Armenia: Concerto per 350° nascita Abate Mechitar di Sebaste (GiornaleDplomatico 11.02.26)

GD – Jerevan, 11 feb. 26 – Nella Sala di Musica da Camera Komitas, l’Orchestra da Camera Nazionale d’Armenia e il Coro da Camera Statale di Jerevan hanno tenuto un concerto congiunto in occasione del 350° anniversario della nascita dell’Abate Mechitar di Sebaste (1676–1749), eminente ecclesiastico, studioso, poeta e compositore armeno, nonché fondatore della Congregazione Mechitarista.
Nel suo discorso di apertura, l’Ambasciatore Alessandro Ferranti ha sottolineato non solo l’importanza storica e culturale della figura di Mechitar di Sebaste, ma anche il ruolo duraturo della Congregazione da lui fondata nel creare ponti tra popoli e tradizioni. Ha ricordato come l’opera dei Padri Mechitaristi abbia contribuito a rafforzare i legami tra Italia e Armenia, promuovendo nei secoli lo scambio culturale, la conservazione del patrimonio artistico e la diffusione della lingua e della letteratura armene. L’Isola di San Lazzaro, definita vero e proprio “angolo di Armenità” nella laguna veneta, rappresenta oggi un simbolo vivido e tangibile di questo dialogo, dove la memoria storica e l’eredità spirituale del grande ecclesiastico continuano a vivere attraverso la biblioteca di antichi manoscritti (la seconda collezione per importanza dopo quella custodita presso il prestigioso Museo del Matenadaran a Jerevan), i cui tesori artistici rendono l’isola un punto di incontro tra Oriente e Occidente.
L’evento musicale è stato diretto da Harutyun Arzumanyan, mentre Kristina Voskanyan ha curato la direzione artistica e la preparazione del coro. Il programma ha proposto opere dello stesso Mechitar e di altri maestri della musica sacra armena, tra cui p. Gabriel Ayvazovsky, p. Ghevond Alishan e p. Mesrop Janashian, rivelando la profondità della testimonianza e la ricchezza artistica della tradizione religiosa armena.
A trecentocinquant’anni dalla sua nascita, ricordiamo l’Abate Mechitar non solo come maestro e innovatore, ma anche come volano vivente di contatti e sincronie tra popoli e culture. Il suo lascito spirituale e intellettuale continua a ispirare, contribuendo a consolidare il dialogo di amicizia tra Italia e Armenia e perpetuando un legame culturale secolare, frutto di una storia costellata di affinità e momenti emblematici condivisi, che continua a generare spazi fecondi di incontro e cooperazione anche nella contemporaneità.

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Armenia: concerto per i 350 anni di Mechitar

Armenia: l’energia passa da Turchia e Azerbaijan (Assadakah 11.02.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – L’Armenia sta mettendo sul tavolo una delle partite più delicate e strategiche degli ultimi anni: la possibile sincronizzazione del proprio sistema elettrico con quello di quattro Paesi confinanti, Georgia, Iran, Turchia e Azerbaijan.

A dirlo, in conferenza stampa il 3 febbraio, è stato il ministro dell’Amministrazione territoriale e delle Infrastrutture David Khudatyan.

Khudatyan ha dichiarato che dal punto di vista tecnico non ci sarebbero ostacoli. La sincronizzazione sarebbe possibile con tutti e quattro i vicini.

Ma è qui che emerge il nodo reale. Parlare di rete energetica condivisa con Turchia e Azerbaijan significa aprire una porta politica enorme. Perché non si tratta soltanto di fili, kilovolt e scambi commerciali, ignifica discutere di dipendenza, stabilità, vulnerabilità e rapporti di forza.

Il ministro ha sottolineato che la sincronizzazione non avrebbe soltanto valore commerciale, ma aumenterebbe anche la stabilità del sistema elettrico armeno. In altre parole, l’Armenia cerca una rete più robusta e meno esposta, ma per ottenerla valuta anche connessioni con Paesi che, sul piano politico e storico, non sono esattamente “partner naturali”.

Khudatyan ha riferito che durante una visita in Turchia è stato stabilito che il processo è realizzabile dal punto di vista tecnico. Tuttavia, non esistono ancora tempi definiti né soluzioni operative già concordate.

Un modo, di fatto, per dire che il dossier è aperto ma resta altamente sensibile.

Sul fronte iraniano, il ministro ha ha fatto sapere che scorso anno l’Armenia avrebbe fornito elettricità stabile all’Iran ricevendo in cambio gas naturale.

Khudatyan ha però precisato che le reti non sono unificate, ma semplicemente interconnesse.

Nel frattempo, la linea elettrica Armenia–Iran da 400 kV risulta completata per circa l’85%, segno che qui non si parla più di ipotesi, ma di infrastruttura quasi pronta.

Con la Georgia, ha spiegato Khudatyan, ci sono progressi nelle gare d’appalto. Il ministro si è detto fiducioso che un contratto con i costruttori sarà firmato entro il 2026, con l’avvio dei lavori e la partecipazione di aziende internazionali.

Parallelamente, l’Armenia sta valutando il futuro del proprio settore nucleare. Secondo Khudatyan sono arrivate proposte per centrali nucleari modulari da: Russia, Stati Uniti,

Francia, Cina e Corea del Sud.

La scelta del modello non sarà immediata. Il ministro ha indicato come orizzonte decisionale il 2026 o 2027, spiegando che non bisogna affrettare i tempi perché servono ulteriori studi.

E soprattutto, a seconda del modello scelto, si deciderà anche con quale Paese collaborare.

Khudatyan ha ricordato che nel 2023 il governo armeno ha deciso di estendere la vita operativa dell’attuale centrale nucleare fino al 2036.
Anche il primo ministro Nikol Pashinyan ha già annunciato che, proprio dal 2036, l’Armenia punta a dotarsi di una centrale nucleare modulare, e che sono in corso discussioni con più Paesi.

Visita storica del vicepresidente degli Stati Uniti in Armenia: cosa ha portato (Notizie da Est 10.02.26)

La visita ufficiale del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance in Armenia è iniziata. È arrivato a Yerevan accompagnato dalla moglie, Usha Vance, e dai loro figli. Si prevede che si recherà in Azerbaigian il 10 febbraio.

Vance è l’autorità statunitense di livello più alto a visitare l’Armenia. Prima di lui, la visita statunitense di grado più alto fu quella della presidente della Camera Nancy Pelosi, che si recò a Yerevan nel settembre 2022.

Dopo un incontro bilaterale e successive trattative ampie, le parti hanno annunciato una serie di accordi. Il Primo Ministro Nikol Pashinyan e Vance hanno dichiarato che i negoziati si erano conclusi sul cosiddetto “123 Agreement” sull’uso pacifico dell’energia nucleare, e che l’Armenia avrebbe acquistato droni di ricognizione V-BAT di produzione statunitense.

Abbiamo approvato la vendita di droni di ricognizione per un valore di 11 milioni di dollari all’Armenia. Siamo fiduciosi che la pace che deve essere stabilita sarà sostenibile,” JD Vance ha dichiarato.

Il Primo Ministro Nikol Pashinyan, da parte sua, ha sottolineato che i droni V-BAT hanno già dimostrato la loro efficacia, aggiungendo che avrebbero fornito un contributo significativo al rafforzamento delle capacità difensive dell’Armenia.

Secondo il premier, gli Stati Uniti e l’Armenia hanno l’intenzione di sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa anche in altri ambiti, tra cui «l’estrazione e fornitura di minerali critici e terre rare».

La Embassy USA in Armenia ha descritto la visita di Vance come una “punto di svolta” nel partenariato tra i due paesi.

Anche gli analisti armeni hanno definito la visita storica, citando sia le sue dimensioni politiche che economiche. Sul fronte economico, tuttavia, gli accordi chiave erano stati raggiunti in precedenza, nell’agosto 2025, quando furono firmati a Washington memoranda di cooperazione che coprivano:

  • innovazione nell’IA e nei semiconduttori,
  • energia nucleare civile,
  • e la promozione di un progetto per sbloccare i collegamenti di trasporto regionali.

Prima della visita, molti si attendevano che Vance partecipasse alla cerimonia di lancio del progetto “Trump Route”. Pur non essendo stati comunicati in anticipo i dettagli della visita, né il vicepresidente statunitense né il primo ministro armeno hanno menzionato tale possibilità dopo i colloqui.

La “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) è un progetto stradale volto a collegare l’Azerbaigian con la sua enclave autonoma di Nakhchivan tramite territorio armeno. L’8 agosto, le parti hanno convenuto a Washington che la rotta rimarrà sotto il controllo sovrano dell’Armenia, con gli Stati Uniti che si uniranno al processo di sblocco come partner commerciali. Il progetto è stato successivamente ribattezzato la “Trump Route” dopo il mediatore.

“Una visita del vicepresidente degli Stati Uniti al confine armeno-iraniano [vicino a dove sarebbe passata la TRIPP] aumenterebbe le tensioni. Soprattutto, ci sono preoccupazioni di sicurezza. Non credo che ci sarà alcuna cerimonia di lancio,” ha detto Aram Sargsyan, leader del Partito Repubblicano.

  • Opinione: ‘L’Armenia sta ritornando nello spazio da cui è stata cacciata’
  • Opinione: ‘Le tariffe del 25% di Trump non saranno un onere importante per l’Armenia’
  • ‘Aumentare i legami con gli USA e l’UE non significa espellere la Russia’ — ministro degli Esteri armeno

Nikol Pashinyan e JD Vance firmano un documento sulla cooperazione nel campo dell’energia nucleare.

Le parti hanno annunciato la conclusione dei negoziati su un cosiddetto “123 Agreement” tra i governi di Armenia e gli Stati Uniti sulla cooperazione nel campo dell’energia nucleare civile.

“Questo accordo apre un nuovo capitolo nell’approfondimento della partnership energetica tra Armenia e Stati Uniti. Aiuterà a diversificare le risorse energetiche dell’Armenia e a promuovere l’introduzione di tecnologie sicure e innovative,” ha detto Pashinyan.

Secondo il vicepresidente degli Stati Uniti, l“Accordo 123” aprirà la strada a progetti futuri che coinvolgono aziende americane e armene, creerà molti posti di lavoro e garantirà sicurezza energetica e stabilità.

“Questo significa che i piccoli reattori modulari — tecnologie statunitensi — arriveranno in questo paese,” ha detto Vance.

Ha aggiunto che gli Stati Uniti raramente si sentono sufficientemente fiduciosi da esportare tali tecnologie in un altro paese.

Il governo armeno pianifica la costruzione di piccoli reattori modulari per sostituire l’unità operativa della centrale nucleare di Metsamor.

Negli ultimi giorni, il ministro dell’Amministrazione Territoriale e delle Infrastrutture dell’Armenia, David Khudatyan, ha dichiarato che la costruzione di centrali nucleari modulari è quasi ultimata in diversi paesi, tra cui stati europei, la Cina e gli Stati Uniti. Ha aggiunto che Yerevan prenderà una decisione finale nel 2027, una volta che tali impianti saranno stati testati.

Non è ancora stata presa alcuna decisione su con quale paese l’Armenia collaborerà al progetto. Tuttavia, nel 2024, il segretario del Consiglio di Sicurezza dell’Armenia Armen Grigoryan ha dichiarato che i negoziati sostanziali per la costruzione di una nuova centrale nucleare erano in corso specificamente con gli Stati Uniti.

“L’Armenia è ora nella sua posizione meno vulnerabile” – punti chiave del briefing di Pashinyan

Il primo ministro armeno ha introdotto un nuovo formato di comunicazione con i giornalisti — briefing settimanali di 60 minuti, in cui risponde alle domande sia su politica interna sia estera

«Sono orgoglioso di essere il primo vicepresidente degli Stati Uniti a visitare l’Armenia.»

«Quello che sta accadendo qui oggi è storico. Sono orgoglioso di essere il primo vicepresidente degli Stati Uniti a visitare questo paese», ha dichiarato JD Vance.

Ha sottolineato che l’Armenia e gli Stati Uniti stanno costruendo insieme non solo la pace, ma anche la prosperità, annunciando l’inizio di una nuova fase della partnership bilaterale.

Vance ha anche parlato dell’acquisto da parte dell’Armenia di unità di elaborazione grafica di prossima generazione da NVIDIA, leader globale nel settore, osservando che a differenza dell’Armenia, la maggior parte dei paesi del mondo non può contare su un simile accesso.

Ha toccato anche l’attuazione del progetto “Trump Route” (TRIPP), affermando che fornirebbe una connettività senza precedenti tra l’Armenia e i paesi vicini.

«Un nuovo mondo si aprirà per il commercio internazionale, il transito e i flussi di energia,” ha detto.

«Le relazioni Armenia–USA sono al loro massimo»

Nikol Pashinyan ha detto che i rapporti tra Yerevan e Washington sono “più forti che mai”, pur mantenendo un vasto potenziale per ulteriori sviluppi.

“Oggi siamo al punto più alto, ma l’attuazione dell’agenda concordata espanderà di molte volte la portata della nostra cooperazione.” 

Secondo Pashinyan, la visita di JD Vance a Yerevan si sta svolgendo in un contesto senza precedenti di pace e stabilità nel Sud Caucaso

“La visita è un passo chiave verso l’istituzionalizzazione della pace e l’espansione della partnership strategica tra Armenia e gli Stati Uniti.”

Pashinyan ha sottolineato che i suoi colloqui con Vance hanno riguardato:

  • prospettive per il pieno sblocco della regione,
  • progressi nelle relazioni Armenia–USA, in particolare nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie innovative,
  • la costante attuazione del progetto “Trump Route” (TRIPP).

«Questo programma [TRIPP], oltre a fornire seri dividendi di pace, avrà anche significato regionale e globale facilitando collegamenti senza ostacoli tra l’Occidente e l’Oriente,» ha enfatizzato Pashinyan.

La partecipazione degli Stati Uniti al progetto TRIPP raggiungerà il 74%, dicono Yerevan e Washington

L’Armenia concederà all’azienda incaricata della realizzazione del progetto diritti di costruzione per 49 anni. Se il periodo verrà esteso, la partecipazione dell’Armenia salirà dal 26% al 49% nei successivi 50 anni. Dettagli dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan

 

Mirzoyan on TRIPP implementation

 

Protesta per la liberazione degli armeni detenuti a Baku

Una protesta di armeni del Karabakh si è svolta davanti alla residenza presidenziale dove il vicepresidente degli Stati Uniti era riunito con il primo ministro armeno. I manifestanti hanno tenuto fotografie di connazionali condannati da un tribunale militare di Baku a lunghe pene, tra cui ergastoli. Gridavano: “Liberate gli ostaggi cristiani armeni.”

La questione dei prigionieri non è una questione di negoziazione politica. È una questione di diritti umani fondamentali e dignità,” hanno detto i manifestanti.

Protesters brought photographs of those they are calling to be released. Photo: CivilNet

Opinione: «Le condanne comminate agli armeni a Baku non si adattano all’agenda della pace»

Nonostante le condanne severe, gli esperti armeni affermano che alcuni detenuti potrebbero fare ritorno a casa. Tuttavia ritengono che l’Azerbaigian non abbia intenzione di restituire gli ex leader di Karabakh.

 

Verdict for former Karabakh leaders

 

Il viceministro degli Esteri spiega l’interesse per le risorse minerarie dell’Armenia

In vista della visita di JD Vance, il viceministro degli Esteri Vahan Kostanyan ha detto che si avrebbe atteso dichiarazioni su intelligenza artificiale, semiconduttori ed energia nucleare, aree concordate a Washington l’8 agosto 2025. Allo stesso tempo, ha affermato che una nuova agenda stava prendendo forma.

“Nuove aree di cooperazione si stanno identificando, sia nel campo della sicurezza sia in quello dei minerali critici.”

Ha parlato in particolare di una possibile cooperazione sui minerali “di vitale importanza per Washington”, sottolineando che ciò va oltre il rame:

“Dobbiamo condurre studi per capire quali di questi minerali sono presenti nel nostro sottosuolo. Speriamo che i nostri partner americani ci aiutino a identificare il potenziale del paese fornendo i loro database, nonché tramite ulteriori ricerche.”

Il US Geological Survey ha identificato 50 minerali come critici per la sicurezza nazionale ed economica degli Stati Uniti. Comprendono 17 elementi delle terre rare utilizzati in una vasta gamma di industrie, dai aerogeneratori ai telefoni intelligenti.

“Gli Stati Uniti sostengono sia l’Armenia sia l’Azerbaigian”: punto di vista di Yerevan

Secondo l’analista politico Areg Kochinyan, gli accordi bilaterali firmati alla Casa Bianca riducono la probabilità di un conflitto Armenia–Azerbaigian

 

Armenia–US memorandums published

 

«L’analista politico Robert Gevondyan ha detto:

«C’è insoddisfazione in Azerbaigian. L’ho osservata sia tra gli esperti sia tra i giornalisti.

Gli Azerbaijanis sono preoccupati che l’Armenia stia assicurando accordi strategici legati alla produzione di semiconduttori e allo sviluppo dell’energia nucleare. In cambio, l’Azerbaigian riceve alcuni beni, tra cui articoli militari. Eppure, molti in Azerbaigian ritengono che ciò sia insufficiente rispetto a quanto ottenuto dall’Armenia.

Questo malcontento è comprensibile, poiché la produzione, la costruzione di una centrale nucleare e progetti simili implicano uno sviluppo strategico a lungo termine, mentre la fornitura di determinati beni è un processo a tempo limitato», ha osservato Gevondyan.

Una potente fabbrica di intelligenza artificiale dovrebbe essere lanciata nel 2026. Un punto di vista degli esperti sulla cooperazione tecnologica con gli Stati Uniti, nonché sulle prospettive e i rischi dell’uso dell’IA.

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Vance contestato in Armenia, “Trump sostiene il diavolo”

Vance in Armenia annuncia accordo da “11 milioni” in tecnologia droni (Il Tempo)

Usa per la prima volta in Armenia, Vance promuove il corridoio commerciale dopo la pace con l’Azerbaigian

 

Manifestazioni anche in Russia nel conflitto armeno tra Chiesa e Stato (Asianews 10.02.26)

Nella città di Armavir un migliaio di armeni sono scesi in piazza con la fascia rossa al braccio per sostenere i vescovi e sacerdoti incarcerati nello scontro tra Pašinyan e la Chiesa apostolica. Iniziative a cui Mosca guarda con simpatia, preoccupata dalle iniziative filo-occidentali dell’attuale governo di Erevan che mettono in discussione il ruolo della Russia come tradizionale Paese-tutore.

Mosca (AsiaNews) – Tra il governo di Erevan, guidato dal premier Nikol Pašinyan, e la Chiesa apostolica armena guidata dal katholikos Karekin II è in corso un conflitto che si trascina ormai da più di un anno, e che non si limita al territorio dell’Armenia, ma si rende evidente anche in Russia. Nella città di Armavir della regione russa meridionale di Krasnodar un migliaio di persone hanno partecipato a una manifestazione di protesta contro la politica di Pašinyan, che ha intenzione di rimuovere il patriarca e “riformare la Chiesa”, ritenuta la vera nemica del popolo armeno con la dirigenza attuale “immorale e corrotta”.

I partecipanti al raduno di Armavir sono armeni che vivono in Russia, dove si erano rifugiati ancora negli anni ’90 in seguito alle fiammate di guerra civile successivi alla caduta dell’Unione Sovietica. Per molti armeni la Russia rimane il Paese-tutore dell’Armenia, avendola in parte salvata un secolo fa dal genocidio dei turchi, proteggendo il territorio attuale della repubblica armena e accogliendo tanti profughi armeni in seguito ai numerosi conflitti che si susseguono nelle terre caucasiche.

La protesta si è infatti concentrata intorno alla chiesa armena di Armavir, con la fascia rossa al braccio che simboleggia la sopravvivenza del popolo armeno e la sua lotta per l’indipendenza, lanciando un appello a “interrompere immediatamente ogni pressione sulla Chiesa apostolica, liberare i vescovi e sacerdoti incarcerati e rispettare l’autorità del patriarca di tutti gli armeni, il katholikos Karekin II”. Gli organizzatori hanno espresso l’intenzione di “difendere l’identità armena, e le fondamenta tradizionali della Chiesa, dalla politica distruttiva di Erevan”, rivolta ad Occidente e sempre più lontana dall’alleanza con i russi.

Uno dei leader della manifestazione era il deputato armeno dell’assemblea legislativa di Krasnodar, Armenjak Tozlan, che ha diffuso un video in cui afferma che “non possiamo rimanere indifferenti quando vediamo che si sta sottraendo la memoria storica del popolo armeno e i suoi simboli nazionali, distruggendo la sua unità”. Raduni analoghi si sono tenuti in tempi recenti anche a Mosca, San Pietroburgo, Soči e altre città, sempre richiamando gruppi numerosi della diaspora armena in Russia e con l’appoggio dei russi stessi, a cominciare dal clero della Chiesa ortodossa russa.

Su alcuni canali Telegram e siti social come Infoteka24 e Bagramyan26 sono peraltro state anche diffuse informazioni su minacce e pressioni esercitate per costringere gli armeni locali a partecipare a queste azioni di protesta. Nei giorni precedenti al raduno di Armavir vi sarebbero state telefonate con l’imposizione di presentarsi per evitare conseguenze spiacevoli, anche se nei reportage ufficiali di siti russi come RegnumJasno Novosti e Rambler non si fa accenno a queste circostanze, neanche nelle dichiarazioni dei partecipanti. La manifestazione è apparsa molto partecipata e con sincere espressioni di emozioni condivise, e assolutamente spontanea come del resto avviene spesso nella provincia del Kuban, una zona con grande concentrazione di armeni che si stringono intorno alle loro chiese, come centri dell’identità nazionale.

D’altra parte, oggi in Russia non è possibile organizzare manifestazioni pubbliche senza autorizzazioni da parte delle autorità, rilasciate a condizioni molto severe e con coordinamenti e scopi molto dettagliati, quindi non si può certo parlare di raduni del tutto spontanei o casuali. Oltre alla questione ecclesiastica, uno dei motivi per cui il regime putiniano appoggia le proteste armene è anche il processo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian, con l’apertura del “Corridoio Tripp” affidato agli americani, che esclude i russi dall’influsso diretto sul Caucaso meridionale. Il Cremlino ha molti motivi di irritazione nei confronti del governo di Nikol Pašinyan, che ha di fatto abbandonato l’alleanza militare eurasiatica Csto e vuole entrare nell’Unione europea, e la strumentalizzazione della polemica contro la Chiesa armena è un forte argomento per incitare la diaspora armena in Russia a difendere i “valori tradizionali nazionali” dell’Armenia, tra cui non deve mancare il riconoscimento della “cura paterna” di Mosca su Erevan.

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Opinione: Le condanne agli Armeni a Baku non rientrano nell’agenda per la pace (NotiziedaEst 07.02.26)

Il tribunale militare di Baku ha pronunciato condanne per i former leader della repubblica del Nagorno-Karabakh autoproclamata, fatto salvo per il ministro di Stato Ruben Vardanyan. L’Azerbaigian sta considerando il suo caso separatamente.

Il tribunale azero ha inflitto ergastoli all’ex presidente Arayik Harutyunyan, al comandante dell’Armata di Difesa Levon Mnatsakanyan, al vicesubcomandante David Manukyan, al presidente del parlamento Davit Ishkhanyan e al ministro degli Esteri Davit Babayan. Gli ex presidenti Arkady Ghukasyan e Bako Sahakyan hanno ricevuto condanne a 20 anni di carcere.

Baku ha rivolto pesanti capi di accusa a tutti i detenuti, che vanno dal terrorismo fino al genocidio. I funzionari hanno spiegato le condanne più lievi per Arkady Ghukasyan e Bako Sahakyan con l’età. Secondo la legge azera, i tribunali non infliggono ergastolo a persone oltre i 65 anni.

In Armenia, queste sentenze hanno suscitato una forte indignazione. Sono arrivate nel contesto di dichiarazioni sulla pace con l’Azerbaijan e dell’assegnazione del Premio Zayed per la Fratellanza Umana ai leader dei due paesi.

«Ricevi un premio, chiami a casa e dici: ‘Procedi e infliggi la condanna all’ergastolo’», ha scritto il giornalista Levon Barseghyan su Facebook. Il post è rapidamente diventato popolare sui social.

Gli attivisti per i diritti umani armeni affermano che i verdetti di Baku sono illegittimi. Sostengono che l’intero processo sia stato politico fin dall’inizio, più che legale.

«Dobbiamo usare le istituzioni internazionali per neutralizzare questi processi. Allo stesso tempo, queste decisioni non hanno molto peso per le autorità azere. Non possono creare ostacoli o impedire il ritorno di queste persone. Il ritorno di quattro detenuti armeni all’inizio dell’anno è un chiaro e significativo esempio,» ha dichiarato l’esperta di diritto internazionale Siranush Sahakyan, che rappresenta i detenuti armeni alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In generale, la popolazione in Armenia non vede la situazione come una strada senza uscita. Alcuni si aspettano che parte dei detenuti torni a casa durante la prossima visita del vicepresidente statunitense JD Vance a Yerevan e a Baku.

Due dozzine di organizzazioni per i diritti umani hanno rivolto appello al vicepresidente degli Stati Uniti. Gli hanno chiesto di contribuire a garantire la liberazione degli armeni tenuti a Baku.

«Chiediamo a lei e all’amministrazione USA di prendere misure per riunire al più presto gli armeni detenuti con le loro famiglie. Crediamo che possiate risolvere questa questione umanitaria e porre fine alla sofferenza di queste famiglie,» si legge nel comunicato.

A Baku, il tribunale ha inoltre inflitto condanne ad altri otto armeni. Madat Babayan e Melikset Pashayan hanno ricevuto 19 anni di prigione. Garik Martirosyan 18 anni. Levon Balayan e David Alaverdyan 16 anni. Vasil Beglaryan, Gurgen Stepanyan ed Erik Ghazaryan hanno ricevuto condanne di 15 anni.

Il rapporto contiene anche ulteriori dettagli sugli armeni detenuti in Azerbaigian, una dichiarazione di rappresentanti della società civile armena, opinioni di esperti sui verdetti e reazioni degli utenti sui social media.

  • Il tribunale azero accusa i rimanenti armeni del Karabakh di terrorismo
  • «Udienze trasformate in farsa»: Ruben Vardanyan lascia l’avvocato
  • Dialoghi Armenia-Azerbaijan: pubblicati i documenti sull’accordo sul Karabakh

Quattro dei 23 detenuti trattenuti a Baku sono stati restituiti all’Armenia quest’anno

Secondo i dati ufficiali, 23 persone sono state trattenute in Azerbaigian. Quattro di loro — David Davtyan, Gevorg Sujyan, Vigen Euljekjian e Vagif Khachatryan — sono arrivate in Armenia il 14 gennaio.

Yerevan e Baku hanno descritto il loro ritorno come un «risultato pratico della pace stabilita». Tuttavia, nello stesso giorno, l’Armenia ha consegnato due cittadini siriani alla Siria. Avevano combattuto come mercenari dalla parte azera. Yousef Alaabet al-Haji e Mukhrab Muhammad al-Shkheri hanno partecipato alla guerra di Karabakh di 44 giorni nel 2020.

I tribunali armeni hanno inflitto ergastolo a entrambi gli uomini. I pubblici ministeri hanno accusato i mercenari di reati gravissimi, tra cui terrorismo internazionale e violazioni del diritto internazionale umanitario.

I media locali hanno riferito che i detenuti armeni sono tornati in cambio dei mercenari siriani. Il primo ministro Nikol Pashinyan ha fortemente negato questa voce.

«Stiamo lavorando per rafforzare ulteriormente i rapporti con la Siria. Speriamo che questa decisione, amichevole verso la Siria, possa creare un clima più favorevole per la comunità armena lì», ha detto.

Attualmente, 19 persone restano a Baku, otto di esse sono ex leader del Karabakh.

Nell’agosto 2025, dopo il vertice per la pace a Washington, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump di aiutare a garantire il ritorno degli armeni da Baku. Trump ha promesso di parlare con il presidente dell’Azerbaigian.

Quattro armeni etnici detenuti in Azerbaigian consegnati all’Armenia

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha scritto che non sono stati identificati problemi di salute in tre individui, mentre il quarto è in condizioni soddisfacenti.

“È necessaria assistenza urgente”: dichiarazione delle ONG armene

«Processi giudiziari falsi e montati hanno prodotto ergastoli e lunghi termini detentivi che non si conciliano con l’agenda della pace,» si legge in una dichiarazione di 20 ONG armene.

I rappresentanti della società civile ritengono che Baku non intenda restituire i funzionari del Karabakh. Dicono che le dichiarazioni delle autorità azere puntino in quella direzione.

Le ONG che hanno firmato la dichiarazione chiedono al vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance di aiutare a garantire la liberazione dei cristiani imprigionati. Sostengono che «è necessaria un’assistenza urgente».

La dichiarazione afferma che l’amministrazione USA attuale ribadisce il proprio impegno per i diritti umani.

«Il presidente Trump ha evidenziato l’importanza di proteggere i cristiani perseguitati durante la sua campagna elettorale. Crediamo che l’amministrazione statunitense possa svolgere un ruolo importante nel liberare i cristiani armeni detenuti a Baku.»

I gruppi per i diritti umani affermano che il loro ritorno è una questione umanitaria importante per la società armena. Sostengono anche che il rilascio dei detenuti rafforzerebbe il processo di pace e contribuirebbe a creare fiducia.

‘I loro unici difetti sono essere Armeni’: il Parlamento Europeo esorta Baku a liberare i prigionieri

523 deputati europei hanno votato a favore della risoluzione che chiede la liberazione immediata dei prigionieri armeni

 

European Parliament resolution on Armenian prisoners in Baku

 

L’esperta di diritto internazionale Siranush Sahakyan afferma che le condanne emesse dal tribunale militare di Baku erano prevedibili.

«Hanno spostato le decisioni politiche a livello giudiziario. In realtà, è stata una perseguizione di coloro che hanno attuato il diritto dell’Artsakh all’autodeterminazione.»

Sahakyan descrive le udienze come azioni punitive dimostrative. Osserva che le udienze si sono svolte a porte chiuse e mancavano di trasparenza. I partner internazionali non hanno avuto l’opportunità di osservarle.

L’esperta afferma che il ritorno di coloro che sono stati condannati è possibile se «gli attori coinvolti esercitano una pressione sufficiente per assicurare il loro rilascio». Quanto ai formeri leader del Karabakh, ritiene che le autorità azere ritarderanno il loro ritorno.

«L’amministrazione militare e politica tornerà dopo che altre categorie di detenuti armeni saranno liberate. Lo considero possibile all’interno del processo di pace, perché una situazione in cui la questione dei prigionieri rimane irrisolta mentre la pace viene dichiarata è innaturale e contraddittoria sistemicamente.»

Sahakyan aggiunge anche che le condanne non sono ancora entrate in vigore.

«Sappiamo che l’ufficio del difensore pubblico presenterà ricorso formale. Quindi non prevediamo alcun cambiamento nel loro luogo di detenzione nei prossimi mesi. Dopo di che, vedremo.»

Allo stesso tempo, afferma che la questione del ritorno dei detenuti deve essere sollevata nelle istituzioni internazionali.

‘Aggiornamento sulla escalation militare non probabile, ma i rischi restano’ — rapporto del Servizio di Intelligence Estera Armena

Il Servizio di Intelligence Estera dell’Armenia vede rischi nell’aumento della spesa militare dell’Azerbaigian e nella promozione da parte di Baku di una narrazione sul «ritorno degli Azerbaigiani occidentali» nel territorio armeno. Questo rientra tra le prospettive dell’ente per il 2026.

 

Armenia intelligence report: 2026 outlook

 

«Un altro segnale che l’Azerbaigian non intende fare pace con l’Armenia. Sullo sfondo della cerimonia del premio per la pace ad Abu Dhabi per i leader di Armenia e Azerbaijan, queste sentenze mostruose mostrano un cinico disprezzo per il popolo armeno e per il mondo civilizzato intero.»

«Stiamo nuotando in un ‘mare di pace’, mentre il tribunale di Baku infligge ergastoli ai nostri connazionali.»

«Mentre si fingono in pace, raccolgono medaglie, cantano e danzano, le persone ricevono ergastoli o 20 anni di prigionia. Che fine ha fatto la promessa che ‘i ragazzi avrebbero aspettato solo due mesi’? Quante duemesi sono già trascorsi?»

«Quando Baku infligge ergastoli agli Armeni, questo non è giustizia. Questo non è pace. Questa è la regola del potere. È questa la vostra Azerbaijan ‘fraterna’, ‘amica della pace’? È questa l’umanità di Europa, America, Russia e della comunità internazionale nel suo insieme? Dov’è la comunità internazionale?»

«Il mio cuore si spezza per questa impotenza e ingiustizia.»

Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante

I media armeni riferiscono che i leader di Armenia e Azerbaigian riceveranno ciascuno un milione di dollari. Hanno tenuto un colloquio bilaterale prima della cerimonia di premiazione. Dettagli completi

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Perché gli Stati Uniti tornano nel Caucaso: la visita di Vance in Armenia e Azerbaigian (Euronews 05.02.26)

Il viaggio di JD Vance in Armenia e Azerbaigian sottolinea la rinnovata attenzione degli Stati Uniti per la pace nel Caucaso meridionale e le ambizioni commerciali e digitali del corridoio TRIPP

Il Caucaso meridionale torna al centro della geopolitica globale. Lunedì il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance sarà in Armenia, seguito da una visita in Azerbaigian prevista entro la fine del mese. Non si tratta di una semplice missione diplomatica, ma del segnale che Washington intende rafforzare la propria presenza in una delle regioni più sensibili dello spazio euroasiatico, dove si incrociano gli interessi di Russia, Iran, Turchia, Unione europea e Cina.

Per gli Stati Uniti, il Caucaso non è solo una zona di confine tra ex impero sovietico e Medio Oriente, ma un nodo strategico per il controllo delle rotte energetiche, commerciali e digitali che collegano l’Asia centrale all’Europa, aggirando Mosca e Teheran.

Un vuoto di potere dopo la guerra in Ucraina

La rinnovata attenzione americana arriva in un momento chiave. La Russia, tradizionale garante dell’equilibrio regionale, è sempre più assorbita dalla guerra in Ucraina e ha ridotto la propria capacità di influenza diretta nel Caucaso. Questo ha aperto spazi diplomatici che Washington tenta ora di occupare, sostenendo un quadro di pace tra Armenia e Azerbaigian facilitato dagli Stati Uniti nell’agosto 2025.

L’accordo tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev rappresenta una svolta dopo decenni di conflitto, in particolare sul Nagorno-Karabakh. Ma soprattutto segna un cambiamento di regia: per la prima volta, Mosca non è il mediatore centrale.

“La visita di Vance è un segnale dello slancio degli Stati Uniti verso l’attuazione concreta del quadro di pace del 2025”, spiega Tihomira Kostova, analista senior del Centro per lo studio della democrazia. Un impegno che va ben oltre la stabilizzazione militare.

Il corridoio TRIPP: aggirare Russia e Iran

Al cuore della strategia americana c’è il Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), un corridoio che dovrebbe attraversare l’Armenia collegando l’exclave azera di Nakhchivan con il resto dell’Azerbaigian. In termini geopolitici, si tratta di una potenziale nuova arteria est-ovest capace di ridisegnare le mappe dei flussi regionali.

Il TRIPP consentirebbe il transito di merci, energia e dati digitali lungo una direttrice che collega Asia centrale, Caucaso ed Europa senza passare né dalla Russia né dall’Iran. Un obiettivo strategico per Washington e per i partner europei, alla ricerca di catene di approvvigionamento più sicure e diversificate.

L’Azerbaigian è già un attore chiave per la sicurezza energetica europea grazie al Corridoio meridionale del gas. Ma la partita oggi non riguarda solo gli idrocarburi. Secondo Nargiz Mammadova, analista del centro STEM di Baku, il TRIPP è pensato come una piattaforma integrata.

“Non è solo un corridoio di trasporto”, spiega. “La digitalizzazione e l’uso di tecnologie avanzate lungo tutto il percorso saranno essenziali per il suo impatto a lungo termine”. L’obiettivo è creare un’infrastruttura in grado di sostenere anche flussi di dati e servizi digitali, rafforzando l’influenza tecnologica occidentale nella regione.

I rischi: sanzioni, instabilità e competizione tra potenze

L’apertura di nuove rotte comporta però anche rischi significativi. Il Caucaso meridionale ha precedenti di evasione delle sanzioni e flussi finanziari illeciti. Secondo Kostova, l’Armenia è emersa come hub di riesportazione verso la Russia di beni a duplice uso soggetti a restrizioni occidentali.

“Una maggiore connettività potrebbe amplificare queste vulnerabilità se non strettamente controllata”, avverte l’analista, sottolineando la necessità di un coordinamento stretto tra Stati Uniti e Unione europea. Senza una governance solida, il corridoio rischia di diventare un punto debole invece che un vantaggio strategico.

Perché interessa anche l’Europa

Per l’Unione europea, il Caucaso è sempre meno periferia e sempre più frontiera strategica. Le nuove rotte di trasporto possono ridurre la dipendenza da Mosca, facilitare l’accesso ai mercati dell’Asia centrale e rafforzare la resilienza energetica e digitale del continente.

La visita di JD Vance indica che gli Stati Uniti vogliono guidare questo processo, consolidando la propria influenza in una regione contesa e lasciata a lungo ai margini della politica occidentale. Una mossa che potrebbe ridefinire gli equilibri nel “grande gioco” euroasiatico – e che difficilmente passerà inosservata a Mosca, Teheran e Pechino.

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Un premio alla pace all’istruzione e all’impegno umanitario (Osservatore Romano e altri 05.02.26)

Le delegazioni delle Repubbliche di Armenia e e Azerbaigian hanno ricevuto ieri pomeriggio, mercoledì 4 febbraio, presso il “Founders Memorial” di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti, il Premio Zayed per la Fratellanza Umana 2026. La Commissione giudicante ha voluto riconoscere l’importanza dell’accordo di pace firmato dai due Paesi caucasici lo scorso 8 agosto a Washington, capitale degli Stati Uniti d’America. Hanno ricevuto il riconoscimento internazionale anche l’attivista per l’istruzione delle ragazze afghane, Zarqa Yaftali, e l’organizzazione non-profit palestinese Taawon.

Creato nel 2019 e giunto alla settima edizione, il Premio è assegnato da una Commissione internazionale, di cui fa parte anche il cardinale José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’educazione.

Ritirando il premio a nome dell’Azerbaigian, il presidente Ilham Aliyev ha ricordato come esso porti il nome dello sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, fondatore degli Emirati Arabi Uniti, e sia sostenuto da Leone XIV e dal Grande Imam di Al-Azhar, lo sceicco Ahmed Al-Tayeb.

Rievocando oltre tre decenni di conflitto tra Armenia e Azerbaigian, il presidente Aliyev ha affermato che gli ultimi sei mesi hanno segnato un nuovo capitolo per entrambi i Paesi. «Stiamo imparando a vivere in pace. Posso dirvi che è una sensazione speciale», ha commentato.

«Il nostro esempio dimostra che la pace è possibile nonostante conflitti duraturi, sofferenze e diffidenza». E lo è «quando c’è una forte volontà politica da entrambe le parti», ha aggiunto.

Da parte sua il Primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha parlato di «un grande onore», osservando che il Premio è stato istituito in seguito allo storico Documento sulla Fratellanza Umana firmato congiuntamente da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar il 4 febbraio 2019. Ha affermato che ciò simboleggia il sostegno dei mondi musulmano e cristiano alla pace tra Armenia e Azerbaigian. Il primo ministro ha quindi chiarito che il riconoscimento appartiene ai popoli di entrambi i Paesi e lo ha perciò dedicato «a ogni armeno e azero che ha osato sperare nella pace, unico sollievo per tutti e la più grande forma di rispetto per le vittime».

Di Zarqa Yaftali è stato riconosciuto l’impegno di lunga data nella difesa del diritto all’istruzione per le ragazze e le donne in Afghanistan. Nel suo discorso alla cerimonia, ella ha definito il premio «una profonda responsabilità». «Con umiltà» lo ha quindi dedicato alle donne e alle ragazze afghane che continuano a lottare per i propri diritti. Yaftali ha ricordato che solo fino a pochi anni fa le giovani frequentavano liberamente la scuola e le donne erano attive nella vita pubblica, anche nei settori dell’istruzione, dei media e della giustizia. «Oggi, la realtà si è ribaltata», ha denunciato.

Infine l’organizzazione non-profit Taawon è stata premiata per il lavoro umanitario e di sviluppo a favore di oltre un milione di palestinesi, in particolare a Gaza e nei campi profughi in Libano.

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Pashinyan e Aliyev ricevono il Premio Zayed per gli sforzi di pace: perché è importante (Notizie da Est)


Il Premio Zayed e il messaggio del Papa sulla fraternità umana. Leone XIV riconosce gli sforzi di pace tra Azebaigian e Armenia e auspica collaborazione e dialogo per la Palestina (Chiara Lonardo) (Faro di Roma)


Come la pace tra Armenia e Azerbaigian trasformerà il Caucaso

 

Armenia: amb. Ferranti al Teatro Nazionale Accademico Armeno dell’Opera e del Balletto (Giornalediplomatico 04.02.26)

GD – Jerevan, 4 feb. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato in visita al Teatro Nazionale Accademico Armeno dell’Opera e del Balletto di Jerevan, dove è stato accolto dal direttore, maestro Karen Durgaryan.
L’incontro ha confermato l’avvio di una proficua collaborazione artistica e culturale tra il Teatro armeno e l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, che troverà compimento nella messa in scena dell’opera I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, in programma il 27 marzo. La produzione sarà curata da un team interamente italiano composto da Mario Acampa (regia), Eleonora Peronetti (scenografia) e Chiara Amaltea-Ciarelli (costumi), giovani artisti già affermati nel panorama internazionale.
Nel corso del colloquio è stato altresì sottolineato il valore del memorandum di collaborazione concluso tra il Teatro Nazionale Accademico dell’Opera e del Balletto di Armenia e l’Accademia del Teatro alla Scala, che prevede programmi strutturati di scambio e cooperazione tra artisti dei due Paesi. All’incontro, quale vivida testimonianza e feconda espressione delle opportunità offerte dalla nuova cornice di partenariato istituzionale, hanno partecipato anche l’oboista Lia Scalas e la ballerina Sofia Pagani, recentemente entrate a far parte, quali prime artiste italiane in assoluto, rispettivamente dell’Orchestra e del Corpo di Ballo del Teatro armeno.
Il mestro Durgaryan ha colto l’occasione per illustrare all’amb. Ferranti le principali attività del teatro, le produzioni realizzate e i progetti futuri che potranno essere sviluppati in collaborazione con le controparti italiane, tra i quali l’opera Otello.
Al termine dell’incontro, le parti hanno espresso reciproco apprezzamento per la collaborazione in corso, confermando l’impegno congiunto a traguardare e promuovere lo sviluppo delle relazioni culturali tra Armenia e Italia anche attraverso il linguaggio universale della musica, dell’opera e della danza.

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San Biagio, 3 febbraio 2026/ Oggi si ricorda il vescovo martire protettore della gola e Patrono di Bronte (Il Sussidiario 03.02.26)

San Biagio fu un vescovo armeno, precedentemente medico, che morì martire. È protettore della gola: scopriamo come nasce la leggenda del miracolo

San Biagio: protettore dei malanni della gola

San Biagio di Sebaste è ricordato dalla Chiesa il 3 febbraio. Fu un medico armeno che divenne poi vescovo e compì il celebre miracolo della spina di pesce tolta dalla gola di un bambino. Per questo viene invocato per il mal di gola e le patologie che la affliggono.

Biagio nacque nel III secolo in Armenia, a Sebaste e si impegnò negli studi di medicina, curando il corpo ma anche l’animo, grazie alle sue dolci par

Da amante della vita religiosa e geloso della sua stessa purezza, in procinto di entrare in monastero, Biagio fu designato vescovo della sua città natale.

Il preside romano Gneo Giulio Agricola, che insieme a Lisia attuava i decreti persecutori contro i cristiani per volere di Licinio e ancor prima di Diocleziano, sentì parlare dello zelo e della personalità di Biagio e gli diede la caccia. Il vescovo però si rifugiò in una grotta, così da non far mancare una guida ai suoi fedeli.

Un giorno però dei soldati che cacciavano gli animali da utilizzare nei giochi dell’anfiteatro lo trovarono, arrestandolo. Lungo la strada per arrivare a Sebaste, il popolo colse ad acclamarlo e una donna gli si avvicinò con suo figlio morente tra le braccia che rischiava di soffocare per aver ingoiato una spina di pesce: Biagio allora lo benedisse, fece il segno della croce e il bimbo miracolosamente guarì.

Alla fine Biagio si presentò al cospetto di Agricola, confermandogli l’esistenza di un solo Dio creatore del mondo: il romano lo fece picchiare e incarcerare e, dopo averlo ancora interrogato, ordinò che le sue carni fossero lacerate con uncini in ferro e poi che fosse appeso a un albero.

Agricola ne decretò la morte per annegamento nel lago, ma Biagio ne riemerse incolume, camminando sulle acque: allora ne fu decisa la decapitazione nell’anno 316 e fu sepolto nella Cattedrale di Sebaste, con le sue reliquie sparse nel mondo.

Le celebrazioni per San Biagio e il Patronato di Bronte

Il 3 febbraio San Biagio è festeggiato a Bronte, in Sicilia, con il simulacro portato in processione partendo dalla Chiesa di San Sebastiano, a seguito della quale avviene la benedizione delle gole di tutti i fedeli.

Anche a Carsano la statua del santo è portata in processione, con annessa consegna al santo delle chiavi e organizzazioni di spettacoli musicali folkloristici; sempre in Puglia, a Ruvo di Puglia, dopo il corteo religioso, viene fatto volare un grande pallone aerostatico, mentre a Ostuni i fedeli raggiungono all’alba e a piedi il Santuario rupestre, dove si trova l’Obelisco di San Biagio presso il quale il parroco benedice le gole.

Maratea, in Basilicata, la processione parte dallo scenografico Santuario di San Biagio e arriva nel centro storico, con il simulacro coperto da un drappo rosso.

San Biagio è patrono di Bronte, borgo catanese situato alle falde dell’Etna e nel cuore del Parco dei Nebrodi: il paese, legato secondo la leggenda al ciclope Bronte figlio di Nettuno, è stato possedimento dell’ammiraglio Horatio Nelson, che ebbe in dono da Ferdinando I anche l’Abbazia di Santa Maria di Maniace, di cui sono ancora oggi visibili il giardino, le torri, la cappella, gli appartamenti e la cinta muraria.

Passeggiando nel centro storico arabeggiante di Bronte si scorgono la facciata barocca della Chiesa della Santissima Trinità, una delle 32 chiese del paese dentro la quale sono conservati un crocifisso cinquecentesco e un fonte battesimale del 1641.

Tra i più bei edifici di Bronte c’è, in Piazza Spedalieri, il Real Collegio Capizzi, fondato nel ‘700 da un sacerdote con lo scopo di dare istruzione ai giovani di Bronte.

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San Biagio, l’ospedale celebra il suo patrono

Pashinyan e la guerra contro la Chiesa Apostolica Armena, Catholicos Karekin II ne chiese dimissioni per perdita Nagorno Karabakh (Il Giornale d’Italia 03.02.26)

Il conflitto tra il governo e la Chiesa apostolica armena, è aumentato di intensità. A gennaio Nikol Pashinyan ha attaccato la Chiesa, in modo molto pesante, usando le piattaforme europee. I rapporti tra le due istituzioni, hanno cominciato a deteriorarsi la scorsa estate. Il motivo formale è stato il rinnovato confronto tra Pashinyan e il Catholicos Karekin II, che in precedenza aveva chiesto le dimissioni del primo ministro a causa della perdita del Nagorno Karabakh. Karekin è da diversi anni in rapporti non buoni con il premier armeno, ma ora la guerra tra loro è diventata pubblica. Nel luglio 2025, Pashinyan annunciò di aver sviluppato un piano per rimuovere il Catholicos dal ruolo di primate della Chiesa armena e disse ai fedeli di prepararsi all’espulsione del patriarca dalla sua residenza a Etchmiadzin. Pashinyan aveva addirittura accusato falsamente Karekin II di aver violato il celibato e di avere una figlia e che quindi avrebbe dovuto dimettersi. Il primo ministro propose anche la creazione di una commissione per rimuovere Karekin II e rivedere la libertà decisionale della Chiesa, di modo che fosse lo stato ad avere il controllo sull’istituzione religiosa. In poche parole, Pashinyan vorrebbe creare una chiesa controllata dallo stato. Non è difficile comprendere la posizione di Pashinyan, la Chiesa è un istituzione molto influente nella società, per questo il governo sta facendo di tutto per privarla della sua autorità, agli occhi del popolo armeno. A giugno con l’accusa di aver organizzato un colpo di stato, è stati arrestato l’arcivescovo Bagrat, insieme ad alcuni suoi sostenitori.

L’arcivescovo Bagrat era alla guida di un movimento popolare, che aveva organizzato massicce proteste a Erevan contro il Primo Ministro Nikol Pashinyan, contestando la cessione di alcuni villaggi di confine all’Azerbaigian. Ad Erevan scesero in piazza decine di migliaia di persone e ciò deve avere impaurito non poco Pashinyan. Il governo messo all’angolo disse che questa iniziativa, era una cospirazione russa e iniziò ad attaccare le istituzioni religiose. La Chiesa armena considera invece questi arresti, come l’esempio lampante della persecuzione politica in atto. Del resto non sono mai state trovate prove di un coinvolgimento russo e lo stesso Cremlino ha sempre definito gli scontri di Pashinyan con la Chiesa apostolica, una questione interna. Ma trovandosi all’angolo ed in cerca di protezione internazionale, Pashinyan ha puntato sull’isteria anti-russa. Effettivamente gli attacchi di Pashinyan alla Chiesa Apostolica, ricorda un pò lo scenario ucraino. Del resto a Kiev la persecuzione alla Chiesa Ortodossa Canonica, è iniziata proprio con etichette politiche e accuse di slealtà e collusione con Mosca. In Ucraina oggi la Chiesa Ortodossa Canonica è perseguitata, proprio perchè non si è piegata allo stato, volendo mantenere una propria indipendenza. Sembra che il leader armeno voglia seguire la stessa strada e viene da pensare che dietro ci sia un unica regia. In una prospettiva più ampia, stiamo generalmente parlando dell’indebolimento dell’Ortodossia canonica, che è una delle principali istituzioni in cui il popolo si identifica. In poche parole, si vuole privare i credenti delle loro radici spirituali, ricorrendo alla minaccia russa, ma lo scopo è invece quello di avere una Chiesa sottomessa alle esigenze del governo. Sia la situazione ucraina, che quella armena, hanno una logica comune e la pressione sulla Chiesa e sui suoi leader spirituali, non viene presentata come un attacco alla fede, ma come una lotta contro una cospirazione. Questa è proprio la strada che ha intrapreso il primo ministro Pashinyan.

Per questo ad inizio anno il governo ha deciso di chiudere il canale televisivo della chiesa “Shoghakat“. La base per questo passo, è stata la modifica alla legge sui media audiovisivi, adottata dal parlamento nell’ottobre 2025. Il canale televisivo Shokagat era il canale ufficiale della Chiesa Apostolica Armena e aveva la licenza di trasmissione dal 2002. Ma Pashinyan ha paura della voce della Chiesa, che conservando la propria indipendenza e godendo di un forte sostegno all’interno della società, aveva fortemente criticato l’operato del governo. Così è stato deciso di tapparle la bocca, proprio come le “voci nemiche” venivano
soppresse sotto l’URSS. Non è invece ammissibile che un governo che si considera democratico e vuole avvicinarsi all’Europa, usi la censura per limitare il diritto di libertà religiosa. Ma stranamente, non si osserva alcuna reazione da parte delle organizzazioni per i diritti umani europei. Al contrario, l’Europa nelle sue piattaforme politiche, ha permesso alle autorità armene, di attaccare pubblicamente la Chiesa. Recentemente la delegazione armena, ha attaccato duramente la Chiesa durante la sessione plenaria dell’APCE del 28 gennaio 2026. Il Ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha accusato la Chiesa di una “possibile” cospirazione contro il governo. Ha negato la persecuzione ed ha giustificato gli arresti dei religiosi, sostenendo che alcuni membri del clero avevano rivolto appelli pubblici all’omicidio (incluso uno diretto a lui personalmente) e avevano incitato alla rimozione violenta del governo democraticamente eletto, avrebbero tentato di compiere un colpo di stato. Ha inquadrato lo scontro nel contesto delle “minacce ibride” e dei tentativi di forze esterne di destabilizzare il Paese attraverso la disinformazione, difendendo la scelta dell’Armenia per un percorso democratico sovrano. Questo è invece un esempio lampante di pressione senza tante cerimonie sulla Chiesa e del disprezzo per i diritti fondamentali dei credenti. A Bruxelles, non si è potuta sentire invece l’altra campana, che denuncia pressioni e una persecuzione senza precedenti, come non si vedeva dal periodo sovietico. Al momento con accuse prettamente politiche, sono addirittura quattro gli alti prelati della Chiesa Apostolica Armena, che si trovano in carcere. Sono in molti in Armenia a ritenere che la persecuzione della Chiesa sia solo un modo per intimidirla e obbligarla a seguire una linea filo governativa, per questo tra il popolo il sostegno rimane alto. Ma la persecuzione non si è manifestata solo con l’arresto dei vescovi, ma anche con le minacce a chiunque pubblicamente, prenda le loro parti. Sono state effettuate anche pressioni sugli avvocati dei vescovi incarcerati e sul mecenate Samvel Karapetyan, che si è battuto pubblicamente per i diritti del clero. Davanti all’Assemblea Parlamentare Europea, i rappresentanti armeni non si sono vergognati a sostenere, che stanno combattendo una delle più antiche organizzazioni religiose, con dichiarazioni volte a minare l’autorità dei leader della chiesa, così contraddicendo i principi della libertà di religione, che almeno sulla carta, dovrebbero essere alla base dei valori europei. Vale la pena ricordare che il primo ministro Nikol Pashinyan sta cercando attivamente il riavvicinamento all’UE, nel 2025, il parlamento armeno ha adottato un disegno di legge per avviare il processo di adesione all’Unione Europea. Ma allo stesso tempo, le autorità del paese violano apertamente le norme democratiche, cercando di creare una chiesa controllata e di indebolire il suo ruolo come centro spirituale per il popolo armeno.

Di Simone Lanza

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In Armenia, lo Stato e l’Ortodossia si stanno lacerando a vicenda

Armenia: scontro tra lo Stato e la Chiesa Apostolica mette a rischio la stabilità nazionale