Sinossi: Da bambino, Charlie è riuscito a sfuggire al genocidio armeno nascondendosi in un baule diretto negli Stati Uniti. Divenuto adulto, torna in Armenia ma si deve scontrare con la dura realtà del comunismo sovietico sotto Stalin. Una notte viene ingiustamente arrestato e recluso in un campo di lavoro. Dalla finestra della sua cella però riesce a osservare quello che avviene nell’appartamento di fronte, dove abita una guardia carceraria. Quella finestra sarà una via di fuga emotiva che gli darà la speranza e la forza di lottare.
Regia: Michael A. Goorjian
Cast: Michael A. Goorjian, Hovik Keuchkerian, Nelli Uvarova
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-19 19:18:372026-04-22 19:19:31Amerikatsi Venerdì 24 aprile in prima serata (Tv2000 19.04.26)
«La popolazione è allo stremo. Ad una crisi economica pesantissima si è aggiunta la guerra, che ha portato all’emergenza di cibo, acqua e medicinali». Traccia una linea drammatica sulla mappa della fu «Svizzera del Medioriente» Raphael Bedros XXI Minassian, patriarca della Chiesa cattolica armena di Cilicia proprio in Libano. Di passaggio a Brescia dopo la partecipazione ad una celebrazione con Papa Leone XIV a Roma, commenta la tregua di dieci giorni appena siglata tra Libano e Israele.
Le speranze
«Speriamo tutti che possa durare, ma analizzando la situazione internazionale la fiducia di una tregua definitiva è minima. Viviamo nella speranza di poter trovare un dialogo, soprattutto perché stiamo parlando di Paesi e di popoli vicini. Ma serve un linguaggio diverso, di vicinanza, serve rispetto reciproco».
Nel Paese dei cedri la gente in pochi anni ha perso prima tutti i risparmi di una vita nelle banche e poi ha iniziato a morire colpita dalle bombe che cadevano dal cielo – di giorno e di notte.
«E nonostante questo tutto il popolo libanese rimane ancora unito. Musulmani e cristiani sono insieme come segno di un nazionalismo più cosciente. Anzi, con la guerra le differenze religiose hanno smesso di essere un problema».
Attacco atteso
Libano e Israele sono storicamente in conflitto e nelle sue declinazioni militari di Hamas e dell’Idf lo scontro è stato spesso plastico in questi anni. Eppure in Occidente l’attacco di Tel Aviv è sembrato improvviso. Quasi inatteso. «Invece il popolo libanese se lo aspettava dopo quello che era successo in Iran, per il legame religioso con i musulmani. Adesso, non a caso, la minaccia è contro la Turchia».
Quale futuro per il Medioriente e per il Libano, allora? Il Patriarca non nasconde il poco ottimismo. «Oggi ci sentiamo tutti incapaci di trovare una soluzione davanti a un male troppo grande. Dobbiamo allora fare riferimento a quello che ha detto il Santo Padre sul dialogo, sul ritorno alla coscienza e sulla pacificazione. Questa è una crisi di tutto il Medio Oriente. Mentre le grandi potenze mondiali fanno i loro calcoli, a pagare il prezzo sono sempre i più piccoli e gli innocenti».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-17 19:16:472026-04-22 19:18:22Il Patriarca in Libano: «Dopo la crisi, la guerra: popolo allo stremo» (Giornale Brescia 17.04.26)
Fresco di stampa per i tipi di Einaudi, E dal cielo caddero tre mele– che abbiamo letto e consigliato nella nostra ultima newsletter libresca– è un romanzo ambientato nel paesino immaginario di Maran, sperduto tra le montagne dell’Armenia e abitato da pochi anziani sopravvissuti a guerre, carestie e dolori. Al centro della storia c’è Anatolija, donna segnata dalla perdita, che ha deciso che l’ora della sua morte è vicina.
«E dal cielo caddero tre mele», dice ogni nonna armena per concludere una fiaba, «una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha ascoltato». Cosí direbbe anche Sevojants Anatolija, che per età potrebbe essere nonna, ma che non è mai stata madre. La sua vita è tutt’uno con quella del paesino di Maran, tormentato dalla Storia, isolato dal resto del mondo. Ma nel sangue di Anatolija scorre anche la resilienza del popolo armeno, il suo senso dell’ironia e della solidarietà, la sua forza di rinascere. Perfino quella di credere nel potere salvifico delle fiabe sussurrate nelle orecchie dei bambini.
[Estratto dalla quarta di copertina del volume]
Un villaggio sospeso tra cielo e terra
C’è un luogo che non troverete su nessuna mappa dell’Armenia: Maran è infatti un piccolo villaggio caucasico immaginato dall’autrice di questo romanzo, aggrappato a un altopiano di montagna, così in alto e così lontano dal mondo da sembrare dimenticato da tutto e da tutti. Tranne che dalla morte. Quando il romanzo si apre, Maran sta morendo insieme ai suoi ultimi abitanti: poche anime anziane, consumate dagli anni e dai dolori, che aspettano la fine con la stessa rassegnazione con cui guardano il cielo cambiare stagione.
È in questo scenario, sospeso come in una fiaba, che la scrittrice armena Narine Abgarjan ambienta il suo romanzo più noto, pubblicato in Russia nel 2014 e uscito in italiano grazie alla traduzione di Claudia Zonghetti*.
Parlare di trama, però, per questo libro è quasi riduttivo. La storia, se proprio vogliamo tracciarla, ruota sì attorno alla morte e ad Anatolija, ma non solo: si rivela una serie di voci, ricordi e racconti intrecciati, perché ogni personaggio porta con sé una vita intera fatta di ferite e perdite. Eppure, non c’è paura della morte in questo libro, ma una sorta di familiarità dolente perché essa arriva come una vicina di casa burbera, ma in fondo in fondo conosciuta.
Abgarjan costruisce il suo mondo per stratificazione: al presente si sovrappongono continuamente il passato, con una naturalezza che ricorda le grandi tradizioni del realismo magico, ma che riesce a rendere in uno stile peculiare.
Il titolo stesso, E dal cielo caddero tre mele, è ricco di significato perché richiama una formula delle fiabe armene, in cui le tre mele che cadono rappresentano: una per chi ha visto, una per chi ha raccontato e una per chi ha creduto.
Di seguito, su concessione della casa editrice e dell’autrice, ne riportiamo un brevissimo estratto iniziale, che non farà che invitarvi alla lettura.
E dal cielo caddero tre mele
Una per chi ha visto
Uno
Venerdì subito dopo mezzogiorno, col sole che aveva scavalcato lo zenit e scivolava composto verso l’estremità a ponente della vallata, Sevojants Anatolija si coricò per prepararsi a morire.
Prima di andarsene all’altro mondo annaffiò con cura l’orto e sparse becchime in abbondanza per i polli: i vicini ci avrebbero sicuramente messo un po’ a scoprire il suo corpo senza vita, e le povere bestie non potevano restare a pancia vuota. Già che c’era, scoperchiò le botti sotto le grondaie: se fosse scoppiato un temporale, avrebbero raccolto l’acqua che scendeva dal tetto evitando che si portasse via la casa con tutte le fondamenta. Poi rovistò fra le mensole della cucina, radunò le ciotole con gli avanzi – burro, formaggio, miele, un tozzo di pane e mezzo pollo lesso – e le portò al fresco nello scantinato. Rientrata in casa, tirò fuori dall’armadio «le cose da morto»: l’abito in lana col colletto di pizzo bianco, il grembiule lungo con le tasche ricamate a punto piatto, le scarpe basse, i gulpa che si era fatta da sola ai ferri (aveva sempre i piedi gelati), la biancheria lavata e stirata con cura, il rosario con la croce d’argento della sua bisnonna. Jasaman avrebbe capito che lo voleva fra le dita.
Lasciò i vestiti nel punto più in vista del soggiorno – il pesante tavolo di rovere con la tovaglietta di tela rozza che, a sollevarne un lembo, rivelava i segni chiarissimi e profondi di due colpi d’ascia –, posò sul mucchietto la busta coi soldi per il funerale, prese dalla credenza una vecchia tovaglia di tela cerata a scacchi e andò in camera. Lì scoprì il letto, tagliò in due la tovaglia, ne stese una metà sul lenzuolo, ci si sdraiò sopra, usò l’altra metà per coprirsi, tirò su anche la trapunta, incrociò le braccia sul petto, per qualche lungo istante cercò con la nuca la posizione più comoda sul cuscino, fece un respiro profondo e chiuse gli occhi. Si rialzò subito per andare a spalancare le imposte, che bloccò coi vasi di geranio perché non sbattessero, dopodiché tornò a sdraiarsi. Ora poteva stare tranquilla: spogliata del suo corpo mortale, l’anima non avrebbe vagato sperduta per la stanza e, una volta libera, avrebbe spiccato il volo dalla finestra aperta, incontro al cielo.
Quei preparativi puntigliosi e caparbi si dovevano a una ragione importante e triste insieme: Sevojants Anatolija perdeva sangue dal giorno prima. Quando aveva scoperto le chiazze scure sulla biancheria si era innanzitutto stupita; poi, dopo averle esaminate con attenzione e avere stabilito che era proprio sangue, era scoppiata in un pianto dirotto. Si era subito vergognata della sua paura, però, e subito si era fatta coraggio, asciugandosi in fretta e furia le lacrime con un angolo del fazzoletto che aveva in testa. A che serviva piangere, se l’inevitabile non poteva essere evitato? La morte non è uguale per tutti: a qualcuno ferma il cuore, di qualcun altro si fa beffe privandolo della ragione. A lei era toccato di morire dissanguata.
Anatolija non aveva il minimo dubbio che il suo male fosse incurabile e fulminante. Non per nulla l’aveva trafitta nella parte più inutile e insulsa del suo corpo, l’utero. Ti punisco, pareva dirle, perché hai mancato al tuo principale dovere di donna: mettere al mondo dei figli.
Tuttavia, quand’ebbe deciso che mai più avrebbe pianto e mai più si sarebbe lagnata della sua sorte, a quella stessa sorte Anatolija si rassegnò, ritrovando in un attimo la serenità. Frugò nel baule della biancheria, ne cavò un vecchio lenzuolo, fece delle pezze e le usò come assorbenti. Verso sera, però, le perdite erano talmente abbondanti che dentro di lei pareva essere scoppiata una vena senza fondo. Attinse, dunque, alle misere scorte di ovatta che teneva in casa. E poiché l’ovatta non sarebbe durata a lungo, scucì un angolo della trapunta, sfilò alcuni fiocchi di lana, li lavò con cura e li stese ad asciugare sul davanzale. Certo, avrebbe potuto fare un salto da Šlapkants Jasaman, che viveva poco distante, per chiederla a lei, un po’ d’ovatta, ma desistette: se poi non riusciva a tenere a freno la lingua, scoppiava a piangere e le scappava detto che stava per morire? Jasaman si sarebbe spaventata e sarebbe corsa da Satenik: telegrafa subito a valle e di’ che mandino un’ambulanza…
Anatolija non aveva alcuna intenzione di fare il giro dei dottori per sottoporsi a una sfilza di esami tanto dolorosi quanto inutili.
Anatolija aveva deciso di morire in pace e dignità, tranquilla e serena, fra le mura della casa in cui aveva vissuto invano la sua difficile vita.
Si coricò che era già tardi, dopo avere guardato a lungo l’album di famiglia; alla luce fioca del lume a petrolio, i visi dei suoi cari, ormai nel Lete, sembravano quanto mai tristi e pensierosi. Ci vediamo presto, sussurrava Anatolija accarezzando ogni fotografia con le dita indurite dal lavoro nei campi, ci vediamo presto. Prese sonno facilmente, nonostante l’angoscia e lo sconforto, e dormì fino al mattino. La svegliò il canto smanioso del gallo: era una furia, dentro al pollaio, stanco di aspettare che lo liberassero nell’orto. Anatolija si concentrò per capire come si sentiva. Non male, decise: niente che la preoccupasse, a parte qualche dolore alle reni e un vago capogiro. Si alzò con cautela, andò alla latrina e non senza un ghigno di soddisfazione constatò che le perdite erano più abbondanti che mai. Tornò in casa e si fece una specie di assorbente con un pezzo di stoffa e qualche fiocco di lana. Se continuava a quel modo, la mattina seguente non avrebbe più avuto una goccia di sangue in corpo. Poteva essere l’ultima volta, dunque, in cui vedeva sorgere il sole.
Rimase sulla veranda ad assorbire con ogni poro la luce timida del mattino. Poi andò dalla vicina: a salutarla, a chiederle come stava. Era giorno di bucato per Jasaman, che stava giusto piazzando una pesante tinozza d’acqua sulla stufa a legna. Mentre l’acqua si scaldava, parlarono del più e del meno e delle tante faccende da sbrigare. Era quasi tempo di more di gelso e ci sarebbe stato da raccoglierne in quantità: di una parte avrebbero fatto sciroppo, un’altra l’avrebbero essiccata e un’altra ancora sarebbe finita a fermentare in una botte di legno prima di diventare acquavite. Era anche tempo di raccogliere l’erba brusca; un altro paio di settimane e sarebbe stato troppo tardi: il sole di giugno l’avrebbe seccata in un attimo e non sarebbe stata più buona a nulla. Quando dentro alla tinozza l’acqua cominciò a bollire, Anatolija salutò l’amica e se ne andò. Poteva stare tranquilla: fino al mattino seguente Jasaman si sarebbe dimenticata di lei. Con tutti quei panni da lavare, inamidare, sbiancare col turchinetto, stendere al sole, raccogliere e stirare, ne avrebbe avuto fino a sera tardi. Dunque lei, Anatolija, aveva tutto il tempo per andarsene tranquillamente all’altro mondo.
Confortata, passò la mattina a sbrigare senza fretta le solite faccende, e soltanto nel primo pomeriggio, col sole che percorreva la volta celeste scivolando composto verso l’estremità a ponente della vallata, tornò a coricarsi, pronta a morire.
La copertina del volume uscito per Einaudi
E dal cielo caddero tre mele, Narine Abgarjan, traduzione di Claudia Zonghetti, Einaudi, 2026
Narine Abgarjan è nata in Armenia nel 1971 e si è laureata in Lingua e Letteratura russa all’Università di Erevan. Le tracce della sua terra natale sono alla base di tutte le sue opere, a partire dalla prima, la trilogia Manjunja, che ha immediatamente conquistato il favore dei lettori. Nei dieci anni successivi l’autrice ha pubblicato altri sei romanzi e quattro raccolte di racconti. I suoi libri, tradotti in una trentina di lingue, sono stati adattati per il teatro, il cinema e la televisione, anche in versione animata. Nel marzo del 2020 il The Guardian l’ha inclusa fra i sei autori europei piú brillanti. Attualmente vive in Germania, dove si è trasferita dall’Armenia nel 2022.
Claudia Zonghetti traduce dal russo classici e contemporanei. Oltre a Vasilij Grossman, Fedor Dostoevskij e Lev Tolstoj, e alle indagini di Anna Politkovskaja, ha dato voce italiana (tra gli altri) a Pavel Florenskij, Varlam Šalamov, Gajto Gazdanov, e a contemporanei come Narine Abgarjan, Guzel’Jachina, Saša Filipenko. È socia di Memorial Italia, Strade e AITI.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-17 18:46:492026-04-17 18:46:49“E dal cielo caddero tre mele”: vivere l’Armenia con Narine Abgarjan (Meridiano13 17.04.26)
GD – Jerevan, 16 apr. 26 – All’Università Europea d’Armenia, a Jerevan, è stata inaugurata la Italian Business School, una nuova iniziativa accademica volta a rafforzare e ampliare le relazioni universitarie e i percorsi imprenditoriali tra Italia e Armenia, con particolare attenzione allo sviluppo dei percorsi economico-manageriali e all’internazionalizzazione dell’offerta formativa.
Da tale iniziativa potranno scaturire nuove significative sinergie, come quella rappresentata dal partenariato già consolidato con il prestigioso Istituto “Eurac Research” di Bolzano.
L’evento si è svolto in coincidenza con la Giornata del Made in Italy, sottolineando il valore paradigmatico della promozione del modello italiano non solo in ambito economico e produttivo, ma anche nel settore della formazione e della diffusione della lingua e della cultura italiana.
Alla cerimonia hanno preso parte il presidente dell’Ateneo, Arthur Baghdasaryan, la rettrice Heghine Bisharyan, e l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti, accompagnato da una delegazione dell’Ambasciata, insieme ai rappresentanti della comunità accademica e del corpo docente.
Il tradizionale taglio del nastro ha sancito l’avvio delle attività della scuola, concepita come una piattaforma di collaborazione internazionale ispirata al modello educativo italiano e agli standard europei. Gli ospiti hanno potuto visionare i nuovi spazi didattici e le strutture dedicate, oltre ai programmi formativi focalizzati su business, leadership e innovazione.
Particolare rilievo è stato attribuito al tema dell’insegnamento della lingua italiana, considerato una priorità strategica nel rafforzamento delle relazioni culturali e accademiche tra i due Paesi. Sempre più studenti armeni individuano infatti nell’Italia concrete opportunità di crescita professionale e scelgono di investire nell’apprendimento dell’italiano come strumento utile anche per accedere al mercato del lavoro e a percorsi di alta formazione.
A margine della cerimonia ufficiale, si è inoltre discusso di nuove prospettive di collaborazione, con l’obiettivo di ampliare la rete di accordi con Università italiane, in particolare nel settore economico e commerciale, di promuovere l’introduzione dell’italiano come lingua curriculare e di valorizzare il ruolo dell’Armenia come hub attrattivo per le imprese italiane.
La Italian Business School si propone così di formare professionisti altamente qualificati e di sviluppare competenze in linea con le esigenze del mercato globale, contribuendo al rafforzamento strutturale e duraturo delle relazioni tra Italia e Armenia nel settore dell’istruzione, della formazione e dell’innovazione.
Nell’ambito del ciclo di “Lezioni di Pace”, il Centro Interdipartimentale
di Ricerche sulla Pace “Giuseppe Nardulli” ha organizzato per lunedì 20
aprile 2026 alle ore 16:00 presso l’Aula Leogrande del Centro
Polifunzionale Studenti (“Ex-Palazzo delle Poste”) un incontro sul tema:
“Bari incontra l’Armenia – Storia, musica e memoria”
Saluti istituzionali:
Dario Rupen Timurian (Console Onorario della Repubblica d’Armenia in Bari)
Moderatore:
Alessandro Mirizzi (Coordinatore del Centro interdipartimentale di
Ricerche sulla Pace “Giuseppe Nardulli”)
Sara’ presentato il libro “Armeni: identità e memoria” del prof. Kegham
Jamil Boloyan (Universita’ del Salento)
Dialogheranno con l’autore:
Pietro Fabris
Leo Lestingi
Vito A. Loprieno
Patrizia Resta
Angela M. Rutigliano
Anna Santoliquido
L’evento si concludera’ con un viaggio musicale nell’anima armena, con il
musicista Jack Sorressa (Duduk)
Venerdì 17 aprile, alle ore 21, l’Auditorium comunale di San Fermo della Battaglia (via Lancini, 5) ospiterà un incontro dal titolo Armenia. La fede di un popolo scolpita nella pietra e nei cuori, proposto dal Centro culturale Paolo VI e dal Comune di San Fermo della Battaglia. Al centro ci sarà, appunto, l’Armenia, un paese di cui si parla troppo poco: caratterizzato da una storia millenaria, oggi è purtroppo attraversato da profonde tensioni e da una fase delicata della sua esistenza. Nel piccolo Stato del Caucaso, stretto tra potenze regionali e grandi interessi geopolitici, cresce infatti la tensione tra il Governo e la Chiesa apostolica armena, una delle istituzioni più antiche e simboliche della nazione. Sullo sfondo pesano la guerra perduta per il Nagorno-Karabakh, le difficili trattative di pace con l’Azerbaigian e una questione ancora più profonda, quella dell’identità stessa dell’Armenia. All’appuntamento interverranno don Andrea Straffi, sacerdote della diocesi di Como e direttore dell’Ufficio diocesano di arte sacra, Chiara Gerosa, giornalista radiofonica RSI (Radiotelevisione Svizzera Italiana), e suor Benedetta Carugati, missionaria della Carità a Yerevan.
La serata non si limiterà a un’analisi geopolitica: attraverso immagini, racconti e interviste, raccolti da don Andrea Straffi e da Chiara Gerosa in occasione di un recente viaggio in Armenia con l’associazione “Russia Cristiana”, il pubblico sarà accompagnato dentro la vita concreta di un popolo, per scoprire come la fede continui a rappresentare una radice viva e una forza capace di generare speranza anche nelle prove più dure. Seguirà la testimonianza in presa diretta di suor Benedetta Carugati, originaria di Olgiate Comasco, che da anni vive e opera nella capitale armena.
L’incontro rappresenta quindi un’occasione per scoprire una terra di monasteri scolpiti nella roccia, di paesaggi aspri e luminosi e di una tradizione artistica e spirituale unica e, al contempo, per conoscere storie di uomini e donne che parlano di resistenza, identità e fiducia nel futuro.
L’ingresso è libero, con prenotazione consigliata al seguente link.
L’incontro è rivolto anche agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. Per gli studenti degli ultimi tre anni delle scuole secondarie di secondo grado, su richiesta, verrà rilasciato l’attestato di partecipazione per l’attribuzione del credito formativo.
INFORMAZIONI E CONTATTI Email: segreteria@ccpaolosesto.it Telefono: 3318573594
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-15 16:24:432026-04-15 16:25:13San Fermo, un incontro sull’Armenia, tra fede e difficoltà (Ciaocomo 15.04.26)
La chiesa armena di San Giacomo, a Stepanakert (Azerbaigian), è stata completamente distrutta, secondo quanto denunciato dalla diocesi di Artsakh in un comunicato pubblicato il 12 aprile 2026. Come riferisce Tribune Chrétienne, la distruzione del tempio è attribuita alle autorità dell’Azerbaigian, nel contesto successivo alla presa totale del territorio nel 2023.
La diocesi, attualmente rifugiata in Armenia dopo l’esodo forzato della popolazione armena, ha espresso la sua “profonda tristezza” per la perdita di un luogo che per anni è stato il centro della vita liturgica della comunità cristiana locale.
Un tempio centrale nella vita sacramentale
La chiesa di San Giacomo era un punto di riferimento spirituale per migliaia di fedeli che si riunivano ogni domenica per la liturgia e la ricezione dell’Eucaristia.
La sua distruzione rappresenta, secondo la diocesi, non solo la scomparsa di un edificio, ma l’eliminazione di un luogo dove si sosteneva la vita sacramentale di una comunità che oggi si trova dispersa dopo la sua uscita forzata dal territorio.
Accuse di distruzione sistematica del patrimonio cristiano
Il comunicato inquadra questo fatto all’interno di una serie più ampia di attacchi contro il patrimonio religioso cristiano nel Nagorno-Karabakh. La diocesi denuncia la distruzione o la profanazione di altre chiese negli ultimi anni e parla di un processo portato avanti in modo “sistematico, deliberato e a livello statale”.
In tal senso, qualifica la situazione come un “genocidio culturale”, considerando che esiste una volontà di eliminare ogni traccia della presenza cristiana armena nella regione.
Esilio e scomparsa di una presenza storica
Da settembre 2023, dopo il recupero totale del territorio da parte dell’Azerbaigian, la quasi totalità della popolazione armena ha abbandonato la zona e si è rifugiata in Armenia.
Questo spostamento ha posto fine a una presenza cristiana che risale a secoli addietro. Chiese, monasteri e cimiteri non erano solo luoghi di culto, ma anche segni visibili di un’identità profondamente radicata nella storia del Caucaso.
Appello di fronte alla mancanza di reazione internazionale
La diocesi denuncia anche la mancanza di risposta da parte degli organismi internazionali, che accusa di rimanere indifferenti di fronte alla distruzione del patrimonio religioso.
Secondo quanto avvertono i suoi responsabili, la scomparsa progressiva di questi templi non colpisce solo il popolo armeno, ma l’intero patrimonio cristiano. La perdita di questi luoghi solleva, inoltre, interrogativi sulla protezione dei siti religiosi in contesti di conflitto e sul rispetto effettivo della libertà religiosa.
Privati delle loro chiese, i fedeli armeni vivono oggi in esilio, con difficoltà aggiuntive per la trasmissione della fede, strettamente legata nella loro tradizione ai luoghi consacrati.
La diocesi ha reiterato la sua intenzione di continuare a reclamare giustizia e ha chiamato la comunità internazionale a intervenire per fermare ciò che considera una distruzione continuata del patrimonio cristiano nella regione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-14 19:14:262026-04-14 19:14:26Distruggono una chiesa armena in Azerbaigian: la diocesi denuncia un «genocidio culturale» (InfoVaticana 14.03.26)
Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha minacciato Israele di “entrare nel suo territorio” e di poter “iniziare una guerra“, per evitare che in Libano, a Gaza e in Cisgiordania Tel Aviv continui a “massacrare“ la popolazione.
Turchia, Erdogan minaccia: “Possiamo entrare in Israele e iniziare una guerra, continuano a massacrare Gaza e Libano“
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato un possibile intervento militare contro Israele, alimentando ulteriormente le tensioni in Medio Oriente già segnato da un’escalation senza precedenti.
Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, Erdogan ha dichiarato che la Turchia potrebbe “entrare in Israele” per impedire quella che ha definito una politica di espulsione dei palestinesi dai loro territori. Il leader turco ha paragonato tale eventualità alle operazioni militari già condotte da Ankara in Libia e nel Nagorno-Karabakh.
“Proprio come siamo entrati in Libia e nel Karabakh, possiamo entrare in Israele. Nulla ci impedisce di farlo”, ha affermato Erdogan, sottolineando la necessità di agire con forza per evitare che situazioni simili a quelle osservate in Libano possano verificarsi anche nei territori palestinesi.
Nel suo intervento, il presidente ha accusato Israele di aver costretto circa 1,2 milioni di libanesi a lasciare le proprie case, nonostante il cessate il fuoco, a causa degli attacchi contro aree civili. Dichiarazioni che si inseriscono in una crescente retorica critica da parte di Ankara nei confronti delle operazioni militari israeliane nella regione.
La risposta israeliana non si è fatta attendere. Il ministro per i Beni culturali Amichai Eliyahu ha duramente attaccato Erdogan, definendolo un “dittatore megalomane” con ambizioni imperialistiche. Secondo Eliyahu, il presidente turco si vedrebbe come un moderno sultano ottomano, guidando un Paese descritto come economicamente fragile e democraticamente compromesso.
Le dichiarazioni incrociate segnano un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Ankara e Tel Aviv, già tesi negli ultimi anni. L’ipotesi di un coinvolgimento diretto della Turchia nel conflitto rappresenterebbe un salto di qualità significativo, con potenziali conseguenze su scala regionale e internazionale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-14 16:21:562026-04-15 16:23:23Turchia, Erdogan minaccia: "Possiamo entrare in Israele e iniziare una guerra, continuano a massacrare Gaza e Libano" (IlGiornaleditalia 14.04.26)
Presentato “Gemina”, il documentario di Alessio Mattia che debutterà alla Design Week di Milano. Per l’assessore Candelaresi è “un progetto di qualità”, per gli organizzatori “un ponte tra culture e territori”
Le immagini della presentazione
Asti guarda oltre i propri confini con “Gemina – Echoes of Identity Across Borders”, il documentario che intreccia Monferrato e Armenia in un racconto di identità, memoria, tradizioni e cultura del vino. Il progetto è stato presentato ieri mattina nella sala Gianni Basso del Teatro Alfieri e approderà in anteprima internazionale il 21 aprile al Cinema Anteo di Milano, nell’ambito della Design Week.
Prodotto da SiAmo il Monferrato in collaborazione con Fondazione Time2, Hayeli e Nork Group, il film è diretto dal videomaker astigiano Alessio Mattia e rappresenta il primo capitolo di un percorso triennale che punta a raccontare Asti e il Monferrato attraverso il confronto con altri territori del mondo. Accanto al documentario ci saranno anche un libro e una mostra fotografica.
“Un posto che è stato subito casa”
Ad aprire la conferenza è stato l’assessore alla Cultura Paride Candelaresi, che ha subito rimarcato la qualità dell’iniziativa. “Quando un progetto porta il nome di Alessio Mattia, si capisce che c’è serietà e passione”, ha detto in sostanza, sottolineando il valore di un lavoro capace di dare visibilità ad Asti attraverso la cultura.
Per Simona Paniati, di SiAmo il Monferrato, “Gemina” nasce invece da una precisa missione associativa: portare il territorio fuori dal territorio. “Siamo qui per raccontare il Monferrato e farlo dialogare con il mondo”, è la sintesi del suo intervento, in cui ha spiegato come il progetto voglia costruire legami tra realtà geograficamente lontane ma vicine per sensibilità e valori.
Poi è stato il turno di Alessio Mattia, che ha raccontato la genesi del film partendo dal suo rapporto con l’Armenia. “Per me l’Armenia è stata subito casa”, ha spiegato in sostanza, insistendo sul fatto che il documentario nasce dal desiderio di mostrare quanto Monferrato e Armenia condividano ospitalità, autenticità e capacità di resistere nel tempo.
Il regista ha anche chiarito che il cuore del progetto è il confronto tra due territori spesso poco conosciuti fuori dai rispettivi confini. “Abbiamo voluto creare un ponte, non un semplice accostamento”, è il senso della sua riflessione, con l’idea di far emergere differenze e affinità come risorsa culturale, non come distanza.
Un racconto corale
Nel film compaiono artisti, musicisti, studiosi e protagonisti della scena culturale internazionale, tra cui Tigran Tsitoghdzyan, Ghukas Khachatryan, Armine Ohanyan, Tigran Hamasyan, Ugo Nespolo, Ottavio Coffano, Piercarlo Grimaldi, Francesco Scalfari e don Luigi Berzano. “Gemina” costruisce così un mosaico di voci diverse, tenute insieme dall’idea che l’identità si racconti meglio quando incontra altre identità.
Un passaggio importante è quello dedicato all’inclusione: grazie alla collaborazione con Fondazione Time2, quattro ragazzi torinesi hanno partecipato alla formazione multimediale e alla produzione del documentario. “La cultura può diventare anche un’occasione concreta di crescita”, è il messaggio che emerge da questo capitolo del progetto, che unisce narrazione e responsabilità sociale.
Le prossime tappe
Dopo l’appuntamento astigiano, l’anteprima internazionale è in programma martedì 21 aprile alle 19 al Cinema Anteo di Milano. Il progetto farà poi tappa giovedì 14 maggio alle 19 alla Società Canottieri Armida di Torino, mentre il libro sarà presentato al Salone del Libro di Torino negli spazi della casa editrice Team Service di Asti.
“Gemina” prova così a trasformare un legame territoriale in una storia più ampia, in cui Asti e il Monferrato diventano il punto di partenza per un dialogo che guarda lontano
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-14 16:17:012026-04-15 16:18:50Il Monferrato si racconta attraverso l’Armenia (Lavocediasti 14.04.26)
Letizia Leonardi (Assadakah News) – Serata di grande musica a Yerevan, dove il 9 aprile la Sala Concerti Aram Khachaturian ha ospitato un evento che ha unito tradizione italiana e talento armeno. Protagonista il concerto “Vivaldi & Paganini”, diretto dal Maestro Gianluca Marcianò, con due solisti d’eccezione: Hayk Kazazyan e Nikolay Madoyan.
Accompagnati dall’Orchestra da Camera Nazionale, i due violinisti hanno dato vita a un vero e proprio confronto musicale, elegante e serrato, costruito sui capolavori di Antonio Vivaldi e Niccolò Paganini. Un repertorio impegnativo, affrontato con tecnica e personalità, che ha conquistato il pubblico presente in sala.
La direzione di Marcianò ha tenuto insieme il dialogo tra orchestra e solisti, valorizzando le sfumature di un programma che richiede precisione ma anche carattere. Il risultato è stato un equilibrio raro: virtuosismo senza esibizionismo, energia senza eccessi.
L’iniziativa si inserisce in un quadro ormai consolidato di collaborazione culturale tra Italia e Armenia. Il concerto è stato infatti promosso dal Centro Nazionale di Musica da Camera e dall’Orchestra da Camera Armena, con il sostegno dell’Ambasciata d’Italia a Yerevan.
A suggellare la serata, la presenza dell’ambasciatore Alessandro Ferranti, che al termine dell’evento ha incontrato musicisti e organizzatori, guardando già ai prossimi sviluppi. Sul tavolo ci sono nuove iniziative e tournée in Italia, segno che questo asse culturale non è solo celebrativo, ma concreto e destinato a crescere.
Quando la musica è fatta bene, non servono grandi parole: parla da sola. E a Yerevan, per una sera, ha parlato italiano con accento armeno.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-04-13 19:47:012026-04-14 19:48:10Armenia: Vivaldi e Paganini incantano Yerevan (Assadakah 13.04.26)
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