COMUNICATO STAMPA: UN ANNO DOPO. LA GUERRA IN NAGORNO KARABAKH È L’11 SETTEMBRE DEGLI ARMENI

 

Il 27 settembre 2020, forze turche e azere con il supporto di mercenari jihadisti tagliagole hanno sferrato un attacco congiunto contro la repubblica armena del Nagorno Karabakh (Artsakh).

Al termine di 44 giorni di guerra e di indiscriminati bombardamenti sulla popolazione civile di Stepanakert e degli altri insediamenti civili, è stato firmato il 9 novembre un armistizio che ha sancito la vittoria militare azera e la occupazione militare di quasi tutto il territorio sia dentro i confini dell’oblast di epoca sovietica che nei territori circostanti.

Per gli armeni di tutto il mondo, l’aggressione azera simboleggia un undici settembre di dimensioni ancor più gravi in termini di perdite umane e materiali.

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” nel ricordare le migliaia di vittime civili e militari causate dalla guerra azera sottolinea che:

  • Il regime dell’Azerbaigian persevera in una politica di odio nei confronti dell’Armenia come ripetutamente evidenziato nei discorsi ufficiali del suo presidente Aliyev;
  • La popolazione armena continua ad essere continuamente minacciata e provocata dai soldati azeri nonostante il dispiegamento di un contingente di forze di pace russo:
  • Le ambizioni dell’Azerbaigian si sono progressivamente spostate sulla repubblica di Armenia nel cui territorio da oltre cinque mesi sono entrate centinaia di soldati azeri per ridisegnare i confini secondo la volontà del dittatore Aliyev.

 

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”fa appello alle istituzioni, alla politica e ai media italiani chiedendo che:

  • La repubblica italiana si attivi in tutte le sedi per l’immediato rilascio delle decine di prigionieri di guerra armeni ancora trattenuti nelle carceri azere in dispregio dell’accordo di tregua del 9 novembre e delle convenzioni internazionali;
  • Venga riconosciuto il diritto della popolazione armena del Nagorno Karabakh (Artsakh) a vivere in pace nella propria terra;
  • Sia riconosciuto dunque il diritto all’autodeterminazione della regione entro in confini dell’oblast sovietica attesa che la convivenza entro lo Stato dell’Azerbaigian è di fatto impossibile.
  • Siano attivati tutti i mezzi possibili per la preservazione del patrimonio storico, artistico e religioso armeno nei territori occupati dall’Azerbaigian favorendo in primo luogo la missione Unesco per la verifica dello stato di conservazione dei monumenti armeni molti dei quali purtroppo già distrutti o vandalizzati.

CONSIGLIO PER COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

www.comunitaarmena.it

TRENTA ANNI DI INDIPENDENZA ARMENA MA UN CUORE FERITO DAL DOLORE

COMUNICATO STAMPA
TRENTA ANNI DI INDIPENDENZA ARMENA MA UN CUORE FERITO DAL DOLORE

Trenta anni or sono, 21 settembre 1991, la repubblica di Armenia diventava indipendente. Un traguardo importante nella storia della giovane democrazia nata dall’esperienza sovietica.
Il “Consiglio per la comunità armena di Roma”, pur conscio dell’importanza di tale traguardo, ha tuttavia deciso di non organizzare iniziative, neppure sui canali social, per festeggiare la ricorrenza.
Troppo grande è, infatti, il dolore per le conseguenze disastrose della guerra scatenata dai turco-azeri-jihadisti contro la piccola repubblica armena del Nagorno Karabakh-Artsakh di cui il prossimo 27 settembre ricorrerà proprio il primo anniversario dell’inizio delle ostilità.
“Le migliaia di caduti, le immani distruzioni, la perdita dei territori e di città simbolo come Hadrut e Shushi, le decine di soldati armeni ancora detenuti a Baku ma soprattutto, la perdurante ostilità della dittatura azera contro la popolazione armena non ci permettono di guardare al trentennale dell’indipendenza armena con sufficiente serenità” riferisce una nota del Consiglio per la comunità armena di Roma pubblicata su suoi canali comunicativi.

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA

Novità in libreria: NERSĒS ŠNORHALI, Con fede ti confesso.

NERSĒS ŠNORHALI, Con fede ti confesso. Ventiquattro preghiere, Introduzione, traduzione e commento a cura di Matteo CRIMELLA, Prefazione di Boghos Levon
ZEKIYAN (Padri orientali), Qiqajon, Magnano (BI) 2021, pp. 194, € 20.
Il volume intende far conoscere al pubblico italiano le Ventiquattro preghiere di Nersēs Šnorhali, per secoli vero e proprio manuale di orazione del popolo armeno.
Il libro consta di tre parti: un’introduzione (pp. 11-40), il testo delle ventiquattro preghiere (pp. 41-91), il commento teologico (pp. 93-190).
Nell’introduzione viene presentata la figura di Nersēs Šnorhali (1100/2 1173) nel contesto del suo tempo, ovverosia il momento in cui viene a formarsi il regno di Cilicia. Particolare risalto è dato alla discussione fra gli armeni e i greci, cioè fra Nersēs Šnorhali e l’imperatore Emanuele Comneno (e il suo teologo Theorianos). Alcuni passi della corrispondenza fra i due sono tradotti, così da rendere conto, con documenti di prima mano, del livello della discussione, incentrata su questioni cristologiche, ma riguardante pure usanze e tradizioni ecclesiali. V’è poi un’introduzione storico-letteraria alle Ventiquattro preghiere di Nersēs Šnorhali. Il testo delle preghiere affianca l’originale armeno (seguendo l’edizione dei Mechitaristi) e la versione italiana. La traduzione è volutamente abbastanza letterale, nello sforzo di rendere il più possibile la ricchezza dell’originale armeno.
V’è poi il commento ad ogni strofa, quasi parola per parola. L’intuizione di fondo è la seguente: Nerses non cita mai né la Scrittura, né la liturgia, ma allude in continuazione sia alla Scrittura, sia al patrimonio liturgico della Chiesa cui appartiene. Concordanze alla mano il commentatore ha intenso mostrare il mondo che sta dietro il testo di Nersēs Šnorhali. I riferimenti alla Bibbia armena sono stati esplicitati e i passi sono stati tradotti abbastanza letteralmente; anche le allusioni alla grande tradizione liturgica sono state chiarificate, così che il lettore italiano (che solitamente non conosce la liturgia armena) possa cogliere i nessi fra il testo di Nersēs e il patrimonio eucologico. Le ventiquattro preghiere di Nersēs Šnorhali appaiono essere un vero e proprio tessuto composto dalla trama della Bibbia con l’ordito della liturgia e mostrano la loro immensa ricchezza, la quale riflette la statura teologica e spirituale del loro autore, uno dei giganti della spiritualità armena


PREFAZIONE
La traduzione e il commento che l’amico don Matteo Crimella porge oggi al pubblico italiano della grande preghiera, in ventiquattro strofe, di san Nersēs Šnorhali, catholicos ed esimio dottore della chiesa armena, nella sua semplicità e profondità di significati, nella sua unzione e trasparenza di un’esperienza mistica per quanto sublime altrettanto accessibile a tutti i fedeli, è uno dei capolavori della letteratura spirituale cristiana. Tradotta in non meno di trentasei lingue, sparse sull’intero pianeta, e pubblicata in numerose edizioni, essa ha avuto, a seconda dei tempi, una notevole diffusione in diversi ambienti culturali oltre ai paesi dell’Europa occidentale. Quanto al suo congenito ambiente armeno, questa preghiera faceva parte fino a tempi recenti – praticamente fino alla grande convulsione delle patrie
tradizioni e abitudini provocata dal genocidio del Metz Yeghern nel 1915 – della devozione quotidiana dei credenti armeni: moltissimi la conoscevano a memoria, per intero o in buona sua parte.
L’importanza e la singolare grandezza di san Nersēs Šnorhali deriva anzitutto dalla profonda originalità della sua spiritualità, che si è espressa nella più assoluta semplicità, ma al tempo stesso con una forza di risonanza quasi travolgente, tanto nella vita interiore del santo quanto nei suoi comportamenti pubblici come monaco, presbitero, vardapet (dignità gerarchica particolare nella chiesa armena, riconosciuta ai presbiteri celibi rivestiti del ruolo di “maestri di teologia”), vescovo e infine catholicos (la dignità gerarchica suprema nella chiesa armena). Originalità che è attestata altresì da tanti episodi, simili ai fioretti del Poverello d’Assisi, tramandati  dalla devozione popolare e trascritti dai discepoli e ammiratori più fedeli del santo, come nel caso di san Francesco. Il carisma, quasi irripetibile, che Šnorhali rappresenta nel firmamento della santità e della dottrina cristiana universale deriva al tempo stesso dal fatto che abbiamo in lui un precursore assoluto del movimento ecume nico contemporaneo, di cui san Paolo VI non esitava ad affermare espressamente che è “una cosa nuova” nella vita della chiesa1.
Infatti lo sforzo sublime in cui Nersēs Šnorhali s’impiegò, avendo come interlocutore il grande imperatore bizantino Manuele Comneno (1143-1180), offre il modello e le linee “direttrici” fondamentali, come si esprimeva un grande studioso della storia della chiesa armena,il mechitarista padre Paolo Ananian, di ogni eventuale unione fra le chiese. Di lui scriveva infatti l’Ananian che, nonostante il mancato compimento dell’obiettivo di unione con i greci, egli “tracciò, pur
tuttavia, le direttrici di un’unione ecclesiastica, che rimarranno per sempre valide”2.
Il nocciolo della questione può essere riassunto nella seguentefrase: la medesima fede cristiana può essere espressa in varie formulazioni secondo categorie concettuali diverse, purché quelle categorie siano chiaramente definite nella loro portata filosofica e teologica, per esprimere la sostanza della fede che si vuole tradurre nel linguaggio umano. Tale principio suppone una coscienza profonda, raramente evidenziata nella storia cristiana, della fragilità e della convenzionalità del linguaggio umano, coscienza e consapevolezza che Šnorhali aveva ereditato e interiormente assimilato dal suo modello e maestro di santità e di dottrina, san Gregorio di Narek, elevato da papa Francesco alla dignità di dottore universale della chiesa cattolica. Infatti, è uno dei punti cruciali della mistica narekiana il
“naufragio”, inevitabile, del linguaggio umano, per cui di Dio non 1 Citato da G. Pattaro, Corso di teologia dell’ecumenismo, Queriniana, Brescia 1985,
p. 4.2 P. Ananian, s.v. “Narsete IV Klajetzi”, in Bibliotheca sanctorum IX, Città Nuova, Roma 1967, coll. 746-759. possiamo né dire né non dire, ma di fronte alla sua inaccessibile grandezza cadiamo per terra privi di parole e “ammutoliti”. Ancora una volta è giocoforza pensare al Poverello d’Assisi che, nell’ultima fase della sua vita, si prostrava a terra sul monte della Verna escla mando continuamente: Deus meus, quis es tu et quis sum ego?,
“Dio mio, chi sei tu e chi sono io?”.
Mi congratulo di cuore con don Matteo Crimella per questo lavoro di traduzione e commento assai utile, con l’auspicio che il devoto e pio lettore trovi in questa semplice ma sublime preghiera un denso nutrimento per la sua vita spirituale.
✠ Boghos Levon Zekiyan
arcieparca degli armeni cattolici
di Istanbul e di Turchia
delegato pontificio
per la congregazione mechitarista

Solidarietà del Comune di Zanè al popolo armeno. Il grazie del Consiglio per la comunità armena di Roma

Lo scorso 30 giugno 2021 il Consiglio comunale della città di Zanè, in provincia di Vicenza, ha approvato all’unanimità una mozione avente per oggetto  “Genocidio del popolo armeno” con la quale anche il comune di Zanè riconosceva i fatti torici del genocidio del 1915 esprimendo “piena solidarietà al popolo armeno nella sua battaglia per la verità storica e per la difesa dei diritti umani”.

Il Consiglio comunale disponeva inoltre che l’o.d.g. fosse diffuso a mezzo stampa affinché l’intera cittadinanza  si rendesse partecipe  ai sentimenti di solidarietà verso il popolo armeno.

Il Consiglio per la comunità di Roma con una lettera ufficiale inviata al Sindaco della città di Zanè Dott Roberto Berti, ha espresso gratitudine a tutti i membri del Consiglio comunale che hanno contribuito all’approvazione della delibera in oggetto dichiarando che “l’approvazione di questo o.d.g. è un ulteriore incoraggiamento a proseguire la battaglia della Memoria con la consapevolezza di avere al nostro fianco uomini e donne che hanno dimostrato coraggio e onestà intellettuale e che, come noi, credono ancora nella verità e nella giustizia e condividono gli ideali del popolo armeno”.

 

COMUNICATO STAMPA – “Fare affari non vuol dire svendere i nostri princìpi democratici” – Appello alle imprese italiane

 “Fare affari non vuol dire svendere i nostri princìpi democratici”

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” ha inviato ad alcune importanti aziende italiane, che sono coinvolte in progetti industriali in Azerbaigian o potrebbero esserlo a breve, una nota con la quale rimarca la necessità di separare gli aspetti economici da quelli politici.

Come cittadini italiani di origine armena, siamo contenti che le imprese italiane facciano affari in giro per il mondo e aumentino il PIL del nostro Paese.

Sappiamo che l’interesse economico prevale spesso su questioni di principio e infatti scambi commerciali avvengono con molti Paesi anche a basso profilo democratico” si legge nella missiva.

La nota invita tuttavia le imprese italiane a lasciare distinti affari e politica evitando così di fare da cassa di risonanza alla propaganda del regime azero che spesso utilizza le partnership commerciali per presentarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come soggetto “affidabile”.

Il “Consiglio per la comunità armena di Roma” sottolinea come il livello di democrazia in Italia sia tra i più alti al mondo e sia quindi necessario che determinati princìpi e valori non vengano svenduti in cambio di qualche commessa avendo cura le imprese italiane di mantenere sempre un profilo superiore rispetto al regime di Aliyev.

Alla nota è allegato un breve documento che sintetizza l’attuale situazione nel Caucaso meridionale

CONSIGLIO PER LA COMUNITA’ ARMENA DI ROMA


NOTA sintetica sull’attuale situazione nel Caucaso meridionale

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Il 27 settembre 2020 l’Azerbaigian, con l’aperto sostegno politico e militare della Turchia e con l’ausilio di terroristi jihadisti provenienti dal Medio Oriente, ha scatenato una guerra su larga scala contro la pacifica popolazione del Nagorno Karabakh (Artsakh), che è costata 5.000 vittime da parte armena, sia civili sia militari, migliaia di invalidi permanenti e 50.000 sfollati le cui case sono ora sotto il controllo dell’Azerbaigian. In seguito alla guerra, anche i territori intorno al Nagorno Karabakh, che servivano come cuscinetto di sicurezza, sono passati sotto il controllo dell’Azerbaigian.

Si parla dei territori, che:

  • sono stati presi dagli azeri con l’aiuto di migliaia di terroristi, che bruciavano le foreste con fosforo bianco, mutilavano, tagliavano le teste, giravano i video e li mostravano sulla rete;
  • sono oggetto di attività di distruzione e dissacrazione dell’eredità culturale e religiosa cristiana armena col fine di eliminare ogni traccia della prima nazione cristiana da quelle terre[i];
  • sono stati oggetto di intense attività di minamento da entrambi le parte. Per oltre trenta anni, il rifiuto dell’Azerbaigian di cooperare nello sminamento si è tradotto in 747 incidenti derivanti dall’esplosione di mine in quei territori durante questi anni;
  • da cui militari e civili armeni sono stati presi in ostaggio, sono ancora trattenuti e torturati nelle prigioni dell’Azerbaijan le cui autorità hanno messo in piedi procedimenti penali fasulli contro di loro, usandoli come merce di scambio[ii].

Terminata la guerra, purtroppo la situazione non è migliorata.

Il 16 giugno, è divenuto virale sui social media un video che riprendeva una discussione tra il presidente turco e quello azero. I sottotitoli tradotti riportano il presidente dell’Azerbaigian Aliyev che conferma di trattenere ancora prigionieri armeni, mentre la moglie di Erdogan gli consiglia di non rilasciarli e di riconsegnarli solo in cambio delle mappe dei campi minati.[iii]

L’Azerbaigian e la Turchia agiscono di mutuo accordo, come “due stati, ma una nazione” (come dichiarano sempre). La loro unione finora ha avuto solo scopi deplorevoli e ha prodotto “progetti” disumani.

A tutto ciò si aggiungano le dichiarazioni di Aliyev sulla possibilità di fare ricorso nuovamente all’uso della forza nel caso le sue richieste non dovessero essere soddisfatte. Ogni ulteriore passo fatto dall’Azerbaijan getta solo altra benzina sul  fuoco in una situazione già esplosiva, tenendo in considerazione il fatto che unità militari dell’Azerbaigian si sono infiltarte nel territorio sovrano dell’Armenia dal 12 maggio u.s., continuando le loro azioni provocatorie su più fronti.

Aldilà di questo, grazie al regno indiscusso della famiglia Aliyev che continua dagli anni ’60, l’Azerbaigian oggi si attesta nelle posizioni finali dei ranking internazionali per i livelli di tutela delle libertà fondamentali e di democrazia, essendo solo poco sopra la Corea del Nord. Non dimentichiamo che per anni l’Azerbaigian ha speso miliardi di dollari non solo per armarsi, ma anche per “comprare” una buona reputazione nel mondo occidentale.

Basterebbe menzionare il danno alla reputazione del parlamentare italiano Luca Volonté[iv], dei suoi colleghi tedeschi Karin Strenz, Eduard Lintner, Danske Bank e di altri coinvolti nelle investigazioni e nel riciclaggio azero.

Più recentemente, la reputazione di due aziende italiane è stata posta in gioco dopo che l’Azerbaigian ha annunciato che queste erano coinvolte nel vergognoso “parco dei trofei” a Baku, che è altro non è che un’aberrazione di stampo fascista. Il coinvolgimento delle aziende italiane si è scoperto essere in realtà nient’altro che un altro bluff e una manipolazione azera[v].

Sarebbe stato davvero imbarazzante se, come riportato dall’agenzia azera “Trend”, due aziende italiane, la G Group e la 120lab avessero partecipato alla progettazione e/o alla realizzazione del parco dell’orrore, voluto dal dittatore Aliyev per celebrare la vittoria nella guerra contro l’Artsakh. E le risposte di queste due aziende alle nostre domande hanno in effetti negato ufficialmente in maniera decisa qualsiasi loro coinvolgimento sia nell’ideazione, sia nella realizzazione di questo vergognoso progetto.  Come sempre, una manipolazione degli azeri, che però ha intaccato la reputazione delle aziende.

Se gli interessi economici dell’Italia sono compresi e rispettati, alla luce delle realtà sopra rappresentate, l’eccitamento delle aziende italiane rispetto alla prospettiva di fare business con l’Azerbaigian viene percepito come un riconoscimento del regime criminale di Aliyev.

Che userà la cooperazione con esse per ripulire la sua reputazione alle spese della vostra.

L’altro lato della medaglia del profitto.

 

[i] https://www.youtube.com/watch?v=MJc8LFxVtUE

[ii] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2020/12/armenia-azerbaijan-decapitation-and-war-crimes-in-gruesome-videos-must-be-urgently-investigated/

[iii]  https://www.facebook.com/Armenianombudsman/videos/140398018071794

[iv] – https://www.ilmessaggero.it/italia/luca_volonte_corruzione_condannato_azerbaijan-5699280.html

https://www.transparency.org/en/press/transparency-germany-welcomes-investigation-into-karin-strenz-and-eduard-li

https://www.vice.com/en/article/m7ejgq/azerbaijan-affair-germany-bundestag-interns?utm_source=VICEWorldNews_twitter&utm_medium=social&fbclid=IwAR0FmGrTLYenvVrHKaHIyiv0I56wrCHn9vfrtoyvSveQcl6w51Ppd32Fc8c

[v] https://jam-news.net/war-trophies-park-in-baku-sparks-controversy-domestically-and-abroad/

Novità in libreria: “Il viaggio in Armenia: Dall’antichità ai nostri giorni”

“Il viaggio in Armenia: Dall’antichità ai nostri giorni”

Aldo Ferrari    Università Ca’ Foscari Venezia, Italia

Sona Haroutyunian    Università Ca’ Foscari Venezia, Italia

Paolo Lucca    Università Caʼ Foscari Venezia, Italia

PDF 

ABSTRACT

Il volume raccoglie saggi di studiosi di diversa estrazione dedicati alle narrazioni che visitatori, mercanti, missionari e viaggiatori di varie epoche e provenienze hanno dedicato all’Armenia, alla sua storia, alla sua cultura. Attraverso l’analisi di fonti primarie e documenti inediti, il tema del viaggio in Armenia è affrontato in prospettiva storica, storico-artistica, religiosa, filologica e letteraria, coprendo un periodo di quasi mille anni.

Il volume è liberamente scaricabile a questo indirizzo:   https://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni4/libri/978-88-6969-498-5/.

Appello di Europa Nostra per la salvaguardia del Patrimonio del Nagorno Karabakh

Scarica qui  l’appello che Europa Nostra ha pubblicato per portare l’attenzione sulla necessità di salvaguardare il patrimonio della regione del Nagorno Karabakh.

L’obiettivo principale di questa dichiarazione è promuovere l’organizzazione di una missione di esperti indipendenti nella regione del Nagorno-Karabakh per verificare lo stato di conservazione del patrimonio multiculturale e multireligioso a rischio e contribuire a migliorare la situazione promuovendo la pace, la riconciliazione e il rafforzamento della fiducia nell’intera regione.

La dichiarazione di Europa Nostra è in linea con le importantissime conclusioni sull’approccio dell’UE al patrimonio culturale in aree di conflitti e di crisi che sono state adottate il 21 giugno 2021 dal Consiglio dell’Unione europea in cui viene riconosciuto il ruolo chiave del patrimonio culturale nella promozione della pace, della democrazia e dello sviluppo sostenibile nell’ambito dell’approccio dell’Unione Europea alla pace, alla sicurezza e allo sviluppo nell’ambito delle relazioni esterne dell’UE.

E’ un documento molto importante che rende ancora più evidente quanto sia importante e strategica la collaborazione italo armena per la salvaguardia del patrimonio culturale.

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Di seguito la traduzione italiana (google) del documento 

Appello urgente per una protezione olistica dell’integrità, dell’autenticità e della diversità del ricco patrimonio multiculturale all’interno e intorno all’area del Nagorno-Karabakh

Dichiarazione congiunta di Europa Nostra e dell’Associazione Europea degli Archeologi  PDF )

L’Aia / Praga, 6 luglio 2021 – Noi rappresentanti di EUROPA NOSTRA e della European Association of Archaeologists – due grandi organizzazioni non governative europee impegnate nella promozione e protezione del patrimonio culturale che sono anche membri attivi della European Heritage Alliance e che collaborare strettamente con l’Unione europea, il Consiglio d’Europa e l’UNESCO – desiderano ribadire il nostro impegno comune per la conservazione olistica dell’integrità, dell’autenticità e della diversità del ricco patrimonio culturale che si trova nella regione del Caucaso e che è l’espressione di un passato e presente multiculturale e multireligioso di questa regione e dell’Europa nel suo insieme.

Pertanto deploriamo e condanniamo qualsiasi atto di danneggiamento, distruzione o distorsione dei siti del patrimonio culturale, avvenuto in conseguenza di un conflitto o della mancanza di rispetto per una qualsiasi delle culture fiorite nella regione del Caucaso, e in particolare in e intorno all’area internazionalmente conosciuta come Nagorno-Karabakh. Facendo riferimento a molti documenti internazionali ed europei, si ricorda che tali atti sono palesemente inaccettabili e illegittimi.

Crediamo fermamente nel valore essenziale del patrimonio culturale come risorsa vitale e responsabilità delle generazioni presenti da trasmettere a quelle future. Riconosciamo e celebriamo le diversità culturali così come sono rappresentate nel nostro patrimonio condiviso; questi possono aiutare a costruire ponti di rispetto e comprensione reciproci al di sopra delle divisioni etniche o religiose, come elemento critico per la costruzione di una pace duratura. Siamo quindi convinti che qualsiasi distruzione del patrimonio, o qualsiasi distorsione e/o errata interpretazione della storia (dell’arte) abbia l’effetto opposto, ponendo spesso le basi per rinnovati cicli di sfiducia, conflitto e persino violenza.

In qualità di reti del patrimonio europeo che collaborano strettamente e fruttuosamente con l’Unione europea, applaudiamo e approviamo le conclusioni recentemente adottate dal Consiglio dell’Unione europea che accolgono il concetto dell’UE sul patrimonio culturale nei conflitti e nelle crisi , che migliora l’approccio dell’UE alla promozione della pace, sicurezza, democrazia e sviluppo sostenibile.

In particolare, accogliamo con favore la risoluzione RC-B9-0277/2021 adottata dal Parlamento europeo il 21 maggio 2021 in risposta all’ultimo conflitto nella regione. Appoggiamo in particolare il suo articolo 16 in cui si afferma che il Parlamento europeo “ insiste fermamente affinché entrambe le parti si astengano da qualsiasi azione che distrugga il patrimonio armeno in Azerbaigian e il patrimonio azero in Armenia; chiede il completo ripristino dei siti demoliti e un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale nella protezione del patrimonio mondiale nella regione “, nonché il suo articolo 21 che afferma che il Parlamento europeo “invita la Commissione europea e gli Stati membri a continuare a sostenere la fornitura di assistenza umanitaria urgente e il lavoro delle organizzazioni internazionali in questo settore e sulla protezione del patrimonio culturale e religioso, nonché a sostenere le organizzazioni della società civile in Armenia e Azerbaigian che contribuire veramente alla riconciliazione ”.

Alla luce di quanto sopra,

In via prioritaria, a causa delle allarmanti accuse da parte di varie parti di danni deliberati, distruzione e/o distorsione del patrimonio culturale che si sono verificati nell’area del Nagorno-Karabakh e nei suoi dintorni, chiediamo un team imparziale di esperti europei/internazionali accedere alla regione per condurre un’indagine scientifica completa e obiettiva del ricco e diversificato patrimonio culturale di quest’area, con una relativa valutazione del suo stato di conservazione. Siamo convinti che ciò sarà nel migliore interesse sia dell’Azerbaigian che dell’Armenia, del loro popolo e della loro cultura, nonché del resto dell’Europa e dell’umanità.

Più in generale, esortiamo l’Azerbaigian e l’Armenia a collaborare e ad essere all’altezza dei loro impegni, responsabilità e obblighi internazionali sulla base della Dichiarazione trilaterale che pone fine alle recenti ostilità che hanno cofirmato con la Federazione Russa il 9 novembre 2020, nonché sulla base dei principali documenti internazionali ed europei relativi al patrimonio culturale firmati da questi due paesi.

Esortiamo inoltre l’UNESCO, il Consiglio d’Europa e il gruppo OSCE-Minsk a unire le forze per incoraggiare e assistere gli sforzi positivi verso la salvaguardia olistica del patrimonio multiculturale e multireligioso in pericolo nell’area colpita.

Per quanto riguarda l’Unione Europea, invitiamo le Istituzioni dell’UE e gli Stati Membri ad applicare all’area del Nagorno-Karabakh i principi delle summenzionate Conclusioni del Consiglio dell’UE e ad adottare misure concrete e positive in linea con il relativo Concept Paper dell’UE sui Patrimonio nei conflitti e nelle crisi.

Ultimo ma non meno importante, offriamo la nostra vasta competenza ed esperienza nel patrimonio per contribuire alla dovuta protezione dell’integrità, dell’autenticità e della diversità del ricco patrimonio culturale all’interno e intorno all’area del Nagorno-Karabakh, come in altre regioni del Caucaso. Siamo disposti a lavorare con tutte le parti interessate per aiutare a utilizzare il patrimonio culturale (tangibile e intangibile) come ponte tra le varie comunità e come vettore per (ri) costruire rispetto, fiducia e dialogo come prerequisiti per una pace e una prosperità durature nel più ampio regione.

Informazioni su Europa Nostra
Europa Nostraè la voce europea della società civile impegnata nella salvaguardia e nella promozione del patrimonio culturale e naturale. Una federazione paneuropea di ONG del patrimonio, supportata da un’ampia rete di enti pubblici, aziende private e individui, copre più di 40 paesi. Fondata nel 1963, è oggi riconosciuta come la rete del patrimonio più grande e rappresentativa d’Europa. Europa Nostra si batte per salvare i monumenti, i siti e i paesaggi europei in via di estinzione, in particolare attraverso il programma 7 Most Endangered. Celebra l’eccellenza attraverso gli European Heritage Awards / Europa Nostra Awards. Europa Nostra contribuisce attivamente alla definizione e attuazione di strategie e politiche europee relative al patrimonio, attraverso un dialogo partecipativo con le Istituzioni europee e il coordinamento dell’European Heritage Alliance 3.3.

Informazioni sull’Associazione Europea degli Archeologi
L’ Associazione Europea degli Archeologi(EAA) è un’organizzazione non governativa senza scopo di lucro che associa archeologi e pubblico interessato dall’Europa e oltre. Lo scopo dell’Associazione è promuovere lo sviluppo della ricerca archeologica e lo scambio di informazioni archeologiche in Europa, promuovere la gestione e l’interpretazione del patrimonio archeologico europeo e promuovere standard etici, scientifici e formali adeguati per il lavoro archeologico. Per raggiungere questi obiettivi, l’EAA organizza riunioni annuali, pubblica una rivista, due serie di monografie e una newsletter, crea comunità, comitati e task force transnazionali per stabilire politiche e soluzioni ampiamente condivise alle sfide attuali che la professione archeologica deve affrontare in ricerca e gestione del patrimonio,
L’EAA è stata fondata nel 1994 in occasione dell’incontro inaugurale tenutosi a Lubiana, in Slovenia. Sono stati membri più di quindicimila archeologi provenienti da più di 70 paesi; l’abbonamento annuale attuale ammonta a oltre duemilacinquecento individui. L’impatto di diffusione dell’EAA attraverso le sue conferenze, pubblicazioni e comunicazioni basate sul web garantisce un’ampia circolazione delle informazioni pertinenti.

 

Novità editoriale: PALLOTTOLE E PETROLIO di Emanuele Aliprandi

Il 27 settembre 2020 l’Azerbaigian, con il supporto logistico della Turchia e l’impiego di mercenari jihadisti provenienti dalla Siria, attaccava la piccola repubblica armena de facto dell’Artsakh (Nagorno Karabakh).

Quarantaquattro giorni di violenti combattimenti e bombardamenti, un accordo di tregua mediato dalla Russia a novembre, la vittoria per il regime di Aliyev e la pesante sconfitta armena. Un dopoguerra ancora turbolento tra violazioni dell’accordo, prigionieri di guerra armeni non riconsegnati e problemi di confine tra le due ex repubbliche sovietiche.

Ancora una volta nel contenzioso su questo fazzoletto di terra nel Caucaso meridionale la diplomazia cede il passo alle armi.

Intrecci geopolitici, l’ombra inquietante della Turchia di Erdogan, questioni energetiche che toccano da vicino anche l’Italia, exit strategy mancate e future vie d’uscita alla ricerca di una pace ancora lontana.

Preceduta da una breve disamina storica e giuridica della questione, la cronaca drammatica di un conflitto che riguarda da vicino l’Italia molto più di quanto potrebbe apparentemente sembrare.


Emanuele Aliprandi da anni studia la questione armena e in particolare il caso del Nagorno Karabakh.

Su tale tema ha tra l’altro pubblicato “Le ragioni del Karabakh” (2010).


Un libro che non può mancare nelle nostre librerie! Si acquista direttamente su AMAZON

€ 15,00 (194 pagine)

PALLOTTOLE E PETROLIO: Il conflitto del Nagorno Karabakh (Artsakh) e la nuova guerra che ha infiammato il Caucaso. I rischi per l’Italia e il fattore energetico. Exit strategy mancate e ipotesi per un futuro di pace

di Emanuele Aliprandi | 24 apr. 2021

Novità in Libreria: Giustizia per gli armeni: Il processo Tehlirian. Analisi e implicazioni politiche

Nel 1921, sei anni dopo lo sterminio del popolo armeno in Turchia, un sopravvissuto di nome Soghomon Tehlirian uccide l’ex Gran Visir ottomano Talaat Pascià per le strade di Berlino. Il politico turco era stato determinante nel genocidio commesso contro gli armeni. Tehlirian fu processato nel giugno 1921, assolto ed espulso. L’assassinio e il successivo processo non solo attirarono l’attenzione di tutto il mondo, ma suscitarono anche notevole preoccupazione negli ambienti giudiziari, politici e militari tedeschi. Perché questi funzionari erano allarmati e cosa li spinse a ricorrere a ogni tipo di stratagemma per accelerare l’iter processuale e liberarsi di quel “fastidioso straniero”?

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Comunicato Stampa – SOLDATI DELL’AZERBAIGIAN INVADONO L’ARMENIA

SOLDATI DELL’AZERBAIGIAN INVADONO L’ARMENIA

Patetico vittimismo della dittatura azera

Non finiremo mai di stupirci dell’energico attivismo del rappresentante diplomatico del dittatore Aliyev in Italia. Un attivismo che durante i 44 giorni della guerra scatenata dall’Azerbaigian con l’aiuto della Turchia e dei mercenari jihadisti contro la piccola repubblica de-facto del Nagorno Karabakh (Artsakh) si è contraddistinto nel produrre una serie di fake-news che con il tempo sono state smentite e smascherate dai fatti e dagli stessi protagonisti del mondo azero.

Attivismo che è proseguito anche dopo la fine della guerra, con una serie di notizie e comunicati che avevano lo scopo di presentare l’Azerbaigian come vittima e l’Armenia come aggressore, anche con l’aiuto di una manciata di rappresentanti del popolo italiano che hanno deciso di sposare la causa della dittatura azera, ricca e luccicante ma pur sempre dittatura (168°/180 Freedom Press Index 2020).

Da ultimo, ecco un nuovo attacco che addebita all’Armenia e agli armeni la morte di due giornalisti il cui mezzo ha colpito una mina anticarro in una sperduta sterrata di montagna, lamentando la (presunta) mancata consegna delle mappe dei campi minati e parlando di fantomatici gruppi di sabotatori armeni che starebbero predisponendo nuove mine negli insediamenti e nelle strade dell’Azerbaigian.

Premesso che siamo dispiaciuti per la morte di tutte le persone innocenti alle quali va il nostro cordoglio, non riusciamo a capire perché il governo azero non limiti la libera circolazione di veicoli e persone in zone che fino a poco tempo fa erano teatro di guerra.

A noi sembra che questo attivismo mediatico sia solo l’ennesimo tentativo della diplomazia azera per deviare l’attenzione per cercare di sottrarsi alle pressioni che arrivano dalle istituzioni europee e mondiali.

Difatti, sono ripetuti i richiami della comunità internazionale rivolti al dittatore Aliyev per rilasciare i prigionieri di guerra armeni che secondo alcune stime sono quasi 200.

Sono molteplici gli inviti all’Azerbaigian per permettere alla missione UNESCO di visitare i distretti occupati con l’intento di tutelare il millenario patrimonio artistico e culturale armeno che soldati e funzionari azeri stanno distruggendo e non mancano ovviamente i richiami all’Azerbaigian a non ricorrere ad ulteriori provocazioni e a rispettare l’integrità dei confini territoriali dell’Armenia.

 E nel mezzo della crisi per la recente occupazione di territori della repubblica di Armenia da parte di alcune centinaia di soldati dell’Azerbaigian, questa esplosione giunge proprio a proposito per far vestire a Baku i panni della povera vittima.

La guerra scatenata a settembre dello scorso anno, in piena pandemia, da Azerbaigian, Turchia e mercenari assoldati per annientare la popolazione armena del Nagorno Karabakh – Artsakh ha prodotto già più di 5000 vittime tra le file armene e altre migliaia in quelle azere, oltre alla distruzione e all’orrore che la guerra  lascia nel cuore delle persone come una ferita aperta.

Il nostro appello alla comunità internazionale, ai media e soprattutto a certi politici, è quella di non cadere nel tranello azero della disinformazione e lavorare per una pace stabile e duratura, basata sulla verità e sul rispetto dei diritti dei popoli.

Noi ripudiamo la guerra, l’Armenia vuole la pace.

Consiglio per la comunità armena di Roma

www.comunitaarmena.it