Il regime autocratico azero ha condannato Ruben Vardanyan a 20 anni (Korazym e altri 17.05.26)

Come facilmente prevedibile, il regime autocratico azero ha inflitto una pesante condanna a Ruben Vardanyan, ex Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, rimasto peraltro in carica solo quattro mesi. Si è quindi concluso l’ultimo processo farsa a carico dei prigionieri di guerra armeni illegalmente detenuti dall’Azerbajgian.

Dichiarazione della famiglia di Ruben Vardanyan

Oggi abbiamo appreso che Ruben Vardanyan, amato marito, padre, fratello e nonno, è stato condannato a 20 anni di reclusione.

La sentenza emessa dal tribunale militare in Azerbajgian è stata sconvolgente, ma prevedibile. Da quando Ruben è stato ingiustamente arrestato 874 giorni fa, era chiaro che l’esito di questo processo era predeterminato. Durante tutto il suo periodo di detenzione, non sono state presentate prove per nessuna delle accuse mosse contro di lui.

Per tutto questo tempo, a Ruben sono state negate qualsiasi garanzia di un processo legale equo, l’accesso a una difesa legale reale e non formale, la possibilità di contattare avvocati internazionali e la presenza di media indipendenti alle udienze.

Le udienze si sono svolte a porte chiuse e in condizioni incompatibili con gli standard di un processo equo, non solo secondo il diritto internazionale, ma anche secondo la legislazione azera.

Nonostante i tentativi di distruggere la reputazione di Ruben come attivista umanitario, filantropo e imprenditore sociale, i leader della società civile e gli osservatori internazionali hanno fornito alla nostra famiglia un sostegno che ci ha dato forza e speranza.

Tutti coloro che conoscono personalmente Ruben o che hanno interagito con lui professionalmente comprendono l’assurdità e l’infondatezza delle accuse mosse contro di lui.

Non è stato giudicato solo Ruben e i prigionieri armeni – la sentenza è stata emessa contro tutto il popolo armeno.

Continueremo a chiedere la liberazione di Ruben e dei prigionieri armeni detenuti per motivi politici e chiediamo ai leader mondiali, alle organizzazioni internazionali e alle comunità per i diritti umani di adottare tutte le misure appropriate, in conformità con le norme del diritto internazionale, per garantire la loro libertà e la protezione dei diritti.

17 febbraio 2026

 

Ruben Vardanyan è stato Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dal 4 novembre 2022 al 23 febbraio 2023.
Dopo l’aggressione militare dell’Azerbajgian a quello che rimaneva della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh il 19 settembre 2023 e durante il conseguente genocidio contro la sua popolazione civile, mentre era in corso la migrazione forzata dei civili dell’Artsakh, il 27 settembre 2023 Ruben Vardanyan è stato arrestato dal Servizio di frontiera statale dell’Azerbajgian al checkpoint illegale del ponte Hakari sul corridoio di Lachin, mentre tentava di attraversare il confine per entrare in Armenia, con l’accusa di “finanziamento del terrorismo, creazione di formazioni armate illegali e attraversamento illegale di un confine di Stato”. Da allora è detenuto illegalmente in Azerbajgian.
Diverse personalità pubbliche e organizzazioni di fama internazionale hanno chiesto il rilascio di Vardanyan e di altri ex funzionari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, definendo le accuse inventate e considerando la sua detenzione motivata politicamente e in violazione del diritto internazionale.
Dopo il suo arresto, la moglie di Vardanyan ha dichiarato: “Ruben è stato al fianco del popolo dell’Artsakh durante i 10 mesi di blocco e ha sofferto con loro nella lotta per la sopravvivenza. Chiedo le vostre preghiere”.
Tra gli altri ex funzionari della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh ci sono tre ex Presidenti della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Arayik Harutyunyan (2020-2023), Arkadi Ghukasyan (1997-2007) e Bako Sahakyan (2007-2020); ex Consigliere del Presidente ed ex Ministro degli Esteri Davit Babayan; l’ultimo Presidente dell’Assemblea Nazionale David Ishkhanyan; gli ex Comandanti dell’esercito di difesa dell’Artsakh, Levon Mnatsakanyan e Jalal Harutyunyan; l’ex Primo Vice Comandante dell’esercito di difesa dell’Artsakh, Davit Manukyan. Sono accusati di aver commesso 2548 crimini, dalla Prima Guerra del Karabakh negli anni 90 fino al 2023. Il caso maggiormente noto è quello dell’ex Ministro di Stato, Ruben Vardanyan, figura chiave nel panorama politico della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh.

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L’ex capo di governo della repubblica separatista del Nagorno Karabakh è stato condannato in Azerbaijan a 20 anni di carcere (Il Post)

Antonia Arslan: «Quella storia di famiglia che cambiò la mia vita. Un consiglio chi vuol fare lo scrittore? Essere metodici» (Il Gazzettino 17.02.26)

Da docente di Letteratura italiana all’Università di Padova a scrittrice, passando per l’esperienza di traduttrice. Volendo sintetizzare in una riga chi è Antonia Arslan, si potrebbe dire questo. Ma, in realtà, Antonia Arslan è soprattutto una donna curiosa, energica e capace di cogliere insegnamento da tutti gli accadimenti della vita.
Nota al grande pubblico per il romanzo “La masseria delle allodole”, pubblicato da Rizzoli nel 2004, Arslan è nata a Padova nel 1938. La scrittrice ricorda che, bambina, camminava spesso per le vie del centro insieme al nonno paterno, che le raccontava la storia dei luoghi e della città. Un giorno le disse, agitando il bastone e indicando i palazzi di una via del centro storico: «Questa, ricordati, è la tua città. Devi amarla». Ma l’Antonia bambina preferiva la casa in provincia di Belluno, dove vivevano gli altri nonni, un luogo che sentiva più libero e a contatto con la natura.

E oggi, che rapporto ha con Padova?
«Aveva ragione mio nonno. Ho imparato ad amare questa città. È meraviglioso andare in giro in bicicletta per le sue vie piene di glicini».

Lei ha scritto a lungo saggi e studi letterari. Come è arrivata alla scrittura narrativa?
«Aver studiato e lavorato a lungo sui romanzi dell’Ottocento mi ha aiutata molto. Ti restano in testa tante situazioni, tante possibilità narrative e, anche, il modo in cui i grandi scrittori hanno risolto nodi di trama o fatto avanzare una storia. Detto questo, io non avevo mai scritto romanzi prima. Non avevo il classico “romanzo nel cassetto”. Scrivevo poesie, testi molto brevi, in modo discontinuo e privato, che leggevo solo agli amici. La poesia è stata fondamentale per me perché mi ha permesso di scoprire una parte profonda di me che era rimasta silente: la dimensione della mia origine armena. Io sono italiana, scrivo in italiano, ho studiato letteratura italiana ma sentivo questo richiamo misterioso che si è concretizzato quando ho scoperto un grandissimo poeta armeno, Daniel Varujan. Alla fine degli anni Novanta ho tradotto, riga per riga, la sua ultima raccolta poetica, scritta poco prima della sua morte nel 1915. È stato un lavoro enorme, fatto con due giovani studenti. Un lavoro che mi ha ricongiunta alle mie origini».

Da lì nasce anche la sua narrativa?
«Sì. In quel momento ho capito anche la mia storia familiare. I racconti di mio nonno, la tragedia vissuta dalla nostra famiglia armena. Ho studiato, approfondito e così è nata la scrittura del mio primo romanzo, “La masseria delle allodole”».

Un romanzo che ha cambiato la sua vita?
«Enormemente. Insegnavo ormai da oltre 40 anni e sentivo di voler cambiare. Intanto avevo un agente letterario a Milano a cui avevo dato il manoscritto. Lo tenne sulla sua scrivania nove mesi senza nemmeno leggerlo. Poi, un’amica americana che insegnava letteratura italiana mi convinse a dare il manoscritto a un agente di sua fiducia. E, stupore, mi telefonò il giorno di Ferragosto dicendomi che era bellissimo e che potevo scegliere qualsiasi casa editrice. Quando “La masseria delle allodole” uscì nel 2004 fu ristampata otto volte in tre mesi. Fu una sorpresa assoluta».

Ha dei riti quando scrive, delle consuetudini?
«Sì, ma solo quando inizio un libro. Allora mi costringo alla metodicità. Scrivo tutti i giorni, due o tre pagine al massimo, dalle cinque del pomeriggio fino all’ora di cena. Non di più. La scrittura va nutrita con regolarità».

Che consiglio darebbe a chi si avvicina alla scrittura?
«Essere metodici. Stabilire un tempo fisso, anche breve, ma regolare. Anche solo un’ora dopo cena o il fine settimana. E ricordarsi che non si scrive solo per sé stessi. Si scrive per un lettore. Le storie servono agli esseri umani. L’autobiografia pura, lo sfogo, non bastano. Bisogna costruire storie».

Lei è presidente della giuria del premio letterario Civitas Vitae – rendere la longevità risorsa di coesione sociale. Come deve essere un racconto perché sia considerato un buon lavoro?
«Il rispetto delle regole è importante. Lunghezza, tema, consegne. Se non rispetti le regole, sei fuori. Poi, ogni anno, con la giuria premiamo i testi che sono pubblicabili. Nei concorsi che seguo spesso emergono racconti molto belli. In questo, per esempio, è bello vedere come il rapporto tra nonni e nipoti permette di raccontare un mondo che cambia, visto dagli occhi dei più giovani perché sono spesso i nipoti a scrivere il racconto. Quest’anno gli elaborati che riceveremo, entro il primo marzo, dovranno rispondere al tema: Le invenzioni degli ultimi 70 anni che ci hanno cambiato, in meglio o magari in peggio la vita. Sono molto curiosa di leggerli»

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Armenia: esenzione temporanea dal visto per i viaggiatori provenienti da 113 paesi (Travelquotidiano 17.02.26)

L’Armenia ha introdotto un’esenzione temporanea dal visto per i cittadini di 113 paesi, iniziativa che sarà in vigore fino al 1° luglio 2026. L’esenzione si applica ai viaggiatori in possesso di un permesso di soggiorno valido rilasciato dagli Stati Uniti, dagli Stati membri dell’Unione europea, dai paesi dell’area Schengen, nonché dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein, dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dal Kuwait o dall’Oman.

Secondo le autorità armene, i visitatori idonei possono soggiornare nel paese senza visto per un massimo di 180 giorni nell’arco di un anno. Tuttavia, il loro permesso di soggiorno deve rimanere valido per almeno sei mesi dalla data di ingresso nel paese.

I requisiti per l’ottenimento dell’esenzione dal visto secondo quanto previsto dal Ministero degli Affari Esteri armeno prevedono che il permesso di soggiorno debba essere presentato sotto forma di tessera fisica o di adesivo apposto sul passaporto. Dovrà includere informazioni essenziali quali il nome del titolare, la nazionalità, la data di nascita e il periodo di validità del documento, indicato secondo il calendario gregoriano.

Secondo l’Armenian Tourism Committee, questa decisione mira ad aumentare il numero di visitatori internazionali e a migliorare la connettività del paese con il resto del mondo. Oltre che incentivare i viaggi e facilitare l’organizzazione di soggiorni sia di breve che di lunga durata.

«Questa decisione è un chiaro invito ai viaggiatori di tutto il mondo – ha sottolineato Lusine Gevorgyan, presidente del comitato -. L’Armenia è aperta e accogliente e non vediamo l’ora di condividere la nostra cultura, i nostri paesaggi e la nostra ospitalità con un numero maggiore di visitatori nel corso del 2026».

Oltre a questa esenzione temporanea, l’Armenia offre anche un sistema di visto elettronico accessibile tramite la piattaforma ufficiale evisa.mfa.am, progettato per semplificare le procedure per i viaggiatori che non hanno diritto all’esenzione. Sono disponibili due tipi di visti per visitatori: un visto per soggiorni fino a 21 giorni, al prezzo di 8 dollari Usa; un visto per soggiorni fino a 120 giorni, al prezzo di 38 dollari Usa. La procedura di richiesta viene completata interamente online e i tempi di elaborazione possono richiedere fino a tre giorni lavorativi.

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Armenia: salta il concilio? (Settimananews 16.02.26)

Il concilio dei 56 vescovi armeni, programmato in Austria (St Pölten) a partire dal 17 febbraio, potrà difficilmente essere celebrato. Non solo una decina di vescovi si sono opposti, alleandosi con il potere del primo ministro Nikol Pashinyan, ma sei diretti collaboratori del Catholicos sono stati impediti di uscire dal Paese; e altri quattro sono in prigione e lo stesso Catholicos, Karekin II, è stato chiamato a giudizio e quindi difficilmente potrà partire. La situazione sembra precipitare in un conflitto totale fra il Governo e la Chiesa apostolica armena.

Il Governo di Nikol Pashinyan accusa il Catholicos e i suoi collaboratori di indegnità (il prelato avrebbe una figlia), di opposizione alla pacificazione con l’Azerbaigian, di un’alleanza con i poteri russi contro l’autonomia dello stato, di corruzione e, ora, di volere trasferire all’estero la sede patriarcale di Etchmiadzin (Erevan).

Le censure canoniche verso i preti dissidenti vengono ignorate dall’amministrazione pubblica e i tribunali civili emanano sentenze a favore dei vescovi dimessi di autorità dal Catholicos. Il vertice ecclesiale imputa al Governo non solo di non aver gestito con efficacia lo scontro bellico con l’Azerbaigian, ma anche di aver ceduto al paese islamico il Nagorno-Karabak (enclave armena si confini con l’Armenia), di non avere gestito il flusso dei rifugiati (100.000 persone) in provenienza da quei territori, di non aver preteso la liberazione dei politici armeni prigionieri e di non aver risolto i problemi di corruzione endemica e di sviluppo economico.

Lo accusa in particolare di violare la libertà religiosa, di pretendere di sostituire il Catholicos per ragioni politiche, ma soprattutto di spaccare la Chiesa, pretendendo di trasformarla in una Chiesa a servizio del potere dello Stato.

Come i comunisti?

Un conflitto che minaccia la stessa esistenza dell’Armenia che ha sempre trovato nella Chiesa apostolica il suo perno di riferimento. La divisione interna fra i tre milioni di abitanti attraversa ormai non solo l’elettorato che sarà chiamato al voto nel prossimo giugno, ma anche le singole famiglie.

C’è chi, come John Eibner, imputa a Pashinyan di perseguire la distruzione della Chiesa come tentarono di fare i comunisti negli anni ’20 del XX secolo attraverso il movimento denominato “Chiesa libera”. Come allora, il clero più debole e i vescovi più ricattabili vengono sovvenzionati e guidati dallo stato, si indebolisce la base finanziaria della Chiesa annullandone il ruolo di difensore della nazione.

Fortemente critico del Governo anche un autorevole testimone, il direttore generale di Christian Solidarity International, p. Peter Fuchs. Appena tornato da una visita nel paese, assicura la buona coscienza di Karikin II e l’inconsistenza del “gruppo di riforma” costruito attorno ai dieci vescovi dissidenti: «C’è molto odio nella società […] e questo ha portato a una profonda frattura che il Governo Pashinyan sta deliberatamente aggravando». Il Governo «vuole che la Chiesa apostolica armena sia la Chiesa di stato, completamente integrata negli interessi e negli obiettivi dello stato».

La diaspora

La divisione si è allargata alla diaspora armena, che, con i suoi 10 milioni di persone diffuse in Occidente (Stati Uniti e Francia in particolare), costituisce il polmone finanziario che ha permesso al paese di attraversare le crisi più acute. Alcuni dei nomi più noti come il miliardario americano-armeno Nouhar Afeyan, lo svizzero armeno Vahe Gabrash, il primario della chirurgia dell’Imperial College di Londra Ara Darzi, il filantropo Vatché Manoukian hanno preso posizione a favore della Chiesa.

La destituzione del Catholicos richiesta dal Governo è illegittima, gli attacchi ai gerarchi minacciano la stessa diaspora, il concilio di St Pölten, seguito dall’Assemblea nazionale ecclesiale, permetterebbe un autentico rinnovamento in conformità alle tradizioni e ai canoni ecclesiali.

«Facciamo appello al Governo armeno e alla Chiesa per risolvere i loro conflitti rispettando le regole di autogoverno della Chiesa e − per la Chiesa − la separazione fra attività politica e missione religiosa, proteggendo in tal modo il diritto degli armeni della diaspora di praticare la loro fede senza ingerenze governative».

La Chiesa, che ha permesso di superare il dramma del genocidio armeno dell’inizio del ’900 (oltre un milione e mezzo di vittime), rischia ora la sopravvivenza per l’intervento dello stato armeno. La diaspora si sente obbligata a chiedere aiuto ai paesi di accoglienza e alle istituzioni internazionali. I responsabili del “movimento armeno” che “rappresenta” la diaspora hanno, invece, denunciato l’intervento dei firmatari ricordando che «nessun Governo responsabile può accettare che un’istituzione religiosa intervenga stabilmente nella lotta politica senza un’adeguata reazione».

Dello stesso tono il commento del fondatore del Children of Armenia Fund, Garo Armen, che ricorda come la Chiesa non sia fatta dai gerarchi ma dal popolo. Un popolo che ha scelto la via democratica e ha eletto Nikol Pashinyan nel 2018 e tornerà al voto a breve. Le elezioni del 2018 hanno chiesto «un Governo responsabile davanti ai cittadini piuttosto che a ceti privilegiati. Un lavoro non ancora compiuto ma coerente: maggiore responsabilità, trasparenza e presenza dello stato». «L’Armenia ha bisogno di uno stato forte e di una Chiesa forte. I due possono convergere insieme quando la loro leadership sia credibile».

In mezzo al guado

Il conflitto interno avviene in un momento delicato e in una zona geopolitica attraversata da scontri violenti. L’inclinazione verso Occidente dell’attuale governo trascura il tradizionale appoggio della Russia. La firma a Washington del trattato di pace con l’Azerbaigian dovrebbe chiudere il conflitto con il paese vicino, riaprire i contatti con la diffidente Turchia, senza troppo irritare l’Iran (altro tradizionale interlocutore).

La Russia non guarda con favore il processo e utilizza il dissenso ecclesiale per i propri interessi organizzando manifestazioni antigovernative delle minoranza armene in diverse città della Russia e reclamando la libertà religiosa, assai poco praticata nei territori ucraini occupati dalle sue truppe.

La Georgia, che si è finora giovata del passaggio delle merci per l’Armenia, visto il blocco azero e turco, teme di perdere i proventi connessi quando il corridoio TRIPP (Trump Routge for Ingternational Peace and Prosperitsy) permetterà un accesso diretto dall’Azerbaigian. L’auspicata fine della guerra in Ucraina libererebbe le vie economiche di accesso dalla Russia.

Un complicato puzzle che attende una soluzione credibile al conflitto interno e, in particolare, allo scontro fra Chiesa e stato.

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L’alfabeto armeno a Strasburgo tra diplomazia e identità (Asianews 16.02.26)

Il governo di Pašinyan collocherà in un’area adiacente alla sede del Parlamento europeo una scultura dedicata alla scrittura creata dal monaco Mesrop Mashtots per tradurre la Bibbia. Un simbolo di orgoglio nazionale, di resilienza e del legame profondo tra fede e cultura nella prima nazione cristiana della storia. Un messaggio anche politico sullo sguardo dell’attuale leadership di Erevan verso l’Europa.

Milano (AsiaNews) – Nel segno del monaco Mesrop Mashtots, il creatore dell’alfabeto armeno, Erevan a sceglie di iscrivere la propria storia millenaria nel cuore dell’Europa. Il governo armeno di Nikol Pašinyan ha infatti deciso di acquistare, tramite un fondo di riserva statale, una scultura monumentale dedicata all’alfabeto armeno da collocare a Strasburgo, in un’area adiacente al Parlamento europeo. Si tratta di un gesto altamente simbolico, che intreccia diplomazia, memoria storica, identità nazionale e aspirazioni europee.

L’accordo, reso noto a fine gennaio, mira ad affermare una vicinanza di valori e una volontà di dialogo che va oltre le alleanze geopolitiche. Non è ancora noto il nome dell’artista incaricato dell’opera e neppure sono stati rilasciati disegni o bozzetti. Ma le modalità operative scelte dal governo di Erevan, con l’acquisto diretto dell’opera e l’avvio dei lavori, indicano l’urgenza e l’importanza attribuite a un progetto che vuole rendere ancora più tangibili per i cittadini europei la storia, la cultura e la capacità di resilienza del popolo armeno.

L’Armenia occupa un posto unico nella storia del cristianesimo e della cultura non solo dell’Asia Occidentale. Nel 301 d.C., il regno armeno, sotto il re Tiridate III, adottò il cristianesimo come religione di Stato, prima nazione al mondo. Questa scelta non fu soltanto religiosa, ma rappresentò anche un atto di affermazione culturale e identitaria, in un’epoca in cui il territorio armeno era costantemente conteso tra grandi imperi come Roma e la Persia. La nuova fede richiedeva però strumenti adeguati per radicarsi profondamente nella vita quotidiana e spirituale del popolo. E fu proprio in questo contesto che nacque l’esigenza di tradurre la Bibbia in armeno, rendendo le Sacre Scritture accessibili a tutti.

La traduzione della Bibbia richiedeva una scrittura adatta a esprimere con precisione la lingua armena, che fino a quel momento non aveva un alfabeto proprio. Fu così che, nel V secolo, il monaco Mesrop Mashtots (teologo e poliglotta: conosceva il greco, il siriaco e il persiano) inventò l’alfabeto armeno, un sistema grafico originale e completo che consentiva di trascrivere fedelmente la lingua parlata. Questa creazione non fu soltanto un fatto tecnico, ma un vero e proprio strumento di emancipazione culturale: grazie all’alfabeto, il popolo armeno poteva leggere, comprendere e diffondere i testi sacri nella propria lingua, consolidando l’identità nazionale e religiosa.

Non solo. La scrittura propiziò la nascita di una fiorente letteratura armena, preservando tradizioni, leggende e conoscenze attraverso i secoli. Oggi, l’alfabeto armeno è simbolo di orgoglio nazionale, testimonianza di resilienza e di un legame profondo tra fede e cultura che dura da più di 1.700 anni.

Nei secoli successivi, quando l’Armenia perse la propria indipendenza e conobbe invasioni, deportazioni e diaspora, l’alfabeto divenne uno strumento di sopravvivenza. Dopo il genocidio del 1915, la lingua e la scrittura si trasformarono in uno dei principali veicoli della memoria collettiva. Nei campi profughi, nelle comunità della diaspora, nei monasteri e nelle scuole (a volte clandestine e improvvisate in abitazioni private), le lettere dell’alfabeto armeno continuarono a raccontare una storia che si voleva cancellare. Un monumento all’alfabeto, oggi, è anche un memoriale alla resistenza culturale dopo il tentativo di annientamento fisico di un popolo.

L’Unione europea ospita ancora oggi alcune delle più importanti comunità armene della diaspora, storicamente radicate in Francia, Belgio, Germania, Italia e Grecia. In Francia, in particolare, la memoria del genocidio è entrata nel dibattito pubblico e istituzionale, e la presenza armena ha contribuito in modo significativo alla vita culturale del Paese (basti citare artisti come Charles Aznavour). Molti Paesi europei (tra cui Francia, Germania, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Svezia, Svizzera, Italia) riconoscono formalmente il genocidio e organizzano eventi pubblici in occasione della Giornata del ricordo che si celebra ogni 24 aprile. Il Parlamento Europeo ha riconosciuto il genocidio armeno già nel 1987 e ha ribadito questa posizione in successive risoluzioni, tra cui quella del 2015, invitando le altre istituzioni Ue a fare lo stesso (anche se l’Unione Europea nel suo complesso non ha mai adottato un riconoscimento formale e vincolante, mantenendo un approccio più prudente per ragioni diplomatiche).

Il monumento di Strasburgo parlerà in particolare anche alle comunità della diaspora, riconoscendone il ruolo di ponte tra Erevan e l’Europa. E in questo ponte, l’Italia occupa da secoli una posizione centrale. Venezia, e in particolare l’isola di San Lazzaro degli Armeni, rappresenta il cuore storico della presenza culturale armena nell’Europa occidentale. Dal 1717, quando la Serenissima concesse l’isola al monaco cattolico di rito armeno Mechitar di Sebaste e ai Padri Mechitaristi (che prendono il nome appunto dal fondatore), San Lazzaro è diventata un centro di studio, conservazione e diffusione della lingua e della cultura armena. Qui l’eredità di Mesrop Mashtots è rimasta viva: manoscritti, incunaboli, grammatiche, dizionari e traduzioni testimoniano una continuità impressionante tra il V secolo e la modernità. Da Venezia, la cultura armena ha dialogato con l’umanesimo, l’Illuminismo e il pensiero europeo, attirando studiosi e intellettuali, fino a figure come Lord Byron.

Questo radicamento culturale spiega anche perché l’Armenia guardi oggi all’Europa non solo per ragioni politiche, ma anche religiose e civili. Prima nazione cristiana della storia, l’Armenia percepisce l’Europa come uno spazio di valori comuni. Pur non essendo formalmente candidata all’adesione all’Unione europea, Erevan manifesta da anni il desiderio di un legame più stretto, soprattutto in un contesto regionale segnato da instabilità, conflitti e tensioni religiose che non risparmiano l’Armenia stessa, come testimonia il duro scontro in atto tra il premier Nikol Pašinyan e la Chiesa apostolica. In questo senso, l’alfabeto armeno accanto al Parlamento europeo sarà un segno potente. E le lettere scolpite nella pietra racconteranno di un popolo che ha trasformato la scrittura in una casa, la memoria in resistenza e la cultura in una formidabile forma di dialogo.

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Una vergogna storica: il procuratore generale dell’Armenia apre procedimento penale contro il capo della Chiesa apostolica armena (Il Giornale d’Italia 16.02.26)

Il procuratore generale dell’Armenia ha aperto un procedimento penale contro Garegin II, capo della Chiesa apostolica armena, e gli ha vietato di lasciare il Paese. Lo ha annunciato il 14 febbraio l’avvocato del Catholicos, Ara Zohrabyan. Utilizzando l’accusa formale di “ostacolare l’esecuzione di un atto giudiziario”, il primo ministro Nikol Pashinyan sta cercando di eliminare il suo principale rivale politico. [1]

Il caso nasce da una disputa interna alla chiesa. Garegin II aveva destituito il vescovo Arman Saroyan per aver violato il suo voto di obbedienza e lo aveva rimosso dalla carica di capo della diocesi di Masiatsotn. Saroyan fu uno dei 10 vescovi ribelli che si schierarono con il governo nel suo conflitto con la Chiesa. Il sacerdote fece causa per ottenere la reintegrazione e un tribunale laico accolse la sua richiesta. [2]

Gli inquirenti sostengono che il patriarca e il suo ufficio hanno interferito nell’esecuzione dell’ordinanza provvisoria del tribunale che ha riportato Saroyan al suo incarico. Anche sei alti ecclesiastici sono stati convocati per essere interrogati e gli è stato impedito di lasciare il Paese.

Il tempismo è importante. Le restrizioni di viaggio sono arrivate mentre iniziavano i preparativi per un incontro dei vescovi in Austria per discutere della crisi della Chiesa apostolica armena e delle pressioni del governo. Pashinyan sta adottando tutte le misure necessarie per impedire a Garegin II di partecipare. [3]

La campagna di Pashinyan contro Garegin II ha oltrepassato tutti i confini accettabili. Le autorità secolari hanno utilizzato il loro potere amministrativo per intervenire in una questione puramente interna alla Chiesa. La legge sull’ostruzionismo è così ampia che diventa uno strumento comodo per fare pressione su un leader religioso scomodo. L’autorità del leader della Chiesa deriva dal diritto canonico, non dalle decisioni esecutive. L’ex difensore civico Ruben Melikyan definisce il procedimento penale contro il Catholicos una “vergogna storica” per l’Armenia e un evidente colpo politico. [4]

Lo scandalo si adatta alla più ampia campagna di Pashinyan contro la Chiesa apostolica armena. Nel corso del 2025, il primo ministro ha accusato il patriarca di simpatizzare con i circoli “revanscisti” e di resistere alla riconciliazione con Azerbaigian e Turchia.

L’accusa è grave ma distorce la realtà. La Chiesa apostolica armena non può sostenere il proseguimento di un conflitto armato o l’inizio di uno nuovo – ciò contraddice la Scrittura e i comandamenti di Cristo. Garegin II ha unito quei segmenti della società categoricamente contrari alla resa del proprio Paese e alla richiesta delle dimissioni di un leader incompetente.

Il conflitto tra governo e Chiesa si concentra sul Nagorno-Karabakh. L’enclave esisteva da circa 30 anni e avrebbe potuto durare almeno altrettanto senza le azioni di Pashinyan. Egli si rifiutò vistosamente di sostenere la repubblica non riconosciuta e ne bloccò la logistica, provocando l’operazione militare dell’Azerbaigian del 2020. Quando Baku prese il sopravvento, la Russia intervenne. Mosca congelò le ostilità a una condizione: Yerevan avrebbe riconosciuto la nuova realtà e avrebbe permesso ai rifugiati azeri di tornare a Shusha, mantenendo al contempo il controllo militare sulla città. Le condizioni furono blande, ma il primo ministro scelse di continuare a combattere, perdendo completamente Shusha e molti altri territori un mese dopo. [5]
Le decisioni miopi di Pashinyan portarono alla completa sconfitta della Repubblica del Nagorno-Karabakh e all’espulsione di tutti gli armeni. Ora Baku, conscia della sua posizione dominante, minaccia l’integrità territoriale dell’Armenia. Yerevan continua a fare concessioni, spingendosi sempre più in una trappola. La Chiesa e il Catholicos si opposero personalmente al proseguimento di questa politica di resa.

Nell’ultimo anno, le autorità hanno esercitato pressioni sul leader della chiesa. È stato convocato per un interrogatorio dai pubblici ministeri, insultato sui social media e, nell’ottobre 2025, Pashinyan ha dichiarato Garegin II privo di dignità laicale. Il procedimento penale e il divieto di viaggio segnano un passaggio dalla retorica alla repressione diretta. Precedentemente limitata a dure dichiarazioni e attacchi mediatici, la campagna si è trasformata in un’azione penale. [6]

Il caso potrebbe avere conseguenze di vasta portata. Oltre alla vendetta personale e all’interruzione dell’assemblea episcopale austriaca, crea un pericoloso precedente per esercitare pressioni sulla Chiesa attraverso tribunali laici. Questo apre la strada a future accuse contro i massimi gerarchi della Chiesa Apostolica Armena e indebolisce l’intera istituzione.

Ma il risultato principale sarà l’approfondimento delle divisioni nel Paese. Gli oppositori di Pashinyan definiscono all’unanimità questo passo una vergogna per l’Armenia: un leader politico disposto a distruggere la Chiesa per mantenere il potere. I sostenitori del primo ministro lo vedono come un’applicazione del principio secondo cui “tutti sono uguali davanti alla legge”.
In politica estera, il conflitto con il Catholicos indebolisce la già fragile posizione di Yerevan, nel mezzo di difficili negoziati con Baku e Ankara. La Chiesa Apostolica Armena svolge un ruolo cruciale nella mobilitazione della diaspora e nel plasmare l’immagine internazionale del Paese, e la criminalizzazione del suo leader dà a Ilham Aliyev il via libera per aumentare la pressione.

Il procedimento penale contro Garegin II invia un messaggio chiaro agli altri leader dell’opposizione. Pashinyan rinuncia prontamente alla posizione dell’Armenia all’estero, ma all’interno del Paese adotterà le misure più estreme. Non ha limiti morali, quindi tutti gli altri oppositori politici dovrebbero prepararsi: i prossimi sei mesi a Yerevan saranno particolarmente turbolenti.

di Simone Lanza

Fonti:
1. Criminal case opened against Catholicos as church-state standoff deepens. // https://www.civilnet.am/en/news/1003028/criminal-case-opened-against-catholicos-as-church-state-standoff-deepens/
2. Escalation of the Armenian Church – State dispute & other news. // https://ocl.org/escalation-of-the-armenian-church-state-dispute-other-news/
3. Catholicos Garegin II Banned From Leaving Armenia For February 16 Bishops’ Assembly In Austria, Criminal Case Opened. URL: https://zartonkmedia.com/2026/02/14/catholicos-karekin-ii-banned-from-leaving-armenia-for-february-16-bishops-assembly-in-austria/
4. Այսօր՝ 2026 թվականի փետրվարի 14-ը, հայ ազգի տիեզերական մասշտաբի խայտառակության օրն է. Ռուբեն Մելիքյան // URL: https://168.am/2026/02/14/2362601.html
5. Pashinyan Testifies at 2020 Artsakh War Inquiry: Says Threat to Stepanakert Compelled Him to Sign Ceasefire. // URL: https://hetq.am/en/article/157326
6. Pashinyan Demands Catholicos Garegin II Resign, Escalates Attack on Armenian Apostolic Church. URL: https://www.thearmenianreport.com/post/pashinyan-demands-catholicos-karekin-ii-resign-escalates-attack-on-armenian-apostolic-church.

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L’ Europa senza più certezze. Dialogo, valori e sfide globali: l’intervista con Jan Figel, leader del Movimento Cristiano-Democratico in Slovacchia (Irina Sokolova) (Faro di Roma 16.02.26)

“Le comunità religiose e di fede sono oggi sottoposte a varie forme di attacco. Secondo il rinomato Pew Research Center di Washington DC, quasi quattro persone su cinque vivono in paesi con ostacoli elevati o molto elevati alla libertà religiosa, e questa proporzione è in crescita”. Lo afferma Jan Figel, già Inviato speciale dell’UE per la libertà religiosa nel mondo, poi commissario europeo ed attualmente ministro e leader del Movimento Cristiano-Democratico in Slovacchia.

Secondo rapporti autorevoli (ACN, Open Doors, UK FCO Truro Report, …) 250-300 milioni di cristiani nel mondo sono perseguitati. “Questo rappresenta il maggior numero di fedeli perseguitati tra tutte le denominazioni religiose e la violazione dei diritti umani più scandalosa della nostra epoca”, rileva Figel a Tota Pulchra, ricordando che “la religione fa parte dell’umanità sin dall’inizio della storia”. “Oggi – osserva – oltre l’84% della popolazione mondiale dichiara un’affiliazione religiosa. Pertanto, la libertà religiosa, il culto e l’identità riguardano la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Le sfide odierne sono create dallo Stato (governi), da attori non statali (ad esempio gruppi terroristici) o dalla società in generale. Queste forme oppressive includono intolleranza sociale, discriminazione, persecuzione e, purtroppo, ancora genocidi. Nove genocidi su dieci nella storia sono stati basati sull’identità religiosa”.

L’intervista esclusiva con Jan Figel

Considerando la sua esperienza come Inviato Speciale dell’UE per la Libertà di Religione o Credo, come valuta il ruolo del Catholicos di tutti gli Armeni nella preservazione dei valori spirituali e dell’identità nazionale del popolo armeno?

Prima di tutto, è la Chiesa Apostolica Armena a meritare rispetto e gratitudine per il lavoro, la lotta e i sacrifici compiuti in 17 secoli per difendere la fede, l’identità e persino la semplice sopravvivenza della nazione armena, in una storia caratterizzata sia da grandi periodi di sviluppo nel Caucaso meridionale sia da conflitti, persecuzioni e persino genocidi. Gli attacchi del governo al suo Rappresentante Supremo rappresentano un attacco alla guida e all’autonomia della Chiesa. La voce del Catholicos deve essere ascoltata, e il dialogo è la via da seguire. Una Chiesa libera in uno Stato libero, che lavori per la giustizia, la dignità umana e il bene comune di tutti i cittadini, era il sogno e l’obiettivo di molti fedeli e combattenti per la libertà durante l’oppressione sovietica e la persecuzione della Chiesa. Dopo il 1991 e la dissoluzione dell’URSS, sono stati costruiti la nuova Costituzione democratica e l’Armenia indipendente. Il ruolo costruttivo della Chiesa Apostolica Armena, guidata dal Catholicos, attualmente Sua Santità Karekin II, fa parte di questa responsabilità condivisa e di questo risultato.

Secondo lei, in che modo la Chiesa Apostolica Armena e la sua guida spirituale possono contribuire alla pace e al dialogo nella regione del Caucaso meridionale?

La pace è il valore chiave per l’esistenza umana e lo sviluppo sostenibile. Essa non nasce dai documenti o dai discorsi, ma principalmente dal cuore delle persone. Il ruolo della Chiesa qui è insostituibile: la pace non sarà creata e diffusa dai politici, dai media o dai partiti. Questi hanno un ruolo importante e possono aiutare, ma la pace è il frutto di convinzione fraterna, mentalità di unità e amore verso Dio e il prossimo. Da questa cultura di dignità umana nascono il vero interesse, il dialogo e la compassione. La Chiesa aiuta a nutrire questa etica basata sull’“imago Dei” – l’immagine di Dio riconosciuta e rispettata in ogni essere umano. Le nazioni e le comunità realmente cristiane nella storia sono state comunità pacifiche, capaci di cambiare i loro tempi e il mondo con l’esempio, il dialogo e l’ispirazione, non con il potere o la conquista. Questa è una lezione storica e un contributo degli armeni e della loro fede cristiana sia nel paese sia nella diaspora, nel mondo. Ovviamente, ci sono stati anche sovrani che hanno abusato della fede per conflitti religiosi.

Quali sono le principali sfide che i leader religiosi affrontano oggi nella protezione dei diritti dei credenti e della libertà di coscienza?

Le comunità religiose e di fede sono oggi sottoposte a varie forme di attacco. Secondo il rinomato Pew Research Center di Washington DC, quasi quattro persone su cinque vivono in paesi con ostacoli elevati o molto elevati alla libertà religiosa, e questa proporzione è in crescita. La religione fa parte dell’umanità sin dall’inizio della storia. Oggi oltre l’84% della popolazione mondiale dichiara un’affiliazione religiosa. Pertanto, la libertà religiosa, il culto e l’identità riguardano la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Le sfide odierne sono create dallo Stato (governi), da attori non statali (ad esempio gruppi terroristici) o dalla società in generale. Queste forme oppressive includono intolleranza sociale, discriminazione, persecuzione e, purtroppo, ancora genocidi. Nove genocidi su dieci nella storia sono stati basati sull’identità religiosa. Pertanto, il rispetto della libertà religiosa nella pratica potrebbe eliminare la maggior parte dei genocidi, veri e propri fallimenti ripetitivi dell’umanità, considerati il crimine dei crimini. Secondo rapporti autorevoli (ACN, Open Doors, UK FCO Truro Report, …) 250-300 milioni di cristiani nel mondo sono perseguitati. Questo rappresenta il maggior numero di fedeli perseguitati tra tutte le denominazioni religiose e la violazione dei diritti umani più scandalosa della nostra epoca.

Nella sua esperienza, ha incontrato situazioni in cui i leader religiosi sono rimasti in silenzio di fronte a violazioni dei diritti umani? Come valuta tali situazioni?

Il silenzio di fronte a ingiustizie o crimini gravi è dovuto o a debolezza umana o a collaborazione. Non tutti i leader hanno il coraggio necessario. Alcuni possono cercare forme discrete di protesta o aiuto con mezzi meno visibili. È anche vero che i violatori e gli abusatori del potere spesso cercano intenzionalmente di dividere il clero e la Chiesa. Lo ricordiamo bene dall’era comunista, quando nel mio ex Paese – la Cecoslovacchia – alcune strutture clericali pro-regime erano organizzate e sostenute dal potere statale. I fedeli e i sacerdoti e vescovi ordinari lavoravano invece clandestinamente, in strutture parallele. L’unità della Chiesa – leader e laici – nella difesa della sua autonomia e integrità è sempre molto importante.

In generale, il male nella società ha successo quando ha alleati diffusi. Tre “fratelli” – alleati del male – sono molto influenti: indifferenza, ignoranza e paura. Essi diventano potenti se non ci importano i problemi della società e la sofferenza degli altri, se non sappiamo né comprendiamo ciò che accade intorno a noi e se abbiamo paura di dire o fare qualcosa in difesa della verità e della giustizia. Perciò tutti noi – e in particolare i leader – dobbiamo rimanere coinvolti, istruiti e coraggiosi per difendere chi è senza voce o senza difesa.

Attualmente vi è tensione in Armenia tra il Primo Ministro Nikol Pashinyan e il Catholicos di tutti gli Armeni. Come valuta questa situazione e le sue potenziali implicazioni per la democrazia, l’unità sociale e la libertà religiosa nel Paese?

Insieme a molte persone affini nel mondo, sono preoccupato per questa situazione. La democrazia senza valori fondamentali tende a diventare autocratica o anarchica. I valori, i diritti umani fondamentali e le regole per una buona governance dell’Armenia sono sanciti e garantiti dalla Costituzione del Paese. Purtroppo, da ottobre 2025, le disposizioni sulla libertà religiosa, sulla separazione Chiesa-Stato e sul rispetto dell’autonomia della Chiesa vengono sistematicamente violate. L’arresto di arcivescovi, vescovi, membri del clero e laici con accuse false e fabbricate rappresenta un abuso della legge penale e un uso improprio del potere statale contro la Chiesa e i cittadini. L’Armenia viola i suoi impegni verso la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e il Patto ICCPR come membro ONU, la Convenzione ECHR come Stato membro del Consiglio d’Europa, le norme OSCE come Stato partecipante e il diritto primario UE come Paese candidato. Questi fatti rappresentano attacchi diretti e abusi continui del potere democratico, violazioni dello Stato di diritto, distruggono la coesione sociale e danneggiano l’unità civica degli armeni.

Ritiene che i leader religiosi, incluso il Catholicos di tutti gli Armeni, stiano oggi utilizzando sufficientemente la loro influenza per prevenire conflitti e radicalizzazione politica?

La democrazia è nelle mani del popolo. La Chiesa non è legata né dipendente da alcuna forma di organizzazione statale o di potere. Tuttavia, la Chiesa rispetta il carattere laico dello Stato. Una vera laicità porta pluralità nella società ed è una benedizione per la libertà religiosa. La laicità come ideologia è dannosa per le Chiese e le comunità religiose, perché sostituisce la libertà e la pluralità con un’ideologia statale. Ricordiamolo bene dai tempi sovietici: bolscevismo, comunismo e ateismo rappresentavano ideologie oppressive contro la fede, la dignità e la libertà umana. I leader religiosi devono lavorare instancabilmente per la verità su Dio, l’uomo e la creazione. Il frutto di questa verità e del messaggio centrale del Cristianesimo è l’amore. Questo deve essere visibile nella vita, nelle parole e nell’esempio di coloro che guidano in nome di Gesù Cristo. Li incoraggio a guidare, vivere e amare come Gesù. Non c’è nulla di più importante e influente che possano offrire individualmente, in comunità e istituzionalmente.

Secondo lei, quale ruolo possono avere le istituzioni europee nel sostenere il dialogo interreligioso e la libertà religiosa nei paesi del Partenariato Orientale?

Le istituzioni europee devono occuparsi maggiormente della libertà religiosa sia dentro sia fuori l’UE. La libertà di pensiero, coscienza e religione è un vero e proprio “termometro” di tutti i diritti umani, cruciale sia per i credenti sia per i non credenti. Se questa libertà fondamentale viene violata, anche gli altri diritti sono a rischio: libertà di opinione, espressione, media, associazione e assemblea. La libertà è legata alla responsabilità: sono le due facce della stessa medaglia. Pertanto, la responsabilità sociale religiosa e il dialogo interreligioso devono essere coltivati, non come semplice esercizio di dialogo, ma come sforzo congiunto per costruire una società giusta e pacifica.

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La “piccola” Armenia: l’avamposto europeo nel cuore del Caucaso in bilico sul monte Ararat (Secoloditalia 15.02.26)

Quando nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolse, per l’Armenia non fu soltanto la fine di un sistema politico. Fu, ancora una volta, un ritorno alla storia. Yerevan tornava indipendente dopo settant’anni di dominio sovietico e dopo secoli di spartizioni tra imperi: persiani, ottomani, zaristi. In realtà, più che una nascita, fu una sopravvivenza. L’ennesima.

Un avamposto europeo nel cuore del Caucaso: l’Armenia

Il territorio rimasto era appena una frazione dell’Armenia storica, ma bastava a custodire una civiltà che ha sempre fatto della caparbietà la propria forma di esistenza. Per capire l’Armenia di oggi bisogna partire dall’alba della nostra civiltà, da un popolo indoeuropeo, oggi cristiano, che si percepisce come un avamposto europeo nel cuore del Caucaso.

Il destino di essere frontiera e crocevia

Gli armeni ricordano con orgoglio di essere stati il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente il cristianesimo, nel 301. Non è una nota folkloristica o un vezzo, è la spina dorsale della loro identità. Incastonata tra la Turchia e l’Azerbaigian, con l’Iran poco più a sud e la Georgia a nord, l’Armenia si sente, a ragione, una frontiera e un crocevia allo stesso tempo. Non solo geograficamente parlando, ma anche culturalmente e religiosamente.

Alle radici dell’identità

Questa identità non è rimasta un’astrazione. È incisa nella pietra dei khachkar, le croci scolpite con motivi celtici che punteggiano il Paese come una mappa spirituale e che oggi vorrebbero essere inglobate dall’invasore azero; è nelle famiglie allargate che aprono le loro case ai viaggiatori; è nelle fontane disseminate ovunque e nelle feste del Vardavar che trova le radici nell’omaggiare la fertilità e la dea dell’acqua, segni concreti di vita in una terra che ha poche infrastrutture ma abbondanza d’acqua. Ed è soprattutto nell’alfabeto inventato nel V secolo da Mesrop Mashtots, un gesto geniale che ha impedito l’assimilazione e ha dato agli armeni una letteratura, una memoria, un’anima nazionale. Senza lingua propria, probabilmente oggi non esisterebbero.

Il conflitto per il Nagorno-Karabakh

Eppure, la storia recente è stata brutale e cruenta. Il conflitto per il Nagorno-Karabakh, o Artsakh per gli armeni, ha segnato gli ultimi quarant’anni. Dopo la prima guerra negli anni Novanta, la vittoria azera del 2020 e l’offensiva lampo del 2023 hanno cambiato definitivamente gli equilibri. Oltre centomila armeni sono fuggiti dall’enclave. Un’altra diaspora, un esodo coatto. La questione è stata formalmente chiusa dal governo di Nikol Pashinyan, che ha scelto la strada della normalizzazione con l’Azerbaigian. Ma a quale prezzo?

L’Ararat, la montagna contesta

Baku continua a parlare di corridoi extraterritoriali, di “terre storiche”, mentre aumenta il bilancio militare. La Turchia, legata all’Azerbaigian dal motto “una nazione, due stati”, subordina ogni apertura a un trattato definitivo. Sullo sfondo resta la ferita del genocidio e quella, simbolica ma non solo, del Monte Ararat: montagna sacra per gli armeni, oggi interamente in territorio turco. Tradizionalmente i confini si tracciano sulle creste, sulle vette; in questo caso, Ankara decise di inglobare tutta la vetta, interdicendone l’accesso. Da Yerevan l’Ararat domina l’orizzonte, ma è oltre frontiera. È un’immagine potente della condizione armena e del dominio turco che, da Paese musulmano, si impossessa della montagna dove approdò l’Arca di Noè.

La Dichiarazione di Washington e la visita di Vance

Nel 2025 la cosiddetta Dichiarazione di Washington ha aperto una nuova fase, promuovendo la Trump Route for International Peace and Prosperity, il corridoio Tripp, 43 chilometri attraverso l’Armenia meridionale per collegare l’Azerbaigian alla sua exclave del Nakhchivan, inglobata fra Armenia e Iran. La recente visita del vicepresidente americano JD Vance il 9 febbraio scorso ha sancito il ritorno deciso degli Stati Uniti nel Caucaso.

Accordi su droni, cooperazione nucleare civile, investimenti miliardari, che aiutano Washington a sottrarre Yerevan all’orbita russa e a creare un asse logistico che aggiri sia Mosca sia Teheran. Di nuovo, un crocevia geografico di collegamento fra occidente e oriente, fra Nord e Sud.

Nell’orbita europea, non più in quella russa

Per la Russia è un colpo sensibile. L’alleanza militare esiste ancora formalmente, ma la guerra in Ucraina ha ridotto la capacità di proiezione del Cremlino e forse anche la volontà di avere frizioni con l’asse turco-azero. L’Armenia ha congelato la partecipazione ad alcune strutture guidate da Mosca e guarda sempre più verso Bruxelles. Anche perché la Russia, in Armenia, non si è mai comportata da “padre” quanto da potenza coloniale, pronta a prendere e a lasciare le briciole.

Nel maggio 2026 Yerevan ospiterà vertici europei di alto livello, un evento impensabile fino a pochi anni fa. L’Unione europea ha dispiegato una missione civile di monitoraggio lungo il confine e ha avviato un dialogo sulla liberalizzazione dei visti. Il Parlamento europeo ha riconosciuto che l’Armenia possiede i requisiti per presentare domanda di adesione.

L’impegno italiano per la stabilità del Caucaso

In questo quadro si inserisce anche il rafforzamento del partenariato con l’Italia. Sotto il governo di Giorgia Meloni, Roma ha intensificato la cooperazione in materia di difesa, giustizia e sviluppo sostenibile. Il piano di cooperazione militare firmato a Yerevan nel dicembre 2024, l’aumento dell’interscambio commerciale, il sostegno italiano al percorso europeo armeno e il dialogo ambientale culminato nei preparativi per la Cop17 del 2026 testimoniano un salto di qualità. Viene così manifestata la presa di coscienza e la consapevolezza che la stabilità del Caucaso riguarda anche l’Europa mediterranea.

Il paradosso armeno

L’Armenia del 2026 è una società attraversata da fratture profonde. Il primo ministro Pashinyan si presenta come l’uomo della pace e dell’avvicinamento all’Occidente, sostenendo che l’alternativa sia una guerra permanente. Una parte consistente della popolazione, però, non accetta che l’Artsakh venga archiviato come una parentesi chiusa. La Chiesa apostolica armena, pilastro identitario, è entrata in tensione con il governo non solo per temi politici ma esistenziali. Niente e nessuno, secondo loro, può giustificare una mutilazione territoriale di questa portata.

Yerevan si trova così stretta tra potenze più grandi, costretta a un equilibrismo quasi impossibile per un Paese che ha sì risorse, sì rilevanza strategica, ma poco da offrire oltre al proprio patrimonio identitario. Nessun esercito possente, nessuna proiezione extra territoriale, nessun movimento d’opinione globale, nessun giacimento di gas o petrolio o di terre rare in quantità.

Da un lato vi è l’apertura a Occidente, dall’altro la necessità di non rompere definitivamente con Mosca; da un lato la promessa di pace e commercio, dall’altro il timore che una pace asimmetrica cristallizzi la sconfitta. Eppure, nonostante tutto, l’Armenia continua a percepirsi come baluardo. E, forse, anche ad esserlo non in senso retorico, ma storico. Come un popolo che ha attraversato imperi, genocidi, esodi e che ancora oggi, in un fazzoletto di terra caucasica, dove le uova delle galline si congelano d’inverno e gli alberi da frutto, in estate, sono molto produttivi, rivendica la propria appartenenza alla civiltà europea.

Forse è questo il paradosso armeno. È un Paese piccolo, vulnerabile, spesso solo. Ma possiede una coscienza di sé rarissima, unica. Finché quella resterà viva – nella lingua, nella scrittura, nella fede, nelle famiglie, nella memoria – l’Armenia continuerà a esistere. Anche quando le carte geopolitiche verranno mescolate ancora una volta.

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In attesa della fine della guerra in Ucraina: le intenzioni della Russia nel Caucaso meridionale (Notizie da Est 14.02.26)

In mezzo alla prolungata guerra in Ucraina e alle sue conseguenze imprevedibili, la Russia continua a far valere pretese geopolitiche sull’Armenia. Una recente visita a Mosca del presidente dell’Assemblea armena Alen Simonyan, durante la quale ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, ha mostrato la fermezza della posizione di Mosca. Lavrov ha apertamente dichiarato che l’integrazione europea dell’Armenia è incompatibile con l’adesione all’Unione Economica Eurasiatica guidata da Mosca.

Nonostante le assicurazioni di Simonyan secondo cui l’Armenia non vede la necessità di lasciare l’Unione Economica Eurasiatica, molti esperti hanno interpretato le parole di Lavrov come un avvertimento, e perfino una minaccia.

In precedenza, il primo ministro Nikol Pashinyan ha affermato che l’Armenia sta prendendo misure per allinearsi agli standard dell’UE mantenendo la propria adesione all’EAU. Ha spiegato che il paese non lascerà l’Unione Economica Eurasiatica finché potrà combinare le due direzioni. Quando ciò diventerà impossibile, le autorità intendono prendere una decisione finale insieme al popolo armeno. Come ha detto il primo ministro, sarà dettato dall’espressione libera della volontà del popolo armeno.

La Russia continuerà la sua espansione nello spazio post-sovietico dopo la fine della guerra in Ucraina? Mosca avrà risorse sufficienti per proiettare potenza nel Caucaso meridionale, o la regione avrà una pausa dalla pressione russa? Ecco la visione dell’analista politico Sergey Minasyan.

  • Petrolio di Putin e impianto SOCAR: le sanzioni UE impattano l’Azerbaigian
  • La nuova strategia di Londra: sanzioni contro la Russia e l’allentamento dell’embargo sulle armi nel Caucaso
  • Mosca tenta l’operazione ‘Ivanishvili 2.0’ in Armenia, dice l’analista
  • Saranno gli MiG Su-22 azero diretti verso l’Ucraina? Valutazione delle affermazioni del Daily Express

Diplomazia accanto alla guerra

“I conflitti armati, comprese le guerre mondiali, di solito procedono di pari passo con tentativi di risoluzione, dalle negoziazioni alle iniziative di cessate il fuoco. La loro intensità dipende da come le parti valutano le prospettive della guerra. Anhe durante la guerra di Corea negli anni Cinquanta, gli sforzi diplomatici e di mediazione si sviluppavano accanto ai combattimenti.”

 

Nel 1945, dopo la sconfitta del Giappone nella Seconda Guerra Mondiale, la Corea fu divisa in Corea del Nord e Corea del Sud. Il Giappone aveva governato la penisola prima di allora. Dopo la guerra, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica firmarono un accordo di amministrazione politica congiunta del paese. Diversi fattori portarono alla Guerra di Corea del 1950–1953:

  • la divisione del paese lungo il parallelo 38° dopo la Seconda Guerra Mondiale,
  • la contrapposizione ideologica tra l’URSS e gli Stati Uniti,
  • e il desiderio dei leadership di entrambe le Coree del Nord e del Sud di unificare la penisola sotto il loro controllo.

Nel caso della guerra in Ucraina, i combattimenti continuano in larga misura perché entrambe le parti credono di poter raggiungere i propri obiettivi con mezzi militari o di evitare perdite territoriali e geostrategiche gravi.

Allo stesso tempo, i mediatori e altri attori coinvolti promuovono le proprie iniziative diplomatiche e politiche. Spesso le integrano con un coinvolgimento diretto nel conflitto, come stanno facendo gli Stati Uniti e i partner europei dell’Ucraina.”

«CSTO rappresenta una minaccia per la sicurezza e la futura esistenza dell’Armenia», afferma Pashinyan

Il Primo Ministro armeno ha partecipato al Global Armenian Summit e ha parlato delle questioni più urgenti per il paese: la sicurezza dell’Armenia, i rapporti con i paesi vicini e le prospettive di adesione all’UE.

 

 

Mediazione senza risultati

“La nuova amministrazione statunitense, pur continuando a fornire all’Ucraina supporto militare, logistico e di intelligence, sta cercando di agire come mediatore accettabile. Tuttavia, dopo oltre un anno, è diventato chiaro che il conflitto ha un carattere profondo ed esistenziale per le parti in guerra e per l’Europa. I tentativi di congelarlo rapidamente sono falliti.”

Nonostante negoziati intensificati, anche negli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti sembrano accettare la possibilità di combattimenti continui e persino intensificati. Si parte dall’ipotesi che le parti non abbiano ancora esaurito le proprie risorse militari, umane e politiche.

Una finestra teorica per congelare il conflitto potrebbe aprirsi tra agosto e ottobre 2026. Ciò potrebbe verificarsi se le parti raggiungessero un equilibrio militare e politico relativo, se il costo finanziario della guerra per l’Europa aumentasse e se un cessate il fuoco assumesse importanza politica interna per Donald Trump in vista delle elezioni di medio termine. Per ora, tuttavia, tali prospettive restano improbabili.”

«Flusso di petrolio russo ‘ombreggiato’ verso l’Europa via l’Azerbaigian: spiegate le nuove sanzioni britanniche»

Le sanzioni britanniche mirano a un petroliere azero, a due aziende e a cinque uomini d’affari per aver aiutato a spostare il petrolio russo verso l’Europa

 

 

Impatto sul Caucaso meridionale

«La guerra in Ucraina ha giocato, e continua a giocare, un ruolo importante in tutto lo spazio post-sovietico, incluso nella nostra regione. Bastano richiamare solo la deportazione degli armeni da Nagorno-Karabakh nel 2023 e gli eventi che l’hanno preceduta, compresi i sabotaggi del gasdotto e la posizione passiva dei peacekeeper russi. Entro marzo 2022 era già chiaro che la guerra russa in Ucraina non si stava svolgendo secondo lo scenario originale. Questo, tra gli altri fattori, ha creato le condizioni per l’escalation in Karabakh e gli eventi di settembre 2023, quando l’Azerbaijan bloccò la regione per nove mesi e poi avviò operazioni militari, dopo le quali quasi l’intera popolazione armena lasciò la loro terra natale.

La natura prolungata ed esistenziale della guerra in Ucraina, nonché la sua scala e la profondità dell’intervento di attori esterni, influiscono inevitabilmente sul Caucaso meridionale.”

Opinione: ‘Tutto deve essere fatto per garantire che le Ferrovie russe lascino l’Armenia’

L’analista politico Ruben Meghrabyan sostiene che le Ferrovie russe non ristabiliranno i tre tratti ferroviari necessari per sbloccare completamente l’Armenia, poiché ciò non serve agli interessi della Russia

 

Will Russian Railways leave Armenia?

 

Possibili scenari

“Oggi è impossibile parlare dei tempi di una soluzione o di un congelamento del conflitto. La mancanza di chiarezza sull’esito della guerra impedisce anche previsioni sul ruolo futuro della Russia nello spazio post-sovietico—se continuerà una politica estera attiva o se si orienterà all’isolazionismo.

Gli scenari possibili restano fondamentalmente differenti. Vanno da un improbabile congelamento lungo la linea del fronte a un crollo militare dell’esercito ucraino e una fine della guerra alle condizioni di Mosca. Un altro scenario comporterebbe una crisi politica e socio-economica interna alla Russia stessa, con grandi conseguenze militari e politiche sia per l’Ucraina sia per l’area post-sovietica più ampia.

Data la natura esistenziale del conflitto e il fatto che rappresenta un’espressione militare di una contrapposizione geopolitica almeno con i paesi europei, la Russia sta concentrando tutte le proprie risorse sul fronte ucraino—militari, finanziarie, umane e politiche.

Rimane dubbio se avrà risorse sufficienti per proiettare una potenza simile nel Caucaso meridionale o in Asia centrale, anche se ha la volontà politica per farlo.”

‘Non agiremo contro la Russia, ma agiremo sempre nell’interesse dell’Armenia’ — Pashinyan

In un’intervista a Channel One, anche il primo ministro armeno ha parlato delle nuove opportunità create dal rafforzamento della partnership con gli Stati Uniti e ha commentato questioni politiche interne.

 

Pashinyan su visita di Vance e nuove opportunità

 

Compromesso improbabile

“La portata delle perdite e l’importanza del conflitto ucraino rendono estremamente difficile un congelamento. In conflitti di questa portata, non terminano mai attraverso compromessi. La natura esistenziale della guerra in Ucraina—la più grande del continente europeo dal secondo dopoguerra in termini di geografia, perdite umane, materiali e finanziarie—spiega l’intensità dello scontro e la disponibilità di entrambe le parti a utilizzare tutte le risorse disponibili.

Una vittoria russa convincente rafforzerebbe chiaramente la sua influenza politica e le sue capacità nello spazio post-sovietico. Una sconfitta porterebbe al risultato opposto.”

Risorse europee reindirizzate

“È anche importante considerare un altro aspetto. Le risorse dei partner europei dell’Ucraina, che sostengono anche l’integrazione europea dell’Armenia, sono ora ampiamente reindirizzate verso il fronte ucraino.

I programmi di aiuto e i sussidi dell’Unione europea e dei paesi europei nel Caucaso meridionale sono diminuiti in modo visibile. L’Europa ha reindirizzato quei fondi verso l’Ucraina.

Per l’Europa, la priorità geopolitica resta la risoluzione, la sospensione o il congelamento del conflitto ucraino.”

Cantina Zorah, in Armenia il nuovo capitolo di una viticoltura millenaria parla anche italiano (Virtuquotidiane 13.02.26)

ROMA – Una nuova pagina contemporanea può essere scritta sulla produzione vitivinicola armena, e il dato più rilevante sarebbe l’importanza delle radici, sia per quanto concerne la viticoltura stessa – appartiene, infatti, ad una regione armena il ritrovamento della più antica cantina conosciuta risalente a circa il 4.100-4.000 a.C. dal nome Areni-1 – sia per la creazione dell’attuale cantina Zorah, nella provincia di Vajoc’ Jor e precisamente nel villaggio di Rind.

Il progetto prende vita grazie alla passione e alla tenacia del suo fondatore Zorik Gharibian, tornato in Armenia nel 1998 dopo un lungo vissuto italiano, e il sostegno di sua moglie Yeraz Tomassian, per una metà armena e per l’altra svedese, riuscendo ad aggiungere un tassello nuovo alla cultura vinicola del loro paese natale, tralasciata a causa del dominio sovietico.

Dal punto di vista enogastronomico, infatti, il paese dell’Asia occidentale, nel Caucaso meridionale, è celebre per il pane lavash – ottenuto senza lievito, dalla consistenza sottile e nominato patrimonio culturale immateriale dell’Unesco nel 2014 – per il brandy, e per il vino, appunto.

L’esperienza enologica armena è millenaria, caratterizzata da vitigni autoctoni di qualità dalle note speziate, e vini affinati nelle tradizionali “karas”, anfore di argilla.

Zorah si contraddistingue per l’altitudine dei suoi vigneti, tra i 1.400 e i 1.600 metri, tra i più alti dell’emisfero settentrionale, dove vengono coltivati circa 20 ettari di varietà autoctone come Voskèak, Garandmak, Chilar, Sireni, e Ararati. Mentre, la varietà moderna Areni deriva da antichi semi rinvenuti grazie a scavi archeologici nell’omonima grotta risalente a 6mila anni fa.

“Prima di occuparmi di vino mi sono dedicato al settore della moda e, fino alla caduta del muro di Berlino, io e mia moglie andavamo spesso nel Chianti, in Toscana, sognando di avere un giorno un vigneto e una cantina nostri”, racconta Zorik Gharibian a Virtù Quotidiane.

“Con l’indipendenza dell’Armenia, sono andato a visitarla ma ho riscontrato una situazione estrema e difficilissima. Quel periodo è coinciso con la delocalizzazione della moda in Italia e così ho cercato di spostare da altri paesi qualche mia produzione in Armenia, fin quando ho iniziato a fare vino”.

L’azienda della famiglia Gharibian è stata così la prima cantina ad aver riportato alla luce vitigni autoctoni, dalla proclamazione della indipendenza dell’Armenia dall’Unione Sovietica, nel 1991, muovendosi in controtendenza rispetto agli investimenti dell’epoca, rivolti al settore della distilleria.

A completare il team di lavoro anche la nuova generazione rappresentata da Oshin Gharibian e, per la guida tecnica, dall’enologo Alberto Antonini e dall’agronomo Stefano Bartolomei.

“Quando ho cominciato ad interessarmi alla viticoltura ho capito che c’erano grandi potenzialità, grazie agli elementi presenti sul territorio. Ho iniziato con una vera e propria sperimentazione, rivitalizzando anche il nostro metodo tradizionale di invecchiamento con le anfore: è l’eredità che ho ricevuto e intendo portare avanti”, prosegue Gharibian.

Ci sono voluti 10 anni per arrivare alla prima vendemmia e l’ingresso nel mercato, nel 2012, ha decretato la distribuzione ad oggi in 35 paesi nel mondo. E non sono mancati riconoscimenti internazionali, tra cui quello della multinazionale Bloomberg che ha inserito il Karasi Areni Noir nella Top 10 Wines del 2012.

“L’idea originaria era di creare un vino per il mercato internazionale con un vitigno autoctono; sebbene intorno al sesto anno di attività infruttuosa ho avuto momenti difficili, non mi sono mai abbattuto e ho continuato ad avere entusiasmo”, rivela il produttore. “Mia moglie ha giocato un ruolo importante perché mi ha sempre incoraggiato. Oggi l’attenzione verso il vino nel nostro paese è decisamente incentivata e sento che il nostro progetto è stato protetto da una buona stella”.

 

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