Armenia. I processori Nvidia diventano una leva nell’accordo di pace con l’Azerbaigian (Notizie Geopolitiche 06.09.26)

L’accesso ai processori avanzati statunitensi sarebbe stato uno degli incentivi utilizzati durante i negoziati tra Armenia e Azerbaigian, trasformando la tecnologia in uno strumento di politica estera nel Caucaso meridionale. Secondo il Wall Street Journal, nel corso delle trattative del 2025 gli Stati Uniti avrebbero prospettato a Erevan la possibilità di acquistare processori Nvidia destinati al progetto Firebird, un grande centro di elaborazione dati previsto a Hrazdan.
Il progetto, dal valore annunciato superiore ai cinque miliardi di dollari, dovrebbe ospitare progressivamente decine di migliaia di unità di calcolo Nvidia e raggiungere una potenza nell’ordine dei 300 megawatt. In una prima fase sarebbe stata richiesta l’autorizzazione per circa seimila processori, mentre successivamente sarebbe stata aperta la possibilità di esportare apparecchiature in quantità molto maggiori.
Per il governo del primo ministro Nikol Pashinyan un investimento di queste dimensioni può rappresentare un importante dividendo economico dell’accordo con Baku. Dopo la perdita del Nagorno-Karabakh e l’esodo della popolazione armena dalla regione, l’esecutivo deve infatti dimostrare all’opinione pubblica che la normalizzazione con l’Azerbaigian può produrre investimenti, occupazione qualificata e una maggiore integrazione dell’Armenia nell’economia internazionale.
Secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, un documento elaborato nel giugno 2025 dalla squadra dell’inviato americano Steve Witkoff indicava il rafforzamento dei rapporti economici e tecnologici con Erevan tra gli strumenti utili a favorire il processo negoziale.
Questo non significa che la promessa dei processori Nvidia abbia determinato da sola le decisioni armene o l’accordo con l’Azerbaigian. Mostra però come alla mediazione diplomatica siano stati affiancati incentivi economici e tecnologici destinati ad aumentare i benefici politici della normalizzazione.
La strategia rientra in quella che alcuni funzionari statunitensi definiscono “diplomazia dei microprocessori”: utilizzare l’accesso alle tecnologie più avanzate come strumento di influenza internazionale.
I processori destinati all’intelligenza artificiale sono ormai infrastrutture strategiche. Permettono di addestrare modelli avanzati, analizzare grandi quantità di dati, sviluppare applicazioni scientifiche e industriali e sostenere sistemi complessi in settori che vanno dalla medicina all’energia.
Gli Stati Uniti dispongono di una leva particolarmente importante grazie alla posizione delle proprie imprese nell’industria dei semiconduttori e al sistema delle autorizzazioni all’esportazione delle tecnologie più sensibili. Una politica già sperimentata nei rapporti con partner come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, ma che nel caso armeno viene collegata direttamente a un processo di stabilizzazione geopolitica.
Firebird rimane formalmente un progetto civile ed economico. Una grande infrastruttura di calcolo può tuttavia avere applicazioni duali, dalla sicurezza informatica all’elaborazione delle immagini satellitari, dalla gestione delle reti energetiche alla ricerca sui sistemi autonomi.
Questo non significa che il centro armeno sia destinato ad attività militari. L’accesso a capacità di calcolo avanzate rappresenta però ormai un elemento della potenza nazionale e può contribuire nel lungo periodo anche alla sicurezza tecnologica di uno Stato.
Per l’Armenia, l’ingresso più profondo nell’ecosistema tecnologico occidentale avrebbe inoltre conseguenze geopolitiche. Il Paese è stato per decenni strettamente legato alla Russia sul piano militare, energetico ed economico, ma il progressivo deterioramento dei rapporti con Mosca ha aperto nuovi spazi agli Stati Uniti e all’Unione Europea.
La guerra in Ucraina e soprattutto l’incapacità russa di impedire la riconquista azera del Nagorno-Karabakh hanno accelerato la perdita di fiducia armena nei tradizionali meccanismi di sicurezza guidati da Mosca. Il vuoto viene progressivamente occupato attraverso tecnologia, investimenti, infrastrutture e cooperazione energetica, senza che ciò richieda necessariamente una presenza militare americana diretta.
Nel febbraio 2026 Stati Uniti e Armenia hanno inoltre concluso i negoziati per un accordo di cooperazione nucleare civile, aprendo nuove possibilità nel settore energetico. L’intesa potrebbe assumere particolare importanza quando Erevan dovrà definire la sostituzione della centrale nucleare di Metsamor, costruita in epoca sovietica.
Tecnologia digitale ed energia possono quindi diventare due strumenti attraverso i quali l’Armenia riduce la propria tradizionale dipendenza dalla Russia e diversifica le relazioni internazionali.
Un’altra componente della trasformazione riguarda il progetto di collegamento tra l’Azerbaigian e l’exclave del Nakhchivan attraverso il territorio armeno, inserito nella cosiddetta “Via Trump per la pace e la prosperità internazionale”.
Il corridoio avrebbe una rilevanza che supera i rapporti tra Armenia e Azerbaigian. Potrebbe collegare più direttamente il Caspio alla Turchia e ai mercati europei, rafforzando le direttrici commerciali che attraversano il Caucaso meridionale senza passare dalla Russia o dall’Iran.
Per Baku e Ankara significherebbe consolidare i collegamenti terrestri tra Azerbaigian e Turchia. Per gli Stati Uniti costituirebbe invece un’ulteriore possibilità di favorire corridoi eurasiatici alternativi a quelli controllati da Mosca e Teheran.
L’Iran osserva il progetto con particolare attenzione, soprattutto per il timore che nuovi assetti territoriali o di sicurezza possano compromettere il proprio collegamento diretto con l’Armenia. Erevan insiste tuttavia sul mantenimento della propria sovranità sulle infrastrutture che attraverseranno il territorio nazionale.
Anche la Russia rischia di perdere influenza. Per decenni Mosca ha svolto contemporaneamente il ruolo di alleato dell’Armenia, mediatore con l’Azerbaigian e garante di parte delle comunicazioni regionali. Un sistema di trasporti e investimenti maggiormente collegato all’Occidente e alla Turchia ridurrebbe questa funzione.
Per Erevan l’apertura tecnologica rappresenta comunque un’opportunità concreta. Un grande centro di elaborazione potrebbe attrarre capitali, competenze e imprese e rafforzare un settore tecnologico già significativo per l’economia armena.
Esiste però anche un elemento di dipendenza. I processori più avanzati sono soggetti alle politiche di esportazione americane e il loro utilizzo richiede una catena di forniture, software, manutenzione e aggiornamenti fortemente condizionata dai rapporti con i produttori.
Le autorità statunitensi conservano quindi una capacità di influenza sull’accesso alle tecnologie, soprattutto qualora emergessero rischi di trasferimento verso soggetti russi, iraniani o cinesi.
È questa la caratteristica più significativa della nuova diplomazia tecnologica. La leva non consiste più soltanto nel concedere finanziamenti o forniture militari, ma nel permettere l’accesso a infrastrutture senza le quali diventa sempre più difficile competere nell’economia dell’intelligenza artificiale.
Nel Caucaso meridionale la normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian si intreccia così con una trasformazione geopolitica più ampia. Trasporti, energia e capacità di calcolo diventano strumenti per consolidare la pace, ridisegnando contemporaneamente gli equilibri regionali e riducendo il tradizionale peso di Russia e Iran.
Per l’Armenia il vantaggio può essere considerevole, purché l’integrazione tecnologica produca sviluppo autonomo e non una nuova forma di dipendenza. La vicenda Firebird mostra come, nell’economia contemporanea, il controllo dei semiconduttori possa esercitare un’influenza politica paragonabile a quella un tempo garantita dalle rotte energetiche e dalle forniture militari.

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L’Armenia scopre la sua corsa: quattro giorni in bici tra montagne, laghi e la sfida di Erevan (La Stanpa 05.09.26)

Dal 10 al 13 settembre il Tour of Armenia debutta nel calendario UCI Europe Tour. Quattro tappe, 568 chilometri e 5.300 metri di dislivello per attraversare un Paese che punta sul ciclismo per raccontare se stesso al mondo. E al traguardo di Erevan ci sarà anche il campione olimpico Samuel Sánchez.

C’è un Paese da attraversare e una corsa tutta da scrivere. L’Armenia entra per la prima volta nel calendario dell’UCI Europe Tour con il Tour of Armenia, una nuova prova di categoria 2.2 che dal 10 al 13 settembre porterà il gruppo attraverso alcune delle regioni più suggestive del Paese, prima del gran finale nella capitale Erevan.

Quattro giornate di gara, 568 chilometri complessivi e 5.300 metri di dislivello positivo, ma anche un viaggio attraverso laghi, altopiani, foreste e città. Una corsa che nasce con un’ambizione precisa: diventare un appuntamento stabile del calendario internazionale e, contemporaneamente, utilizzare la bicicletta come strumento per far conoscere l’Armenia oltre i suoi confini.

 

 

Una corsa per scoprire un Paese

Il percorso attraverserà le regioni di Gegharkunik, Tavush, Lori e Aragatsotn, mettendo insieme caratteristiche tecniche differenti e scenari profondamente diversi.

Non sarà soltanto una sfida per i corridori. Sarà anche una sorta di finestra aperta sull’Armenia, un Paese che negli ultimi anni ha scelto di investire con decisione nello sviluppo del ciclismo e nel turismo sportivo.

L’obiettivo della Federazione Ciclistica Armena e del Ministero dell’Educazione, della Scienza e della Cultura della Repubblica d’Armenia è infatti quello di trasformare il Tour of Armenia in una manifestazione annuale, capace di consolidarsi progressivamente nel panorama internazionale.

La prima edizione rappresenta dunque un punto di partenza: una gara pensata per dare spazio ai talenti emergenti del ciclismo e, nello stesso tempo, per mostrare al pubblico internazionale territori ancora poco conosciuti dal grande turismo sportivo.

 

 

Samuel Sánchez, un campione olimpico come ambasciatore

A raccontare questo debutto ci sarà anche una delle figure più prestigiose del ciclismo spagnolo. Samuel Sánchez, campione olimpico della prova in linea ai Giochi di Pechino 2008, sarà Ambassador del Tour of Armenia e assisterà da vicino al gran finale nella capitale.

Diciotto stagioni nel ciclismo professionistico hanno costruito un palmarès di assoluto rilievo. Oltre all’oro olimpico, Sánchez ha conquistato tre podi nei Grandi Giri e otto vittorie di tappa, comprese due cronosquadre.

Al Tour de France è stato secondo nel 2010, prima di conquistare l’anno successivo la maglia a pois di miglior scalatore. Alla Vuelta a España è salito due volte sul podio: terzo nel 2007 e secondo nel 2009, con sei successi di tappa complessivi nella corsa spagnola.

Ora sarà lui a vivere da vicino l’atto finale di una competizione che, per l’Armenia, rappresenta molto più di una semplice gara.

«È un grande piacere poter fare da Ambassador a questa corsa, in un Paese che sta investendo sempre di più sul ciclismo. Sono convinto che il Tour of Armenia non solo contribuirà alla crescita di questo sport a livello locale, ma rappresenterà anche una magnifica opportunità per mostrare al resto del mondo alcuni dei suoi luoghi più spettacolari».

Sánchez sottolinea anche il valore simbolico della prima edizione: «Per me è un privilegio essere presente a questa prima edizione, vivere da vicino l’atto finale della corsa e godermi il traguardo a Erevan».

E c’è anche un legame particolare con l’esperienza organizzativa italiana: «Inoltre, poter contare sull’esperienza di un team organizzativo legato a una prova delle dimensioni del Giro d’Italia è una garanzia assoluta e rende questo debutto ancora più speciale».

Infine, l’auspicio per il futuro: «Credo che sarà un’esperienza davvero emozionante e mi auguro che sia l’inizio di una corsa capace di crescere e consolidarsi nel calendario internazionale per molti anni a venire».

Prima tappa: sulle rive del “mare d’Armenia”

Il viaggio comincerà giovedì 10 settembre da Gavar, capoluogo della regione di Gegharkunik. Da qui il gruppo affronterà i 135 chilometri che conducono a Mets Masrik, con appena 450 metri di dislivello.

Una giornata che, almeno sulla carta, sembra destinata alle ruote veloci.

Ma il vero protagonista della prima frazione sarà il paesaggio. Il percorso costeggerà infatti il Lago Sevan, il più grande lago dell’Armenia e uno dei simboli naturali del Paese.

Situato ad alta quota, il Sevan viene spesso chiamato il “mare d’Armenia”. Le sue acque e le sue rive sono una delle principali destinazioni turistiche del Paese e accompagneranno i corridori nella prima parte del loro viaggio.

Una partenza quasi ideale per una corsa che vuole raccontare l’Armenia anche attraverso ciò che scorre ai margini dell’asfalto.

Seconda tappa: la montagna entra in scena

Venerdì 11 settembre il Tour of Armenia cambierà completamente volto.

La seconda tappa, da Kirants a Stepanavan, sarà la più impegnativa dell’intera corsa per dislivello: 177 chilometri e 2.400 metri di salita.

Kirants è un piccolo borgo della regione di Tavush, conosciuto anche per il suo monastero risalente al VII secolo. Da qui la strada porterà il gruppo verso Stepanavan, località di montagna caratterizzata da un altopiano di basalto e soprattutto dal suo celebre Dendroparco, una grande area verde considerata unica nel Caucaso meridionale.

La tappa potrebbe già cominciare a delineare la classifica generale. Dopo una prima giornata favorevole agli sprinter, i corridori dovranno fare i conti con una quantità di salita decisamente maggiore e con un percorso destinato a selezionare il gruppo.

Terza tappa: dal Lago Sevan al Lago Parz

Sabato 12 settembre sarà la volta della terza frazione, 162 chilometri da Martuni a Dilijan, con arrivo al Lago Parz, e 1.700 metri di dislivello.

Si parte da Martuni, nell’area di Gegharkunik, per tornare ancora una volta accanto al Lago Sevan. La strada seguirà la sponda occidentale dello specchio d’acqua prima di inoltrarsi verso territori più montuosi.

Sono previsti due Gran Premi della Montagna, elementi che potrebbero modificare in maniera significativa la classifica generale.

La destinazione finale sarà Dilijan, una delle località più conosciute dell’Armenia settentrionale, con l’arrivo collocato nei pressi del Lago Parz, piccolo lago di montagna immerso nel verde a pochi chilometri dal centro abitato.

Dopo le salite della seconda tappa, potrebbe essere questa la giornata decisiva per gli uomini della generale.

L’ultimo atto nel cuore di Erevan

Poi arriverà la capitale. Domenica 13 settembre il Tour of Armenia si chiuderà a Erevan, con una frazione completamente diversa dalle precedenti: un circuito cittadino destinato a incoronare il primo vincitore della storia della corsa.

Il percorso prevede 10 giri da 9,4 chilometri, per un totale di 94 chilometri e 750 metri di dislivello.

La strada entrerà nel cuore della capitale, trasformando l’ultima tappa in una passerella sportiva e, allo stesso tempo, in una vetrina per la città.

Erevan offrirà ai corridori e a chi seguirà la gara alcuni dei suoi luoghi più rappresentativi: la cattedrale di San Gregorio Illuminatore, il Vernissage, celebre mercato dell’antiquariato e dell’artigianato, la Moschea Blu e la Piazza della Repubblica.

È qui che si chiuderà il primo capitolo del Tour of Armenia.

Quattro giorni per cominciare una storia

Quattro tappe, dunque. Quattro territori diversi. E un unico filo rosso: la bicicletta come modo per attraversare e raccontare un Paese.

Il Tour of Armenia nasce con l’ambizione di entrare stabilmente nel calendario internazionale, ma la sua prima edizione sarà soprattutto una dichiarazione d’intenti. L’Armenia vuole costruire una propria identità ciclistica, dare spazio ai giovani talenti e attirare l’attenzione del turismo sportivo internazionale.

Il primo vincitore salirà sul podio di Erevan il 13 settembre. Ma la sfida più importante, per gli organizzatori, sarà quella che comincerà il giorno dopo: trasformare questa prima corsa in una tradizione.

System of a Down, esce nuova edizione per i 25 anni di “Toxicity” (Rockol.it 04.09.26)

Esattamente 25 anni fa, il 4 settembre 2001, veniva pubblicato l’album “Toxicity” dei System of a Down. Ora la rock band di origine armena ha presentato una nuova edizione speciale per festeggiare l’anniversario del loro secondo album, accompagnata da alcuni prodotti di merchandising come vinili e CD, magliette, skateboard, posacenere e altro.

La ristampa in CD di “Toxicity” presenta una nuova copertina e una traccia nascosta, precedentemente nota ai fan come “Arto”, ora intitolata “Der Voghormia”, un inno tradizionale armeno. La ristampa in vinile è disponibile in un’edizione speciale a colori e include un 7″ bonus contenente il brano “Johnny”, precedentemente disponibile solo in rare edizioni speciali di “Toxicity”.

La collezione di merchandising comprende diversi articoli rari e unici. Tra questi, una riproduzione della maglietta distribuita in esclusiva ai partecipanti al party di lancio dell’album, che fu poi interrotto dalla polizia. Orecchini a forma di cibo cinese da asporto ( “Chop Suey!” ), uno specchietto compatto e altro ancora, oltre a una serie di nuove t-shirt e felpe con cappuccio. Tutto questo e altro è disponibile sulla pagina della collezione ‘Toxicity’ sul negozio online dei System of a Down .

Tracklist:

LATO A

Prison Song

Needles

Deer Dance

Jet Pilot

X

Chop Suey!

Bounce

Forest

LATO B

ATWA

Science

Shimmy

Toxicity

Psycho

Aerials

Der Voghormia

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Quando una patria scompare anche dalle notizie. Perché l’Artsakh è uscito dall’agenda dei media (Korazym 03.09.26)

Che cosa accade a una tragedia quando smette di produrre immagini di guerra? Che cosa resta nell’informazione quando non ci sono più bombardamenti da mostrare, colonne di profughi da seguire o vertici internazionali da raccontare?

La Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh offre una risposta inquietante. Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e lo sfollamento forzato di oltre centomila Armeni, ossia dell’intera popolazione autoctona della regione, l’Artsakh è progressivamente scomparso non soltanto dalle carte politiche, ma anche dall’agenda dei grandi media.

Non è scomparso, però, ciò che è accaduto. Gli Armeni dell’Artsakh continuano a vivere lontano dalle proprie case. Il loro diritto al ritorno resta senza garanzie concrete. Gli ex vertici politici e militari della Repubblica sono detenuti e processati a Baku. Chiese, monumenti, cimiteri e testimonianze della presenza armena continuano a essere distrutti, trasformati o cancellati. E nell’Armenia che cerca una pace con l’Azerbaigian, persino il modo di ricordare l’Artsakh è diventato materia di scontro politico. Eppure tutto questo fatica a diventare notizia.

Un conflitto considerato concluso

La prima spiegazione è anche la più semplice. Per una parte consistente dell’informazione internazionale, il conflitto del Nagorno-Karabakh si è concluso nel settembre 2023 con la vittoria militare dell’Azerbaigian, lo scioglimento delle istituzioni della Repubblica de facto di Artsakh/Nagorno-Karabakh e il passaggio dell’intero territorio sotto il controllo di Baku. È una conclusione militare e territoriale. Ma nel racconto mediatico tende a trasformarsi anche in una conclusione politica, umanitaria e perfino morale.

Il Council on Foreign Relations, nel suo osservatorio sui conflitti internazionali, presenta l’offensiva azera del 2023 come l’evento che ha posto fine al conflitto durato decenni. L’attenzione viene quindi trasferita sui negoziati di pace tra Armenia e Azerbaigian, sulla normalizzazione delle relazioni, sui nuovi collegamenti regionali e sugli equilibri tra Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran e Unione Europea.

In questa prospettiva, l’Artsakh appartiene ormai al passato. Il problema è che le conseguenze di ciò che è accaduto appartengono interamente al presente.

Una guerra può essere terminata senza che sia stata ristabilita la giustizia. Un territorio può essere stato conquistato senza che siano scomparsi i diritti della popolazione costretta ad abbandonarlo. Una pace può essere negoziata tra due Stati senza rispondere alla domanda fondamentale sul destino delle persone espulse, dei prigionieri e del patrimonio culturale e religioso rimasto senza custodi.

La notizia ha bisogno di un evento

I grandi mezzi di informazione lavorano necessariamente attraverso una selezione. Non tutto può trovare spazio e non ogni crisi può essere seguita con la stessa continuità.

L’Artsakh torna pertanto sulle pagine dei giornali soprattutto quando accade qualcosa che possa essere immediatamente riconosciuto come evento: un vertice tra i leader di Armenia e Azerbaigian, un accordo promosso da Washington, una dichiarazione di Mosca, una nuova tensione lungo il confine oppure un passaggio rilevante nella politica energetica europea.

In questi casi il Nagorno-Karabakh riappare come antecedente storico del confronto tra Erevan e Baku. Molto più raramente viene raccontato come questione ancora aperta in sé.

Lo stesso vale per le vicende umane. La popolazione armena sfollata con la forza nel 2023 attirò per alcuni giorni l’attenzione mondiale, mentre più di centomila persone attraversavano il Corridoio di Berdzor/Lachin portando con sé quanto erano riuscite a salvare. Quasi tre anni dopo, il lento inserimento degli sfollati in Armenia, la perdita della casa, il rischio di dispersione della loro comunità e l’assenza di una prospettiva reale di ritorno producono molte meno immagini e, quindi, molte meno notizie. Il dramma non è terminato. È semplicemente diventato meno visibile.

Una terra senza testimoni indipendenti

Esiste poi un problema specificamente giornalistico. L’accesso alla regione è sottoposto al controllo delle autorità azere e non vi è una presenza stabile e indipendente della stampa internazionale in grado di documentare ciò che accade sul territorio.

Le informazioni sulla demolizione o trasformazione delle testimonianze armene provengono frequentemente da fotografie satellitari, confronti tra immagini realizzate in periodi diversi, filmati ufficiali azeri, documentazione raccolta da studiosi e organismi per la tutela del patrimonio oppure testimonianze provenienti dalla parte armena.

Sono fonti che possono essere analizzate e incrociate, ma richiedono tempo, competenze e verifiche. Per una redazione generalista è molto più semplice seguire una conferenza internazionale o riprendere un dispaccio di agenzia che ricostruire la progressiva cancellazione di un cimitero, di una chiesa o di un intero quartiere.

La demolizione della Cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert è diventata una notizia internazionale soltanto quando la documentazione fotografica e satellitare ha reso impossibile ignorare quanto era avvenuto. Anche in quel caso, tuttavia, la vicenda ha ricevuto maggiore attenzione da parte dei mezzi di informazione di area Cristiana, come EWTN, rispetto alle grandi testate generaliste.

La forza della narrazione della “pace”

La parola che oggi domina il racconto dell’Armenia e dell’Azerbaigian è “pace”. È una parola necessaria, soprattutto dopo decenni di guerra e migliaia di vittime. Ma può diventare anche una cornice selettiva.

Quando il risultato prodotto dalla forza viene assunto come punto di partenza non più discutibile, ogni richiamo al diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh rischia di essere presentato come un ostacolo alla riconciliazione. La memoria può essere descritta come revanscismo; la richiesta di giustizia come rifiuto della realtà; persino la preghiera per l’Artsakh come espressione di una cultura della guerra. In questo modo, ciò che potrebbe disturbare la narrazione della normalizzazione viene progressivamente spostato ai margini.

La pace viene raccontata attraverso i colloqui diplomatici, l’apertura delle frontiere, i corridoi commerciali e le opportunità economiche. Molto meno attraverso le condizioni necessarie perché essa sia anche giusta e duratura: la liberazione dei prigionieri, la tutela del patrimonio, il riconoscimento dei diritti degli sfollati e una memoria che non venga cancellata insieme ai luoghi nei quali si è formata.

Energia, interessi e prudenza diplomatica. Le posizioni dell’Italia e della Santa Sede

Nel caso italiano esiste inoltre una dimensione che non può essere ignorata. L’Azerbaigian è un partner energetico e commerciale importante. Il gas che attraverso il Corridoio meridionale raggiunge l’Europa attribuisce a Baku un ruolo rilevante nella politica di diversificazione degli approvvigionamenti.

La visita del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Azerbaigian nel maggio 2026, come ha riferito OC Media, ha posto in primo piano proprio la cooperazione energetica, economica e strategica tra Roma e Baku.

Questo non significa che esista necessariamente una censura diretta. Sarebbe una conclusione non dimostrata e troppo semplice. Significa però che il quadro politico generale privilegia stabilità, rapporti bilaterali, sicurezza energetica e nuovi collegamenti regionali. In tale contesto, la questione dell’Artsakh rischia di essere percepita come un dossier scomodo, appartenente a un conflitto che la diplomazia desidera dichiarare superato.

Diversa per natura, ma ugualmente rilevante, è la posizione della Santa Sede. I rapporti tra la Santa Sede e l’Azerbaigian si sono sviluppati negli anni attraverso il dialogo diplomatico e interreligioso, la tutela della piccola comunità Cattolica presente nel Paese e una sigtnificativa cooperazione culturale sostenuta dalla Fondazione Heydar Aliyev, presieduta dalla Vice Presidente dell’Azerbaigian, Mehriban Aliyeva, moglie del Presidente Ilham Aliyev. Quest’ultima ha finanziato diversi interventi sul patrimonio Cristiano a Roma, dalle Catacombe di Commodilla al più recente restauro delle statue della Basilica Papale di San Paolo fuori le Mura. Ne abbiamo parlato in occasione della visita Mehriban Aliyeva alla Santa Sede, il 16-17 ottobre 2025.

Il 29 aprile 2026, proprio mentre diventava pubblicamente documentata la demolizione della Cattedrale armena della Santa Madre di Dio a Stepanakert, il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano e la Fondazione Heydar Aliyev sottoscrivevano un nuovo atto di donazione per il restauro di quattro statue della Basilica di San Paolo fuori le Mura. Il comunicato vaticano presentava l’accordo come espressione della «sincera amicizia e della reciproca cooperazione» tra il Governatorato e l’Azerbaigian.

Il contrasto non poteva passare inosservato: mentre una fondazione legata alla Presidenza azera contribuiva alla conservazione del patrimonio Cristiano a Roma, nell’Artsakh sotto il controllo di Baku scompariva una delle principali chiese armene della regione. Il Coordinamento delle organizzazioni e associazioni armene in Italia pose pubblicamente la domanda: La Santa Sede chiude un occhio? Anche questo Blog dell’Editore aveva già affrontato il problema documentando, nell’articolo Artsakh: la distruzione della memoria, la demolizione della cattedrale e il silenzio che la circondava.

Non si tratta di negare il valore del dialogo diplomatico, della cooperazione culturale o dei rapporti interreligiosi. La Santa Sede deve necessariamente parlare anche con governi autoritari e mantenere aperti canali che possono servire alla pace e alla tutela delle minoranze. Il problema nasce quando questa prudenza non è accompagnata da una parola pubblica altrettanto riconoscibile sulla distruzione del patrimonio Cristiano armeno, sulla sorte degli sfollati dell’Artsakh e sugli Armeni detenuti a Baku.

La diplomazia pontificia privilegia tradizionalmente il dialogo, le relazioni bilaterali e gli interventi riservati. Nel caso dell’Artsakh, tuttavia, questa impostazione ha prodotto almeno sul piano pubblico un’evidente asimmetria: sono ben visibili gli accordi culturali con l’Azerbaigian e gli appelli generali alla pace tra Baku ed Erevan; molto meno visibile è una denuncia esplicita e proporzionata della cancellazione delle testimonianze Cristiane armene nei territori passati sotto il controllo azero.

Anche questa prudenza contribuisce indirettamente al quadro mediatico. Se la Santa Sede, che possiede una particolare autorità morale e una naturale sensibilità verso il patrimonio Cristiano, non trasforma la distruzione delle chiese armene in una questione pubblica internazionale, difficilmente i mezzi d’informazione generalisti di area cattolica saranno indotti a dedicarle un’attenzione continuativa.

Non è quindi necessario ipotizzare direttive, pressioni o forme organizzate di censura. È sufficiente osservare una convergenza di priorità: per l’Italia contano l’energia e i rapporti economici; per la diplomazia internazionale la conclusione dell’accordo di pace; per la Santa Sede il dialogo con Baku, la cooperazione culturale e la presenza Cattolica in Azerbaigian. In questo intreccio, i diritti degli Armeni dell’Artsakh e la cancellazione del loro patrimonio rischiano di non diventare mai la priorità di nessuno.

Anche il nome diventa una scelta

La maggioranza dei media internazionali utilizza la denominazione Nagorno-Karabakh. Il nome Artsakh viene invece percepito come espressione dell’identità e della prospettiva armena. Non è una questione secondaria. I nomi determinano il modo nel quale una realtà viene riconosciuta, cercata negli archivi e conservata nella memoria.

Chiamare quella terra Artsakh significa ricordare che il Nagorno-Karabakh non è soltanto un territorio conteso tra due Stati, ma anche una patria storica, culturale e spirituale per il popolo armeno che vi ha vissuto fino al settembre 2023.

Proprio per questo avevamo scelto di affermare: Continuiamo a chiamare Artsakh per nome. Non per negare l’esistenza dell’altra parte o sottrarsi alla complessità della storia, ma per impedire che la conclusione militare del conflitto comporti anche la cancellazione linguistica e simbolica di un popolo.

Quando l’Artsakh torna visibile

L’Artsakh riesce ancora a raggiungere l’informazione generalista soprattutto quando la sua storia viene affidata alla forza delle immagini e delle vite individuali.

 

Il quotidiano britannico The Guardian, per esempio, è tornato recentemente sulla regione attraverso una recensione del documentario The Black Garden [*], girato negli anni precedenti alla conquista azera del 2023. Il film racconta bambini cresciuti tra le rovine, feriti di guerra, famiglie e comunità segnate da un conflitto divenuto parte della vita quotidiana. Non è stata una nuova offensiva militare a riportare l’Artsakh sulle pagine del giornale, ma una narrazione capace di restituire volti, memoria e umanità a una vicenda che la geopolitica tende a ridurre a territori, corridoi e trattati.

È una conferma importante: l’interesse non è necessariamente scomparso, ma ha bisogno di forme narrative che rendano nuovamente visibile ciò che la cronaca diplomatica ha lasciato sullo sfondo.

Il compito di una copertura continuativa

In Italia l’Artsakh continua a essere seguito soprattutto dalle organizzazioni della comunità armena, dai mezzi d’informazione specializzati sul Caucaso, da alcune realtà ecclesiali e da poche testate che hanno scelto di non considerare conclusa la vicenda nel settembre 2023.

La rassegna stampa di Iniziativa Italiana per il Karabakh documenta questa rete di attenzione minoritaria ma persistente. Accanto agli articoli di analisi geopolitica compaiono contributi dedicati ai prigionieri armeni, alla distruzione delle chiese, agli sfollati e alla cancellazione della memoria culturale.

Anche questo Blog dell’Editore ha cercato di offrire negli anni una copertura continuativa. Non perché Korazym.org disponga dei mezzi delle grandi testate o pretenda di sostituirsi a esse, ma perché la continuità permette di vedere ciò che la successione frammentaria delle notizie rischia di nascondere.

La distruzione di una cattedrale, la detenzione di un ex Presidente dell’Artsakh, un ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, una dichiarazione sul diritto al ritorno, la rimozione del nome Artsakh dai documenti e dalle preghiere pubbliche non sono episodi separati. Sono parti di una stessa questione: che cosa resta di un popolo quando gli viene tolta la terra e, successivamente, anche lo spazio nella memoria politica e mediatica?

Per questo abbiamo continuato a seguire la sorte di Ruben Vardanyan e degli altri Armeni detenuti a Baku; la distruzione della Cattedrale di Stepanakert e delle opere d’arte che custodiva; la controversia sulla Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan; il diritto al ritorno degli sfollati; il rapporto tra il governo di Nikol Pashinyan e la Chiesa Apostolica Armena; il tentativo di costruire una nuova identità statale dell’Armenia nella quale l’Artsakh venga presentato come un’eredità da superare.

Non è autoattribuzione di un merito. È la descrizione di un compito comunicativo: conservare i collegamenti, verificare le fonti e impedire che ogni nuova notizia venga separata dalla storia che le dà significato.

Una patria può scomparire due volte

Una patria può scomparire una prima volta quando il suo popolo viene costretto ad abbandonarla. Può scomparire una seconda volta quando nessuno ne parla più. La prima scomparsa avviene attraverso la forza militare. La seconda attraverso l’assuefazione, il linguaggio diplomatico, la frammentazione delle notizie e il trascorrere del tempo.

Continuare a parlare dell’Artsakh non significa opporsi alla pace. Significa chiedere quale pace sia possibile costruire sulla rimozione delle vittime, sulla cancellazione della memoria e sul silenzio attorno ai diritti che non hanno ancora trovato risposta.

Il conflitto armato può essere concluso. La questione dell’Artsakh no.

Resta aperta finché gli Armeni sfollati non avranno ricevuto una risposta sul proprio futuro; finché dei prigionieri saranno detenuti a Baku; finché chiese, cimiteri e monumenti (come i kachkar, le croci di pietra armene) potranno scomparire senza testimoni; finché la memoria di una popolazione verrà trattata come un ostacolo alla normalizzazione.

E resta aperta soprattutto perché una terra non cessa di essere una patria soltanto quando scompare dalle notizie.

[*] The Black Garden significa in italiano “Il giardino nero”, in riferimento alla traduzione tradizionale di “Karabakh”, composto turco-persiano che sembra avere designato soprattutto la pianura compresa tra i fiumi Kura e Aras; soltanto successivamente il nome si estese anche alle zone montuose precedentemente conosciute come Khachen. “Nagorno”, invece, la prima parte della costruzione recente e plurilingue “Nagorno-Karabakh”, deriva dal russo e significa “montuoso”. La denominazione, consolidatasi soprattutto attraverso la terminologia amministrativa sovietica di Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh, significa quindi “Karabakh montuoso”.

In lingua azera il nome è scritto “Qarabağ”: “qara” significa ordinariamente “nero”, mentre “bağ”, vocabolo di origine persiana entrato nelle lingue turche, significa “giardino” o “frutteto”. La traduzione tradizionale è quindi “giardino nero”, anche se “qara” può assumere pure il significato di “grande”, “fitto” o “abbondante”, da cui l’interpretazione alternativa “terra ricca di giardini”. La forma internazionale “Karabakh” deriva dalla traslitterazione russa del toponimo. Per l’Azerbaigian, tuttavia, l’uso di “Qarabağ” non ha soltanto un valore linguistico: serve a inserire l’intera regione, pianeggiante e montuosa, nella propria geografia nazionale e a escludere la denominazione armena “Artsakh”, considerata da Baku espressione di rivendicazioni territoriali e del progetto separatista. Dopo la guerra del 2020, il Presidente Ilham Aliyev ha inoltre chiesto di abbandonare anche l’espressione “Dağlıq Qarabağ”, “Karabakh montuoso”, sostenendo che non esista più una distinta entità territoriale o politica con questo nome, ma soltanto il “Qarabağ” quale parte integrante dell’Azerbaigian. La scelta delle parole riflette dunque due letture contrapposte: “Qarabağ” afferma l’unità territoriale rivendicata da Baku; Artsakh conserva per gli Armeni la continuità storica, politica e identitaria della regione.

L’origine turco-persiana del nome “Qarabağ”, di per sé, non costituisce naturalmente una prova sull’appartenenza storica, etnica o giuridica del territorio: i toponimi possono cambiare lingua e forma nel corso dei secoli senza determinare la sovranità sui luoghi che designano.

La popolazione di origine armena preferisce invece chiamare la regione “Artsakh”, in armeno “Արցախ”, l’antichissimo toponimo della regione nella geografia armena. Il termine indicava già nell’antichità e nel Medioevo una regione storica del Caucaso meridionale ed è stato collegato da diversi studiosi a nomi geografici attestati nelle iscrizioni urartee dell’VIII secolo a.C., in particolare Urtekhini, ma l’identificazione non è unanimemente condivisa. Nella tradizione geografica armena il nome ha un significato molto preciso. L’Ashkharhatsuyts, la geografia armena altomedievale tradizionalmente attribuita ad Anania Shirakatsi, presenta Artsakh come la decima provincia della Grande Armenia, suddivisa in dodici distretti e con un’estensione più ampia del territorio della successiva Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh sovietica.

Che cosa significa letteralmente “Artsakh”? La sua etimologia esatta non è stata definitivamente stabilita e non esiste una traduzione certa e condivisa. Potrebbe significare “bosco”, “terra boscosa”, “paese dei boschi”, “terra rocciosa o montuosa”. In ogni caso, “Artsakh” e “Karabakh” non significano la stessa cosa.

Inoltre, “Karabakh” è molto più tardo di “Artsakh”: la sua prima attestazione scritta generalmente ricordata risale al geografo persiano Hamdallah Mustawfi, intorno al 1340.

Il nome “Artsakh” tornò progressivamente nell’uso politico e pubblico armeno tra il XIX e il XX secolo, fino a divenire centrale con il Movimento del Karabakh del 1988. La Repubblica proclamata nel 1991 nacque ufficialmente come Repubblica di Nagorno-Karabakh. Con la Costituzione approvata nel referendum del 20 febbraio 2017, la denominazione Repubblica di Artsakh divenne il nome ufficiale, mantenendo Repubblica di Nagorno-Karabakh come denominazione equivalente. Questa scelta non rappresentava quindi l’invenzione di un nuovo nome, ma il recupero di un toponimo storico molto più antico delle denominazioni turco-persiana e sovietico-russa.

Dopo l’occupazione azera del 2023 e lo sfollamento forzato della popolazione armena, l’uso del nome ha assunto un’importanza ancora maggiore. Dire “Artsakh” non equivale semplicemente a tradurre “Nagorno-Karabakh”: significa conservare una continuità storica e una memoria collettiva che la terminologia amministrativa sovietica non esprime. “Artsakh”, infatti, non nasce da quella terminologia: è un nome storico recuperato dagli Armeni per indicare non soltanto un territorio, ma una patria, una memoria e una continuità identitaria.

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Armenia. Putin chiede a Pashinyan di scegliere tra Unione Europea e spazio economico eurasiatico (Notizi Geopolitiche 03.09.26)

L’Armenia non potrebbe aderire contemporaneamente all’Unione Europea e rimanere nell’Unione economica eurasiatica. È il messaggio rivolto dal presidente russo Vladimir Putin al primo ministro armeno Nikol Pashinyan durante l’incontro di Bishkek, mentre Erevan continua a rafforzare i rapporti con Bruxelles senza interrompere quelli economici con Mosca.
Putin ha riconosciuto che un’eventuale adesione all’Unione Europea rappresenterebbe una decisione sovrana dell’Armenia, sottolineando però l’incompatibilità tra i due sistemi economici per quanto riguarda norme doganali, commerciali, sanitarie e tecniche.
Dietro la questione normativa emerge un problema politico più ampio. Mosca difficilmente accetterebbe di mantenere indefinitamente per l’Armenia tutti i vantaggi derivanti dall’appartenenza al mercato eurasiatico mentre Erevan trasferisce progressivamente verso Bruxelles il proprio orientamento strategico.
La posizione armena è resa particolarmente complessa dalla profondità dei rapporti economici con la Russia. Dall’ingresso nell’Unione economica eurasiatica l’economia del Paese è cresciuta considerevolmente e il mercato russo continua ad avere un peso importante per le esportazioni armene. A questo si aggiungono forniture energetiche, investimenti, rimesse e la presenza di una numerosa comunità armena nella Federazione Russa.
Le imprese russe mantengono inoltre un ruolo significativo nell’economia nazionale. L’Unione Europea può offrire finanziamenti, assistenza tecnica, investimenti e un progressivo accesso al proprio mercato, ma sostituire rapidamente i legami costruiti con Mosca sarebbe difficile e comporterebbe costi rilevanti.
Un eventuale passaggio verso il sistema europeo richiederebbe l’adattamento delle imprese armene alle norme comunitarie, una revisione degli accordi commerciali esistenti e una riorganizzazione delle catene di approvvigionamento. A questo potrebbero aggiungersi eventuali contromisure economiche russe.
Anche la geografia rappresenta un limite. L’Armenia non ha accesso al mare e non confina con alcuno Stato membro dell’Unione Europea. Gran parte dei suoi collegamenti commerciali dipende dalla Georgia e dall’Iran, rendendo un eventuale processo di integrazione europea più complesso rispetto a quello affrontato da altri Paesi.
Il progressivo allontanamento di Erevan da Mosca nasce soprattutto dalla crisi di fiducia seguita agli eventi del Nagorno-Karabakh. Il governo Pashinyan ritiene che la Russia non abbia garantito la sicurezza armena di fronte all’Azerbaigian e questa percezione ha contribuito alla revisione della politica estera del Paese.
Erevan ha quindi intensificato i rapporti con l’Unione Europea e con diversi Paesi occidentali, riducendo contemporaneamente il proprio coinvolgimento nell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva guidata dalla Russia.
La ricerca di nuovi partner non ha tuttavia ancora prodotto un sistema di sicurezza alternativo. L’Unione Europea ha rafforzato la propria presenza diplomatica e di osservazione, ma non esiste una garanzia europea di difesa dell’Armenia paragonabile a un’alleanza militare.
La situazione rimane particolarmente delicata per la superiorità militare acquisita negli ultimi anni dall’Azerbaigian e per il sostegno politico e militare fornito a Baku dalla Turchia. L’Iran rappresenta un altro interlocutore importante per Erevan, ma Teheran agisce soprattutto per tutelare i propri interessi, tra cui il mantenimento del collegamento territoriale con l’Armenia e il contenimento dell’influenza turca e israeliana nel Caucaso meridionale.
La presenza militare russa, compresa la base di Gyumri, rimane quindi uno degli elementi del sistema di sicurezza regionale. Un rapido allontanamento da Mosca potrebbe creare una fase di vulnerabilità qualora avvenisse prima della costruzione di nuove garanzie esterne.
La Russia dispone inoltre di numerosi strumenti di pressione che non richiedono un intervento militare. Energia, commercio, investimenti, mercato del lavoro per i cittadini armeni e presenza militare consentono a Mosca di esercitare una significativa influenza sulle scelte di Erevan.
Anche la politica interna armena è diventata parte della competizione. Le critiche russe alle iniziative del governo contro esponenti e organizzazioni considerate vicine a Mosca mostrano quanto il deterioramento dei rapporti bilaterali abbia ormai superato la sola dimensione diplomatica.
In questo contesto si inserisce anche l’ipotesi di sottoporre a referendum la scelta europea dell’Armenia. Una consultazione popolare costringerebbe Pashinyan a trasformare l’attuale politica di progressivo avvicinamento a Bruxelles in una decisione molto più netta.
Il governo armeno sostiene invece che la legge approvata dal Parlamento sul percorso verso l’Unione Europea abbia già stabilito l’orientamento politico del Paese. Tale scelta non equivale comunque a un’adesione e Bruxelles non ha ancora indicato un percorso con tempi e garanzie definiti.
Pashinyan cerca quindi di mantenere aperte più possibilità: conservare i vantaggi dell’Unione economica eurasiatica, limitare il coinvolgimento nell’alleanza militare guidata da Mosca e contemporaneamente approfondire le relazioni politiche ed economiche con l’Occidente.
La questione armena riguarda però l’intero equilibrio del Caucaso meridionale, dove Russia, Turchia, Iran, Unione Europea e Stati Uniti cercano di aumentare la propria influenza. Per Mosca un definitivo spostamento dell’Armenia verso l’Occidente rappresenterebbe un ulteriore arretramento nello spazio ex sovietico. Per Bruxelles un avvicinamento di Erevan costituirebbe invece un successo geopolitico, ma comporterebbe anche nuove responsabilità economiche e strategiche.
L’Armenia tenta così di evitare una scelta immediata tra Russia e Occidente. Le dichiarazioni di Putin indicano tuttavia che, almeno sul piano dell’integrazione economica, Mosca considera sempre più difficile mantenere a lungo questa ambiguità.

«I nostri diritti sono inalienabili». A Erevan l’Artsakh rivendica il ritorno, la continuità delle istituzioni e il diritto al futuro (Korazym 03.09.26)

«Ora non parliamo dalla nostra patria, ma questo non significa che non abbiamo il diritto di parlare a nome della nostra patria». È probabilmente questa la frase che meglio riassume il significato della cerimonia svoltasi ieri, 2 settembre 2026, presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh a Erevan, nel 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza.

Il 1° settembre avevamo annunciato gli eventi previsti nella capitale armena. Ieri abbiamo ricordato il cammino storico, politico e identitario dell’Artsakh, dalla proclamazione del 2 settembre 1991 fino all’occupazione azera del settembre 2023 e allo sfollamento forzato della popolazione armena [*].

Le celebrazioni di Erevan aggiungono ora un elemento essenziale: la rivendicazione di una continuità politica, istituzionale e giuridica che l’assenza forzata dalla propria terra non può cancellare.

Una proclamazione fondata su un percorso giuridico e democratico

La continuità rivendicata oggi dalle istituzioni dell’Artsakh richiama il percorso attraverso il quale nacque la Repubblica di Nagorno-Karabakh, poi denominata Repubblica di Artsakh. Non si trattò di un singolo atto improvviso, ma di un processo articolato in tre passaggi: la proclamazione del 2 settembre 1991, il referendum popolare del 10 dicembre e la Dichiarazione d’indipendenza statale approvata il 6 gennaio 1992 dal Parlamento eletto. Il primo atto fu adottato congiuntamente dai Consigli dei deputati del popolo dell’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh e del Distretto di Shahumyan, mentre l’Unione Sovietica era ancora formalmente esistente e l’Azerbaigian aveva già avviato il proprio distacco dall’URSS. La parte armena fondò quella decisione anche sulla legge sovietica del 3 aprile 1990, che, in caso di secessione di una Repubblica federata, prevedeva una distinta determinazione dello status per le entità autonome e per le comunità nazionali insediate in modo compatto. Nel referendum, organizzato in 81 circoscrizioni con schede in armeno, azero e russo, e boicottato dalla popolazione azera su indicazione di Baku, il 99,89 per cento dei votanti si espresse a favore dell’indipendenza. Seguirono le elezioni parlamentari del 28 dicembre 1991 e, il 6 gennaio 1992, la Dichiarazione d’indipendenza statale. Questi atti non produssero un riconoscimento internazionale della Repubblica autoproclamata, ma costituirono la base giuridica e democratica sulla quale il popolo dell’Artsakh costruì per oltre trent’anni le proprie istituzioni. È anche per questo che, secondo i suoi rappresentanti oggi, la sconfitta militare, l’occupazione del territorio e lo sfollamento forzato della popolazione non possono essere trasformati retroattivamente nella cancellazione di quel percorso e dei diritti che esso intendeva esercitare.

Le celebrazioni di ieri a Erevan hanno riportato al centro proprio questa eredità, aggiungendovi un elemento essenziale: la rivendicazione di una continuità politica, istituzionale e giuridica che l’assenza forzata dalla propria terra non può cancellare.

«Lo sfollamento forzato non priva un popolo dei suoi diritti»

La cerimonia presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh si è aperta con l’esecuzione degli inni nazionali dell’Armenia e dell’Artsakh, seguita dalla preghiera di benedizione pronunciata da Padre Hovhannes Hovhannisyan, Rettore della Chiesa dei Santi Martiri Vardanants presso il Pantheon militare di Yerablur, già Rettore del Monastero di Dadivank in Artsakh.

 

All’incontro, trasmesso in diretta da Armenia Today, hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni dell’Artsakh e dell’Armenia, esponenti politici, attivisti per i diritti umani e personalità del mondo culturale e intellettuale.

Armine Aleksanyan, membro del Comitato per i diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh, ha ricordato un principio che dovrebbe essere evidente, ma che rischia di scomparire dal linguaggio della diplomazia: lo sfollamento forzato non priva gli Armeni dell’Artsakh dei loro diritti. Questi sono inalienabili e non dipendono dal luogo in cui una popolazione è stata costretta a vivere.

Il problema, ha osservato, non consiste soltanto nel riconoscere astrattamente tali diritti, ma nel creare le condizioni politiche necessarie affinché possano essere esercitati concretamente. Un quadro giuridico, senza la volontà di renderlo effettivo, rimane insufficiente.

«La pace non può significare dimenticare i prigionieri Armeni o distruggere il patrimonio culturale. La vera pace deve tenere conto di tutte queste conseguenze», ha affermato Aleksanyan. Quindi il passaggio centrale: «Ora non parliamo dalla nostra patria, ma questo non significa che non abbiamo il diritto di parlare a nome della nostra patria. Dobbiamo lavorare per il ritorno sicuro e collettivo del nostro popolo».

Non si tratta soltanto di una dichiarazione politica. Il 17 novembre 2023 la Corte Internazionale di Giustizia ha ordinato all’Azerbaigian di garantire che quanti avevano lasciato l’Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano farvi ritorno potessero farlo in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente. La Corte ha inoltre disposto la protezione dei documenti di registrazione, identità e proprietà riguardanti gli Armeni dell’Artsakh.

Da allora, tuttavia, non sono state predisposte condizioni credibili per un ritorno collettivo nella sicurezza e nella dignità, mentre prosegue la cancellazione o alterazione del patrimonio storico, religioso e culturale armeno della regione.

Pubblichiamo di seguito il video diffuso da Artsakh Public TV della cerimonia commemorativa svoltasi il 2 settembre presso la Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan, nel 35° anniversario della proclamazione della Repubblica.

Il video documenta la cerimonia commemorativa svoltasi il 2 settembre 2026 presso la Rappresentanza della Repubblica di Artsakh a Erevan, in occasione del 35° anniversario della proclamazione dell’indipendenza. Un momento di memoria e raccoglimento dedicato alla storia dell’Artsakh, a quanti hanno sacrificato la vita per difenderlo e al diritto del suo popolo, costretto all’esodo nel settembre 2023, di preservare la propria identità e il legame con la terra d’origine.

Il servizio di Artsakh Public TV documenta alcuni momenti della seduta solenne.

Gagik Baghunts, Presidente facente funzione dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Artsakh, ha richiamato la proclamazione del 2 settembre 1991 e la sua ratifica attraverso il referendum del successivo 10 dicembre, sottolineando che l’anniversario viene celebrato in circostanze eccezionalmente difficili, lontano dalla patria, ma con la volontà di rimanere saldi e determinati.

Armine Aleksanyan, Vice Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Artsakh, ha affermato che l’espulsione forzata dalla propria terra non può privare il popolo dell’Artsakh dei suoi diritti inalienabili, cancellarne l’identità e la volontà politica o rendere irreversibile l’ingiustizia subita. Ha inoltre evidenziato l’importanza della continuità dell’Assemblea Nazionale e delle altre istituzioni della Repubblica.

Artur Khachatryan, deputato dell’Assemblea Nazionale della Repubblica d’Armenia appartenente al gruppo parlamentare «Hayastan», ha ricordato che i tre anni trascorsi lontano dall’Artsakh rappresentano soltanto un istante rispetto alla millenaria presenza armena in quella terra. Ha espresso la speranza che nei monasteri di Gandzasar e Amaras e nella Cattedrale di Ghazanchetsots possa nuovamente risuonare la preghiera armena, ribadendo la necessità di riportare il diritto al ritorno nell’agenda politica armena e internazionale.

Georgi Petrosyan, Presidente del Consiglio pubblico della Repubblica di Artsakh, si è soffermato sulle difficoltà sociali e giuridiche ancora irrisolte dopo lo sfollamento forzato e sulle crescenti pressioni esercitate contro le istituzioni statali dell’Artsakh. In tale situazione ha indicato nella costituzione del Consiglio pubblico un segnale di speranza e uno strumento destinato a fare da ponte tra la società dell’Artsakh e le sue istituzioni, rendendone più comprensibili e udibili le istanze anche presso le organizzazioni internazionali.

La cerimonia per il 35° anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh, svoltasi il 2 settembre 2026 presso la Rappresentanza dell’Artsakh a Erevan. Il video documenta gli interventi di Gagik Baghunts, Armine Aleksanyan, Artur Khachatryan e Georgi Petrosyan alla seduta solenne, che si è aperta con l’inno nazionale della Repubblica di Artsakh. Nei loro discorsi, la continuità delle istituzioni, l’inalienabilità dei diritti del popolo dell’Artsakh e il diritto al ritorno nella terra d’origine (Artsakh Public TV, 2 settembre 2026).

 

Il diritto al ritorno non è una rivendicazione territoriale dell’Armenia

Artur Khachatryan, deputato dell’Assemblea Nazionale armena appartenente alla fazione Armenia, ha sottolineato che sostenere il diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh non significa avanzare rivendicazioni territoriali dell’Armenia nei confronti dell’Azerbaigian.

È una distinzione fondamentale. Il diritto delle persone sfollate a tornare nelle proprie case non coincide automaticamente con una pretesa territoriale avanzata da un altro Stato. Ridurre ogni riferimento all’Artsakh a una minaccia contro l’integrità territoriale azera significa eludere il problema dei diritti individuali e collettivi di una popolazione espulsa dalla propria terra.

«Chi non ha dato inizio al Movimento dell’Artsakh non ha il diritto di considerarlo concluso», ha affermato Khachatryan. Una frase rivolta evidentemente anche alla linea politica del governo di Nikol Pashinyan, che considera chiusa la questione dello status dell’Artsakh nel quadro del processo di normalizzazione con Baku.

Il Parlamento dell’Artsakh continuerà a lavorare

Un altro elemento significativo emerso durante le commemorazioni riguarda la continuità delle istituzioni della Repubblica di Artsakh.

Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Gagik Baghunts, ha smentito le notizie secondo cui il Parlamento non si riunirebbe per mancanza del numero legale. Le sedute, ha spiegato, sono state temporaneamente rinviate in considerazione della situazione politica, delle condizioni nelle quali vivono gli sfollati e dell’atteggiamento delle autorità armene verso le attività delle istituzioni della Repubblica di Artsakh. Baghunts ha assicurato che l’Assemblea Nazionale continuerà a operare nelle condizioni attuali.

Qualora in futuro si creassero circostanze politiche, organizzative e materiali adeguate, potrebbe inoltre essere avviato un nuovo processo elettorale. Oggi lo svolgimento di elezioni regolari è reso impossibile dallo sfollamento della popolazione, dalla dispersione degli elettori e dalla mancanza delle risorse necessarie. Ma, secondo Baghunts, queste condizioni non possono essere trasformate nell’argomento con cui dichiarare estinte le istituzioni rappresentative della Repubblica di Artsakh: «Il genocidio e lo sfollamento forzato non possono mai essere usati come pretesto per la violazione dei diritti del nostro popolo».

Il parlamentare ha ricordato anche l’attività del Comitato istituito per la tutela dei diritti fondamentali del popolo dell’Artsakh. Ai suoi lavori partecipano esponenti della diaspora armena, chiamati a contribuire a rappresentare la questione nei consessi internazionali ai quali gli esponenti dell’Artsakh hanno oggi un accesso fortemente limitato.

Un fronte ancora frammentato

Dalle dichiarazioni pronunciate a Yerablur e presso la Rappresentanza non è emersa soltanto una riaffermazione di principio. Sono affiorate anche le difficoltà politiche e organizzative che ostacolano un’azione comune.

La deputata dell’Artsakh Metaxe Hakobyan, esponente del Partito della Giustizia, ha riconosciuto che non esiste ancora un fronte realmente unito sul diritto al ritorno. Molti soggetti, ha osservato, sembrano condividere lo stesso obiettivo, ma procedono in modo disorganizzato. Secondo Hakobyan, spetta anzitutto agli stessi rappresentanti dell’Artsakh assumere un ruolo di guida e coordinamento.

Vahram Balayan, deputato dell’Artsakh ed esponente della Federazione Rivoluzionaria Armena, ha affermato che la questione del ritorno potrà essere posta in futuro, mentre oggi non è ancora all’ordine del giorno; sono tuttavia in corso discussioni e devono essere chiariti diversi aspetti politici e tecnici.

Queste differenze non cancellano l’obiettivo comune, ma mostrano quanto sia difficile trasformare il principio del ritorno in una strategia condivisa, soprattutto in un contesto nel quale il governo armeno rifiuta di inserire l’Artsakh nell’agenda dei negoziati con Baku.

 

 

Yerablur: la memoria dei caduti e il debito dei vivi

La giornata era iniziata al Pantheon militare di Yerablur con la deposizione di fiori presso il monumento La chiamata dell’Artsakh. Rappresentanti delle istituzioni, deputati dei Parlamenti dell’Armenia e dell’Artsakh, Padre Hovhannes Hovhannisyan, che ha pronunciato la preghiera, e attivisti hanno reso omaggio a coloro che sono caduti nelle guerre combattute per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh.

Baghunts ha ricordato che i sacrifici di migliaia di persone non possono essere considerati inutili o cancellati da una sconfitta militare. Anche Garnik Danielyan, deputato della fazione Armenia, ha riconosciuto con franchezza che quanto è stato fatto per proteggere l’Artsakh non è stato sufficiente: «Non abbiamo eccelso nel nostro lavoro. Ma sono convinto che questo giorno arriverà e dovremo rimediare a ciò che non siamo riusciti a fare. Semplicemente non c’è altra opzione».

Menua Soghomonyan, esponente del movimento Hayakve, ha respinto invece l’argomento secondo cui mantenere all’ordine del giorno il diritto al ritorno provocherebbe inevitabilmente una nuova escalation. Se Armenia e Azerbaigian dichiarano di voler regolare le proprie relazioni attraverso documenti, legittimità e diritto internazionale, ha osservato, non può essere ignorata proprio l’ordinanza emessa dalla Corte Internazionale di Giustizia il 17 novembre 2023.

La preghiera della Chiesa Apostolica Armena

Alla dimensione politica e istituzionale si è affiancata quella spirituale, come abbiamo riferito ieri.

 

Nella Cattedrale Madre della Santa Sede di Etchmiadzin, sotto la guida di Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, è stata elevata una preghiera per la pace. Il clero e i fedeli della Chiesa Apostolica Armena hanno pregato per la forza e la sicurezza degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza, per la liberazione dei prigionieri di guerra e degli ex dirigenti della Repubblica di Artsakh detenuti a Baku, nonché per la pace e il benessere del popolo armeno. Al termine è stata recitata una preghiera per il riposo eterno di quanti sono caduti nelle guerre dell’Artsakh.

 

Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha ribadito nel suo messaggio che l’indipendenza dell’Artsakh «non è solo il passato, ma anche e sempre il futuro». «L’indipendenza dell’Artsakh non è sepolta sotto la polvere della storia», ha affermato, invitando a non chiudere la questione dietro quella che ha definito la «maschera del realismo». Il ricordo dei caduti e dei dirigenti oggi imprigionati a Baku, ha aggiunto, deve tradursi nell’impegno per il ripristino del diritto al ritorno, la liberazione dei prigionieri e la tutela del futuro dell’Artsakh.

 

La commemorazione presso la residenza dell’Arcivescovo Bagrat Galstanyan

La sera del 2 settembre, attraverso la musica, il ricordo e la condivisione, è stato commemorato a Erevan il 35° anniversario della proclamazione della Repubblica di Artsakh. L’incontro si è svolto presso la residenza nella quale l’Arcivescovo Bagrat Galstanyan si trova agli arresti domiciliari.

La serata è stata dedicata alla patria perduta, alla storia del popolo dell’Artsakh e a un legame che, secondo i partecipanti, né l’occupazione azera né lo sfollamento forzato della popolazione armena possono cancellare. Nel messaggio riferito da 301arm, l’Arcivescovo Galstanyan ha ricordato che l’Artsakh continua a vivere nella mente e nell’anima della sua gente, nella speranza che possa venire il giorno del ritorno. Fino ad allora, gli Armeni dell’Artsakh ne custodiscono la memoria, lo spirito e l’aspirazione a rientrare nella propria terra. «L’Artsakh non è un capitolo chiuso», è il concetto centrale espressa dall’Arcivescovo: rimane una patria custodita nella memoria, un diritto che continua a essere rivendicato e un futuro al quale il suo popolo non intende rinunciare.

Una questione che non può essere dichiarata chiusa

Le commemorazioni del 35° anniversario non hanno nascosto la realtà: il territorio della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è sotto il controllo dell’Azerbaigian, il suo popolo vive disperso soprattutto in Armenia, le sue istituzioni operano senza il territorio sul quale esercitavano la propria autorità e una parte rilevante della comunità internazionale considera politicamente archiviata la questione del suo status.

Ma proprio da Erevan è arrivato un messaggio diverso. Un popolo sfollato non perde per questo i propri diritti. Un Parlamento impossibilitato a riunirsi regolarmente non cessa automaticamente di esistere. Il diritto al ritorno non diventa una rivendicazione territoriale soltanto perché è politicamente scomodo. E una pace che esclude dalla propria agenda i prigionieri, gli sfollati, le proprietà perdute e il patrimonio distrutto può forse produrre un accordo, ma difficilmente potrà generare giustizia e riconciliazione.

Il 2 settembre 2026 non è stato quindi soltanto il ricordo di uno Stato proclamato trentacinque anni fa nel nome dell’autodeterminazione. È stato l’affermazione che l’Artsakh continua a esistere nel suo popolo, nelle sue istituzioni, nella memoria dei caduti e soprattutto nei diritti che nessuna occupazione e nessuno sfollamento forzato possono rendere alienabili.

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Armenia, 35 anni di indipendenza: la storia di una libertà riconquistata (2duerighe 02.09.26)

Il 21 settembre 2026 l’Armenia festeggerà il Giorno dell’Indipendenza, commemorando lo storico referendum di 35 anni fa con cui oltre il 90% dei votanti si espresse a favore dell’uscita dall’Unione Sovietica.

Il Ministero dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport ha presentato il programma ufficiale dei festeggiamenti pochi giorni fa. Il governo ha stanziato oltre 1,3 miliardi di dram, circa 3,57 milioni di dollari, per organizzare eventi nelle principali città del Paese, da Vanadzor a Gyumri, da Kapan a Ijevan.

Il cuore delle celebrazioni sarà Piazza della Repubblica a Yerevan, dove si attende un pubblico di circa 40.000 persone per uno spettacolo storico-culturale ispirato alla leggenda di “Hazaran Blbul” e un grande concerto con alcuni dei nomi più noti della musica armena. Una festa pensata, nelle parole della ministra Zhanna Andreasyan, per raccontare il cammino trentacinquennale della Repubblica indipendente e il valore dei traguardi raggiunti, oltre che un’occasione per fermarsi a guardare indietro, a quel 21 settembre 1991 in cui tutto ebbe inizio.

Prima del 1991: una sovranità a lungo contesa

L’Armenia moderna nasce da secoli di sovranità negata e riconquistata a intermittenza. Dopo secoli trascorsi tra il dominio ottomano e quello persiano, l’Armenia orientale passò sotto il controllo russo nell’Ottocento, mentre le popolazioni armene rimaste sotto l’Impero ottomano subirono, a partire dal 1915, il genocidio armeno: circa un milione e mezzo di vittime e la dispersione dei sopravvissuti in tutto il mondo, all’origine di quella diaspora che ancora oggi conta più armeni fuori dai confini nazionali che al loro interno.

È proprio dalle macerie di quella tragedia che nel 1918 nacque la Prima Repubblica d’Armenia, di breve durata ma di fondamentale importanza simbolica: un primo, fragile atto di sovranità interrotto nel 1920 dalla sovietizzazione del Paese. Due anni dopo, l’Armenia entrò a far parte della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Transcaucasica e, con essa, dell’Unione Sovietica. Il 1991, dunque, non fu la prima dichiarazione d’indipendenza della storia armena moderna, ma la seconda. E forse proprio per questo fu carica di un significato ancora più profondo.

1988-1991: gli anni che cambiano l’Armenia

Quello che porta l’Armenia al referendum del 1991 è un vero e proprio climax, una tensione che cresce anno dopo anno fino al punto di non ritorno. Tutto comincia nel 1988, quando un violentissimo terremoto devasta il nord del Paese, causando decine di migliaia di vittime. La gestione lenta e inadeguata dell’emergenza da parte delle autorità sovietiche contribuisce ad alimentare un malcontento che si unisce a un dissenso politico già in crescita, mentre nello stesso periodo acquista sempre maggiore forza il movimento nazionale armeno legato alla questione del Nagorno-Karabakh.

Nel giro di due anni quel malessere si trasforma in azione politica: il 23 agosto 1990 il Consiglio Supremo armeno approva la Dichiarazione d’Indipendenza, ponendo le basi della sovranità del Paese. L’Armenia sceglie poi di non partecipare al referendum sovietico del marzo 1991 sulla conservazione di una nuova Unione. La rottura definitiva arriva pochi mesi dopo, quando il fallito colpo di Stato dell’agosto 1991 a Mosca, un disperato tentativo di preservare l’URSS, accelera un processo ormai difficilmente reversibile. Il 21 settembre 1991 il popolo armeno viene chiamato alle urne: oltre il 90% dei votanti si esprime a favore dell’indipendenza, in un plebiscito che segna, dopo quasi settant’anni, la fine del dominio sovietico.

Il referendum del 21 settembre 1991

Il verdetto delle urne apre immediatamente una nuova fase istituzionale. Nell’ottobre 1991 Levon Ter-Petrosyan viene eletto primo presidente della Repubblica d’Armenia con oltre l’80% dei voti, diventando il volto della transizione verso la piena sovranità.Il riconoscimento internazionale arriva rapidamente: la Lituania è tra i primi Paesi a riconoscere l’Armenia come Stato indipendente e, nel giro di pochi mesi, numerose altre nazioni fanno altrettanto. Nel dicembre 1991 l’Armenia entra a far parte della Comunità degli Stati Indipendenti, nata dalle ceneri dell’URSS per favorire la cooperazione tra alcune delle ex repubbliche sovietiche, mentre l’ingresso nelle Nazioni Unite, nel marzo dell’anno successivo, sancisce definitivamente la piena sovranità del Paese sulla scena internazionale. In pochi mesi, insomma, l’Armenia passa dall’essere una repubblica sovietica a un soggetto di diritto internazionale a tutti gli effetti.

Oltre la ricorrenza: cosa significa essere indipendenti 

Trentacinque anni dopo, per gli armeni il 21 settembre non è solo la data di un evento amministrativo, ma il simbolo di un’idea più profonda: quella di un popolo che ha spesso visto la propria sovranità negata o sottratta, prima ancora che conquistata con la forza, e che proprio per questo ha imparato a custodire la propria identità anche quando lo Stato non c’era. Non è un caso che simboli come l’Ararat, montagna sacra ma oggi fuori dai confini nazionali, o il melograno, da sempre associato all’idea di rinascita, siano così radicati nell’immaginario collettivo armeno. Sarebbe però riduttivo raccontare l’indipendenza del 1991 come il punto d’arrivo di una lotta ininterrotta: arrivò anche come conseguenza di un contesto storico più ampio, il collasso dell’Unione Sovietica, più che come esito di una rivoluzione armena a sé stante.

Proprio in questa complessità, però, sta forse il significato più autentico della ricorrenza: non tanto la retorica di un destino di eroismo, quanto la consapevolezza che la libertà, una volta riconquistata, va custodita giorno dopo giorno. E che la resilienza di un popolo si misura non solo nei momenti di rottura, ma nella capacità di ricostruirsi.

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35 anni fa, l’Artsakh proclamò la sua indipendenza (Korazym 02.09.26)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 2 settembre 2026 – Oggi, la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh è occupato dall’Azerbaigian e il suo popolo armeno è stato sfrattato con la forza dalla propria terra ancestrale. Ma l’occupazione non ha cancellato la sua memoria, la sua identità, né il suo diritto al ritorno.

L’Artsakh vive attraverso il suo popolo, attraverso generazioni di ricordi, attraverso le sue chiese, i suoi villaggi, le sue montagne e i suoi cimiteri, e attraverso il legame indissolubile degli Armeni con la terra che sono stati costretti ad abbandonare.

A 35 anni dalla proclamazione dell’indipendenza, la lotta non è finita. Continua con dignità, determinazione e fede nella giustizia, con un obiettivo che rimane immutato: il diritto del popolo dell’Artsakh di tornare a casa e vivere liberamente nella propria terra.

Una patria non scompare solo perché il popolo ne è stato cacciato. L’Artsakh rimane casa, identità e parte inseparabile della storia del suo popolo. Forte, unito e incrollabile, fino alla vittoria finale della libertà e della giustizia.

Una pace duratura tra Armenia e Azerbaigian è impossibile senza la tutela dei diritti fondamentali degli Armeni dell’Artsakh, compreso il diritto al ritorno sicuro e collettivo, ha affermato il partito Armenia Forte nel suo discorso in occasione della Giornata dell’Indipendenza dell’Artsakh. Il partito ha ricordato che il 2 settembre 1991, il popolo dell’Artsakh, facendo affidamento sui quadri giuridici esistenti, compreso il diritto internazionale, ha esercitato il proprio diritto all’autodeterminazione.

 

La preghiera per la pace alla Santa Sede di Etchmiadzin
guidata da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni

Oggi 2 settembre, in occasione della Giornata dell’Indipendenza dell’Artsakh, nella Cattedrale Madre della Santa Sede di Etchmiadzin è stata recitata una preghiera per la pace, guidata da Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. È stata elevata una preghiera a Dio per la forza e la sicurezza degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza, per la rapida liberazione dei prigionieri di guerra Armeni detenuti a Baku e dei leader dell’Artsakh tenuti in ostaggio, nonché per la pace e il benessere del popolo armeno. Al termine della cerimonia, è stata anche recitata una preghiera per il riposo eterno delle anime dei valorosi figli caduti nelle guerre dell’Artsakh.

L’indipendenza dell’Artsakh non è solo un passato, ma anche e sempre un futuro
Messaggio di Sua Santità Aram I, Catholicos di Cilicia della Chiesa Apostolica Armena

Le nazioni guardano al passato, sono orgogliose dei suoi successi, sono consapevoli delle sue mancanze, ma sempre con la consapevolezza, l’impegno e la visione di costruire il futuro su fondamenta più solide. Pertanto, il passato non deve diventare passato, ma un’occasione e un monito per riaffermare la ferma determinazione ad aprirsi al futuro e a camminare con rinnovata fede e volontà.

Con questa prospettiva, è necessario affrontare l’indipendenza della Repubblica di Artsakh. Le condizioni nella storia delle nazioni sono in continua evoluzione. L’allineamento degli interessi geopolitici è in continua evoluzione. È necessario allontanarsi da pensieri stereotipati, concetti teorici, nonché dalle imposizioni degli interessi e degli approcci del momento. Unendo speranza e fede e alimentandola con una forte volontà, è necessario camminare verso il futuro.

Oggi, mentre celebriamo la Giornata dell’Indipendenza della Repubblica di Artsakh con uno sguardo retrospettivo, ricordiamo innanzitutto tutti i nostri martiri che hanno versato il loro sangue per la riconquista dell’indipendenza dell’Artsakh. Ricordiamo anche i nostri leader che hanno lavorato e servito per rafforzare ulteriormente l’indipendenza dell’Artsakh e che oggi soffrono nelle carceri di Baku.

In effetti, non basta ricordare, è necessario trasformare questo ricordo in una lotta per la riconquista dell’indipendenza dell’Artsakh, per il ripristino del diritto al ritorno degli Armeni dell’Artsakh e per la rapida liberazione dei prigionieri politici dell’Artsakh.

Lo abbiamo detto, lo ripetiamo e lo ripeteremo sempre: l’indipendenza dell’Artsakh non è sepolta sotto la polvere della storia. Deve occupare un posto prioritario nell’agenda della nostra nazione, per quanto ci si sforzi di chiudere la pagina del passato dietro l’etichetta del realismo.

Guai alla nazione che si imprigiona entro gli stretti confini degli interessi presenti, nascondendosi dietro il velo del realismo. Quelle nazioni che vedono il loro presente come radicato nel passato e rafforzato dalla visione del futuro, e che avanzano con rinnovata fede e speranza, rimarranno sul palcoscenico della storia.

Così è stata la nostra nazione.

Questo è il messaggio dell’indipendenza della Repubblica di Artsakh. Rimaniamo attenti e fedeli ai sacri messaggi che ci sono stati tramandati dalla nostra storia, antica o nuova che sia.

2 settembre 2026

Inno nazionale dell’Artsakh

Ազատ ու անկախ Արցախ,
Քո տուն-ամրոցը կերտեցինք,
Պատմությունը մեր երկրի
Մեր սուրբ արյամբ մենք սերտեցինք։
Դու բերդ ես անառիկ,
Բարձունք սրբազան, վեհ անուն,
Մասունք աստվածային,
Քեզնով ենք հավերժանում։
Դու մեր լույս հայրենիք,
Երկիր, հայրենյաց դուռ սիրո
Ապրիր դու միշտ խաղաղ,
Մեր հին ու նոր Ղարաբաղ։
Քաջերն ենք մենք հայկազուն,
Մռավ ենք, Քիրս ենք ու Թարթառ,
Մեր վանքերով լեռնապահ՝
Անհաղթելի մի բուռ աշխարհ։

Libero ed indipendente Artsakh
Come una fortezza ti abbiamo costruito.
La storia del nostro paese
Noi abbiamo scritto con il sangue degli eroi.
Tu sei una fortezza inespugnabile,
una sacra vetta, un nobile nome.
Una benedizione divina ci rende eterni grazie a te.
Tu, la nostra patria che ci dà la luce,
terra, porta d’amore verso la Patria.
Vivi sempre in pace,
nostro vecchio e nuovo Karabakh.
Noi siamo coraggiosi discendenti di Haik
Come Mrav e Kirs e l’eterno Terter
con i nostri templi in alta montagna
manteniamo il nostro paese invincibile.

L’inno nazionale ufficiale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, Ազատ ու անկախ Արցախ (Artsakh libero e indipendente), in lingua armena, fu adottato il 17 novembre 1992 dal Consiglio Supremo della Repubblica di Nagorno-Karabakh, su testo del poeta Vardan Hakobyan e musica di Armen Nasibyan.

Foto di copertina: lo stemma ufficiale della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, designato da Lavrent Ghalayan, fu adottato il 17 novembre 1992 dal Consiglio Supremo dell’autoproclamata repubblica, allora chiamata Nagorno Karabakh.
Lo stemma raffigura un’aquila con le ali spiegate verso l’alto con i raggi del sole che emergono da essa. L’aquila è sormontata da una corona della dinastia degli Artassidi, che governò l’Armenia dal 190 a.C. fino al rovesciamento da parte dell’Impero romano nel 12 d.C. Al centro, su uno scudo, è raffigurato il celebre monumento Մենք ենք մեր սարերը (Noi siamo le nostre montagne), situato vicino a alla capitale Stepanakert, è considerato il simbolo storico e culturale della regione e del popolo armeno dell’Artsakh (oggi è ancora in piedi, ma rimane minacciato 
[*]). Sullo sfondo appare sopra la bandiera nazionale e sotto il monte Մեծ Քիրս Metz Kirs (Grande Kirs), vetta di 2.725 metri della catena montuosa dell’Artsakh, appartenente al Caucaso Minore, situata tra le regioni storiche di Shushi e Martuni, e considerata, per la sua caratteristica conformazione, uno dei simboli naturali della terra armena dell’Artsakh. Sotto, gli artigli dell’aquila vi sono un grappolo d’uva, gelsi e spighe di grano. Sulla parte più alta dello stemma nazionale vi è una scritta in armeno orientale che recita Լեռնային Ղարաբաղի Հանրապետություն-Արցախ (Repubblica di Nagorno-Karabakh – Artsakh).

[*] Le informazioni più recenti disponibili indicano che il celebre monumento Noi siamo le nostre montagne, conosciuto anche come Tatik-Papik (Nonna e Nonno), è ancora in piedi e sostanzialmente integro nella sua struttura. Le immagini diffuse nel novembre 2024 e nuovi filmati circolati nel 2025 hanno tuttavia documentato numerosi atti vandalici: scritte, incisioni e messaggi offensivi contro gli Armeni e l’Armenia sono comparsi sulla parte anteriore e soprattutto su quella posteriore della scultura, mentre è stata danneggiata anche l’area circostante.
Una rara ripresa ravvicinata, realizzata nel marzo 2026 durante una visita organizzata e successivamente esaminata da CivilNet, ha confermato che il monumento era ancora accessibile e strutturalmente conservato, ma recava graffiti incisi direttamente nel tufo rosso. Il 25 aprile 2026 Hovik Avanesov, Ombudsman per il patrimonio culturale dell’Artsakh, ha denunciato il concreto pericolo di una sua completa distruzione, richiamando sia i vandalismi già compiuti sia le richieste di demolizione comparse nello spazio mediatico azero.
Il 22 giugno 2026 è circolata sui social un’immagine che sembrava mostrare un escavatore intento ad abbattere il monumento. La notizia non ha però trovato conferma: le verifiche hanno stabilito che si trattava di un’immagine generata o manipolata mediante l’Intelligenza Artificiale. L’Ufficio dell’Ombudsman per il patrimonio culturale dell’Artsakh e l’Agenzia per lo sviluppo culturale e turistico dell’Artsakh hanno invitato a non diffondere informazioni non verificate, sottolineando al tempo stesso che il pericolo per il monumento rimane reale.
Alla minaccia della distruzione materiale si accompagna, inoltre, il tentativo di separare l’opera dalle sue origini armene. Secondo Monument Watch, negli ultimi anni fonti azere hanno cercato di presentare la scultura, realizzata nel 1967 dallo scultore armeno Sargis Baghdasaryan e dall’architetto Yuri Hakobyan, come un monumento “azero” e come testimonianza della tolleranza multiculturale dell’Azerbaigian sovietico. Non si tratta quindi soltanto di tutelare la sua integrità fisica, ma anche di preservarne l’identità e il significato storico: il legame indissolubile fra il popolo armeno dell’Artsakh e le proprie montagne.

Postscriptum

Per il terzo anno consecutivo, le campane delle scuole rimangono silenziose in Artsakh. Il 1° settembre è da tempo celebrato in Armenia e Artsakh come la Giornata della Conoscenza, un giorno di nuovi inizi, aule piene e la promessa di un nuovo anno scolastico. Ma ancora una volta, quasi 21.000 studenti di 217 scuole dell’Artsakh non possono tornare nelle loro aule nella loro terra d’origine. A quasi tre anni dal loro sfollamento forzato, viene loro ancora negato il diritto di iniziare l’anno scolastico nel luogo a cui appartengono. Allo stesso tempo, il 1° settembre 2026 ha segnato una tappa particolarmente dolorosa per una nuova generazione. I bambini nati nel 2020, che hanno conosciuto la guerra, il blocco e lo sfollamento per tutta la loro giovane vita, stanno ora raggiungendo l’età scolare. Per loro è iniziato la scuola, ma non nella terra in cui sono nati e dove le loro famiglie si aspettavano che crescessero.
Sono una generazione nata in Artsakh, cresciuta in tempo di guerra e costretta a iniziare la propria istruzione lontano da casa. Le aule scolastiche dell’Artsakh oggi possono essere vuote, ma i bambini che un tempo le riempivano e la generazione che avrebbe dovuto riempirle in seguito non devono essere dimenticati.

 

Nell’Artsakh occupato, 223 scuole armene, 52 asili nido, 10 istituti superiori e professionali e 4 istituti di istruzione superiore sono stati distrutti, profanati, saccheggiati e chiusi. Queste scuole ospitavano 24.000 studenti, gli asili nido oltre 7.000 bambini in età prescolare, gli istituti superiori e professionali circa 2.500 studenti e le università fino a 5.000 studenti (cifre approssimative). È forse difficile trovare una fotografia più accurata – del marzo 2022 – che incarni la viltà e il cinismo di quanto accaduto. Il Presidente e il Vice Presidente dell’Azerbaigian, marito e moglie, ha trasformato l’edificio scolastico di Mataghis, distrutto dal proprio esercito, in un palcoscenico per dimostrare la propria “grandezza”.

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L’UE allunga le mani sull’Armenia: ‘sì del Consiglio al commercio a dazi zero (Eunews 02.09.26)

Bruxelles – Dopo Ucraina e Georgia, l’Unione europea mette le mani anche sull’Armenia, estendendo la zona di influenza economica in un altro Paese ex sovietico storicamente e tradizionalmente di interesse russo. Il Consiglio dell’UE ha approvato l’introduzione di misure temporanee di liberalizzazione degli scambi commerciali per i prodotti armeni, al fine di sostenere l’economia dell’Armenia a seguito delle restrizioni commerciali imposte dalla Russia contro il Paese. Con questa decisione, circa l’80 per cento delle esportazioni di prodotti e merci dell’Armenia sarà liberalizzato, vuol dire comprato a dazio zero.

Il governo di Erevan ha spostato le proprie attenzioni a occidente, iniziando a guardare sempre di più verso l’Europa e meno verso la Russia. Scelte che hanno indotto il Cremlino a ritorsioni, a riprova dell’influenza di Mosca sulla repubblica caucasica. Adesso l’UE prova a venire incontro all’Armenia, con un’apertura commerciale che, legando più strettamente le due parti reciprocamente, produce una nuova avanzata dell’UE verso est, in un’ulteriore dichiarazione di intenti contro la federazione russa.

Nella politica di penetrazione a oriente d’Europa, l’UE fa attenzione a non compromettere i propri interessi, tanto è vero che le la liberalizzazione degli scambi commerciali prevede anche misure di salvaguardia per proteggere il mercato dell’UE qualora le importazioni dovessero avere un impatto negativo sui produttori europei. Il regime commerciale speciale sarà comunque temporaneo: avrà una validità di due anni dall’entrata in vigore del regolamento. Manca solo l’approvazione del Parlamento europeo per rendere tutto operativo, per un voto d’Aula atteso in occasione della sessione plenaria di settembre (14-17 settembre). Le intenzioni, invece, ci sono già.

“La decisione di oggi lancia un messaggio chiaro: di fronte alla coercizione economica, l’UE reagirà”, e grazie a questo regime preferenziale “creeremo nuove opportunità e saremo al fianco dei nostri partner”, scandisce Helen McEntee, ministro degli Esteri e del Commercio dell’Irlanda, Paese con la presidenza di turno del Consiglio dell’UE. È l’UE che cerca di scalzare la Russia dallo scacchiere internazionale per sostituirla, e la ministra irlandese lo chiarisce sottolineando che “l’Europa è al fianco dell’Armenia e del suo popolo, che hanno scelto un percorso chiaro di riforme e di maggiore cooperazione con l’Unione europea”.

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Nagorno-Karabakh, l’affondo di Čarnogurský a Pellegrini: «La Slovacchia non chiuda gli occhi» (Adhocnews 02.09.26)

Nagorno-Karabakh, l’affondo di Čarnogurský a Pellegrini: «La Slovacchia non chiuda gli occhi»

L’ex premier slovacco critica la visita del presidente in Azerbaigian e gli chiede un’iniziativa diplomatica per la liberazione degli ex dirigenti del Nagorno-Karabakh detenuti a Baku. «I diritti umani devono restare al centro della politica estera slovacca»

BRATISLAVA — La visita di Stato del presidente slovacco Peter Pellegrini in Azerbaigian riapre in Slovacchia una questione politicamente delicata: quale debba essere il rapporto tra le relazioni diplomatiche con Baku e la difesa dei diritti umani e delle popolazioni coinvolte nel conflitto del Nagorno-Karabakh

A sollevare pubblicamente la questione è l’ex primo ministro slovacco Ján Čarnogurský, che in una lettera indirizzata a Pellegrini il 28 agosto critica apertamente il tono e i contenuti della visita presidenziale, chiedendo al capo dello Stato di assumere una posizione più netta sulle conseguenze della guerra e dell’esodo della popolazione armena dalla regione.

Secondo Čarnogurský, nelle dichiarazioni pubbliche pronunciate durante la visita sarebbe mancata una sufficiente attenzione alle responsabilità dell’Azerbaigian e alla dimensione umanitaria della crisi. Un’omissione che, a suo giudizio, rischia di entrare in contraddizione con i principi che la Slovacchia afferma di sostenere nella propria politica estera e nell’ambito dell’Unione europea

Il nodo del Nagorno-Karabakh

Nella sua lettera, l’ex premier ricostruisce il lungo conflitto intorno al Nagorno-Karabakh e richiama l’esodo della popolazione armena seguito all’offensiva azera del 2023. Čarnogurský sottolinea come oltre 100.000 armeni abbiano lasciato la regione e sostiene che il timore per la propria sicurezza abbia rappresentato una delle ragioni fondamentali dell’esodo.

La questione, secondo l’ex premier, non può essere separata dalla storia delle tensioni tra armeni e azeri e dal rapporto strategico tra Azerbaigian e Turchia.

Čarnogurský richiama inoltre il riconoscimento da parte del Consiglio nazionale slovacco del genocidio degli armeni del 1915, sostenendo che tale memoria storica avrebbe dovuto essere considerata anche nel corso della visita presidenziale.

La scuola dedicata a Štefánik e il peso della storia

Uno dei passaggi più controversi della visita riguarda l’inaugurazione ad Aghdam di una scuola intitolata al generale Milan Rastislav Štefánik, figura centrale della storia slovacca.

Čarnogurský non contesta il valore simbolico dell’omaggio a Štefánik, ma invita a non separare il gesto dal contesto storico del luogo. A suo giudizio, la città di Aghdam è indissolubilmente legata alla storia militare del conflitto e alle operazioni contro il Nagorno-Karabakh.

Da qui l’appello a una maggiore prudenza da parte della Presidenza slovacca nella preparazione delle visite internazionali. Per l’ex premier, i gesti diplomatici non possono essere valutati soltanto sul piano protocollare: devono tenere conto della memoria storica e delle sensibilità delle popolazioni coinvolte.

La proposta più audace: intervenire per i detenuti

Ma è sulla sorte degli ex dirigenti del Nagorno-Karabakh detenuti in Azerbaigian che la lettera assume un tono ancora più diretto.

Čarnogurský cita gli ex presidenti Bako Sahakyan, Arayik Harutyunyan e Arkadi Ghukasyan, l’ex ministro di Stato Ruben Vardanyan, l’ex ministro degli Esteri Davit Babayan, il presidente del Parlamento Davit Ishkhanyan e gli ex comandanti militari Davit Manukyan e Levon Mnatsakanyan.

L’ex premier chiede a Pellegrini di compiere un passo diplomatico concreto: rivolgersi direttamente al presidente azero Ilham Aliyev per chiedere la concessione della grazia ai detenuti

La proposta va oltre la semplice richiesta di clemenza. Čarnogurský ipotizza infatti che la loro liberazione possa essere accompagnata dall’espulsione dall’Azerbaigian e dall’accoglienza in Slovacchia attraverso la concessione di asilo politico.

Una sfida alla diplomazia slovacca

È una proposta politicamente ambiziosa, che metterebbe Bratislava di fronte a una scelta precisa: limitarsi a sviluppare le proprie relazioni con Baku oppure utilizzare quelle stesse relazioni per esercitare una pressione diplomatica su una questione umanitaria controversa.

Per Čarnogurský, la seconda strada rappresenterebbe un’opportunità per la Slovacchia di trasformare la propria presenza diplomatica nel Caucaso meridionale in un’iniziativa concreta

Il messaggio rivolto a Pellegrini è dunque chiaro: la diplomazia non dovrebbe fermarsi ai gesti simbolici, alle cerimonie e agli accordi bilaterali. Dovrebbe, secondo l’ex premier, affrontare anche le conseguenze umane e politiche di un conflitto ancora segnato da profonde ferite.

La richiesta di Čarnogurský mette così il presidente slovacco davanti a una questione scomoda ma difficilmente eludibile: quanto può essere pragmatica la politica estera di Bratislava senza perdere di vista i principi che essa stessa dichiara di difendere?

Ed è proprio su questa linea di confine, tra realpolitik e diritti umani, che la visita di Pellegrini in Azerbaigian rischia ora di trasformarsi da episodio diplomatico in un vero caso politico interno alla Slovacchia.

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