Analisi L’Armenia come l’Ucraina? Alta tensione tra UE e Russia in vista delle elezioni (RSI 13.05.26)

Quando, la scorsa settimana, i leader europei hanno iniziato ad arrivare a Erevan per il vertice della Comunità politica europea (CPE)  , davanti ai cancelli del centro congressi li attendevano decine di manifestanti che, sventolando bandiere e striscioni, denunciavano quella che ritengono una deriva autoritaria del Paese.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Gegham Stepanyan, attivista per i diritti umani e uno degli organizzatori della manifestazione.

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Un vertice dal peso geopolitico

La Comunità politica europea è un forum intergovernativo che riunisce i massimi vertici dell’Unione europea e dei Paesi alleati, con l’obiettivo di rafforzare il dialogo politico e la cooperazione reciproca. Quest’anno il vertice si è tenuto a Erevan per esprimere il sostegno politico dell’Unione europea al governo armeno filo-europeista, in vista delle elezioni previste all’inizio di giugno.

In caso di conferma dell’attuale esecutivo, verrebbe consolidata anche la linea di progressivo avvicinamento all’Unione europea e di graduale distacco dalla Russia, con cui l’Armenia mantiene ancora forti legami economici nell’ambito dello spazio post-sovietico.

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Tra Bruxelles e Mosca

Le elezioni non rappresentano quindi soltanto una competizione interna, ma anche un terreno di scontro geopolitico. Da un lato l’Unione europea, che negli ultimi mesi ha investito milioni di euro in Armenia per aiutarla ad allentare la dipendenza economica da Mosca. L’Alta rappresentante per gli Affari esteri dell’UE, Kaja Kallas, ha dichiarato durante il vertice che «l’Europa non è una questione di geografia, ma di valori e principi», richiamando una logica simile a quella che guida il sostegno europeo all’Ucraina.

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Dall’altro lato la Russia, che conserva leve economiche e politiche sul Paese e non nasconde i legami con diversi esponenti dell’opposizione. Dopo il vertice, Vladimir Putin ha messo in guardia l’Armenia rispetto al suo percorso di avvicinamento all’Unione europea, evocando il rischio di una traiettoria simile a quella dell’Ucraina e parlando di possibili “conseguenze devastanti” di un allontanamento definitivo dall’orbita russa.

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La stretta sul dissenso

In questo contesto, la campagna elettorale ha raggiunto una tensione senza precedenti. Negli ultimi tempi sono state arrestate decine di figure dell’opposizione, tra cui leader politici e alti esponenti del clero armeno. Anche il Catholicos Garegin II, massima autorità della Chiesa apostolica armena e considerato il “papa degli armeni”, è stato sottoposto a restrizioni di viaggio, poiché ritenuto dal governo su posizioni che favorirebbero l’influenza russa nel Paese.

Il governo giustifica queste misure con accuse legate a reati e violazioni della legge, mentre le opposizioni denunciano una deriva autoritaria che, a loro avviso, viene ignorata dall’Unione europea perché funzionale al processo di allontanamento da Mosca.

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Il nodo della Costituzione

A complicare ulteriormente il quadro vi è il tentativo del governo armeno di raggiungere un accordo di pace con l’Azerbaigian, Paese con cui il conflitto è formalmente ancora aperto, sebbene da mesi non si registrino scontri armati. Forte della propria superiorità militare, l’Azerbaigian può imporre condizioni di pace particolarmente dure, tra cui la rinuncia definitiva da parte dell’Armenia a qualsiasi territorio attualmente non sotto il suo controllo, inclusa la contesa regione del Nagorno Karabakh.

Per questo Baku chiede una modifica della Costituzione armena che elimini ogni riferimento o forma di irredentismo. Per procedere in questa direzione, il governo armeno dovrebbe indire un referendum, qualora dovesse vincere le elezioni. In caso di esito positivo, si aprirebbe la strada a un accordo di pace formale, che potrebbe facilitare l’arrivo di ulteriori fondi europei destinati a sostenere l’allontanamento dell’Armenia dalla Russia. Di mezzo, però, ci sono ancora tre settimane di una campagna elettorale tesa e conflittuale e sotto stretta osservazione sia di Mosca che della UE.

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San Lazzaro degli Armeni e l’enigma della mummia: l’isola di Venezia dove i monaci armeni salvarono una civiltà (Sportoutdoor24 13.05.26)

A pochi minuti di vaporetto da San Zaccaria c’è un’isola che ospita un monastero fondato nel 1717, una biblioteca con 170.000 volumi, una collezione di 4.000 manoscritti armeni e una mummia egizia donata al convento nel XIX secolo. La abitano una ventina di monaci.

Si chiama San Lazzaro degli Armeni ed è uno dei più importanti centri di cultura armena al mondo — nascosto in una laguna italiana.

Da lebbrosario a isola armena: dodici secoli in trenta secondi

Prima che gli armeni arrivassero, l’isola era usata come lebbrosario. Dal XII secolo la Repubblica di Venezia vi isolava i malati di lebbra — da qui il nome, dedicato a San Lazzaro, patrono dei lebbrosi — e poi l’abbandonò quando la malattia smise di essere un’emergenza. Quando il monaco Mechitar di Sebaste la vide nel 1716, era completamente deserta.

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Mechitar — il cui nome in armeno significa “il consolatore” — era fuggito due volte. Prima dalla sua terra natale, poi da Modone, nel Peloponneso, dove aveva fondato un monastero che l’avanzata ottomana aveva reso insostenibile. I dogi gli assegnarono l’isola nel 1717. In pochi anni restaurò il monastero, costruì una tipografia, organizzò una biblioteca, aprì una scuola per giovani armeni.
Il suo obiettivo era salvaguardare la cultura e la lingua di un popolo disperso — e ci riuscì in modo così sistematico che il monastero divenne uno dei riferimenti intellettuali dell’intera comunità armena mondiale.
Mechitar è sepolto sull’isola, ai piedi dell’altare maggiore della chiesa, sotto una lapide marmorea con iscrizione armena.
Lì vicino c’è l’Isola di Poveglia, con la sua storie maledetta.

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Spoiler: ne mandiamo poche, ma buone!

Napoleone non la toccò, per decreto

Nel 1810 Napoleone ordinò la soppressione di tutti i monasteri di Venezia. Quello di San Lazzaro fu l’unica eccezione: l’imperatore firmò un decreto che riconosceva il complesso come accademia di scienze e lo sottraeva alla soppressione. Non era retorica: la tipografia dell’isola produceva dizionari, grammatiche, testi scientifici e letterari in armeno che circolavano in tutto il Mediterraneo orientale.

Nel 1814, dopo la caduta di Napoleone, Francesco I d’Austria constatò che l’isola era diventata troppo piccola per la comunità crescente e cedette ai monaci una porzione di laguna adiacente, portando la superficie a 15.000 mq. A metà del Novecento un ulteriore ampliamento raggiunse gli attuali 30.000 mq.

Byron, i manoscritti e la mummia

Nell’inverno tra il 1816 e il 1817Lord Byron prese il vaporetto — o meglio, una gondola — e cominciò a venire sull’isola tutti i giorni per studiare l’armeno con i monaci. Era già famoso, già esiliato dall’Inghilterra per scandalo, e aveva scelto Venezia come base. Scrisse che l’armeno era una lingua abbastanza difficile da tenere impegnata la mente. Collaborò con i monaci alla realizzazione di un dizionario armeno-inglese e di una grammatica. Il suo studio è ancora mostrato durante le visite guidate.San_Lazzaro_Armeni-isola

La biblioteca conta oggi oltre 170.000 volumi e 4.000 manoscritti armeni — molti miniati, alcuni risalenti al IX secolo. È una delle raccolte più importanti al mondo per gli studi sulla cultura armena. Il museo ospita reperti di provenienza eterogenea: oggetti del Medio Oriente antico, manufatti religiosi, opere d’arte — e una mummia egizia, dono di un mecenate del XIX secolo che aveva finanziato scavi in Egitto e volle lasciare qualcosa di memorabile alla comunità.
Nel chiostro si coltivano rosai. I monaci ne utilizzano i petali per produrre la vartanush, una marmellata di petali di rosa che viene venduta nel negozio del monastero ed è, curiosamente, uno dei souvenir veneziani meno scontati che esistano.
Nell’isola è conservato un khachkar — croce di pietra armena — del XIII secolo, donato dalla Repubblica Armena al Veneto come simbolo dei legami storici tra i due popoli.

La visita: come funziona

San Lazzaro è un monastero attivo. Non è un museo e non si gira liberamente: l’accesso è consentito solo con visita guidata condotta da uno dei monaci. La guida è, di norma, un padre mechitarista che parla italiano — e la differenza tra essere accompagnati da un abitante del posto e da una guida esterna si sente subito.
La visita dura circa un’ora e mezza e attraversa la chiesa, il chiostro, la biblioteca, il museo e alcuni ambienti del monastero. Il tono è sobrio, informato, privo di retorica turistica.

Info pratiche

Come arrivare Vaporetto linea 20 da San Zaccaria — fermata “San Lazzaro”, seconda fermata dopo San Servolo. Circa 15 minuti
Prenotazione Obbligatoria per gruppi. Singoli e piccoli gruppi: visita garantita tutti i giorni alle 15:25 senza prenotazione (verificare aggiornamenti). Orari aggiuntivi possibili: 9:20 e 13:10 (verificare con il monastero)
Contatti Tel. 041 5260104 — email visite@mechitar.org
Costo €8-10 a persona, da pagare all’ingresso
Durata Circa 1h30
Da non perdere La biblioteca con i manoscritti miniati, lo studio di Byron, la mummia egizia, il chiostro con i rosai, la vartanush al negozio

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Gli armeni sedotti
e deportati da Stalin (Avvenire 13.05.26)

Dopo aver patito il genocidio del 1915, essere fuggiti attraverso un periplo di sofferenze e approdati nella diaspora, soprattutto negli Usa e in Francia, dove sfuggirono alle grinfie del regime filonazista di Vichy, nell’immediato dopoguerra per gli armeni si aprì il “sogno” di ritrovare una patria sotto l’Urss, nella Repubblica socialista di Armenia. Ma a Stalin non importava nulla di loro, voleva solo rimpiazzare la mano d’opera mancante dopo la carneficina della guerra. Infatti, dopo pochi anni li perseguitò e per molti di quelli che erano caduti nella trappola, dopo l’illusione, si aprì l’incubo della deportazione.
Questa epopea di sofferenza, poco nota, è raccontata dallo scrittore francese di origine armena Ian Manook (pseudonimo di Patrick Manoukian) nel romanzo Il canto di Haïganouch (Fazi, pagine 360, euro 20,00; traduzione di Maurizio Ferrara). È il secondo capitolo della saga inaugurata con L’uccello blu di Erzerum , incentrato sul genocidio perpetrato dagli ottomani (e uscito nel 2022 per lo stesso editore) e basata sulle vicende familiari raccontate allo scrittore dalla nonna.
Ritroviamo sin dalle prime pagine, e poi via via per tutto il racconto, i protagonisti e le figure secondarie del primo romanzo. Che adesso, però, non sono più bambini o ragazzi, ma vanno per la cinquantina. In un sobborgo di Parigi si svolge un consiglio familiare al quale partecipano due coppie, Haïgaz e sua moglie Araxie (in cui si rispecchia la nonna dell’autore), Agop e la sposa Haïganouch. Non si tratta, però, di quella del titolo bensì della turca Alissa, che al tempo della precipitosa fuga con i suoi amici dalla terra natale ha assunto l’identità della vera Haïganouch, sorella di Araxie.
I familiari cercano invano di dissuadere Agop, che ha sempre odiato i comunisti, dal partire. A spingerlo, invece, c’è il comunista francese Guillonmart. L’appello di Stalin fu infatti appoggiato dal Pcf e dalle organizzazioni armene in Francia, con la compiacenza dell’allora giovane ministro François Miterrand.
Alla fine il richiamo della patria ha la meglio sui dubbi. Agop si imbarca perciò a Marsiglia sul Rossia , nave appositamente inviata dai sovietici. In 3.600 si stipano in un’imbarcazione che potrebbe contenere un decimo di quel carico. E iniziano una vera e propria Odissea. Per accorgersi già all’arrivo di non essere graditi. Agop invia a casa una foto con un messaggio in codice: brinda davanti al Monte Ararat sollevando il bicchiere con la mano sinistra. È l’SOS di chi ormai si sente prigioniero e che mette in moto Haïgaz, il quale si reca negli Usa per chiedere a potenti armeni della diaspora di fare qualcosa per “esfiltrarlo”.
Il viaggio di ritorno nell’Armenia socialista del suo amico riveste, però, per Haïgaz un ulteriore significato. Lui è in famiglia l’unico a sapere che la vera Haïganouch, divenuta cieca a causa delle violenza subite, è viva in Russia, dove è una poetessa e ha imparato anche a suonare il piano. Haïgaz spera, dunque, che Agop la ritrovi. Di certo l’Urss non è un posto sicuro per i poeti come dimostra la vicenda di Yeghische Charents, ucciso per aver osato – in un componimento encomiastico a Stalin – utilizzare le iniziali dei versi per formare la frase “Oh popolo armeno la tua salvezza verrà dalla tua forza collettiva”, apprende Agop appena giunto a Erevan. Quando Haïganouch entra in scena, dunque, si capisce subito che l’impresa sarà impervia. In Siberia, dove si è rifugiata con il marito russo e il figlio, viene raggiunta dall’aguzzino che l’aveva torturata e al quale era riuscita a sottrarsi. È Anikin, emissario di Berija, il potente capo della polizia segreta, che non esita a uccidere l’uomo e a portare via il ragazzo. Infine, viene deportata anche la poetessa e musicista cieca. Nella siberiana Jakutsk, in una sarabanda di incontri dal passato, la donna si imbatte nel letterato che la ospitava nel suo salotto insieme ad altri poeti – tra i quali Marina Cvetaeva, i cui versi compaiono più volte nel racconto – e che l’aveva denunciata ad Anikin. Dopo le pene, però, Haïganouch vivrà il riscatto. Divenuta concertista, con il nome russo di Dudurova, intraprende una carriera internazionale.
Anche l’avventura di Agop nell’Urss prende subito una brutta piega. Lui è un sanguigno che non fa altro che ripetere «ti ammazzo» a chiunque dica o faccia cose che non gli vanno. Sarebbe una strage, se non fosse che si tratta della reazione di chi ha capito che per farsi valere nella vita bisogna mostrarsi temerari. Rischia sempre di cacciarsi nei guai, ma è un tipo sveglio e si fa anche benvolere. Dapprima si finge sarto per avere un alloggio nella capitale Erevan, riservata a chi ha un mestiere. Poi nella cooperativa tessile si adatta all’andazzo di una società basata sul sotterfugio: lavorare poco e agire nel mercato nero. E impara subito la lezione impartita da un commissario del popolo russo: «Gli akhpar , i fratelli, siete voi, i rimpatriati, noialtri siamo i deratsi , la gente di qui, e questo paese, questa Armenia, è nostro e funziona come vogliamo noi». I destini di Agop e Haïganouch convergeranno: anche lui sarà deportato in Siberia per costruire una ferrovia. T ornato a Parigi dopo mille peripezie, precederà l’altro agognato ritorno.
Il romanzo copre gli anni dal 1947 al 1960, arrivando in piena era post-staliniana. E si dipana tra continui cambi di luogo – dalla Francia, agli Usa, a Erevan, alla Siberia, a Mosca – e le reminiscenze di quanto i protagonisti hanno patito in un passato che non li lascerà mai più. Torna anche l’immagine dell’uccello blu di Erzerum, compagno delle vicende del 1915 che esprimerà il suo canto nell’inatteso finale.

La Turchia revoca le sanzioni all’Armenia e apre al commercio (L’Indipendente 13.05.26)

La Turchia ha revocato alcune restrizioni doganali sull’Armenia, aprendo la strada alla ripresa dei legami commerciali diretti con il Paese. Le nuove normative prevedono che le merci che vanno dalla Turchia a un Paese terzo per poi arrivare in Armenia – o viceversa – possano venire etichettate come provenienti da Ankara o Erevan. La decisione si colloca sulla scia di una graduale normalizzazione tra Turchia e Armenia dopo oltre 30 anni di relazioni tese, inaugurate con lo scoppio del conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian – quest’ultimo alleato di Ankara. A partire dallo scorso anno, con la firma di una pace, la Turchia si è riavvicinata ad Erevan.


Ue, ‘bene l’avvio degli scambi bilaterali tra Turchia e Armenia’ (Ansa)


 

Uno sguardo sull’Armenia, il crocevia tra Europa e Asia nel mirino di Putin (TGCom24 12.05.26)

Incastonato nel Caucaso, l’Armenia è un piccolo Paese che funge da crocevia nelle relazioni politiche ed economiche tra Europa e Asia, grazie anche alla sua posizione geografica. La sua storia è costellata di violenza e tensioni: dal genocidio del 1915, con un milione e mezzo di morti, ai due recenti conflitti col Nagorno-Karabakh, regione contesa e ora ceduta al vicino Azerbaijan dopo difficilissime trattative. L’importanza dell’Armenia per l’Ue è stata sancita dal recente summit della Comunità politica europea svoltosi nella capitale Erevan e dove i leader europei (e non solo) hanno discusso di energia e Ucraina. Una mossa che secondo il presidente russo Vladimir Putin avvicina “pericolosamente” Erevan a Bruxelles.

Sulla capitale, dove si concentra più di un terzo della popolazione, incombe il monte Ararat, oggi in territorio turco ma sacro agli armeni: qui si arenò l’arca di Noè dopo il diluvio universale. Il nome e la sagoma della vetta, sempre innevata a 5.000 metri di altitudine, sono ovunque, dal profumatissimo brandy amato da Churchill al cioccolato.

Da secoli in Armenia si gioca a scacchi, disciplina obbligatoria fin dalle elementari e si intrecciano tappeti con gli stessi nodi doppi che si tramandano da generazioni: un’eredità culturale cui i giovani sono legatissimi e che sottolineano anche colorando le strisce pedonali della capitale, trasformandole in arazzi preziosi.

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A Jerevan Giornata Europa 2026: “UE e Armenia più vicine che mai” (Giornale Diplomatico 12.05.26)

GD – Jerevan, 12 mag. 26 – Freedom Square, nel cuore di Jerevan, ha ospitato le celebrazioni della Giornata dell’Europa 2026, promosse dalla delegazione dell’Unione Europea in Armenia in collaborazione con il ministero degli Affari Esteri della Repubblica d’Armenia e le ambasciate degli Stati membri dell’UE accreditate nel Paese.
L’edizione di quest’anno, dedicata al tema “EU-Armenia: Closer than ever”, si inserisce in un momento di crescente avvicinamento politico e istituzionale tra Jerevan e Bruxelles, anche alla luce del primo Vertice UE-Armenia ospitato nella capitale armena il 5 maggio scorso, e ha rappresentato un’importante occasione di incontro tra istituzioni, società civile e cittadini, confermando il rafforzamento del partenariato tra l’Unione Europea e l’Armenia.
La manifestazione si è aperta con l’esecuzione dell’inno dell’Unione Europea e dell’Inno nazionale armeno, seguiti dagli interventi ufficiali dell’Ambasciatore dell’UE in Armenia, Vassilis Maragos, e del Vice Ministro degli Affari Esteri armeno, Robert Abisoghomonyan.
Nei loro discorsi è stata sottolineata la solidità della cooperazione tra Bruxelles e Jerevan nei settori dell’innovazione, della governance democratica, dell’istruzione, della mobilità giovanile e dello sviluppo culturale, ribadendo il valore strategico del dialogo bilaterale.
Nel corso della giornata, il pubblico ha visitato gli stand delle Ambasciate degli Stati membri dell’UE, gli info point dedicati ai programmi europei e le aree riservate ai progetti finanziati dall’Unione Europea in Armenia. L’evento ha inoltre favorito l’incontro tra rappresentanti istituzionali, organizzazioni giovanili e realtà della società civile armena.
Tra le partecipazioni più apprezzate, l’Italia è stata presente con uno stand promosso dall’Ambasciata e dal Comitato della Società Dante Alighieri di Jerevan. Lo spazio italiano ha coinvolto numerosi visitatori con attività interattive, giochi dedicati alla musica e alla cultura italiana e materiali informativi sui corsi di lingua italiana organizzati e promossi nella capitale armena.
Il programma artistico ha animato l’intera serata con esibizioni di cori, musicisti e ballerini provenienti dall’Armenia e dall’Europa, contribuendo a creare un clima festoso di dialogo interculturale e partecipazione popolare.
Tra i protagonisti della manifestazione, il coro femminile “Yerevan Voices”, promosso dall’Ambasciata d’Italia, ha offerto una performance di canti della tradizione italiana particolarmente apprezzata dal pubblico. Il coro, che nel mese di giugno sarà in Italia per partecipare al Tuscany International Choral Festival di Montecatini Terme, rappresenta uno dei tanti significativi esempi di collaborazione culturale tra Italia e Armenia e di valorizzazione della musica come strumento di incontro.


ARMENIA: Due summit europei a un mese dalle elezioni


 

Il pane di pietra di Narine Arakelian all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze (Il Giornale dell’Arte 12.05.26)

«Dacci oggi il nostro pane quotidiano» è il passaggio del Padre Nostro con cui il fedele chiede a Dio il nutrimento materiale e spirituale. Nel Vangelo di Matteo il pane diventa infatti materia e trascendenza, simbolo eucaristico di condivisione e comunione, nutrimento dello spirito che lega l’uomo a Dio. Una duplice natura nella quale si colloca la mostra personale dell’artista armena Narine Arakelian, intitolata «Pane» e ospitata all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze dal 15 al 30 maggio. Il punto di partenza dell’intero percorso è la grande forma di pane scolpita nel tufo rosa armeno, suddivisa in tredici parti, attraverso la quale Arakelian lavora sulla perdita. Il pane è per definizione la materia della vita condivisa: ciò che si spezza, si distribuisce, si consuma insieme. È uno dei primi dispositivi sociali della storia umana, non esiste civiltà agricola che non abbia costruito attorno al pane una simbologia religiosa, politica e collettiva. Dalla Mezzaluna fertile fino ai cenacoli rinascimentali fiorentini, il pane coincide con il concetto stesso di comunità. Arakelian prende un materiale originariamente organico, caldo, deperibile, fragrante e lo trasforma in una pietra, in un fossile. Il pane conserva la sua forma, ma perde la sua funzione. È riconoscibile, ma non è più consumabile. Non può nutrire nessuno. Il tufo vulcanico — materiale nato da pressione, tempo e catastrofe geologica — diventa il medium perfetto per parlare di una civiltà che continua a produrre immagini della vita mentre perde progressivamente il rapporto con le sue condizioni materiali di esistenza. Le tredici sezioni richiamano l’Ultima Cena, ma non c’è alcuna celebrazione liturgica: la distribuzione non produce comunione, ma assenza. Il gesto dello spezzare il pane sopravvive soltanto come simulacro. È il passaggio più radicale dell’intero progetto: l’idea che il contemporaneo abbia sostituito l’esperienza concreta con codici e simulazioni che conservano la forma dell’esperienza svuotata della sua funzione reale. La superficie del pane è incisa da pattern che rimandano al linguaggio delle criptovalute e a frammenti testuali come «to be or not to be», segni di un’economia sempre più astratta, dove il valore non deriva più dal lavoro, dalla terra o dal corpo, ma da sistemi immateriali fondati sulla speculazione, sulla volatilità e sulla fede algoritmica.  La pietra armena porta con sé la memoria di un popolo segnato da diaspora, distruzioni e sopravvivenza culturale. Non è solo materiale scultoreo: è materia storica sedimentata. Il pane di pietra diventa dunque un altare contemporaneo da attraversare, fatto di tagli, incisioni e motivi ripetuti che invitano lo spettatore a un’esperienza meditativa e collettiva.

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Armenia: il ciclismo internazionale con il “Tour of Armenia” (Assadakah 11.05.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – L’Armenia punta sul grande ciclismo internazionale come strumento di promozione turistica, sportiva ed economica. A Yerevan si è svolta una riunione guidata dal premier Nikol Pashinyan dedicata all’organizzazione della prima edizione del “Tour of Armenia”, la competizione professionistica internazionale in programma dal 10 al 13 settembre 2026.

All’incontro ha preso parte anchel’Ambasciatore italiano in Armenia Alessandro Ferranti, insieme ai rappresentanti del gruppo di lavoro interministeriale incaricato della manifestazione e a Michele Napoli, la società italiana scelta per affiancare l’Armenia nella progettazione e nella gestione dell’evento.

Secondo quanto emerso durante la riunione, la corsa dovrebbe ospitare almeno venti squadre internazionali composte da professionisti del ciclismo. Il progetto prevede quattro tappe distribuite tra Yerevan e alcune delle aree più rappresentative del Paese, tra cui le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn. I percorsi sono ancora in fase di definizione tecnica, mentre nelle ultime settimane sono già stati effettuati sopralluoghi e verifiche operative sulle strade e sulle infrastrutture coinvolte.

Uno degli aspetti centrali discussi durante il vertice riguarda proprio la qualità della rete viaria e l’accessibilità dei tracciati, elementi considerati fondamentali per garantire standard internazionali a una competizione che l’Armenia vuole trasformare in un appuntamento fisso. Non a caso, durante il confronto è stato richiamato il modello del Giro d’Italia, visto come esempio di evento capace di unire sport, promozione del territorio e ritorno turistico.

L’obiettivo del governo armeno è infatti utilizzare il “Tour of Armenia” anche come vetrina internazionale del Paese. Le immagini delle montagne armene, dei laghi e dei centri storici potrebbero diventare uno strumento di promozione molto più efficace di molte campagne pubblicitarie tradizionali. In particolare, Yerevan punta a sviluppare il settore del cicloturismo, ancora poco strutturato ma considerato in crescita a livello globale.

Nel corso della riunione, il premier Pashinyan ha inoltre ricordato che la competizione è già stata inserita nel calendario internazionale, un passaggio importante per attirare squadre professionistiche e sponsor. Secondo il capo del governo, il progetto non ha soltanto una dimensione sportiva, ma anche sociale e culturale: incentivare l’attività fisica, promuovere la mobilità sostenibile e rafforzare la presenza dell’Armenia nel panorama internazionale attraverso eventi di grande visibilità.

Per un Paese che negli ultimi anni sta cercando nuove strade per rilanciare turismo ed economia, il ciclismo potrebbe diventare molto più di una semplice gara sportiva.

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Armenia. Putin avverte Yerevan, ’Guardate l’Ucraina’ (Notizie geopolitiche 11.05.26)

L’avvertimento di Vladimir Putin all’Armenia segna un nuovo irrigidimento nel Caucaso e conferma quanto Mosca consideri strategico il futuro di Yerevan. Il presidente russo ha suggerito all’Armenia di indire un referendum sul proprio rapporto con Unione Europea e Russia, ma il messaggio politico è chiaro: per il Cremlino l’avvicinamento armeno all’Occidente non è una normale scelta diplomatica, bensì un possibile cambio di campo geopolitico.
Putin ha richiamato esplicitamente il precedente ucraino, sostenendo che la crisi sia nata dal tentativo di Kiev di avvicinarsi all’Europa. Una lettura coerente con la narrativa russa secondo cui ogni espansione occidentale nello spazio ex sovietico rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza di Mosca. In questa visione, l’Armenia non è più soltanto un piccolo Stato caucasico, ma un potenziale punto di penetrazione occidentale nel Caucaso meridionale.
I rapporti tra Mosca e Yerevan si sono deteriorati dopo la caduta del Nagorno-Karabakh nel 2023. L’Armenia ha vissuto la mancata reazione russa all’offensiva azera come un tradimento politico e militare. Le forze russe di pace non impedirono la riconquista azera del territorio e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva non intervenne a difesa armena. Da allora il legame con la Russia non si è formalmente spezzato, ma si è profondamente indebolito.
Da qui nasce l’apertura armena verso l’Unione Europea. Yerevan cerca nuovi interlocutori politici ed economici, ma il passaggio verso l’orbita europea resta pieno di rischi. Bruxelles può offrire sostegno economico, cooperazione istituzionale e accesso ai mercati, ma difficilmente può sostituire nel breve periodo la funzione militare esercitata dalla Russia negli ultimi trent’anni.
La posizione dell’Armenia resta estremamente vulnerabile. A est c’è un Azerbaigian rafforzato dalla vittoria nel Karabakh e sostenuto dalla Turchia; a sud l’Iran osserva con preoccupazione ogni cambiamento degli equilibri regionali; a nord la Georgia continua a oscillare tra aspirazioni europee e pressioni russe. In questo contesto, Yerevan dispone di margini limitati.
Mosca considera l’Armenia una delle ultime posizioni strategiche russe nel Caucaso meridionale e teme che un allontanamento di Yerevan possa favorire la penetrazione occidentale nella regione. Bruxelles, invece, vede nel Caucaso un’area cruciale per energia, trasporti e corridoi commerciali alternativi alla Russia.
Anche il fattore economico pesa in modo decisivo. Putin ha ricordato che la Russia resta il principale partner commerciale dell’Armenia e ha avvertito che Mosca potrebbe rivedere accordi economici, condizioni commerciali e facilitazioni migratorie nel caso di una svolta europea di Yerevan. L’economia armena dipende ancora fortemente da commercio, energia, investimenti e rimesse legate alla Russia e all’Unione economica eurasiatica.
Sul piano militare la fragilità armena appare ancora più evidente dopo la perdita del Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian ha consolidato la propria superiorità operativa grazie a droni, artiglieria avanzata e cooperazione con Ankara. La presenza militare russa in Armenia continua a essere importante, ma non viene più percepita come una garanzia assoluta.
Per questo Yerevan cerca nuovi partner strategici, ma nessun Paese occidentale sembra disposto a garantire una protezione militare diretta contro eventuali pressioni azere o turche. È proprio qui che il riferimento di Putin all’Ucraina assume un significato intimidatorio: Mosca avverte che spingersi verso l’Occidente senza una protezione militare concreta può avere conseguenze pesanti.
Dietro la crisi armena si muove anche una partita più ampia legata ai corridoi energetici e commerciali tra Europa, Caucaso e Asia centrale. Russia, Unione Europea, Turchia, Iran e Azerbaigian cercano tutti di rafforzare la propria influenza sulle rotte strategiche che attraversano la regione.
L’Armenia si ritrova così davanti a una scelta storica. Restare nell’orbita russa significa accettare una protezione che molti armeni considerano ormai insufficiente; avvicinarsi all’Europa significa invece entrare in una fase di forte incertezza geopolitica. Per Yerevan la sfida sarà evitare due illusioni opposte: credere che Mosca possa ancora garantire tutto oppure pensare che Bruxelles possa sostituire rapidamente la Russia. Nel Caucaso, dove la geografia pesa più delle dichiarazioni diplomatiche, ogni scelta rischia di avere conseguenze profonde.

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Armenia: amb. Karapetian ricevuto da sindaco di Napoli, Manfredi (Giornalediplomatico 11.05.26)

GD – Napoli, 11 mag. 26 – Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha accolto oggi a Palazzo San Giacomo una delegazione ufficiale della Repubblica di Armenia, guidata dall’ambasciatore in Italia, Vladimir Karapetian. All’incontro hanno preso parte anche il candidato console onorario Michele De Simone e il consigliere per gli Affari Internazionali, Francesco Senese.
Il colloquio ha confermato la volontà reciproca di intensificare i rapporti bilaterali, partendo dal solido gemellaggio che lega Napoli alla capitale Yerevan. Sono stati inoltre passati in rassegna i fruttuosi accordi accademici che coinvolgono l’Università “L’Orientale”, la Brasov University e la State University armena, oltre ai recenti successi degli scambi artistici che hanno visto protagonisti talenti di entrambi i territori.
Come ha detto il sindaco Gaetano Manfredi, “l’incontro odierno rappresenta un passo decisivo nel consolidamento dei ponti istituzionali tra la nostra città e l’Armenia. Napoli, per sua natura e storia, è una capitale del Mediterraneo che guarda al dialogo internazionale come a un asset strategico imprescindibile. Sentiamo questo legame come profondo e autentico: il nostro obiettivo è trasformare questa affinità elettiva in progetti strutturati. Considero fondamentale dare nuovo impulso alla cooperazione culturale con Yerevan e costruire percorsi turistici che sappiano esaltare il patrimonio e le tradizioni che ci accomunano. L’Amministrazione è pienamente impegnata a sostenere ogni iniziativa capace di generare sviluppo e conoscenza reciproca tra i nostri popoli.”


La presidente Enza Amato ha ricevuto l’ambasciatore armeno Karapetian: rafforzare cultura, università e turismo

La presidente del Consiglio Comunale, Enza Amato, ha ricevuto oggi una delegazione armena guidata da Vladimir Karapetian, ambasciatore della Repubblica di Armenia in Italia, accompagnato da Michele De Simone, candidato console onorario e da Francesco Senese, consigliere agli Affari Internazionali del sindaco Gaetano Manfredi.
Al centro dell’incontro il rafforzamento dei rapporti tra Napoli e l’Armenia, a partire dal gemellaggio con la capitale Yerevan. Sul tavolo anche gli accordi accademici in corso tra l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, la Brasov University e la State University armena, nonché gli scambi culturali che hanno visto artisti napoletani e armeni protagonisti in entrambi i paesi. Nel suo intervento l’ambasciatore Karapetian ha evidenziato l’importanza di potenziare lo scambio turistico e culturale tra le città. In questo senso, il volo diretto tra Napoli e Yerevan — che registra costantemente il tutto esaurito — rappresenta uno stimolo concreto per rafforzare ulteriormente il collegamento.
«Questa visita rafforza il legame istituzionale tra Napoli e l’Armenia — ha dichiarato la presidente Amato — segno che per Napoli il dialogo con le culture del mondo è una priorità radicata nella sua storia e un incoraggiamento a investire con sempre maggiore convinzione in un rapporto che sentiamo autentico e che vogliamo vedere crescere in iniziative concrete e durature. Per questo ritengo prioritario rafforzare le collaborazioni di tipo culturale con la città di Yerevan ed elaborare itinerari turistici dedicati alla valorizzazione delle tradizioni e delle bellezze di questi due paesi. Il Consiglio comunale è pronto a offrire il suo supporto a ogni iniziativa in tal senso.»