Condividi Condividi sui Social Network Missione del Vice Ministro Cirielli in Armenia (Esteri 18.09.26)

Il Vice Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Edmondo Cirielli, ha concluso una missione di due giorni in Armenia.

Il Vice Ministro ha svolto consultazioni politiche bilaterali con il suo omologo Vahan Kostanyan e ha incontrato il Segretario del Consiglio di Sicurezza Alen Simonyan. I colloqui hanno messo in evidenza la crescente solidità dei rapporti tra Italia e Armenia, con un interscambio in forte crescita, che vede Roma tra i principali partner commerciali di Jerevan. Inoltre, sono stati passati in rassegna i principali temi regionali, tra cui il processo di normalizzazione con l’Azerbaigian.

In occasione della visita, i due Vice Ministri hanno annunciato l’apertura della nuova sede dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS) a Jerevan. La nuova sede, operativa dai primi di ottobre, avrà competenza su Armenia, Kirghizistan e Tagikistan e costituirà un nuovo presidio della Cooperazione Italiana nella regione, contribuendo a rafforzare il dialogo e le iniziative di cooperazione con i Paesi partner.

Alla missione hanno preso parte anche rappresentanti del Centro Internazionale di Studi per la Conservazione e il Restauro dei Beni Culturali (ICCROM) e dell’Organizzazione internazionale per il diritto dello sviluppo (IDLO), organizzazioni internazionali partner della Cooperazione italiana, con cui sono in fase di studio possibili iniziative in Armenia nel campo dei beni culturali e del rafforzamento delle istituzioni.

Pashinyan minaccia le Istituzioni della Repubblica di Artsakh in esilio. A Washington il Congresso chiede ritorno, giustizia e libertà per i prigionieri (Korazym 17.09.26)

«Le misure più dure». È l’espressione scelta dal Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan per avvertire che il suo governo fermerà ogni tentativo di mantenere in Armenia un governo, un parlamento o altre strutture statali separate riconducibili alla Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh. Negli stessi giorni, a Washington, dodici membri del Congresso degli Stati Uniti chiedevano invece che l’espulsione degli oltre 100.000 Armeni dell’Artsakh non venga considerata definitiva: liberazione dei 19 prigionieri detenuti a Baku, ritorno sicuro e protetto degli sfollati, tutela del patrimonio Cristiano armeno e responsabilità per quanto avvenuto nel settembre 2023.

Il contrasto è difficile da ignorare. A Erevan il linguaggio più duro viene rivolto alle residue Istituzioni rappresentative di un popolo espulso e ai suoi rappresentanti; nei confronti del regime azero, che mantiene gli ex rappresentanti dell’Artsakh nelle proprie carceri e riscrive pubblicamente l’identità armena dei suoi monumenti, prevalgono invece cautela, silenzio e continui richiami alla necessità di non compromettere la pace.

«Non possono esserci due Stati e due governi»

Le dichiarazioni di Pashinyan sono arrivate il 16 settembre 2026, durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo. La deputata Arega Hovsepyan della fazione Armenia Forte aveva sollevato il problema delle elevate spese di affitto sostenute dagli Armeni sfollati dall’Artsakh e aveva proposto di mettere temporaneamente a loro disposizione alcune residenze governative.

Secondo il resoconto di The Armenian Report, il Primo Ministro ha respinto la proposta, osservando che gli immobili governativi appartengono alla Repubblica di Armenia e non al Capo del Governo. Ha quindi affermato che sarebbero già stati destinati circa 800 miliardi di dram ai programmi di assistenza per gli sfollati, invitandoli a utilizzare le misure predisposte.

Pashinyan ha poi accusato, senza indicare nomi né presentare elementi a sostegno delle affermazioni durante il dibattito, alcuni ex dirigenti dell’Artsakh di possedere edifici e alberghi a Erevan: «Date gli edifici appartenenti agli ex leader del Karabakh alla popolazione e lasciate che vi abiti. Possiedono decine di edifici e decine di alberghi. Dateli al popolo e lasciate che vi abiti».

Quando la discussione si è spostata sulla Rappresentanza permanente dell’Artsakh a Erevan e sulla continuità delle Istituzioni della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh dopo l’espulsione della popolazione, il tono si è ulteriormente irrigidito.

«Non possono esserci due Stati e due governi nella Repubblica di Armenia», ha dichiarato Pashinyan. La struttura indicata come Rappresentanza dell’Artsakh, ha aggiunto, dovrà «inequivocabilmente» passare sotto il controllo della Repubblica di Armenia.

Il Primo Ministro ha quindi pronunciato l’avvertimento più severo: «In qualità di Primo Ministro della Repubblica di Armenia, tutti i tentativi di istituire all’interno dello Stato un secondo Stato o un secondo governo, un secondo parlamento, saranno fermati con le misure più dure. Lo dico chiaramente, affinché sia assolutamente compreso».

La controversia sull’edificio della Rappresentanza

La questione non riguarda soltanto il futuro politico delle Istituzioni dell’Artsakh. Esiste anche una controversia sulla proprietà dell’edificio al civico 17A di via Nairi Zaryan, utilizzato per decenni dalla Rappresentanza permanente.

Nell’aprile 1997 il governo armeno deliberò di donare l’immobile al governo della Repubblica di Artsakh, incaricando le autorità di Erevan di formalizzare il trasferimento e il relativo diritto d’uso del terreno. Secondo la Procura generale armena, tuttavia, non sarebbe stato successivamente stipulato il necessario contratto di donazione.

Il 22 maggio 2026 il Tribunale amministrativo ha accolto il ricorso della Procura e annullato la registrazione della proprietà dell’edificio e dei diritti sul terreno. I rappresentanti dell’Artsakh hanno impugnato la decisione, sostenendo che la deliberazione governativa del 1997 dimostrasse comunque in maniera inequivocabile la volontà dello Stato armeno di trasferire l’immobile. La vicenda è ricostruita da 301.am.

Dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e l’espulsione dell’intera popolazione armena dell’Artsakh, l’edificio ha continuato a ospitare rappresentanti e organismi della Repubblica. Per questi ultimi non si tratta di istituire un secondo Stato in Armenia, ma di preservare una rappresentanza politica e giuridica degli sfollati, in attesa che siano garantiti i loro diritti collettivi, compreso quello al ritorno.

La posizione di Pashinyan si inserisce quindi in un processo più ampio: prima la negazione della possibilità di mantenere l’indipendenza dell’Artsakh come obiettivo politico; poi la rappresentazione del diritto al ritorno come fattore capace di generare un nuovo conflitto; ora la minaccia delle «misure più dure» contro qualsiasi tentativo di conservare governo, parlamento e strutture rappresentative della Repubblica di Artsakh in esilio.

Avevamo esaminato questa linea nell’articolo Armenia, l’Artsakh divide ancora il Parlamento. Rubinyan: «Il ritorno degli Armeni come obiettivo dello Stato genera conflitto». Ma il diritto al ritorno non è una causa di guerra, ricordando che un diritto riconosciuto dal diritto internazionale non può essere trasformato nella causa della sua stessa negazione.

Washington ricorda ciò che Erevan vuole archiviare

Nelle stesse giornate in cui Pashinyan minacciava la continuità delle Istituzioni dell’Artsakh, a Washington una mobilitazione bipartisan riportava davanti al Congresso degli Stati Uniti le questioni che il processo di pace rischia di lasciare irrisolte.

L’evento Accountability | 2026 — Artsakh: Justice. Freedom. Right of Return, organizzato dall’Armenian National Committee of America, ha riunito dodici membri del Congresso, rappresentanti delle Chiese armene, giuristi e oltre cento attivisti provenienti da più di trenta Stati americani. Secondo il comunicato dell’ANCA, nei due giorni di mobilitazione sono stati raggiunti gli uffici di tutti i 435 membri della Camera e dei 100 senatori.

Le richieste riguardano l’applicazione della Sezione 907 del FREEDOM Support Act, sanzioni ai sensi del Global Magnitsky Act contro funzionari azeri accusati di gravi violazioni, il sostegno all’ARMENIA Security Partnership Act e all’Azerbaijan Sanctions Review Act, la protezione del patrimonio Cristiano armeno e il ritorno sicuro, collettivo e protetto della popolazione dell’Artsakh.

Il deputato democratico Brad Sherman, Vicepresidente del Congressional Armenian Caucus, ha ricordato che sedici Armeni sono stati giudicati davanti a un tribunale militare azero, sulla base di circa 2.500 capi d’accusa e senza osservatori indipendenti. «La guerra è finita. È tempo di liberare i prigionieri di guerra», ha dichiarato, ricordando che la Commissione Esteri della Camera ha approvato con 44 voti favorevoli e 7 contrari un suo emendamento per la liberazione dei prigionieri armeni e dei detenuti politici.

Il repubblicano Vince Fong ha richiamato la situazione dei 19 Armeni ancora detenuti, tra i quali presidenti, ministri, rappresentanti parlamentari ed ex responsabili militari dell’Artsakh: «Dobbiamo chiedere la liberazione immediata e incondizionata di tutti gli ostaggi e prigionieri di guerra Armeni, la cui detenzione illegale e i denunciati maltrattamenti continuano a costituire un ostacolo a una pace duratura».

Jim Costa ha osservato che non può esservi pace stabile senza giustizia, responsabilità e rispetto dei diritti fondamentali. Ha quindi collegato la liberazione dei detenuti alla protezione del patrimonio culturale e religioso armeno e al ritorno sicuro e dignitoso degli sfollati.

I 19 prigionieri che la pace ha lasciato in carcere

La situazione dei detenuti è stata recentemente approfondita da questo Blog dell’Editore negli articoli:

A Washington, l’Avv. Siranush Sahakyan, che rappresenta i detenuti e le loro famiglie nei procedimenti internazionali, ha ricordato che l’accordo di pace parafato da Armenia e Azerbaigian non contiene un impegno esplicito per la loro liberazione né garanzie per il ritorno protetto degli sfollati.

Il processo diplomatico ha stabilito una cornice per porre fine alle controversie giudiziarie fra i due Stati: l’articolo 15 dell’accordo parafato prevede un termine di un mese per il ritiro dei ricorsi interstatali. Non stabilisce invece alcuna scadenza per la liberazione dei detenuti e per consentire loro di riabbracciare le famiglie.

Inoltre, dopo la chiusura della delegazione permanente del Comitato Internazionale della Croce Rossa in Azerbaigian, avvenuta nel settembre 2025 su decisione delle autorità azere, nel corso del 2026 non è stata consentita alcuna visita del CICR ai detenuti: è venuto così meno il monitoraggio internazionale indipendente delle loro condizioni

Sahakyan ha riassunto la contraddizione con una domanda: «Se possono essere predisposti accordi perché le merci attraversino i confini, perché non possono essere predisposti perché una famiglia visiti un prigioniero, un rappresentante consolare controlli le sue condizioni o un avvocato indipendente assicuri la sua difesa?».

Il diritto al ritorno non è una dichiarazione di guerra

Il deputato repubblicano David Valadao ha richiamato l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia del 17 novembre 2023, con la quale è stato imposto all’Azerbaigian di garantire che coloro che avevano lasciato il Nagorno-Karabakh dopo il 19 settembre 2023 e desideravano ritornarvi potessero farlo «in modo sicuro, senza impedimenti e rapidamente». «È tempo che l’Azerbaigian rispetti quell’ordinanza», ha affermato Valadao. «Una pace duratura non può significare abbandonare queste persone o chiedere alle famiglie armene di accettare semplicemente che non potranno mai tornare alle proprie case».

Rashida Tlaib ha definito quanto avvenuto pulizia etnica: «Sono trascorsi tre anni dalla pulizia etnica degli Armeni dell’Artsakh da parte dell’Azerbaigian. Non c’è stata giustizia. Non c’è stato il ritorno delle famiglie sfollate».

Judy Chu e Laura Friedman, che avevano visitato l’Artsakh prima dell’esodo del 2023, hanno ricordato una terra nella quale la popolazione armena viveva e costruiva il proprio futuro. Friedman ha chiesto la liberazione incondizionata dei detenuti, la cessazione dell’assistenza militare statunitense all’Azerbaigian e garanzie più forti per la sovranità e la sicurezza dell’Armenia.

Jim McGovern, Copresidente della Tom Lantos Human Rights Commission, ha chiesto che l’Azerbaigian sia chiamato a rispondere della pulizia etnica e dello sfollamento forzato, aggiungendo che gli Armeni privati delle case, delle attività economiche e dei mezzi di sostentamento hanno diritto anche a forme di compensazione.

Le Istituzioni, il popolo e la memoria

Il confronto tra Erevan e Washington non riguarda il riconoscimento internazionale di un secondo Stato nel territorio della Repubblica di Armenia. Riguarda la possibilità che un popolo espulso mantenga organismi capaci di rappresentarlo, documentarne i diritti e impedirne la dissoluzione politica.

Le Istituzioni dell’Artsakh non sono separabili dalle persone che rappresentavano. Allo stesso modo, il diritto al ritorno non è separabile dalla tutela delle chiese, dei monasteri, dei cimiteri, dei manoscritti e delle collezioni museali che documentano la presenza armena nella regione.

Nove ex Ministri della Cultura dell’Artsakh – Anahit Hakobyan, Lernik Hovhannisyan, Sergey Shahverdyan, Narine Aghabalyan, Norek Gasparyan, Kamo Atayan, Ashot Ghulyan, Armen Sargsyan e Nelly Voskanyan – hanno perciò indirizzato una lettera aperta al Ministro dell’Istruzione, della Scienza, della Cultura e dello Sport dell’Armenia, Zhanna Andreasyan. Hanno chiesto una valutazione pubblica delle distruzioni, appropriazioni e falsificazioni compiute dall’Azerbaigian; un meccanismo statale per monitorare il patrimonio; iniziative presso le organizzazioni internazionali; la documentazione dello status giuridico delle collezioni museali e l’inserimento della loro restituzione nell’agenda internazionale.

È lo stesso nesso emerso nella recente messinscena organizzata da Hikmet Hajiyev davanti ai diplomatici condotti a Gandzasar e Dadivank. Ne abbiamo riferito negli articoli:

Lo stesso Pashinyan ha definito «inaccettabile e incomprensibile» il comportamento di Hajiyev, ma ha immediatamente richiamato la necessità di non compromettere la pace. Alen Simonyan ha confermato di avere discusso direttamente la questione con il collaboratore di Ilham Aliyev, senza però rivelare se gli abbia esplicitamente contestato la negazione dell’identità armena di Gandzasar. Ha sostenuto che una risposta pubblica più dura potrebbe far sentire meglio gli Armeni per «15 minuti», ma danneggiare i negoziati.

Ne deriva una evidente asimmetria. Hajiyev può condurre circa 150 rappresentanti stranieri nell’Artsakh svuotato, mostrare pagine bianche di riproduzioni museali come presunta prova di una falsificazione armena e presentare monasteri documentatamente armeni come patrimonio dell’Albania caucasica.

La campagna di riscrittura non si è arrestata con la visita organizzata per i diplomatici. Il 17 settembre 2026 l’agenzia di stampa azera APA ha pubblicato un articolo d’opinione dedicato al cosiddetto «patrimonio cristiano dell’Albania caucasica», rilanciando le tesi di Ramil Aghayev, Responsabile del Dipartimento di Storia dell’Atropatene e dell’Albania caucasica presso l’Istituto di Storia ed Etnologia dell’Accademia Nazionale delle Scienze dell’Azerbaigian.

Il contributo presenta esplicitamente Gandzasar – indicato con la forma azera Ganjasar – come uno dei principali monumenti del patrimonio Cristiano dell’Albania caucasica e accusa la parte armena di alterarne l’identità storica. Arriva inoltre a sostenere che le iscrizioni armene presenti nei monumenti avrebbero un valore esclusivamente religioso e non costituirebbero una prova della loro appartenenza culturale armena. Il rilancio, a pochi giorni dalla messinscena di Hajiyev davanti ai rappresentanti stranieri, conferma che non si è trattato di un’affermazione episodica, ma di una narrazione coordinata e persistente, nella quale fonti, iscrizioni e monumenti vengono reinterpretati per recidere il loro legame documentato con la storia e con la Chiesa Apostolica Armena.

All’appello per la tutela del patrimonio armeno si è unito anche Paul Murray, CEO di Save Armenia, che, nell’intervento intitolato They destroyed 108 Armenian churches. Now they’re erasing more, pubblicato il 15 settembre su The Christian Post, ha osservato che il controllo territoriale esercitato dall’Azerbaigian sull’Artsakh/Nagorno-Karabakh non gli conferisce il diritto di riscrivere l’identità del popolo espulso né quella dei luoghi sacri che esso ha lasciato. Murray ha ricordato le iscrizioni armene di Gandzasar e Dadivank e il precedente del Nakhchivan, dove Caucasus Heritage Watch ha documentato la distruzione di 108 monasteri, chiese e cimiteri armeni tra il 1997 e il 2011. Ha quindi chiesto alla comunità internazionale di esigere da Baku un accesso continuativo alla regione per l’UNESCO e per esperti indipendenti, affinché venga realizzato un inventario completo di chiese, monasteri, iscrizioni, manoscritti, khachkar e cimiteri armeni e ne siano salvaguardate l’identità storica e la conservazione. Secondo Murray, le visite guidate e controllate dalle autorità azere non possono sostituire un’osservazione internazionale indipendente.

Anche la Diaspora armena diventa un «ostacolo alla pace»

Un ulteriore elemento è emerso il 17 settembre, quando Hikmet Hajiyev è intervenuto a Dubai in un dibattito organizzato da Euronews nell’ambito dell’Arab Media Summit. L’Assistente del Presidente azero ha associato le cosiddette «forze revansciste» presenti in Armenia alla Diaspora armena, sostenendo che entrambe sarebbero «ancora forti» e cercherebbero di compromettere lo storico processo di pace tra Armenia e Azerbaigian. Non ha tuttavia indicato organizzazioni, iniziative o attività specifiche che dimostrerebbero tale tentativo di interferenza.

“Revanscisti e la diaspora continuano a tentare di far deragliare il processo di pace tra Armenia e Azerbaigian”, così ha dichiarato Hikmet Hajiyev. Invece, il processo di pace è ostacolato da:

  • I prigionieri Armeni ancora illegalmente detenuti in Azerbaigian.
  • II territorio sovrano dell’Armenia ancora occupati dalle forze armate azere.
  • Le dichiarazioni sui monasteri armeni dell’Artsakh, la cui storia viene riscritta per screditarne la natura armena.
  • La distruzione del patrimonio armeno nel territorio dell’Artsakh.
  • Il mancato diritto al ritorno degli sfollati armeni (e la perdita di tutte le loro proprietà).

Hajiyev ha inoltre affermato che il Governo e la leadership armena dovrebbero impegnarsi maggiormente per «preparare il proprio popolo alla pace». «Ora abbiamo vinto la guerra, ma stiamo vincendo anche nella pace, che è una lotta in salita», ha dichiarato. In questa rappresentazione, dunque, non soltanto la continuità delle Istituzioni dell’Artsakh, ma anche l’attività politica e civile delle comunità armene all’estero viene collocata nel campo del cosiddetto revanscismo.

Il riferimento alla Diaspora riguarda direttamente le iniziative descritte in questo articolo. Sono infatti soprattutto le organizzazioni armene all’estero a continuare a chiedere la liberazione dei detenuti, il ritorno sicuro e protetto degli sfollati dell’Artsakh e la salvaguardia del patrimonio religioso e culturale armeno. Trasformare queste richieste in un ostacolo alla pace significa identificare la pace con il silenzio sulle questioni che il processo diplomatico ha lasciato irrisolte. Horizon Media osserva che Hajiyev non ha fornito esempi concreti delle attività della Diaspora che avrebbero lo scopo di compromettere i negoziati.

Nello stesso intervento Hajiyev ha definito il Parlamento Europeo «parte del problema» e ha accusato anche alcuni media occidentali di diffondere disinformazione. Ha contemporaneamente assicurato che l’Azerbaigian sarebbe impegnato a preservare il patrimonio Cristiano presente nel proprio territorio, «indipendentemente dalla sua appartenenza», perché parte del patrimonio culturale del Paese. L’affermazione assume un significato particolare dopo la presentazione di Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica e di fronte alle distruzioni e alterazioni del patrimonio armeno documentate nell’Artsakh. Il resoconto completo delle dichiarazioni è stato rilanciato anche dall’agenzia azera Report.az.

La risposta di Erevan viene invece calibrata parola per parola, affinché la difesa dell’identità armena non entri in conflitto con il processo di pace.

Contemporaneamente, nei confronti delle Istituzioni dell’Artsakh e degli sfollati che si trovano in Armenia vengono annunciate le «misure più dure».

Una pace che non cancelli gli Armeni dell’Artsakh

Il 16 settembre abbiamo raccontato la nascita della Casa digitale della cultura dell’Artsakh nell’articolo L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso.

Quell’archivio conserva dialetti, musica, riti, testimonianze, fotografie e saperi tradizionali. La Rappresentanza di Erevan dell’Artsakh conserva invece una continuità politica e istituzionale. Le famiglie degli sfollati conservano il legame con case, villaggi e cimiteri. I monasteri e le iscrizioni conservano la storia che Baku tenta di riscrivere. Sono forme diverse della stessa resistenza alla cancellazione.

Il problema non consiste nell’istituire «un secondo Stato» entro i confini dell’Armenia. Consiste nello stabilire se la pace debba richiedere agli Armeni dell’Artsakh di rinunciare, uno dopo l’altro, al ritorno, alle Istituzioni, alla rappresentanza, alla memoria e infine alla propria identità collettiva.

A Washington dodici parlamentari hanno ricordato che una pace senza giustizia, senza liberazione dei detenuti e senza ritorno degli sfollati non può considerarsi compiuta. A Erevan il governo minaccia invece le residue Istituzioni che continuano a rappresentare proprio quelle persone.

La distanza tra queste due posizioni non è soltanto politica. Riguarda la domanda fondamentale che attraversa tutta la vicenda dell’Artsakh: la pace dovrà proteggere i diritti di un popolo espulso oppure limitarsi a rendere irreversibili le conseguenze della sua espulsione?

Dopo l’espulsione di 120.000 armeno, L’Azerbaigian demolisce i templi cristiani e “reiterpreta” i monsateri (Informazione Cattolica 17.09.26)

RISCRITTURA DELLA STORIA  CRISTIANA ARMENA NEL NAGORNO KARABAKH ISLAMICO

L’Azerbaigian ha mostrato a 150 diplomatici i monasteri di Gandzasar e Dadivank presentandoli come eredità di un cristianesimo «albano». Tuttavia, le loro pietre, incise con iscrizioni armene del XIII secolo, raccontano un’altra storia.

I monasteri medievali di Gandzasar e Dadivank, due dei più grandi santuari della cristianità armena, sono stati presentati dal governo dell’Azerbaigian a oltre un centinaio di diplomatici stranieri come vestigia di un’altra tradizione: l’antico «cristianesimo albano del Caucaso».

Questa reinterpretazione rientra in una strategia deliberata per cancellare l’eredità religiosa e culturale armena dalla regione, come denuncia un’analisi di Paul Murray, leader  cristiano impegnato nella difesa della libertà religiosa.

Murray sostiene che questa politica si è intensificata a seguito dell’offensiva militare azera del settembre 2023 e dell’esodo di oltre 120.000 armeni dal territorio che essi denominano Artsakh.

Materiale di consultazione geografica

A suo avviso, la strategia non si limita alla conservazione o alla distruzione fisica dei monumenti, ma altera la reinterpretazione stessa della loro storia.

Il governo del presidente Ilham Aliyev ha organizzato una visita ufficiale nel Nagorno Karabakh a cui hanno preso parte circa 150 rappresentanti diplomatici provenienti da 58 Paesi e istituzioni internazionali.

Durante la visita a Gandzasar e Dadivank, le autorità azere hanno presentato entrambi i complessi come monumenti del  cristianesimo albano del Caucaso, una tradizione cristiana medievale che l’Azerbaigian rivendica come parte del proprio patrimonio storico.

La tradizione storica armena, al contrario, considera entrambi i monasteri patrimonio della Chiesa Apostolica Armena.

Le autorità azere sostengono invece che siano stati gli armeni a modificare questi edifici nel tempo.

A smentire la tesi azera sono le iscrizioni in lingua armena conservate nel monastero di Gandzasar, tra cui una risalente al XIII secolo firmata dal principe Hasan Jalal, che documenta l’edificazione e la consacrazione del tempio nel 1240.

Cristianesimo

Dadivank, da parte sua, custodisce elaborati khachkar — le tradizionali croci scolpite nella pietra tipiche dell’arte sacra armena — e iscrizioni che attestano il legame diretto di entrambi i complessi con la Chiesa Apostolica Armena.

Questa strategia ha un precedente preciso nella regione. Tra il 1997 e il 2011, secondo la documentazione dell’organizzazione Caucasus Heritage Watch, è stato distrutto il 98% del patrimonio armeno nell’enclave del Naxçıvan, con la perdita di 108 chiese, monasteri e cimiteri storici.

Il monitoraggio satellitare conferma che lo stesso scenario si sta ripetendo nel Nagorno Karabakh.

La località di Karintak è stata praticamente rasa al suolo, mentre a Stepanakert sono stati demoliti due templi armeni, tra cui la cattedrale della Santa Madre di Dio, consacrata nel 2019. A Shushi è stata inoltre verificata la distruzione di un cimitero con tombe medievali e del XIX secolo.

Di fronte a questi eventi, diversi leader ed esperti hanno rivolto un appello urgente alle istituzioni internazionali affinché esigano dall’Azerbaigian l’accesso immediato dell’Unesco e di osservatori indipendenti. Chiedono inoltre un inventario completo che documenti e garantisca la salvaguardia di chiese, manoscritti, iscrizioni e cimiteri di una comunità millenaria che, dopo la propria espulsione, vede minacciata la testimonianza storica della propria fede cristiana.

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«Siete pronti a dire che Gandzasar è armeno?» La messinscena di Hajiyev diventa un boomerang (Korazym 17.09.26)

Il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan è intervenuto sulla falsificazione dell’identità di Gandzasar durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo. Pur non pronunciando la formula diretta «Gandzasar è armeno», richiesta dalla deputata Lena Matevosyan, Pashinyan ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso il Direttore del Matenadaran, ha attestato l’origine armena del monastero. Ha inoltre definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto da Hikmet Hajiyev, ribadendo nello stesso tempo la necessità di continuare a tutelare la pace.

«Siete pronti a dire pubblicamente che Gandzasar è armeno?»: la domanda rivolta dalla deputata dell’opposizione Anna Grigoryan al Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale armena Ruben Rubinyan ha portato nell’aula parlamentare ciò che per giorni il governo di Erevan aveva evitato di pronunciare con chiarezza.

Non si tratta di una domanda accademica. L’11 e 12 settembre 2026 circa 150 rappresentanti del corpo diplomatico accreditato in Azerbaigian, provenienti da 58 Paesi e 9 organizzazioni internazionali, sono stati accompagnati da Hikmet Hajiyev nell’Artsakh occupato e svuotato della sua popolazione armena.

Abbiamo seguito la vicenda negli articoli:

Le reazioni dimostrano che l’operazione propagandistica dell’Assistente del Presidente azero Ilham Aliyev e Capo del Dipartimento per gli affari di politica estera dell’Amministrazione presidenziale, concepita per mostrare ai diplomatici una storia già riscritta, si è trasformata almeno in parte in un boomerang.

«Gandzasar è armeno?»

Anna Grigoryan ha ricordato in Parlamento che Hajiyev aveva presentato Gandzasar e Dadivank come monumenti dell’Albania caucasica e aveva mostrato con tono derisorio le pagine bianche di alcune riproduzioni museali, trasformandole in una presunta prova della falsificazione armena.

La deputata ha quindi chiesto a Rubinyan se fosse disposto ad affermare pubblicamente l’identità armena di Gandzasar.

Il Vicepresidente dell’Assemblea Nazionale non ha pronunciato quella formulazione diretta, ma ha definito infondate le dichiarazioni azere, osservando che esse non contribuiscono alla pace e non sono utili nel contesto del processo in corso. Ha poi aggiunto che è comunque positivo che le controversie siano oggi espresse attraverso discussioni di questo genere e non mediante scontri armati.

La risposta riconosce la falsità della ricostruzione proposta da Hajiyev, ma mostra anche il limite politico della linea governativa: persino davanti alla negazione dell’identità di un monastero armeno del XIII secolo, ogni parola viene subordinata alla necessità di non disturbare la narrazione della «pace raggiunta».

Il Matenadaran smonta la messinscena delle pagine bianche

La risposta più precisa non è arrivata dal Ministero degli Esteri, ma dal Matenadaran di Erevan [*].

Il Direttore Ara Khzmalyan ha spiegato che i volumi mostrati da Hajiyev non erano manoscritti originali, bensì riproduzioni di alta qualità realizzate appositamente per l’esposizione nella sede di Gandzasar. In assenza dei necessari sistemi di sicurezza, conservazione, temperatura e umidità, gli originali non erano mai stati trasferiti stabilmente nel monastero.

Nelle copie museali venivano riprodotte soltanto le aperture destinate all’esposizione, mentre le pagine successive rimanevano intenzionalmente bianche. «Non abbiamo pagine bianche nei nostri manoscritti o nella nostra storia», ha risposto Khzmalyan, invitando diplomatici e studiosi a esaminare gli originali conservati a Erevan.

La ricostruzione è stata ulteriormente precisata dal conservatore Khachik Harutyunyan: per la sede di Gandzasar, inaugurata nel 2015, erano state prodotte oltre cento copie. La maggior parte fu trasferita in Armenia durante la guerra del 2020; circa trenta rimasero nel complesso.

Tra i manoscritti collegati alla raccolta di Gandzasar figura il cosiddetto Vangelo del Vehapar, datato al 909. Nel filmato diffuso da Baku compare inoltre la copia di un manoscritto redatto nel 1232 e portato nell’Artsakh all’inizio del XIV secolo, conosciuto come Vangelo di Targmanchats. Il Matenadaran ha mostrato pubblicamente gli originali e le corrispondenti riproduzioni, rendendo evidente l’artificio della dimostrazione inscenata davanti ai diplomatici.

Lernik Hovhannisyan, già Ministro della Cultura della Repubblica di Artsakh, ha ricordato a sua volta che i manoscritti e i libri di maggiore valore erano stati messi in sicurezza durante la guerra dei 44 giorni del 2020. I diplomatici presenti, ha osservato, avrebbero dovuto conoscere la storia della raccolta e comprendere perché a Gandzasar fossero rimaste soltanto copie.

La cauta correzione di Magdalena Grono

Alla visita organizzata da Baku aveva partecipato anche Magdalena Grono, Rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Caucaso meridionale e la crisi in Georgia. Dopo il tour aveva scritto che permanevano «narrazioni profondamente divergenti», anche sull’origine di alcuni siti. La formulazione poneva sullo stesso piano la documentata identità armena di Gandzasar e la reinterpretazione politica promossa dall’Azerbaigian.

Il 14 settembre Grono è stata accompagnata dal Vice Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale armeno Vahan Kostanyan al Matenadaran, dove ha potuto vedere gli originali, conoscere le tecniche di riproduzione museale e ascoltare la spiegazione degli studiosi.

Successivamente ha precisato ad Armenpress di non contestare «la passata presenza armena e la ricca impronta» lasciata nel Karabakh e ha dichiarato che tale patrimonio deve essere conservato senza indebite manipolazioni politiche. Ha inoltre riconosciuto che la tutela del patrimonio culturale è una componente essenziale del processo di pace e un valore fondamentale dell’Unione Europea. È una precisazione importante, provocata proprio dalle reazioni alla visita. Ma rimane prudente: Grono parla di una presenza armena «passata» e di narrazioni contrapposte, senza affermare direttamente che Gandzasar è un monastero armeno né denunciare la falsificazione presentata da Hajiyev.

Mirzoyan: abbiamo fatto quanto necessario

Il Ministro degli Esteri e del Commercio Internazionale armeno Ararat Mirzoyan è stato interrogato da Azatutyun sul mancato comunicato ufficiale del suo dicastero. Ha risposto che esistono istituzioni più specializzate, che il Ministero aveva mantenuto contatti con il Matenadaran e che la posizione e le iniziative di quest’ultimo erano ritenute soddisfacenti. Ha richiamato anche la visita di Grono, lasciando agli osservatori la possibilità di giudicare le misure adottate «sufficienti, appropriate e proporzionate». Mirzoyan ha comunque riconosciuto che il comportamento dell’Azerbaigian non rafforza la pace e alimenta valutazioni meno ottimistiche sul suo futuro.

Fino all’intervento del Primo Ministro, il problema politico rimaneva irrisolto. Di fronte a una falsificazione promossa da un alto funzionario del regime di Aliyev davanti a rappresentanti internazionali, Erevan aveva delegato la risposta a un istituto scientifico. Il Matenadaran aveva fatto magnificamente il proprio lavoro. Ma un archivio di manoscritti non poteva sostituire la politica estera di uno Stato.

Pashinyan interviene, ma non pronuncia la formula richiesta

Nel pomeriggio del 16 settembre, anche il Primo Ministro Nikol Pashinyan è intervenuto sulla vicenda durante la sessione di interrogazioni fra Assemblea Nazionale e Governo.

Lena Matevosyan, deputata della fazione Armenia Forte, ha ricordato il tentativo di Hikmet Hajiyev di alterare il fatto dell’appartenenza armena di Gandzasar e ha invitato Pashinyan a salire alla tribuna per dichiarare pubblicamente: «Gandzasar è armeno».

Il Primo Ministro non ha ripetuto la formula richiesta, ma ha assunto una posizione più esplicita di quelle espresse fino a quel momento dagli altri rappresentanti del governo. Ha affermato che, per stabilire l’origine di un manoscritto o del complesso monastico menzionato nelle fonti, occorre rivolgersi ai testi originali. La Repubblica di Armenia, ha aggiunto, ha già risposto attraverso il Direttore del Matenadaran, indicato come la figura istituzionale più competente in materia, e in questo modo «ha attestato l’origine armena di Gandzasar».

Pashinyan ha giudicato inutile porsi l’obiettivo di dimostrare questa realtà all’Azerbaigian, definendolo un compito privo di senso e irrealizzabile, che comunque non cambia ciò che Gandzasar rappresenta per gli Armeni. Ha quindi definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto dal funzionario azero.

Alla condanna ha però fatto immediatamente seguire il richiamo alla pace. Secondo il Primo Ministro, la pace ormai stabilita costituisce un valore sia per l’Armenia sia per l’Azerbaigian e deve essere trattata con cura da entrambe le parti. Distruggerla sarebbe facile, ha avvertito; per ritornare allo stesso punto potrebbero invece occorrere altri trent’anni.

L’intervento segna dunque un cambiamento rispetto al silenzio iniziale: il Capo del Governo armeno ha riconosciuto come posizione della Repubblica di Armenia l’origine armena di Gandzasar e ha condannato il comportamento di Hajiyev. Rimane tuttavia significativa la scelta di non pronunciare direttamente la frase richiesta dalla deputata e di affidare ancora una volta la risposta sostanziale al Matenadaran, collocando immediatamente la questione entro i limiti imposti dalla tutela del processo di pace.

«Nessuno pensi che ci sarà la pace»

L’ex Ambasciatore con incarichi speciali Edmon Marukyan ha chiesto al Primo Ministro Nikol Pashinyan e al Ministro degli Esteri Ararat Mirzoyan di dichiarare pubblicamente che Gandzasar è armeno, pretendere dall’Azerbaigian la cessazione degli attacchi contro il patrimonio e inviare note formali di protesta alle ambasciate rappresentate nel tour.

Secondo Marukyan, la riscrittura della storia non deve essere considerata separatamente dalle rivendicazioni territoriali avanzate da Baku contro la Repubblica di Armenia. Essa contribuirebbe a costruire una base politica, militare e pseudogiuridica per future pretese. Il suo avvertimento è netto: «Nessuno pensi che ci sarà la pace. Non ci sarà». Non perché la pace non sia necessaria, ma perché non può esistere una pace stabile mentre uno dei contraenti cancella la storia dell’altro e prepara nuove rivendicazioni proprio attraverso tale cancellazione.

La condanna della Chiesa Apostolica Armena

La Santa Sede di Etchmiadzin ha condannato fermamente le dichiarazioni di Hajiyev e il suo atteggiamento derisorio nei confronti del patrimonio spirituale e culturale armeno. Secondo Etchmiadzin, il viaggio propagandistico mirava a fuorviare la comunità internazionale, coinvolgendo diplomatici e rappresentanti di organizzazioni internazionali nella diffusione di falsificazioni. La Santa Sede di Etchmiadzin ha chiesto alle autorità armene misure efficaci e agli Stati amici e alle istituzioni internazionali un impegno concreto contro l’ulteriore distruzione e appropriazione del patrimonio cristiano armeno.

Sua Santità Aram I, Catholicos della Grande Casa di Cilicia, ha parlato di una «terribile distorsione della storia» compiuta davanti agli occhi del mondo. Ha denunciato la passività di coloro che assistevano mentre chiese e monumenti secolari venivano privati della loro identità armena e ha collegato quanto avvenuto alla disunione e alla miopia politica degli Armeni. Il suo monito va oltre Gandzasar: «Speriamo e preghiamo che parti dell’Armenia “reale” non subiscano il destino di Shushi sotto il falso velo della pace».

Il 15 settembre è intervenuto anche il Patriarcato armeno di Gerusalemme. Nel suo comunicato ha accusato il regime di Aliyev di aver organizzato una rappresentazione selettiva, utilizzando copie museali come argomento contro l’identità cristiana armena di Gandzasar. Ha richiamato i diplomatici alla responsabilità di verificare le informazioni ricevute e ha rivolto una critica altrettanto severa al governo armeno, accusato di silenzi e mezze misure. Il Patriarcato ha ricordato che l’eredità cristiana armena è documentata da manoscritti, iscrizioni e raccolte conservate non soltanto al Matenadaran, ma anche presso la British Library, la Bodleian Library di Oxford, la Bibliothèque nationale de France, le biblioteche mechitariste di Venezia e Vienna e il Metropolitan Museum of Art.

Non occorre una campagna di lobbying per dimostrare ciò che secoli di storia, pietre, manoscritti e ricerca indipendente hanno già documentato.

 

La società civile interpella i diplomatici

Una dichiarazione sottoscritta da organizzazioni della società civile armena ha denunciato il rischio che la partecipazione internazionale al tour legittimi la cancellazione etnica e culturale dell’Artsakh. Il documento pubblicato da Protection of Rights without Borders chiede a governi e organizzazioni internazionali misure concrete per la tutela del patrimonio.

L’Armenian Federation in Sweden ha indirizzato una lettera aperta a Magdalena Grono, all’Incaricata d’affari statunitense Amy Carlon, all’Ambasciatrice francese Sophie Lagoutte e all’Ambasciatrice messicana María Victoria Romero Caballero.

La domanda è semplice: perché nessuno ha chiesto che cosa rappresentassero realmente le pagine bianche? Perché non sono state richieste fonti indipendenti? E perché una lettura politicamente orientata della storia è stata lasciata senza contraddittorio?

La diplomazia richiede compromessi. Non richiede di rinunciare ai fatti.

Amy Carlon balla a Shushi dopo l’espulsione degli Armeni

Nel medesimo viaggio era presente Amy Carlon, Incaricata d’affari dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Azerbaigian. Il video di Operativ Media diffuso da The Azeri Times la mostra mentre balla a Shushi sulle note di una musica tradizionale presentata dal media azero come «nazionale». La didascalia celebra la scena nella città che Baku chiama «liberata» e denomina Shusha.

 

Secondo il resoconto pubblicato da APA l’11 settembre 2026, durante il tour dell’11 settembre organizzato dal Ministero degli Esteri azero per i capi delle missioni diplomatiche a Baku, Carlon dichiarò che erano in corso «numerosi sviluppi» nelle relazioni fra Stati Uniti e Azerbaigian. Indicò la prevista partecipazione di aziende statunitensi all’Azerbaijan Defense Exhibition e l’arrivo di altre delegazioni, esprimendo soddisfazione per la prosecuzione della cooperazione nel quadro del partenariato strategico. Affermò inoltre che la sospensione delle restrizioni previste dalla Sezione 907 del FREEDOM Support Act era stata assicurata per l’anno successivo e ribadì l’impegno statunitense a lavorare con Baku in tale direzione.

Il resoconto di APA non contiene invece alcun riferimento a Gandzasar, alla contestata riscrittura del patrimonio cristiano armeno, agli abitanti espulsi nel settembre 2023 o al loro diritto al ritorno. L’omissione acquista un rilievo particolare perché quelle dichiarazioni sulla cooperazione strategica e sulla partecipazione statunitense a una fiera della difesa furono rese nel corso della stessa visita utilizzata dalle autorità azere per presentare ai diplomatici la propria narrazione dell’Artsakh.

Il 14 settembre l’Ambasciata degli Stati Uniti a Baku ha pubblicato su X una propria presentazione ufficiale della visita, ripresa dall’agenzia azera Report.az. Nel testo si afferma che Carlon aveva partecipato al viaggio organizzato dal Ministero degli Esteri azero a «Khankendi» e «Shusha», adottando le denominazioni utilizzate da Baku. L’Ambasciata elencava il complesso ferroviario e degli autobus, un centro culturale, il Parco della Vittoria, lo stadio, l’Università del Karabakh e una fabbrica di abbigliamento; a Shushi indicava due moschee, la piazza centrale, il Centro della Creatività e le mura storiche della fortezza. La visita veniva presentata come occasione per conoscere il «patrimonio culturale» e il «progresso economico» della regione e come dimostrazione delle opportunità offerte dalla pace nei campi della connettività, del commercio, degli investimenti e della prosperità.

Nella comunicazione ufficiale non compaiono però Gandzasar, l’identità armena del patrimonio visitato, l’espulsione della popolazione dell’Artsakh o il suo diritto al ritorno. Non vi compare neppure la parola «armeno».

Il filmato ha provocato una dura reazione dell’Armenian National Committee of America. Il Direttore esecutivo dell’ANCA Aram Hamparian ha accusato la diplomatica di «celebrare la pulizia etnica» e il Dipartimento di Stato di normalizzare quanto avvenuto nell’Artsakh. La stessa critica è stata ripresa da organizzazioni e attivisti della diaspora armena. Si tratta di una denuncia politica che nasce dal contrasto fra l’immagine festosa e l’assenza degli abitanti Armeni costretti ad abbandonare Shushi e l’intero Artsakh.

Non risulta, al momento, una protesta diplomatica formale né una replica pubblica dell’Ambasciata statunitense alle accuse. Il punto, tuttavia, non è il ballo considerato isolatamente: è il significato che quel gesto assume durante un viaggio ufficiale costruito dalla parte che controlla il territorio, in una città dalla quale la popolazione armena è stata espulsa e della cui precedente presenza la rappresentazione offerta ai diplomatici tende a cancellare le tracce.

«Molto impressionata» dalle ricostruzioni. Ma ricostruzioni per chi?

Un caso particolare riguarda Sophie Lagoutte. L’11 settembre Ambasciatore di Francia in Azerbaigian ha dichiarato all’agenzia azera APA di essere «molto impressionata» dall’ampiezza dei lavori di ricostruzione realizzati dall’Azerbaigian, definendo la visita utile e istruttiva.

La frase è stata pronunciata mentre i diplomatici attraversavano città dalle quali la popolazione armena era stata costretta a fuggire nel settembre 2023. Nel giro di pochi giorni, oltre 100.000 Armeni furono costretti a lasciare un territorio rimasto senza la propria popolazione autoctona.

L’Association de soutien à l’Artsakh ha risposto chiedendo: «Una ricostruzione, ma per chi?». Nel suo comunicato, ripreso da Nouvelles d’Arménie, il rappresentante dell’Artsakh Hovhannes Guevorkian ha richiamato la Francia alla coerenza con il diritto al ritorno degli Armeni, più volte sostenuto dal Presidente Emmanuel Macron.

Ammirare la trasformazione edilizia di Stepanakert senza parlare dei suoi abitanti espulsi significa contemplare la scenografia evitando accuratamente di chiedere che cosa sia accaduto prima che venisse montata.

Da Washington: diritto al ritorno e liberazione degli ostaggi

La questione dell’Artsakh è stata portata in queste stesse ore anche al Congresso degli Stati Uniti. Oltre cento attivisti armeno-americani, provenienti da più di 30 Stati, hanno partecipato agli ANCA Advocacy Days a Capitol Hill, con oltre 150 incontri e visite programmate presso tutti i 435 uffici della Camera dei Rappresentanti e i 100 uffici del Senato.

L’iniziativa, promossa dall’Armenian National Committee of America (ANCA) insieme alle sue strutture delle regioni orientale e occidentale e a più di 50 sezioni locali, ha posto ai legislatori un’agenda precisa: rafforzare la sicurezza e la sovranità dell’Armenia; porre fine all’assistenza militare statunitense all’Azerbaigian mediante l’applicazione della Sezione 907 del FREEDOM Support Act; ottenere la liberazione degli ostaggi armeni detenuti a Baku, compresi ex Presidenti, Ministri degli Esteri e dirigenti parlamentari dell’Artsakh, ormai da oltre mille giorni in custodia; chiamare l’Azerbaigian a rispondere delle violazioni dei diritti umani e dei crimini di guerra; garantire il diritto al ritorno della popolazione dell’Artsakh espulsa con la forza; ampliare l’insegnamento del Genocidio Armeno nelle scuole statunitensi.

Il comunicato dell’ANCA collega dunque ciò che la messinscena di Gandzasar tenta di separare: la cancellazione del patrimonio, l’espulsione del suo popolo, la detenzione dei suoi rappresentanti e il diritto degli Armeni dell’Artsakh a tornare nella propria terra. In assenza di una decisione del governo statunitense o del Congresso, questa mobilitazione impedisce almeno che questi temi vengano archiviati dietro la retorica della normalizzazione.

Il boomerang di Hajiyev

Hikmet Hajiyev voleva mostrare a 150 rappresentanti stranieri che le pagine bianche dimostravano una falsificazione armena. Ha ottenuto l’effetto contrario.

Il Matenadaran ha mostrato gli originali. La Rappresentante speciale dell’Unione Europea è stata costretta a precisare di non negare la presenza armena. La Chiesa Apostolica Armena ha condannato la messinscena. Il video di Amy Carlon a Shushi ha reso visibile la distanza tra la narrazione ufficiale del viaggio e l’assenza della popolazione armena espulsa. Deputati, diplomatici, studiosi, organizzazioni della società civile e attivisti armeno-americani hanno trasformato Gandzasar e la cancellazione dell’Artsakh in una questione pubblica internazionale.

Il boomerang, tuttavia, non è completo. Alla mobilitazione politica e civile non corrispondono ancora scuse dei diplomatici, proteste formali dei governi rappresentati o una chiara condanna internazionale della falsificazione.

Il silenzio del governo armeno è stato almeno in parte interrotto. Nikol Pashinyan ha affermato che la Repubblica di Armenia, attraverso la risposta del Direttore del Matenadaran, ha attestato l’origine armena di Gandzasar e ha definito «inaccettabile e incomprensibile» quanto compiuto da Hajiyev. Non ha tuttavia pronunciato la formula diretta richiesta in Parlamento, «Gandzasar è armeno», e ha ricondotto immediatamente la condanna entro la necessità di continuare a proteggere la pace. È un passo politico significativo, ma conserva la prudenza, che ha caratterizzato fin dall’inizio la risposta governativa.

Intanto, come abbiamo riferito il 16 settembre nell’articolo L’Artsakh cancellato dalle mappe e custodito nella memoria. Mentre Aliyev rilancia le accuse contro gli Armeni, nasce l’archivio digitale di un popolo espulso, a Erevan è stata presentata la Casa digitale della cultura dell’Artsakh, un archivio destinato a raccogliere dialetti, folklore, musica, rituali, conoscenze tradizionali, fotografie, filmati e registrazioni sonore. È una risposta concreta alla cancellazione: se Baku tenta di riscrivere la memoria dell’Artsakh dopo averne espulso il popolo, quella memoria deve essere documentata, conservata e resa accessibile.

Perché la pace non si costruisce sulle pagine lasciate intenzionalmente bianche. E neppure su quelle della storia che qualcuno vorrebbe strappare.

[*] Matenadaran, termine che in armeno antico significa «biblioteca», è la denominazione corrente dell’Istituto Mesrop Mashtots dei manoscritti antichi, istituzione culturale di Erevan che conserva una vasta collezione di manoscritti in lingua armena e in numerose altre lingue.

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Amb. Ferranti incontra direttore Teatro Accademico armeno dell’Opera e del Balletto (Ansa 17.09.26)

(ANSA) – ROMA, 17 SET – Per fare il punto sulla collaborazione artistica e culturale tra Italia e Armenia nel e approfondire le prospettive di ulteriore cooperazione tra il Teatro armeno e le realtà italiane del settore, l’ambasciatore d’Italia a Jerevan ,Alessandro Ferranti, si è recato in visita presso il Teatro Nazionale Accademico Armeno dell’Opera e del Balletto. Il Direttore, il Maestro Karen Durgaryan, ha illustrato all’ambasciatore Ferranti i principali progetti futuri del Teatro, con particolare riferimento alle nuove iniziative di collaborazione con l’Italia.Dopo il grande successo riscosso lo scorso marzo a Jerevan dalla messa in scena de I Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, frutto del lavoro congiunto con le maestranze del Teatro alla Scala di Milano, sono infatti già in corso i lavori per portare in scena, nel corso del prossimo anno, Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, proseguendo la collaborazione con le professionalità scaligere. E’stata poi sottolineata la crescente presenza italiana all’interno del Teatro. Accanto alla ballerina Sofia Pagani e all’oboista Lia Scalas, che proseguono rispettivamente la propria attività nel Corpo di Ballo e nell’Orchestra, da quest’anno entrano a far parte del Corpo di Ballo anche due nuovi artisti italiani, Vincenzo Petronzi e Priscilla Volpe.
Inoltre, nel settore della gestione e delle relazioni internazionali, Vera Van der Heiden, studentessa del Global Master in Performing Arts Management dell’Accademia Teatro alla Scala, svolgerà un periodo di applicazione presso il Dipartimento Relazioni Internazionali del Teatro. Il Master, realizzato dall’Accademia Teatro alla Scala in collaborazione con il Politecnico di Milano, beneficia anche del sostegno del Ministero degli Esteri.
L’incontro, spiega l’ambasciata d’Italia, ha confermato “il crescente dinamismo delle relazioni culturali tra Italia e Armenia e il ruolo privilegiato della musica, dell’opera e della danza quali strumenti di dialogo e di reciproca conoscenza”.
E’stato inoltre ribadito ” il comune impegno a promuovere nuove occasioni di scambio e collaborazione e a rafforzare ulteriormente la presenza italiana nella vita artistica e culturale del Teatro”. (ANSA).

Armenia e Azerbaijan non hanno più bisogno della mediazione russa (L’Inkiesta 17.09.26)

Per trent’anni la Russia è stata indispensabile nel Caucaso meridionale, perché Armenia e Azerbaijan non riuscivano a fare a meno della sua mediazione. Mosca vendeva armi, garantiva la sicurezza armena, negoziava tregue e dal 2020 aveva schierato quasi duemila peacekeeper nel Nagorno-Karabakh. La mancata soluzione definitiva del conflitto non era necessariamente un problema per il Cremlino: finché Erevan e Baku restavano incapaci di stabilizzare da soli i loro rapporti, la presenza russa conservava una funzione.

Oggi quella funzione si sta indebolendo. L’allontanamento dell’Armenia di Nikol Pashinyan da Mosca è ormai evidente, ma la novità è che Erevan e Baku stanno anche provando a costruire un rapporto che abbia sempre meno bisogno di un arbitro esterno. Se la normalizzazione proseguirà, per Vladimir Putin il problema non sarà soltanto perdere influenza su un vecchio alleato, ma vedere erodersi il meccanismo attraverso cui la Russia era riuscita a mantenersi centrale nella regione.

Lo si è visto con particolare chiarezza all’inizio di settembre a Bishkek, a margine del vertice della Shanghai Cooperation Organization. Putin ha riconosciuto che l’aspirazione armena a entrare nell’Unione europea è un diritto sovrano del Paese, aggiungendo però che quella scelta creerebbe difficoltà con la permanenza nell’Unione economica eurasiatica, potrebbe cancellare alcuni dei vantaggi commerciali di cui Erevan gode e spezzare catene economiche consolidate. Mosca vuole quindi sapere quale strada intenda prendere l’Armenia.

Alla vigilia delle elezioni parlamentari di giugno, del resto, la pressione era stata più esplicita. La Russia aveva imposto restrizioni a diversi prodotti armeni e minacciato di sospendere le condizioni agevolate per le forniture di gas e prodotti petroliferi se Erevan avesse proseguito sulla strada dell’integrazione europea. Pashinyan ha comunque vinto le elezioni con il 49,81 percento dei voti, conservando la maggioranza parlamentare, mentre gli osservatori internazionali hanno accusato Mosca di aver cercato di condizionare il voto attraverso minacce pubbliche e misure commerciali.

La Russia mantiene un peso economico e strategico considerevole in Armenia, che continua a dipendere dal Cremlino per gran parte delle proprie forniture energetiche, ma la capacità di trasformare questa dipendenza in influenza politica appare meno efficace di qualche anno fa.

All’origine di questa trasformazione c’è soprattutto il Nagorno-Karabakh e quello che, a posteriori, appare come uno degli errori strategici di Putin nella regione: avere sottovalutato quanto l’influenza russa sull’Armenia dipendesse dalla credibilità delle sue garanzie di sicurezza. Erevan aveva accettato per anni una relazione fortemente asimmetrica con Mosca anche in cambio di quella protezione, aderendo alla Csto e ospitando la base militare russa di Gyumri.

L’invasione dell’Ucraina accelerò la rottura, assorbendo risorse e attenzione russe mentre l’Azerbaijan, sostenuto dalla Turchia, diventava più assertivo. Nel 2022 Erevan accusò la Csto di non aver fornito l’assistenza richiesta durante gli scontri sul territorio armeno; nel settembre successivo Baku riconquistò il Nagorno-Karabakh con una rapida offensiva che i peacekeeper russi non fermarono, provocando l’esodo di quasi tutta la popolazione armena della regione.

Putin sottovalutò le conseguenze politiche di quella passività. Venuta meno la credibilità della protezione russa, Pashinyan congelò la partecipazione armena alla Csto e cominciò a diversificare i rapporti di sicurezza e cooperazione; nel 2024 anche i peacekeeper russi lasciarono il Karabakh in anticipo sulla scadenza prevista. La distrazione russa, accentuata dalla guerra in Ucraina, ha così contribuito a un nuovo equilibrio: Baku ha modificato lo status quo militare ed Erevan ha iniziato a cercare altrove le garanzie che Mosca non era più riuscita a fornirle.

Su queste basi ha preso forma anche la normalizzazione tra Armenia e Azerbaijan. Dopo decenni di conflitto, nell’agosto 2025 i due Paesi hanno siglato a Washington il testo dell’accordo di pace e da allora la stabilità lungo il confine ha sostanzialmente retto. Il processo resta incompleto: manca ancora la firma definitiva, Baku continua a chiedere modifiche alla Costituzione armena e rimangono aperte le questioni sui detenuti armeni e sulle conseguenze dell’offensiva del 2023. Ma il dato geopolitico è che Erevan e Baku stanno cercando di stabilizzare i loro rapporti in un contesto nel quale Mosca non possiede più il monopolio della mediazione.

Il nuovo assetto potrebbe assumere anche una dimensione materiale con la Tripp, il progetto sostenuto dagli Stati Uniti che dovrebbe attraversare l’Armenia meridionale e collegare l’Azerbaijan al Nakhchivan e quindi alla Turchia. La connessione opererà sul territorio armeno nel rispetto della sovranità e della giurisdizione di Erevan e dovrebbe inserirsi nella più ampia rotta commerciale transcaspica. Se realizzata, contribuirebbe a ridurre l’isolamento geografico che per decenni ha rafforzato la dipendenza armena dalla Russia, inserendo il Caucaso nelle rotte tra Europa, Caspio e Asia centrale che evitano il territorio russo.

Anche l’Unione europea si sta muovendo in questa direzione, investendo nei collegamenti con l’Armenia e nelle infrastrutture del corridoio transcaspico. Dopo le restrizioni russe contro i prodotti armeni, il Consiglio dell’Ue ha approvato il 2 settembre misure temporanee che, una volta completato l’iter legislativo, liberalizzeranno circa l’ottanta per cento delle esportazioni armene verso il mercato europeo. Per Bruxelles l’opportunità consiste nel favorire un ordine regionale nel quale la dipendenza da Mosca diminuisca perché aumentano le alternative. Una frontiera aperta tra Armenia e Azerbaijan, nuove infrastrutture verso la Turchia e il Caspio e un maggiore accesso al mercato europeo non cancellerebbero del tutto l’influenza russa, ma ne ridurrebbero il carattere obbligato.

Il processo resta fragile e l’Armenia è ancora profondamente legata all’economia russa. Ma è forse questa la conseguenza più importante dell’errore commesso da Putin nel Caucaso mentre concentrava la propria attenzione sull’Ucraina: se la pace con l’Azerbaijan riuscirà a consolidarsi attraverso commercio e infrastrutture, la perdita per il Cremlino non sarà soltanto l’allontanamento di Erevan, ma la progressiva riduzione della necessità stessa della presenza russa nella regione.

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Un nuovo trionfo internazionale per il documentario “Echoes of Identity” (La Provincia 17.09.26)

Il cammino internazionale del documentario “Echoes of Identity Across Borders – Il Monferrato in dialogo con l’Armenia” si arricchisce di un nuovo importante traguardo. La pellicola, diretta dal regista Alessio Mattia, ha infatti conquistato l’Exceptional Merit Award al Docs Without Borders Film Festival (DWBFF), festival cinematografico dedicato al cinema documentario con sede nello Stato di New York.

Questo riconoscimento d’oltreoceano conferma il valore di un’opera nata con l’obiettivo di mettere in dialogo il territorio del Monferrato e la cultura armena. Il racconto si snoda attraverso temi di grande spessore come l’identità, la memoria, la spiritualità, le migrazioni e le radici culturali.

Il film è prodotto dall’Associazione SiAmo il Monferrato, in collaborazione con la Fondazione Time2 di Torino, Hayeli e Nork Group, e avvalendosi del sostegno della Regione Piemonte.

L’affermazione statunitense si inserisce in una scia di prestigiosi successi per l’opera. Il documentario ha infatti già ottenuto una menzione ufficiale al Toronto Arts & Entertainment Film Festival e il premio come Miglior Film allo Zeal International Film Festival di Parigi. Inoltre, nel corso del prossimo autunno, la pellicola sarà presentata al London Art Film Awards, celebre rassegna londinese dedicata al cinema indipendente e alle arti visive. Questi traguardi segnano un nuovo capitolo per il progetto, portando il racconto del Monferrato e della sua connessione con l’Armenia ben oltre i confini italiani.

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Amb. Ferranti, Tour of Armenia rafforza collaborazione con Italia (Ansa 17.09.26)

l successo della prima edizione del ‘Tour of Armenia’ conferma le potenzialità della diplomazia sportiva come strumento per rafforzare i rapporti bilaterali tra Italia e Armenia e promuovere l’export e il modello italiano nel settore dello sport.

Lo ha affermato l’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, che ha partecipato al ricevimento conclusivo della manifestazione, alla presenza del primo ministro Nikol Pashinyan e della ministra dello sport, Zhanna Andreasyan.

L’ambasciatore ha rivolto un saluto a nome degli atleti italiani e di Rcs Sports & Events Dmcc.
La manifestazione ha contribuito a valorizzare il patrimonio paesaggistico, culturale e turistico armeno e rientra nell’impegno delle autorità del Paese per accrescere la capacità di ospitare appuntamenti internazionali.
Al termine dell’evento, Rcs Sports & Events Dmcc ha consegnato al premier Pashinyan una Maglia Rosa del Giro d’Italia, come simbolo della collaborazione tra Italia e Armenia attraverso il ciclismo.

Le molteplici identità del Caucaso (MicroMega 16.09.26)

Colloquio con Eleonora Sacco, autrice di In Caucaso. Un viaggio tra Georgia e Armenia (Bottega Errante Edizioni, 2026), esperta delle minoranze dell’ex Urss e autrice dei podcast Cemento e Kult. Da oltre dieci anni racconta l’Est, il Caucaso e l’Asia Centrale attraverso reportage, inchieste e viaggi, seguendo le trasformazioni di una regione oggi al centro di un profondo riassetto geopolitico: la Russia perde terreno, l’Armenia guarda all’Europa, mentre Turchia e Cina rafforzano la propria influenza.

Quale idea aveva del Caucaso prima di partire?
Prima di visitarlo per la prima volta, nel 2015, conoscevo il Caucaso soprattutto attraverso i reportage sulle guerre degli anni Novanta e lo immaginavo come una terra plasmata dai conflitti, oltre che come un “ultimo avamposto di cristianità”. Quell’immagine si è progressivamente incrinata: ho scoperto una regione proiettata verso la modernità, molto più sovietica di quanto suggerisse l’immaginario esotico della Via della Seta. I ragazzi conosciuti nei primi viaggi erano tornati da Erasmus e programmi di scambio in Europa e negli Stati Uniti, parlavano perfettamente inglese o italiano e avevano con noi molte più cose in comune di quanto immaginassi. Negli anni mi sono appassionata alle storie sepolte, ai luoghi ai margini e alla multiculturalità che i nazionalismi locali tendono a cancellare. È rimasta invece intatta la sincerità, diretta e talvolta ruvida, delle persone.

Se pensa al Caucaso che ha conosciuto, c’è una persona che più di altre le viene in mente?
Maria, una donna armena di Kapan, nella regione meridionale del Syunik, che gestisce il suo panificio industriale e una guesthouse. È tornata dopo aver vissuto alcuni anni a San Pietroburgo perché voleva che i suoi figli crescessero in Armenia e armeni. La sua casa e le sue attività si trovano sotto il tiro dei soldati azeri, a meno di un chilometro di distanza da una linea di confine che è diventata reale solo nel 2023, dopo la sconfitta armena nel conflitto del Nagorno Karabakh. Parlare con persone testarde e passionali come lei, capaci di un’ironia tagliente anche in situazioni di grande tensione, paura e incertezza, spiega molto di come sia il Caucaso e la sua gente. Questo vale per il Caucaso tutto, dalla Cecenia all’Abcasia, dall’Armenia al Daghestan…

Immagino abbia avuto centinaia di scambi con queste persone. Ne ricorda uno in particolare?
La lucidità affilata con cui Levon, un profugo del Nagorno Karabakh, mi ha raccontato la storia della sua fuga dalla terra dove la sua famiglia e i suoi antenati hanno vissuto per secoli. Mentre raccontava, mostrandomi il suo archivio fotografico – presagiva già una fine annunciata –, sentivo un senso di ingiustizia insostenibile. Verso l’immobilità della comunità internazionale, il senso di abbandono più totale che lui e la sua gente hanno vissuto, come vittime sia della propria classe politica inetta e corrotta, sia delle mire revansciste del governo dell’Azerbaigian. Dopo il milione di profughi complessivo generatosi con il conflitto degli anni Novanta, dopo trent’anni non si è riusciti a evitare una seconda tragedia: migliaia di vittime giovanissime da entrambe le parti e la pulizia etnica di 120.000 armeni. Ad oggi, non si è ancora fatta chiarezza su cosa ne sarà di loro e se avranno mai la possibilità di tornare.

Nel suo libro emerge un Caucaso molto frammentato sul piano etnico, ma anche profondamente interconnesso. Si può parlare di una comune “identità caucasica”?
Da lontano, è evidente la forte continuità tra popoli con lingue e religioni diverse ma che hanno abitato per secoli aree montane di crocevia; mentre più ci si avvicina, più si nota il conflitto tra tendenze centrifughe e centripete e la rivendicazione delle proprie specificità culturali. Come gli armeni del Javakheti, in Georgia, si sentono diversi da quelli d’Armenia, così gli azeri di Kvemo Kartli, in Georgia, da quelli di Azerbaigian; gli armeni del Nagorno Karabakh vengono trattati in maniera diversa dagli armeni di Armenia e, in alcuni casi, persino discriminati. Tbilisi si rifiuta di concedere uno status di autonomia linguistica alle altre minoranze cartveliche, come i mingreli e gli svan, etichettandole semplicemente come “georgiane”, quando in loco l’orgoglio per una cultura diversa risulta tangibile ed evidente.

Quali sono le cose che sfuggono alle narrazioni nazionali?
Le danze, la musica, il cibo, l’architettura vernacolare, le tecniche agricole, il sincretismo religioso, tutto conferma la porosità dei confini … Senza il superamento di un discorso nazionalista e sciovinista e una negoziazione equilibrata tra centro e periferie, non si metterà fine alla spirale di violenze, torti e prevaricazioni del forte sul più debole a cui assistiamo da oltre trent’anni.

La Russia è ancora la potenza inevitabile del Caucaso?
Il Caucaso tutto ha dimostrato a più riprese di essere capace di grandi e imprevedibili cambiamenti, di rivoluzioni pacifiche, risultati elettorali inattesi e grandi ondate di proteste che hanno coinvolto ampie fasce della popolazione. Per questo, non credo che la Russia sia una potenza “inevitabile” in Caucaso.

Quanto pesa ancora Mosca?
Sicuramente è un impero che gode ancora di molti privilegi di matrice coloniale ed è capace di sfruttarli a suo vantaggio, grazie a una posizione di forza nei confronti di Stati piccoli, incastrati in una posizione geografica tanto strategica quanto delicata. Al minimo passo fuori dal tracciato, la Russia è in grado di ricattare le economie fragili di Georgia e Armenia: ad esempio bloccando le grandi importazioni del loro vino e delle famose acque minerali con pretesti futili. L’Armenia, in particolare, è rimasta legata a doppio filo alla Russia, a lungo sua unica vera alleata per la difesa del Nagorno Karabakh. L’inazione russa nei conflitti del 2020 e poi del 2023, da molti vissuta come un vero tradimento, sta ridisegnando i rapporti tra i due Paesi, ma ci vorranno anni e negoziati difficili prima che l’Armenia possa dismettere l’enorme base militare russa di Gyumri, che genera molto lavoro in città, a trovare un’alternativa alle importazioni di prodotti russi o che riesca a riappropriarsi della sua rete ferroviaria, gestita dalla Russia. Nikol Pašinyan, primo ministro rieletto per la terza volta nel 2026, sta avvicinando l’Armenia all’orbita europea dopo che i suoi predecessori erano rimasti fedelmente allineati a Mosca. In Georgia, l’accondiscendenza verso l’agenda del Cremlino di Sogno Georgiano, partito populista controllato dall’oligarca Bidzina Ivanišvili, ha creato invece una profonda spaccatura nella società e una svolta inaspettata dopo decenni di politiche orientate alla candidatura europea. Gli equilibri sono in costante mutamento ma mostrano, senz’altro, una ciclica insofferenza alle pressioni di Mosca.

E il passato sovietico che peso ha ancora sul presente del Caucaso?
Un grande peso. Dalle cause dei conflitti alle dispute sul tracciato dei confini di Stato, dalle grandi infrastrutture all’edilizia di massa, fino all’eredità linguistica, politica e culturale, l’Unione Sovietica è un’eredità ancora tangibile e un grande pezzo di storia condivisa che accomuna i tre Paesi, nel bene e nel male. Dalla dissoluzione dell’URSS tutta la regione ha attraversato conflitti, spopolamento, difficoltà economiche estreme da cui non ha ancora del tutto finito di riprendersi. Benché le varie Repubbliche di tutto il Caucaso abbiano intrapreso percorsi molto diversi da allora, il sostrato comune sovietico – dal cinema al cibo, dagli oggetti di uso quotidiano a certe istituzioni sociali – rimane solido e inizierà a svanire forse solo tra qualche decennio.

Quella tra Armenia e Azerbaigian è una pace reale o soltanto una tregua imposta dai nuovi rapporti di forza?
Dal momento che il Nagorno Karabakh è rientrato a pieno titolo sotto controllo azero, formalmente il pomo della discordia non esiste più: allo stesso modo, nei negoziati degli ultimi anni è diventato evidente che l’Azerbaigian, in chiara posizione di forza, non vuole accontentarsi di aver riconquistato il territorio conteso e ha bisogno di mantenere in funzione la costosa macchina bellica e lo stato di tensione interna per giustificare il controllo autoritario sulla popolazione. Ma la retorica aggressiva che dipinge l’Armenia come “Azerbaigian occidentale” e che reclama l’annessione di nuovi territori è onnipresente nel discorso politico governativo e non può essere ignorata. Rimane ancora da capire se e come verrà attuato il famoso “corridoio” mediato da Trump che permetterà all’Azerbaigian di avere continuità territoriale effettiva, e quindi una strada diretta verso la Turchia, lungo la frontiera con l’Iran, attraversando la regione armena del Syunik. Per quanto un nuovo conflitto armato sembri improbabile, l’accordo raggiunto nel 2025 rimane ancora fragile e basato su premesse instabili.

Che cosa resta del Nagorno Karabakh?
L’Azerbaigian dal 2024 ha iniziato un’attenta ricostruzione della regione e una demolizione capillare di ogni traccia dell’eredità armena, come già fatto, su evidenza delle immagini satellitari, per gli edifici armeni all’interno del proprio territorio e in particolare nell’exclave del Naxçıvan. Alcuni dei profughi azeri degli anni Novanta hanno cominciato a fare ritorno e sono già collaudati i tour per turisti locali e stranieri, allineati sulla versione governativa della storia del conflitto. I nomi armeni sono già prontamente stati eliminati da Google Maps, che mostra ancora però la quotidianità delle famiglie armene locali archiviate tra le foto. Ci vorranno anni prima che le persone abbiano voglia di ripopolare una regione oggi completamente vuota e con poche opportunità di lavoro, dove gli azeri non vivono da oltre trent’anni. Credo però che il governo agirà rapidamente per ricostruirla, renderla visibilmente azera e svilupparne il potenziale turistico: è una zona boscosa, ricca d’acqua e fresca d’estate.

Quanto pesa l’Iran negli equilibri del Caucaso? E perché nei nostri racconti della regione rimane spesso sullo sfondo rispetto a Russia e Turchia?
L’Iran ha bisogno dell’Armenia e, quindi, della Georgia per commerciare con la Russia ed aggirare l’isolamento territoriale. È difficile immaginare dall’Europa che l’Armenia confini con l’Iran, eppure quei brevissimi 43 chilometri di filo spinato lungo il fiume Aras sono cruciali tanto per l’ingresso di migliaia di camion con targa in numeri persiani che percorrono le tortuose strade armene diretti in Russia, quanto come via d’uscita per i cittadini iraniani che, a più riprese, durante i bombardamenti israelo-americani hanno cercato di scappare dalla regione in macchina verso il più vicino Paese sicuro, l’Armenia. L’Iran è stato un giocatore importante in Caucaso, utile all’Armenia come alleato-deterrente nei confronti dell’Azerbaigian e della Turchia, ma con un’influenza decisamente minore rispetto a quella di Turchia e Russia.

Nel libro racconta anche i caffè di Tbilisi diventati luoghi di ritrovo degli esuli russi. Che effetto ha avuto questa nuova presenza sulla società georgiana?
Dopo la mobilizacija del settembre 2022, oltre un milione e mezzo di cittadini della Federazione russa in fuga dalla leva obbligatoria hanno attraversato il valico di Dariali, lungo la storica strada militare georgiana, che collega Tbilisi con l’osseta Vladikavkaz. Da allora sono almeno quarantamila i russi registrati come residenti in Georgia, soprattutto tra Tbilisi e Batumi. Una prima conseguenza del loro arrivo è stato l’aumento degli affitti, legato agli stipendi di lavori da remoto decisamente più alti di quello georgiano medio. Successivamente sono fiorite centinaia di attività, agenzie, organizzazioni, caffè e business in larga parte orientati solo al pubblico russofono – che include potenzialmente anche una parte dei rifugiati ucraini e bielorussi. Anche alla luce della virata autoritaria di Sogno Georgiano, tra una grossa fetta della popolazione della capitale c’è forte risentimento, competizione economica e un senso di espropriazione: la comunità russa in molti casi ha ricreato una società parallela senza volersi integrare nella vita quotidiana georgiana. Sarebbe sbagliato però generalizzare: decine di intellettuali, poeti, attivisti che in Russia sarebbero perseguitati hanno trovato asilo in un Paese che amano e rispettano come una seconda patria. Fuori Tbilisi c’è più indifferenza rispetto alla presenza dei russi, soprattutto a Batumi, da sempre una città abituata al turismo russofono.

C’è una responsabilità dell’Europa nei confronti del Caucaso?
Il Caucaso è un’enorme opportunità sprecata da parte dell’Europa. Le istituzioni europee hanno abbandonato la popolazione delle aree più fragili dopo decenni di investimenti e progetti virtuosi, che oggi si ritrovano senza finanziamenti. Hanno chiuso gli occhi davanti all’ennesimo spargimento di sangue in Nagorno Karabakh, senza fare nulla di concreto per fermarlo. Continuano a finanziare uno dei Paesi più autoritari al mondo, l’Azerbaigian, che reprime capillarmente ogni dissidenza, grazie a vantaggiosi accordi sulle importazioni di idrocarburi. La Georgia, dopo decenni di fatica trascorsi a inseguire il sogno della candidatura europea, è stata abbandonata alla sua classe politica corrotta e alla mercé della Russia. Anziché promuovere una cooperazione pacifica e democratica in tutta la regione, l’Unione Europea si è progressivamente sfilata da un groviglio che non ha saputo gestire, mantenendo solo rapporti di convenienza.

L’Unione europea ha investito molto nella sua presenza in Armenia, dall’EUMA fino alla nuova missione di partenariato lanciata quest’anno. Ma sul terreno questi investimenti stanno davvero producendo risultati?
Ci vorranno anni prima che gli armeni possano sentire l’Unione Europea come una potenza vicina e amica: anche l’EUMA è arrivata troppo tardi, dopo anni in cui l’Azerbaigian apriva regolarmente il fuoco contro i villaggi armeni di confine. L’Armenia è politicamente disillusa e ha amaramente imparato che nessuna grande potenza regionale verrà veramente a salvarla – e che può contare solo su sé stessa. Il silenzio europeo – con qualche eccezione, come la Francia – di fronte al disastro del Karabakh è ancora vissuto come intollerabile. Una parte della popolazione più entusiasta e pro-Pašinyan vede il vantaggio a lungo termine dei nuovi accordi, spera che l’Armenia sostituisca la Georgia ormai sfuggita dall’orbita europea, ma per il resto degli armeni serviranno tempo e prove più concrete prima che nasca del vero sentimento filoeuropeo.

Tra dieci anni, quale volto avrà il Caucaso: più europeo, più turco, più russo o qualcosa che oggi non riusciamo ancora a immaginare? Un volto caucasico, per esempio.
Sicuramente in questa ennesima linea di faglia tra Occidente e Russia l’unico attore che veramente ci guadagna è la Turchia, alleato del ricchissimo Azerbaigian, partner economico più importante della Georgia e che ora sta riuscendo a ottenere quello che vuole anche in Armenia. Anche se l’Unione Europea dovesse consolidare la sua influenza sull’Armenia, il Paese rimane il più piccolo, meno popoloso e ricco dei tre. C’è anche un quarto attore che, senza dare troppo nell’occhio, costruisce grandi opere e stringe accordi sempre più vantaggiosi: la Cina.

Armenia: amb. Ferranti ricevuto da nuovo vicepresidente del Parlamento (Giornale Diplomatico 16.09.26)

D – Jerevan, 16 set. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, è stato ricevuto da Ruben Rubinyan, nuovo presidente del Parlamento di Jerevan. L’ambasciatore italiano era accompagnato dal consigliere d’ambasciata, Andrea Peduto, vice ambasciatore. Da parte armena, con il vicepresidente Rubinyan, c’era il Consigliere Diplomatico del Parlamento, l’amb. Tigran Seiranian.
Durante il colloquio, gli interlocutori hanno espresso viva soddisfazione per lo stato attuale delle relazioni bilaterali tra Roma e Yerevan, confermando come i rapporti tra i due Paesi si attestino oggi su livelli eccellenti. È stata riaffermata la volontà comune di consolidare ulteriormente la cooperazione istituzionale, politica ed economica, esplorando nuove linee di azione per rafforzare l’intesa tra le rispettive nazioni.
Tra i temi al centro della discussione vi è stato un forte focus sull’attivazione e l’ulteriore sviluppo dei legami interparlamentari, ritenuti uno strumento strategico e fondamentale per favorire la diplomazia parlamentare, l’analisi di dossier condivisi e lo scambio di buone prassi legislative.
È prevista a breve la costituzione ufficiale del Gruppo di Amicizia Interparlamentare Armenia-Italia, in seno alla IX legislatura del Parlamento Armeno.