Armenia. Tra Russia e Occidente: Pashinyan sfida Putin sul futuro del Caucaso (Notizie Geopolitiche 04.04.26)

di Giuseppe Gagliano –

L’incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan segna una svolta nei rapporti tra Russia e Armenia, portando allo scoperto una frattura maturata negli anni. Yerevan non considera più Mosca un garante automatico della propria sicurezza, mentre il Cremlino guarda con crescente diffidenza a un alleato che si avvicina all’Occidente. Sullo sfondo, il Caucaso meridionale emerge come uno dei teatri più sensibili della competizione tra potenze.
Il nodo centrale resta il Nagorno Karabakh. L’Armenia accusa la Russia e l’alleanza militare guidata da Mosca di non averla difesa nel momento decisivo contro l’Azerbaigian. Per Pashinyan, l’assenza di un intervento ha dimostrato l’inefficacia del sistema di sicurezza costruito attorno al Cremlino. Putin ha replicato sostenendo che il riconoscimento armeno del Karabakh come territorio azero rendeva improprio un intervento, ma la divergenza resta politica prima ancora che militare. La Russia, indebolita su più fronti, non esercita più il controllo strategico della regione.
Anche sul piano economico lo scontro è evidente. Mosca ha chiarito che non è possibile per l’Armenia restare contemporaneamente nell’orbita europea e nell’Unione Economica Eurasiatica. Il principale strumento di pressione è l’energia: il gas russo a prezzi agevolati rappresenta una leva politica decisiva. Per Yerevan, avvicinarsi a Bruxelles significa affrontare rischi immediati su costi, approvvigionamenti e stabilità interna, in una transizione ancora priva di alternative solide.
La partita decisiva si gioca però sulle infrastrutture. I nuovi corridoi ferroviari e logistici che attraversano Azerbaigian, Turchia e Nakhichevan ridisegnano gli equilibri regionali. Il controllo di queste rotte determinerà il futuro dei flussi commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente. L’Armenia tenta di sfruttare questa rete per ridurre la dipendenza da Mosca, mentre la Russia teme di essere esclusa dalla nuova architettura dei trasporti caucasici, con conseguenze strategiche ben più profonde della crisi diplomatica.
Anche sul fronte energetico Yerevan cerca maggiore autonomia, avviando contatti con partner internazionali per diversificare le proprie fonti, incluso il settore nucleare. È un passaggio chiave per ridurre la dipendenza da Mosca, ma resta limitato dalla fragilità del Paese, che non può permettersi una rottura netta con la Russia. Ne deriva una fase di equilibrio instabile, in cui ogni scelta economica assume un valore geopolitico.
Le elezioni parlamentari di giugno si inseriscono in questo contesto delicato. Il Cremlino teme che il progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Occidente diventi irreversibile, mentre Pashinyan cerca di mantenere margini di manovra tra più interlocutori. Intanto il Caucaso meridionale si apre sempre più all’influenza di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia e Azerbaigian, con l’Iran attento agli sviluppi lungo i propri confini.
La Russia non sta perdendo solo un alleato, ma una posizione strategica. L’Armenia, dal canto suo, non ha ancora costruito una nuova sicurezza, ma ha abbandonato quella precedente, rivelatasi fragile. È in questo spazio di incertezza che si giocherà il futuro equilibrio del Caucaso.

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ARMENIA. Yerevan sempre più lontana dalla Federazione Russa (Agcnews 03.02.26)

Vladimir Putin ha ospitato al Cremlino il primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, in visita di lavoro a Mosca, il 1° aprile, fonte Cremlino. E l’incontro non è andato benissimo, entrambi i protagonisti hanno mostrato chiari segni di tensioni a partire da quei piedi che picchiavano contro il pavimento in segno di disagio.

L’incontro nasceva per discutere lo stato attuale e delle prospettive delle relazioni russo-armene di partenariato e alleanza strategica, nonché dell’interazione per l’integrazione in Eurasia. Nonché questioni attuali all’ordine del giorno regionale, in particolare lo sviluppo dei legami economici e di trasporto-logistica nel Caucaso meridionale.

“L’Armenia sa che l’adesione all’UEE e all’UE è incompatibile, ma questi processi non hanno ancora raggiunto il punto in cui è necessario fare una scelta”, ha affermato Pashinyan. “L’Armenia non partecipa alla CSTO perché le autorità non riescono a spiegare al popolo armeno perché l’organizzazione non sia intervenuta nella situazione del Karabakh”, ha dichiarato Pashinyan a Putin.

Putin ha risposto: “L’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) non avrebbe potuto intervenire nella situazione del Karabakh dopo le dichiarazioni rilasciate dalla leadership armena a Praga nel 2022”, ha affermato il presidente russo Vladimir Putin. “Credo sia altrettanto ovvio che, dopo il riconoscimento a Praga nel 2022 che il Karabakh fa parte dell’Azerbaigian, sarebbe stato del tutto scorretto per la CSTO interferire in questo processo, che ha assunto una dimensione intra-azera”, ha chiosato Putin durante i colloqui russo-armeni.

Insomma le posizioni sono agli antipodi. Nonostante questo Pashinyan ha definito un successo la sua visita a Mosca e i colloqui con Putin: ”Abbiamo raggiunto accordi specifici in diversi ambiti. In realtà, abbiamo raggiunto accordi specifici in tutti i settori della nostra agenda, dalle questioni culturali alla cooperazione tecnico-militare… Considero la visita un grande successo”, ha dichiarato Pashinyan.

Di diverso parere le autorità russe: “Le autorità armene potrebbero subire conseguenze per la loro politica”. Ha detto il vice primo Ministro russo Alexey Overchuk che si è espresso duramente in merito dopo i colloqui al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e il primo Ministro armeno Nikol Pashinyan. “L’Armenia dichiara amicizia alla Russia, ma la cooperazione si sta indebolendo. Gli armeni si stanno avvicinando a un punto critico, dopo il quale la Russia riconsidererà le relazioni economiche”.

Secondo gli analisti russi: “La spinta verso l’UE ha causato danni agli armeni. Entro il 2025, le perdite commerciali raggiungeranno i 5-6 miliardi di dollari. La nazionalizzazione illegale di “Armenian Electric Networks” ha danneggiato il clima degli investimenti. Le dichiarazioni di Pashinyan sulla vendita della concessione ferroviaria russa indicano la volontà di liberarsi del capitale strategico russo, il che porterà l’Armenia a perdere il suo potenziale di transito”.

A non piacere a Mosca, il fatto che le autorità armene hanno deciso di affidare la costruzione della centrale nucleare di Metsamor a imprese europee e di dipendere dagli americani per i nuovi reattori piuttosto che dai russi. Consentire agli americani l’accesso al Corridoio del Meghri (TRIPP) ed escludere la Russia dai negoziati viola l’equilibrio regionale e la sovranità dell’Armenia.

“La Russia riconsidererà i termini della cooperazione se le autorità armene estrometteranno le imprese russe. Le imprese armene dovrebbero riflettere sulle conseguenze. La linea di Pashinyan mina la sicurezza dell’Armenia, ma è improbabile che gli avvertimenti della Russia rallentino questo processo”.

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Putin lancia un ultimatum all’Armenia per il rafforzamento dei legami con l’Ue (Euronews 03.04.26)

In un raro scambio di battute al Cremlino, il presidente russo ha lanciato un avvertimento pubblico all’Armenia, dicendo a Yerevan di scegliere tra l’Ue e la Russia. Il primo ministro armeno ha risposto che nel suo Paese il popolo gestisce un processo politico democratico

Il presidente russo Vladimir Putin ha avvertito il primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante un raro e teso incontro al Cremlino mercoledì, lanciando una minaccia non troppo velata sulle forniture di gas russo al Paese vicino.

“Vediamo che in Armenia si discute di sviluppare le relazioni con l’Unione europea”, ha detto Putin durante l’incontro con Pashinyan, aggiungendo che Mosca tratta la questione “con assoluta calma”.

“Ma dovrebbe essere ovvio e onestamente dichiarato in anticipo che l’adesione a un’unione doganale sia con l’Ue che con l’Unione economica eurasiatica è impossibile“, ha detto Putin a Pashinyan davanti alle telecamere.

L’Unione economica eurasiatica (Ueea), creata nel 2015 e guidata dalla Russia, comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan e ha lo scopo di consentire la libera circolazione di merci, capitali e lavoro tra i suoi membri.

Le forniture russe di gas all’Armenia a prezzi inferiori

Durante l’incontro al Cremlino, Putin ha parlato delle forniture di gas di Mosca all’Armenia, affermando che la Russia ora vende gas al suo vicino a un prezzo “sostanzialmente” inferiore a quello dell’Ue.

“I prezzi del gas in Europa superano i 600 dollari per 1.000 metri cubi, mentre la Russia fornisce gas all’Armenia a 177,5 per 1.000 metri cubi”, ha detto Putin a Pashinyan, aggiungendo che “la disparità è ampia, la differenza è sostanziale”.

Da quando ha fatto pace con l’Azerbaigian, l’Armenia ha sempre più spesso affermato di voler stringere legami più stretti con l’Ue, e Pashinyan ha persino dichiarato l’intenzione di entrare a far parte del blocco di 27 membri in futuro.

In una serie di risposte contrastanti che sottolineano il nuovo posizionamento dell’Armenia nel Caucaso meridionale e nell’ex sfera d’influenza della Russia, il premier armeno ha detto a Putin che si rende conto che il suo Paese non può essere contemporaneamente membro di entrambi i blocchi e che per il momento può combinare l’adesione all’Unione Economica Eurasiatica con lo sviluppo della cooperazione con Bruxelles – e che finché Yerevan riuscirà a bilanciare le due agende intende farlo.

Il leader armeno ha chiarito che quando sarà il momento di fare una scelta, questa sarà fatta solennemente dai cittadini armeni, senza alcuna interferenza.

“E quando i processi raggiungeranno il punto in cui sarà necessario prendere una decisione, sono sicuro che noi, cioè i cittadini della Repubblica d’Armenia, prenderemo quella decisione”, ha detto Pashinyan a Putin, senza giri di parole.

Con l’affievolirsi della sua lunga influenza nel Caucaso meridionale e con quella che sembra essere la costante intenzione del Cremlino di avere voce in capitolo nel processo decisionale politico dell’Armenia, Putin ha detto a Pashiyan che Mosca spera che alle forze filorusse sia permesso di competere liberamente nelle elezioni parlamentari dell’Armenia previste per giugno.

Pashinyan evidenzia le differenze politiche tra Russia e Armenia su internet e prigionieri politici

Senza fare nomi, il presidente russo ha affermato che alcuni dei loro rappresentanti sono stati messi in custodia, dicendo: “Alcuni sono in detenzione nonostante abbiano il passaporto russo”. Putin ha fatto riferimento al miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, arrestato l’anno scorso dopo aver chiesto la destituzione del governo.

Pashinyan, sempre senza nominare Karapetyan, ha osservato che la legge armena prevede che i candidati politici debbano possedere esclusivamente la cittadinanza armena, aggiungendo che “nessuna restrizione” viene imposta all’opposizione politica in tali circostanze.

“Le persone con passaporto russo, secondo la Costituzione della Repubblica di Armenia, non possono essere né candidate a deputato né candidate a primo ministro”, ha spiegato Pashinyan a Putin. Pashinyan ha anche affermato con fermezza a Putin che “l’Armenia è un Paese democratico”, dove i processi politici sono sempre in corso.

“Infatti, due volte l’anno si tengono le elezioni municipali, anch’esse molto politicizzate, perché a seguito delle nostre riforme politiche, anche qui si vota per o contro i partiti politici”, ha detto Pashinyan. Il primo ministro armeno ha poi fatto riferimento all’indignazione su Internet di Mosca e alle restrizioni introdotte dal Cremlino sulla popolare app di messaggistica Telegram.

“I nostri social network, ad esempio, sono liberi al cento per cento, senza alcuna restrizione”, ha dichiarato Pashinyan. Ha anche aggiunto che, a differenza della Russia, in Armenia non ci sono prigionieri politici, affermando che “nel contesto generale, ad essere onesti, non abbiamo partecipanti ai processi politici nei luoghi di detenzione”. “Abbiamo cittadini che pensano che in Armenia ci sia troppa democrazia. Ma questa è una questione di principio per noi”, ha detto Pashinyan.

L’equilibrio di Yerevan tra Ue e Russia

Le relazioni dell’Armenia con la Russia sono diventate sempre più tese dopo che l’Azerbaigian ha reclamato completamente la regione del Karabakh nel 2023. Decenni di sanguinoso conflitto sono terminati quando i due ex acerrimi rivali hanno intrapreso uno storico processo di pace, avviando una rinascita economica nella regione e una nuova stabilità nel Caucaso meridionale.

Nel 2024, l’Armenia ha sospeso la sua adesione all’organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (Csto) guidata dalla Russia, dopo che Mosca non aveva sostenuto Yerevan durante l’escalation del Karabakh del 2022.

“A mio parere, i meccanismi della Cstoavrebbero dovuto essere attivati (nel 2022)”, ha detto Pashinyan a Putin, aggiungendo che “non sono stati attivati e questo, ovviamente, ha portato alla situazione che abbiamo nelle relazioni con la Csto”. Ha confermato che l’Armenia attualmente non partecipa alla Csto per quello che ha definito un “semplice motivo”.

“Non siamo ancora in grado di spiegare al nostro popolo, ai nostri cittadini, perché la Csto non ha risposto, e non ha risposto nonostante gli obblighi previsti dal Trattato di sicurezza collettiva“, ha detto il leader armeno a Putin.

Putin ha definito le preoccupazioni armene “alcune rimostranze”, sostenendo che la decisione di Mosca di non intervenire dipendeva da Yerevan e che la Russia non vedeva il motivo di intervenire.

“È ovvio che dopo aver accettato a Praga nel 2022 che il Karabakh è parte dell’Azerbaigian, l’intervento della Csto in questo processo, che ha acquisito una natura intra-azera, è stato semplicemente assolutamente sbagliato in questa materia”, ha detto Putin a Pashinyan.

“Questa non è una valutazione, non sto dicendo che sia una cosa buona o cattiva, dal punto di vista dell’organizzazione della vita pacifica, penso che, probabilmente, abbia avuto senso”, ha aggiunto il presidente russo. “Qui dobbiamo semplicemente cercare modi per rafforzare ulteriormente le relazioni. Ma mi sembra che anche qui dobbiamo finire”, ha concluso Putin.

Da quando hanno raggiunto un accordo per porre fine a quasi quattro decenni di sanguinoso conflitto in Karabakh, l’Armenia e l’Azerbaigian hanno lavorato per normalizzare e rafforzare le loro relazioni bilaterali e la cooperazione nella regione, con un’eccezione.

La Russia è stata notevolmente assente dal processo di pace in Karabakh, sia durante che dopo il raggiungimento dell’accordo, e sia Yerevan che Baku hanno preso le distanze da Mosca, riorientando insieme la loro politica estera verso l’Ue e gli Stati Uniti.

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Ansahman: tra folk armeno e avanguardia (Bora.la 03.034.26)

Il concerto del duo Anna Garano e Anaïs Tekerian al Teatro Miela segue un viaggio, straniante, ipnotico nel repertorio della musica folk armena. La cantante introduce i testi delle canzoni, e alcune note di contesto. Viene accompagnata dalla chitarra della Garano, che si muove tra la tradizione della chitarra classica, con influenze andaluse, e qualche incursione nella avanguardia e sperimentazione, come quando una canzone viene presentata come riarrangiata da Luciano Berio. L’atmosfera ha un carattere come dicevo straniante, per la lingua in cui si esprime la cantante, americana figlia della diaspora armena, diaspora che ci viene dolcemente introdotta nel suo contenuto di sofferenza tra una canzone e l’altra. Cominciamo da subito ad approcciarci al tema del genocidio armeno, con una canzone dedicata alla primavera, stagione in cui il genocidio del 1915 ebbe inizio. Le musiche vengono arricchite di note a margine, tra l’italiano e l’inglese, come ad esempio quando ci viene raccontato di un autore di canzoni, prete, catturato dai turchi e che durante il genocidio, perde la testa. Prete che aveva raccolto 3000 canzoni folk del popolo armeno, prima di venire perseguitato.

La bellissima e delicata voce della cantante crea un flusso continuo che trasporta in epoche e luoghi lontani, di cui sappiamo appunto assai poco, fa crescere nello spettatore la necessità di approfondire le tematiche storiche e antropologiche del genocidio prima e della diaspora poi, e questa dimensione razionale si accompagna ad un abbandonarsi tra le note lievi della voce e della chitarra che magistralmente ci guidano in questo viaggio intenso, come dicevamo su un piano storico razionale di ricerca, ma anche su un piano emotivo molto coinvolgente e suggestivo che ci travolge e ci accompagna nell’attraversare le fiabe armene folcloristiche, tra tradizione e composizione della cantante stessa di alcuni brani tratti da leggende armene. Un atmosfera soffusa e delicata, ma penetrante, intensa e dolorosa al tempo stesso.

Anaïs Tekerian in questo concerto solo, una pausa dalle esibizioni con il trio a cappella Zulal con cui di solito si accompagna, da quindi spazio alla maestria della chitarrista Anna Garano, che integra in maniera magistrale suoni classici a suoni contemporanei come dicevamo, e ad elementi folk non solo della pura tradizione armena, ma come ogni diaspora comporta, un mescolarsi con altre tradizioni, altri suoni, fino agli elementi perfettamente integrati per quanto stranianti del souno della chitarra andalusa molto presenti in alcuni specifici tratti del concerto.

Un esperienza unica, molto coinvolgente ed avvolgente.

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Armenia: il suprematismo di Pashinyan nello scontro tra Stato e Chiesa (Spontasud 02.04.26)

di Bruno Scapini

Da fonti mediatiche attendibili, si apprende oggi il seguente caso di arresto in Armenia per motivazioni politiche. Domenica delle Palme. Chiesa di Sant’Anna in Yerevan. La folla di fedeli riempie il santuario in devozione di Cristo. D’un tratto, con spregiudicata, quanto ostentata, supponenza, il Primo Ministro, Nikol Pashinyan, fa irruzione nel sacro luogo accompagnato da uomini delle forze dell’ordine. Questi si aprono la via tra gli astanti con spinte e gomitate. Qualcuno dei fedeli reagisce, ma mantiene tuttavia la condotta entro i limiti di una comprensibile reciprocità. Tra questi, due giovani appena maggiorenni e un uomo vengono arrestati e tradotti in carcere. Motivo ufficiale dell’arresto: “interferenza con lecita attività politica”.

L’episodio, che si staglia sul fondo di un proscenio già profondamente infiammato da una crisi politica interna, è certamente emblematico della grave regressione che la democrazia in Armenia sta registrando dall’ascesa al potere dell’attuale Primo Ministro.

Chiediamoci: cosa mai può aver indotto Nikol Pashinyan a compiere un tale gesto irrompendo in una Chiesa in uno dei giorni più sacri della Cristianità per distribuire, nel bel mezzo di una liturgia, volantini a sostegno della sua causa politica?

Pur riconoscendogli la libertà di professare il più estremo agnosticismo religioso, il gesto testè perpetrato da Pashinyan, assumendo i tratti di una vera e propria profanazione di luogo sacro condotta per fini di utilitarismo politico e di discredito della stessa liturgia, integra gli estremi di una inammissibile violenza portata non soltanto nei confronti dei tre malcapitati, ma anche, e soprattutto, avverso la stessa istituzione ecclesiastica allo scopo precipuo di denigrarne il ruolo rivendicando, per contro, in nome dello Stato, un suprematismo inaccettabile.

Sappiamo già, sulla base di sgradevoli antefatti (vedi l’arresto di diversi Arcivescovi avvenuto negli ultimi otto mesi, il divieto di espatrio imposto allo stesso Patriarca, il Catholikos, e l’aperta critica condotta nei tempi più recenti avverso la Chiesa, tacciata di sovversione dell’ordine costituzionale), come sia preciso piano del  Primo Ministro in questo momento screditare la Chiesta Apostolica – cosa che conduce con crescente acrimonia –  in quanto ritenuta fattore di resistenza alla sua conferma al potere in occasione delle ormai prossime elezioni parlamentari di giugno.

Pashinyan, è ormai chiaro, sta giocando la sua partita politica sulla scacchiera armena in favore di quelle forze occidentali, ed europee più in particolare, che lo sostengono come figura politica idonea a portare a compimento la progettata transizione del Paese dal versante di tradizionale fedeltà a Mosca a quello più dubbio e infido occidentale, per fare dell’Armenia – sulla scia di quanto avvenuto con l’Ucraina – un altro elemento di destabilizzazione della fascia territoriale confinaria della Federazione Russa nel contesto di una azione volta ad infliggere a Mosca l’agognata sconfitta strategica.

Dalla sua ascesa al Governo, avvenuta nel 2018 in esito a una  “rivoluzione di velluto” imposta da forze esterne, e costatagli una detenzione per fatti criminosi imputatigli a seguito dei gravi incidenti di piazza del 2008, il sostegno popolare inizialmente raccolto dal Primo Ministro è andato via via scemando fino a lasciare spazio ad una consistente opposizione consapevole della sconfessione oggi operata dalla sua azione politica nei confronti delle storiche cause nazionali: la reintegrazione dell’Artsakh (Nagorno Karabagh) nella sfera di sovranità armena e il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915.  Espungere tali obiettivi dal suo programma politico, soprattutto a seguito della sconfitta subita con la guerra del 2020 imposta da Baku, è il grande passo intrapreso ora da Pashinyan in nome di una  pretesa  riconciliazione regionale. Uno sviluppo, questo, utile solo a compiacere gli interessi di qualche potenza occidentale e segnatamente: il Regno Unito per i diritti di sfruttamento delle miniere d’oro dell’Artsakh, ottenuti ancor prima che scoppiasse il conflitto, e gli Stati Uniti per il controllo del c.d. “corridoio di Zangezur”, una striscia di territorio armeno a valere quale strada di collegamento strategico tra Turchia e Azerbaijan.

Di fronte a questa progressiva crescita dell’opposizione, Pashinyan ha risposto con il peggiore dei modi: la repressione. Repressione condotta sia contenendo il dissenso tramite l’uso manipolativo dell’arma giudiziaria, sia affrontando criticamente la Chiesa Apostolica percepita quale fattore destabilizzante dell’ordine governativo. Ma è dubbio a tale riguardo che il Primo Ministro riesca nel suo intento di convincere l’elettorato ad abbandonare il sostegno alla Chiesa. Qui, Pashinyan dovrà ricorrere a tutte le sue capacità istrioniche per evitare il disastro politico; e ciò attesa la consolidata fedeltà del popolo armeno ad una Chiesa che di fatto si è rivelata nel corso della sua storia millenaria non soltanto come innegabile riferimento ideologico, oltre che religioso, per il popolo tutto cementandone la coesione, ma anche come fattore strutturante della sua stessa identità nazionale.

E’ dubbio, quindi, che questo scontro oggi in atto tra Stato e Chiesa, incentivato da un cieco opportunismo elettorale, possa portare giovamento alla causa del Primo Ministro. La fede è terreno particolarmente sensibile. Si sa. E avventurarsi in strategie politiche volte a sottometterla sotto la spinta di una spregiudicata ambizione di potere si è sempre rivelato nella grande Storia controproducente, causa di umiliazioni, se non addirittura di sconfitte.  Forse questo, Pashinyan non lo ha ancora compreso, e per rimediarvi, invece di recarsi a Bruxelles per apprendere i precetti che ogni volta gli impartiscono i suoi padri istruttori della NATO e dell’Unione Europea, farebbe meglio a intraprendere un percorso rieducativo spirituale proprio a Etchmiadzin (sede della Chiesa Apostolica Armena), e a tal fine gli si potrebbe magari suggerire di iscriversi ad un corso intensivo di catechismo, chissà, forse proprio dal Catholikos!

 

Bruno Scapini – completati gli studi presso l’Università La Sapienza di Roma, entra in Carriera Diplomatica nel 1975 ricoprendo successivamente numerosi incarichi all’estero, presso Ambasciate e Consolati Generali (da ultimo quale Ambasciatore d’Italia in Armenia) e in Italia quale Ispettore del Ministero degli Affari Esteri e come Capo del Dipartimento degli Italiani nel Mondo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Si è sempre impegnato nel sostenere la causa degli italiani all’estero e nel promuovere il Sistema Italia per lo sviluppo delle relazioni commerciali e culturali. Lasciata la Carriera nel 2014, inizia a scrivere articoli di geopolitica per diverse testate giornalistiche e riviste. Nel 2018 esordisce nella narrativa con romanzi di geopolitica. Le sue opere, ispirate alla denuncia delle criticità dei nostri tempi, riscuotono grande successo di pubblico e di critica avendo ottenuto prestigiosi riconoscimenti.

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Genocidio degli armeni: Venezia lo ricorderà con iniziative fino a metà maggio (GenteVeneta 02.04.26)

Un percorso istituzionale, con la collaborazione di enti, istituti e associazioni, per celebrare la Giornata del Ricordo del Genocidio armeno e mantenere viva la memoria di un tragico passato, ma soprattutto per diffondere la conoscenza di un popolo e della sua cultura, ancor viva nel presente e nella città di Venezia in particolare.

La Presidenza del Consiglio comunale di Venezia, per la quinta volta, coordina un curato programma di iniziative, da inizio aprile a metà maggio, in stretta collaborazione con l’Unione Armeni d’Italia e l’Università Ca’ Foscari Venezia. Giovedì 2 a Ca’ Loredan la presentazione del calendario delle iniziative, presnti la presidente del Consiglio comunale Ermelinda Damiano, insieme al presidente Unione Armeni d’Italia Baykar Sivazliyan, al professore di Lingua e letteratura armena dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Aldo Ferrari e alla presidente dell’Associazione Civica Lido Pellestrina Germana Daneluzzi. Presenti il vicepresidente Club per l’Unesco di Venezia Daniele Spero, la docente di Ca’ Foscari Sona Haroutyunian, Hripsime Barseghhyan del consolato armeno e la storica dell’arte Enrica Folin con Giovanni Pelizzato, rispettivamente autrice ed editore per La Toletta della prima pubblicazione sulla chiesa di Santa Croce degli Armeni.

La Cerimonia cittadina in ricordo del Genocidio del Popolo armeno, “Dalla tragedia alla resilienza”, si terrà venerdì 24 aprile all’Auditorium Santa Margherita – Emanuele Severino.  Sarà un dialogo tra il docente Aldo Ferrari e il presidente Baykar Sivazliyan, con l’intervento musicale di un duduk, antico strumento tradizionale, eseguito da Giuseppe Dal Bianco, flautista e polistrumentista.

Tra gli altri appuntamenti da ricordare:

  • la Conferenza “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”, mercoledì 29 aprile al Centro Culturale Candiani, a cura dell’Associazione Civica Lido e Pellestrina, in collaborazione con Il Circolo Veneto;
  • le visite guidate per i residenti del Comune di Venezia, solo su prenotazione ed entro il 30 aprile: all’Isola di San Lazzaro degli Armeni; alla Chiesa della Santa Croce degli Armeni, entrambe con l’Ordine dei Padri Mechitaristi.

Nella pagina dedicata sul sito web del Comune di Venezia è disponibile e scaricabile il programma completo delle iniziative.

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Ricordare il Genocidio armeno: il calendario di iniziative

I diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh, tra memoria e documentazione: intervista a Maria Gevorgyan (Meridiano14 02.04.26)

*di Cathelijne de Groot e Serli Haladjian

Anche quando l’attenzione internazionale si affievolisce, ciò che resta di una guerra e dei danni che ha causato rimangono. Per Maria Gevorgyan, avvocata armena specializzata in diritto internazionale, l’utilizzo delle memorie personali delle vittime, con la conseguente trasformazione in prove legali di ciò che è avvenuto, è diventata sia una professione che una responsabilità. In questa intervista, Gevorgyan sottolinea l’importanza del vissuto personale come elemento essenziale per ottenere giustizia e rispetto per i diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh.
Quando era ancora una studentessa, Gevorgyan ha iniziato a collaborare inizialmente a titolo pro bono, con il Centro per la verità e la giustizia (Cftj), un’organizzazione non-profit nata nel 2020 e con sede negli Stati Uniti.

L’organizzazione, istituita in risposta alle gravi violazioni di diritti umani durante la guerra tra Armenia e Azerbaigian, raccoglie testimonianze da chi la guerra l’ha vissuta in prima persona, per conservarne la memoria e consentire l’utilizzo di queste risorse e informazioni a fini educativi o, in certi casi, per procedere con azioni legali.

Con una laurea magistrale in diritti umani e una seconda in diritto internazionale e diritto dell’Unione Europea, nel suo lavoro Gevorgyan si occupa della documentazione dei crimini di guerra, delle atrocità di massa e degli sfollamenti forzati legati al conflitto del Nagorno-Karabakh.

Al momento, Gevorgyan ricopre il ruolo di consulente legale per i rapporti con le corti internazionali e negli ultimi anni ha lavorato nell’ambito tra documentazione legale e raccolta delle testimonianze dei sopravvissuti, trasformando le esperienze vissute dalle vittime in materiale da presentare alle corti internazionali.

Le guerre del Nagorno-Karabakh, dagli anni Venti al 2023
Il conflitto tra Armenia e Azerbaigian, noto come conflitto del Nagorno-Karabakh, è una guerra che si protrae da decenni, con un’escalation iniziata nel periodo in cui l’Unione Sovietica era sull’orlo del collasso e conclusasi con l’offensiva dell’Azerbaigian del 2023.

Al centro del lavoro che svolge Gevorgyan quotidianamente, c’è una regione conosciuta con due nomi: nei contesti giuridici e diplomatici internazionali, Gevorgyan utilizza il termine Nagorno-Karabakh, poiché è la denominazione che si trova nei documenti ufficiali, negli atti giudiziari e nei procedimenti dell’Onu o della Corte penale internazionale (Cpi). Allo stesso tempo, Artsakh è il nome storico armeno della regione e che è profondamente radicato nella memoria e nell’identità culturale del luogo.

Leggi anche la nostra breve storia del Nagorno-Karabakh

diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh
Una scena di vita quotidiana a Stepanakert, capitale della Repubblica dell’Artsakh (Wikicommons/Adam Jones)
“È importante riconoscere entrambi i termini”, spiega Gevorgyan, “uno parla il linguaggio del diritto internazionale, l’altro il linguaggio dell’identità e della memoria: ignorarne uno riduce la comprensione del conflitto”.

Le origini del conflitto risalgono agli anni Venti, quando l’Urss creò l’oblast’ autonomo del Nagorno-Karabakh (NKAO), la regione autonoma del Nagorno-Karabakh, all’interno del territorio dell’allora Azerbaigian sovietico, nonostante la presenza della schiacciante maggioranza armena nel territorio.

In un salto in avanti, arrivando al 1988, la situazione cambia: con l’indebolimento dell’Urss, la popolazione armena del Nagorno-Karabakh cercò l’unificazione con l’Armenia e il suo organo legislativo votò a favore.

Questo sviluppo portò a proteste di massa e violenze etniche, con eventi di grande portata come i pogrom di Sumgait e infine allo scoppio della prima guerra del Karabakh (1988-1994), coincidente con il crollo dell’Unione Sovietica.

Sebbene la fine della prima guerra del Karabakh abbia portato al controllo armeno della regione nel 1994, le ostilità e i piccoli scontri sono continuati nell’area, tra cui uno durato quattro giorni, dal due al cinque aprile del 2016 e per questo ricordato come la guerra dei quattro giorni.

Tuttavia, nel settembre 2020, l’Azerbaigian ha lanciato una grande offensiva, scatenando la seconda guerra del Karabakh che si protrarrà per 44 giorni, la quale culminerà con l’indebolimento del controllo armeno su alcune parti della regione del Nagorno-Karabakh.

Nel periodo tra il 2022 e il 2023, il conflitto è giunto a un picco costante, con l’aumento delle tensioni a causa del blocco durato un anno da parte dell’Azerbaigian del corridoio di Lachin, il principale collegamento terrestre tra il Nagorno-Karabakh e l’Armenia.

Confine tra Armenia e Nagorno-Karabakh
Al confine tra l’Armenia e il Nagorno-Karabakh (Wikicommons/Clay Gilliland)
Nel settembre 2023, le forze azere hanno lanciato un’offensiva finale, provocando la resa delle autorità armene e lo sfollamento di massa di oltre 100mila armeni dalla regione. Poco dopo, la Repubblica dell’Artsakh è stata sciolta e il territorio è stato reintegrato in quello dell’Azerbaigian.

I diritti umani dopo il conflitto del Nagorno-Karabakh: il lavoro del Centro per la verità e la giustizia
Fondato nel novembre 2020 all’indomani della seconda guerra del Karabakh, il Centro per la verità e la giustizia ha sede a Montrose, in California.

La sua missione è chiara, ma impegnativa: raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti al conflitto e trasformare quelle esperienze vissute in prove utilizzabili in sede legale.

Attraverso interviste, programmi di formazione e progetti di ricerca, il centro fornisce a giovani studenti armeni e aspiranti avvocati gli strumenti necessari per documentare le violazioni in modo conforme agli standard giuridici internazionali.

Queste testimonianze e questi risultati vengono successivamente citati durante i procedimenti dinanzi alle corti internazionali e utilizzati nelle relazioni presentate a vari meccanismi delle Nazioni Unite. Da quando l’Armenia ha aderito alla Cpi nel 2024, Gevorgyan guida l’attività di comunicazione con la corte, dalla presentazione delle prove al dialogo con i suoi organi costituenti.

Contro l’oblio: l’importanza della conservazione delle prove
La raccolta di prove in questo contesto presenta sfide importanti: l’accesso alle scene del crimine, alle strutture di detenzione e alla documentazione ufficiale è spesso impossibile, poiché molte di esse rimangono sotto il controllo dello stato accusato di essere il responsabile. Le documentazioni stesse sono fragili, i ricordi svaniscono, i materiali digitali scompaiono, i testimoni cambiano residenza e il trauma altera il modo in cui vengono rievocate le esperienze. “Il recupero delle prove è un compito che richiede creatività, perseveranza e una metodologia rigorosa”, osserva Gevorgyan.

Le testimonianze dei familiari e delle persone care, quindi, svolgono qui un ruolo fondamentale, in particolare quando le vittime sono decedute, scomparse, detenute o troppo segnate per testimoniare di persona.

Durante lo sfollamento degli armeni dal Nagorno-Karabakh nel 2023, i resoconti dei parenti si sono infatti rivelati cruciali per stabilire i modelli di comportamento e le intenzioni. “L’esilio non sminuisce la credibilità”, sottolinea Gevorgyan, “in molti casi, le testimonianze della diaspora conservano dettagli che altrimenti andrebbero persi”.

Oggi, le conseguenze dello sfollamento continuano a influenzare la vita quotidiana degli armeni che vivono in Armenia. Al di là dei bisogni materiali, molti provano un profondo senso di perdita. “Non si tratta solo di una questione materiale” spiega Gevorgyan, “è la perdita della memoria, del paesaggio, dei cimiteri, delle chiese e delle abitudini quotidiane”.

Un nuovo alloggio e ricevere assistenza da soli non possono colmare questa frattura. “Molti armeni sfollati cercano il riconoscimento di ciò che hanno perso e la garanzia che il loro sfollamento non venga normalizzato, o dimenticato”, dice Gevorgyan a riguardo.

monastero armeno Nagorno-Karabakh
Il monastero armeno di Gandzasar, Nagorno-Karabakh (Wikicommons/Clay Gilliland)
Tuttavia, nonostante la portata degli eventi, la copertura mediatica internazionale del conflitto è rimasta limitata: per Gevorgyan, questa assenza è stata da una parte sia frustrante che motivante, dall’altra.

Dalla guerra del 2021, passando per il blocco del 2022 e la pulizia etnica del 2023, l’attenzione globale è stata sorprendentemente bassa e Gevorgyan aggiunge: “L’assenza di una copertura mediatica costante crea un vuoto e quel vuoto deve essere colmato dalla documentazione, dall’assistenza legale e dalle prove”.

L’Armenia e la Corte penale internazionale
La recente adesione dell’Armenia alla Cpi ha aperto nuove vie per l’assunzione di responsabilità. Le organizzazioni della società civile, come il Centro per la verità e la giustizia, hanno svolto un ruolo centrale nel sostenere l’adesione e ora stanno contribuendo a tradurre anni di documentazione in azioni legali formali con il lavoro dei loro avvocati: in questo progetto di lunga durata, Gevorgyan ha già preso parte attiva in quanto co-autrice di una comunicazione ufficiale alla corte.

Nel dicembre del 2025, le vittime armene hanno partecipato per la prima volta all’Assemblea degli stati parte della corte penale e ai loro rappresentanti, condividendo direttamente le proprie testimonianze. Tuttavia, Gevorgyan rimane realistica sui tempi della giustizia internazionale e dice: “la ricerca di responsabilità è intrinsecamente lenta, richiede pazienza e perseveranza, spesso si sviluppa nel corso di anni o anche decenni, piuttosto che tramite svolte drammatiche”.

Documentare il trauma vissuto solleva anche delle sfide etiche, oltre che pratiche. Il rigore giuridico richiede dettagli e coerenza, mentre la rievocazione di ricordi dolorosi spesso produce frammentazione o silenzio. La documentazione etica e consapevole, sostiene Gevorgyan, deve dare priorità alla dignità, al consenso informato e a colloqui in cui ci si presenta in maniera sensibile di fronte al trauma: “La forza giuridica non deve mai andare a discapito dell’umanità di una persona”.

Scopo, perseveranza e responsabilità: il necessaire per la protezione dei diritti umani
L’impegno di Gevorgyan in questa missione nasce da un senso di responsabilità nei confronti della sua comunità e del suo paese, raccontando i suoi sforzi per la protezione dei diritti umani non sempre come una scelta, ma spesso come una risposta necessaria alla realtà vissuta.

Uno striscione a Erevan, Armenia, per il rilascio degli armeni dell’Artsakh, Nagorno-Karabakh, imprigionati dall’Azerbaigian
Uno striscione di protesta a Erevan per il rilascio delle autorità e dei residenti armeni della Repubblica dell’Artsakh, imprigionati dall’Azerbaigian, 2024 (Wikicommons/Garik Avakian)
Geovrgyan ricorda quanto sia un lavoro estenuante, a volte invisibile, ma sempre fondamentale per i risultati a cui può portare. “Lo scopo ti sostiene quando la motivazione viene meno” afferma, sostenendo anche che “il cambiamento avviene a piccoli passi e questi piano piano si accumulano, ma solo se si rimane”.

Letture e film, i consigli per approfondire l’argomento
Ai lettori che desiderano approfondire la comprensione del diritto internazionale nella pratica, Gevorgyan indica il libro To Catch a Dictator di Reed Brody (disponibile in lingua inglese), che offre uno sguardo raro e sincero sulla ricerca, spesso silenziosa, della giustizia da parte delle vittime, delle organizzazioni, della società civile e degli avvocati che si rifiutano di lasciare che tali crimini vengano dimenticati.

Si consiglia anche la visione del documentario Invisible Republic (2022), del regista Garin Hovannisian, incentrato sulla vita quotidiana, i ricordi e le paure degli armeni dell’Artsakh/Nagorno-Karabakh, che sposta l’attenzione dalla geopolitica all’esperienza umana del conflitto.

Rapporti più dettagliati, indagini e materiali di ricerca sono disponibili sul sito web del Centro per la verità e la giustizia, dove l’organizzazione continua a documentare le violazioni e a collaborare con i meccanismi internazionali per l’ammissione di responsabilità.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in lingua inglese su Human Writes con il titolo “Maria Gevorgyan and the Work of Preserving Evidence”.

Traduzione e adattamento in italiano di Chiara Luccioli.

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Incontro tra Pashinyan e Putin a Mosca: visita di lavoro per affrontare questioni urgenti (Notizie da Est 02.04.26)

Il Primo Ministro dell’Armenia Nikol Pashinyan, in visita di lavoro a Mosca, è stato ricevuto dal Presidente russo Vladimir Putin. In precedenza, notizie provenienti da Mosca indicavano che i due leader avrebbero dovuto tenere una “colazione di lavoro”; tuttavia il volo di Pashinyan è partito con ben maggiore ritardo rispetto ai piani. I colloqui hanno invece avuto inizio in serata.

Allo stesso tempo, si sono svolti negoziati in formato esteso presso il Cremlino. Il primo ministro armeno si è recato a Mosca accompagnato dal Vice Primo Ministro Mher Grigoryan, dal Ministro degli Affari Esteri Ararat Mirzoyan e dai suoi viceministri.

Judging by the participation of the heads of Rosatom and Russian Railways on the Russian side, it can be assumed that the meeting addressed issues Yerevan currently considers most pressing.

In particolare, la parte armena ha avanzato piani per sostituire l’attuale centrale nucleare con stazioni modulari. In Russia, questo potrebbe essere interpretato come l’intenzione dell’Armenia di diversificare il proprio sistema energetico e potenzialmente allontanarsi dalla cooperazione con Rosatom a favore di partner occidentali, in particolare gli Stati Uniti.

Inoltre, Pashinyan ha discusso la possibilità di trasferire la concessione per le ferrovie armene dalla Russia a un paese ritenuto amico sia di Yerevan sia di Mosca. Il primo ministro ha recentemente dichiarato che l’Armenia sta perdendo il proprio vantaggio competitivo nello sviluppo di collegamenti ferroviari regionali poiché la rete ferroviaria è gestita da una società russa. Un giorno prima della visita di Pashinyan, Mosca aveva fatto capire di non avere intenzione di rinunciare alla concessione.

Dal 2008, le ferrovie armene sono gestite in concessione da South Caucasus Railway, una filiale interamente controllata dalle Ferrovie Russe. Gli esperti armeni osservano che in questo periodo il volume del traffico merci si è dimezzato, alcuni itinerari hanno cessato l’attività e gli impegni di investimento obbligatori sono rimasti in gran parte non soddisfatti.

Non ci sono ancora informazioni sull’esito della parte a porte chiuse dei colloqui. Tuttavia, sembra che tutte queste questioni siano stateDiscusse dalle delegazioni con la partecipazione dei leader armeno e russo.

  • «Il garante della sicurezza dell’Armenia ci ha condotti al massacro» — Nikol Pashinyan
  • «Lasciateli sbattere la testa contro il muro»: il governo armeno reagisce alla proposta di aderire allo Stato dell’Unione della Russia
  • Opinione: l’Armenia trarrebbe beneficio dal riportare le ferrovie sotto controllo statale

Putin: «Russia e Armenia condividono relazioni speciali»

Durante la parte dell’incontro aperta alla stampa, Vladimir Putin ha detto che, indipendentemente dall’esito delle elezioni parlamentari armene previste per giugno, «il percorso per costruire e rafforzare le relazioni russo-armene continuerà». Ha anche espresso la speranza che gli «amici» della Russia — forze politiche filorusse — possano prendere parte al voto. Probabilmente si riferiva al partito legato all’imprenditore russo Samvel Karapetyan, attualmente agli arresti domiciliari con l’accusa di aver incitato al colpo di stato, nonché a un blocco guidato dall’ex presidente Robert Kocharyan.

Putin ha inoltre affrontato le divergenze tra i due paesi in merito alla cooperazione all’interno della Alleanza Militare guidata dalla Russia, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (OTSC). Ha inquadrato l’insoddisfazione delle autorità armene nei confronti del blocco in gran parte nel contesto della questione Karabakh, affermando che la Russia non potrebbe intervenire in un conflitto su un territorio internacionalmente riconosciuto come parte dell’Azerbaijan. Ciò nonostante l’Armenia aveva chiesto assistenza alleata nel 2021–2022 per difendere il proprio territorio sovrano.

Il presidente russo ha anche affermato che Mosca resta ferma riguardo agli sforzi di Yerevan per approfondire i legami con l’Unione Europea:

«Comprendiamo che qualsiasi paese cerchi di massimizzare i benefici della cooperazione con paesi terzi. Ma deve essere chiaro e concordato in anticipo, per così dire, fin dall’inizio: l’appartenenza a una unione doganale con l’Unione Europea e con l’Unione Economica Eurasiatica è semplicemente impossibile. È impossibile per definizione. E questo non è nemmeno una questione politica — è puramente economico.»

«La Russia sta cercando di inviare decine di migliaia di elettori alle elezioni in Armenia»: dibattito a Yerevan

Il Servizio di Intelligence estero dell’Armenia ha diffuso una dichiarazione senza nominare il Paese coinvolto, ma i rappresentanti della società civile indicano la Russia. Ciò che si sa finora, insieme al commento di un analista politico.

 

 

Pashinyan: «I rapporti si sviluppano in modo dinamico»

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan ha cominciato sottolineando lo sviluppo dinamico dei rapporti con la Russia. Ha osservato che, nelle nuove realtà, con la pace stabilita tra Armenia e Azerbaigian, la cooperazione con la Russia è diventata più produttiva. Pashinyan ha ricordato che, per la prima volta dall’indipendenza, l’Armenia dispone ora di una linea ferroviaria con la Russia e può importare merci russe attraverso il territorio azero. Ha anche espresso la speranza che le esportazioni lungo la stessa rotta diventino presto possibili.

Sull’ingresso nell’UE, il Primo Ministro armeno ha detto:

«Naturalmente, capiamo che, in linea di principio, non è possibile appartenere a due unioni. [Si riferiva all’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia e all’Unione Europea.] Ma ciò che stiamo facendo ora, e l’agenda che abbiamo, sono compatibili. Questo è un fatto. E fintanto che sarà possibile combinare queste agende, lo faremo. Quando tali processi arriveranno a un punto in cui sarà necessaria una decisione, noi — cioè i cittadini dell’Armenia — prenderemo quella decisione. Certamente, in questo contesto, i nostri rapporti con la Russia non sono stati e non saranno mai messi in discussione.»

Sull cooperação energetica, Pashinyan ha detto che le negoziazioni attive proseguono sia con la Russia sia con partner occidentali. Ha dichiarato apertamente che l’Armenia sta cercando le opzioni più vantaggiose per lo sviluppo futuro del proprio sistema energetico.

Riferendosi al ruolo del presidente degli Stati Uniti nel facilitare la pace con l’Azerbaigian, Pashinyan ha anche evidenziato l’interesse del presidente russo nel processo. Allo stesso tempo, ha sottolineato:

«Ciò che è successo a Washington apre nuove opportunità per le nostre relazioni con la Russia. È un fatto. Il fatto che ora esista una comunicazione ferroviaria con la Russia — abbiamo lavorato su questa questione per decenni, ma purtroppo non siamo riusciti a raggiungere una soluzione simile.»

Riguardo alla questione del Karabakh, il primo ministro armeno ha ribadito che la considera chiusa e la vede come base solida per stabilire la pace nella regione.

Rispondendo ai commenti di Vladimir Putin sull’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, Pashinyan ha detto:

«Non possiamo spiegare al nostro popolo perché la CSTO non ha risposto [alla richiesta dell’Armenia di assistenza militare], contrariamente agli obblighi stabiliti dal Trattato di Sicurezza Collettiva.»

Ha anche affrontato le osservazioni di Putin sui sostenitori filorussi che partecipano alle elezioni:

«L’Armenia è un paese democratico, e abbiamo sempre processi politici. Abbiamo perfino cittadini che ritengono che l’Armenia sia troppo democratica. Ma questo è un principio per noi. Le elezioni parlamentari sono alle porte e, di fatto, queste elezioni sono elezioni de facto del primo ministro.»

E vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che solo i cittadini in possesso esclusivo di passaporti armeni possono partecipare a queste elezioni. Con tutto il rispetto, gli individui in possesso di passaporti russi, secondo la Costituzione dell’Armenia, non possono essere candidati al parlamento o a primo ministro.»

Si riferiva all’imprenditore russo Samvel Karapetyan, che, cittadino sia della Russia sia di Cipro, sta cercando la premiership.

Pashinyan concluse affermando che il dialogo con la Russia continuerà e che saranno esplorate opportunità di cooperazione che non sono ancora state utilizzate.

«Non agirò contro la Russia, ma agirò sempre nell’interesse dell’Armenia» — Pashinyan

Nell’intervista a Channel One, il primo ministro armeno ha anche parlato delle nuove opportunità create dall’ampliamento della partenership con gli Stati Uniti e ha commentato questioni politiche interne.

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Piano City Milano: Tigran, il famoso pianista armeno in un concerto esclusivo (Milanopost 01.04.26)

Piano City Milano: Tigran, il famoso pianista armeno in un concerto esclusivo

Il pianista internazionale TIGRAN sarà protagonista del concerto conclusivo di PIANO CITY MILANO, festival in programma dal 15 al 17 maggio a Milano. A inaugurare la 16a edizione sul Main Stage della GAM – Galleria d’Arte Moderna SOFIANE PAMART.

PIANO CITY MILANO
Al Main Stage della GAM – Galleria D’arte Moderna di Milano
due grandi nomi della scena internazionale

INAUGURAZIONE VENERDÌ 15 MAGGIO
SOFIANE PAMART

GRAN FINALE DOMENICA 17 MAGGIO
TIGRAN

Dal 15 al 17 maggio il pianoforte torna a essere protagonista a Milano con PIANO CITY MILANO, il festival diffuso che ridisegna la città attraverso la musica.

 Dopo l’annuncio dell’inaugurazione, affidata a Sofiane Pamart venerdì 15 maggio sul Main Stage della GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano, il protagonista del concerto conclusivo della sedicesima edizione del festival di pianoforte è TIGRAN, previsto per domenica 17 maggio sempre sul Main Stage della GAM – Galleria d’Arte Moderna di Milano.

 Considerato uno dei pianisti e compositori più originali della scena contemporanea, Tigran Hamasyan fonde jazz, rock progressivo e tradizione musicale armena in uno stile unico, capace di unire virtuosismo, improvvisazione e radici sonore. Acclamato a livello internazionale e vincitore di importanti premi, ha conquistato pubblico e critica con progetti che spaziano tra album, performance immersive e opere concettuali. Il nuovo album concettuale “The Bird of a Thousand Voices” (2024) unisce tradizione folklorica armena e influenze rock, ispirandosi a un antico racconto in cui un eroe è alla ricerca di un uccello mitico capace di riportare armonia nel mondo. Il progetto si estende anche a un’opera transmediale immersiva, tra musica dal vivo, teatro e installazioni.

Con la presenza dei due grandi protagonisti della scena pianistica internazionale, anche questa nuova edizione di Piano City Milano conferma la vocazione del festival a unire innovazione e tradizione, sperimentazione e condivisione, portando a Milano artisti capaci di dialogare con pubblici diversi e di ridefinire i confini del pianoforte contemporaneo. Guidato dalla direzione artistica di Ricciarda Belgiojoso e Titti Santiniil festival ha raccolto nel corso delle sue precedenti 15 edizioni un’importante eredità culturale e partecipativa, coinvolgendo centinaia di migliaia di persone e attirando un pubblico sempre più affezionato che ogni anno contribuisce in modo decisivo al suo successo.

Dal 2011 Piano City Milano ha inaugurato nuovi spazi, riaperto luoghi simbolici della cultura cittadina e promosso iniziative sociali in ospedali, case circondariali, centri di accoglienza e realtà del territorio, portandola musica oltre la tradizionale dimensione performativa.

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(ANSA) – MILANO, 31 MAR – Dal 15 al 17 maggio il pianoforte torna a essere protagonista a Milano con Piano City Milano, che sarà inaugurato da Sofiane Pamart venerdì 15 maggio sul Main Stage della Gam – Galleria d’Arte Moderna di Milano e chiuso nello stesso luogo, domenica 17 maggio, da Tigran.
Considerato uno dei pianisti e compositori più originali della scena contemporanea, Tigran Hamasyan fonde jazz, rock progressivo e tradizione musicale armena in uno stile unico, concentrato nel nuovo album concettuale “The Bird of a Thousand Voices” (2024), che unisce tradizione folklorica armena e influenze rock, ispirandosi a un antico racconto in cui un eroe è alla ricerca di un uccello mitico capace di riportare armonia nel mondo. (ANSA).

Ambasciata in Armenia commemora i 350 anni dalla nascita dell’abate Mechitar (Ansa 30.03.26)

Ambasciatore d’Italia a Jerevan, Alessandro Ferranti, ha partecipato al Museo di Letteratura e Arte alla presentazione della moneta commemorativa coniata dalla Banca Centrale armena per il 350° anniversario della nascita dell’Abate Mechitar di Sebaste, monaco e riformatore armeno del XVIII secolo, fondatore della Congregazione mechitarista e figura chiave del dialogo culturale tra Armenia e Italia.

Alla cerimonia è seguita l’inaugurazione di una mostra temporanea sulla storia e le opere della Congregazione a Venezia.
Nel suo intervento, l’Ambasciatore Ferranti ha sottolineato come l’eredità mechitarista, testimoniata dalla presenza della Congregazione nell’Isola di San Lazzaro a Venezia, continui a rappresentare un pilastro delle relazioni tra Italia e Armenia, rafforzando i legami culturali, accademici e spirituali tra i due Paesi.
Durante la cerimonia, la Banca Centrale ha donato al Museo la moneta ‘Mechitar di Sebaste – 350’

L’evento si è concluso con l’esecuzione di componimenti musicali dell’Abate Mechitar e con la prima del canto in italiano ‘Testamento’, composto da padre Vahan Hovhannesian.


Armenia: moneta commemorativa 350° nascita Abate Mechitar di Sebaste

30-03-2026 22:31 – Ambasciate
GD – Jerevan, 30 mar. 26 – Nel Museo di Letteratura e Arte di Jerevan, l’Ambasciatore italiano Alessandro Ferranti ha partecipato alla cerimonia di presentazione della moneta commemorativa, coniata dalla Banca Centrale della Repubblica d’Armenia, dedicata al 350° anniversario della nascita dell’Abate Mechitar di Sebaste, seguita dall’inaugurazione di una mostra temporanea sulla storia e le opere della Congregazione Mechitarista a Venezia.
L’evento ha visto la partecipazione, fra gli altri, dell’Arcivescovo Kevork Noradounguian, Ordinario per gli Armeni Cattolici in Armenia, del rappresentante della Banca Centrale Davit Nahapetyan, di esponenti della Congregazione Mechitarista e altri rappresentanti del mondo religioso e della cultura.
Nel suo discorso di apertura, la Direttrice del Museo, Syuzanna Khojamiryan, ha sottolineato il valore evocativo di tale celebrazione presso l’Istituzione da lei diretta, quale custode di preziosi documenti e archivi relativi alla Congregazione Mechitarista.
Un accento particolare è stato posto sul ruolo dell’Abate Mechitar quale figura chiave nel dialogo culturale tra Armenia e Italia. Nel suo intervento l’Ambasciatore Ferranti ha evidenziato come l’eredità mechitarista, vividamente testimoniata dalla storica presenza della Congregazione presso l’Isola di San Lazzaro a Venezia, rappresenti ancora oggi un pilastro delle relazioni bilaterali, rafforzando i legami culturali, accademici e spirituali tra i due Paesi.
Durante l’evento la Banca Centrale ha donato al Museo la moneta commemorativa “Mechitar di Sebaste – 350”, simbolo tangibile della memoria condivisa e del patrimonio culturale comune.
La cerimonia si è conclusa con l’esecuzione di tre componimenti musicali dell’Abate Mechitar e con l’esibizione in prima assoluta del canto in italiano “Testamento”, composto da Padre Vahan Hovhannesian.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio quadro di celebrazioni volte a valorizzare il ruolo storico della Congregazione Mechitarista come ponte tra Oriente e Occidente, riaffermando la profondità e la vitalità delle relazioni culturali tra Italia e Armenia.

Fonte: Ambasciata