Jirair (Gerardo) Orakian. Riconosciuti (Juliet 11.04.26)

 

Data / Ora
Date(s) – 11/04/2026 – 03/05/2026
10:00 am – 7:00 pm

Luogo
Ca’ da Robegan (Casa Robegan)

Categorie

 

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

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Quei luoghi devastati dalla guerra: l’Armenia e il Metz Yeghern. Uno scritto di Antonella La Greca la madre di Leo (Caragarbatella 10.04.26)

Metz Yeghern: l’Occidente, il genocidio degli Armeni e la sua negazione

Dopo oltre due mesi ed un percorso più di tremila chilometri in bicicletta, mio figlio Leonardo ha lasciato la Turchia ed ora sta attraversando la Georgia e l’Armenia. Tra i Paesi da lui toccati, molti sono quelli che ricordano la tragedia armena: uno dei tanti genocidi del XIX secolo su cui è bene non lasciar cadere la Memoria.
Era il 2007 quando nei cinema italiani comparve La masseria delle allodole, il film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani ispirato all’omonimo romanzo di Antonia Arslan.
Fu certamente proprio quel film, e il romanzo che lo precedette, a segnare in Italia una tappa importante nella diffusione dell’interesse nei confronti del popolo armeno e del suo sterminio.

Il Grande Male

Metz Yeghérn – il Grande Male – così viene definito in lingua armena questo genocidio, il primo di una lunga serie che ha caratterizzato il XX secolo.
Per molti versi analogo alla Shoah e al Porrajmos, il Metz Yeghérn viene ricordato, ogni anno, il 24 aprile. Fu proprio il 24 aprile 1915 che prese il via l’annientamento dell’élite armena di Costantinopoli per mano dei Turchi: un massacro che dalla capitale si sarebbe poi esteso al resto dell’impero ottomano.
Attualmente, l’Armenia è un Paese di circa 300.000 chilometri quadrati situato tra Turchia, Iran, Azerbaijan e Georgia. Ma lo Stato armeno è oggi soltanto una porzione dell’area cui si suole storicamente attribuire il nome di Armenia; il resto del suo territorio è tuttora diviso tra Turchia (per la maggior parte) e Iran.

Una storia antichissima

Intorno agli inizi del primo millennio a.C., un primo nucleo di abitanti si stanziò in una vasta regione dell’Asia occidentale, il cosiddetto altopiano armeno, che occupa la parte centro-orientale dell’Anatolia fino ad arrivare a sud del Caucaso.
Sino ad oggi, questo popolo è riuscito a conservare una forte identità etnica e culturale, caratterizzata da una propria lingua, un proprio alfabeto, una ricchissima letteratura nazionale, una chiesa cristiana autocefala con rito proprio.
Dopo la fine dell’ultimo regno – il regno armeno di Cilicia – nel 1375, l’Armenia fu a lungo oggetto di contesa tra Turchia e Persia.
Nel XIX secolo è stata poi la Russia ad inserirsi in questo conflitto, prima conquistando la zona persiana e, in seguito, aspirando ad appropriarsi dell’area turca.
Ne nacque l’annoso conflitto turco-russo, che si protrasse sino alla fine dell’Ottocento.
Il progressivo indebolirsi dell’impero ottomano ebbe come conseguenza un rafforzamento delle istanze indipendentistiche dell’Armenia, peraltro duramente soffocate.
Tra il 1894 e il 1897 si contarono decine di migliaia di vittime. Le stime dei massacri hamidiani – così detti perché avvenuti su ordine del sultano Abdul Hamid II, oscillano tra i 50.000 e i 300.000 morti.
Il deflagrare del primo conflitto mondiale rese ancor più drammatica la questione armena: accusati di connivenza con i Russi, gli Armeni, considerati un “nemico interno” dalla Turchia, furono vittime di un’ondata di terribili violenze e in seguito vennero deportati in massa in Siria. Gli esiti delle marce forzate verso le regioni desertiche del Paese limitrofo furono tragici: secondo gli storici, centinaia di migliaia di persone morirono per fame, malattia, sfinimento. Alcune stime parlano di quasi un milione e mezzo di morti.
Molti cercarono, poi, rifugio all’estero: la “diaspora armena” alimentò la formazione di grandi comunità in altri Paesi. 

Nel mondo, oggi, si contano circa sette milioni di Armeni

La Grande Guerra segnò il definitivo tramonto dell’impero ottomano (nonché di quello austro-ungarico, mentre quello russo degli zar Romanov era stato spazzato via dalla rivoluzione sovietica del ’17) e la nascita della Repubblica di Turchia sotto l’egida dei Giovani Turchi di Mustafà Kemal Atatürk.
Al termine della guerra, lo sterminio degli Armeni venne “dimenticato” e nascosto. In altre parole, negato.
Solo in epoca recente si è ricominciato a parlare della questione armena, peraltro sempre ignorata anche in Occidente; ma la Turchia non è mai andata oltre la definizione di “repressione armata di una rivolta interna”. Di fatto, continuando a negare.
Per la prima volta, però, questo atteggiamento ha stimolato un dibattito pubblico relativo all’eventuale adozione di leggi antinegazioniste, sulla scorta di quanto già attuato in Germania e in Francia contro chi nega la Shoah.

Chi si ricorda oggi dell’annientamento degli Armeni?

Nel 2005 l’Unione Europea, di fronte alla richiesta turca di entrarne a far parte, ha chiesto ad Ankara di ammettere le proprie responsabilità nei confronti del popolo armeno; in quello stesso anno un giornalista armeno di nazionalità turca, Hrant Dink, veniva condannato per “denigrazione pubblica dell’autorità turca”.
Due anni più tardi, Dink verrà ucciso ad Istanbul, nei pressi della redazione del suo giornale, vittima di un giovane nazionalista turco.
Per tornare a quei giorni lontani, l’11 marzo 1916 un giovanissimo Antonio Gramsci pubblicava su Il grido del Popolo un suo articolo sul Metz Yeghérn. Una strage che, secondo il grande pensatore sardo, si sarebbe potuta evitare se la comunità internazionale fosse stata meno passiva e fosse intervenuta in tempo nei confronti dell’impero turco.
Wer redet heute noch von der Vernichtung der Armenier? (Chi si ricorda oggi dell’annientamento degli Armeni?): sono parole pronunziate da Adolf Hitler in un noto discorso del 1939, alla vigilia della guerra che avrebbe trascinato l’Europa e il mondo verso la catastrofe totale; l’oblìo collettivo rispetto a quei tragici accadimenti avrebbe in effetti spianato la strada alla Shoah e al Porrajmos.
Elie Wiesel sosteneva che l’ ultimo atto di un genocidio è la sua negazione. Anche per questo, è importante, oggi, coltivare la memoria storica del genocidio degli Armeni.

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19 esperti armeni arrivano in Azerbaigian mentre inizia il quarto incontro del “Ponte della Pace” (Notiziedaest 10.04.26)

Il 10 aprile, 19 rappresentanti della società civile armena sono arrivati in Azerbaigian. Insieme a 20 esperti azero, parteciperanno a una tavola rotonda bilaterale dal 10 al 12 aprile, organizzata nell’ambito dell’iniziativa «Bridge of Peace».

Questo è il quarto incontro tra rappresentanti della società civile dei due paesi. Gli esperti armeni sono andati in Azerbaigian per la seconda volta.

A differenza della visita organizzata nel novembre 2025, questa volta sono arrivati via terra, non in aereo. Hanno attraversato la sezione di frontiera Tavush–Kazakh demarcata e hanno completato qui le procedure di controllo di frontiera e passaporti.

Gli esperti azero sono arrivati in Armenia lungo la stessa rotta a febbraio di quest’anno. Osservatori l’hanno descritta come un “passo simbolico”.

19 esperti azero attraversano la frontiera terrestre per incontrare i loro omologhi armeni per la prima volta

 

Azerbaijani experts enter Armenia via land border

 

Il lavoro sull’aspetto armeno dell’iniziativa è coordinato dal centro analitico Armenian Council. Il suo presidente, Areg Kochinyan, ha ripetutamente affermato che gli incontri tenuti in Armenia e in Azerbaigian dovrebbero essere visti come «tentativi di rimuovere la cortina di ferro».

Gli esperti armeni coinvolti nel progetto «Bridge of Peace» vedono l’iniziativa come una piattaforma aggiuntiva per un dialogo diretto.

Credono che contatti regolari possano contribuire in modo significativo a costruire fiducia reciproca, ampliare la cooperazione professionale e normalizzare gradualmente le relazioni armeno-azerbaijane.

Di seguito sono riportate le informazioni disponibili finora.

  • «Non diventeremo migliori amici, ma la percezione degli azero cambierà» – analista politico armeno
  • ONG armene e azere si incontrano a Yerevan: cosa aspettarsi
  • ONG azere e armene a Yerevan: Dialogo per la pace o un gesto simbolico? Opinioni da Baku

Cosa si conosce sull’agenda dell’incontro?

Secondo l’Armenian Council, il dialogo tra i rappresentanti della società civile dell’Armenia e dell’Azerbaigian segue l’agenda per la pace adottata al vertice di Washington dell’8 agosto 2025.

Il centro afferma che le tavole rotonde di due giorni affronteranno i seguenti temi:

  • lo stato attuale del processo di pace,
  • le azioni intraprese dai partecipanti all’iniziativa «Bridge of Peace» nei loro paesi e i loro risultati,
  • la situazione nella regione.

“Sessioni separate si concentreranno sugli sforzi per promuovere la pace all’interno delle società e per aumentare la fiducia nelle fasi successive del processo di pace,” ha dichiarato il centro.

Il centro analitico ha anche sottolineato che l’iniziativa «Bridge of Peace» continua a promuovere il dialogo e l’interazione diretta tra i rappresentanti della società civile dei due paesi.

‘Peace is strengthening’: outcomes of the third meeting of Armenian and Azerbaijani experts

I partecipanti a Bridge of Peace hanno condiviso i dettagli delle discussioni di due giorni su come costruire una comprensione reciproca tra le due società e quali progetti comuni potrebbero essere possibili.

 

Armenian–Azerbaijani experts’ third meeting

 

Contesto

Il primo incontro tra rappresentanti della società civile di Armenia e Azerbaigian si è tenuto il 21–22 ottobre 2025 a Yerevan.

Un mese dopo, il 21–22 novembre, esperti armeni si sono recati a Baku. In quel periodo, il governo armeno ha assegnato circa 17,5 milioni di dram (circa 20.000 dollari) per organizzare voli charter tra Yerevan e Baku.

Dopo il secondo incontro, le parti hanno concordato di continuare i contatti di lavoro e le visite reciproche. L’iniziativa ha poi assunto il nome «Bridge of Peace».

Inizialmente, partecipavano all’iniziativa cinque esperti di ciascun paese. Nel 2026 gli organizzatori hanno ampliato il numero dei partecipanti.

Il 13–14 febbraio 2026, 20 esperti dalla parte armena e 19 dalla parte azera hanno partecipato alla terza conferenza dell’iniziativa «Bridge of Peace». L’evento si è svolto nella città di Tsaghkadzor, nella regione di Kotayk, in Armenia.

Da quel momento, Naira Martikyan, redattrice e responsabile della redazione armena di JAMnews, si è unita anche all’iniziativa. Attualmente si trova anche in Azerbaigian.

L’agenda per i rappresentanti della società civile dei due paesi copre un’ampia gamma di temi legati alla fase attuale e allo sviluppo delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian. Questi includono la firma di un accordo di pace e l’apertura dei canali di comunicazione.

In quest’ambito, gli esperti tengono anche riunioni con alti funzionari.

Durante il viaggio a Baku nell’autunno 2025, gli esperti armeni hanno incontrato Hikmet Hajiyev, responsabile del Dipartimento di politica estera dell’amministrazione presidenziale dell’Azerbaigian.

Gli esperti azeri, durante la loro visita in Armenia, hanno incontrato il viceministro degli Affari Esteri Vahan Kostanyan e il Segretario del Consiglio di Sicurezza Armen Grigoryan.

«Tentativo di rompere la cortina di ferro» — esperti armeni in visita a Baku

Secondo loro, gli esperti armeni hanno discusso tutte le questioni di interesse per la società armena con i partecipanti azero all’iniziativa «Bridge of Peace»—senza alcuna restrizione. Tutti i dettagli

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Armenia: ambasciata, Concerto “Vivaldi & Paganini” (GiornaleDiplomatico 10.04.26)

GD – Jerevan, 10 apr. 26 – Nella Sala Concerti “Aram Khachaturian” di Jerevan, si è tenuto il concerto “Vivaldi & Paganini”, diretto dal maestro italiano Gianluca Marcianò con l’esecuzione quali solisti dei violinisti armeni Hayk Kazazyan e Nikolay Madoyan.
Durante la serata, accompagnati dall’Orchestra da Camera Nazionale, i due virtuosi musicisti hanno interpretato un ampio repertorio di capolavori scritti per violino e orchestra dai grandi compositori di musica classica italiana Antonio Vivaldi e Niccolò Paganini, dando vita ad un elegante duello musicale, con l’attenta direzione del Maestro Marciano.
Il concerto, che ha suscitato vivo apprezzamento da parte del numeroso pubblico che ha riempito la Sala, è stato organizzato dal Centro Nazionale di Musica da Camera e dall’Orchestra da Camera Armena con il sostegno e patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Jerevan, nel quadro della proficua collaborazione artistica e culturale tra Italia e Armenia.
Al termine del concerto, l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti si è trattenuto con i musicisti e l’Orchestra, traguardando le prossime iniziative, fra cui alcune tournées in Italia.

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Riemerge l’opera di Orakian: mostra a Casa Robegan a Treviso (Nordestnews 09.04.26)

Dall’11 aprile al 9 maggio 2026, Treviso ospita Ci saranno albe sulla terra, un progetto culturale ideato da Gayane Sahakyan e promosso da nusica.org, in collaborazione con Fondazione Mazzotti, con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso. La rassegna si articola in due momenti distinti accomunati da una stessa domanda: in che modo l’arte può testimoniare ciò che la storia ha tentato di cancellare?

Il riferimento è al genocidio armeno del 1915, una delle più gravi catastrofi del Novecento, ancora oggi non abbastanza presente nella memoria collettiva europea. Ci saranno albe sulla terra affronta questa storia non attraverso una commemorazione formale, ma attraverso il linguaggio delle arti visive e della musica: due forme espressive che, pur nelle loro differenze, condividono la capacità di restituire al dolore storico una dimensione umana, individuale e viva.

La prima parte è la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962). L’esposizione è in programma dall’11 aprile al 3 maggio a Casa Robegan (via Antonio Canova 38, Treviso) e riunisce opere provenienti dalla collezione della famiglia Orakian, custodite per decenni in ambito privato. La mostra è curata da Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Orakian visse a Roma dal 1920 fino alla morte, in condizioni spesso difficili e lontano dai circuiti del mercato. La sua pittura, di matrice espressionista e di forte intensità emotiva, è rimasta per decenni ai margini della storia dell’arte, nonostante la qualità e la coerenza di una ricerca che attraversa il trauma del genocidio, la condizione della diaspora e la vita degli esclusi.

Il secondo momento è Armoniaconcerto di musica armena in programma sabato 9 maggio 2026 alle ore 20.45 grazie all’ospitalità della Chiesa di San Francesco (Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso). Il concerto è costruito attorno all’incontro tra dudukkanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — armena, mediorientale e cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che intreccia pagine della liturgia armena antica con composizioni di Komitas e altri maestri della tradizione. A interpretarlo sono Norayr GapoyanTatev Hakobyan e Levon Eskenian, tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. La serata comprende anche letture dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi eda opere di San Nerses Shnorhali  e proiezioni di opere di Francesco De Florio, con regia visiva di Davide Esposito-Albini.

Alla rassegna partecipa anche la poetessa Erika De Bortoli, con un ciclo di testi sull’Armenia che verranno letti all’inaugurazione della mostra e al concerto. De Bortoli indaga i temi dell’alba, dell’armonia e dell’identità, in rapporto con la letteratura, la storia e la spiritualità armena. È autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» nel 2025.

Il titolo della rassegna riprende un verso della stessa raccolta: non promette la fine del dolore, ma indica una direzione: quella di chi, anche dopo la perdita, continua a cercare.

Ci saranno albe sulla terra è un progetto di Gayane Sahakyan, organizzato da nusica.org con il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia e della Città di Treviso, e con il sostegno di Fondazione MazzottiJane Demirchian e DAL BO’. La mostra Riconosciuti è realizzata in collaborazione con AssoArmeni, con la curatela di Satenik Chookaszian e con la preziosa collaborazione della famiglia Orakian. Il concerto Armonia è realizzato in collaborazione con l’Archivio De Florio Venezia, con la direzione creativa di Davide Esposito-Albini.

Approfondimenti

Riconosciuti: Jirair (Gerardo) Orakian — Un artista ritrovato

Per decenni il nome di Jirair (Gerardo) Orakian (Costantinopoli, 1901 – Roma, 1962) è rimasto ai margini della storia dell’arte, nonostante la forza e l’originalità della sua pittura. La mostra Riconosciuti, in programma dall’11 aprile al 3 maggio 2026 a Casa Robegan, intende restituire visibilità a una delle voci più intense e singolari del Novecento, riportando all’attenzione del pubblico un artista la cui vicenda umana e creativa attraversa alcuni dei nodi più drammatici del secolo scorso. L’esposizione riunisce opere provenienti dalla collezione italiana del figlio Marcello e dei nipoti Massimiliano e Morris Orakian, custodite per decenni in ambito familiare. È curata dalla storica dell’arte armena Satenik Chookaszian, Responsabile del Dipartimento di Arti Decorative e Applicate della Galleria Nazionale d’Armenia e docente presso l’Università Statale di Yerevan.

Una vita tra esilio e pittura

La parabola biografica di Orakian è inseparabile dalla sua opera. Nato in una famiglia colta nella Costantinopoli d’inizio Novecento, vive da giovanissimo il trauma della dissoluzione del proprio mondo. Il genocidio armeno del 1915 segna in modo irreversibile la sua storia familiare: il padre viene catturato durante le violenze e non farà più ritorno. Nel 1920, appena diciannovenne, lascia la città natale e si trasferisce a Roma. Non tornerà mai più.

Nella capitale conduce una vita appartata e difficile, spesso ai limiti della povertà, lontano dai circuiti del mercato e solo marginalmente intercettato dalla critica. Eppure, proprio in questa condizione di isolamento, costruisce un corpus di opere di straordinaria intensità. Per tutta la vita coltiva il desiderio di raggiungere l’Armenia sovietica, di tornare almeno simbolicamente alla terra dei propri antenati. Un desiderio destinato a non compiersi, ma che attraversa in profondità la sua sensibilità e il suo linguaggio pittorico, alimentando una tensione costante tra memoria, perdita e appartenenza.

Non inseguì mai il successo commerciale. Vendette raramente i propri dipinti, preferendo donarli a chi ne comprendeva il valore umano prima ancora che artistico. La pittura, per lui, non fu mai un semplice mestiere o un bene da scambiare, ma un gesto necessario, quasi morale. Nel suo studio dipingeva cantando canzoni popolari armene e talvolta danzando: un processo creativo vissuto come rito personale, come forma di resistenza interiore e di fedeltà alla memoria culturale.

Nel 1962, dal letto d’ospedale a Roma, espresse un ultimo desiderio: che i suoi dipinti tornassero al suo popolo. Quel desiderio venne rispettato — la maggior parte della sua produzione raggiunse la Galleria Nazionale d’Armenia e il Museo d’Arte Contemporanea di Yerevan, e nel 1966 Yerevan gli dedicò una grande retrospettiva postuma. Un ritorno simbolico a casa per un artista che quella casa aveva continuato a cercarla per tutta la vita.

Le opere: quando il dolore diventa forma

Dal punto di vista stilistico la sua opera si colloca entro un espressionismo figurativo di forte intensità emotiva. Le figure appaiono spesso allungate, contratte, talvolta instabili; i corpi assumono una monumentalità inquieta, mentre le composizioni si organizzano secondo equilibri tesi, attraversati da un senso di compressione e precarietà. Non si tratta mai di deformazioni gratuite: ogni scelta visiva concorre a esprimere una condizione psicologica, una tensione interiore, un’esperienza di sofferenza e memoria. La figura umana diventa portatrice di uno stato d’animo, le composizioni di gruppo arene in cui la sofferenza individuale si fonde in un’atmosfera collettiva.

Come osserva la curatrice Satenik Chookaszian, «forgiata all’incrocio tra esilio, memoria e resilienza spirituale, la sua opera costituisce un linguaggio artistico singolare e inconfondibile – refrattario all’imitazione e resistente a ogni facile assimilazione. In essa, deformazione della forma, intensità cromatica e densità compositiva convergono non soltanto in una testimonianza personale, ma in una meditazione duratura sulla condizione etica ed esistenziale dell’essere umano.»

Le opere dedicate al genocidio armeno sono tra le più potenti dell’intera arte del Novecento. Pur non avendolo vissuto direttamente, Orakian ne fu profondamente segnato attraverso la memoria familiare, il lutto della diaspora, le testimonianze dei sopravvissuti. Da questa ferita nasce un’attenzione costante per i soggetti marginali — orfani, rifugiati, diseredati ed esclusi — che occupano uno spazio centrale nella sua visione etica oltre che pittorica.

In Genocide (1947), i corpi si addensano in una massa quasi scultorea, in cui il dolore sembra diventare peso fisico, pressione collettiva, grido trattenuto. Altrettanto straziante è Orphans (1951), dove un gruppo di bambini si stringe in un’immagine di vulnerabilità assoluta: i volti, gli occhi, le posture restituiscono l’infanzia privata troppo presto di ogni leggerezza. Attraverso questa deformazione radicale, Orakian sottolinea l’erosione prematura dell’infanzia sotto il peso della violenza storica. L’orfano diventa non solo un soggetto sociale, ma un simbolo morale — incarnazione dell’abbandono collettivo e testimonianza vivente del costo umano della catastrofe.

Accanto ai temi legati alla memoria storica, la sua pittura si apre a scene di vita familiare, figure contadine, interni di caffè, paesaggi e autoritratti. Sono immagini che, pur muovendosi in registri diversi, condividono una medesima densità emotiva. Anche quando rappresenta luoghi di incontro o momenti quotidiani, i personaggi sembrano abitare una solitudine silenziosa, come se la vicinanza fisica non bastasse a colmare una distanza interiore più profonda.

Particolarmente significative sono le figure femminili, spesso ritratte in una dimensione raccolta e introspettiva. I loro sguardi raramente cercano quello dello spettatore; appaiono piuttosto rivolti verso un altrove interiore, attraversati da una malinconia che non è posa, ma stato dell’essere. In questi ritratti la somiglianza individuale lascia spazio a una dimensione più universale: le donne dipinte da Orakian sembrano incarnare forme di resistenza silenziosa, di lutto trattenuto, di memoria non estinta. Il motivo del nudo attraversa l’intera produzione con un realismo straordinario — spogliato di ogni idealizzazione, liberato dalle convenzioni accademiche.

Anche gli autoritratti occupano un posto importante nella sua ricerca. In Double Portrait, l’artista si raffigura giovane e maturo nello stesso dipinto, costruendo un dialogo interiore tra età diverse della propria esistenza. È una pittura che non smette di interrogare l’identità, il tempo, la continuità fragile del sé. Perfino nei paesaggi, dove la figura umana arretra o scompare, permane una vibrazione emotiva intensa: lo spazio sembra assorbire e trattenere il medesimo senso di sospensione che attraversa i corpi.

Gran parte della sua produzione è realizzata ad acquerello — oltre cento composizioni — con un uso del colore mai decorativo: contrasti accesi, tonalità dense e accostamenti arditi come strumenti per articolare tensioni psicologiche e stati interiori. Come sosteneva lui stesso, la pittura non è ornamento né compiacimento estetico, ma atto necessario, presa di posizione morale, testimonianza.

Riconosciuti non è soltanto il titolo della mostra, ma una dichiarazione di intenti. Restituire Orakian allo sguardo del pubblico significa riconoscere il valore di un artista rimasto troppo a lungo in ombra, ma anche riportare al centro una pittura capace di trasformare l’esperienza dell’esilio, del dolore e della memoria in una testimonianza di profonda forza umana.

Armonia : Un concerto tra Oriente e Occidente

Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna Ci saranno albe sulla terra, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione.

La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova, San Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.

Mostra Riconosciuti
Casa Robegan, via Antonio Canova 38, Treviso
11 aprile – 3 maggio 2026
Inaugurazione: sabato 11 aprile ore 17.00
Venerdì 15:00–19:00 |
Sabato e domenica 10:00–13:00 e 14:00–19:00
Ingresso gratuito
Contatti: staff@nusica.org
+39 388 6468011

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)

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Turchia: Rapporto Cespi, per i cristiani diritti fragili tra aperture e limiti. Il nodo del riconoscimento giuridico (SIR 09.04.26)

Le comunità cristiane in Turchia restano una presenza esigua ma significativa, centrale nel dibattito sulla libertà religiosa e sui diritti delle minoranze. È quanto emerge dal report diffuso dal Cespi (Centro Studi di Politica Internazionale), che fotografa la condizione attuale di cattolici, ortodossi, armeni, siriani e protestanti in un Paese dove il pluralismo religioso continua a scontrarsi con limiti strutturali, a partire dall’assenza di pieno riconoscimento giuridico. Oggi i cristiani rappresentano meno dello 0,2% di una popolazione di oltre 86 milioni di abitanti, pari a circa 150-170mila persone, concentrate soprattutto a Istanbul, Izmir e nel sud-est anatolico. Un mosaico di comunità diverse che include, secondo le stime, 25mila cattolici, 50-90mila armeni apostolici, 15-25mila siriaci, circa 3mila greco-ortodossi e fino a 15mila protestanti. Dal punto di vista giuridico, solo tre gruppi – greco-ortodossi, armeni ed ebrei – sono formalmente riconosciuti dallo Stato in base al Trattato di Losanna del 1923. Tutte le altre comunità cristiane, comprese quelle cattoliche, si legge nel Rapporto, non dispongono di personalità giuridica, con ricadute dirette sulla gestione delle proprietà, sull’organizzazione interna e sulla formazione del clero. Negli ultimi vent’anni non sono mancati segnali di apertura: tra il 2011 e il 2025 sono state restituite o regolarizzate oltre mille proprietà appartenenti a fondazioni delle minoranze religiose e oggi risultano attive 167 fondazioni cristiane. Tuttavia, sottolinea il report, queste misure non hanno prodotto una riforma strutturale del sistema, lasciando il rapporto tra Stato e comunità cristiane legato a decisioni discrezionali e a frequenti contenziosi. La recente visita di Papa Leone XIV ha riportato l’attenzione internazionale sulla condizione dei cristiani nel Paese, offrendo visibilità alle richieste di maggiore tutela. Ma, conclude l’analisi del Cespi, senza un riconoscimento giuridico pieno e stabile, le comunità cristiane continueranno a vivere in una condizione di fragilità, sospese tra aperture simboliche e limiti sostanziali.

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Alta domanda di nuove abitazioni in Armenia: cosa la guida e cosa aspettarsi (NotiziedaEst 09.04.26)

La costruzione di nuove abitazioni è a pieno regime in Armenia, principalmente a Yerevan e nei comuni limitrofi. Gli agenti immobiliari spiegano questa tendenza con una forte domanda sia da parte dei residenti locali sia da parte degli acquirenti stranieri. Sottolineano anche che molte persone hanno recentemente iniziato a preferire appartamenti di nuova costruzione. Sul mercato secondario, gli abitanti si trovano spesso ad affrontare problemi quali ascensori obsoleti o impianti fognari usurati.

Tuttavia, gli agenti immobiliari affermano che i nuovi sviluppi non attirerebbero una domanda così alta senza una legge che consenta agli acquirenti di recuperare l’imposta sul reddito sui mutui ipotecari. Il meccanismo si applica solo all’acquisto di alloggi di nuova costruzione. Lo Stato rimborsa l’imposta sul reddito dallo stipendio dell’acquirente. Gli acquirenti possono poi utilizzare questa somma per coprire gli interessi del mutuo.

La legge è entrata in vigore nel 2014. Le autorità hanno cessato di applicarla a Yerevan nel 2025. Tuttavia, gli sviluppatori che hanno ottenuto i permessi di costruzione prima del 2022 possono ancora vendere appartamenti nell’ambito del sistema di rimborso dell’imposta sul reddito.

Gli acquirenti possono utilizzare questa opzione solo una volta. Le persone con redditi stabili e salari più alti tendono a scegliere questo modo di acquistare una casa.

Naturalmente, il rimborso dell’imposta sul reddito comporta un onere finanziario significativo per lo Stato. Tuttavia, l’adozione di questa legge ha innescato negli ultimi cinque anni un inedito boom edilizio a Yerevan e nelle aree circostanti. La costruzione è diventata il motore principale della crescita economica.

Un’analisi degli annunci sui siti di nuove abitazioni mostra che oltre la metà degli appartamenti pronti per essere abitati sono già stati venduti. Le cifre variano a seconda della località, ma in genere oscillano tra il 40% e il 70%.

Le persone con redditi più modesti tendono ad acquistare alloggi sul mercato secondario. I prezzi in questo segmento sono notevolmente inferiori.

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Dati statistici

Secondo il Comitato Catastale, nel 2025 sono state registrate a Yerevan oltre 74.458 transazioni immobiliari. Queste comprendevano edifici di appartamenti, case private, lotti di terreno e proprietà commerciali. Ciò rappresenta un incremento dell’8% rispetto al 2024, quando furono registrate 68.914 transazioni.

Circa 21.000 transazioni riguardavano l’acquisto di appartamenti in edifici residenziali plurifamiliari. Di queste, 15.000, ovvero il 72%, si sono svolte a Yerevan.

Dopo la capitale, il numero più alto di vendite di alloggi di nuova costruzione è stato registrato nella città di Abovyan, con 3.131 transazioni.

Più della metà di tutte le transazioni di compravendita di alloggi a Yerevan riguardano appartamenti in edifici nuovi. L’89% degli acquirenti ha acquistato i propri appartamenti direttamente dai costruttori.

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Cosa attira gli acquirenti verso le abitazioni di nuova costruzione

Ashkhen Avalyan ha acquistato un nuovo appartamento di 50 metri quadrati a Yerevan, approfittando del regime di rimborso dell’imposta sul reddito.

Un metro quadrato dell’edificio costava 520.000 drams (circa 1.390 dollari). Ha versato un acconto del 10%.

«Ho esaminato attentamente le offerte sul mercato secondario e ho scelto questa opzione. In primo luogo, sul mercato secondario avrei dovuto pagare un acconto del 30%. Inoltre, le case a meno di 80.000 dollari richiedevano ristrutturazione e arredamento. Ciò ha aumentato significativamente il costo complessivo», spiega Ashkhen.

Gli acquirenti negli sviluppi di nuova costruzione devono di solito aspettare a lungo prima di trasferirsi. La maggior parte acquista appartamenti in una fase iniziale di costruzione, mentre altri acquistano poco più tardi. La costruzione spesso richiede più tempo del previsto, e le persone possono trasferirsi solo dopo uno o tre anni. Molti usano questo periodo per risparmiare denaro per ristrutturazione e arredamento.

«Nel caso del rimborso dell’imposta sul reddito, i pagamenti rimangono relativamente bassi nei primi anni. In seguito, gli interessi diminuiscono, ma il pagamento del capitale aumenta. A dire il vero, quando ho acquistato un appartamento di nuova costruzione, prevedevo anche di rivenderlo in seguito a un buon prezzo. Il mercato secondario suscita dubbi a questo proposito. Il vecchio parco edilizio è problematico — gli ascensori sono obsoleti e i sistemi di fognatura sono usurati. Sarà difficile vendere un simile appartamento a un prezzo ragionevole», afferma Ashkhen.

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Հայաստան, սփյուռք, հայրենադարձություն, հայ, վերադարձ, հայրենիք

 

Sia le abitazioni nuove che quelle vecchie continuano ad essere richieste

Andranik Grigoryan è un agente immobiliare. Ora propone ai clienti anche nuovi sviluppi fuori Yerevan. Tuttavia, afferma che il mercato di Yerevan continua a dominare:

«Le persone sono disposte a pagare dal 30 al 40% in più per acquistare un appartamento nella capitale. Le offerte regionali attirano di più i residenti locali. Alcuni nuovi sviluppi a Yerevan rientrano ancora nel regime di rimborso dell’imposta sul reddito. Tuttavia, a dire il vero, non sono per chi ha redditi bassi o medi. Un metro quadrato di tali appartamenti di solito costa più di 3.000 dollari.»

Secondo Andranik, la maggior parte degli acquirenti in questo segmento non utilizza il rimborso dell’imposta sul reddito:

«Spesso acquistano immobili in contanti, senza mutuo. I nostri connazionali che vivono all’estero acquistano principalmente alloggi in questo segmento. Lo vedono come un investimento o un modo per garantire stabilità finanziaria. Le conversazioni con loro mostrano che molti intendono trascorrere la vecchiaia qui o viverci per alcuni mesi all’anno.»

L’agente ritiene che l’Armenia offra l’ambiente più sicuro per la diaspora armena:

«Inoltre, alcuni connazionali che vivono all’estero sono pronti a trasferirsi qui per evitare i problemi che incontrano in altri paesi. Le persone mi chiedono spesso chi comprerà così tanti appartamenti in nuovi sviluppi se il potere d’acquisto interno rimane basso. La risposta è: Armeni della diaspora. Alcuni acquistano diverse abitazioni contemporaneamente. I prezzi non subiranno cambiamenti drastici nei prossimi anni, poiché continua l’afflusso di persone dall’estero. Inoltre, alcuni acquirenti acquisteranno appartamenti da affittare per garantire un reddito stabile.»

Parlando dei prezzi elevati nei nuovi sviluppi, sottolinea che il mercato secondario offre ancora opzioni accessibili per gli acquirenti con mezzi limitati. Ciò permette al mercato secondario di mantenere vendite stabili, anche senza il sostegno dello Stato come il rimborso dell’imposta sul reddito.

«Gli acquirenti nei mercati primario e secondario sono diversi. Chi ha risparmi preferisce il mercato secondario, perché vuole immediatamente trasferirsi o affittare la proprietà. Nel caso dei nuovi sviluppi, il trasferimento avviene in uno da tre anni,» spiega Andranik Grigoryan.

In ogni caso, l’Armenia sta registrando un boom edilizio. Lo scorso anno, gli sviluppatori hanno immesso sul mercato 2.270.000 metri quadrati di alloggi. Per confronto, la cifra era di 1.251.000 metri quadrati nel 2024.

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Armenia: la scommessa europea nel Caucaso dagli anni Novanta a oggi (InsiderOver 08.04.26)

Dal 2024 ad oggi si sta assistendo a un progressivo intensificarsi dei rapporti dell’Armenia con l’Unione Europea, alimentando il dibattito sul possibile ingresso del Paese nei prossimi decenni. Questo percorso lento ma costante segna un cambio di postura strategico tutt’altro che scontato nel complesso quadro geopolitico del Caucaso.

I rapporti fra l’Armenia e l’Unione Europea iniziano negli anni Novanta e sono proseguiti fino ai giorni nostri; tuttavia, nel corso degli ultimi decenni si è assistito ad avvicinamenti e conseguenti battute di arresto e a nuovi riallineamenti. Formalmente, il dialogo politico e la cooperazione economica cominciarono nel 1996, quando lo Stato firmò l’Accordo di Partenariato e Cooperazione che entrò in vigore tre anni più tardi nel 1999. L’accordo rappresentò un primo timido avvicinamento al vecchio continente senza che ciò implicasse un cambiamento di rotta delle scelte strategiche del Paese.

A seguito dell’allargamento verso Est dell’Unione Europea nel 2004 e l’adesione dei Paesi del blocco di Visegrad, l’Armenia venne coinvolta nella Politica Europea di Vicinato, ossia uno strumento ideato appositamente per agevolare i rapporti con le nazioni limitrofe al territorio euro-unionale. Pochi anni dopo, nel 2009, l’Armenia, assieme ad altri Stati dell’ex-blocco sovietico, entra a far parte del Partenariato Orientale.  In quel periodo l’Armenia cominciò una stagione di riforme, sia amministrative sia relative allo Stato di diritto, ed estese la cooperazione economica verso Occidente, tuttavia, non smise di guardare verso il suo alleato di sempre: la Russia.

Fra il 2010 e il 2013 l’Unione Europea e l’Armenia sono in procinto di negoziare un accordo di Associazione che prevede l’individuazione di un’area di libero scambio. Tuttavia, questo ambizioso progetto non vide la luce, in quanto Yerevan, nel settembre 2013 decise di aderire all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa. Tale scelta rifletteva più ragioni di natura difensivo-strategica che valoriali-economiche. Non a caso, in quel periodo si stava intensificando il conflitto con l’Azerbaigian per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh e l’unico partner in grado di sostenere l’Armenia nel conflitto, anche in ottica meramente deterrente, era appunto la Russia. I rapporti con l’Unione non si arrestano bruscamente; anzi, il dialogo prosegue, ma con nuove consapevolezze, considerando le esigenze concrete del Paese.

Nel 2017 si giunge alla firma del CEPA (Comprehensive and Enhanced Partnership Agreement), ossia un accordo ideato per rafforzare la cooperazione in diversi settori, fra cui la governance, la giustizia, l’economia, la mobilità, ma senza comunque contemplare elementi che potessero compromettere i rapporti eurasiatici dell’Armenia.

La vera e propria svolta nei rapporti UE-Armenia si è registrata solo nell’ultimo lustro. Fra il 2020 e il 2022 l’inasprimento delle tensioni nel Nagorno-Karabakh e dei conflitti lungo il confine azero determina un nuovo equilibrio. L’Armenia, infatti, iniziò a manifestare delle critiche nei confronti di Mosca, accusandola di non essere stata in grado di fornire un sostegno adeguato in quella fase così delicata. Conseguentemente, Yerevan iniziò a guardare all’Unione non più solo come a un partner commerciale ma come un alleato strategico, chiedendo proprio un coinvolgimento diretto europeo sul territorio.

Fu così che, nell’ottobre del 2022, il rapporto fra Armenia e Unione Europea assume dei connotati molto diversi dovuti (o grazie) al contesto geopolitico regionale. In particolare, nell’autunno del 2022 le forze militari azere colpiscono innumerevoli infrastrutture situate nel territorio, più precisamente nelle province di Gegharkunik e Syunik. Questo avvenimento viene percepito con particolare serietà da Yerevan, perché il conflitto non è più solo localizzato nella regione del Nagorno-Karabakh, da sempre terreno di diatribe territoriali fra i due vicini, ma ora le aree colpite sono zone in prossimità del confine internazionalmente riconosciuto.

La gravità della circostanza induce l’Armenia a invocare la protezione da parte dell’OTSC ossia l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva di cui fa parte insieme ad altri Stati dell’area ex sovietica. La risposta non si fa attendere, ma non è incisiva come sperato. La Russia si limitò infatti a inviare una delegazione incaricata di valutare la situazione e raccogliere informazioni, a cui poi hanno fatto seguito una serie di dichiarazioni programmatiche atte principalmente a invocare la de-escalation e il dialogo. Nessun contingente militare dunque accorse in aiuto dell’Armenia né tantomeno vennero spese parole di aperta condanna alle aggressioni azere in territorio armeno.

Le aspettative armene non erano affatto eccessive, considerato il fatto che la Russia è stata per decenni l’alleato privilegiato dell’Armenia, a favore del quale Yerevan ha anche rinunciato, nell’oramai lontano 2013, a un ghiotto partenariato con l’Unione Europea. Inoltre, l’OTSC rappresenta una vera e propria alleanza di difesa, non un mero foro politico di riferimento. In questo scenario, Mosca non è stata in grado di proteggere uno dei suoi principali alleati nel Caucaso meridionale, perdendo un’occasione strategica cruciale e così contribuendo ad erodere la sua già fragile credibilità come alleato strategico-difensivo nella regione, già messa profondamente in discussione dopo la perdita di influenza in Georgia diventata irreversibile a seguito del conflitto russo-georgiano del 2008.

Il disimpegno russo si giustifica prevalentemente con lo sforzo bellico impiegato in Ucraina cominciato con l’oramai famigerata “operazione speciale” del 24 febbraio dello stesso anno; la scarsa effettività delle misure russe non è sufficiente a segnare la fine del legame strategico che lega i due Paesi, ma è idoneo ad indurre l’Armenia a ripensare alla sua strategia difensiva optando per una diversificazione dei suoi partner. È così che, per la prima volta, si comincia ad osservare l’UE non più solo come un partner commerciale ma come un valido alleato nella regione che possa garantire la sua presenza operativa sul territorio, complementarmente a quella russa.

Così, nell’ottobre 2022, al vertice della Comunità politica Europea a Praga si pianifica la EUMCAP ossia la European Union Monitoring Capacity to Armenia che consiste nel dispiegamento di una missione civile a durata temporanea che, sul confine azero, si occupa di monitorare la situazione e redigere rapporti indipendenti. Alla conclusione del mandato, nel dicembre 2022, tuttavia, la situazione fra Azerbaigian e Armenia resta molto critica; così, nel gennaio 2023, il Consiglio dell’Unione Europea approva l’istituzione di una missione civile a lungo termine chiamata EUMA (European Union Mission in Armenia) che diventa operativa a partire dal febbraio dello stesso anno e svolge la sua attività proprio nelle regioni colpite dall’offensiva azera del settembre 2022 (Syunik, Gegharkunik e Tavush) ma, anche questa volta, senza alcun mandato militare.

Sia EUMCAP sia EUMA sono iniziative che rientrano nella Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC), cioè lo strumento mediante il quale Bruxelles dispiega dal 2017 missioni civili e militari in Paesi con finalità diverse, dalla prevenzione dei conflitti alla gestione delle crisi, sino alla formazione militare. Sono sempre operazioni non offensive, concepite per il monitoraggio e la garanzia della stabilità locale, in un’ottica assimilabile per finalità a quella svolta con le operazioni civile delle Nazioni Unite.

La scelta europea di intervenire in Armenia è una svolta rilevante non solo per l’area, ma soprattutto per l’Unione stessa; in questo modo essa ha modo di rafforzare la propria credibilità come attore geopolitico di stabilizzazione in un’area dominata storicamente da altre potenze. Ben lungi dal sostituirsi alla presenza politico-militare della Russia nel Paese, lo sforzo dell’Europa nella regione è determinante per introdursi come attore politico nuovo con una legittimità internazionale al contempo privo di ambizioni egemoniche.

Un ulteriore passaggio che segna un allentamento più marcato da Mosca e un avvicinamento all’area di influenza europea è rappresentato dalla ratifica dello Statuto di Roma istitutivo della Corte Penale Internazionale e la sua progressiva ratifica nel febbraio 2024; tale scelta segna non solo un allineamento di Yerevan agli standard giuridici internazionali, nonché un chiaro smacco politico per la Russia, poiché Putin, dopo l’invasione dell’Ucraina, è destinatario di un mandato di arresto da parte della corte penale stessa. Il Cremlino, infatti, ha definito “ostile” la ratifica del Parlamento armeno.

Durante il 2024 le operazioni dell’EUMA sono proseguite e il dialogo politico fra Yerevan e Bruxelles si è via via più intensificato e parallelamente si accentua il raffreddamento dei rapporti con l’OTSC con un’Armenia sempre meno disposta a mascherare la propria insoddisfazione per l’inefficacia delle azioni intraprese dalla Russia sul fronte azero.

Nel gennaio 2025 il Parlamento approva una legge con il precipuo compito di avviare un percorso di progressiva integrazione europea. Comincia così ad essere formalizzato, a livello istituzionale, l’orientamento europeo, che culmina il 2 dicembre scorso con l’adozione della Strategic Agenda UE-Armenia, un documento che supera la mera politica di vicinato e consente all’Armenia di avvicinarsi sempre più all’Europa. Pur non trattandosi di una candidatura formale all’adesione, comunque è vero che rappresenta un segnale positivo. Pur mantenendo la necessaria cautela, non si può negare la portata di tale avvicinamento, che non appare più solo plausibile, ma oramai dichiarato e strutturato, probabilmente precursore di sviluppi e ravvicinamenti che si vedranno in un futuro non troppo lontano.

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I concerti dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, sul podio del Politeama il direttore armeno Karen Durgaryan — I concerti dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, sul podio del Politeama il direttore armeno Karen Durgaryan (PalermoToday 07.04.26)

QuandoDal 10/04/2026 al 11/04/2026venerdì alle ore 20.30 | sabato alle ore 17.30
Prezzoda 18 a 30 euro (intero) | da 14 a 24 euro (ridotto -20% per abbonati, docenti e convenzioni) | da 9 a 15 euro (ridotto -50% per studenti under16 e disabili con accompagnatore).
Altre informazioniSito web orchestrasinfonicasiciliana.it
Tradizione culturale russa e identità armena, storie e leggende cariche di slancio epico, virtuosismo e variegato colore orchestrale: questi i temi che uniscono il programma dei prossimi concerti della 66ª Stagione dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, in programma venerdì 10 aprile alle ore 20.30 e sabato 11 aprile alle ore 17.30 al Politeama Garibaldi di Palermo.

Sul podio salirà il direttore armeno Karen Durgaryan, protagonista di una carriera internazionale che lo ha visto alla guida di importanti teatri e orchestre europee e asiatiche, affiancato dal pianista Vardan Mamikonian, interprete di grande prestigio e presenza costante nelle principali sale da concerto del mondo.

Il concerto si apre con l’Ouverture da Ruslan e Ljudmila di Michail Ivanovič Glinka, una delle pagine più celebri del repertorio russo. Tratta dall’opera omonima ispirata al poema di Puškin, l’ouverture è un concentrato di energia e brillantezza: un brano rapido, scintillante, costruito su temi contrastanti, tra slancio festoso e cantabilità lirica. In pochi minuti Glinka riesce a condensare un mondo sonoro vivace e immediatamente comunicativo, che ha contribuito a definire le basi della scuola nazionale russa.

Cuore della prima parte è la Ballata eroica per pianoforte e orchestra di Arno Babadžanjan, pagina di grande impatto espressivo e virtuosistico, eseguita raramente nelle sale da concerto italiane. Composta nel 1950, l’opera unisce il linguaggio sinfonico del Novecento alla tradizione melodica armena, rielaborata in una scrittura moderna e personale. Il pianoforte assume un ruolo centrale, alternando passaggi di grande brillantezza tecnica a momenti più lirici e meditativi, in un continuo dialogo con l’orchestra. La Ballata si sviluppa come un unico grande arco narrativo, nel quale convivono tensione eroica e intensità emotiva, con richiami stilistici che rimandano a Rachmaninov, Prokof’ev e Chačaturjan.

Nella seconda parte il programma è interamente dedicato a Aram Chačaturjan, uno dei compositori più rappresentativi del Novecento sovietico, di origine armena. Saranno eseguite tre celebri suite tratte dai suoi balletti e dalle musiche di scena, in una selezione curata dallo stesso direttore.

Da Spartacus – balletto ispirato alla rivolta degli schiavi guidata dal celebre gladiatore – vengono proposti alcuni dei brani più noti, tra cui la sensuale Variazione di Aegina, il celebre Adagio di Spartacus e Phrygia, di grande intensità lirica, e le danze dal forte carattere ritmico che restituiscono l’energia drammatica della vicenda. Segue una selezione da Gajane, balletto ambientato in Armenia, in cui Chačaturjan valorizza melodie e ritmi popolari in una scrittura ricca di colori e contrasti. Tra i brani più celebri figurano la Danza delle fanciulle delle rose, di grande eleganza, la Ninna nanna, pagina di intensa dolcezza, e la travolgente Lezghinka finale, danza caucasica dal ritmo incalzante.

Chiude il programma la Suite da Maškaráda, musiche di scena per il dramma di Lermontov: cinque brani di grande popolarità, tra cui il celebre Valzer, il Notturno e il Galop finale, che uniscono raffinatezza melodica e brillantezza orchestrale.

Sul podio, Karen Durgaryan, già direttore principale del Teatro dell’Opera e del Balletto Nazionale Armeno e oggi nuovamente alla guida dell’istituzione, è riconosciuto per la profonda conoscenza del repertorio russo e armeno. La sua carriera lo ha portato a dirigere nei principali teatri europei, tra cui la Bayerische Staatsoper, l’Opéra National de Lyon e il Teatro di San Carlo di Napoli, consolidando nel tempo un rapporto privilegiato con il pubblico italiano.
Accanto a lui, Vardan Mamikonian, pianista di straordinaria solidità tecnica e sensibilità musicale, ospite delle più prestigiose sale da concerto internazionali – dal Musikverein di Vienna alla Carnegie Hall di New York – e collaboratore di importanti orchestre e direttori. Il suo repertorio e la sua cifra interpretativa trovano nella Ballata eroica di Babadžanjan un terreno ideale, tra virtuosismo e profondità espressiva.

Prossimi concerti da non perdere: venerdì 17 (ore 20.30) e sabato 18 (ore 17.30) aprile con Christian Arming sul podio e Mengla Huang al violino per un programma dedicato a Paganini, Janacek e Martinu.


I concerti dell’Orchestra Sinfonica Siciliana, sul podio del Politeama il direttore armeno Karen Durgaryan
https://www.palermotoday.it/eventi/concerti-orchestra-sinfonica-siciliana-politeama-10-11-aprile.html
© PalermoToday

Gurdjieff Ensemble a Treviso: concerto di musica armena (Teatrionline 07.04.26)

Duduk, kanon e organo alla Chiesa di San Francesco: il Gurdjieff Ensemble porta la musica sacra armena a Treviso il 9 maggio 2026.

Sabato 9 maggio 2026, alle ore 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita Armonia, concerto di musica sacra armena organizzato da nusica.org nell’ambito della rassegna Ci saranno albe sulla terra, dedicata al 111° anniversario del genocidio armeno.

Il concerto nasce dall’incontro tra tre strumenti provenienti da tradizioni diverse: il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa radicata nella cultura armena; il kanon, espressione dell’orizzonte musicale mediorientale; e l’organo, voce della liturgia cristiana occidentale. Il programma non contrappone questi linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune, come voci di un cammino spirituale condiviso.

Il programma: tra liturgia armena e musica contemporanea

Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat NovaSan Nerses ShnorhaliMkhitar Ayrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi. Il percorso musicale è scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — che si inseriscono tra le sezioni come momenti di pausa e riflessione.

A queste si affiancano le letture poetiche di Erika De Bortoli, autrice della silloge D’Anima e di pietra, vincitrice del Premio della Critica al Concorso Artistico Letterario Internazionale «Le pietre di Anuaria» (2025). I suoi testi, dedicati ai temi dell’alba, dell’identità e della memoria, si intrecciano al percorso musicale ampliandone la dimensione evocativa.

Il Gurdjieff Ensemble: Gapoyan, Hakobyan, Eskenian

A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, organista e direttore artistico dell’ensemble, è autore anche degli arrangiamenti. La sua formazione attraversa tradizioni musicali diverse — armena, mediorientale e occidentale — e ha trovato riconoscimento internazionale anche attraverso le incisioni pubblicate da ECM Records.

Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della chiesa. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. Le immagini non commentano la musica, ma la accompagnano, costruendo una relazione tra pittura, suono e spazio architettonico.

Il concerto si inserisce nella rassegna Ci saranno albe sulla terra, che dall’11 aprile al 9 maggio 2026 porta a Treviso anche la mostra Riconosciuti, dedicata alla pittura di Jirair (Gerardo) Orakian, allestita a Casa Robegan fino al 3 maggio.

Informazioni pratiche e biglietti

Concerto Armonia
Chiesa di San Francesco, Viale S. Antonio da Padova 2, Treviso
Sabato 9 maggio 2026, ore 20.45
Biglietti: € 13,00 online su oooh.events | € 15,00 in loco Ridotto € 10,00 (under 18, over 70, persone con disabilità)
Contatti: staff@nusica.org
+39 327 4610693
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