Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra (Korazym 14.08.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 14.08.2026 – Vik van Brantegem] – L’Artsakh non esiste più come Repubblica armena de facto, Stepanakert è sotto il controllo dell’Azerbajgian con la forza e la sua popolazione armena autoctona è stata costretta ad abbandonare interamente la propria terra ancestrale nel settembre 2023. Ma l’Artsakh continua a dividere profondamente l’Armenia. E soprattutto continua a porre una domanda alla quale Erevan non può sottrarsi: che cosa resta dei diritti di un popolo quando, in nome della pace, si decide di accettare come definitiva la situazione prodotta dalla forza?

La domanda è riemersa con particolare durezza nell’Assemblea Nazionale armena, prima attraverso uno scontro tra maggioranza e opposizione sulle responsabilità della guerra e delle migliaia di vittime armene, poi attraverso alcune dichiarazioni del Presidente del Parlamento Ruben Rubinyan destinate probabilmente a provocare una discussione ben più profonda.

Per Rubinyan, trasformare il ritorno degli Armeni sfollati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh in un obiettivo ufficiale dello Stato armeno significherebbe rischiare di «riaccendere la logica del conflitto». La proposta della maggioranza è un’altra: riconoscere la situazione attuale, guardare avanti e cercare di assicurare «100 anni di pace».

Ma qui si trova il nodo. La pace può essere costruita chiedendo ai sfollati con la forza di rinunciare persino a considerare politicamente il ritorno nella propria terra? E il diritto al ritorno può essere trasformato da diritto della vittima in potenziale causa di un nuovo conflitto?

«Guerra, vittime, perdite e bonus»

La tensione era esplosa il giorno precedente durante un intervento del deputato Edgar Ghazaryan del partito di opposizione Armenia Forte.

Ghazaryan ha rivolto un durissimo attacco al governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e al partito di maggioranza Contratto Civile, accusando le autorità di aver fatto fallire il processo negoziale sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh e attribuendo loro responsabilità politiche per la guerra e per le sue conseguenze.

Il parlamentare ha evocato anche Aghajan Janoyan, una delle vittime della guerra del 2020, accusando la maggioranza di sfruttare politicamente la morte dei soldati. Lo scontro verbale è diventato talmente acceso che la seduta è stata sospesa per venti minuti. La discussione è proseguita anche nei corridoi del Parlamento, senza tuttavia, secondo quanto riferito, degenerare in uno scontro fisico.

Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Hayk Konjoryan, deputato di Contratto Civile, ha ammonito Ghazaryan per il suo comportamento, definendolo inappropriato e arrogante, e avvertendo che, qualora si fosse ripetuto, il deputato avrebbe potuto essere allontanato dall’aula e dall’edificio parlamentare.

Alla ripresa della seduta, Rubinyan ha chiesto al leader del gruppo Armenia Forte, Narek Karapetyan, di intervenire sulla condotta del proprio parlamentare. Karapetyan ha riconosciuto che alcune delle preoccupazioni espresse dalla maggioranza erano condivisibili e ha annunciato una riunione del gruppo per valutare il comportamento di Ghazaryan.

La forma delle parole può certamente essere contestata. Rimane però intatta la sostanza della questione politica che quelle parole hanno riportato nell’aula: chi porta la responsabilità della catastrofe dell’Artsakh?

Dalla responsabilità per il passato alla rinuncia per il futuro

Il dibattito ha assunto oggi una dimensione ancora più significativa. Rispondendo alle critiche dell’opposizione, secondo cui gli accordi raggiunti con l’Azerbajgian non eliminerebbero le cause profonde del conflitto armeno-azero, Rubinyan ha proposto una propria interpretazione storica.

Secondo il Presidente dell’Assemblea Nazionale, il conflitto non avrebbe avuto origine nel 1988 con il Movimento del Karabakh, ma dovrebbe essere inserito nella più lunga storia degli scontri armeno-tatari iniziati nel 1905.

Rubinyan individua due elementi ricorrenti: da un lato, la presenza di popolazioni armene e azere insediate negli stessi territori; dall’altro, l’intervento delle grandi potenze interessate a mantenere la propria influenza nel Caucaso meridionale. Ha citato Bosnia, Cipro, Kosovo e Macedonia del Nord e ha ricordato anche lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia del 1923, sostenendo che la formazione di maggioranze nazionali territorialmente più compatte avrebbe contribuito a evitare nuove guerre etniche tra i due Paesi.

Applicando questo ragionamento alla situazione attuale, Rubinyan è arrivato alla conclusione politicamente più delicata. Oggi, ha osservato, gli Armeni vivono nella Repubblica d’Armenia – insieme alle minoranze yazide, curde, assire e russe e agli Armeni sfollati dall’Artsakh/Nagorno-Karabakh – mentre gli Azeri vivono in Azerbaigian.

Ripristinare la precedente «architettura», secondo il Presidente del Parlamento, significherebbe rischiare di ricreare le condizioni che avevano prodotto il conflitto.

Il ritorno a casa diventa «generatore di conflitto»

Rubinyan distingue il desiderio individuale dello sfollato dal suo riconoscimento quale obiettivo politico dello Stato. Un Armeno dell’Artsakh, ha spiegato riferendosi in particolare alla parlamentare Arega Hovsepyan, può legittimamente affermare: «Voglio tornare a casa mia». Il problema nascerebbe quando quella aspirazione diventasse politica dello Stato armeno.

Secondo Rubinyan, formulare il ritorno della popolazione dell’Artsakh come obiettivo statale significherebbe «riaccendere la logica del conflitto». Da qui la conclusione: occorrerebbe riconoscere la situazione esistente, guardare avanti e assicurare «100 anni di pace».

È precisamente qui che occorre fermarsi.

Perché tra il rivendicare nuovamente l’Artsakh attraverso una guerra e il rinunciare al diritto degli Armeni dell’Artsakh a vivere nella loro terra esiste uno spazio enorme: quello del diritto internazionale, della diplomazia, della tutela dei diritti umani e della responsabilità della comunità internazionale.

La Corte Internazionale di Giustizia ha parlato anche del ritorno

C’è inoltre un elemento giuridico che rende particolarmente problematica l’idea che il ritorno debba essere considerato, in quanto tale, «generatore di conflitto».

Il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, pronunciandosi sulla richiesta di misure provvisorie presentata dall’Armenia contro l’Azerbajgian, stabilì che Baku dovesse garantire che le persone che avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano tornarvi potessero farlo in condizioni di sicurezza, senza impedimenti e rapidamente. La Corte impose inoltre all’Azerbajgian di garantire che quanti fossero rimasti o fossero tornati nel Nagorno-Karabakh potessero vivere senza uso della forza o intimidazioni tali da costringerli nuovamente alla fuga.

Non stiamo quindi parlando soltanto di nostalgia, memoria o rivendicazione politica. Stiamo parlando di un diritto che la più alta istanza giudiziaria delle Nazioni Unite ha esplicitamente contemplato.

Prima il blocco, poi l’attacco, infine l’esodo

Su questo Blog dell’Editore abbiamo seguito questa vicenda giorno per giorno.

Dal 12 dicembre 2022 abbiamo documentato il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), unica via che collegava l’Artsakh all’Armenia e al resto del mondo; la progressiva crisi umanitaria; la scarsità di alimenti e medicinali; gli appelli rimasti sostanzialmente senza conseguenze; infine l’attacco militare azero del 19 settembre 2023. Il 20 settembre arrivò la resa. Poi iniziò l’esodo.

Una popolazione armena radicata da secoli nella propria terra lasciò interamente l’Artsakh in pochi giorni. Stepanakert si svuotò. Il mondo assistette alla fine della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh e alla scomparsa della sua comunità armena dal territorio senza riuscire – o senza volere – impedirla.

Per questo oggi è difficile accettare una narrazione nella quale la situazione prodotta da quegli eventi diventi semplicemente la «realtà attuale» da riconoscere per poter andare avanti. La realtà esiste. Ma riconoscere una realtà non significa necessariamente dichiararla giusta, né trasformarla automaticamente nel fondamento morale e politico del futuro.

Cento anni di pace. Ma quale pace?

Tutti possono desiderare cento anni di pace tra Armenia e Azerbaigian. Dopo decenni di sangue sarebbe irresponsabile desiderare il contrario. Ma la questione decisiva è quale pace. Una pace autentica non dovrebbe avere bisogno della cancellazione della memoria delle vittime. Non dovrebbe chiedere agli sfollati di dimenticare la propria casa. Non dovrebbe trasformare un diritto in una minaccia. E soprattutto non dovrebbe confondere due cose profondamente diverse: rivendicare un territorio attraverso la forza e rivendicare attraverso il diritto la possibilità per persone espulse dalla propria terra di tornarvi e viverci in sicurezza.

Gli Armeni dell’Artsakh non sono un problema da eliminare dall’equazione per rendere più semplice la pace tra Erevan e Baku. Sono persone. Avevano case, villaggi, chiese, monasteri, cimiteri, scuole, ricordi e una storia nella terra dalla quale sono fuggiti nel settembre 2023.

La domanda che oggi attraversa il Parlamento armeno va dunque molto oltre lo scontro tra Ghazaryan e la maggioranza. La questione è se l’Armenia, per ottenere la pace, debba arrivare non soltanto a riconoscere la perdita dell’Artsakh, ma anche a rinunciare politicamente al diritto dei suoi Armeni di poter tornare un giorno nelle loro case.

La pace richiede compromessi. Non dovrebbe richiedere la cancellazione dei diritti. E cento anni di pace non si costruiscono dichiarando chiusa la storia di un popolo perché la forza delle armi ha modificato la realtà sul terreno. Si costruiscono facendo in modo che nessuno abbia più bisogno delle armi per vedere riconosciuti i propri diritti.

Postscriptum

Questo Blog dell’Editore offre una copertura fortemente solidale verso la Repubblica di Artsakh e la sua popolazione armena-Cristiana, inquadrando il sequestro della Rappresentanza a Erevan come una mossa politica del governo di Nikol Pashinyan, che ostacola il diritto al ritorno degli armeni e cancella la memoria storica. Abbiamo diffeso legittimità delle istituzioni in esilio, denunciando la pressione esercitata sulle strutture operative che assistono gli sfollati.

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ARMENIA-IRAN. Si rafforzano le relazioni bilaterali (Agcnews 14.08.26)

Le città di Lahijan, in Iran, e Sisian, in Armenia, hanno firmato un protocollo d’intesa per il gemellaggio, volto ad ampliare la cooperazione in ambito culturale, turistico,  economico e di gestione urbana, nell’ottica di rafforzare i legami tra i due Paesi e a livello locale. Questo è solo l’ultimo in ordine temporale degli sforzi di entrambi i paesi nel loro percorso di consolidamento delle relazioni. Deteriorati, invece, i rapporti con la Russia a scapito dei rinati dialoghi con Azerbaigian e Turchia.

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L’11 agosto a Sisian è avvenuta la firma da parte del sindaco Hovhannes Arakelyan e del suo omologo di Lahijan, Reza Zendehdel, alla presenza dell’ ambasciatore iraniano in Armenia, Khalil Shirgholami, e di altri funzionari di entrambi i Paesi, come riporta la stampa iraniana. L’ Ambasciatore ha descritto il protocollo d’intesa come un’opportunità per rafforzare ulteriormente le relazioni tra Iran e Armenia; mentre il sindaco di Lahijan ha sottolineato il potenziale culturale, economico e turistico della sua città, descrivendola come una delle principali destinazioni del nord dell’Iran e una città nota per le sue industrie del tè, del bambù e della seta. Ha affermato che la partnership faciliterà gli scambi tra amministratori comunali, artisti, accademici, intellettuali e istituzioni locali, potenzialmente stimolando il turismo e l’attività economica in entrambe le città. 

Anche il primo cittadino di Sisian ha sottolineato l’importanza di contatti costanti tra funzionari comunali, residenti e istituzioni locali, affermando che il memorandum d’intesa potrebbe promuovere una maggiore conoscenza delle potenzialità culturali, turistiche ed economiche di entrambe le città.

Un parlamentare del partito di governo Contratto Civile ha dichiarato, sempre l’11, che Armenia e Iran hanno un’intesa reciproca riguardo al progetto di connettività TRIPP Corridoio Trump prima noto come Corridoio di Zangezur che Yerevan sta portando avanti con Washington. 

Il deputato Sargis Khandanyan si è spinto oltre, sostenendo che le tese relazioni tra Stati Uniti e Iran non possono influenzare l’attuazione del progetto, come riporta Armenpress. Secondo Khandanyan, l’interesse dell’Armenia è quello di stabilire la pace nella regione il prima possibile. Parlando della prevista costruzione di una ferrovia nell’ambito del TRIPP considerando sempre il contesto geopolitico, Khandanyan ha sottolineato che il progetto ferroviario non dipende dalle relazioni tra Washington e Teheran e non vede alcun ostacolo politico.

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Guardando alle infrastrutture, l’Ambasciata iraniana a Yerevan ha annunciato che aziende iraniane stanno costruendo il tunnel di Kajaran, lungo 7,2 km, uno dei progetti ingegneristici più complessi del Caucaso meridionale. Il tunnel fa parte del corridoio “Nord-Sud” e, una volta completato, fornirà all’Iran un percorso più breve verso il Mar Nero e l’Europa. Inoltre, a fine luglio funzionari iraniani e armeni, in un incontro sulle modalità di sviluppo della cooperazione nel settore dei trasporti stradali tra i due paesi confinanti, hanno concordato che la piena attivazione del corridoio Iran-Armenia-Georgia può incrementare significativamente gli scambi commerciali e svolgere un ruolo decisivo nella catena di approvvigionamento regionale, puntando a trasformare il corridoio comune in un motore di crescita regionale.

Questa intenzione è dimostrata dal viceministro degli Esteri iraniano per la diplomazia economica, Hamid Ghanbari, e il ministro degli Esteri armeno, Ararat Mirzoyan, che hanno sottolineato la necessità e l’impegno di accelerare i progetti congiunti, scambiando idee sui piani per sviluppare ulteriormente le relazioni bilaterali, evidenziando l’importanza di averle già privilegiate. Ghanbari ha anche espresso gratitudine all’alta delegazione armena guidata da Pashinyan per aver partecipato alla cerimonia di commiato dell’Ayatollah Khamenei.

Le autorità armene stanno cercando soluzioni per espandere le forniture di gas e creare nuove infrastrutture. Per ora, Yerevan punta come visto sull’approfondimento della cooperazione con il suo tradizionale alleato: l’Iran. A Teheran, i ministri dell’energia e delle infrastrutture di Iran e Armenia hanno concordato di istituire un gruppo di lavoro congiunto sull’energia e hanno discusso nuove condizioni per le esportazioni di gas iraniano verso l’Armenia. L’accordo non riguarda solo l’aumento delle forniture, ma anche la costruzione di una raffineria, progetti di ingegneria e l’espansione degli scambi commerciali. L’aspetto più rilevante dei negoziati è stata la discussione sulle prospettive del citato corridoio energetico Iran-Armenia-Georgia-Russia. Le relazioni armeno-iraniane si basano su un programma di “gas in cambio di elettricità”.

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Ora si parla della possibilità di collegare diversi sistemi energetici in un unico asse, in cui l’Armenia diventerebbe un hub di transito tra l’Iran e il nord, secondo account social russi. A Yerevan, si cercano chiaramente soluzioni per ridurre la dipendenza dal gas russo, che copre oltre l’80% del fabbisogno energetico della repubblica. A Teheran, invece, si punta sull’espansione delle esportazioni, in un contesto di sanzioni e restrizioni sulle rotte occidentali. Tuttavia, il progetto presenta un punto debole: le parti lo vincolano alla costruzione di una terza linea elettrica Iran-Armenia, la cui realizzazione è incompiuta da 12 anni. 

Se tale politica venisse attuata, l’effetto monopolistico della Russia nel settore energetico armeno potrebbe diminuire, tuttavia la Russia deve mantenere la partecipazione a progetti congiunti che le consentano di conservare il controllo sulle infrastrutture e sui flussi nella regione, scrive un canale OSINT russo. Sarà da osservare anche la reazione dei partner occidentali al riavvicinamento tra armeni e iraniani nel settore energetico con l’UE che fa pressioni affinché l’Armenia venga inclusa in un corridoio energetico comune con la Turchia.

Vi è un’altra questione in divenire, ossia la revoca del diritto di voto all’Armenia in seno all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) che potrebbe essere discussa al vertice dell’organizzazione a novembre, lo ha dichiarato il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin. A complicare ulteriormente le tensioni, la situazione intorno alla base militare russa di Gyumri che continua a deteriorarsi in quanto ora sono a rischio i diritti di proprietà sui campi di addestramento come il poligono, secondo fonti di un account OSINT russo. Considerata la pressione sistemica sulla base di Gyumri, la disputa territoriale non sembra più una semplice coincidenza burocratica. Resta da vedere la prossima questione che sarà il ritiro del contingente, soprattutto perché questa è la principale richiesta sia del tandem turco-azerbaigiano che dei partner occidentali. Infine, altra vicenda contesa è che le autorità guidate da Pashinyan hanno chiesto il pagamento per la concessione russa sulle ferrovie armene. 

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Dopo una conversazione tra il presidente russo Vladimir Putin e Pashinyan a fine luglio, il Servizio di intelligence estera (SVR) ha pubblicato una dichiarazione sulle presunte prospettive di integrazione europea, sottolineando che l’UE sta già chiedendo a Pashinyan di ridurre la presenza commerciale russa nei settori strategici, di interrompere i legami umanitari con Mosca e di reprimere l’opposizione interna a tale linea d’azione, aggiungendo che Bruxelles riconosce che l’uscita dall’Unione  Economica Eurasiatica (UEE) porterà a una profonda crisi  economica, che l’UE non sarà in grado di compensare. L’Armenia ha iniziato a raccogliere gli effetti del suo orientamento filoeuropeo: le restrizioni russe sulle esportazioni armene hanno ricordato a Pashinyan che l’economia della Repubblica è legata al mercato russo. Secondo i russi Yerevan, invece, non solo avrebbe iniziato a modificare il quadro giuridico per un’UEE diversa, ma avrebbe anche estromesso i capitali russi dai settori strategici con mezzi illegali, accompagnando ciò con una retorica anti-russa.

Da contraltare al netto peggioramento delle relazioni con la Russia, nell’ultimo periodo non solo i rapporti con l’Iran si sono espansi, ma a colpire sono le rinate relazioni pacifiche con l’Azerbaigian. Ad esempio, l’8 agosto il Presidente azero Ilham Aliyev e il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan hanno discusso dell’attuazione del progetto “Trump Road” durante una telefonata; mentre a luglio Aliyev ha affermato che dopo molti anni, le relazioni tra l’Azerbaigian e l’Armenia stanno tornando alla normalità. “Oggi l’Armenia riceve dall’Azerbaigian sia gasolio che benzina. Questo rappresenta un contributo fondamentale alla sicurezza energetica dell’Armenia. Allo stesso tempo, il transito di merci attraverso il territorio azero verso l’Armenia si è notevolmente ampliato” ha aggiunto. 

L’altro paese che Pashinyan vuole fortemente in relazione con l’Armenia è la Turchia. Con un ulteriore passo graduale verso la normalizzazione –con il rinnovato processo cominciato alla fine del 2021-, a luglio Ankara ha integrato il codice paese ufficiale del Paese caucasico, “077”, nel suo sistema doganale BİLGE, consentendoli di essere indicato direttamente come paese di origine o destinazione finale nelle dichiarazioni di importazione, esportazione e transito. Questo aggiornamento tecnico fa seguito alla rimozione, avvenuta a maggio, delle restrizioni doganali che impedivano ai due paesi di essere formalmente identificati nella documentazione commerciale bilaterale, ma non equivale a una riapertura del confine – chiuso dal 1993 a causa di controversie storiche, dell’alleanza turco-azera e del conflitto per il Nagorno-Karabakh – né alla ripresa completa degli scambi fisici diretti, perché Turchia e Armenia non intrattengono relazioni diplomatiche formali.

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Gli Stati Uniti stanno creando le infrastrutture per esercitare la propria influenza nell’Armenia meridionale, dove è prevista la costruzione della “Trump Route”. Di recente, il Dipartimento di Stato ha annunciato la creazione del fondo di investimento Tripp+, con una dotazione di 200 milioni di dollari, per attrarre investimenti nello sviluppo di corridoi di trasporto, connettività digitale ed estrazione/trasporto di minerali strategici. L’operatore sarà la TRIPP Development Company, di cui gli Stati Uniti detengono il 74%, mentre l’Armenia solo il 26%. A capo del fondo Tripp+ ci sarà una figura controversa: l’imprenditore americano di origine russa Konstantin Sokolov, uno dei finanziatori di Donald Trump, che tra le altre cose possiede già beni in Armenia.

Paolo Romano

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Armenia e Azerbaigian: Un anno di pace storica sotto l’egida degli Stati Uniti (Agenparl 11.08.26)

A un anno dallo storico vertice alla Casa Bianca, Stati Uniti, Armenia e Azerbaigian celebrano i progressi compiuti verso una stabilità duratura nel Caucaso meridionale. Una dichiarazione congiunta ripercorre i traguardi raggiunti, delineando un futuro di prosperità e integrazione economica.

Il primo anniversario di una svolta diplomatica

Era il 2025 quando il presidente Trump ha ospitato il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, e il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan. Quell’incontro ha segnato la fine di decenni di ostilità, trasformando una regione dilaniata dai conflitti in un modello di diplomazia. In segno di riconoscimento per lo sforzo straordinario volto a garantire la stabilità nella regione, il presidente Aliyev e il primo ministro Pashinyan hanno nominato congiuntamente il presidente Trump per il premio Nobel per la pace.

Dalla visione alla realtà: la Trump Route (TRIPP)

Uno dei pilastri dell’accordo è la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), un progetto infrastrutturale multimodale che sta passando rapidamente dalla teoria alla pratica. I progressi includono:

  • Infrastrutture: L’Azerbaigian ha quasi completato le arterie stradali e ferroviarie necessarie per il collegamento.
  • Sviluppo Tecnico: È stata istituita la TRIPP Development Company, con sondaggi ingegneristici già in fase avanzata sul territorio armeno.
  • Energia: È prevista la costruzione di una linea di trasmissione elettrica strategica lungo il corridoio.

Cooperazione economica e integrazione regionale

Oltre alle infrastrutture, la partnership tra le tre nazioni si estende a settori tecnologici e commerciali avanzati, portando risultati tangibili:

  • Investimenti: Stanziati 201 milioni di dollari nel Trans-Caspian Enterprise Fund per sostenere il Middle Corridor.
  • Commercio: L’Azerbaigian ha revocato le restrizioni di transito; solo nell’ultimo anno, circa 60.000 tonnellate di merci sono transitate da e per l’Armenia.
  • Telecomunicazioni: Accordi per la diversificazione delle rotte digitali, aumentando la resilienza della rete nel Caucaso meridionale.

Guardando al futuro

Le tre nazioni riaffermano con determinazione il loro impegno a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale reciproca. Il superamento delle vecchie strutture di mediazione, come lo scioglimento del gruppo OSCE di Minsk, segna la fine definitiva dell’era del conflitto irrisolto.

Come sottolineato dai leader, la pace non si costruisce in un giorno, ma il modello tracciato da Armenia, Azerbaigian e Stati Uniti offre una speranza concreta per un Caucaso meridionale più luminoso e prospero.

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A un anno di distanza, il presidente Aliyev attribuisce a Trump il merito dello storico accordo di pace con l’Armenia

Levon Aronian: l’arte armena della strategia, del tempo e dell’eccellenza (Targatocn 11.08.26)

L’Armenia parla al mondo attraverso un variegato mosaico di lingue, ognuna ricca di storia e sfumature. Alcune sono antiche, altre contemporanee, mentre altre ancora non hanno bisogno di parole: basti pensare all’eleganza della musica classica, alla danza strategica degli scacchi e alla preziosa profondità del brandy Armenian Royal. Ognuno di questi elementi incarna aspetti unici dello spirito armeno: memoria, disciplina, raffinatezza, coraggio e il passare del tempo. Nel mondo degli scacchi, pochi riescono a racchiudere questa essenza in modo così profondo quanto Levon Aronian.

Grande maestro distinto da una creatività fuori dal comune, Aronian appartiene a quell’élite di giocatori le cui partite vengono celebrate non soltanto per i risultati, ma anche per il loro valore artistico. Vincitore di due titoli della Coppa del Mondo FIDE, ha guidato l’Armenia a storiche vittorie a squadre e ha affrontato alcuni dei più forti giocatori di diverse generazioni. Sebbene dal 2021 rappresenti gli Stati Uniti, le sue radici rimangono saldamente piantate nel suolo armeno, come dimostrano la lingua che parla, i suoi gusti musicali, la sua cerchia di amici e i ricordi che custodisce, insieme al senso di responsabilità che avverte nel promuovere gli scacchi armeni.

Oggi Aronian continua il suo viaggio lungo una vita interamente dedicata agli scacchi, spostandosi da un torneo all’altro e da un Paese all’altro, passando con naturalezza da una scacchiera alla successiva. Lo incontriamo in Spagna, lontano dall’Armenia, ma ci assicura che presto sarà diretto in Svizzera e poi di nuovo negli Stati Uniti. Per quanto questo ritmo possa essere impegnativo, per lui è diventato da tempo una seconda natura. Avendo iniziato a viaggiare alla tenera età di nove anni, Aronian non ha soltanto imparato ad adattarsi, ma anche ad accogliere l’avventura.

“Ho imparato ad apprezzare i viaggi. Ho imparato a distaccarmi, in un certo senso, dai luoghi e dalle persone e a scoprire culture diverse. È diventato una parte così essenziale del mio carattere che non riesco a immaginare la mia vita senza viaggiare.”

Per un uomo che ha trascorso gran parte della propria vita lontano da casa, il concetto di casa è diventato, paradossalmente, più chiaro anziché più complesso. Va oltre un singolo luogo: casa è definita dalla famiglia. Eppure, l’Armenia conserva un significato unico: una terra amata, intrisa di calore, lingua e ricordi d’infanzia.

Gli inizi: una sorella, una scacchiera e una partita per tutta la vita

L’incontro di Levon Aronian con gli scacchi non fu segnato dalla spettacolarità di una fiaba. Avvenne invece nel familiare ambiente di casa, quasi per caso. A otto anni e mezzo, si ritrovava regolarmente a importunare la sorella maggiore, che aveva più di sei anni di differenza rispetto a lui, chiedendole di poter partecipare alle sue partite con gli amici. Per tenerlo occupato, lei gli propose di giocare a scacchi. Quello che era iniziato come un modo per combattere la noia dell’infanzia divenne presto il fulcro della sua vita.

“Avevo otto anni e mezzo. Mia sorella mi disse di giocare a scacchi e poi mi innamorai del gioco. Dopo di allora avevo bisogno di avversari: ed è così che è iniziato tutto.”

Dai primi giorni di Aronian davanti alla scacchiera, il mondo degli scacchi è cambiato radicalmente. L’avvento delle tecnologie informatiche avanzate ha rivoluzionato la preparazione, il calcolo e l’approccio complessivo al rischio che oggi caratterizza i giovani giocatori. Pur riconoscendo questi cambiamenti, Aronian non appare come una reliquia aggrappata al passato. Al contrario, considera la saggezza che arriva con l’età come la capacità di rimanere ricettivi.

“La cosa più preziosa che si può imparare con l’età è mantenere una mente aperta. Se ti chiudi dentro un piccolo guscio, non va bene. Se mantieni la mente aperta, se trascorri del tempo con i giovani, consigliandoli e imparando da loro, allora continui a evolverti.”

Questo atteggiamento potrebbe spiegare la sua perdurante rilevanza nel mondo degli scacchi. Invece di considerare la nuova generazione come una schiera di concorrenti, studia attivamente e impara da loro, trovando ispirazione nella loro energia. In un’epoca scacchistica definita dalla potenza della tecnologia, dal gioco rapido, dalla psicologia e dai rischi calcolati, cerca di incarnare lo spirito di un “giovane pensatore”.

“Gli scacchi sono cambiati enormemente. Poiché i computer sono diventati così forti, i giocatori cercano di mantenere una parte di sé stessi all’interno della partita, e questo porta a giocatori più inclini al rischio e a una maggiore voglia di osare da parte delle nuove generazioni. Cerco di imparare da loro. Non sono rimasto ancorato ai vecchi metodi. Cerco di mantenere una mentalità giovane.”

Foto: Levon Aronian, a sinistra, con Armen Pogossian, proprietario di Pogossian Luxury Brand House.

Armenia, musica, scacchi e il mondo

Sebbene oggi Levon Aronian gareggi sotto la bandiera americana, l’essenza dell’Armenia continua a plasmare la sua visione del mondo. Quando gli viene chiesto cosa porti con sé dalla sua terra natale, Aronian non cita ideologie politiche, ma parla piuttosto del cuore della cultura armena. Per lui, la musica rappresenta il legame più duraturo. In una società spesso segnata da turbolenze, trova conforto nei principi e nel patrimonio culturale che danno stabilità alla sua vita.

“Ho un certo insieme di principi e cerco di vivere secondo questi principi. In un mondo caotico, questo mi aiuta a mantenere il mio equilibrio. E probabilmente anche la musica: porto con me molta musica armena. Ascolto musica armena e cerco di rimanere in contatto con il mio Paese e con la mia cultura in questo modo.”

Questo legame porta con sé un profondo valore simbolico. L’Armenia ha conquistato il rispetto internazionale per il proprio contributo a forme d’arte e di eccellenza che richiedono tempo per essere coltivate: la musica, gli scacchi, il brandy, l’artigianato e l’istruzione. Ognuna rappresenta un impegno verso una disciplina profonda che non può essere affrettata. Richiedono pazienza e, in cambio, offrono il premio della maturità. Per Aronian, gli scacchi hanno aperto le porte del mondo, ma l’Armenia gli ha fornito quel dialogo interiore necessario per attraversarle nel modo giusto.

È per questo che il suo ruolo di ambasciatore di Jardins d’Arménie Royal Brandy va oltre una semplice sponsorizzazione: incarna una più profonda affinità culturale. Per Aronian, Armenian Royal appartiene a un universo fatto di pazienza, disciplina e raffinatezza. Come gli scacchi, richiede tempo per sviluppare i suoi strati complessi. E proprio come questo gioco secolare, Armenian Royal conquista l’apprezzamento internazionale non attraverso le sue dimensioni, ma grazie a un’eccellenza costante e senza compromessi.

Foto: Levon Aronian, a sinistra, con Armen Pogossian, proprietario di Pogossian Luxury Brand House.

Jardins d’Arménie: dove l’artigianalità incontra il legame umano

Nel mondo dei marchi di lusso, Aronian affronta le partnership con una cautela ponderata. Nel corso degli anni ha ricevuto numerose proposte, ma ha sempre dato priorità a un legame umano autentico e significativo. È stato questo principio a condurlo verso Jardins d’Arménie Royal Brandy, in collaborazione con Pogossian Luxury Brand House. Il punto di contatto decisivo è stato Armen Pogossian, proprietario della Maison, che Aronian considera una persona interessante, colta e riflessiva. La loro amicizia ha favorito naturalmente una collaborazione fondata su valori condivisi e rispetto reciproco.

“Nel corso della mia carriera ho ricevuto molte offerte per rappresentare marchi diversi, ma normalmente sono molto selettivo e prudente. Doveva essere qualcuno con cui potessi creare un legame. Con Armen, questo legame è nato fin dall’inizio. Ho capito che era una persona interessante, dotata di una cultura ampia e di una mente riflessiva, e questo ha fatto una grande differenza.”

Recentemente, Aronian ha portato sotto i riflettori la presenza internazionale del marchio al Monte-Carlo Television Festival, dove Jardins d’Arménie Royal Brandy ha partecipato in qualità di Crystal Partner. L’evento ha riunito numerosi ospiti internazionali provenienti dal mondo della televisione, del cinema, dei media e della cultura, con la prestigiosa presenza del Principe Alberto II di Monaco.

Per Aronian, l’essenza del successo del marchio va oltre il fascino di una bottiglia dal design elegante o la storia affascinante che la accompagna. La vera prova risiede nel momento in cui una persona assaggia il prodotto per la prima volta.

“Puoi raccontare mille storie sul tuo prodotto, descriverlo con un milione di parole e avere una bottiglia bellissima. Ma alla fine della giornata, una persona apre la bottiglia e prova ciò che c’è dentro. Quello che ho potuto constatare personalmente è quanto sia buono il prodotto e quanto sia speciale l’esperienza. È per questo che le persone lo rispettano.”

Guardando al futuro, Aronian è ottimista riguardo alle prospettive di Jardins d’Arménie, grazie alla sua rara autenticità e alla maestria artigianale. Con le sue radici armene, le sue ambizioni internazionali e una personalità abbastanza forte da parlare da sola, il marchio appare pronto a proseguire il proprio percorso di successo.

“Penso che il futuro di ciò che Jardins d’Arménie rappresenta sia molto promettente. È già un grande successo, ma diventerà ancora più grande. La ragione principale è che si tratta di un prodotto unico.”

La prossima mossa

Nel mondo degli scacchi agonistici, Levon Aronian si distingue non soltanto per le sue eccezionali capacità sulla scacchiera, ma anche per la vita appagante che conduce al di fuori di essa. Con un sorriso radioso, parla spesso di quanto la vita familiare lo arricchisca. Viaggiando insieme alla sua famiglia, celebrando il ritorno di sua moglie alla musica — scrivendo canzoni ed esibendosi in tutto il mondo — e godendosi i momenti trascorsi con sua figlia, Aronian ha saputo intrecciare armoniosamente la gioia personale con gli impegni professionali. Per lui, la felicità alimenta la passione per il gioco e favorisce una mentalità aperta alla crescita e all’apprendimento.

Anche l’impegno di Aronian nel sostenere la nuova generazione di talenti è degno di nota. Insieme ad altri grandi maestri armeni e amici, sta attualmente seguendo e sostenendo un promettente ragazzo di tredici anni. Questo gesto di guida rappresenta un’eredità discreta ma potente, che attribuisce più valore al tempo e all’attenzione che all’ostentazione. Significa investire nel futuro e offrire sostegno a qualcuno che un giorno potrebbe portare il gioco a un livello ancora più alto.

“Siamo sempre alla ricerca di nuovi talenti da sostenere. In questo momento stiamo sostenendo un ragazzo. Ha tredici anni ed è molto talentuoso.”

Quando riflette su come vorrebbe essere ricordato, Aronian mette da parte il fascino dei titoli e dei riconoscimenti, sottolineando invece il desiderio di essere utile agli altri. Il suo percorso negli scacchi gli ha insegnato che determinazione e perseveranza possono aprire delle opportunità, non soltanto nel gioco, ma nella vita stessa.

“Vorrei essere ricordato nel senso che, se ho reso il mondo anche solo leggermente migliore, per me è sufficiente. Non cerco un’eredità particolare. Una cosa che ho imparato dagli scacchi è che, se combatti e dedichi le ore necessarie, hai sempre una possibilità.”

Questa filosofia racchiude un ethos profondamente armeno: la ricerca dell’eccellenza è accompagnata dall’umiltà, l’ambizione è temperata dalla grazia e i ricordi vengono custoditi senza rimanere prigionieri del passato. Aronian rappresenta una voce vivace dell’Armenia sulla scena internazionale, un giocatore che ha saputo intrecciare con maestria pensiero e creatività, competizione e cultura.

Allo stesso modo, Jardins d’Arménie e Pogossian Luxury Brand House cercano di trasmettere questa stessa narrazione: quella secondo cui l’artigianato armeno, proprio come il gioco degli scacchi, occupa una posizione solida sulla scena mondiale, esprimendo sicurezza e orgoglio.

A prima vista, gli scacchi e la produzione di un brandy di alta qualità possono sembrare appartenere a mondi differenti. Eppure, entrambe sono discipline alimentate dal tempo; entrambe prosperano grazie alla pazienza e acquistano ricchezza con la maturazione. Insieme, ricordano che i più importanti traguardi dell’Armenia non sono definiti esclusivamente dalla loro grandezza, ma dalla loro eleganza, dal loro valore e dalla loro maestria.

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Il futuro di Erevan sospeso fra Oriente e Occidente (Asianews 11.08.26)

Mosca (AsiaNews) – A fine luglio, il premier armeno Nikol Pašinyan ha dichiarato che il Paese intende sviluppare le relazioni con la Russia, ma non ritiene che debbano essere esclusive. Secondo lui, uno dei cambiamenti chiave nella politica estera dell’Armenia è stato il desiderio di ampliare la propria cerchia di partner internazionali, e di cercare alternative che prima mancavano al Paese, indicando la Cina come una delle più importanti. Pechino sta seguendo con attenzione la regione del Caucaso meridionale; cogliendo l’occasione, il 4 agosto il premier cinese Li Qiang ha inviato una lettera di congratulazioni in onore della riconferma di Pašinyan come primo ministro, osservando che “Cina e Armenia godono di una lunga e tradizionale amicizia”.

Insieme alla Cina, anche l’India, rivale storico di Pechino, è un importante partner geopolitico dell’Armenia. Lo stesso giorno delle congratulazioni cinesi, l’ambasciatore armeno in India, Vaagn Afyan, ha incontrato Amit Telang, sottosegretario per la cooperazione internazionale presso il ministero della Difesa indiano; al centro della discussione la cooperazione in materia di difesa tra i due Paesi, in particolare nei settori militare-industriale e militare-educativo.

Le relazioni tra Armenia e India hanno compiuto un salto di qualità negli ultimi anni, trasformandosi in una vera e propria partnership strategica, e il principale motore di questo riavvicinamento è stato il settore della sicurezza. L’India, che ha relazioni complesse con il Pakistan, alleato dell’Azerbaigian, ha visto nell’Armenia un partner naturale, mentre Nuova Delhi è diventata una fonte cruciale di armi per Erevan. Questo ha portato a una crescita senza precedenti nella cooperazione tecnico-militare: a partire dal 2024 l’Armenia è diventata il maggiore acquirente di armi indiane, con acquisti totali per 600 milioni di dollari. Anche la componente economica mostra una dinamica positiva, anche se l’India non è tra i principali partner commerciali e di investimento dell’Armenia. Il volume degli scambi bilaterali è inferiore a 300 milioni di dollari, mentre a titolo di confronto con la Russia supera i due miliardi di dollari.

Sebbene l’India svolga un ruolo importante nel complesso militare-industriale e di sicurezza dell’Armenia, la Cina la supera di gran lunga sul piano economico. Il 31 agosto 2025 è stata firmata a Pechino una Dichiarazione congiunta sull’istituzione di un partenariato strategico tra Armenia e Cina, e gli indicatori economici confermano il ruolo crescente della Cina, che nel 2023 era il terzo partner commerciale dell’Armenia, con un interscambio di 2,13 miliardi di dollari, in aumento del 21,3% rispetto all’anno precedente. La Cina è interessata all’Armenia per le sue materie prime: si tratta principalmente di oro (62,6% delle esportazioni), rame, argento, minerali di molibdeno e vino. Automobili, apparecchiature telefoniche, abbigliamento e materiali da costruzione vengono importati dalla Cina.

In termini di aspetti militari e politici, l’India sembra attualmente il partner più importante: Delhi è pronta non solo a fornire armi, ma anche a condividere tecnologia, addestrare personale e sostenere Erevan in un potenziale nuovo confronto con Azerbaigian e Turchia. In termini di importanza economica, la Cina è chiaramente leader; i volumi commerciali, le linee di credito e i progetti infrastrutturali rendono la Cina un partner economico prezioso.

Pašinyan cercherà di utilizzare entrambi i Paesi come fattori per diversificare i contatti esterni della Repubblica. Allo stesso tempo, la Russia rimane il principale partner economico dell’Armenia per il prossimo futuro, e l’obiettivo politico primario di Pašinyan non è l’India o la Cina, bensì l’Unione Europea. Più l’Armenia si avvicina all’Ue, più dovrà adattarsi alle sue preferenze non solo nei rapporti con la Russia, ma anche con i giganti asiatici. Per non parlare degli Stati Uniti, al cui presidente Donald Trump è stata proposta da Pašinyan una candidatura al Premio Nobel per il suo contributo alla pace con l’Azerbaigian, e ha accettato di intitolare a lui il corridoio Tripp tra le due parti dell’Azerbaigian.

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Karekin II, il processo passa al giudice Serzh Rushanyan. Ma la domanda resta: può lo Stato decidere chi è Vescovo? (Korazym 11.08.26)

Cambia il giudice, non cambia la questione. Il procedimento penale contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, e sei Vescovi membri del Consiglio Spirituale Supremo della Chiesa Apostolica Armena è stato assegnato al giudice Serzh Rushanyan (foto di copertina) del Tribunale di primo grado di giurisdizione generale della regione di Armavir.

Lo registra il sistema informativo giudiziario armeno Datalex, dopo l’astensione del giudice Hakob Manukyan, che aveva interrotto praticamente sul nascere la prima udienza del 7 agosto.

Il processo dunque ripartirà. Al momento non risulta ancora fissata la data della nuova udienza. Ma il cambio del magistrato non modifica la domanda di fondo che questo Blog dell’Editore ha posto fin dall’inizio di questa vicenda: può un tribunale dello Stato stabilire chi debba essere Vescovo e, di conseguenza, trasformare in materia penale il rifiuto della Chiesa di applicare una decisione civile che interviene sul governo interno ecclesiastico?

Da Manukyan a Rushanyan

Avevamo raccontato l’8 agosto che il processo si era fermato dopo appena una ventina di minuti. Il giudice Hakob Manukyan aveva dichiarato la propria astensione, determinando la riassegnazione del fascicolo.

Datalex ha ora reso nota anche la motivazione della decisione. Nel 2021, mentre Manukyan frequentava l’Accademia degli Avvocati, Ara Zohrabyan – oggi uno dei rappresentanti legali del Catholicos – era Presidente dell’Ordine degli Avvocati dell’Armenia e presiedeva la Commissione di Qualificazione. Dopo l’esame orale fu proprio Zohrabyan a rilasciare a Manukyan la licenza per l’esercizio della professione forense.

Secondo quanto spiegato dallo stesso magistrato, tale precedente rapporto professionale avrebbe potuto suscitare ragionevoli dubbi sulla sua imparzialità, mettendo in discussione agli occhi delle parti e dell’opinione pubblica l’obiettività del procedimento e l’equità delle successive decisioni. Da qui la scelta di astenersi nell’interesse della corretta amministrazione della giustizia.

Il sistema informatico di assegnazione giudiziaria ha ora affidato il fascicolo a Serzh Rushanyan, giudice del Tribunale regionale di Armavir. Rushanyan, 29 anni, è stato nominato magistrato nel 2023. In precedenza ha lavorato presso il Ministero della Giustizia armeno e, dal 2017 al 2020, è stato Presidente dell’organizzazione non governativa Giustizia e Stato di diritto.

Un nome già comparso nel confronto attorno a Etchmiadzin

Il nome di Serzh Rushanyan non compare per la prima volta nelle vicende giudiziarie legate alle tensioni attorno alla Santa Sede di Etchmiadzin.

Nell’aprile 2026, il Tribunale di primo grado della regione di Armavir, con Rushanyan giudice, accolse infatti un ricorso contro la decisione di non avviare un procedimento penale in relazione agli incidenti verificatisi il 18 dicembre 2025 presso la Santa Sede di Etchmiadzin.

Quel giorno era in corso una manifestazione nel contesto della campagna contro il Catholicos Karekin II. Secondo la denuncia presentata in relazione ai fatti, durante l’uscita di una processione di ecclesiastici si verificarono comportamenti che furono indicati come possibili atti di teppismo. Il tribunale ritenne che vi fossero elementi sufficienti per procedere agli accertamenti e dispose l’avvio dell’indagine penale.

È un precedente che merita di essere ricordato, senza naturalmente anticipare alcuna valutazione sul modo in cui Rushanyan condurrà il nuovo procedimento. Un giudice deve essere valutato sulle decisioni assunte nel singolo processo e non per supposizioni sulle decisioni future.

All’origine del processo c’è ancora il caso Saroyan

Anche dopo il cambio del giudice, il cuore della vicenda rimane esattamente quello che abbiamo descritto nei precedenti articoli.

Il procedimento riguarda Karekin II e sei Vescovi del Consiglio Spirituale Supremo, accusati di ostruzione alla giustizia in relazione alla mancata esecuzione di un provvedimento della magistratura civile riguardante il Vescovo Gevorg Saroyan.

Saroyan era stato rimosso dal proprio incarico ecclesiastico con una decisione del Catholicos. Rivoltosi alla giustizia civile, aveva ottenuto un provvedimento favorevole alla propria reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non vi ha dato esecuzione e successivamente Saroyan è stato ridotto allo stato laicale.

La posizione della Chiesa Apostolica Armena è netta: nomina, trasferimento, disciplina e status canonico dei Vescovi e del clero appartengono all’ordinamento interno della Chiesa e non possono essere determinati da un tribunale dello Stato.

Ed è precisamente qui che una controversia apparentemente processuale assume una portata ben più vasta.

Quando una questione canonica diventa un procedimento penale

Non siamo più soltanto davanti a una controversia tra un Vescovo e l’istituzione ecclesiastica cui apparteneva.

Nel momento in cui un tribunale civile ordina la reintegrazione di un Vescovo e il rifiuto dell’autorità ecclesiastica di eseguire quell’ordine conduce a un procedimento penale contro il Catholicos e sei Vescovi, il problema investe direttamente il confine tra giurisdizione dello Stato e autonomia della Chiesa.

È questa la domanda che abbiamo posto il 5 agosto, quando abbiamo scritto che il processo contro Karekin II rappresentava uno spartiacque nella crisi tra Stato e Chiesa in Armenia. Ed è la stessa domanda tornata con ancora maggiore evidenza l’8 agosto: può uno Stato decidere chi è Vescovo?

Il 9 agosto, commentando l’attenzione dedicata alla vicenda da Der Spiegel, abbiamo osservato che anche nel racconto internazionale rischia di rimanere sullo sfondo proprio questo punto essenziale. Non si tratta semplicemente di stabilire se una decisione giudiziaria sia stata eseguita. Prima ancora occorre domandarsi se quella decisione potesse legittimamente intervenire sulla materia che pretendeva di regolare.

Una crisi che non nasce oggi

Il processo non può inoltre essere isolato dal contesto politico ed ecclesiale nel quale si svolge.

Questo Blog dell’Editore segue da tempo il crescente confronto tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena. Il 2 agosto abbiamo raccontato un episodio dal forte valore simbolico: l’apertura del nuovo Parlamento armeno senza la presenza del Catholicos, una rottura rispetto a una tradizione consolidata e un ulteriore segnale della profondità della frattura tra le istituzioni dello Stato e la Chiesa nazionale.

La difesa di Karekin II e gli ambienti ecclesiastici denunciano il procedimento come un’indebita interferenza dello Stato nell’autonomia canonica della Chiesa. Sul versante governativo, invece, la vicenda viene ricondotta all’obbligo generale di rispettare le decisioni dei tribunali.

È proprio questa contrapposizione che rende il processo assai più importante della singola imputazione.

Cambia il giudice. Non cambia la domanda

Ora il fascicolo è sulla scrivania del giudice Serzh Rushanyan.

Sarà lui, salvo ulteriori sviluppi processuali, a dover affrontare un procedimento che ha ormai superato i confini dell’aula giudiziaria di Armavir. Perché sotto l’accusa di mancata esecuzione di una decisione giudiziaria si trova una questione che riguarda l’autonomia di una delle più antiche Chiese Cristiane del mondo e il limite che il potere civile deve osservare davanti alla libertà di governo di una comunità religiosa.

Non si tratta di sostenere che un’autorità religiosa sia sottratta alla legge dello Stato. Non lo è.

La questione è diversa e molto più precisa: può la legge dello Stato sostituirsi al diritto canonico nel determinare chi esercita un ministero episcopale? È questa la domanda che il cambio del giudice non cancella. Anzi, adesso che il processo può riprendere, diventa ancora più difficile evitarla.

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Le tensioni tra Armenia e Russia al summit UEE in Kirghizistan (Eastjournal 10.08.26)

l vertice dell’Unione Economica Euroasiatica si è trasformato nell’ennesimo terreno di scontro tra Yerevan e Mosca. Le relazioni sono ulteriormente peggiorate dopo che il Cremlino ha bloccato la vendita di oltre settantamila bottiglie d’acqua importate dal paese caucasico. E Pashinyan dice che l’Unione è “di fatto paralizzata”.

Che cos’è l’Unione Economica Euroasiatica e perché è nata “zoppa”

L’Unione Economica Euroasiatica (UEE) è una unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan. Fondata nel 2015, si può dire che rappresenti il pilastro economico di quella rete di organizzazioni internazionali sorte dal crollo dell’Unione Sovietica in avanti, e guidate de facto da Mosca, che hanno come obiettivo quello di mantenere alcuni paesi dello spazio post-sovietico all’interno della sfera di influenza russa. Le altre organizzazioni sono la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), fondata appena crollata l’URSS con lo scopo di favorire una forma di associazione tra paesi divenuti indipendenti dall’impero sovietico. E l’Organizzazione per il Trattato della Sicurezza Collettiva (OTSC), che si può dire essere una sorta di NATO euroasiatica a guida di Mosca. Nella realtà nessuna di queste ha mai avuto un impatto significativo, sia per la debolezza strutturale di alcuni regimi che ne fanno parte, sia perché le divergenze in politica estera si sono fatte via via sempre più accentuate. Ad esempio, già nella fine degli anni 90, Georgia, Ucraina, Azerbaijan e Moldova, hanno fondato il GUAM: un’organizzazione di paesi post-sovietici creata quasi esplicitamente per controbilanciare il peso di Mosca. In questo articolo ci concentriamo sull’Unione Economica Euroasiatica. Su carta sembrava essere quella in grado di riscuotere maggiore successo; tuttavia, ci sono almeno due problemi. Il primo è un peso di Mosca troppo accentuato. L’UEE era nata su modello dell’integrazione economica tra i paesi dell’Unione Europea, ma c’è una differenza fondamentale. Mentre l’UE ha effettivamente favorito una integrazione e interdipendenza orizzontale e multilivello tra le economie di mercato dei paesi che ne fanno parte spingendo per una prosperità comune, l’UEE nasce con la premessa di porre Mosca al centro e far convergere le economie dell’Unione euroasiatica unicamente verso di essa, ma senza favorire l’integrazione tra altri membri così che questi rimangano legati solo a Mosca. Inoltre, l’economia dell’Unione Europea è complessa e basata su industrie ad alto valore aggiunto, quella dei paesi dell’UEE piuttosto il contrario: si tratta di economie prevalentemente estrattive di risorse naturali ed export di prodotti a basso valore aggiunto. Il primo problema è quindi una scarsa integrazione tra le economie dell’Unione Economica Euroasiatica che si ritrovano costrette a dover convergere unicamente verso Mosca. Per fare un esempio, se l’interscambio tra Kirghizistan e Russia nel 2025 ha superato i 5 miliardi di dollari, quello tra Kirghizistan e qualsiasi altro paese dell’UEE non ha raggiunto il mezzo miliardo. Oggi però l’UEE sta affrontando un altro problema: le relazioni tra Armenia e Russia.

Qual è lo status delle relazioni tra Armenia e Russia

Nella città del Kirghizistan di Cholpon-Ata, sul lago Issyk-Kül, si è svolto un summit dell’Unione Economica Euroasiatica. Il vertice si è svolto nel pieno delle tensioni tra Yerevan e Mosca, con quest’ultima che ha recentemente annunciato lo stop alla vendita di prodotti importati dal paese caucasico. Lo stesso vice Primo Ministro russo Alexei Overchuk ha detto che l’interscambio tra Armenia e Russia è “drammaticamente crollato di due terzi nel 2026 rispetto al 2025”, e che ciò potrebbe portare ad una crisi più seria. Per il Primo Ministro Pashinyan la responsabilità è tutta russa sostenendo che se le restrizioni economiche nei confronti di prodotti armeni continuassero, ciò potrebbe diventare un problema per l’Unione Economica Euroasiatica. Senza mezzi termini, il Premier ha aggiunto che l’organizzazione è di fatto paralizzata e che non sta più funzionando in maniera efficiente: “se la questione non si risolverà rapidamente, fatemi dire che sarà l’inizio della fine dell’Unione Economica Euroasiatica (…). A superare il problema sarà l’Armenia, non l’UEE”. Il Primo Ministro ha inoltre difeso il diritto sovrano del suo paese di diversificare le relazioni economiche e l’UEE dovrebbe favorire questo processo per diventare più competitiva, invece di ostacolarlo. Se già Yerevan aveva congelato la sua partecipazione al OTSC, anche nell’UEE sembra star diventando sempre più un pesce fuor d’acqua. Il 29 maggio scorso i leader di Russia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan, hanno firmato una dichiarazione congiunta in cui chiedevano al governo armeno di indire un referendum per decidere se il paese debba lasciare l’UEE per entrare nell’Unione Europea, oppure interrompere il processo di integrazione con Bruxelles per rimanere nello spazio euroasiatico. È evidente che l’Unione Economica Euroasiatica stia andando incontro ad una resa dei conti con l’unico membro caucasico. Il terreno è impervio per Yerevan, ma per Mosca l’autogoal è sempre dietro l’angolo e il gioco di continuare una politica aggressiva potrebbe non valere la candela.

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Armenia, Putin: Prima possibile un referendum sull’adesione all’Ue (Askanews 10.08.26)

Roma, 10 ago. (askanews) – L’Armenia dovrebbe indire un referendum sull’adesione all’UE “il prima possibile”. Lo ha affermato il presidente Vladimir Putin, intensificando la pressione su Erevan dopo il rafforzamento dei suoi legami con Bruxelles.

“Pertanto saremo costretti, non solo in alcuni ambiti ma, in sostanza, a ridurre gradualmente quasi tutte le nostre attività con l’Armenia in ambito economico, riguardo ai processi di integrazione”, ha detto Putin durante una conferenza stampa in Kazakistan.

“Vorremmo rivolgere un appello ai nostri partner e amici armeni. Lo stesso primo ministro (Nikol) Pashinyan ha affermato di ritenere opportuno indire un referendum su questa questione, ovvero sulla posizione che l’Armenia dovrebbe assumere: nell’Unione Eurasiatica o nell’Unione Europea. Vorremmo che ciò avvenisse il prima possibile”, ha aggiunto.

 

 

 

“Qualunque decisione venga presa, ciò non comprometterà i nostri legami umanitari, né quelli politici. Ma in questo caso stiamo parlando esclusivamente di entità economiche: tutto va preso in considerazione”, ha concluso.

 

 

Armenia: Karekin II a processo (Settimananews 10.08.26)

Si è aperto il 7 agosto il processo a carico del Catholicos delle Chiesa apostolica armena, Karekin II, accusato assieme ad altri sei gerarchi del consiglio supremo di ostruzione alla sentenza di un tribunale civile che aveva riconsegnato il ruolo episcopale al vescovo Gevorg Saroyan.

Ma il processo, che si potrebbe concludere con la condanna a due anni di carcere, si è subito interrotto per le dimissioni del giudice, Hakob Manukian, che ha invocato un suo possibile conflitto di interesse. L’evento è clamoroso. È la prima volta nella storia di una Chiesa che ha 17 secoli sulle spalle e ha costituito da sempre uno dei fondamenti dell’identità armena che si registra un fatto così «inquietante e inaccettabile», come l’ha definito il patriarca armeno di Gerusalemme.

Tutti i parlamentari dell’opposizione si sono presentati per sostenere il Catholicos assieme a migliaia di persone. Ritornando in episcopio, il gerarca ha detto: «Constato con rammarico che la nostra santa Chiesa e il nostro clero sono perseguitati dalle autorità. Sono stati avviati procedimenti illegali contro i leader della Chiesa e i benefattori nazionali, che hanno portato ad arresti e a restrizioni della libertà».

A sua difesa si sono schierati la gran maggioranza dei vescovi e del clero, l’altro Catholicos armeno (della Cilicia, residente in Libano), il patriarca armeno di Gerusalemme, i vescovi di Siria, Germania, Iraq, l’organismo caritativo della diaspora (Unione generale armena di carità) e la diocesi armena e il consiglio delle organizzazioni armene di Francia.

Ma il consenso ecclesiale e della diaspora non spegne le critiche interne al Catholicos accusato di aver censurato oltre 150 membri del clero (fra cui quattro vescovi) per la loro richiesta di riforme della Chiesa e per la loro contrarietà alla sua posizione “politica” filo-russa e politicamente troppo vicina all’opposizione e all’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan.

Senza dimenticare che il fratello, Yzras Nersisyan, è vescovo della diocesi armena in Russia, è stato collaboratore e informatore dei servizi segreti russi (secondo la polizia armena) e gode della stima di Putin.

Un conflitto che viene da lontano

I precedenti immediati del processo sono la rimozione del vescovo Gevorg Saroyan e la sua dimissione dallo stato clericale (27 gennaio 2026), che un tribunale civile ha rimesso al suo posto contro la decisione ecclesiastica. In ragione dell’opposizione alla sentenza, il governo ha impedito al Catholicos e ai vescovi del consiglio supremo di celebrare un sinodo a St Pőlten (Austria) che si svolto come semplice assemblea episcopale.

Nel 2024 l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, aveva guidato un movimento popolare con il sostegno del Catholicos, chiedendo le dimissioni del primo ministro Nikol Pacshinyan, come il Catholicos aveva già fatto nel 2020. A sua volta, Pashinyan aveva accusato Karekin II di aver violato il voto monastico di celibato e quindi di non essere in grado di guidare la Chiesa, sostenendo la protesta di una decina di vescovi e una trentina di preti che ne chiedevano la testa.

Il conflitto fra i due si avvia già nel 2018, quando Pashinyan giunge al potere: viene tolto il passaporto internazionale ai vescovi come anche la protezione della polizia al patriarca, si sopprime il servizio pastorale nelle carceri e si limita quello alle forze armate.

Il conflitto si esaspera con la guerra perduta contro l’Azerbaigian (2020-2023), la fuga di 100.000 armeni dall’enclave del Nagorno-Karabakh, la “pace dei vinti” firmata a Washington l’8 agosto 2025, il sospetto che la distensione con la Turchia possa oscurare la richiesta di riconoscimento internazionale del genocidio armeno. Su tutti questi temi i due leader si contrappongono.

La giustificazione e l’interpretazione di quanto sta succedendo si declinano su tre versanti: la piena acquisizione della laicità dello stato, la necessità di una formalizzazione giuridica dei rapporti fra Chiesa e stato, il cambiamento della collocazione dell’Armenia nella nuova mappa geopolitica mondiale.

Fra laicità, concordato e geopolitica

Per Harutyun Harutyynyan, professore all’università statale di Erevan, il processo in atto costituisce una spallata al vecchio equilibrio, alla vecchia scuola del KGB che «garantiva che l’Armenia rimanesse sotto il dominio russo e non si avvicinasse minimamente all’Occidente». Stabilisce «la vittoria della laicità rispetto a una forma di cooperazione storica consolidata tra stato e Chiesa nazionale. Si tratta della definitiva separazione tra politica e religione in questo paese che è stato il primo nella storia a riconoscere il cristianesimo come religione di stato nel 301 dopo Cristo» (Katholisch.de, 7 agosto).

Per René Dzagoyan (Nouvelles d’Armenie en ligne, 8 agosto), quanto sta succedendo mostra per la prima volta come una giurisdizione civile voglia sospendere gli effetti di una decisione che la Chiesa considera esclusivamente propria, entro il diritto ecclesiastico. Il Catholicos davanti ai giudici mostra come «tutto il sistema di relazioni fra lo stato armeno e la Chiesa apostolica si ritrova sul banco degli accusati».

La formulazione della Costituzione del 1995, che proclama la separazione dello stato dalla Chiesa riconoscendo a questa una missione eccezionale nella vita spirituale del popolo armeno, è ancora priva di una declinazione adeguata e precisa in materia di patrimoni, di fiscalità, di trasparenza finanziaria, di modalità per affrontare i dissidi. Manca cioè una sorta di concordato o di legge che dia ordine e misura alla relazione stato-Chiesa.

Molto più comune fra i commentatori è la collocazione dello scontro personale fra Karekin II e Pashinyan, fra la Chiesa e lo stato, entro il nuovo contesto geopolitico mondiale.

Il Governo sta traghettando il paese fuori dell’orbita tradizionale di un’“appartenenza” filo-russa in una collocazione di autonomia politica più prossima alla cultura dell’Occidente. Tre fatti possono dare il senso dello spostamento.

L’esito delle elezioni legislative del 7 giugno scorso conferma la maggioranza del partito “Contratto civile” di Nikol Pashinyan (64 seggi) rispetto all’opposizione pro-russa di “Armenia forte” (29 seggi) e “Alleanza armena” (12) e quindi legittima l’indirizzo del Governo.

Il secondo fatto è l’assenza di Pashinyan all’incontro dell’Unione economica euroasiatica (Astana, 29 maggio) presieduta da Vladimir Putin. L’alleanza economica che rappresenta la maggiore area di mercato per l’Armenia è sempre più distante da Erevan. I paesi partecipanti hanno chiesto a Pashinyan di chiarire la sua collocazione, hanno preteso (invano) un referendum popolare in merito e la Russia ha provveduto a severi limiti sul piano commerciale (senza però toccare le forniture decisive del gas).

Il terzo evento è la celebrazione a Erevan della riunione della Comunità politica europea (4 maggio), un forum che riunisce l’insieme dei paesi dell’Unione Europea, i paesi viciniori, il Regno Unito, i paesi balcanici e il Canada e il successivo incontro fra UE e Armenia (5 maggio). La firma dell’accordo di pace con l’Azerbaigian sotto il patrocinio del presidente statunitense D. Trump ne rappresenta il coronamento.

Esposizione al rischio

L’elemento più discutibile è l’azzardo di rischiare lo scontro con il tradizionale legame alla Russia che ha condizionato, ma anche garantito l’Armenia e di pretendere di forzare gli indirizzi della Chiesa secondo metodi (legislativi, giudiziari, amministrativi) più vicini alla tradizione sovietica che al sistema giuridico democratico.

Un paese fragile (poco più di tre milioni di abitanti con 7 milioni in diaspora), stretto fra due “nemici” come l’Azerbaigian e la Turchia e fuori dai giochi internazionali che contano, è perennemente esposto all’implosione.

Così si esprimeva il prof. Aldo Ferrari dell’università Ca’ Foscari di Venezia: «Non vorrei sembrare drammatico, ma non conosco altri Paesi al mondo altrettanto a rischio di esistenza come la Repubblica di Armenia. L’unico caso simile, se vogliamo, è quello di Israele, dato che alcuni tra i Paesi vicini esprimono il desiderio della sua eliminazione. Ma con una colossale differenza tra la forza di Israele – che è anche una potenza nucleare – e quella dell’Armenia. Mentre nessuno oggi può realisticamente cancellare Israele, per l’Armenia non si può dire altrettanto. Le pretese territoriali dell’Azerbaigian sul territorio armeno – che sono potenzialmente genocidarie – sono espresse a livello ufficiale, come è possibile verificare sui siti ufficiali del Paese».

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Karekin II, anche “Der Spiegel” scopre il caso. Ma resta fuori la domanda decisiva: può lo Stato decidere chi è Vescovo? (Korazym 9.08.26)

Korazym.org/Blog dell’Editore, 09.08.2026 – Vik van Brantegem] – Il caso del processo contro Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, comincia finalmente a superare i confini dell’Armenia. È un fatto positivo. Quando il Capo di una delle più antiche Chiese Cristiane del mondo viene portato davanti a un tribunale penale insieme a sei Vescovi, ciò che accade non può essere considerato una semplice questione interna armena.

Sabato 8 agosto 2026 anche Der Spiegel ha dedicato attenzione alla vicenda, presentando ai suoi lettori il procedimento contro Karekin II come un fatto senza precedenti negli Stati sorti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

Che una testata internazionale autorevole dia spazio al caso è certamente importante. Significa che quanto sta accadendo a Etchmiadzin non può più essere confinato nel confronto politico interno tra il governo del Primo Ministro Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena. Proprio per questo, però, sarebbe stato auspicabile un passo ulteriore.

I fatti ci sono. Il problema è la cornice

L’articolo di Der Spiegel riporta molti degli elementi essenziali della vicenda. Ricorda il lungo conflitto tra Pashinyan e Karekin II, riferisce che il Catholicos e sei Vescovi sono comparsi davanti al tribunale di Etchmiadzin, spiega che il procedimento riguarda la mancata esecuzione di una decisione della giustizia civile e informa che il giudice si è successivamente ricusato. Riferisce anche la posizione di Karekin II, secondo cui le autorità statali starebbero limitando la libertà della Chiesa attraverso accuse che egli considera illegali e costruite contro ecclesiastici e fedeli.

Dunque, non si tratta di contestare i fatti riportati. Il problema è piuttosto la cornice nella quale quei fatti vengono inseriti.

Leggendo l’articolo, il lettore può ricavare l’impressione che il cuore della vicenda sia relativamente semplice: un tribunale dello Stato ha pronunciato una decisione, il Catholicos non l’ha eseguita e per questo è finito sotto processo. Formalmente è il meccanismo dal quale nasce il procedimento penale. Ma è davvero questa la questione fondamentale?

Prima della sentenza civile viene un’altra domanda

Come abbiamo osservato ieri su questo Blog dell’Editore, bisogna compiere un passo indietro.

La decisione che Karekin II e gli altri imputati sono accusati di non avere eseguito una decisione della giustizia civile riguarda Gevorg Saroyan, già Vescovo di Masyatsotn, rimosso dal proprio incarico dall’autorità ecclesiastica.

Saroyan si è rivolto alla giustizia civile e un tribunale ha disposto la sua reintegrazione. La Santa Sede di Etchmiadzin non ha dato esecuzione al provvedimento e successivamente Saroyan è stato ridotto dallo stato clericale. Ed è precisamente qui che nasce la domanda che non può essere elusa.

Può un tribunale dello Stato imporre a una Chiesa di riconoscere come Vescovo una persona che l’autorità ecclesiastica competente ha rimosso dall’ufficio episcopale?

Non stiamo chiedendo se un Vescovo, un sacerdote o persino il Catholicos possano essere giudicati da un tribunale civile qualora commettano un reato previsto dalla legge dello Stato. Naturalmente possono esserlo. La questione è completamente diversa.

Qui occorre stabilire chi abbia competenza per decidere chi sia Vescovo, chi possa esercitare una funzione episcopale e chi possa essere rimosso secondo l’ordinamento proprio della Chiesa. È precisamente il confine tra giurisdizione civile e giurisdizione canonica.

Il punto che rischia di scomparire

Presentare il caso prevalentemente come il rifiuto di Karekin II di conformarsi alla decisione di un tribunale rischia quindi di cominciare il racconto dal secondo capitolo. Il primo è la decisione stessa.

Prima di domandarsi perché la Chiesa non abbia eseguito l’ordine del giudice, occorrerebbe chiedersi se e fino a che punto un giudice civile possa ordinare a una Chiesa di reintegrare qualcuno in una funzione episcopale. È qui che emergono le dimensioni canonica, costituzionale e istituzionale della controversia.

Ed è qui che assumono rilievo anche le preoccupazioni espresse dalla stessa Chiesa Apostolica Armena e da diverse istituzioni ecclesiali internazionali circa una possibile interferenza del potere politico negli affari interni della Chiesa.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto Karekin II. Riguarda il principio dell’autonomia delle comunità religiose rispetto allo Stato.

Uno scontro che Der Spiegel riconduce soprattutto alla politica

Der Spiegel inserisce inoltre il procedimento nel lungo conflitto politico tra Pashinyan e Karekin II. Ricorda le critiche del Catholicos al Primo Ministro dopo la guerra del 2020 e dopo l’occupazione dall’Azerbaigian della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh nel 2023, con lo sfollamento sforzata di tutta la popolazione. Ricorda anche le accuse di Pashinyan contro esponenti della gerarchia ecclesiastica, considerati vicini alla Russia, mentre il governo cerca di allontanare l’Armenia dall’orbita di Mosca e di avvicinarla all’Unione Europea.

Sono elementi reali e necessari per comprendere il contesto. Ma proprio questo rende indispensabile distinguere due livelli. Una cosa è lo scontro politico tra il Primo Ministro e il Catholicos. Altra cosa è stabilire se il potere civile possa intervenire nell’organizzazione interna della Chiesa fino a determinare chi debba esercitare un ministero episcopale.

Ridurre il secondo problema al primo rischia di trasformare una questione di libertà religiosa e autonomia istituzionale in un semplice episodio della lotta politica armena.

Non soltanto la versione della Chiesa

Chiedere che questa dimensione venga approfondita non significa assumere automaticamente come vera ogni accusa formulata contro il governo armeno. Il giornalismo deve verificare, confrontare e contestualizzare.

Proprio per questo sarebbe necessario esaminare con altrettanta attenzione le ragioni delle autorità statali e quelle della Chiesa, la legislazione armena e l’ordinamento canonico, le garanzie costituzionali e la concreta portata della decisione giudiziaria contestata. Solo così il lettore può comprendere ciò che realmente è in gioco.

E soltanto così si evita che la formula apparentemente semplice – «il Catholicos non ha rispettato una sentenza» – finisca per contenere già, implicitamente, la risposta alla questione che dovrebbe invece essere sottoposta a verifica.

Perché prima ancora di chiedere se Karekin II abbia obbedito al tribunale, bisogna chiedersi che cosa quel tribunale avesse il potere di ordinare alla Chiesa.

È positivo che il mondo cominci a guardare Etchmiadzin

La crescente attenzione della stampa internazionale è dunque una buona notizia. Il processo contro il Catholicos di Tutti gli Armeni merita di essere seguito fuori dall’Armenia, senza trasformarlo né in una battaglia confessionale né in una semplice appendice dello scontro politico tra maggioranza e opposizione.

Der Spiegel ha contribuito a portare il caso davanti a un pubblico internazionale più ampio. È un contributo importante. Ma proprio l’autorevolezza della testata rende legittimo aspettarsi che il racconto non si fermi alla superficie giudiziaria della vicenda. Perché il giudice che avrebbe dovuto celebrare il processo si è ricusato e un altro magistrato verrà nominato. Il procedimento, con ogni probabilità, continuerà. La domanda posta ieri da questo Blog dell’Editore, invece, è già sul tavolo e continuerà a esserlo indipendentemente dal nome del prossimo giudice: può uno Stato decidere chi è Vescovo?

È questa la questione che la stampa internazionale non dovrebbe lasciare ai margini.

Foto di copertina: domenica 7 giugno 2026, la Chiesa Apostolica Armena ha celebrato la Festa della Cattedrale Madre di Etchmiadzin. In occasione di questo giorno benedetto, la Divina Liturgia è stata celebrata nella Cattedrale della Discesa dell’Unigenito, presieduta da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Ha celebrato il Vescovo Zakaria Baghumyan, Direttore del Centro di Predicazione della Santa Sede di Etchmiadzin. Al Sacro Rito erano presenti i primati diocesani della Chiesa Apostolica Armena, il clero monastico della Santa Sede Etchmiadzin e numerosi pellegrini.
Nella sua omelia, riflettendo sul significato spirituale della Santa Sede di Etchmiadzin, il Vescovo Baghumyan ha osservato: «Nel corso dei secoli, la Cattedrale Madre, trascendendo i limiti della sua forma in pietra, è diventata l’incarnazione di una sacra missione, di uno spirito indomabile e di una volontà possente, guidando il nostro popolo attraverso i decisivi crocevia della storia. I nostri antenati vedevano in questo sacro tempio un simbolo di unità e una fonte viva di coesione nazionale, e nutrivano il nobile sogno di restaurare, preservare e rafforzare lo Stato armeno. Non è solo una casa di preghiera, ma anche un tesoro della nostra memoria collettiva, che preserva la vitalità e la continuità del nostro “piccolo gregge”. La Santa Sede di Etchmiadzin è anche la casa di tutti gli Armeni, e la devozione a Etchmiadzin rappresenta un fulgido esempio di amore per la patria e amore per Dio.
Questo nome amato e venerabile ci è caro perché l’Etchmiadzin, dono di Dio, è, in un profondo senso, noi stessi. Ogni volta che ci allontanavamo dallo spirito della Santa Sede di Etchmiadzin, vagavamo nelle tenebre, ci allontanavamo dalle nostre radici e dalla vera Fede di San Gregorio l’Illuminatore tramandata dai nostri antenati, e ci piegavamo di fronte a innumerevoli prove. Eppure, ogni volta che riscoprivamo la Santa Sede di Etchmiadzin, venivamo trasformati e illuminati, radicandoci sempre più saldamente nella nostra identità armena.
Nei momenti più critici della nostra storia, ci siamo uniti e ci siamo stretti attorno alla Santa Sede di Etchmiadzin, fermamente convinti che finché l’altare della nostra Fede rimarrà saldo, anche la nazione armena durerà.
Pertanto, la festa della Santa Sede di Etchmiadzin non è solo la commemorazione di un evento storico, ma un appello nazionale e personale – a tutti gli Armeni e a ogni credente – a rinnovare le nostre vite e la nostra Fede, a conoscere noi stessi e a rimanere saldi nella nostra identità, per non smarrire la strada in questo mondo in continua evoluzione, pieno di sfide e prove».
Al termine della Divina Liturgia, è stata recitata una Preghiera Patriarcale davanti al Santo Altare della Discesa nella Cattedrale, presieduta dal Catholicos di Tutti gli Armeni. I fedeli e il clero riuniti hanno rivolto preghiere a Dio per la solidità, la prosperità e l’eterna luce della Santa Sede di Etchmiadzin.

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Armenia al bivio: quando il processo al Catholicos diventa una prova per la democrazia (Adhocnews 8.08.26)

Armenia al bivio: quando il processo al Catholicos diventa una prova per la democrazia

Il procedimento penale avviato contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Karekin II, non è soltanto una vicenda giudiziaria

È il riflesso di una crisi più profonda, che pone una domanda fondamentale sul futuro dell’Armenia: quale deve essere il rapporto tra potere politico, istituzioni dello Stato e autorità religiosa in una democrazia?

La prima udienza, svoltasi a Etchmiadzin il 7 agosto 2026 e conclusasi dopo pochi minuti con l’astensione del giudice, rappresenta un passaggio destinato ad alimentare ulteriormente il dibattito pubblico

Da una parte vi è il governo di Nikol Pashinyan, che negli ultimi anni ha posto la riforma delle istituzioni tradizionali e la ridefinizione degli equilibri dello Stato al centro della propria agenda politica. Dall’altra vi è la Chiesa Apostolica Armena, istituzione millenaria e uno dei principali pilastri dell’identità nazionale armena, che considera le iniziative dell’esecutivo come una possibile pressione sulla propria autonomia e teme che il procedimento giudiziario possa assumere una dimensione politica.

Le contestazioni mosse formalmente riguardano l’ostacolo all’esecuzione di una decisione civile relativa al reintegro di un vescovo. Sul piano strettamente giuridico, si tratta dunque di accuse circoscritte. Ma il loro significato politico e istituzionale è molto più ampio

La questione centrale è il limite oltre il quale l’esercizio legittimo dell’autorità dello Stato può essere percepito come un’ingerenza nell’autonomia di un’istituzione religiosa. In una democrazia, questo confine deve rimanere chiaramente definito: la legge deve essere uguale per tutti, ma l’indipendenza delle istituzioni e la libertà religiosa devono essere tutelate con la stessa attenzione.

Anche la lettera firmata da alcuni ex esponenti politici slovacchi e diffusa nel giorno dell’udienza aggiunge una dimensione internazionale alla vicenda. Ján Čarnogurský, František Mikloško, Ján Figeľ e altri firmatari hanno espresso preoccupazione per la situazione della Chiesa armena, collegandola più in generale al percorso europeo del Paese.

Il riferimento alla storia della Cecoslovacchia comunista assume, in questo contesto, un valore particolarmente significativo

Per una generazione che ha conosciuto direttamente la pressione esercitata dai regimi comunisti sulla Chiesa cattolica, episodi come i processi contro gli esponenti religiosi, le restrizioni alla loro libertà di movimento e le campagne di delegittimazione evocano una memoria ancora profondamente radicata.

Naturalmente, ogni confronto storico deve essere utilizzato con cautela. L’Armenia contemporanea non è la Cecoslovacchia comunista e il contesto politico e istituzionale è profondamente diverso. Tuttavia, proprio la memoria europea delle persecuzioni religiose rende particolarmente sensibile qualsiasi situazione nella quale il potere politico e un’autorità religiosa entrino in un conflitto così aspro.

La posta in gioco, quindi, non riguarda soltanto il destino personale di Karekin II o degli altri esponenti della Chiesa coinvolti nel procedimento. Riguarda il futuro del rapporto tra Stato e Chiesa in Armenia e, più in generale, la credibilità delle sue istituzioni democratiche

Un eventuale processo percepito come politicamente motivato potrebbe accentuare la polarizzazione della società armena e alimentare una crisi di fiducia nelle istituzioni.

Al contrario, un procedimento trasparente, rispettoso delle garanzie giudiziarie e accompagnato dalla ricerca di un dialogo istituzionale potrebbe contribuire a rafforzare lo Stato di diritto

L’Armenia si trova davanti a un bivio. Nei prossimi mesi non sarà in gioco soltanto l’esito di un procedimento giudiziario, ma anche la capacità del Paese di dimostrare che democrazia, libertà religiosa e indipendenza delle istituzioni possono convivere senza che una parte debba necessariamente prevalere sull’altra.

È questa, in ultima analisi, la vera prova che attende l’Armenia.