Il Monferrato si racconta attraverso l’Armenia (Lavocediasti 14.04.26)

Presentato “Gemina”, il documentario di Alessio Mattia che debutterà alla Design Week di Milano. Per l’assessore Candelaresi è “un progetto di qualità”, per gli organizzatori “un ponte tra culture e territori”

Le immagini della presentazione

Le immagini della presentazione

Asti guarda oltre i propri confini con “Gemina – Echoes of Identity Across Borders”, il documentario che intreccia Monferrato e Armenia in un racconto di identità, memoria, tradizioni e cultura del vino. Il progetto è stato presentato ieri mattina nella sala Gianni Basso del Teatro Alfieri e approderà in anteprima internazionale il 21 aprile al Cinema Anteo di Milano, nell’ambito della Design Week.

Prodotto da SiAmo il Monferrato in collaborazione con Fondazione Time2, Hayeli e Nork Group, il film è diretto dal videomaker astigiano Alessio Mattia e rappresenta il primo capitolo di un percorso triennale che punta a raccontare Asti e il Monferrato attraverso il confronto con altri territori del mondo. Accanto al documentario ci saranno anche un libro e una mostra fotografica.

“Un posto che è stato subito casa”

Ad aprire la conferenza è stato l’assessore alla Cultura Paride Candelaresi, che ha subito rimarcato la qualità dell’iniziativa. “Quando un progetto porta il nome di Alessio Mattia, si capisce che c’è serietà e passione”, ha detto in sostanza, sottolineando il valore di un lavoro capace di dare visibilità ad Asti attraverso la cultura.

Per Simona Paniati, di SiAmo il Monferrato, “Gemina” nasce invece da una precisa missione associativa: portare il territorio fuori dal territorio. “Siamo qui per raccontare il Monferrato e farlo dialogare con il mondo”, è la sintesi del suo intervento, in cui ha spiegato come il progetto voglia costruire legami tra realtà geograficamente lontane ma vicine per sensibilità e valori.

Poi è stato il turno di Alessio Mattia, che ha raccontato la genesi del film partendo dal suo rapporto con l’Armenia. “Per me l’Armenia è stata subito casa”, ha spiegato in sostanza, insistendo sul fatto che il documentario nasce dal desiderio di mostrare quanto Monferrato e Armenia condividano ospitalità, autenticità e capacità di resistere nel tempo.

Il regista ha anche chiarito che il cuore del progetto è il confronto tra due territori spesso poco conosciuti fuori dai rispettivi confini. “Abbiamo voluto creare un ponte, non un semplice accostamento”, è il senso della sua riflessione, con l’idea di far emergere differenze e affinità come risorsa culturale, non come distanza.

Un racconto corale

Nel film compaiono artisti, musicisti, studiosi e protagonisti della scena culturale internazionale, tra cui Tigran Tsitoghdzyan, Ghukas Khachatryan, Armine Ohanyan, Tigran Hamasyan, Ugo Nespolo, Ottavio Coffano, Piercarlo Grimaldi, Francesco Scalfari e don Luigi Berzano. “Gemina” costruisce così un mosaico di voci diverse, tenute insieme dall’idea che l’identità si racconti meglio quando incontra altre identità.

Un passaggio importante è quello dedicato all’inclusione: grazie alla collaborazione con Fondazione Time2, quattro ragazzi torinesi hanno partecipato alla formazione multimediale e alla produzione del documentario. “La cultura può diventare anche un’occasione concreta di crescita”, è il messaggio che emerge da questo capitolo del progetto, che unisce narrazione e responsabilità sociale.

Le prossime tappe

Dopo l’appuntamento astigiano, l’anteprima internazionale è in programma martedì 21 aprile alle 19 al Cinema Anteo di Milano. Il progetto farà poi tappa giovedì 14 maggio alle 19 alla Società Canottieri Armida di Torino, mentre il libro sarà presentato al Salone del Libro di Torino negli spazi della casa editrice Team Service di Asti.

“Gemina” prova così a trasformare un legame territoriale in una storia più ampia, in cui Asti e il Monferrato diventano il punto di partenza per un dialogo che guarda lontano

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Armenia: Vivaldi e Paganini incantano Yerevan (Assadakah 13.04.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Serata di grande musica a Yerevan, dove il 9 aprile la Sala Concerti Aram Khachaturian ha ospitato un evento che ha unito tradizione italiana e talento armeno. Protagonista il concerto “Vivaldi & Paganini”, diretto dal Maestro Gianluca Marcianò, con due solisti d’eccezione: Hayk Kazazyan e Nikolay Madoyan.

Accompagnati dall’Orchestra da Camera Nazionale, i due violinisti hanno dato vita a un vero e proprio confronto musicale, elegante e serrato, costruito sui capolavori di Antonio Vivaldi e Niccolò Paganini. Un repertorio impegnativo, affrontato con tecnica e personalità, che ha conquistato il pubblico presente in sala.

 

La direzione di Marcianò ha tenuto insieme il dialogo tra orchestra e solisti, valorizzando le sfumature di un programma che richiede precisione ma anche carattere. Il risultato è stato un equilibrio raro: virtuosismo senza esibizionismo, energia senza eccessi.

L’iniziativa si inserisce in un quadro ormai consolidato di collaborazione culturale tra Italia e Armenia. Il concerto è stato infatti promosso dal Centro Nazionale di Musica da Camera e dall’Orchestra da Camera Armena, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Yerevan.

A suggellare la serata, la presenza dell’ambasciatore Alessandro Ferranti, che al termine dell’evento ha incontrato musicisti e organizzatori, guardando già ai prossimi sviluppi. Sul tavolo ci sono nuove iniziative e tournée in Italia, segno che questo asse culturale non è solo celebrativo, ma concreto e destinato a crescere.

 

Quando la musica è fatta bene, non servono grandi parole: parla da sola. E a Yerevan, per una sera, ha parlato italiano con accento armeno.

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Armeni: Identità e memoria (CorrierePl 13.04.26)

 

Kegham J.Boloian

Quaderni,2 Popoli resistenti e Filosofia

erf edizioni, Bari,2026, pagg. 91-€.13

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Dario Patruno

Questo agevole pamphlet consente al lettore di approcciarsi in maniera corretta al mondo degli armeni, popolo perseguitato nei secoli, grazie all’autorevole penna del prof. Kegham J. Boloyan, siro-armeno che vive e lavora in Italia, a Bari, docente nelle Università di Bari e Lecce di Lingua e Letteratura araba. L’intento dell’autore, Vicepresidente dell’Unione degli Armeni d’Italia, come lui stesso afferma nella Introduzione, consiste nell’offrire un quadro sintetico di «una fedeltà incrollabile a sé stessi. E finché questa fedeltà continuerà ad essere raccontata, l’Armenia continuerà a vivere».

Il testo è opportunamente corredato da un glossario dei termini, da una bibliografia essenziale divisa per argomenti e da un’appendice con due cartine politiche a colori dell’Armenia storica e di quella attuale.

Inoltre, nella nota bibliografica il docente elenca alcune delle sue pubblicazioni più significative.

Il testo è suddiviso in due capitoli, il primo su “Armenia tra storia mito e identità nazionale” e il secondo su “I luoghi da visitare in Armenia” che include la Cucina, le Feste, i Riti familiari, il Tarez, abbigliamento tradizionale armeno.

Va sottolineato che la presenza in Italia di questo popolo risale al VI secolo e la loro presenza è stimata tra le 3500 e 5.000 persone. La loro storia appartiene a tutti in quanto la presenza armena in Italia non è soltanto un dato numerico, ma una realtà culturale stratificata, ricca di storia e continuamente rafforzata dalla cooperazione istituzionale e diplomatica tra i due paesi.

Bari, amante degli stranieri, grazie alla devozione di San Nicola, ha ospitato una presenza armena strutturata tra fine Ottocento e inizio Novecento grazie a Hrand NAZARIANT poeta e intellettuale armeno rifugiatosi in Italia nel 1913.

Val la pena riprodurre quanto è riportato dalla Casa editrice nella scheda di presentazione del volume, che può essere autentica miniera di notizie utili ad approfondire la storia di un popolo che appartiene alla cultura dei pugliesi:

«Ci sono popoli che abitano la storia come si abita una casa: con continuità, con stabilità, con la sicurezza di chi sa che le mura resteranno in piedi. E ce ne sono altri che la storia la attraversano come si attraversa un deserto, lasciando dietro di sé impronte che il vento tenta di cancellare, ma che puntualmente riemergono. Il popolo armeno appartiene a questa seconda, dolorosa e straordinaria categoria. La sua storia non è soltanto una sequenza di eventi, ma una lunga prova di resistenza morale, culturale e spirituale».

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Monferrato e Armenia uniti in un documentario (Gazzettadasti 13.04.26)

Verrà proiettato in anteprima internazionale alla Design Week di Milano il documentario “Gemina – Echoes of Identity Across Borders”, un dialogo tra Monferrato e Armenia tra arte, memoria e identità. Il progetto sarà presentato alla stampa martedì 14 aprile, alle 11, nella sala Gianni Basso del Teatro Alfieri di Asti. Prodotto dall’associazione “SiAmo il Monferrato”, in collaborazione con Fondazione Time2, Hayeli e Nork Group, e diretto dal videomaker astigiano Alessio Mattia, il documentario racconta il profondo legame tra il Monferrato e l’Armenia, facendo emergere sorprendenti parallelismi tra identità, spiritualità, tradizioni, cultura del vino e resilienza delle comunità e mettendo Asti e il suo territorio al centro. Il lavoro, accompagnato da un libro e da una mostra fotografica, rappresenta il primo capitolo del progetto internazionale Gemina, un percorso triennale che nasce con l’obiettivo di raccontare Asti e il Monferrato attraverso il confronto con altri territori del mondo. Echoes of identity across borders intreccia immagini, testimonianze e contributi di artisti, musicisti, studiosi e protagonisti della scena culturale internazionale, costruendo un racconto contemporaneo sull’identità e sul dialogo tra popoli. Tra i protagonisti figurano, tra gli altri, Tigran Tsitoghdzyan, artista armeno di fama internazionale, Ghukas Khachatryan, imprenditore, Armine Ohanyan, stilista, Tigran Hamasyan, pianista, Ugo Nespolo, artista, Ottavio Coffano, scenografo, gli antropologi Piercarlo Grimaldi e Francesco Scalfari e il sociologo Don Luigi Berzano. Elemento distintivo del progetto è la sua dimensione inclusiva: grazie alla collaborazione con la Fondazione Time2, impegnata in percorsi di inserimento lavorativo di persone diversamente abili e/o con disagio sociale, quattro ragazzi torinesi hanno partecipato attivamente al percorso di formazione multimediale e alla produzione del documentario. Il progetto è cofinanziato dalla Regione Piemonte nell’ambito delle attività di divulgazione culturale. L’anteprima internazionale si terrà martedì 21 aprile alle 19 al Cinema Anteo – Palazzo del Cinema di Milano, nell’ambito della Design Week, seguita da un secondo appuntamento giovedì 14 maggio alle 19 negli spazi della Società Canottieri Armida di Torino. Il libro verrà presentato al Salone del Libro di Torino negli spazi della casa editrice Team Service di Asti il 14 maggio

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Armenia: un viaggio nella terra dove la memoria resiste (Lavocedinewyork 13.04.26)

Non sapevo cosa aspettarmi dall’Armenia. Della sua cultura conoscevo i magnifici manoscritti miniati, della sua storia sapevo che era un Paese antico e ferito, sospeso tra memorie dolorose e un presente segnato da tensioni ai confini. Eppure, proprio per questo, non ho voluto rinunciare al viaggio. Sentivo che c’era qualcosa da capire, qualcosa che non si coglie restando a distanza.

Non ero sola. Ero parte di un piccolo gruppo di viaggiatori che si è affiatato quasi subito: sconosciuti alla partenza, compagni di sguardi e di scoperte dopo poche ore. A tenerci insieme, con discrezione e competenza, c’era l’accompagnatrice italiana del Tour operator: sempre presente, mai invadente, capace di risolvere problemi pratici e, allo stesso tempo, di creare un clima di fiducia. Anche questo ha contribuito a rendere il viaggio qualcosa di più di una semplice somma di tappe.

Il mio primo vero incontro con l’Armenia, però, è stato con la guida locale che ci ha accompagnato per tutta la settimana: una docente universitaria che insegna italiano a Yerevan e che, per passione e curiosità lavora come guida per i gruppi di turisti italiani. Parlava della storia armena con la precisione di una studiosa e l’emozione di chi quella storia la porta addosso. Della diaspora, delle ferite, delle rinascite. “Gli armeni ricominciano sempre”, ci ha detto. “E quando possono, tornano”.

(ph: Biancastella Antonino)

Durante il pranzo di Pasqua, anche il responsabile dell’agenzia armena è venuto a farci gli auguri. Non per formalità, ma per un gesto che in Armenia sembra naturale: portare un dolce tradizionale, sedersi un momento, condividere. “L’ospitalità è la nostra forza”, ha detto, ricordando un vecchio motto che recita: “L’ospite in Armenia è una grazia di Dio”. In quel gesto semplice ho capito che l’Armenia non si racconta solo attraverso i suoi monumenti, ma attraverso la sua umanità.

Yerevan è una capitale sorprendente. Al Matenadaran, la Biblioteca-Museo dei manoscritti miniati, si entra in un mondo dove la cultura è sopravvissuta a tutto: invasioni, terremoti, dispersioni. Quelle pagine, illuminate da colori che sembrano ancora freschi, sono la prova materiale della tenacia armena. Poco distante, il Museo di Storia Nazionale ricostruisce millenni di civiltà, ricordando che l’Armenia non è mai stata periferia, ma crocevia.

E poi c’è la Cascata, un museo d’arte contemporanea a cielo aperto che sale verso il cielo come una scalinata monumentale. Le sculture di Botero e di altri artisti internazionali dialogano con il profilo del Monte Ararat, creando un contrasto che racconta meglio di qualsiasi guida la doppia anima del Paese: antica e modernissima, ferita e creativa.

(ph: Biancastella Antonino)
(ph: Biancastella Antonino)

Il luogo più commovente è il Memoriale del Genocidio Armeno. Non c’è retorica, solo una fiamma eterna e un’architettura che invita al silenzio. È un silenzio che pesa, ma che non schiaccia: è un invito a ricordare, a non voltarsi dall’altra parte.

Tra i momenti più intensi del viaggio c’è stata la messa di Pasqua al Patriarcato di Echmiadzin, il cuore spirituale dell’Armenia. Il rito armeno, sontuoso e solenne, con i canti antichi e le vesti liturgiche dai colori brillanti, ha restituito la sensazione di una fede che non è solo religione, ma identità. Assistervi è come entrare in un tempo sospeso, dove la tradizione non è un ricordo, ma una presenza viva.

Fuori dalla capitale, l’Armenia si apre in paesaggi che sembrano scolpiti per custodire la propria spiritualità. Il monastero di Geghard, scavato nella roccia, è un luogo dove la pietra sembra respirare. Khor Virap, con la sua vista sul Monte Ararat, è un simbolo potente di fede e di confine. Noravank, con le sue tonalità rosse, appare come un miracolo architettonico nato dalla terra stessa. E ovunque, le khachkar, le croci di pietra, ricordano che la memoria armena è scolpita più che scritta.

Il Lago Sevan, vasto e luminoso, è un altro volto dell’Armenia: un luogo di quiete, quasi marino, dove il tempo sembra rallentare. Qui la natura non è solo paesaggio, ma parte della storia.

E poi la cucina: sapori semplici e profondi, erbe fresche, melograno, carne cotta lentamente sulla brace. Ogni piatto è un gesto di accoglienza, un modo per dire “sei il benvenuto”. A tavola, tra una portata e l’altra, il nostro piccolo gruppo si è trasformato in una comunità provvisoria: racconti, risate, silenzi condivisi davanti a ciò che avevamo visto durante il giorno. Un’esperienza indimenticabile è stata anche assistere alla preparazione del lavash, il pane armeno che è patrimonio dell’UNESCO. Una sfoglia sottilissima stesa con movimenti rapidi e sicuri, poi applicata alle pareti roventi del tonir, il forno tradizionale. In pochi istanti si gonfia, si colora, prende vita. È un gesto antico, quasi rituale, che racconta la continuità di un popolo che ha sempre custodito le proprie tradizioni. Mangiarlo caldo, appena sfornato, è come assaggiare un frammento di Armenia.

(ph: Biancastella Antonino)

Alla fine della settimana, mi sono accorta che ciò che resta non è solo la bellezza silenziosa dei monasteri o la forza dei paesaggi, ma la sensazione di un popolo che, nonostante tutto, continua a ricominciare. È questo che colpisce anche il viaggiatore più distratto: la capacità degli armeni di trasformare la fragilità in resistenza, la memoria in identità, l’ospitalità in forza.

E mentre l’aereo decollava da Yerevan, ho capito che questo viaggio non era stato solo un itinerario, ma un incontro. Un incontro con una terra che non si arrende e con un popolo che, pur ferito, continua a credere nel futuro.
Ed è forse per questo che, nonostante la guerra ai confini, partire è stato necessario: perché ci sono luoghi che, più che visitati, devono essere ascoltati, luoghi che ti attraversano e che, una volta incontrati, non ti lasciano più.

Jirair (Gerardo) Orakian. Riconosciuti (Juliet 11.04.26)

 

Data / Ora
Date(s) – 11/04/2026 – 03/05/2026
10:00 am – 7:00 pm

Luogo
Ca’ da Robegan (Casa Robegan)

Categorie

 

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

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Quei luoghi devastati dalla guerra: l’Armenia e il Metz Yeghern. Uno scritto di Antonella La Greca la madre di Leo (Caragarbatella 10.04.26)

Metz Yeghern: l’Occidente, il genocidio degli Armeni e la sua negazione

Dopo oltre due mesi ed un percorso più di tremila chilometri in bicicletta, mio figlio Leonardo ha lasciato la Turchia ed ora sta attraversando la Georgia e l’Armenia. Tra i Paesi da lui toccati, molti sono quelli che ricordano la tragedia armena: uno dei tanti genocidi del XIX secolo su cui è bene non lasciar cadere la Memoria.
Era il 2007 quando nei cinema italiani comparve La masseria delle allodole, il film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani ispirato all’omonimo romanzo di Antonia Arslan.
Fu certamente proprio quel film, e il romanzo che lo precedette, a segnare in Italia una tappa importante nella diffusione dell’interesse nei confronti del popolo armeno e del suo sterminio.

Il Grande Male

Metz Yeghérn – il Grande Male – così viene definito in lingua armena questo genocidio, il primo di una lunga serie che ha caratterizzato il XX secolo.
Per molti versi analogo alla Shoah e al Porrajmos, il Metz Yeghérn viene ricordato, ogni anno, il 24 aprile. Fu proprio il 24 aprile 1915 che prese il via l’annientamento dell’élite armena di Costantinopoli per mano dei Turchi: un massacro che dalla capitale si sarebbe poi esteso al resto dell’impero ottomano.
Attualmente, l’Armenia è un Paese di circa 300.000 chilometri quadrati situato tra Turchia, Iran, Azerbaijan e Georgia. Ma lo Stato armeno è oggi soltanto una porzione dell’area cui si suole storicamente attribuire il nome di Armenia; il resto del suo territorio è tuttora diviso tra Turchia (per la maggior parte) e Iran.

Una storia antichissima

Intorno agli inizi del primo millennio a.C., un primo nucleo di abitanti si stanziò in una vasta regione dell’Asia occidentale, il cosiddetto altopiano armeno, che occupa la parte centro-orientale dell’Anatolia fino ad arrivare a sud del Caucaso.
Sino ad oggi, questo popolo è riuscito a conservare una forte identità etnica e culturale, caratterizzata da una propria lingua, un proprio alfabeto, una ricchissima letteratura nazionale, una chiesa cristiana autocefala con rito proprio.
Dopo la fine dell’ultimo regno – il regno armeno di Cilicia – nel 1375, l’Armenia fu a lungo oggetto di contesa tra Turchia e Persia.
Nel XIX secolo è stata poi la Russia ad inserirsi in questo conflitto, prima conquistando la zona persiana e, in seguito, aspirando ad appropriarsi dell’area turca.
Ne nacque l’annoso conflitto turco-russo, che si protrasse sino alla fine dell’Ottocento.
Il progressivo indebolirsi dell’impero ottomano ebbe come conseguenza un rafforzamento delle istanze indipendentistiche dell’Armenia, peraltro duramente soffocate.
Tra il 1894 e il 1897 si contarono decine di migliaia di vittime. Le stime dei massacri hamidiani – così detti perché avvenuti su ordine del sultano Abdul Hamid II, oscillano tra i 50.000 e i 300.000 morti.
Il deflagrare del primo conflitto mondiale rese ancor più drammatica la questione armena: accusati di connivenza con i Russi, gli Armeni, considerati un “nemico interno” dalla Turchia, furono vittime di un’ondata di terribili violenze e in seguito vennero deportati in massa in Siria. Gli esiti delle marce forzate verso le regioni desertiche del Paese limitrofo furono tragici: secondo gli storici, centinaia di migliaia di persone morirono per fame, malattia, sfinimento. Alcune stime parlano di quasi un milione e mezzo di morti.
Molti cercarono, poi, rifugio all’estero: la “diaspora armena” alimentò la formazione di grandi comunità in altri Paesi. 

Nel mondo, oggi, si contano circa sette milioni di Armeni

La Grande Guerra segnò il definitivo tramonto dell’impero ottomano (nonché di quello austro-ungarico, mentre quello russo degli zar Romanov era stato spazzato via dalla rivoluzione sovietica del ’17) e la nascita della Repubblica di Turchia sotto l’egida dei Giovani Turchi di Mustafà Kemal Atatürk.
Al termine della guerra, lo sterminio degli Armeni venne “dimenticato” e nascosto. In altre parole, negato.
Solo in epoca recente si è ricominciato a parlare della questione armena, peraltro sempre ignorata anche in Occidente; ma la Turchia non è mai andata oltre la definizione di “repressione armata di una rivolta interna”. Di fatto, continuando a negare.
Per la prima volta, però, questo atteggiamento ha stimolato un dibattito pubblico relativo all’eventuale adozione di leggi antinegazioniste, sulla scorta di quanto già attuato in Germania e in Francia contro chi nega la Shoah.

Chi si ricorda oggi dell’annientamento degli Armeni?

Nel 2005 l’Unione Europea, di fronte alla richiesta turca di entrarne a far parte, ha chiesto ad Ankara di ammettere le proprie responsabilità nei confronti del popolo armeno; in quello stesso anno un giornalista armeno di nazionalità turca, Hrant Dink, veniva condannato per “denigrazione pubblica dell’autorità turca”.
Due anni più tardi, Dink verrà ucciso ad Istanbul, nei pressi della redazione del suo giornale, vittima di un giovane nazionalista turco.
Per tornare a quei giorni lontani, l’11 marzo 1916 un giovanissimo Antonio Gramsci pubblicava su Il grido del Popolo un suo articolo sul Metz Yeghérn. Una strage che, secondo il grande pensatore sardo, si sarebbe potuta evitare se la comunità internazionale fosse stata meno passiva e fosse intervenuta in tempo nei confronti dell’impero turco.
Wer redet heute noch von der Vernichtung der Armenier? (Chi si ricorda oggi dell’annientamento degli Armeni?): sono parole pronunziate da Adolf Hitler in un noto discorso del 1939, alla vigilia della guerra che avrebbe trascinato l’Europa e il mondo verso la catastrofe totale; l’oblìo collettivo rispetto a quei tragici accadimenti avrebbe in effetti spianato la strada alla Shoah e al Porrajmos.
Elie Wiesel sosteneva che l’ ultimo atto di un genocidio è la sua negazione. Anche per questo, è importante, oggi, coltivare la memoria storica del genocidio degli Armeni.

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19 esperti armeni arrivano in Azerbaigian mentre inizia il quarto incontro del “Ponte della Pace” (Notiziedaest 10.04.26)

Il 10 aprile, 19 rappresentanti della società civile armena sono arrivati in Azerbaigian. Insieme a 20 esperti azero, parteciperanno a una tavola rotonda bilaterale dal 10 al 12 aprile, organizzata nell’ambito dell’iniziativa «Bridge of Peace».

Questo è il quarto incontro tra rappresentanti della società civile dei due paesi. Gli esperti armeni sono andati in Azerbaigian per la seconda volta.

A differenza della visita organizzata nel novembre 2025, questa volta sono arrivati via terra, non in aereo. Hanno attraversato la sezione di frontiera Tavush–Kazakh demarcata e hanno completato qui le procedure di controllo di frontiera e passaporti.

Gli esperti azero sono arrivati in Armenia lungo la stessa rotta a febbraio di quest’anno. Osservatori l’hanno descritta come un “passo simbolico”.

19 esperti azero attraversano la frontiera terrestre per incontrare i loro omologhi armeni per la prima volta

 

Azerbaijani experts enter Armenia via land border

 

Il lavoro sull’aspetto armeno dell’iniziativa è coordinato dal centro analitico Armenian Council. Il suo presidente, Areg Kochinyan, ha ripetutamente affermato che gli incontri tenuti in Armenia e in Azerbaigian dovrebbero essere visti come «tentativi di rimuovere la cortina di ferro».

Gli esperti armeni coinvolti nel progetto «Bridge of Peace» vedono l’iniziativa come una piattaforma aggiuntiva per un dialogo diretto.

Credono che contatti regolari possano contribuire in modo significativo a costruire fiducia reciproca, ampliare la cooperazione professionale e normalizzare gradualmente le relazioni armeno-azerbaijane.

Di seguito sono riportate le informazioni disponibili finora.

  • «Non diventeremo migliori amici, ma la percezione degli azero cambierà» – analista politico armeno
  • ONG armene e azere si incontrano a Yerevan: cosa aspettarsi
  • ONG azere e armene a Yerevan: Dialogo per la pace o un gesto simbolico? Opinioni da Baku

Cosa si conosce sull’agenda dell’incontro?

Secondo l’Armenian Council, il dialogo tra i rappresentanti della società civile dell’Armenia e dell’Azerbaigian segue l’agenda per la pace adottata al vertice di Washington dell’8 agosto 2025.

Il centro afferma che le tavole rotonde di due giorni affronteranno i seguenti temi:

  • lo stato attuale del processo di pace,
  • le azioni intraprese dai partecipanti all’iniziativa «Bridge of Peace» nei loro paesi e i loro risultati,
  • la situazione nella regione.

“Sessioni separate si concentreranno sugli sforzi per promuovere la pace all’interno delle società e per aumentare la fiducia nelle fasi successive del processo di pace,” ha dichiarato il centro.

Il centro analitico ha anche sottolineato che l’iniziativa «Bridge of Peace» continua a promuovere il dialogo e l’interazione diretta tra i rappresentanti della società civile dei due paesi.

‘Peace is strengthening’: outcomes of the third meeting of Armenian and Azerbaijani experts

I partecipanti a Bridge of Peace hanno condiviso i dettagli delle discussioni di due giorni su come costruire una comprensione reciproca tra le due società e quali progetti comuni potrebbero essere possibili.

 

Armenian–Azerbaijani experts’ third meeting

 

Contesto

Il primo incontro tra rappresentanti della società civile di Armenia e Azerbaigian si è tenuto il 21–22 ottobre 2025 a Yerevan.

Un mese dopo, il 21–22 novembre, esperti armeni si sono recati a Baku. In quel periodo, il governo armeno ha assegnato circa 17,5 milioni di dram (circa 20.000 dollari) per organizzare voli charter tra Yerevan e Baku.

Dopo il secondo incontro, le parti hanno concordato di continuare i contatti di lavoro e le visite reciproche. L’iniziativa ha poi assunto il nome «Bridge of Peace».

Inizialmente, partecipavano all’iniziativa cinque esperti di ciascun paese. Nel 2026 gli organizzatori hanno ampliato il numero dei partecipanti.

Il 13–14 febbraio 2026, 20 esperti dalla parte armena e 19 dalla parte azera hanno partecipato alla terza conferenza dell’iniziativa «Bridge of Peace». L’evento si è svolto nella città di Tsaghkadzor, nella regione di Kotayk, in Armenia.

Da quel momento, Naira Martikyan, redattrice e responsabile della redazione armena di JAMnews, si è unita anche all’iniziativa. Attualmente si trova anche in Azerbaigian.

L’agenda per i rappresentanti della società civile dei due paesi copre un’ampia gamma di temi legati alla fase attuale e allo sviluppo delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian. Questi includono la firma di un accordo di pace e l’apertura dei canali di comunicazione.

In quest’ambito, gli esperti tengono anche riunioni con alti funzionari.

Durante il viaggio a Baku nell’autunno 2025, gli esperti armeni hanno incontrato Hikmet Hajiyev, responsabile del Dipartimento di politica estera dell’amministrazione presidenziale dell’Azerbaigian.

Gli esperti azeri, durante la loro visita in Armenia, hanno incontrato il viceministro degli Affari Esteri Vahan Kostanyan e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Armen Grigoryan.

«Tentativo di rompere la cortina di ferro» — esperti armeni in visita a Baku

Secondo loro, gli esperti armeni hanno discusso tutte le questioni di interesse per la società armena con i partecipanti azero all’iniziativa «Bridge of Peace»—senza alcuna restrizione. Tutti i dettagli

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Armenia: ambasciata, Concerto “Vivaldi & Paganini” (GiornaleDiplomatico 10.04.26)

GD – Jerevan, 10 apr. 26 – Nella Sala Concerti “Aram Khachaturian” di Jerevan, si è tenuto il concerto “Vivaldi & Paganini”, diretto dal maestro italiano Gianluca Marcianò con l’esecuzione quali solisti dei violinisti armeni Hayk Kazazyan e Nikolay Madoyan.
Durante la serata, accompagnati dall’Orchestra da Camera Nazionale, i due virtuosi musicisti hanno interpretato un ampio repertorio di capolavori scritti per violino e orchestra dai grandi compositori di musica classica italiana Antonio Vivaldi e Niccolò Paganini, dando vita ad un elegante duello musicale, con l’attenta direzione del Maestro Marciano.
Il concerto, che ha suscitato vivo apprezzamento da parte del numeroso pubblico che ha riempito la Sala, è stato organizzato dal Centro Nazionale di Musica da Camera e dall’Orchestra da Camera Armena con il sostegno e patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan, nel quadro della proficua collaborazione artistica e culturale tra Italia e Armenia.
Al termine del concerto, l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti si è trattenuto con i musicisti e l’Orchestra, traguardando le prossime iniziative, fra cui alcune tournées in Italia.

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Riemerge l’opera di Orakian: mostra a Casa Robegan a Treviso (Nordestnews 09.04.26)

Dall’11 aprile al 9 maggio 2026, Treviso ospita Ci saranno albe sulla terra, un progetto culturale ideato da Gayane Sahakyan e promosso da nusica.org, in collaborazione con Fondazione Mazzotti, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso. La rassegna si articola in due momenti distinti accomunati da una stessa domanda: in che modo l’arte può testimoniare ciò che la storia ha tentato di cancellare?

Il riferimento è al genocidio armeno del 1915, una delle più gravi catastrofi del Novecento, ancora oggi non abbastanza presente nella memoria collettiva europea. Ci saranno albe sulla terra affronta questa storia non attraverso una commemorazione formale, ma attraverso il linguaggio delle arti visive e della musica: due forme espressive che, pur nelle loro differenze, condividono la capacità di restituire al dolore storico una dimensione umana, individuale e viva.

La prima parte è la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962). L’esposizione è in programma dall’11 aprile al 3 maggio a Casa Robegan (via Antonio Canova 38, Treviso) e riunisce opere provenienti dalla collezione della famiglia Orakian, custodite per decenni in ambito privato. La mostra è curata da Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Orakian visse a Roma dal 1920 fino alla morte, in condizioni spesso difficili e lontano dai circuiti del mercato. La sua pittura, di matrice espressionista e di forte intensità emotiva, è rimasta per decenni ai margini della storia dell’arte, nonostante la qualità e la coerenza di una ricerca che attraversa il trauma del genocidio, la condizione della diaspora e la vita degli esclusi.

Il secondo momento è Armoniaconcerto di musica armena in programma sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.45 grazie all’ospitalità della Chiesa di San Francesco (Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso). Il concerto è costruito attorno all’incontro tra dudukkanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — armena, mediorientale e cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che intreccia pagine della liturgia armena antica con composizioni di Komitas e altri maestri della tradizione. A interpretarlo sono Norayr GapoyanTatev Hakobyan e Levon Eskenian, tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. La serata comprende anche letture dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi eda opere di San Nerses Shnorhali  e proiezioni di opere di Francesco De Florio, con regia visiva di Davide Esposito-Albini.

Alla rassegna partecipa anche la poetessa Erika De Bortoli, con un ciclo di testi sull’Armenia che verranno letti all’inaugurazione della mostra e al concerto. De Bortoli indaga i temi dell’alba, dell’armonia e dell’identità, in rapporto con la letteratura, la storia e la spiritualità armena. È autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» nel 2025.

Il titolo della rassegna riprende un verso della stessa raccolta: non promette la fine del dolore, ma indica una direzione: quella di chi, anche dopo la perdita, continua a cercare.

Ci saranno albe sulla terra è un progetto di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso, e con il sostegno di Fondazione MazzottiJane Demirchian e DAL BO’. La mostra Riconosciuti è realizzata in collaborazione con AssoArmeni, con la curatela di Satenik Chookaszian e con la preziosa collaborazione della famiglia Orakian. Il concerto Armonia è realizzato in collaborazione con l’Archivio De Florio Venezia, con la direzione creativa di Davide Esposito-Albini.

Approfondimenti

Riconosciuti: Jirair (Gerardo) Orakian — Un artista ritrovato

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

Armonia : Un concerto tra Oriente e Occidente

Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna Ci saranno albe sulla terra, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione.

La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova, San Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.

Mostra Riconosciuti
Casa Robegan, via Antonio Canova 38, Treviso
11 aprile – 3 maggio 2026
Inaugurazione: sabato 11 aprile ore 17.00
Venerdì 15:00–19:00 |
Sabato e domenica 10:00–13:00 e 14:00–19:00
Ingresso gratuito
Contatti: staff@nusica.org
+39 388 6468011

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)

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