Il tacito “piano Marshall” che ha preparato il voto in Armenia (L’antidiplomaticpo 10.06.26)

di Fabrizio Poggi per l’AntiDiplomatico

E così, con il voto del 7 giugno, il partito “Accordo civile” del primo ministro armeno Nikol Pašinjan ha ottenuto il 49,8% dei voti, conservando la maggioranza parlamentare. Dicono che l’europeistico arresto, alla vigilia delle elezioni, di moltissimi aderenti ai partiti di opposizione, non abbia influito sul risultato. Prendiamo atto di questo assunto; come anche delle esultanze di tutti quei media di casa nostra che hanno parlato del risultato elettorale come di una “sconfitta per Putin”; l’ennesimo, a detta dei torquemadisti liberal-pannelliani de Linkiesta, secondo i quali «l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo», tanto che nel momento in cui «anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana». Piena zeppa di tribune “kabuliste”, par dii capire e dunque da chiuder, per la salute mentale europeista.Dunque, tra le formazioni che hanno preso parte alla tornata elettorale, “Armenia forte” di Samvel Karapetjan ha raccolto il 23,29% dei consensi, mentre “Alleanza armena” dell’ex presidente Robert Kocharjan si è posizionata al terzo posto, con il 9,94%. “Armenia prospera” di Gagik Tsarukjan, col 3,99% non ha superato la soglia minima del 4% ed è rimasta fuori del parlamento. In definitiva, ad “Accordo civile” dovrebbero andare 64 seggi, 29 ad “Armenia forte” e 12 ad “Alleanza armena”.

In base alla legislazione armena, la forza politica che detiene il 52% dei seggi in parlamento, in questo caso “Accordo civile”, è in grado di formare autonomamente il governo, eleggere il primo ministro e approvare leggi costituzionali. Dato però che non ha raggiunto la maggioranza costituzionale necessaria per emendare la costituzione, difficilmente potrà apportare quelle modifiche richieste, ad esempio, per concludere una serie di accordi con l’Azerbajdžan, cui da tempo mira Nikol Pašinjan, il quale d’altra parte si è affrettato a confermare che il suo governo proseguirà il percorso di riavvicinamento con l’Occidente, senza con ciò rinunciare alla partecipazione all’Unione Economica Eurasiatica (UEE). Pašinjan ha anche detto che l’Armenia non è pronta per l’adesione alla UE, ma continuerà nelle riforme democratiche per raggiungerne tutti gli standard.

Tra questi “standard”, par rientrare anche la qualifica di «rappresentanti del sistema criminale-oligarchico» che non dovrebbero avere alcun margine di azione in Armenia, affibbiata da Pašinjan ai leader di “Armenia forte”, Samvel Karapetjan e “Alleanza armena” di Robert Kocharjan; il «partito dello spionaggio a tre teste deve essere sradicato dall’Armenia», ha detto Pašinjan. Da parte sua, Karapetjan, in un’intervista alle Izvestija, ha detto che le elezioni non possono essere considerate democratiche, dato che la campagna elettorale si è svolta in un clima di pressione senza precedenti e il processo di conteggio dei voti, così come la reazione delle autorità, sollevano legittimi dubbi. Karapetjan ha affermato che circa 700 membri del suo partito sono stati arrestati durante la campagna elettorale e considera altamente sospetta la decisione della Commissione Elettorale Centrale di interrompere lo spoglio dei voti e di annunciare i risultati definitivi solo successivamente.

“Armenia prospera”, che si è vista esclusa dal parlamento per poche frazioni di punto percentuale, intende chiedere il riconteggio dei voti.

In definitiva, nonostante le ingenti risorse amministrative impiegate nella campagna elettorale e l’aperto sostegno di Bruxelles, Pašinjan non è riuscito a ottenere la maggioranza costituzionale desiderata e questo complica la realizzazione di una serie di iniziative programmate, a partire, come detto, dagli emendamenti costituzionali in vista della firma di un trattato di pace con Baku. Il preambolo della Costituzione armena, osserva infatti Tat’jana Stojanovic su Ukraina.ru, fa riferimento alla dichiarazione di indipendenza del paese del 1990, che sanciva l’obiettivo della riunificazione con il Nagorno-Karabakh, o Artsakh, secondo gli armeni. Ma Baku considera questa una rivendicazione giuridica su un territorio azero e, finché tale formulazione rimarrà nella Costituzione armena, non sarà possibile firmare un trattato di pace.

La Costituzione potrebbe essere modificata con referendum, ma questa è un’opzione più rischiosa per Pašinjan, che dunque avrebbe preferito un voto parlamentare, per il quale non è però riuscito a ottenere un numero sufficiente di seggi. Ormai da anni, la promozione della cosiddetta “agenda di pace” è una priorità per la politica di Pašinjan, più importante del riavvicinamento con la UE o del futuro dell’adesione alla UEE, la Unione Economica Eurasiatica. Pertanto, conclude Stojanovic, la vittoria alle elezioni parlamentari rappresenta, in un certo senso, una sconfitta per Pašinjan, che dovrà trovare soluzioni alternative per emendare la costituzione.

Ma, ghignano europeisticamente i torquemadisti de Linkiesta, Putin «ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pašinjan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma», come testimoniato dal Verbo ecclesiale della signora Nona Mikhelidze, secondo la quale, in Armenia, «una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale». Accordo sul TRIPP trumpiano, firma di documenti sulla “cooperazione strategica”, sottoscritti alla vigilia del voto col precipitoso viaggio a Erevan del Segretario di Stato americano Marco Rubio: è questa la «traiettoria futura» su cui avrebbero basato la loro scelta gli elettori armeni? O non sono piuttosto le premesse che hanno procacciato “consensi” al premier europeista, secondo una tradizione liberale che, a ritroso nel tempo, rimanda agli affari del piano Marshall e alle “cure” dell’ambasciatrice Clare Boothe Luce, mentre, sul presente, riflette le necessità belliche occidentali nella regione mediorientale? Ora, scrivono i lestofanti pannelliani, «anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore». O non ha piuttosto vinto «il richiamo», quello sì molto concreto, dei capitali, alla ricerca di nuovi mercati in cui subentrare al posto dei precedenti, il tutto mascherato dalle eucaristiche geremiadi liberal-truffaldine su «libertà individuale, dignità umana, stato di diritto e una vita migliore», confacenti ai bisogni di profitto del capitale e propagandati dai filistei degli interessi borghesi? Basti dire che i farabutti de Linkiesta, tanto per confermare la propria spudorata genuflessione ai piani bellicisti delle cancellerie europee, guaiscono al «richiamo dell’Europa» per l’Armenia, spargendo lacrime stizzose per un presunto “favoleggiare”, dicono loro, da parte dei media italiani, «per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca». Lezzose lamentele di grezzi portaborse dei nazigolpisti di Kiev, che contrabbandano il pizzino mafioso di Vladimir Zelenskij per una «proposta» di accordo «respinta da Mosca». D’altronde, sono quelle le “proposte” che si è soliti fare in tali ambienti, in cui «dignità umana, stato di diritto» vengono presentati quali vertici della libertà e del paradiso borghese che, mentre decreta la supremazia dell’oppressione capitalista, prepara anche per l’Armenia un percorso che, nell’Ucraina nazigolpista e terrorista, viene presentato quale modello della “democrazia europea”.

Ma, appunto, tornando all’Armenia e alla vittoria di “Accordo civile”, su Moskovskij Komsomolets Mikhail Rostovskij afferma che la Russia dispone di tutte le risorse per dare una lezione a Nikol Pašinjan in campo economico e affibbiargli uno “scacco matto politico in tre mosse”. Per farlo, Moskva dovrebbe imparare qualcosa dal primo ministro armeno e dalla sua capacità di rimanere ostinatamente fermo sulle sue posizioni senza compiere mosse avventate o sbattere la porta. In altre parole: guardare a Bruxelles, lasciando nell’indeterminatezza l’adesione alla UEE. A una società armena stanca di decenni di guerra e blocco economico, dice Rostovskij, Pašinjan parla di un “futuro dell’Armenia”, mentre i suoi oppositori, «più allineati con la visione di Mosca, non sono riusciti a offrire alla popolazione una visione alternativa del futuro». Chiaro come, nell’analisi di Moskovskij Komsomoltes, manchi qualsiasi riferimento di classe e di analisi sugli interessi di quali classi e settori abbia lavorato Pašinjan che, al di là della retorica, vuol fare dell’Armenia il “fratello minore” di Azerbajdžan e Turchia, i due nemici storici del paese. Così, per evitare di dipendere completamente da Baku e Ankara, Pašinjan progetta di creare un ulteriore baluardo sotto forma di una stretta alleanza con l’Europa e con l’Occidente in generale. A lungo termine, ciò significa un’inevitabile rottura con Moskva. Ma, in concreto, Erevan potrebbe privarsi del suo unico sostegno politico ed economico, la Russia, e invece di un’alternativa europeista a tutti gli effetti, potrebbe ottenere qualcosa del tipo di ulteriori spinte a orientarsi contro la Russia, in cambio di risorse che stringerebbero il cappio attorno al collo della popolazione armena.

Il fatto è che, a parere di Aleksej Bobrovskij, l’Armenia dovrà affrontare uno di questi tre possibili scenari: Georgia, Ucraina o Moldavia e il fatto che Erevan continui ad aderire alla UEE non cambia nulla. Anzi, in nessun caso l’Armenia entrerà in UE e anche ipotizzando l’inverosimile possibilità che la UE voglia includere Erevan, il “reich” crollerà prima che l’Armenia riesca ad adottare tutti gli standard “europei”. In ogni caso, sostiene Bobrovskij, la Russia dovrà pensare a una modernizzazione della UEE e ciò richiederà stretti legami con la SCO, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Dovrà anche tornare a parlare del progetto per una moneta unica della UEE; prevedere il congelamento (non il ritiro) della partecipazione di un paese alla UEE e regolamentare i flussi di capitali al suo interno.

Insomma: per mesi a Bruxelles e nelle diverse cancellerie europee hanno gridato alle “ingerenze russe” in vista del voto armeno, mentre – e non c’era da dubitarne – preparavano uno scenario di tipo ucraino, mascherato da “voto europeista”.

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Armenia tra Bruxelles e Mosca: la vittoria di Pashinyan non cancella la realtà geopolitica del Caucaso (Il Giornale d’Italia 10.06.26)

Dietro il successo elettorale del premier armeno emergono i limiti del progetto occidentale. Economia, sicurezza e corridoi strategici confermano che l’Armenia resta sospesa tra le promesse europee e il peso della geografia eurasiatica.

Una vittoria che non chiude la partita

Le recenti elezioni parlamentari armene hanno consegnato a Nikol Pashinyan una nuova affermazione politica, consentendogli di rivendicare la formazione del prossimo governo. Tuttavia, dietro i numeri ufficiali emerge una realtà molto più complessa di quanto la narrazione occidentale voglia rappresentare. Il risultato ottenuto dal partito Contratto Civile, pur sufficiente a mantenere il controllo delle istituzioni, non assume i contorni di un plebiscito. Una parte consistente della società armena continua infatti a guardare con diffidenza alla strategia che negli ultimi anni ha progressivamente allontanato Erevan dalla tradizionale cooperazione con la Russia per avvicinarla alle strutture politiche ed economiche dell’Occidente. L’impressione è che il voto abbia certificato una vittoria amministrativa, ma non una piena legittimazione del progetto geopolitico perseguito dall’attuale leadership.

Il peso della geografia contro le illusioni ideologiche

Nella storia delle relazioni internazionali esiste una regola semplice: la geografia conta più delle dichiarazioni politiche. L’Armenia rappresenta uno dei casi più evidenti di questa dinamica. Paese senza sbocco al mare, stretto tra potenze regionali spesso in competizione e collocato in una delle aree più sensibili dello spazio eurasiatico, Erevan non può permettersi di ignorare gli equilibri strategici che ne hanno garantito la sopravvivenza per decenni. In questo quadro la Russia continua a mantenere un ruolo centrale. Sul piano commerciale, energetico e logistico, Mosca resta il principale partner dell’economia armena. Non si tratta soltanto di statistiche: interi comparti produttivi dipendono dall’accesso al mercato russo, dai prodotti agricoli alle bevande tradizionali, fino all’industria manifatturiera. La convinzione che l’Unione Europea possa sostituire rapidamente tale relazione appare più una speranza politica che una concreta prospettiva economica.

Bruxelles e la scommessa caucasica

Per comprendere il crescente interesse europeo verso l’Armenia occorre andare oltre la retorica dei valori democratici. L’Unione Europea considera il Caucaso meridionale una regione strategica per almeno due motivi. Il primo riguarda la necessità di sviluppare nuove rotte commerciali verso l’Asia che riducano la dipendenza dai tradizionali corridoi attraversanti la Russia. Il cosiddetto Corridoio Medio, che collega Europa, Mar Caspio e Asia Centrale, rappresenta una delle principali scommesse della politica infrastrutturale europea. In questa architettura l’Armenia potrebbe assumere il ruolo di nodo logistico fondamentale. Il secondo elemento riguarda le risorse minerarie. Il territorio armeno possiede importanti giacimenti di rameoro e soprattutto molibdeno, materia prima essenziale per l’industria siderurgica avanzata, per la difesa e per numerose applicazioni tecnologiche legate alla transizione energetica. Non sorprende dunque che Bruxelles abbia intensificato investimenti, programmi di cooperazione e presenza istituzionale nel Paese.

Gli interessi occidentali non sono sempre convergenti

Spesso si parla di “Occidente” come di un blocco monolitico. La realtà è molto diversa. Dietro l’apparente unità emergono interessi nazionali spesso divergenti. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea condividono l’obiettivo di rafforzare la loro presenza nel Caucaso, ma non necessariamente concordano sulla gestione delle risorse e delle infrastrutture regionali. La competizione per il controllo delle catene di approvvigionamento, delle materie prime strategiche e dei corridoi commerciali potrebbe trasformare l’Armenia in terreno di confronto anche tra partner occidentali. Per Erevan ciò significa correre il rischio di diventare non il beneficiario, ma l’oggetto di una competizione geopolitica più ampia.

Il parallelo con Moldova e Georgia

L’esperienza degli ultimi anni offre spunti di riflessione significativi. La Georgia, per lungo tempo indicata come modello di integrazione euro-atlantica, ha mostrato crescenti segnali di distanza rispetto alle aspettative di Bruxelles. La Moldova, pur sostenuta finanziariamente e diplomaticamente dall’Unione Europea, continua invece a confrontarsi con profonde fragilità economiche e sociali. L’Armenia potrebbe trovarsi in una situazione analoga: fortemente corteggiata sul piano politico, ma priva delle garanzie economiche necessarie per sostituire relazioni consolidate con nuovi partner ancora incapaci di offrire benefici equivalenti. La differenza tra consenso diplomatico e sostenibilità economica rischia di diventare il principale problema del governo Pashinyan nei prossimi anni.

Il Medio Oriente e i nuovi equilibri regionali

Le dinamiche armene non possono essere separate da ciò che accade nel più ampio contesto mediorientale. Le tensioni tra Israele e Iran, il difficile dialogo tra Washington e Teheran e le incertezze che attraversano il Golfo Persico stanno ridisegnando gli equilibri regionali. In questo scenario emergono sempre più chiaramente i limiti della capacità statunitense di controllare simultaneamente tutti i dossier aperti. Le recenti crisi hanno evidenziato come anche gli alleati tradizionali degli Stati Uniti perseguano talvolta obiettivi autonomi, non sempre coincidenti con quelli di Washington. Per questo motivo molti Paesi della regione, dall’Armenia alle monarchie del Golfo, stanno cercando di mantenere margini di manovra sempre più ampi, evitando di legarsi esclusivamente a una sola potenza.

La lezione del Kuwait

La storia moderna del Kuwait offre un insegnamento particolarmente significativo. La piccola monarchia del Golfo ha costruito la propria sicurezza attraverso una stretta alleanza con gli Stati Uniti, ma continua a perseguire rapporti pragmatici con tutti gli attori regionali, inclusi quelli considerati avversari da Washington. La lezione è semplice: nessuna potenza esterna agisce esclusivamente per altruismo. Le alleanze internazionali sono sempre fondate sugli interessi. Lo stesso principio vale per l’Armenia. Pensare che Bruxelles possa investire risorse politiche ed economiche nel Caucaso senza perseguire vantaggi strategici propri significa ignorare le logiche fondamentali della geopolitica.

Il ritorno della realtà

L’Armenia si trova oggi davanti a una scelta complessa. Da una parte vi sono le promesse di integrazione europea e di maggiore autonomia strategica. Dall’altra vi sono i legami economici, energetici e storici che continuano a collegarla allo spazio eurasiatico e alla Russia. La vittoria elettorale di Pashinyan non elimina questa contraddizione. Anzi, la rende ancora più evidente. La realtà geopolitica del Caucaso suggerisce che nessun governo armeno potrà prescindere dal rapporto con Mosca, indipendentemente dall’orientamento politico dichiarato. La sfida dei prossimi anni non sarà scegliere tra Est e Ovest, ma trovare un equilibrio sostenibile tra interessi nazionali, sicurezza regionale e sviluppo economico. In un mondo sempre più multipolare, la sopravvivenza politica degli Stati passa infatti non dalle illusioni ideologiche, ma dalla capacità di interpretare correttamente i rapporti di forza reali.

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In Armenia il Concours Mondial de Bruxelles 2026, l’Italia conquista 475 medaglie. Ecco i vini premiati (Cronachedigusto 10.06.26)

È stata l’Armenia ad ospitare la 33ª edizione del Concours Mondial de Bruxelles 2026, nell’affascinante Yerevan, la millenaria capitale, soprannominata la “città rosa”, con le due grandi Sessioni del Concours, una dedicata ai vini rossi e bianchi, l’altra ai vini effervescenti, eccezionalmente organizzate insieme quest’anno.

(Qua tutti i risultati del Concours Mondial de Bruxelles 2026)

Per tre giorni le cime innevate del Grande Ararat e del Piccolo Ararat, hanno fatto da scenario ai 320 degustatori provenienti da 56 Paesi sono stati impegnati a valutare 6.700 vini rossi e bianchi e quasi 1.000 vini effervescenti, in rappresentanza di 51 Paesi. Ad accompagnare le degustazioni una competizione dedicata ai vini No Low, con oltre 100 campioni in concorso: un numero in costante crescita. L’Italia ha guadagnato ben 475 medaglie di cui: 171 Gold, e 282 Silver.

Le regioni che hanno ottenuto più medaglie sono state:

Puglia 70
Veneto 64
Toscana 49
Sicilia 42
Lombardia 36
Abruzzo 34
Sardegna 33
Calabria 27
Piemonte 22
Friuli V.G. 18
Lazio 17
Marche 16
Trentino A.A. 15
Campania 10
Umbria 6
Emilia-Romagna 6
Basilicata 3
Vini d’Italia 7

Le 22 medaglie Grand Gold sono state conquistate: 5 il Veneto, 4 la Sicilia, 2 Puglia, Abruzzo, Piemonte, Emilia Romagna, ed 1 ciascuna Toscana, Lombardia, Sardegna, Calabria, Friuli V.G.

L’Armenia, una delle culle del vino, è una nuova voce sulla scena internazionale: non è un caso che Yerevan sia stata scelta per ospitare questa prestigiosa 33ª edizione del Concours. L’Armenia occupa un posto unico nella storia del vino: quello di una terra in cui tutto ha avuto inizio, filo conduttore nella cronologia stessa della civiltà vitivinicola. La scoperta, nel 2007, della più antica cantina vinicola al mondo nella grotta di Areni, risalente a oltre 4.100 anni fa, ha confermato il ruolo fondamentale del Paese alle origini della viticoltura.

Ma oltre alla sua dimensione storica, l’Armenia incarna oggi una scena vitivinicola in piena rinascita, dove tradizioni ancestrali e competenze contemporanee dialogano con grande coerenza. Proprio per questo l’Armenia Wine Company, in collaborazione con il Concours, ha voluto far visitare questo storico ritrovamento in una suggestiva location.

“Organizzare il Cmb a Yerevan si è imposto come una scelta naturale, poiché la regione in cui si trova l’Armenia rappresenta una delle culle della storia del vino, ma anche una terra del futuro, animata da una nuova generazione di vignaioli capaci di coniugare eredità e innovazione”, dichiara Baudouin Havaux, Presidente del Concours.

In questa stessa dinamica, Zaruhi Muradyan, direttrice esecutiva della Vine and Wine Foundation of Armenia, sottolinea: “Accogliere il Cmb è al tempo stesso un onore e un’opportunità strategica per l’Armenia. È un’occasione unica per valorizzare il nostro patrimonio millenario, i nostri terroir e i nostri vitigni autoctoni, rafforzando al contempo il ruolo del Paese sulla scena vitivinicola internazionale.”

Ciò che rende davvero uniche le vigne armene è il fatto che non si siano semplicemente adattate al loro ambiente: ne sono state plasmate. Situati tra i 600 e i 1.800 metri di altitudine, su suoli vulcanici di basalto, tufo e ossidiana, i vigneti beneficiano di oltre 300 giorni di sole all’anno, mitigati da notti fresche e da marcate escursioni stagionali. In queste condizioni esigenti, le uve sviluppano una notevole intensità aromatica, preservando al tempo stesso freschezza ed equilibrio. I vitigni autoctoni conservano un’identità autentica e intatta: una firma unica, capace di attraversare il tempo.

Nel rapporto profondo che lega la vite alla terra, il vignaiolo armeno non è un semplice osservatore: partecipa intimamente a questo equilibrio. Qui il sapere non si apprende soltanto, si tramanda: nei gesti, nell’istinto, in una comprensione intima della vite che non ha mai avuto bisogno di essere formalizzata, tanto è radicata nella memoria viva. Ne è testimonianza una particolarità straordinaria: gran parte dei vigneti armeni è ancora costituita da viti a piede franco, eredità rara di un patrimonio viticolo preservato per millenni. Nel 2026, il Cmb prosegue il suo percorso di innovazione, con la volontà dichiarata di rafforzare il valore offerto all’intera filiera, come spiega Quentin Havaux, Ceo del Cmb.

“Questa edizione 2026 del Cmb riveste un’importanza particolare. Vogliamo spingerci oltre nella valorizzazione dei dati raccolti durante le degustazioni. Grazie all’esperienza dei nostri degustatori internazionali, disponiamo di informazioni preziose che trasformiamo in strumenti di marketing concreti: scheda sensoriale, ruota degli aromi e commento di degustazione. Questi strumenti vengono poi condivisi con i distributori, grande distribuzione, enoteche e HoReCa, per facilitare la comprensione del vino da parte dei consumatori finali”.

In questa stessa logica, il Cmb ha lanciato Cmb Merit, un nuovo marchio di qualità pensato per valorizzare vini di alto livello che non hanno raggiunto la soglia delle medaglie, attribuite al 33% dei partecipanti, ma che meritano comunque l’attenzione del mercato. Un’altra innovazione è la certificazione Cmb Experience Certified, che valorizza gli esercizi, wine bar e ristoranti, che propongono almeno cinque referenze di vini medagliati al Concours Mondial de Bruxelles.

Nel corso della manifestazione è stata annunciata la sede della sessione Vini Rossi e Bianchi 2027, così come la Sessione Vini Dolci e Fortificati, si terranno, per la prima volta nella storia del Cmb, nella valle incantata del vino: la Valle del Douro (Portogallo), dal 14 al 16 maggio 2027. L’evento sarà organizzato in partenariato con la Comunità Intermunicipale del Douro.

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Armenia: amb. Ferranti celebra 80° anniversario Repubblica italiana (Giornalediplomatico 09.06.26)

GD -Jerevan, 9 giu. 26 – Nella residenza dell’ambasciatore d’Italia in Armenia, l’amb. Alessandro Ferranti ha ospitato il tradizionale ricevimento in occasione della Festa della Repubblica, che quest’anno ha assunto un significato particolare celebrando l’80° anniversario della nascita della Repubblica Italiana.
Alla celebrazione hanno preso parte oltre 600 ospiti, tra cui una significativa delegazione armena guidata dal viceprimo ministro, Mher Grigoryan, ospite d’onore in rappresentanza del Governo.
L’evento ha registrato un’ampia partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni armene, alti funzionari dell’Amministrazione pubblica, del Corpo diplomatico, delle autorità religiose e del mondo accademico, culturale, museale e imprenditoriale del Paese. Erano presenti, tra gli altri, i viceministri Arman Khojoyan (Economia), Armen Ghazaryan (Interno), Gevorg Mantashyan (Hi-Tech), Anna Karapetyan (Giustizia), Artur Martirosyan (Educazione, Scienza, Cultura e Sport) e Christine Ghalechyan (Amministrazione Territoriale e Infrastrutture), nonché membri dell’Assemblea Nazionale.
La cerimonia è stata inaugurata dagli interventi dell’amb. Alessandro Ferranti e del viceprimo ministro Mher Grigoryan.
Nel suo saluto, Grigoryan ha sottolineato il profondo legame di amicizia che unisce Italia e Armenia, richiamando l’attualità del percorso italiano di riconquista della libertà e di consolidamento democratico avviato con il referendum del 1946 e l’elezione dell’Assemblea Costituente. Ha inoltre evidenziato la crescente cooperazione multisettoriale tra Roma e Jerevan, ricordando la recente visita del presidente del Consiglio Giorgia Meloni in occasione dell’ottavo Vertice della Comunità Politica Europea e il costante sostegno dell’Italia al rafforzamento delle relazioni tra Armenia e Unione Europea.
Nel suo intervento, l’amb. Ferranti ha richiamato l’intenso dialogo politico e le numerose collaborazioni in corso tra i due Paesi nei settori economico, culturale, accademico, sportivo e della mobilità. Ha inoltre evidenziato il ruolo sempre più rilevante dell’Italia nell’economia armena, divenuta nel 2025 il primo partner commerciale dell’Armenia tra i Paesi dell’Unione Europea.
L’ambasciatore ha poi ricordato alcune delle principali iniziative che hanno caratterizzato le relazioni bilaterali nell’ultimo anno, tra cui il gemellaggio tra Jerevan e Napoli, la rappresentazione dell’opera I Pagliacci nell’ambito della collaborazione tra il Teatro dell’Opera di Yerevan e l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, le missioni archeologiche italiane ad Aruch, Dvin, Garni e sul lago Sevan, l’organizzazione del primo Giro ciclistico d’Armenia con il coinvolgimento di RCS Sport e il progetto per la creazione della prima Juventus Academy nel Paese.
In conclusione, l’amb. Ferranti ha annunciato l’imminente apertura nell’ambasciata di un nuovo Ufficio regionale dell’AICS Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, destinato a rappresentare un importante strumento per l’ulteriore rafforzamento della cooperazione bilaterale, anche in vista della prossima COP17 sulla biodiversità.
L’evento, impreziosito da allestimenti ispirati al Tricolore e da numerosi richiami all’eccellenza italiana, ha riscosso unanime apprezzamento da parte dei partecipanti.
Nel corso della serata sono stati offerti agli ospiti numerosi prodotti enogastronomici tipici della Penisola, alcuni dei quali recentemente introdotti sul mercato armeno. L’offerta è stata arricchita dall’esposizione di prodotti di iconici marchi italiani, tra cui automobili, motociclette, biciclette e da una selezione di materiali tratti dalla mostra dedicata al design italiano nel mondo, presentata in occasione dell’ultima edizione dell’Italian Design Day.
La celebrazione è stata ulteriormente valorizzata da un repertorio jazz italo-armeno che ha accompagnato la serata, contribuendo a creare un’atmosfera particolarmente gradita e gioviale.
Il Tricolore ha inoltre trovato una emblematica rappresentazione attraverso numerosi schermi pubblicitari presenti nella capitale e nell’illuminazione della torre televisiva che domina la città, realizzata in onore delle celebrazioni italiane quale segno di amicizia tra i due Paesi.
Le celebrazioni sono proseguite il giorno successivo al Komitas Chamber Music House di Jerevan con il concerto dell’Orchestra Nazionale di Musica da Camera d’Armenia, intitolato “Omaggio alla musica italiana: dal Barocco al Cinema”. Sotto la direzione del maestro Vag Papian e con la partecipazione del mezzosoprano Bella Amaryan, sono stati eseguiti brani della grande tradizione musicale italiana, da Corelli a Respighi, da Boccherini a Puccini, fino alle suggestioni più moderne di Mascagni e alle celebri colonne sonore di Nino Rota. Un repertorio particolarmente amato dal pubblico armeno, che ha confermato ancora una volta il ruolo della musica quale straordinario strumento di dialogo e di vicinanza culturale tra Italia e Armenia.
Infine, il presidente della Repubblica d’Armenia, Vahagn Khachaturyan, ha ricevuto l’ambasciatore Ferranti per formulargli personalmente gli auguri in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica Italiana.

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Armenia. Pashinyan vince, ma il Paese resta diviso tra Occidente e Russia (Rassegna 09.06.26)

Il trionfo di Pashinyan: l’Armenia sceglie la continuità


Elezioni Armenia, Pashinyan esulta sulle note di We are the Champions ma l’opposizione: “Brogli e interferenze occidentali” (Giornale d’Italia) 


Armenia. Pashinyan vince, ma il Paese resta diviso tra Occidente e Russia (Notizie Geopolitiche)


Vince l’«Armenia reale» di Pashinyan, una promessa di pace molto in salita (Il Manifesto)


L’Armenia con le ultime elezioni volta le spalle a Mosca e si avvicina a Bruxelles: “La nostra strada è l’Europa” (Fanpage)


Dentro il voto armeno, dove la pace con l’Azerbaigian sa di tradimento (WIred)


Pashinyan vince e porta l’Armenia verso l’Ue (Corriere Toscano)


Armenia, Pashinyan vince ma la pace resta appesa a una Costituzione (Giornale La Voce)


I filoeuropei vincono le elezioni armene (Rinovatio21)


Armenia: ministero Interno, concessa cittadinanza a 39.650 sfollati Nagorno-Karabakh

Erevan, 09 giu 09:38 – (Agenzia Nova) – La cittadinanza armena è stata concessa a 39.650 sfollati del Nagorno-Karabakh e dall’inizio dell’anno si registra un aumento delle domande presentate. Lo ha dichiarato il viceministro dell’Interno armeno Armen Mkrtchyan durante una sessione congiunta delle commissioni permanenti dell’Assemblea nazionale per Difesa e sicurezza, Affari finanziari e creditizi e Bilancio, presentando la relazione annuale sull’attuazione del bilancio del ministero per il 2025, riferisce l’agenzia “Armenpress”. “Dal primo gennaio di quest’anno si è registrato un aumento delle richieste di cittadinanza armena da parte delle persone sfollate dal Karabakh”, ha affermato Mkrtchyan, precisando che all’inizio di giugno le domande ammontavano a 11.146. A seguito dell’offensiva militare dell’Azerbaigian nel Nagorno-Karabakh nel settembre 2023, circa 120 mila armeni della regione si sono trasferiti in Armenia. Il governo armeno sta attuando programmi per l’alloggio, l’occupazione e altre misure di sostegno sociale destinate agli sfollati.
(Rum)

Il voto inArmenia (Rassegna 08 .06.26)

Il voto in Armenia, il filoeuropeo Pashinyan dichiara vittoria, attenzione all’Azerbaigian (Euronews)


Pashinyan vince le elezioni in Armenia (Agi)


Armenia, vince le elezioni il partito Contratto Civile di Pashinyan (Avvenire)


Armenia, il partito Contratto Civile di Pashinyan vince le elezioni: “Governeremo in autonomia” (TGcom24)


Il piccolo paese che ha detto no a Putin: l’Armenia e la scommessa europea (Famiglia Cristiana)


PASHINYAN SFIDA MOSCA (Opinione)


L’Armenia guarda all’Europa: il filo-Ue Pashinyan vince le elezioni parlamentari (IlFattoquotidiano)


Armenia: sospesa tra Mosca e Bruxelles? (Ispi)


Elezioni in Armenia, vince Pashinyan promettendo pace con Baku. Esulta Bruxelles, Mosca “sconfitta” (Rainews)


In Armenia ha perso Putin (Haffingtonpost)


Alle elezioni in Armenia ha vinto quello filo-occidentale (Post)


La nuova vittoria di Pashinyan porta l’Armenia sempre più vicina all’Europa (Formiche)


Svolta armena, il premier Pashinyan: «Porteremo il paese verso l’Europa» (Domani)


Armenia, si compie la svolta europeista (La nuovqb)

 

“L’Armenia al bivio elettorale: o rinascita o collasso!”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini (Gazzetta Diplomatica 08.06.26)

di Bruno Scapini

Le elezioni politiche appena conclusesi in Armenia si inseriscono in un contesto di accese tensioni interne del Paese riconducibili ad un quadro geopolitico regionale altrettanto acceso e caratterizzato da intensa instabilità. Protagonista assoluto di tale critica situazione è, a ben osservare la più recente evoluzione dei rapporti esterni del Paese, l’Unione Europea, o meglio, quella parte di essa costituita dai più “volenterosi”, che appare come votata apertamente ad antagonizzare la Russia con ogni mezzo ed oltre ogni ragionevole motivazione.

Gli europei, pertanto, convinti di dover proseguire “finchè necessario” lo scontro con Mosca sul terreno ucraino – ma gli accenni ad allargare lo spettro d’azione non mancano anche alla luce delle continue provocazioni condotte in altri Paesi confinari – tentano oggi la strada dell’Armenia; un modo da tempo studiato per destabilizzare un altro possibile fronte da aprire in funzione anti-russa.

L’Armenia è, infatti, diventata, dopo la sconfitta (voluta e cercata) nella guerra con l’Azerbaijan del 2020, la pedina più debole e fragile della regione transcaucasica, e come tale più idonea quale candidata ad ospitare un possibile – non solo probabile – colpo di mano che, qualora dovesse riuscire, sgancerebbe definitivamente il Paese dalla sfera di quei rapporti intrattenuti con Mosca in virtù della sua appartenenza alla Unione Euro-asiatica e alla CSTO, alleanza militare, quest’ultima, dalla quale l’attuale Governo già da tempo cerca di allentare il collegamento.

Chiara è, dunque, per sua evidente genesi, la deriva euro-atlantista avviata dal Primo Ministro Pashinyan il quale, salito al potere “per grazia ricevuta” nel 2018 – a seguito di forti ingerenze occidentali di cui l’allora Presidente Sargsyan è stato incredulo destinatario – ha proseguito nella sua azione di consolidamento del controllo interno del Paese, sia attraverso una aperta repressione delle opposizioni (a colpi di mandati di arresto e di condanne penali), sia con una guerra avviata contro la stessa Chiesa Apostolica di Echmiadzin, infierendo con attacchi giudiziari su Arcivescovi e sullo stesso capo supremo della Chiesa, il Catholicos di Tutti gli Armeni, colpevoli di aver sostenuto il popolo nel resistere ad evidenti soprusi e abusi perpetrati dal Governo nella gestione del dopo-guerra con Baku. Quanto grave sia questa condotta di Pashinyan sul piano religioso è del resto reso evidente dall’importanza annessa dagli armeni alla loro Chiesa, unico vero baluardo del Cristianesimo attraverso i secoli e simbolo depositario dei valori storici, soprattutto quelli legati alla memoria del Genocidio del 1915, attorno ai quali si è costruita e conservata nel tempo l’identità della Nazione armena.

Ma la deriva europeista del Primo Ministro non tiene conto del fatto che nelle relazioni internazionali, ogni Paese ha le sue proprie “uniformità storiche”, ovvero, quelle linee direttrici comportamentali che riflettono i tradizionali interessi nazionali, e per l’Armenia, queste “uniformità” non rilevano sul fronte europeista, bensì su quello russo-caucasico. Yerevan ha sempre trovato in Mosca, fin dai tempi più bui della sua Storia, l’unico vero difensore delle cause nazionali, e oggi la Russia, ospitando circa 3 milioni di lavoratori armeni emigrati, fornendo energia a bassissimo costo, e garantendo un alto flusso di investimenti, costituisce il vero primario mercato di sbocco economico per il Paese.

Evidente a questo punto il fine dei “volenterosi” di Bruxelles di destabilizzare l’Armenia, costi quel che costi, pur di mettere in atto una ulteriore provocazione capace di indebolire la Russia sul fronte del Caucaso meridionale. E Pashinyan, in questa prospettiva, si è rivelato la persona più adatta per tale progetto. Sensibile alle false profferte occidentali, reclutato fin dai tempi dei sanguinosi moti di piazza del 2008 che lo hanno visto arrestato, ma poi liberato su pressioni di Bruxelles quale “prigioniero politico”, il Primo Ministro si offre oggi come condottiero di una ingannevole azione politica. Un’azione volta al tradimento del suo popolo solo per servire la causa degli egoismi stranieri interessati non alla prosperità del Paese, ma alla sua strumentalizzazione per farne, sull’esempio dell’Ucraina, un altro progetto in funzione anti-russa.  Del resto le più recenti attenzioni di Bruxelles per Yerevan parlano chiaro in termini di ingerenze esterne.  Il 4 e 5 maggio i soliti “volenterosi” hanno tenuto a Yerevan, proprio a ridosso delle elezioni politiche  – caso unico nella storia armena contemporanea – l’8° vertice della Comunità Politica Europea con il chiaro intendimento di voler “sostenere” la candidatura del loro “pupillo” avverso una opposizione sempre più decisa a fare “scudo” contro tale invadenza di campo.  L’UE, peraltro, non manca di mezzi per indurre i Governi ad un forzato esito elettorale. Basti vedere i precedenti in Romania, Georgia, ed altri Paesi per i quali si è fatto ricorso al poco noto, ma pur esistente, progetto denominato “European Democracy Shield”, una cornice normativa strategica adottata da Bruxelles per “proteggere” le deboli democrazie del Continente!

E oggi non mancano i segni prodromici di questa azione protettiva!  Da varie fonti informative attendibili, si apprende già della manipolazione dei voti in corso.  Elettori deceduti che votano, casi di voto plurimo, più elettori iscritti allo stesso indirizzo di residenza, e ultimo, ma non per questo meno rilevante, l’arresto condotto a poche ore dal varo dell’esercizio elettorale, di importanti figure di candidati dell’opposizione.

Che queste elezioni in Armenia siano critiche non ci meraviglia; ma non ci sorprenderebbe neanche una vasta operazione di manomissione del voto condotta soprattutto nelle periferie del Paese, ove minore è l’attenzione dei media e degli osservatori, con evidenti brogli elettorali in grado di confermare al potere Pashinyan. Questi, peraltro, in caso di vittoria, assumerebbe il mandato (affidato da Bruxelles) di traghettare il Paese verso un definitivo allontanamento da Mosca, recidendo così gli ultimi cordoni di un collegamento storico con la Russia che gli europei  chiamano, in disprezzo dei veri interessi di Yerevan, dipendenza!

Al popolo armeno sta ora l’ultima parola. Le opzioni non sono molte: o Pashinyan riuscirà nei suoi intenti manipolatori (col sostegno di presenze esterne che pare provengano addirittura da unità militari ucraine), o gli elettori fedeli alle cause nazionali riusciranno a mandare al Governo un candidato delle opposizioni con però il già preannunciato disconoscimento dell’esito elettorale da parte di Bruxelles.

In ogni caso, la partita politica, qualora la vittoria delle opposizioni non dovesse attestarsi su valori di stragrande maggioranza, e quindi capace di una inoppugnabile tenuta del nuovo Governo, non finirà con le urne, ma proseguirà prevedibilmente con tentativi di reciproche accuse per brogli elettorali fino a configurare il rischio di pericolose tensioni di piazza dai risvolti imprevedibili per l’ordine pubblico interno del Paese.

Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia

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GD – Jerevan, 5 giu. 26 – L’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti, in occasione delle celebrazioni per la Festa della Repubblica italiana, è stato ricevuto dal presidente della Repubblica d’Armenia, Vahagn Khachaturyan.
Nel dare il benvenuto all’ambasciatore, il presidente ha dichiarato: “Sono lieto di avere questa opportunità per congratularmi con Lei in occasione della festa nazionale del suo Paese. Nel 1946, il popolo italiano si trovò di fronte a una grande responsabilità nel scegliere la strada che il proprio Paese avrebbe seguito. Il popolo italiano scelse la libertà e la democrazia. Come Stato indipendente, abbiamo fatto una scelta simile nel 1991, sebbene siano ancora molte le prove e le sfide davanti a noi”.
Il presidente armeno ha voluto inoltre porre in risalto la condivisione di un retaggio storico millenario tra Italia e Armenia, che al giorno d’oggi si traduce nella condivisione di valori comuni ispirati anche dall’esperienza universale dell’Umanesimo.
Da parte sua l’amb. Ferranti ha ringraziato il presidente per l’accoglienza, trasmettendo anche i più calorosi saluti del presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella.
Durante l’incontro, le parti hanno avuto modo di passare in rassegna le questioni relative all’agenda bilaterale tra Armenia e Italia e le prospettive di un ulteriore sviluppo e approfondimento della collaborazione tra i due Paesi.
L’ambasciatore ha informato il presidente sugli ultimi dati riguardanti la cooperazione economica, che hanno visto l’Italia affermarsi come primo partner commerciale dell’Armenia nel 2025, tra i Paesi dell’Unione Europea.
Entrambe le parti hanno espresso soddisfazione per la crescente cooperazione nel settore turistico, che beneficia ampliamente delle cinque tratte aeree dirette tra Armenia e Italia.
Gli interlocutori hanno inoltre scambiato opinioni sulla necessità di rafforzare ulteriormente l’eccellente collaborazione tra le Università armene e italiane, e in ambito culturale, dove l’Italia viene considerata un punto di riferimento per l’Armenia, anche per la conservazione e valorizzazione del patrimonio storico e artistico.
Nel corso del colloquio, infine, l’ambasciatore ha ribadito il sostegno dell’Italia al processo di liberalizzazione dei visti d’ingresso Schengen per i cittadini della Repubblica d’Armenia.