ANSA-REPORTAGE/ I giochi pericolosi dell’Armenia, crocevia tra Europa e Asia (Ansa 03.05.26)

Dell’inviato Mattia Bernardo Bagnoli) Con tutti i problemi che ci sono, concentrarsi sull’Armenia può sembrare strano.

Perché prestare attenzione a un Paese da 3 milioni di persone, disperso nel Caucaso meridionale, ai confini dell’Europa? Tuttavia sarebbe un errore.

Tanto di quello che è – e ancor più potrà essere – l’Europa e l’Unione Europea passa, o potrà passare, da qui. In fondo è sempre il perimetro che definisce un cerchio e il suo centro, come si vede in Ucraina, in Groenlandia, nel Mediterraneo. Ebbene. In Armenia troviamo tutti gli ingredienti che compongono il romanzo geopolitico contemporaneo: gli equilibri tra Ue, Russia e Usa, guerre antiche e moderne, spiragli di pace e la costruzione di nuove rotte commerciali — e sarebbe il caso che, per una volta, la storia avesse un lieto fine.
A Erevan, in questi giorni, si ribalta la prospettiva, da perimetro diventa centro. Prima il summit della Comunità Politica Europea – 48 capi di Stato e di Governo invitati – e poi il primo vertice con l’Ue, dove si rafforzerà la cooperazione bilaterale, pure sul tema delicato della sicurezza.
L’Armenia, infatti, benché nella sfera d’influenza del Cremlino, da quando viene guidata dal premier Nikol Pashinyan, andato al potere sull’onda della rivoluzione di velluto del 2017, ha scelto di diversificare le sue opzioni e di avvicinarsi all’Ue, ad esempio congelando la partecipazione al Trattato di Sicurezza Collettiva, la Nato di Mosca. “Eravamo ad un passo da uscire ma a Bruxelles e Washington ci hanno scoraggiato”, confida un alto funzionario armeno. Insomma, il caso ucraino ha fatto scuola. A Erevan – città in vero moderna, molto verde, dalle strade curate, dove sfrecciano auto europee turbodiesel e vetture cinesi elettriche – il crocevia di mondi e culture lo vedi e lo senti: il russo è più diffuso dell’inglese, le compagnie aeree russe volano accanto alle low-cost europee, i taxi li ordini con l’app Yandex, come a Mosca. Per ora la politica multivettore funziona ma, se davvero andrà avanti con l’intenzione di entrare nell’Ue, dovrà fare una scelta: o di là o di qua.
Zoro vende flauti di legno tradizionale al mercato Vernissage del centro, meta turistica imprescindibile. “Ho grande rispetto per l’Europa ma le nostre mentalità non coincidono del tutto, viviamo in modo diverso”, confida. “Oggi l’Europa è amica ma i governi cambiano, questo è un mondo impazzito, e noi siamo nel blocco con Mosca. Guardate cosa accade in Ucraina. Dobbiamo essere molto cauti, non offendere nessuno”. Zoltan, poco più in là, vende tappeti. Lui è più netto. “Conosco la Russia, non mi piace. Preferisco di gran lunga l’Unione Europea. Chiedere di entrare? Magari più avanti, non ora”. Sonia invece serve i caffè al bar del mercato. “Noi siamo amici della Russia, ma della sua gente, non del suo governo. L’Europa? Non so, forse. È una domanda troppo grande per me, io sono una lavoratrice, non mi occupo di politica”. Artur sceglie un approccio ecumenico.
“Amiamo gli europei ma entrare nell’Ue? Non so, forse. Noi vogliamo essere amici di tutti: Unione Europea, Russia, Usa”.
Gira che ti rigira, si torna sempre lì. La geopolitica. “Gli istinti dell’ex potenza coloniale russa potranno essere rimasti gli stessi ma ciò non significa che il risultato debba essere uguale”, commenta un’alta fonte europea a proposito delle attività maligne del Cremlino, volte a influenzare le elezioni del 7 giugno, in cui alle urne si sfideranno l’attuale maggioranza pro-occidentale e l’opposizione pro-russa. L’Ue, sul piatto, metterà 2 miliardi di euro per sviluppare il corridoio di mezzo, che collegherà l’Armenia a Turchia e Azerbaigian dopo decenni d’isolamento – non appena l’accordo di pace sarà firmato – e così, per estensione, l’Europa all’Asia, evitando sia la Russia che la rotta marittima classica, dove le merci impiegano 42 giorni di viaggio — sarebbe una rivoluzione dato che, a regime, attraverso il corridoio di mezzo ne basteranno 12.
Già ora le cose si stanno muovendo. Il colosso danese Maersk ha concluso i primi test sulla rotta – senza il corridoio armeno il transito impiega comunque 18 giorni – e gli Usa, con l’iniziativa Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), sono saltati sul carro, firmando un’intesa con Erevan per sviluppare i 42 chilometri di collegamento più delicati.
Come tutto questo si adatterà all’asse viario nord-sud che l’Armenia sta sviluppando con la Russia e l’Iran, però, non è al momento chiaro.

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Distrutti due simboli della cristianità in Medio Oriente. L’autorità cristiana armena condanna l’Azerbaijan (Secolo d’Italia 02.05.26)

Le rappresaglie contro i cristiani proseguono in Medio Oriente, ma stavolta in ambito culturale. Come ha riportato il Christian post, le autorità azere hanno distrutto due chiese storiche a Sepanakert, nel Nagorno Karabakh. Il territorio, che in principio apparteneva all’Armenia, è occupato dal 2023 dai militari di Baku. Secondo le autorità ecclesiastiche di Erevan, la demolizione dei siti di culto è una campagna volta a cancellare il patrimonio armeno dalla zona. Secondo quanto riportato da Radio Free Europe, la Cattedrale della Santa Madre di Dio, il principale punto di ritrovo cristiano a Stepanakert, è stato raso al suolo sulla base di immagini satellitari registrate domenica. La chiesa era stata costruita nel 2006, per poi essere consacrata 13 anni dopo. Nel 2020, la chiesa ebbe un ruolo fondamentale per la popolazione, visto che il suo seminterrato veniva utilizzato come rifugio per i residenti contro gli attacchi aerei.
Armenia, gli azeri distruggono due chiese importanti per le comunità cristiane
La cattedrale della Santa Madre di Dio non è l’unica ad essere stata distrutta dalle forze d’occupazione: anche la chiesa di San Jacob, infatti, ha subito la stessa sorte nelle ultime settimane. La sua costruzione era stata completata nel 2007, anche grazie a un finanziamento di un filantropo armeno-americano, in memoria del figlio defunto. Il Consiglio musulmano del Caucaso, un ente affiliato al governo azero, sostiene che le chiese fossero state edificate «illegalmente» e che quindi la loro demolizione «non può essere distorta in alcun modo come la distruzione del patrimonio religioso o culturale». L’associazione islamica ha poi reso noto che gli azeri avessero esortato le autorità a rimuovere i luoghi di culto.

La denuncia dei cristiani
La settimana scorsa, l’ente della Chiesa apostolica armena, Madre sede del Santo Etchmiadzin, ha criticato l’Azerbaijan, accusandolo di «mirare deliberatamente i luoghi sacri cristiani armeni, cercando di cancellare la loro presenza» nel Nagorno-Karabakh. Il Consiglio dei musulmani del Caucaso, anziché valutare le azioni condotte sul territorio, ha deciso di etichettare la dichiarazione come una «manifestazione di ostilità e disinformazione».

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Perché l’Azerbaigian ha sospeso le relazioni con il Parlamento Europeo e cosa cambia davvero? (NorizieDaEst 02.05.26)

Una decisione adottata dal Milli Majlis il 1 maggio prevede la sospensione di tutti i canali di cooperazione con il Parlamento europeo, la cessazione della partecipazione al Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan e l’inizio delle procedure per ritirarsi da Euronest.

Il parlamento azero ha preso questa decisione subito dopo l’adozione della risoluzione del Parlamento europeo intitolata “Sostenere la resilienza democratica in Armenia” del 30 aprile 2026.

Baku ha dichiarato di vedere in questo documento un approccio “infondato e di parte”, in particolare nelle disposizioni relative al ritorno degli armeni del Karabakh e alle questioni legate agli armeni detenuti.

Ex-procuratore della CIJ: video suscita tensioni: affermazioni sul premier dell’Azerbaijan e dell’Armenia provocano reazioni regionali

Luis Moreno Ocampo e suo figlio Thomas sono ascoltati discutere di un “prezzo” per spingere la Commissione europea e il Parlamento europeo a porre fine alla cooperazione con l’Azerbaijan e a “rimuovere” Nikol Pashinyan dalla scena politica.

Dettagli della decisione

Secondo il Milli Majlis, il documento del 1 maggio prevede tre passaggi principali:

  • la sospensione della cooperazione con il Parlamento europeo “in tutti i settori,”
  • la cessazione della partecipazione al Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan,
  • l’avvio delle procedure per sospendere l’adesione all’Assemblea Parlamentare Euronest, con la delegazione azera astenuta dal partecipare alle attività di Euronest durante questo processo.

La decisione presenta questa mossa non come una reazione emotiva isolata, ma come continuazione di una linea politica di lungo periodo.

Il documento afferma che il Milli Majlis aveva già sospeso i rapporti con il Parlamento europeo nel 2015 a causa della sua posizione, e poi li aveva ripresi sulla base di “appelli e promesse.”

Un briefing analitico del Parlamento europeo stesso del 2020 rileva anche che i rapporti interparlamentari formali furono ripresi nel 2016 dopo una prolungata pausa. Ciò indica che le radici della crisi attuale non sono nuove.

Il conflitto USA–Iran rafforza l’Azerbaijan mentre la domanda trans-caspiana quintuplica

Un incontro a Baku tra i primi ministri dell’Organizzazione degli Stati Turkici, seguito dalle visite del primo ministro e del ministro degli Esteri del Kazakistan, ha dato una forma istituzionale a questa nuova realtà.

 

Middle Corridor and Azerbaijan

 

Cosa dicono le clausole contropportate della risoluzione?

Sebbene la risoluzione del 30 aprile del Parlamento europeo sia presentata come un documento che sostiene la resilienza democratica dell’Armenia, le clausole 12 e 13 si riferiscono direttamente all’Azerbaijan.

La clausola 12 si riferisce agli Armeni del Nagorno-Karabakh e al loro diritto a un “ritorno sicuro, senza impedimenti e dignitoso”, mentre la clausola 13 solleva la questione della “detenzione ingiusta” da parte dell’Azerbaijan e chiede il “rilascio immediato e incondizionato” delle persone, definendole come “prigionieri.”

Allo stesso tempo, la clausola 10 della risoluzione accoglie la normalizzazione tra Azerbaijan e Armenia e i progressi raggiunti verso un accordo di pace.

Nella sua risposta alla risoluzione, il Ministero degli Esteri dell’Azerbaijan ha dichiarato che le richieste di ritorno degli Armeni del Karabakh sono “completamente infondate”, sostenendo che hanno lasciato volontariamente la regione nonostante un piano di reintegrazione presentato da Baku nel 2023.

Le richieste relative alle persone descritte come “prigionieri” sono ritenute “legalmente inaccettabili”, mentre le accuse di distruzione del patrimonio culturale e religioso sono respinte.

La parte azera sottolinea inoltre che il silenzio internazionale riguardo ai danni inflitti al patrimonio dell’Azerbaijan durante il periodo di occupazione viene trascurato. Il Ministero degli Esteri ha riferito che, nello stesso giorno, ha convocato l’ambasciatore dell’UE a Baku e ha consegnato una nota di protesta.

Visita del presidente del Consiglio europeo a Baku in tempi di guerra in Iran: cosa vuole l’Unione europea?

La dichiarazione congiunta ha evidenziato il ruolo dell’Azerbaijan come partner affidabile nella diversificazione delle forniture energetiche dell’Europa.

 

Visit of António Costa to Azerbaijan

 

Reazioni di funzionari azeri ed esperti

La presidente della Milli Majlis, Sahiba Gafarova, ha dichiarato durante la seduta parlamentare che l’ultimo decennio ha mostrato che il Parlamento europeo non intende abbandonare quella che ha definito una sua posizione di parte nei confronti dell’Azerbaijan.

Il testo della decisione adottata osserva che, a seguito della guerra di 44 giorni, il Parlamento europeo ha adottato “più di 10” risoluzioni contro l’Azerbaijan, e che questa linea è continuata anche nel periodo che ha preceduto COP29. Il testo è stato letto dalla vice-presidente della Milli Majlis, Ziyafat Asgarov.

Alcuni commentatori politici a Baku interpretano la situazione piuttosto come uno “scontro di narrazioni.”

In un’intervista a Trend, l’analista Azer Garayev ha affermato che le principali divergenze sono concentrate su tre questioni: il ritorno al Karabakh, lo status giuridico degli armeni detenuti e le questioni legate al patrimonio.

Secondo lui, tali documenti potrebbero non interrompere immediatamente tutti i rapporti, ma creano una “distanza politica fredda.” Ritiene che la cooperazione economica e tecnica possa continuare, ma è probabile che il dialogo politico entri in una fase più cauta e meno fiduciosa.

L’Azerbaijan aderisce alla convenzione anti-tratta di organi: cosa significa e cosa aspettarsi

Azerbaijan: il parlamento discute la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa contro la tratta di organi umana

 

Qual era il livello delle relazioni prima della decisione?

I documenti disponibili suggeriscono che il concetto di relazioni dovrebbe essere diviso in due parti.

In primo luogo, la traccia del Parlamento europeo stesso. Questo canale esisteva a livello istituzionale: la delegazione del Parlamento europeo per il Sud del Caucaso supervisiona il Comitato di cooperazione parlamentare UE-Azerbaijan. Secondo le sue regole, il comitato di solito si riunisce una volta all’anno e discute di tutti gli aspetti delle relazioni UE.

Euronest, a sua volta, è un formato che riunisce il Parlamento europeo e i parlamenti dei paesi dell’Iniziativa orientale (Partnership), con ogni paese rappresentato da 10 membri. Ciò significa che il canale parlamentare è formalmente rimasto in piedi, ma era fragile, intermittente e soggetto a una forte tensione politica.

In secondo luogo, la relazione più ampia tra UE e Azerbaigian. Qui, la situazione è piuttosto diversa. La base giuridica delle relazioni è l’Accordo di Partnership e Cooperazione in vigore dal 1999, mentre i negoziati su un nuovo quadro di accordo sono in corso dal 2017.

Il 29 gennaio di quest’anno, l’UE e l’Azerbaigian hanno annunciato un rafforzamento della cooperazione in connettività, commercio, energia e trasporti. L’11 marzo, Antonio Costa e Ilham Aliyev hanno riaffermato il loro impegno per approfondire il dialogo politico e la cooperazione pratica in materia di sicurezza, energia e trasporti.

In altre parole, relazioni tese con il Parlamento europeo non hanno significato una congelamento completo delle relazioni con l’UE nel suo complesso.

Gli esperti sottolineano anche questa distinzione. Tengiz Pkhaladze, scrivendo per l’European Centre for International Political Economy (ECIPE), descrive la politica dell’UE nel Sud Caucaso come una combinazione di “opportunità strategiche e frizioni persistenti.” Secondo questa visione, l’Azerbaijan è un importante partner energetico per l’UE, ma le relazioni restano tese su questioni di governance e diritti.

Murad Nasibov, nel frattempo, sostiene che negli ultimi anni le relazioni UE-Azerbaigian si siano spostate “dalla divergenza normativa alla convergenza strategica.” In altre parole, mentre il Parlamento europeo tende a parlare in termini di valori e diritti, Bruxelles e Baku hanno ampliato la cooperazione pragmatica a livello esecutivo.

Ex-deputato tedesco condannato per tangenti dall’Azerbaijan riceve condanna sospesa

L’ex deputato tedesco Axel Fischer è stato ritenuto colpevole di aver accettato decine di migliaia di euro in tangenti dall’Azerbaijan, in un caso noto come lo scandalo della “diplomazia del caviale”. In cambio, ha promosso gli interessi dell’Azerbaigian presso l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa

Relazioni con PACE

Sebbene la decisione riguardante il Parlamento Europeo sia un passo giuridico e politico separato, le tensioni tra Baku e le istituzioni parlamentari europee erano evidenti anche in precedenza.

Nel gennaio 2024, l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE) non ha ratificato le credenziali della delegazione azera. PACE ha motivato questa decisione citando preoccupazioni sugli impegni dell’Azerbaijan verso il Consiglio d’Europa, tra cui questioni relative ai diritti umani, al processo elettorale, all’indipendenza della magistratura e alla cooperazione con l’Assemblea.

La parte azera, a sua volta, ha descritto tale decisione come di parte e politicamente motivata, e ha successivamente sospeso la partecipazione a PACE.

Sebbene questo episodio non sia la causa giuridica diretta della decisione del 2026 di sospendere le relazioni con il Parlamento europeo, esso illustra lo sfondo di una crisi di lunga data nella diplomazia parlamentare dell’Azerbaijan con le piattaforme europee.

Ilham Aliyev in Davos: ‘Azerbaijan is the only safe route between Europe and Central Asia’

I principali temi di discussione includevano le priorità di investimento dell’Azerbaigiano, la sua strategia energetica, i collegamenti di trasporto regionali e le relazioni con l’Armenia nel periodo post-conflitto.

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Il restauro delle statue e la demolizione delle chiese. Il corto circuito tra la diplomazia culturale vaticana e la cancel culture cristiano-armena nel Nagorno-Karabakh (Faro di Roma 01.05.26)

C’è un’immagine che, da sola, basta a raccontare il paradosso. A Roma, nella Basilica papale di San Paolo fuori le Mura, l’Azerbaigian finanzia il restauro di statue cristiane: San Pietro, San Paolo, San Luca. A Stepanakert, nel Nagorno-Karabakh, nello stesso aprile 2026, scompaiono sotto le ruspe la cattedrale armena della Santa Madre di Dio e la chiesa di San Giacomo. Da una parte la pietra cristiana pulita, custodita, resa visitabile. Dall’altra la pietra cristiana cancellata, rimossa, resa muta.

Il 29 aprile 2026 il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Fondazione Heydar Aliyev hanno sottoscritto un nuovo accordo di collaborazione per interventi di restauro e pulitura su quattro sculture della Basilica di San Paolo fuori le Mura. L’intesa è stata firmata da Anar Alakbarov, direttore esecutivo della Fondazione, e da suor Raffaella Petrini, presidente del Governatorato. Alla firma era presente anche l’ambasciatore azero presso la Santa Sede, Ilgar Mukhtarov. La Fondazione aveva già sostenuto, per il Giubileo 2025, interventi di protezione e messa in sicurezza degli apparati marmorei della stessa Basilica.

Fin qui, apparentemente, nulla di scandaloso. La diplomazia culturale vive anche di gesti simbolici, di restauri, di fondazioni, di mecenatismo, di ponti. La Santa Sede, per sua natura, parla con tutti. Non è una ONG dei diritti umani, non è un tribunale internazionale, non è una potenza militare. Essa tiene aperti canali anche dove altri li chiudono. E tuttavia il problema nasce quando il ponte culturale rischia di diventare vetrina reputazionale. Quando il restauro di statue cristiane a Roma convive, senza una parola sufficientemente forte, con la demolizione di chiese armene nel Caucaso.

Perché nello stesso mese, dall’altra parte della geografia morale dell’Europa, il quadro è ben diverso. Radio Free Europe/Radio Liberty ha confermato tramite immagini satellitari del 26 aprile 2026 che la cattedrale della Santa Madre di Dio a Khankendi/Stepanakert è stata demolita; la stessa inchiesta documenta anche la cancellazione della chiesa di San Giacomo, altro importante sito cristiano della città.   Vatican News, rilanciando le informazioni dell’Œuvre d’Orient, ha parlato esplicitamente della cattedrale armena di Stepanakert che “n’existe plus”, inserendo la sua distruzione in un processo più ampio di cancellazione del patrimonio culturale armeno nel Nagorno-Karabakh dopo la presa del territorio da parte dell’Azerbaigian nel settembre 2023 e l’esodo forzato di oltre 120.000 armeni.

Ecco il corto circuito. A Roma l’Azerbaigian si presenta come custode del patrimonio cristiano universale; nel Nagorno-Karabakh viene accusato da fonti giornalistiche, ecclesiali e culturali di contribuire alla sparizione del patrimonio cristiano-armeno locale. A Roma si restaurano apostoli; a Stepanakert si cancellano altari. A Roma si invoca il dialogo tra culture; nel Caucaso si teme una riscrittura materiale della memoria. Non è semplicemente una contraddizione diplomatica. È una ferita simbolica.

Naturalmente occorre essere seri. Non si può trasformare automaticamente un accordo tecnico di restauro in una complicità morale. Il Governatorato non ha firmato un trattato politico sul Nagorno-Karabakh; ha accettato un contributo per opere conservative in una Basilica papale. La Santa Sede spesso distingue tra il piano diplomatico, quello pastorale e quello culturale. Ma proprio questa distinzione, se non viene accompagnata da una parola profetica, rischia di diventare agli occhi delle vittime una neutralità insopportabile.

La domanda allora non è: perché il Vaticano parla con l’Azerbaigian? La Santa Sede deve parlare anche con l’Azerbaigian. La domanda vera è un’altra: può una collaborazione culturale con Baku procedere come se nulla stesse accadendo alle chiese armene del Nagorno-Karabakh? Può il linguaggio del restauro a Roma non incrociare il linguaggio della distruzione a Stepanakert? Può una Fondazione legata all’élite politica azera presentarsi come benefattrice del patrimonio cristiano senza che, nello stesso tempo, si chiedano garanzie verificabili sulla tutela del patrimonio cristiano armeno nei territori sotto controllo azero?

Qui si tocca il punto delicato: la diplomazia culturale non è mai neutra. Le pietre parlano. Parlano le statue restaurate a San Paolo fuori le Mura, ma parlano anche le pietre assenti della cattedrale di Stepanakert. E quando una potenza investe nel restauro di monumenti cristiani fuori dai propri confini mentre sul proprio territorio, o nei territori da essa controllati, scompaiono monumenti cristiani appartenenti a una minoranza storica, il sospetto di cultural washing diventa inevitabile.

Non è una questione anti-azera. È una questione di coerenza. Il patrimonio cristiano non può essere amato selettivamente: Paolo a Roma sì, la Madre di Dio a Stepanakert no; San Luca nel quadriportico sì, San Giacomo nel Karabakh no. La tutela dei beni culturali non può diventare una liturgia diplomatica in cui si salvano le pietre prestigiose dell’Occidente e si lasciano cadere quelle scomode delle periferie ferite.

La tragedia armena del Nagorno-Karabakh non riguarda soltanto gli armeni. Riguarda la coscienza cristiana, la memoria europea, il diritto internazionale, la responsabilità delle istituzioni culturali. Una chiesa demolita non è solo un edificio perduto. È un archivio di preghiere interrotto. È una genealogia spirituale spezzata. È una presenza storica resa invisibile. Per questo la distruzione del patrimonio religioso non è mai soltanto urbanistica: è sempre anche politica della memoria.

Il vero nodo, allora, non è accusare la Santa Sede di ipocrisia, ma chiederle una parola più alta. Roma può dialogare con Baku, ma proprio perché dialoga deve poter chiedere. Può accettare collaborazione per il restauro, ma proprio perché accetta deve pretendere reciprocità morale. Può ringraziare per la cura di San Paolo fuori le Mura, ma non può dimenticare che, mentre quelle statue vengono ripulite, altre croci vengono rimosse dalla terra armena dell’Artsakh.

La Chiesa conosce bene questa tensione. La diplomazia evita la rottura; la profezia evita il silenzio. Se resta solo la diplomazia, le vittime si sentono tradite. Se resta solo la denuncia, i canali si chiudono. Ma quando la diplomazia non custodisce la verità, diventa cerimoniale. E quando la cultura non protegge la memoria dei deboli, diventa scenografia.

Il 29 aprile 2026 resterà dunque una data ambigua. Può essere letta come un gesto di amicizia culturale tra Vaticano e Azerbaigian. Ma, nello stesso tempo, cade dentro un mese in cui il mondo cristiano ha visto scomparire due luoghi sacri armeni a Stepanakert. La coincidenza non è marginale: è rivelatrice. Dice che il nostro tempo è capace di restaurare statue e demolire memorie; di parlare di dialogo interreligioso e tollerare l’eliminazione delle tracce di un popolo; di lucidare il marmo e lasciare nella polvere le pietre vive di una comunità esiliata.

Per questo la domanda finale non può essere solo diplomatica. È evangelica: che cosa vale un restauro cristiano, se non diventa anche custodia dei cristiani feriti e della loro memoria? San Paolo, restaurato a Roma, non può essere separato da San Giacomo cancellato a Stepanakert. La pietra dell’apostolo e la pietra della chiesa armena appartengono alla stessa grammatica della fede. Se una viene onorata e l’altra dimenticata, non è il patrimonio a essere salvo: è la coscienza a essere incrinata.

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Elezioni in Armenia decisive per il futuro del Paese e anche per la guerra in Iran. Pashinyan, tutto ruota attorno al suo nome (Affariitaliani 01.05.26)

Cosa avrebbe dovuto fare la mia sicurezza – invitarlo a prendere un caffè?” Così Nikol Pashinyan descrisse le azioni delle sue guardie del corpo dopo che avevano fatto cadere a terra un ragazzo di 18 anni proprio fuori dalla chiesa di Sant’Anna a Yerevan. Il giovane era semplicemente andato a pregare la Domenica delle Palme. Invece, fu colpito alla testa, arrestato e pochi giorni dopo finì in terapia intensiva con una lesione cranica.

L’incidente è avvenuto quattro anni dopo un’altra tragedia che ha coinvolto il corteo di Pashinyan. Il 26 aprile 2022, un veicolo della sua scorta ha investito e ucciso Sona Mnatsakanyan, 28 anni, incinta. L’auto non si fermò. Il convoglio continuò a muoversi, e la forza dell’impatto fece cadere il corpo della vittima sulla corsia stradale.

Successivamente, il vice capo dello staff del primo ministro ha spiegato che fermarsi “avrebbe creato un ingorgo e ostruito l’ambulanza.”

In privato, Pashinyan si è scusato con il padre della donna defunta. Pubblicamente, ha insistito di non assumersi alcuna responsabilità. Era solo “un passeggero su un autobus” – ha detto, senza responsabilità da parte del conducente. “C’è un processo in corso. Cos’altro dovrei fare? Non sono nemmeno un testimone,” ha detto in una conferenza stampa.

Pashinyan usava l’aggressività come autodifesa molto prima di diventare il leader del paese. Nel 2001, come direttore del giornale Haykakan Zhamanak, pubblicò un articolo in cui invitava i giornalisti a scoprire “come i degenerati finiscono nell’amministrazione statale”. Si riferiva alla prima azione penale contro un giornalista, in Armenia, per aver insultato un funzionario.

Dal 2025, il linguaggio estremista è entrato in una nuova fase. Pashinyan insulta sistematicamente chiunque attraversi il suo campo visivo. A febbraio, i media armeni hanno descritto le sue dichiarazioni come un “insulto profondamente personale” verso coscritti, militari e le loro madri. A marzo definì gli agricoltori come “furbacchioni”, accusandoli di usare l’assicurazione agricola per arricchirsi. A maggio, dichiarò che tutte le chiese armene erano state trasformate in “armadi pieni di cianfrusaglie” e la mattina seguente pubblicò un messaggio su Facebook al Catholicos pieno di parolacce.
La Commissione per la Prevenzione della Corruzione, in seguito, ritenne ufficialmente una violazione dell’etica ufficiale quelle affermazioni

Nell’aprile 2026, ha detto al parlamento che i sostenitori dell’opposizione erano “shun u shangyal”: letteralmente “cani e lupi” e, nel linguaggio comune, “plebaglia”. L’8 aprile, durante una diretta su Facebook, minacciò un nipote dell’imprenditore Samvel Karapetyan: “Temo che entro la fine dell’anno passerai da miliardario a barbone”. La lista potrebbe continuare all’infinito.

Soldati, contadini, preti, rifugiati, imprenditori, giornalisti, che si sono messi sulla strada di Pashinyan, in un momento di debolezza, hanno ottenuto solo riscontri negativi. Gli psicologi chiamano questa aggressione reattiva, sfogarsi come forma di autodifesa. La letteratura clinica lo descrive abbastanza bene. Ma politicamente, è utile? Un individuo mentalmente instabile fatica a guidare una nazione. Durante negoziazioni ad alto rischio, che mettono sotto enorme pressione il sistema nervoso, può iniziare a comportarsi in modo completamente inopportuno. Questo potrebbe spiegare perché l’Armenia ha perso costantemente terreno nel processo di pace con l’Azerbaigian, contestazione maggiore che emerge dal popolo e dalle opposizioni.

Pashinyan attribuisce spesso il suo comportamento eccessivo all’incapacità di controllare le emozioni. Il 22 marzo 2026, nel giro di un solo giorno, ha litigato in metropolitana con una donna rifugiata dal Nagorno-Karabakh, accusandola di codardia, poi ha agitato il dito contro la figlia di un comandante sul campo, uccisa nel 1993. Il difensore dei diritti umani dell’Armenia si è sentito obbligato a intervenire, esortando i funzionari a mostrare sensibilità. Qualche ora dopo, Pashinyan si scusò, dando la colpa alle sue emozioni.

Cercare di rimodellare la sua immagine e apparire come un tipo “cool”, potrebbe essere la vera forza trainante di Pashinyan. In questo momento, stiamo assistendo a un intero paese in subbuglio. Sta perdendo i suoi territori storici, i suoi alleati si stanno allontanando e la stabilità economica è un ricordo, nonostante investimenti energetici importanti nella centrale nucleare del Paese. Questo potrebbe essere un elemento fondamentale per gli americani, vista la posizione strategica dell’Armenia, in funzione anti-iraniana.

Il Parlamento europeo informa che Pashinyan sta cercando un avvicinamento all’Unione Europea e un possibile percorso di adesione, allontanandosi per questo dalla Russia. Potrebbe essere che sulla sua arroganza pubblica influisca la consapevolezza di avere, in un certo senso, le spalle politicamente coperte dalla UE. Ma ammette anch’essa che il suo governo persegue una politica di “terreni in cambio di pace” con l’Azerbaigian, firmando accordi di demarcazione molto controversi, incluso il trasferimento di villaggi nella provincia di Tavush.

Il 7 giugno 2026 si terranno le elezioni parlamentari, decisive per il futuro del paese, con Pashinyan che cerca un nuovo mandato.L’Europa è consapevole del fatto che egli affronta forti critiche interne e proteste per il suo comportamento e a causa delle concessioni fatte all’Azerbaigian dopo la perdita del Nagorno-Karabakh.

L’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa spiega che, nonostante la firma di patti, la situazione alla frontiera rimane instabile, con l’Armenia che accusa l’Azerbaigian di non ricambiare il riconoscimento della sovranità territoriale. Il Foglio Europeo sostiene che Pashinyan, al potere dal 2018 (Rivoluzione di velluto), sta governando la sconfitta militare trasformando l’identità geopolitica del paese, scommettendo sulla sovranità e l’integrazione europea.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste. In questo difficile contesto geopolitico, Pashinyan avrà, per il momento, tre avversari alle elezioni: Robert Kocharyan, ex presidente armeno (1998-2008) e leader del blocco di opposizione “Armenia”. Samvel Karapetyan, miliardario russo-armeno a capo del movimento “Strong Armenia” (conosciuto anche come “In Our Way” o Mer Dzevov).
Bagrat Galstanyan: Arcivescovo a capo del movimento di protesta “Sacred Struggle” (Sacra Lotta), nato in opposizione alle cessioni territoriali all’Azerbaigian nella regione di Tavush.

E’, dunque, altrettanto probabile che il suo atteggiamento di autodifesa sia dovuto alla paura di perdere le elezioni imminenti, favorendo fazioni di antica formazione, non certo vicine all’Occidente ed agli USA. La Reuters sottolinea Il quadro politico complicato da nuove forze emergenti ma anche da inchieste giudiziarie che coinvolgono alcuni leader dell’opposizione, che pongono un quandro mai così incerto dal 1991.

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“Il canto di Haïganouch” la storia che attraversa l’esilio, la perdita e la resistenza (Libreriamo 01.05.26)

“Il canto di Haïganouch” è un libro che si muove tra geografie e tragedie, tra vite individuali e grandi eventi, portando il lettore dentro uno dei capitoli più complessi e dolorosi del Novecento. Ian Manook costruisce un racconto ampio, stratificato, profondamente umano. Dopo “L’uccello blu di Erzerum”, questo secondo capitolo continua a esplorare il destino di…

“Il canto di Haïganouch”- la storia che attraversa l’esilio, la perdita e la resistenza

“Il canto di Haïganouch” è un libro che si muove tra geografie e tragedie, tra vite individuali e grandi eventi, portando il lettore dentro uno dei capitoli più complessi e dolorosi del Novecento.

Ian Manook costruisce un racconto ampio, stratificato, profondamente umano. Dopo “L’uccello blu di Erzerum”, questo secondo capitolo continua a esplorare il destino di una famiglia armena dispersa tra esilio, sogni e violenza politica. Ma non è solo una saga familiare. È un romanzo sulla resistenza, sulla memoria, sulla possibilità di restare umani anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

“Il canto di Haïganouch”: Tra esilio e sopravvivenza

“Il canto di Haïganouch. L’uccello blu di Erzerum” di Ian Manook, Fazi Editore

La storia si apre nel 1947, nel porto di Marsiglia. Un luogo di partenza, ma anche di illusione. Migliaia di armeni, tra cui Agop, salgono a bordo del Rossia, un’imponente nave diretta verso quella che viene presentata come una nuova patria. L’Armenia sovietica appare come una promessa. Un ritorno. Una possibilità di ricominciare.

Ma fin dalle prime pagine si percepisce una tensione. Qualcosa non torna.

Agop lascia la sua famiglia con la speranza di poterla riunire presto. È un gesto che racchiude fiducia e sacrificio. Ma quella fiducia viene presto incrinata. Il viaggio non conduce a una terra promessa. Porta verso un sistema oppressivo, verso un controllo che cancella ogni libertà.

Parallelamente, la narrazione si sposta sulle rive del lago Baikal, in Russia. Qui vive Haïganouch. Una figura che rappresenta un altro modo di resistere. Vive con il marito e il figlio, cerca di costruire una quotidianità, di trovare bellezza nella musica, nella poesia. Ma anche questo fragile equilibrio è destinato a spezzarsi.

L’irruzione della polizia politica segna un punto di non ritorno. La vita di Haïganouch viene travolta. I legami si spezzano. Inizia un percorso fatto di perdita, deportazione, sopravvivenza.

Il romanzo segue queste traiettorie come fili che si intrecciano lentamente. Le vite di Agop e Haïganouch non sono separate. Sono destinate a incontrarsi, a riflettersi, a costruire insieme un racconto più grande.

Uno degli elementi più potenti del libro è il modo in cui Manook racconta l’esilio. Non come un evento isolato, ma come una condizione continua. Essere esiliati non significa solo lasciare un luogo. Significa vivere in uno spazio di sospensione, in cui il passato pesa e il futuro resta incerto.

Il contesto dei gulag, dei campi di lavoro, è descritto con una durezza che non cerca mai il sensazionalismo. La violenza è presente, ma non è mai gratuita. È parte di un sistema. Di una macchina che schiaccia individui, identità, speranze.

Eppure, nonostante tutto, il romanzo non rinuncia alla speranza.

È una speranza fragile, mai retorica. Si manifesta nei gesti piccoli. Nella solidarietà tra i personaggi. Nel tentativo di proteggere ciò che resta. L’aiuto reciproco diventa una forma di resistenza. Un modo per non cedere completamente.

Dal punto di vista narrativo, Manook costruisce una saga ampia, ma sempre ancorata ai dettagli umani. Le grandi vicende storiche non sovrastano mai i personaggi. Al contrario, sono filtrate attraverso di loro. Attraverso le loro emozioni, le loro paure, le loro scelte.

La scrittura è coinvolgente, scorrevole, ma capace di soffermarsi nei momenti giusti. Ci sono passaggi di grande intensità emotiva, alternati a momenti più contemplativi. Questo crea un equilibrio che permette al lettore di restare dentro la storia senza esserne sopraffatto.

Un altro tema centrale è quello della memoria. Cosa resta, quando tutto viene distrutto? Cosa si tramanda? Il romanzo suggerisce che la memoria non è solo un ricordo. È una responsabilità. Un modo per dare senso a ciò che è accaduto.

“Il canto di Haïganouch” è un libro che chiede tempo. Non si consuma rapidamente. Richiede attenzione, partecipazione. Ma restituisce molto. Perché non racconta solo una storia. Costruisce un’esperienza.

Alla fine, resta una sensazione precisa. Anche nei momenti più oscuri, esiste una possibilità. Non di cancellare il dolore, ma di attraversarlo. Di trovare, dentro la perdita, una forma di resistenza.

E forse è proprio questo il senso più profondo del romanzo. Non smettere di cercare ciò che ci tiene vivi. Anche quando tutto sembra perduto.

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Khachatryan e Trevino tornano a Torino con l’Orchestra Rai (Giornaledellamusica 01.05.26)

Il violinista armeno Sergey Khachatryan torna ospite dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per il concerto di giovedì 7 maggio alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino. Il concerto sarà trasmesso in live streaming su Rai Cultura (a questo link) e in diretta su Rai Radio 3. La replica è venerdì 8 maggio alle 20:00.

Khachatryan, il più giovane vincitore della storia del Concorso Sibelius di Helsinki, si esibisce regolarmente come solista con orchestre come i Berliner Philharmoniker, la London Symphony Orchestra e l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam.

A dirigere Khachatryan e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai è il direttore d’orchestra Robert Trevino, già Direttore ospite principale dell’OSN Rai e attuale Direttore musicale dell’Orchestra Nazionale Basca e Consulente artistico dell’Orchestra Sinfonica di Malmö. Formatosi con Seiji Ozawa e Michael Tilson Thomas (recentemente scomparso), Trevino si è imposto sulla scena internazionale a partire dal 2013, e da allora è invitato con regolarità da alcune tra le più prestigiose orchestre americane ed europee.

Il programma esplora alcune pagine del repertorio mitteleuropeo, per il quale Trevino ha una sensibilità particolare. Si comincia con l’Ouverture da Der Freischütz (1821) di Carl Maria von Weber, opera che segna la nascita del Romanticismo tedesco, tra foreste misteriose, folklore e presenza del soprannaturale e del demoniaco, evocato da un’orchestrazione avanguardistica. A seguire, uno dei più celebri concerti per violino e orchestra, il Concerto n. 1 in sol minore op. 26 di Max Bruch (1866), che vede impegnato Khachatryan in un brano molto amato per una grande espressività coniugata a un grande virtuosismo. Infine, il poema sinfonico Pelleas und Melisande op. 5 di Arnold Schönberg (1902-1903), tratto dal dall’omonimo dramma simbolista di Maurice Maeterlinck che anche Debussy, negli stessi anni, aveva messo in musica. Titolo chiave dello Schönberg pre-dodecafonico, si caratterizza per un lirismo acceso e un linguaggio musicale denso ed estremamente suggestivo.

I biglietti sono in vendita online e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino. Per informazioni: biglietteria.osn@rai.it.

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Venezia e l’Armenia: Storia e Cultura nel Ricordo del Genocidio (La Voce di Venezia 30.04.26)

In occasione della Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno, il Centro Culturale Candiani ha ospitato un incontro significativo dal titolo “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”. L’evento, parte del ciclo “Incontri alla Memoria ed al Ricordo”, è stato organizzato dal Circolo Veneto in collaborazione con l’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina e l’Unione Armeni d’Italia. Questa iniziativa ha rappresentato un’importante opportunità per riflettere sul legame storico e culturale fra Venezia e il popolo armeno.

Il Prof. Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione Armeni d’Italia, ha fornito un’analisi approfondita del periodo in cui la Serenissima divenne uno dei principali centri mondiali dell’editoria armena, ospitando ben 19 tipografie attive tra il 1512 e il 1800. Durante questo periodo, Venezia ha visto la pubblicazione di oltre 250 titoli in lingua armena, contribuendo in modo significativo alla diffusione culturale di un popolo che si trovava a fronteggiare sfide considerevoli.

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Nel suo intervento, Sivazliyan ha evidenziato come Venezia non fosse solo un rifugio per la diaspora armena, ma un punto strategico per lo scambio di conoscenze e cultura tra Oriente e Occidente. L’importanza di questo scambio è emersa chiaramente, con la città lagunare che ha svolto un ruolo cruciale nel preservare l’identità armena attraverso la cultura e l’editoria.

Un elemento centrale della discussione è stato il contributo di Hagop Meghapart, il quale nel 1512 realizzò il primo libro stampato in lingua armena. Questo evento segnò l’inizio di una tradizione editoriale che ha avuto un impatto duraturo, non solo su Venezia, ma anche sull’intera comunità armena dispersa nel mondo. La produzione di testi in lingua armena, avviata nella città lagunare, ha avuto l’effetto di mantenere viva la memoria collettiva di un popolo in esilio.

Sivazliyan ha anche messo in luce l’importanza dell’Isola di San Lazzaro e della Congregazione Mechitarista, nota per il suo impegno nella pubblicazione di opere non solo in lingua armena, ma anche in diverse altre lingue. Questo aspetto della storia culturale armena è fondamentale per comprendere come la stampa abbia funzionato come strumento di resistenza e identità.

L’importanza di Venezia come fulcro culturale è stata ulteriormente esemplificata dal ruolo del Collegio Moorat-Raphael, che ha fornito un’educazione di qualità a molti giovani armeni tra il XIX e il XX secolo, contribuendo così alla formazione di un’élite intellettuale fondamentale per la comunità. Sivazliyan ha descritto il rapporto tra i veneziani e gli armeni come un esempio di integrazione virtuosa, dove lo scambio culturale e le relazioni economiche si intrecciavano in modo profondo, grazie anche alle rotte commerciali della Serenissima.

“Il popolo armeno è riuscito a preservare la propria identità grazie alla cultura”, ha dichiarato Sivazliyan, sottolineando il ruolo fondamentale che Venezia ha avuto in questo processo. “Qui i nostri libri sono nati e da qui si sono diffusi nel mondo, mantenendo viva la memoria di un popolo disperso. Ricordare queste tipografie significa riconoscere il ruolo di Venezia come ponte di civiltà tra Oriente e Occidente.”

L’incontro è stato aperto da Germana Daneluzzi, Presidente dell’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina, e ha visto anche la partecipazione di Laura Voltan dell’Associazione Voci di Carta, che ha arricchito l’evento con letture di testi storici legati alla conferenza. Questo momento di riflessione ha permesso di accrescere la consapevolezza sulla storia armeno-veneziana e sull’importanza del ricordo.

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Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno. Intervista a Baykar Sivazliyan: “Venezia, porto sicuro dove la cultura armena si fece libro” (Ilnuovoterraglio 30.04.26)

Nel palinsesto delle celebrazioni per la Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno, promossa dal Comune di Venezia, si è tenuto al Centro Culturale Candiani un incontro che ha saputo coniugare la memoria della tragedia con la celebrazione di una sbalorditiva resistenza culturale

VENEZIA . Il quarto appuntamento del ciclo “Incontri alla Memoria ed al Ricordo”, introdotto da Germana Daneluzzi e realizzato in collaborazione con Il Circolo Veneto, ha visto protagonista il Prof. Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione Armeni d’Italia.

Al centro della serata, il legame indissolubile tra la Serenissima e il popolo della Croce: una storia scritta con l’inchiostro tra il 1512 e il 1800, epoca in cui Venezia divenne, di fatto, la capitale mondiale dell’editoria armena.

Professor Sivazliyan, la conferenza si intitola “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”. Perché la stampa è così centrale nel ricordo di un popolo?

La risposta risiede nella sopravvivenza. Un popolo che ha subito il primo genocidio del XX secolo è riuscito a restare unito grazie alla propria lingua e alla propria cultura. Le tipografie sono state il motore di questa resistenza. Pensate che tra il 1512 e il 1800 esistevano a Venezia ben 19 tipografie diverse che stampavano in armeno, producendo oltre 250 titoli. Non era solo un fatto religioso, era la costruzione di un’identità che nessun esercito avrebbe potuto cancellare.

Come nasce questo legame così profondo tra Venezia e l’Armenia? Non è stato un caso, vero?

Niente affatto. Tutto inizia molto prima, intorno al 1200, quando i mercanti veneziani usavano il piccolo regno di Cilicia — in quell’angolo di Mediterraneo dove Turchia e Siria si toccano — come un magazzino strategico per le rotte verso la Cina, l’India e la Persia. I veneziani non si limitarono a commerciare: “presero per mano” intere famiglie armene influenti e le portarono in laguna. È un caso unico nella storia: non furono gli immigrati a bussare alla porta, ma i veneziani a invitarli per la loro preziosa rete di contatti. Da lì nacque la Chiesa di Santa Croce e quel quartiere, tra San Marco e Rialto, dove ancora oggi leggiamo “Sottoportico degli Armeni”.

Venezia però non offriva solo ospitalità, offriva tecnologia e opportunità economiche.

Esattamente. I veneziani erano pragmatici: capirono che il libro armeno era un affare d’oro. Mentre tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 i grandi banchi veneziani come il Garzoni fallivano, il settore editoriale fioriva. Nel 1512, Hagop Meghapart stampò a Venezia il primo libro in assoluto in lingua armena. Venezia esportava tecnologia: i libri venivano stampati qui, rilegati con maestria e poi spediti tramite il naviglio veneziano in tutto l’Oriente, fino a Costantinopoli e Smirne. I veneziani dimostrarono che con la cultura si mangiava eccome, creando una rete di distribuzione che oggi definiremmo “globale”.

Tra i protagonisti della serata c’è stata la Congregazione Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro. Che ruolo ha avuto in questo panorama?

Un ruolo di eccellenza assoluta. L’isola divenne un faro di scienza orientale. Pensate che la loro tipografia era in grado di stampare in 36 lingue diverse, con caratteri originali fusi sul posto. Era un’istituzione così prestigiosa che persino Napoleone, che chiuse quasi tutti i conventi di Venezia, non ebbe il coraggio di toccarla, elevandola al rango di “Accademia delle Scienze”. Da quel fervore nacque nel 1836 il Collegio Moorat-Raphael, che ha formato tutta l’intelligenza armena moderna, me compreso. Dopo il genocidio, è stato quel collegio a “ricostruire” la classe dirigente armena, sostituendo con la cultura ciò che la violenza aveva strappato.

Lei ha mostrato un reperto molto personale: un libro che ha compiuto un viaggio incredibile.

Sì, un volume stampato a Venezia nel 1896. Lo trovarono i miei antenati a Sivas, nell’Anatolia centrale, con i timbri della libreria locale in francese, ottomano e armeno. Quel libro è sopravvissuto al genocidio, ha attraversato le tragedie del secolo ed è tornato con me a Venezia. È la dimostrazione vivente che il libro armeno nato in Laguna è un ambasciatore che non muore mai. È tornato a casa, dove tutto è cominciato.


Un’eredità che continua

La conferenza, arricchita dalle letture di Laura Voltan (Voci di Carta), ha lasciato al pubblico una consapevolezza profonda: celebrare le tipografie armene non significa solo guardare al passato, ma riconoscere a Venezia il merito storico di essere stata la custode di una civiltà. Come ricordato dal Prof. Sivazliyan, i libri stampati nel 1700 sono ancora oggi più leggibili e chiari di molti testi moderni, a testimonianza di una perfezione tecnica che era, prima di tutto, un atto d’amore per la propria memoria.

L’evento è stato realizzato dal Circolo Veneto in collaborazione con l’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina e l’Unione Armeni d’Italia.

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Beirut, dove gli armeni della diaspora commemorano il genocidio (Bussola Quotidiana 30.04.26)

Il 24 aprile ricorre il giorno del Metz Yeghérn, la memoria del genocidio armeno del 1915. Anche gli armeni di Beirut lo commemorano. Garo, esponente del partito Hunchak, spiega che non è ancora finito.

Esteri 30_04_2026
Beirut, monumento alle vittime del genocidio armeno (foto di Elisa Gestri)Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano l’anniversario del Genocidio, l’eliminazione sistematica della popolazione armena cristiana perpetrata dall’Impero Ottomano a partire dal 1915 e costata la vita a un milione e mezzo di persone.

Il Libano, che sin dagli ultimi decenni del Diciannovesimo Secolo ospita una comunità armena, è stato tra i primi Paesi ad accogliere i profughi del Metz Yeghérn, il “Grande Male”, giunti nel Paese dei Cedri dopo le esiziali “Marce della morte” attraverso il deserto siriano. I sopravvissuti si sono stanziati nel nord del Paese, a Tripoli, a Jbeil, a Batroun, fino alla Capitale. A Beirut il quartiere di elezione degli armeni è Bourj Hammoud, zona est della città. La strada che lo attraversa, perpendicolare al fiume Beirut, si chiama Armenia Street ed è una vivace arteria commerciale ricca di negozi, ristoranti, laboratori artigiani – gli armeni sono noti in tutto il mondo come orafi e commercianti di preziosi. Qui le insegne degli esercizi commerciali sono in lingua armena; qui si trovano le chiese delle confessioni cristiane d’Armenia – cattolica, ortodossa, evangelica – le scuole, i gruppi giovanili, le associazioni di beneficenza, i luoghi di ritrovo a disposizione della comunità.

Il 24 aprile, centoundicesimo anniversario del Genocidio, il quartiere è pavesato di bandiere armene e i negozi sono chiusi nonostante sia un giorno feriale. La comunità si è riunita per una commemorazione interconfessionale nella grande chiesa di Antelias, periferia nord di Beirut, a sette chilometri da Bourj Hammoud. «Normalmente ogni 24 aprile raggiungiamo Antelias a piedi per la Messa, uomini, donne e bambini – sono due ore e mezza di cammino – ma quest’anno a causa della guerra abbiamo rinunciato» ci spiega in inglese Garo, un compìto ex funzionario delle Nazioni Unite a cui abbiamo chiesto udienza. Alto e dritto nonostante l’età non più giovane, ci accoglie nella sede del Social Democracy Hunchak Party, uno dei tre partiti armeni presenti in Libano. «Ma il nostro partito è il più antico – ci spiega – L’ Hunchak è stato fondato nel 1887, pochi anni dopo è nato il Tashnag, che si colloca più a destra, ed infine il Ramgavar, di area liberale, nel 1921. Non c’è però rivalità tra i nostri partiti: collaboriamo, siamo amici tra di noi».

Nel Parlamento libanese, che segue un sistema di tipo confessionale, sei seggi sono riservati alla comunità armena: cinque appannaggio degli ortodossi e uno dei cattolici. Nella attuale legislatura solo il partito Tashnag è rappresentato. Garo ci fa accomodare in un accogliente salottino; alle pareti spiccano i ritratti dei fondatori del partito, «impiccati dagli ottomani, ma le loro idee sono ancora qui», ci informa, una cartina dell’Armenia, alcune vecchie fotografie. Altri uomini siedono sui sofà, fumando e bevendo caffè; tutti parlano inglese e si respira un’atmosfera rilassata ed amichevole. «Il Genocidio non è solo quello del 1915», riprende Garo. «C’è stato prima e c’è stato dopo, ed è tuttora in corso». A poche settimane dall’anniversario è stata demolita la cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, nel Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), regione strappata definitivamente all’Armenia dall’Azerbajan nel 2023.

«Ancora oggi vogliono distruggere l’identità, la cultura armena». Perché, secondo lei? chiediamo. Garo riflette prima di parlare: «L’Armenia è il primo Paese che ha adottato ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato nel 301. Abbiamo un patrimonio culturale che tramandiamo gelosamente, e un’identità a cui non intendiamo rinunciare. Forse è per questo». C’è mai stato, in Armenia? Gli chiediamo. «Ben tre volte», risponde. E in Libano com’è la situazione? «Vuol sapere della nostra comunità qui? Prima della guerra civile gli armeni in Libano erano mezzo milione; ora, dopo la guerra, la crisi finanziaria, l’esplosione del porto di Beirut siamo rimasti appena in 75mila. La nostra lingua madre è l’armeno, che parliamo tra di noi e impariamo nelle nostre scuole, assieme all’arabo e all’inglese o al francese, a seconda dei casi».

Chiediamo se gli armeni abbiano ricevuto buona accoglienza al loro arrivo nel Paese. «Gli armeni sono i primi stranieri a cui il governo libanese ha concesso la cittadinanza. In ogni caso, a noi non importa molto dove siamo. Dovunque nella diaspora ricreiamo le nostre comunità, anche se prendiamo la nazionalità del Paese in cui siamo: ad esempio, io sono un libanese armeno, e, come tutti noi qui, posseggo la doppia nazionalità. Quanto alle difficoltà, alla guerra, ai problemi che abbiamo trovato in Libano, beh, ci siamo abituati». Chiediamo a Garo cosa dovrebbero imparare i libanesi dagli armeni. «Forse la capacità di collaborare tra noi in maniera logica e organizzata, senza farci condizionarie da faziosità, invidie e passioni estreme. Del resto siamo avvantaggiati: viviamo in medioriente, ma non siamo arabi», conclude, con un sorriso malizioso.

Salutiamo Garo e attraversiamo di nuovo Bourj Hammoud. Uno scooter ci passa davanti con la bandiera armena sul parabrezza; un ragazzo scout rientra con la sua tromba da Antelias, dove ha suonato alla commemorazione. Anche questo anniversario è passato. Nel tramonto beirutino, mentre da una macchina escono a volume sostenuto le note di Alla mia dolce Armenia, una famosissima canzone popolare, ci troviamo ad immaginare un Paese che, più che sulle carte geografiche, sembra trovare spazio nel cuore dei suoi figli sparsi per il mondo.

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