“Il canto di Haïganouch” la storia che attraversa l’esilio, la perdita e la resistenza (Libreriamo 01.05.26)

“Il canto di Haïganouch” è un libro che si muove tra geografie e tragedie, tra vite individuali e grandi eventi, portando il lettore dentro uno dei capitoli più complessi e dolorosi del Novecento. Ian Manook costruisce un racconto ampio, stratificato, profondamente umano. Dopo “L’uccello blu di Erzerum”, questo secondo capitolo continua a esplorare il destino di…

“Il canto di Haïganouch”- la storia che attraversa l’esilio, la perdita e la resistenza

“Il canto di Haïganouch” è un libro che si muove tra geografie e tragedie, tra vite individuali e grandi eventi, portando il lettore dentro uno dei capitoli più complessi e dolorosi del Novecento.

Ian Manook costruisce un racconto ampio, stratificato, profondamente umano. Dopo “L’uccello blu di Erzerum”, questo secondo capitolo continua a esplorare il destino di una famiglia armena dispersa tra esilio, sogni e violenza politica. Ma non è solo una saga familiare. È un romanzo sulla resistenza, sulla memoria, sulla possibilità di restare umani anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

“Il canto di Haïganouch”: Tra esilio e sopravvivenza

“Il canto di Haïganouch. L’uccello blu di Erzerum” di Ian Manook, Fazi Editore

La storia si apre nel 1947, nel porto di Marsiglia. Un luogo di partenza, ma anche di illusione. Migliaia di armeni, tra cui Agop, salgono a bordo del Rossia, un’imponente nave diretta verso quella che viene presentata come una nuova patria. L’Armenia sovietica appare come una promessa. Un ritorno. Una possibilità di ricominciare.

Ma fin dalle prime pagine si percepisce una tensione. Qualcosa non torna.

Agop lascia la sua famiglia con la speranza di poterla riunire presto. È un gesto che racchiude fiducia e sacrificio. Ma quella fiducia viene presto incrinata. Il viaggio non conduce a una terra promessa. Porta verso un sistema oppressivo, verso un controllo che cancella ogni libertà.

Parallelamente, la narrazione si sposta sulle rive del lago Baikal, in Russia. Qui vive Haïganouch. Una figura che rappresenta un altro modo di resistere. Vive con il marito e il figlio, cerca di costruire una quotidianità, di trovare bellezza nella musica, nella poesia. Ma anche questo fragile equilibrio è destinato a spezzarsi.

L’irruzione della polizia politica segna un punto di non ritorno. La vita di Haïganouch viene travolta. I legami si spezzano. Inizia un percorso fatto di perdita, deportazione, sopravvivenza.

Il romanzo segue queste traiettorie come fili che si intrecciano lentamente. Le vite di Agop e Haïganouch non sono separate. Sono destinate a incontrarsi, a riflettersi, a costruire insieme un racconto più grande.

Uno degli elementi più potenti del libro è il modo in cui Manook racconta l’esilio. Non come un evento isolato, ma come una condizione continua. Essere esiliati non significa solo lasciare un luogo. Significa vivere in uno spazio di sospensione, in cui il passato pesa e il futuro resta incerto.

Il contesto dei gulag, dei campi di lavoro, è descritto con una durezza che non cerca mai il sensazionalismo. La violenza è presente, ma non è mai gratuita. È parte di un sistema. Di una macchina che schiaccia individui, identità, speranze.

Eppure, nonostante tutto, il romanzo non rinuncia alla speranza.

È una speranza fragile, mai retorica. Si manifesta nei gesti piccoli. Nella solidarietà tra i personaggi. Nel tentativo di proteggere ciò che resta. L’aiuto reciproco diventa una forma di resistenza. Un modo per non cedere completamente.

Dal punto di vista narrativo, Manook costruisce una saga ampia, ma sempre ancorata ai dettagli umani. Le grandi vicende storiche non sovrastano mai i personaggi. Al contrario, sono filtrate attraverso di loro. Attraverso le loro emozioni, le loro paure, le loro scelte.

La scrittura è coinvolgente, scorrevole, ma capace di soffermarsi nei momenti giusti. Ci sono passaggi di grande intensità emotiva, alternati a momenti più contemplativi. Questo crea un equilibrio che permette al lettore di restare dentro la storia senza esserne sopraffatto.

Un altro tema centrale è quello della memoria. Cosa resta, quando tutto viene distrutto? Cosa si tramanda? Il romanzo suggerisce che la memoria non è solo un ricordo. È una responsabilità. Un modo per dare senso a ciò che è accaduto.

“Il canto di Haïganouch” è un libro che chiede tempo. Non si consuma rapidamente. Richiede attenzione, partecipazione. Ma restituisce molto. Perché non racconta solo una storia. Costruisce un’esperienza.

Alla fine, resta una sensazione precisa. Anche nei momenti più oscuri, esiste una possibilità. Non di cancellare il dolore, ma di attraversarlo. Di trovare, dentro la perdita, una forma di resistenza.

E forse è proprio questo il senso più profondo del romanzo. Non smettere di cercare ciò che ci tiene vivi. Anche quando tutto sembra perduto.

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Khachatryan e Trevino tornano a Torino con l’Orchestra Rai (Giornaledellamusica 01.05.26)

Il violinista armeno Sergey Khachatryan torna ospite dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai per il concerto di giovedì 7 maggio alle 20.30 all’Auditorium Rai “Arturo Toscanini” di Torino. Il concerto sarà trasmesso in live streaming su Rai Cultura (a questo link) e in diretta su Rai Radio 3. La replica è venerdì 8 maggio alle 20:00.

Khachatryan, il più giovane vincitore della storia del Concorso Sibelius di Helsinki, si esibisce regolarmente come solista con orchestre come i Berliner Philharmoniker, la London Symphony Orchestra e l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam.

A dirigere Khachatryan e l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai è il direttore d’orchestra Robert Trevino, già Direttore ospite principale dell’OSN Rai e attuale Direttore musicale dell’Orchestra Nazionale Basca e Consulente artistico dell’Orchestra Sinfonica di Malmö. Formatosi con Seiji Ozawa e Michael Tilson Thomas (recentemente scomparso), Trevino si è imposto sulla scena internazionale a partire dal 2013, e da allora è invitato con regolarità da alcune tra le più prestigiose orchestre americane ed europee.

Il programma esplora alcune pagine del repertorio mitteleuropeo, per il quale Trevino ha una sensibilità particolare. Si comincia con l’Ouverture da Der Freischütz (1821) di Carl Maria von Weber, opera che segna la nascita del Romanticismo tedesco, tra foreste misteriose, folklore e presenza del soprannaturale e del demoniaco, evocato da un’orchestrazione avanguardistica. A seguire, uno dei più celebri concerti per violino e orchestra, il Concerto n. 1 in sol minore op. 26 di Max Bruch (1866), che vede impegnato Khachatryan in un brano molto amato per una grande espressività coniugata a un grande virtuosismo. Infine, il poema sinfonico Pelleas und Melisande op. 5 di Arnold Schönberg (1902-1903), tratto dal dall’omonimo dramma simbolista di Maurice Maeterlinck che anche Debussy, negli stessi anni, aveva messo in musica. Titolo chiave dello Schönberg pre-dodecafonico, si caratterizza per un lirismo acceso e un linguaggio musicale denso ed estremamente suggestivo.

I biglietti sono in vendita online e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino. Per informazioni: biglietteria.osn@rai.it.

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Venezia e l’Armenia: Storia e Cultura nel Ricordo del Genocidio (La Voce di Venezia 30.04.26)

In occasione della Giornata del Ricordo del Genocidio Armeno, il Centro Culturale Candiani ha ospitato un incontro significativo dal titolo “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”. L’evento, parte del ciclo “Incontri alla Memoria ed al Ricordo”, è stato organizzato dal Circolo Veneto in collaborazione con l’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina e l’Unione Armeni d’Italia. Questa iniziativa ha rappresentato un’importante opportunità per riflettere sul legame storico e culturale fra Venezia e il popolo armeno.

Il Prof. Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione Armeni d’Italia, ha fornito un’analisi approfondita del periodo in cui la Serenissima divenne uno dei principali centri mondiali dell’editoria armena, ospitando ben 19 tipografie attive tra il 1512 e il 1800. Durante questo periodo, Venezia ha visto la pubblicazione di oltre 250 titoli in lingua armena, contribuendo in modo significativo alla diffusione culturale di un popolo che si trovava a fronteggiare sfide considerevoli.

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Nel suo intervento, Sivazliyan ha evidenziato come Venezia non fosse solo un rifugio per la diaspora armena, ma un punto strategico per lo scambio di conoscenze e cultura tra Oriente e Occidente. L’importanza di questo scambio è emersa chiaramente, con la città lagunare che ha svolto un ruolo cruciale nel preservare l’identità armena attraverso la cultura e l’editoria.

Un elemento centrale della discussione è stato il contributo di Hagop Meghapart, il quale nel 1512 realizzò il primo libro stampato in lingua armena. Questo evento segnò l’inizio di una tradizione editoriale che ha avuto un impatto duraturo, non solo su Venezia, ma anche sull’intera comunità armena dispersa nel mondo. La produzione di testi in lingua armena, avviata nella città lagunare, ha avuto l’effetto di mantenere viva la memoria collettiva di un popolo in esilio.

Sivazliyan ha anche messo in luce l’importanza dell’Isola di San Lazzaro e della Congregazione Mechitarista, nota per il suo impegno nella pubblicazione di opere non solo in lingua armena, ma anche in diverse altre lingue. Questo aspetto della storia culturale armena è fondamentale per comprendere come la stampa abbia funzionato come strumento di resistenza e identità.

L’importanza di Venezia come fulcro culturale è stata ulteriormente esemplificata dal ruolo del Collegio Moorat-Raphael, che ha fornito un’educazione di qualità a molti giovani armeni tra il XIX e il XX secolo, contribuendo così alla formazione di un’élite intellettuale fondamentale per la comunità. Sivazliyan ha descritto il rapporto tra i veneziani e gli armeni come un esempio di integrazione virtuosa, dove lo scambio culturale e le relazioni economiche si intrecciavano in modo profondo, grazie anche alle rotte commerciali della Serenissima.

“Il popolo armeno è riuscito a preservare la propria identità grazie alla cultura”, ha dichiarato Sivazliyan, sottolineando il ruolo fondamentale che Venezia ha avuto in questo processo. “Qui i nostri libri sono nati e da qui si sono diffusi nel mondo, mantenendo viva la memoria di un popolo disperso. Ricordare queste tipografie significa riconoscere il ruolo di Venezia come ponte di civiltà tra Oriente e Occidente.”

L’incontro è stato aperto da Germana Daneluzzi, Presidente dell’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina, e ha visto anche la partecipazione di Laura Voltan dell’Associazione Voci di Carta, che ha arricchito l’evento con letture di testi storici legati alla conferenza. Questo momento di riflessione ha permesso di accrescere la consapevolezza sulla storia armeno-veneziana e sull’importanza del ricordo.

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Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno. Intervista a Baykar Sivazliyan: “Venezia, porto sicuro dove la cultura armena si fece libro” (Ilnuovoterraglio 30.04.26)

Nel palinsesto delle celebrazioni per la Giornata dedicata al ricordo del genocidio armeno, promossa dal Comune di Venezia, si è tenuto al Centro Culturale Candiani un incontro che ha saputo coniugare la memoria della tragedia con la celebrazione di una sbalorditiva resistenza culturale

VENEZIA . Il quarto appuntamento del ciclo “Incontri alla Memoria ed al Ricordo”, introdotto da Germana Daneluzzi e realizzato in collaborazione con Il Circolo Veneto, ha visto protagonista il Prof. Baykar Sivazliyan, Presidente dell’Unione Armeni d’Italia.

Al centro della serata, il legame indissolubile tra la Serenissima e il popolo della Croce: una storia scritta con l’inchiostro tra il 1512 e il 1800, epoca in cui Venezia divenne, di fatto, la capitale mondiale dell’editoria armena.

Professor Sivazliyan, la conferenza si intitola “Tipografie armene a Venezia dal 1512 al 1800”. Perché la stampa è così centrale nel ricordo di un popolo?

La risposta risiede nella sopravvivenza. Un popolo che ha subito il primo genocidio del XX secolo è riuscito a restare unito grazie alla propria lingua e alla propria cultura. Le tipografie sono state il motore di questa resistenza. Pensate che tra il 1512 e il 1800 esistevano a Venezia ben 19 tipografie diverse che stampavano in armeno, producendo oltre 250 titoli. Non era solo un fatto religioso, era la costruzione di un’identità che nessun esercito avrebbe potuto cancellare.

Come nasce questo legame così profondo tra Venezia e l’Armenia? Non è stato un caso, vero?

Niente affatto. Tutto inizia molto prima, intorno al 1200, quando i mercanti veneziani usavano il piccolo regno di Cilicia — in quell’angolo di Mediterraneo dove Turchia e Siria si toccano — come un magazzino strategico per le rotte verso la Cina, l’India e la Persia. I veneziani non si limitarono a commerciare: “presero per mano” intere famiglie armene influenti e le portarono in laguna. È un caso unico nella storia: non furono gli immigrati a bussare alla porta, ma i veneziani a invitarli per la loro preziosa rete di contatti. Da lì nacque la Chiesa di Santa Croce e quel quartiere, tra San Marco e Rialto, dove ancora oggi leggiamo “Sottoportico degli Armeni”.

Venezia però non offriva solo ospitalità, offriva tecnologia e opportunità economiche.

Esattamente. I veneziani erano pragmatici: capirono che il libro armeno era un affare d’oro. Mentre tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 i grandi banchi veneziani come il Garzoni fallivano, il settore editoriale fioriva. Nel 1512, Hagop Meghapart stampò a Venezia il primo libro in assoluto in lingua armena. Venezia esportava tecnologia: i libri venivano stampati qui, rilegati con maestria e poi spediti tramite il naviglio veneziano in tutto l’Oriente, fino a Costantinopoli e Smirne. I veneziani dimostrarono che con la cultura si mangiava eccome, creando una rete di distribuzione che oggi definiremmo “globale”.

Tra i protagonisti della serata c’è stata la Congregazione Mechitarista dell’Isola di San Lazzaro. Che ruolo ha avuto in questo panorama?

Un ruolo di eccellenza assoluta. L’isola divenne un faro di scienza orientale. Pensate che la loro tipografia era in grado di stampare in 36 lingue diverse, con caratteri originali fusi sul posto. Era un’istituzione così prestigiosa che persino Napoleone, che chiuse quasi tutti i conventi di Venezia, non ebbe il coraggio di toccarla, elevandola al rango di “Accademia delle Scienze”. Da quel fervore nacque nel 1836 il Collegio Moorat-Raphael, che ha formato tutta l’intelligenza armena moderna, me compreso. Dopo il genocidio, è stato quel collegio a “ricostruire” la classe dirigente armena, sostituendo con la cultura ciò che la violenza aveva strappato.

Lei ha mostrato un reperto molto personale: un libro che ha compiuto un viaggio incredibile.

Sì, un volume stampato a Venezia nel 1896. Lo trovarono i miei antenati a Sivas, nell’Anatolia centrale, con i timbri della libreria locale in francese, ottomano e armeno. Quel libro è sopravvissuto al genocidio, ha attraversato le tragedie del secolo ed è tornato con me a Venezia. È la dimostrazione vivente che il libro armeno nato in Laguna è un ambasciatore che non muore mai. È tornato a casa, dove tutto è cominciato.


Un’eredità che continua

La conferenza, arricchita dalle letture di Laura Voltan (Voci di Carta), ha lasciato al pubblico una consapevolezza profonda: celebrare le tipografie armene non significa solo guardare al passato, ma riconoscere a Venezia il merito storico di essere stata la custode di una civiltà. Come ricordato dal Prof. Sivazliyan, i libri stampati nel 1700 sono ancora oggi più leggibili e chiari di molti testi moderni, a testimonianza di una perfezione tecnica che era, prima di tutto, un atto d’amore per la propria memoria.

L’evento è stato realizzato dal Circolo Veneto in collaborazione con l’Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina e l’Unione Armeni d’Italia.

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Beirut, dove gli armeni della diaspora commemorano il genocidio (Bussola Quotidiana 30.04.26)

Il 24 aprile ricorre il giorno del Metz Yeghérn, la memoria del genocidio armeno del 1915. Anche gli armeni di Beirut lo commemorano. Garo, esponente del partito Hunchak, spiega che non è ancora finito.

Esteri 30_04_2026
Beirut, monumento alle vittime del genocidio armeno (foto di Elisa Gestri)Il 24 aprile gli armeni di tutto il mondo commemorano l’anniversario del Genocidio, l’eliminazione sistematica della popolazione armena cristiana perpetrata dall’Impero Ottomano a partire dal 1915 e costata la vita a un milione e mezzo di persone.

Il Libano, che sin dagli ultimi decenni del Diciannovesimo Secolo ospita una comunità armena, è stato tra i primi Paesi ad accogliere i profughi del Metz Yeghérn, il “Grande Male”, giunti nel Paese dei Cedri dopo le esiziali “Marce della morte” attraverso il deserto siriano. I sopravvissuti si sono stanziati nel nord del Paese, a Tripoli, a Jbeil, a Batroun, fino alla Capitale. A Beirut il quartiere di elezione degli armeni è Bourj Hammoud, zona est della città. La strada che lo attraversa, perpendicolare al fiume Beirut, si chiama Armenia Street ed è una vivace arteria commerciale ricca di negozi, ristoranti, laboratori artigiani – gli armeni sono noti in tutto il mondo come orafi e commercianti di preziosi. Qui le insegne degli esercizi commerciali sono in lingua armena; qui si trovano le chiese delle confessioni cristiane d’Armenia – cattolica, ortodossa, evangelica – le scuole, i gruppi giovanili, le associazioni di beneficenza, i luoghi di ritrovo a disposizione della comunità.

Il 24 aprile, centoundicesimo anniversario del Genocidio, il quartiere è pavesato di bandiere armene e i negozi sono chiusi nonostante sia un giorno feriale. La comunità si è riunita per una commemorazione interconfessionale nella grande chiesa di Antelias, periferia nord di Beirut, a sette chilometri da Bourj Hammoud. «Normalmente ogni 24 aprile raggiungiamo Antelias a piedi per la Messa, uomini, donne e bambini – sono due ore e mezza di cammino – ma quest’anno a causa della guerra abbiamo rinunciato» ci spiega in inglese Garo, un compìto ex funzionario delle Nazioni Unite a cui abbiamo chiesto udienza. Alto e dritto nonostante l’età non più giovane, ci accoglie nella sede del Social Democracy Hunchak Party, uno dei tre partiti armeni presenti in Libano. «Ma il nostro partito è il più antico – ci spiega – L’ Hunchak è stato fondato nel 1887, pochi anni dopo è nato il Tashnag, che si colloca più a destra, ed infine il Ramgavar, di area liberale, nel 1921. Non c’è però rivalità tra i nostri partiti: collaboriamo, siamo amici tra di noi».

Nel Parlamento libanese, che segue un sistema di tipo confessionale, sei seggi sono riservati alla comunità armena: cinque appannaggio degli ortodossi e uno dei cattolici. Nella attuale legislatura solo il partito Tashnag è rappresentato. Garo ci fa accomodare in un accogliente salottino; alle pareti spiccano i ritratti dei fondatori del partito, «impiccati dagli ottomani, ma le loro idee sono ancora qui», ci informa, una cartina dell’Armenia, alcune vecchie fotografie. Altri uomini siedono sui sofà, fumando e bevendo caffè; tutti parlano inglese e si respira un’atmosfera rilassata ed amichevole. «Il Genocidio non è solo quello del 1915», riprende Garo. «C’è stato prima e c’è stato dopo, ed è tuttora in corso». A poche settimane dall’anniversario è stata demolita la cattedrale della Santa Madre di Dio a Stepanakert, nel Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno), regione strappata definitivamente all’Armenia dall’Azerbajan nel 2023.

«Ancora oggi vogliono distruggere l’identità, la cultura armena». Perché, secondo lei? chiediamo. Garo riflette prima di parlare: «L’Armenia è il primo Paese che ha adottato ufficialmente il cristianesimo come religione di Stato nel 301. Abbiamo un patrimonio culturale che tramandiamo gelosamente, e un’identità a cui non intendiamo rinunciare. Forse è per questo». C’è mai stato, in Armenia? Gli chiediamo. «Ben tre volte», risponde. E in Libano com’è la situazione? «Vuol sapere della nostra comunità qui? Prima della guerra civile gli armeni in Libano erano mezzo milione; ora, dopo la guerra, la crisi finanziaria, l’esplosione del porto di Beirut siamo rimasti appena in 75mila. La nostra lingua madre è l’armeno, che parliamo tra di noi e impariamo nelle nostre scuole, assieme all’arabo e all’inglese o al francese, a seconda dei casi».

Chiediamo se gli armeni abbiano ricevuto buona accoglienza al loro arrivo nel Paese. «Gli armeni sono i primi stranieri a cui il governo libanese ha concesso la cittadinanza. In ogni caso, a noi non importa molto dove siamo. Dovunque nella diaspora ricreiamo le nostre comunità, anche se prendiamo la nazionalità del Paese in cui siamo: ad esempio, io sono un libanese armeno, e, come tutti noi qui, posseggo la doppia nazionalità. Quanto alle difficoltà, alla guerra, ai problemi che abbiamo trovato in Libano, beh, ci siamo abituati». Chiediamo a Garo cosa dovrebbero imparare i libanesi dagli armeni. «Forse la capacità di collaborare tra noi in maniera logica e organizzata, senza farci condizionarie da faziosità, invidie e passioni estreme. Del resto siamo avvantaggiati: viviamo in medioriente, ma non siamo arabi», conclude, con un sorriso malizioso.

Salutiamo Garo e attraversiamo di nuovo Bourj Hammoud. Uno scooter ci passa davanti con la bandiera armena sul parabrezza; un ragazzo scout rientra con la sua tromba da Antelias, dove ha suonato alla commemorazione. Anche questo anniversario è passato. Nel tramonto beirutino, mentre da una macchina escono a volume sostenuto le note di Alla mia dolce Armenia, una famosissima canzone popolare, ci troviamo ad immaginare un Paese che, più che sulle carte geografiche, sembra trovare spazio nel cuore dei suoi figli sparsi per il mondo.

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Curiosità geografiche: il confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia (Meridiano13 30.04.26)

Chi ama la geografia potrebbe aver notato sulle mappe la presenza di una striscia di territorio turca – larga poco più di tre chilometri e lunga una ventina – che, incuneandosi tra l’Armenia e l’Iran alle pendici del monte Ararat, arriva a delineare un breve confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia.

Dietro a tale particolare conformazione delle frontiere si celano interessi geopolitici di oltre un secolo fa ancora in grado di influenzare gli equilibri della zona.

La storia del confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia

Nel corso dell’Ottocento, l’Impero russo espanse progressivamente il suo controllo sul Caucaso ai danni dei rivali ottomani e persiani. In particolare, con il trattato di Santo Stefano (1878), Mosca ottenne la sovranità sui distretti turchi di Kars, Ardahan, Batum, Eleşkirt e Bayazid, inclusa l’area oggetto di questo articolo.

La Prima guerra mondiale e, soprattutto, la rivoluzione del 1917 e il conseguente ritiro russo dal conflitto, rimescolarono le carte. Con il trattato di Brest-Litovsk il neonato stato bolscevico cedeva all’Impero ottomano le conquiste del 1878. Al contempo, Georgia, Armenia e Azerbaigian sfruttarono la temporanea debolezza delle potenze della regione per dichiarare la propria indipendenza e sovranità anche sui territori che dovevano nominalmente tornare sotto il controllo turco.

L’autodeterminazione dei tre stati del Caucaso meridionale non durò molto in quanto già a cavallo del 1920 e del 1921 la Russia riconquistò militarmente la regione. In quel breve triennio, però, Azerbaigian e Armenia si contesero sanguinosamente il controllo di alcune zone, incluse la futura oblast’ autonoma del Nagorno-Karabakh e il Nachicevan (l’exclave azera separata dal resto del paese dal territorio armeno che oggi confina con la Turchia). Tutto ciò sarebbe stato determinante alla fine del secolo.

Dopo il rientro sulla scena del Caucaso meridionale di Mosca, il confine turco-russo venne ridefinito in base al trattato di Mosca (1921), accordo le cui provvisioni vennero poi confermate nel trattato di Kars siglato lo stesso anno. Proprio questi documenti prevedevano il trasferimento del cosiddetto corridoio dell’Aras-Kara-su alla Turchia nella conformazione che vediamo attualmente.

Il perché di questa decisione è da cercare nei negoziati che portarono alla firma del trattato. Sostanzialmente la Turchia spinse per motivi di politica interna per avere un confine con l’Azerbaigian sovietico, culturalmente e linguisticamente affine.

Dalla caduta dell’Unione Sovietica al giorno d’oggi

La caduta dell’Unione Sovietica portò a un nuovo conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno-Karabakh. Tra le conseguenze di questa guerra, Erevan impose un blocco dei collegamenti tra Baku e il Nachicevan portando a una difficile situazione l’exclave azera, dove smisero di arrivare i rifornimenti di gas ed elettricità.

Ed è qui che il confine terrestre tra Azerbaigian e Turchia divenne fondamentale come non era stato in epoca sovietica. Alla fine del 1991 venne costruito un ponte temporaneo attraverso il fiume Aras per collegare i due paesi rompendo l’isolamento del Nachicevan. Il 28 maggio 1992 venne inaugurato al suo posto il ponte definitivo Umut (“della speranza”), importante per i rifornimenti dell’exclave azera e per lo sviluppo economico delle remote province della Turchia sud-orientale.

Il lato turco della frontiera nel 2018. Alle spalle degli edifici, il ponte Umut (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Da allora sono passati più di trent’anni e l’area è rimasta al centro di vari interessi. Infatti, l’Azerbaigian tra il 2020 e il 2023 ha riconquistato militarmente il Nagorno-Karabakh. Ciò significa che a dividere il territorio del paese dal Nachicevan e la Turchia rimane solo la provincia armena del Syunik. Proprio per questo, da quando è finito l’ultimo conflitto, Baku ha fatto molta pressione per l’apertura di quello che definisce il corridoio di Zangezur. In altre parole, l’Azerbaigian spinge per la creazione di un collegamento prima ferroviario e poi stradale attraverso il territorio armeno.

Questa infrastruttura sotto il nome di TRIPP (Trump Route for International Peace and Prosperity) è anche inclusa nel testo della dichiarazione congiunta che Baku e Erevan hanno firmato l’8 agosto 2025 a Washington con la mediazione statunitense. In base al documento, la sezione in Armenia del corridoio (circa 32 chilometri) verrà costruita da una joint venture armeno-statunitense che la riceverà in gestione per un periodo di 99 anni.

Il confine tra Armenia e Azerbaigian
La vecchia ferrovia che dovrebbe essere sostituita dal TRIPP (Meridiano 13/Aleksej Tilman)

Per il momento tutto è ancora in via di definizione. Nella zona sono però in corso i lavori di costruzione di un’altra ferrovia, quella che collega la strada ferrata del Nachicevan a Kars e conseguentemente al resto della Turchia e della Georgia.

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La distruzione dell’eredità armena nell’Artsakh (Asianews 29.04.26)

Dalla cattedrale di Stepanakert al Tatik-Papik – il monumento sulla collina che simboleggia il legame indissolubile tra gli armeni e il Nagorno-Karabakh – continua la distruzione dei vandali dell’Azerbaigian che distruggono chiese, stele e altri oggetti di valore  storico culturale per cancellare del tutto l’identità altrui. Senza reazioni significative da parte della comunità internazionale (e del governo di Erevan stesso).

Erevan (AsiaNews) – Il garante dell’eredità culturale dell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno Karabakh, il vice-presidente della Onlus storico-culturale Azgain Ovik Avanesov, ha lanciato un allarme per la possibile distruzione totale del monumento “Noi – le nostre montagne”, noto come Tatik-Papik, uno dei monumenti simbolo dell’identità armena e della sua memoria storica.

Egli ricorda che da novembre 2024 si diffondono sulle reti social le fotografie e i video di episodi di vandalismo, sia sul fronte che sul retro del monumento, con scritte oltraggiose e “armeno-fobiche”. Episodi simili si riferiscono anche alla chiesa Surb Akob e alla cattedrale della Protezione della Madre di Dio a Stepanakert, la cui distruzione era stata preparata da pubblicazioni propagandiste di contenuto offensivo per gli armeni, e ora si teme che la stessa sorte possa essere destinata anche al Tatik-Papik.

Il monumento era stato creato nel 1967dallo scultore Sarkis Bagdasaryan e dall’architetto Jurij Akopyan. Scolpito in tufo rosso e alto circa 9 metri, il complesso si erge sulla cima di una collina, a simboleggiare l’indissolubile legame di sangue tra la terra e il popolo dell’Artsakh. La scultura raffigura una coppia di anziani dell’Artsakh in abiti tradizionali, in piedi spalla a spalla, in una posa fiera e indomabile. Non ha un piedistallo; sembra sorgere direttamente dalla terra, incarnando le profonde radici del popolo e il suo legame indissolubile con la propria patria.

Sulla “guerra della memoria” tra armeni e azerbaigiani si è pronunciata in questi giorni anche la portavoce del ministero degli esteri di Mosca, Maria Zakharova, ricordando che “la Russia ha sollevato la questione molte volte per la salvezza dei monumenti armeni nel Nagorno Karabakh, riteniamo che queste cose non debbano succedere in nessun luogo”. I russi sono contrariati dal fatto che non c’è stata nessuna reazione ufficiale da parte del governo di Erevan, cercando di accordarsi con quello di Baku per evitare questi episodi.

Zakharova ricorda che negli accordi trilaterali del 2020-2022 tra Russia, Armenia e Azerbaigian era stato previsto anche un percorso umanitario di riconciliazione, che prevedeva di affrontare le questioni di restituzione e scambio dei prigionieri e anche la “relazione rispettosa e conservativa” dei monumenti, edifici di architettura storica e complessi memoriali. In realtà il premier armeno Nikol Pašinyan era intervenuto il 23 aprile sulla distruzione della cattedrale di Stepanakert, affermando che “serve un approccio prudente alla questione”, e che la vicenda “diventerà oggetto di valutazione internazionale a livello governativo”.

I vandali dell’Azerbaigian continuano peraltro indisturbati a rovinare, deturpare e distruggere chiese, stele armene khačkary e altri oggetti di valore storico culturale sul territorio dell’Artsakh, allo scopo di cancellare del tutto l’eredità armena e senza reazioni significative da parte della comunità internazionale. Le posizioni del governo di Pašinyan, che sta cercando in ogni modo di concludere le trattative di pace con Baku e di mantenere l’equilibrio a livello internazionale tra America, Russia e gli altri Stati della regione, non favoriscono la difesa dei monumenti armeni nel Nagorno Karabakh, e questo argomento viene usato dalle opposizioni politiche e dalla Chiesa Apostolica armena per agitare l’opinione pubblica contro la maggioranza al potere.

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I cristiani perseguitati dell’Azerbaigian (Lanuovabq 29.04.26)

In Azerbaigian vivono circa 253.000 cristiani su un totale di 10,5 milioni di abitanti. Sono il 2,4% della popolazione che è musulmana al 96,2%. L’onlus Open Doors colloca il paese al 52° posto nella classifica 2026 dei paesi in cui i cristiani sono più duramente perseguitati, preceduto dalla Malesia e seguito dal Kenya. Ufficialmente il paese è laico e le religioni sono quanto meno tollerate. Ma il governo esercita uno stretto controllo sulle attività dei gruppi religiosi, si danno casi di cristiani arrestati con dei pretesti e, secondo Open Doors, i cristiani subiscono forti pressioni affinché si guardino dal denunciare casi di persecuzione. Come in altri stati a maggioranza islamica, i cristiani più perseguitati sono quelli che erano musulmani e si sono convertiti che subiscono discriminazioni, sono isolati, ostracizzati, non solo dalle autorità governative, ma spesso anche da famigliari e amici. Particolarmente difficile è la condizione dei cristiani armeni che ancora vivono nell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno Karabakh. Di recente il vice presidente della onlus Azgain, Ovik Avanesov, ha cercato di attirare l’attenzione internazionale sul processo di annullamento della cultura armena, sugli atti vandalici che continuano a essere compiuti contro edifici, monumenti e simboli armeni senza che le autorità intervengano a impedirli. Immagini e filmanti di episodi di vandalismo vengono diffusi sulle reti social. Presi di mira sono anche chiese ed edifici religiosi. A Stepanakert ad aprile sono state abbattute due chiese: la chiesa di Surb Hakob e la Cattedrale della Santa Madre di Dio, la più grande delle chiese armene del Nagorno Karabakh, la demolizione della quale era stata preparata da pubblicazioni propagandiste di contenuto offensivo per gli armeni. “I vandali – spiega l’agenzia di stampa AsiaNews – continuano indisturbati a rovinare, deturpare e distruggere chiese, stele armene khačkary e altri oggetti di valore storico culturale sul territorio dell’Artsakh, allo scopo di cancellare del tutto l’eredità armena e senza reazioni significative da parte della comunità internazionale”.

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“Armonia” – Concerto di musica sacra armena (TrevisoToday 28.04.26)

QuandoDal 09/05/2026 al 09/05/202620.45
PrezzoGratis
Altre informazioni
Il 9 maggio 2026, alle 20.45, la Chiesa di San Francesco di Treviso ospita “Armonia”, concerto di musica sacra armena che rappresenta il secondo momento della rassegna “Ci saranno albe sulla terra”, nel quale la musica si fa strumento di memoria e riflessione. Il progetto è di Gayane Sahakyan.
La formazione è costruita attorno all’incontro tra duduk, kanon e organo, tre strumenti che provengono da tradizioni diverse — la cultura musicale armena, l’orizzonte mediorientale e la liturgia cristiana occidentale — e propone un percorso musicale che non contrappone i linguaggi, ma li conduce verso uno spazio sonoro comune. Il duduk, con la sua sonorità profonda e meditativa, il kanon, con la sua vivacità timbrica, e l’organo, con la sua dimensione solenne, diventano voci di un cammino spirituale condiviso.
Il programma si sviluppa come un itinerario interiore, scandito da tre letture in italiano tratte dal Libro delle Lamentazioni di Grigor Narekatsi — mistico, poeta e teologo armeno del X secolo, proclamato Dottore della Chiesa — collocate tra le sezioni musicali come momenti di pausa e riflessione. Il repertorio intreccia pagine di KomitasSayat Nova San Nerses ShnorhaliMkhitarAyrevanetsi e Khachatur Taronatsi con estratti della liturgia armena, ninne nanne antiche e canti contemplativi.
A interpretarlo sono tre musicisti del Gurdjieff Ensemble, formazione di riferimento internazionale per la musica armena e interculturale. Norayr Gapoyan, al duduk, è uno dei principali interpreti dello strumento in Armenia: la sua esecuzione coniuga il radicamento nella tradizione orale con una sensibilità aperta al confronto tra linguaggi. Tatev Hakobyan, al kanon, è tra le interpreti più rappresentative della scena armena contemporanea, con un repertorio che spazia dalla delicatezza liturgica alla brillantezza virtuosistica. Levon Eskenian, all’organo e agli arrangiamenti, è il direttore artistico dell’ensemble: cresciuto in Libano a contatto con le tradizioni musicali armena, greca, araba, curda e assira, ha approfondito la musica classica occidentale in Armenia sviluppando un linguaggio capace di mettere in relazione mondi sonori differenti. Le sue incisioni per ECM Records hanno ricevuto riconoscimenti internazionali.
Durante la serata, sul muro retrostante ai musicisti saranno proiettate opere di Francesco De Florio dedicate all’Armenia, in dialogo con gli affreschi della Chiesa di San Francesco. La regia visiva è affidata a Davide Esposito-Albini, artista e direttore creativo formato allo IUAV di Venezia. De Florio, pittore attivo da oltre cinquant’anni, lavora da tempo sul tema della memoria armena. Le immagini non commentano la musica: la accompagnano, costruendo un rapporto tra pittura, suono e spazio architettonico.


Armonia” – Concerto di musica sacra armena
https://www.trevisotoday.it/eventi/armonia-concerto-musica-sacra-armena-2026.html
© TrevisoToday

SYSTEM OF A DOWN: Serj Tankian guida la preghiera per le vittime dei genocidi al Sick New World (Longliverocknroll 28.04.26)

Durante l’attesa esibizione dei SYSTEM OF A DOWN come headliner al festival Sick New World di Las Vegas, svoltasi sabato 25 aprile 2026, il frontman Serj Tankian ha voluto dedicare un momento di profonda riflessione e spiritualità alle vittime dei genocidi passati e presenti.

L’evento ha avuto luogo all’indomani del Giorno del Ricordo del Genocidio Armeno (celebrato il 24 aprile), ricorrenza che commemora lo sterminio di circa 1,5 milioni di armeni per mano dell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1917Tankian, da sempre in prima linea per il riconoscimento storico di questi tragici eventi, ha rivolto un messaggio diretto alla folla prima di intonare un canto sacro.

Ieri era il 24 aprile, il 111° anniversario del genocidio armeno, dove milioni di armeni, greci e assiri furono massacrati durante la Prima Guerra Mondiale dai turchi ottomani. Il problema è che i genocidi avvengono ancora oggi, in tutto il mondo. Non abbiamo imparato la lezione che le persone contano più dei profitti. È tempo di liberarci di questi idioti leader fottuti in tutto il mondo.

Dopo il discorso, accolto con ovazioni dal pubblico della venue, il cantante ha eseguito una toccante versione di “Der Voghormia” (Signore, abbi pietà), una preghiera tradizionale armena. Il brano non è nuovo ai fan della band: una versione folk era già stata inclusa come traccia nascosta (“Arto”) nel celebre album Toxicity del 2001.

Durante la preghiera, il chitarrista Daron Malakian ha accompagnato la voce di Tankian con una melodia delicata, mentre il bassista Shavo Odadjian e il batterista John Dolmayan si sono uniti nel momento solenne, prima di lanciare la band nell’esecuzione di “Holy Mountains“, brano tratto dall’album Hypnotize del 2005, anch’esso dedicato alla memoria delle sofferenze del popolo armeno.

Anche Daron Malakian ha preso la parola durante il set, invitando i fan a non farsi influenzare dalle divisioni politiche:

Smettete di lasciare che i media vi dividano. Smettete di lasciare che il governo vi divida. Se noi possiamo stare su un palco insieme, pur avendo pensieri e convinzioni diverse, potete stare insieme anche voi.

SYSTEM OF A DOWN proseguiranno ora la loro attività dal vivo con due date speciali all’Estadio GNP Seguros di Città del Messico il 27 e 28 maggio, prima di approdare in Europa per un tour negli stadi previsto per la fine di giugno 2026.

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