A Luino una messa per ricordare il genocidio del popolo armeno (Varese News 28.04.22)

Come ormai da alcuni anni, a Luino si terrà nel fine settimana una celebrazione per ricordare la tragedia del genocidio armeno.Sabato 30 aprile  alle 18 nella Chiesa Prepositurale SS. Pietro e Paolo a Luino si terrà una messa in memoria dei martiri del genocidio armeno alla presenza del responsabile della Chiesa armena ortodossa d’Italia padre Tirayr Hakobyan.

Il popolo armeno fu il primo a convertirsi al cristianesimo nel III secolo ed è stato sempre protagonista con la sua cultura in diversi secoli. Nel 1915 gli Ottomani sterminarono 1.5 milioni su 2 milioni di armeni col primo genocidio del ‘900.

«È dovere di tutti ricordare – spiegano i promotori dell’iniziativa – In particolare di una comunità cristiana che vede suggellarsi in ciò un ecumenismo di sangue». Una tradizione che si rinnova e che nel giugno 2021 ha portato una delegazione di giovani armeni della comunità di Milano proprio a Luino per una giornata di gemellaggio molto parrtecipata e significativa.

La celebrazione è aperta a tutti.

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Portuense, tirato a lucido il giardino di piazza Lorenzini: manca solo l’inaugurazione (Romatoday 27.04.22)

Piazza Lorenzini è stata riqualificata. Lo spazio verde, per anni degradato ed inutilizzabile, è stato tirato a lucido. E lo scorso 24 aprile ha ospitato anche una cerimonia per commemorare le vittime del genocidio armeno.

Un luogo rigenerato

Già due anni fa denunciammo la situazione di degrado e di abbandono del parco di Piazza Lorenzini, totalmente dimenticato dalla precedente amministrazione – ha ricordato il consigliere della lista Calenda Dario Nanni – Domenica scorsa durante la celebrazione dell’anniversario del genocidio degli armeni, avvenimento storico a cui quell’area verde è dedicata, abbiamo potuto verificare di persona i lavori effettuati e la riqualificazione complessiva dello stesso, che ha permesso di effettuare l’evento alla presenza dell’ambasciatrice e della comunità armena. Ora auspichiamo che venga anche manutenuto, per evitare che torni a degradarsi”.

L’intervento di riqualificazione

L’intervento di riqualificazione ha consentito di rimuovere un gazebo di legno ormai fatiscente. Il giardino è stato sfalciato, la targa è stata sostituita ed è stata rifatta tutta la recinzione. Sistemata la pavimentazione l’amministrazione comunale ha provveduto anche a posizionare delle nuove panchine, al momento anche protette sotto i teli di cellophane. L’area, per anni transennata, è quindi pronta per essere restituita alla cittadinanza. Manca solo l’inaugurazione, ma la sistemazione del giardino è praticamente stata completata.

Uno spazio a disposizione dei cittadini

“Da quando il parco è stato chiuso, quasi 4 anni fa, i cittadini della zona si sono trovati senza un importante luogo di aggregazione. Durante la campagna elettorale abbiamo raccolto le richieste di persone giovani e anziane che hanno più volte  manifestato il malcontento per non avere una panchina su cui sedersi un luogo in cui potersi incontrare – ha ricordato Gianluca Fioravanti, il consigliere municipale della Lista Calenda – Inoltre si tratta di un luogo che la città di Roma ha dedicato al popolo armeno per commemorare uno dei momenti più drammatici della sua storia. Vederlo chiuso e abbandonato era quindi doppiamente grave.  I lavori effettuati dall’ufficio Decoro del SIMU  sono iniziati a inizio marzo e sono stati celeri e hanno riguardato anche i pini malati della piazza a cui sono stata somministrata la relativa cura endoterapica”.

Il giardino dedicato al popolo armeno

Nella piazza è stata riposizionata anche la targa che commemora le vittime del genocidio Armeno a cui, dal 2009, il giardino è intitolato. Quest’anno alla commemorazione, con una delegazione dell’ambasciata armena, hanno preso parte anche i consiglieri capitolini Dario Nanni (Lista Calenda) e Federico Rocca (FdI). “E’ un luogo importante quel giardino, perché crea un legame particolare tra la città di Roma e la comunità armena. E’ uno spazio che offre l’occasione per riflettere sui crimini commessi versi quel popolo. Auspico sia sempre più conosciuto e frequentato dai residenti e dagli studenti del territorio – ha commentato il consigliere di Fratelli d’Italia – perché è importante conoscere gli errori della storia per non ripeterli”.

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Biblioteca Vez: il 5 maggio la conferenza “Non solo genocidio. Storia e cultura degli armeni attraverso i millenni” (Comune Venezia 27.04.22)

La Rete Biblioteche Venezia prosegue incessantemente il proprio calendario di eventi: giovedì 5 maggio alle ore 18, la Biblioteca Civica VEZ (Salone d’ingresso) ospita Aldo Ferrari, scrittore, storico e docente di Lingua e Letteratura armena all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Il professore terrà una conferenza dal titolo “Non solo genocidio. Storia e cultura degli armeni attraverso i millenni”: l’’incontro è inserito all’interno di un ciclo di eventi promosso dalla Presidenza del Consiglio comunale ed è organizzato in memoria della strage armena, avvenuta ad opera dei Turchi nel 1915, ma vuol anche essere un’occasione di approfondimento della storia e cultura di una civiltà che ha saputo mantenere coesa la propria identità, nonostante la diaspora e molti secoli di invasioni e dominazioni straniere che lo hanno costretto all’emigrazione.

Il popolo armeno ha una lunga storia che inizia nel primo millennio a.C. in un vasto territorio posto tra il Caucaso e l’odierna Turchia e prosegue sino ai giorni nostri. Un storia complessa e affascinante che l’ha visto protagonista di una cultura originale, fondata su una forte identità cristiana, mantenuta tenacemente salda sia nel territorio ancestrale sia durante la diaspora.

L’emigrazione ha spinto gli armeni fino alle coste dell’Italia e in particolar modo fino a Venezia, dove tutt’ora vive, sin dal lontano Medioevo, commerciando, stampando libri e tenendo vivo quel luogo straordinario di fede e cultura che è il Monastero dei Padri Mechitaristi, situato nell’Isola di San Lazzaro. Questo evento non vuol dunque essere solo un ricordo “in memoria” ma è un omaggio alla cultura di un popolo che ha saputo far valere la propria identità con tenacia e coesione.

informazioni, www.culturavenezia.it/biblioteche

Gerace ricorda il Genocidio del Popolo Armeno (Telemia 27.04.02)

«Il rispetto della diversità e delle identità, la pace, il dialogo e la fratellanza fra popoli sono valori universali incarnati dal popolo calabrese e riconosciuti dalla Comunità di Gerace. Per questo motivo abbiamo esposto il Tricolore Armeno nella giornata a ricordo del 107 anniversario del “Genocidio del Popolo Armeno”».

È quanto ha dichiarato il Vice Sindaco di Gerace Rudi Lizzi a seguito della commemorazione dell’eccidio subito dal Popolo Armeno che l’Amministrazione Comunale della Città di Gerace, guidata dal Sindaco Giuseppe Pezzimenti, ha fortemente voluto celebrare l’iniziativa promossa dalla “Comunità Armena-Calabria e sostenuta dall’Unione dei Talenti Armeni d’Italia”.

Nel corso del ricordo del genocidio Armeno si sono richiamati i principi di pace, fratellanza e rispetto fra i Popoli: «La Città di Gerace – ha aggiunto il Vice Sindaco – rappresenta un baluardo della libertà umana e della dignità della persona secondo i principi e le disposizioni della Costituzione della Repubblica. La memoria storica, senza alcun pregiudizio ideologico, è la via sicura per sanare vecchie ferite e per incoraggiare e promuovere un saldo percorso di dialogo per la normalizzazione e la pacificazione delle relazioni fra il popolo turco e quello armeno».

L’Assessore Salvatore Galluzzo, insieme agli altri Consiglieri Comunali presenti, ha evidenziato il rapporto solidale che lega la Calabria al popolo Armeno nel corso dei secoli, che è ben rappresentato da un ricco patrimonio culturale, linguistico, archeologico e monumentale presente nella Locride e nell’area Metropolitana reggina.

Il Vice Sindaco di Gerace Rudi Lizzi, che in qualità di Consigliere della Città Metropolitana di Reggio Calabria ha le deleghe in materia di Istruzione e Minoranze Linguistiche, lo scorso anno è stato promotore di due importanti mozioni di solidarietà e sostegno del Popolo Armeno, poi approvate dal Consiglio Metropolitano all’unanimità, che hanno riconosciuto il “Genocidio del popolo armeno”, avvenuto tra il 1915 e il 1917 a opera dell’Impero Ottomano, e formalmente la Repubblica armena dell’Artsakh.

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Armenia oggi, tra passato e futuro (Il Torinese 27.04.22)

Una mostra sull’Armenia per ricordare il genocidio degli armeni nell’Impero ottomano durante la Prima guerra mondiale e per raccontare la storia di un popolo antichissimo con i suoi luoghi sacri, chiese e monasteri. È allestita al Polo del ‘900 in corso Valdocco 4/A fino al 15 maggio.

Una sezione della mostra fotografica, curata da Garen Kokcijan in collaborazione con il Centro Federico Peirone e la Fondazione Donat-Cattin, presenta fotografie e drammatiche testimonianze della deportazione della popolazione armena cristiana realizzate da Armin Wegner, ufficiale medico dell’esercito tedesco, alleato degli Ottomani, che documentò, rischiando la vita, il genocidio turco degli armeni nel 1915 mentre era in servizio nei territori dell’Impero. Le sue fotografie sono una chiara e drammatica testimonianza di quel che accadde all’inizio della Prima guerra mondiale in Asia Minore. Un milione e mezzo di armeni, e forse anche di più, furono sterminati dai turchi. Nella seconda parte della rassegna viene raccontata la storia dell’Armenia, si vedono monasteri e chiese armene, la natura selvaggia del Caucaso e gli antichi khachkar, croci di pietra dichiarate Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. L’esposizione è stata organizzata in occasione del Giornata della Memoria Armena che ogni anno viene celebrata il 24 aprile. Gli armeni l’hanno chiamato il Grande Male (Metz Yeghern) ed è la storia del genocidio turco degli armeni che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fece sparire oltre un milione e mezzo di armeni cristiani colpevoli solo di appartenere ad un’etnia diversa e a una religione di minoranza.

È una delle pagine più tragiche e meno conosciute del secolo scorso che riguarda la scomparsa di uno dei più antichi popoli della regione anatolico-caucasica. Uno sterminio di massa, una pulizia etnica che in una ventina di anni cancellò tutte le comunità cristiane che vivevano nell’Impero Ottomano, armeni in particolare, ma anche assiri e greci, deportati e uccisi con intere famiglie mentre chiese e scuole cristiane venivano date alle fiamme. Prima del 1915 gli armeni erano il 30% della popolazione, circa due milioni, e dopo la Grande Guerra sono rimasti appena l’uno per cento. Secondo gli ottomani le minoranze cristiane erano in grado di mettere in pericolo l’unità dello Stato attraverso rivolte appoggiate da interventi stranieri. Gli armeni erano in sostanza considerati una quinta colonna nell’Impero pronta ad aiutare nemici e invasori e pertanto da eliminare. Con questo pretesto gli Ottomani misero in atto un piano di pulizia etnica ideato dal sultano Abdul Hamid II nell’ultima decade dell’Ottocento, proseguito dal movimento dei Giovani Turchi e dal governo repubblicano di Ataturk. Tra il 1894 e il 1924 si contarono tra il milione e mezzo e i due milioni di cristiani uccisi da turchi, curdi, ceceni e arabi. L’arresto di centinaia di armeni il 24 aprile 1915 a Costantinopoli e in altre città dell’Impero diede il via alla persecuzione di massa che portò all’eliminazione del popolo armeno. Quel giorno è diventato la Giornata della Memoria Armena, la data ufficiale per la commemorazione dell’eccidio. Gli storici, e tra di loro anche qualche turco, parlano di genocidio vero e proprio e la documentazione non manca. La Turchia continua a negare il genocidio ma documenti, carte, appunti, le fotografie delle esecuzioni, diari, dispacci e telegrammi autentici con gli ordini da eseguire inchiodano i turchi alle loro gravissime responsabilità. La mostra è visitabile fino al 15 maggio al Polo del ‘900 in corso Valdocco 4 con orario 10-18.
Prenotazioni: 011 0883200 o reception@polodel900.it
Filippo Re

Armenia e Azerbaigian, le altre tensioni nello spazio ex sovietico (Treccani 27.04.22)

Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’ultimo conflitto nello spazio post-sovietico era stato quello tra Armenia e Azerbaigian nell’autunno del 2020, combattuto per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh. Nonostante la tregua raggiunta successivamente tra i due Paesi, il Caucaso meridionale resta tuttora una delle aree di maggiore instabilità nel vicinato orientale europeo, una regione caratterizzata da tensioni di lunga data e dalla presenza di importanti attori esterni.

A inizio aprile ha avuto luogo a Bruxelles, su iniziativa del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, un incontro di grande rilevanza sul piano diplomatico tra il capo dello Stato azero Ilham Aliyev e il primo ministro armeno Nikol Pashinyan. I due leader hanno concordato sulla volontà di raggiungere rapidamente un accordo di pace, una svolta positiva nell’ambito di un processo negoziale da tempo bloccato. Aliyev e Pashinyan hanno trovato un’intesa anche sull’istituzione di una commissione congiunta per i confini, che vada a delimitare le frontiere nazionali nelle aree contese nel Nagorno-Karabakh. Ai ministri degli Esteri di Baku e Erevan verrà dato mandato di lavorare per la stesura di un vero e proprio trattato di pace, al fine di risolvere questioni aperte da decenni. L’Unione Europea emerge dall’incontro del 6 aprile scorso come il facilitatore del dialogo, un ruolo inedito per Bruxelles nel contesto delle tensioni tra Armenia e Azerbaigian. Prima della guerra del 2020, tale ruolo era ricoperto essenzialmente dal gruppo di Minsk l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), mentre il cessate il fuoco nell’ultimo conflitto era stato mediato dalla Russia, che si era occupata poi di dispiegare i propri peace-keeper nella regione contesa.

Complice l’invasione dell’Ucraina, Mosca sembra aver perso la forza per concentrarsi su altri teatri nel contesto post-sovietico, così da lasciare più spazio al protagonismo dell’Unione Europea. Lo sforzo diplomatico di Bruxelles è stato reso possibile dalla volontà delle autorità dell’Azerbaigian di sigillare un accordo che metta nero su bianco la conquista dei territori ottenuti nel corso dell’ultimo conflitto. Diversa la posizione del governo armeno, in difficoltà nel certificare una sconfitta con pesanti conseguenze di politica interna. L’intesa mediata da Michel parte proprio dal piano in cinque punti che Baku aveva presentato in tempi recenti per la normalizzazione delle relazioni con Erevan: nel testo veniva incluso il reciproco riconoscimento dell’integrità territoriale dei due Paesi, l’astenersi dalle minacce, la demarcazione dei confini e l’apertura dei collegamenti di trasporto. Questa prospettiva aveva creato dei dubbi in Armenia e pressioni sull’esecutivo di Pashinyan, accusato dall’opposizione di essere pronto a dolorose concessioni verso l’Azerbaigian.

Gli sviluppi dell’incontro di Bruxelles sembrano dunque positivi, dopo diverse “false partenze” registrate negli ultimi mesi, non ultima quella di fine 2021, quando Erevan e Baku non sono riuscite a istituire la commissione bilaterale per la demarcazione dei confini. Rivolgendosi al proprio esecutivo immediatamente dopo l’incontro di Bruxelles, il premier armeno Pashinyan ha spiegato che la commissione non si occuperà solo dei lavori per la delimitazione, ma anche di «assicurare sicurezza e stabilità lungo la frontiera», in una dinamica che potrebbe portare a uno scambio di territori tra i due Paesi. Al bilaterale tra i leader di Armenia e Azerbaigian ha fatto seguito un colloquio telefonico tra i ministri degli Esteri, che hanno avuto un confronto senza intermediari come non accadeva da diversi anni a questa parte. Si tratta di progressi innegabili da un punto di vista diplomatico, benché ancora lontani dal segnare un reale cambio di rotta rispetto al passato, considerando anche le ultime schermaglie ai confini, registrate lo scorso marzo.

Nonostante gli sforzi dell’Unione Europea, non si può però escludere la Russia dall’equazione: la missione di pace dispiegata nel Nagorno-Karabakh concede a Mosca una leva decisiva nel determinare qualsiasi sviluppo negoziale tra Erevan e Baku. La mediazione russa sembra dunque essenziale, pur considerando la complicata situazione internazionale in cui si trova attualmente il Paese e il deficit di credibilità che inevitabilmente deriverà da qualsiasi sforzo diplomatico condotto dal Cremlino. Mosca potrebbe financo “sabotare” i tentativi dell’Unione Europea di giungere a un accordo tra Armenia e Azerbaigian, sfruttando le fazioni all’interno dei due Paesi che risulterebbero insoddisfatte da una conclusione positiva dei negoziati sponsorizzati da Bruxelles. Tra i principali indiziati figurano i deputati dell’opposizione nel Parlamento armeno e i separatisti dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh, timorosi che le autorità di Erevan possano riconoscere la sovranità di Baku sui territori passati sotto il controllo delle truppe azere nel corso dell’ultimo conflitto nel Nagorno-Karabakh. I toni e le minacce usati dalla leadership dell’entità separatista sono di aperto scontro verso qualsiasi concessione da parte dall’Armenia: il governo di Stepanakert ha persino avanzato l’ipotesi estrema di un referendum per chiedere l’annessione alla Federazione Russa, al fine di prevenire qualsiasi scenario “avverso”. Mosca è divenuta di fatto la garante della sicurezza dell’Artsakh, dopo la sconfitta dell’esercito armeno, e l’unica che potrebbe in qualche modo assicurare all’entità separatista il mantenimento dello status quo anteriore al 2020: una prospettiva che sarebbe però inconciliabile con qualsiasi trattato di pace tra Erevan e Baku. In un contesto regionale già estremamente complesso, la tensione ormai altissima tra Occidente e Russia potrebbe dunque avere come effetto indesiderato il rallentamento o persino la sospensione del processo negoziale tra Armenia e Azerbaigian, almeno qualora il Cremlino decidesse di spendere tutte le carte a propria disposizione per ostacolarne il corso.

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Genocidio Armeno. 107 Anni fa, ma il Negazionismo Turco Continua (Rassegna stampa 23, 24, 25 e 26 aprile 2022)

23 aprile 2022

24 aprile 2022

25 aprile 2022

26 aprile 2022

Nelle ombre della Turchia il genocidio degli armeni (Italiaitaly 22.04.22)

Il 24 aprile si commemora il primo genocidio del XX secolo, che ha avuto come vittime un milione e mezzo di armeni, ma la Turchia non ha mai ammesso gli orrori delle “marce della morte”. Nel 1915, in piena guerra mondiale, nell’Impero Ottomano si scatenò una spietata violenza contro gli armeni presenti in Anatolia, una comunità cristiana con aspirazioni anche indipendentiste, temuta per il pericolo che si alleasse con i russi in guerra contro i turchi. Si consumò così il primo genocidio del XX secolo con circa un milione e mezzo di vittime e una storia che la Turchia continua a negare, …

nonostante le dure reazioni internazionali anche negli ultimi anni. Il genocidio degli armeni, che nella lingua locale è chiamato “grande crimine”, è conosciuto anche come “olocausto degli armeni” o “massacro degli armeni” e rientra nella campagna contro gli armeni condotta dal sultano ottomano Abdul-Hamid II.

Nella notte fra il 23 e 24 aprile 1915 si scatenò la prima ondata di repressioni. A Costantinopoli furono arrestati gli esponenti più in vista della comunità armena e nel giro di un mese oltre mille intellettuali armeni, giornalisti e scrittori, poeti e anche delegati la Parlamento furono arrestati e poi trucidati lungo la strada verso l’Anatolia. Seguirono poi massacri e “marce della morte” con innumerevoli vittime e l’eccidio si protrasse anche per tutto il 1916.

Il “caso armeno” è tornato in primo piano con le parole pronunciate da Papa Francesco nella commemorazione delle vittime un secolo dopo il grande eccidio. «La nostra umanità – ha detto – ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, che generalmente viene considerata come il primo genocidio del XX secolo, ha colpito il popolo armeno, prima nazione cristiana». Già nel 2001 papa Giovanni Paolo II e Karekin II, Catholicos della Chiesa armena, avevano parlato di genocidio a proposito del massacro di circa un milione e mezzo di cristiani armeni, ma per il governo di Ankara le parole del Pontefice «sono inaccettabili, lontane dalla realtà storica». Una realtà storica che non è possibile disconoscere, perché stragi e deportazioni di armeni ci furono davvero nei tragici anni della Prima guerra mondiale. In una ventina di Paesi, fra cui Italia, Germania, Svezia, Olanda, Russia, c’è stato un riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni; in Svizzera, Francia e Slovacchia sono previste anche pene per i negazionisti.

I fatti sono tragici e raccapriccianti, con numerosi morti per esecuzioni sommarie, fame, assideramento, malattie. In pieno clima bellico la Turchia temeva che gli armeni presenti in Anatolia, alla ricerca da tempo di indipendenza e anche perché cristiani, potessero allearsi con i nemici russi. Le persecuzioni avvennero soprattutto per iniziativa dei Giovani Turchi, che secondo molti storici miravano alla creazione di uno stato turco omogeneo etnicamente, mentre alcuni milioni di cittadini erano armeni e cristiani. Perciò anche in uno studio pubblicato nel 2012 (Völkermord an den Armeniern) lo studioso tedesco Michael Hesemann sostiene che sarebbe più esatto parlare di genocidio cristiano.

La strage del popolo armeno è storia e non può essere negata per motivazioni politico-ideologiche. L’Italia è tra i paesi europei che hanno definito il massacro un “genocidio”. Il Parlamento Europeo in una risoluzione ha riconosciuto il genocidio degli armeni, ha deplorato ogni tentativo di negazionismo, ha reso omaggio alle vittime e proposto l’istituzione di una giornata europea del ricordo. Ha anche invitato il Governo turco a “continuare nei suoi sforzi per il riconoscimento del genocidio armeno e ad aprire gli archivi per accettare il passato”. La Turchia ha però reagito con sdegno, respingendo la mozione e accusando l’Europa di complotto.

La nuova Europa, aperta al futuro e alle cui porte bussa anche la Turchia, non può rinunciare ai propri valori fondamentali, basati sulla tolleranza e sulla legalità, ma anche sul riconoscimento dei propri errori. Lo ha fatto la Germania, dopo i tragici eventi del secolo scorso; lo ha fatto l’Italia, voltando pagina dopo il ventennio fascista; lo ha fatto la Spagna dopo il lungo periodo franchista. Non sembra voglia farlo la Turchia, dopo la dura reazione del suo Governo alle dichiarazioni di Papa Francesco e le ricorrenti polemiche internazionali. La dura reazione del presidente Erdogan e la svolta autoritaria del governo turco gettano ombre anche sull’ingresso di quello stato nella nuova Europa. L’Unione Europea ha valori fondamentali condivisi e riconosce gli errori del passato proprio per costruire un futuro migliore. Anche la Turchia deve fare i conti con la storia e il riconoscimento del genocidio degli armeni è ritenuto fondamentale anche per l’ipotetico e sempre più discusso ingresso di quel Paese nell’Unione Europea. (F.d’A.)

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24 aprile 1915-24 aprile 2022. 107° anniversario del genocidio del popolo armeno (Korazym 22.04.22)

Riceviamo e volentieri pubblichiamo di seguito il Comunicato delle organizzazioni armeni in Italia, in riferimento al 107° anniversario del genocidio del popolo armeno ad opera dell’Impero ottomano.

Il Tsitsernakaberd, monumento eretto sopra la gola di Hrazdan a Yerevan quale memoriale del genocidio armeno perpetrato dal governo dei Giovani Turchi dell’Impero Ottomano.

24 aprile. Per non dimenticare

Anche quest’anno, il 24 aprile, noi, Italiani di origine armena ed Armeni in Italia, uniti in un’unica voce con le organizzazioni che ci rappresentano, facciamo memoria del Genocidio subito dagli Armeni nel 1915 ad opera dell’Impero ottomano.

In un contesto internazionale quale quello attuale, così segnato da instabilità ed incertezza, ci rivolgiamo ai cittadini, ai media e alle Istituzioni sentendo il dovere di un impegno che si rinnova: non solo nel rievocare la tragedia che ha travolto il destino del popolo armeno 107 anni fa ma anche nel richiamare le urgenze e le sfide che quel ricordo, ancora da troppi ignorato, impone oggi sul presente.

È prima di tutto una sfida di conoscenza, per non fermarsi a un uso retorico della memoria. Occorre invece approfondire le complessità del passato per comprendere che l’annientamento di un popolo e della sua identità è un dramma che ci riguarda davvero tutti e, al contempo, ci porta a riscoprire la ricchezza che la cultura armena è ancora in grado di offrire.

È una sfida di coraggio, per leggere le conflittualità del presente ed affrontarle senza timori, avendo ben in mente la drammatica lezione del passato, coscienti che la posta in gioco è il nostro futuro, con i suoi valori di integrazione e difesa della propria identità. Per noi, che siamo orgogliosamente anche cittadini italiani, essi sono la vera eredità che proviene da chi ci ha preceduto e possono diventare un patrimonio da condividere con la nazione in cui abbiamo scelto di vivere.

È un impegno contro le spinte alla sopraffazione e alla rimozione della memoria dei fatti, che ancora oggi affiorano e minacciano l’esistenza stessa della nazione armena, soprattutto dopo l’aggressione militare dell’Azerbajgian contro la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh di un anno e mezzo fa, l’assordante silenzio della comunità internazionale che ne è seguito, i criminali tentativi di cancellare ogni traccia di cultura armena nelle zone occupate, e le recenti, gravi violazioni del cessate il fuoco ai danni degli armeni, approfittando del drammatico conflitto in corso in Ucraina.

È la vera lezione della Memoria, quella che dal passato ci apre gli occhi sul presente, ci aiuta ad essere responsabili del nostro futuro, e, soprattutto, vigili sui pericoli cui i singoli e le comunità sono esposti quando non sono riconosciuti i loro diritti fondamentali.

Ecco, allora, il nostro compito di cittadini europei: non restare schiacciati sotto il peso delle nostre paure, indifferenze, apatie e disillusioni ma diventare riferimenti credibili e concreti per prevenire nuovi odi e combattere con le armi della conoscenza e della verità i persistenti tentativi di rimozione e di manipolazione della Storia.

Unione Armeni d’Italia
Associazione Assoarmeni (Roma)
Associazione Casa di Cristallo (Padova)
Associazione Italiarmenia (Padova)
AGBU Milan
Casa Armena – Hay Dun  (Milano)
Comunità Armena – Calabria
Comunità Armena – Napoli
Consiglio per la comunità armena di Roma
Unione Talenti Armeni d’Italia

Foto di copertina: Il Tsitsernakaberd, monumento eretto sopra la gola di Hrazdan a Yerevan quale memoriale del genocidio armeno perpetrato dal governo dei Giovani Turchi dell’Impero Ottomano. Nel 1965, in occasione del 50° anniversario del genocidio, a Yerevan fu avviata una protesta di massa di 24 ore per chiedere il riconoscimento del genocidio armeno da parte delle autorità sovietiche. Il memoriale fu completato due anni dopo. La stele di 44 metri simboleggia la rinascita nazionale degli Armeni. Dodici lastre sono posizionate in cerchio, che rappresentano 12 province perdute nell’attuale Turchia. Al centro del cerchio c’è una fiamma eterna. Ogni 24 aprile, centinaia di migliaia di persone camminano verso il monumento al genocidio e depongono fiori intorno alla fiamma eterna.

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Anjar, una terra dal grande fascino e dalla storia millenaria (Tantobuonasera 22.04.22)

Il Libano è un piccolo Paese non più grande dell’Umbria, con mille storie affascinati;, e Anjar è la città più bella del Libano, costruita dagli armeni della Diaspora. Da questo piccolo angolo di Mediterraneo i Fenici, grandi navigatori, entrarono in contatto con le maggiori potenze del tempo, commerciando il pregiato legno di Cedro, di cui il Libano era ricco. Crocevia di diverse culture e religioni provenienti da ogni angolo del Mediterraneo, ancora oggi è possibile apprezzare il carattere multiculturale e cangiante di questo luogo a cavallo tra Occidente e Oriente, Paese che ha saputo rinascere dalle sue ceneri come l’Araba Fenice. Gli armenti fanno parte della storia di questo affascinate Paese. Sono arrivati in Libano privi di tutto, ma grazie alle loro radici culturali più profonde sono andati avanti, hanno lavorato e costruito, sono la perla del progresso nel Paese dei Cedri. Una volta chiesto al direttore del quotidiano “Zartonk”, cosa il Libano e l’Armenia rappresentano per un armeno libanese.

Mi ha risposto: “Il Libano è il loro Paese, l’Armenia è la loro coscienza”. La cittadina di Anjar, nota anche come Haouch Moussa, si trova nella valle della Bekaa, non molto distante dalla strada che collega Damasco e Beirut. La cittadina è nota soprattutto per essere un centro archeologico di notevole importanza, dalla seconda metà del XX secolo Non potevo venire nella Valle della Bekaa senza visitare Anjar, oggi la città più turistica del Libano. In questo luogo la popolazione è in gran parte legata alla seconda diaspora armena. Parlo con i cittadini di Anjar, e inevitabilmente i ricordi riportano al 1938: “Tornammo nei villaggi, e i turchi li avevano consegnati ai francesi”. Gli armeni della seconda diaspora erano proprietari di terreni e di qualche capo di bestiame, erano benestanti e i turchi sequestrarono tutto: “Per tentare la salvezza scappammo a piedi in Siria e i francesi ci radunarono in un campo profughi vicino a Kessab, in Siria”.

Migliaia di loro furono annientati dalla malaria, e in Libano si temeva l’espansione dell’epidemia, per cui non vennero concessi permessi di ingresso nel territorio. Intervennero i francesi, che distribuirono dosi di chinino ed elargirono alcune terre ad Anjar, località libanese al confine con la Siria”. Harout racconta: “Abbiamo resistito come veri eroi, ma i turchi avevano mezzi potenti per le deboli forze armene: molte persone sono cadute combattendo, molti sono stati uccisi, altri trucidati, i loro cadaveri furono gettati in un fiume”. In Cilicia, nel 1909, vennero sterminate altre 30.000 persone. Racconta Aram: “La fortuna è la volontà del popolo armeno e la sua audacia. Il mondo intero chiede giustizia ed esprime la massima solidarietà con il popolo armeno”. Prima di visitare Anjar sono stato di ritorno dall’Iraq ho visitato il quartiere di Borj. Borj Hammoud, quartiere fondato dagli armeni che raggiunsero Beirut nel 1915 dopo il Genocidio, dopo il collasso dell’Impero Ottomano. Ottennero il diritto di costruire accampamenti e baracche nella periferia est, vicino il fiume Beirut. Molti degli edifici costruiti in quel periodo sono ancora presenti. Le Forze Politiche Armene presenti in Libano, pur essendo molto diverse tra loro, sono unite nella verità e nell’esigenza del riconoscimento del Genocidio da parte del Governo Turco. Anjar è una città del Libano situata nella valle della Bekaa.

La popolazione è quasi interamente composta da armeni. L’area totale è di circa venti chilometri quadrati (7,7 miglia quadrate). Dopo essere stato abbandonato negli anni successivi, Anjar fu reinsediato nel 1939 con diverse migliaia di rifugiati armeni dall’area di Musa Dagh in Turchia. I suoi quartieri prendono il nome dai sei villaggi di Musa Dagh: Haji Hababli, Kabusia, Vakif, Khodr Bek, Yoghun Oluk e Bitias. La maggior parte degli armeni di Anjar sono apostolici armeni (ortodossi) che appartengono alla Chiesa apostolica armena e alla Santa Sede di Cilicia. La Chiesa Armena Apostolica di San Paolo è la seconda chiesa armena più grande del Libano. La comunità apostolica armena ha una propria scuola, Haratch Calouste Gulbenkian Secondary School. Nel 1940, il caporedattore del quotidiano armeno Haratch a Parigi, Shavarsh Missakian, organizzò una campagna di raccolta fondi tra gli armeni che vivevano in Francia che permise la costruzione della scuola elementare “Haratch” accanto alla chiesa apostolica armena di St. Paul di recente costituzione.

L’apertura ufficiale della scuola ha avuto luogo nel 1941. L’amministrazione della Fondazione Calouste Gulbenkian ha contribuito all’espansione della scuola, che è stata nominata in onore di Calouste Gulbenkian. La chiesa armena cattolica di Nostra Signora del Rosario ad Anjar funge da chiesa per i cattolici armeni, che gestiscono anche la scuola delle suore cattoliche armene. All’inizio, la scuola aveva due divisioni, St. Hovsep per gli studenti maschi e Suore dell’Immacolata Concezione per le studentesse. Nel 1954, questi dipartimenti furono uniti. Il 1973 ha visto l’apertura ufficiale della Casa degli orfani di Aghajanian, già operante come orfanotrofio cattolico armeno dal 1968. La Chiesa Armena Evangelica di Anjar è operativa per servire la piccola comunità Armena Evangelica di Anjar. La scuola della comunità protestante è stata fondata nel 1948 da suor Hedwig Aienshanslin come parte del suo lavoro missionario ad Anjar.

Talal KHRAIS

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