Armenia, tra pace e repressione (Naufraghi.ch 14.05.26)

Yerevan. Situato su una bassa collina rocciosa che affiora dalla pianura, il monastero di Khor Virap sembra emergere dalla stessa terra che lo sostiene. Le mura in tufo rosso della chiesa, accese dalla luce del tardo pomeriggio, assumono un colore simile a quello delle rocce in cui il complesso è incastonato. Su un lato, sulla sommità dell’altura, si innalza una grande croce dalla quale sventola la bandiera armena. Dall’altro, volgendo lo sguardo verso sud, si staglia l’immenso profilo del monte Ararat: un massiccio vulcanico ricoperto di neve che, con i suoi oltre 5.000 metri di altezza, domina il monastero e l’intero orizzonte.

Luogo simbolico delle origini del popolo armeno, l’Ararat è emblema nazionale e incarna un diffuso sentimento di malinconia e sconfitta. Il monte si trova infatti in territorio turco, un Paese con cui l’Armenia ha avuto a lungo un rapporto doloroso, segnato dal genocidio del 1915 e, negli ultimi anni, ulteriormente inasprito dal sostegno della Turchia all’Azerbaigian, le cui offensive militari hanno inflitto pesanti perdite a Yerevan.

L’onnipresente Ararat

Oggi, a seguito delle sconfitte belliche, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sta negoziando una pace punitiva con l’Azerbaigian, accettando quasi tutte le richieste di Baku e del suo alleato turco. Tra queste non vi sono solo imposizioni geopolitiche e militari, ma anche simboliche: Pashinyan ha ordinato la rimozione del simbolo dell’Ararat dai passaporti e dai francobolli, come gesto di rinuncia a un’icona nazionale legata a territori oggi fuori dai confini.

Molti armeni vivono queste scelte come un segno di dolorosa sottomissione, e ciò sta generando forti proteste, soprattutto in vista delle elezioni nazionali previste per l’inizio di giugno. Il primo ministro viene accusato di eccessiva accondiscendenza verso i nemici, così come di aver instaurato un clima sempre più autoritario, con arresti di attivisti, oppositori politici ed esponenti del clero che potrebbero ostacolare i negoziati. “Repressione in cambio di pace”, sostengono alcuni.

Nonostante ciò, Pashinyan riceve il sostegno dell’Unione Europea, che lo appoggia soprattutto per il tentativo di svincolare l’Armenia dall’influenza russa e avvicinarla a Bruxelles. Finora, l’Unione non ha espresso critiche nei confronti del governo armeno, ma gli sta anzi destinando ingenti finanziamenti.

Un’identità legata alla Chiesa

L’antico pozzo-prigione

Per comprendere la complessa matassa geopolitica in cui oggi si trova l’Armenia bisogna partire proprio da Khor Virap. Accanto alla chiesa si trova un antico pozzo-prigione dove, secondo la tradizione, nel III secolo d.C. venne imprigionato per 13 anni San Gregorio Illuminatore, il patriarca degli armeni, per essersi rifiutato di abbandonare il Cristianesimo. San Gregorio riuscì poi a guarire miracolosamente il sovrano che lo aveva incarcerato, ottenendo così la sua conversione e la professione del Cristianesimo nell’intero regno. L’Armenia divenne il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente questa religione. Qui San Gregorio istituì la Chiesa apostolica armena, autonoma rispetto a Roma.

Con la fine del regno, la Chiesa assunse un ruolo che andò ben oltre la sfera religiosa: per secoli fu il punto di riferimento e di protezione per le comunità armene prive di un proprio Stato e spesso perseguitate, disperse tra Caucaso, Medio Oriente, Russia e Iran. Per questo la pressione odierna sul clero da parte del governo è ben più di una questione politica: è una profonda ferita identitaria.

Tra Russia e Turchia

L’Armenia ha ritrovato l’indipendenza solo all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica che nei decenni precedenti aveva controllato i suoi territori, entrando in una condizione geopolitica estremamente complessa. Un Paese piccolo, con una superficie di meno di 30mila chilometri quadrati, privo di risorse naturali rilevanti e di sbocchi sul mare, confinante con Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian. Da allora, Yerevan ha mantenuto fortissimi legami con la Russia sul piano economico, da cui è dipendente, e su quello politico almeno fino al 2018, quando Pashinyan è salito al potere.

51 anni, ex giornalista, Pashinyan venne incarcerato nei primi anni 2000 per il suo ruolo nelle mobilitazioni contro l’allora l’establishment filorusso. Nel 2018 ha guidato le proteste di massa che portarono alle dimissioni del governo e alla sua ascesa a primo ministro, intraprendendo un progressivo percorso filoccidentale.

Negli ultimi trent’anni l’Armenia è stata in guerra con l’Azerbaigian, Stato nato anch’esso dalla dissoluzione dell’URSS e legato strettamente alla Turchia, con la quale condivide affinità linguistiche, culturali e religiose, riassunte nello slogan “due Stati, una nazione”.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le tensioni latenti tra comunità armene e azerbaigiane esplosero rapidamente in violenze reciproche, alimentate dalla presenza di consistenti minoranze nei rispettivi territori: gli armeni massacrarono ed espulsero gli azerbaigiani, gli azerbaigiani massacrarono ed espulsero gli armeni, mentre chiese e moschee vennero distrutte e vandalizzate da entrambe le parti.

Epicentro del conflitto fu il Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena ma assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e riconosciuta dal diritto internazionale come parte di quest’ultimo. Alla dissoluzione dell’URSS gli armeni vi fondarono l’Artsakh, repubblica de facto indipendente ma strettamente legata a Yerevan, con cui condivideva anche le forze armate. La minoranza azerbaigiana venne espulsa.

Negli ultimi dieci anni l’Azerbaigian, con il sostegno turco, ha conquistato progressivamente il territorio, fino a prendere il pieno controllo del Nagorno Karabakh nel 2023, provocando l’esodo di circa 120.000 armeni verso l’Armenia e minacciando di continuare l’avanzata fino a Yerevan.

Di fronte alla superiorità militare azerbaigiana, Pashinyan ha firmato un cessate il fuoco e avviato negoziati per un trattato di pace fortemente favorevole a Baku, assumendo di fatto il ruolo di esecutore sul piano domestico delle direttive impartite dall’Azerbaigian. Recentemente ha addirittura dichiarato che il Nagorno Karabakh “non è mai appartenuto all’Armenia” adottando in toto la narrazione dell’ex nemico.

Le direttive dell’Azerbaigian

“L’Armenia firmerebbe la pace già domani”, sostiene oggi il governo di Yerevan, che ha fretta di arrivare ad un accordo che, seppur svantaggioso, le garantirebbe la stabilità necessaria per attrarre sempre più investimenti europei necessari per allentare la dipendenza economica da Mosca. Baku, però, continua a imporre condizioni aggiuntive, tra cui una modifica costituzionale che escluda ogni rivendicazione su territori oggi fuori dai confini nazionali, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh. Secondo l’Azerbaigian, solo una riforma irreversibile può garantire che futuri cambi di potere in Armenia – come la rimozione di Pashinyan – non facciamo riemergere ambizioni irredentiste. Il premier armeno ha quindi promesso che, se vincerà le elezioni di giugno, indirà un referendum per modificare la costituzione in questo senso.

Avvicinandosi al voto, descritto dal governo come una scelta tra guerra e pace, aumentano le pressioni delle autorità contro le opposizioni politiche e in generale contro le organizzazioni che si oppongono a questa linea filoccidentale e conciliante con l’Azerbaigian. A finire nel mirino sono soprattutto oppositori politici, preti e sfollati del Nagorno Karabakh.

La svolta autoritaria

La scorsa settimana, mentre all’interno di un grande centro congressi di Yerevan Pashinyan riceveva l’endorsement dei vertici dell’Unione Europea, all’esterno decine di manifestanti protestavano contro quella che definiscono una deriva autoritaria del Paese.

A manifestare erano soprattutto sfollati del Nagorno Karabakh, convocati da Artak Beglaryan e Gegham Stepanyan, due ombudsman dell’ex repubblica dell’Artsakh, figure indipendenti incaricate della tutela dei cittadini. I due avevano tentato di entrare nel centro congressi per consegnare una lettera di denuncia, ma le autorità lo hanno impedito.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Stepanyan in quell’occasione.

Dal 2023 il governo armeno ha arrestato circa sessanta persone legate all’opposizione, tra esponenti politici, società civile, clero e rappresentanti degli sfollati. Giustificate con accuse di corruzione o reati comuni, molti osservatori internazionali li interpretano come un tentativo indebolire il dissenso, soprattutto in vista delle elezioni.

Tra gli arrestati figura anche Samvel Karapetyan, uno dei principali candidati di opposizione. Miliardario armeno con importanti interessi in Russia, è da quasi un anno agli arresti domiciliari per aver accusato il governo di “aver dimenticato la storia millenaria dell’Armenia” e di “attaccare la Chiesa”. Le autorità hanno interpretato le sue dichiarazioni come un invito alla sovversione, accusandolo di “appelli pubblici alla presa illegale del potere”, boicottando così la sua campagna elettorale.

Le frasi incriminate di Karapetyan si riferiscono al fatto che, negli ultimi mesi, sono stati arrestati una quindicina tra vescovi e sacerdoti. Perfino il Catholicos Garegin II, la massima autorità religiosa considerata il “Papa degli Armeni”, è stato sottoposto a un divieto di espatrio. Il governo li ritiene vicini alla Russia e li accusa di fungere da canale d’influenza del Cremlino. I critici ritengono che il governo voglia impedire che la Chiesa funga da trait d’union per le eterogenee opposizioni a Pashinyan.

Gli sfollati del Nagorno Karabakh

Marut Vanyan è un giornalista fuggito, come tutti i suoi connazionali, dal Nagorno Karabakh nel 2023. “Fino ad allora tutti gli armeni ci consideravano dei figli prediletti da proteggere. Oggi è cambiato tutto. Pashinyan ed i suoi seguaci ci ritengono un intralcio alla pace con l’Azerbaigian. Parlare di Nagorno Karabakh è diventato sconveniente”.

Oggi le autorità dell’Artsakh, dopo lo scioglimento ufficiale della repubblica, continuano le loro attività in una sorta di parlamento in esilio a Yerevan, che punta a tutelare i diritti e le esigenze degli sfollati e a fare pressione sul governo, anche a livello internazionale, per il diritto al ritorno in condizioni di sicurezza e dignità, la liberazione dei prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian e la preservazione del patrimonio culturale e religioso armeno in Nagorno Karabakh.

L’esecutivo di Pashinyan li considera con crescente ostilità, rifiutando di riconoscerli come un governo in esilio e mostrando totale chiusura sia sul tema del diritto al ritorno, sia sulle denunce relative alla distruzione di chiese e monumenti armeni in corso nei territori passati sotto il controllo azerbaigiano.

Secondo l’ombudsman Artak Beglaryan, “parlare del Nagorno Karabakh è ormai visto come un ostacolo agli accordi di pace” e che chi lo fa è sempre più soggetto a pressioni. Numerosi leader degli sfollati del Nagorno Karabakh sono stati imprigionati dopo avere preso parte a manifestazioni antigovernative, considerate sovversive.

Il sostegno dell’Unione Europea

“È ipocrita che l’Unione Europea sostenga la democrazia, i diritti umani e una vita dignitosa per gli ucraini nel loro Paese, ma non per gli armeni. Per questo siamo molto frustrati”, continua Beglaryan, secondo il quale la UE sta ignorando la svolta e deriva autoritaria del governo armeno che invece appoggia perché continui a distanziarsi dalla Russia.

Negli ultimi anni l’Unione ha rafforzato il proprio sostegno finanziario all’Armenia nel quadro del progressivo distacco da Mosca attraverso un pacchetto da circa 270 milioni di euro destinati alla stabilità economica e sociale e alla riduzione della dipendenza dalla Russia. Bruxelles punta, inoltre, a mobilitare altri 2,5 miliardi di euro in investimenti complessivi in energia, infrastrutture e industria; sul piano della sicurezza ha stanziato circa 20–30 milioni di euro per capacità logistiche e difensive. Parallelamente si discute anche di un possibile percorso verso la liberalizzazione dei visti Schengen.

La Commissione Europea mantiene anche rapporti eccellenti con l’Azerbaigian, divenuto dopo le sanzioni alla Russia un fornitore strategico di idrocarburi per diversi Paesi europei.

In questo contesto, il progressivo distacco armeno da Mosca e l’apertura verso la pace con Baku sono parte di una stessa strategia geopolitica.

“Io ho sempre creduto nei valori europei, nell’idea che quando l’Unione Europea parla di libertà e democrazia lo faccia davvero”, conclude amaramente Beglaryan. “Ma oggi vedo che questi valori sembrano contare solo quando servono come strumento di pressione su Paesi con agende geopolitiche diverse”.

Verso le elezioni

Nonostante l’impopolarità in ampie fette di popolazione, i sondaggi danno Pashinyan in vantaggio, favorito dall’arrivo dei miliardi europei e dalla frammentazione dell’opposizione, che esprime un alto numero di candidati premier, alcuni legati al Cremlino. La riconferma dell’attuale governo consoliderebbe il mandato per modificare la costituzione che porterebbe alla firma della pace e spianerebbe la strada all’occidentalizzazione. Il futuro geopolitico dell’Armenia si decide nel prossimo mese.

In gioco, però, non c’è solo il futuro geopolitico dell’Armenia ma la ben più profonda ridefinizione dell’identità nazionale di un popolo che per secoli ha avuto la Chiesa, non lo Stato, come punto di riferimento. Gli attacchi contro il clero hanno dunque innalzato lo scontro interno ad un livello mai raggiunto prima. Se Pashinyan si confermerà alle elezioni riceverà un forte mandato popolare per procedere verso gli accordi di pace, la svolta filoccidentale ma anche la reinvenzione identitaria. Che passa attraverso la riduzione dell’influenza del clero e la rinuncia perenne a simboli, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh, a lungo considerati irrinunciabili.

In cambio si prospetta una pace punitiva con l’Azerbaigian e miliardi in arrivo dall’Unione Europea.

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