San Gregorio di Narek, 27 febbraio 2026/ Oggi si ricorda il monaco armeno amato da papa Francesco. (Il Sussidiario 27.02.26)

San Gregorio di Narek è molto conosciuto per il suo libro delle lamentazioni: monaco, poeta e letterato è stato designato come Dottore della Chiesa

San Gregorio di Narek, monaco e Dottore della Chiesa

Il 27 febbraio di ogni anno la Chiesa commemora San Gregorio di Narek, un importante personaggio vissuto a cavallo dell’anno 1000. Nasce nel 951 e muore nel 1003. Viene ricordato per essere stato un monaco, un poeta, un teologo e un mistico armeno. Nasce in una famiglia di scrittori nella Grande Armenia, che si trova nell’attuale Turchia.
Dopo la morte prematura della madre, fu cresciuto e formato dal cugino.
La poesia era nella sua genetica: nella sua vita Gregorio condusse un’esistenza umile, insegnando teologia nei conventi e nei monasteri cristiani in Armenia, componendo poesia e canti rivolti alla divulgazione della fede cristiana.

Il 21 febbraio del 2015papa Francesco ha confermato il titolo di Dottore della Chiesa a San Gregorio, tramite apposita lettera apostolica. La cerimonia è avvenuta a Roma, nella Basilica di San Pietro, proprio in occasione della ricorrenza dei cento anni del genocidio degli armeni. Gregorio di Narek viene proclamato da papa Francesco come 36°dottore della Chiesa.


San Gregorio di Narek: l’introspezione e non il castigo è la chiave per la crescita spirituale

L’impegno di Gregorio poeta si evince nel Narek, il cosiddetto libro delle lamentazioni: la sua poetica risiede nella capacità di guardarsi dentro, di valorizzare l’introspezione dell’animo umano come strumento di pace e di umanità.
Questo è l’insegnamento di un poeta e di un teologo che porta in alto la benevolenza, la riflessione, il lavoro interiore dell’uomo come unica arma per sconfiggere il male. Si tratta di una visione moderna per i tempi, dove penitenza e castrazioni facevano parte del modus operandi tradizionale: lavorare su se stessi significava spostare l’ottica sull‘introspezione come unica modalità di salvezza, attribuendo così all’uomo un certo arbitrio e una forte autonomia rispetto a Dio, la dottrina, il dogma e la figura del male/demonio.

San Gregorio e tutto il suo impegno ecumenico, come poeta e letterato, è fonte di ispirazione per gli artisti contemporanei armeni di oggi che vedono nella sua poetica un immaginario positivo e altamente spirituale, da associare a yoga e meditazione.

Le celebrazioni per San Gregorio di Narek

San Gregorio di Narek viene celebrato in Italia attraverso lunghe sessioni di preghiere, come quella che si è tenuta nei giardini Vaticani nel 2021 e all’Angelicum nel 2022: viene considerato il ponte per eccellenza tra la cultura romana occidentale e quella armena.
All’interno dei Giardini Vaticani esiste una statua in bronzo che riproduce le effige di San Gregorio, ed è stata benedetta da papa Francesco nel 2018.

L’Armenia, una delle prime civiltà cristiane asiatiche che ha subito un terribile genocidio

L’Armenia è una ex repubblica sovietica che si trova fra Europa e Asia, sulla catena montuosa del Caucaso.
Da sempre è considerato uno Stato ponte fra la cultura d’oriente e d’occidente ed è stato il primo Paese a convertire la fede cristiana come religione ufficiale.
Oggi è uno Stato spesso in conflitto con i Paesi limitrofi, di un fascino indiscutibile: offre numerosi monasteri, chiese paleocristiane, conventi di rara bellezza e antichità, quasi tutti annoverati come patrimonio Unesco.
Si tratta di un Paese montuoso, ricco di costumi e tradizioni: gli scacchi sono il gioco nazionale, che viene insegnato come materia scolastica.
Impossibile resistere al pane, cibo tradizionale, e alla grappa locale che viene qui prodotta secondo tradizione e viene usata da sempre come rimedio naturale.
Oggi la città di origine del Santo fa parte del territorio politico turco, dopo le lotte intestine che hanno portato a un vero genocidio del popolo armeno, avvenuto fra il 1915 e il 1923, durante la Prima Guerra Mondiale.

Gli altri Santi del giorno

Oltre a San Gregorio di Narek, il 26 febbraio si ricordano: Santi Euno e Giuliano, Sant’Onorina martire, San Besas soldato e San Baldomero suddiacono.

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Il messaggio universale di San Gregorio di Narek (In Terris)

Opinione: l’Iran potrebbe vendere armi all’Armenia (NotiziedaEst 26.02.26)

Durante una visita ufficiale a Teheran, il ministro della Difesa dell’Armenia, Suren Papikyan, ha incontrato il ministro iraniano della difesa e del sostegno alle forze armate, il capo di stato maggiore, il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e il presidente del paese.

Secondo le fonti, il ministro della difesa armeno ha discusso «la necessità di risolvere la situazione intorno all’Iran attraverso negoziati diplomatici» durante l’incontro con il presidente Masoud Pezeshkian.

Sulle relazioni tra Armenia e Iran, entrambe le parti hanno sottolineato «l’importanza e la necessità di un dialogo ad alto livello continuo, nonché di rafforzare la pace e la stabilità nella regione». Hanno anche discusso la cooperazione in ambito difensivo durante la visita.

Lo specialista dell’Iran Armen Vardanyan afferma che l’Armenia intende chiaramente espandere la cooperazione militotecnica con l’Iran:

«Entrambe le parti stanno ora procedendo verso la firma di un accordo di partenariato strategico. Da questa prospettiva, sviluppare la cooperazione militotecnica armeno-iraniana è molto importante. Non ci sono segnali finora che l’Iran intenda vendere armi all’Armenia. Tuttavia, questo scenario non può essere escluso in futuro.»

«I dettagli chiave della visita, insieme all’analisi di un esperto sull’Iran.»

  • Opinione:’Le tariffe del 25% di Trump non saranno un onere significativo per l’Armenia’
  • Presidente iraniano: «La visita in Armenia rientra tra i viaggi prioritari verso i paesi confinanti»
  • Cooperazione con l’Iran – una soluzione per l’Armenia, bloccata dall’Azerbaijan e dalla Turchia

Sicurezza regionale e internazionale discussa

Il ministero della Difesa armeno ha rilasciato poche informazioni relative alla visita di Suren Papikyan a Teheran. I funzionari hanno detto solo che il ministro ha incontrato il suo omologo iraniano, Aziz Nasirzadeh, e ha discusso la cooperazione tra i due ministeri.

«Le parti hanno anche scambiato opinioni su una serie di questioni legate alla sicurezza regionale e internazionale.»

Le fotografie pubblicate suggeriscono che i colloqui siano andati oltre un incontro bilaterale e abbiano incluso un formato ampliato con la partecipazione di una delegazione armena.

Armenian defence minister’s visit to Iran. Expanded-format meeting in Tehran

Il ministero della Difesa armeno afferma che Suren Papikyan ha incontrato anche il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, e il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, Ali Larijani. Discutono della cooperazione bilaterale in difesa e delle questioni di sicurezza regionale.

‘No rally banned in Armenia since 2018’ — Pashinyan responds to Iranian envoy

L’ambasciatore iraniano Khalil Shirgholami si lamenta che le proteste sono state consentite davanti all’ambasciata mentre il primo ministro e il ministero dell’interno rispondono

 

 

L’ambasciatore iraniano in Armenia nota un livello superiore di relazioni

Commentando la visita di Suren Papikyan, l’ambasciatore iraniano in Armenia, Khalil Shirgolāmi, ha detto che i funzionari avevano pianificato il viaggio in anticipo. Ha aggiunto che la visita riflette un livello superiore di relazioni armeno-iraniane. Il diplomatico ha suggerito che i due paesi potrebbero tenere esercitazioni militari congiunte su larga scala man mano che la cooperazione si sviluppa ulteriormente.

«La partnership di difesa tra i nostri due paesi si fonda sui legami storici, sull’inviolabilità dei confini e sulla preservazione dell’integrità territoriale di entrambi gli stati,» ha detto Shirgolāmi.

Ha descritto il confine armeno-iraniano come una “frontiera di pace” e ha affermato che riveste una grande importanza per entrambi i paesi.

‘Political message to Baku — and beyond’: on Armenian-Iranian military drills

L’analista politico Hakob Badalyan ritiene le esercitazioni altamente significative, in particolare per mantenere una relativa stabilità lungo il confine.

 

Armenian-Iranian military drills

 

Lo specialista dell’Iran, Armen Vardanyan, ha affermato che il dialogo armeno-iraniano ha carattere strategico. Ha osservato che le armi e le attrezzature militari che l’Armenia acquista dall’India vengono trasportate attraverso l’Iran confinante.

«Sono emersi alcuni problemi poco prima di questo. In quel contesto, il dialogo tra le autorità armene e la leadership iraniana è stato molto importante,» ha detto, senza fornire ulteriori dettagli.

Come l’ambasciatore iraniano, anche l’esperto ritiene che le parti possano aver discusso future esercitazioni militari armeno-iraniane durante i colloqui.

«Nelle esercitazioni precedenti, l’Armenia conduceva esercitazioni nel proprio territorio e l’Iran nel loro, eppure erano comunque esercitazioni congiunte. Tuttavia, non escludo che questo formato possa evolversi e portare a esercitazioni congiunte su scala maggiore.»

Il 9–10 aprile 2025, unità speciali delle forze armate armena e iraniana hanno condotto esercitazioni militari congiunte. Le manovre si sono concentrate sull’eliminazione di attacchi terroristici ai posti di controllo di confine. I funzionari hanno dichiarato che le regioni di confine di entrambi i paesi non presentavano minacce. Le hanno descritte come volte a «rafforzare la sicurezza di confine».

Vardanyan ritiene inoltre che durante la visita siano state discusse anche le tensioni che circondano l’Iran. A suo avviso, Teheran è preoccupata per due temi chiave:

  • «L’Armenia non deve diventare una piattaforma per azioni anti-iraniane,
  • e i confini dell’Armenia non devono essere modificati.»

Ha aggiunto che l’Armenia ha anche preoccupazioni legate alle tensioni regionali che coinvolgono l’Iran. Secondo l’analista, quindi entrambe le parti avevano molto da discutere e il dialogo è probabile che continui.

‘Armenian-Iranian relations are not a bargaining chip’: Yerevan reassures Tehran

Le tensioni sono emerse in Iran riguardo agli accordi di Washington tra Armenia e Azerbaijan. Tutti i dettagli della situazione, oltre al commento dell’analista politico Robert Ghevondyan.

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In Artsakh, dopo il 4 febbraio: nuovi casi di distruzione sistematica del patrimonio culturale (Asbarez 26.02.26)

Il difensore del patrimonio culturale dell’Artsakh e vicepresidente dell’organizzazione pubblica storico-culturale “Azgayin”, Hovik Avanesov, ha scritto che il 4 febbraio 2026, nella città di Abu Dhabi, si è svolto un evento che solleva seri interrogativi etico-politici.

Egli si riferisce al conferimento al Primo Ministro dell’Armenia, Nikol Pashinyan, e al Presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, del Premio Zayed per la Fratellanza Umana 2026 degli Emirati Arabi Uniti, per la “pace stabilita tra il regime autoritario di Baku e l’Armenia”.

Avanesov osserva che, nonostante tutto ciò, in Artsakh la distruzione del patrimonio culturale continua.

La cerimonia di premiazione, presentata come simbolo di riconciliazione e comprensione regionale, in realtà crea una profonda contraddizione con le realtà esistenti sul terreno. Nel contesto in cui in Artsakh prosegue la distruzione e trasformazione sistematica dei luoghi della cultura e della memoria armena, un tale conferimento “in nome della pace” non favorisce la riconciliazione, bensì crea un clima di impunità.

Nei territori dell’Artsakh temporaneamente occupati, la politica nei confronti del patrimonio civile è ormai uscita da tempo dal quadro di episodi isolati, assumendo un carattere sistemico. Non si tratta soltanto della trasformazione o eliminazione di chiese storiche, monasteri, khachkar (croci di pietra), interi insediamenti e monumenti, ma anche della distruzione mirata di luoghi che rappresentano simboli della memoria collettiva e valori di importanza universale.

Dopo il 4 febbraio sono stati registrati nuovi casi di danneggiamento e distruzione sistematica del patrimonio culturale. In particolare, il complesso memoriale situato nella città di Monteaberd (Martuni), in Artsakh, dedicato ai caduti della Grande Guerra Patriottica (1941–1945) e della guerra di liberazione dell’Artsakh. Nei giorni scorsi, sulle piattaforme social azere è stato diffuso un video girato nel villaggio di Khnapat, nel distretto di Askeran della Repubblica di Artsakh. Nel video si vede chiaramente che il cimitero dei caduti della guerra dell’Artsakh è stato devastato.

La distruzione del cimitero non è semplicemente un atto di vandalismo. È un’azione diretta alla cancellazione della memoria, alla svalutazione del ricordo dei caduti e all’eliminazione della presenza storica della comunità. La politica di genocidio culturale si manifesta proprio attraverso tali azioni, con l’obiettivo di ridefinire l’identità del territorio e reciderla dalle sue radici storiche.

In questo contesto, l’assegnazione di un “premio per la pace” non è solo politicamente controversa, ma anche moralmente problematica. Quando nelle sedi internazionali vengono premiati leader sotto la cui gestione continuano azioni contro il patrimonio culturale, si crea un precedente pericoloso. Ciò può essere percepito come un tacito consenso internazionale a proseguire la distruzione sistematica dei luoghi culturali e della memoria.

Se la pace implica non soltanto la cessazione del fuoco, ma anche la tutela dei diritti umani, della giustizia storica e del patrimonio culturale, allora l’attuale situazione dell’Artsakh non corrisponde a tali criteri.

La pace non può essere costruita su cimiteri distrutti, luoghi sacri profanati e memoria cancellata. Pertanto, non sono necessarie premiazioni formali, bensì un monitoraggio internazionale indipendente, una valutazione giuridica e l’applicazione di meccanismi di responsabilità per prevenire l’ulteriore approfondimento del genocidio culturale nella regione», ha scritto Avanesov.

Asbarez

Land for peace: la caduta dell’ultimo tratto della cortina di ferro (Gariwo 25.02.26)

Se la parola pace affonda le sue radici etimologiche in un processo dinamico che fa riferimento al patto, al relazionarsi, al ripristinare un rapporto, risulta evidente che il presidente della Repubblica di Armenia Nikol Pashinyan sta percorrendo un cammino e cerca di costruire una “strategie di riuscita” lungo un percorso nel quale la meta, la pax agognata dai popolia tratti appare con contorni netti, a tratti “disappare”, si allontana, sembra dissolversi; e nelle comunità armene in patria e in diaspora si alternano sentimenti a volte improntati alla speranza, a volte alla sfiducia.

L’immagine di J. D. Vance che depone i fiori al Memoriale del genocidio armeno e il post pubblicato nell’immediatezza della visita in cui compariva il termine “genocidio” a indicare il milione e mezzo di vittime della deportazione “verso il nulla” del 1915, sembrava una riconferma della scelta della governance degli Stati Uniti, iniziata dal presidente Joe Biden, di indebolire il negazionismo del Governo di Ankara. Non è così; il post è stato cancellato già sulla scaletta dell’Air Force che portava il vicepresidente in Azerbaigian. Per il Primo ministro armeno si profila un altro ostacolo sul percorso della normalizzazione dei rapporti inter-regionali che è uno dei suoi grandi meriti, dopo quello di avere scelto per il suo popolo la vita e non la terraLand for peaceNel novembre del 2020 il cessate il fuoco con l’accordo trilaterale sotto la tutela di Mosca, (accordo non rispettato da Baku), è stato il primo passo, al quale è seguito l’esodo di più di centomila armeni per carestia provocata, accolti a Yerevan. Per gli armeni l’”uomo” è più importante della terra su cui abita. (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/il-nagornokarabakh-tra-ieri-e-oggi-26715.html).

Per circa trent’anni, dopo la dissoluzione dell’URSS, si sono susseguiti colloqui di pace tra armeni e azeri: la CSCE presieduta dall’Italia, l’OSCE con il Gruppo Minsk e la co-presidenza di Francia, Russia e Stati Uniti, la CSI, composta da alcune ex repubbliche sovietiche di fatto guidata dalla Russia, nel tentativo di tenere vivi i legami tra gli eredi dell’URSS, e che aveva nel suo statuto firmato a Minsk nel 1993, l’obiettivo di risolvere situazioni conflittuali tra gli stati membri; numerosi incontri diplomatici, colloqui, ispezioni sul territorio, ma un nulla di fatto. Alla fine l’Azerbaigian, con un esercito riorganizzato e dotato di armi moderne, sostenuto dalla Turchia, ha occupato l’Artsakh (Nagorno Karabakh) enclave armena in Azerbaigian, e altri territori in Armenia. Era il settembre del 2023 quando, nei giorni dell’esodo dei profughi, furono arrestati più di venti leader politici e dirigenti dell’Artsakh, e tra questi il filantropo Ruben Vardanyan, ministro per quattro mesi dell’enclave armena contesa. È notizia di pochi giorni fa la sua condanna a venti anni di carcere, dopo un processo che Amnesty International ha definito “parodia”.

Il Primo ministro Pashinyan da allora ha abbandonato la logica binaria del “tutto o nulla” e si è incamminato sulla strada del compromesso, letto come ”tradimento (?)” ma che in realtà dovrebbe significare dialogo, riconciliazione (https://it.gariwo.net/magazine/editoriali/tradimenti-26729.html). Strada irta di ostacoli, come si è visto con le scelte e il comportamento dell’amministrazione statunitense.

Ci sono ancora speranze che gli armeni possano sostenere il peso della lotta per la pace, o almeno per una solida condizione di a-conflittualità? Sono stati numerosi i tentativi di accordo e le proposte giunte dai leader delle regioni dell’area all’indomani della conclusione della guerra azero-armena. Ankara, e quasi in contemporanea Tehran, hanno proposto la “Piattaforma di Collaborazione Regionale 3+3”, che avrebbe dovuto avviare il processo di normalizzazione dei rapporti tra i 3 paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia, Azerbaigian, e i 3 vicini dell’area, Iran, Russia, Turchia, senza ”ingerenze esterne”. La proposta rimane a latere del processo in corso ma trova ostacoli ad ogni fase di ripresa dei colloqui.

Più solido il progetto che il Premier armeno Nikol Pashinyan ha presentato come “Crocevia della Pace”, con l’obiettivo di uscire dall’isolamento creando relazioni economiche e commerciali con la Georgia, l’Azerbaigian, la Turchia e l’Iran, paesi confinanti. Tale progetto prevedeva anche il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), oltre a quello Est-Ovest.

I rapporti con l’Iran non hanno mai costituito un problema, la crisi riguarda i rapporti con la Russia incrinati dalla svolta pro-occidentale dell’Armenia, tradita dal suo principale garante della sicurezza nel corso del conflitto per l’Artsakh.

Il crollo del Muro di Berlino e la smobilitazione del patto di Varsavia non hanno avuto come conseguenza la caduta della cortina di ferro tra Turchia e Armenia. La chiusura della frontiera con la Turchia ha trasformato da 33 anni l’Armenia in un paese con un’economia fortemente dipendente dai due unici corridoi di transito, Georgia e Iran, situazione che ha comportato costi di trasporto elevati e accessi limitati ai mercati internazionali. Quadro aggravato dal conflitto con l’Azerbaigian per l’enclave armena in territorio azero. Oggi sembra profilarsi all’orizzonte la riapertura del confine tra Armenia e Turchia, grazie al progetto “Crocevia della pace” avviato fra Armenia e Azerbaigian, quest’ultimo, da sempre, stretto alleato della Turchia. Nelle relazioni armeno-turche sono prevalse le ragioni dell’economia e del commercio: la perdita dell’Artsakh e il riconoscimento del genocidio non sono più la barriera invalicabile eretta dalla storia; riaprire i confini per realizzare la libertà dei commerci è diventata la via della riconciliazione.

È naturale che la caduta dell’ultima cortina di ferro esistente ha una importanza particolare per lo sviluppo delle regioni orientali della Turchia e di quelle occidentali dell’Armenia, con le dogane di Kars-Gyumri, Margara-Igdir che sarebbero direttamente interessate dai nuovi flussi di merci e persone. Gli imprenditori della regione di Kars in Turchia e di Gyumri in Armenia attendono da molti anni l’apertura del confine, con benefici per entrambe le parti. La risposta di Ankara è visibile nel fatto che ha già iniziato a organizzare la costruzione delle infrastrutture e della linea ferroviaria, ma Yerevan deve trattare con Mosca, proprietaria della rete ferroviaria armena; inoltre, malgrado la crisi politica, i legami economici ed energetici con Mosca, se pure ridotti, sono ancora in essere.

Lo sviluppo a nord dell’Armenia delle province orientali turche e di quelle occidentali armene nell’area Kars-Gyumri, è una conseguenza di scelte affrontate nel corso di incontri bilaterali, ma la strategia regionale turca è incentrata sul Sud dell’Armenia. La fase del percorso di pace definita “pace americana”, per il vertice trilaterale di Washington dell’8 agosto 2025, prevede la realizzazione della TRIPP, Trump Route for International Peace and Prosperity, che collegherebbe le regioni orientali della Turchia, via Nakhchivan e Meghri con l’Azerbaigian. Tra Nikol Pashinyan, Ilham Aliyev e il presidente Trump, (proposto per il Nobel per la pace), strette di mano e firme: meno dipendenza dalle rotte di transito controllate dalla Russia e il consolidamento della scelta del Premier dell’Armenia di guardare a Occidente. La strada nel Sud dell’Armenia da Est a Ovest, collega l’Azerbaigian, l’Iran, il Nakhchivan (Repubblica autonoma dell’Azerbaigian), e la Turchia.

L’apertura del confine di Meghri, con adeguate infrastrutture, permetterebbe al “consorzio economico occidentale” di raggiungere i confini della Cina attraversando gli Stati turcofoni a Oriente (Azerbaigian, Kazakhstan, Kirghisistan, Uzbekistan, Turkmenistan). Non si può fare a meno di ricordare che questo era il sogno panturco ripreso dal “Padre della patria”, Mustafa Kemal, che guardava al Turan per collegarsi e unire tutti i popoli turcofoni. Si garantirebbe l’accesso per le merci occidentali verso il Mar Caspio e oltre, mentre il trasporto passeggeri potrebbe concretizzarsi dopo avere risolto i problemi dei controlli burocratici ancora vigenti, gestiti dall’Armenia in partnership con gli uffici doganali russi.

In questo quadro appare geopoliticamente significativa e lungimirante, l’operazione di acquisto compiuta nel 1936 dal Presidente della Turchia repubblicana, Mustafa Kemal, usando il suo patrimonio personale, di una striscia di pochi chilometri di territorio persiano che ha permesso di collegare il Nakhchivan, un tempo armeno e ora azero, con la Turchia.

Con i protocolli siglati, l’Armenia concederebbe il proprio territorio in “leasing” per 99 anni a imprese americane. Una vera e propria rivoluzione geo-economica, parte di un più largo progetto destinato a collegare il Caucaso meridionale all’Asia centrale, componente essenziale della rete di trasporto intercontinentale che dalla Cina arriverebbe in Europa. La pace nel Caucaso meridionale libererebbe un potenziale economico rimasto inattivo a causa di continui, reiterati conflitti. L’Armenia uscirebbe dal suo isolamento, entrando nella rete di grandi connessioni economiche; sembrerebbe garantita la sovranità armena sul percorso e il controllo doganale e di frontiera, pur con la concessione agli Stati Uniti di una quota affittuaria.

Nel frattempo, è sorto un progetto collaterale al “Crocevia della pace”: la costruzione di una nuova linea ferroviaria Meghri – Nakhchivan – Kars (in via di completamento) che taglia il più diretto collegamento esistente via Nakhchivan per Yerevan-Gumry, fino al confine con la Georgia, escludendo la vecchia strada ferrata dell’epoca sovietica ancora in funzione e sotto il controllo della Russia. La Turchia ha cercato così di aggirare il controllo russo. Il progetto TRIPP comporta la costruzione di grandi infrastrutture, di nuove strade, oleodotti, cavi, linee energetiche e di una rete efficiente di comunicazione che coinvolge direttamente i confini armeni sino ad ora controllati dalla Russia.

Il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian è diventato un elemento chiave per trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio di stabilità, essenziale per una “a-conflittualità” duratura. L’apertura delle frontiere rafforzerà sicuramente il ruolo della Turchia come centro logistico internazionale, mentre per l’Armenia l’uscita dall’isolamento e dalla dipendenza da mercati fluttuanti come quelli georgiani, russi, azeri e iraniani è di fondamentale importanza, se non questione di sopravvivenza futura.

Va sottolineato che l’attivazione del TRIPP, il “Corridoio di Mezzo”, è solo una parte del progetto iniziale Cross Road of Peace, e i nuovi accordi di libero transito tra Armenia e Azerbaigian, potrebbero danneggiare i rapporti definibili “fraterni“ tra l’Armenia e l’Iran che si troverebbe escluso da un’interazione Est-Ovest, sebbene sia in costruzione un nuovo ponte sul fiume Arax tra i due paesi confinanti a dimostrazione della volontà dell’Armenia di rimanere fedele al suo storico alleato.

Il progetto iniziale del Premier Pashinyan, “Cross Road of Peace” ancora in gestazione, contempla, come si è visto, oltre a quello Est- Ovest, il Corridoio Internazionale Nord-Sud (INSTC), tra Armenia e Iran, ben visto da India, Iran e Cina, poiché da Bandar Abbas potrebbe congiungere l’Europa, via Armenia e Georgia; l’INSTC, aprendosi ad altri Stati, costituirebbe un potenziamento della pace. Se per la Turchia e gli occidentali la connessione Est-Ovest è prioritaria, per la Russia è altrettanto importante il collegamento Nord-Sud che la libererebbe dall’isolamento. Non è dato sapere se tale progetto entrerebbe in conflitto con quello Est-Ovest, vista la situazione politica “liquida” che stanno vivendo le varie nazioni che compongono il mosaico mondiale sempre più indefinibile e i rapporti tra gli Stati che evolvono in continuazione.

In prospettiva, l’Armenia punta ad ampliare l’accesso ai mercati per le proprie esportazioni e a inserirsi nei corridoi regionali di trasporto. Tali benefici restano subordinati alla normalizzazione politica, al completamento dei lavori sul territorio e alla volontà di tradurre gli accordi nella concretezza dell’operatività.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha dato la disponibilità armena a facilitare da subito il transito commerciale con la Turchia e l’Azerbaigian, mostrando un orientamento pragmatico verso l’obiettivo della cooperazione regionale. Per l’Armenia concedere questo passaggio sul suo territorio nazionale, è un grande sacrificio, che ha costi politici alti in patria e in diaspora. La pace è in gestazione e ogni gestazione è attesa che contiene incognite. L’Armenia è circondata da vicini agguerriti, ma pur di raggiungere una pace duratura è disposta, ancora una volta, a sacrificare terra in cambio di vita, legalità in cambio di sopravvivenza.

Confida sulla lealtà dei suoi nuovi alleati per preservare l’autonomia nazionale.

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Il Governo armeno presenta accuse contro Karekin II e gli vieta di lasciare il paese (InforVaticano 25.02.26)

La Procura Generale dell’Armenia ha sporto accuse penali contro Karekin II, patriarca supremo e “catholicos” di tutti gli armeni, e gli ha proibito di lasciare il paese, secondo quanto riferisce La Nuova Bussola Quotidiana. La misura, emanata il 14 febbraio 2026, gli ha impedito di partecipare all’assemblea della Chiesa armena celebrata il 17 febbraio in Austria.

La decisione si inserisce in un confronto crescente tra il Governo del primo ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, che si è intensificato negli ultimi mesi.

Una crisi che si aggrava dal conflitto del Karabaj

Le tensioni tra Chiesa e Stato si sono accentuate dopo la seconda guerra tra Armenia e Azerbaigian per il Nagorno-Karabaj nel 2020, che si è conclusa con una sconfitta militare armena e l’apertura di negoziati per un cessate il fuoco. Nel settembre 2023, l’Azerbaigian ha ripreso completamente il controllo del territorio dopo un’offensiva che ha provocato lo spostamento di decine di migliaia di armeni dalla autoproclamata Repubblica di Artsaj.

Tra aprile e giugno del 2024, l’arcivescovo Bagrat Galstanyan ha guidato proteste contro le concessioni territoriali all’Azerbaigian. Successivamente è stato arrestato con l’accusa di aver organizzato un tentativo di colpo di Stato. Il 25 giugno 2025 è stato arrestato insieme ad altre 15 persone, tra sacerdoti e laici.

Due giorni dopo è stato arrestato anche l’arcivescovo Mikael Ajapahian, accusato di incitare al rovesciamento violento del Governo. Nell’ottobre 2025, il vescovo Mkrtich Proshyan e altri 12 chierici sono stati arrestati con accuse che includevano coercizione per partecipare a concentrazioni pubbliche, ostruzione del diritto elettorale e reati economici. Nelle ultime settimane, i tribunali hanno sostituito la detenzione preventiva di Proshyan e Ajapahian con l’arresto domiciliare.

Accuse contro il “catholicos” e restrizioni giudiziarie

Secondo il mezzo italiano, le accuse contro Karekin II si basano su fondamenti simili a quelli utilizzati dal 2024 contro altri membri del clero. Il divieto di uscita dal paese gli ha impedito di partecipare all’assemblea ecclesiale in Austria, cosa che è stata interpretata dai suoi difensori come un’interferenza diretta nell’autonomia della Chiesa.

Diversi gruppi di difesa della libertà religiosa hanno denunciato negli ultimi mesi l’arresto di alti prelati e sacerdoti in Armenia. Il mezzo citato indica che queste misure potrebbero entrare in conflitto con la Costituzione armena e con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, in particolare per quanto riguarda la libertà religiosa e di associazione.

La Chiesa Apostolica Armena e il suo ruolo nell’identità nazionale

La Chiesa Apostolica Armena, una delle più antiche comunità cristiane, fa parte dell’ortodossia orientale precalcedonese e, secondo la tradizione, risale alle missioni degli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo nel I secolo. Più del 90% della popolazione armena si considera cristiana, e la Chiesa svolge un ruolo centrale nella preservazione dell’identità culturale e nazionale del paese.

Un anno decisivo per l’Armenia

L’anno 2026 si presenta come un periodo chiave per l’Armenia, sia in politica interna che esterna. Dopo la cosiddetta “Dichiarazione di Washington” di agosto 2025 e gli sforzi diplomatici internazionali, si prevede la riapertura delle comunicazioni regionali, inclusa la frontiera con la Turchia, nonché la firma di un accordo di pace definitivo con l’Azerbaigian.

Tuttavia, gli eventi recenti evidenziano che la crisi tra il Governo e la Chiesa rimane aperta, in un momento di particolare sensibilità politica per il paese caucasico.

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Trieste celebra il dialogo interculturale: al via “Voci di comunità – Storie, culture e vite a Trieste” (Triestecaffe 25.02.26)

È stato presentato il 23 febbraio, nella Sala della Comunità Greco-Orientale in Riva III Novembre, il ciclo di incontri “VOCI DI COMUNITÀ – Storie, culture e vite a Trieste”, iniziativa dedicata alla valorizzazione delle diverse anime culturali presenti in città.

Il progetto prevede cinque appuntamenti, ospitati presso l’auditorium dell’Oratorio di San Giacomo (entrata da via Colombo), aperti a tutti e ad ingresso gratuito, organizzati da alcune comunità nazionali in collaborazione con la V Circoscrizione (Barriera Vecchia – San Giacomo).

L’obiettivo: conoscenza reciproca e condivisione

A sottolineare il significato dell’iniziativa è stato Luca Gojak, coordinatore della Commissione Cultura ed Eventi della V Circoscrizione:

“Come Circoscrizione è stato un piacere favorire la realizzazione di questo progetto. L’obiettivo è promuovere la conoscenza reciproca, creare occasioni di incontro e dialogo, valorizzando la ricchezza culturale di Trieste”.

Un messaggio che richiama la vocazione storica della città, costruita nei secoli attraverso intrecci di popoli, tradizioni e culture.

Si parte con la Comunità Greca

Il primo appuntamento è fissato per il 28 febbraio alle ore 17, dedicato alla Comunità Greca.

La vicepresidente Maria Kassotaki ha evidenziato l’importanza degli incontri interculturali, mentre il presidente Antonio Sofianopulo illustrerà storia e attività della comunità. Prevista anche un’esibizione del gruppo “Orfeas”, con danze tradizionali e possibile coinvolgimento del pubblico.

Spazio alla Comunità Albanese

Il 14 marzo alle 16.30 sarà protagonista l’Associazione Albanese Arbëria Trieste.

La presidente Adela Shehu ha ribadito il valore del dialogo tra comunità, sottolineando il contributo delle realtà straniere al tessuto cittadino. La serata racconterà la presenza albanese a Trieste e la tradizione della Festa della Primavera, con laboratori artistici per bambini, balli, recite e un momento conviviale finale.

Il racconto della Comunità Islamica

Il 9 maggio alle 17.30, l’Associazione Culturale Islamica di Trieste proporrà un incontro dedicato alla pluralità culturale e sociale della comunità islamica triestina.

La vicepresidente Nurah Omar ha definito l’iniziativa “un’occasione autentica di arricchimento per la città”, con un evento focalizzato sul presente, le attività e le esperienze della comunità.

La serata della Comunità Serba

Il 16 maggio alle ore 19 sarà la volta dell’Associazione Culturale Serba “Pontes – Mostovi”.

Interverranno la storica dell’arte Danica Krstic e Lidija Radovanovic, presidente dell’Unione dei Serbi in Italia. In programma canti, balli folkloristici e un momento conviviale conclusivo.

Gran finale con Comunità Romena e Armena

Il 23 maggio alle ore 17 l’evento chiuderà con la Comunità Romena e la Comunità Armena.

Il parroco ortodosso rumeno Padre Valentin Tarta, impossibilitato a partecipare alla conferenza stampa, ha inviato un messaggio di saluto annunciando un pomeriggio tra curiosità storiche, canti e balli tradizionali, seguito da degustazioni tipiche.

La vicepresidente Adriana Hovhannessian ha confermato la partecipazione della Comunità Armena, con un intervento dedicato alla storia della realtà armeno-tergestina.

Il calendario degli appuntamenti

28/2 ore 17 – Comunità Greca
14/3 ore 16.30 – Associazione Albanese “Arbëria”
09/5 ore 17.30 – Associazione Culturale Islamica di Trieste
16/5 ore 19 – Associazione Culturale Serba “Pontes – Mostovi”
23/5 ore 17 – Comunità Romena e Comunità Armena

Un percorso che si propone di rafforzare dialogo, integrazione e senso di comunità, nel solco della tradizione multiculturale triestina.

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Dall’archeologia allo sviluppo: l’Università di Firenze e l’Opificio portano l’Armenia a TourismA (Meteoweb 25.02.26)

Può l’archeologia diventare una leva di crescita, creare nuove opportunità di conoscenza e alimentare un turismo più consapevole? L’Università di Firenze risponde in modo più che positivo a questa domanda durante TourismA, dove presenta un progetto internazionale che unisce ricerca archeologica, cooperazione e turismo sostenibile in Armenia. ArcheTourDev, questo il nome dell’iniziativa a cui partecipa anche l’Opificio delle Pietre Dure e Ismeo, accoglierà esperti e semplici appassionati di archeologia a TourismA, il Salone dell’Archeologia e del Turismo Culturale, che si terrà a Firenze, al Palazzo dei Congressi, da venerdì 27 febbraio a domenica 1° marzo.

ArcheTourDev sta per Archaeological Heritage and Tourism for Rural Development, ossia Patrimonio archeologico e turismo per lo sviluppo rurale in Armenia, ed è un progetto internazionale finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics). Capofila è Sagas, il dipartimento di Storia Archeologia Geografia Arte e Spettacolo dell’Università di Firenze, che lavora sul campo insieme a due eccellenze italiane: l’Opificio delle Pietre Dure, punto di riferimento mondiale per il restauro, e Ismeo (l’Associazione internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente), attivo da decenni nella cooperazione culturale.

ArcheTourDev mette al centro tre grandi siti archeologici armeni: Garni, una delle destinazioni più visitate del Paese caucasico, Dvin e Aruch, il cui potenziale turistico è in espansione, per creare itinerari capaci di valorizzare il loro patrimonio storico e culturale a livello internazionale e, allo stesso tempo, generare benefici concreti per le comunità locali.

Due sono gli appuntamenti aperti al pubblico per conoscere in modo più approfondito il progetto ArcheTourDev e scoprire i tre siti archeologici, dove dallo scorso anno lavorano fianco a fianco archeologi e restauratori.

Venerdì 27 febbraio, nell’Auditorium del Palazzo dei Congressi, alle 14.30, all’interno del XXII Incontro nazionale di Archeologia Viva, Michele Nucciotti professore associato di Archeologia Medievale all’Università di Firenze e coordinatore scientifico del progetto, presenterà l’intervento “Armenia: dove il passato nutre il futuro”.
Sabato 28 febbraio, nella Sala Onice, dalle 14.00 alle 16.00, si terrà l’incontro: “Armenia. Tra ricerca scientifica, opportunità di conoscenza e turismo sostenibile”.

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Sant’Arpino. L’Opificio Puca apre un ponte con l’Armenia tra conversazioni, pratiche e marginalità in dialogo questo weekend con due artisti armeni

Armenia: salta il concilio, vince il Patriarca (Settimananews 25.02.26)

di: Lorenzo Prezzi

Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, è riuscito a impedire che i vescovi si radunassero in concilio a Sankt Pölten (Austria, 16-19 febbraio), ottenendo di condizionare pesantemente la Chiesa apostolica armena, ma ha perso la partita. Il concilio, seppur ridotto a semplice riunione di vescovi, ha riaffermato con forza il consenso al Catholicos Karekin II, mostrando che il tentativo di spaccare la Chiesa non è andato e non andrà a buon fine (cf. qui su SettimanaNews).

Nella dichiarazione finale si dice: «Noi, vescovi della Chiesa armena, riaffermiamo la nostra fedeltà alla sede madre di Etchmiadzin (Erevan) e al Catholicos di tutti gli armeni in quanto simbolo visibile e garante dell’unità, della riconciliazione e della concordia della Chiesa». Si chiede alle autorità politiche di «agire rigorosamente in conformità alla costituzione della Repubblica dell’Armenia, alle sue leggi, al diritto internazionale e a restare fedeli ai principi democratici proclamati, garantendo la libertà di coscienza, di religione e di credenza nel Paese».

Il tono della dichiarazione è molto pacato – come anche quello del messaggio del Catholicos al suo popolo in occasione della Quaresima – nello sforzo di tenere aperto il dialogo, ma le richieste sono precise: rispettare l’autonomia della Chiesa, agire secondo le leggi e la costituzione, risolvere i processi avviati contro i vescovi e il Catholicos, difendere i politici del Nagorno-Karabak condannati dai tribunali azeri. Nessun consenso alla volontà di Pashinyan di rimuovere dal suo ruolo Karekin II e, tanto meno, di mettere in difficoltà l’unità della Chiesa.

Critiche e unità

Per l’impedimento al Catholicos e a numerosi ai vescovi armeni di recarsi in Austria la riunione, inizialmente prevista per tutti i gerarchi (56), si è ridotta a 25 presenze, tutte, eccetto due, in provenienza dalla diaspora. L’assenza di Karekin II rendeva impossibile l’autorevolezza conciliare e l’impegnatività delle sue conclusioni, ma non il senso complessivo dell’evento: la conferma dell’unità del Chiesa davanti al pericolo di uno scisma.

Presieduta dal delegato Khajag Parsamian, responsabile per l’Europa occidentale e rappresentante del patriarcato armeno presso la Santa Sede, la riunione ha preso atto delle assenze e della minore autorevolezza. Non è possibile una partecipazione solo on-line per dare validità all’assemblea, ma non sono mancati i messaggi di sostegno e di conferma del Catholicos e dei patriarchi armeni di Cilicia, Aram I, e di Costantinopoli, Sahak Mashalian.

Il confronto interno, a porte chiuse, aveva come oggetto la situazione della Chiesa e le sfide per la pastorale. I materiali sono stati messi a disposizione del Catholicos per una futura assemblea conciliare. Solo uno dei dieci vescovi che si sono pronunciati contro la dirigenza ecclesiale era presente. Si tratta di Honam Terterian, vescovo di una diocesi statunitense, che ha portato in assemblea le aspre critiche al Catholicos: violazione dei voti di castità, sospetti sul fratello, pressioni indebite sul clero, governo autocratico. Ma l’interessato ha poi firmato la dichiarazione finale assieme a tutti.

Sono note le ragioni e i termini del duro conflitto fra Chiesa e governo armeno. La gerarchia addebita al governo di aver gestito male la guerra del 2020, la perdita del Nagorno-Karabak, l’esodo di oltre 100.000 persone, il successivo abbandono di altri paesi di quell’area senza ottenere il rilascio dei prigionieri di guerra. Le accuse di Pashinyan a Karekin II sono quelle di essersi schierato con l’opposizione politica, sostenendo alcuni suoi vescovi per l’impresa, di fiancheggiare gli interessi egemonici della Russia e, inoltre, di essere infedele ai suoi voti monastici, perché avrebbe una figlia segreta violando le regole morali del monachesimo (cf. qui su SettimanaNews).

Accanimento persecutorio

Le accuse di tradimento a decine di preti, a una mezza dozzina di vescovi, le condanne a un paio di gerarchi, le critiche mediali da parte delle stampa governativa, il sostegno plateale ai dieci vescovi «ribelli», i ricorsi ai tribunali civili: sono tutti elementi di un conflitto che, a molti, appare come una vera persecuzione, erede della tradizione comunista e forma indebita dell’intervento del potere politico sulla Chiesa. Fino alla manipolazione di video intimi come nel caso del vescovo Ashak Khachatryan, responsabile della cancelleria e della curia.

I procedimenti della magistratura nei confronti di sei vescovi che, assieme al Catholicos, compongono il consiglio ecclesiastico supremo (sinodo) nascono dalla dichiarazione critica al governo dell’inizio di febbraio e dalla rimozione di uno dei vescovi ribelli, Gevorg Saroyan. Il tribunale civile lo ha rimesso in funzione e il sinodo l’ha ridotto allo stato laicale. L’accusa ai vescovi è di turbativa dell’amministrazione giudiziaria. L’ex difensore civico, Ruben Melikyan, ha definito il provvedimento contro il Catholicos una «vergogna storica». L’avvocato Robert Amsterdam, noto difensore delle Chiese ortodosse in sede internazionale, ha additato il caso armeno come il più grave fra quelli da lui recentemente conosciuti.

L’inquietudine si è diffusa in tutta la diaspora armena che, con i suoi 10 milioni di persone, è assai influente su un paese in cui vivono tre milioni di armeni. Dopo la protesta di alcune fra le più celebri figure dell’Occidente armeno, si è espresso il coordinamento delle organizzazioni armene in Francia e si è avviata una raccolta di firme per difendere i diritti dei credenti e la forma democratica dello stato.

Il pesante interventismo della tradizione comunista, seppur in un contesto oggi democratico, riemerge assieme a una relazione con i poteri della tradizione ortodossa, mai attraversata da una chiara distinzione con lo Stato. Seppur la Chiesa armena non appartenga al mondo ortodosso perché nata prima delle divisioni confessionali dell’XI secolo, vive uno stretto legame con il potere politico e in un contesto fortemente identitario e nazionale che ne condiziona la vita.

Tornando alla riunione a Sankt Pölten, va registrato il clima di cordiale accoglienza della locale comunità cattolica. I vescovi armeni hanno celebrato assieme al vescovo una preghiera comune per la pace e l’Armenia nel duomo della città. Mons. Alois Schwarz ha sottolineato la profonda comunione con la Chiesa armena e la sua testimonianza di fede «preservata attraverso i secoli, spesso sotto dure prove, spesso nella sofferenza, eppure sempre nella speranza».

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Il numero di Meridiani di febbraio dedicato all’Armenia

Il numero di Meridiani dedicato all’Armenia racconta di un paese ancora poco conosciuto e dagli aspetti sorprendenti, sotto il profilo paesaggistico e culturale. Culla del cristianesimo (fu il primo al mondo a renderlo religione ufficiale) è ricchissimo di chiese e antichi monasteri, spesso inseriti in contesti naturali di straordinaria bellezza. Affascinanti sono la sua lingua e il suo alfabeto unico al mondo, la sua gastronomia basata sul tradizionale pane lavash, accompagnato da un’incredibile varietà di prodotti locali, la cultura millenaria del vino, mentre per gli escursionisti ci sono canyon e grotte stupefacenti, infinite steppe erbose e catene di monti dai dolci profili, che superano i 3000 metri. Gli inviati di Meridiani hanno battuto il paese palmo a palmo, documentando la vivacità della capitale Yerevan, la natura del grande lago Sevan, i luoghi di culto più suggestivi, tra cui il monastero di Khor Virap, affacciato sulla mole bianca del vulcano Ararat, vero simbolo dell’Armenia storica.

Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale armena esorta gli elettori a bruciare i ponti con gli oligarchi (Notizie da Est 24.02.26)

Le prossime elezioni in Armenia determineranno se gli elettori sosterranno le autorità attuali o appoggeranno l’ex presidente Robert Kocharyan insieme a “due oligarchi e i loro entourage”, ha dichiarato Ruben Rubinyan, vicepresidente del parlamento. Per i due oligarchi, si riferiva al noto imprenditore locale Gagik Tsarukyan e al miliardario russo Samvel Karapetyan. I partiti guidati da entrambe le figure hanno già annunciato piani per partecipare alle elezioni parlamentari previste per il 7 giugno 2026. Rubinyan ha sottolineato che non si oppone ai voti destinati ad “altre forze politiche”, ma non a Kocharyan né ai “due oligarchi”.

Ha detto che la fazione governativa Civil Contract mira a ottenere una maggioranza costituzionale nelle elezioni.

«Crediamo che Robert Kocharyan e i due oligarchi — in effetti tutti gli oligarchi — debbano lasciare la scena politica e il parlamento», ha dichiarato Rubinyan.

Rubinyan ha sostenuto che il parlamento diventerebbe una piattaforma per un “dibattito politico normale” solo se gli elettori “bruciano tutti i ponti con Kocharyan e gli oligarchi” alle urne.

  • ‘Le opinioni di Kocharyan sono incredibilmente datate’ – Pashinyan in risposta alle osservazioni dell’ex presidente
  • L’Armenia discute una ‘proposta pre-elettorale’ per il ministero della sessualità
  • Pashinyan sta rifacendo la sua immagine in vista delle elezioni? La BBC guarda ai video musicali del primo ministro sui social media

“Le figure dell’opposizione cercano di creare una falsa impressione”

Il vicepresidente ha detto che, secondo tutti i sondaggi d’opinione, il sostegno al partito al potere è di molto superiore a quello delle forze d’opposizione. Tuttavia, Rubinyan non ha specificato a quali sondaggi si riferisse né fornito cifre.

Ha detto che il partito al potere non teme la sconfitta. Allo stesso tempo ha aggiunto che gli elettori dovrebbero capire cosa sta accadendo sulla scena politica.

«Devono sapere che le forze d’opposizione stanno cercando di creare una falsa impressione di essersi separate l’una dall’altra. Per esempio, inviano persone da una forza politica a un’altra», ha detto.

Rubinyan ha citato esempi specifici di ex deputati della fazione Armenia, guidata dall’ex presidente Robert Kocharyan, che in seguito si sono uniti ad altri gruppi di opposizione.

«Ad esempio, Aram Vardevanyan ha inizialmente lavorato nella squadra di Kocharyan e ha agito come suo avvocato. Ora rappresenta l’oligarcho russo [Samvel Karapetyan] e fa parte della sua squadra. Andranik Tevanyan è stato prima un deputato nella squadra di Kocharyan, e ora lavora con Tsarukyan.»

‘Goal is to turn Armenia into a Russian outpost’: Samvel Karapetyan named as prime ministerial candidate

Russian billionaire named Strong Armenia’s PM candidate, but dual citizenship bars him from the post

“The established peace is under threat”

Il vicepresidente ha detto che gli elettori dovrebbero prestare attenzione ai programmi delle forze politiche e alla loro visione per il futuro del Paese prima delle elezioni. Ha anche avvertito delle possibili conseguenze se i gruppi d’opposizione salissero al potere.

«Le elezioni e l’ascesa al potere di Kocharyan e dei due oligarchi significherebbero un ritorno alla corruzione. La pace consolidata [con l’Azerbaijan], almeno, verrebbe minacciata», ha detto Rubinyan.

Secondo lui, il Paese non deve permettere all’ex presidente e alle forze d’opposizione ad esso affiliate di prendere il potere, altrimenti “il Paese diventerà un terreno fertile per saccheggi”.

Negli ultimi giorni, diversi rappresentanti del partito al governo hanno avvertito che i gruppi di opposizione che pianificano di partecipare alle elezioni intendono portare avanti quanto descrivono come “Operazione Gyumri-2”. Il vicepresidente ha anche fatto riferimento alle elezioni municipali di Gyumri. Ha osservato che solo pochi mesi dopo la sua elezione, il sindaco di opposizione Vardan Ghukasyan è stato arrestato con l’accusa di concussione.

Nella primavera del 2025, Gyumri ha tenuto elezioni comunali anticipate. Nessun partito ha ottenuto il necessario 50% più uno. Il partito Civil Contract al governo ha ottenuto la quota maggiore dei voti, ma le forze d’opposizione si è rifiutate di formare una coalizione con esso.

Tre dei quattro gruppi di opposizione che hanno superato la soglia elettorale si sono uniti e hanno sostenuto il candidato del Partito Comunista Armeno, Vardan Ghukasyan. Egli divenne sindaco della seconda città più grande del paese. L’esito delle elezioni parlamentari determinerà ora chi diventerà il prossimo primo ministro dell’Armenia.

Ruben Rubinyan ha dichiarato che se Kocharyan e altre figure d’opposizione pro-Russia arrivassero al potere, i funzionari corrotti non verrebbero più puniti, a differenza di quanto accade con l’attuale governo. Ha sostenuto che ciò avverrebbe perché “non permetteranno agli agenti delle forze dell’ordine di svolgere il loro lavoro — proprio come durante i loro anni al potere”.

Ha aggiunto che il Codice Elettorale consente alle forze politiche di formare coalizioni e stabilire un governo.

«Questo non è un crimine. Ma non tutto ciò che non è un crimine è buono. Crediamo che l’ascesa al potere di Kocharyan e dei due oligarchi sarebbe negativa. Questo deve essere evitato. Come può essere prevenuto? Le persone non devono dare nemmeno un voto a Kocharyan e ai due oligarchi. Li abbiamo già visti al potere. Penso che non vogliamo che quel tipo di regime ritorni.»

‘Opposition aims to take power by forming post-election coalition’ – Armenian parliament vice-speaker

Rappresentanti del partito al governo insistono sul fatto che l’opposizione non sarà in grado di “realizzare i loro piani”, che “non vedranno mai più il potere quanto vedono le loro stesse orecchie”, e che “non c’è più posto in politica per ex presidenti e oligarchi.”