La scomparsa del regista e artista Yervant Gianikian (Labiennale 06.07.26)

Il Presidente, il Direttore Generale, la Responsabile dell’Archivio Storico, il Direttore Artistico della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, il Consiglio di amministrazione e La Biennale di Venezia tutta, esprimono il loro cordoglio per la scomparsa del regista e artista Yervant Gianikian, maestro del cinema sperimentale e delle arti visive, Leone d’Oro alla Biennale Arte 2015 per il Padiglione Armenia insieme ad Angela Ricci Lucchi, scomparsa nel 2018.

Yervant Gianikian è stato presente alla Biennale Arte nel 2001, 2013 e 2015, e dal 1976 al 2025 lungo 50 anni numerose volte alla Biennale Cinema con le opere realizzate insieme ad Angela Ricci Lucchi, tese a rifilmare materiali filmici del passato, isolandone dettagli, colorandone, assorbendone le superfici e rallentando la velocità di scorrimento della pellicola. Fra i titoli alla Biennale Cinema, i tre capitoli de I diari di Angela – Noi due cineasti presentati dopo la scomparsa di Angela Ricci Lucchi nel 2018, 2019 e l’anno scorso alla Mostra del 2025.

Nello scorso dicembre Yervant Gianikian aveva pubblicato l’ultimo suo scritto sulla rivista La Biennale di Venezia, n. 4/2025, Applicazioni, con il saggio intitolato La materia viva del cinema, dove descriveva così l’emozionante lavoro di sperimentazione svolto in coppia con Ricci Lucchi: “È un lavoro maniacale di rapina, da miniaturisti, da copisti egizi, d’archeologi. Ci soffermiamo su quello che maggiormente ci interessa: non la storia o le vicende, ma il volto delle cose, la fisionomia degli oggetti e degli ambienti e ciò che normalmente sfugge”.

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L’Artsakh non può diventare parola proibita perché disturba i vincitori (Tempi 06.07.26)

’Europa applaude Pashinyan vincitore delle elezioni in Armenia e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta la tregua che ha voluto se risparmierà sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre?
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ricevuta a Erevan, Armenia, dal primo ministro Nikol Pashinyan, 2 luglio 2026 (foto Ansa)

Sul lago di Sevan cala la sera e l’acqua si fa di metallo scuro, il colore che prendono le lame quando si raffreddano. Il Molokano ha seguito le elezioni armene, ora concluse. L’indicazione della Chiesa è stata sconfitta, e il Molokano non si ribella a un esito che non ama. Il voto resta voto, anche quando arriva dopo mesi di propaganda occidentale, e perfino cristiana, contro la Chiesa apostolica armena, bollata in fretta come putiniana. Custodire il nome dell’Artsakh, non lasciare che centoventimila profughi diventino una nota a piè di pagina, ricordare i prigionieri nelle carceri dell’Azerbaigian: sarebbe questo essere filorussi? Allora negare il genocidio di un milione e mezzo di martiri sarebbe antiputiniano e pro veritate, e chiamare pace la cancellazione di chiese, cimiteri e villaggi sarebbe Vangelo. L’Europa applaude Pashinyan e parla di sovranità, democrazia, mercati. Benedetta ogni tregua che risparmi sangue. Ma all’anima armena quali garanzie offre? Sull’Artsakh quale parol…

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System of a Down all’Ippodromo La Maura, Armenia nel cuore e metal nell’anima: “Per noi niente tour, suoniamo dove ci piace” (Il Giorno 05.07.26)

Milano – “Prima di diventare un artista, ero un attivista, poi, col successo dei System of a Down, la mia voce si è fatta più forte e i miei messaggi si sono arrivati a moltissima gente”, racconta Serj Tanakian, in scena domani all’Ippodromo de La Maura sul palcoscenico di quegli iDays che celebrano stasera Dave Grohl e i Foo Fighters.

Anche se i System si professano “una band dalla forte coscienza sociale, non un gruppo politico”, Tanakian, il bassista Shavo Odadjian, il chitarrista Daron Malakian e il batterista John Dolmayan continuano a sentirsi investiti di una missione, quella che gli affida il fatto di essersi formati nella comunità della diaspora di Little Armenia a Los Angeles trentadue anni fa: far sì che sul genocidio armeno, soprattutto fra i ragazzi americani, non scenda mai il silenzio. Un giuramento fatto sul letto di morte al nonno Stepan Haytayan, reso orfano dello sterminio all’età di cinque anni, che Serj assicura essere valido per lui ieri come oggi.

Tankian dice di sentirsi nel mirino dei servizi segreti turchi (timore che, in certi casi, potrebbe anche non essere solo metaforico) ma non intende deflettere dai propositi espressi dai SOAD (come li chiamano gli iniziati) fin dai tempi del primo album in quella “P.L.U.C.K.”, l’acronimo, che sta per “Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers” (ovvero “Politicanti bugiardi, maledetti, codardi assassini”), scritta per denunciare il massacro di un milione e mezzo di armeni durante il programma di pulizia etnica pianificato dal movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi.

In quel pezzo, cantato nella primavera 2015 pure in Piazza della Repubblica a Erevan per le celebrazioni del centenario del genocidio, Tankian ringhia: “Un’intera razza sterminata / spazzata via del tutto per il nostro orgoglio / un’intera razza sterminata / spazzata via / guardali cadere tutti quanti!”.

Anche se cambiare definitivamente la vita della band armena è stato però il secondo album, “Toxicity” (2001), capace di raggiungere direttamente il primo posto nella classifica Billboard con 220.000 copie vendute già nella prima settimana. Tra i brani di quell’album fortunato, pure il singolo “Chop suey!”, considerato un pilastro del nu-metal al punto che, solo cinque anni fa, la rivista Metal Hammer l’ha eletto come la più grande canzone del XXI secolo. “Non facciamo molti concerti” ricordano i System of a Down, preceduti domani sul palco de La Maura da Queens of the Stone Age ed Acid Bath.

“Scegliamo con cura cosa vogliamo fare e ne parliamo apertamente. Non pianifichiamo tour, ma ci limitiamo a dire: ‘ehi, quest’anno dove vogliamo andare?’”. L’ultima meta, nel 2017, era stata Firenze, stavolta è Milano. Non tornavano da tredici anni.

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Ue. Caucaso: si rafforza l’interazione con Armenia e Azerbaijan per sfidare l’influenza russa (Notizie Geopolitiche 05.07.26)

di Giuseppe Gagliano –

Il Caucaso meridionale diventa una delle nuove priorità strategiche dell’Unione Europea. La visita della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a Baku e Yerevan conferma la volontà di Bruxelles di consolidare la propria presenza nella regione, rafforzando la cooperazione energetica con l’Azerbaigian e sostenendo l’integrazione economica dell’Armenia per ridurre la dipendenza dalla Russia e sviluppare nuovi corridoi commerciali verso l’Asia centrale.
A Baku, von der Leyen ha ribadito il ruolo dell’Azerbaigian come partner strategico per la sicurezza energetica europea. Il Corridoio meridionale del gas è considerato uno degli strumenti principali per diversificare gli approvvigionamenti dopo la crisi provocata dalla guerra in Ucraina. Per il presidente Ilham Aliyev il Paese punta inoltre a consolidare la propria posizione come piattaforma logistica tra Europa, Mar Caspio, Asia centrale, Russia, Iran e Turchia.
L’Unione Europea intende affiancare alla cooperazione energetica anche un rafforzamento delle infrastrutture di trasporto. Bruxelles prevede finanziamenti fino a 200 milioni di euro, con l’obiettivo di mobilitare investimenti complessivi fino a 2 miliardi di euro per sostenere lo sviluppo di reti ferroviarie, stradali, digitali ed energetiche che riducano la dipendenza dalle rotte russe.
A Yerevan, invece, il tema centrale è stato il sostegno economico all’Armenia. Bruxelles propone misure commerciali che, se approvate, consentirebbero di liberalizzare circa l’80% delle esportazioni armene verso il mercato europeo, offrendo un’alternativa alla forte dipendenza commerciale da Mosca, che continua a rappresentare il principale partner economico del Paese.
L’iniziativa europea si inserisce in un contesto regionale profondamente mutato dopo la guerra del Nagorno Karabakh. La vittoria dell’Azerbaigian ha ridimensionato il ruolo della Russia come garante della sicurezza armena, aprendo nuovi spazi diplomatici per l’Unione Europea, che punta a sostenere il processo di pace tra Baku e Yerevan anche attraverso un pacchetto di 20 milioni di euro destinato a sminamento, sanità, sviluppo rurale e sostegno alle piccole e medie imprese.
Per Bruxelles la stabilizzazione del Caucaso meridionale rappresenta una condizione essenziale per trasformare la regione in un corridoio stabile tra Europa e Asia centrale. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza energetica, ampliare le connessioni commerciali e consolidare la propria influenza in un’area dove restano forti gli interessi di Russia, Turchia, Iran e Cina.
La visita di von der Leyen conferma così la crescente attenzione europea verso il Caucaso meridionale, ormai considerato uno dei principali snodi della competizione geopolitica ed economica nello spazio eurasiatico.

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Letture, Armenia luogo dello spirito e della storia (Acistampa 03.07.26)

In questa estate canicolare, rovente, sotto tutti gli aspetti, immaginare un viaggio è un esercizio consigliabile, anche se forse un po’ frustrante, se destinata a rimanere solo un sogno. Ma c’è un luogo che non è solo una meta turistica. Anzi, non lo è; si tratta di un luogo dalla bellezza potente, immeritatamente poco conosciuto, ma almeno al riparo dai flussi barbarici  dei turisti di massa. E’ soprattutto un luogo del cuore e dello spirito, della storia e della memoria. L’ Armenia e il suo popolo, con l’ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, sfuggendo al pericolo dell’assimilazione. Segnato dall’orrore del genocidio, dalla diaspora, dalla rimozione storica, sotto il giogo sovietico, da nuovi attacchi, da crisi economiche, da vicini temibili.

Ma ci sono paesaggi straordinari, silenzi di valli e montagne, le commoventi chiese che da millenni resistono a tutto e a tutti.

Molti libri, per fortuna, sono stati scritti e pubblicati negli ultimi decenni, sulla storia armena , ambientati in questo Paese o ad esso riferiti. In particolare, bisogna ringraziare una scrittrice, studiosa, animatrice culturale come Antonia Arslan e i suoi romanzi fondamentali, a partire dal bestseller “La masseria delle allodole”. E come Aldo Ferrari, saggista e grande esperto: grazie alla loro infaticabile opera di divulgazione e di coraggiosa denuncia molti hanno potuto prendere coscienza ed appassionarsi a questa cultura e ai suoi protagonisti.

Se poi si volesse organizzare un viaggio fuori dagli schemi, una vera e propria esperienza di vita, ecco “Armenia” delle Edizioni Terra Santa, una guida che vuole essere un aiuto e una introduzione ad un Paese che un vero e proprio ponte tra Europa e Asia, nel suo  aspetto fondamentale: l’identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare le informazioni che permettono al turista interessato di “capire” il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti. L’autore è Alberto Elli, studioso appassionato e un viaggiatore. Conoscitore di lingue antiche (accadico, sumerico, ebraico, siriaco, etiopico classico, arabo, armeno), agli interessi linguistici ha sempre unito gli studi storici, che lo hanno portato ad occupar si a fondo delle cristianità orientali.

Segnaliamo anche un romanzo, recentemente arrivato in libreria, una storia coraggiosa sotto tutti i punti di vista. Lo scrittore turco Ahmet Altan chiude il suo Quartetto ottomano con il romanzo “Ti cerco, amata” (appena pubblicato nella traduzione italiana per le Edizioni E/O, pp.384, euro 21), affrontando la questione del genocidio degli armeni, questione che brucia ancora, con un coraggio ancora più rimarchevole perché si tratta di  un autore turco, giornalista e scrittore di grande talento,    a lungo detenuto nel suo Paese. Condannato all’ergastolo per la sua attività di oppositore e critico del potere, e per aver affrontato il tabù dello sterminio armeno, il 14 aprile 2021 è stato liberato grazie al vasto movimento di solidarietà sviluppatosi nei suoi confronti. Ha ricevuto nel 2021 il più importante riconoscimento letterario francese per la narrativa straniera, il Prix Femina étranger. Con le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassino e Signora Vita, la raccolta delle sue memorie difensive dal titolo Tre manifesti per la libertà, oltre ai primi tre volumi del Quartetto ottomano: Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta, La lettera e il pianoforte. Saghe che intrecciano destini familiari personali,  che merita di stare accanto ai grandi  romanzi storici e alle varie epopee che furoreggiano nelle classifiche dei best seller.

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Sullo sfondo il crollo dell’Impero Ottomano, in quella Istanbul che si trasforma e diventa immensa, una città-mondo. Amori, potere e storia, proprio gli ingredienti di fondo, una narrazione costruita attraverso una scrittura fluida e puntuale, ricca di sfumature e con un tono quasi “solenne”, dal sapore di epopea. Sullo sfondo della contrastata storia d’amore tra l’ufficiale dell’esercito turco Ragıp Bey e l’affascinate Efronya, d’origine armena, c’è la Turchia del 1915, quando l’impero ottomano è sull’orlo del collasso, minato da sconfitte militari, carestie, instabilità politica. In un clima di grande incertezza ogni potenziale opposizione interna equivale a un male da estirpare subito. A cominciare  dagli armeni, milioni dei quali saranno  arrestati, deportati e uccisi, fatti scomparire tra le sabbie desolate di deserti. Quella stessa comunità che è sempre stata riconosciuta come una delle colonne della vita sociale, economica, culturale ottomano. Quando Efronya scompare nel vortice delle deportazioni, Ragıp parte per cercarla. Ma non può non interrogarsi sulle nefandezze del potere politico, il silenzio della società e l’oppressione che dominano un impero a cui è totalmente fedele, che incarna tutto ciò in cui credere. Una lenta discesa nell’inferno di violente inaudite, di deportazioni, di coraggio e viltà, nella presa di coscienza del lato più oscuro che si nasconde dietro l’ideale della patria e della lealtà verso le proprie tradizioni.

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Armenia: l’Ue sfida la Russia con aiuti, punta al corridoio strategico del Caucaso (Adnkronos 02.07.26)

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stata oggi a Erevan, capitale dell’Armenia, prima di volare a Cork per l’avvio della presidenza irlandese del Consiglio Ue e dopo aver visitato ieri Baku, capitale dell’Azerbaigian, un altro segno del rinnovato interesse dell’Ue per il Caucaso Meridionale. Già il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa era stato in Azerbaigian nel marzo scorso, incontrando il presidente Ilham Aliyev, per poi partecipare al vertice della Comunità Politica Europea di Erevan nel maggio scorso.

“Sono qui per dirvi: potete contare su di noi”, ha affermato la presidente in conferenza stampa a fianco del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, recentemente rieletto. La Repubblica armena venne invasa dall’Armata Rossa nel 1920, inglobata nella Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica, per poi diventare una repubblica a sé nell’Urss nel 1936.

Il Paese ha infine riconquistato l’indipendenza nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica. L’avvicinamento di Erevan all’Ue non è gradito a Mosca che, dopo la conferma di Pashinyan, determinato a ridurre la dipendenza dalla Russia del suo Paese (cui Mosca non ha dato aiuti nella recente guerra con l’Azerbaigian, che è costata a Erevan la perdita del Nagorno-Karabakh), ha imposto forti restrizioni alle importazioni di merci dall’Armenia nella Federazione.

Von der Leyen si è congratulata con Pashinyan per la vittoria elettorale. “Queste elezioni – ha detto – hanno dimostrato, ancora una volta, la forza della democrazia armena. Lo spirito della Rivoluzione di Velluto che avete guidato nel 2018 è vivo e vegeto. L’Armenia prosegue sulla strada della democrazia, delle riforme, della pace e di una più stretta collaborazione con l’Europa”.

Mentre “l’Armenia si avvicina all’Ue – ha aggiunto von der Leyen – il Caucaso meridionale si sta unendo. La firma dell’accordo di pace” con l’Azerbaigian “lo scorso anno è stata un momento storico. Il passo più importante che questa regione abbia compiuto negli ultimi decenni. Lo stesso vale per la continua normalizzazione delle relazioni con la Turchia”.

Queste decisioni, ha sottolinato von der Leyen, “hanno richiesto coraggio politico e leadership. So che i frutti saranno immensi. L’apertura delle frontiere trasformerà il futuro economico dell’Armenia. E la posizionerà al centro di uno dei crocevia più strategici del mondo”.

Il cosiddetto corridoio di mezzo, Middle Corridor, ricalca l’antica Via della Seta e unisce l’Oriente all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Caucaso e la Turchia. La sua rilevanza strategica è cresciuta per via della guerra in Ucraina, che ha reso i rapporti con la Russia molto problematici, e delle guerre in Medio Oriente, che ostacolano la navigazione sia nel Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz che resta sotto stretto controllo iraniano, che nel Mar Rosso, dove permane la minaccia degli Houthi yemeniti. Il corridoio di mezzo fornisce una via alternativa, che fa gola a molti: alla Russia in primis, che ha sempre considerato il Caucaso come una propria zona d’influenza naturale.

“Saremo al vostro fianco per trasformare questa visione in realtà”, ha assicurato von der Leyen. La presidente ha quindi annunciato un nuovo pacchetto di finanziamenti nell’ambito del programma Global Gateway “da 200 milioni di euro, per la pace attraverso la connettività. Insieme ai nostri partner finanziari, puntiamo a mobilitare fino a 2 miliardi di euro per progetti strategici nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale in tutto il Caucaso meridionale. In Armenia, questo potrebbe sostenere progetti attualmente in fase di preparazione, tra cui valichi di frontiera e infrastrutture stradali“.

In questo modo, ha continuato, verranno costruite “infrastrutture reali e fisiche per la pace. E allo stesso tempo, stiamo costruendo ponti tra le persone. Per questo motivo, ho anche annunciato un programma di promozione della pace da 20 milioni di euro. È rivolto alle comunità che vivono lungo i confini. Vogliamo sostenere l’economia locale, le piccole e microimprese, o, ad esempio, nuove tecniche agricole, la gestione delle risorse idriche, eccetera”.

L’Armenia, ha notato von der Leyen, “sta ancora subendo una forte pressione economica da parte della Russia. Si tratta di una vera e propria coercizione economica. Ma state tranquilli: quando la pressione sui nostri partner aumenta, l’Ue interviene“. Anzitutto, ha detto, “riceverete presto ulteriori 18 milioni di euro per contribuire a rafforzare e diversificare i vostri scambi commerciali. I fondi potranno, ad esempio, contribuire alla creazione di un’agenzia per la promozione delle esportazioni e a incrementare la capacità di esportazione delle imprese armene. Questi 18 milioni di euro rappresentano la parte finale del pacchetto di sostegno da 52 milioni di euro di cui abbiamo discusso all’inizio di giugno”.

In secondo luogo, ha proseguito la presidente della Commissione, “presenteremo una proposta per misure commerciali autonome, che liberalizzeranno quasi l’80% delle esportazioni armene verso l’Ue. Significa che l’80% dei vostri scambi commerciali con noi sarà ora esente da dazi. In questo modo, potremo reindirizzare i prodotti che attualmente dipendono ancora fortemente dal mercato russo e inviarli al mercato unico dell’Unione Europea, che conta 450 milioni di consumatori”.

Pertanto, ha spiegato, “questa misura aprirà le porte europee a quasi il 99% della frutta e della verdura fresca armena che in precedenza veniva esportata in Russia. Aprirà le porte del Mercato Unico dell’Unione Europea a oltre il 90% delle vostre esportazioni di bevande e liquori. Nell’ultimo mese abbiamo visto arrivare sempre più fiori armeni sul nostro mercato. E’ un bellissimo simbolo di un nuovo capitolo nella nostra partnership economica”.

E questo, per von der Leyen, “è solo l’inizio. Con queste nuove misure in atto, avrete i mezzi per diversificare rapidamente. A metà luglio, invieremo esperti in Armenia che lavoreranno direttamente con i vostri produttori, le vostre imprese e i vostri esportatori e li aiuteranno a cogliere tutte le opportunità che una partnership privilegiata con l’Ue può offrire”. Per von der Leyen, il 7 giugno scorso “il popolo armeno si è espresso chiaramente. Ha scelto la democrazia. Lo Stato di diritto. Ha scelto la riforma e la pace. Ha scelto una società aperta, accogliente e inclusiva. E ha scelto di collaborare con l’Unione Europea. E insieme, ora dobbiamo trasformare le aspirazioni in risultati concreti: potete contare su di noi“, ha concluso.

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Von der Leyen annuncia nuovi aiuti Ue in viaggio strategico in Armenia

Su un’isola di Venezia i monaci fanno una confettura di rose da 170 anni (Gambero Rosso 02.07.26)

A Venezia c’è una confettura che non nasce dalla frutta, ma dai petali di rosa. Si chiama vartanush e ogni primavera i monaci della Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi la preparano sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, seguendo una tradizione arrivata in laguna nel Settecento. Si produce soltanto per poche settimane all’anno, quando nel roseto del monastero gli arbusti sono in piena fioritura.

Come la vartanush è arrivata a Venezia dall’Armenia

La vartanush è una delle espressioni più autentiche della presenza armena a Venezia. L’isola di San Lazzaro, un quadratino di appena tre ettari a poche bracciate dal Lido di Venezia, era originariamente sede dell’ordine benedettino di Sant’Ilario. Dal Dodicesimo secolo in poi viene scelta come luogo di quarantena e utilizzata come lazzaretto prendendo il nome del patrono dei lebbrosi, San Lazzaro.

L’arrivo dei monaci armeni nella laguna

A causa delle persecuzioni subite da parte dell’Impero ottomano, nel 1715 un manipolo religiosi armeni e il monaco nobile di Sebaste, Manug di Pietro, detto Mekhitar (“il consolatore”) fuggono rifugiandosi in laguna. Dopo un periodo d’abbandono, nel 1717 la Repubblica di Venezia concede ai rifugiati l’isola ex-lazzaretto. Mekhitar insieme ai suoi seguaci fonda la Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi, rimette in sesto l’antico monastero medievale, restaura la chiesa in rovina, edifica il chiostro e i locali per la pinacoteca, la stamperia settecentesca e l’enorme biblioteca. Quando Napoleone abolisce quasi tutti i monasteri di Venezia, permette ai monaci Mechitaristi di continuare a gestirlo come accademia. La congregazione trasforma l’isola in un centro di cultura e scienza, destinato a mantenere in vita la lingua, la letteratura e le tradizioni del popolo armeno. Ancora oggi le migliaia di antichi volumi e oltre 4mila fra manoscritti e codici miniati custoditi nel monastero, sono la più importante collezione di cultura armena in occidente, richiamando studiosi da ogni parte del mondo.

La raccolta dei petali all’alba

Accanto a questo patrimonio culturale, i monaci hanno continuato a tramandare anche alcune preparazioni della tradizione armena. La vartanush, il cui nome significa “rosa dolce”, è una ricetta armena a cui i monaci si affidano per iniziare a produrre la confettura a partire dal 1850. L’ingrediente principale sono i petali raccolti nel grande roseto del monastero durante la fioritura primaverile. Fra le varietà coltivate figura anche la rosa damascena, da secoli impiegata nel Vicino Oriente per conserve, sciroppi e acqua di rose. La preparazione segue alla lettera gli antichi gesti tramandati dalla comunità monastica. La raccolta comincia a maggio e coincide con le circa due settimane di piena fioritura del roseto.

Le rose vengono colte all’alba, quando sono fresche e conservano al meglio il loro patrimonio aromatico. I petali vengono poi sfogliati uno a uno e privati manualmente della base biancastra attaccata alla corolla detta “unghia”, che conferirebbe una nota amarognola alla preparazione. Solo a questo punto vengono lavorati con zucchero e succo di limone, massaggiati a mano per favorire il rilascio di aromi, colore e sostanze naturali, quindi lasciati riposare per una breve macerazione. La cottura è lenta e prosegue fino a raggiungere la consistenza desiderata. Il risultato è una confettura dal colore rosso cremisi intenso, con i petali ancora riconoscibili e un profumo soave di rosa fresca con note agrumate.

Solo 5 mila vasetti all’anno

La produzione rimane necessariamente limitata, sull’isola se ne producono appena 5mila vasetti. Il modo più semplice per gustarla è per la prima colazione, spalmata sul pane imburrato, ma il suo profilo aromatico si presta anche ad accompagnare yogurt e ricotta, a farcire una crostata o piccoli biscottini di pasta frolla, oppure ad affiancare formaggi freschi specialmente caprini. Ne basta poca per aggiungere una nota floreale senza coprire gli altri sapori.
Per secoli la vartanush rimane una preparazione destinata esclusivamente alla tavola dei monaci e dei loro ospiti. Oggi è inserita nell’Arca del Gusto di Slow Food e la sua produzione, pur restando limitata, è disponibile anche per i visitatori che raggiungono l’isola. La recente scelta di metterla in vendita nasce dalla volontà della comunità mechitarista di far conoscere non solo questa antica ricetta, ma anche la storia e il patrimonio culturale armeno custoditi nel monastero.

Attualità Israele e il genocidio armeno: giustizia storica o dispetto ad Ankara? (Terra Santa 02.07.26)

Il governo israeliano ha riconosciuto il genocidio armeno del 1915, dopo decenni di silenzio dettati dai rapporti con la Turchia. La decisione arriva mentre le relazioni tra Israele e Ankara si sono deteriorate a causa della guerra a Gaza.


Domenica 28 giugno il governo israeliano ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno compiuto dall’impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale: circa un milione e mezzo di persone (le stime vanno da 600mila a 1,5 milioni) furono uccise tra il 1915 e il 1923, soprattutto tra il 1915 e il 1916,  sebbene i massacri proseguissero fino agli anni Venti. La decisione, approvata all’unanimità su proposta del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, dovrà ora essere ratificata dalla Knesset, il parlamento. È una svolta significativa e non scontata: i governi israeliani precedenti avevano sempre evitato il riconoscimento formale per preservare i rapporti con la Turchia, erede dell’impero Ottomano e un tempo stretto partner strategico nella regione.

Sa’ar ha definito la scelta un dovere «morale e storico» e ha denunciato la «campagna istituzionalizzata di negazione e minimizzazione» portata avanti soprattutto dal governo turco. Ha poi voluto precisare che non si tratta di un atto di ritorsione contro l’ostilità di Ankara, aggiungendo che «la diffusione di menzogne su Israele da parte della Turchia non le conferisce immunità dalle verità storiche». Oltre a Israele, il genocidio armeno è riconosciuto da circa 35 Paesi, tra cui l’Italia (formalmente dal 2019) Francia, Germania, Stati Uniti. La Turchia continua a respingere con fermezza il termine, sostenendo che le vittime, sia armene che turche, siano morte a causa della guerra.

La mossa arriva in un momento di forte deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, che sono precipitati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra israeliana a Gaza, che costata la vita a oltre 73mila palestinesi. Ankara ha reagito duramente al riconoscimento, bollandolo come una «decisione politica» volta a insabbiare i propri crimini a Gaza, dove Israele è sotto processo alla Corte internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio – accusa che il governo israeliano respinge categoricamente. Il ministero degli Esteri turco ha promesso di continuare a contrastare le «politiche espansionistiche e destabilizzanti» di Israele nella regione.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è diventato uno dei critici più duri di Israele, arrivando a paragonare i suoi leader a funzionari nazisti; Netanyahu ha ricambiato definendolo «un dittatore antisemita che commette un genocidio contro i curdi». La Turchia ha sospeso gran parte degli scambi commerciali con Israele ed è diventata uno dei principali sostenitori diplomatici di Hamas.

La reazione armena

La questione si intreccia anche con gli equilibri regionali: l’Azerbaigian, alleato di Ankara e già scontratosi due volte con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh (di cui ha ripreso il controllo tra il 2020 e il 2023), ha definito la decisione israeliana una «distorsione dei fatti storici» che mina gli sforzi di pace. L’Armenia, dal canto suo, si trova in una posizione scomoda: il suo primo ministro Nikol Pashinyan sta tentando una difficile riconciliazione con la Turchia e non può quindi esprimere aperta gratitudine verso Israele, anche per non compromettere i rapporti con l’Iran, porta d’accesso logistica cruciale del Paese.

Le relazioni tra Israele e Armenia si erano già raffreddate dopo che Yerevan, nel giugno 2024, aveva riconosciuto lo Stato di Palestina. Pashinyan ha reagito con freddezza: secondo il quotidiano israeliano The Time of Israel, ha insinuato che la decisione di Israele sia politicamente motivata, dato che Gerusalemme si è astenuta per decenni dal riconoscere il genocidio armeno per evitare di inimicarsi la Turchia, un tempo alleata e ora nemica.

Secondo il Patriarcato armeno di Gerusalemme, per bocca del vescovo Koryun Baghdasaryan, il governo israeliano ha «adempiuto al suo dovere morale» riconoscendo il genocidio degli armeni. L’alto prelato ha sottolineato come il riconoscimento rappresenti il ​​compimento di un obbligo etico da parte di Israele, in virtù della storia del popolo ebraico, vittima di un genocidio per mano della Germania nazista.

Resta invece ferma la linea della Knesset sull’Holodomor del 1932-1933, mai riconosciuto come genocidio degli ucraini compiuto nell’Unione Sovietica dominata da Stalin: una posizione che, secondo alcuni analisti, riflette da un lato la difesa dell’unicità della Shoah, dall’altro le relazioni pragmatiche con Mosca – segno che Israele guarda alle tragedie storiche altrui non attraverso una lente universale, ma in base ai propri interessi geopolitici del momento. (f.p.)

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Genocidio armeno: quando la memoria diventa strumento di scontro politico (Cds 02.07.26)

«Ci fanno le condoglianze con un secolo di ritardo». Nella sua bottega di Gerusalemme, il ceramista Aram è indignato. Suo nonno scappò qui nel 1919, quand’era già cominciato il genocidio degli armeni. Suo papà rimase a vedere la nascita d’Israele. Lui non s’è mai mosso, nonostante 80 anni di guerre: «Eppure», dice Aram, «in tutto questo tempo nessun governo israeliano ha mai nominato i nostri tre milioni di morti. Loro commemorano la Shoah. Ma quel che i turchi han fatto a noi?». Per lo Stato ebraico c’è stato sempre e solo un Olocausto, e null’altro di paragonabile: che fosse accaduto in Armenia o in Ruanda, in Cambogia o in Ucraina. Figuriamoci a Gaza. Domenica scorsa, però, qualcosa è cambiato e il governo di Bibi Netanyahu ha rotto il tabù, riconoscendo come il «Grande Crimine» consumato sotto gli Ottomani — non si può più tacerlo — sia stato davvero un genocidio.

Non è un soprassalto di coscienza. È un calcolo politico. Bibi non perdona alla Turchia, tutt’ora sua partner commerciale, d’essersi schierata con Hamas e d’aver parlato di genocidio nella Striscia. Non ne tollera l’espansionismo neo ottomano in Siria e nel Mediterraneo. Dopo l’Iran, considera i turchi «il prossimo problema». E dunque, da dove cominciare? Basta col negazionismo del presidente Erdogan, che incarcera chiunque apra l’armadio degli scheletri armeni. E basta con un’amicizia che, da molto tempo, non è più nemmeno un’alleanza strategica. Ad Ankara, ovviamente, lo schiaffo armeno l’han preso male. Ma ancora peggio, guarda un po’, a Erevan: «Questa è una pura strumentalizzazione», ha reagito gelido il premier Nikol Pashinyan, «è l’utilizzo del nostro genocidio come arma». Dalla guerra del 2020 persa contro l’Azerbaigian, all’Armenia non va giù che Bibi abbia sostenuto gli azeri, proprio come i turchi. E poi c’è di mezzo il petrolio, che Baku vende a Israele. Dagli armeni, però, arriva anche una piccola lezione: a chi nega i genocidi, a chi ne vede ovunque, a chi li usa per coprire altri crimini. Certa Storia si ripete soltanto sotto forma di tragedia, e non c’è niente di peggio che usarne le vittime come testimonial.

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Armenia: l’Ue sfida la Russia con aiuti, punta al corridoio strategico del Caucaso (Rassegna 02.07.26)

La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stata oggi a Erevan, capitale dell’Armenia, prima di volare a Cork per l’avvio della presidenza irlandese del Consiglio Ue e dopo aver visitato ieri Baku, capitale dell’Azerbaigian, un altro segno del rinnovato interesse dell’Ue per il Caucaso Meridionale. Già il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa era stato in Azerbaigian nel marzo scorso, incontrando il presidente Ilham Aliyev, per poi partecipare al vertice della Comunità Politica Europea di Erevan nel maggio scorso.

“Sono qui per dirvi: potete contare su di noi”, ha affermato la presidente in conferenza stampa a fianco del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, recentemente rieletto. La Repubblica armena venne invasa dall’Armata Rossa nel 1920, inglobata nella Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica, per poi diventare una repubblica a sé nell’Urss nel 1936.

Il Paese ha infine riconquistato l’indipendenza nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica. L’avvicinamento di Erevan all’Ue non è gradito a Mosca che, dopo la conferma di Pashinyan, determinato a ridurre la dipendenza dalla Russia del suo Paese (cui Mosca non ha dato aiuti nella recente guerra con l’Azerbaigian, che è costata a Erevan la perdita del Nagorno-Karabakh), ha imposto forti restrizioni alle importazioni di merci dall’Armenia nella Federazione.

Von der Leyen si è congratulata con Pashinyan per la vittoria elettorale. “Queste elezioni – ha detto – hanno dimostrato, ancora una volta, la forza della democrazia armena. Lo spirito della Rivoluzione di Velluto che avete guidato nel 2018 è vivo e vegeto. L’Armenia prosegue sulla strada della democrazia, delle riforme, della pace e di una più stretta collaborazione con l’Europa”.

Mentre “l’Armenia si avvicina all’Ue – ha aggiunto von der Leyen – il Caucaso meridionale si sta unendo. La firma dell’accordo di pace” con l’Azerbaigian “lo scorso anno è stata un momento storico. Il passo più importante che questa regione abbia compiuto negli ultimi decenni. Lo stesso vale per la continua normalizzazione delle relazioni con la Turchia”.

Queste decisioni, ha sottolinato von der Leyen, “hanno richiesto coraggio politico e leadership. So che i frutti saranno immensi. L’apertura delle frontiere trasformerà il futuro economico dell’Armenia. E la posizionerà al centro di uno dei crocevia più strategici del mondo”.

Il cosiddetto corridoio di mezzo, Middle Corridor, ricalca l’antica Via della Seta e unisce l’Oriente all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Caucaso e la Turchia. La sua rilevanza strategica è cresciuta per via della guerra in Ucraina, che ha reso i rapporti con la Russia molto problematici, e delle guerre in Medio Oriente, che ostacolano la navigazione sia nel Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz che resta sotto stretto controllo iraniano, che nel Mar Rosso, dove permane la minaccia degli Houthi yemeniti. Il corridoio di mezzo fornisce una via alternativa, che fa gola a molti: alla Russia in primis, che ha sempre considerato il Caucaso come una propria zona d’influenza naturale.

“Saremo al vostro fianco per trasformare questa visione in realtà”, ha assicurato von der Leyen. La presidente ha quindi annunciato un nuovo pacchetto di finanziamenti nell’ambito del programma Global Gateway “da 200 milioni di euro, per la pace attraverso la connettività. Insieme ai nostri partner finanziari, puntiamo a mobilitare fino a 2 miliardi di euro per progetti strategici nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale in tutto il Caucaso meridionale. In Armenia, questo potrebbe sostenere progetti attualmente in fase di preparazione, tra cui valichi di frontiera e infrastrutture stradali“.

In questo modo, ha continuato, verranno costruite “infrastrutture reali e fisiche per la pace. E allo stesso tempo, stiamo costruendo ponti tra le persone. Per questo motivo, ho anche annunciato un programma di promozione della pace da 20 milioni di euro. È rivolto alle comunità che vivono lungo i confini. Vogliamo sostenere l’economia locale, le piccole e microimprese, o, ad esempio, nuove tecniche agricole, la gestione delle risorse idriche, eccetera”.

L’Armenia, ha notato von der Leyen, “sta ancora subendo una forte pressione economica da parte della Russia. Si tratta di una vera e propria coercizione economica. Ma state tranquilli: quando la pressione sui nostri partner aumenta, l’Ue interviene“. Anzitutto, ha detto, “riceverete presto ulteriori 18 milioni di euro per contribuire a rafforzare e diversificare i vostri scambi commerciali. I fondi potranno, ad esempio, contribuire alla creazione di un’agenzia per la promozione delle esportazioni e a incrementare la capacità di esportazione delle imprese armene. Questi 18 milioni di euro rappresentano la parte finale del pacchetto di sostegno da 52 milioni di euro di cui abbiamo discusso all’inizio di giugno”.

In secondo luogo, ha proseguito la presidente della Commissione, “presenteremo una proposta per misure commerciali autonome, che liberalizzeranno quasi l’80% delle esportazioni armene verso l’Ue. Significa che l’80% dei vostri scambi commerciali con noi sarà ora esente da dazi. In questo modo, potremo reindirizzare i prodotti che attualmente dipendono ancora fortemente dal mercato russo e inviarli al mercato unico dell’Unione Europea, che conta 450 milioni di consumatori”.

Pertanto, ha spiegato, “questa misura aprirà le porte europee a quasi il 99% della frutta e della verdura fresca armena che in precedenza veniva esportata in Russia. Aprirà le porte del Mercato Unico dell’Unione Europea a oltre il 90% delle vostre esportazioni di bevande e liquori. Nell’ultimo mese abbiamo visto arrivare sempre più fiori armeni sul nostro mercato. E’ un bellissimo simbolo di un nuovo capitolo nella nostra partnership economica”.

E questo, per von der Leyen, “è solo l’inizio. Con queste nuove misure in atto, avrete i mezzi per diversificare rapidamente. A metà luglio, invieremo esperti in Armenia che lavoreranno direttamente con i vostri produttori, le vostre imprese e i vostri esportatori e li aiuteranno a cogliere tutte le opportunità che una partnership privilegiata con l’Ue può offrire”. Per von der Leyen, il 7 giugno scorso “il popolo armeno si è espresso chiaramente. Ha scelto la democrazia. Lo Stato di diritto. Ha scelto la riforma e la pace. Ha scelto una società aperta, accogliente e inclusiva. E ha scelto di collaborare con l’Unione Europea. E insieme, ora dobbiamo trasformare le aspirazioni in risultati concreti: potete contare su di noi“, ha concluso.

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Von der Leyen, ‘su Armenia coercizione russa, l’Ue vi darà dazi zero a 80% export’ 


L’UE intensifica il sostegno all’Armenia con nuovi fondi e scambi commerciali (Repubblica)


Ue-Armenia: si rafforza il partenariato. Von der Leyen e Kos a Yerevan. “Potete contare su di noi”