Curiosità geografiche: il confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia (Meridiano13 30.04.26)

Chi ama la geografia potrebbe aver notato sulle mappe la presenza di una striscia di territorio turca – larga poco più di tre chilometri e lunga una ventina – che, incuneandosi tra l’Armenia e l’Iran alle pendici del monte Ararat, arriva a delineare un breve confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia.

Dietro a tale particolare conformazione delle frontiere si celano interessi geopolitici di oltre un secolo fa ancora in grado di influenzare gli equilibri della zona.

La storia del confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia

Nel corso dell’Ottocento, l’Impero russo espanse progressivamente il suo controllo sul Caucaso ai danni dei rivali ottomani e persiani. In particolare, con il trattato di Santo Stefano (1878), Mosca ottenne la sovranità sui distretti turchi di Kars, Ardahan, Batum, Eleşkirt e Bayazid, inclusa l’area oggetto di questo articolo.

La Prima guerra mondiale e, soprattutto, la rivoluzione del 1917 e il conseguente ritiro russo dal conflitto, rimescolarono le carte. Con il trattato di Brest-Litovsk il neonato stato bolscevico cedeva all’Impero ottomano le conquiste del 1878. Al contempo, Georgia, Armenia e Azerbaigian sfruttarono la temporanea debolezza delle potenze della regione per dichiarare la propria indipendenza e sovranità anche sui territori che dovevano nominalmente tornare sotto il controllo turco.

L’autodeterminazione dei tre stati del Caucaso meridionale non durò molto in quanto già a cavallo del 1920 e del 1921 la Russia riconquistò militarmente la regione. In quel breve triennio, però, Azerbaigian e Armenia si contesero sanguinosamente il controllo di alcune zone, incluse la futura oblast’ autonoma del Nagorno-Karabakh e il Nachicevan (l’exclave azera separata dal resto del paese dal territorio armeno che oggi confina con la Turchia). Tutto ciò sarebbe stato determinante alla fine del secolo.

Dopo il rientro sulla scena del Caucaso meridionale di Mosca, il confine turco-russo venne ridefinito in base al trattato di Mosca (1921), accordo le cui provvisioni vennero poi confermate nel trattato di Kars siglato lo stesso anno. Proprio questi documenti prevedevano il trasferimento del cosiddetto corridoio dell’Aras-Kara-su alla Turchia nella conformazione che vediamo attualmente.

Il perché di questa decisione è da cercare nei negoziati che portarono alla firma del trattato. Sostanzialmente la Turchia spinse per motivi di politica interna per avere un confine con l’Azerbaigian sovietico, culturalmente e linguisticamente affine.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica al giorno d’oggi

La caduta dell’Unione Sovietica portò a un nuovo conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh. Tra le conseguenze di questa guerra, Erevan impose un blocco dei collegamenti tra Baku e il Nachicevan portando a una difficile situazione l’exclave azera, dove smisero di arrivare i rifornimenti di gas ed elettricità.

Ed è qui che il confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia divenne fondamentale come non era stato in epoca sovietica. Alla fine del 1991 venne costruito un ponte temporaneo attraverso il fiume Aras per collegare i due paesi rompendo l’isolamento del Nachicevan. Il 28 maggio 1992 venne inaugurato al suo posto il ponte definitivo Umut (“della speranza”), importante per i rifornimenti dell’exclave azera e per lo sviluppo economico delle remote province della Turchia sud-orientale.

Il lato turco della frontiera nel 2018. Alle spalle degli edifici, il ponte Umut (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Da allora sono passati più di trent’anni e l’area è rimasta al centro di vari interessi. Infatti, l’Azerbaigian tra il 2020 e il 2023 ha riconquistato militarmente il Nagorno-Karabakh. Ciò significa che a dividere il territorio del paese dal Nachicevan e la Turchia rimane solo la provincia armena del Syunik. Proprio per questo, da quando è finito l’ultimo conflitto, Baku ha fatto molta pressione per l’apertura di quello che definisce il corridoio di Zangezur. In altre parole, l’Azerbaigian spinge per la creazione di un collegamento prima ferroviario e poi stradale attraverso il territorio armeno.

Questa infrastruttura sotto il nome di TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è anche inclusa nel testo della dichiarazione congiunta che Baku e Erevan hanno firmato l’8 agosto 2025 a Washington con la mediazione statunitense. In base al documento, la sezione in Armenia del corridoio (circa 32 chilometri) verrà costruita da una joint venture armeno-statunitense che la riceverà in gestione per un periodo di 99 anni.

Il confine tra Armenia e Azerbaigian
La vecchia ferrovia che dovrebbe essere sostituita dal TRIPP (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Per il momento tutto è ancora in via di definizione. Nella zona sono però in corso i lavori di costruzione di un’altra ferrovia, quella che collega la strada ferrata del Nachicevan a Kars e conseguentemente al resto della Turchia e della Georgia.

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La distruzione dell’eredità armena nell’Artsakh (Asianews 29.04.26)

Dalla cattedrale di Stepanakert al Tatik-Papik – il monumento sulla collina che simboleggia il legame indissolubile tra gli armeni e il Nagorno-Karabakh – continua la distruzione dei vandali dell’Azerbaigian che distruggono chiese, stele e altri oggetti di valore  storico culturale per cancellare del tutto l’identità altrui. Senza reazioni significative da parte della comunità internazionale (e del governo di Erevan stesso).

Erevan (AsiaNews) – Il garante dell’eredità culturale dell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno Karabakh, il vice-presidente della Onlus storico-culturale Azgain Ovik Avanesov, ha lanciato un allarme per la possibile distruzione totale del monumento “Noi – le nostre montagne”, noto come Tatik-Papik, uno dei monumenti simbolo dell’identità armena e della sua memoria storica.

Egli ricorda che da novembre 2024 si diffondono sulle reti social le fotografie e i video di episodi di vandalismo, sia sul fronte che sul retro del monumento, con scritte oltraggiose e “armeno-fobiche”. Episodi simili si riferiscono anche alla chiesa Surb Akob e alla cattedrale della Protezione della Madre di Dio a Stepanakert, la cui distruzione era stata preparata da pubblicazioni propagandiste di contenuto offensivo per gli armeni, e ora si teme che la stessa sorte possa essere destinata anche al Tatik-Papik.

Il monumento era stato creato nel 1967dallo scultore Sarkis Bagdasaryan e dall’architetto Jurij Akopyan. Scolpito in tufo rosso e alto circa 9 metri, il complesso si erge sulla cima di una collina, a simboleggiare l’indissolubile legame di sangue tra la terra e il popolo dell’Artsakh. La scultura raffigura una coppia di anziani dell’Artsakh in abiti tradizionali, in piedi spalla a spalla, in una posa fiera e indomabile. Non ha un piedistallo; sembra sorgere direttamente dalla terra, incarnando le profonde radici del popolo e il suo legame indissolubile con la propria patria.

Sulla “guerra della memoria” tra armeni e azerbaigiani si è pronunciata in questi giorni anche la portavoce del ministero degli esteri di Mosca, Maria Zakharova, ricordando che “la Russia ha sollevato la questione molte volte per la salvezza dei monumenti armeni nel Nagorno Karabakh, riteniamo che queste cose non debbano succedere in nessun luogo”. I russi sono contrariati dal fatto che non c’è stata nessuna reazione ufficiale da parte del governo di Erevan, cercando di accordarsi con quello di Baku per evitare questi episodi.

Zakharova ricorda che negli accordi trilaterali del 2020-2022 tra Russia, Armenia e Azerbaigian era stato previsto anche un percorso umanitario di riconciliazione, che prevedeva di affrontare le questioni di restituzione e scambio dei prigionieri e anche la “relazione rispettosa e conservativa” dei monumenti, edifici di architettura storica e complessi memoriali. In realtà il premier armeno Nikol Pašinyan era intervenuto il 23 aprile sulla distruzione della cattedrale di Stepanakert, affermando che “serve un approccio prudente alla questione”, e che la vicenda “diventerà oggetto di valutazione internazionale a livello governativo”.

I vandali dell’Azerbaigian continuano peraltro indisturbati a rovinare, deturpare e distruggere chiese, stele armene khačkary e altri oggetti di valore storico culturale sul territorio dell’Artsakh, allo scopo di cancellare del tutto l’eredità armena e senza reazioni significative da parte della comunità internazionale. Le posizioni del governo di Pašinyan, che sta cercando in ogni modo di concludere le trattative di pace con Baku e di mantenere l’equilibrio a livello internazionale tra America, Russia e gli altri Stati della regione, non favoriscono la difesa dei monumenti armeni nel Nagorno Karabakh, e questo argomento viene usato dalle opposizioni politiche e dalla Chiesa Apostolica armena per agitare l’opinione pubblica contro la maggioranza al potere.

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I cristiani perseguitati dell’Azerbaigian (Lanuovabq 29.04.26)

In Azerbaigian vivono circa 253.000 cristiani su un totale di 10,5 milioni di abitanti. Sono il 2,4% della popolazione che è musulmana al 96,2%. L’onlus Open Doors colloca il paese al 52° posto nella classifica 2026 dei paesi in cui i cristiani sono più duramente perseguitati, preceduto dalla Malesia e seguito dal Kenya. Ufficialmente il paese è laico e le religioni sono quanto meno tollerate. Ma il governo esercita uno stretto controllo sulle attività dei gruppi religiosi, si danno casi di cristiani arrestati con dei pretesti e, secondo Open Doors, i cristiani subiscono forti pressioni affinché si guardino dal denunciare casi di persecuzione. Come in altri stati a maggioranza islamica, i cristiani più perseguitati sono quelli che erano musulmani e si sono convertiti che subiscono discriminazioni, sono isolati, ostracizzati, non solo dalle autorità governative, ma spesso anche da famigliari e amici. Particolarmente difficile è la condizione dei cristiani armeni che ancora vivono nell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno Karabakh. Di recente il vice presidente della onlus Azgain, Ovik Avanesov, ha cercato di attirare l’attenzione internazionale sul processo di annullamento della cultura armena, sugli atti vandalici che continuano a essere compiuti contro edifici, monumenti e simboli armeni senza che le autorità intervengano a impedirli. Immagini e filmanti di episodi di vandalismo vengono diffusi sulle reti social. Presi di mira sono anche chiese ed edifici religiosi. A Stepanakert ad aprile sono state abbattute due chiese: la chiesa di Surb Hakob e la Cattedrale della Santa Madre di Dio, la più grande delle chiese armene del Nagorno Karabakh, la demolizione della quale era stata preparata da pubblicazioni propagandiste di contenuto offensivo per gli armeni. “I vandali – spiega l’agenzia di stampa AsiaNews – continuano indisturbati a rovinare, deturpare e distruggere chiese, stele armene khačkary e altri oggetti di valore storico culturale sul territorio dell’Artsakh, allo scopo di cancellare del tutto l’eredità armena e senza reazioni significative da parte della comunità internazionale”.

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“Armonia” – Concerto di musica sacra armena (TrevisoToday 28.04.26)

QuandoDal 09/05/2026 al 09/05/202620.45
PrezzoGratis
Altre informazioni
Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita “Armonia”, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna “Ci saranno albe sulla terra”, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione. Il progetto è di Gayane Sahakyan.
La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.
Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova San Nerses ShnorhaliMkhitarAyrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.
A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.
Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.


Armonia” – Concerto di musica sacra armena
https://www.trevisotoday.it/eventi/armonia-concerto-musica-sacra-armena-2026.html
© TrevisoToday

SYSTEM OF A DOWN: Serj Tankian guida la preghiera per le vittime dei genocidi al Sick New World (Longliverocknroll 28.04.26)

Durante l’attesa esibizione dei SYSTEM OF A DOWN come headliner al festival Sick New World di Las Vegas, svoltasi sabato 25 aprile 2026, il frontman Serj Tankian ha voluto dedicare un momento di profonda riflessione e spiritualità alle vittime dei genocidi passati e presenti.

L’evento ha avuto luogo all’indomani del Giorno del Ricordo del Genocidio Armeno (celebrato il 24 aprile), ricorrenza che commemora lo sterminio di circa 1,5 milioni di armeni per mano dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917Tankian, da sempre in prima linea per il riconoscimento storico di questi tragici eventi, ha rivolto un messaggio diretto alla folla prima di intonare un canto sacro.

Ieri era il 24 aprile, il 111° anniversario del genocidio armeno, dove milioni di armeni, greci e assiri furono massacrati durante la Prima Guerra Mondiale dai turchi ottomani. Il problema è che i genocidi avvengono ancora oggi, in tutto il mondo. Non abbiamo imparato la lezione che le persone contano più dei profitti. È tempo di liberarci di questi idioti leader fottuti in tutto il mondo.

Dopo il discorso, accolto con ovazioni dal pubblico della venue, il cantante ha eseguito una toccante versione di “Der Voghormia” (Signore, abbi pietà), una preghiera tradizionale armena. Il brano non è nuovo ai fan della band: una versione folk era già stata inclusa come traccia nascosta (“Arto”) nel celebre album Toxicity del 2001.

Durante la preghiera, il chitarrista Daron Malakian ha accompagnato la voce di Tankian con una melodia delicata, mentre il bassista Shavo Odadjian e il batterista John Dolmayan si sono uniti nel momento solenne, prima di lanciare la band nell’esecuzione di “Holy Mountains“, brano tratto dall’album Hypnotize del 2005, anch’esso dedicato alla memoria delle sofferenze del popolo armeno.

Anche Daron Malakian ha preso la parola durante il set, invitando i fan a non farsi influenzare dalle divisioni politiche:

Smettete di lasciare che i media vi dividano. Smettete di lasciare che il governo vi divida. Se noi possiamo stare su un palco insieme, pur avendo pensieri e convinzioni diverse, potete stare insieme anche voi.

SYSTEM OF A DOWN proseguiranno ora la loro attività dal vivo con due date speciali all’Estadio GNP Seguros di Città del Messico il 27 e 28 maggio, prima di approdare in Europa per un tour negli stadi previsto per la fine di giugno 2026.

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Armenia: amb. Ferranti visita Università Eurasia per simulazione vertice CPE (Giornalediplomatico 28.04.26)

GD – Jerevan, 28 apr. 26 – L’ambasciatore italiano in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato in visita all’Università Internazionale Eurasia per prendere parte, in qualità di ospite d’onore, alla cerimonia di chiusura della simulazione dell’ottavo Vertice della Comunità Politica Europea organizzata dall’Ateneo.
L’iniziativa, svoltasi nell’auditorium dell’Università, ha rappresentato un’importante piattaforma per sensibilizzare la platea studentesca e accademica, ma anche la pubblica opinione afferente agli ambienti universitari e di ricerca, sull’imminente evento e per apprezzare ulteriormente la rilevanza e la portata storica del Vertice, che si terrà a Jerevan il 4 maggio prossimo.
Dopo aver assistito alla sessione conclusiva dei lavori della simulazione, l’Ambasciatore italiano ha rivolto un discorso agli studenti e ai docenti presenti sui temi oggetto della simulazione e ha proceduto alla consegna degli attestati di partecipazione.
Nel quadro del suo processo di internazionalizzazione, l’Università Internazionale Eurasia vanta attualmente una cattedra Jean Monnet, unica nel sistema universitario della Repubblica d’Armenia, e collabora attivamente con diverse Università partner dell’Unione Europea, tra cui vari Atenei italiani e in particolare l’Università per Stranieri di Perugia e l’Università degli Studi della Tuscia, con le quali è stato siglato un Memorandum d’Intesa nel 2024.

Ci saranno albe sulla terra: mostra e concerto in occasione del 111° anniversario del genocidio del popolo armeno (Nordestnews 27.04.26)

Dall’11 aprile al 9 maggio 2026, Treviso ospita Ci saranno albe sulla terra, un progetto culturale ideato da Gayane Sahakyan e promosso da nusica.org, in collaborazione con Fondazione Mazzotti, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso. La rassegna si articola in due momenti distinti accomunati da una stessa domanda: in che modo l’arte può testimoniare ciò che la storia ha tentato di cancellare?

Il riferimento è al genocidio armeno del 1915, una delle più gravi catastrofi del Novecento, ancora oggi non abbastanza presente nella memoria collettiva europea. Ci saranno albe sulla terra affronta questa storia non attraverso una commemorazione formale, ma attraverso il linguaggio delle arti visive e della musica: due forme espressive che, pur nelle loro differenze, condividono la capacità di restituire al dolore storico una dimensione umana, individuale e viva.

La prima parte è la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962). L’esposizione è in programma dall’11 aprile al 3 maggio a Casa Robegan (via Antonio Canova 38, Treviso) e riunisce opere provenienti dalla collezione della famiglia Orakian, custodite per decenni in ambito privato. La mostra è curata da Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Orakian visse a Roma dal 1920 fino alla morte, in condizioni spesso difficili e lontano dai circuiti del mercato. La sua pittura, di matrice espressionista e di forte intensità emotiva, è rimasta per decenni ai margini della storia dell’arte, nonostante la qualità e la coerenza di una ricerca che attraversa il trauma del genocidio, la condizione della diaspora e la vita degli esclusi.

Il secondo momento è Armoniaconcerto di musica armena in programma sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.45 grazie all’ospitalità della Chiesa di San Francesco (Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso). Il concerto è costruito attorno all’incontro tra dudukkanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — armena, mediorientale e cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che intreccia pagine della liturgia armena antica con composizioni di Komitas e altri maestri della tradizione. A interpretarlo sono Norayr GapoyanTatev Hakobyan e Levon Eskenian, tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. La serata comprende anche letture dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi e da opere di San Nerses Shnorhali  e proiezioni di opere di Francesco De Florio, con regia visiva di Davide Esposito-Albini.

Alla rassegna partecipa anche la poetessa Erika De Bortoli, con un ciclo di testi sull’Armenia che verranno letti all’inaugurazione della mostra e al concerto. De Bortoli indaga i temi dell’alba, dell’armonia e dell’identità, in rapporto con la letteratura, la storia e la spiritualità armena. È autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» nel 2025.

Il titolo della rassegna riprende un verso della stessa raccolta: non promette la fine del dolore, ma indica una direzione: quella di chi, anche dopo la perdita, continua a cercare.

Ci saranno albe sulla terra è un progetto di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso, e con il sostegno di Fondazione MazzottiJane Demirchian e DAL BO’. La mostra Riconosciuti è realizzata in collaborazione con AssoArmeni, con la curatela di Satenik Chookaszian e con la preziosa collaborazione della famiglia Orakian. Il concerto Armonia è realizzato in collaborazione con l’Archivio De Florio Venezia, con la direzione creativa di Davide Esposito-Albini.

Approfondimenti

Riconosciuti: Jirair (Gerardo) Orakian — Un artista ritrovato

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

Armonia : Un concerto tra Oriente e Occidente

Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna Ci saranno albe sulla terra, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione.

La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova, San Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.

Mostra Riconosciuti
Casa Robegan, via Antonio Canova 38, Treviso
11 aprile – 3 maggio 2026
Inaugurazione: sabato 11 aprile ore 17.00
Venerdì 15:00–19:00 |
Sabato e domenica 10:00–13:00 e 14:00–19:00
Ingresso gratuito
Contatti: staff@nusica.org
+39 388 6468011

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)
Contatti: staff@nusica.org
+39 327 4610693

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Ci siam scordati di te, Armenia (purtroppo) (Avanti 27.04.26)

Il 24 aprile, giorno del ricordo del genocidio armeno, la politica italiana ed europea si è mostrata silente. Salvo qualche eccezione.

Ci siam scordati di te, Armenia

Il titolo di questo breve articolo prende le mosse dal titolo di un libro, edito nel 2025: Non ti scordar di me.

Ebbene, la realtà è che la memoria si è accorciata, annebbiata, proprio il 24 aprile.

Sulle pagine social dei vari partiti europei ed italiani, la ricerca di un singolo post sul genocidio armeno è stato invano.

Tra i maggiori partiti europei solo il PPE e la European Free Alliance hanno dedicato un post. In Italia, tra i maggiori partiti, solo la Lega.

Un silenzio che stride, con le capacità storiche che spesso ci vengono mostrate dai partiti nell’analizzare ogni singolo post scritto o non scritto dall’avversario.

Un silenzio su una delle più grandi tragedie del ‘900, ancora peraltro negato e spergiurato; infatti, ad oggi solo 30 paesi hanno riconosciuto ciò che è avvenuto da il 1915 ed il 1923 “genocidio”.

Spesso si sente ripetere il mantra delle radici giudaico-cristiane dell’Europa, ma perché dimenticarsi gli armeni, una delle prime nazioni cristiane (insieme alla Georgia) della storia? Non è forse una contraddizione in termini? O, dati i rapporti con Ankara e con l’Azerbaigian, è meglio non far levare troppi cigli? Un po’ di malizia sia concessa in questo caso.

Cos’è stato

In termini molto semplici, senza far divenire l’articolo un trattato di storia, si è trattato del primo grande genocidio operato nel XX secolo.

Circa 1,5 milioni di armeni trovarono la morte nelle cosiddette “marce” organizzate dall’Impero Ottomano. Eventi dove le persone venivano trascinate fino all’interno dell’Anatolia, incontrando fame, malattie, sfinimento, esecuzioni sommarie.

La cifra è ancora soggetta alle varie interpretazioni, ma quel che resta è la ferma volontà di annientare il popolo armeno e questo fu l’apice di una persecuzione continua iniziata già nell’ultimo decennio del XIX secolo.

Cos’è oggi

Nelle strade di Erevan si tiene sempre una marcia simbolica, molto partecipata, da Piazza della Repubblica al memoriale di Tsitsernakaberd.

Una marcia silenziosa, illuminata da migliaia di fiaccole, con le bandiere dei paesi che hanno riconosciuto il genocidio una accanto all’altra.

Una cerimonia che ha solo visto un episodio, subito condannato dal governo, di combustione della bandiera turca.

Anche in Italia, a Milano, Padova, Cagliari, Venezia, etc. si sono tenuti tanti momenti di ricordo, celebrazione e confronto, perché la storia spesso ritorna come la marea e restituisce qualcosa di nuovo dai suoi abissi, dai suoi sconfinati archivi.

Cosa sarà

Vorrei chiudere con una frase, tratta da un’intervista del 2008 a Charles Aznavour (cantautore francese di origine armena), che trovo significativa e possa fare da sprone alle generazioni di oggi e di domani:

Dico complimenti e grazie alla Francia per il riconoscimento, ma non attendo che una cosa. Che la Turchia riconosca. Penso che questo popolo, che parla sempre di onore, ecco l’onore è saper riconoscere.

Il popolo turco non è mio nemico, chi è mio nemico è colui che vuole metterci a tacere con la forza. Dunque lui è mio nemico, non gli altri. (cit.)

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Voci di strada a Yerevan: cosa dicono i residenti sulla pace con l’Azerbaigian (Nordest 27.04.26)

È stata in gran parte tranquilla la frontiera tra Armenia e Azerbaigian. Negli ultimi due anni, le parti non si sono scambiate fuoco. I leader sia di Erevan sia di Baku affermano che ciò rifletta i progressi compiuti attraverso i negoziati bilaterali. Dopo decenni di ostilità, i due paesi sembrano ora vicini a un accordo di pace finale.

Ad agosto 2025 si è tenuto un vertice a Washington. Con la mediazione del presidente statunitense, Nikol Pashinyan e Ilham Aliyev hanno firmato una dichiarazione congiunta, dichiarando di essere “intraprendendo il cammino delle buone relazioni di vicinato”, mentre i loro ministri degli esteri hanno apposto le iniziali su un accordo di pace.

Erevan e Baku hanno anche accettato finalmente di riaprire i collegamenti di trasporto regionali. La questione sembrava per lungo tempo quasi impossibile da risolvere a causa delle differenze tra le due parti. Ma la disputa si è attenuata con il progetto TRIPP (Percorso Trump per la pace e la prosperità internazionali). Collegherà l’Azerbaigian al suo exclave di Nakhchivan attraversando il territorio armeno.

Per anni, le parti hanno faticato a raggiungere un accordo sulla questione. L’Azerbaigian ha spinto per una rotta che chiamava il “corridoio di Zangezur”. Le autorità armene hanno dichiarato di essere pronte a riaprire tutte le strade, ma hanno respinto il termine “corridoio”, sostenendo che implicasse una perdita di sovranità su quel territorio.

Al vertice di Washington dell’8 agosto, i leader armeni e azeri hanno finalmente raggiunto un consenso. Hanno convenuto che la strada sarebbe rimasta sotto il controllo sovrano dell’Armenia, mentre gli Stati Uniti avrebbero partecipato al progetto come partner commerciali. L’iniziativa è stata denominata la “Trump Route” in onore del mediatore.

Sia il primo ministro armeno sia il presidente azero dichiarano di aver raggiunto la pace tra i due paesi.

  • «Erevan e Baku sono dalla stessa parte nella lotta geopolitica globale» – politologo armeno
  • Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante
  • «Per la sicurezza, siamo sulla stessa barca»: esperti armeni in visita in Azerbaigian

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Antisemitismo. Il j’accuse di Vittorio Robiati Bendaud (Formiche.it 27.04.26)

Lo scrittore e saggista Vittorio Robiati Bendaud riflette sull’antisemitismo, non residuo d’ignoranza ma struttura profonda, capace di travestirsi da progresso e riemergere oggi nell’antisionismo e nelle rimozioni storiche (dagli armeni alle ambiguità della memoria “inclusiva”). Sullo sfondo, la crisi della democrazia liberale, terreno fertile per il ritorno di vecchi fantasmi

Nella mia mente il 25 aprile o il 27 gennaio sono “giorni da cancellare”. Non perché ignori la storia. Mio nonno, Nino Robiati, era un giornalista fascista, che conobbe Hitler e scrisse quello che all’epoca fu un bestseller, La Germania di Hitler (che non ho mai avuto il coraggio di leggere).

Il mio prozio, don Vittorio Genta, amico e confessore di D’Annunzio, eroe a Caporetto e in altri fronti, tutt’altro che antisemita e con parenti ebrei, aderì alla Repubblica Sociale, aiutando comunisti (che preferiva ai democristiani) ed ebrei, divenendo poi amico di Mario Soldati, che gli dedicò un libro.

Poi ci siamo noi, il resto della famiglia, ebrei di Libia, che conosciamo due diverse storie e forme di antisemitismo: quello occidentale-cristiano e quello delle società islamiche, non meno oscuro.

Siamo saponette? Immagino “vegan free”, per rimanere in tema con certi mantra cretini. Purtroppo in questi anni si è educato diseducando.

Si è ridotto indebitamente e falsamente l’antisemitismo a frutto dell’ignoranza e a male accessorio, grande menzogna.

Si è ridimensionata la forza strutturante e coagulante, costruttiva, dell’antisemitismo per le società occidentali e mediorientali.

Si è occultato il suo presentarsi, sin dalle antiche polemiche patristiche – che erano già anche politiche -, come progresso, con tutto il compiacimento morale e intellettuale che veicola il sentirsi migliori rispetto a un altro, da cui però non posso prescindere e che, come tale, rimpiango e detesto.

Si è dimenticato che si tratta, per eccellenza, di un odio simbolico culturale, creato e plasmato da intelletti potenti ed eccezionali, da Agostino a Kant e ben oltre, che ha prosperato nelle accademie, e che ancora lì, come è suo costume, si annida e prospera.

La Shoah fu solo un effetto, e certamente non l’ultimo. Certo significa ammettere un’enormità difficile da digerire, tanto più da maneggiare.

Quando in Europa si dovettero, in funzione filo-turca, demonizzare gli armeni, si ricorse all’antisemitismo applicato agli armeni.

Così, nelle università e non nelle bettole, sulla stampa colta, anche ecclesiastica, e non sulle riviste porno, gli armeni divennero, dalla teologia alla fisiologia, super-ebrei.

Come pure, nella vignettistica, il corpo degli armeni, diventava sempre più sovrapponibile alle caricature deformidegli ebrei. Poi fu genocidio.

Vogliamo parlare della vignettistica contemporanea, veicolata dalla stampa italiana, circa ebrei e Israele?

Abbiamo voluto una memoria inclusiva, per “mai più” ancora più universali. E si è mancato ulteriomente il bersaglio, con universalizzazioni erronee.

Sorvolando sul caso armeno, ho assistito, e mi limito al Memoriale milanese, ad accostamenti dubbi, eccezion fatta per la memoria dello sterminio dei Rom, il cui uso tuttavia troppo spesso puzzava di strumento politico.

Non ho mai sentito – vorrai mica turbare Sant’Egidio – parlare a chiare lettere del genocidio culturale, per cancellazione sistematica nei secoli, patito dagli omosessuali, sino alle storie delle prime trans, tutte ebree, alcune persino osservanti e talora anche sopravvissute ai campi?

Immaginiamoci quando, un po’ più di un secolo fa, alcuni ebrei, e tra loro uno dei padri del Sionismo, Max Nordau, iniziarono ad animare ciò che sarebbe via via divenuto l’attuale movimento di liberazione omosessuale.

Il cortocircuito fu tremendo: era la prova, ancora una volta secondo gli antisemiti, della corruzione ebraica della buona, morale, devota, società cristiana (mentre nel mondo orientale sempre lì si era confinati: i bordelli li gestivano ebrei e cristiani, dove i dominanti andavano a copulare con le/i dominati).

La prima clinica che fece operazioni per trans era ebraica: ebrei i medici, ebrei i pazienti.

Storie che danno fastidio, nel cortocircuito dell’antisemitismo degli uni (perché questo oggi domina molto mondo omosessuale, quello del pinkwashing) e dell’omofobia degli altri. Ma è storia.

E tante, troppe, dolenti, storie umane.

A onore dell’ebraismo, va detto che, tra i suoi massimi poeti liturgici e mistici, ha conservato l’opera di un certo Rabbì Israel (!), un genio della letteratura, che fu rabbino a Gaza, ove è sepolto, che pare, a detta dei suoi illustrissimi detrattori, organizzasse festini gay.

Al netto dell’amarezza e dell’infamia che questo benedetto uomo dovette subire (e ancora subisce), specie sotto forma di maldicenza, ingigantita o reale che fosse, l’intera querelle è conservata nella storia ebraica – e chissà se le altre due maggioranze religiose l’avrebbero mai fatto! – e, nonostante ciò, i suoi canti, celeberrimi, sono ancora cantati nelle sinagoghe di tutto il mondo.

Andrebbe chiesto a molti omosessuali, al netto per la fascinazione maschia per il presunto “bon sauvage”, il perché dell’antisemitismo attuale.

La risposta è che una comunità vulnerabile e diffamata, inchiodata al presente e drammaticamente scippata della sua storia, cerca, come farebbe chiunque, un accredito morale, che le sinistre hanno offerto nel palestinismo e persino ora nella difesa dell’Iran, un appiglio di moralità da esibire o a cui aggrapparsi.

Peccato che in Iran dopo essere stati abusati si penzola dalle gru, dove perfino la pietà per il corpo umano e ai familiari è negata.

E con Hamas le cose non vanno certo meglio.

Israele fu denunciato alla Corte Internazionale dal Sud Africa, quello stesso Stato che recentissimamente proibì, aumentando il contagio e sentenziando impietosamente a morte ampia parte della sua popolazione, l’uso dei farmaci antiretrovirali ai suoi cittadini sieropositivi o malati di Hiv.

Chissà quali le categorie umane volutamente più colpite: bambini, donne, omosessuali… Fu genocidio? Non vedo sinistri scomporsi.

Torniamo agli armeni, le cui drammatiche vicende sono prolettiche. Certo l’Armenia, con il suo primo ministro è in profondissima crisi interna, forse irrimediabile.

Ma bisogna essere davvero indecenti a puntare il dito contro chi, destabilizzato da ogni dove, da oltre un secolo, è esausto e provato e non contro i suoi aguzzini o i nostri sporchi interessi occidentali.

La vittima non è e non deve essere santa. È vittima, e tanto basta. Ora, l’Azerbaijan a Baku allestisce un’inquietante mostra sulla riconquista dei suoi territori occidentali (leggasi l’Armenia).

Qualche mese fa, il cardinale Gugerotti, presidente del Pontificio Consiglio per le Chiese Orientali, con un passato da armenista insigne, ha fatto ospitare presso la Pontificia Università Gregoriana un convegno sulle antichità azere (albane, dicono loro) nei territori aviti armeni presi dall’Azerbaijan.

Il porporato, e in quale veste, sembrerebbe ignaro della nota strategia culturale genocidaria per cui, se vengono divelte le vestigia storico-religiose di un popolo nei suoi territori, si è legittimati a dire che quel popolo non è mai esistito – o non era lì -, e che dunque le sue pretese sono inique e mendaci, lasciando spazio a qualcun altro e ad altre narrazioni sostitutive.

Il Prefetto non è più persona gradita in Armenia.

L’accaduto è analogo a quanto l’Onu è riuscito a fare circa il Monte del Tempio, negandone il carattere ebraico (e così la storia cristiana) e sancendone il carattere arabo-islamico.

Ovviamente si scomposero solo gli ebrei. Sono strategie che vengono da lontano, in un’infinitaguerra delle parole, per cui, in una delle sue peggiori note antisemite, Immanuel Kant, per intendere gli ebrei, scriveva “dei palestinesi che vivono tra noi”.

E così si arriva sino alla sionista “Brigata Ebraica”, detestata da chi odia la Storia, inclusa quella dei propri liberatori, che all’epoca si chiamava “Brigata Palestinese”.

È una strategia imperniata con quella vigliacca e infida teologia di risulta a cui si abbevera molto cristianesimo che preferisce parlare di Maryàm, in aramaico ma anche in arabo, piuttosto che di Miryàm in ebraico: laddove, se non negabile, l’ebraicità di Maria deve essere ridimensionabile quanto più.

Con buona pace dell’antico e splendido inno Ave Maris Stella, poetica corruzione di Maris Stilla, “goccia del mare”, sull’interpretazione midrashica, ripresa da Girolamo, del nome della sorella di Mosè -Miryàm-, lo stesso di Maria.

La celebre frase di Nietzsche per cui Dio è morto non era udibile all’epoca. Quella che è morta oggi è la nostra democrazia liberale, laddove questo aggettivo è vitale quanto il sostantivo che lo precede.

È un annuncio a cui non crediamo.

È morta la prosperità media che era indispensabile quanto l’acqua da bere, è morto l’ascensore sociale, è morto il libero dibattito delle idee, che la stampa orienta (male) con semplici algoritmi all’uopo.

E sono in crisi, inevitabilmente, le libertà economiche, quelle che permisero, anche se non sufficienti, i diritti individuali, la loro tutela, e l’emancipazione di ebrei, armeni, donne, gay.

Ecco che l’antisemitismo, ossia l’antisionismo, è di nuovo pronto per il suo sporco lavoro. Buon 25 aprile.

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