin tanto che la Turchia non avrà modificato il proprio atteggiamento e non avrà compiuto idonei passi per la riconciliazione.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”  ringrazia tutti i politici italiani che, anche in queste ore, hanno manifestato vicinanza alla causa armena.

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Novità letteraria. Armenia, Caucaso e Asia Centrale. Ricerche 2019

Si segnala la pubblicazione del volume Armenia, Caucaso e Asia Centrale. Ricerche 2019, a cura di  Giorgio Comai, Carlo Frappi, Giovanni Pedrini, Elena Rova, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia. Il volume è scaricabile liberamente: https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/collane/eurasiatica/

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Presentazione

La serie Eurasiatica. Quaderni di Studi su Balcani, Anatolia, Iran, Caucaso e Asia Centrale nasce per occuparsi specificamente di una vasta area, composita ma interrelata che, oltre alla tradizionale rilevanza storico-culturale, sta assumendo un crescente rilievo politico ed economico. La collocazione di questa serie all’interno delle Edizioni Ca’ Foscari deriva al tempo stesso dalla forte tradizioni di studi su Balcani, Caucaso e Asia Centrale presente nel nostro Ateneo, dove vengono infatti insegnate le principali lingue di queste regioni – albanese, bulgaro, neogreco, romeno, serbo-croato, russo, persiano, turco, armeno e georgiano. Gli studi pubblicati in questa collana mirano a fornire uno strumento di elevato livello scientifico a carattere multidisciplinare in diversi campi di ricerca (archeologia, arte, antropologia, etnologia ed etnomusicologia, linguistica, filologia, folklore, religione, storia, geopolitica).

COMUNICATO STAMPA – IL CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA CONDANNA L’ATTACCO TURCO

 

COMUNICATO STAMPA

IL CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA CONDANNA L’ATTACCO TURCO

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”si unisce alle condanne internazionali per la nuova azione militare della Turchia in Siria ed esprime massima solidarietà e vicinanza alla popolazione siriana colpita dalle forze armate turche di Erdogan.

Un’azione militare irresponsabile che ha prodotto morti, feriti, distruzioni e decine di migliaia di profughi che dimostra ancora una volta il vero volto della Turchia: uno Stato dove la tutela dei diritti umani è pressoché nulla, dove giornalisti, accademici e politici vengono incarcerati con ogni pretesto, uno Stato che alimenta tensioni con i propri vicini, non accetta mediazioni diplomatiche e conosce solo la politica della minaccia.

Uno Stato che,a cento anni dal genocidio perpetrato a danno della minoranza armena,  ripete gli orrori del passato contro un altro popolo, con azioni belliche che non risparmiano la popolazione civile, le donne, i bambini…

Auspichiamo che a differenza del passato, le istituzioni italiane ed europee, invece di girare lo sguardo altrove, sappiano reagire adeguatamente di fronte all’ennesima prepotenza di Erdogan; e diano un messaggio di chiara fermezza anche per impedire che altri dittatori possano trarre spunto dall’avventura turca in terra siriana per nuove iniziative belliche nel Caucaso.

Se il genocidio armeno del 1915 fosse stato riconosciuto e punito adeguatamente non avremmo probabilmente dovuto assistere a nuovi scenari di violenza e di mancanza di rispetto dei diritti umani.

A coloro che oggi, giustamente, si indignano per l’arroganza bellica di Erdogan chiediamo di non dimenticare il dramma del genocidio armeno che ancora oggi il negazionismo turco rifiuta di riconoscere; di unirsi alle comunità armene in occasione del prossimo anniversario del genocidio (24 aprile, 105° del Metz Yeghern), di votare nei consigli comunali e regionali risoluzioni di condanna dell’attacco turco e di solidarietà al popolo armeno e curdo.

 

Consiglio per la comunità armena di Roma

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La musica di Komitas e l’Armenia (Doppiozzero 15.10.19)

A Yerevan si festeggiano i 150 anni dalla nascita di Komitas e gli sono dedicati concerti ovunque. Ho sentito la sua musica per la prima volta a Tbilisi una decina di anni fa e per una serie di coincidenze fortunate riuscimmo a portare a Venezia lo stesso quartetto qualche anno dopo, a Ca’ Rezzonico. Padre Komitas era un orfano (di madre a un anno, di padre a 11), che venne affidato presto alla chiesa Armena ad Echmiadzin, la città sacra della chiesa Armena. Lì vicino il re Tiridate era stato toccato da Gregorio l’armeno (l’illuminatore) che in questo modo aveva invertito la trasformazione del sovrano in cinghiale, iniziata dopo che aveva violentato alcune monache sfuggite a Diocleziano (la storia è ben descritta dallo storico Agatangelo, che parla di 40 suore, di cui Gayane  la badessa  e Hripsime sono quelle che vengono notate dal re e rifiutano la sua violenta voglia di possederle. Il re ordina allora che vengano torturate e uccise). Iniziò così la storia della chiesa Armena, con il primo Re cristiano convertito.

Komitas, il cui vero nome era Soghomon Gevorki Soghomonyan mentre Komitas Vardapet è il nome che assume quando diviene sacerdote, si fece notare per la bella voce, studiò anche a Berlino dove prese un dottorato in musicologia, in quella che oggi è la Humboldt, quindi tornò in Armenia e raccolse una grande quantità di canzoni popolari, come faceva in quegli anni anche Béla Bartók. Un bellissimo museo, curato con grande intelligenza da Vartan Karapetian, racconta la storia di questo personaggio straordinario. Grande trascrittore ma anche gradissimo musicista per conto proprio, ha scritto per pianoforte, pianoforte e voce, coro. Non so quanto di popolare sopravviva effettivamente nelle sue composizioni che sono spesso lievi, articolate e oscure. Si sente molto chiaramente, soprattutto nelle trascrizioni per quartetto o per orchestra, la sapienza musicale di chi ha studiato in Germania all’inizio del secolo. Sia quando scrive musica liturgica che nella musica profana ha una cifra precisa, malinconica, diretta.

 

Dopo essere tornato in Armenia si trasferisce a Istanbul dove mette insieme un coro di 300 elementi. Siamo nel 1910. A questo punto i giovani turchi, fallito il progetto di democratizzazione, hanno già iniziato da un anno la persecuzione degli armeni. Anche Komitas viene deportato (il 24 aprile viene arrestato. Il 25 mattina deportato alla prigione di Çankiri, il 9 maggio viene graziato, il 10 maggio rientra a Istanbul); viene salvato da due principi che non trovando più il proprio insegnante di musica, lo fanno cercare e lo ritrovano un paio di settimane dopo; intervengono anche due influenti scrittori turchi Emin Yurdakul Mehmet e Halide Edip Hanim oltre ai diplomatici americani; quelli europei, essendo ormai in guerra con l’impero ottomano, erano stati ritirati. Dietro le quinte però si muove anche il Principe Abdülmecid Efendi, pittore e presidente della società artistica.

Tragicamente segnato dal genocidio armeno, Komitas vivrà ancora una ventina d’anni ma senza più parlare, secondo alcuni per una malattia psichiatrica, per altri invece semplicemente per un voto del silenzio. Ha scritto magnificamente anche per una mezza soprano di cui era innamorato e amante, Marguerite Babayan, che lo convincerà a non lasciare la chiesa. Muore nel ’35, a Parigi.

Quello che oggi colpisce della musica di Komitas è che non è nata per intrattenere. Questa è la traccia fondamentale che resta della tradizione popolare in cui si immerse, e fa venire in mente quanto dice Montale in qualche intervista e nella breve poesia dedicata ad Asor Rosa. La poesia, e così la musica e in genere l’arte, non ha un scopo.  Semplicemente è. Come gli ossi di seppia che si raccolgono in spiaggia. Oppure non è, non è nulla. E così i nostri sentimenti e le nostre idee. Per questo l’atteggiamento ideologico di fronte all’arte, che questa debba servire un fine più ampio, che sia socialista o cristiano fa poca differenza, o quello commerciale, che cerca di realizzare il proprio valore nel successo, sono spesso mistificanti. Una canzoncina di bambini è una cosa, parla magari del canto di un uccello o di un gioco, così come il lamento di un amante tradito, ma non è possibile far esistere qualcosa per servire un fine che non sia qualcosa che esiste in sé.

Questo non significa l’arte per l’arte, non giustifica ripiegamenti estetizzanti su se stessi, ma piuttosto umilmente l’arte, che come tante altre cose semplicemente è nel mondo. Dove venti contrastanti, rivoluzioni, guerre, improvvisi sradicamenti, ma anche la primavera e i giovani innamorati, semplicemente ci sono.

Il genocidio è al centro della percezione che gli armeni hanno della propria identità politica, e separa le generazioni. Da un lato, come sanno tutti i lettori di Primo Levi, è ineludibile. La memoria dell’offesa è simmetrica al negazionismo. Ai miei studenti lo spiego in questo modo: se durante un esame io do un pugno a uno di loro e loro chiedono aiuto, è importante che vengano creduti. Immaginiamo che qualcuno da fuori dall’aula entri e chieda cos’è successo. Il mio studente denuncia il pugno e io nego che sia accaduto. A questo punto non è più il pugno, che non può essere disfatto, a contare. Piuttosto è il loro racconto e la relazione tra noi. Se io dico: nulla, questo studente stava facendo un brutto esame e si è inventato questa storia del pugno per mettermi nei guai e uscirne, i futuri rapporti di questo studente con me saranno segnati dalla paura. E anche quelli degli altri studenti che non sapendo se io sia davvero il tipo che dà pugni agli studenti quando vengono a ricevimento. La negazione dell’offesa diventa il nodo della nostra relazione. Questo è stato anche il nodo della vicenda di Brett Kavenaugh l’anno scorso. Un giudice sospettato di violenza sessuale mette chi gli è di fronte per essere giudicato in una posizione impossibile.

Opera di Mariam Harutyunyan.

Ma il genocidio armeno separa anche le generazioni. I giovani non vogliono sentirsi vittime della storia. Perché inevitabilmente, dove non si ottiene giustizia, si imposta la propria esistenza come una vita oppressa da una negazione. I rapporti con la Turchia, che ha chiuso i confini, il senso di essere circondati e minacciati, alla fine la stessa verità storica, per quanto accuratamente documentata, diviene un peso che a vent’anni gli studenti non vogliono mettersi sulle spalle. Sanno già tutti e comunque di essere un’isola di cristianità tra popolazioni musulmane; sono difficili i rapporti anche a nord, con i georgiani, che hanno un’altra varietà di cristianesimo. Una guida mi ha raccontato una barzelletta che sintetizza queste difficili vicinanze: un bambino chiede al nonno perché gli armeni non hanno mandato un uomo sulla luna? Il nonno risponde: se lo facessero i georgiani creperebbero di invidia, e se i georgiani crepassero di invidia gli armeni creperebbero di gioia, e alla fine gli azeri avrebbero tutta la terra.

Questo senso di essere un territorio e un’identità contesa segna l’Armenia come forse segnava anche gli stati europei prima dell’Europa. Vicini ostili minacciano la tua esistenza e quindi ci si afferma per differenza, raccontando se stessi a partire dalla condizione di vittima, o comunque rimarcando un lungo contenzioso e perché si è dalla parte della ragione. Un po’ come se raccontando i rapporti con i francesi i ragazzi italiani oggi partissero da Campoformio e avessero bene impresso i diversi motivi di rivalsa che abbiamo nei loro confronti. E così per austriaci, tedeschi, americani e via dicendo.  A questo punto non è più tanto importante la verità storica, nessuno mette in dubbio la veridicità storica delle morti dell’inizio del secolo scorso, ma che vengano assunte come fondamento di una identità nazionale.

Questo è un altro dei fatti interessanti in questa parte del mondo dove trent’anni fa è crollata l’URSS (al referendum per l’indipendenza ci fu il 99,51% dei voti per l’indipendenza, con un’affluenza del 95,05%). Soprattutto per noi europei e europeisti, che cerchiamo di attenuare i tratti dell’identità nazionale. Ci si sente un po’ in un mondo in cui i sovranisti hanno vinto. Identità religiosa che si identifica con identità politica, frontiere chiuse, una serie di rivendicazioni che quasi certamente dall’altra parte, in Azerbaijan o Turchia o Iran, troverebbero simmetriche rivendicazioni.

Viaggiando poi sugli altipiani meravigliosi dell’Armenia centrale, dove per millenni i mercanti segnavano tante vie della seta, ci si chiede che senso abbia per gli umani qualunque ricerca di identità. Se non siamo come il cielo e le aquile, i fiumi e le mandrie di bestiame, quel che è reale, come nelle arie popolari trascritte da Komitas, o quelle che magari ha creato lui, non è affatto una cultura nazionale ma piuttosto un tratto di umanità che, certo, ha sue caratteristiche anche locali, ma la cui esistenza non è definita da questo. Questione di prospettiva: ci dobbiamo chiedere se la differenza tra una lingua e un’altra non sia importante quanto la sua vicinanza, e il modo in cui le storie dei popoli si mescolano, si intrecciano, tra migrazioni e contaminazioni. Come al contrario nel tentativo di caratterizzare musica e letteratura come qualcosa di nazionale ci sia sempre un aspetto consolatorio e mistificante, quasi che ritagliandosi un pezzetto, un ambito, sia più possibile fare una carriera accademica o letteraria o musicale. Perché in questo modo i politici potranno fare appello alla nostra fondamentale mancanza di cittadinanza, al fatto che nessuno ha alcun diritto di essere qui piuttosto che lì, e la fortuna di essere nati lontani dalla guerra o da una siccità non è che un caso, che non ci distingue dagli altri animali, non ci rende migliori di nulla e nessuno.

È questo che pensavano i monaci che si rinchiudevano nei monasteri scavati nella roccia di Geghard  o Tatev? Sono chiese molto separate dalle comunità che hanno attorno, con una vocazione monastica simile a quella ortodossa. Anche l’arte con cui sono costruite, non pare ricadere nella società che le circonda e non pare nutrirsi di questa. Se Tiziano e Tintoretto dipingono dentro e fuori dalle chiese, santi e madonne ma anche politici e amanti, nelle chiese armene si sente la fortissima tensione all’isolamento, quasi una contrapposizione al mondo che gli è all’esterno. Un cristianesimo in cui il sacrificio dell’uomo è il dialogo con Dio, mentre per noi fa parte di una conversazione più aperta, che assorbe mitologie precedenti che restano parallele e forse sfrangiano la purezza teologica, ma rendono anche le figure della narrazione, non solo dei vangeli ma più in generale di quel che forse è cristiano e forse no, diffusa e impura.

Una delle ragioni per cui la musica di Komitas è così seducente è proprio perché intreccia una forte tensione privata e singolare verso Dio a una curiosità commossa per i tanti luoghi, dai canti dei bambini ai grandi e piccoli amori degli adulti, in cui le cose si svolgono e sono reali.

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Il Grande Male: la Turchia e gli armeni – Il primo genocidio del XX secolo (Focus 15.10.19)

ksor! Gridavano le donne. Questa parola – deportazione – suscitò in mia madre un urlo di disperazione. Lei sapeva. Era il luglio del 1915 e a ricordare è Varvar, che allora aveva 6 anni e che in seguito raccontò alla figlia, giornalista e scrittrice, la sua storia di sopravvissuta al genocidio degli armeni. Una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare. Solamente allora, infatti, la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni – da parte dell’Impero ottomano – come il primo genocidio del XX secolo.

CAPRI ESPIATORI. Il Metz Yeghern (grande male), come lo chiamano gli armeni della diaspora, iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di 2.345 persone nella sola Istanbul, poi giustiziate o deportate.

Impantanato nella Prima guerra mondiale, il plurisecolare Impero ottomano era al tramonto. Minacciata dalla Russia, Istanbul temeva l’alleanza dei circa 2 milioni di sudditi armeni (cristiani) con gli slavi ortodossi: al governo, i Giovani Turchi del Comitato di unione e progresso gettavano benzina sul fuoco del nazionalismo.

«La premessa del genocidio fu lo smembramento dell’Impero ottomano, che tra il 1878 e il 1918 perse l’85% del suo territorio e il 75% della popolazione», spiega lo storico e dissidente turco Taner Akçam – il primo studioso del suo Paese a parlare apertamente di genocidio. Per questo, nel 1976, è stato condannato a 10 anni di carcere: rifugiato prima in Germania, oggi insegna all’Università del Minnesota (Usa).

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Armenia: il memoriale del genocidio. | PAVEL L PHOTO AND VIDEO / SHUTTERSTOCK

Akçam, attraverso lunghe ricerche d’archivio, ha ricostruito come la Repubblica Turca, fondata nel 1923 sulle ceneri dell’impero da Mustafa Kemal “Atatürk” (cioè “Padre dei Turchi”), sia figlia anche della pulizia etnica. «Per costruire la nuova nazione, Kemal Atatürk si servì proprio degli organizzatori dello sterminio e di chi si era arricchito depredando gli armeni», spiega Akçam.

Era la fine della tolleranza ottomana, che, pur tra molte discriminazioni, aveva permesso per secoli la convivenza dei popoli più diversi, armeni compresi. Questi ultimi, però, erano “colpevoli” di rappresentare un’élite culturale ed economica, pur essendo una minoranza linguistica e religiosa. Il ritratto perfetto del capro espiatorio.

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Orfani armeni destinati alla deportazione (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

INNOCENTI OGGI? COLPEVOLI DOMANI! Così, quel fatidico 24 aprile (commemorato ogni anno dagli armeni di tutto il mondo), dal ministero dell’Interno partì l’ordine: arrestare i notabili e gli intellettuali armeni. L’accusa era di alto tradimentoRistabilimento dell’ordine nella zona di guerra con misure militari, rese necessarie dalla connivenza con il nemico, il tradimento e il concorso armato della popolazione, così la burocrazia militare turca giustificò i massacri.

 

Quando l’ambasciatore americano Henry Morgenthau inviò una supplica in difesa degli armeni, questa fu la risposta del ministro dell’Interno ottomano, Ahmed Pascià Tal’at (poi assassinato da un “vendicatore armeno” nel 1921): «Ci è stato rimproverato di non fare alcuna distinzione tra gli armeni innocenti e quelli colpevoli; ma ciò non è possibile, per il fatto che coloro che oggi sono innocenti, potranno essere colpevoli domani». Per i nazionalisti si trattava di una “difesa preventiva”: gli armeni erano solo “microbi tubercolotici” da debellare, arricchitisi – dicevano i Giovani Turchi – sulle spalle dei “turchi onesti”.

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

TRAGICA EFFICIENZA. Per ripulire più rapidamente il sacro suolo turco, per la prima volta nella Storia fu applicata la deportazione sistematica, fredda, scientifica, ordinata da un’apposita “legge di deportazione”. Un sistema affidato alla cosiddetta Organizzazione speciale, formata per lo più da criminali ed ex detenuti. La tragica efficienza dell’Organizzazione, secondo diversi studiosi, ispirò ai nazisti i metodi della “soluzione finale” contro gli ebrei. «Per la prima volta si fece ampio uso dei moderni sistemi di trasmissione delle informazioni (telegrafo) e di trasporto (ferrovia)», spiega lo storico francese Bernard Bruneteau nel suo libro Il secolo dei genocidi (il Mulino, 2006).

Gli armeni arruolati nell’esercito furono sommariamente passati per le armi. «In alcuni vilayet – le province armene – non si procedette nemmeno alla deportazione, bensì all’uccisione sul posto. Le vittime venivano legate e gettate nei fiumi due a due. Così, per intere settimane, l’Eufrate ne trascinò i cadaveri, che si accumulavano sui banchi di sabbia per finire poi in pasto ai cani e agli avvoltoi», racconta ancora Bruneteau.

Chi non veniva ucciso sul luogo moriva nelle marce forzate, per le privazioni e le malattie. Un esempio fra tanti: dei 18.000 partiti dalla cittadina di Sivas, solo 500 superstiti giunsero, stremati, ad Aleppo (oggi in Siria), dove convergevano i convogli dall’Anatolia, dalla Tracia, dall’Asia Minore e dalla Cilicia (Turchia meridionale); e appena 213 dei 5.000 armeni di Harput arrivarono a destinazione. «Alla fine dell’estate del 1915 in Anatolia non c’erano più armeni», afferma Bruneteau. Circa 300.000 di loro si erano rifugiati in Russia, dove nel 1920 nacque l’Armenia sovietica e nel 1991 l’attuale Repubblica Armena. Almeno un milione morirono nelle “marce della morte” e in seguito alle privazioni.

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Immagini dallo sterminio degli armeni (foto del 1919). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

 

SELEZIONE NATURALE. Aleppo divenne il teatro della seconda fase del genocidio: i campi di concentramento. Ancora oggi, gli archivi turchi della Direzione generale dei deportati sono inaccessibili: per fare luce su ciò che accadde in quei campi bisogna affidarsi alle testimonianze dei sopravvissuti, dei diplomatici e dei tecnici stranieri (soprattutto tedeschi) che lavoravano alla costruzione delle ferrovie dell’Impero ottomano. Emerge così il vero scopo dei campi: non quello di trasferire gli armeni fuori dal “sacro suolo” turco, bensì quello di affrettarne l’eliminazione.

«In tutto c’erano 870.000 persone distribuite in parecchie decine di campi improvvisati lungo il corso dell’Eufrate, per circa 200 chilometri», scrive Bruneteau. «La strategia adottata dai turchi consisteva innanzi tutto nel lasciare marcire per settimane i deportati nei campi di transito alla periferia di Aleppo, per poi spostarli da un campo di concentramento all’altro lungo l’Eufrate, fino alla fine di un processo di selezione naturale». Ammassati all’aperto, senza cibo né cure, morivano a migliaia. «Nel solo campo di Islayhié si calcola che fino alla primavera del 1916 siano morti di fame o di malattia in sessantamila.»

 

Il Grande Male: la Turchia e gli armeni - Il primo genocidio del XX secolo

Rifugiati armeni in un campo profughi (foto del 1920). | EVERETT HISTORICAL / SHUTTERSTOCK

Le donne, come la madre della piccola Varvar, furono quelle che soffrirono di più: “Le più belle sono vittime della lubricità dei loro carcerieri, mentre quelle brutte soccombono alle sevizie, alla fame, alla sete, poiché, stese vicino alle fonti d’acqua, non hanno il permesso di dissetarsi. Agli europei è vietato distribuire pane agli affamati”, si legge in una lettera inviata da quattro professori della scuola tedesca di Aleppo.

LA SOLITA INDIFFERENZA. Come in Cambogia negli Anni ’70, in Ruanda negli Anni ’90, in Sudan fino a tutt’oggi, e ancora con i Turchi all’assalto dell’enclave curda in Siria, il mondo stava a guardare.

«Una particolarità del genocidio del 1915», afferma Bruneteau, «è di essere stato perpetrato sotto gli occhi dei rappresentanti della comunità internazionale: osservatori neutrali (svizzeri, americani, danesi e svedesi) e funzionari civili e militari tedeschi e austriaci».

Anche se i rapporti e le testimonianze di questi osservatori permettevano di ricostruire, sostiene Bruneteau «l’intenzione omicida del governo», nessuno fermò la macchina dello sterminio.

L’unica cosa che poterono fare, soprattutto volontari americani ed esercito francese, fu, alla fine della guerra, raccogliere i profughi e accompagnarli con le navi in Grecia, in Libano, in Francia e anche in Italia. Era l’inizio della diaspora armena.

Nel 1923, con la nascita della Repubblica Turca, furono bloccati i processi chiesti dalla comunità internazionale; dopo la Seconda guerra mondiale la Turchia divenne un alleato strategico per l’Occidente, e il primo genocidio dell’età moderna entrò nell’oblio. Per ironia della Storia, il governo turco firmò persino la Convenzione sul genocidio dell’Onu del 1948, in base alla quale la Turchia fu poi condannata, nel 1984, dal Tribunale permanente dei popoli – una istituzione che non ha però alcun potere reale.

DISSIDENZA PERICOLOSA. Ancora oggi, in Turchia, l’argomento è tabù. Ufficialmente, quella armena fu una “rivolta” e le vittime non superarono le 300.000. Pochi turchi osano parlare apertamente di genocidio, anche perché l’articolo 301 del codice penale turco (introdotto nel 2005) punisce col carcere il reato di “offesa all’identità turca”.

Lo hanno fatto il premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, incriminato e oggi costretto a vivere sotto protezione, la scrittrice Elif Shafak (poi prosciolta), Taner Akçam; ma anche il giornalista Hrant Dink, assassinato nel 2007. «La Turchia non ammette il genocidio perché quel crimine fu commesso dai “padri della patria”», spiega Akçam. «Molti membri del Comitato di unione e progresso ricoprirono posizioni importanti nella neonata Repubblica Turca. Riconoscere le loro responsabilità significa mettere in discussione l’ideologia nazionale turca e l’identità stessa della nazione», conclude lo storico dissidente. Ancora oggi, non sembra che la Turchia voglia fare i conti con il suo passato.

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Pillole – Oggi nel mondo gli armeni sono tra i 9 e i 10 milioni. Solo 3,5 milioni di loro vivono nella Repubblica Armena (nel Caucaso), nata dal crollo dell’Urss e indipendente dal 1991. Gli altri si trovano in Russia (oltre 1 milione e mezzo), in Francia, Stati Uniti, Grecia, Libano e altri Paesi, Italia compresa. Tra le comunità nate nel nostro Paese in seguito alla persecuzione turca, la più importante fu quella di Nor Arax (Nuova Armenia), alla periferia di Bari, dove negli Anni ’20 approdarono centinaia di profughi. Oggi la più numerosa è invece quella di Milano (oltre un migliaio di persone), dove nel 1958 fu costituita l’unica parrocchia italiana della Chiesa Armena. Gli armeni in Italia c’erano però anche prima del 1915: in Calabria furono deportati dai Bizantini fra il V e il X secolo; nel 1717, invece, la Serenissima donò l’isola di San Lazzaro, nella laguna di Venezia, all’abate cattolico armeno Pietro Mechitar, in fuga dal Peloponneso.

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Pillole – Circa 3.500 anni fa gli antenati degli armeni, le tribù Hayasa-Azzi, abitavano le alture dell’Anatolia, ma la lingua armena (e il popolo che la parlava), secondo alcuni studiosi, si sarebbe infatti differenziata dall’indoeuropeo oltre 8.000 anni fa. Il primo grande regno degli antichi armeni (che chiamavano loro stessi Hay) fu quello di Urartu, fondato intorno all’835 a.C. dal re Sarduri I. Fino al 585 a.C. dominò la regione del monte Ararat e del lago Van, nel cuore dell’attuale Turchia asiatica. I re della dinastia degli Orontidi, nel V secolo a.C., si allearono con i persiani, di cui diventarono potenti satrapi (governatori delle province, chiamate satrapie). Passata la dominazione romana, l’Armenia fu tra i primi regni a convertirsi al cristianesimo e il primo in assoluto ad adottare il nuovo credo come religione di Stato, nel 301.

 

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Novità in Libreria: L’Armenia perduta. Viaggio nella memoria di un popolo. Di Aldo Ferrari

Con prefazione di Antonia Arslan

Un affascinante viaggio nel paese che non c’è

Questo libro è un viaggio storico, culturale e “politico” attraverso alcuni dei luoghi più rilevanti e suggestivi della millenaria cultura armena che sono però rimasti al di fuori dei confini dell’odierna, minuscola, repubblica d’Armenia.

Si tratta di monti, laghi, monasteri, fortezze e intere città, dove solo la memoria, talvolta supportata dalla precaria sopravvivenza di alcuni monumenti superstiti, parla di una presenza armena ancora in larga misura viva e palpitante poco più di un secolo fa, prima di essere violentemente annientata, nel giro di pochi anni, dal genocidio del 1915 all’espulsione degli armeni dalla Cilicia nel 1923.

Questi luoghi della memoria, che si trovano oggi in Turchia, Iran e Azerbaigian, sono presentati nel loro millenario percorso storico. Alcuni di questi luoghi hanno in realtà una valenza che supera la dimensione armena: si pensi in particolare all’Ararat, simbolo dell’Armenia, ma anche della rinascita universale della vita. I capitoli che compongono questo percorso di Aldo Ferrari sono incentrati sul contrasto stridente tra un passato di multiforme creazione culturale ed un presente fatto di assenza, silenzio e negazione.

ALDO FERRARI

insegna Lingua e Letteratura Armena, Storia della Cultura Russa e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo ArmeniaUna cristianità di frontiera, (Il Cerchio 2016).