Tamburi e applausi: il primo concerto del primo ministro armeno (Cds 02.02.26)

Al ritmo dei tamburi, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sale sul palco per una serata decisamente fuori dagli schemi.

CorriereTv

A Yerevan, la band Varchebend, formata dallo stesso leader armeno, ha debuttato venerdì con il suo primo concerto ufficiale. Uno spettacolo di tre ore che ha richiamato un pubblico numeroso e trasversale: non solo appassionati di musica, ma anche funzionari, parlamentari e ministri, accorsi per assistere a un evento inedito che mescola politica, spettacolo e curiosità istituzionale.

Grottammare, cinema e memoria: “La masseria delle allodole” per la rassegna sui genocidi (La nuova Riviera 02.02.26)

GROTTAMMARE. Un nuovo evento speciale dedicato alla memoria storica e al cinema d’impegno è in programma giovedì 5 febbraio alle ore 21.15 all’Ospitale Casa delle Associazioni di Grottammare Alta. In calendario la proiezione de “La masseria delle allodole”, film del 2007 diretto da Paolo e Vittorio Taviani, dedicato al genocidio armeno. L’iniziativa rientra nel terzo appuntamento della minirassegna tematica “Mai più per nessuno – I genocidi nella storia moderna”, inserita all’interno della 31ª stagione dell’Associazione culturale Blow Up di Grottammare, intitolata SUMUD – Antiche e Nuove Resistenze tra cinema, arte e politica.

Il film affronta una delle tragedie fondative del Novecento. Ambientata in Turchia nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, la storia segue le vicende della famiglia armena Avakian, benestante e radicata in una cittadina dove, fino a quel momento, esiste un fragile equilibrio tra comunità diverse. Un equilibrio che si spezza con l’ascesa dei Giovani Turchi, promotori di un progetto di stato-nazione esclusivo, che avvia una sistematica persecuzione contro gli Armeni. Secondo la sinossi, dalla capitale partono ordini precisi: uccidere i maschi di ogni età e deportare donne e bambine, destinate al massacro nei pressi di Aleppo. La famiglia Avakian viene così smembrata, mentre la giovane Nunik tenta con ogni mezzo di salvare le più piccole, diventando il simbolo di una resistenza umana disperata e tenace.

La proiezione si svolgerà con ingresso gratuito, riservato ai possessori della tessera-abbonamento FIC – Federazione Italiana Cineforum 2025-2026, dal costo di 10 euro, sottoscrivibile presso la sede dell’Associazione Blow Up, adiacente la sala proiezioni, oppure alla libreria Nave Cervo di San Benedetto del Tronto.

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Armenia: scontro tra lo Stato e la Chiesa Apostolica mette a rischio la stabilità nazionale (InfoVaticana 02.02.26)

Una profonda crisi istituzionale è scoppiata in Armenia tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena, l’istituzione religiosa più antica e rispettata del paese, che minaccia l’unità spirituale e culturale della nazione. Il conflitto, che combina accuse personali, tentativi di riforma e pressione politica, ha sconvolto un paese in cui la fede e l’identità nazionale sono strettamente intrecciate.

Il primo ministro Nikol Pashinyan ha intensificato negli ultimi mesi i suoi attacchi contro il Catholicos di tutti gli armeni, Karekin II, chiedendo apertamente la sua rinuncia e proponendo cambiamenti strutturali nella Chiesa. Secondo lo stesso Pashinyan, il capo spirituale avrebbe violato i suoi voti di celibato e si è trasformato in un ostacolo per la modernizzazione del paese, sebbene lui stesso neghi l’esistenza di un conflitto tra Stato e Chiesa.

Una Chiesa millenaria di fronte al potere politico

La Chiesa Apostolica Armena è un’istituzione con più di 1.700 anni di storia, culla della cristianizzazione del primo paese ufficialmente cristiano del mondo. La sua influenza trascende il mero aspetto religioso: è un pilastro dell’identità culturale, morale e nazionale armena. La Costituzione armena riconosce questo ruolo “eccezionale” e la protegge formalmente.

Ma Pashinyan, fermo difensore di un’Armenia laica e orientata verso la modernizzazione socioeconomica, vede nella Chiesa un potere paralizzante. Ha promosso una “road map” per riformare la Chiesa Apostolica, inclusa una nuova legge sul governo ecclesiastico, maggiore trasparenza finanziaria e l’eventuale elezione di un nuovo Catholicos secondo norme riviste.

Escalation politica e attacchi personali

La disputa ha superato i limiti istituzionali e si è trasformata in qualcosa di profondamente personale. Il premier ha accusato pubblicamente Karekin II di aver violato il suo voto di celibato e lo ha indicato come un agente che ostacola gli interessi dello Stato, arrivando persino ad affermare che la sua permanenza in carica rappresenta un “danno alla sicurezza nazionale”.

Queste affermazioni sono state amplificate da membri del suo entourage, come sua moglie, che ha paragonato alcuni chierici a “pedofili” e ha descritto il Catholicos in termini altamente dispregiativi, scatenando un’onda di indignazione popolare e una profonda divisione interna.

Risposta della Chiesa e appoggi esterni

Dal Patriarcato di Etchmiadzin, la risposta è stata ferma. Il Consiglio Spirituale Supremo ha denunciato ciò che ha qualificato come “repressione” e violazioni dell’autonomia canonica della Chiesa, inclusa l’omissione forzata del nome del Catholicos nelle liturgie ufficiali.

Inoltre, leader di altre Comunioni cristiane, come la Chiesa Ortodossa Siriaca, hanno espresso la loro solidarietà con la Chiesa Apostolica Armena di fronte a ciò che considerano un’interferenza inaccettabile dello Stato negli affari religiosi.

La tensione si intensifica alla vigilia delle elezioni

Man mano che si avvicinano le elezioni parlamentari del 2026, la tensione è ulteriormente escalata. Pashinyan ha lanciato campagne per “restituire la Chiesa al popolo”, che includono arresti di sacerdoti, perquisizioni in proprietà e persino l’esclusione della Chiesa dall’accesso a certi monasteri storici.

Alcuni analisti avvertono che questo confronto potrebbe approfondire ulteriormente le divisioni sociali in Armenia, mettendo a rischio non solo la stabilità interna ma anche la coesione nazionale in un paese che ha fatto della sua fede cristiana un elemento centrale della sua identità da secoli. In un contesto in cui la Chiesa Apostolica Armena continua ad avere tra l’80% e il 90% dei fedeli della popolazione, minimizzare il suo ruolo politico e sociale potrebbe generare una frattura dalle conseguenze imprevedibili.

Un conflitto con ramificazioni culturali e civili

Questo scontro tra Stato e Chiesa non è solo un confronto tra due istituzioni, ma un sintomo più profondo di un’Armenia che cerca di ridefinire il suo futuro dopo anni di crisi, sconfitta militare contro l’Azerbaigian e sfide geopolitiche. La Chiesa, dal canto suo, rivendica il suo ruolo come garante della memoria storica, morale e spirituale di un popolo che si riconosce nella sua fede da diciassette secoli.

Il modo in cui evolverà questo conflitto segnerà non solo il rapporto tra Chiesa e Stato in Armenia, ma anche il modo in cui una società profondamente religiosa interpreta la sua identità nazionale in tempi di prova.

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Armenia: indice attività economica cresce del 9,1 per cento nel 2025 (AgenziaNova 30.01.26)

Erevan, 30 gen 09:36 – (Agenzia Nova) – L’indice di attività economica dell’Armenia è aumentato del 9,1 per cento nel 2025 rispetto al 2024, secondo i dati del Comitato statistico dell’Armenia diffusi da “Armenpress”. Nel 2025 la produzione industriale è cresciuta del 4,7 per cento a circa 7,4 miliardi di euro, mentre la produzione agricola lorda nel periodo gennaio-dicembre è aumentata del 5,6 per cento a circa 2,3 miliardi di euro. Il volume delle costruzioni è salito del 20,2 per cento a circa 1,8 miliardi di euro, e il fatturato commerciale è cresciuto del 3 per cento a circa 15,0 miliardi di euro. Nello stesso periodo, il volume dei servizi forniti è aumentato del 10,5 per cento a circa 9,0 miliardi di euro, mentre la produzione di energia elettrica è cresciuta del 3,4 per cento. Nel periodo gennaio-dicembre 2025 l’indice dei prezzi al consumo è aumentato del 3,3 per cento rispetto al 2024 e l’indice dei prezzi dei prodotti industriali del 3,8 per cento. Lo stipendio nominale mensile medio è aumentato del 5,6 per cento a circa 670 euro, con un incremento del 6,5 per cento nel settore pubblico a 239.369 dram (pari a circa 529 euro) e del 5,1 per cento nel settore privato a circa 724 euro. Il fatturato del commercio estero nel 2025 è diminuito del 29 per cento a 21 miliardi 430,3 milioni di dollari, con esportazioni in calo del 36,1 per cento e importazioni del 23,6 per cento. (Rum)

Pace con l’Azerbaigian, “la garanzia di sicurezza più affidabile”. (Sardegnagol 29.01.26)

La pace con l’Azerbaigian rappresenta la “garanzia di sicurezza più affidabile” per l’Armenia. Lo ha affermato il primo ministro Nikol Pashinyan in occasione del 34° anniversario delle Forze Armate armene, sottolineando che il Paese non si sta preparando a una nuova guerra.

“Non ci sarà alcun conflitto. La pace tra la Repubblica di Armenia e la Repubblica dell’Azerbaigian è stata stabilita, e non esiste garanzia di sicurezza più solida della pace”, ha dichiarato Pashinyan, aggiungendo che il governo intende rafforzare questo percorso diplomatico.

Il premier ha annunciato una profonda trasformazione delle Forze Armate, sostenuta da ingenti investimenti e dall’acquisizione di armamenti moderni, descritti come superiori a quelli precedentemente disponibili.

Pashinyan ha inoltre accusato alcuni partner internazionali di aver rifiutato in passato la vendita di armi all’Armenia, per timori legati al possibile utilizzo fuori dai confini riconosciuti a livello internazionale e al rischio di diffusione di segreti tecnici all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

Secondo il premier, dal settembre 2022 i partner del CSTO avrebbero mancato di rispettare gli obblighi contrattuali in materia di sicurezza, trattenendo forniture militari già pagate per centinaia di milioni di dollari, creando quella che ha definito una “minaccia esistenziale” per la sovranità del Paese.

Pashinyan ha spiegato che la situazione si è sbloccata dopo l’accordo di Praga dell’ottobre 2022, in cui Armenia e Azerbaigian hanno riconosciuto reciprocamente la propria integrità territoriale sulla base della Dichiarazione di Alma-Ata del 1991. Successivamente, Erevan ha deciso di congelare la propria adesione al CSTO.

Il premier ha ribadito che l’unica missione dell’esercito armeno è la difesa del territorio nazionale riconosciuto a livello internazionale, pari a 29.743 chilometri quadrati, precisando che le controversie sui confini saranno affrontate tramite commissioni congiunte di delimitazione.

Infine, Pashinyan ha evidenziato le riforme in corso nel settore militare, tra cui la transizione verso un esercito più professionale e la riduzione del servizio militare obbligatorio da 24 a 18 mesi.

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A Campodarsego i film parlano anche di fede (Difesa del popolo 27.01.26)

Torna al cinema teatro Aurora di Campodarsego la rassegna “Film e fede”. «Tre venerdì alle 20.30, per tornare a popolare le nostre comunità – spiegano i volontari dell’équipe cinema – La rassegna vuole mostrare come il cinema, il teatro e l’arte possano diventare finestre sulla fede, non per dare risposte facili, ma per stimolare riflessione, emozione e dialogo. Ogni storia invita a guardare oltre l’ordinario e a scoprire la spiritualità che attraversa le vite dei personaggi e anche le nostre».
Si parte il 30 gennaio con Amerikatsi, regia di Michael A. Goorjian, conduce don Leopoldo Voltan. Il film racconta la storia di un giovane americano di origine armena che torna nel suo paese d’origine e finisce in una prigione sovietica. Dalla finestra della cella osserva la vita e la cultura armena, scoprendo affetti, bellezza e umanità. Attraverso il suo sguardo, la cultura diventa ponte verso identità e memoria mostrando che, anche nei luoghi più oscuri, cinema e affetti possono salvarci dall’indifferenza e dal dolore. Il 6 febbraio spettacolo teatrale Resta un po’ con me, di e con Francesco Casella. Il monologo parte dalla domanda: «Perché…?». Il protagonista, cacciato di casa dopo vent’anni di matrimonio, urla a Dio il suo sgomento: «Gesù è morto 2000 anni fa, e io oggi perché sarei salvo?». Inizia così un percorso dentro e fuori di sé, vissuto insieme agli spettatori, dove si mescolano dubbi e rabbia. Fino allo strappo finale: «E adesso? Posso davvero tornare a vivere come prima, fingendo di non aver visto nulla?».
Il 13 febbraio la rassegna ospita Marco Guzzi, poeta e filosofo, fondatore dei gruppi “Darsi pace”, sul tema “Rigenerati. L’annuncio di Cristo nel 21° secolo”. «Oggi come non mai – anticipa Marco Guzzi – la fede cristiana sta vivendo una fase di crisi rigenerativa così profonda, tanto che la Chiesa, almeno da 50 anni, parla della necessità di una nuova evangelizzazione. Noi cristiani siamo chiamati a sperimentare i misteri della nostra fede in modo molto più personale, direi mistico, altrimenti anche i sacramenti rischiano di diventare una sorta di teatro insignificante. Questo è il tempo giusto e propizio per avviare una straordinaria stagione di sperimentazione spirituale, e di rinascita».

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Armenia: memoria cristiana d’Europa (Assadakah 27.01.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – Nel corso dei vespri celebrati nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, Papa Leone XIV ha richiamato le radici cristiane dell’Europa, indicando nell’Armenia la prima nazione della storia ad aver adottato ufficialmente il cristianesimo, con il battesimo del re Tiridate III nel 301 ad opera di San Gregorio l’Illuminatore.

Un riferimento centrale, non ornamentale, inserito in una riflessione più ampia sull’identità europea e sul ruolo del Vangelo come seme di unità, giustizia e pace tra i popoli. Il Pontefice ha ricordato come la fede cristiana si sia diffusa nel continente grazie alla testimonianza di annunciatori coraggiosi, sottolineando il valore storico e spirituale delle Chiese orientali.

L’Armenia è tornata al centro anche in occasione della 59ª Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, i cui sussidi ufficiali per quest’anno sono stati preparati proprio dalle Chiese armene. Nell’omelia conclusiva, Papa Leone XIV ha espresso “profonda gratitudine per la coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno”, ricordando una storia segnata in modo ricorrente dal martirio.

Parole che assumono un peso particolare se lette alla luce dei legami tra la Santa Sede e l’Azerbaijan. Negli ultimi anni, infatti, Baku ha intensificato i legami con il Vaticano, finanziando restauri di siti cristiani e promuovendo iniziative culturali e accademiche a Roma, presentate come dialogo interreligioso ma contestate da numerosi studiosi armeni.

In questo contesto si inseriscono due episodi che hanno suscitato forte scalpore. Il primo riguarda la conferenza intitolata “Christianity in Azerbaijan: History and Modernity”, ospitata dalla Pontificia Università Gregoriana, promossa con il sostegno dell’Ambasciata azera presso la Santa Sede. L’evento è stato duramente criticato da istituzioni armene e da centri di ricerca internazionali per il suo carattere revisionista, accusato di minimizzare o cancellare la presenza storica armena e il ruolo della Chiesa Apostolica Armena nel Caucaso.

Il secondo episodio è ancora più delicato: l’allontanamento improvviso del gesuita e canonista Georges-Henri Ruyssen, docente al Pontificio Istituto Orientale e studioso riconosciuto del genocidio armeno. Ruyssen, proveniente da ambienti accademici francesi e attivo a Roma, è stato rimosso e trasferito nel corso dell’anno accademico senza spiegazioni pubbliche dettagliate. Non solo: ha ricevuto pressioni per rifiutarsi di tenere una conferenza sul genocidio ameno. Vicende che hanno suscitato interrogativi e proteste informali nel mondo accademico, proprio perché avvenute in un clima di crescente attenzione vaticana verso i rapporti con l’Azerbaijan.

Per molte comunità armene, questi episodi appaiono come segnali di una tensione irrisolta tra diplomazia e verità storica, soprattutto mentre la popolazione armena dell’Artsakh (Nagorno Karabakh) è stata nel frattempo costretta ad abbandonare completamente la propria terra.

Il richiamo del Papa all’Armenia come radice cristiana dell’Europa risuona dunque con forza, ma anche con una evidente ambivalenza: da un lato il riconoscimento storico e spirituale, dall’altro un presente in cui memoria, geopolitica e interessi strategici continuano a intrecciarsi in modo problematico.

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Svolta in Cattedrale la Veglia ecumenica: in Cristo messaggeri di pace (Chiesadigenova 27.01.26)

Venerdì 23 gennaio si è svolta in Cattedrale la veglia ecumenica di preghiera per l’unità dei cristiani nell’ambito delle iniziative per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nella nostra città.

“Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” questo il tema e il filo conduttore dei vari interventi.

È stata preparata dall’équipe ecumenica della diocesi in molti incontri, fondamentali e profondamente arricchenti, momenti preziosi per costruire rapporti, offrire e accogliere proposte, vivere la fraternità fra le chiese e ora, entrando in Cattedrale, l’unità costruita è quello che si può portare in dono a chi parteciperà, sfidando la pioggia e la serata insolitamente gelida anche in questa stagione.

A poco a poco le panche si riempiono. Nell’aria si diffondono le note del bellissimo preludio suonato magistralmente dai cori riuniti Associazione Voltrimusica e Coro G.B. Chiossone-Arenzano. C’è pace e attesa.

Il pastore valdese William Jourdan introduce la veglia sottolineando come “l’unità delle chiese cristiane rappresenti una delle sfide più significative e urgenti del nostro tempo. In un mondo sempre più frammentato, dove le forze di divisione sembrano prevalere, la chiamata all’unità è un invito a riconoscere e valorizzare le differenze e a lavorare insieme per il bene comune”.

I testi che ci guidano quest’anno nella preghiera sono stati preparati dai cristiani dell’Armenia.

“Per quasi due millenni,- proferisce solennemente il Pastore- la Chiesa apostolica armena, riconosciuta come una delle più antiche comunità cristiane al mondo, ha avuto un ruolo fondamentale nel guidare l’identità spirituale e storica del popolo armeno. Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, questa comunità di fede trascende la semplice organizzazione religiosa; infatti, è simbolo di resilienza nazionale, patrimonio culturale e forza spirituale. Oltre a offrire una guida spirituale, la Chiesa ha preservato le tradizioni, la lingua e i valori armeni, soprattutto durante i periodi di maggiore avversità e di dominazione straniera”

E’ la chiave di volta della Veglia. In questi duemila anni di storia, affondano le radici di tutti noi, appartenenti a varie denominazioni, anglicani, ortodossi, battisti, cattolici, luterani, pentecostali…, ma prima di tutto cristiani, chiamati ad essere un solo corpo e a portare la speranza alla quale Dio ci ha chiamati a un mondo lacerato da guerre e divisioni, come ci ricorda Padre Tasca.

Le parole di Gesù, proclamate nel Vangelo, suonano come un monito e una promessa: “Ancora per poco la luce è fra voi. Camminate finché avete la luce, prima che il buio vi sorprenda. Chi cammina al buio non sa dove va. Mentre avete la luce, credete nella luce! Così sarete veramente figli della luce.”

Figli della luce, tutti, finché restiamo uniti a Gesù, fedeli all’unico battesimo che abbiamo ricevuto nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo, come sottolinea con forza Il Canonico Morley nel bellissimo sermone che andrebbe riportato integralmente.

Bach accompagna e sostiene la pausa di riflessione e Padre Herzl ci riporta ancora alla nostra comune storia millenaria presentandoci l’icona del Santo Volto di Gesù, custodito e venerato nella chiesa barnabitica di San Bartolomeo degli Armeni in Genova.

Preghiamo insieme il Credo niceno- costantinopolitano, penso con una consapevolezza diversa.

Si potrebbe chiudere qui: unico il battesimo, unico il Credo, una sola la nostra storia millenaria. Invece Eugenia e Maria, con la loro splendida testimonianza di buio e di luce, di dolore e di amore, di quotidianità sui passi di Gesù, ci richiamano al nostro essere oggi in cammino per testimoniare con la nostra vita il Vangelo e far sì che la storia continui e la Luce ricevuta arrivi ad altri e poi ad altri ancora.

Chissà se qualcuno prendendo e portando a casa il lumino racchiuso in una stella di cartoncino colorato che le suore clarisse cappuccine hanno preparato per tutti noi ci avrà pensato quando si è rituffato nel buio e nel freddo della notte.

Tiziana Brunengo

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Preghiera di Taizé

Cultura: Milano, incontro su storia, conflitto e identità del popolo armeno (AgenSir 27.01.26)

“Nel nome della terra. Armenia: storia, conflitto e identità nel Caucaso”: è il titolo dell’incontro che si terrà giovedì 29 gennaio, alle ore 18.30, presso Ambrosianeum, via delle Ore, 3 a Milano. La serata sarà dedicata al reportage in Armenia di Marco Cremonesi. Sono previsti interventi di Antonia Arslan, scrittrice; Alberto Peratoner, docente Facoltà teologica del Triveneto-Padova e direttore dell’Ufficio cultura del patriarcato di Venezia; il fotografo Cremonesi. Introduce: Fabio Pizzul, presidente Fondazione Ambrosianeum. Partecipazione musicale di Ani Balian accompagnata dal maestro Gianfranco Iuzzolino. “Un viaggio nella storia millenaria dell’Armenia, una terra di confine dove identità, memoria e territorio si intrecciano in modo profondo e spesso doloroso”, spiegano i promotori. “Una lettura storica e geopolitica che attraversa le radici dei conflitti che hanno segnato il Caucaso meridionale, con particolare attenzione alla questione armena, al genocidio del 1915 e alle tensioni contemporanee legate al Nagorno Karabakh. Senza dimenticare il ruolo della terra come elemento fondante dell’identità armena, esplorando come storia, religione, diaspora e conflitto continuino a plasmare il presente di un popolo al centro di equilibri regionali complessi e instabili”. A seguire, visita guidata della mostra “Fede e guerra”, esposta all’Ambrosianeum.

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L’ansia asimmetrica di Armenia e Iran (Osservatorio Balcani e Caucaso 26.01.26)

Per decenni l’Iran ha rappresentato per l’Armenia un fondamentale retroterra strategico. È stato un canale vitale di commercio ed energia, capace di aggirare l’isolamento imposto dai confini chiusi con Turchia e Azerbaijan, una sorta di polizza geopolitica contro l’isolamento e un partner accomunato dall’interesse a bloccare la creazione di un corridoio interamente controllato da Baku e Ankara. Questo ruolo non è improvvisamente venuto meno, ma oggi appare più fragile.

Ciò che sta cambiando è l’intensificazione della strategia armena di bilanciamento. Dopo quella che è stata percepita come una grave inadempienza russa sul piano della sicurezza, con il collasso del Nagorno Karabakh, l’Armenia sta cercando nuove garanzie. L’apertura agli Stati Uniti, l’impegno dell’Unione europea e nuove forme di cooperazione militare rispondono a una logica di sopravvivenza statuale.

Dall’Iran, tuttavia, questo scenario è mal digerito. Teheran guarda con estrema ostilità a un asse di transito allineato all’Occidente lungo il proprio confine settentrionale e a qualsiasi assetto che faciliti infrastrutture logisticamente compatibili con la NATO. Ma oggi dispone di meno strumenti di pressione o di compensazione nei confronti dell’Armenia rispetto anche solo a cinque anni fa, quando la questione del Karabakh limitava Yerevan in qualsiasi direzione.

Ne emerge una classica situazione di “ansia asimmetrica”: l’Armenia è stata abbandonata alla sua sorte e cerca nuove tutele, l’Iran si percepisce accerchiato e teme una marginalizzazione strategica. Ai loro confini, Turchia e Azerbaijan appaiono sicure di sé e opportuniste.

Il quadro è ulteriormente complicato dalla profonda crisi interna iraniana, segnata da proteste di massa, repressione violenta, migliaia di vittime e un controllo sempre più stretto dell’informazione, con un regime che pare ormai reggersi solo sulla capacità di coercizione. Un contesto che rende Teheran tanto più nervosa quanto non in condizione di proiettare stabilità all’esterno.

La TRIPP

TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity), l’iniziativa di collegamento multimodale sostenuta dagli Stati Uniti nell’ambito dell’accordo di pace tra Armenia e Azerbaijan siglato a Washington l’8 agosto 2025 avviene in una fase in cui Teheran appare particolarmente vincolata: regionalmente sovraesposta, economicamente sotto pressione e strategicamente compressa da dinamiche che non controlla pienamente, inclusi il coordinamento sempre più stretto tra Turchia e Azerbaijan, la postura israeliana e il rinnovato interesse occidentale per il Caucaso meridionale. In questo contesto, le scelte armene assumono un significato che va ben oltre la dimensione infrastrutturale.

TRIPP, concepito per assicurare un transito privo di ostacoli attraverso l’Armenia tra il territorio dell’Azerbaijan e la sua exclave di Nakhchivan, è per Yerevan e Washington, ma anche per Baku e Ankara, un motore di crescita economica e di stabilità regionale, con benefici per i paesi coinvolti e per il commercio trans-caspico. Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha cercato di rassicurare Teheran sul fatto che l’iniziativa non contraddice l’ordine regionale esistente né la sovranità dei vicini. Pashinyan ha ricordato che a 10 giorni dall’accordo statunitense ha affrontato il tema con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian durante la visita di quest’ultimo in Armenia, sottolineando che ogni questione sollevata è stata approfondita e che rimane disponibile a rispondere a eventuali future preoccupazioni.

Il 15 dicembre 2025 il consigliere per gli affari internazionali del Leader supremo iraniano Ali Akbar Velayati ha ricevuto l’ambasciatore armeno a Tehran e ha dichiarato l’opposizione categorica dell’Iran a qualsiasi piano che permetta agli Stati Uniti di stabilire una presenza nei pressi dei confini iraniani. Le consultazioni bilaterali sono proseguite a gennaio 2026. Il viceministro degli Esteri iraniano Majid Takht-Ravanchi ha visitato Yerevan, e ha avuto un incontro con il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan, in cui oltre alle questioni bilaterali è stato discusso lo sblocco delle infrastrutture regionali. Dopo le critiche di Velayati, tali incontri hanno rappresentato un tentativo di attenuare i toni e mantenere aperto il canale di comunicazione.

La crisi interna iraniana pesa sull’Armenia

In questo contesto di negoziazioni tese, è esplosa la crisi interna iraniana.

Tutti i paesi del Caucaso si attengono a un rigoroso wait and see, prudenza e attesa per quella che è una drammatica tragedia, e che come crisi politica, se non di legittimità, restituirà comunque un Iran diverso.

Sulla TRIPP il governo armeno si è spinto a dire che qualsiasi governo ci sarà in Iran, avrà modo di ricredersi sull’iniziativa e comprenderne i vantaggi.

Intanto fra i morti delle manifestazioni sono già confermati dei cittadini armeno-iraniani.

Le manifestazioni hanno poi un’onda lunga nei paesi confinanti per la presenza di minoranze iraniane e cittadini che solidarizzano con gli iraniani. Punto di raccolta delle manifestazioni fuori dall’Iran sono le ambasciate iraniane presenti in vari paesi fra cui l’Armenia.

E anche qui note di tensione: Khalil Shirgholami, ambasciatore iraniano in Armenia, ha criticato le proteste quotidiane davanti all’ambasciata a Yerevan. Il Ministero dell’Interno armeno ha ribadito di garantire la sicurezza di tutte le missioni diplomatiche accreditate, sottolineando che l’Armenia, in quanto Stato democratico, è tenuta a tutelare la libertà di movimento e di riunione pacifica. Pashinyan ha ribadito il diritto di manifestare in Armenia, ma senza che questo comprometta l’attività dell’ambasciata di quello che costantemente chiama un paese fraterno, ed è arrivata la conferma dell’arresto di sette manifestanti per inosservanza degli ordini della polizia.

Ma sono anche i fattori economici a pesare: sull’Armenia grava il rischio di sanzioni dopo la minaccia americana del 12 gennaio di mettere il 25% di dazi per i paesi che commerciano con l’Iran.

Inoltre le forniture e i commerci con l’Iran in questo momento non sono garantiti. La portavoce del Ministero dell’Economia armeno, Lilit Shaboyan, ha dichiarato che Yerevan sta discutendo la possibilità di importare gas liquefatto dalla Russia verso l’Armenia via Azerbaijan, utilizzando il trasporto ferroviario. Shaboyan ha ricordato che l’Armenia importa gas liquefatto principalmente da Iran e Russia, ma che con Teheran sono emerse difficoltà “legate a circostanze note”, mentre i problemi con la Russia riguardano il valico di Lars al confine russo-georgiano, con eventi climatici che rendono il trasporto particolarmente complesso. La portavoce del ministero dell’Economia ha fatto notare infine che negli ultimi giorni il prezzo del gas liquefatto in Armenia è quasi raddoppiato.

L’Armenia si muove dunque su un crinale sottile: rafforzare la propria resilienza strategica e infrastrutturale, senza trasformare la necessaria diversificazione delle alleanze in una frattura irreversibile con un vicino indebolito, instabile – reso più imprevedibile dalla propria fragilità – e al tempo stesso ancora imprescindibile come l’Iran, paese dove peraltro vive una cospicua minoranza armena che mantiene con Yerevan rapporti intensi.

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