Armenia, dove si gioca l’identità di un Paese – Giubileo Francescano (RSI 26.04.26)

Armenia, dove si gioca l’identità di un Paese, di Chiara Gerosa

L’Armenia attraversa una crisi profonda, stretta tra tensioni geopolitiche e uno scontro interno sempre più duro tra il governo e la Chiesa apostolica armena. Sullo sfondo, la sconfitta nel Nagorno-Karabakh, le difficili trattative con l’Azerbaigian e il rischio di una perdita dell’identità nazionale. Arresti di vescovi e accuse reciproche segnano una frattura che, secondo diversi osservatori, non è solo politica ma anche strategica e internazionale. In gioco non c’è soltanto il futuro del Paese, ma il rapporto tra fede, storia e sopravvivenza stessa dell’Armenia.

Giubileo Francescano, di Gioele Anni

Nel 1226, esattamente 800 anni fa, moriva San Francesco d’Assisi. Nel 2026, Papa Leone ha proposto alla Chiesa cattolica uno speciale anno giubilare per riflettere sulla figura di Francesco, e soprattutto sull’attualità del suo messaggio. Pace, cura del creato, fraternità, ma anche poesia: ne parliamo con Davide Rondoni, Presidente del Comitato italiano per la celebrazione degli 800 anni dalla morte di San Francesco, e padre Mauro Jöhri, grigionese, già ministro generale dell’Ordine dei frati minori cappuccini.

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Trionfo della memoria: successo per “Valle degli Armeni Tour 2026” (Ntcalabria 26.04.26)

Si è concluso con un bilancio estremamente positivo il Valle degli Armeni Tour 2026, l’evento culturale promosso da Kalabria Experience che il 25 aprile ha trasformato l’area jonica reggina in un palcoscenico a cielo aperto. Oltre 40 partecipanti, provenienti non solo dalla Calabria ma anche dal Trentino, hanno risposto con entusiasmo all’invito degli organizzatori, confermando l’iniziativa come un appuntamento imprescindibile per il turismo esperienziale regionale.

L’itinerario ha preso il via dal Parco Archeologico di Brancaleone Vetus, dove i visitatori sono rimasti incantati dalla grotta-chiesa dell’Albero della Vita, simbolo iconico della cristianità armena locale. Il viaggio nel tempo è proseguito verso Bruzzano Zeffirio, all’ombra della maestosa Rocca degli Armeni e del castello recentemente restaurato. Qui, l’accoglienza calorosa della Pro Loco ha permesso ai partecipanti di gustare i sapori autentici del territorio attraverso un pranzo a base di prodotti tipici locali.

Nel pomeriggio, il tour si è spostato a Ferruzzano Superiore, dove grazie all’Associazione Culturale Rudina il “borgo” ha saputo emozionare i presenti con i suoi vicoli silenziosi e affacci panoramici mozzafiato sullo Ionio. La giornata ha vissuto un momento di profonda riflessione collettiva con la commemorazione del genocidio degli armeni, un legame identitario che l’associazione mantiene vivo ogni anno in collaborazione con la Comunità Armena Calabria.

“Questo tour è ormai un ‘must’ che unisce storia, natura ed emozioni,” ha commentato Carmine Verduci il Presidente di Kalabria Experience sui canali social. Il successo dell’edizione 2026 sottolinea la crescita di una forma di turismo lento e consapevole, capace di rigenerare borghi spesso esclusi dai flussi tradizionali. Con una perfetta sinergia tra associazioni locali e visitatori, la Valle degli Armeni si conferma un gioiello prezioso di una Calabria autentica e accogliente.

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Concluso con un bilancio positivo il Valle degli Armeni Tour 2026

LA SANTA SEDE CHIUDE UN OCCHIO? (Notizie Geopolitiche 24.04.26)

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di archeologia sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’ambasciata dell’Azerbaigian (presentazione del volume “Pontes culturae”) giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh)è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.
Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.
La cattedrale di San Giovanni Battista a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni. Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.
Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni.
Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh!

COORDINAMENTO ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI ARMENE IN ITALIA

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RASSEGNA STAMPA 24 aprile 2026 – Memoria Genocidio Armeno 111° anniversario

I cattolici armeni vittime del genocidio del 1915 (Centro Studi Federici)

Comunicato Stampa: CRV – In Consiglio regionale del Veneto la conferenza istituzionale ‘Armenia: quale futuro?’ (La Provincia)

Venezia onora la Giornata del Ricordo del Genocidio armeno (Comune Venezia)

La storia che non insegna: 24 aprile, anniversario del genocidio armeno (Spondasud)

Medz Yeghern, Koch: il sangue dei martiri cristiani armeni sia seme di unità futura (VaticanNews)

Video. Armenia, a Erevan il 111º anniversario dei massacri del 1915 (Euronews)

Stermini, marce della morte e deportazioni: viaggio tra le radici di una persecuzione (Il Giornale)

Armenia: Pashinyan, Stato e pace garanzia che genocidio non si ripeta (AgenziaNova)

Il 111esimo anniversario del genocidio armeno – Buongiorno InBlu, 24 aprile 2026 (Meridiano13)

L’anniversario dell’inizio del genocidio degli armeni nel 1915 (Tgcom24)

In memoria dei cristiani armeni (Lanuovabq)

“Così Stalin trucidò migliaia di armeni con la trappola di una nuova patria”. (Il Giornale)

Armenia, fiaccolata a Erevan per i 111 anni del genocidio (Ilsole24ore)

Genocidio armeno, oggi il 111° anniversario in ricordo delle vittime (Skytg24)

La marcia delle fiaccole e il peso vivo del genocidio armeno (Huffingtonpost)

Commemorato il Genocidio Armeno a 111 anni dai tragici fatti avvenuti in Anatolia (PadovaOggi)

Armenia, fiaccolata a Erevan per i 111 anni del genocidio (QuoridianoNazionale)

All’Istituto teologico di Ancona intervento del professor Riccardo Pane sulla cristianità armena (Altrogiornalemarche)

Il genocidio armeno, se ne parla a Lodi Liberale (Liberalcaffe)

Napoli. Commemorazione del Genocidio Armeno (Teleischia)

Vittime della loro fede, non se ne vanno gli armeni (Tempi)

“Stalin uccise gli armeni con una trappola” | Ian Manook: “Li invitò in URSS e li spedì nei gulag” (Il Sussidiario)

La commemorazione del Genocidio Armeno venerdì a Palazzo Siotto di Cagliari (UnioneSarda)

 

 

24 Aprile. Gen0cidi0 Armeno, Shoah, Gen0cidi0 a Gaza. Stepanakert, Cattedrale Distrutta dagli Azeri. (Stilum Curiae

Carissimi StilumCuriali, il 24 aprile di ogni anno le Comunità armene in tutto il mondo ricordano l’inizio del genocidio, quello che in lingua armena si definisce Metz Yeghèrn, il Grande Male. Anche Stilum Curiae, come ogni anno, ricorda il milione e mezzo di uomini, donne e bambini massacrati in Anatolia o durante le marce senza altra meta che la morte nei desdrti della Siria. Il primo genocidio del secolo dei genocidi, e purtroppo il ricordo di quello sterminio viene reso ancora più doloroso mentre assistiamo a un genocidio in diretta, a Gaza, in Cisgiordania, in Libano. 

Lo sterminio degli armeni, che all’epoca rappresentavano la più grande comunità cristiana dell’Impero Ottomano, non è rimasto senza epigoni. Voglio proporvi, questo 24 aprile, un breve saggio che avevo presentato anni fa alla Casa della Memoria di Roma, in un convegno-dibattito intitolato: “Storie senza Storia: gli Armeni”. Il mio    contributo era una relazione fra Shoah e Genocidio Armeno. Una relazione che può anche servire a capire perché Stilum Curiae segua con particolare attenzione quanto sta accadendo in Medio Oriente, dove le vittime di uno sterminio sono divente le autrici di un altro.

 

 Hitler, genocidio armeno e Shoah

“Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?” (Wer redet noch heute von der Vernichtung der Armenier?). Non è possibile parlare di genocidio armeno e di Shoah senza citare questa famosa frase, attribuita ad Adolf Hitler, trasmessa nel 1939 da Louis Lochner, capo dell’ufficio berlinese dell’Associated Press ad alcuni diplomatici britannici in servizio a Berlino, e contenuta in un rapporto trasmesso a Londra, il 25 agosto del 1939 dall’ambasciatore britannico sir Nevil Henderson. Il documento riassumeva uno o due discorsi pronunciati da Hitler davanti ai comandanti in capo dell’esercito a Obersalzberg, il 22 agosto del 1939, in vista dell’imminente invasione della Polonia. “Siate duri, siate spietati, agite più in fretta e più brutalmente degli altri”, raccomandò Hitler.

Hitler citò Gengis Khan “che ha mandato a morte milioni di donne e bambini, pienamente consapevole e a cuor leggero”, per ridisegnare il mondo secondo la sua volontà. Hitler concludeva con un riferimento esplicito allo sterminio degli Armeni, affermando che era servito a un fine analogo, e il mondo non solo l’ha dimenticato, ma l’ha accettato “perché il mondo crede soltanto al successo”. Di questa frase esistono cinque versioni; naturalmente i negazionisti turchi cercano di scalfirne la credibilità.

Ma purtroppo per loro un articolo dello storico Winfried Baumgart rivela che otto anni prima, nel giugno del 1931, Hitler in un’intervista al Leipziger Neueste aveva detto, parlando di deportazioni di massa e della rovina delle popolazioni coinvolte: “Ovunque i popoli attendono un nuovo ordine mondiale. Noi abbiamo intenzione d’introdurre una grande politica di ripopolamento…Pensi alle deportazioni bibliche e ai massacri del Medioevo…e si ricordi dello sterminio degli Armeni (erinnern Sie sich an de Ausrottung Armeniens). All’altro capo dell’intervista c’era Richard Breiting, un redattore molto potente, a cui Hitler aveva concesso di prendere appunti scritti (un caso raro, per il dittatore tedesco), La Gestapo di Lipsia fu mobilitata per anni per recuperare quegli appunti; Breiting morì in circostanze misteriose dopo aver incontrato due agenti della Gestapo, che aveva cercato di convincere di aver distrutto gli appunti, che furono invece resi pubblici da sua sorella dopo la fine della guerra.(Ohne Maske, E.Calic, 1968)

Hitler in questo documento sosteneva che sebbene i suoi motivi per distruggere gli ebrei fossero diversi da quelli dei gerarchi turchi per compiere la stessa operazione sugli armeni, le nazioni vittime rispondevano entrambe a un presupposto centrale: quello di essere estremamente indesiderate. Tanto che mise l’accento sulla necessità di “proteggere il sangue tedesco dalla contaminazione, non soltanto del sangue ebreo ma anche di quello armeno”. (Henry Picker, Hitlers Tigespraeche in Fuehrerhauptquartier, Stoccarda 1977). Per Alfred Rosenberg, l’ideologo della razza , Armeni ed Ebrei erano simili, in quanto “popoli di bricconi” (Rosenberg, Der Mythus des zwanzigsten Jahrhuderts).

Opinione peraltro condivisa anche dal Comando Supremo tedesco, che in una sua dichiarazione affermò che “gli armeni sono anche peggiori degli ebrei” (Robert Cecil The Myth of the Master Race, Londra 1972). Secondo molti storici la relativa facilità con cui il genocidio armeno fu compiuto, e l’impunità sostanziale concessa ai suoi autori convinse Hitler e i suoi complici della possibilità di ripetere l’operazione verso la “razza inferiore” che avevano in casa, e nei territori di conquista. Sachar nel suo The emergence of the Middle East scrive: “Il Fuehrer citò il genocidio approvandolo, vent’anni dopo che era stato perpetrato; egli considerava la soluzione armena come un precedente istruttivo”.

Come aveva saputo

Daremo per scontate molte cose, in questo nostro intervento. E’ da ricordare comunque che la Turchia entrò nella Prima Guerra Mondiale al fianco della Germania del Kaiser, e che all’interno dei confini di quello che allora era l’Impero Ottomano agivano centinaia di ufficiali tedeschi, a tutti i livelli, compreso un numero rilevante inserito nei gangli più segreti e sensibili della macchina militare e politica turca, governata dal “triumvirato” dell’Ittihad, il partito dell’unità, responsabile del progetto di una Turchia per i soli turchi, e dell’eliminazione delle razze “altre” armeni, siriaci, greci. I tedeschi furono testimoni – e non solo testimoni– delle deportazioni e dei massacri; alcuni di loro – come Armin Wegner , e altri – li denunciarono, o tentarono di farlo, a dispetto della censura esercitata dal governo sull’opinione pubblica del loro paese.

Ufficiali e soldati, tornando, certamente raccontarono. Hitler e i suoi sodali certamente sentirono questi racconti. Ma una persona in particolare può aver fornito al futuro dittatore tedesco qualche cosa di più. Vogliamo parlare di Erwin von Schneuber-Richter. Questo ufficiale fu viceconsole a Erzurum – uno dei luoghi in cui si consumò il genocidio – e poi vicecomandante di un corpo di spedizione turco-tedesco. Fu personalmente testimone di massacri di armeni compiuti nella provincia di Bitlis, e li descrisse, in un rapporto inviato al cancelliere Hottwleg (Botschaft Kostantinopel K174.) Schneuber-Richter inviò ai suoi superiori, fra il 30 aprile 1915 e il 5 novembre dello stesso anno, quindici rapporti ai suoi superiori sui dettagli delle deportazioni e dei massacri compiuti. Al cancelliere scriveva: “a eccezione di alcune centinaia di migliaia di sopravvissuti a Costantinopoli e nelle grandi città, gli Armeni di Turchia sono stati, per così dire, completamente sterminati”.

Possiamo aggiungere qui che la pubblicazione recente delle memorie di Talaat Pascià, l’ingegnere del genocidio, contenenti le cifre scritte di suo pugno di cui disponeva sull’andamento del genocidio, confermano pienamente quanto scriveva Richter. Talaat calcolava che il numero degli armeni sterminati, nella prima fase dell’operazione, era di poco inferiore al milione. (Su un totale di circa un milione e trecentomila). Ma Schneuber non si limitò ai dettagli: informò il cancelliere sul progetto dell’Ittihad di rendere omogenea razzialmente la Turchia, e sui metodi per realizzare il progetto: pretesti, scuse e menzogne relative a mettere in atto le deportazioni, tecniche per rassicurare gli armeni e di conseguenza renderli inoffensivi; sull’uso di bande di criminali comuni – liberati dalle prigioni – per massacri e saccheggi, e infine sul coinvolgimento della struttura del partito dell’Ittihad. Insomma, vediamo negli scritti di Schneuber l’intero paesaggio genocidale: motivi, organizzazione, logistica e infine il compimento del genocidio, con l’ultimo fondamentale capitolo, quello della negazione. Che purtroppo vediamo ancora svolgersi sotto i nostri occhi, adesso.

“Die Zeit” (Amburgo, Dossier, 1984) sostiene che Hitler era “senza ombra di dubbio perfettamente al corrente” di tutto ciò; e questo perché “uno dei suoi più stretti collaboratori all’inizio del movimento nazionalsocialista era il dott. Max Erwin von Schneuber-Richter, l’ex console di Germania a Erzurum, di cui sono stati conservati i terribili rapporti sul massacro degli Armeni”. Fu Alfred Rosemberg a presentare Schneuber a Hitler, a Monaco nel 1920. Sappiamo bene chi era Rosemberg, l’ideologo del nazismo. Schneuber e sua moglie aderirono al partito nazista il 22 novembre del 1920. E l’ufficiale scriveva, contro “il complotto giudaico internazionale di dominio mondiale”, invitando a mettere in atto una campagna “spietata e implacabile”contro gli elementi non ariani, per compiere “l’inesorabile purificazione della Germania”.

Schneuber in uno dei suoi rapporti di guerra, aveva definito gli Armeni: “questi Ebrei dell’Oriente, questi scaltri commercianti”. (Turkei 183/39, A 28584). Un’osservazione soppressa nella versione a stampa del Ministero degli esteri tedesco, pubblicata da Lepsius. Schneuber-Richter salì nella gerarchia del partito, e l’amicizia con Hitler (a cui fra l’altro garantì grandi somme di denaro, grazie ai suoi rapporti con gli industriali tedeschi) si intensificò. Nel 1923, durante il fallito putsch di Monaco, Schneuber-Richter marciava fisicamente, non metaforicamente, a braccetto con Hitler nel tentativo di rovesciare il governo bavarese, quando un proiettile della polizia locale pose fine a una promettente carriera di gerarca. Non senza però che nel frattempo egli avesse dato un contributo impressionante alle basi ideologiche, politiche e pratiche del futuro genocidio hitleriano. Norimberga, e la “Norimberga” mancata dopo la Prima Guerra Mondiale

Se, come è stato detto anche di recente da un parlamentare israeliano, che sente molto profondamente il problema del riconoscimento internazionale del genocidio armeno, al di là della violenta opera di negazionismo messa in atto dal governo di Ankara, con la complicità e l’acquiescenza di alcuni governi suoi alleati, un genocidio non punito genera altri genocidi, è interessante chiedersi se un atteggiamento più deciso da parte dei vincitori del primo conflitto mondiale avrebbe potuto evitare, o almeno ridurre l’entità della tragedia avvenuta decenni più tardi. Vahakn Dadrian, grande specialista della materia, pone la questione in due domande distinte: 1) l’impunità concessa agli esecutori del genocidio armeno era di natura tale da influenza le tendenze e la mentalità dei nazisti, soprattutto di Adolf Hitler, e di facilitare quindi l’adozione di un piano genocidario simile a quello che era stato adottato contro gli Armeni? 2) In quale misura l’istituzione del tribunale di Norimberga da parte degli Alleati subito dopo la seconda guerra mondiale fu il risultato anche della netta percezione che forse esisteva un legame fra il genocidio armeno e l’olocausto ebraico e che, di conseguenza bisogna punire assolutamente i responsabili di un genocidio per impedire che questo crimine sia commesso nuovamente?

Io credo che gli indizi che abbiamo presentato, e che certamente non esauriscono la materia tendono a fare rispondere di sì, sia in un caso che nell’altro. E lo studio che non si più arrestato sui meccanismi genocidali, questo frutto avvelenato e tremendo della modernità (e dell’uso distorto in campo sociologico di teorie scientifiche, quali il concetto di evoluzione) contribuisce, a mio modesto parere, a confermare l’assunto secondo cui è la speranza dell’impunità uno degli elementi fondamentali dell’orrore. Un mese dopo l’inizio del genocidio, il 24 maggio del 1915 gli Alleati in una dichiarazione congiunta mettevano al corrente la Sublime Porta “che essi riterranno personalmente responsabili tutti i membri del governo turco e i funzionari che avranno partecipato a questi massacri”, e parlavano di “crimine contro l’umanità e la civiltà”.

Penso che si possa leggere in queste righe, oltre all’introduzione del concetto di crimine contro l’umanità, anche la base giuridica fondamentale di Norimberga. Purtroppo alla fine della Prima Guerra Mondiale i vincitori non ebbero la forza di essere nei fatti all’altezza delle loro dichiarazioni. Come si diventa possibili vittime Le cronache dell’orrore sono sempre diverse, e sempre eguali. Volutamente in questa esposizione ho voluto toccare il meno possibile le corde dell’emotività, anche se dalle testimonianze stesse degli ufficiali e dei soldati tedeschi (ottocento ufficiali, e dodicimila soldati) durante la prima guerra mondiale si ha un campionario di crudeltà difficile da eguagliare, dalla perversione di un ufficiale turco il “maniscalco” che faceva applicare ferri da cavallo ai piedi degli armeni, all’uccisione di bambini, a centinaia, schiacciati fra due tavole di legno e poi bruciati vivi.

Ci interessa più di questo esaminare, sia pure brevemente, le vie che conducono al genocidio. Esistono similarità impressionanti fra genocidio armeno e Shoah anche nella fase che precedette l’attuazione pratica. Uno degli elementi comuni era lo status di inferiorità a cui erano assoggettati per lungo tempo sia l’uno che l’altro popolo; che ha conseguenze pratiche – per esempio la proibizione all’accesso a certi uffici di potere, o la possibilità di armarsi – ma causa anche una forma di indebolimento della psiche collettiva della popolazione oggetto della discriminazione. Essere trattati come un diverso, e inferiore, fa sì che uno si senta diverso e inferiore. La proibizione a compiere certe carriere ha indirizzato Armeni ed Ebrei di successo verso commercio e industria; il che li rendeva ancora una volta”diversi” , invidiati e vulnerabili. Poi c’è la componente delle circostanze.

Non è un caso che sia l’uno che l’altro genocidio sia avvenuto nel corso di un conflitto di proporzioni gigantesche. E’ quella che si chiama la “struttura circostanziale” ideale per un gruppo dirigente spietato per portare a termine un’operazione criminale. L’esecutivo può disporre di poteri straordinari, e sotto l’ombrello dell’emergenza compiere atti impossibili in tempi normali. Veramente non voglio abusare della vostra pazienza, ma le coincidenze nei vari passaggi sono troppo stringenti per non colpire l’attenzione di chi osserva da vicino il modo in cui milioni di persone innocenti furono mandate a morti atroci. Il primo passo, sia in un caso che nell’altro, avviene con la sospensione o l’esautorazione del Parlamento, in modo che sia possibile promulgare leggi “ad hoc” per colpire una categoria di persone. Si apre la strada alla seconda fase (e anche questo si è verificato sia in Turchia che in Germania) e cioè alla promulgazione di leggi temporanee, che danno una parvenza di legittimità all’operazione. La terza fase consiste nell’indebolimento della possibile resistenza delle vittime. Si comincia con una serie di arresti tesi a decapitare le comunità dei loro leader, e che spesso finiscono con l’uccisione delle persone interessate. Infine, previa la separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, per rendere più fragile la capacità di resistenza, si mette in opera il progetto finale, mascherandolo in genere con termini rassicuranti: spostamento in altre zone per ragioni di sicurezza, e deportazione verso un luogo che in realtà non esiste, o esiste solo come buco nero finale.

Una misura collaterale è l’esproprio, in qualche forma dei beni delle popolazioni colpite. Veramente un esame, anche nei dettagli, come i campi di concentramento, nel Calvario dei due popoli porterebbe via molto tempo. Esiste ormai anche nel nostro paese, per fortuna, una letteratura che si va facendo sempre più ampia, e più documentata, e che rende di giorno in giorno più debole la posizione dei negazionisti.

Non si può, non si deve tacere

E a questo punto, al termine di questo piccolo lavoro, mi sento di dover fare un modesto, sommesso appello. Credo che sia necessario davvero che da questa casa della Memoria, che è memoria soprattutto delle sofferenze di un popolo, si levi una parola ferma e chiara contro ogni negazionismo. E’ una testimonianza che dobbiamo alle vittime innocenti, di ogni genocidio. Chi tace, per qualsiasi ragione lo faccia – e si trovano sempre ottime ragioni per tacere – è complice degli assassini, di ieri e di oggi.

***

E per tornare a un’altra attualità dolorosa, abbiamo ricevuto questo comunicato:

LA SANTA SEDE CHIUDE UN OCCHIO

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di archeologia sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’ambasciata dell’Azerbaigian (presentazione del volume “Pontes culturae”) giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh)è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.

Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.

La cattedrale di San Giovanni Battista a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni.  Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.

Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni.

Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh!

COORDINAMENTO ASSOCIAZIONI E ORGANIZZAZIONI ARMENE IN ITALIA

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Bari, al Corteo Storico tra i Figuranti di San Nicola per la prima volta sfilerà la comunità armena (La Gazzetta del Mezzogiorno

Èun piccolo fatto storico, è una prima volta: la comunità armena sfilerà al Corteo Storico tra i Figuranti di San Nicola. In queste ore si stanno preparando gli abiti e i mantelli dei protagonisti e c’è grande fermento nella comunità. Ai piedi del castello svevo di Bari, nella città vecchia e nel Murattiano vedremo attuarsi alcune pagine che fanno parte delle cronache antiche nicolaiane, quelle tramandate da Niceforo: Nicola, il santo, appena le sue reliquie arrivarono in città, fece due dei primi suoi miracoli che cambiarono le vite di due armeni, un nobile e una bambina. E poi ci sarà la testimonianza viva della presenza armena in città ai tempi della Traslazione, in quella Bari così diversa, così lontana ma a tratti così uguale alla nostra.

Le suggestioni sono tante e, come racconta Vito Lisco, «anima» dei Figuranti di San Nicola, avremo in fila tra noi una piccola parte di questa grande storia. Carlo Coppola, consigliere per gli affari generali del Consolato Armeno di Bari, racconta i primi particolari: ci saranno al corteo storico alcuni personaggi simbolici di questa lunga vicenda. Si stanno approntando gli abiti per il giudice Curcorio e cioè colui che diede incarico al cronista Niceforo di scrivere la prima versione della Cronaca della traslazione di San Nicola. Incrociando le fonti si scopre anche che lui stesso, chiamato «Kyrie Kurcuas» sarebbe stato uno dei principali finanziatori dell’impresa economica finanziaria e di intelligence che noi conosciamo come «Traslazione delle reliquie di San Nicola». Questo personaggio era discendente del Catapano Giovanni Curcuas che governò Bari dal 1008-1010. E nel Corteo Storico sarà proprio lo stesso Coppola a vestire i panni di questo personaggio.

Da parte della famiglia Timurian la disponibilità a creare tutti gli indumenti necessari ai vari figuranti armeni, come il nobile Agralisto, indicato dalle fonti anche come «Armenius», patrizio barese che pare appartenesse alla famiglia che aveva già fatto costruire una Chiesa dedicata a San Gregorio (Armeno) nell’area catapanale, davanti alla attuale Basilica di San Nicola. «Secondo gli antichi testi – dice Coppola – fu il primo miracolato dopo l’arrivo delle reliquie di San Nicola a Bari. Secondo Niceforo era stato colpito da ictus con emiparesi e venne completamente risanato. Sarà impersonato da Tito Quaranta».

Ci sarà poi «Armenia», la bambina armena che Niceforo racconta essere indemoniata e sarà impersonata da Vivienne, una italo-armena di 11 anni. E poi altri personaggi, come Nichola, figlio del giudice Curcorio (Nicola Coppola, italo-armeno, 10 anni); un Joanne di Kirye Adralisto (Maurizio D’Agostino), la madre della bambina (Eva Papikyan), una aristocratica armena (Siranush Quaranta). E quest’ultima racconta con emozione che per la prima volta la presenza armena sarà ufficiale, «un fatto storico dopo una piccola presenza al Corteo creato anni fa da Sergio Rubini».

Gente, storie e cronache di un passato ancestrale, che diventa festa e rievocazione storica, anche attraverso i materiali storici del preziosissimo Archivio della Basilica di San Nicola, dove esistono le più antiche testimonianze di tutto, comprese quelle delle comunità armene in Italia. Padre Gerardo Cioffari, lo studioso nicolaiano che conosce ogni particolare della storia di Nicola e non solo, parla delle tre pergamene del periodo bizantino, autentiche testimonianze dell’esistenza di una colonia armena a Bari almeno a partire dal 950. È affascinante scoprire queste documentazioni antichissime con Padre Gerardo, che al tema ha dedicato un corposo articolo nel Bollettino di San Nicola. Ogni parola è una traccia: si legge di un contenzioso per un terreno a Ceglie e i nomi, le circostanze, i segni, portano tutti alla prova importante della presenza armena. Diritti, contese giudiziarie, fede, miracoli: tutto insieme a perpetrare la lunga tradizione e l’eterna fede nicolaiana, con le sue tracce di ieri e con la voglia di non cancellare memoria e identità. Potenza di un Corteo Storico, di una sagra e della storia dei popoli uniti.

Appunto, un tempo, uniti: come li voleva Nicola,

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Opinione: L’Azerbaigian è responsabile del ritardo nel normalizzare i rapporti tra Turchia e Armenia? (Notize da Est 23.04.26)

Il presidente della camera armena, Alen Simonyan, ha detto ai giornalisti a Istanbul che l’Azerbaijan sta influenzando il ritmo degli sforzi per normalizzare le relazioni tra la Turchia e l’Armenia.

«Da un lato l’Azerbaijan sta negoziando con noi; dall’altro, non permette alla Turchia di negoziare con noi. È una situazione strana. La Turchia è, in qualche modo, diventata ostaggio di queste relazioni,» ha detto Simonyan.

Ha aggiunto che in passato si era parlato di riaprire la frontiera dopo aver risolto la questione del Karabakh, seguito da un focus su un accordo di pace armeno-azerbaigiano. Nonostante sia stato raggiunto un consenso su 17 punti, questo non si è tradotto in risultati pratici.

Le osservazioni hanno attirato particolare attenzione poiché giunte poco dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato al Forum di Antalya sulla Diplomazia che Ankara sta perseguendo la normalizzazione con l’Armenia “passo per passo, in coordinamento con l’Azerbaigian”.

Questa apparente contraddizione evidenzia la rilevanza della questione: mentre Ankara e Yerevan hanno mantenuto aperti i canali di normalizzazione fin dal 2022, la leadership turca ha apertamente legato il processo all’agenda di pace armeno-azerbaijana.

La dichiarazione di Simonyan va quindi oltre una semplice osservazione politica, sollevando nuovamente la domanda su quanto strettamente siano interconnessi i due processi paralleli — il riavvicinamento Turchia-Armenia e la risoluzione armeno-azerbaijana.

‘Sospetto di malcontento’: il ministro degli Esteri armeno salta il forum diplomatico di Antalya

Secondo la turcologa Nelli Minasyan, la parte armena segnala la propria insoddisfazione per il fallimento della Turchia nell’attuare gli accordi raggiunti.

 

Contesto storico e politico

Il contesto storico è chiaro. La Turchia ha riconosciuto l’indipendenza dell’Armenia nel 1991, ma i rapporti diplomatici tra i due paesi non sono mai stati stabiliti.

Secondo il Ministero degli Esteri turco, Ankara chiuse il confine terrestre con l’Armenia nel 1993 dopo l’occupazione del distretto di Kalbajar da parte dell’Azerbaigian.

Anche il Ministero degli Esteri armeno osserva che la Turchia chiuse sia i confini aerei sia quelli terrestri nel 1993, anche se i collegamenti aerei furono parzialmente ripristinati nel 1995.

La chiusura della frontiera è quindi stata modellata non solo dalle tensioni bilaterali tra Ankara e Yerevan, ma anche dalle dinamiche regionali più ampie legate al conflitto di Karabakh.

Negli ultimi anni, questa allineamento ha assunto una forma più istituzionale. La Dichiarazione di Shusha, firmata nel 2021, ha elevato i rapporti tra Azerbaigian e Turchia al livello di una “alleanza”, formalizzando il principio di “una nazione — due stati” come fondamento politico dei loro legami.

Le valutazioni analitiche suggeriscono inoltre che gli ostacoli principali alla normalizzazione tra Ankara e Yerevan nel corso dei decenni siano stati il conflitto di Karabakh e il coordinamento strategico tra Baku e Ankara. In altre parole, la posizione della Turchia è modellata meno dalla pressione di gruppi di lobbing e più dagli interessi in energia, sicurezza, trasporto e influenza regionale.

Da questa prospettiva, la solidarietà della Turchia con l’Azerbaigian non è semplicemente uno slogan emotivo, ma parte di una scelta geopolitica molto più ampia.

‘Armenia come ponte verso l’Europa’ — il viceministro degli Esteri parla al forum in Turchia

Vahan Kostanyan si è unito ai colleghi di Turchia, Azerbaigian e Georgia ad Antalya per una tavola rotonda sul Caucaso meridionale come hub strategico emergente

 

Armenian Deputy FM's remarks at Antalya Forum

 

Valutazione delle affermazioni di Simonyan

I fatti suggeriscono che l’argomentazione di Alen Simonyan contenga un elemento di verità, ma non cattura l’intera situazione.

Come parte del corrente processo di normalizzazione, avviato alla fine del 2021, gli inviati speciali Rubén Rubinyan e Serdar Kılıç hanno condotto sei round di colloqui. Il 1º luglio 2022 le parti hanno concordato di aprire la frontiera terrestre ai cittadini di paesi terzi e ai diplomatici.

I voli diretti sono ripresi nel febbraio 2022, e i voli cargo diretti sono stati autorizzati dall’inizio del 2023. Il 29 dicembre 2025 è stato annunciato un accordo per semplificare le procedure di visto per i possessori di passaporti diplomatici, di servizio e speciali, che, secondo la parte armena, è entrato in vigore il 1º gennaio 2026.

Le dichiarazioni ufficiali di entrambe le parti sottolineano l’obiettivo di una normalizzazione completa e la volontà di impegnarsi senza prerequisiti.

Allo stesso tempo, la Turchia ha esplicitamente legato progressi significativi alla firma di un accordo di pace tra Azerbaigian e Armenia.

Ad agosto 2025, il ministero degli Esteri turco ha accolto i progressi nel processo di pace armeno-azerbaijano e ha espresso sostegno per “l’Azerbaigian fratello”. A novembre, il ministro degli Esteri Hakan Fidan ha detto al parlamento che la Turchia sarebbe pronta per una piena normalizzazione con l’Armenia solo dopo la firma di un accordo di pace finale.

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha ribadito questa posizione il 17 aprile ad Antalya, affermando che la normalizzazione procede “in coordinamento con l’Azerbaigian”.

Il riferimento di Simonyan al “fattore Azerbaigian” non è quindi privo di fondamento. Tuttavia, mostrarlo unicamente come un ostacolo imposto da Baku sarebbe una semplificazione eccessiva, poiché la Turchia ha costantemente inquadrato questa sequenza come parte della sua politica ufficiale.

Inoltre, sebbene un progetto di accordo di 17 punti sia stato inizialmente firmato l’8 agosto 2025 a Washington, DC, un accordo di pace finale non è ancora stato firmato, a causa di questioni relative alla costituzione armena e altre questioni non risolte.

>Cosa significa la visita di esperti armeni in Azerbaijan per l’agenda di pace della regione: una prospettiva da Baku

Il quarto incontro bilaterale nell’ambito dell’iniziativa “Ponte di Pace” si è svolto a Gabala dal 10 al 12 aprile

 

“Bridge of Peace” in Azerbaijan

 

Reazioni in Azerbaigian

La linea dominante di reazione in Azerbaigian può essere sintetizzata come segue: Ankara non agisce per diktat di Baku sulla traccia armena, ma piuttosto in stretta coordinazione strategica con quest’ultimo.

In un articolo di Caliber.az, le osservazioni di Alen Simonyan vengono criticate in tono polemico. La pubblicazione sostiene che la Turchia vede l’apertura della frontiera non come risultato di essere un “ostaggio”, ma come un passo che può seguire solo un accordo finale, basato sui principi di fratellanza e di alleanza con l’Azerbaigian.

Lo stesso articolo cita una dichiarazione del presidente Recep Tayyip Erdoğan ad Antalya come argomento chiave. Questo riflette una tendenza più ampia nel discorso analitico filogovernativo in Azerbaigian: la Turchia persegue una politica indipendente, ma le sue priorità regionali sono strettamente allineate con Baku.

In questo contesto, anche le narrative mediatiche indicano una continua coordinazione aperta tra le due parti.

>19 esperti armeni arrivano in Azerbaigian all’inizio del quarto incontro di ‘Bridge of Peace’

Insieme a 20 esperti azero, partecipano all’iniziativa “Bridge of Peace” nel suo quarto incontro, che si svolge a turno in ciascun paese

 

Armenian experts arrive in Baku

 

Contesto regionale

Le osservazioni di Alen Simonyan è difficile valutarle in modo isolato dal Forum di Antalya sulla Diplomazia. Al forum, tenutosi dal 17 al 19 aprile, l’Armenia non era rappresentata dal ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan né dall’inviato speciale Ruben Rubinyan, ma dal viceministro degli Esteri Vahan Kostanyan.

Questa è stata la prima partecipazione di Erevan al tavolo di Antalya dal 2022 a un livello inferiore.

Da parte armena non sono state fornite spiegazioni ufficiali della decisione, ma gli esperti citati da JamNews interpretano la decisione come un segnale di insoddisfazione nei confronti della Turchia per il mancato progresso sui passi precedentemente concordati, inclusa l’apertura della frontiera.

Allo stesso tempo, Kostanyan ha incontrato il suo omologo turco Berris Ekinci ad Antalya e ha detto a CNN Türk che l’Armenia è pronta ad aprire la frontiera sia politicalmente che tecnicamente, mentre ulteriori progressi ora dipendono da Ankara. Ciò suggerisce che il dialogo rimane aperto, anche se la retorica si è inasprita.

Il timing politico interno è anche un fattore chiave. Le elezioni parlamentari in Armenia sono programmate per il 7 giugno 2026, e sia l’OSCE sia gli analisti regionali le vedono come decisive per la traiettoria della politica estera del paese.

L’analista politico azero Farhad Mammadov ha osservato a marzo che i risultati elettorali, nonché un possibile referendum costituzionale in Armenia, potrebbero influire significativamente sull’agenda di pace. In questo contesto, la retorica più tagliente di Simonyan potrebbe mirare anche a un pubblico domestico — segnalando che il governo rimane impegnato nella normalizzazione con la Turchia, evitando al contempo l’apparenza di concessioni unilaterali.

Nel frattempo, a Istanbul, Numan Kurtulmuş ha proposto l’idea di coinvolgere l’Armenia nel formato Turchia–Azerbaigian–Georgia. Questo indica che quadri trilaterali o regionali più ampi restano aperti e potrebbero espandersi ulteriormente se si dovesse raggiungere un accordo di pace.

>TRIPP: Sarà realizzato un collegamento di trasporto tra Azerbaigian e Nakhchivan?

Il progetto presenta rischi significativi in termini di sicurezza e di finanziamento in mezzo alle tensioni tra Iran e Stati Uniti

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Artsakh: la distruzione della memoria. La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert e il silenzio assordante (Korazym 23.04.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 22.04.2026 – Vik van Brantegem] – La distruzione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, la capitale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, oggi occupata dall’Azerbaigian, rappresenta uno degli episodi più gravi e simbolici della crescente cancellazione del patrimonio culturale armeno nel territorio. Secondo fonti ufficiali e osservatori indipendenti, l’atto non è isolato, ma parte di una strategia più ampia volta a eliminare le tracce storiche, religiose e identitarie della presenza armena nella regione.

I media azeri non hanno agito in modo plateale, come nel caso del palazzo del parlamento, quando tutti i media azeri hanno riportato la demolizione di prove di quello che definivano il regime separatista. Nel caso della chiesa, gli armeni del Karabakh più attenti, che conoscono tutti gli edifici della zona, hanno notato che i video diffusi dagli Azeri non includono l’imponente cattedrale, che si ergeva maestosa nel centro della città ed era visibile da ogni dove.

Un simbolo abbattuto

La cattedrale, consacrata il 7 aprile 2019 da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, era molto più di un edificio religioso. Costruita tra il 2000 e il 2019 e progettata dall’architetto Gagik Yeranosyan, rappresentava la rinascita spirituale di Stepanakert dopo decenni di repressione religiosa durante l’era sovietica.

Alta 35 metri, con un campanile di 24 metri, dominava il paesaggio urbano della capitale della Repubblica di Artsakh. Sorgeva in un luogo storicamente legato al culto Cristiano, dove una chiesa attiva sin dal XIX secolo era stata chiusa e riconvertita durante il periodo sovietico.

Per la comunità armena, la cattedrale era diventata un simbolo vivo di Fede, memoria e continuità identitaria.

Una distruzione dal forte valore simbolico

La demolizione, alla vigilia del 111° anniversario del genocidio armeno, è stata interpretata da molti come un gesto deliberato e altamente simbolico.

Secondo Hovik Avanesov, Difensore Civico per il Patrimonio Culturale dell’Artsakh, non si tratta di un episodio isolato ma di un modello ricorrente. Negli ultimi anni sarebbero stati registrati oltre 1.000 casi di vandalismo e distruzione di siti culturali armeni nella regione.

Pochi giorni prima, infatti, era stata demolita anche la chiesa di San Hakob, insieme alle aree circostanti e ai khachkar (le tradizionali croci di pietra armene), suggerendo un’azione sistematica.

“Genocidio culturale”: le accuse

L’Agenzia per lo Sviluppo del Turismo e della Cultura dell’Artsakh, in un dichiarazione del 21 aprile 2026, ha definito la distruzione come parte di un “genocidio culturale”: “Non vengono distrutti solo edifici, ma anche l’identità di un popolo, il suo passato e il suo diritto al futuro”.

L’agenzia collega esplicitamente queste azioni a una continuità storica con il genocidio armeno di inizio Novecento, sostenendo che oggi la stessa logica si manifesti attraverso la cancellazione della memoria e dei simboli.

Il silenzio sotto accusa

Uno degli aspetti più controversi della vicenda è il silenzio denunciato sia a livello nazionale che internazionale. L’agenzia ha criticato duramente le autorità della Repubblica di Armenia, accusate di una reazione insufficiente; la comunità internazionale; e le organizzazioni preposte alla tutela del patrimonio culturale.

Secondo la dichiarazione, “il silenzio non è più neutralità, ma diventa complicità”. Questo silenzio, sostiene l’agenzia, rischia di creare un clima di impunità che incoraggia ulteriori distruzioni.

Identità, memoria e diritto al ritorno

La distruzione dei luoghi sacri nell’Artsakh non riguarda soltanto il patrimonio materiale. Secondo gli esperti, essa colpisce direttamente la possibilità per la popolazione armena sfollata di rivendicare il proprio diritto al ritorno.

Eliminare chiese, monumenti e simboli significa cancellare le prove storiche della presenza armena, minando le basi culturali e morali per un eventuale ritorno nella regione. In questo senso, la demolizione della cattedrale assume una dimensione politica oltre che culturale: “Va chiaramente affermato che il diritto della popolazione armena dell’Artsakh a tornare nella propria patria è inalienabile e non può essere messo in discussione. La distruzione del patrimonio culturale mira anche a negare questo diritto, ostacolando la possibilità di ritorno del popolo attraverso la cancellazione della memoria”, si legge nella dichiarazione.

Un contesto internazionale contraddittorio

La vicenda assume contorni ancora più complessi alla luce degli sviluppi internazionali imminenti.

Nei prossimi giorni, il Vaticano ospiterà un convegno organizzato con l’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede per la presentazione del libro Pontes culturae (Ponti di cultura), mentre il 5 maggio la Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni incontrerà l’autocrate azero Ilham Aliyev.

Questi eventi sollevano interrogativi inevitabili: verrà affrontato il tema della distruzione delle chiese armene nell’Artsakh occupata dall’Azerbaigian? O prevarranno considerazioni diplomatiche ed economiche?

La voce della diaspora

La reazione emotiva degli Armeni dell’Artsakh, sfollati con la forza dalle loro terre ancestrali dagli Azeri, e della diaspora, è stata immediata e intensa. “Moriamo mentre viviamo”, ha scritto un ex residente di Stepanakert sui social media, esprimendo un sentimento diffuso di perdita e impotenza. Per molti, la distruzione della cattedrale di Stepanakert non è solo la fine di un edificio, ma la cancellazione di una parte della propria esistenza.

Conclusione

La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert non è un episodio isolato, ma un segnale allarmante di una più ampia crisi culturale e politica. Essa solleva questioni fondamentali: la tutela del patrimonio culturale nei territori occupati dall’Azerbaigian; il ruolo della comunità internazionale; e il rapporto tra memoria storica e diritti dei popoli.

In gioco non ci sono soltanto pietre e monumenti, ma l’identità stessa di una comunità e il suo diritto a esistere nella propria terra. Il silenzio, oggi, è la forma più pericolosa di complicità.

La Santa Sede chiude un occhio
Dichiarazione del Coordinamento Associazioni e Organizzazioni Armene in Italia

Mentre la Santa Sede (tramite la Pontifica Commissione di Archeologia Sacra) è coinvolta nell’ennesimo evento allestito dall’Ambasciata dell’Azerbaigian presso la Santa Sede (presentazione del volume Pontes culturae), giunge la notizia che anche la cattedrale di Stepanakert nel Nagorno Karabakh (Artsakh) è stata demolita dalle forze di occupazione azera che nel 2023 cacciarono l’intera popolazione armena della regione.

Si tratta dell’ennesimo atto di distruzione di un manufatto armeno per cancellare la memoria storica di quella terra.

La cattedrale a Stepanakert non è la prima chiesa a cadere sotto i colpi degli Azeri; stessa sorte hanno subito altre chiese e altri edifici civili armeni. Per ciò che non può essere abbattuto è comunque sempre pronta una rivisitazione storica che attribuisca la paternità del sito agli occupanti.

Comprendiamo la necessità della Santa Sede di mantenere opportune relazioni diplomatiche con la dittatura azera e di continuare a beneficiare delle sponsorizzazioni generosamente elargite dal regime. È tuttavia incomprensibile come dal Vaticano non giunga una sola parola di condanna per la distruzione delle chiese Cristiane ma anzi si organizzino eventi che falsamente propagandano un Azerbaigian tollerante verso altre culture e religioni. Nascondere la polvere sotto il tappeto non aiuta a cancellare lo sporco, anzi il marcio, di siffatte azioni. E mentre si condannano, giustamente, gli atti di vandalismo di soldati israeliani nel Libano meridionale contro crocefissi e statue Cristiane, colpevolmente si tace su quanto sta accadendo in Artsakh.

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Perché la guerra che coinvolge l’Iran può essere una sciagura per l’Armenia (Tempi 23.04.26)

Questa mattina il lago di Sevan è immobile come una lastra di cielo caduta sulla terra. Il vento scende dalle montagne e sfiora le pietre del monastero di Sevanavank, quelle pietre scure che da secoli guardano l’acqua e il tempo passare. Non è vero che qui non c’è più vita monastica. Nel monastero ci sono seminaristi: li ho incontrati. Giovani, con volti aperti e austeri, e soprattutto con voci possenti. Quando cantano, il canto riempie l’aria del lago e sembra che le montagne rispondano. È una cosa impressionante, quasi fisica: la preghiera diventa suono, e il suono diventa spazio. Sotto il monastero l’acqua è limpida e fredda. Le trote si vedono scivolare sotto la superficie, lente, quasi immobili. Non guizzano come ci si aspetterebbe. Sembrano morte o addormentate. Passano come ombre d’argento, lasciando appena una traccia nell’acqua. Anche il lago sembra trattenere il respiro. E mentre tutto appare così quieto, il rombo del mondo arriva fin qui. Siamo circondati dalla guerra: Iran,…

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La testimone armena (Internazionale 23.04.26)

a prima cosa è il vento freddo. Ci dicono di fare attenzione quando apriamo le portiere della macchina, non sarebbe la prima volta che il vento se le porta via. Non è lo stesso che soffia in città: qui prende forza correndo lungo la gola scavata dal fiume Akhuryan. Nemmeno il sole accecante che per tutto novembre ha dominato il cielo di Yerevan riesce a mitigare gli spifferi gelidi che corrono violenti senza l’ostacolo dei palazzi. Per la mancanza di pioggia la città soffre di una delle peggiori crisi di inquinamento atmosferico degli ultimi dieci anni, ma qui non c’è traccia di quell’aria polverosa. Il cielo è d’un azzurro abbacinante, mentre la vegetazione incolta e giallastra sfuma nel paesaggio brullo della gola.

Lancio uno sguardo all’unica costruzione in vista, un casotto prefabbricato dove venti minuti fa la guardia federale russa che ci ha accolti oltre la recinzione si è ritirata a esaminare i nostri passaporti.

Accanto a me i miei compagni di viaggio chiacchierano con il soldato russo che invece è rimasto con noi, fuori dalla zona recintata. Parlano e ridono in quello che riconosco essere un alternarsi tra russo e armeno. Io resto in silenzio, sorrido appena quando vedo che lo fanno anche loro. Non voglio sia evidente da subito che non capisco una parola.

Finalmente il responsabile del checkpoint torna con i nostri documenti. Possiamo passare, ma lui verrà con noi. Vahanduckt Melkonyan, l’ultima residente del villaggio di Charkov, al confine tra Armenia e Turchia, ci aspetta per il caffè.

Oltre la recinzione

Charkov non è un semplice villaggio isolato. È l’ultimo luogo ancora abitato di quello che un tempo era un insediamento che contava centinaia di case e altrettante famiglie. Si trova a pochi metri dal confine, all’interno di una zona ad accesso limitato, sotto il controllo delle guardie di frontiera russe e delimitata da una doppia recinzione in filo spinato, dove si può entrare solo con un’autorizzazione speciale.

Nel corso del novecento, tra il genocidio del 1915-1923, la repressione e il crollo dell’Unione Sovietica, questa frontiera è sempre stata segnata da una profonda instabilità. Durante la guerra fredda, le tensioni con la Turchia, che fa parte della Nato, spinsero i sovietici a militarizzare l’area. Dopo il 1991 la Russia ha continuato a presidiare i confini armeni con la Turchia e l’Iran in base a un accordo con la neonata Repubblica di Armenia.

La zona ad accesso limitato, inizialmente larga tre chilometri per adattarsi alla gittata dell’artiglieria dell’epoca, si è ridotta oggi a una fascia di circa mille metri, che si estende lungo tutti i 311 chilometri del confine.

Per gli abitanti, la presenza militare russa è stata sempre una costante. Tuttavia, dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la distruzione delle infrastrutture russe, a volte per mano degli stessi abitanti della zona animati da sentimenti antisovietici, la situazione si è deteriorata velocemente. È venuta a mancare l’acqua, la scuola ha chiuso e le famiglie hanno cominciato ad andarsene.

La casa di Vahanduckt Melkonyan, novembre 2025 - Martina Sanna

La casa di Vahanduckt Melkonyan, novembre 2025 (Martina Sanna)

Eppure, Charkov potrebbe trovarsi alla vigilia di un cambiamento. L’accordo di pace dell’agosto 2025 tra Armenia e Azerbaigian, mediato dall’amministrazione Trump dopo decenni di tensioni, ha aperto una nuova fase per il Caucaso meridionale. Tra i punti principali dell’intesa ci sono la creazione di una via di transito strategica tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno e in generale l’impegno a riaprire i confini chiusi da tempo, compreso quello con la Turchia, storica alleata di Baku. Per l’Armenia, che con il crollo dell’Unione Sovietica si è ritrovata isolata su più fronti, si tratta di una prospettiva concreta di normalizzazione. Per Charkov, potrebbe significare la possibilità di continuare a esistere.

Il villaggio è anche l’insediamento armeno più vicino ad Ani, la capitale medievale dell’antica Armenia, oggi in territorio turco, la cui cattedrale è ancora considerata un luogo sacro e un simbolo fondamentale dell’identità armena. Un tempo gli abitanti di Charkov guardavano le rovine di Ani dalle loro case. Oggi a farlo è rimasta solo Vahanduckt.

Prima di entrare in casa sua facciamo un giro intorno al giardino: l’antica città medievale oltre la gola è ben visibile, come l’immensa bandiera turca che il vento non smette di tormentare. Siamo così vicini che si sentono le voci e i canti degli operai sul tetto, forse impegnati in lavori di restauro. Chiedo a Stepan, che è venuto con me da Yerevan per farmi da interprete, se riesce a sentire cosa dicono.

“Non lo so”, mi risponde, “non parlo la loro lingua”.

Quando entriamo nel salotto di Vahanduckt il tavolo è imbandito con il classico tripudio di sujukh, noci sciroppate, baklava tipico delle case armene, dove si è invitati per il caffè ma si finisce per saltare la cena.

Lei domina la scena seduta in poltrona. Porta un vestito scuro e una giacca di pile marrone, ha i capelli bianchi stretti in una crocchia sulla nuca e il viso sorridente, in cui spiccano gli occhi nerissimi.

“Benvenuti!” dice, “peccato non aver saputo prima del vostro arrivo, avrei preparato qualcosa in più!”.

Ci sediamo e ci presentiamo. Si parte con i convenevoli: Vahanduckt mi chiede quanti anni ho e se sono sposata. Le mie interlocutrici iniziano subito a mettere insieme un rapido elenco dei più appetibili scapoli della zona, e intavolano un acceso dibattito su chi potrebbe essere interessato. Le ringrazio e cerco di cambiare argomento.

Non andare via

Vahanduckt venne a Charkov l’8 luglio 1962 per sposare un uomo che conosceva appena. A 25 anni, racconta, “era ormai tempo” di farlo. Lasciò la sua casa ad Armavir, nell’Armenia occidentale, convinta di essere diretta alla Charkiv ucraina. I primi dubbi le vennero quando vide il futuro sposo che la veniva a prendere incastrato nel sidecar di una vecchia moto, non proprio il mezzo ideale per un viaggio così lungo.

“Pioveva a dirotto,” ricorda. “Mio marito era seduto nel sidecar. Quando arrivammo, era completamente bagnato”.

Così si trovò a cominciare la sua nuova vita in un villaggio di qualche centinaio di abitanti a pochi passi dal confine turco, in una casa condivisa con il marito, la sorella di lui e la madre. Il padre era stato condannato a morte nel 1937 durante le purghe staliniane, colpevole di aver detto a voce alta che Aghasi Kanjyan, leader bolscevico dell’Armenia sovietica, morto in circostanze mai chiarite, “era una brava persona”. Fu arrestato, deportato in Siberia, tornò in Armenia e infine fu ucciso.

Vahan Tumasyan passeggia lungo il confine con la Turchia, novembre 2025 - Martina Sanna

Vahan Tumasyan passeggia lungo il confine con la Turchia, novembre 2025 (Martina Sanna)

“I figli non lo rividero più dopo l’arresto, anche se implorarono le autorità di poterlo salutare”, racconta Vahanduckt. “Anni dopo trovarono i documenti. E scoprirono che avevano gettato il corpo nella gola: così si faceva allora”.

Ma la storia di Charkov comincia prima del periodo sovietico. Il villaggio fu fondato nel 1915 dai sopravvissuti al genocidio armeno in fuga dalle loro case nelle città di Mush e Van, oggi nell’est della Turchia.

Tra loro c’era la suocera di Vahanduckt. Quando si conobbero stava perdendo la vista, ma conservava viva la memoria di Mush e la speranza che un giorno sarebbe potuta tornare a casa.

“Mi diceva che mi avrebbe portata nelle nostre terre,” racconta Vahanduckt, che la accompagnava ogni mattina a passeggiare in giardino. Le piaceva vedere il sole sorgere sulle rovine di Ani, e raccontare alla nuora della loro antica casa. Quando morì, Vahanduckt rimase con il ricordo delle sue ultime parole: “Non andare via. Anche se non hai farina, accendi il tonir e lascia salire il fumo. Così i turchi sapranno che noi siamo ancora qui”.

Alla fine degli anni novanta Vahanduckt e suo marito rimasero soli.

“Mio marito era un uomo gentile e pieno di talento”, racconta Vahanduckt. “Sapeva aggiustare qualsiasi cosa, dagli orologi ai motori dei trattori, e non chiedeva mai soldi. Non c’era nessuno nel villaggio che non avesse aiutato”.

La sua morte, nel 2010, segnò un punto di svolta. Fu sepolto vicino alla vecchia chiesa, i cui khachkar – le tradizionali croci di pietra armene – erano state portate da Van dai sopravvissuti al genocidio, determinati a preservare la loro identità religiosa nonostante l’ateismo sovietico. Quando sarà il momento, Vahanduckt vuole essere sepolta lì.

“E se morissi altrove?”, dice. “Per i miei figli sarebbe più difficile riportarmi a casa”.

I figli hanno cercato più volte di convincerla a lasciare il villaggio, a sfuggire agli inverni rigidi, all’isolamento. Ma lei rifiuta.

La sua presenza è l’ultima prova vivente che Charkov è stata fondata e abitata per decenni da armeni. Per Vahanduckt, restare è l’ultimo frammento di quel legame.

Quando lascia il villaggio, cosa che accade raramente, insiste sempre per tornarci il prima possibile.

“Ricordo un giorno in cui ero in città dai miei figli”, racconta sorridendo. “Volevano che restassi a dormire perché la macchina era rotta, ma ho insistito così tanto che hanno dovuto trovarne un’altra per riportarmi qui”.

“Quindi alla fine l’ha avuta vinta…”, le dico quasi senza pensarci. Stepan diligentemente traduce. Lei mi guarda. Prima ancora che Stepan mi venga in aiuto, conosco già la sua risposta: “Ovviamente”.

La presenza di Vahanduckt nel villaggio non è solo simbolica: è una responsabilità. Tutto ciò che è lì dipende da lei: le galline, i conigli, la terra. Se andasse via, Charkov smetterebbe di esistere.

“Mio marito diceva sempre: ‘Questo è il mio luogo di nascita. Non me ne vado. Resta anche tu, tieni in vita il villaggio’. E io sono rimasta. Devo restare finché qualcuno non tornerà, ricostruirà le case, riporterà la vita. Se me ne vado, questa speranza svanisce”.

Uno dei visitatori più assidui di Vahanduckt è Vahan Tumasyan, un agricoltore di sessant’anni che vive nel villaggio di Bagravan, a venti chilometri di distanza da Charkov, ma dall’altro lato del filo spinato. Parte delle sue terre si trova però all’interno della zona ad accesso limitato, per questo passa spesso da Vahanduckt per una tazza di caffè o una chiacchierata.

Da trent’anni Vahan si batte per ridurre l’estensione dell’area recintata, sostenendo che gli armeni non hanno libero accesso alle loro stesse terre. In qualche caso i suoi sforzi hanno pagato: dopo anni di richieste in alcuni villaggi le recinzioni sono state spostate. “Per questo non riesco a perdonare gli abitanti di Charkov,” dice. “Se fossero rimasti, se avessero resistito, forse sarebbe successo anche qui”.

La svolta

Oggi il nome del villaggio è instabile, come la zona in cui si trova. Sulle mappe ne compaiono tre diversi: oltre al sovietico Charkov, c’è il nome armeno, Norashen, e quello scelto al momento della fondazione dai superstiti del genocidio, Yenikey. Le autorità armene hanno comunque riconosciuto, almeno simbolicamente, la determinazione di Vahanduckt. Nel 2019 il governatore dello Shirak, la regione dove si trova Charkov, le ha consegnato una lettera del primo ministro Nikol Pashinyan, che lodava la sua “dedizione incrollabile alla patria e il suo lungo impegno per preservarla”.

Vahanduckt ricorda che in quel periodo si cominciava a parlare di un imminente cambio della guardia nella gestione del confine e di una possibile apertura. Ma pochi mesi dopo arrivò la pandemia di Covid-19, poi la guerra del Nagorno-Karabakh. E le promesse non furono mantenute.

Eppure oggi qualcosa sembra muoversi. Secondo il professor Vahram Ter-Matevosyan, esperto di politica estera del Caucaso meridionale, il governo armeno sta valutando di riprendere in mano il controllo dei propri confini. Le forze russe potrebbero dover lasciare la zona entro la fine dell’anno.

“La gente fa continuamente domande sull’apertura del confine”, dice Vahanduckt. “Ma questa è roba per i politici. Se la frontiera fosse aperta, forse il villaggio tornerebbe a vivere. Quindi devo restare. Vivo di speranza. E la speranza porta luce”.

Il tempo scorre veloce e Vahanduckt lo sa. A giugno compirà novant’anni, pochi giorni prima delle elezioni parlamentari armene che segneranno la vittoria decisiva del partito in carica, il centrista Contratto civile, o un ritorno, meno probabile, delle forze conservatrici e filorusse. Durante uno dei suoi lunghi caffè con Vahan Tumasyan, Vahanduckt gli ha confessato che crede che questo sia il suo ultimo anno.

Con la sua morte, Charkov potrebbe definitivamente scomparire. “Questo villaggio è importante,” dice Vahan. “È il più vicino ad Ani, il nostro luogo sacro. Senza Ani perdiamo la nostra identità”.

Quando usciamo dalla casa di Vahanduckt, la luce si è fatta più calda sulle pianure brulle che si estendono fino alla gola, oltre il filo spinato, dove si intravede ancora la sagoma della cattedrale. Il vento continua a soffiare contro la bandiera turca, meno violento di quando siamo arrivati.

Ogni mattina Vahanduckt si sveglia, dà da mangiare alle galline, cura il giardino. Guarda il sole sorgere sopra la cattedrale di Ani e tramontare oltre le montagne a ovest, dove siamo diretti per tornare verso Yerevan. È ancora lì.

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