L’Armenia alla ricerca di un’identità nella politica internazionale (Terzogiornale 14.05.26)

Armenia, prima nazione a riconoscere il cristianesimo come religione di Stato nel 301, è ricordata soprattutto – e purtroppo – per il genocidio perpetrato dai turchi dal 1914 al 1915 (ma in realtà si andò molto oltre), che provocò più di un milione e duecentomila morti. Una punizione collettiva messa in atto dal movimento nazionalista dei “giovani turchi”, capeggiati dal padre della Turchia moderna Kemal Ataturk, che vedevano negli armeni un ostacolo alla realizzazione di un’entità statuale repubblicana, oltre a nutrire il timore, durante la Prima guerra mondiale, di un avvicinamento degli armeni all’eterno nemico russo. La storia successiva è nota: l’Armenia entrò a far parte, nel 1920, dell’Unione sovietica. Un’appartenenza vissuta a fasi alterne, tra collettivizzazione forzata, sviluppo industriale, riconoscimento del genocidio – ricordato a Erevan con il memoriale di Tsitsernakaberd – fino alla nascita di una Repubblica armena indipendente, nel 1991, all’indomani della fine della lunga fase comunista.

Da allora, il piccolo Stato caucasico, circa 29.000 chilometri quadrati, vive una situazione di conflittualità con l’altra repubblica ex sovietica dell’Azerbaigian (vedi qui ) per il controllo dell’enclave del Nagorno Karabakh. Dopo la vittoria azera del 2023 (vedi qui), Erevan ha accusato Mosca di non averla abbastanza sostenuta, dando spazio a un’inedita mediazione degli Stati Uniti. Da qui la nuova attenzione dell’Armenia nei confronti dell’Europa, che in questo contesto di forte conflittualità, tra Mosca e Bruxelles, non può che gettare altra benzina sul fuoco di un incendio che nessuno pare abbia intenzione di spegnere. Una tensione tornata a galla in occasione del vertice dei giorni scorsi tra Unione europea e Armenia, tenuto proprio nella capitale, dov’è stata celebrata la Giornata dell’Europa 2026. Con la prevedibile reazione di Putin, il quale ha minacciato di far fare all’Armenia la stessa fine dell’Ucraina (che, sia detto per inciso, sembra ben lontana dal capitolare di fronte all’esercito russo). Il leader del Cremlino ha invitato il governo armeno del primo ministro Havastani Varchapet a indire un referendum per chiedere dove la popolazione voglia collocarsi tra l’ipotesi Unione europea e quella russa. Una chiamata alle urne il cui esito sarebbe incerto per entrambi gli schieramenti.

Va precisato che le forze russe di pace avevano il compito di fermare la riconquista, da parte degli azeri, del Nagorno Karabakh, ma in realtà non mossero un dito, in spregio alle regole dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva – tra Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – che avrebbe previsto, appunto, un aiuto reciproco in caso di attacco esterno. Un disimpegno che ha spinto comprensibilmente Erevan a guardare verso l’Occidente. La Russia, già afflitta da quei Paesi del suo sistema di alleanze entrati prima nell’Unione europea e poi nella Nato, sembra non poter tollerare che un altro pezzo dell’ex Unione sovietica, dopo l’Ucraina, si collochi dall’altra parte; dal canto suo, Bruxelles, malgrado la disponibilità, può dare il suo aiuto in termini economici e politici, ma non può sostituirsi a Mosca. Tutto questo in un contesto regionale assai complicato, tra la Turchia, che sostiene gli azeri, e la Georgia in una collocazione anch’essa indefinita, se si pensa alle forti contestazioni al suo interno contro l’ultima scelta filorussa.

Va ricordato che la Russia resta il principale partner economico dell’Armenia, con facilitazioni che potrebbero venir meno, ed è altresì legata all’Unione economica euroasiatica. Non è certo secondaria la problematica della difesa: “Sul piano militare – sostiene su “Notizie geopolitiche” Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis – la fragilità armena appare ancora più evidente dopo la perdita del Nagorno Karabakh (da cui sono arrivati in Armenia migliaia di profughi, ndr). L’Azerbaigian ha consolidato la propria superiorità operativa grazie a droni, artiglieria avanzata e cooperazione con Ankara. La presenza militare russa in Armenia continua a essere importante, ma non viene più percepita come una garanzia assoluta. Per questo – continua Gagliano – Erevan cerca nuovi partner strategici, ma nessun Paese occidentale sembra disposto a garantire una protezione militare diretta contro eventuali pressioni azere o turche. È proprio qui che il riferimento di Putin all’Ucraina assume un significato intimidatorio: Mosca avverte che spingersi verso l’Occidente senza una protezione militare concreta può avere conseguenze pesanti”.

Non manca, in tutto questo, il già citato avvicinamento agli Stati Uniti, che hanno giocato un ruolo importante nella pacificazione dell’area. “Anzitutto – informa “Wired Italia” –   Washington si è garantita una presenza nella cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity”, un corridoio commerciale su rotaia e asfalto lungo 43 chilometri, che collegherà l’Azerbaigian all’enclave di Naxcivan, in territorio armeno. Non solo: a febbraio Usa e Armenia – sottolinea la testata internazionale – hanno siglato un patto di cooperazione sull’energia nucleare, che potrebbe favorire le tecnologie statunitensi nella gara per il nuovo reattore che sostituirà la centrale di Metsamor, di costruzione sovietica. Non senza qualche irritazione russa”.

Tornando allo scenario regionale, “i Paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia e Azerbaigian – dice Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, già impegnato presso l’Osce e il parlamento europeo, in un’intervista rilasciata a Bianca Senatore per la testata “GariwoMag” – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. In questo contesto, la Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano avere capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo – sottolinea Tilman–il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore”.

Su “terzogiornale” abbiamo più volte auspicato – ovviamente nella prospettiva prioritaria di una fine delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, che però non sembra interessare gli attuali dirigenti europei – una politica estera più equilibrata e attenta, da parte di quei Paesi geograficamente più vicini all’area del conflitto, a mantenere buoni rapporti con le parti in causa. Molti Paesi di quell’area – e pensiamo anche a chi, nell’Europa dell’Est, è già dentro l’Unione europea – si barcamenano tra europeisti e filorussi, in battaglie elettorali senza esclusione di colpi, e magari con accuse di brogli reciproci. La “normalizzazione”, in un futuro ancora da definire, sembra essere invece l’unica strada per evitare il sorgere di nuovi conflitti, a bassa o ad alta intensità. Saranno poi i cittadini e le cittadine a scegliere tra Bruxelles e Mosca, il che si tradurrebbe in un inevitabile scontro tra valori, cosa che non sarebbe certo una novità nella storia delle democrazie. Ma se le forze europeiste continueranno a essere egemonizzate da von der Leyen, o chi per lei, ci sarà poi poco da lamentarsi se ad affermarsi saranno i piccoli Putin.

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