(ANSA) – ROMA, 02 MAR – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, ha partecipato all’ apertura ufficiale a Jerevan dell’edizione 2026 del Campionato Europeo di Tiro a 10 metri. La capitale armena accoglie fino al 3 marzo i migliori specialisti europei delle discipline ad aria compressa, impegnati nella conquista dei titoli continentali di pistola e carabina, sia individuali sia a squadre.
Alla cerimonia hanno partecipato anche il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, la Ministra dell’Istruzione, Scienza, Cultura e Sport, Zhanna Andreasyan, il Presidente della International Shooting Sport Federation, Luciano Rossi, e il Presidente della European Shooting Confederation Alexander Ratner.”Ospitare per la prima volta il Campionato Europeo Senior di Tiro è per noi un grande onore e una significativa responsabilità”, ha sottolineato il presidente della Federazione Armena di Tiro, Artur Hovhannisyan, ricordando l’importanza dello sport non solo come disciplina agonistica, ma anche come strumento di dialogo e collaborazione tra i Paesi europei. La Ministra Andreasyan ha aggiunto che eventi di questo livello confermano la capacità dell’Armenia di organizzare manifestazioni internazionali di prestigio, mentre Ratner ha elogiato il lavoro degli organizzatori e la determinazione mostrata nel superare le sfide della preparazione. Il Primo Ministro Pashinyan ha quindi salutato tutte le squadre delle nazioni partecipanti, auspicando che tornino a casa non solo con le medaglie, ma anche con piacevoli ricordi del Paese, e ha commentato con soddisfazione che l’Armenia sta assumendo un ruolo sempre più importante come sede di grandi competizioni internazionali. L’Italia è presente alla competizione con undici atleti, accompagnati da uno staff tecnico e sanitario completo, guidato dal Direttore della Preparazione Olimpica e Paralimpica, Pierluigi Ussorio.
L’ambasciatore Ferranti, insieme al Presidente Rossi, ha incontrato gli atleti azzurri, augurando loro il massimo successo e sottolineando come eventi sportivi di questo livello contribuiscano a rafforzare le relazioni tra i Paesi, promuovendo valori di collaborazione, fair play e scambio culturale. (ANSA).
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BOZZOLO – Un pomeriggio di riflessione, studio e memoria condivisa per tenere viva l’attenzione su una delle pagine più drammatiche del Novecento. Ieri, nella cornice della Pinacoteca di Palazzo dei Principi a Bozzolo, si è svolto l’incontro “Per non dimenticare”, che ha visto protagonista il professor Andrea Fenocchio con la presentazione del suo lavoro “Il genocidio armeno come paradigma dei drammi genocidari del Novecento”. L’iniziativa ha registrato una partecipazione numerosa e attenta. A introdurre l’incontro sono stati il sindaco Giuseppe Torchio e l’assessore alla Cultura Irma Pagliari, che hanno richiamato con forza il valore della memoria come argine contro ogni forma di negazionismo e come fondamento di una coscienza storica condivisa. Fenocchio, presentato dai suoi ex allievi, ha offerto un’analisi storica documentata del genocidio armeno, proponendolo come evento paradigmatico per comprendere le tragedie genocidarie che hanno segnato il secolo scorso. Nel dibattito storiografico contemporaneo, infatti, il genocidio armeno occupa un posto cruciale non soltanto come fatto storico, ma come modello interpretativo della violenza di massa novecentesca.
Secondo indirizzi ormai consolidati, esso viene indicato da molti studiosi come il “primo genocidio della storia”, un precedente decisivo anche per gli studi successivi sull’Olocausto. Non è soltanto la dimensione quantitativa – stimata in circa un milione e mezzo di vittime – a conferire centralità a quell’evento, ma il suo significato politico e culturale: la distruzione sistematica di una minoranza percepita come estranea al progetto nazionale ottomano. Si è approfondito anche al tema delle relazioni tra la Chiesa cattolica romana e il popolo armeno, nelle sue componenti ortodossa e cattolica di rito orientale. Due i grandi spartiacque storici richiamati: il genocidio stesso, che suscitò una vera e propria “crociata di carità” da parte della Chiesa in soccorso degli armeni perseguitati, e il Concilio Ecumenico Vaticano II, che aprì nuovi orizzonti nel dialogo interconfessionale. Un filone di studio che l’autore aveva già approfondito in precedenti pubblicazioni e che ieri ha trovato ulteriore sviluppo.
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Il Comune di Bozzolo e la Biblioteca Comunale organizzano un importante momento di riflessione storica e civile dal titolo “Il genocidio armeno come paradigma dei drammi genocidari del Novecento”.
L’appuntamento è in programma sabato 28 febbraio alle ore 16:30 presso Palazzo dei Principi, in via Arini 2 a Bozzolo. Relatore dell’incontro sarà il prof. Andrea Fenocchio, autore del volume Fratelli d’Oriente. La Chiesa Cattolica e gli Armeni da Pio IX a Leone XIV, pubblicato da Ronca Editore (Cremona, 2025). Attraverso un’analisi storica documentata, l’intervento offrirà una chiave di lettura del genocidioarmeno come evento paradigmatico per comprendere le tragedie genocidarie che hanno segnato il Novecento.
“Per l’occasione – precisa l’assessore alla Cultura Irma Pagliari – Ci si soffermerà, inoltre, sul tema delle relazioni fra la Chiesa Cattolica romana e gli Armeni – sia nella loro componente “ortodossa”, sia in quella cattolica di rito orientale – alla luce di due grandi eventi storici spartiacque: il genocidio, appunto, che determinò una vera e propria “crociata di carità” da parte della Chiesa in soccorso dei fratelli armeni perseguitati, senza distinzioni, e il Concilio Ecumenico Vaticano II che ha aperto uno spazio nuovo per le relazioni interconfessionali.
Il prof. Fenocchio con Antonia Arslan, scrittrice di origini armene autrice del romanzo “La masseria delle allodole”
Nel corso del pomeriggio sarà inoltre presentato il Laboratorio di Cittadinanza attiva della classe 3A dell’IC Diotti di Casalmaggiore, con il progetto “Noi siamo memorie. Ogni nome diventa una storia per oggetti. Ogni storia diventa una voce!”, un percorso educativo dedicato alla memoria, alla responsabilità e alla costruzione di una coscienza civile consapevole.
L’iniziativa si propone di coniugare approfondimentostorico, impegno educativo e partecipazione della comunità, ribadendo il valore della memoria come strumento di comprensione del presente. L’evento è ad ingresso libero e gratuito. Per informazioni è possibile contattare il numero 0376/233124 (anche tramite WhatsApp) o inviare una mail a
biblioteca@comune.bozzolo.mn.it.
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Nella cattedrale di Echmiadzin, sede del Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni della Chiesa Apostolica Armena, sotto la guida di Sua Santità Karekin II, si è svolta ieri una cerimonia commemorativa in memoria delle vittime dei pogrom di Sumgait organizzati dalle autorità azere. Durante la cerimonia si è pregato per l’anima degli Armeni vittime dei massacri.
L’orrore di Sumgait
I massacri di Armeni a Sumgait – una città situata a mezz’ora di auto da Baku, la capitale dell’Azerbajgian, si svolsero in pieno giorno, testimoniati da numerosi attoniti passanti. Il picco delle atrocità commesse da bande di Azeri fu raggiunto il 27-29 febbraio 1988.
Gli eventi furono preceduti da una ondata di dichiarazioni anti-armene e manifestazioni in tutto la Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian nel febbraio del 1988.
Il quotidiano Izvestia del 20 agosto 1988 cita il Vice Procuratore sovietico Katusev, che ha detto che quasi tutta l’area di Sumgait, una città con popolazione di 250.000 abitanti, era diventato un luogo di libero pogrom di massa. Gli autori materiali che fecero irruzione nelle case degli Armeni erano stati aiutati da liste preparate con i nomi dei residenti. Erano armati con sbarre di ferro, pietre, asce, coltelli, bottiglie e taniche di benzina. Secondo testimoni, alcuni appartamenti sono stati perquisiti da gruppi da 50 a 80 persone. Simili folle (fino a 100 persone) hanno preso d’assalto le strade.
Ci furono dozzine di incidenti e 53 assassinati – la maggior parte di quelli bruciati vivi dopo essere stato aggrediti e torturati. Centinaia di persone innocenti furono ferite e rese invalide. Molte donne, tra cui delle ragazze adolescenti, furono violentate. Più di duecento appartamenti furono perquisiti, decine di auto bruciate, numerosi negozi e botteghe saccheggiate. I manifestanti scagliarono mobili, frigoriferi, televisori, letti dai balconi e poi li bruciarono. Il risultato diretto e indiretto di questi orrori furono decine di migliaia di profughi.
Queste furono le perdite umane. Politicamente, è stato più orribile e significativo, che né la polizia né gli addetti alla pubblica emergenza interferirono. Il testimone S. Guliev descrisse gli eventi: “La polizia ha lasciato la città in balia della folla. Non era in nessun posto. Non ho visto alcun poliziotto in giro”.
In Tribunale, il testimone Arsen Arakelian raccontò la malizia dei medici dell’ambulanza che non vennero per aiutare la madre sofferente di una commozione cerebrale, con le ossa rotte, emorragie e bruciature, né lasciarono che venisse portata in ospedale.
L’esercito arrivò a Sumgait il 29 febbraio. Tuttavia, si limitò a fare scudo contro i manifestanti che devastavano e lanciavano pietre contro i soldati e fece poco per proteggere gli Armeni. “Noi non abbiamo istruzioni per andare dentro”, fu la risposta dei soldati alle richieste di aiuto delle vittime, secondo la testimonianza di S. Guliev.
Secondo gli (incompleti) dati dei procuratori sovietici, tra il febbraio 1988 e maggio 1991,388 Armeni sono stati uccisi e 302.000 sono stati deportati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh e dei villaggi azeri confinanti con l’Armenia.
La leadership azera, allora come oggi, non ha mai espresso rimorso per la pulizia etnica ed i massacri degli Armeni in Azerbajgian, o degli Armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh. Secondo Ilias Izmailov, Procuratore Generale dell’Azerbajgian durante i pogrom Sumgait, “gli autori dei pogrom ora hanno ricevuto mandati e siedono in Parlamento” (Zerkalo, 21 febbraio 2003).
Il numero degli Armeni in Azerbajgian prima dei progrom del 1988
Le manipolazioni azere riguardano anche il numero degli Armeni nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian. Quando gli Azeri fanno riferimento al censimento del 1989 per dichiarare che gli Armeni nella RSS dell’Azerbajgian erano “solo 390.000”, è importante porre una semplice domanda: in quale contesto storico è stato condotto questo censimento?
Il 1989 è già dopo gli eventi di Sumgait (1988), dopo un’ondata di violenza e di esodo di massa della popolazione armena dalla RSS dell’Azerbajgian. Le persone non se ne andavano “secondo un piano”, ma per salvare le loro famiglie.
Secondo il censimento del 1979 (l’ultimo prima dei pogrom), nella RSS dell’Azerbajgian vivevano 475.486 Armeni. Secondo il censimento del 1989 c’erano circa 390.000 Armeni. La differenza è di circa 85.000 persone. E questa è solo la statistica ufficiale, senza contare coloro che hanno lasciato la regione prima del censimento del 1989 e non sono stati correttamente registrati.
Da notare che nella Repubblica Socialista Sovietica dell’Armena vivevano circa 84.000 Azeri.
Le continue minacce dell’Azerbajgian all’Armenia
“I rifugiati dell’Azerbajgian occidentale torneranno nelle loro terre storiche, poiché questo è un loro diritto inalienabile”, ha dichiarato ieri Aziz Alekberli, Presidente della “Comunità dell’Azerbaigian Occidentale”.
“Azerbajgian Occidentale” altro non è che il nome inventato dal regime autocratico dell’Azerbajgian per l’Armenia, con l’obiettivo di avanzare pretese territoriali.
Secondo Alekberli, il ritorno dei connazionali nelle loro terre natie è una giustizia storica. Ha sottolineato che gli sfollati forzati, dopo decenni di separazione, stanno già tornando nelle loro case, e ha espresso la fiducia che un processo simile riguarderà anche i rifugiati dell’Azerbaijan Occidentale: “Nell’Azerbajgian Occidentale si trovano le nostre case e le nostre terre, e i rifugiati torneranno anche nelle loro terre ancestrali. Ne siamo sicuri”.
Iniziativa Italiana per il Karabakh ha commentato: “Caro Aziz, ci hai convinto. Ora però facciamo tornare anche gli sfollati dell’Artsakh nelle loro case e i 400.000 Armeni che a fine degli anni Ottanta furono costretti a fuggire dalla Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian per i pogrom nei loro confronti. Che ne dici? Sarebbe contento il tuo dittatore Aliyev di avere mezzo milione di Armeni in casa? Ovviamente no”.
Queste dichiarazioni di questa pseudo Comunità dell’Azerbajgian Occidentale hanno solo due scopi:
continuare a minacciare il nemico facendo pressione su ogni argomento della propaganda nazionalista;
evitare che si parli di un ritorno dei profughi Armeni in Artsakh.
Ruben Vardanyan non fa appello
L’ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno Karabakh, Ruben Vardanyan, non fa appello contro la sua condanna a 20 anni di carcere in Azerbajgian.
In un’intervista a France24, figlio di Ruben Vardanyan, David, ne ha spiegato il motivo: “Dopo aver consultato mio padre al telefono, abbiamo deciso di non presentare appello ai tribunali azeri, considerando la posizione pregiudiziale e unilaterale assunta dal tribunale azero. Purtroppo, è assolutamente evidente – come sottolineato anche da Amnesty International – che il fatto che un civile, che non ha mai ricoperto una posizione militare, sia stato giudicato da un tribunale militare contraddice tutte le norme internazionali.
Considero molto importanti anche le parole del Presidente Trump dell’8 agosto, quando ha dichiarato al Primo Ministro Pashinyan che a Baku erano detenuti 23 ostaggi Armeni Cristiani e che avrebbe contribuito a risolvere la questione. Il Vice Presidente Vance ha confermato, che durante la sua visita sia in Armenia che in Azerbajgian, ha sollevato anche questo argomento negli incontri con i leader di entrambi i Paesi. Pertanto, penso che il Governo Trump comprenda anche che per normalizzare le relazioni è fondamentale la liberazione degli ostaggi.
Spero davvero che l’Armenia e l’Azerbajgian possano raggiungere una pace vera e duratura. Ma un foglio di carta firmato, in assenza di buona volontà tra i Paesi, è solo un foglio di carta. Come sapete, se guardiamo alla storia, la famosa foto di Neville Chamberlain ha anche dimostrato che un documento da solo non significa nulla senza azioni reali e tangibili.
In realtà, mio padre è un cittadino Armeno e tutti gli altri ostaggi Armeni sono anche esclusivamente cittadini Armeni. Hai toccato un punto molto importante: in definitiva, è il governo armeno ad avere la responsabilità e l’obbligo fondamentale di garantire la rapida liberazione di tutti questi prigionieri. Non si tratta solo di mio padre, ma anche degli altri 18 ostaggi Armeni detenuti illegalmente e delle persone scomparse. Spero che tutti le partii importanti della regione aiuteranno a risolvere questa questione, ma alla fine la responsabilità principale per il ritorno dei nostri cittadini a casa in sicurezza spetta al governo armeno.
Nonostante tutte le difficoltà, le prove e le condizioni in cui si trova da oltre 860 giorni, rimane molto fiducioso. Ci dice sempre di non perdere la speranza, di attenerci ai nostri principi – perché è esattamente questo che fa, nonostante tutta la pressione, che ha affrontato e continua ad affrontare, per rifiutare la sua fede nel fatto che l’Armenia e l’Azerbajgian debbano coesistere in una pace veramente solida, basata sul rispetto reciproco. Rimane fedele ai suoi principi e ci esorta a non cedere alla paura, a difendere la giustizia, nonostante tutto, per quanto difficile possa essere. Mantiene la speranza, non nutre rancore nei confronti di nessuno e spera sinceramente che l’Armenia e l’Azerbajgian trovino un modo per coesistere come vicini”.
Il tentativo di far dimenticare l’Artsakh
Secondo quanto riferiscono alcuni media armeni, il Ministero dell’Istruzione dell’Armenia avrebbe inviato una lettera alle scuole chiedendo di rimuovere gli “angoli della gloria” dedicati ai caduti nelle guerre dell’Artsakh e di sostituirli con lo stemma e la bandiera dell’Armenia con la scritta “Studiate bene, per vivere bene”.
Informazioni simili erano emerse due anni fa, ma allora il processo era stato interrotto a seguito di proteste pubbliche. Ora, le autorità starebbero nuovamente cercando di promuovere l’iniziativa. La responsabilità della sua attuazione sarebbe stata affidata ai governatori delle regioni, poiché alcuni direttori delle scuole si sarebbero rifiutati di eseguire l’ordine volontariamente.
Dare un nome è uno strumento di potere e di conoscenza
Non Agri, ma Ararat.
Non Istanbul, ma Costantinopoli.
Non Javakheti, ma Javakhk.
Non Nakhchivan, ma Nakhijevan.
Non Karabakh, ma Artsakh.
Non Shusha, ma Shushi.
Non Ganja, ma Gandzak.
Non Lachin, ma Berdzor.
Non Erzurum, ma Karin.
Non Kelbajar, ma Karvachar.
Non Khankendi, ma Stepanakert.
Non Khojaly, ma Ivanyan.
Non Hodjavend, ma Martuni.
Non Aghdere, ma Martakert.
Non Aghdam, ma Akna.
Non Jebrail, ma Jrakan.
Non Fizuli, ma Varanda.
Non Gubadly, ma Sanasar.
Non Zangilan, ma Kovsakan.
Dare un nome è un atto che fonda l’esistenza. Nominare significa riconoscere, distinguere, mettere in relazione. Un nome non è soltanto una parola: è un significato, un legame, una memoria che si trasmette. È il primo gesto con cui si sottrae qualcosa al nulla e lo si consegna alla storia.
Il nome va “abitato” con cura, perché crea relazione. È il punto in cui identità e racconto si incontrano. Le storie che un popolo racconta a sé stesso – e con cui si identifica – sono la sua più grande tecnica di sopravvivenza. E ogni storia comincia da un nome.
Come scrive Pavel Florenskij ne Il valore magico della parola, “ogni nome ha involontariamente un effetto, non può cioè restare senza effetto su colui [o la cosa] che lo porta”. Il nome è una presenza che distingue e separa dal nulla. È un’affermazione ontologica: “Tu esisti”.
Gli antichi Latini sintetizzavano questa consapevolezza con l’espressione “nomen est omen”: nel nome è inscritto un destino. Il nome non descrive soltanto, orienta. Non indica soltanto, imprime. In esso si intrecciano passato, presente e futuro di una persona, di un luogo, di una comunità.
Anche la psicologia contemporanea riconosce il valore simbolico e identitario del nome. Nella psicogenealogia e negli studi transgenerazionali, il nome è considerato un’impronta: conserva memorie familiari, culturali, religiose. Può custodire desideri inespressi, fedeltà invisibili, eredità affettive. È uno dei primi suoni che impariamo a riconoscere e a cui reagiamo. Non è neutro: è carico di significati, emozioni, appartenenze.
Nella vita quotidiana, nominare significa comprendere. La denominazione è lo strumento attraverso cui classifichiamo il mondo, lo rendiamo intelligibile, lo ordiniamo. Conoscere e nominare sono atti inseparabili: ciò che ha un nome entra nel nostro orizzonte di senso. E ciò che entra nel nostro orizzonte può essere custodito – o dominato.
Non è un caso che nella Bibbia (Genesi 2,18-20) sia Adamo a dare un nome agli esseri viventi: è un gesto che simboleggia responsabilità e dominio sul creato. Nominare è assumere una posizione nel mondo, esercitare una forma di potere.
La letteratura ha saputo raccontare con forza questa verità. In Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, la ripetizione dei nomi nella famiglia Buendía diventa filo conduttore della memoria e dell’identità attraverso le generazioni. Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, l’Innominato incarna l’angoscia dell’assenza di identità: ciò che non ha nome sfugge, inquieta, destabilizza. Nella saga di Harry Potter di J. K. Rowling, il rifiuto di pronunciare il nome di Voldemort è un atto di paura; chiamarlo per nome diventa invece il primo passo per affrontarlo.
Il semplice atto di nominare trasforma l’ignoto in qualcosa di concreto. Attraverso il linguaggio, ciò che è indistinto prende forma, ciò che è informe diventa riconoscibile. La denominazione ha dunque una dimensione ontologica: fa esistere ciò che nomina e ne rende possibile la conoscenza.
Per questo la sostituzione sistematica dei nomi non è mai un fatto neutro. Cambiare un nome significa intervenire sulla memoria, sulla percezione, sull’identità. Significa tentare di riscrivere la storia attraverso le parole. Quando nomi ancestrali vengono cancellati e rimpiazzati, non si compie soltanto un’operazione linguistica: si agisce su un patrimonio simbolico, su un’eredità culturale, su una geografia della memoria.
Un nome è uno strumento di potere e di conoscenza. Attribuisce identità, crea legami emotivi e cognitivi, stabilisce relazioni. Nominare significa comprendere; comprendere significa poter influenzare. E in questo spazio sottile tra linguaggio e realtà si gioca una parte decisiva della storia dei popoli.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:32:402026-03-01 15:33:48Ricordando i massacri di Armeni a Sumgait in Azerbajgian, 27-29 febbraio 1988. Dare un nome è potere e conoscenza (Korazym 28.02.26)
Il 28 febbraio 2026, in occasione dell’anniversario dei pogrom di Sumgait e della Giornata della Memoria per le vittime dei massacri organizzati dall’Azerbajgian, le fazioni rappresentate nell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh hanno rilasciato una dichiarazione congiunta, riaffermando la necessità di verità, giustizia e tutela dei diritti della popolazione armena sfollata con la forza dall’Artsakh nel 2023.
Il ricordo di Sumgait: l’inizio di una politica sistematica
La dichiarazione richiama gli eventi del 27–29 febbraio 1988, quando nella città di Sumgait, allora parte della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian, furono organizzati e perpetrati pogrom di massa contro la popolazione armena. Uccisioni, torture, violenze e sfollamenti forzati colpirono cittadini armeni sulla base della loro identità nazionale.
Secondo le fazioni parlamentari, i crimini di Sumgait ebbero carattere organizzato e deliberato e segnarono l’avvio di una politica sistematica contro il popolo armeno. Un modello di violenza che, negli anni successivi, si sarebbe ripetuto in altre città dell’Azerbajgian.
Da Kirovabad a Baku e Maragha: una scia di violenze
Il testo ricorda che episodi analoghi si verificarono a Kirovabad nel 1989 e a Baku nel 1990, nonché in altri insediamenti abitati da Armeni. Tra questi viene citato il massacro di civili a Maragha nel 1992, insieme al completo sfollamento della popolazione armena dall’Azerbajgian.
Le fazioni sottolineano come la mancata valutazione giuridica adeguata e l’assenza di un chiaro accertamento delle responsabilità per i crimini di Sumgait abbiano alimentato un clima di impunità. Tale impunità, si legge nella dichiarazione, avrebbe favorito il ripetersi di aggressioni e violenze negli anni successivi.
Impunità e nuove aggressioni contro l’Artsakh
Nel documento si afferma che la stessa logica si è manifestata nelle ripetute operazioni militari contro la Repubblica di Artsakh, accompagnate – sottolinea la dichiarazione – da presunti crimini di guerra, violenze contro civili, un blocco totale e, infine, dal completo sfollamento forzato della popolazione armena dell’Artsakh nel 2023.
Le fazioni ribadiscono che l’impunità genera nuovi crimini e mina la sicurezza e la stabilità dell’intera regione del Caucaso meridionale.
Condanna della violenza e appello alla comunità internazionale
Nel testo congiunto, le forze politiche:
Condannano fermamente la violenza perpetrata sulla base dell’identità nazionale e quella che definiscono armenofobia sponsorizzata dallo Stato.
Affermano che la violenza di massa contro gli Armeni, per natura e conseguenze, rientra tra i crimini più gravi contemplati dal diritto internazionale.
Invitano la comunità internazionale e le istituzioni politiche e giuridiche competenti a fornire un’adeguata valutazione legale e politica dei crimini di massa commessi contro il popolo armeno e a garantire che organizzatori ed esecutori siano chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Le fazioni dichiarano inoltre di voler proseguire un percorso politico coerente volto a tutelare i diritti del popolo dell’Artsakh, assicurare un ritorno sicuro e dignitoso alle case d’origine e realizzare pienamente il diritto all’autodeterminazione.
Una memoria che impegna al futuro
La dichiarazione si conclude affermando che la memoria delle vittime di Sumgait impone un impegno costante per ristabilire la giustizia e prevenire il ripetersi di simili tragedie.
Il documento è stato firmato dalle fazioni rappresentate nell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh: Patria Libera-Alleanza Civica Unita, Patria Unita, Giustizia, Federazione Rivoluzionaria Armena (Dashnaktsutyun) e Partito Democratico dell’Artsakh.
Nel solco della memoria storica, il richiamo alla responsabilità giuridica e politica internazionale si intreccia così con la rivendicazione dei diritti fondamentali di una popolazione che chiede riconoscimento, sicurezza e giustizia.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:31:092026-03-01 15:32:39Sumgait, memoria e giustizia: la dichiarazione congiunta delle fazioni dell’Assemblea Nazionale dell’Artsakh (Korazym 28.02.26)
Non presenterà appello contro la sentenza del tribunale militare di Baku che lo ha condannato a 20 anni di prigione Ruben Vardanyan, per meno di quattro mesi ministro di Stato (carica equivalente a primo ministro) della Repubblica presidenziale dell’Artsakh (Nagorno-Karabakh), poco prima della conquista del territorio da parte delle forze armate dell’Azerbaigian nel 2023.
Lo comunica la famiglia del magnate e filantropo armeno insieme alle motivazioni che hanno portato a tale decisione: «Nel corso delle udienze, ciò che si è svolto non è stato un vero e proprio procedimento giudiziario, ma una messa in scena. Le sessioni si sono svolte a porte chiuse, gli osservatori indipendenti sono stati esclusi e le istanze presentate dalla difesa sono state ignorate. (…) Presentare ricorso in queste circostanze implicherebbe il riconoscimento che il processo ha rispettato almeno i minimi standard di legge. Questo è ben lungi dall’essere vero. Ruben si rifiuta consapevolmente di partecipare alla parodia di un processo legale. Non riconosce il verdetto come un atto di giustizia e lo considera parte di un procedimento penale illegittimo e politicamente motivato, nient’altro che una negazione di giustizia».
Il processo farsa a Vardanyan
La pensano allo stesso modo i suoi avvocati e Amnesty International. «In qualità di suoi rappresentanti legali, dichiariamo inequivocabilmente che questa condanna è giuridicamente insostenibile», scrivono i suoi legali. «Fin dall’inizio, il procedimento è stato viziato da gravi e sistematiche violazioni sia del diritto interno dell’Azerbaigian sia dei suoi obblighi internazionali vincolanti. (…) Alla difesa è stato negato un accesso significativo al fascicolo del caso, è stato concesso un tempo palesemente inadeguato per esaminare l’ampio materiale ed è stata ripetutamente ostacolata nella presentazione di istanze e prove a discarico. Al signor Vardanyan non è stato concesso un accesso completo e indipendente a un consulente legale di sua scelta».
In un comunicato di Amnesty International che commenta la condanna di Vardanyan e quelle di altri 15 dirigenti della disciolta repubblica dell’Artsakh in un distinto processo qualche giorno prima si legge: «La condanna dei 16 imputati, culminata in questa sentenza contro Ruben Vardanyan, è a dir poco una farsa.
Il fatto che Ruben Vardanyan e gli altri, diversi civili come lui, siano stati processati da un tribunale militare solleva di per sé serie preoccupazioni ed è incompatibile con le garanzie di un giusto processo. Mentre le vittime del decennale conflitto per il Nagorno-Karabakh, sia in Armenia che in Azerbaigian, meritano verità, giustizia, riparazioni e garanzie di non ripetizione, queste condanne costituiscono un affronto a tutte le vittime di crimini di diritto internazionale».
L’ex ministro di Stato dell’Artsakh, Ruben Vardanyan (foto Ansa)
L’impegno per gli armeni
Contro Vardanyan sono stati presentati 42 capi di accusa incluso terrorismo, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, omicidio volontario, possesso illegale di armi ed esplosivo. In realtà il magnate di origine russa naturalizzato armeno nel 2021 ha svolto attività esclusivamente amministrative e filantropiche nel breve periodo in cui è stato a capo dell’esecutivo del Nagorno-Karabakh, i poteri principali essendo concentrati nelle mani dell’allora presidente Arayik Harutyunyan.
Nel settembre 2022 il fondatore e amministratore delegato della banca Troika Dialog, poi consulente e membro dei consigli di amministrazione delle più importanti imprese russe (comprese la componente civile di Sukhoi, l’aeroporto di Sheremetyevo, la Borsa di Mosca, l’industria automobilistica AvtoVaz, l’agenzia di rating russa Acra, ecc) aveva deciso di mettere la sua persona e le sue ingenti risorse finanziarie (nel 2021 Forbes stimava il suo patrimonio a 1 miliardo di dollari) al servizio della popolazione armena del Nagorno-Karabakh, che pativa condizioni di assedio dopo il conflitto del 2020 che si era concluso con un armistizio favorevole agli azeri, i quali avevano riconquistato o occupato per la prima volta 11 mila km2 di territorio.
L’invasione dell’Artsakh
Immediatamente dopo l’apparizione di Vardanyan nel Nagorno-Karabakh gli azeri avevano attaccato il territorio sovrano dell’Armenia (12-14 settembre 2022) e avevano cominciato a creare problemi al passaggio di merci e aiuti dall’Armenia alle regioni ancora sotto il controllo della repubblica dell’Artsakh attraverso il corridoio di Lachin, l’unico varco accessibile fra le due entità armene.
Il 12 dicembre sarebbe iniziato il blocco totale del corridoio da parte azera che avrebbe portato l’Artsakh al collasso nel settembre 2023, quando in violazione dell’armistizio del 2020 le truppe azere riprendevano i combattimenti e in pochi giorni occupavano la capitale Stepanakert, arrestando la maggior parte dei membri dell’esecutivo della repubblica secessionista. In precedenza l’Azerbaigian aveva posto fra le condizioni per la rimozione del blocco del corridoio di Lachin le dimissioni di Vardanyan da ministro di Stato, cosa avvenuta il 23 febbraio 2023.
Dopo quella data l’imprenditore rimase nel Nagorno-Karabakh dedicandosi ad attività filantropiche e di sostegno alla popolazione (120 mila abitanti) attraverso l’iniziativa umanitaria Aurora, da lui fondata nel 2015 quando era ancora cittadino russo. Da quando esiste, la fondazione ha finanziato 517 programmi di sviluppo in 63 paesi del mondo, mentre la sua branca Aurora for Artsakh ha stanziato 2,2 milioni di dollari per 93 progetti nel Nagorno-Karabakh fra il 2020 e il 2023.
La pulizia etnica nel Nagorno-Karabakh
La condanna a 20 anni di carcere e il processo distinto da quello degli altri 15 dirigenti della Repubblica dell’Artsakh (respingendo le richieste di Vardanyan che i due procedimenti fossero unificati) evidenzia la natura politica dell’azione giudiziaria condotta contro di lui, rilevata da tutti i commentatori: gli interventi del magnate miravano a favorire la permanenza della popolazione armena nel Nagorno-Karabakh nonostante le difficili condizioni che si erano create dopo la guerra del 2020, mentre l’obiettivo dell’Azerbaigian del presidente Aliyev era la pulizia etnica che si è poi effettivamente realizzata nell’autunno del 2023, con l’esodo dei 120 mila armeni che ancora erano presenti nel territorio. Per la prima volta dopo più di venti secoli il Nagorno-Karabakh è rimasto privo di popolazione armena.
Inoltre, dopo aver rinunciato alla cittadinanza russa e avere acquisito quella armena, Vardanyan era diventato un potenziale candidato alla leadership politica di Erevan, molto più pericoloso per Baku dell’attuale primo ministro Nikol Pashinyan a causa della sua rete di rapporti in Russia e nel resto del mondo. Vardanyan è stato il fondatore e il primo presidente della scuola di management Skolkovo di Mosca, premiata e apprezzata a livello internazionale prima di essere sospesa dal Global Network for Advanced Management nel 2022 a causa dell’invasione russa dell’Ucraina.
In passato è stato proclamato “imprenditore dell’anno” dalla Camera di Commercio americana in Russia e da Ernst & Young e nel 2018 ha ricevuto il premio dell’americana Academy of International Business per il suo contributo allo sviluppo dell’educazione.
«L’Artsakh è, era e sarà»
Nella sua ultima dichiarazione di fronte ai giudici che lo hanno condannato, Vardanyan ha letto una poesia del poeta azero del XVI secolo Fuzuli, che contiene questi versi:
“Un sovrano di terre dorate compra le persone con l’argento,/raduna eserciti per conquistare un altro paese./ Con innumerevoli intrighi e astuti trucchi lo conquista,/ ma anche lì non c’è pace, né gioia. (…) Nessuna forza nell’universo può cancellare la mia parola,/ Nessuna ruota infida del destino può schiacciarla./ Che i governanti del mondo non mi concedano ricompense – / io porto una corona in testa, modesta e da me stesso forgiata./ Sono libero in ogni cosa. Chiunque tu sia, mio ascoltatore,/ Non diventare uno schiavo per una crosta di pane deperibile”.
«La pace», ha concluso, «voglio sottolinearlo ancora una volta, è possibile solo quando ci sono due vicini alla pari. Se una parte si umilia davanti all’altra, niente funzionerà. Non ci sarà pace. (…) L’Artsakh era, l’Artsakh è e l’Artsakh sarà – esistenzialmente. Era, è e sarà».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:27:422026-03-01 15:29:28Il processo farsa degli azeri a Vardanyan allontana la pace (Tempi 28.02.26)
Il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali è intervenuto venerdì 27 febbraio ai Vespri secondo la liturgia armena nella Basilica Vaticana nella memoria liturgia del dottore della Chiesa insieme all’arcivescovo armeno apostolico Barsamian. “Lo preghiamo – ha spiegato il cardinale Gugerotti – per il suo popolo, voce di martirio”
Robert Attarian – Città del Vaticano
“A San Gregorio di Narek affidiamo le domande lancinanti di chi cerca il senso della vita…lo preghiamo per i disperati e soprattutto per gli accidiosi, i pigri depressi che abitano le contrade del nostro mondo… doni a loro e a ciascuno di noi, figli di questo tempo, anche solo il barlume della luce dell’alba che anima spesso i suoi canti liturgici”. Così il cardinale Claudio Gugerotti, prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, nella sua riflessione in occasione dei Vespri secondo la liturgia armena, ieri sera 27 febbraio nella Cappella del Coro della Basilica Vaticana, in occasione della festa liturgica del grande santo armeno e Dottore della Chiesa Universale. San Gregorio di Narek è stato monaco, poeta e mistico, tra le figure più illustri della spiritualità cristiana orientale.
“Oggi – ha proseguito il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali – lo preghiamo anche per il suo popolo, voce di martirio, eppure cantore di idilli… Signore, salva questo popolo che ha saputo amare e banchettare, ha saputo soffrire e morire nella speranza di una visione d’idillio anticipata, che è la certezza della fede”.
San Gregorio di Narek
Una celebrazione ecumenica
Alla celebrazione promossa dal Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e da quello per le Chiese Orientali, insieme alla rappresentanza del Catholicosato di tutti gli armeni di Etchmiadzin presso la Santa Sede, erano presenti anche i due ambasciatori della Repubblica di Armenia, quello accreditato presso la Repubblica Italiana e quello presso la Santa Sede, ma anche i rappresentanti di altri dicasteri vaticani e della Chiesa armena, cattolica e apostolica, membri della comunità armena e delegati di altre confessioni cristiane. Durante la celebrazione presieduta dall’arcivescovo armeno apostolico Khajag Barsamian, rappresentante della Chiesa Apostolica Armena di Etchmiadzin, e dal cardinale Gugerotti, sono state recitate preghiere e salmi ed elevati inni religiosi secondo la tradizione armena nell’esecuzione degli alunni del Pontificio Collegio Armeno di Roma, della Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi di Venezia e dei sacerdoti del Catholicosato della Chiesa di Etchmiadzin.
San Gregorio di Narek, sintesi del sentire dell’Oriente Cristiano
Nella sua riflessione il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, ricordando la festa di San Gregorio di Narek definito come “colui che si leva, il veggente”, ha spiegato che sono “infinite le ragioni per cui la Chiesa cattolica, ha voluto che fosse proclamato dottore” aggiungendo che una di queste è “il compendio degli estremi, l’urlo della profondità dell’angoscia dell’anima come della terra, dell’animale come dell’angelo”. “Si dice che gli orientali – ha proseguito il cardinale Gugerotti – amino il paradosso che, nella loro preghiera, vi sia il fuoco dell’inferno che invoca la rugiada, come invano fa il ricco con Lazzaro nel seno di Abramo. Dalla visione degli inferi essi invocano la salvezza eterna ed esprimono senza posa la gratitudine per la salvezza donata da Dio in assoluta gratuità”. Per questo Gregorio di Narek porta al massimo “questa apparente, inconciliabile contrapposizione ed è dunque sintesi nel sentire dell’Oriente Cristiano”. “Ci liberi da ogni semplificazione retorica dell’esistenza umana”, ha concluso il cardinale ricordando l’umiltà del grande mistico di essere “libro che respira” identificandosi con il suo “libro del lamento”, voce dell’intera umanità.
L’attualità di Narek in un docufilm
Alla celebrazione è seguita la proiezione, in prima assoluta, del docufilm “Narekatsi” presso la Filmoteca Vaticana. Il documentario, opera di Ruzanna Ghazaryan e Lilit Mkhitaryan, dedicato alla vita, all’opera e all’eredità spirituale di San Gregorio di Narek, è stato preceduto dal saluto di monsignor Flavio Pace, segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, mentre a fine proiezione ci sono stati gli interventi, oltre a quello del cardinale Gugerotti, del professor Marco Bais, docente del Pontificio Istituto Orientale, e di monsignor Levon Zekiyan, già arcivescovo di Istanbul: entrambi sono anche protagonisti del documentario che ha visto la partecipazione ed il contributo di altri autorevoli studiosi che hanno esplorato la ricchezza della poesia e la profondità del pensiero teologico di San Gregorio di Narek, evidenziando l’attualità del suo messaggio universale sulla fede, sul pentimento e sul cammino interiore dell’uomo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:24:432026-03-01 15:26:41Gugerotti: san Gregorio di Narek e l’umiltà di essere “libro che respira" (Vaticannews 28.02.26)
Lunedì scorso, l’Ambasciatore d’Italia a Jerevan Alessandro Ferranti si è recato in visita presso la sede della Public TV Company of Armenia (AMPTV), emittente pubblica televisiva della Repubblica di Armenia.
Il sopralluogo si è svolto alla presenza del Direttore Esecutivo della società, Hovhannes Movsisyan, e ha visto la partecipazione del Capo della Delegazione dell’Unione Europea, promotore dell’iniziativa, nonché degli altri Ambasciatori degli Stati membri dell’Unione accreditati nel Paese.
Nel corso dell’incontro, anche mediante proiezioni video illustrative, sono state presentate la storia, la missione e le attività dell’emittente, che dal 1956 rappresenta un punto di riferimento nel panorama mediatico armeno. Il confronto ha consentito di approfondire possibili ambiti di cooperazione tra l’Armenia e l’Unione Europea, con particolare riferimento al settore dei media e alla promozione di valori condivisi attraverso gli strumenti della diplomazia pubblica.
Sono state altresì pianificate alcune possibili iniziative di collaborazione specificamente con l’Italia, anche alla luce del considerevole patrimonio nel campo dell’emittenza pubblica a livello europeo e del grande interesse del pubblico armeno verso l’offerta televisiva italiana.
È stato peraltro evidenziato il ruolo attivo di AMPTV in seno all’Unione Europea di radiodiffusione, di cui è membro dal 2005, quale ulteriore testimonianza dell’impegno dell’emittente nel favorire il dialogo e lo scambio culturale.
La visita si è conclusa con un tour delle principali strutture, degli archivi storici e degli studi televisivi del complesso, in particolare quelli destinati ai programmi di approfondimento politico e informazione. Durante il percorso sono stati presentati agli ospiti il lavoro redazionale, le fasi della produzione, le tecnologie in dotazione alla sede e i vari progetti di sviluppo.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:17:142026-03-01 15:18:12L’Ambasciatore Ferranti visita la sede della Public TV Company of Armenia (AMPTV) (Il Giornale Diplomatico 28.02.26)
Dal 1 aprile 2026, le pensioni, gli assegni di vecchiaia e le prestazioni per disabilità in Armenia aumenteranno di 10.000 dram ($26,7). Il Primo Ministro Nikol Pashinyan è stato il primo ad annunciare che il governo aveva approvato la decisione. Ha detto che questa misura soddisfa l’impegno di innalzare la pensione minima al livello del paniere alimentare minimo e la pensione media al livello del paniere di consumo. Il premier ha anche spiegato perché il governo ha scelto di agire ora.
«La crescita economica dell’Armenia nel 2025 ha superato le aspettative. Ciò ci crea ulteriori opportunità. I cittadini armeni dovrebbero sentire i risultati di questa crescita nella loro vita quotidiana», ha detto Pashinyan.
Anche il ministro dell’Economia Gevorg Papoyan ha collegato l’aumento delle pensioni alla crescita economica. Le forze politiche dell’opposizione parlamentare, tuttavia, hanno respinto l’argomento come poco convincente. Hanno descritto l’aumento — annunciato tre mesi prima delle elezioni — come «acquisto di voti preelettorale».
Le figure dell’opposizione hanno fatto notare che solo due mesi prima il primo ministro aveva detto al Parlamento che i pensionati spendono la maggior parte del loro reddito per la sanità. Disse che il governo li avrebbe inclusi gratuitamente nel sistema di assicurazione sanitaria obbligatoria dall’inizio di quest’anno. All’epoca, Pashinyan aveva sostenuto che non fosse necessario aumentare le pensioni di 10.000 dram, affermando: «Stiamo destinando quei 10.000 dram alla loro assicurazione.»
Di seguito ulteriori dettagli su come e quanto aumenteranno le pensioni, cosa dicono le autorità e i loro critici, nonché le reazioni dei pensionati sui social media, seguite di seguito.
Il rebranding di Pashinyan in vista delle elezioni? La BBC guarda i video musicali del Premier sui social media
Bonus di pre-Natale per i 107 deputati dell’Armenia — quasi 5.000 dollari ciascuno
Bonus salariali legati alle prestazioni: l’Armenia avvia un programma pilota nelle agenzie statali
Pashinyan: «Anche i pensionati hanno contribuito a questa decisione»
Il primo ministro ha detto che il governo è riuscito ad approvare l’aumento delle pensioni principalmente grazie ai cittadini e alle aziende che operano in Armenia — persone che lavorano e pagano le tasse.
«Questa è una catena logica molto importante: lavoro — tasse pagate — pensioni [e i loro aumenti]. Pagando le tasse, la gente investe nel proprio benessere. Tuttavia è altrettanto importante che rafforzino il proprio stato, nonché la sua indipendenza e sovranità. Ciò crea opportunità per lo sviluppo futuro del paese,» ha detto.
Pashinyan ha aggiunto che anche i pensionati stessi hanno avuto un ruolo nel rendere possibile questa decisione.
«Dall’introduzione del sistema di cashback, hanno sempre più adottato pagamenti senza contanti. Così facendo, aiutano a ridurre l’economia sommersa in Armenia.»
Armenia gestisce un programma di cashback per le persone che ricevono pensioni e benefici sociali. Quando effettuano pagamenti cashless, ricevono un rimborso del 20% sulle loro carte bancarie. Il limite mensile è di 10.000 dram. Il governo collega questo programma all’ampliamento delle pensioni e dei benefici. Mantenerebbe il sistema di cashback in vigore dopo il 1° aprile, quando entreranno in vigore i pagamenti più elevati.
Armenian pensioners face growing financial strain as pensions fail to keep pace with rising prices
Pensioners share how to manage their income amid inflation, as an economist proposes steps to ease the situation
Social affairs minister explains changes: minimum pension to reach $123
Il ministro del Lavoro e degli Affari Sociali, Arsen Torosyan, ha delineato i dettagli chiave della decisione, che entrerà in vigore il 1° aprile. Ha detto che l’Armenia calcola le pensioni usando diverse formule, con la pensione di base che svolge un ruolo centrale. Attualmente è pari a 24.000 dram ($64,17) e salirà a 34.000 dram ($90,9).
«Tutte le pensioni calcolate sulla base di una pensione di base di 24.000 dram utilizzeranno ora una base di 34.000 dram. Di conseguenza, tutte le pensioni calcolate secondo questo sistema aumenteranno di 10.000 dram,» ha detto.
Il ministro ha anche annunciato un aumento della pensione minima. In precedenza era di 36.000 dram ($96,2) e salirà a 46.000 dram ($122,9).
Ha sottolineato che la decisione riguarda non solo le pensioni ma anche diversi tipi di benefici sociali, tra cui:
prestazioni di vecchiaia per persone con esperienza lavorativa insufficiente,
prestazioni per disabilità,
prestazioni ai superstiti,
indennità di anzianità di servizio per il personale militare.
Armenians’ living standards unchanged amid rising incomes and high inflation
Economists say indexation should apply not only to wages but also to pensions and benefits, as inflation hits vulnerable groups hardest
Annual costs to rise by $200m
«We will allocate an additional 75bn drams [more than $200m] per year following the 10,000-dram increase in pensions, old-age benefits and disability payments,» Economy Minister Gevorg Papoyan wrote on his Facebook page.
Ha detto che la decisione influenzerà più di 660.000 cittadini.
Il bilancio statale 2026 non includeva tali costi aggiuntivi. Il governo coprirà la somma dal suo fondo di riserva, ha spiegato il ministro.
Papoyan ha detto che l’economia armena è cresciuta del 7,2% nel 2025, il che ha reso possibile l’aumento delle pensioni. Le autorità avevano previsto una crescita intorno al 6% entro la fine dell’anno. Tale previsione non prevedeva una spesa più elevata.
Il 20 febbraio, il Comitato statistico ha pubblicato l’indice finale di crescita economica. La cifra aggiornata ha dato al governo fiducia per approvare la spesa aggiuntiva, ha detto Papoyan.
Armenia to support employers who hire people in need
The government is launching a new employment programme. However, it is a pilot project and will initially be implemented only in two regions — Kotayk and Syunik
Social media reactions«Questo è teatro preelettorale. Dopo le elezioni, aumenteranno i prezzi dei beni di prima necessità e strapperanno questi soldi al popolo.»
«Il governo sta distribuendo bribe preelettorali dal bilancio per rimanere al potere.»
«Grazie, ben fatto. Ogni passo che fate beneficia il popolo.»
«Stiamo avanzando a piccoli passi.»
«Non far ridere la gente. Adesso aumenterete i prezzi di dieci volte.»
«Sono molto contento, signor Pashinyan. Per favore aumentate anche gli stipendi degli insegnanti.»
«Fate in modo che la pensione minima sia almeno di 50.000 dram ($133,68) in modo che i pensionati possano permettersi medicinali e pagare le bollette.»
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-02-28 15:15:272026-03-01 15:17:03Aumento delle pensioni in Armenia: crescita economica o regalo elettorale? (Notiziedaest 28.02.26)
Dal 1992, il nome Khojaly (Ivanyan) è associato al luogo di una tragedia avvenuta durante la guerra tra la piccola Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh armeno Cristiana e il suo potente vicino, la Repubblica di Azerbajgian. Nonostante le precauzioni adottate dalle forze armate della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh per risparmiare i civili della parte avversa attraverso la creazione di un corridoio umanitario, alcuni residenti Turchi Azeri si sono ritrovati intrappolati nel mezzo dei combattimenti, tragicamente sacrificati dalle manovre politiche della propria fazione, come confermato dalle testimonianze azere, in particolare quella dell’allora Presidente azero Ayaz Mutalibov. Originariamente intesi a destabilizzare il regime di Baku, questi intrighi interni al governo azero – come dimostra chiaramente la descrizione degli eventi – rivelano sordidi calcoli. Per 34 anni, l’obiettivo dell’Azerbajgian è stato chiaro: accusare gli Armeni di genocidio a Khojaly (Ivanyan) e ottenere la loro condanna sulla scena internazionale.
Gli effetti “benefici” sono molteplici:
porre fine all’accusa di genocidio rivolta al “Turco eterno”; consegnare all’oblio le vittime Armene dei terribili pogrom di Sumgait (1988), Kirovabad (1989), Baku (1990) e Maragha (1992), che costrinsero all’esilio 500.000 Armeni della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian;
venire in aiuto della Turchia, che, quasi 100 anni dopo il genocidio armeno del 1915, non è ancora riuscita a rimuovere la “questione armena” dalla sua agenda;
screditando le legittime richieste della popolazione armena dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh e, più in generale, le rivendicazioni armene relative al genocidio del 1915.
La propaganda messa in atto dal regime autocratico di Ilham Aliyev al potere in Azerbajgian diventa ogni anno più virulenta. E così Khojaly (Ivanyan), un piccolo villaggio situato nell’Artsakh/Nagorno-Karabakh – la cui popolazione è stata artificialmente aumentata dalle autorità della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbajgian tra il 1988 e il 1990 con il trasferimento dei Turchi Meskhet dalla valle di Ferghana in Uzbekistan – è diventato il simbolo di un genocidio inventato.
Ciò che è molto reale, tuttavia, è l’odio che queste spregevoli manipolazioni instillano nei cuori dei giovani Turchi e Azeri. Gli slogan dei bambini indottrinati designano gli Armeni come bersagli dell’odio. I tempi cambiano, ma i metodi rimangono gli stessi: per giustificare lo sterminio della popolazione armena in Turchia nel 1915, le autorità dell’epoca citarono presunti massacri perpetrati dalle “milizie” armene. La compiacenza delle nazioni, unita alla realpolitik, non fa che generare mostri. Quali orrori futuri si prefiggono di giustificare il genocidio inventato di Khojalu (Ivanyan)?
In un Comunicato, il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia ha osservato, che nonostante tra Armenia e Azerbajgian sia stato siglato da alcuni mesi un accordo di “buone intenzioni” per raggiungere una pace stabile e definitiva tra i due Paesi, la parte azera continua a insistere con una narrazione che va in senso contrario.
Approfittando della disponibilità del governo armeno per una soluzione pacifica del conflitto, anche a costo di dolorose rinunce, gli Azeri non abbandonano infatti la solita propaganda nazionalista che contraddistingue il regime autocratico degli Aliyev.
Ad esempio, giorni scorsi, presso il Senato della Repubblica italiana, si è svolto un evento dedicato al massacro di Khojaly (Ivanyan) avvenuto nel corso della prima guerra del Karabakh negli anni Novanta, accompagnato da articoli e comunicazioni ufficiali diffuse dalle rappresentanze diplomatiche azere. Riteniamo che su temi tanto delicati e dolorosi sia doveroso, soprattutto nelle sedi istituzionali, un rigoroso lavoro di verifica dei fatti storici, al di là di ogni narrazione unilaterale o strumentalizzazione politica.
Il buon senso avrebbe voluto, osserva il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, che in questo difficile percorso verso la pace certi temi – che non sono altro che becera e falsa propaganda – venissero messi da parte, ma così non è stato, e gli azeri hanno dimostrato ancora una volta il loro vero volto. Invero, l’autocrate Ilham Aliyev e i suoi seguaci non cercano e non vogliono la pace, che avrebbero potuto ottenere anche attraverso le vie diplomatiche del Gruppo Minsk; il loro intento è piuttosto quello di dominare ed esercitare una politica autoritaria, cercando di riscrivere la storia a proprio piacimento.
In un recente comunicato diramato dalle Ambasciate dell’Azerbajgian presso la Repubblica italiana e la Santa Sede, si fa appello affinché i responsabili del crimine di Khojaly (Ivanyan) siano assicurati alla giustizia. Peccato che ogni giornalista e politico Azero che abbia osato confutare la tesi di regime (che negli anni ha progressivamente addossato agli Armeni le colpe di quel massacro al solo scopo di “pareggiare” i pogrom anti-Armeni compiuti dall’Azerbajgian a Sumgait) sia stato messo in galera o eliminato come il fotografo investigativo Chingiz Mustafaev.
Anche noi, osserva il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, saremmo ben felici se le autorità di Baku davvero assicurassero alla giustizia i veri autori di quella strage, processando così quei militari e politici Azeri che allestirono una messinscena dopo aver sparato sui civili in fuga nel corridoio umanitario lasciato aperto dagli Armeni per far defluire la popolazione dal campo di battaglia. Ma siamo sicuri che questo non può essere realizzato in un regime autoritario come quello degli Aliyev, una famiglia che da più di trent’anni “regna” in Azerbajgian con il potere passato di padre in figlio.
Se davvero vuole la pace, conclude il Coordinamento delle Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia, l’Azerbajgian cessi la propaganda di odio, liberi immediatamente i prigionieri Armeni (comprese le ex Autorità della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, che ancora tiene nelle galere illegalmente, si ritiri dai territori occupati dell’Armenia, cessi la sua politica corruttiva e smetta di mistificare la storia.
Gli Armeni vogliono la pace, quella vera. L’Azerbajgian… non ancora.
Se l’Azerbajgian vuole la pace, cessi la propaganda di odio e falsificazione storica, liberi i prigionieri Armeni e si ritiri dai territori armeni occupati (incluso l’Artsakh).
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