Milano – “Prima di diventare un artista, ero un attivista, poi, col successo dei System of a Down, la mia voce si è fatta più forte e i miei messaggi si sono arrivati a moltissima gente”, racconta Serj Tanakian, in scena domani all’Ippodromo de La Maura sul palcoscenico di quegli iDays che celebrano stasera Dave Grohl e i Foo Fighters.
Anche se i System si professano “una band dalla forte coscienza sociale, non un gruppo politico”, Tanakian, il bassista Shavo Odadjian, il chitarrista Daron Malakian e il batterista John Dolmayan continuano a sentirsi investiti di una missione, quella che gli affida il fatto di essersi formati nella comunità della diaspora di Little Armenia a Los Angeles trentadue anni fa: far sì che sul genocidio armeno, soprattutto fra i ragazzi americani, non scenda mai il silenzio. Un giuramento fatto sul letto di morte al nonno Stepan Haytayan, reso orfano dello sterminio all’età di cinque anni, che Serj assicura essere valido per lui ieri come oggi.
Tankian dice di sentirsi nel mirino dei servizi segreti turchi (timore che, in certi casi, potrebbe anche non essere solo metaforico) ma non intende deflettere dai propositi espressi dai SOAD (come li chiamano gli iniziati) fin dai tempi del primo album in quella “P.L.U.C.K.”, l’acronimo, che sta per “Politically Lying, Unholy, Cowardly Killers” (ovvero “Politicanti bugiardi, maledetti, codardi assassini”), scritta per denunciare il massacro di un milione e mezzo di armeni durante il programma di pulizia etnica pianificato dal movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi.
In quel pezzo, cantato nella primavera 2015 pure in Piazza della Repubblica a Erevan per le celebrazioni del centenario del genocidio, Tankian ringhia: “Un’intera razza sterminata / spazzata via del tutto per il nostro orgoglio / un’intera razza sterminata / spazzata via / guardali cadere tutti quanti!”.
Anche se cambiare definitivamente la vita della band armena è stato però il secondo album, “Toxicity” (2001), capace di raggiungere direttamente il primo posto nella classifica Billboard con 220.000 copie vendute già nella prima settimana. Tra i brani di quell’album fortunato, pure il singolo “Chop suey!”, considerato un pilastro del nu-metal al punto che, solo cinque anni fa, la rivista Metal Hammer l’ha eletto come la più grande canzone del XXI secolo. “Non facciamo molti concerti” ricordano i System of a Down, preceduti domani sul palco de La Maura da Queens of the Stone Age ed Acid Bath.
“Scegliamo con cura cosa vogliamo fare e ne parliamo apertamente. Non pianifichiamo tour, ma ci limitiamo a dire: ‘ehi, quest’anno dove vogliamo andare?’”. L’ultima meta, nel 2017, era stata Firenze, stavolta è Milano. Non tornavano da tredici anni.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-05 19:45:022026-07-05 19:45:16System of a Down all’Ippodromo La Maura, Armenia nel cuore e metal nell’anima: “Per noi niente tour, suoniamo dove ci piace” (Il Giorno 05.07.26)
Il Caucaso meridionale diventa una delle nuove priorità strategiche dell’Unione Europea. La visita della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a Baku e Yerevan conferma la volontà di Bruxelles di consolidare la propria presenza nella regione, rafforzando la cooperazione energetica con l’Azerbaigian e sostenendo l’integrazione economica dell’Armenia per ridurre la dipendenza dalla Russia e sviluppare nuovi corridoi commerciali verso l’Asia centrale.
A Baku, von der Leyen ha ribadito il ruolo dell’Azerbaigian come partner strategico per la sicurezza energetica europea. Il Corridoio meridionale del gas è considerato uno degli strumenti principali per diversificare gli approvvigionamenti dopo la crisi provocata dalla guerra in Ucraina. Per il presidente Ilham Aliyev il Paese punta inoltre a consolidare la propria posizione come piattaforma logistica tra Europa, Mar Caspio, Asia centrale, Russia, Iran e Turchia.
L’Unione Europea intende affiancare alla cooperazione energetica anche un rafforzamento delle infrastrutture di trasporto. Bruxelles prevede finanziamenti fino a 200 milioni di euro, con l’obiettivo di mobilitare investimenti complessivi fino a 2 miliardi di euro per sostenere lo sviluppo di reti ferroviarie, stradali, digitali ed energetiche che riducano la dipendenza dalle rotte russe.
A Yerevan, invece, il tema centrale è stato il sostegno economico all’Armenia. Bruxelles propone misure commerciali che, se approvate, consentirebbero di liberalizzare circa l’80% delle esportazioni armene verso il mercato europeo, offrendo un’alternativa alla forte dipendenza commerciale da Mosca, che continua a rappresentare il principale partner economico del Paese.
L’iniziativa europea si inserisce in un contesto regionale profondamente mutato dopo la guerra del Nagorno Karabakh. La vittoria dell’Azerbaigian ha ridimensionato il ruolo della Russia come garante della sicurezza armena, aprendo nuovi spazi diplomatici per l’Unione Europea, che punta a sostenere il processo di pace tra Baku e Yerevan anche attraverso un pacchetto di 20 milioni di euro destinato a sminamento, sanità, sviluppo rurale e sostegno alle piccole e medie imprese.
Per Bruxelles la stabilizzazione del Caucaso meridionale rappresenta una condizione essenziale per trasformare la regione in un corridoio stabile tra Europa e Asia centrale. L’obiettivo è rafforzare la sicurezza energetica, ampliare le connessioni commerciali e consolidare la propria influenza in un’area dove restano forti gli interessi di Russia, Turchia, Iran e Cina.
La visita di von der Leyen conferma così la crescente attenzione europea verso il Caucaso meridionale, ormai considerato uno dei principali snodi della competizione geopolitica ed economica nello spazio eurasiatico.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-05 10:00:052026-07-06 10:01:05Ue. Caucaso: si rafforza l’interazione con Armenia e Azerbaijan per sfidare l’influenza russa (Notizie Geopolitiche 05.07.26)
In questa estate canicolare, rovente, sotto tutti gli aspetti, immaginare un viaggio è un esercizio consigliabile, anche se forse un po’ frustrante, se destinata a rimanere solo un sogno. Ma c’è un luogo che non è solo una meta turistica. Anzi, non lo è; si tratta di un luogo dalla bellezza potente, immeritatamente poco conosciuto, ma almeno al riparo dai flussi barbarici dei turisti di massa. E’ soprattutto un luogo del cuore e dello spirito, della storia e della memoria. L’ Armenia e il suo popolo, con l’ostinazione a rimanere legati alle proprie radici, linguistiche e religiose, sfuggendo al pericolo dell’assimilazione. Segnato dall’orrore del genocidio, dalla diaspora, dalla rimozione storica, sotto il giogo sovietico, da nuovi attacchi, da crisi economiche, da vicini temibili.
Ma ci sono paesaggi straordinari, silenzi di valli e montagne, le commoventi chiese che da millenni resistono a tutto e a tutti.
Molti libri, per fortuna, sono stati scritti e pubblicati negli ultimi decenni, sulla storia armena , ambientati in questo Paese o ad esso riferiti. In particolare, bisogna ringraziare una scrittrice, studiosa, animatrice culturale come Antonia Arslan e i suoi romanzi fondamentali, a partire dal bestseller “La masseria delle allodole”. E come Aldo Ferrari, saggista e grande esperto: grazie alla loro infaticabile opera di divulgazione e di coraggiosa denuncia molti hanno potuto prendere coscienza ed appassionarsi a questa cultura e ai suoi protagonisti.
Se poi si volesse organizzare un viaggio fuori dagli schemi, una vera e propria esperienza di vita, ecco “Armenia” delle Edizioni Terra Santa, una guida che vuole essere un aiuto e una introduzione ad un Paese che un vero e proprio ponte tra Europa e Asia, nel suo aspetto fondamentale: l’identità cristiana, coraggiosamente difesa in un ambiente in cui la pratica religiosa non è molta diffusa, soprattutto dopo la dominazione sovietica. Si sono pertanto volute privilegiare le informazioni che permettono al turista interessato di “capire” il popolo armeno e il suo patrimonio. A una parte introduttiva contenente elementi fondamentali di storia (con la triste pagina del genocidio), religione (la millenaria Chiesa armena e il monachesimo) e cultura (arte, architettura e lingua), fa seguito la descrizione dettagliata di oltre quaranta siti scelti. L’autore è Alberto Elli, studioso appassionato e un viaggiatore. Conoscitore di lingue antiche (accadico, sumerico, ebraico, siriaco, etiopico classico, arabo, armeno), agli interessi linguistici ha sempre unito gli studi storici, che lo hanno portato ad occupar si a fondo delle cristianità orientali.
Segnaliamo anche un romanzo, recentemente arrivato in libreria, una storia coraggiosa sotto tutti i punti di vista. Lo scrittore turco Ahmet Altan chiude il suo Quartetto ottomano con il romanzo “Ti cerco, amata” (appena pubblicato nella traduzione italiana per le Edizioni E/O, pp.384, euro 21), affrontando la questione del genocidio degli armeni, questione che brucia ancora, con un coraggio ancora più rimarchevole perché si tratta di un autore turco, giornalista e scrittore di grande talento, a lungo detenuto nel suo Paese. Condannato all’ergastolo per la sua attività di oppositore e critico del potere, e per aver affrontato il tabù dello sterminio armeno, il 14 aprile 2021 è stato liberato grazie al vasto movimento di solidarietà sviluppatosi nei suoi confronti. Ha ricevuto nel 2021 il più importante riconoscimento letterario francese per la narrativa straniera, il Prix Femina étranger. Con le Edizioni E/O ha pubblicato i romanzi Scrittore e assassino e Signora Vita, la raccolta delle sue memorie difensive dal titolo Tre manifesti per la libertà, oltre ai primi tre volumi del Quartetto ottomano: Come la ferita di una spada, Amore nei giorni della rivolta, La lettera e il pianoforte. Saghe che intrecciano destini familiari personali, che merita di stare accanto ai grandi romanzi storici e alle varie epopee che furoreggiano nelle classifiche dei best seller.
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Sullo sfondo il crollo dell’Impero Ottomano, in quella Istanbul che si trasforma e diventa immensa, una città-mondo. Amori, potere e storia, proprio gli ingredienti di fondo, una narrazione costruita attraverso una scrittura fluida e puntuale, ricca di sfumature e con un tono quasi “solenne”, dal sapore di epopea. Sullo sfondo della contrastata storia d’amore tra l’ufficiale dell’esercito turco Ragıp Bey e l’affascinate Efronya, d’origine armena, c’è la Turchia del 1915, quando l’impero ottomano è sull’orlo del collasso, minato da sconfitte militari, carestie, instabilità politica. In un clima di grande incertezza ogni potenziale opposizione interna equivale a un male da estirpare subito. A cominciare dagli armeni, milioni dei quali saranno arrestati, deportati e uccisi, fatti scomparire tra le sabbie desolate di deserti. Quella stessa comunità che è sempre stata riconosciuta come una delle colonne della vita sociale, economica, culturale ottomano. Quando Efronya scompare nel vortice delle deportazioni, Ragıp parte per cercarla. Ma non può non interrogarsi sulle nefandezze del potere politico, il silenzio della società e l’oppressione che dominano un impero a cui è totalmente fedele, che incarna tutto ciò in cui credere. Una lenta discesa nell’inferno di violente inaudite, di deportazioni, di coraggio e viltà, nella presa di coscienza del lato più oscuro che si nasconde dietro l’ideale della patria e della lealtà verso le proprie tradizioni.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-03 19:41:112026-07-05 19:42:18Letture, Armenia luogo dello spirito e della storia (Acistampa 03.07.26)
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stata oggi a Erevan, capitale dell’Armenia, prima di volare a Cork per l’avvio della presidenza irlandese del Consiglio Ue e dopo aver visitato ieri Baku, capitale dell’Azerbaigian, un altro segno del rinnovato interesse dell’Ue per il Caucaso Meridionale. Già il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa era stato in Azerbaigian nel marzo scorso, incontrando il presidente Ilham Aliyev, per poi partecipare al vertice della Comunità Politica Europea di Erevan nel maggio scorso.
“Sono qui per dirvi: potete contare su di noi”, ha affermato la presidente in conferenza stampa a fianco del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, recentemente rieletto. La Repubblica armena venne invasa dall’Armata Rossa nel 1920, inglobata nella Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica, per poi diventare una repubblica a sé nell’Urss nel 1936.
Il Paese ha infine riconquistato l’indipendenza nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica. L’avvicinamento di Erevan all’Ue non è gradito a Mosca che, dopo la conferma di Pashinyan, determinato a ridurre la dipendenza dalla Russia del suo Paese (cui Mosca non ha dato aiuti nella recente guerra con l’Azerbaigian, che è costata a Erevan la perdita del Nagorno-Karabakh), ha imposto forti restrizioni alle importazioni di merci dall’Armenia nella Federazione.
Von der Leyen si è congratulata con Pashinyan per la vittoria elettorale. “Queste elezioni – ha detto – hanno dimostrato, ancora una volta, la forza della democrazia armena. Lo spirito della Rivoluzione di Velluto che avete guidato nel 2018 è vivo e vegeto. L’Armenia prosegue sulla strada della democrazia, delle riforme, della pace e di una più stretta collaborazione con l’Europa”.
Mentre “l’Armenia si avvicina all’Ue – ha aggiunto von der Leyen – il Caucaso meridionale si sta unendo. La firma dell’accordo di pace” con l’Azerbaigian “lo scorso anno è stata un momento storico. Il passo più importante che questa regione abbia compiuto negli ultimi decenni. Lo stesso vale per la continua normalizzazione delle relazioni con la Turchia”.
Queste decisioni, ha sottolinato von der Leyen, “hanno richiesto coraggio politico e leadership. So che i frutti saranno immensi. L’apertura delle frontiere trasformerà il futuro economico dell’Armenia. E la posizionerà al centro di uno dei crocevia più strategici del mondo”.
Il cosiddetto corridoio di mezzo, Middle Corridor, ricalca l’antica Via della Seta e unisce l’Oriente all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Caucaso e la Turchia. La sua rilevanza strategica è cresciuta per via della guerra in Ucraina, che ha reso i rapporti con la Russia molto problematici, e delle guerre in Medio Oriente, che ostacolano la navigazione sia nel Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz che resta sotto stretto controllo iraniano, che nel Mar Rosso, dove permane la minaccia degli Houthi yemeniti. Il corridoio di mezzo fornisce una via alternativa, che fa gola a molti: alla Russia in primis, che ha sempre considerato il Caucaso come una propria zona d’influenza naturale.
“Saremo al vostro fianco per trasformare questa visione in realtà”, ha assicurato von der Leyen. La presidente ha quindi annunciato un nuovo pacchetto di finanziamenti nell’ambito del programma Global Gateway “da 200 milioni di euro, per la pace attraverso la connettività. Insieme ai nostri partner finanziari, puntiamo a mobilitare fino a 2 miliardi di euro per progetti strategici nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale in tutto il Caucaso meridionale. In Armenia, questo potrebbe sostenere progetti attualmente in fase di preparazione, tra cui valichi di frontiera e infrastrutture stradali“.
In questo modo, ha continuato, verranno costruite “infrastrutture reali e fisiche per la pace. E allo stesso tempo, stiamo costruendo ponti tra le persone. Per questo motivo, ho anche annunciato un programma di promozione della pace da 20 milioni di euro. È rivolto alle comunità che vivono lungo i confini. Vogliamo sostenere l’economia locale, le piccole e microimprese, o, ad esempio, nuove tecniche agricole, la gestione delle risorse idriche, eccetera”.
L’Armenia, ha notato von der Leyen, “sta ancora subendo una forte pressione economica da parte della Russia. Si tratta di una vera e propria coercizione economica. Ma state tranquilli: quando la pressione sui nostri partner aumenta, l’Ue interviene“. Anzitutto, ha detto, “riceverete presto ulteriori 18 milioni di euro per contribuire a rafforzare e diversificare i vostri scambi commerciali. I fondi potranno, ad esempio, contribuire alla creazione di un’agenzia per la promozione delle esportazioni e a incrementare la capacità di esportazione delle imprese armene. Questi 18 milioni di euro rappresentano la parte finale del pacchetto di sostegno da 52 milioni di euro di cui abbiamo discusso all’inizio di giugno”.
In secondo luogo, ha proseguito la presidente della Commissione, “presenteremo una proposta per misure commerciali autonome, che liberalizzeranno quasi l’80% delle esportazioni armene verso l’Ue. Significa che l’80% dei vostri scambi commerciali con noi sarà ora esente da dazi. In questo modo, potremo reindirizzare i prodotti che attualmente dipendono ancora fortemente dal mercato russo e inviarli al mercato unico dell’Unione Europea, che conta 450 milioni di consumatori”.
Pertanto, ha spiegato, “questa misura aprirà le porte europee a quasi il 99% della frutta e della verdura fresca armena che in precedenza veniva esportata in Russia. Aprirà le porte del Mercato Unico dell’Unione Europea a oltre il 90% delle vostre esportazioni di bevande e liquori. Nell’ultimo mese abbiamo visto arrivare sempre più fiori armeni sul nostro mercato. E’ un bellissimo simbolo di un nuovo capitolo nella nostra partnership economica”.
E questo, per von der Leyen, “è solo l’inizio. Con queste nuove misure in atto, avrete i mezzi per diversificare rapidamente. A metà luglio, invieremo esperti in Armenia che lavoreranno direttamente con i vostri produttori, le vostre imprese e i vostri esportatori e li aiuteranno a cogliere tutte le opportunità che una partnership privilegiata con l’Ue può offrire”. Per von der Leyen, il 7 giugno scorso “il popolo armeno si è espresso chiaramente. Ha scelto la democrazia. Lo Stato di diritto. Ha scelto la riforma e la pace. Ha scelto una società aperta, accogliente e inclusiva. E ha scelto di collaborare con l’Unione Europea. E insieme, ora dobbiamo trasformare le aspirazioni in risultati concreti: potete contare su di noi“, ha concluso.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-02 19:38:432026-07-05 19:40:56Armenia: l'Ue sfida la Russia con aiuti, punta al corridoio strategico del Caucaso (Adnkronos 02.07.26)
A Venezia c’è una confettura che non nasce dalla frutta, ma dai petali di rosa. Si chiama vartanush e ogni primavera i monaci della Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi la preparano sull’isola di San Lazzaro degli Armeni, seguendo una tradizione arrivata in laguna nel Settecento. Si produce soltanto per poche settimane all’anno, quando nel roseto del monastero gli arbusti sono in piena fioritura.
Come la vartanush è arrivata a Venezia dall’Armenia
La vartanush è una delle espressioni più autentiche della presenza armena a Venezia. L’isola di San Lazzaro, un quadratino di appena tre ettari a poche bracciate dal Lido di Venezia, era originariamente sede dell’ordine benedettino di Sant’Ilario. Dal Dodicesimo secolo in poi viene scelta come luogo di quarantena e utilizzata come lazzaretto prendendo il nome del patrono dei lebbrosi, San Lazzaro.
L’arrivo dei monaci armeni nella laguna
A causa delle persecuzioni subite da parte dell’Impero ottomano, nel 1715 un manipolo religiosi armeni e il monaco nobile di Sebaste, Manug di Pietro, detto Mekhitar (“il consolatore”) fuggono rifugiandosi in laguna. Dopo un periodo d’abbandono, nel 1717 la Repubblica di Venezia concede ai rifugiati l’isola ex-lazzaretto. Mekhitar insieme ai suoi seguaci fonda la Congregazione dei Padri Armeni Mechitaristi, rimette in sesto l’antico monastero medievale, restaura la chiesa in rovina, edifica il chiostro e i locali per la pinacoteca, la stamperia settecentesca e l’enorme biblioteca. Quando Napoleone abolisce quasi tutti i monasteri di Venezia, permette ai monaci Mechitaristi di continuare a gestirlo come accademia. La congregazione trasforma l’isola in un centro di cultura e scienza, destinato a mantenere in vita la lingua, la letteratura e le tradizioni del popolo armeno. Ancora oggi le migliaia di antichi volumi e oltre 4mila fra manoscritti e codici miniati custoditi nel monastero, sono la più importante collezione di cultura armena in occidente, richiamando studiosi da ogni parte del mondo.
La raccolta dei petali all’alba
Accanto a questo patrimonio culturale, i monaci hanno continuato a tramandare anche alcune preparazioni della tradizione armena. La vartanush, il cui nome significa “rosa dolce”, è una ricetta armena a cui i monaci si affidano per iniziare a produrre la confettura a partire dal 1850. L’ingrediente principale sono i petali raccolti nel grande roseto del monastero durante la fioritura primaverile. Fra le varietà coltivate figura anche la rosa damascena, da secoli impiegata nel Vicino Oriente per conserve, sciroppi e acqua di rose. La preparazione segue alla lettera gli antichi gesti tramandati dalla comunità monastica. La raccolta comincia a maggio e coincide con le circa due settimane di piena fioritura del roseto.
Le rose vengono colte all’alba, quando sono fresche e conservano al meglio il loro patrimonio aromatico. I petali vengono poi sfogliati uno a uno e privati manualmente della base biancastra attaccata alla corolla detta “unghia”, che conferirebbe una nota amarognola alla preparazione. Solo a questo punto vengono lavorati con zucchero e succo di limone, massaggiati a mano per favorire il rilascio di aromi, colore e sostanze naturali, quindi lasciati riposare per una breve macerazione. La cottura è lenta e prosegue fino a raggiungere la consistenza desiderata. Il risultato è una confettura dal colore rosso cremisi intenso, con i petali ancora riconoscibili e un profumo soave di rosa fresca con note agrumate.
Solo 5 mila vasetti all’anno
La produzione rimane necessariamente limitata, sull’isola se ne producono appena 5mila vasetti. Il modo più semplice per gustarla è per la prima colazione, spalmata sul pane imburrato, ma il suo profilo aromatico si presta anche ad accompagnare yogurt e ricotta, a farcire una crostata o piccoli biscottini di pasta frolla, oppure ad affiancare formaggi freschi specialmente caprini. Ne basta poca per aggiungere una nota floreale senza coprire gli altri sapori.
Per secoli la vartanush rimane una preparazione destinata esclusivamente alla tavola dei monaci e dei loro ospiti. Oggi è inserita nell’Arca del Gusto di Slow Food e la sua produzione, pur restando limitata, è disponibile anche per i visitatori che raggiungono l’isola. La recente scelta di metterla in vendita nasce dalla volontà della comunità mechitarista di far conoscere non solo questa antica ricetta, ma anche la storia e il patrimonio culturale armeno custoditi nel monastero.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-02 11:53:052026-07-03 12:03:00Su un'isola di Venezia i monaci fanno una confettura di rose da 170 anni (Gambero Rosso 02.07.26)
Il governo israeliano ha riconosciuto il genocidio armeno del 1915, dopo decenni di silenzio dettati dai rapporti con la Turchia. La decisione arriva mentre le relazioni tra Israele e Ankara si sono deteriorate a causa della guerra a Gaza.
Domenica 28 giugno il governo israeliano ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno compiuto dall’impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale: circa un milione e mezzo di persone (le stime vanno da 600mila a 1,5 milioni) furono uccise tra il 1915 e il 1923, soprattutto tra il 1915 e il 1916, sebbene i massacri proseguissero fino agli anni Venti. La decisione, approvata all’unanimità su proposta del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, dovrà ora essere ratificata dalla Knesset, il parlamento. È una svolta significativa e non scontata: i governi israeliani precedenti avevano sempre evitato il riconoscimento formale per preservare i rapporti con la Turchia, erede dell’impero Ottomano e un tempo stretto partner strategico nella regione.
Sa’ar ha definito la scelta un dovere «morale e storico» e ha denunciato la «campagna istituzionalizzata di negazione e minimizzazione» portata avanti soprattutto dal governo turco. Ha poi voluto precisare che non si tratta di un atto di ritorsione contro l’ostilità di Ankara, aggiungendo che «la diffusione di menzogne su Israele da parte della Turchia non le conferisce immunità dalle verità storiche». Oltre a Israele, il genocidio armeno è riconosciuto da circa 35 Paesi, tra cui l’Italia (formalmente dal 2019) Francia, Germania, Stati Uniti. La Turchia continua a respingere con fermezza il termine, sostenendo che le vittime, sia armene che turche, siano morte a causa della guerra.
La mossa arriva in un momento di forte deterioramento dei rapporti tra i due Paesi, che sono precipitati dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra israeliana a Gaza, che costata la vita a oltre 73mila palestinesi. Ankara ha reagito duramente al riconoscimento, bollandolo come una «decisione politica» volta a insabbiare i propri crimini a Gaza, dove Israele è sotto processo alla Corte internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio – accusa che il governo israeliano respinge categoricamente. Il ministero degli Esteri turco ha promesso di continuare a contrastare le «politiche espansionistiche e destabilizzanti» di Israele nella regione.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è diventato uno dei critici più duri di Israele, arrivando a paragonare i suoi leader a funzionari nazisti; Netanyahu ha ricambiato definendolo «un dittatore antisemita che commette un genocidio contro i curdi». La Turchia ha sospeso gran parte degli scambi commerciali con Israele ed è diventata uno dei principali sostenitori diplomatici di Hamas.
La reazione armena
La questione si intreccia anche con gli equilibri regionali: l’Azerbaigian, alleato di Ankara e già scontratosi due volte con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh (di cui ha ripreso il controllo tra il 2020 e il 2023), ha definito la decisione israeliana una «distorsione dei fatti storici» che mina gli sforzi di pace. L’Armenia, dal canto suo, si trova in una posizione scomoda: il suo primo ministro Nikol Pashinyan sta tentando una difficile riconciliazione con la Turchia e non può quindi esprimere aperta gratitudine verso Israele, anche per non compromettere i rapporti con l’Iran, porta d’accesso logistica cruciale del Paese.
Le relazioni tra Israele e Armenia si erano già raffreddate dopo che Yerevan, nel giugno 2024, aveva riconosciuto lo Stato di Palestina. Pashinyan ha reagito con freddezza: secondo il quotidiano israeliano The Time of Israel, ha insinuato che la decisione di Israele sia politicamente motivata, dato che Gerusalemme si è astenuta per decenni dal riconoscere il genocidio armeno per evitare di inimicarsi la Turchia, un tempo alleata e ora nemica.
Secondo il Patriarcato armeno di Gerusalemme, per bocca del vescovo Koryun Baghdasaryan, il governo israeliano ha «adempiuto al suo dovere morale» riconoscendo il genocidio degli armeni. L’alto prelato ha sottolineato come il riconoscimento rappresenti il compimento di un obbligo etico da parte di Israele, in virtù della storia del popolo ebraico, vittima di un genocidio per mano della Germania nazista.
Resta invece ferma la linea della Knesset sull’Holodomor del 1932-1933, mai riconosciuto come genocidio degli ucraini compiuto nell’Unione Sovietica dominata da Stalin: una posizione che, secondo alcuni analisti, riflette da un lato la difesa dell’unicità della Shoah, dall’altro le relazioni pragmatiche con Mosca – segno che Israele guarda alle tragedie storiche altrui non attraverso una lente universale, ma in base ai propri interessi geopolitici del momento. (f.p.)
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-02 11:51:222026-07-03 11:52:50Attualità Israele e il genocidio armeno: giustizia storica o dispetto ad Ankara? (Terra Santa 02.07.26)
«Ci fanno le condoglianze con un secolo di ritardo». Nella sua bottega di Gerusalemme, il ceramista Aram è indignato. Suo nonno scappò qui nel 1919, quand’era già cominciato il genocidio degli armeni. Suo papà rimase a vedere la nascita d’Israele. Lui non s’è mai mosso, nonostante 80 anni di guerre: «Eppure», dice Aram, «in tutto questo tempo nessun governo israeliano ha mai nominato i nostri tre milioni di morti. Loro commemorano la Shoah. Ma quel che i turchi han fatto a noi?». Per lo Stato ebraico c’è stato sempre e solo un Olocausto, e null’altro di paragonabile: che fosse accaduto in Armenia o in Ruanda, in Cambogia o in Ucraina. Figuriamoci a Gaza. Domenica scorsa, però, qualcosa è cambiato e il governo di Bibi Netanyahu ha rotto il tabù, riconoscendo come il «Grande Crimine» consumato sotto gli Ottomani — non si può più tacerlo — sia stato davvero un genocidio.
Non è un soprassalto di coscienza. È un calcolo politico.Bibi non perdona alla Turchia, tutt’ora sua partner commerciale, d’essersi schierata con Hamas e d’aver parlato di genocidio nella Striscia. Non ne tollera l’espansionismo neo ottomano in Siria e nel Mediterraneo. Dopo l’Iran, considera i turchi «il prossimo problema». E dunque, da dove cominciare? Basta col negazionismo del presidente Erdogan, che incarcera chiunque apra l’armadio degli scheletri armeni. E basta con un’amicizia che, da molto tempo, non è più nemmeno un’alleanza strategica. Ad Ankara, ovviamente, lo schiaffo armeno l’han preso male. Ma ancora peggio, guarda un po’, a Erevan: «Questa è una pura strumentalizzazione», ha reagito gelido il premier Nikol Pashinyan, «è l’utilizzo del nostro genocidio come arma». Dalla guerra del 2020 persa contro l’Azerbaigian, all’Armenia non va giù che Bibi abbia sostenuto gli azeri, proprio come i turchi. E poi c’è di mezzo il petrolio, che Baku vende a Israele. Dagli armeni, però, arriva anche una piccola lezione: a chi nega i genocidi, a chi ne vede ovunque, a chi li usa per coprire altri crimini. Certa Storia si ripete soltanto sotto forma di tragedia, e non c’è niente di peggio che usarne le vittime come testimonial.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-02 11:49:352026-07-03 11:51:20Genocidio armeno: quando la memoria diventa strumento di scontro politico (Cds 02.07.26)
La presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è stata oggi a Erevan, capitale dell’Armenia, prima di volare a Cork per l’avvio della presidenza irlandese del Consiglio Ue e dopo aver visitato ieri Baku, capitale dell’Azerbaigian, un altro segno del rinnovato interesse dell’Ue per il Caucaso Meridionale. Già il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa era stato in Azerbaigian nel marzo scorso, incontrando il presidente Ilham Aliyev, per poi partecipare al vertice della Comunità Politica Europea di Erevan nel maggio scorso.
“Sono qui per dirvi: potete contare su di noi”, ha affermato la presidente in conferenza stampa a fianco del primo ministro armeno Nikol Pashinyan, recentemente rieletto. La Repubblica armena venne invasa dall’Armata Rossa nel 1920, inglobata nella Repubblica Socialista Sovietica Federativa Transcaucasica, per poi diventare una repubblica a sé nell’Urss nel 1936.
Il Paese ha infine riconquistato l’indipendenza nel 1991, con il crollo dell’Unione Sovietica. L’avvicinamento di Erevan all’Ue non è gradito a Mosca che, dopo la conferma di Pashinyan, determinato a ridurre la dipendenza dalla Russia del suo Paese (cui Mosca non ha dato aiuti nella recente guerra con l’Azerbaigian, che è costata a Erevan la perdita del Nagorno-Karabakh), ha imposto forti restrizioni alle importazioni di merci dall’Armenia nella Federazione.
Von der Leyen si è congratulata con Pashinyan per la vittoria elettorale. “Queste elezioni – ha detto – hanno dimostrato, ancora una volta, la forza della democrazia armena. Lo spirito della Rivoluzione di Velluto che avete guidato nel 2018 è vivo e vegeto. L’Armenia prosegue sulla strada della democrazia, delle riforme, della pace e di una più stretta collaborazione con l’Europa”.
Mentre “l’Armenia si avvicina all’Ue – ha aggiunto von der Leyen – il Caucaso meridionale si sta unendo. La firma dell’accordo di pace” con l’Azerbaigian “lo scorso anno è stata un momento storico. Il passo più importante che questa regione abbia compiuto negli ultimi decenni. Lo stesso vale per la continua normalizzazione delle relazioni con la Turchia”.
Queste decisioni, ha sottolinato von der Leyen, “hanno richiesto coraggio politico e leadership. So che i frutti saranno immensi. L’apertura delle frontiere trasformerà il futuro economico dell’Armenia. E la posizionerà al centro di uno dei crocevia più strategici del mondo”.
Il cosiddetto corridoio di mezzo, Middle Corridor, ricalca l’antica Via della Seta e unisce l’Oriente all’Europa passando per l’Asia Centrale, il Caucaso e la Turchia. La sua rilevanza strategica è cresciuta per via della guerra in Ucraina, che ha reso i rapporti con la Russia molto problematici, e delle guerre in Medio Oriente, che ostacolano la navigazione sia nel Golfo Persico, con lo Stretto di Hormuz che resta sotto stretto controllo iraniano, che nel Mar Rosso, dove permane la minaccia degli Houthi yemeniti. Il corridoio di mezzo fornisce una via alternativa, che fa gola a molti: alla Russia in primis, che ha sempre considerato il Caucaso come una propria zona d’influenza naturale.
“Saremo al vostro fianco per trasformare questa visione in realtà”, ha assicurato von der Leyen. La presidente ha quindi annunciato un nuovo pacchetto di finanziamenti nell’ambito del programma Global Gateway “da 200 milioni di euro, per la pace attraverso la connettività. Insieme ai nostri partner finanziari, puntiamo a mobilitare fino a 2 miliardi di euro per progetti strategici nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale in tutto il Caucaso meridionale. In Armenia, questo potrebbe sostenere progetti attualmente in fase di preparazione, tra cui valichi di frontiera e infrastrutture stradali“.
In questo modo, ha continuato, verranno costruite “infrastrutture reali e fisiche per la pace. E allo stesso tempo, stiamo costruendo ponti tra le persone. Per questo motivo, ho anche annunciato un programma di promozione della pace da 20 milioni di euro. È rivolto alle comunità che vivono lungo i confini. Vogliamo sostenere l’economia locale, le piccole e microimprese, o, ad esempio, nuove tecniche agricole, la gestione delle risorse idriche, eccetera”.
L’Armenia, ha notato von der Leyen, “sta ancora subendo una forte pressione economica da parte della Russia. Si tratta di una vera e propria coercizione economica. Ma state tranquilli: quando la pressione sui nostri partner aumenta, l’Ue interviene“. Anzitutto, ha detto, “riceverete presto ulteriori 18 milioni di euro per contribuire a rafforzare e diversificare i vostri scambi commerciali. I fondi potranno, ad esempio, contribuire alla creazione di un’agenzia per la promozione delle esportazioni e a incrementare la capacità di esportazione delle imprese armene. Questi 18 milioni di euro rappresentano la parte finale del pacchetto di sostegno da 52 milioni di euro di cui abbiamo discusso all’inizio di giugno”.
In secondo luogo, ha proseguito la presidente della Commissione, “presenteremo una proposta per misure commerciali autonome, che liberalizzeranno quasi l’80% delle esportazioni armene verso l’Ue. Significa che l’80% dei vostri scambi commerciali con noi sarà ora esente da dazi. In questo modo, potremo reindirizzare i prodotti che attualmente dipendono ancora fortemente dal mercato russo e inviarli al mercato unico dell’Unione Europea, che conta 450 milioni di consumatori”.
Pertanto, ha spiegato, “questa misura aprirà le porte europee a quasi il 99% della frutta e della verdura fresca armena che in precedenza veniva esportata in Russia. Aprirà le porte del Mercato Unico dell’Unione Europea a oltre il 90% delle vostre esportazioni di bevande e liquori. Nell’ultimo mese abbiamo visto arrivare sempre più fiori armeni sul nostro mercato. E’ un bellissimo simbolo di un nuovo capitolo nella nostra partnership economica”.
E questo, per von der Leyen, “è solo l’inizio. Con queste nuove misure in atto, avrete i mezzi per diversificare rapidamente. A metà luglio, invieremo esperti in Armenia che lavoreranno direttamente con i vostri produttori, le vostre imprese e i vostri esportatori e li aiuteranno a cogliere tutte le opportunità che una partnership privilegiata con l’Ue può offrire”. Per von der Leyen, il 7 giugno scorso “il popolo armeno si è espresso chiaramente. Ha scelto la democrazia. Lo Stato di diritto. Ha scelto la riforma e la pace. Ha scelto una società aperta, accogliente e inclusiva. E ha scelto di collaborare con l’Unione Europea. E insieme, ora dobbiamo trasformare le aspirazioni in risultati concreti: potete contare su di noi“, ha concluso.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-02 11:49:192026-07-03 11:49:25Armenia: l'Ue sfida la Russia con aiuti, punta al corridoio strategico del Caucaso (Rassegna 02.07.26)
Negli ultimi anni, l’Armenia e più in generale i Paesi del Caucaso stanno emergendo come nuovi attori cruciali nel processo di ristrutturazione del capitalismo digitale nato dal boom della Silicon Valley. Mentre Stati Uniti, Israele e Unione Europea costruiscono i presupposti per future capitalizzazioni e posizionamenti strategici nell’area, Russia e Iran – per ora – prendono nota.
Il 4 maggio scorso la capitale armena di Erevan ha ospitato la riunione della Comunità Politica Europea, la piattaforma di coordinamento che dal 2022 riunisce 44 paesi del Vecchio Continente tra i quali anche Armenia e Azerbaigian, fortemente voluta da Emmanuel Macron in seguito alla crisi energetica scatenata dal conflitto tra Russia e Ucraina. Il giorno seguente, il presidente del Consiglio europeo António Costa e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen hanno incontrato l’omologo armeno Nikol Pashinyan in quello che è stato il primo vertice bilaterale tra le due parti, dando seguito all’accordo di partenariato CEPA in vigore dal 2021, con il quale l’Armenia si era già impegnata a «perseguire un programma globale di riforme basato sulla democrazia, sulla trasparenza e sullo Stato di diritto, in particolare la lotta alla corruzione e la riforma del sistema giudiziario»1. Tuttavia, la traiettoria che ha portato Armenia e Unione Europea a un’apertura reciproca è stata tutt’altro che lineare.
È il novembre del 2013 quando un primo possibile approccio tra Unione Europea e una parte consistente dell’ex-blocco sovietico costituita da Ucraina, Armenia e Moldova, accusa un’improvvisa battuta d’arresto. Contro ogni aspettativa, il vertice di Vilnius vede prima il ritiro dai negoziati da parte dell’Armenia e poi il clamoroso rifiuto all’ultimo minuto dell’Ucraina di firmare l’Accordo di Associazione. La risoluzione del Parlamento sul Partenariato Orientale è costretta a registrare con amarezza come le decisioni dei due Paesi abbiano «frustrato gli sforzi e minato il lavoro degli ultimi anni, che mirava ad approfondire le relazioni bilaterali e promuovere l’integrazione europea»2. Unica e magra consolazione, la Moldova firma in quell’occasione l’Accordo di Associazione.
La débâcle si traduce subito in punteggio geopolitico (2-1 per Putin); ma la vittoria per la Russia è a doppio taglio: se infatti da un lato l’Armenia meno di un anno dopo aderisce alla neonata Unione Economica Eurasiatica – dando seguito alla partecipazione all’alleanza militare dell’OTSC (una sorta di contraltare russo della Nato) – dall’altro lato, la mancata firma del presidente ucraino Yanukovich al vertice di Vilnius scatena le proteste filo-europee dell’Euromaidan a Kiev, provocando la caduta del governo e ponendo le basi per la cosiddetta «rivoluzione della dignità» del febbraio 2014, a cui a stretto giro farà seguito l’intervento militare russo in Crimea. Se gli sviluppi sul fronte ucraino degli ultimi anni hanno seguito un corso coerente rispetto ai preamboli di allora, arrivando a produrre una polarizzazione sempre maggiore tra Russia e Ucraina fino a un’inconciliabilità sfociata nel conflitto tuttora in corso, il contesto armeno si è evoluto in maniera molto meno intuitiva.
Per comprendere il mutamento che dalla diserzione del vertice di Vilnius nel 2013 ha portato al bilaterale Erevan-Bruxelles a inizio maggio di quest’anno, occorre sciogliere la matassa dello storico legame tra Armenia e Russia fino ai suoi più recenti e inediti sviluppi, a partire da due aspetti centrali e tra loro fortemente connessi: la centralità della Chiesa apostolica negli equilibri della società armena e l’annosa questione del Nagorno-Karabakh.
Nata da una delle più antiche comunità cristiane al mondo, la Chiesa apostolica armena ricopre tutt’oggi un ruolo di primo piano nella vita politica del Paese, grazie a un establishment impegnato nel proseguire gli storici legami politici ed economici con la Russia, secondo Paese per numero di fedeli residenti (500mila solo a Mosca). Formidabile collante culturale per un popolo frammentato da una diaspora iniziata nel 1915 e che oggi conta circa 8 milioni di persone sparse in tutto il mondo (contro i circa 3 milioni presenti sul territorio nazionale), l’istituzione ecclesiastica armena è stata capace di condensare un profondo senso di appartenenza popolare attorno alla figura del Catholicos, il supremo patriarca, nonché attore di primo piano della vita politica del Paese. Soprattutto in relazione alla questione del Nagorno-Karabakh, la regione al centro di una sanguinosa contesa tra Armenia e Azerbaigian a partire dal 1988, quando – in seguito al disfacimento dell’Unione Sovietica – fu dapprima attraversata da moti indipendentisti che portarono all’annessione all’Armenia, per poi diventare teatro di un conflitto aperto durato due anni (1992-1994) e conclusosi con la vittoria armena suggellata dal beneplacito della Russia. Proprio in questa fase di pace apparente, la Chiesa apostolica fu in grado di imporsi come collante culturale tra l’enclave indipendente geograficamente situata dentro i confini dell’Azerbaigian e il resto del Paese, consolidando la propria presenza in un momento cruciale di ridefinizione dell’identità nazionale. Tuttavia, nel settembre del 2020, in seguito a un programma trentennale di riarmo, l’Azerbaigian torna all’attacco e nel settembre del 2023 mette il sigillo sulla regione, approfittando anche del notevole e duraturo impegno dell’esercito russo in Ucraina. La vittoria azera provoca l’esodo di massa di oltre 100mila armeni e lo scioglimento delle forze separatiste, ma il trattato di pace viene firmato solo due anni dopo nell’agosto del 2025 a Washington, dagli attuali presidenti Ilham Aliyev e Nikol Pashinyan con la mediazione del presidente statunitense Donald Trump. È al termine di quell’accordo che il presidente azero Aliyev propone pubblicamente all’omologo armeno di inviare una lettera a sostegno della candidatura di Trump al premio Nobel per la pace. Invano, come sappiamo oggi.
Tuttavia, all’apparente distensione con il nemico storico dell’Azerbaigian non corrisponde un’analoga pacificazione delle tensioni interne: il trattato di pace esacerba la già manifesta ostilità tra il presidente Pashinyan e il Catholicos Karekin II, trasformandola in una spietata lotta intestina tra Stato e Chiesa. Karekin invoca le dimissioni del presidente accusandolo di tradimento per aver ceduto la storica regione agli azeri; Pashinyan risponde accusando il Catholicos di avere avuto una figlia e di non essere degno di ricoprire il suo ruolo, arrivando ad aprire un procedimento penale nei suoi confronti e impedendogli di lasciare il Paese, con il chiaro intento di impedire la sua partecipazione a un’importante riunione vescovile in Austria organizzata proprio per discutere della crisi della Chiesa apostolica e delle pressioni del governo. La società armena ribolle e nuove figure aspirano al potere; tra queste l’arcivescovo Bagrat Galstanyan, il quale, auto-sospesosi dalle funzioni pastorali, si mette alla guida di un movimento di protesta con l’obiettivo di rovesciare il governo di Pashinyan e formarne uno nuovo da egli stesso guidato. Accusato di tramare un colpo di Stato è in stato di detenzione dallo scorso giugno, insieme a una manciata di altri arcivescovi riottosi.
Ma il vero oggetto della contesa è la titolarità di una nuova identità nazionale che sappia assorbire la perdita del Nagorno-Karabakh. E se quella promossa dal Karekin II ruota attorno alla necessità di riconquistare quanto perduto in nome di una storia e una tradizione che non possono essere tradite, quella di Pashinyan punta a superare senza troppi rimpianti una fase ritenuta conclusa e a guardare alla «real Armenia» con i suoi confini attuali. Il 7 giugno la maggioranza dei cittadini armeni accorsi alle urne ha scelto per la seconda opzione, confermando il primo ministro uscente con il 49,8% dei voti.
Seduta su due sedie
La vittoria di Pashinyan alle recenti elezioni è stata presentata dalla quasi totalità delle testate occidentali come l’ulteriore conferma del progressivo allontanamento dell’Armenia dall’orbita di influenza russa, a cui viene fatto coincidere un proporzionale avvicinamento all’Unione Europea.
Nonostante il programma del principale partito di opposizione Forte Armenia (23% dei voti) tendesse chiaramente verso politiche filo-russe, è del tutto ingannevole attribuire al partito di Pashinyan, Contratto Civile, intenti anti-russi delineati altrettanto nettamente. A riprova di ciò, basti pensare che sotto il precedente governo di Pashinyan, gli interessi economici russi in Armenia sono aumentati. Non solo, per quanto il partenariato CEPA e il più recente vertice bilaterale con l’Unione Europea costituiscano segnali concreti di apertura all’Europa, ad oggi la candidatura dell’Armenia a Paese membro dell’U.E. rimane su un piano puramente ipotetico, materialmente ostacolato dall’adesione all’Unione Economica Eurasiatica a guida russa, come fatto notare da Vladimir Putin il 27 maggio scorso. Senz’altro, il mancato appoggio militare della Russia nel Nagorno-Karabakh ha fatto traballare la fiducia di molti armeni, eppure la scommessa è stata vinta da chi, dopo aver firmato una pace «infamante» con il nemico storico, ha saputo farsi rieleggere qualche mese dopo.
Pur ammettendo il profilarsi di un parziale distacco – come testimoniano le più o meno velate minacce della Russia di riconsiderare i meccanismi economici preferenziali concessi a Erevan – è soprattutto l’equazione che a ciò vorrebbe far coincidere un inevitabile avvicinamento all’Unione Europea a risultare forzata non appena calata nella materialità delle cose. Basti prendere ad esempio il caso della rete ferroviaria nazionale, attualmente gestita dalla Russia, per la quale Pashinyan ha sì richiesto la cessione da parte russa dei diritti di gestione in favore di un Paese terzo, ma non senza specificare che tale Paese debba essere in grado di mantenere buoni rapporti con Mosca. Tra questi, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Kazakistan sono i candidati più probabili. Qualcosa di molto simile a quanto già accaduto in ambito bellico, dove il fornitore principale dell’Armenia è oggi l’India, solo apparentemente a discapito della Russia dal momento che i due Paesi lo scorso dicembre hanno posto le basi per un modello di ricerca congiunta e di co-produzione di piattaforme difensive avanzate. Il fatto è che alle nostre latitudini, laddove c’è la Russia di mezzo, raramente la narrazione costruita dalle istituzioni europee e validata dalla stampa è scevra di inflessioni propagandistiche. Come nel caso della copertura mediatica occidentale riservata alle recenti elezioni armene e tutta incentrata sulla presunta influenza sotterranea del Cremlino. Ciò non per negare plausibili tentativi da parte del Cremlino di favorire i partiti filo-russi di ogni qualsivoglia elezione – cosa abbastanza ovvia – ma per sottolineare la difficoltà di vedere ciò che oggettivamente si muove ad Oriente dell’Unione Europea oltre la narrazione di un’ingerenza russa data per scontata e da cui ogni evento sarebbe inquinato. E non è un caso che a rimpolpare questa narrazione sia stata proprio Ursula von der Leyen nel discorso inaugurale al già citato vertice bilaterale dello scorso maggio, quando – in piena campagna elettorale – ha parlato dello sforzo dell’Armenia di contrastare «manipolazione straniera dell’informazione, minacce ibride e interferenze» e del supporto dell’U.E. in questo campo come conseguenza benefica dell’Accordo di Partenariato. Parole che, lungi dal dimostrare alcunché di concreto, rispecchiano lo sforzo dell’Europa di mascherare le profonde contraddizioni che dilaniano le sue società e il suo agire geopolitico, in nome di un presunto primato in ambito democratico. Primato garantito sulla carta dai rigidi prerequisiti in materia di diritti a cui ogni Paese deve adeguarsi per poter anche solo pensare di entrare a far parte dell’Unione, ma brutalmente smentito dal genocidio del popolo palestinese rispetto al quale l’Unione Europea ha pesanti e sfaccettate responsabilità – giusto per citare un esempio sotto gli occhi di tutti.
Tutto questo per affermare che, a discapito dei toni entusiastici di gran parte della stampa occidentale che danno per certa la futura adesione dell’Armenia al club europeista, ciò che risulta evidente al momento è la spiccata ambivalenza del rapporto intrattenuto dall’Armenia tanto con la Russia, quanto con l’U.E. Come se, trovandosi a un incrocio, non avesse alcuna fretta di imboccare un bivio piuttosto dell’altro, preferendo soffermarsi a valutare tranquillamente le opzioni in campo. Verrebbe da dire che a un certo punto una decisione andrà presa, anche se, visto il precedente dell’Ucraina, non è detto che tutti gli attori in campo – la Russia in primis – abbiano interesse a spingere la situazione verso un aut aut tra Occidente e Oriente. Almeno non nell’immediato. Tanto più che l’esito della disavventura occidentale in Iran potrebbe aver scombussolato certi rapporti di forza dati per scontati in precedenza tanto dall’Europa, quanto dagli Stati Uniti.
Provaci ancora, UE
Dal canto suo l’Unione Europea sembra volerci riprovare. In una fase in cui le tecnologie cambiano la percezione di chi è potente sulla scena globale – come ampiamente dimostrato dal caso dell’Ucraina – l’Europa cerca di ampliare il proprio campo di influenza guardando ad Est dei propri confini, dove lo sviluppo digitale cavalca a velocità sostenuta a partire proprio dall’Armenia.
Povero di risorse naturali e privo di sbocchi sul mare, il Paese caucasico vanta di una lunga tradizione nel settore, avendo già ricoperto il ruolo di centro di innovazione tecnologica dell’Unione Sovietica3 ed è oggi descritto come un «ecosistema di start-up innovative, aziende e unicorni tecnologici». Un comparto in rapida crescita – tanto da essersi guadagnato il soprannome di Silicon Valley del Caucaso – che nel 2004 valeva meno di 20 milioni di dollari ed oggi attorno ai 2,5 miliardi, potendo inoltre vantare di un ampio bacino di reclutamento grazie al programma educativo Armath (‘radice’, ma anche crasi tra le parole Armenia e matematica) inaugurato nel 2014 e che oggi coinvolge 17mila studenti dai 9 anni in su, con l’obiettivo di trasmettere competenze digitali specifiche come il coding e capacità ingegneristiche di base, quali la costruzione di piccoli sistemi autonomi. Non è tutto, ad arricchire ulteriormente la «classe digitale» hanno contribuito i circa 8mila specialisti informatici russi trasferitisi a Erevan dopo aver lasciato la madrepatria allo scoppiare del conflitto con l’Ucraina. Il loro ingresso nell’ecosistema tech ha permesso di colmare alcune lacune del settore, soprattutto relative all’analisi dei dati, le tecnologie finanziarie e la cyber-sicurezza.
È dunque il profilarsi di un nuovo hub tecnologico all’avanguardia nel continente europeo a solleticare le mire europeiste, sia in ambito finanziario, sia in ambito militare come dichiarato dallo stesso Antonio Costa che ha sottolineato come la «necessità di una visione a lungo termine per la sicurezza europea»4 passi anche dallo sviluppo di nuove relazioni con il vicinato. Così, da ormai dieci anni, l’Europa sta supportando l’Armenia nei più disparati ambiti – dall’agricoltura all’educazione, dall’industria all’innovazione – con importanti investimenti e donazioni di denaro, tra cui 20 milioni di euro per le spese militari. A ciò va aggiunto il già citato endorsement politico al governo di Pashinyan che passa anche dal silenzio assoluto sui ripetuti arresti dei suoi opponenti politici. Ma la direzione verso cui i Paesi dell’Europa occidentale sembrano aver orientato maggiormente la propria strategia di soft power, è proprio quella di favorire la costruzione di un ecosistema tecnologico dal quale poter in futuro drenare saperi, dati e risorse. Attraverso sovvenzioni, tutoraggio e integrazione nei mercati europei dei più promettenti imprenditori armeni, nonché con la sponsorizzazione della conferenza Digitec, tenutasi a Erevan nell’ottobre del 2025 e a cui hanno partecipato 100 tra le aziende leader del settore e un pubblico di circa 30mila persone, attraverso il fondo EU4Innovation East. Sviluppo digitale, sicurezza, trasporto, connettività: queste le parole d’ordine dell’arrembaggio europeista verso la Repubblica caucasica, con il vantaggio non secondario di poter così marcare ai fianchi la vicina Russia. Ma è abbastanza scontato che altri giocatori partecipino alla ghiotta partita e con ben altri assi nella manica.
Everyone is welcome
«Chiunque abbia come obiettivo quello di creare profitto è benvenuto in Armenia». È forse questa frase pronunciata dal primo ministro Pashinyan a meglio sintetizzare la postura di un governo che sta aprendo tutte le porte del proprio Paese senza precludere l’ingresso a nessuno degli attori che vi ruotano attorno. Ad approfittarne per prime sono state le aziende della BigTech statunitense: Adobe, Cisco Systems, Microsoft, Synopsys, ormai da qualche anno operano nel Paese, mentre molte altre aziende sono in procinto di affacciarsi. Ma chi più di ogni altra sta dando vita a un vero e proprio sodalizio con il governo armeno è Nvidia, azienda statunitense leader nel settore della produzione di chip GPU – l’hardware fondamentale per il funzionamento dell’Intelligenza Artificiale – che dopo aver smantellato il proprio ufficio in Russia alla fine del 2022, ne ha aperto uno a Erevan con l’appoggio del Ministro dell’Industria High-Tech armeno. Al momento dell’insediamento l’azienda americana ha inoltre firmato un patto di cooperazione con il Gymuri Information Technology Center grazie al quale gli studenti armeni avranno la possibilità di studiare presso l’Nvidia Deep Learning Institute, secondo una formula di collaborazione tra multinazionali dell’high tech e istituzioni scolastiche e universitarie, sempre più diffusa anche da noi.
I frutti dell’insediamento di Nvidia in Armenia non hanno tardato a maturare: lo scorso 2 giugno è stata inaugurata la prima «fabbrica» di Intelligenza Artificiale del Paese nel villaggio di Gagarin, progettata dall’azienda armena Eleveight AI e costituita di 512 processori Nvidia Blackwell B300, tra i più avanzati componenti hardware per l’IA attualmente esistenti. La fase iniziale prevede un investimento fino a 120 milioni di dollari e una capacità elettrica di 5 MW, con un’espansione prevista fino a 35 MW per la fase successiva. La «fabbrica» sarà in grado di sopportare i carichi di lavoro intensivi richiesti dall’IA generativa, dall’addestramento dei modelli e dall’inferenza, così come modelli linguistici di grandi dimensioni, calcolo scientifico, simulazioni ingegneristiche e ambienti di IA per aziende e governi. La scommessa dell’operazione sta nel trasformare l’elevata capacità di calcolo in un prodotto da mettere sul mercato, in una fase in cui sta emergendo con sempre maggiore chiarezza che è questa capacità ad essere una risorsa strategica a sé stante. Risulta sempre più chiaro che i software non sono più sufficienti, lo sviluppo dell’IA richiede oggi l’ausilio di processori avanzati, forniture elettriche affidabili e sistemi di raffreddamento efficienti. Una sorta di industrializzazione dell’economia digitale che, secondo il CEO di Eleveight AI Arman Aleksanian, starebbe dando vita a «una nuova era di diplomazia del chip nella quale la questione strategica non riguarda più soltanto chi produce i semiconduttori più avanzati al mondo, ma anche dove questi vengono installati, chi ne detiene il controllo e quali Paesi e aziende possono avere accesso alla loro potenza di calcolo». Ma più che un’era di diplomazia quella che si è aperta ormai da qualche tempo sembra essere un’era di guerre per l’accaparramento dell’innovazione tecnologica: una questione di vita o di morte per le grandi potenze capitalistiche mondiali. Ad averlo capito al volo sono stati i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica, che non ha caso qualche mese fa hanno indirizzato i propri droni da combattimento contro i data center di proprietà di Amazon (AWS) negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein. Ed è proprio il pezzo di terra e mare che va dal Golfo Persico fino al monte Ararat all’estremità orientale della Turchia a pochi chilometri dai confini di Armenia e Iran, a configurarsi come teatro di una contesa finora solamente accennata.
Delineatosi questo scenario, non è dunque casuale che dietro alla rilevanza finanziaria del mastodontico progetto di un altro data center di supercalcolo che dovrebbe essere completato entro la fine del 2027 con 100mila processori Nvidia e Vera Rubin, ci sia un’azienda statunitense come Firebird, la prima ad aver approfittato del memorandum di intesa bilaterale firmato da Armenia e Stati Uniti nell’agosto del 2025 a Washington. Ed è proprio il CEO dell’azienda di cloud per l’IA con sede legale a San Francisco a dare un assaggio della retorica – non così originale – con cui gli Stati Uniti si stanno facendo largo tra le repubbliche dell’ex-unione sovietica5: «Firebird estende a livello globale la leadership statunitense nelle tecnologie di intelligenza artificiale, in linea con la nostra visione di rendere l’IA accessibile a vantaggio di tutti […] dimostrando come infrastrutture statunitensi affidabili possano sostenere le economie emergenti»6.
Per quanto di centrale importanza, la cooperazione legata all’economia digitale – che tra gli altri obiettivi ha anche quello di promuovere il commercio bilaterale di servizi finanziari – è solo uno degli aspetti della carta di Partenariato Strategico Globale firmata durante la visita del Segretario Rubio lo scorso 26 maggio a Erevan: tra i tanti punti, a catturare l’attenzione è senz’altro l’accordo sulla «vendita all’Armenia di articoli per la difesa e attrezzature ausiliarie di produzione statunitense tramite il programma Foreign Military Sales»7 e su «potenziali investimenti nelle forze armate armene attraverso la partecipazione a corsi di formazione e istruzione militare professionale»8. In parole povere, l’Armenia è caldamente invitata ad acquistare armi e hardware sviluppati o modificati per scopi militari, missilistici e satellitari «made in USA» e può contare sull’addestramento militare dell’esercito più potente al mondo. Insomma, anche qui, come nel resto d’Europa, gli Stati Uniti vendono un’aspettativa di deterrenza arricchendo le casse dello Stato e costruiscono complicità con gli eserciti locali, in questo caso senza nemmeno il bisogno di far parte formalmente della stessa alleanza militare.
Non è finita qui: la Carta abbozza anche un primo tentativo di ridurre la dipendenza armena dal gas russo, che oggi come oggi genera il 43% dell’elettricità prodotta nel Paese, attraverso l’ulteriore sviluppo di un programma nucleare oltre alla centrale già esistente di Metsamor, che comprenderebbe «l’impiego di piccoli reattori modulari e l’accesso a combustibile e tecnologie statunitensi». E ancora, stabilisce l’intenzione di «accelerare lo sviluppo, l’esplorazione, l’estrazione, la lavorazione e il commercio di minerali critici», ovvero «quei materiali di strategica importanza economica e caratterizzati allo stesso tempo da alto rischio di fornitura»9 che si trovano riccamente nel sottosuolo armeno, con particolare preponderanza del molibdeno, metallo fondamentale nell’industria bellica poiché se aggiunto alle leghe di acciaio ne migliora drasticamente la resistenza meccanica, di cui l’Armenia detiene le quote maggiori nella regione caucasica.
Certo per ora quasi tutto solo sulla carta, come il più ambizioso e altisonante dei progetti pensato come trampolino di lancio per la massima onorificenza di cui sarebbe dovuto essere insignito Trump a Oslo: il famigerato corridoio del Caucaso, sobriamente intitolato «Trump Route for International Peace and Prosperity» il cui scopo sarebbe quello di collegare l’Armenia alla Turchia per affrancare il Caucaso meridionale dall’influenza russa e iraniana. Peccato che nel frattempo la disavventura statunitense in Iran abbia un tantino complicato le cose, tra l’altro risparmiando all’Armenia un eventuale attacco iraniano al pari di quelli subiti dai Paesi vicini che ospitano sul proprio territorio infrastrutture americane o israeliane, come accaduto agli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Kuwait e Arabia Saudita. Perché anche di tali rischi è fatto il futuro di chi, a quelle latitudini e ad altre, spalanca le porte al progetto imperialista statunitense e al suo alleato sionista. Ne sa qualcosa lo storico nemico dell’Armenia, l’Azerbaigian, che il 5 marzo scorso si è visto recapitare 4 droni da combattimento iraniani sull’aeroporto di Nakhichevan provocando il ferimento di quattro civili, ma soprattutto sottolineando l’ostilità di Teheran nei confronti dei rapporti del governo azero con Tel Aviv.
«100% in Israel»
Messa a punto la strategia nazionale di crescita esponenziale nel settore dell’Intelligenza Artificiale, il governo e le aziende armene guardano con fiducia alla possibilità di estendere i confini dell’operazione su scala regionale. Stando alle parole di Davit Abovyan, CEO della già citata Eleveight AI, l’obiettivo sarebbe quello di «servire la regione, condividere conoscenze e costruire collaborazioni tecnologiche durature con i Paesi vicini», a partire dalla Georgia, la quale oltre a diventare un possibile cliente, potrebbe assolvere all’importante ruolo di ponte verso i mercati europei, dell’Asia centrale e del Medio Oriente e concretizzare l’obiettivo dell’Armenia di diventare un player a livello globale.
All’interno di questo piano di espansione regionale, si inserisce l’incontro tenutosi lo scorso 24 dicembre a Erevan, tra il Ministro dell’Economia armeno Gevorg Papoyan e l’ambasciatore israeliano in Armenia Yoel Lion, durante il quale si è discussa la potenziale collaborazione economica tra le due parti, soprattutto in relazione a un incremento del volume degli scambi commerciali e sulla possibilità di avviare iniziative di investimento congiunte nell’ambito delle alte tecnologie, come già era emerso un mese prima durante le consultazioni tra i rispettivi Ministri degli Esteri tenutesi a Gerusalemme. Fu al termine di quella giornata che il Ministro armeno dichiarò che la Repubblica caucasica è pronta ad espandere i legami con Israele in un post su X, mentre sono dello scorso 21 aprile gli auguri per lo Yom Ha’atzmaut, la festa che celebra la fondazione dello Stato ebraico. L’odierno slancio dell’Armenia verso la scena globale sembra dunque mettere in discussione anche il rapporto notoriamente difficile con Israele, espressione plateale della discontinuità rappresentata dalla politica di Pashinyan, il quale volendo mettere una pietra sopra la questione del Nagorno-Karabakh, crea anche i presupposti per costruire distensione e cooperazione con chi più di chiunque altro ha finanziato la vittoria militare dell’Azerbaijan. Fu infatti proprio Israele a vendere radar, missili anti-carro, lanciagranate e apparecchiatura per missioni notturne all’esercito azero, contribuendo in maniera decisiva all’esito del conflitto; la punta più superficiale di quell’intesa bilaterale che è stata descritta come un iceberg dallo stesso presidente azero, intendendo con questo dire che la maggior parte degli accordi e delle attività congiunte tra i due stati sono segrete. Tra queste, la più clamorosa sarebbe la presenza di basi militari israeliane e lo schieramento di unità militari e di intelligence d’élite sul territorio dell’Azerbaigian, come lascerebbero intuire i cablogrammi trapelati nei documenti WikiLeaks (qui). Va ricordato altresì che il paese è tradizionalmente legato alla Turchia e che Israele ha più volte indicato quanto essa sia diventata il suo prossimo nemico strategico regionale. Difficile dire se siamo di fronte ad una nuova strategia che si riorienta nel Caucaso ma lo scenario globale in questi anni ci ha abituato a non poche sorprese.
Ma altre connessioni, meno dirette, legano l’Armenia ad Israele, facendo emergere il protagonismo della lobby sionista americana in ciò che si muove sullo scacchiere geopolitico caucasico. Se infatti la già citata società californiana Nvidia sta investendo più di ogni altra sull’ecosistema tech dell’Armenia, l’altra sua grande zona di interesse è proprio Israele. A tal proposito, il CEO statunitense di origini taiwanesi Jensen Huang, non solo ha sottolineato come «nonostante il conflitto in corso la società è al 100% in Israele», confermando il progetto di un nuovo campus a Kiryat Tivon che dovrebbe ospitare fino a 10mila lavoratori, ma si è sbilanciato in inequivocabili dichiarazioni di carattere politico: «Credo che ci sia un motivo per cui siamo andati in guerra e credo che, al termine del conflitto, il Medio Oriente sarà più stabile di prima»10. D’altronde, come ormai appare sempre più chiaro, chi guida un’azienda la cui capitalizzazione si aggira attorno ai 5mila miliardi di dollari (più del Pil della Germania), è evidente che abbia voce in capitolo anche sulle decisioni strategiche del Paese in cui risiede e in quelli in cui costruisce la propria seconda casa. Tanto più che la recente fortuna di Nvidia deriva in gran parte dall’acquisizione dell’azienda israeliana Mellanox nel 2019, come testimoniato dallo stesso Huang: «se si guarda ai sei chip che compongono l’architettura di Digitis11, quattro nascono dal lavoro svolto in Israele e forse la prossima volta saranno tutti israeliani, sei su sei12».
Infine, la progressiva distensione tra Armenia e Azerbaigian avallata da Trump, pone le basi per possibili nuove triangolazioni dei due Paesi caucasici con lo Stato ebraico. Tanto più che dal canto suo, l’Azerbaigian con esso intrattiene rapporti di cooperazione e scambio ben consolidati, non solo in virtù della già citata cooperazione militare più o meno trasparente, ma anche alla luce della fornitura di greggio – di cui l’Azerbaigian è estremamente ricco – in favore di Israele, fino a ricoprire il 46.4% del totale importato. Ma nonostante la ricchezza di risorse naturali, il governo azero si è prefissato di incentrare la propria economia sul digitale entro il 2035 attraverso l’adozione di una governance data-driven. Obiettivo facilitato dal partenariato in ambito educativo per l’insegnamento delle discipline STEM, di sicurezza informatica e imprenditorialità tra l’Università Statale di Baku e l’Università Ebraica di Gerusalemme.
Qualcosa di nuovo si muove dunque sul fronte orientale, anche se, dal momento che l’Unione Europea prosegue la politica di sanzioni nei confronti della Russia (il ventesimo pacchetto ad aprile) e le ipotesi di cooperazione con l’Iran sono definitivamente sfumate dopo la partecipazione all’offensiva statunitense e la strigliata dell’Iran, per il governo italiano il Caucaso rimane innanzitutto un possibile distributore di gas, come testimoniato dalla recente visita della premier Meloni a Baku.
Ma osservare ciò che si muove tra Armenia, Azerbaigian e dintorni, significa scorgere in prospettiva le prossime mosse del capitalismo mondiale e del progetto imperialista statunitense e sionista. Mosse che preparano il campo sul quale si giocheranno le lotte del futuro.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-01 15:24:092026-07-02 15:25:33Qualcosa di nuovo sul fronte orientale (Infoaut 01.07.26)
All’Inter dal 2022, Mkhitaryan ha giocato 39 partite nella scorsa stagione mettendo a referto 4 gol e 3 assist.
Di seguito la nota del club nerazzurro attraverso i propri canali ufficiali: “FC Internazionale Milano comunica di aver raggiunto un accordo per il prolungamento di contratto del giocatore Henrikh Mkhitaryan: il centrocampista classe 1989 resterà nerazzurro fino al 30 giugno 2027″.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-07-01 15:19:212026-07-02 15:19:51Inter, Mkhitaryan ha rinnovato (AdnKronos 01.07.26)
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