Esercitazioni in Armenia e Azerbaigian. Cosa cercano Turchia e Russia nel Caucaso (Formiche.net 30.07.20)

Non bastavano Siria e Libia, c’è un terzo fronte su cui l’asse di coopetion russo-turca si muove: è quello tra Azerbaigian e Armenia. Fronte surriscaldato dai recenti scontri militari, diatriba complessa e profonda, mai sopita tra i due Paesi su cui il gioco di Mosca e Ankara è un coinvolgimento quasi logico. La cooperazione-competitiva tra Russia e Turchia — gli inglesi, con la loro lingua immediata la chiamano appunto “coopetition” — è ormai un fattore chiave della politica estera di un’ampia fascia di mondo, che va dall’Eurasia (Caucaso e Balcani) al Medio Oriente per allungarsi giù fino all’Africa sub-sahariana e al Corno. E non poteva risparmiare la crisi azero-armena.

Sul fronte caucasico Russia e Turchia proiettano interessi di carattere strategico che riguardano sia l’ampliamento delle rispettive sfere di influenza che il contesto energetico e infrastrutturale/commerciale (gli scambi euro-asiatici) intercettando o bloccando l’allungamento cinese. Le due medie potenze del momento si allineano su una situazione annosa fatta di diatribe territoriali e differenze culturali, ma anche di interessi. Ankara trova un posizionamento sul lato azero anche frutto di ragioni storiche (la Turchia non ha mai riconosciuto quella pagina tragica della sua storia che fu il Genocidio Armeno), Mosca ha nell’Armenia un suo clientes militare ed economico.

In questi giorni la situazione è fotografata dal doppio-doppio delle esercitazioni in corso. Le manovre militari, si sa, sono spesso messaggi di valore e carattere politico: ed ecco che a pochi giorni dai cannoneggiamenti attorno al Nagorno Karabakh di inizio luglio, la Russia ha avviato manovre militari con l’esercito armeno, e i turchi ne annunciano altre con l’Azerbaigian (iniziate oggi, 30 luglio, fino al 10 agosto). Il tentativo di sfruttare la rivalità storica tra i due paesi, riaccesa in modo violento per la la prima volta dopo il 2016, è il vettore perfetto per essere sfruttato da Turchia e Russia per accrescere la presenza nella regione e intestarsene le dinamiche. Cooperazione competitiva da due fronti distinti, che però — come in Siria e in Libia — ha l’obiettivo di escludere eventuali altri attori che ambissero all’area e creare un’altra tattica sfera di intervento bilaterale.

Ankara gioca sull’allaccio con Baku sfruttando la continuità linguistica e culturale che l’ex presidente azero Heydar Aliyev chiamava “una nazione con due stati”. Soprattutto la Turchia, come su altri fronti in questo periodo, ha cercato di spingere l’attivismo estero anche giocando in contropiede rispetto alla Russia. Tutto sfruttando la pandemia. Il Covid ha colpito tanto la Russia quanto la collegata Armenia, e nel quadro di un eventuale mobilitazione di rinforzo in uno scontro questo poteva essere un rallentamento. Qui sta però la differenza centrale tra il fronte del Caucaso e quello libico e siriano: Turchia e Russia sono disposti su due fronti contraddistinti entrambi da parti statuali, sensibilità estrema e unicità nel confronto russo-turco (in Libia la Russia sostiene i ribelli, in Siria è la Turchia a farlo). Un rischio che espone le dinamiche di Ankara e Mosca a una grossa sensibilità: una destabilizzazione potrebbe essere devastante.

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Armenia: imprenditoria rurale post Covid-19 (Osservatorio Balcani e Caucaso 30.07.20)

Martin vive in Armenia. A marzo di quest’anno, con la sua famiglia, stava per inaugurare una sua guesthouse, ed aveva anche le prime prenotazioni. Poi, è cambiato tutto

30/07/2020 –  Nelli Petrsyan

(Pubblicato originariamente da Chai Khana )

Martin Sargsyan, 29 anni, aveva grandi progetti per il 2020.

Questo sarebbe stato l’anno in cui la sua famiglia avrebbe aperto la propria guesthouse presso la loro fattoria a Mets Sariyar, un villaggio nella regione di Shirak, nel nord-ovest dell’Armenia.

Sargsyan, linguista di professione, ha trascorso tre anni a lavorare alla guesthouse, la prima nel loro villaggio. Ha ottenuto circa 20.000 dollari dal Programma di sviluppo del turismo rurale integrato e ha seguito corsi di imprenditoria.

L’intera famiglia ha preso parte al processo: il padre di Sargsyan si è concentrato sugli alveari di famiglia, sua madre e sua moglie hanno dedicato il loro tempo all’arredamento della guesthouse e alla pianificazione del menu. All’inizio dell’anno, la guesthouse a due piani con tre camere da letto era pronta per i turisti.

Martin Sargsyan, illustrazione di Mananiko Kobakhidze/Chai Khana

Martin Sargsyan, illustrazione di Mananiko Kobakhidze/Chai Khana

La sua famiglia ha iniziato a promuovere la pensione attraverso i social media e l’attività di apicoltura. Il lavoro di promozione ha iniziato a dare i suoi frutti: a marzo avevano 17 prenotazione, e se ne aspettavano molte altre una volta iniziata l’alta stagione estiva.

Ma poi la pandemia ha colpito. Il governo ha chiuso i confini e Sargsyan ha dovuto cancellare tutte le prenotazioni.

Sargysyan dice che è ancora doloroso ricordare i primi giorni della pandemia, quando hanno iniziato lentamente a rendersi conto che la stagione era finita prima che iniziasse.

“Quando hanno chiuso i confini all’inizio ho pensato che sarebbe durato poco e che non avrebbe inficiato la stagione. Ma alla fine mi sono reso conto che l’anno era finito”, ricorda.

“Un cliente soddisfatto porta a nuovi clienti. Se seguiamo questa logica, la nostra perdita sarà grande. Al momento, il reddito atteso di circa 2-3 milioni di drams [3500-5000 euro circa] non è più realistico”.

Sargsyan e la sua famiglia non sono gli unici imprenditori colpiti dalla pandemia.

“Nel primo trimestre di quest’anno, vi sono stati 311.000 turisti interni, il 14,6 percento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Avevamo previsto una crescita di almeno il 10 percento per quest’anno, ma l’epidemia lo ha impedito”, osserva Mekhak Apresyan,  presidente della Federazione armena del turismo.

Inoltre, il paese ha perso circa 350 milioni di dollari da visitatori internazionali nella prima metà dell’anno.

“Le entrate totali del turismo sarebbero ammontate a circa il 20 percento delle entrate del bilancio statale. Tutto quel denaro sarebbe stato poi speso in diversi settori dell’economia. Ma al momento, il settore del turismo è a secco”, afferma Apresyan.

Nonostante il governo abbia erogato prestiti preferenziali per alcune imprese a causa della pandemia, oltre all’esenzione alle aziende turistiche, per un certo periodo dell’anno, dal pagamento delle tasse, Apresyan afferma che è necessario fare di più, soprattutto per l’industria del turismo.

Alveari, illustrazione di Mananiko Kobakhidze/Chai Khana

Arnie, illustrazione di Mananiko Kobakhidze/Chai Khana

“Manca la cosa più importante per il settore: consentire alle aziende di utilizzare prestiti agevolati per ottemperare a loro obblighi creditizi”, dice, aggiungendo che l’opzione migliore sarebbe quella di consentire alle aziende di interrompere, per vari mesi, il pagamento degli interessi.

Nel frattempo la famiglia Sargsyan ha deciso di espandere le proprie attività e costruire un laboratorio di trasformazione per guadagnare dal proprio frutteto. Oltre all’attuale produzione di miele, vogliono infatti produrre marmellate e frutta secca. Sargsyan afferma di aver già richiesto un prestito di cofinanziamento da USAID.

Sargsyan si augura che il laboratorio contribuirà a generare entrate dalla vendita di cibo, fino a quando il virus non sarà sotto controllo e i turisti torneranno nel paese. La vede anche come un’opportunità per gli ospiti per partecipare al processo produttivo e imparare come viene prodotto il miele.

Martin Sargsyan afferma che il laboratorio – dove si intende attivare anche un piccolo panificio – fornirà prodotti genuini, consoni al turismo rurale che intendono sviluppare.

Nota però che è tutto molto rischioso: non hanno ancora alcuna entrata dalla guesthouse e non possono ricevere nemmeno i sussidi governativi per il Covid-19 perché la loro attività non aveva ufficialmente ancora iniziato a funzionare quando la pandemia ha colpito.

“È molto difficile per l’azienda nel nostro stato, perché non riceviamo supporto. Quando è iniziata l’epidemia, abbiamo dovuto interrompere anche il processo di registrazione della guesthouse”.

Sargsyan sottolinea che i titolari di un certo numero di imprese colpite nella regione di Shirak stanno attualmente lavorando allo sviluppo del turismo nell’area.

Il nuovo progetto ha aiutato Sargsyan a rimanere ottimista, nonostante le entrate perse quest’anno. La cosa più importante, osserva, è che tutti rimangono sani e continuino a lavorare per un futuro migliore: “Non vogliamo mettere in pericolo la nostra salute o la salute dei nostri ospiti”.

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“Armenia in pericolo nucleare”/ Manifestazione a Roma ma Azerbaijan smentisce attacco (Ilsussidiario 30.07.20)

Pericolo nucleare per l’Armenia? Dopo le violazioni del “cessate il fuoco” da parte dell’Azerbaijan, ci sono le minacce di un disastro nucleare. Per questo domani i cittadini armeni d’Italia si riuniranno a Roma in una manifestazione pacifica di fronte a Montecitorio. C’è grande preoccupazione, quindi richiedono che le commissioni estere di Senato e Camera intervengano per garantire la pace tra Armenia e Azerbaijan. I giovani armeni d’Italia in un comunicato ricordano quanto accaduto il 12 luglio, con l’aggressione militare in Armenia. Nei giorni scorsi erano poi state diffuse notizie di minacce dall’Azerbaijan “di lanciare missili sulla centrale nucleare di Metsamor”. Circostanza che l’ambasciata azerbaigiana ha smentito in una nota. Hikmat Hajiyev, assistente del Presidente della Repubblcia dell’Azerbaijan, ha poi precisato che non c’è alcuna intenzione di attaccare strutture strategiche critiche. “La stessa centrale nucleare di Metsamor rappresenta una grave minaccia per la regione, basata su una tecnologia obsoleta e questa centrale è diventata un veicolo per il contrabbando di sostanze radioattive”.

Negli ultimi giorni è andato in scena un reciproco scambio di accuse, ma ora la vicenda coinvolge anche l’Italia, perché i giovani armeni d’Italia chiedono alle istituzioni politiche di intervenire per arrivare alla pace. E lo fanno organizzando per domani una manifestazione. Intanto le istituzioni religiose hanno già lanciato un segnale: il Papa con un appello di pace all’Angelus, il Patriarca di Mosca con una dichiarazione in cui chiede una risoluzione di pace. Anche i leader religiosi guardano con preoccupazione alle tensioni nella regione del Caucaso. Gli scontri al confine tra Armenia e Azerbaijan si sono esauriti in pochi giorni per il rischio di un coinvolgimento di Russia e Turchia, ma la tensione non era così alta dall’aprile 2016.

Per l’Italia comunque è impossibile avere rapporti di equilibrio, come spiegato da Aldo Ferrari, esperto per l’Ispi della Regione del Caucaso e professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nell’intervista rilasciata ad Agensir il 28 luglio scorso: “L’Italia non ha e non può avere una posizione equilibrata perché noi abbiamo grossissimi rapporti economici con l’Azerbaijan, fatti di scambio di petrolio e presto anche di gas. Questi interessi in qualche modo impediscono rapporti di equilibro dell’Italia con questa area”.

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L’Armenia avverte Israele: Deve interrompere tutte le vendite di armi all’Azerbaigian (Lantidiplomatico 30.07.20)

Il ministro degli Esteri armeno, Zohrab Mnatsakanyan, ha dichiarato al quotidiano israeliano ‘The Jerusalem Post’, ieri, che la vendita di armi a Baku rappresenta un “pericolo mortale”, accusando l’Azerbaigian di colpire civili e infrastrutture.

“Solleveremo costantemente questo problema e sarà parte integrante della nostra agenda, sia a livello bilaterale che internazionale. Israele deve interrompere questo commercio mortale con l’Azerbaigian “, ha aggiunto il ministro.

Israele ha fornito all’Azerbaigian sofisticati droni armati che si sono dimostrati efficaci in combattimento, nonostante alcuni siano stati abbattuti dalle difese aeree armene. Inoltre, come si precisa nell’articolo del The Jerusalem Post, “l’Azerbaigian è un noto alleato stretto di Israele. Fornisce a Israele circa il 40% del suo fabbisogno petrolifero ed è cliente da lungo tempo di un assortimento di compagnie di difesa israeliane, acquistando droni, missili e altri sistemi d’arma avanzati. Nel 2016, il presidente azero Ilham Aliyev ha rivelato che nel corso degli anni il suo paese ha firmato contratti per un valore di $ 5 miliardi per acquistare armi e attrezzature di sicurezza da Israele.”

L’escalation militare al confine tra Armenia e Azerbaigian è in corso dal 12 luglio e le due parti si accusano reciprocamente su questa escalation.

Da quando sono scoppiati gli scontri lungo il confine azero-armeno, un totale di 18 persone sono state uccise.

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Armenia vs Azerbaigian: forze aeree a confronto (Analisidifesa 29.07.20)

Armenia e Azerbaigian tornano a scontrarsi, questa volta nei confini settentrionali, nella regione del Tavush, in quello che può chiaramente essere definito come il momento di tensione più alto tra i due paesi dal 2016.

Finora sono noti bombardamenti al confine con l’uso di artiglieria e armi leggere o al massimo attraverso l’impiego (e l’abbattimento) di droni da parte dei due paesi, ma in caso di escalation della crisi il coinvolgimento delle forze aeree sarebbe inevitabile.

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La composizione dell’Aeronautica Militare Armena è molto modesta. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica Yerevan ereditò una piccola quota di aerei ed elicotteri e inoltre all’inizio della guerra del Nagorno-Karabakh (1992-1994) la Difesa armena perse un certo numero di velivoli della sua già piccola flotta. Ecco il motivo per cui dai primi anni 2000 gli armeni hanno pensato ad un percorso di potenziamento ed espansione della locale Forza Aerea.

Secondo il FligtGlobal 2020 il numero totale di velivoli ad ala fissa e rotante dell’Armenian Air Force è di sole 56 unità.

Nel dettaglio: 4 (nuovissimi) Sukhoi Su-30SM, 9 aerei d’attacco Su-25, 3 aerei da trasporto Il-76, 12 elicotteri utility Mil Mi-8MT/9, 15 elicotteri d’attacco Mil Mi-24 e ancora 6 addestratori L-39, 6 elicotteri d’addestramento Mil Mi-2 e un Su-25UB d’addestramento e attacco.

Anche secondo il The Military Balance 2020 il numero finale è identico ma cambiano le quantità di alcune categorie di velivoli che qui riportiamo per completezza d’informazione: 14 Su-25/UBK, 1 Airbus A319CJ, 4 addestratori L-39, 11 elicotteri d’attacco Mil Mi-24P/R/K, 10 Mil Mi-8MT più 2 Mi-9 e 7 Mi-2. Inoltre, sempre il The Military Balance 2020 riporta il possesso di 40 droni di fabbricazione locale X-55, “Baze” e “Krunk”.

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Indubbiamente, nel complesso, l’Aeronautica di Yerevan ha ancora bisogno di nuovi aerei ed elicotteri poiché al momento è impossibile condurre con questi numeri operazioni di combattimento efficaci e prolungate.

I primi passi in questa direzione sono stati fatti così dal governo di Nikol Pashinyan all’inizio del 2019, quando è stato firmato un contratto con la Russia per la fornitura di quattro moderni caccia multiruolo Sukhoi Su-30SM (argomento ampiamente trattato sia sul nostro web-magazine sia sul canale Telegram); velivoli che sono giunti nel dicembre dello scorso anno presso l’aeroporto di Erebuni e sono stati accolti dal Primo Ministro locale e dall’intera comunità con grande orgoglio.

A tal proposito il Ministero della Difesa armeno prevede di ordinare nei prossimi anni dalla Federazione Russa lotti aggiuntivi di Su-30SM fino a giungere a non meno di 12 unità (fonti locali parlano addirittura di 16 Su-30SM in totale).

Degni di nota, nel quadro dell’alleanza tra Armenia e Russia nel quadro del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO), la dotazione di sistemi missilistici di difesa aerea S-300 e Buk-M2 e inoltre la presenza della base militare russa (a Erebuni e a Gyumri) dotata di sistemi missilistici antiaerei S-300V, caccia MiG-29, elicotteri Mi-24P e Mi-8MT oltre ad un numero di militari di circa 4.000 effettivi (inclusa una brigata dell’Esercito) che concede a Yerevan la possibilità di programmare un riarmo della propria flotta aerea senza particolari ansie.

Sull’altro versante la flotta dell’Aeronautica Militare azera è quantitativamente superiore a quella armena ma praticamente non contiene (al momento) velivoli di fattura moderna. L’intera composizione è di chiara eredità sovietica o proviene ancora da una serie di acquisti di aerei ed elicotteri sovietici modernizzati effettuati in Ucraina e in Kazakistan nei primi anni 2000.

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La maggior parte dei piloti tuttavia ha seguito corsi e stage in Turchia, Germania e Stati Uniti e com’è noto la Difesa locale starebbe valutando alcune opzioni per l’aggiornamento della propria flotta aerea rivolgendosi all’Italia (vedi MoU degli addestratori avanzati M-346) e operando finanche nell’ambito della cooperazione con la Russia.

Secondo il FlightGlobal 2020 l’Azerbaigian sarebbe in possesso di 147 velivoli (esclusi gli UAV); inferiore invece la stima secondo il The Military Balance 2020 con 122 unità.

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Nel dettaglio, quest’ultima fonte riporta: 15 MiG-29/UB (12 per il FlightGlobal 2020), 2 Su-24 (non censiti per il FG), 19 Su-25/UB (12 per il FG), 12 L-39 (identico valore per il FG), un Antonov An-12 (non censito per il FG), 3 Yakovlev Yak-40 (non censiti per il FG), 26 Mil Mi-24 (17 per il FG), 33 Mil Mi-8/17 (65 per il FG), 3 Kamov Ka-32 (4 per il FG), 1 Bell-412 (2 per il FG) e infine 7 Mil Mi-2 (pari numero per il FG).

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Cospicua la presenza di UAV nell’Azerbaijian Air Force: un IAI Heron, 4 Aerostar, 10 Elbit Hermes 450, un Elbit Hermes 900, 40 Defense Orbiter e 10 IAI Searcher II.

In conclusione, seppur con numeri nettamente più ampi Baku ha problemi simili a quelli di Yerevan in termini di qualità delle proprie forze aeree e prima o poi dovrà giocoforza procedere alla sostituzione di numerosi velivoli obsoleti, anche se, come riportato da Analisi Difesa, il Ministero della Difesa dell’Azerbaigian ha proceduto ad esaminare i caccia russi Sukhoi Su-35 e MiG-35, così come gli aerei d’addestramento avanzati italiani Leonardo M-346 (anche nella versione caccia leggero M-346FA) e i caccia pakistani JF-17 .

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In poche parole un rinnovamento qualitativo della Aeronautica azera dovrebbe essere in cima alla lista delle priorità per Baku, poiché se per quantità di mezzi la stessa risulta vincente nei confronti di Yerevan, l’Armenia dal canto è già un passo avanti attraverso l’acquisizione di moderni caccia multiruolo Sukhoi Su-30SM di “generazione 4+”.

Infine, non bisogna dimenticare che i cieli dell’Azerbaigian sono coperti dai sistemi missilistici antiaerei S-300, Barak 8, Buk-M1 e Tor M2E.

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Né l’Armenia né l’Azerbaigian hanno in conclusione forze sufficienti per sostenere campagne aeree significative e prolungate così come è improbabile che a breve termine appaia un numero consistente di nuovi velivoli nei due paesi in grado di poter cambiare l’attuale situazione.

Mosca punta ad evitare l’aggravamento della situazione e sta mettendo in campo tutti gli sforzi diplomatici possibili per riconciliare i due stati ex sovietici.

L’interesse maggiore della Russia sembra essere quello di mantenere calme le acque e fare in modo che i due contendenti possano dedicare piuttosto maggiori sforzi economici al riarmo attraverso l’acquisto di nuove piattaforme e sistemi d’arma.

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Azerbaigian-Armenia, la guerra pigra che coinvolge Turchia e Russia (Il Manifesto 29.07.20)

A giudicare dalle notizie che si rincorrono, la miccia della guerra aperta tra Azerbaigian e Armenia potrebbe accendersi in ogni momento mettendo a soqquadro tutto il Caucaso. Ieri il Ministero della Difesa azero ha annunciato esercitazioni congiunte con la Turchia da oggi fino al 10 agosto che si terranno in diverse zone del paese dalla capitale Baku fino a Kurdamir e Yevlakh.

«Nel nostro paese si terranno esercitazioni tattiche congiunte tra Azerbaigian e Turchia su larga scala con la partecipazione delle forze di terra e delle forze aeree di entrambi i paesi. Le esercitazioni congiunte coinvolgeranno fanteria, veicoli blindati, l’artiglieria, l’aviazione e la difesa aerea degli eserciti dei due paesi», ha affermato.

Malgrado abbia subito voluto aggiungere che «tradizionalmente» le war games dei due stati turcofoni si tengono sempre in questo periodo dell’anno non è sfuggito a nessuno il messaggio intimidatorio mandato a Erevan. Il presidente russo Putin prima di schierare la flotta sul Caspio e sul mar Nero, ha avuto un colloquio con Recep Erdogan conclusosi però con un nulla di fatto. La vera novità è che da ormai quasi una settimana i due governi si stanno reciprocamente accusando di aver iniziato ad operare militarmente sulla linea di confine Nagorno-Karabakh.

Le ripercussioni puramente tattiche non sono di poco conto perché il fronte dello scontro apertosi dieci giorni fa sul confine meridionale tra i due paesi viene così allungato di oltre 300 chilometri e portato proprio nel cuore del contenzioso territoriale. Alexander Krylov, ricercatore di relazioni internazionali all’Accademia delle scienze di Mosca ritiene che «questi scontri non siano affatto un preludio a una grande guerra, ma solo un altro episodio di “guerra pigra”: l’Azerbaigian sta conducendo negli ultimi anni cercando di logorare l’Armenia con scontri locali e continue tensioni militari».

Se così fosse anche i tamburi di guerra del Consiglio di sicurezza nazionale turco del 22 luglio farebbero parte di uno scontro in cui alla fine si spara a salve, o quasi. Il documento turco però riprende temi cari al nazionalismo imperiale tardo-ottomano che non fanno presagire nulla di buono. Denunciando l’Armenia che «occupa da anni illegalmente i territori dell’Azerbaigian» si afferma perentoriamente che «la Turchia sosterrà qualsiasi decisione che i fraterni azeri prendono nella loro giusta lotta».

La Russia è sicuramente per ora più tiepida. Maragarita Symonian, incaricata da Putin di seguire da vicino la crisi ha accusato il presidente armeno Nikol Pashinyan di non aver ancora provveduto a riconoscere la Crimea come territorio russo per poter così continuare la politica dei due forni con la Ue e gli Usa. La sensazione ad Ankara e Mosca è che i due paesi in conflitto vogliano tenere sotto scacco i rispettivi alleati per fini di politica interna ma che la situazione potrebbe sfuggire pericolosamente di mano ai contendenti.

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Primo Piano Consiglio per la Comunità armena di Roma: l’Armenia vuole la Pace, l’Azerbaigian la guerra (Laspeziaoggi 29.07.20)

ROMA – In questi giorni l’Azerbaigian, dopo aver aggredito lo scorso 12 luglio militarmente l’Armenia cercando di violare il suo confine di Stato, ha dato avvio a una campagna di disinformazione in tutto il mondo, cercando di addebitare all’Armenia tale incursione e accusando, per ultimo, anche la Diaspora armena di aggressione verso i cittadini azeri.

Come invece la cronaca di questi ultimi giorni ci sta evidenziando le informazioni diffuse dalle sedi diplomatiche e dagli ambasciatori azeri presso gli stati stranieri si sono verificate del tutto infondate e menzognere, perché sono proprio gli attivisti turco azeri, incitati da Baku e dal Presidente dittatore Aliyev, a compiere atti di violenza verso le sedi diplomatiche armene e verso gli armeni.

Gli azeri prima aggrediscono, ricorrono ad atti di violenza per poi correre ai ripari con accuse infondate, mistificando addirittura la storia e la realtà, come sta facendo da qualche giorno l’Ambasciatore azero in Italia Sua Eccellenza Mohammad Ahmadzada, inviando lettere piene di fake news a testate giornalistiche e politici.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra.

D‘altronde da un Paese che ha portato in trionfo come eroe nazionale un proprio ufficiale condannato per aver decapitato un soldato armeno durante un corso NATO a Budapest non c’era da aspettarsi un diverso atteggiamento.

L’Azerbaigian, agli ultimi posti nella classifica mondiale sulla libertà di informazione e tra i paesi più corrotti e corruttori, è stato già giudicato dal mondo libero e democratico.

Come Consiglio per la comunità armena di Roma, in quanto componenti della diaspora armena in Italia, denunciamo questa ennesima campagna di odio e di armenofobia portata avanti dal regime di Baku. Condanniamo tutti gli atti di violenza compiuti perché crediamo e siamo convinti che la via maestra sia il dialogo e la diplomazia e non l’aggressione e la violenza.

 L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra. Lo ribadiamo.

Invitiamo tutte le istituzioni, i politici e i media italiani a non prestare in alcun modo il fianco alle infondate accuse della dittatura azera spalleggiata dal regime di Ankara. E anche a verificare sempre la fondatezza delle comunicazioni diffuse e ad appoggiare la linea della non violenza, ribadita anche dal ministero degli Esteri armeno e dal gruppo di Minsk dell’OSCE.

L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian (e la Turchia) la guerra.

 

Consiglio per la comunità  armena di Roma

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Armenia-Azerbaigian: Consiglio per la comunità armena di Roma, in corso campagna di disinformazione da parte di Baku (Agenzia nuova 28.07.20)

Roma, 28 lug 11:25 – (Agenzia Nova) – Il Consiglio per la comunità armena di Roma sostiene che in merito alla situazione di tensione tra Armenia e Azerbaigian sarebbe in corso una campagna di disinformazione da parte delle autorità di Baku. “In questi giorni l’Azerbaigian, dopo aver aggredito lo scorso 12 luglio militarmente l’Armenia cercando di violare il suo confine di Stato, ha dato avvio a una campagna di disinformazione in tutto il mondo, cercando di addebitare all’Armenia tale incursione e accusando, per ultimo, anche la Diaspora armena di aggressione verso i cittadini azeri. Come invece la cronaca di questi ultimi giorni ci sta evidenziando le informazioni diffuse dalle sedi diplomatiche e dagli ambasciatori azeri presso gli stati stranieri si sono verificate del tutto infondate e menzognere, perché sono proprio gli attivisti turco azeri, incitati da Baku e dal presidente dittatore Aliyev, a compiere atti di violenza verso le sedi diplomatiche armene e verso gli armeni”, si legge in un comunicato diffuso dal Consiglio per la comunità armena di Roma. “Gli azeri prima aggrediscono, ricorrono ad atti di violenza per poi correre ai ripari con accuse infondate, mistificando addirittura la storia e la realtà, come sta facendo da qualche giorno l’ambasciatore azero in Italia sua eccellenza Mohammad Ahmadzada, inviando lettere piene di fake news a testate giornalistiche e politici. L’Armenia vuole la pace, l’Azerbaigian la guerra. D’altronde da un Paese che ha portato in trionfo come eroe nazionale un proprio ufficiale condannato per aver decapitato un soldato armeno durante un corso Nato a Budapest non c’era da aspettarsi un diverso atteggiamento”, si aggiunge nel comunicato. (segue) (Com)

Caucaso. Aldo Ferrari (Unive): “Focolaio di crisi dimenticato da anni ma altamente esplosivo” (Agensir 28.07.20)

Prima il Papa con un appello alla pace lanciato all’Angelus. Poi il Patriarca di Mosca Kirill con una dichiarazione firmata personalmente per chiedere una risoluzione di pace al conflitto armeno-azero. I leader religiosi, ma non solo, guardano con preoccupazione all’acuirsi della tensione nella regione del Caucaso. Per fortuna gli scontri – scoppiati il 12 luglio scorso al confine tra Armenia e Azerbaijan – si sono esauriti in pochi giorni perché il rischio di coinvolgere attori forti, come Russia e Turchia, sarebbe troppo alto. Intanto però la popolazione in Armenia è allo stremo

(Foto ANSA/SIR)

Il Caucaso: un focolaio di crisi dimenticato da anni che torna a far preoccupare non solo la comunità internazionale ma anche i leader religiosi. Una regione al confine tra l’Europa cristiana e l’Oriente musulmano che può da un momento all’altro rimettere in discussione i rapporti fra due grandi potenze, Russia e Turchia. Sono ricominciati il 12 luglio scontri violenti di artiglieria al confine tra l’Armenia, storicamente appoggiata da Mosca, e l’Azerbaijan sostenuto da Ankara, riaccendendo un pericoloso conflitto congelato dal ’94. Domenica 19 luglio, all’Angelus, il Papa lancia un appello per il riacuirsi delle tensioni armate auspicando che “attraverso il dialogo e la buona volontà delle parti, si possa giungere ad una soluzione pacifica duratura, che abbia a cuore il bene di quelle amate popolazioni”. Il 23 luglio, a scendere in campo è il Patriarca di Mosca Kirill che in una Dichiarazione invoca “una risoluzione di pace al conflitto armeno-azero”, invitando i popoli dell’Armenia e dell’Azerbaigian, a trovare “la forza e la saggezza per porre fine all’inimicizia, ridurre la sfiducia e raggiungere soluzioni reciprocamente accettabili ai problemi di divisione”. L’appello del Patriarca russo è stato rilanciato il 27 luglio anche dal Consiglio mondiale delle Chiese dalla sua sede di Ginevra. Era dall’aprile del 2016 che la tensione non era così alta. Ad aggravare il quadro c’è un dato aggiuntivo, osserva subito Aldo Ferrari, esperto per l’Ispi della Regione del Caucaso e professore all’Università Ca’ Foscari di Venezia: “Questi scontri, anziché essere avvenuti nel Karabakh che è la regione contesa tra i due Paesi, sono avvenuti nel Tavushh che invece si trova in Armenia e questa è una novità che preoccupa molto”.

Perché in Tavushh?

È quello che si stanno chiedendo tutti. Ed è il punto di domanda principale perché si teme un’estensione del conflitto. Per fortuna gli scontri si sono esauriti perché il rischio di coinvolgere attori forti, come Russia e Turchia, sarebbe troppo alto. L’Armenia fa parte di un’Alleanza militare a guida russa e l’Azerbaigian non può evidentemente sfidare la Russia. Da parte sua, la Russia deve essere prudente perché l’Azerbaijan è appoggiata dalla Turchia che è uno Stato molto potente e membro della Nato. Quindi proprio perché la situazione è potenzialmente gravissima, questi scontri si esauriscono di solito – e così è successo – in tempi brevi.

L’arcivescovo armeno cattolico Minassian lamenta l’assenza dell’Europa. Perché l’UE guarda con disinteresse al Caucaso?

L’Europa guarda con disinteresse non solo al Caucaso ma anche ad altre situazioni di crisi come la Libia dove si sono insediati turchi e russi. Economicamente l’Unione Europea funziona ma in ambito di sicurezza e politica internazionale, no. Ci può dispiacere ma non sorprendere questa inefficacia.

E l’Italia?

L’Italia non ha e non può avere una posizione equilibrata perché noi abbiamo grossissimi rapporti economici con l’Azerbaijan, fatti di scambio di petrolio e presto anche di gas. Questi interessi in qualche modo impediscono rapporti di equilibro dell’Italia con questa area.

Quali conseguenze sta avendo questo conflitto “congelato” sulle popolazioni armene e azere?

La situazione è molto diversa tra i due Paesi. L’Azerbaijan è un Paese ricco di risorse energetiche. Grazie ai suoi preziosi pozzi petroliferi con annessi oleodotti, la sua economia si sta rapidamente sviluppando e questa ricchezza consente a Baku di avere molte carte da giocare nelle partite geo-politiche ed economiche a livello internazionale. L’Armenia invece non ha risorse. È senza sbocco sul mare. Ha i confini bloccati e vive prevalentemente di rimesse degli emigrati e del sostengo della diaspora. Anche il turismo, che è il fiore all’occhiello di questo Paese, è stato fortemente colpito dal Coronavirus e questo ha portato ad un ulteriore aggravamento della situazione dell’Armenia che sta vivendo quindi in una condizione molto difficile e problematica.

Cosa spinge, a suo parere, Papa Francesco e il Patriarca Kirill ad interessarsi a questa Regione?

Dal punto di vista religioso, il Caucaso è un patrimonio straordinario. L’Armenia è stato il primo paese al mondo a diventare ufficialmente cristiano, e la Georgia il secondo, prima ancora cioè dell’Impero Romano. Sono quindi paesi di antichissima tradizione cristiana, gli unici in quella Regione a non essersi convertiti all’islam. Hanno quindi sviluppato una cultura letteraria e artistica meravigliosa. L’identità cristiana è nel cuore stesso dell’identità nazionale. Questo spiega perché sia il Papa sia il Patriarca russo siano cosi attenti a quanto accade in questi due Paesi.

Quanto il fattore religioso influisce sul conflitto armeno-azero?

Non credo che in questo scontro tra l’Armenia (cristiana) e l’Azerbaijan (tiepidamente musulmano) la dimensione religiosa sia decisiva. Si tratta piuttosto di uno scontro da due Stati per il controllo di un territorio, il Karabakh. Le dinamiche dei conflitti sono sempre complesse e complicate e vanno studiate distinguendo Paese per Paese e caso per caso. Sicuramente la Turchia con Erdogan sta assumendo un volto sempre più islamico. Spuntano moschee ovunque non solo in Turchia ma anche, finanziate dalla Turchia, nei Balcani: in Kosovo, Albania, in Bosnia. È un processo reale al quale assistiamo con preoccupazione. Vedere però nel conflitto armeno-azero un confronto tra civiltà religiose, è sbagliato.

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Colloquio telefonico Putin-Erdogan, in primo piano Siria, Libia e riapertura dei confini (Sputniknews 28.07.20)

La presidenza turca ha reso noto che il presidente del paese Recep Tayyip Erdogan ha avuto oggi un colloquio telefonico con il suo omologo russo Vladimir Putin.

Putin e Erdogan hanno discusso la situazione in Siria e Libia, nonché l’escalation delle relazioni tra Armenia e Azerbaigian, ha riferito la presidenza turca.

Un altro argomento di conversazione sono stati passi per consolidare le relazioni tra Turchia e Russia.

Il colloquio tra i due capi di stato ha riguardato tutti i temi delle relazioni bilaterali tra i due paesi, in particolare è stato dato un voto positivo alla cooperazione dei due paesi nell’ambito della lotta al coronavirus, che ha reso possibile il ripristino a partire dal 1° agosto del collegamento aereo fra i due paesi.

Il servizio stampa del Cremlino ha dichiarato che, parlando della questione Armenia-Azerbaigian, le parti si sono pronunciate a favore di una soluzione pacifica del conflitto nella Transcaucasia. I leader dei due paesi hanno convenuto che non esiste un’alternativa a un accordo politico-diplomatico nell’interesse dei popoli di Armenia e Azerbaigian.

L’ultima conversazione tra Putin e Erdogan ha avuto luogo il 15 luglio. I due avevano discusso il riavvio dei voli tra i paesi. Dal primo agosto i voli tra Russia e Turchia riprendono.

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