Arsen, il produttore che ha scelto il Chianti per piantare le viti armene (La Repubblica 20.04.26)

In un luogo non comune per il vino, tra le colline che abbracciano Firenze, prende vita un progetto vitivinicolo che porta il nome di Arsenio. Non è la storia di un’eredità secolare o di un cognome altisonante, ma il racconto di Arsen Khachaturyants, un giovane vignaiolo che, con una visione audace e un percorso di vita fuori dagli schemi, sta riscrivendo le regole del vino toscano.

 

 

Arsen, venticinquenne armeno di origine, nato in Spagna e cittadino del mondo, ha scelto Firenze come suo approdo. La sua storia non inizia tra i filari, ma nelle aule della New York University, dove si laurea in Matematica pura, immergendosi in equazioni differenziali e nella teoria del caos. Un percorso accademico insolito per un vignaiolo, che tuttavia ha plasmato il suo approccio al vino, inteso come un equilibrio tra rigore analitico e pura espressione sensoriale.

La storia

“Mentre studiavo matematica, pensavo di voler lasciare qualcosa che vivesse per sempre” racconta Arsen. “Non volevo dedicarmi alla matematica applicata, costruire motori o cose simili, che avrebbero potuto darmi fama ma non un’eredità duratura.” Questa riflessione, unita alla consapevolezza delle sue radici armene, segnate dal genocidio del 1915 che costrinse la sua famiglia a fuggire, lo spinge a cercare un progetto con un impatto duraturo, un legame profondo con la terra e la storia.

 

 

La scintilla per il mondo del vino si accende grazie a una passione giovanile per la cucina. “Ho lavorato in ristoranti stellati Michelin ogni estate, non per denaro, ma per l’opportunità di imparare,” spiega. “Lì ho capito che il vino andava abbinato al cibo. Così ho pensato: ‘Forse il vino’. Mi piace, mi piace come funziona, e ho iniziato a studiare la sua storia, scoprendo che molte famiglie vitivinicole hanno centinaia di anni di storia, un’eredità generazionale.” Questa curiosità lo porta a conseguire un Master in Vineyard and Winery Management tra Bordeaux e l’Institut des Sciences de la Vigne et du Vin, e più recentemente il prestigioso Diploma WSET a Londra.

Il progetto Arsenio nasce su dieci ettari di vigneti, distribuiti tra Firenze, Olena nel Chianti Classico e l’area di Volterra. Un inizio tutt’altro che semplice: “La proprietà a Firenze esisteva già, ma era in uno stato di abbandono” ricorda Arsen. “Ci siamo trovati di fronte a circa cinque ettari di terreno invasi da rifiuti: colline di immondizia, alberi spezzati, divani e plastica ovunque.” Una sfida che non lo ha scoraggiato, ma che ha rafforzato la sua determinazione a dare nuova vita a quella terra.

 

 

Nel 2009, un viaggio lampo da New York a Firenze segna l’apertura ufficiale dell’azienda. La ricerca di una cantina si rivela complessa, tra informazioni errate e offerte assurde. Ma la perseveranza di Arsen, unita al prezioso supporto di figure chiave come l’enologo Alberto Antonini, “un grande aiuto nel trovare persone e fornire consigli, un enologo molto aperto mentalmente”, e il celebre potatore Marco Simonit, permette al progetto di prendere forma. È un equilibrio affascinante: un produttore giovanissimo affiancato da professionisti con decenni di esperienza, un connubio tra energia innovativa e saggezza consolidata.

Il progetto

Il cuore del progetto batte sulle colline fiorentine, a circa 300 metri di altitudine, dove nel 2020 sono stati piantati i primi quattro ettari. Qui, tra suoli di arenaria e una ventilazione costante, cresce una selezione di varietà che unisce tradizione toscana e ricerca personale. Accanto al Sangiovese, pilastro della viticoltura regionale, trovano spazio vitigni come Mammolo, Colorino, Canaiolo e Pugnitello, insieme a varietà internazionali come Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon.

Ma la vera sorpresa è la presenza dell’Areni Noir, un’antica varietà armena. “È un modo per non dimenticare le proprie radici” afferma Arsen, sottolineando una scelta non solo simbolica ma anche agronomica, data la notevole capacità di adattamento di quest’uva ai cambiamenti climatici. Questa apertura verso vitigni meno convenzionali si riflette nella sua decisione di puntare sull’IGT (Indicazione Geografica Tipica) Toscana, piuttosto che limitarsi alle rigide classificazioni del Chianti Classico.

 

 

“Rispetto molto il Chianti Classico, penso sia un’idea bellissima, ha molta tradizione – spiega Arsen – Ma mi piace rispettare molto la terra, perché la terra ha molta più conoscenza, è molto più antica, di milioni di anni. E penso sia più logico ascoltare la terra piuttosto che regole vecchie di anni.” Questa filosofia lo porta a esplorare il potenziale di vitigni come il Mammolo, che definisce il suo “nuovo preferito” e che sta cercando di far rivivere, o il Verdicchio per i bianchi, piantato in posizioni ottimali per esprimere al meglio il suo carattere.

La sua visione è chiara: produrre vini che siano espressione autentica del terroir, ma con un occhio al futuro e alle sfide del cambiamento climatico. “Non puoi più coltivare Merlo,” osserva. “Anche lo Chardonnay non è il massimo se vuoi piantare nuovo Chardonnay, non funzionerà.” Per questo, la scelta ricade su vitigni come il Cabernet Franc, che “funziona ancora bene”, e l’esplorazione di blend innovativi, inclusi vitigni armeni come lo Zor, per i vini bianchi.

Nuova generazione

Arsen affronta il mondo del vino con l’entusiasmo e la curiosità di una nuova generazione. “Per fare un grande vino serve tempo” dice con un sorriso disarmante. “Bisogna imparare ad ascoltare la natura.” La sua filosofia si fonda su un principio semplice: trovare un equilibrio tra progresso e rispetto dell’ambiente. “L’uomo non è separato dall’ambiente” sottolinea. “Ne fa parte. Il vino è proprio questo: una collaborazione.” Per lui, il compito del vignaiolo non è dominare la natura, ma accompagnarla, intervenendo solo quando necessario.

Un altro aspetto distintivo del progetto Arsenio è la volontà di limitare la produzione per garantire l’esclusività e la qualità. “Quando morirò, voglio essere sicuro che nessuno nelle generazioni future possa aumentare il numero di bottiglie” afferma con determinazione. “Se il marchio ha un limite di bottiglie, non può essere 30.000, può essere solo tra, diciamo, 20.000 e 30.000, a seconda dell’annata. Non voglio che qualcuno dica: ‘Ok, sta andando bene, facciamo 100.000 bottiglie in 20 anni’. Ma in quel caso, la qualità crolla, perché come può essere qualcosa di unico se lo puoi comprare ovunque? No, devi cercarlo. Questo è il concetto di vino premium.” Questa scelta riflette una profonda comprensione del valore dell’unicità e della ricerca della qualità senza compromessi.

Dopo una prima vendemmia sperimentale nel 2023, il 2024 segna la prima raccolta ufficiale, mentre l’uscita sul mercato dei vini è prevista per fine di quest’anno. Arsenio è un progetto in continua evoluzione, un laboratorio di idee dove tradizione e innovazione convivono, e dove ogni annata racconta una storia diversa, influenzata dal terroir e dalle condizioni climatiche. “Voglio parlare a una nuova generazione di appassionati” spiega Arsen. “Ma anche a chi è curioso di capire come il vino possa evolvere.” Il suo è un viaggio tra territori diversi, tra radici profonde e una visione globale, un dialogo costante tra l’uomo e la natura. Ed è proprio da questa ricerca di armonia che, sulle colline di Firenze, sta prendendo forma una nuova e intrigante pagina della storia del vino toscano.

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Venezia ricorda il genocidio armeno: un programma di iniziative per la Giornata del Ricordo (Lapiazzaweb 19.04.26)

Venezia è pronta alla Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno. Le iniziative, organizzate in collaborazione con l’Unione degli Armeni d’Italia e l’Università Ca’ Foscari Venezia, intendono dare voce a una delle tragedie più sconvolgenti del XX secolo, promuovendo al contempo la memoria storica e la resilienza della comunità armena.

Il programma culminerà con una cerimonia dal titolo “Dalla tragedia alla resilienza”, che si terrà il 24 aprile all’Auditorium Santa Margherita di Venezia, e sarà aperta alla cittadinanza. La giornata offrirà un’occasione per riflettere sul genocidio armeno e sul percorso di sopravvivenza e resistenza del popolo armeno.

Il percorso della memoria ha preso il via proprio oggi, con una visita guidata alla Chiesa di Santa Croce degli Armeni, una delle più antiche e significative chiese della città. Situata a pochi passi da Piazza San Marco, la chiesa è quasi invisibile dall’esterno, ma custodisce un patrimonio storico e religioso di grande valore. È l’unica chiesa in Italia dove i padri mechitaristi celebrano ancora oggi la liturgia armeno-cattolica, mantenendo vive le tradizioni religiose della comunità.

Inoltre, il 12 maggio è prevista una visita speciale all’Isola di San Lazzaro degli Armeni, che ospita il prestigioso Monastero Mechitarista, un importante centro culturale per la diffusione della cultura armena nel mondo.

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Amerikatsi Venerdì 24 aprile in prima serata (Tv2000 19.04.26)

Venerdì 24 aprile in prima serata

FILM: AMERIKATSI (PRIMA TV)

Sinossi: Da bambino, Charlie è riuscito a sfuggire al genocidio armeno nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Divenuto adulto, torna in Armenia ma si deve scontrare con la dura realtà del comunismo sovietico sotto Stalin. Una notte viene ingiustamente arrestato e recluso in un campo di lavoro. Dalla finestra della sua cella però riesce a osservare quello che avviene nell’appartamento di fronte, dove abita una guardia carceraria. Quella finestra sarà una via di fuga emotiva che gli darà la speranza e la forza di lottare.

Regia: Michael A. Goorjian

Cast: Michael A. Goorjian, Hovik Keuchkerian, Nelli Uvarova

Anno di produzione: 2022

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Il Patriarca in Libano: «Dopo la crisi, la guerra: popolo allo stremo» (Giornale Brescia 17.04.26)

«La popolazione è allo stremo. Ad una crisi economica pesantissima si è aggiunta la guerra, che ha portato all’emergenza di cibo, acqua e medicinali». Traccia una linea drammatica sulla mappa della fu «Svizzera del Medioriente» Raphael Bedros XXI Minassian, patriarca della Chiesa cattolica armena di Cilicia proprio in Libano. Di passaggio a Brescia dopo la partecipazione ad una celebrazione con Papa Leone XIV a Roma, commenta la tregua di dieci giorni appena siglata tra Libano e Israele.

Le speranze

«Speriamo tutti che possa durare, ma analizzando la situazione internazionale la fiducia di una tregua definitiva è minima. Viviamo nella speranza di poter trovare un dialogo, soprattutto perché stiamo parlando di Paesi e di popoli vicini. Ma serve un linguaggio diverso, di vicinanza, serve rispetto reciproco».

Nel Paese dei cedri la gente in pochi anni ha perso prima tutti i risparmi di una vita nelle banche e poi ha iniziato a morire colpita dalle bombe che cadevano dal cielo – di giorno e di notte.
«E nonostante questo tutto il popolo libanese rimane ancora unito. Musulmani e cristiani sono insieme come segno di un nazionalismo più cosciente. Anzi, con la guerra le differenze religiose hanno smesso di essere un problema».

Attacco atteso

Libano e Israele sono storicamente in conflitto e nelle sue declinazioni militari di Hamas e dell’Idf lo scontro è stato spesso plastico in questi anni. Eppure in Occidente l’attacco di Tel Aviv è sembrato improvviso. Quasi inatteso. «Invece il popolo libanese se lo aspettava dopo quello che era successo in Iran, per il legame religioso con i musulmani. Adesso, non a caso, la minaccia è contro la Turchia».

Quale futuro per il Medioriente e per il Libano, allora? Il Patriarca non nasconde il poco ottimismo. «Oggi ci sentiamo tutti incapaci di trovare una soluzione davanti a un male troppo grande. Dobbiamo allora fare riferimento a quello che ha detto il Santo Padre sul dialogo, sul ritorno alla coscienza e sulla pacificazione. Questa è una crisi di tutto il Medio Oriente. Mentre le grandi potenze mondiali fanno i loro calcoli, a pagare il prezzo sono sempre i più piccoli e gli innocenti».

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“E dal cielo caddero tre mele”: vivere l’Armenia con Narine Abgarjan (Meridiano13 17.04.26)

Fresco di stampa per i tipi di EinaudiE dal cielo caddero tre mele  che abbiamo letto e consigliato nella nostra ultima newsletter libresca  è un romanzo ambientato nel paesino immaginario di Maran, sperduto tra le montagne dell’Armenia e abitato da pochi anziani sopravvissuti a guerre, carestie e dolori. Al centro della storia c’è Anatolija, donna segnata dalla perdita, che ha deciso che l’ora della sua morte è vicina.

«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt’uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell’ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini.

[Estratto dalla quarta di copertina del volume]

Un villaggio sospeso tra cielo e terra

C’è un luogo che non troverete su nessuna mappa dell’Armenia: Maran è infatti un piccolo villaggio caucasico immaginato dall’autrice di questo romanzo, aggrappato a un altopiano di montagna, così in alto e così lontano dal mondo da sembrare dimenticato da tutto e da tutti. Tranne che dalla morte. Quando il romanzo si apre, Maran sta morendo insieme ai suoi ultimi abitanti: poche anime anziane, consumate dagli anni e dai dolori, che aspettano la fine con la stessa rassegnazione con cui guardano il cielo cambiare stagione.

È in questo scenario, sospeso come in una fiaba, che la scrittrice armena Narine Abgarjan ambienta il suo romanzo più noto, pubblicato in Russia nel 2014 e uscito in italiano grazie alla traduzione di Claudia Zonghetti*.

Parlare di trama, però, per questo libro è quasi riduttivo. La storia, se proprio vogliamo tracciarla, ruota sì attorno alla morte e ad Anatolija, ma non solo: si rivela una serie di voci, ricordi e racconti intrecciati, perché ogni personaggio porta con sé una vita intera fatta di ferite e perdite. Eppure, non c’è paura della morte in questo libro, ma una sorta di familiarità dolente perché essa arriva come una vicina di casa burbera, ma in fondo in fondo conosciuta.

Abgarjan costruisce il suo mondo per stratificazione: al presente si sovrappongono continuamente il passato, con una naturalezza che ricorda le grandi tradizioni del realismo magico, ma che riesce a rendere in uno stile peculiare.

Il titolo stesso, E dal cielo caddero tre mele, è ricco di significato perché richiama una formula delle fiabe armene, in cui le tre mele che cadono rappresentano: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha creduto.

Di seguito, su concessione della casa editrice e dell’autrice, ne riportiamo un brevissimo estratto iniziale, che non farà che invitarvi alla lettura.

E dal cielo caddero tre mele

Una per chi ha visto

Uno

Venerdì subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire.

Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, scoperchiò le botti sotto le grondaie: se fosse scoppiato un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò fra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco nello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori dall’armadio «le cose da morto»: l’abito in lana col colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura, il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna. Jasaman avrebbe capito che lo voleva fra le dita.

Lasciò i vestiti nel punto più in vista del soggiorno – il pesante tavolo di rovere con la tovaglietta di tela rozza che, a sollevarne un lembo, rivelava i segni chiarissimi e profondi di due colpi d’ascia –, posò sul mucchietto la busta coi soldi per il funerale, prese dalla credenza una vecchia tovaglia di tela cerata a scacchi e andò in camera. Lì scoprì il letto, tagliò in due la tovaglia, ne stese una metà sul lenzuolo, ci si sdraiò sopra, usò l’altra metà per coprirsi, tirò su anche la trapunta, incrociò le braccia sul petto, per qualche lungo istante cercò con la nuca la posizione più comoda sul cuscino, fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Si rialzò subito per andare a spalancare le imposte, che bloccò coi vasi di geranio perché non sbattessero, dopodiché tornò a sdraiarsi. Ora poteva stare tranquilla: spogliata del suo corpo mortale, l’anima non avrebbe vagato sperduta per la stanza e, una volta libera, avrebbe spiccato il volo dalla finestra aperta, incontro al cielo.

Quei preparativi puntigliosi e caparbi si dovevano a una ragione importante e triste insieme: Sevojants Anatolija perdeva sangue dal giorno prima. Quando aveva scoperto le chiazze scure sulla biancheria si era innanzitutto stupita; poi, dopo averle esaminate con attenzione e avere stabilito che era proprio sangue, era scoppiata in un pianto dirotto. Si era subito vergognata della sua paura, però, e subito si era fatta coraggio, asciugandosi in fretta e furia le lacrime con un angolo del fazzoletto che aveva in testa. A che serviva piangere, se l’inevitabile non poteva essere evitato? La morte non è uguale per tutti: a qualcuno ferma il cuore, di qualcun altro si fa beffe privandolo della ragione. A lei era toccato di morire dissanguata.

Anatolija non aveva il minimo dubbio che il suo male fosse incurabile e fulminante. Non per nulla l’aveva trafitta nella parte più inutile e insulsa del suo corpo, l’utero. Ti punisco, pareva dirle, perché hai mancato al tuo principale dovere di donna: mettere al mondo dei figli.

Tuttavia, quand’ebbe deciso che mai più avrebbe pianto e mai più si sarebbe lagnata della sua sorte, a quella stessa sorte Anatolija si rassegnò, ritrovando in un attimo la serenità. Frugò nel baule della biancheria, ne cavò un vecchio lenzuolo, fece delle pezze e le usò come assorbenti. Verso sera, però, le perdite erano talmente abbondanti che dentro di lei pareva essere scoppiata una vena senza fondo. Attinse, dunque, alle misere scorte di ovatta che teneva in casa. E poiché l’ovatta non sarebbe durata a lungo, scucì un angolo della trapunta, sfilò alcuni fiocchi di lana, li lavò con cura e li stese ad asciugare sul davanzale. Certo, avrebbe potuto fare un salto da Šlapkants Jasaman, che viveva poco distante, per chiederla a lei, un po’ d’ovatta, ma desistette: se poi non riusciva a tenere a freno la lingua, scoppiava a piangere e le scappava detto che stava per morire? Jasaman si sarebbe spaventata e sarebbe corsa da Satenik: telegrafa subito a valle e di’ che mandino un’ambulanza…

Anatolija non aveva alcuna intenzione di fare il giro dei dottori per sottoporsi a una sfilza di esami tanto dolorosi quanto inutili.

Anatolija aveva deciso di morire in pace e dignità, tranquilla e serena, fra le mura della casa in cui aveva vissuto invano la sua difficile vita.

Si coricò che era già tardi, dopo avere guardato a lungo l’album di famiglia; alla luce fioca del lume a petrolio, i visi dei suoi cari, ormai nel Lete, sembravano quanto mai tristi e pensierosi. Ci vediamo presto, sussurrava Anatolija accarezzando ogni fotografia con le dita indurite dal lavoro nei campi, ci vediamo presto. Prese sonno facilmente, nonostante l’angoscia e lo sconforto, e dormì fino al mattino. La svegliò il canto smanioso del gallo: era una furia, dentro al pollaio, stanco di aspettare che lo liberassero nell’orto. Anatolija si concentrò per capire come si sentiva. Non male, decise: niente che la preoccupasse, a parte qualche dolore alle reni e un vago capogiro. Si alzò con cautela, andò alla latrina e non senza un ghigno di soddisfazione constatò che le perdite erano più abbondanti che mai. Tornò in casa e si fece una specie di assorbente con un pezzo di stoffa e qualche fiocco di lana. Se continuava a quel modo, la mattina seguente non avrebbe più avuto una goccia di sangue in corpo. Poteva essere l’ultima volta, dunque, in cui vedeva sorgere il sole.

Rimase sulla veranda ad assorbire con ogni poro la luce timida del mattino. Poi andò dalla vicina: a salutarla, a chiederle come stava. Era giorno di bucato per Jasaman, che stava giusto piazzando una pesante tinozza d’acqua sulla stufa a legna. Mentre l’acqua si scaldava, parlarono del più e del meno e delle tante faccende da sbrigare. Era quasi tempo di more di gelso e ci sarebbe stato da raccoglierne in quantità: di una parte avrebbero fatto sciroppo, un’altra l’avrebbero essiccata e un’altra ancora sarebbe finita a fermentare in una botte di legno prima di diventare acquavite. Era anche tempo di raccogliere l’erba brusca; un altro paio di settimane e sarebbe stato troppo tardi: il sole di giugno l’avrebbe seccata in un attimo e non sarebbe stata più buona a nulla. Quando dentro alla tinozza l’acqua cominciò a bollire, Anatolija salutò l’amica e se ne andò. Poteva stare tranquilla: fino al mattino seguente Jasaman si sarebbe dimenticata di lei. Con tutti quei panni da lavare, inamidare, sbiancare col turchinetto, stendere al sole, raccogliere e stirare, ne avrebbe avuto fino a sera tardi. Dunque lei, Anatolija, aveva tutto il tempo per andarsene tranquillamente all’altro mondo.

Confortata, passò la mattina a sbrigare senza fretta le solite faccende, e soltanto nel primo pomeriggio, col sole che percorreva la volta celeste scivolando composto verso l’estremità a ponente della vallata, tornò a coricarsi, pronta a morire.

e dal cielo daccero tre mele
La copertina del volume uscito per Einaudi

E dal cielo caddero tre mele, Narine Abgarjan, traduzione di Claudia Zonghetti, Einaudi, 2026


Narine Abgarjan è nata in Armenia nel 1971 e si è laureata in Lingua e Letteratura russa all’Università di Erevan. Le tracce della sua terra natale sono alla base di tutte le sue opere, a partire dalla prima, la trilogia Manjunja, che ha immediatamente conquistato il favore dei lettori. Nei dieci anni successivi l’autrice ha pubblicato altri sei romanzi e quattro raccolte di racconti. I suoi libri, tradotti in una trentina di lingue, sono stati adattati per il teatro, il cinema e la televisione, anche in versione animata. Nel marzo del 2020 il The Guardian l’ha inclusa fra i sei autori europei piú brillanti. Attualmente vive in Germania, dove si è trasferita dall’Armenia nel 2022.

Claudia Zonghetti traduce dal russo classici e contemporanei. Oltre a Vasilij Grossman, Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj, e alle indagini di Anna Politkovskaja, ha dato voce italiana (tra gli altri) a Pavel Florenskij, Varlam Šalamov, Gajto Gazdanov, e a contemporanei come Narine Abgarjan, Guzel’ Jachina, Saša Filipenko. È socia di Memorial Italia, Strade e AITI.

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Armenia: inaugurata “Italian Business School” a Università Europea d’Armenia (Giornalediplomatico 16.04.26)

GD – Jerevan, 16 apr. 26 – All’Università Europea d’Armenia, a Jerevan, è stata inaugurata la Italian Business School, una nuova iniziativa accademica volta a rafforzare e ampliare le relazioni universitarie e i percorsi imprenditoriali tra Italia e Armenia, con particolare attenzione allo sviluppo dei percorsi economico-manageriali e all’internazionalizzazione dell’offerta formativa.
Da tale iniziativa potranno scaturire nuove significative sinergie, come quella rappresentata dal partenariato già consolidato con il prestigioso Istituto “Eurac Research” di Bolzano.
L’evento si è svolto in coincidenza con la Giornata del Made in Italy, sottolineando il valore paradigmatico della promozione del modello italiano non solo in ambito economico e produttivo, ma anche nel settore della formazione e della diffusione della lingua e della cultura italiana.
Alla cerimonia hanno preso parte il presidente dell’Ateneo, Arthur Baghdasaryan, la rettrice Heghine Bisharyan, e l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, insieme ai rappresentanti della comunità accademica e del corpo docente.
Il tradizionale taglio del nastro ha sancito l’avvio delle attività della scuola, concepita come una piattaforma di collaborazione internazionale ispirata al modello educativo italiano e agli standard europei. Gli ospiti hanno potuto visionare i nuovi spazi didattici e le strutture dedicate, oltre ai programmi formativi focalizzati su business, leadership e innovazione.
Particolare rilievo è stato attribuito al tema dell’insegnamento della lingua italiana, considerato una priorità strategica nel rafforzamento delle relazioni culturali e accademiche tra i due Paesi. Sempre più studenti armeni individuano infatti nell’Italia concrete opportunità di crescita professionale e scelgono di investire nell’apprendimento dell’italiano come strumento utile anche per accedere al mercato del lavoro e a percorsi di alta formazione.
A margine della cerimonia ufficiale, si è inoltre discusso di nuove prospettive di collaborazione, con l’obiettivo di ampliare la rete di accordi con Università italiane, in particolare nel settore economico e commerciale, di promuovere l’introduzione dell’italiano come lingua curriculare e di valorizzare il ruolo dell’Armenia come hub attrattivo per le imprese italiane.
La Italian Business School si propone così di formare professionisti altamente qualificati e di sviluppare competenze in linea con le esigenze del mercato globale, contribuendo al rafforzamento strutturale e duraturo delle relazioni tra Italia e Armenia nel settore dell’istruzione, della formazione e dell’innovazione.

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Bari incontra l’Armenia – storia, musica e memoria (Baritoday 15.04.26)

QuandoDal 20/04/2026 al 20/04/202616:00


bari incontra l’armenia – storia, musica e memoria
https://www.baritoday.it/eventi/bari-incontra-l-armenia-storia-musica-e-memoria-20-aprile-2026.html
© BariToday

 

Nell’ambito del ciclo di “Lezioni di Pace”, il Centro Interdipartimentale
di Ricerche sulla Pace “Giuseppe Nardulli” ha organizzato per lunedì 20
aprile 2026 alle ore 16:00 presso l’Aula Leogrande del Centro
Polifunzionale Studenti (“Ex-Palazzo delle Poste”) un incontro sul tema:

“Bari incontra l’Armenia – Storia, musica e memoria”
Saluti istituzionali:
Dario Rupen Timurian (Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari)
Moderatore:
Alessandro Mirizzi (Coordinatore del Centro interdipartimentale di
Ricerche sulla Pace “Giuseppe Nardulli”)

Sara’ presentato il libro “Armeni: identità e memoria” del prof. Kegham
Jamil Boloyan (Universita’ del Salento)
Dialogheranno con l’autore:
Pietro Fabris
Leo Lestingi
Vito A. Loprieno
Patrizia Resta
Angela M. Rutigliano
Anna Santoliquido
L’evento si concludera’ con un viaggio musicale nell’anima armena, con il
musicista Jack Sorressa (Duduk)


bari incontra l’armenia – storia, musica e memoria
https://www.baritoday.it/eventi/bari-incontra-l-armenia-storia-musica-e-memoria-20-aprile-2026.html
© BariToday

San Fermo, un incontro sull’Armenia, tra fede e difficoltà (Ciaocomo 15.04.26)

Venerdì 17 aprile, alle ore 21, l’Auditorium comunale di San Fermo della Battaglia (via Lancini, 5) ospiterà un incontro dal titolo Armenia. La fede di un popolo scolpita nella pietra e nei cuori, proposto dal Centro culturale Paolo VI e dal Comune di San Fermo della Battaglia. Al centro ci sarà, appunto, l’Armenia, un paese di cui si parla troppo poco: caratterizzato da una storia millenaria, oggi è purtroppo attraversato da profonde tensioni e da una fase delicata della sua esistenza. Nel piccolo Stato del Caucaso, stretto tra potenze regionali e grandi interessi geopolitici, cresce infatti la tensione tra il Governo e la Chiesa apostolica armena, una delle istituzioni più antiche e simboliche della nazione. Sullo sfondo pesano la guerra perduta per il Nagorno-Karabakh, le difficili trattative di pace con l’Azerbaigian e una questione ancora più profonda, quella dell’identità stessa dell’Armenia. All’appuntamento interverranno don Andrea Straffi, sacerdote della diocesi di Como e direttore dell’Ufficio diocesano di arte sacra, Chiara Gerosa, giornalista radiofonica RSI (Radiotelevisione Svizzera Italiana), e suor Benedetta Carugati, missionaria della Carità a Yerevan.

La serata non si limiterà a un’analisi geopolitica: attraverso immagini, racconti e interviste, raccolti da don Andrea Straffi e da Chiara Gerosa in occasione di un recente viaggio in Armenia con l’associazione “Russia Cristiana”, il pubblico sarà accompagnato dentro la vita concreta di un popolo, per scoprire come la fede continui a rappresentare una radice viva e una forza capace di generare speranza anche nelle prove più dure. Seguirà la testimonianza in presa diretta di suor Benedetta Carugati, originaria di Olgiate Comasco, che da anni vive e opera nella capitale armena.
L’incontro rappresenta quindi un’occasione per scoprire una terra di monasteri scolpiti nella roccia, di paesaggi aspri e luminosi e di una tradizione artistica e spirituale unica e, al contempo, per conoscere storie di uomini e donne che parlano di resistenza, identità e fiducia nel futuro.

L’ingresso è libero, con prenotazione consigliata al seguente link.
L’incontro è rivolto anche agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. Per gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole secondarie di secondo grado, su richiesta, verrà rilasciato l’attestato di partecipazione per l’attribuzione del credito formativo.

INFORMAZIONI E CONTATTI
Email: segreteria@ccpaolosesto.it
Telefono: 3318573594

armenia - san fermo

Distruggono una chiesa armena in Azerbaigian: la diocesi denuncia un «genocidio culturale» (InfoVaticana 14.03.26)

La chiesa armena di San Giacomo, a Stepanakert (Azerbaigian), è stata completamente distrutta, secondo quanto denunciato dalla diocesi di Artsakh in un comunicato pubblicato il 12 aprile 2026. Come riferisce Tribune Chrétienne, la distruzione del tempio è attribuita alle autorità dell’Azerbaigian, nel contesto successivo alla presa totale del territorio nel 2023.

La diocesi, attualmente rifugiata in Armenia dopo l’esodo forzato della popolazione armena, ha espresso la sua “profonda tristezza” per la perdita di un luogo che per anni è stato il centro della vita liturgica della comunità cristiana locale.

Un tempio centrale nella vita sacramentale

La chiesa di San Giacomo era un punto di riferimento spirituale per migliaia di fedeli che si riunivano ogni domenica per la liturgia e la ricezione dell’Eucaristia.

La sua distruzione rappresenta, secondo la diocesi, non solo la scomparsa di un edificio, ma l’eliminazione di un luogo dove si sosteneva la vita sacramentale di una comunità che oggi si trova dispersa dopo la sua uscita forzata dal territorio.

Accuse di distruzione sistematica del patrimonio cristiano

Il comunicato inquadra questo fatto all’interno di una serie più ampia di attacchi contro il patrimonio religioso cristiano nel Nagorno-Karabakh. La diocesi denuncia la distruzione o la profanazione di altre chiese negli ultimi anni e parla di un processo portato avanti in modo “sistematico, deliberato e a livello statale”.

In tal senso, qualifica la situazione come un “genocidio culturale”, considerando che esiste una volontà di eliminare ogni traccia della presenza cristiana armena nella regione.

Esilio e scomparsa di una presenza storica

Da settembre 2023, dopo il recupero totale del territorio da parte dell’Azerbaigian, la quasi totalità della popolazione armena ha abbandonato la zona e si è rifugiata in Armenia.

Questo spostamento ha posto fine a una presenza cristiana che risale a secoli addietro. Chiese, monasteri e cimiteri non erano solo luoghi di culto, ma anche segni visibili di un’identità profondamente radicata nella storia del Caucaso.

Appello di fronte alla mancanza di reazione internazionale

La diocesi denuncia anche la mancanza di risposta da parte degli organismi internazionali, che accusa di rimanere indifferenti di fronte alla distruzione del patrimonio religioso.

Secondo quanto avvertono i suoi responsabili, la scomparsa progressiva di questi templi non colpisce solo il popolo armeno, ma l’intero patrimonio cristiano. La perdita di questi luoghi solleva, inoltre, interrogativi sulla protezione dei siti religiosi in contesti di conflitto e sul rispetto effettivo della libertà religiosa.

Privati delle loro chiese, i fedeli armeni vivono oggi in esilio, con difficoltà aggiuntive per la trasmissione della fede, strettamente legata nella loro tradizione ai luoghi consacrati.

La diocesi ha reiterato la sua intenzione di continuare a reclamare giustizia e ha chiamato la comunità internazionale a intervenire per fermare ciò che considera una distruzione continuata del patrimonio cristiano nella regione.

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Turchia, Erdogan minaccia: “Possiamo entrare in Israele e iniziare una guerra, continuano a massacrare Gaza e Libano” (IlGiornaleditalia 14.04.26)

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha minacciato Israele di “entrare nel suo territorio” e di poter “iniziare una guerra“, per evitare che in Libano, a Gaza e in Cisgiordania Tel Aviv continui a “massacrare la popolazione.

Turchia, Erdogan minaccia: “Possiamo entrare in Israele e iniziare una guerra, continuano a massacrare Gaza e Libano

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato un possibile intervento militare contro Israele, alimentando ulteriormente le tensioni in Medio Oriente già segnato da un’escalation senza precedenti.

Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, Erdogan ha dichiarato che la Turchia potrebbe “entrare in Israele” per impedire quella che ha definito una politica di espulsione dei palestinesi dai loro territori. Il leader turco ha paragonato tale eventualità alle operazioni militari già condotte da Ankara in Libia e nel Nagorno-Karabakh.

Proprio come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele. Nulla ci impedisce di farlo”, ha affermato Erdogan, sottolineando la necessità di agire con forza per evitare che situazioni simili a quelle osservate in Libano possano verificarsi anche nei territori palestinesi.

Nel suo intervento, il presidente ha accusato Israele di aver costretto circa 1,2 milioni di libanesi a lasciare le proprie case, nonostante il cessate il fuoco, a causa degli attacchi contro aree civili. Dichiarazioni che si inseriscono in una crescente retorica critica da parte di Ankara nei confronti delle operazioni militari israeliane nella regione.

La risposta israeliana non si è fatta attendere. Il ministro per i Beni culturali Amichai Eliyahu ha duramente attaccato Erdogan, definendolo un “dittatore megalomane” con ambizioni imperialistiche. Secondo Eliyahu, il presidente turco si vedrebbe come un moderno sultano ottomano, guidando un Paese descritto come economicamente fragile e democraticamente compromesso.

Le dichiarazioni incrociate segnano un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Ankara e Tel Aviv, già tesi negli ultimi anni. L’ipotesi di un coinvolgimento diretto della Turchia nel conflitto rappresenterebbe un salto di qualità significativo, con potenziali conseguenze su scala regionale e internazionale.

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