Azerbajdžan e Armenia nei piani USA di accerchiamento da sud della Russia (L’Antidiplomatico 16.03.26)

di Fabrizio Poggi 

 

Gli Stati Uniti avevano già preparato l’Azerbajdžan come piazzaforte per l’invasione dell’Iran, dice il politologo americano Robert Pape: in molti si sono chiesti «perché gli iraniani abbiano attaccato l’Azerbajdžan. Perché è un punto naturale per il dispiegamento di forze. In sostanza, è l’unica area in cui gli USA non hanno truppe», così che l’Azerbajdžan gioca un ruolo di non poco conto nei piani di invasione via terra.

Il punto è, dice Pape, che non appena si comincia a pensare a come schierare le truppe e tutto il resto, non appena si guardano le mappe, ci si rende conto che bisogna partire dall’Azerbajdžan, che dunque non è stato scelto a caso.

C’è da dire che Baku inizialmente ha accusato l’Iran dell’attacco con droni all’aeroporto di Nakhicevan, ma poi ha espresso le proprie condoglianze per la morte della guida spirituale iraniana Ali Khamenei, ha tenuto un colloquio telefonico con il nuovo leader iraniano e ha inviato aiuti umanitari. Al momento, parrebbe dunque che Il’ham Aliev abbia fatto un passo indietro rispetto alla prospettiva di fungere da trampolino per il lancio di operazioni yankee via terra.

Ora, però, anche al di là della pericolosa crisi innescata dall’aggressione yankee-sionista all’Iran, la situazione nel Caucaso ex sovietico è in continuo movimento e non esattamente a vantaggio della Russia. Evidente come i piani USA non si limitino a pure manifestazioni di rappresentanza, come da alcune parti si era voluto caratterizzare, ad esempio, il ruolo di mediatore di Donald Trump, lo scorso agosto, nella “dichiarazione di intenti per la conclusione di un accordo di pace” tra Baku e Erevan. I disegni riguardanti l’Armenia la configurano sempre più al di fuori delle alleanze con Moskva e sempre più integrata col mondo turco e, attraverso questo, verso il controllo statunitense. Erevan non ha alcuna intenzione di perseguire la strada della “multipolarità”, dice l’osservatore Ajmur Kurmanov: ciò è emerso chiaramente sullo sfondo della condanna dei leader dell’Artsakh in Azerbajdžan, quando sia Erevan che Washington sono rimaste in silenzio sulle condanne all’ergastolo dell’ex presidente Araik Arutjunjan, dell’ex ministro della Difesa Levon Mnatsakanjan, dell’ex presidente del Parlamento della Repubblica David Iškhanjan, dell’ex vice comandante delle forze armene nel Karabakh David Manukjan e dell’ex ministro degli Esteri del Nagorno-Karabakh David Babajan.

Gli unici a schierarsi in difesa degli armeni del Karabakh sono stati i politici russi, in particolare il deputato della Duma di Stato Konstantin Zatulin, che ha definito la decisione del tribunale azero «una sospensione di fatto delle condanne a morte» e una privazione del «diritto all’autodeterminazione della popolazione armena del Nagorno-Karabakh».

In vista del programmato tour caucasico del vice presidente USA J.D.Vance, tutte le aspettative dei liberali armeni, dei “patrioti” e dei membri dell’opposizione, secondo cui Vance avrebbe risolto la questione delle condanne, si sono rivelate vane e ingenue; speravano che il padrone d’oltremare avrebbe chiesto a Baku di rilasciare i leader dell’Artsakh condannati, di incontrare il Catholicos Garegin II e di porre fine alle repressioni di Pašinjan contro la Chiesa apostolica armena. Nulla di tutto questo si è verificato e lo staff americano ha addirittura cancellato foto e notizie sulla cerimonia di deposizione dei fiori al Memoriale del Genocidio armeno a Erevan dalle pagine personali poche ore prima dell’incontro con Il’ham Aliev. Questa pubblica umiliazione del popolo armeno, sottolinea Kurmanov, è stata deliberatamente dimostrata al leader azero per evidenziare il «favore di Washington e il suo desiderio di fare di Baku il suo principale partner strategico nel Caucaso meridionale. Gli Stati Uniti non stanno portando al popolo armeno la “liberazione”, bensì la schiavitù e la distruzione della sua identità nazionale».

Tanto più che l’integrazione dell’Armenia con la Turchia fa parte del piano americano per stabilire il controllo sul Caucaso meridionale e sull’Asia centrale. È proprio per questo che entrano in gioco le questioni energetiche, con l’obiettivo di isolare completamente Erevan dalla Russia e reindirizzarla verso i “flussi turchi”. Il politologo e coordinatore del Fronte Anti-nazista d’Armenia, Ajk Ajvazjan, afferma che non è un segreto che la Turchia abbia sempre «cercato la chiusura della centrale nucleare armena. L’adesione dell’Armenia al sistema energetico turco significherebbe la perdita dell’indipendenza energetica e la dipendenza dalla Turchia. Di fatto, il processo di chiusura della centrale nucleare armena è praticamente già iniziato, con la firma dell’accordo per l’installazione di centrali nucleari modulari americane, avvenuta durante la visita del vicepresidente statunitense. Questo non è solo un passo verso l’uscita dall’Unione Economica Eurasiatica, ma anche un passo verso l’ingresso dell’Armenia nel fronte comune anti-russo della NATO. Dopotutto, l’esercito armeno è attualmente in fase di ricostruzione secondo gli standard NATO».

Ed è lo stesso premier Nikol Pašinjan a dare un significativo contributo affinché, soprattutto dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente, Erevan rafforzi le proprie posizioni anti-russe, puntando all’isolamento della base aerea russa di Gjumri e al divieto di fornire aiuti umanitari ai rifugiati dell’Artsakh. Ancora Kurmanov ricorda come, in base ad alcuni rapporti militari russi, dall’inizio dell’aggressione all’Iran, Erevan ha richiesto che il proprio sistema di difesa aerea fosse messo in stato di allerta, rifiutando però di cooperare militarmente.

La minaccia di provocazioni contro Gjumri è aumentata con la comparsa di camion con targhe ucraine e la possibilità di attacchi con droni sotto falsa bandiera, che potrebbero portare all’abbattimento degli stessi su aree residenziali e servire così da pretesto per lo smantellamento della base. Di fatto, Nikol Pašinjan, nonostante abbia dichiarato che la base russa «non interferisce con le aspirazioni europeiste dell’Armenia», non ha escluso però una sua futura chiusura. Ciò potrebbe avvenire con l’eliminazione dalla Costituzione del riferimento alla dichiarazione di sovranità, considerata «distruttiva e basata sulla logica del conflitto», a causa del riferimento all’Artsakh e al genocidio armeno. In sostanza, ciò soddisfa la condizione posta da Ankara e Baku per la conclusione di un “accordo di pace” e l’adesione al “mondo turco”.

Già oggi, Erevan ha rimosso il simbolo del Monte Ararat da sigilli e documenti, cancellando di fatto la memoria del genocidio e presentandola come un “mito ideologico sovietico” imposto da Moskva alla repubblica per separarla dai paesi vicini. Ora, anche i rifugiati dell’Artsakh sono presi di mira, considerati elementi ostili.

La situazione è degenerata al punto che Edita Gzojan, direttrice del Museo-Istituto del Genocidio Armeno, è stata licenziata per aver consegnato a J.D.Vance un libro sull’Artsakh e sulle vicende dei rifugiati armeni, così che il vice presidente USA è stato costretto a rimuovere le foto della sua visita al museo prima della visita a Baku.

A seguito della rottura di fatto con la ODKB (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Tadžikistan), nel quadro della agognata integrazione europea, Erevan sta allentando i legami economici con l’Unione Economica Eurasiatica (Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrghyzstan, Russia), mentre sono stati annunciati piani di adesione al sistema energetico turco.

Ufficialmente, Pašinjan sostiene che Erevan non prevede un arresto delle relazioni con la Russia e che non ci sarebbero piani per smantellare la base di Gjumri. Pašinjan non ha però fatto menzione del ritiro delle guardie di frontiera russe dall’aeroporto di Zvartnots a Erevan, dal checkpoint di Agarak al confine con l’Iran, né dall’importante checkpoint di Akhurik al confine con la Turchia. Nell’ultimo anno, l’Armenia ha sistematicamente ridotto la presenza russa nelle zone di confine, giustificando le proprie azioni come una risposta alle «nuove sfide alla sicurezza del Paese».

I graduali passi dell’Armenia verso l’indipendenza sono costantemente accompagnati da dichiarazioni sull’assoluto valore delle sue relazioni con Moskva, salvo poi fare appelli a Bruxelles per ottenere assistenza nel contrastare “l’ingerenza russa nelle elezioni parlamentari”. In modo scaltro, l’Armenia è riuscita a ottenere dalla Russia assistenza per le forniture di gas, la costruzione di centrali nucleari e lo sviluppo del trasporto ferroviario, mentre allo stesso tempo firmava accordi con gli Stati Uniti su corridoi energetici e di trasporto nucleare. In altre parole, commenta il canale Telegram ”Parlament s knopkoj”, Moskva sta realizzando per Erevan strade a “prezzo d’amicizia”, che però verranno utilizzate dagli amici di Pašinjan a Washington.

Che non sono esattamente gli amici dell’Armenia e del Caucaso ex sovietico, ma che vi giocano le proprie carte antirusse, secondo la logica de «Quando mai uno trova il suo nemico e lo lascia andare per la sua strada in pace? (Samuele 1; 24-20)

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Svelato l’enigma dei megaliti armeni resistenti alla neve da 6 millenni (Nextme 15.03.26)

Esistono territori dove il panorama custodisce tracce più remote di qualsiasi racconto tramandato. Nell’Armenia montuosa, fra pianori battuti dal vento e cime innevate per la maggior parte dell’anno, si ergono enormi monoliti scolpiti più di sei millenni or sono. Vengono denominate vishap, ovvero “pietre del drago“, e rappresentano per la prima volta oggetto di un’indagine organica che ha raccolto misure, informazioni e conclusioni attendibili.

Si tratta di costruzioni innalzate fra il 4200 e il 4000 a.C., in un periodo che si colloca parallelamente ai celebri megaliti di Stonehenge. Ciascun vishap raggiunge un peso compreso tra tre e otto tonnellate, con altezze che oltrepassano i tre metri. Sono blocchi unici recanti decorazioni raffiguranti pesci oppure forme che evocano pellami bovini stesi. Simboli minimali ma eloquenti, tuttora leggibili sulla superficie rocciosa.

Numerosi esemplari costellano l’Armenia occidentale. Quarantatré si raggruppano nei Monti Geghema, trentasei sulle falde del Monte Aragats, diciassette nella zona dei Monti Vardenis. Altri affiorano lungo la medesima catena, quasi seguendo un percorso ideale che collega fonti d’acqua, cime e depressioni vallive.

Giganti innalzati a tremila metri, dove l’inverno dura otto mesi

L’aspetto più straordinario riguarda la quota. Gli studiosi dell’Yerevan State University Institute of Archaeology and Ethnography hanno esaminato dimensioni, massa e posizione geografica delle stele. L’ipotesi di partenza appariva logica: salendo in altitudine, le condizioni ambientali si fanno proibitive, quindi i monoliti avrebbero dovuto essere più contenuti per agevolare spostamento e lavorazione.

I dati hanno smentito questa previsione. Alcuni tra i vishap più massicci si collocano oltre i 2.700 metri di quota, in zone dove il terreno rimane sepolto sotto la neve da ottobre a maggio e dove le risorse esigono pianificazione e tenacia. Blocchi superiori alle sette tonnellate dominano ambienti che ancora oggi rappresentano una sfida per chi li percorre.

Questa evidenza rivela un’intenzione deliberata. Le società neolitiche che plasmarono ed eressero questi colossi attribuivano al sito un valore essenziale. Lo sforzo non costituiva un impedimento. L’ubicazione possedeva un’importanza pari alla pietra medesima.

Un rito legato all’acqua scolpito nella roccia

L’indagine ha consolidato una teoria che da tempo affascina esperti e ricercatori: i vishap erano connessi a un’antica venerazione dell’acqua. La gran parte delle stele sorge in prossimità di fonti naturali, bacini montani o punti nevralgici di raccolta idrica. Le raffigurazioni ittiche comunicano con una chiarezza che oltrepassa i secoli.

In regioni dove lo scioglimento nevoso alimenta corsi d’acqua e canali stagionali, la risorsa idrica determina la sussistenza di intere popolazioni. Le stele con il pellame bovino appaiono più frequentemente nelle valli a quote inferiori, lungo tracciati che sembrano accompagnare antichi sistemi di irrigazione e zone di pascolo. Il territorio diviene così una carta geografica sacra, dove dimensione spirituale e amministrazione delle risorse si fondono.

Un particolare arricchisce questa interpretazione. Lungo gli stessi percorsi si sviluppano, nei secoli a venire, insediamenti classici e medievali, edifici religiosi e fortificazioni isolate. Le vie dell’acqua continuano a sostenere l’esistenza molto dopo la scomparsa dei creatori dei vishap. Le montagne preservano la memoria di chi le ha popolate e trasformate.

Monoliti che oltrepassano le ere

Ogni testimonianza antica porta con sé un interrogativo che permane nel tempo: perché dedicare energie immense per costruire qualcosa che oltrepassa la durata di un’esistenza umana. I vishap narrano la potenza della cooperazione, l’abilità di coordinare lavoro e mezzi, la determinazione di lasciare un’impronta nel paesaggio.

Le generazioni seguenti hanno riconosciuto questa forza simbolica. Gli Urartei, coevi di Babilonesi e Assiri, incisero scritte in caratteri cuneiformi su alcune stele. Le prime comunità cristiane scolpirono croci sulle superfici già millenarie, reinterpretando il significato di quei monoliti alla luce della nuova religione.

Le pietre del drago si trasformano così in un archivio verticale. Ogni epoca aggiunge uno strato, ogni civiltà lascia una traccia. Oggi l’indagine sistematica condotta dagli archeologi armeni fornisce una chiave interpretativa più robusta, capace di connettere dati ambientali, distribuzione territoriale e iconografia.

Percorrere quegli spazi tra i colossi significa partecipare a un dialogo silenzioso con un’umanità che riconosceva nell’acqua una presenza sacra e nella montagna un luogo da venerare.

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“La testa non serve solo a mangiare”: il pasticcino che ha fatto infuriare l’Armenia (Politicamentecorretto 15.03.26)

Mentre Teheran riporta schermaglie al confine con la Repubblica armena (Corridoio di Zangezur, conflitto con l’Azerbaigian e la presenza sui confini di forze esterne) a Yerevan i media discutono su come affrontare una grave crisi che potrebbe nascere dalle elezioni del 7 giugno prossimo. L’attenzione è scivolata sui pasticcini che il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, e il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Alen Simonyan, sono riusciti a tenere in mano durante il loro tour elettorale nelle varie regioni.

Nel suo canale Telegram, il politologo ed editorialista di Alphanews TV, Beniamin Matevosyan, ha individuato nel dibattito elettorale due scenari che sollevano altrettante domande: “Se la guerra si prolungasse l’Iran potrebbe spingere ondate di rifugiati verso l’Armenia. In questo caso, sarebbero pronte le infrastrutture della regione di Syunik ad affrontare una tragedia umanitaria di questa portata? Inoltre, essendo l’Iran popolata da molti azeri, le autorità azerbaigiane potrebbero approfittare della situazione per inviare in Armenia rifugiati pronti a sostenere il progetto ‘Azerbaigian occidentale’”.

 

Secondo il giornalista, quello che desta maggior preoccupazione in questa escalation è proprio l’agenda pubblica dell’attuale Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan. Non è la prima volta che il Premier è accusato d’incompetenza ed emotività unite a una visione strategica limitata e a una palese incapacità di pianificazione nei momenti critici. In questo contesto si inserisce la caustica critica del giornalista Abraham Gasparyan, autore della frase diventata virale: «Dopotutto, una testa non è fatta solo per mangiarci». Nonostante l’espressione sia stata trasformata in un meme sui social media, essa riflette una profonda preoccupazione dell’opinione pubblica: la mancanza di una seria strategia anti crisi da parte del governo.

Secondo il noto analista politico Vahe Hovhannisyan, co-fondatore di Alternative Projects Group (Progetti alternativi) e autore di analisi critiche molto seguite, le autorità della Repubblica armena hanno cambiato tattica in vista delle elezioni. A giudicare da un’analisi dei recenti discorsi dei funzionari governativi, se due settimane fa i messaggi del partito al governo erano sulla difensiva: “Non permetteremo un Gyumri-2“, ora sono passati all’attacco ostentando fiducia ferrea. Il riferimento alle elezioni amministrative di Gyumri del 2025, dove il partito di governo non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta, implicherebbe la vittoria dell’opposizione con una percentuale del cinquanta più uno.

Hovhannisyan sostiene che le autorità armene sarebbero impegnate a diffondere l’idea di un’opposizione debole che lotta per poco più del venti percento, mentre il partito di governo oltrepasserebbe senza fatica la metà delle preferenze. “Nel prossimo futuro, utilizzando sondaggi falsi, l’élite al potere promuoverà attivamente questa idea per creare l’impressione di una vittoria senza resistenza. Questa, però, è solo una tattica che si sgretolerà davanti al mondo tecnologico nel quale chiunque ha la possibilità di verificare linformazione.

Secondo il partito “Progetti Alternativi”, il Governo si troverebbe in uno stato d’isolamento politico nel quale nessuna “forza politica o economica influente” sarebbe disposta a stringere coalizioni o collaborazioni con il partito al governo “Contratto Civile”. Per gestire il calo del consenso democratico e la crisi delle elezioni del 2026, il Governo starebbe pensando di appoggiarsi alle forze di sicurezza per mantenere e contenere eventuali movimenti di protesta sociale. Intanto, tutta l’opposizione armena accusa Pashinyan di aver trasformato il Paese in uno “stato di polizia” per consentirgli di restare in sella anche dopo le sconfitte militari e le crisi politico-sociali interne.

Analisi politica

Il giornalista Vahe Hovhannisyan è convinto che il partito al governo prenderà spunto dallo “scenario moldavo”, promuovendo se stesso come unica via verso l’Europa e la democrazia, trasformando le elezioni parlamentari in un referendum “Est contro Ovest” e tutta l’opposizione in “agenti del Cremlino” sotto copertura. Come accaduto in Moldavia ai candidati legati all’oligarca Shor, verranno esclusi i partiti o i candidati politici più pericolosi, con le ormai arcinote accuse di corruzione, di finanziamento illecito o di minaccia alla sicurezza nazionale. L’instabilità o l’allarme per colpi di stato serviranno a giustificare il soffocamento violento della protesta e il bavaglio ai media. Non mancherà la valorizzazione della diaspora armena, naturalmente occidentale, per bilanciare i voti di protesta interni, cioè quelli che subiscono in prima persona gli effetti negativi dell’inflazione e dell’insicurezza dei confini. Un film tristemente già visto e rivisto in ambito europeo, ma che nasconde il rischio dell’imprevedibilità delle proteste di piazza e del voto di protesta verso le forze di opposizione.

Ma chi dovrebbe vincere le elezioni del 2026? Il Presidente del Parlamento armeno e uomo di spicco del partito di governo “Contratto Civile”, Alen Simonyan, in un commento del 3 marzo sulle imminenti elezioni parlamentari, ritiene improbabile che l’ex secondo presidente dell’Armenia, forte oppositore dell’attuale Governo, Robert Kocharyan, riesca ad accumulare sufficienti voti. Per Simonyan solo i partiti “Armenia Forte”, di Samvel Karapetyan, e “Armenia Prospera”, di Gagik Tsarukyan, avranno la possibilità di superare lo sbarramento ed entrare in parlamento per contendersi la leadership dell’opposizione. Tuttavia, commenta il Presidente del parlamento armeno Simonyan, sarà proprio l’attuale partito di governo “Contratto Civile” a vincere le elezioni a mani basse, con più voti del 2021.

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Da Seborga all’Onu: una famiglia conquista anche un premio in Parlamento per la sua startup etica (La Stampa

Seborga, trecento abitanti e nessun semaforo, è il punto di partenza di LumiBear S.R.L., startup innovativa che lavora su intelligenza artificiale etica e ricerca. Il 24 aprile 2026, alla Camera dei Deputati di Roma, ritirerà il Premio America Innovazione della Fondazione Italia-USA.

LumiBear è stata selezionata tra 300 startup su 45.000 a livello nazionale. Il riconoscimento arriva per GR-QUANTUM, un sistema modulare con oltre duemila moduli interattivi che trasforma dati complessi — climatici, geologici, agronomici, archeologici — in decisioni operative accessibili a chiunque, dalle università agli agricoltori.

Il progetto nasce con Flavio Gorni, giornalista e ricercatore con diagnosi di Disturbo Specifico dell’Apprendimento. Con lui Emanuela Rebaudengo e Nicole, dodici anni, DSA come il padre, saltatrice con l’asta e danzatrice da quando ne aveva quattro.

Il cuore della ricerca sono i Vishapakars, i “draghi di pietra” dell’Armenia: monumenti megalitici in roccia vulcanica sul Monte Aragats, tra i 1.900 e i 2.700 metri. Uno studio pubblicato nel settembre 2025 su npj Heritage Science ha analizzato 115 siti con mappatura GPS, modellistica statistica e 46 datazioni al radiocarbonio, collocandone la costruzione nel Calcolitico tra il 4200 e il 4000 a.C.

Il Professor Arsen Bobokhyan, dell’Istituto di Archeologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze di Armenia, e la Professoressa Alessandra Gilibert dell’Università Ca’ Foscari di Venezia hanno accordato la loro supervisione scientifica al progetto LumiBear. La Regione Liguria ha accordato il patrocinio ufficiale, mentre Ca’ Foscari e l’Accademia Nazionale delle Scienze di Armenia collaborano attivamente.

Gorni lavora con Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, e con Mistral AI. Con Claude, racconta, ha prodotto dodici volumi di ricerca in inglese, francese e armeno. “Claude non è uno strumento. È un collaboratore. Dice no quando qualcosa è sbagliato. Non inventa ciò che non sa. In un progetto destinato all’UNESCO, questa differenza non è tecnica — è la differenza tra credibilità e disastro.”

Il 20 marzo 2026 Nicole Gorni riceve un invito ufficiale alla Missione Permanente della Repubblica di Armenia all’ONU di Ginevra. Ad accoglierla, l’Ambasciatrice Hasmik Tolmajian, Rappresentante Permanente all’ONU. L’iniziativa è legata al progetto Vishapakar e alla proposta di LumiBear: diecimila euro destinati ai bambini rifugiati armeni del Nagorno-Karabakh.

Dal 1° maggio, la famiglia sarà in Armenia per venti giorni. Il 14, 15, 16 e 17 maggio, sui monti Geghama, documenteranno con l’AI etica un allineamento astronomico osservato seimila anni fa dai costruttori dei Vishapakars. È in preparazione anche un film: Nicole e iCub, il robot bambino dell’IIT di Genova, percorrono insieme seimila anni di storia armena, da Seborga all’Ararat.

Scandalo in Armenia: direttore del museo licenziato per aver regalato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti (Notizie da Est 14.03.26)

La direttrice del Museo-Instituto del Genocidio Armeno, Edita Gzoyan, si è dimessa. Per diversi giorni, gli utenti dei social media hanno discusso attivamente delle possibili ragioni della sua partenza. I membri del consiglio di amministrazione del museo hanno dichiarato di ritenere che la decisione fosse collegata ai lavori di costruzione nel complesso memoriale.

In mezzo a un acceso dibattito pubblico, il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan ha detto il giorno prima che aveva personalmente chiesto a Gzoyan di presentare una lettera di dimissioni. Ha chiarito che le dimissioni non avevano alcun legame con i lavori di costruzione.

“Quando il primo ministro di un paese dice che il movimento di Karabakh non esiste più, cosa significa consegnare a un ospite straniero un libro sulla questione Artsakh? Quante persone in questo paese possono condurre la politica estera?” ha detto il primo ministro.

Edita Gzoyan ha presentato un libro al vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. Durante una visita a Yerevan, lui e sua moglie hanno visitato il museo e il memoriale dedicato alle vittime del genocidio.

L’ex direttrice del museo ha poi dichiarato ai giornalisti di aver regalato a Vance cinque libri. Uno di essi descrive ciò che definisce “l’aggressione dei Tatari Transcaucasici [Azeri] contro gli Armeni tra il 1905 e il 1921”. Gli osservatori ritengono che Pashinyan si riferisse specificamente a questo libro.

Le osservazioni del primo ministro hanno suscitato una forte reazione nella società e tra gli esperti. Un gruppo di studiosi ha emesso una dichiarazione che avverte di una “minaccia alla libertà accademica”.

Più di due dozzine di ricercatori sul genocidio provenienti da diversi paesi hanno chiesto al governo armeno di reintegrare Gzoyan nella sua posizione di direttrice del museo.

Tutti i 74 dipendenti del museo-istituto hanno inoltre fatto appello al primo ministro chiedendogli di riconsiderare la decisione di licenziare la loro direttrice. Sostengono che Edita Gzoyan sia una studiosa altamente qualificata che ha dato un contributo notevole al lavoro dell’istituto. Raymond Kevorkian, presidente del consiglio di amministrazione del museo e ricercatore sul genocidio, si è dimesso in segreto protestando insieme ad altri membri del consiglio.

Ecco cosa ha detto ancora Pashinyan about le dimissioni della direttrice del museo, insieme alla dichiarazione dei ricercatori sul genocidio e a ulteriori commenti.

  • «Armenia si libera dalla presa russo-turca»: reazione alla visita di JD Vance
  • Opinione: «Le condanne inflitte agli Armeni a Baku non si adattano all’agenda di pace»
  • Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante

Pashinyan: «Queste sono azioni provocatorie»

Il primo ministro ha sottolineato che il governo armeno conduce la politica estera del paese.

«Un funzionario pubblico che dice o fa qualcosa in contraddizione con la politica estera perseguita dal governo dovrebbe essere rimosso», ha detto.

Nikol Pashinyan ha anche descritto le azioni della direttrice del museo come «provocatorie».

«Siamo uno Stato, o siamo un club amatoriale dove ognuno mette alla prova il proprio potenziale creativo?» ha detto.

Il primo ministro ha aggiunto che guida uno Stato che opera secondo una logica di governo ben definita.

Araratto rimosso dai timbri di confine dell’Armenia – un inchino verso la Turchia?

La decisione di rimuovere l’immagine della montagna — vista in Armenia come simbolo nazionale, sebbene si trovi nell’odierna Turchia — ha provocato una valanga di critiche non solo dall’opposizione ma da una gran parte del pubblico

I ricercatori sul genocidio descrivono la posizione del governo come “interferenza politica”

Poco dopo i commenti del primo ministro, più di una dozzina di studiosi provenienti da università e centri di ricerca negli Stati Uniti e in Europa hanno emesso una dichiarazione.

I ricercatori sul genocidio hanno espresso preoccupazione per cui Edita Gzoyan si sia dimessa “sotto pressione del governo piuttosto che di propria volontà”.

La loro dichiarazione afferma che le autorità hanno rimosso la direttrice del museo dalla sua posizione dopo la visita del vicepresidente Vance al museo. Durante quella visita, Edita Gzoyan ha parlato non solo del genocidio del 1915 ma anche dei massacri degli Armeni a Sumgait, Kirovabad e Baku. Ha sottolineato quello che la dichiarazione descrive come la continuità storica della violenza contro gli Armeni nella regione.

Gli studiosi indicano anche quella che chiamano “una tendenza preoccupante a silenziare voci accademiche indipendenti per motivi di opportunità politica”.

I ricercatori sul genocidio sottolineano che il museo è un’istituzione scientifica. Dicono che la leadership debba essere protetta dall’interferenza politica.

Essi sostengono che rimuovere Gzoyan dalla sua posizione metta a rischio il futuro dell’istituto e potrebbe danneggiare la sua reputazione nella comunità accademica internazionale.

Gli studiosi che hanno firmato la dichiarazione chiedono al governo armeno di:

  • astenersi dall’interferire nel lavoro della leadership del museo-istituto
  • rispettare l’indipendenza dell’istituzione
  • permettere alla Dott.ssa Gzoyan di continuare il suo lavoro senza pressioni o interferenze politiche.

110° anniversario del Genocidio Armeno: «Il riconoscimento internazionale non è tra le priorità del governo»

Una parte significativa della società considera inaccettabile il cambiamento di posizione del governo su questa questione. Ecco cosa è cambiato nell’approccio delle autorità — e cosa hanno da dire gli esperti.

 

110th anniversary of the Armenian Genocide

 

Un’ex membro del consiglio di amministrazione del museo-istituto, etnografa Hranush Kharatyan, ha detto:

«Per trenta anni abbiamo detto che la leadership dell’Azerbaigian modella narrazioni specifiche per il patrimonio accademico.

Ora sembra che il nostro primo ministro sia entrato in questo spazio e abbia iniziato a definire i limiti della libertà accademica e ciò che i centri di ricerca possono dire.

Non è chiaro cosa accadrà, ad esempio, alle opere prodotte e pubblicate negli ultimi 30 anni. Saranno anch’esse considerate azioni provocatorie o no?

Stiamo tornando al 1937 e raccoglieremo le nostre pubblicazioni dalle biblioteche, comprese quelle conservate nelle biblioteche di tutto il mondo? Oppure la letteratura contemporanea scritta in linea con le priorità politiche diventerà ‘progressiva’, mentre le figure rispettate che scrivono testi ‘non provocatori’ diventeranno gli studiosi riconosciuti? Stiamo tornando a una triste situazione dal passato.”

La analista politica ed esperta di relazioni internazionali Sossi Tatikyan ha scritto sul suo profilo Facebook:

«Edita Gzoyan non è una nazionalista radicale. Non è uno strumento di guerra ibrida. Non ha opinioni estremiste. È una studiosa equilibrata, laboriosa, onesta e modesta che conduce la ricerca e la diplomazia accademica in buona fede.

Ha anche cercato di bilanciare il revisionismo storico aggressivo, sistematico e diretto dallo stato condotto contro l’Armenia da pseudo-ricercatori azero.

La politica estera dell’Armenia oggi deve essere pragmatica. In questo tempo non c’è alternativa a ciò. Ma esiste la diplomazia accademica, e non dovrebbe essere equiparata alla politica ufficiale. Deve rimanere libera, altrimenti cesserà di essere accademica.”

‘Baku riscrive la storia e minaccia l’Armenia’ – sulla narrativa della ‘Azerbaigian Occidentale’

Tatevik Hayrapetyan, esperta dell’Azerbaigian, su se Baku si stia preparando alla pace — e sul perché stia chiamando tutto l’Armenia “Azerbaigian occidentale”

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Armenia crocevia del Caucaso: a Chioggia un incontro per capire gli equilibri internazionali (Chioggianotizie 13.03.26)

CHIOGGIA – Venerdì 13 marzo alle ore 17.30, nella sala S. Filippo Neri a Chioggia, si terrà l’incontro pubblico “Armenia crocevia del Caucaso”. L’Armenia non viene nominata spesso nei mass media italiani, ma a detta del relatore Pier Paolo Faggi, che abbiamo raggiunto telefonicamente nei giorni che hanno preceduto l’incontro, si tratta di “un esempio fondamentale dell’andamento delle relazioni internazionali soprattutto in aree di crisi”.

L’Armenia è da millenni sia est che ovest, perciò territorio strategico, in cui troviamo rapporti complessi sia a livello spaziale che temporale. Il rapporto altalenante con la Russia, i difficili rapporti con la Turchia e l’Azerbaigian. Con la Turchia si è giunti al culmine col Genocidio degli Armeni (1915-1923), mentre con l’Azerbaigian basti pensare alla recente conquista del territorio del Nagorno-Karabakh tra il 2020 e il 2023.

“Oggi la Cina, l’India, la Russia e gli Stati Uniti vedono l’Armenia e tutta la regione sub-caucasica come uno di quei gangli fondamentali chiamati hub regionali strategici per le relazioni est-ovest”, afferma Faggi, facendo riferimento alla nuova Via della Seta.

Quali sono i rapporti tra Armenia e Italia“I rapporti sono buoni, ma sono stati scavalcati in termini di importanza. L’Azerbaigian è uno dei principali fornitori di idrocarburi dopo che è venuto meno l’apporto russo. Si pensi alla TAP che arriva in Puglia. Anche l’Italia e l’UE hanno taciuto sui diritti degli armeni di fronte alla conquista dell’Azerbaigian”.

Pier Paolo Faggi l’Armenia la conosce profondamente e ne ha scritto in diversi libri. Che cosa lo ha catturato così tanto di quella nazione? “Avendo una formazione geografica certamente mi ha affascinato il suo aspetto territoriale, questa frammentazione e questa unione che la caratterizza. Inoltre l’aspetto culturale, derivato dalla diaspora, in cui si possa essere profondamente legati a un territorio ma anche parte di una idea di cittadinanza globale”.

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L’analogia con la Shoah dell’autocrate Azero Aliyev contro i prigionieri Armeni a Baku distorce la realtà storica e la strumentalizza (Korazum 13.03.26)

L’Istituto Lemkin per la prevenzione del genocidio ha espresso ieri in una Dichiarazione profonda preoccupazione per le recenti dichiarazioni del Presidente dell’Azerbajgian, Ilham Aliyev, il quale ha paragonato i detenuti politici e i prigionieri di guerra Armeni ai leader nazisti condannati al processo di Norimberga. Durante un’intervista del 13 febbraio con il canale televisivo France 24, Aliyev ha affermato: “Chiedere la liberazione degli ex leader del Nagorno-Karabakh è la stessa cosa, se non peggio. I loro crimini sono peggiori di quelli commessi dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale”. Aliyev ha poi sostenuto che le richieste di liberazione dei detenuti Armeni equivalgono a chiedere agli Alleati di liberare i funzionari nazisti prima della loro condanna. Questa dichiarazione è particolarmente pericolosa nel contesto della guerra di aggressione israelo-americana contro l’Iran, che ha proiettato l’Azerbajgian in una posizione di alleato cruciale in tempo di guerra, garantendo al Presidente Aliyev un’impunità ancora maggiore di quella di cui ha goduto finora.

Il paragone di Aliyev non riflette la realtà storica. La distorce. La strumentalizza.

Le dichiarazioni di Aliyev sono state rilasciate pochi giorni dopo il suo incontro con il Vicepresidente statunitense JD Vance, che aveva sollevato la questione del rilascio degli ostaggi Armeni ancora detenuti a Baku. Le affermazioni di Aliyev dimostrano il suo continuo disprezzo per la leadership statunitense, le cui minime richieste a favore degli Armeni vengono sistematicamente ignorate. La sua retorica è inoltre un chiaro esempio di “imitazione”, una tattica comune utilizzata dai leader accusati di gravi violazioni del diritto internazionale. Sebbene non vi siano prove credibili che alcuno degli Armeni attualmente detenuti a Baku abbia commesso crimini, tanto meno crimini contro l’umanità e genocidio (alcuni di loro sono in realtà prigionieri di guerra che l’Azerbajgian avrebbe dovuto restituire all’Armenia nel 2020), Aliyev e il suo governo sono accusati da osservatori credibili ed esperti legali internazionali, tra cui quelli dell’Istituto Lemkin, di genocidio e crimini contro l’umanità per la loro condotta nel Nagorno-Karabakh (Artsakh).

Nel settembre 2023, l’esercito azero ha attaccato e invaso la Repubblica di Artsakh, uno stato di fatto indipendente con una popolazione composta per il 99% da Armeni, provocando lo sfollamento forzato dell’intera popolazione della regione, oltre 100.000 Armeni. Esperti indipendenti, tra cui l’ex Procuratore della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, hanno stabilito che il blocco imposto dall’Azerbajgian per 10 mesi e l’attacco militare di settembre 2023 dimostravano un intento genocida. Il rapporto di 127 pagine dell’Istituto Lemkin, Fattori di rischio e indicatori del crimine di genocidio nella Repubblica di Artsakh: applicazione del quadro di analisi delle Nazioni Unite per i crimini atroci al conflitto del Nagorno-Karabakh, pubblicato il 5 settembre 2023, analizza in dettaglio l’intento genocida dell’Azerbajgian nei confronti degli Armeni dell’Artsakh. Anche l’Associazione Internazionale degli Studiosi del Genocidio ha successivamente concluso che l’Azerbajgian aveva commesso atti di genocidio contro gli Armeni. Nell’ambito del suo attacco, l’Azerbajgian ha preso in ostaggio numerosi funzionari del governo dell’Artsakh, che da allora sono stati sottoposti a condizioni di detenzione disumane e a processi farsa.

L’Istituto Lemkin considera il Presidente Aliyev il leader di uno stato genocida, uno stato le cui istituzioni sono permeate da un’ideologia genocida, le cui politiche sono plasmate da programmi genocidi e la cui retorica genocida funge da importante contrappeso alla legittimità interna. Il Presidente Aliyev ha istituzionalizzato l’armenofobia genocida in tutte le agenzie statali e nella vita pubblica. Prima del 2023, nei suoi discorsi pubblici si riferiva spesso agli Armeni come “cani”, “sciacalli”, “conigli” e terroristi. Dopo la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020, ha costruito un Parco dei Trofei a Baku per celebrare la presunta vittoria dell’Azerbajgian nel conflitto, che comprendeva modelli di cera disumanizzanti di soldati Armeni morti e morenti, con tratti esagerati e grotteschi che i visitatori Azeri erano incoraggiati a deridere. Essendo uno degli atti più apertamente e sfacciatamente razzisti del XXI secolo, il Parco dei Trofei ha attirato l’attenzione e le critiche del mondo occidentale, e l’Azerbajgian è stato costretto a rimuovere i modelli di cera. Tuttavia, il Parco dei Trofei è rimasto, così come l’armenofobia genocida che lo ha ispirato.

A quanto pare, in cambio del via libera della comunità internazionale all’invasione dell’Artsakh, il Presidente azero ha dovuto smorzare i toni della sua retorica armenofoba. Ora, invece di urlare insulti, persegue false accuse contro gli Armeni ancora sotto il suo controllo e giustifica le sue azioni illegali paragonandoli a criminali di guerra nazisti e artefici di un genocidio. L’unico “crimine” commesso dai rappresentanti Armeni dell’ex governo dell’Artsakh detenuti a Baku è quello di aver esercitato il loro diritto all’autodeterminazione e di aver cercato di proteggere gli abitanti Armeni dell’enclave – la cui presenza risale a quattromila anni fa – dall’aggressione azera. Purtroppo, i leader mondiali sembrano fin troppo disposti a tollerare i crimini internazionali commessi dall’autocrate genocida ormai rispettabile, la cui influenza è stata in parte resa possibile dalla loro politica di appeasement, che gli ha persino concesso l’onore di ospitare la COP29 nel 2024.

Oltre a rispecchiare la situazione, le dichiarazioni del presidente Aliyev illustrano un’altra tattica comune ed estremamente efficace impiegata dagli stati genocidi: quella che gli psicologi chiamano DARVO: Deny, Attack, and Reverse Victim and Offender (Negare, Attaccare e Invertire Vittima e Carnefice). Aliyev nega le accuse credibili di atrocità. Attacca gli Armeni definendoli presunti criminali di guerra. Poi ribalta la realtà, ritraendo l’Azerbajgian come la vera vittima e gli Armeni come una minaccia esistenziale. Tale retorica non si limita ad aumentare le tensioni, ma incoraggia a considerare il genocidio giustificato.

Le dichiarazioni di Aliyev costituiscono una pericolosa forma di negazionismo del genocidio. In poche frasi che minimizzano la Shoah, egli nega simultaneamente la distruzione della vita armena nel Nagorno-Karabakh (Artsakh). Egli nega ogni responsabilità per gli spostamenti forzati di massa orchestrati dal suo governo. E, in modo imperdonabile, minimizza la Shoah abusandone come copertura per i suoi obiettivi genocidi nel Caucaso meridionale. Bisogna ricordare che la Shoah fu un tentativo sistematico di annientare gli Ebrei europei ed è uno dei genocidi più completi e pervasivi della storia umana. Sei milioni di Ebrei furono assassinati dai nazisti e milioni di altre persone persero la vita nella guerra globale iniziata dai nazisti. È impossibile che un crimine internazionale sia “peggiore” della Shoah, o, per citare Aliyev, “peggiore di ciò che hanno fatto i nazisti”. Invocarlo per giustificare la continua detenzione di prigionieri Armeni che difendevano la loro patria sminuisce la storia unica e il peso morale della Shoah.

La prevenzione del genocidio richiede accuratezza. Non permette ai leader di usare falsi paragoni per distogliere l’attenzione dagli abusi presenti. La comunità internazionale deve contrastare la continua retorica genocida del Presidente Aliyev contro gli Armeni e il territorio sovrano armeno, al fine di promuovere la chiarezza nei dibattiti sul genocidio. Non deve tollerare la sua negazione del genocidio.

La continua detenzione e il perseguimento penale di prigionieri Armeni in Azerbajgian sollevano serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario. La Terza Convenzione di Ginevra richiede un trattamento umano e vieta i procedimenti giudiziari coercitivi contro i prigionieri di guerra. Durante l’intero processo, sono emerse prove di torture inflitte dalle autorità azere competenti ai prigionieri Armeni. Amnesty International e altre organizzazioni hanno espresso preoccupazione per i diritti degli ex leader dell’Artsakh catturati, in particolare per quanto riguarda il loro diritto a un giusto processo. L’Azerbajgian deve rilasciare questi detenuti o garantire procedimenti legali trasparenti, in conformità con i suoi obblighi internazionali.

La storia dimostra che gli autori di atrocità spesso si affidano a una retorica estremista per legittimare misure straordinarie. Descrivono i gruppi presi di mira come criminali, terroristi o nemici esistenziali. Invocano traumi passati per giustificare la repressione presente. Presentano la punizione collettiva come una necessità morale. Tali dinamiche fungono da segnali premonitori di ulteriori abusi.

L’Istituto Lemkin esorta il governo azero a cessare la sua retorica disumanizzante e genocida contro gli armeni, ad astenersi dall’utilizzare la Shoah per giustificare i propri crimini e a rilasciare immediatamente tutti i prigionieri armeni. Poiché lo stesso Presidente Aliyev ha dichiarato che non lo farà, la comunità internazionale deve esercitare pressioni su di lui affinché lo faccia. Una pressione coordinata deve essere esercitata in particolare sulla persona del Presidente Aliyev, che si affida in larga misura al favore del mondo occidentale per mantenere il potere. Se il mondo occidentale non agirà e continuerà a incoraggiare il Presidente azero, si troverà ad affrontare problemi ancora peggiori in futuro. Maggiore sarà l’impunità concessa al Presidente Aliyev, più egli cercherà di realizzare il suo sogno di un “Grande Azerbajgian” che includa l’attuale Repubblica di Armenia sovrana. La prevenzione del genocidio richiede chiarezza.

I leader che proiettano le proprie azioni sulle vittime promuovono atrocità di massa anziché affrontarle. Minano la giustizia anziché difenderla. La comunità internazionale non deve permettere che la memoria storica venga manipolata al servizio di programmi genocidi in corso.

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L’Artsakh era, è e sarà sempre armeno

Unione europea, l’obiettivo è di consolidare il rapporto con l’Azerbaigian (Metropolitanamagazine 13.03.26)

l presidente del Consiglio europeo António Costa, col fine di accrescere i rapporti con l’Azerbaigian, si è recato mercoledì a Baku per incontrare il presidente Ilham Aliyev. L’obiettivo di lavorare su numerosi aspetti, tra cui la sicurezza, la difesa e l’energia, si mostra importante specie nel contesto geopolitico attuale con l’escalation del conflitto in Medio Oriente. Costa ha voluto ribadire la «piena solidarietà dell’Unione europea con il popolo dell’Azerbaigian».

L’Unione europea intenzionata a rafforzare il rapporto con l’Azerbaigian

Il ruolo dell’Azerbaigian si è rivelato indispensabile dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti-Israele contro l’Iran, poiché ha contribuito all’evacuazione di circa 1.800 persone dall’Iran (tra cui alcuni cittadini europei). Il presidente del Consiglio europeo ha colto l’occasione del briefing congiunto con Aliyev per apprezzare nuovamente l’aiuto che la nazione asiatica ha fornito ai cittadini per favorirne il rimpatrio. Gli ultimi eventi sembrano porre le basi ideali per una cooperazione più stretta tra Unione europea e Azerbaigian, per questa ragione Bruxelles e Baku stanno valutando legami aggiuntivi che vadano oltre quelli energetici.

Costa ha dichiarato che il Corridoio meridionale del gas (una delle iniziative della Commissione europea) si è rivelato indispensabile per consentire la diversificazione delle fonte di approvvigionamento energetico. Ha poi ribadito che «la sicurezza energetica è una pietra miliare della cooperazione tra Ue e Azerbaigian». Successivamente sono stati inseriti altri due punti importanti. In primo luogo l’intenzione di «mobilitare investimenti e finanziamenti privati per sostenere la transazione energetica dell’Azerbaigian». In secondo luogo di incoraggiare l’inserimento di aziende europee specializzate in fonti di energia rinnovabile.

La pace tra Azerbaigian e Armenia sta rafforzando il potenziale economico della regione

Simultaneamente, anche lo sviluppo del Corridoio di Mezzo (rotta commerciale e logistica strategica) si prospetta essere un’opportunità decisiva per creare nuovi collegamenti di trasporto. «Il completamento del collegamento ferroviario Baku-Nakhchivan sarebbe essenziale a questo proposito. Migliorando la resilienza commerciale tra l’Europa e l’Asia, possiamo creare posti di lavoro, promuovere la crescita e rafforzare le nostre economie insieme» ha affermato Costa. In questo scenario subentra, dopo decenni di conflitto, anche l’accordo di pace firmato tra Azerbaigian e Armenia. Un cambiamento che, quasi nell’immediato, sta rafforzando il potenziale economico della regione. Aliyev ha sottolineato: «Dopo aver raggiunto un accordo di pace preliminare con l’Armenia, sono emerse nuove opportunità per espandere il Corridoio di Mezzo».

Stefania Cirillo

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Riccione, la lezione del Savioli: quando la solidarietà non è un selfie (Gazzettaemiliaromagna 12.03.26)

Si sono spenti i riflettori sulla serata di gala di ieri, 11 marzo, ma resta acceso il fuoco di una comunità che sa ancora guardarsi in faccia. Tra i tavoli dell’Alberghiero, la Dott.ssa Vardanyan e “Zia Cri” hanno servito molto più di una cena: hanno restituito dignità a chi pensava di averla persa.

Di Loredana Mendicino       

RICCIONE – Chi si aspettava la solita passerella di politici in cerca di voti e tartine omaggio è rimasto deluso. Ieri sera, all’IPSSEOA “Severo Savioli”, l’aria che si respirava non era quella stantia dei protocolli e delle fasce tricolori da esibire, ma quella frizzante di una cucina che lavora per una causa vera. Il “Gala per le Famiglie” non è stato un semplice evento: è stato un manifesto politico e umano.

 

 

La Dottoressa Goar Vardanyan, criminologa, è stata l’anima dell’iniziativa. Ha saputo trasformare il suo vissuto personale — quel dramma del terremoto in Armenia che insegna sulla pelle cosa significhi perdere ogni cosa in un secondo — in un motore di rinascita per il territorio riccionese. Insieme al Dirigente Pasquale D’Andola e al Prof. Davide Bernardi, ha dimostrato che la scuola può dismettere i panni polverosi della teoria per diventare braccio armato del sociale; senza squilli di tromba, senza la pretesa di dare lezioni dal pulpito, ma mettendosi concretamente al servizio.

Il sapore della riscossa

Nelle cucine, il clima di ieri sera era elettrico. Gli studenti, sotto la guida ferrea e materna di Cristina Lunardini, hanno dimostrato che l’eccellenza non abita solo nei ristoranti stellati o nei salotti della “Riccione bene”, ma ovunque ci sia cuore. La “Zia Cri”, svestiti i panni televisivi di Rai 1, si è confermata una fuoriclasse della concretezza, coordinando i ragazzi in un servizio impeccabile che ha onorato le famiglie in difficoltà presenti.

Il supporto logistico dell’Hotel Rex e della Cooperativa Il Gesto, unito alla presenza silenziosa ma costante di CaritasCroce Rossa e Associazione Nazionale Carabinieri, ha creato quella rete di protezione che troppo spesso le istituzioni “ufficiali” dimenticano di tessere, perse come sono in sterili burocrazie. Proprio in questo contesto, la Dottoressa Vardanyan ha voluto dedicare un pensiero speciale a ogni donna che le è stata di supporto logistico, in questa come in altre occasioni, omaggiandole con una rosa rossa: un gesto di gratitudine autentica. Presente all’evento La Sindaca di Riccione Daniela Angelini la quale ha sottolineato che, come istituzione, vorrebbe poter fare di più ma non è sempre possibile, facendo trapelare in modo elegante che talvolta la macchina burocratica impedisce la libertà.

Un altro momento emozionante è stato la premiazione di un’allieva dell’istituto e del Professor Davide Bernardi che, per la loro eccellenza, hanno ricevuto in premio un soggiorno presso il prestigioso Grand Hotel Osman di Atena Lucana, in provincia di Salerno. Il premio è stato generosamente offerto dalla famiglia Cimino, nome di spicco dell’imprenditoria nell’hotellerie d’alto livello e proprietaria della catena Gruppo Cimino Hotels, una realtà che conferma ancora una volta il proprio legame con la valorizzazione del talento e della formazione professionale.

 

Il bene non ha bisogno di maschere

In un’epoca dominata dall’ipertrofia dell’Io, dove anche un gesto di carità dev’essere monetizzato in termini di “like”, ieri si è assistito alla vittoria della discrezione. Gli organizzatori hanno schivato flash e interviste, lasciando che a parlare fossero i fatti e il protagonismo delle famiglie meno abbienti.

È un contrasto stridente rispetto a certe “consorterie della beneficenza” che pullulano non lontano da qui. Parlo di quei salotti dove la solidarietà diventa un ballo in maschera, tra hotel di lusso, abiti rinascimentali e cinque giri di collane al collo. Lì, il VIP di turno è l’esca per nutrire il narcisismo di chi organizza, riempiendo i social di foto di se stessi “mentre fanno del bene”, rigorosamente agghindati come pavoni.

Ieri sera a Riccione, invece, si è seguita un’altra via: quella di chi muove le fila da dietro, quasi in segreto. Una lezione di stile che profuma di Vangelo e che ricorda ai professionisti del protagonismo una verità elementare: il bene, quando è vero, non ha bisogno di travestimenti. Si fa, e basta.

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Clero filo-russo minaccia la pace in Armenia? (Corrierepl.it 12.03.26)

Clero filo-russo – Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha lanciato un allarme al Parlamento europeo: alcune figure del clero armeno, legate principalmente alla Russia, starebbero agendo come agenti di influenza straniera, cercando di ostacolare il processo di pace con l’Azerbaigian e di riaccendere il conflitto nel Nagorno-Karabakh.

Secondo Pashinyan, questi ecclesiastici avrebbero sfruttato le emozioni dei rifugiati armeni fuggiti dal Karabakh dopo la riconquista azera del 2023, diffondendo disinformazione anche a livello europeo. Alcuni di loro avrebbero inoltre ricevuto sostegno da residenti in Russia e da oligarchi filo-bielorussi.

Clero filo-russo minaccia la pace in Armenia

Il processo di pace, formalizzato con un accordo firmato alla Casa Bianca l’8 agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, ha segnato il primo anno senza vittime negli scontri tra i due Paesi dalla indipendenza armena nel 1991.

Sono in corso anche nuove connessioni commerciali e di trasporto tra Yerevan e Baku, considerate un dividendo economico e strategico della pace.

Tuttavia, il contesto regionale resta delicato. La guerra del 2023 ha evidenziato il fallimento delle forze di pace di Mosca, mentre l’invasione dell’Ucraina da parte del Cremlino nel 2022 ha spinto Armenia, Georgia e Moldavia a cercare un avvicinamento all’Unione Europea come forma di garanzia di sicurezza.

Intanto, l’UE segue da vicino le prossime elezioni armene del 7 giugno 2026, preoccupata che forze filo-russe possano tentare di sostituire Pashinyan con candidati allineati a Mosca.

A tal fine, Bruxelles invierà osservatori elettorali, esperti in minacce ibride e stanzierà 15 milioni di euro per supportare l’Armenia nella tutela della propria sovranità e nella lotta all’influenza straniera. Parallelamente, l’UE intensifica il dialogo con Baku, considerando l’Azerbaigian centrale nella riduzione della dipendenza energetica europea dalla Russia grazie al Corridoio Meridionale del gas. L’equilibrio tra stabilità interna, pace regionale e influenza esterna rimane dunque il principale nodo politico per l’Armenia, che dovrà saper bilanciare sicurezza, sviluppo e democrazia nelle prossime sfide elettorali e diplomatiche.

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