Armenia. La pace con l’Azerbaijan ridisegna l’equilibrio tra Russia, Turchia e Occidente (NotizieGeopolitiche 19.05.26)

Il Caucaso meridionale non è mai stato soltanto una periferia post-sovietica. È una cerniera instabile tra Russia, Turchia, Iran, Europa e Asia centrale, uno spazio in cui i confini non separano solo Stati, ma influenze, rotte, interessi energetici e progetti di potere. Per questo il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian non riguarda soltanto la possibile chiusura di un lungo conflitto regionale. Riguarda il modo in cui si sta riorganizzando l’equilibrio strategico di una delle aree più sensibili tra Europa e Asia.
Dopo decenni di guerra e ostilità il dossier armeno-azero è entrato in una fase nuova. Il Nagorno-Karabakh, centro simbolico e territoriale dello scontro, è tornato sotto il pieno controllo dell’Azerbaigian nel 2023, provocando l’esodo della popolazione armena della regione verso l’Armenia. Da quel momento, il conflitto ha cambiato natura. Non è più soltanto una disputa su un territorio conteso, ma una partita sul futuro assetto politico, logistico e strategico del Caucaso.
Il punto decisivo non è più solo chi controlla il Karabakh. È chi controllerà i collegamenti.
Per anni Armenia e Azerbaigian hanno vissuto dentro una logica di guerra congelata, con confini chiusi, truppe schierate, società mobilitate dalla memoria della perdita e della rivendicazione. Oggi quella logica non è scomparsa, ma si è spostata. Il nuovo campo di confronto è il sistema dei corridoi: strade, ferrovie, dogane, passaggi energetici e infrastrutture capaci di collegare l’Azerbaigian al Nakhchivan, exclave azera separata dal territorio principale e confinante con la Turchia.
Per Baku quel collegamento significa continuità strategica, apertura verso Ankara e proiezione più diretta verso il mondo turcofono. Per Erevan significa invece il rischio di vedere una parte sensibile del proprio territorio meridionale trasformata in una piattaforma di transito sottoposta a pressioni esterne. Per la Turchia rappresenta la possibilità di rafforzare l’asse con l’Azerbaigian e di aprire una via più continua verso il Caspio e l’Asia centrale. Per l’Iran, al contrario, è una possibile compressione strategica: un asse più diretto tra Turchia, Azerbaigian e Caspio ridurrebbe il peso di Teheran nei collegamenti regionali e restringerebbe il suo margine di manovra a nord.
Il lessico della pace, in questo caso, coincide con quello della logistica. Non si tratta soltanto di riaprire collegamenti interrotti, ma di decidere quale potenza potrà dare forma al nuovo Caucaso. Una ferrovia, una strada o un posto di controllo possono pesare quanto un trattato, perché stabiliscono chi passa, chi garantisce, chi incassa, chi sorveglia e chi resta escluso.
Il passaggio più delicato riguarda l’Armenia. Erevan è stata a lungo legata alla Russia da vincoli militari, economici e politici. La presenza russa nella regione però è uscita indebolita dagli eventi degli ultimi anni. L’offensiva azera del 2023 e il ritorno del Nagorno-Karabakh sotto il pieno controllo di Baku, avvenuti nonostante la presenza dei peacekeeper russi, hanno prodotto nella società armena una frattura profonda: Mosca non è più apparsa come il garante affidabile della sicurezza nazionale.
Da qui nasce il progressivo avvicinamento armeno all’occidente. Il governo di Nikol Pashinyan ha cercato di ridurre la dipendenza da Mosca e di presentare l’Armenia come partner possibile per Europa e Stati Uniti nel Caucaso meridionale. Ma questa scelta non è priva di rischi. La Russia resta un attore determinante per l’economia, l’energia e la sicurezza armena. L’Armenia non può permettersi una rottura improvvisa senza esporsi a nuove vulnerabilità, interne ed esterne.
Le elezioni parlamentari armene del 7 giugno 2026 arrivano dentro questa tensione. Da una parte c’è il tentativo del governo di consolidare una linea più occidentale e di legare il futuro del Paese a un accordo di pace con l’Azerbaigian. Dall’altra ci sono forze più vicine a Mosca, pronte a presentare quella scelta come una scommessa pericolosa, se non come una rinuncia alla protezione tradizionale russa. Il voto armeno non sarà quindi soltanto una normale competizione politica. Sarà un referendum implicito sulla collocazione geopolitica del Paese.
La questione costituzionale rende il quadro ancora più sensibile. L’Azerbaigian chiede da tempo che l’Armenia elimini ogni riferimento, anche indiretto, alle rivendicazioni sul Karabakh. Per Baku si tratta di chiudere definitivamente la stagione dell’ambiguità territoriale. Per Erevan invece significa affrontare un passaggio interno estremamente delicato, perché la pace con l’Azerbaigian non può apparire come una semplice capitolazione dopo il trauma del Karabakh.
La Turchia è l’altro attore decisivo. Ankara ha sostenuto l’Azerbaigian nella guerra del 2020 e ha costruito con Baku un rapporto strategico fondato su affinità etniche, militari, energetiche e politiche. Ma negli ultimi mesi ha anche inviato segnali di apertura verso l’Armenia. La rimozione di una restrizione al commercio diretto tra Turchia e Armenia, pur essendo un gesto limitato, indica una direzione: la normalizzazione tra Ankara ed Erevan non è più un tabù assoluto.
Il confine turco-armeno è chiuso dal 1993. La sua eventuale riapertura avrebbe un valore che andrebbe oltre il commercio bilaterale. Significherebbe ridurre l’isolamento dell’Armenia, inserirla in una nuova architettura regionale e trasformare il Caucaso meridionale in uno spazio più integrato. Ma significherebbe anche rafforzare il ruolo della Turchia come potenza ordinatrice dell’area.
Ankara in questo scenario non ha bisogno di occupare o forzare direttamente. Le basta connettere. È attraverso la continuità tra Anatolia, Azerbaigian, Caspio e Asia centrale che la Turchia può trasformare la geografia in influenza. Il corridoio verso Nakhchivan diventerebbe così una delle chiavi del nuovo asse turcofono, con implicazioni economiche, energetiche e strategiche.
L’Europa osserva il Caucaso con interesse crescente, ma continua a muoversi con prudenza. Da un lato vede nella regione una possibile alternativa parziale alle rotte dominate dalla Russia, soprattutto nel quadro dei collegamenti tra Asia ed Europa che attraversano il Caspio e il Caucaso evitando il territorio russo. Dall’altro lato non dispone ancora di una vera capacità politica autonoma per incidere in modo decisivo sugli equilibri locali.
La missione civile europea in Armenia ha avuto un valore diplomatico e politico importante, perché segnala la volontà dell’Unione di essere presente in un’area dove per anni il ruolo di garante era stato attribuito soprattutto alla Russia. Ma osservare non equivale a garantire. Bruxelles può sostenere monitoraggio, cooperazione, infrastrutture e normalizzazione, ma fatica ancora a trasformare la propria presenza economica in potere strategico. Nel Caucaso, come in altri teatri, l’Europa scopre che la stabilità delle rotte da cui dipende richiede strumenti che non sono soltanto commerciali.
Il rischio è che l’Unione Europea resti consumatrice di sicurezza prodotta da altri: dagli Stati Uniti, dalla Turchia, dagli equilibri locali o persino dalla capacità dei rivali di non oltrepassare determinate soglie. Il Caucaso meridionale mostra ancora una volta il limite europeo: avere interessi strategici senza possedere sempre una strategia proporzionata.
Il processo tra Armenia e Azerbaigian non va letto con ingenuo ottimismo. La pace può ridurre il rischio di guerra aperta, ma può anche congelare nuovi rapporti di forza. Baku arriva al tavolo in posizione di vantaggio, dopo aver recuperato il controllo del Karabakh e rafforzato il proprio ruolo energetico e militare. Erevan, al contrario, cerca di trasformare una sconfitta strategica in una possibilità di sopravvivenza politica e di riposizionamento internazionale.
Questo squilibrio pesa su ogni passaggio. Per l’Azerbaigian il trattato di pace deve eliminare ogni ambiguità territoriale e consolidare il risultato raggiunto sul terreno. Per l’Armenia, invece, la pace deve diventare un modo per aprire confini, ridurre l’isolamento e costruire nuove garanzie internazionali. Se non riuscirà a essere percepita così, rischierà di trasformarsi in una ferita politica interna, più che in una stabilizzazione duratura.
La vera domanda dunque non è soltanto se Armenia e Azerbaigian firmeranno un accordo. È quale ordine nascerà da quell’accordo. Una pace fondata solo sulla superiorità del vincitore rischia di restare fragile. Una pace sostenuta da infrastrutture, garanzie, commercio e normalizzazione regionale potrebbe invece ridisegnare il Caucaso in modo più stabile. Ma perché ciò accada, i corridoi non dovranno diventare nuove linee di pressione.
Il Caucaso meridionale è piccolo solo sulle carte geografiche. Nella realtà strategica contemporanea è uno dei punti in cui si vede meglio la trasformazione del potere globale. La Russia vi perde centralità, ma non scompare. La Turchia vi avanza con metodo, usando alleanze, rotte e continuità culturale. L’Iran vi osserva ogni mutamento come una potenziale minaccia. Gli Stati Uniti provano a rientrare attraverso la diplomazia dei corridoi. L’Europa cerca spazio, ma resta sospesa tra ambizione e prudenza.
In questa regione la pace non è il contrario della geopolitica. È una sua forma nuova.
Se il Novecento caucasico è stato dominato da frontiere armate, minoranze contese e imperi in ritirata, il Caucaso del XXI secolo sarà deciso dai passaggi: chi li apre, chi li controlla, chi li finanzia, chi ne garantisce la sicurezza. Armenia e Azerbaigian possono forse chiudere una lunga stagione di guerra. Ma proprio nel momento in cui il conflitto territoriale sembra avviarsi verso una soluzione, si apre una partita più ampia.
La guerra per il Karabakh apparteneva alla logica della terra. La pace dei corridoi appartiene alla logica delle rotte. Ed è lì, oggi, che si decide il nuovo potere nel Caucaso meridionale.

Vai al sito

Zungri e quel filo rosso con la Comunità armena, Verduci: «Le grotte ricordano i nostri antichi abitati» (Vibonese 19.05.26)

C’è un filo rosso che unisce la comunità armena a Zungri. Un legame fatto di storia, amore per le proprie radici, desiderio di conoscere e tramandare che si rinsalda anche in occasione di una giornata particolare, quella del 24 aprile. In questa data si ricorda il genocidio avvenuto a inizio Novecento nell’area che comprendeva l’Anatolia, Cappadocia e gran parte del Medio Oriente.

Il genocidio

Nel 1915 centinaia e centinaia di intellettuali armeni furono arrestati, torturati e uccisi dal movimento dei Giovani turchi che all’epoca governava l’Impero Ottomano. Fu l’inizio di quello che molti storici definiscono come il «primo genocidio del ‘900». A perdere la vita, in quei drammatici anni, circa 1 milione e mezzo di armeni.

Come spiega Carmine Verduci, rappresentante della Comunità armena in Calabria: «Per noi, come Comunità Armena di Calabria, questa giornata ha un valore identitario, storico e comunitario. È il momento – aggiunge – in cui rinnoviamo la memoria del popolo Ameno che ci è fratello, ricordando il genocidio, riaffermiamo il legame profondo che unisce la diaspora armena ai territori che l’hanno accolta anche storicamente influenzata».

In questo contesto, l’insediamento rupestre di Zungri, con le sue grotte e la sua storia, presenta similitudini con gli abitati che accolsero gli armeni. Un popolo che ha un legame storico importante con la Calabria risalente al IX secolo d. C. quando, per ragioni militari, un contingente armeno a seguito dello stratega Niceforo Foca (il vecchio) approdò nella nostra regione. Si stanziò tra Bruzzano e Brancaleone dove edificarono costruzioni scavate nella roccia.

Un po’ come avvenne nella cittadina del Poro, il cui complesso di case grotta conserva testimonianze del passaggio di popoli antichi.

Per questo, fa rilevare Verduci, «la giornata della memoria diventa così un ponte tra passato e futuro, tra Armenia e Calabria, tra memoria e rinascita».

Il legame tra la Comunità Armena e Zungri

Il legame tra la comunità armena e Zungri si è sviluppato nel tempo attraverso ricerche storiche, percorsi culturali e scambi Istituzionali con l’amministrazione comunale e figure istituzionali del luogo: «Zungri, con il suo insediamento rupestre e la sua storia antica – fa presente il referente Verduci – è per noi un luogo che dialoga naturalmente con la tradizione armena ed in particolare dei villaggi scavati nella roccia in Armenia e in quella grande Armenia antica che oggi non c’è più». Un avvicinamento «cresciuto grazie a iniziative culturali condivise, visite e studi che hanno messo in luce affinità simboliche e architettoniche, la volontà comune di valorizzare un patrimonio spirituale e antropologico che unisce i due popoli. Il risultato è un rapporto fatto di rispetto reciproco e collaborazione, che continua a rafforzarsi anno dopo anno».

Nel 2026 non sono mancate iniziative sparse in tutte la Calabria. Anche il liceo Capialbi di Vibo ha ospitato un’interessante giornata di approfondimento. In altri contesti si sono svolte altrettante significative iniziative, «tra cui il Valle degli Armeni Tour 2026, che ha coinvolto Brancaleone Vetus, Bruzzano Zeffirio e Ferruzzano Superiore». L’evento ha registrato oltre 40 partecipanti, provenienti non solo dalla Calabria ma anche da altre regioni italiane, come il Trentino.

«Si è svolta la commemorazione del genocidio, organizzata insieme ad altre associazioni del territorio. Inoltre alcuni incontri con le scuole, prima e dopo la giornata, dimostrano quanto la nostra comunità stia facendo sul piano culturale per diffondere il messaggio del Genocidio affinché anche le nostre generazioni sappiano sia importante ricordare».

Anche Zungri e Brancaleone hanno manifestato vicinanza con «l’esposizione del tricolore armeno, Zungri con la bandiera esposta sul palazzo comunale e Brancaleone con la bandiera che sventola sulla rupe che domina il borgo antico e tutta la cittadina costiera». Una partecipazione «calorosa e sentita, confermando che la memoria armena in Calabria è viva, condivisa e partecipata».

Il messaggio di Zungri

Ne è testimonianza il messaggio dell’amministrazione Fiamingo in occasione della ricorrenza:

«Il 24 aprile – si legge sul post social – rappresenta un momento di riflessione condivisa per la Armenia e per la comunità internazionale, affinché il sacrificio di oltre un milione di vittime innocenti non venga dimenticato e continui a interrogare le coscienze.

Zungri si unisce a questo ricordo riaffermando i valori fondamentali di rispetto, dignità umana e convivenza pacifica tra i popoli. La memoria non è solo commemorazione, ma responsabilità: un impegno concreto a contrastare ogni forma di violenza, discriminazione e negazione dei diritti.

Il legame storico tra la Calabria e il popolo armeno resta un esempio significativo di incontro tra culture, fondato su accoglienza, solidarietà e scambio reciproco, elementi che ancora oggi arricchiscono il nostro territorio».

Vai al sito

Turchia. Riaperto il dialogo commerciale con l’Armenia (Notizie geopolitiche 18.05.26)

La decisione della Turchia di eliminare le restrizioni sugli scambi commerciali diretti con l’Armenia segna un nuovo passo nel lento disgelo tra Ankara ed Erevan dopo oltre trent’anni di frontiera chiusa. Pur senza riaprire formalmente il confine né ristabilire relazioni diplomatiche complete, la misura consente ora alle merci turche e armene che transitano attraverso Paesi terzi di indicare direttamente Armenia o Turchia come origine o destinazione finale.
Il cambiamento appare limitato sul piano pratico, ma possiede un forte valore geopolitico. Dal 1993 il confine turco-armeno è rimasto chiuso a causa del conflitto del Nagorno-Karabakh e del sostegno turco all’Azerbaigian. Per decenni quella frontiera è diventata uno dei simboli delle tensioni post-sovietiche nel Caucaso meridionale, intrecciando rivalità regionali, memoria storica e competizione tra Russia, Turchia, Iran e Occidente.
La mossa di Ankara riflette anche i nuovi equilibri emersi dopo la vittoria azera nella guerra del Karabakh del 2020 e nelle successive operazioni che hanno drasticamente ridotto la presenza armena nella regione. Forte del successo dell’asse turco-azero, la Turchia può oggi permettersi una politica più flessibile verso Erevan senza compromettere il rapporto strategico con Baku.
Ankara, tuttavia, procede con cautela. Il confine resta ufficialmente chiuso, i negoziati tecnici continuano senza un calendario definitivo e la normalizzazione avanza attraverso piccoli passi controllati. La Turchia punta a mostrarsi come attore pragmatico e stabilizzatore regionale senza rinunciare alla propria centralità geopolitica nel Caucaso.
Per l’Armenia, invece, l’apertura commerciale rappresenta una necessità strategica. Dopo la perdita del Karabakh e il deterioramento del rapporto con Mosca, Erevan cerca nuove vie economiche e diplomatiche per ridurre il proprio isolamento. L’accesso a nuovi canali commerciali potrebbe alleggerire i costi logistici, creare nuove opportunità economiche e offrire al Paese maggiori margini di manovra.
Resta però irrisolta la questione storica del genocidio armeno del 1915, che continua a rappresentare il principale ostacolo simbolico tra i due Paesi. La Turchia rifiuta ancora quella definizione, mentre per l’Armenia il riconoscimento del genocidio rimane parte centrale della propria identità nazionale. Per questo il disgelo economico rischia di restare fragile se non accompagnato, prima o poi, da un confronto politico più profondo.
La vicenda assume anche un’importanza geoeconomica crescente. Dopo la guerra in Ucraina e il deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, il Caucaso meridionale è diventato un corridoio strategico per le rotte commerciali tra Asia centrale, Mar Caspio, Turchia ed Europa. In questo contesto l’Armenia rischia di restare esclusa dai nuovi flussi regionali se non riuscirà a trasformarsi da territorio isolato a nodo di transito.
Per Ankara, la normalizzazione con Erevan rafforza inoltre l’ambizione turca di diventare la principale potenza ordinatrice del Caucaso, capace di controllare corridoi energetici, infrastrutture e scambi regionali. La Turchia punta a consolidare il proprio ruolo di piattaforma commerciale e militare tra Europa, Medio Oriente e Asia centrale.
Sul piano militare, tuttavia, gli squilibri restano evidenti. L’Azerbaigian mantiene un vantaggio strategico, economico e militare sostenuto dalla cooperazione turca, mentre l’Armenia cerca di ricostruire la propria sicurezza dopo aver constatato i limiti della protezione russa.
Mosca osserva con crescente preoccupazione il progressivo avvicinamento tra Erevan e Ankara, che potrebbe ridurre nel tempo l’influenza russa nel Caucaso meridionale. Anche l’Iran guarda con sospetto a qualsiasi trasformazione dei corridoi regionali che possa rafforzare ulteriormente l’asse turco-azero o marginalizzare Teheran nei nuovi equilibri commerciali.
Il disgelo tra Turchia e Armenia resta quindi prudente e incompleto. Non si tratta ancora di una vera riconciliazione politica, ma di un tentativo di adattarsi ai nuovi rapporti di forza emersi nel Caucaso dopo gli ultimi conflitti regionali. In una regione dove ogni valico di frontiera possiede un peso storico e strategico enorme, anche una modifica doganale può diventare il segnale di una trasformazione geopolitica più ampia.

Vai al sito

Armenia: arrivi turistici dall’Italia +40,7% nel 2025 (Giornaledelturismo 18.05.26)

L’Armenia continua a rafforzare il proprio posizionamento come destinazione emergente per i viaggiatori italiani e registra un significativo incremento degli arrivi turistici. Nel 2025, il numero di visitatori provenienti dall’Italia ha raggiunto quota 22.669, un aumento del 40,7% rispetto al 2024. Questo trend positivo conferma il crescente interesse del mercato italiano verso l’Armenia, trainato dalla combinazione unica di patrimonio culturale, paesaggi naturali ed esperienze di viaggio coinvolgenti che il Paese offre.

L’Armenia propone un’offerta turistica diversificata e sempre più attrattiva: dagli antichi monasteri, come l’imponente monastero di Tatev arroccato sopra la gola del Vorotan, ai siti UNESCO, come il monastero di Geghard e l’alta valle dell’Azat, fino ai sentieri di montagna e agli estesi itinerari escursionistici che attraversano l’Armenia, come il Transcaucasian Trail, passando per le attività outdoor e una vivace scena enogastronomica radicata in una delle più antiche tradizioni vinicole del mondo. La capitale Yerevan svolge un ruolo chiave in questa crescita, conquistando i visitatori con la sua atmosfera vivace, gli eventi culturali, la gastronomia contemporanea e il dinamismo urbano, rappresentando il punto di partenza ideale per esplorare il Paese.

Anche il miglioramento dell’accessibilità sta contribuendo alla crescita degli arrivi. I collegamenti diretti per Yerevan operati da Wizz Air (da Milano, Venezia, Roma, Napoli e Bari) e FlyOne Armenia (da Bergamo e Roma) rendono l’Armenia una destinazione sempre più facile e comoda da raggiungere, favorendo sia il turismo leisure sia i viaggi short break.

La performance positiva del mercato italiano riflette un più ampio trend di crescita. Nel primo trimestre del 2026, l’Armenia ha registrato un incremento complessivo del 18,2% negli arrivi turistici internazionali rispetto allo stesso periodo del 2025, confermando il continuo slancio del Paese nel panorama turistico globale.

“Questa forte crescita del mercato italiano evidenzia la crescente notorietà dell’Armenia come destinazione capace di offrire opportunità di viaggio coinvolgenti, genuine e diversificate”, ha dichiarato Lusine Gevorgyan, presidente del Tourism Committee della Repubblica di Armenia. “Registriamo una domanda sempre maggiore di esperienze di viaggio ricche di contenuto, e l’Armenia è nella posizione ideale per rispondere a questa esigenza grazie al suo ricco patrimonio culturale, alla varietà dei paesaggi naturali e alla sua accogliente ospitalità.”

Il Comitato del Turismo della Repubblica d’Armenia continua a rafforzare la propria presenza nei principali mercati internazionali, collaborando con i partner del settore per aumentare ulteriormente la notorietà della destinazione e sostenere uno sviluppo turistico sostenibile.

Vai al sito


Il turismo italiano in Armenia registra un incremento del 40,7% nel 2025 (MasterViaggi)


 

Pane. L’artista armena Narine Arakelian in mostra all’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze (Rassegna 16.05.26)

Il progetto espositivo, che intreccia arte contemporanea, spiritualità e riflessione sociale, ha il sostegno dell’Associazione Amici del Museo Ermitage

Il pane è il fondamento dell’ordine mondiale, la materia concentrata della civiltà, l’oggetto di un patto tra l’uomo, la natura e le forze superiori”. Così la curatrice Inna Khegay introduce il tema al centro della prossima mostra personale dell’artista Narine Arakelian a Firenze. Si intitola – per l’appunto – “Pane”, e va in scena dal 15 al 30 maggio nella Sala delle Esposizioni dell’Accademia delle Arti del Disegno. Un progetto espositivo che intreccia arte contemporanea, spiritualità e riflessione sociale, realizzato con il sostegno dell’Associazione Amici del Museo Ermitage in Italia.

Attraverso sculture, installazioni, video e opere pittoriche, Arakelian indaga il significato del pane come nutrimento nel presente, non solo come bisogno materiale ma come esperienza collettiva, culturale ed etica. Cuore della mostra è una grande scultura in tufo rosa proveniente dall’Armenia, ispirata alla tradizione dell’offerta del pane nella città di Matera. L’opera, suddivisa in tredici elementi, richiama simbolicamente l’Ultima Cena e trasforma il pane in metafora di comunità, memoria e condivisione.

 

Narine Arakelian, Pane
Narine Arakelian, Pane

Sulla superficie del “pane di pietra” compaiono incisioni e pattern che rimandano alla contemporaneità digitale: riferimenti alle criptovalute, simboli astratti e citazioni come “to be or not to be” introducono un dialogo tra materia e sistemi economici immateriali. Il risultato è una riflessione sulle contraddizioni del nostro tempo e sul valore delle risorse condivise in un’epoca dominata da economie speculative e relazioni sempre più fragili.

Tra inquietudine e fiducia

Accanto all’opera principale saranno presentati anche il video “Rinascita Subconscia” (2019) e una selezione di lavori recenti già esposti nel 2024 al Museo d’Arte Moderna di Erevan, tra cui il polittico “Lettere”, il trittico “LOVE CORE HOPE” e il dittico “Afrodite”.

Come sottolinea la presidente dell’Accademia Cristina Acidini, la ricerca di Arakelian “si muove tra inquietudine e fiducia”, offrendo una riflessione sulla fragilità del presente e sul ruolo dell’arte come possibile strumento di resilienza e consapevolezza collettiva.

Nata a Tynda nel 1979, Narine Arakelian vive e lavora tra Venezia e Los Angeles. La sua pratica multidisciplinare attraversa performance, installazione, pittura, scultura, video e media basati sull’intelligenza artificiale. Attiva sulla scena internazionale dal 2011, ha partecipato a tre edizioni della Biennale di Venezia, a Manifesta 12 e ad Art Basel Miami con il progetto TO ₿E NFTs.

 

Narine Arakelian, Pane
Narine Arakelian, Pane

La sua arte è una ricerca di tracce che potrebbero svanire nell’infinito”, commenta il Presidente dell’Associazione Amici del Museo Ermitage Francesco Bigazzi. “E di fronte all’oblio, ci lascia questo pane. Come monito che il vero valore non è ciò che si può comprare, ma ciò che si può condividere”.

Pane – Narine Arakelian
15 – 30 maggio 2026
Sala Esposizioni Accademia delle Arti del Disegno
Via Ricasoli 68, Firenze
Orari: martedì – sabato 10-13 / 17-19 – domenica 10-13
lunedì chiuso
Ingresso gratuito

Vai al sito


 Spirito e corpo nel ’Pane’ di Arakelian : “Comunità e solidarietà sono sacre” (La Nazione)


Arriva a Firenze il “pane di pietra” (Tgr Toscana)


 

Armenia, in vista delle elezioni Pashinyan continua a giocare su due tavoli (Strumentipolitici 14.05.26)

L’Armenia è ancora sotto i riflettori dell’arena internazionale. In questo inizio di maggio la capitale Erevan ha infatti ospitato tre eventi di importanza e di dimensioni mai viste prima nel Paese.

Tre vertici

Il 4 e 5 maggio si sono tenuti tre vertici: il summit della Comunità Politica Europea (EPC), il summit bilaterale UE-Armenia – la prima volta in assoluto – e il vertice bilaterale franco-armeno. Per partecipare all’EPC sono arrivati quasi 40 leader e capi di Stato, rendendolo così il più grande evento politico della storia armena. L’euforia e l’interesse suscitati da queste manifestazioni non possono non influire sulla campagna elettorale appena cominciata, che si concluderà con la tornata parlamentare del 7 giugno. Ed è evidente come vada a beneficio del partito di governo Contratto Civile del premier Nikol Pashinyan. Quest’ultimo ha imposto al Paese una decisa virata verso Bruxelles, pur cercando di non allontanarsi troppo da Mosca. Con le prossime elezioni si vedrà se l’Armenia proseguirà su questa strada oppure no.

La visita di Macron

Macron si è recato a Erevan non solo per partecipare al summit europeo, ma anche per firmare un accordo strategico con Pashinyan nel vertice bilaterale franco-armeno. I legami fra i due Paesi sono tradizionalmente molto forti, ma negli ultimi tempi si è intensificata la cooperazione sul piano militare. Parigi ha infatti fornito i suoi veicoli corazzati Bastion e gli obici CAESAR. Macron sostiene l’attuale governo pure sul piano politico, motivando l’appoggio come una “decisione di difendere l’Europa”: In questo momento l’Europa è il partner più naturale per l’Armenia e per il Caucaso del Sud. Le Forze armate di Erevan hanno già ricevuto assistenza anche da Bruxelles: 30 milioni di euro ottenuti grazie al cosiddetto Strumento Europeo per la Pace (EPF). La UE ha altresì promesso 270 milioni col Piano di Resilienza e Crescita. E a maggio ha annunciato un pacchetto di iniziative politiche ed economiche, fra cui una maggiore connettività con lo sviluppo delle infrastrutture e la facilitazione degli spostamenti con la liberalizzazione dei visti.

La campagna del governo

L’aver messo l’Armenia al centro dell’attenzione internazionale ha reso a Pashinyan una crescita di popolarità: il gradimento del premier è infatti passato dal 36% di febbraio al 49% di maggio. A ingolosire gli elettori armeni c’è la prospettiva dell’assistenza finanziaria europea e dell’allentamento del regime dei visti con la UE. A campagna elettorale iniziata, il partito di governo promette l’integrazione europea per il futuro del Paese, sebbene debba essersi reso conto che tale futuro significherebbe il controllo politico da parte di Bruxelles. Già oggi la UE propone il dispiegamento di una “squadra di risposta rapida ibrida” in vista delle elezioni, allo scopo di di non lasciare da sola l’Armenia a fronteggiare le interferenze straniere, come dichiarato dall’Alto rappresentante agli Esteri Kaja Kallas. Facile vedere come il vero scopo dietro la proposta sia invece di influenzare le elezioni in senso filo-UE.

La UE spinge e poi frena

A onor del vero bisogna dire come gli stessi funzionari di Bruxelles, pur spingendo a parole per l’integrazione armena, cerchino di smorzare le speranza di Erevan di diventare membro dell’Unione. Infatti nessuna Istituzione e nessun Paese membro ha espresso in maniera ufficiale il suo supporto alla membership dell’Armenia. In ogni caso occorrerebbero ancora molti anni affinché compia tutto il percorso verso l’accesso. Comunque lo scorso anno il governo di Pashinyan ha approvato una legge che dichiara iniziato il processo di adesione. Durante il recente summit, il premier ha ribadito la sua aspirazione verso Bruxelles. Nel frattempo, però, ha anche rimarcato l’attuale partecipazione del Paese all’Unione Economica Eurasiatica (UEE), insieme alla Russia e ad altri tre Paesi ex URSS.

I temi della campagna elettorale

I partiti di opposizione criticano fortemente la politica estera di Pashinyan, tesa alla normalizzazione dei rapporti con l’Azerbaigian e alla vicinanza con Bruxelles. Contratto Civile starebbe infatti sfruttando i tre vertici solo per gettare fumo negli occhi degli elettori, senza ricevere in cambio dall’Europa nessuna garanzia sostanziale. Dal canto suo, il governo presenta i miglioramenti effettuati negli ultimi anni, dalla lotta alle tangenti alla costruzione di opere pubbliche come scuole e strade, spesso finanziate proprio dai beni confiscati ai rei di corruzione.

I partiti di opposizione

Le principali formazioni di opposizione sono tre. La più quotata è Armenia Forte, fondata nel 2025 dall’uomo d’affari armeno-russo Samvel Karapetyan. La sua candidatura è sostenuta anche dalla chiesa locale, nella persona del patriarca Karekin II. Tuttavia, avendo la doppia cittadinanza (ed essendo oltre tutto agli arresti domiciliari) il miliardario non potrebbe diventare premier. Per questo motivo, nel caso in cui il partito di governo non ottenga subito la maggioranza, farebbe confluire il suo appoggio verso l’ex presidente Robert Kocharyan e il suo partito Alleanza armena. Concorre a un posto in una possibile coalizione alternativa a Pashinyan anche il partito dell’imprenditore Gagik TsarukyanArmenia Prospera.

Vai al sito

Armenia, tra pace e repressione (Naufraghi.ch 14.05.26)

Yerevan. Situato su una bassa collina rocciosa che affiora dalla pianura, il monastero di Khor Virap sembra emergere dalla stessa terra che lo sostiene. Le mura in tufo rosso della chiesa, accese dalla luce del tardo pomeriggio, assumono un colore simile a quello delle rocce in cui il complesso è incastonato. Su un lato, sulla sommità dell’altura, si innalza una grande croce dalla quale sventola la bandiera armena. Dall’altro, volgendo lo sguardo verso sud, si staglia l’immenso profilo del monte Ararat: un massiccio vulcanico ricoperto di neve che, con i suoi oltre 5.000 metri di altezza, domina il monastero e l’intero orizzonte.

Luogo simbolico delle origini del popolo armeno, l’Ararat è emblema nazionale e incarna un diffuso sentimento di malinconia e sconfitta. Il monte si trova infatti in territorio turco, un Paese con cui l’Armenia ha avuto a lungo un rapporto doloroso, segnato dal genocidio del 1915 e, negli ultimi anni, ulteriormente inasprito dal sostegno della Turchia all’Azerbaigian, le cui offensive militari hanno inflitto pesanti perdite a Yerevan.

L’onnipresente Ararat

Oggi, a seguito delle sconfitte belliche, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan sta negoziando una pace punitiva con l’Azerbaigian, accettando quasi tutte le richieste di Baku e del suo alleato turco. Tra queste non vi sono solo imposizioni geopolitiche e militari, ma anche simboliche: Pashinyan ha ordinato la rimozione del simbolo dell’Ararat dai passaporti e dai francobolli, come gesto di rinuncia a un’icona nazionale legata a territori oggi fuori dai confini.

Molti armeni vivono queste scelte come un segno di dolorosa sottomissione, e ciò sta generando forti proteste, soprattutto in vista delle elezioni nazionali previste per l’inizio di giugno. Il primo ministro viene accusato di eccessiva accondiscendenza verso i nemici, così come di aver instaurato un clima sempre più autoritario, con arresti di attivisti, oppositori politici ed esponenti del clero che potrebbero ostacolare i negoziati. “Repressione in cambio di pace”, sostengono alcuni.

Nonostante ciò, Pashinyan riceve il sostegno dell’Unione Europea, che lo appoggia soprattutto per il tentativo di svincolare l’Armenia dall’influenza russa e avvicinarla a Bruxelles. Finora, l’Unione non ha espresso critiche nei confronti del governo armeno, ma gli sta anzi destinando ingenti finanziamenti.

Un’identità legata alla Chiesa

L’antico pozzo-prigione

Per comprendere la complessa matassa geopolitica in cui oggi si trova l’Armenia bisogna partire proprio da Khor Virap. Accanto alla chiesa si trova un antico pozzo-prigione dove, secondo la tradizione, nel III secolo d.C. venne imprigionato per 13 anni San Gregorio Illuminatore, il patriarca degli armeni, per essersi rifiutato di abbandonare il Cristianesimo. San Gregorio riuscì poi a guarire miracolosamente il sovrano che lo aveva incarcerato, ottenendo così la sua conversione e la professione del Cristianesimo nell’intero regno. L’Armenia divenne il primo Stato al mondo ad adottare ufficialmente questa religione. Qui San Gregorio istituì la Chiesa apostolica armena, autonoma rispetto a Roma.

Con la fine del regno, la Chiesa assunse un ruolo che andò ben oltre la sfera religiosa: per secoli fu il punto di riferimento e di protezione per le comunità armene prive di un proprio Stato e spesso perseguitate, disperse tra Caucaso, Medio Oriente, Russia e Iran. Per questo la pressione odierna sul clero da parte del governo è ben più di una questione politica: è una profonda ferita identitaria.

Tra Russia e Turchia

L’Armenia ha ritrovato l’indipendenza solo all’inizio degli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica che nei decenni precedenti aveva controllato i suoi territori, entrando in una condizione geopolitica estremamente complessa. Un Paese piccolo, con una superficie di meno di 30mila chilometri quadrati, privo di risorse naturali rilevanti e di sbocchi sul mare, confinante con Turchia, Iran, Georgia e Azerbaigian. Da allora, Yerevan ha mantenuto fortissimi legami con la Russia sul piano economico, da cui è dipendente, e su quello politico almeno fino al 2018, quando Pashinyan è salito al potere.

51 anni, ex giornalista, Pashinyan venne incarcerato nei primi anni 2000 per il suo ruolo nelle mobilitazioni contro l’allora l’establishment filorusso. Nel 2018 ha guidato le proteste di massa che portarono alle dimissioni del governo e alla sua ascesa a primo ministro, intraprendendo un progressivo percorso filoccidentale.

Negli ultimi trent’anni l’Armenia è stata in guerra con l’Azerbaigian, Stato nato anch’esso dalla dissoluzione dell’URSS e legato strettamente alla Turchia, con la quale condivide affinità linguistiche, culturali e religiose, riassunte nello slogan “due Stati, una nazione”.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, le tensioni latenti tra comunità armene e azerbaigiane esplosero rapidamente in violenze reciproche, alimentate dalla presenza di consistenti minoranze nei rispettivi territori: gli armeni massacrarono ed espulsero gli azerbaigiani, gli azerbaigiani massacrarono ed espulsero gli armeni, mentre chiese e moschee vennero distrutte e vandalizzate da entrambe le parti.

Epicentro del conflitto fu il Nagorno Karabakh, regione a maggioranza armena ma assegnata all’Azerbaigian in epoca sovietica e riconosciuta dal diritto internazionale come parte di quest’ultimo. Alla dissoluzione dell’URSS gli armeni vi fondarono l’Artsakh, repubblica de facto indipendente ma strettamente legata a Yerevan, con cui condivideva anche le forze armate. La minoranza azerbaigiana venne espulsa.

Negli ultimi dieci anni l’Azerbaigian, con il sostegno turco, ha conquistato progressivamente il territorio, fino a prendere il pieno controllo del Nagorno Karabakh nel 2023, provocando l’esodo di circa 120.000 armeni verso l’Armenia e minacciando di continuare l’avanzata fino a Yerevan.

Di fronte alla superiorità militare azerbaigiana, Pashinyan ha firmato un cessate il fuoco e avviato negoziati per un trattato di pace fortemente favorevole a Baku, assumendo di fatto il ruolo di esecutore sul piano domestico delle direttive impartite dall’Azerbaigian. Recentemente ha addirittura dichiarato che il Nagorno Karabakh “non è mai appartenuto all’Armenia” adottando in toto la narrazione dell’ex nemico.

Le direttive dell’Azerbaigian

“L’Armenia firmerebbe la pace già domani”, sostiene oggi il governo di Yerevan, che ha fretta di arrivare ad un accordo che, seppur svantaggioso, le garantirebbe la stabilità necessaria per attrarre sempre più investimenti europei necessari per allentare la dipendenza economica da Mosca. Baku, però, continua a imporre condizioni aggiuntive, tra cui una modifica costituzionale che escluda ogni rivendicazione su territori oggi fuori dai confini nazionali, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh. Secondo l’Azerbaigian, solo una riforma irreversibile può garantire che futuri cambi di potere in Armenia – come la rimozione di Pashinyan – non facciamo riemergere ambizioni irredentiste. Il premier armeno ha quindi promesso che, se vincerà le elezioni di giugno, indirà un referendum per modificare la costituzione in questo senso.

Avvicinandosi al voto, descritto dal governo come una scelta tra guerra e pace, aumentano le pressioni delle autorità contro le opposizioni politiche e in generale contro le organizzazioni che si oppongono a questa linea filoccidentale e conciliante con l’Azerbaigian. A finire nel mirino sono soprattutto oppositori politici, preti e sfollati del Nagorno Karabakh.

La svolta autoritaria

La scorsa settimana, mentre all’interno di un grande centro congressi di Yerevan Pashinyan riceveva l’endorsement dei vertici dell’Unione Europea, all’esterno decine di manifestanti protestavano contro quella che definiscono una deriva autoritaria del Paese.

A manifestare erano soprattutto sfollati del Nagorno Karabakh, convocati da Artak Beglaryan e Gegham Stepanyan, due ombudsman dell’ex repubblica dell’Artsakh, figure indipendenti incaricate della tutela dei cittadini. I due avevano tentato di entrare nel centro congressi per consegnare una lettera di denuncia, ma le autorità lo hanno impedito.

“In Armenia ci sono persecuzioni politiche e una forte pressione contro i leader dell’opposizione. Quello che sta accadendo non ha nulla a che vedere con la democrazia”, ha denunciato Stepanyan in quell’occasione.

Dal 2023 il governo armeno ha arrestato circa sessanta persone legate all’opposizione, tra esponenti politici, società civile, clero e rappresentanti degli sfollati. Giustificate con accuse di corruzione o reati comuni, molti osservatori internazionali li interpretano come un tentativo indebolire il dissenso, soprattutto in vista delle elezioni.

Tra gli arrestati figura anche Samvel Karapetyan, uno dei principali candidati di opposizione. Miliardario armeno con importanti interessi in Russia, è da quasi un anno agli arresti domiciliari per aver accusato il governo di “aver dimenticato la storia millenaria dell’Armenia” e di “attaccare la Chiesa”. Le autorità hanno interpretato le sue dichiarazioni come un invito alla sovversione, accusandolo di “appelli pubblici alla presa illegale del potere”, boicottando così la sua campagna elettorale.

Le frasi incriminate di Karapetyan si riferiscono al fatto che, negli ultimi mesi, sono stati arrestati una quindicina tra vescovi e sacerdoti. Perfino il Catholicos Garegin II, la massima autorità religiosa considerata il “Papa degli Armeni”, è stato sottoposto a un divieto di espatrio. Il governo li ritiene vicini alla Russia e li accusa di fungere da canale d’influenza del Cremlino. I critici ritengono che il governo voglia impedire che la Chiesa funga da trait d’union per le eterogenee opposizioni a Pashinyan.

Gli sfollati del Nagorno Karabakh

Marut Vanyan è un giornalista fuggito, come tutti i suoi connazionali, dal Nagorno Karabakh nel 2023. “Fino ad allora tutti gli armeni ci consideravano dei figli prediletti da proteggere. Oggi è cambiato tutto. Pashinyan ed i suoi seguaci ci ritengono un intralcio alla pace con l’Azerbaigian. Parlare di Nagorno Karabakh è diventato sconveniente”.

Oggi le autorità dell’Artsakh, dopo lo scioglimento ufficiale della repubblica, continuano le loro attività in una sorta di parlamento in esilio a Yerevan, che punta a tutelare i diritti e le esigenze degli sfollati e a fare pressione sul governo, anche a livello internazionale, per il diritto al ritorno in condizioni di sicurezza e dignità, la liberazione dei prigionieri politici armeni detenuti in Azerbaigian e la preservazione del patrimonio culturale e religioso armeno in Nagorno Karabakh.

L’esecutivo di Pashinyan li considera con crescente ostilità, rifiutando di riconoscerli come un governo in esilio e mostrando totale chiusura sia sul tema del diritto al ritorno, sia sulle denunce relative alla distruzione di chiese e monumenti armeni in corso nei territori passati sotto il controllo azerbaigiano.

Secondo l’ombudsman Artak Beglaryan, “parlare del Nagorno Karabakh è ormai visto come un ostacolo agli accordi di pace” e che chi lo fa è sempre più soggetto a pressioni. Numerosi leader degli sfollati del Nagorno Karabakh sono stati imprigionati dopo avere preso parte a manifestazioni antigovernative, considerate sovversive.

Il sostegno dell’Unione Europea

“È ipocrita che l’Unione Europea sostenga la democrazia, i diritti umani e una vita dignitosa per gli ucraini nel loro Paese, ma non per gli armeni. Per questo siamo molto frustrati”, continua Beglaryan, secondo il quale la UE sta ignorando la svolta e deriva autoritaria del governo armeno che invece appoggia perché continui a distanziarsi dalla Russia.

Negli ultimi anni l’Unione ha rafforzato il proprio sostegno finanziario all’Armenia nel quadro del progressivo distacco da Mosca attraverso un pacchetto da circa 270 milioni di euro destinati alla stabilità economica e sociale e alla riduzione della dipendenza dalla Russia. Bruxelles punta, inoltre, a mobilitare altri 2,5 miliardi di euro in investimenti complessivi in energia, infrastrutture e industria; sul piano della sicurezza ha stanziato circa 20–30 milioni di euro per capacità logistiche e difensive. Parallelamente si discute anche di un possibile percorso verso la liberalizzazione dei visti Schengen.

La Commissione Europea mantiene anche rapporti eccellenti con l’Azerbaigian, divenuto dopo le sanzioni alla Russia un fornitore strategico di idrocarburi per diversi Paesi europei.

In questo contesto, il progressivo distacco armeno da Mosca e l’apertura verso la pace con Baku sono parte di una stessa strategia geopolitica.

“Io ho sempre creduto nei valori europei, nell’idea che quando l’Unione Europea parla di libertà e democrazia lo faccia davvero”, conclude amaramente Beglaryan. “Ma oggi vedo che questi valori sembrano contare solo quando servono come strumento di pressione su Paesi con agende geopolitiche diverse”.

Verso le elezioni

Nonostante l’impopolarità in ampie fette di popolazione, i sondaggi danno Pashinyan in vantaggio, favorito dall’arrivo dei miliardi europei e dalla frammentazione dell’opposizione, che esprime un alto numero di candidati premier, alcuni legati al Cremlino. La riconferma dell’attuale governo consoliderebbe il mandato per modificare la costituzione che porterebbe alla firma della pace e spianerebbe la strada all’occidentalizzazione. Il futuro geopolitico dell’Armenia si decide nel prossimo mese.

In gioco, però, non c’è solo il futuro geopolitico dell’Armenia ma la ben più profonda ridefinizione dell’identità nazionale di un popolo che per secoli ha avuto la Chiesa, non lo Stato, come punto di riferimento. Gli attacchi contro il clero hanno dunque innalzato lo scontro interno ad un livello mai raggiunto prima. Se Pashinyan si confermerà alle elezioni riceverà un forte mandato popolare per procedere verso gli accordi di pace, la svolta filoccidentale ma anche la reinvenzione identitaria. Che passa attraverso la riduzione dell’influenza del clero e la rinuncia perenne a simboli, come l’Ararat e il Nagorno Karabakh, a lungo considerati irrinunciabili.

In cambio si prospetta una pace punitiva con l’Azerbaigian e miliardi in arrivo dall’Unione Europea.

Vai al sito

Halki e la chiesa-biblioteca di Adana: il futuro (incerto) del patrimonio cristiano turco (Asianews 14.05.26)

La storica chiesa ortodossa di Agios Nikolaos diventerà una biblioteca pubblica. Per gli studiosi la sorprendente architettura dell’edificio offre un’atmosfera unica per la lettura. Bartolomeo I intanto annuncia per settembre la riapertura dello storico seminario con una grande cerimonia, ma resta incerta la destinazione d’uso.

Istanbul (AsiaNews) – Una storica chiesa trasformata in una biblioteca pubblica e un seminario che sta per riaprire dopo decenni di chiusure. Luci e ombre per la comunità cristiana in Turchia che, pur essendo una piccola minoranza, cerca di mantenere vivo il secolare patrimonio storico e culturale del Paese, oltre alla memoria del viaggio apostolico di papa Leone XIV fra la fine di novembre e i primi di dicembre dello scorso anno. Al contempo non mancano attacchi o episodi di violenze contro singoli e comunità, così come tentativi di esproprio di beni ecclesiastici o di dimore storiche come Santa Sofia e Chora e, in tempi più recenti, anche la cattedrale di Ani diventate moschee.

Nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio relativo alla storica chiesa ortodossa di Agios Nikolaos, meglio nota come Adana Greek Orthodox Church, che è diventata una biblioteca pubblica, ultimo atto di una serie di cambiamenti d’uso nei due secoli di vita dello storico edificio (religioso). In origine era stata costruita nel 1845 dalla comunità greco-ortodossa locale in seguito all’editto Tanzimat del 1839, che concedeva ai non musulmani dell’Impero Ottomano il diritto di stabilire luoghi di culto e istruzione. Dopo la sua inaugurazione, il luogo di culto è rimasto per decenni come un punto di riferimento stabile a livello religioso e culturale per i fedeli.

Dopo lo scambio di popolazione del 1923 tra Turchia e Grecia, la chiesa è stata abbandonata e solo in seguito riproposta come museo archeologico di Adana, uno dei primi musei della neonata Repubblica, fino al 1972. Da quel momento in poi, ha funzionato come deposito museale prima di riaprire nel 1983 come museo di etnografia di Adana. A seguito di un restauro completo tra il 2013 e il 2015, l’originario edificio di culto è stato ribattezzato museo commemorativo della chiesa di Kuruköprü e, dal 2025, ha accolto una nuova comunità di lettori.

Infine, la decisione di trasferire nella struttura la biblioteca pubblica provinciale di Adana, dopo che la sede storica e originaria al centro culturale Sabancı è stata danneggiata nel devastante terremoto del 6 febbraio 2023, tanto da essere inserita nella lista di quelle soggette a demolizione. Esperti e studiosi locali affermano che la sorprendente architettura della chiesa offre un’atmosfera unica per la lettura, con le sue pareti usate per archiviare la popolare collezione che comprende, fra gli altri, centinaia di classici letterari.

Adana, situata nel sud della Turchia, vanta una storia lunga e stratificata e ha intrecciato nel tempo legami storici col mondo greco, specialmente attraverso le epoche ellenistiche e bizantine. Dopo la morte di Alessandro Magno (323 a.C.), il suo impero viene diviso tra i suoi generali e la regione circostante rientra sotto il controllo dell’Impero Seleucide, uno stato ellenistico fondato da Seleuco I Nicatore. I Seleucidi stabiliscono numerose città greche e diffondono la cultura, la lingua e la pianificazione urbana greca in tutta l’Anatolia, compresa la Cilicia, regione in cui si trova Adana, essa stessa influenzata dall’amministrazione e dalla cultura greca durante questo periodo.

Sotto il dominio ottomano, Adana aveva una comunità minoritaria greco-ortodossa, elemento in comune con molte città di tutto l’impero. Questa popolazione rimane fino allo scambio del 1923 tra Grecia e Turchia, quando i cristiani ortodossi dalla Turchia vengono trasferiti in Grecia e i musulmani dalla Grecia alla Turchia. Pur rimanendo poche tracce nell’Adana moderna, alcune architetture, echi culturali e riferimenti storici indicano ancora il suo passato multietnico.

Al contempo il patriarca ecumenico Bartolomeo I ha annunciato che il seminario di Halki, importante istituzione educativa per la comunità greca sull’isola Heybeliada di Istanbul, riaprirà a settembre con una grande cerimonia. Il primate ha condiviso l’aggiornamento sui tempi di riapertura il 10 maggio scorso, durante una visita ufficiale ad Atene, aggiungendo che “il contro alla rovescia in vista della riapertura è iniziato”. “Nei prossimi mesi, saranno completati – ha proseguito – ampi lavori di ristrutturazione del complesso scolastico. Festeggeremo l’apertura a settembre”.

La questione del seminario è stata discussa anche durante un incontro tra Bartolomeo e il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis. “Le notizie positive che ci avete portato riguardo alla riapertura del Seminario Halki sono estremamente importanti” ha sottolineato il capo del governo di Atene, che parla di “decisione storica” che il patriarca ha “desiderato a lungo” come riferisce Hürriyet. Il seminario è stato chiuso per 54 anni e il patriarcato ha chiesto che riapra con il suo precedente status di scuola privata affiliata al ministero dell’Istruzione.

Tuttavia, i resoconti dei media turchi e greci suggeriscono che verranno prese in considerazione diverse formule, tra cui un istituto affiliato alle università statali, una facoltà di teologia sotto un’università di fondazione o una scuola professionale. Il Consiglio dell’istruzione superiore (YÖK) è ora coinvolto in discussioni sul futuro, di un immobile edificato su terreni appartenenti al Monastero di Hagia Triada dal IX secolo e che, nel tempo, ha diplomato almeno 12 patriarchi e circa un migliaio di studenti nel corso della sua storia.

Gli amministratori del monastero ricevettero il permesso dal sultano di costruire la scuola nel 1772, ma non le prime lezioni si sono tenute solo nel 1844 a causa di un incendio nel 1821. Dopo che l’edificio originale è stato distrutto nel terremoto di Istanbul del 1894, è stato ricostruito con il permesso del sultano Abdulhamid II e riaperto nel 1896. La struttura di 2.360 metri quadrati è stata progettata secondo la forma della lettera greca Pi.

A seguito del trattato di Losanna, le scuole straniere dovevano operare in conformità con il sistema educativo turco; per questo il seminario viene chiuso nel 1971, con una sentenza della Corte Costituzionale. Da allora, solo la Private Halki Greek High School for Boys ha continuato a operare all’interno del monastero. Gli sforzi in vista di una riapertura hanno ripreso slancio in seguito alla nomina patriarcale di Bartolomeo I nel 1991, per poi registrare un’accelerazione finale dopo l’incontro fra il presidente Usa Donald Trump e l’omologo turco Recep Tayyip Erdoğan.

Vai al sito

L’Armenia alla ricerca di un’identità nella politica internazionale (Terzogiornale 14.05.26)

Armenia, prima nazione a riconoscere il cristianesimo come religione di Stato nel 301, è ricordata soprattutto – e purtroppo – per il genocidio perpetrato dai turchi dal 1914 al 1915 (ma in realtà si andò molto oltre), che provocò più di un milione e duecentomila morti. Una punizione collettiva messa in atto dal movimento nazionalista dei “giovani turchi”, capeggiati dal padre della Turchia moderna Kemal Ataturk, che vedevano negli armeni un ostacolo alla realizzazione di un’entità statuale repubblicana, oltre a nutrire il timore, durante la Prima guerra mondiale, di un avvicinamento degli armeni all’eterno nemico russo. La storia successiva è nota: l’Armenia entrò a far parte, nel 1920, dell’Unione sovietica. Un’appartenenza vissuta a fasi alterne, tra collettivizzazione forzata, sviluppo industriale, riconoscimento del genocidio – ricordato a Erevan con il memoriale di Tsitsernakaberd – fino alla nascita di una Repubblica armena indipendente, nel 1991, all’indomani della fine della lunga fase comunista.

Da allora, il piccolo Stato caucasico, circa 29.000 chilometri quadrati, vive una situazione di conflittualità con l’altra repubblica ex sovietica dell’Azerbaigian (vedi qui ) per il controllo dell’enclave del Nagorno Karabakh. Dopo la vittoria azera del 2023 (vedi qui), Erevan ha accusato Mosca di non averla abbastanza sostenuta, dando spazio a un’inedita mediazione degli Stati Uniti. Da qui la nuova attenzione dell’Armenia nei confronti dell’Europa, che in questo contesto di forte conflittualità, tra Mosca e Bruxelles, non può che gettare altra benzina sul fuoco di un incendio che nessuno pare abbia intenzione di spegnere. Una tensione tornata a galla in occasione del vertice dei giorni scorsi tra Unione europea e Armenia, tenuto proprio nella capitale, dov’è stata celebrata la Giornata dell’Europa 2026. Con la prevedibile reazione di Putin, il quale ha minacciato di far fare all’Armenia la stessa fine dell’Ucraina (che, sia detto per inciso, sembra ben lontana dal capitolare di fronte all’esercito russo). Il leader del Cremlino ha invitato il governo armeno del primo ministro Havastani Varchapet a indire un referendum per chiedere dove la popolazione voglia collocarsi tra l’ipotesi Unione europea e quella russa. Una chiamata alle urne il cui esito sarebbe incerto per entrambi gli schieramenti.

Va precisato che le forze russe di pace avevano il compito di fermare la riconquista, da parte degli azeri, del Nagorno Karabakh, ma in realtà non mossero un dito, in spregio alle regole dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva – tra Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan – che avrebbe previsto, appunto, un aiuto reciproco in caso di attacco esterno. Un disimpegno che ha spinto comprensibilmente Erevan a guardare verso l’Occidente. La Russia, già afflitta da quei Paesi del suo sistema di alleanze entrati prima nell’Unione europea e poi nella Nato, sembra non poter tollerare che un altro pezzo dell’ex Unione sovietica, dopo l’Ucraina, si collochi dall’altra parte; dal canto suo, Bruxelles, malgrado la disponibilità, può dare il suo aiuto in termini economici e politici, ma non può sostituirsi a Mosca. Tutto questo in un contesto regionale assai complicato, tra la Turchia, che sostiene gli azeri, e la Georgia in una collocazione anch’essa indefinita, se si pensa alle forti contestazioni al suo interno contro l’ultima scelta filorussa.

Va ricordato che la Russia resta il principale partner economico dell’Armenia, con facilitazioni che potrebbero venir meno, ed è altresì legata all’Unione economica euroasiatica. Non è certo secondaria la problematica della difesa: “Sul piano militare – sostiene su “Notizie geopolitiche” Giuseppe Gagliano, presidente del Centro studi strategici Carlo De Cristoforis – la fragilità armena appare ancora più evidente dopo la perdita del Nagorno Karabakh (da cui sono arrivati in Armenia migliaia di profughi, ndr). L’Azerbaigian ha consolidato la propria superiorità operativa grazie a droni, artiglieria avanzata e cooperazione con Ankara. La presenza militare russa in Armenia continua a essere importante, ma non viene più percepita come una garanzia assoluta. Per questo – continua Gagliano – Erevan cerca nuovi partner strategici, ma nessun Paese occidentale sembra disposto a garantire una protezione militare diretta contro eventuali pressioni azere o turche. È proprio qui che il riferimento di Putin all’Ucraina assume un significato intimidatorio: Mosca avverte che spingersi verso l’Occidente senza una protezione militare concreta può avere conseguenze pesanti”.

Non manca, in tutto questo, il già citato avvicinamento agli Stati Uniti, che hanno giocato un ruolo importante nella pacificazione dell’area. “Anzitutto – informa “Wired Italia” –   Washington si è garantita una presenza nella cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity”, un corridoio commerciale su rotaia e asfalto lungo 43 chilometri, che collegherà l’Azerbaigian all’enclave di Naxcivan, in territorio armeno. Non solo: a febbraio Usa e Armenia – sottolinea la testata internazionale – hanno siglato un patto di cooperazione sull’energia nucleare, che potrebbe favorire le tecnologie statunitensi nella gara per il nuovo reattore che sostituirà la centrale di Metsamor, di costruzione sovietica. Non senza qualche irritazione russa”.

Tornando allo scenario regionale, “i Paesi del Caucaso meridionale, Georgia, Armenia e Azerbaigian – dice Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, già impegnato presso l’Osce e il parlamento europeo, in un’intervista rilasciata a Bianca Senatore per la testata “GariwoMag” – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. In questo contesto, la Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano avere capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo – sottolinea Tilman–il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore”.

Su “terzogiornale” abbiamo più volte auspicato – ovviamente nella prospettiva prioritaria di una fine delle ostilità tra la Russia e l’Ucraina, che però non sembra interessare gli attuali dirigenti europei – una politica estera più equilibrata e attenta, da parte di quei Paesi geograficamente più vicini all’area del conflitto, a mantenere buoni rapporti con le parti in causa. Molti Paesi di quell’area – e pensiamo anche a chi, nell’Europa dell’Est, è già dentro l’Unione europea – si barcamenano tra europeisti e filorussi, in battaglie elettorali senza esclusione di colpi, e magari con accuse di brogli reciproci. La “normalizzazione”, in un futuro ancora da definire, sembra essere invece l’unica strada per evitare il sorgere di nuovi conflitti, a bassa o ad alta intensità. Saranno poi i cittadini e le cittadine a scegliere tra Bruxelles e Mosca, il che si tradurrebbe in un inevitabile scontro tra valori, cosa che non sarebbe certo una novità nella storia delle democrazie. Ma se le forze europeiste continueranno a essere egemonizzate da von der Leyen, o chi per lei, ci sarà poi poco da lamentarsi se ad affermarsi saranno i piccoli Putin.

Vai al sito

I coltivatori armeni ricostruiscono una tradizione vinicola sui pendii montani (Vinetur 13.05.26)

Sulle montagne dell’Armenia meridionale, i viticoltori stanno ricostruendo un’industria del vino quasi cancellata in epoca sovietica, cercando al tempo stesso di proteggere la terra che la sostiene.

Alla Trinity Canyon Vineyards, nella provincia di Vayots Dzor, i filari risalgono terrazze naturali a circa 1.300 metri, ovvero all’incirca 4.300 piedi, sul livello del mare. Il sito si trova in una regione dove gli inverni sono rigidi, le estati sono calde e il terreno è troppo roccioso per consentire una facile terrazzatura. Qui gli agricoltori hanno scelto quella che definiscono viticoltura verticale, piantando le uve su ripidi pendii montani e su pianori sopraelevati invece che su ampi campi orizzontali.

L’iniziativa fa parte di uno sforzo più ampio in tutta l’Armenia per recuperare una tradizione enologica che risale a circa 6.000 anni fa. Nel 2007 gli archeologi hanno portato alla luce un’antica cantina in un complesso di grotte a Vayots Dzor e l’hanno datata intorno al 4000 a.C., rendendola una delle più antiche cantine conosciute al mondo. Ma durante il periodo sovietico la viticoltura armena fu drasticamente ridotta, poiché la produzione di brandy ebbe la priorità e molte varietà di uva da vino scomparvero dal Paese.

Ora produttori, ricercatori e associazioni di settore stanno cercando di ricostruire ciò che è andato perduto. Stanno impiantando vigneti a quote più elevate, recuperando varietà autoctone e adottando pratiche agricole pensate per ridurre l’impatto sul suolo e sugli ecosistemi circostanti. Alcuni coltivatori usano colture di copertura al posto dei fertilizzanti sintetici per ripristinare l’azoto nei terreni impoveriti. Altri evitano pesticidi ed erbicidi, affidandosi a pratiche biologiche anche quando non cercano una certificazione formale.

Artem Parseghyan, enologo capo della Trinity Canyon, ha detto che la cantina ha continuato a coltivare in biologico anche dopo aver lasciato scadere la certificazione a causa dei costi e della burocrazia legati al rinnovo annuale. Ha spiegato che il vigneto utilizza colture di copertura per migliorare la composizione del suolo e tutelare la biodiversità. Ha aggiunto inoltre che, poiché le aziende agricole vicine possono usare sostanze chimiche, i filari esterni lungo i confini della proprietà vengono trattati come una fascia tampone e gestiti separatamente durante la vendemmia.

“Per noi il biologico non è marketing”, ha detto Parseghyan. “Prima di ottenere il certificato e fino a oggi facciamo tutto secondo gli standard del biologico.”

La rinascita è stata accompagnata da nuovi studi scientifici. All’Accademia nazionale delle scienze dell’Armenia, i ricercatori raccolgono e sequenziano campioni di uve autoctone dal 2012 per capire in che modo le varietà locali possano resistere ai cambiamenti climatici. Kristine Margaryan, responsabile del laboratorio di genomica vegetale, ha detto che il suo team ha raccolto oltre 3.400 campioni nonostante le limitate risorse genetiche.

Ha spiegato che gran parte della collezione viticola del Paese era scomparsa dopo il crollo dell’Unione Sovietica, costringendo i ricercatori a ricostruirla attraverso archivi botanici storici e lavoro sul campo in tutta l’Armenia. L’obiettivo non è solo la conservazione ma anche l’adattamento. Margaryan ha detto che le temperature a Vayots Dzor sono aumentate di circa 1,3-1,4 gradi Celsius nell’ultimo secolo, pari a circa 2,3-2,5 gradi Fahrenheit.

Se il riscaldamento continuerà, ha aggiunto, i vigneti potrebbero dover spingersi più in alto sulle montagne. Per verificare questa possibilità, il suo team ha contribuito a creare il primo vigneto d’alta quota dell’Armenia a 2.080 metri, ovvero circa 6.824 piedi. In queste prove molte varietà armene locali hanno dato buoni risultati, mentre diverse varietà dell’Europa occidentale no.

Margaryan ha detto che ora i ricercatori vogliono capire perché le uve autoctone sembrino più adatte a quelle condizioni e come i loro geni rispondano all’altitudine e allo stress.

Il cambiamento climatico non è l’unica minaccia per i viticoltori armeni. La fillossera, un insetto invasivo che attacca radici e fogliame della vite, resta motivo di preoccupazione per i vigneti di tutto il mondo. Zaruhi Muradyan, amministratrice delegata della Vine and Wine Foundation of Armenia e fondatrice della EVN Wine Academy, ha detto che i produttori hanno bisogno di strumenti migliori per prolungare la vita dei vigneti attraverso le scelte irrigue, la circolazione dell’aria e altri metodi di gestione.

Ha aggiunto che le aziende vinicole più grandi hanno iniziato sempre più spesso a piantare vigneti propri per poter controllare la qualità e ridurre la dipendenza dai fornitori esterni. Ha inoltre indicato un altro collo di bottiglia: la carenza di karas, le anfore d’argilla usate per fermentare e conservare il vino e centrali nella tradizione enologica armena.

Muradyan ha detto che una scuola dedicata alla produzione dei karas potrebbe aiutare a preservare questo mestiere attirando anche visitatori interessati all’enoturismo e alle tecniche tradizionali della ceramica.

La rinascita del settore è diventata legata non solo al patrimonio culturale ma anche all’uso del suolo e alla conservazione. Muradyan ha detto che alcune cantine stanno iniziando a mappare i vigneti con maggiore precisione così che gli investitori possano capire meglio dove vengono coltivate le uve, quali varietà sono piantate e quali pressioni ambientali circondano ciascun sito.

“La vinificazione ha una lunga storia in Armenia”, ha detto. “Eppure richiede un lavoro enorme.”

Vai al sito