L’inviato della Nato in Armenia, ‘pronti a promuovere la cooperazione’ (Ansa 22.04.26)

(ANSA) – BRUXELLES, 22 APR – Il 20 e il 21 aprile l’ambasciatore Kevin Hamilton, nuovo rappresentante speciale del Segretario generale della Nato per il Caucaso e l’Asia centrale, ha effettuato la sua prima visita in Armenia. È stato ricevuto dal presidente Vahagn Khachaturyan e ha tenuto incontri con il primo ministro Nikol Pashinyan, il presidente dell’Assemblea nazionale Alen Simonyan, il ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan, il ministro della Difesa Suren Papikyan e il segretario del Consiglio di sicurezza Armen Grigoryan.
Il Rappresentante Speciale ha discusso con i suoi interlocutori una serie di argomenti, quali il continuo sviluppo del partenariato della Nato con l’Armenia, la sicurezza regionale, comprese le minacce ibride, la connettività e il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian.L’Ambasciatore Hamilton ha elogiato il costante contributo dell’Armenia alla missione di mantenimento della pace guidata dalla NATO in Kosovo (Kfor) e il lavoro in corso per modernizzare le forze armate armene e rafforzarne il livello di interoperabilità con le forze della Nato.
La Nato è pronta a promuovere il dialogo politico e la cooperazione in materia di sicurezza e difesa con l’Armenia.
Durante la sua visita, l’ambasciatore Hamilton ha incontrato anche rappresentanti della società civile armena e delle ambasciate alleate a Yerevan. (ANSA).

La vita di una lady armena dalla Turchia a Padova: il nuovo romanzo di Antonia Arslan (Corriere del veneto 21.04.26)

I fasti di Costantinopoli alla fine dell’Ottocento, il lussuoso «ialy» sul Bosforo, la tenuta di Galata, la proprietà di Ciamlegia, i palazzi in Grecia, Parigi, Londra, Roma e Padova. Ma anche due guerre mondiali, il genocidio del popolo armeno, i massacri in Asia Minore, un secolo di eventi nella straordinaria vita della contessa armena Maria Nazle Keutchè-Oglou Corinaldi, raccontata nel libro curato dalla scrittrice Antonia Arslan, Memorie di una Lady armena (Guerini, 198 pagine, 19 euro), con Benedetta de Mari.

Il romanzo tratto dai diari della contessa Corinaldi

Un romanzo che è vita vera, tratto dai diari della contessa Nazle Corinaldi lasciati alla sua morte a Antonia ArslanTra l’impero Ottomano e l’Italia, tra aristocrazia europea, principi, re, sfarzosi balli, abiti ricamati, gioielli preziosi, tavole imbandite, feste sullo yacht a Capri, l’amicizia con il sultano turco Abdul Aziz, la storia di Maria Nazle Corinaldi è stata «un lungo, coraggioso, spericolato galoppo in sella al più bizzarro e focoso dei cavalli arabi – scrive Benedetta de Mari – , come quello che montava il marito Leopoldo Corinaldi quando si conobbero».

La vicenda

Un lavoro attento e complesso ha permesso di ricostruire la vita della contessa armena, grazie anche all’impegno di un giovane parente, Orlando Piero Cravotto (Maria Nazlè era la nonna di suo nonno Giovanni), che non ha voluto andasse perduta una testimonianza così intensa. Dopo il primo matrimonio con il conte Leopoldo Corinaldi, ambasciatore, con cui ha avuto tre figli, la contessa sposò in seconde nozze Angelo Emo Capodilista. L’ultima parte della sua vita l’ha trascorsa prima a Monselice al castello di Lispida, fino alla vendita nel 1928 agli Sgaravatti. E poi in una villetta liberty vicino a Prato della Valle a Padova, dove è morta a 91 anni, il 27 marzo 1976.

Le presentazioni

Antonia Arslan presenta in dialogo con Cristiano Bendin il libro Memorie di una lady armena mercoledì 29 aprile a Palazzo Moroni a Padova (sala Anziani ore 17.30) con Benedetta de Mari e Orlando Piero Cravotto. La scrittrice Antonia Arslan ha incontrato Maria Nazle Corinaldi (che era amica dei suoi genitori) quarant’anni fa a Padova, quando la contessa armena era già novantenne: immediata tra loro l’empatia. «Cominciammo a chiacchierare con disinvoltura davanti a tè e biscottini – racconta Arslan – in un’ora diventammo stranamente “sorelle d’anima” parlando di tutto e gustando della compagnia reciproca come se ci conoscessimo da sempre…».
descrive quell’incontro: «Una specie di caleidoscopio di immagini dell’antica vita degli armeni nella Costantinopoli della sua infanzia e giovinezza, che si mescolavano nella mia mente con i ricordi dei parenti di Siria e del mio viaggio in Medio Oriente di qualche anno prima. E anche con una sensazione fortissima di calore condiviso e di un famigliare profumo di vaniglia e di spezie». Qualche mese dopo, Maria Nazle morì, lasciando la scrittrice Antonia Arslan erede dei suoi quaderni di memorie. Leggendoli, Arslan ha scoperto la ricostruzione di un incredibile vicenda umana e sociale, quasi un secolo della storia di una donna nella Bella Èpoque. «È stata testimone di quel mondo pochissimo conosciuto degli amirà, la comunità degli armeni di altissimo livello sociale che vivevano a Costantinopoli – fa notare Antonia Arslan -. Un mondo di cui avevo solo sentito parlare. Alcuni di loro, come la famiglia Nazle, erano perfino in stretto e cordiale rapporto di amicizia con il sultano e i suoi figli…».

I dettagli della vita della contessa

Tra i tanti dettagli sfarzosi di quella vita, lo «ialy» dell’infanzia della contessa armena, sontuoso palazzo sul Bosforo a Costantinopoli, era stato realizzato da costruttori e operai per la maggior parte veneti in stile neo-bizantino e veneziano, considerato a Costantinopoli «monumento nazionale» e visitato dai turisti. Il soffitto laccato e fiorito di affreschi, ricordava il Palazzo dei Dogi a Venezia.Ma nella storia di Maria Nazle dimore lussuose, palazzi e castelli si sono susseguiti, tra Turchia, Grecia, Francia, Italia, Londra, Atene, luoghi in cui ha vissuto al seguito del marito ambasciatore. Nella Prima Guerra Mondiale, dopo la rotta di Caporetto, la contessa armena racconta nelle sue memorie che «il re Vittorio Emanuele aveva occupato la villa di famiglia a Lispida, protetta dai bombardamenti, trovandosi nascosta sotto la collina e circondata dai Colli Euganei. Il re, la regina e il principe Umberto vi abitarono per tutto il periodo della guerra. Nell’agosto del 1919 l’aiutante di campo ci fece sapere che il re aveva lasciato Lispida e che potevamo riprenderne possesso. Ci lasciava, in ricordo, come ringraziamento, il suo grande rtratto a olio, riccamente incorniciato, in uniforme da guerra sullo sfondo rosso di un cielo infuocato». Agi e privilegi, ma anche sofferenza, come il grande dolore che la segnò per tutta la vita, la morte del figlio Livio, ufficiale nel Savoia Cavalleria, scomparso durante la campagna di Russia, nella battaglia di Isbuscenskij. Maria Nazle non accettò la morte di Livio e non smise mai di cercarlo, fino all’ultimo giorno di vita. Scontando il senso di colpa per avere implorato Mussolini di riprenderlo nell’esercito, dopo che era stato allontanato, sentendosi quindi responsabile della sua morte. Nella vita della contessa armena irruppe anche il massacro di Costantinopoli del 1895, precursore del successivo genocidio armeno, dal 1915, Metz Yeghern, «il Grande Male».

Armenia: una civiltà invincibile (Assadakah 21.04.26)

Wael Almawla (Assadakah News) – La forza dei popoli non si misura dagli eserciti che possiedono né dai confini che tracciano, ma dalla memoria e dalla capacità di sopravvivere che custodiscono dentro di sé. In questo senso, l’Armenia rappresenta un caso eccezionale nella storia: una nazione geograficamente piccola, ma civilmente indomabile.

A partire dal IX secolo a.C., con il regno di Urartu, questa terra si è formata come un centro di civiltà avanzata in una regione turbolenta. Non era semplicemente un corridoio attraversato dagli imperi, ma una forza culturale attiva che ha creato forme architettoniche e intellettuali, influenzando sia l’Oriente che l’Occidente. Persino la sua capitale, Yerevan, le cui radici risalgono alla fortezza di Erebuni, testimonia una rara continuità temporale nella storia delle città.

Ciò che conferisce all’Armenia la sua vera unicità, tuttavia, non è soltanto la profondità storica, ma la capacità di trasformare la propria identità in uno strumento di sopravvivenza. Quando, nel V secolo, Mesrop Mashtots creò l’alfabeto armeno, non si trattò solo di un risultato linguistico, ma di una dichiarazione di civiltà: questo popolo non si dissolverà. La lingua non era soltanto un mezzo di comunicazione, ma una barriera culturale contro l’estinzione.

Poi arrivò la svolta più significativa, quando l’Armenia divenne il primo Stato ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale nel 301. Questa decisione non fu solo religiosa, ma anche politica e culturale, collocandola in una posizione unica tra imperi rivali e rafforzando la sua identità in un contesto in continuo mutamento.

Tuttavia, all’Armenia non è stato concesso il lusso della stabilità. Grandi potenze si sono succedute sul suo territorio: dai Persiani ai Romani, dagli Ottomani ai Sovietici. Ogni volta si è trovata di fronte al rischio dell’annientamento, e il momento più tragico fu il genocidio armeno del 1915, che prese di mira non solo le persone, ma anche la memoria e l’identità.

Eppure, la storia non è finita lì.

Accadde piuttosto il contrario: la tragedia si trasformò in un fattore di coesione e la diaspora divenne una continuazione globale dell’identità armena. A Parigi, Mosca, Beirut e Los Angeles, gli armeni non si dissolsero nelle nuove società, ma riaffermarono, attraverso la riproduzione culturale, che una civiltà si misura non dal territorio, ma dalla sua capacità di perdurare.

Oggi, mentre l’Armenia continua ad affrontare complesse sfide geopolitiche, soprattutto nella regione del Caucaso, la sua vera forza non risiede nell’equilibrio delle potenze, ma nella coesione interna e nel patrimonio culturale. È uno Stato che può essere accerchiato politicamente, ma non sconfitto civilmente.

La lezione armena è chiara, forse anche dura: la storia può distruggere gli Stati, ma non può cancellare le civiltà che sanno difendersi. E l’Armenia, semplicemente, lo ha fatto… contro tutto.

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Note di memoria e speranza, in ricordo del genocidio armeno (La Difesa 21.04.26)

In ricordo del genocidio armeno (24 aprile 1915), Padova Urbs Organi e l’associazione ItaliArmenia propongono domenica 26 un concerto di organo e duduk

Èdedicato alla commemorazione del genocidio armeno il concerto che apre la rassegna primaverile di Padova Urbs Organi. Quello di domenica 26 alle 17 nella chiesa di Sant’Antonio Abate, in via Savonarola 176 a Padova, sarà un concerto che porterà il pubblico a riflettere e a immergersi nella storia grazie allo straordinario impatto evocativo della musica armena, con brani di grande forza spirituale che vanno dall’11° secolo fino ai nostri giorni, accompagnati da alcune letture esplicative a cura dell’associazione ItaliArmenia. A eseguire i brani Giuseppe Dal Bianco, polistrumentista studioso di musica armena, che suonerà il duduk, il flauto traverso e il tin whistle, un particolare flauto piccolo e Viviana Romoli, organista, che accompagnerà le intense melodie del duduk, oltre a eseguire alcuni brani per organo solo, scritti da compositori armeni.
«Da qualche anno ormai collaboriamo con l’associazione ItaliArmenia – spiega Viviana Romoli che è anche direttrice artistica della rassegna Padova Urbs Organi – e proponiamo un evento che ricordi il genocidio. La musica proposta è molto evocativa e ha radici antichissime. Molte melodie risalgono addirittura all’8°-9° secolo e poi intorno all’Ottocento sono state elaborate e armonizzate da padre Komitas Vardapet, una figura importantissima per gli armeni. Sono melodie che potremmo definire identitarie per il popolo armeno, per la loro cultura». «Padre Komiytas – aggiunge Fabio Scarso, vicepresidente dell’associazione ItaliArmenia – fu un grandissimo musicologo armeno, riconosciuto come il padre della musica armena. Era un monaco, raccolse moltissimi brani popolari in giro per le campagne dell’impero ottomano e sopravvisse più o meno fortunosamente al genocidio perché era maestro di musica di una delle figlie del sultano che lo tenne sotto la sua protezione. Questo lo salvò fisicamente, ma non moralmente: morì infatti nel 1935 in un ospedale psichiatrico a Parigi. Dopo il genocidio abbandonò completamente la musica, non volle più toccare nessuno strumento musicale, si chiuse in uno stato depressivo senza più comunicare con nessuno. Eseguire i suoi brani significa non solo tenere viva la cultura armena, ma anche tenere vivo il ricordo di questa figura così importante. Lo strumento utilizzato da Dal bianco, il duduk, è tipico armeno, costruito in legno di albicocco, con una particolare imboccatura che lo rende molto duttile ma anche molto delicato da suonare, emette un suono coinvolgente, chi lo sente ne resta affascinato».
I brani scelti hanno una forte componente liturgica e spirituale, alcuni sono più “popolari”, come la ninna nanna che cantavano le deportate, l’inno armeno o un canto di lutto. «Sarà un concerto meditativo – spiega Viviana Romoli – con un aspetto spirituale molto forte, immersivo nella cultura armena. Il suono del duduk è molto particolare: è quasi ipnotico e si integra bene con l’organo che fa parte della cultura dal punto di vista religioso».
Un concerto dunque che assume più significati: non è solo infatti il ricordo e la commemorazione di un genocidio a lungo dimenticato, ma diventa voce di speranza: «L’intento – afferma l’organista – è di concludere il pomeriggio con qualcosa di gioioso, con un respiro di speranza per lasciare un messaggio al pubblico: la musica riesce in qualche modo a risvegliare e attivare dei canali inaspettati. È davvero voce di speranza».
«Attraverso la musica – aggiunge Fabio Scarso – si può e si deve cercare di raggiungere una comunicazione spirituale fra persone di provenienza diversa. Il messaggio trasmesso non è mai esplicito, ma la cultura, la musica che passa attraverso le note fa capire a chi è in ascolto quale bene prezioso può nascere in un ambiente e in un tempo completamente diverso dal nostro. Questo forse può dare un po’ di speranza e serenità, può essere una scintilla di luce che riesce poi a diffondersi».

111° anniversario del genocidio: la commemorazione

Il concerto del 26 (a ingresso libero) si inserisce nella più ampia programmazione del Comune di Padova. La cerimonia ufficiale è il 24 alle 10 a palazzo Moroni presso il bassorilievo in bronzo a ricordo del genocidio. Alle 11 liturgia in rito armeno nella chiesa di Sant’Andrea. Il 29 alle ore 17.30, Memorie di una lady armena di Maria Nazle Corinaldi, presentazione del libro con Antonia Arslan e Cristiano Bendin.

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Jerevan: l’Ambasciatore Ferranti inaugura la “Italian Business School” all’Università Europea d’Armenia (Aise 21.04.26)

JEREVAN\ aise\ – È stata inaugurata la scorsa settimana all’Università Europea d’Armenia, a Jerevan, la Italian Business School, una nuova iniziativa accademica volta a rafforzare e ampliare le relazioni universitarie e i percorsi imprenditoriali tra Italia e Armenia, con particolare attenzione allo sviluppo dei percorsi economico-manageriali e all’internazionalizzazione dell’offerta formativa.
Al taglio del nastro hanno preso parte il Presidente dell’Ateneo, Arthur Baghdasaryan, la Rettrice Heghine Bisharyan, e l’Ambasciatore Alessandro Ferranti, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, insieme ai rappresentanti della comunità accademica e del corpo docente.
Da questa iniziativa, sottolinea l’Ambasciata, potranno scaturire nuove significative sinergie, come quella rappresentata dal partenariato già consolidato con l’Istituto “Eurac Research” di Bolzano.
L’inaugurazione si è svolta in coincidenza con la Giornata del Made in Italy a sottolineare il valore paradigmatico della promozione del modello italiano non solo in ambito economico e produttivo, ma anche nel settore della formazione e della diffusione della lingua e della cultura italiana.
Il tradizionale taglio del nastro ha sancito l’avvio delle attività della scuola, concepita come una piattaforma di collaborazione internazionale ispirata al modello educativo italiano e agli standard europei. Gli ospiti hanno potuto visionare i nuovi spazi didattici e le strutture dedicate, oltre ai programmi formativi focalizzati su business, leadership e innovazione.
Particolare rilievo – riporta l’Ambasciata – è stato attribuito al tema dell’insegnamento della lingua italiana, considerato una priorità strategica nel rafforzamento delle relazioni culturali e accademiche tra i due Paesi. Sempre più studenti armeni individuano infatti nell’Italia concrete opportunità di crescita professionale e scelgono di investire nell’apprendimento dell’italiano come strumento utile anche per accedere al mercato del lavoro e a percorsi di alta formazione.
A margine della cerimonia ufficiale, si è inoltre discusso di nuove prospettive di collaborazione, con l’obiettivo di ampliare la rete di accordi con Università italiane, in particolare nel settore economico e commerciale, di promuovere l’introduzione dell’italiano come lingua curriculare e di valorizzare il ruolo dell’Armenia come hub attrattivo per le imprese italiane. (aise) 

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La Chiesa non può essere uno Stato nello Stato: questione inclusa nel programma del partito di governo armeno (NotiziedaEst 21.04.26)

Per il secondo giorno di fila, il primo ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan sta leggendo ad alta voce e commentando singoli punti del programma elettorale del suo partito in una trasmissione in diretta. Fra gli altri temi, il programma del partito Civil Contract affronta la riforma della Chiesa.

Secondo i piani del partito al governo, la “testa de facto della Chiesa”, come lo definisce lo staff di Pashinyan, dovrebbe dimettersi.

«Chiediamo al popolo, perché, sì, la Chiesa è innanzitutto il popolo, e le elezioni sono, in sostanza, una forma di processo giudiziario. Il popolo, come fonte principale di legittimità e dello Stato di diritto, agisce da giudice. Il popolo deve offrire un verdetto giusto nelle prossime elezioni», ha detto Pashinyan, spiegando perché la questione della rimozione di Garegin II sia stata inclusa nel programma.

Ha sottolineato che la Chiesa in Armenia è separata dallo Stato, ma non può operare al di fuori di esso.

«Inoltre, la Chiesa non può essere uno stato all’interno di uno stato. Ciò è assolutamente inaccettabile», ha detto il primo ministro.

La Santa Sede ha già condannato il programma elettorale del partito. Ha affermato che la forza politica al governo sta facendo promesse elettorali illegali per proseguire le proprie azioni contro la Chiesa.

Ulteriori dettagli includono quali altre disposizioni relative alla Chiesa appaiono nel programma, come Nikol Pashinyan ne commenta e come risponde la Chiesa.

  • Giovane che aveva tentato di colpire Pashinyan in una chiesa è stato rilasciato
  • «La Chiesa Apostolica Armena non serve potenze straniere»: i vescovi si incontrano in Austria
  • Pashinyan assente dalla protesta di Etchmiadzin che chiede la rimozione del Catholicos Karekin II

«La Chiesa deve essere rimossa dalla politica»

Il programma elettorale del partito Civil Contract espone le principali priorità per il periodo 2026–2031. Esso afferma che «rinnovare la Chiesa Apostolica Armena è una necessità vitale».

Il partito sostiene che le azioni della “leadership de facto della Chiesa” negli ultimi anni hanno allontanato i fedeli dalla Chiesa, e continuano a farlo. Lo descrive come «una questione di sicurezza spirituale»:

«Questo ha permesso a forze esterne di cercare di trasformare la Chiesa Apostolica Armena in un baluardo della guerra ibrida contro l’indipendenza e la sovranità dell’Armenia».

Il programma delinea il seguente piano:

  • rimozione del capo de facto della Chiesa;
  • nomina di un locum tenens;
  • adozione di uno statuto della Chiesa che preservi tradizioni secolari, garantendo al contempo trasparenza finanziaria e comportamento adeguato del clero;
  • elezione di un nuovo Catholicos.

Il documento afferma che l’Armenia è uno Stato laico e che le organizzazioni religiose sono separate da esso. I rappresentanti del partito dicono di rispettare la libertà di religione e di credo per tutti i cittadini. Sostengono che le riforme proposte «servono al pieno ripristino dell’ordine costituzionale in Armenia». Secondo il partito al governo, questo richiede la rimozione della Chiesa dalla politica.

Pashinyan sul Catholicos: «L’ex presidente Serzh Sargsyan non voleva dimettersi, ma fu costretto a farlo»

Secondo il primo ministro armeno, lui e i 10 vescovi del Consiglio di riforma della Chiesa faranno tutto il possibile affinché il Patriarca decida di dimettersi.

Pashinyan: «L’agenda di riforma non è contro la Chiesa»

Il premier afferma che il processo in corso non prende di mira la Chiesa, ma ha l’obiettivo di sostenerla.

«La Chiesa è, prima di tutto, la comunità di credenti — il popolo, la congregazione. Sì, il clero fa parte della Chiesa, ma il clero non è la Chiesa; la Chiesa è il popolo», ha detto.

Pashinyan ha anche detto che le elezioni parlamentari previste per giugno serviranno come una «procedura giudiziaria» per valutare l’operato della maggioranza al governo e delle altre forze politiche.

«I cittadini devono rispondere alla domanda: in che misura è accettabile, a loro avviso, che Ktrich Nersisyan [il nome laico del Catholicos] abbia per lungo tempo trasformato la Chiesa in un partito politico?»

Il primo ministro ha detto che la Chiesa ora partecipa formalmente all’attività politica. Ha detto che propone messaggi politici invece di sermoni spirituali. Ha anche sostenuto che il clero ha ripetutamente oltrepassato i limiti legali, e continua a farlo, «con tutte le conseguenze che ne derivano».

Confronto tra governo e chiesa continua in Armenia: Pashinyan sui passi per rimuovere il Catholicos

Il Primo Ministro e 10 vescovi hanno emesso una dichiarazione presentando una “roadmap” per la riforma della chiesa, con l’obiettivo finale di rimuovere Garegin II dal trono ed eleggere un nuovo Patriarca.

 

Pashinyan on the “roadmap” for church reform

 

Risposta dalla Sede Madre di Etchmiadzin: «Questo viola il diritto dell Chiesa all’autogoverno»Dopo che il partito al governo aveva pubblicato il suo programma elettorale, la Sede Madre ha emesso una dichiarazione condannando quelle che ha descritto come “disposizioni inaccettabili” riguardo alla Chiesa.

Ha descritto l’agenda della riforma, la revisione dello statuto della Chiesa, la rimozione del Catholicos di Tutti gli Armeni e i piani per nuove elezioni come “coercizione”. Il clero ha detto che le riforme proposte violano l’ordine costituzionale, il diritto della Chiesa all’autogoverno e i principi internazionali fondamentali di libertà di coscienza e di religione.

Rappresentanti della Chiesa hanno anche detto che «la missione della Chiesa, le sue sacre tradizioni e la vita spirituale» non devono diventare oggetto di speculate politiche:

«La elezione del Catholicos e qualsiasi riforma all’interno della gerarchia della Chiesa rientrano esclusivamente nella sfera spirituale e canonica e sono quindi al di fuori della giurisdizione di partiti politici e organi statali.»

Il ministro della giustizia armeno afferma che i “fatti” sul Catholicos potrebbero essere declassificati

In precedenza, il primo ministro Nikol Pashinyan aveva dichiarato che «non ha bisogno di un catholicos che gli risponda, ma di uno che rifiuti di rispondere a un tenente anziano di un servizio di intelligence straniero.»

 

Facts exist against Garegin II says justice minister

 

ContestoPashinyan ha sollevato ripetutamente l’argomento della rimozione del Catholicos per un periodo prolungato. Inizialmente ha detto che Garegin II non potrebbe guidare la Chiesa poiché avrebbe violato presumibilmente il voto di celibato e avrebbe una figlia. Più tardi ha avanzato un’altra accusa, affermando legami tra il Patriarca e servizi di intelligence stranieri:

«Non ho bisogno di un Catholicos che sia subordinato a me. Ho bisogno di un Catholicos che non sia subordinato a un tenente anziano di un servizio di intelligence straniero e che non riferisca quotidianamente agli ufficiali di un servizio di intelligence straniero.»

Lo stesso tipo di accusa è stato rivolto al fratello di Garegin II. L’arcivescovo Ezras Nersisyan guida il Diocesi di Russia e Nuovo Nakhichevan. A dicembre 2025, il sito pro-governo civic.am ha pubblicato un documento. Si afferma che il documento mostrava come il fratello del Patriarca avesse collaborato con il KGB sovietico. Si dice che avesse usato il nome in codice “Karo”.

Tuttavia, il Servizio di Sicurezza Nazionale dell’Armenia si è rifiutato di fornire ai giornalisti le informazioni. La richiesta riguardava presunti legami tra Garegin II, l’Arcivescovo Ezras e agenzie di intelligence straniere. In risposta, l’ente ha dichiarato che l’informazione è classificata. Ha detto che i dati operativi e di intelligence costituiscono segreto di Stato.

«Il Catholicos di tutti gli Armeni non ha alcuna intenzione di abbandonare» – Capo dell’Ufficio della Santa Sede

La conferenza stampa dell’arcivescovo Arshak Khachatryan è stata organizzata in risposta a una dichiarazione di dieci chierici anziani della Chiesa Apostolica Armena che chiedevano al Catholicos di abdicare.

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Bulgaria: Burgas si candida a porta d’Europa per l’economia armena (Assadakah 21.04.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Dal 16 al 18 aprile il Flora Expo Center di Burgas ha ospitato “EuroBridge 2026”, forum espositivo dedicato ai produttori e agli imprenditori armeni. Un appuntamento che, al di là della vetrina commerciale, ha messo nero su bianco una strategia precisa, quella di trasformare la città bulgara in uno snodo privilegiato tra Armenia e mercato europeo.

L’iniziativa è stata promossa dall’organizzazione Made by Armenians insieme all’Associazione di cooperazione armeno-bulgara e alla società AM-BG IMPEX, con il sostegno istituzionale del Ministero dell’Economia dell’Armenia, dell’Ambasciata Armena a Sofia e della Camera di Commercio armeno-bulgara. A fare gli onori di casa il Comune e la Camera di Commercio e Industria di Burgas.

Ad aprire ufficialmente il forum è stato Edgar Abrahamyan, seguito dagli interventi del sindaco Dimitar Nikolov e dell’ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Bulgaria, Tsovinar Hambardzumyan. Nel suo discorso, Hambardzumyan ha illustrato i principali indicatori economici dell’Armenia e le opportunità di investimento, ribadendo la volontà di rafforzare i legami con i partner europei. Un profilo, quello di S.E. Tsovinar Hambardzumyan, tutt’altro che marginale. Prima dell’incarico in Bulgaria infatti, ha rappresentato egregiamente l’Armenia in Italia e a San Marino, consolidando relazioni diplomatiche di rilievo in un contesto europeo strategico e in un periodo di estrema difficoltà caratterizzato dalla pandemia e dalla terribile guerra nel Nagorno Karabakh.

Il momento più concreto dell’evento e anche più significativo, è arrivato però con l’annuncio dell’avvio dei voli diretti tra Burgas e Yerevan, operati dalla compagnia Electra Airways a partire dal 4 giugno. Un collegamento settimanale che non è solo turismo perché significa accorciare tempi e costi per scambi commerciali, logistica e investimenti. In altre parole, rendere reale quel “ponte” evocato dal nome stesso del forum.

Alla manifestazione hanno preso parte oltre 50 aziende armene, attive in settori che spaziano dall’agroalimentare, con frutta secca, conserve, miele e cioccolato, fino alla gioielleria, ai materiali da costruzione e ai servizi: tecnologia dell’informazione, logistica, edilizia e turismo. Una presenza ampia che riflette la diversificazione crescente dell’economia armena, spesso ancora sottovalutata fuori dai circuiti specialistici.

Non a caso, secondo dati della World Bank e del International Monetary Fund, negli ultimi anni l’Armenia ha registrato tassi di crescita tra i più dinamici nello spazio post-sovietico, sostenuti da esportazioni, tecnologia e servizi. Un contesto che spiega perché Yerevan stia cercando con decisione nuovi corridoi verso l’Unione Europea.

Le giornate del 17 e 18 aprile sono state interamente dedicate agli incontri business-to-business, segno che l’obiettivo non era fare scena ma stringere accordi concreti.

Ed è qui che Burgas entra davvero in gioco: porto sul Mar Nero, infrastrutture logistiche solide e posizione geografica favorevole la rendono una candidata naturale a diventare porta d’ingresso per i prodotti armeni nel mercato europeo.

In sintesi, “EuroBridge 2026” non è stata una semplice fiera. È stata una dichiarazione d’intenti: meno distanza tra Caucaso ed Europa, meno passaggi intermedi e più relazioni dirette. E quando si mettono insieme infrastrutture, diplomazia e imprese, di solito non è un evento isolato ma l’inizio di qualcosa di più strutturato.

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Iran: Porte aperte/Open doors, continuano le pressioni sui cristiani dopo il cessate il fuoco (SIR 21.04.26)

Mentre l’attenzione internazionale resta concentrata sul fragile cessate il fuoco tra Iran, Stati Uniti e Israele, all’interno del Paese la situazione dei diritti umani continua a destare grave preoccupazione. È quanto sostiene l’organizzazione Porte aperte/Open doors, dal 1955 a sostegno dei cristiani perseguitati per la quale “il quadro è aggravato da un dato senza precedenti: l’Iran ha registrato il più alto numero di esecuzioni degli ultimi decenni, con almeno 1.639 persone messe a morte lo scorso anno, il numero più elevato dal 1989. Le organizzazioni Iran Human Rights e Together Against the Death Penalty avvertono che le autorità potrebbero ricorrere alle esecuzioni in modo ancora più esteso nel contesto delle recenti proteste e del conflitto con Stati Uniti e Israele”. In questo scenario, aggiunge l’organizzazione, la temporanea sospensione delle ostilità non ha portato sollievo per molti credenti. I cristiani rimangono sotto forte pressione, consapevoli che momenti di instabilità geopolitica sono spesso seguiti da un’intensificazione della repressione religiosa interna, piuttosto che da un allentamento dei controlli. Porte aperte riferisce la testimonianza di Mona (nome inventato per motivi di sicurezza), una partner locale: “I cristiani iraniani reagiscono al cessate il fuoco con un sollievo cauto e temono un aumento della persecuzione. Pregano affinché l’Iran possa conoscere la verità e che la verità li renda liberi. Preghiamo per la protezione, in particolare dei bambini e degli adulti più vulnerabili, per il coraggio dei nuovi credenti nel far crescere la loro fede nonostante la difficoltà a riunirsi per studiare la Bibbia, e per la saggezza dei genitori nel proteggere i propri figli, psicologicamente e spiritualmente. Preghiamo anche per l’unità dei leader e per una pace duratura per il popolo iraniano, affinché in quella pace possano vedere, sentire e conoscere il nostro Dio”.  A peggiorare le tensioni, secondo un altro partner locale, Moussa (nome inventato per motivi di sicurezza), vi è la decisione di ospitare la cerimonia del 40° anniversario di Khamenei nella Chiesa armena di Sant’Anna (Holy Sarkis) a Teheran. “Questa scelta – spiega – viene percepita da molti cristiani come un tentativo del regime, da un lato, di creare divisione tra le comunità cristiane e, dall’altro, di proiettare all’esterno l’immagine di un rapporto positivo tra lo Stato e i cristiani. Da qui l’appello a pregare affinché “la realtà della persecuzione e dell’oppressione in corso venga chiaramente rivelata al mondo”. Secondo quanto riportato, le autorità iraniane hanno intensificato arresti e condanne severe, inclusa la pena di morte. I cristiani, in particolare i convertiti, sono già stati accusati in passato di essere legati al sionismo o a Israele e, con il conflitto in corso, il rischio di arresti e persecuzioni mirate per i credenti risulta ulteriormente accresciuto. I cristiani ex-musulmani restano quindi particolarmente esposti. Il governo ha più volte descritto queste comunità come una minaccia e le ha accusate di essere “nemiche della nazione”. A complicare ulteriormente il quadro vi è il prolungato blackout di internet, che rende difficile verificare la portata reale delle misure repressive più recenti. Porte aperte Italia celebrerà il suo convegno nazionale dal 15 al 17 maggio al palacongressi di Bellaria-Igea Marina (Rn).

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Armenia: l’Italia incontra i giovani talenti di Artashat (Assadakah 21.04.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel cuore dell’Armenia, ad Artashat, la celebrazione congiunta della Giornata Nazionale del Made in Italy e della Giornata Internazionale dell’Arte si è trasformata in qualcosa di più di una semplice ricorrenza istituzionale: un momento concreto di incontro tra culture, visioni e tradizioni. Protagonista dell’evento, il 15 aprile scorso, è stato l’Ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, accolto presso il Centro Estetico cittadino da studenti, famiglie e docenti guidati dalla direttrice Melania Sargsyan.

Al centro della giornata, una figura che continua a fare da ponte tra epoche e civiltà: Leonardo da Vinci. Non una scelta casuale. Il genio rinascimentale rappresenta infatti uno dei pilastri del cosiddetto “saper fare” italiano, quell’intreccio tra arte, tecnica e pensiero che ancora oggi costituisce la base del successo internazionale del Made in Italy. Secondo il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, proprio la promozione integrata di cultura e formazione è uno degli strumenti principali della diplomazia culturale italiana nel mondo.

Il Centro Estetico di Artashat, attivo da oltre dieci anni, incarna perfettamente questa visione. Si tratta di una realtà senza scopo di lucro che lavora sul territorio per offrire ai giovani un’educazione artistica solida, radicata tanto nella tradizione armena quanto nell’ispirazione ai grandi maestri italiani. Un approccio che richiama da vicino quello delle antiche botteghe rinascimentali, dove si imparava osservando, sperimentando e tramandando saperi concreti.

Durante la visita, la delegazione italiana ha assistito a spettacoli di canti e danze tradizionali, ma soprattutto ha potuto osservare da vicino i lavori degli studenti: pitture, manufatti in terracotta, intrecci tessili. Opere che raccontano, senza retorica, un dialogo autentico tra due identità culturali. Da una parte la millenaria tradizione armena, dall’altra l’estetica italiana, entrambe unite da un filo comune: la centralità della bellezza come forma di espressione e come valore educativo.

Non si è trattato solo di una celebrazione simbolica. L’incontro ha aperto prospettive concrete, a partire dall’ipotesi di avviare corsi di lingua italiana destinati ai giovani del centro. Un passo tutt’altro che secondario. I dati della Società Dante Alighieri confermano infatti una crescente domanda di italiano all’estero, spesso legata non solo all’interesse culturale ma anche alle opportunità formative e professionali.

Sul tavolo anche possibili scambi accademici e collaborazioni formative con istituzioni italiane, in linea con una strategia più ampia che vede l’Italia investire nella formazione internazionale come leva di influenza culturale. Un modello che affonda le radici nella storia, quando arte e mestiere non erano separati, ma parte di un unico percorso educativo.

E forse è proprio questo il punto più interessante emerso ad Artashat: mentre il mondo corre verso una standardizzazione globale, qui si riscopre il valore delle identità, del lavoro manuale, della trasmissione diretta del sapere. Non nostalgia, ma visione. Perché il futuro, quando è solido, parte sempre da ciò che ha resistito al tempo.

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Ue vara la missione in Armenia contro le interferenze di Mosca (Ansa 21.04.26)

l Consiglio Ue ha istituito oggi la Missione di partenariato dell’Ue in Armenia (EUPM Armenia) nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC), a ulteriore sostegno degli sforzi volti a rafforzare la resilienza democratica dell’Armenia e la sua capacità di gestire le crisi.
La missione fornirà sostegno all’Armenia nell’affrontare minacce su più fronti, quali la manipolazione e l’interferenza delle informazioni da parte di soggetti esteri (FIMI), gli attacchi informatici e i flussi finanziari illeciti.

L’EUPM Armenia fornirà consulenza strategica e rafforzamento delle capacità a vari ministeri e istituzioni nazionali in merito all’elaborazione di politiche volte ad affrontare le minacce cui sono esposti la società e le istituzioni nazionali, e sosterrà lo sviluppo di un approccio orizzontale che coinvolga l’intero governo.

Fornirà inoltre consulenza operativa e disporrà di una cellula di progetto incaricata di individuare e attuare azioni concrete nei settori coperti dal mandato della missione, in stretto coordinamento con partner che condividono gli stessi principi.