Turchia. Riaperto il dialogo commerciale con l’Armenia (Notizie geopolitiche 18.05.26)

La decisione della Turchia di eliminare le restrizioni sugli scambi commerciali diretti con l’Armenia segna un nuovo passo nel lento disgelo tra Ankara ed Erevan dopo oltre trent’anni di frontiera chiusa. Pur senza riaprire formalmente il confine né ristabilire relazioni diplomatiche complete, la misura consente ora alle merci turche e armene che transitano attraverso Paesi terzi di indicare direttamente Armenia o Turchia come origine o destinazione finale.
Il cambiamento appare limitato sul piano pratico, ma possiede un forte valore geopolitico. Dal 1993 il confine turco-armeno è rimasto chiuso a causa del conflitto del Nagorno-Karabakh e del sostegno turco all’Azerbaigian. Per decenni quella frontiera è diventata uno dei simboli delle tensioni post-sovietiche nel Caucaso meridionale, intrecciando rivalità regionali, memoria storica e competizione tra Russia, Turchia, Iran e Occidente.
La mossa di Ankara riflette anche i nuovi equilibri emersi dopo la vittoria azera nella guerra del Karabakh del 2020 e nelle successive operazioni che hanno drasticamente ridotto la presenza armena nella regione. Forte del successo dell’asse turco-azero, la Turchia può oggi permettersi una politica più flessibile verso Erevan senza compromettere il rapporto strategico con Baku.
Ankara, tuttavia, procede con cautela. Il confine resta ufficialmente chiuso, i negoziati tecnici continuano senza un calendario definitivo e la normalizzazione avanza attraverso piccoli passi controllati. La Turchia punta a mostrarsi come attore pragmatico e stabilizzatore regionale senza rinunciare alla propria centralità geopolitica nel Caucaso.
Per l’Armenia, invece, l’apertura commerciale rappresenta una necessità strategica. Dopo la perdita del Karabakh e il deterioramento del rapporto con Mosca, Erevan cerca nuove vie economiche e diplomatiche per ridurre il proprio isolamento. L’accesso a nuovi canali commerciali potrebbe alleggerire i costi logistici, creare nuove opportunità economiche e offrire al Paese maggiori margini di manovra.
Resta però irrisolta la questione storica del genocidio armeno del 1915, che continua a rappresentare il principale ostacolo simbolico tra i due Paesi. La Turchia rifiuta ancora quella definizione, mentre per l’Armenia il riconoscimento del genocidio rimane parte centrale della propria identità nazionale. Per questo il disgelo economico rischia di restare fragile se non accompagnato, prima o poi, da un confronto politico più profondo.
La vicenda assume anche un’importanza geoeconomica crescente. Dopo la guerra in Ucraina e il deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, il Caucaso meridionale è diventato un corridoio strategico per le rotte commerciali tra Asia centrale, Mar Caspio, Turchia ed Europa. In questo contesto l’Armenia rischia di restare esclusa dai nuovi flussi regionali se non riuscirà a trasformarsi da territorio isolato a nodo di transito.
Per Ankara, la normalizzazione con Erevan rafforza inoltre l’ambizione turca di diventare la principale potenza ordinatrice del Caucaso, capace di controllare corridoi energetici, infrastrutture e scambi regionali. La Turchia punta a consolidare il proprio ruolo di piattaforma commerciale e militare tra Europa, Medio Oriente e Asia centrale.
Sul piano militare, tuttavia, gli squilibri restano evidenti. L’Azerbaigian mantiene un vantaggio strategico, economico e militare sostenuto dalla cooperazione turca, mentre l’Armenia cerca di ricostruire la propria sicurezza dopo aver constatato i limiti della protezione russa.
Mosca osserva con crescente preoccupazione il progressivo avvicinamento tra Erevan e Ankara, che potrebbe ridurre nel tempo l’influenza russa nel Caucaso meridionale. Anche l’Iran guarda con sospetto a qualsiasi trasformazione dei corridoi regionali che possa rafforzare ulteriormente l’asse turco-azero o marginalizzare Teheran nei nuovi equilibri commerciali.
Il disgelo tra Turchia e Armenia resta quindi prudente e incompleto. Non si tratta ancora di una vera riconciliazione politica, ma di un tentativo di adattarsi ai nuovi rapporti di forza emersi nel Caucaso dopo gli ultimi conflitti regionali. In una regione dove ogni valico di frontiera possiede un peso storico e strategico enorme, anche una modifica doganale può diventare il segnale di una trasformazione geopolitica più ampia.

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