Armenia, Pashinyan: “Il Karabakh non era nostro”. Svolta storica verso la pace con l’Azerbaigian (Euronews 11.05.26)

Con un’ammissione straordinaria, il premier armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che il Karabakh non è territorio dell’Armenia e che il movimento armeno per ottenerlo è stato “un errore fatale”

Il primo ministro armeno Nikol Pashinyan ha scosso profondamente l’opinione pubblica armena con dichiarazioni destinate a segnare una svolta storica nel dibattito sul Nagorno-Karabakh. In un discorso molto acceso, diffuso domenica dai media locali, il leader di Erevan ha messo in discussione decenni di narrativa nazionale armena, affermando apertamente che “il Karabakh non era nostro” e definendo il “movimento del Karabakh” un “errore fatale”.

Le parole di Pashinyan rappresentano uno dei passaggi politici più delicati dalla fine del conflitto con l’Azerbaigian. Rispondendo alle accuse di aver “perso” il Karabakh, il premier ha replicato con tono provocatorio: “Come era nostra quella terra? Spiegatemi come faceva a essere nostra?”. Un messaggio che rompe con la tradizionale posizione armena sul territorio conteso.

Nel suo intervento, Pashinyan ha anche criticato la gestione passata della regione, sottolineando che la presenza di infrastrutture armene non significava automaticamente sovranità sul territorio. “Abbiamo costruito scuole, asili, fabbriche, abbiamo vissuto lì. Ma non era nostra”, ha insistito il premier.

Le dichiarazioni arrivano in un momento cruciale per la politica estera armena. Erevan sta infatti accelerando il proprio avvicinamento all’Unione europea e, parallelamente, punta a consolidare il processo di pace con l’Azerbaigian dopo decenni di tensioni e guerre nel Caucaso meridionale.

Il presidente dell'Azerbaigian Ilham Aliyev posa la prima pietra dell'Hotel Zangilan City Park nella città di Zangilan, 10 maggio 2026
Il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev posa la prima pietra dell’Hotel Zangilan City Park nella città di Zangilan, 10 maggio 2026 Courtesy of Azertag

La nuova linea politica è stata confermata anche durante il recente vertice della Comunità politica europea a Yerevan, dove il presidente francese Emmanuel Macron ha lodato il cambio di rotta dell’Armenia. Macron ha parlato di “una nuova era” per il Paese, sottolineando come Erevan stia scegliendo consapevolmente un percorso europeo dopo anni di forte dipendenza dalla Russia.

Con le elezioni previste per giugno, Pashinyan sembra voler consolidare l’immagine di un’Armenia orientata verso l’Europa, la stabilità regionale e nuove opportunità economiche. Una strategia che passa inevitabilmente anche dalla normalizzazione dei rapporti con Baku.

Nel frattempo, il presidente azero Ilham Aliyev ha lanciato un avvertimento alle forze politiche armene ostili all’Azerbaigian, sostenendo che un ritorno del nazionalismo radicale potrebbe danneggiare la stessa Armenia. Durante una visita nella città di Zangilan, nel Karabakh, Aliyev ha ribadito l’obiettivo di trasformare la regione in un importante hub logistico e commerciale per tutto il Caucaso meridionale.

Il leader azero ha inoltre criticato alcuni “leader stranieri” che, a suo dire, si presentano come protettori dell’Armenia. “Non avevamo intenzione di distruggere l’Armenia”, ha dichiarato Aliyev, sostenendo che Baku abbia già raggiunto i propri obiettivi strategici.

Sul delicato equilibrio regionale è intervenuto anche il presidente russo Vladimir Putin, che ha suggerito all’Armenia di indire un referendum sul proprio futuro europeo dopo il raffreddamento dei rapporti tra Erevan e Mosca.

Putin ha avvertito che un eventuale avvicinamento definitivo all’Ue potrebbe portare a una “separazione civile” tra Russia e Armenia, richiamando anche il precedente ucraino.

Pashinyan ha però chiarito che al momento non è previsto alcun referendum sull’adesione all’Unione europea, pur confermando la volontà dell’Armenia di proseguire nel proprio percorso di trasformazione politica ed economica. Allo stesso tempo, Erevan non intende abbandonare l’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia, mantenendo così un equilibrio diplomatico estremamente delicato tra Bruxelles e Mosca.

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Distrutta la cattedrale di Stepanakert, ultimo atto del genocidio armeno (UCCR 10.05.26)

Giungono conferme della distruzione della cattedrale di Stepanakert in Azerbaigian, l’ultimo atto del genocidio armeno, ieri fisico e oggi culturale.


 

Un silenzio assordante sulla notizia.

La distruzione della cattedrale della Santa Madre di Dio di Stepanakert, nella regione Nagorno Karabakh, riaccende le accuse contro l’Azerbaigian di voler cancellare ogni traccia della presenza armena nella regione.

 

La cattedrale di Stepanakert

Secondo immagini satellitari diffuse nelle ultime settimane, il principale luogo di culto cristiano della città sarebbe stato completamente demolito dalle autorità di Baku.

La conferma ufficiale è giunta nei giorni scorsi da parte del Consiglio dei musulmani del Caucaso, affiliato al governo azero, in una dichiarazione in cui conferma la demolizione, pianificata dallo Stato. Oltre alla cattedrale è stata abbattuta anche la chiesa di San Giacomo, un edificio più piccolo situato anch’esso nella capitale dell’Artsakh occupato.

Il comunicato è giunto dopo le proteste della Chiesa Apostolica Armena, appartenente alle chiese ortodosse orientali separate da Roma dopo il Concilio di Calcedonia del 451. E’ quindi distinta dalla Chiesa Cattolica Armena, che invece pur mantenendo il rito armeno è in piena comunione con il Papa.

La cattedrale di Stepanakert fu consacrata nel 2019 dopo oltre un decennio di lavori ed era uno dei simboli dell’identità armena della Repubblica dell’Artsakh, nome con cui gli armeni indicano la regione del Nagorno-Karabakh in Azerbaigian. Durante la guerra del 2020, il suo seminterrato fu utilizzato come rifugio antiaereo per i civili sotto i bombardamenti.

Le organizzazioni armene e osservatori internazionali parlano apertamente di “genocidio culturale”, denunciando un piano sistematico di eliminazione del patrimonio cristiano armeno nei territori conquistati dall’Azerbaigian dopo l’offensiva del 2023 che provocò l’esodo di oltre 120 mila armeni dalla regione.

Tra l’altro, nel 2021 la Corte Internazionale di Giustizia aveva ordinato all’Azerbaigian di prevenire atti di vandalismo contro il patrimonio culturale armeno.

 

 

Genocidio (culturale) armeno

Nel novembre 2025, all’interno del suo viaggio in Turchia, Leone XIV aveva incontrato la comunità armena apostolica di Istanbul rivolgendole un ringraziamento per l’impavido esempio di virtù cristiana mostrato lungo la storia, «spesso in circostanze tragiche» e per i legami “fraterni” e fecondi tra la Chiesa Apostolica Armena e la Chiesa Cattolica.

La distruzione della cattedrale cristiana in Azerbaigian è l’ennesimo capitolo di una storia iniziata oltre un secolo fa con il genocidio armeno del 1915.

Allora fu l’Impero Ottomano a sterminare circa un milione e mezzo di armeni, distruggendo comunità cristiane millenarie, monasteri, chiese e testimonianze culturali disseminate nell’Anatolia orientale. Oggi, nel Nagorno-Karabakh sembra in corso una nuova forma di cancellazione: culturale e identitaria.

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Nell’ultimo libro di Narinè Abgarjan, scrittrice armena e russa, la poesia malinconica dell’Armenia dimenticata (Il Messaggero 10.05.26)

Oltrepassata la soglia dei cinquant’anni, la bibliotecaria Anatolija, in un piccolo villaggio armeno sperduto tra le montagne, una sera si corica convinta che la morte sarebbe arrivata di lì a poco. Ha rassettato la casa, sistemato ogni cosa, come chi sente di avere ormai concluso il proprio cammino dopo aver attraversato gioie, dolori e lutti. È da questo incipit, insieme semplice e potentissimo, che prende avvio E dal cielo caddero tre mele (Einaudi, 18 euro, 220 pagine) il romanzo della scrittrice armena Narine Abgarjan, capace pagina dopo pagina di trasformarsi in una favola malinconica, intrisa di poesia e umanità.

Il titolo rimanda a un’antica leggenda caucasica: una mela per chi ha visto i fatti, una per chi li ha raccontati e la terza per chi ha saputo ascoltare, con attenzione e stupore, il bene ancora nascosto nel mondo. Ed è proprio questa attenzione ai dettagli minimi dell’esistenza che attraversa tutto il romanzo.

Sul fondo della narrazione si staglia Maran, villaggio immaginario arroccato sul monte Manis Kar, un luogo fuori dal tempo, sospeso tra realtà e mito. Negli anni il paese si è svuotato: i giovani sono partiti, i vecchi sono rimasti soli ad attendere lentamente la fine di una comunità destinata apparentemente all’estinzione. Eppure, dentro quella rassegnazione collettiva, l’autrice riesce a far emergere una rete profondissima di relazioni, solidarietà e memoria condivisa.

Anatolija, donna colta e silenziosa, simbolo di una civiltà antica e resistente, rappresenta il cuore morale del romanzo. Convinta di stare morendo per un’emorragia che da giorni la tormenta, si prepara all’ultimo passaggio con una naturalezza quasi disarmante. Ma proprio quando tutto sembra spegnersi, la vita torna a insinuarsi inattesa: attraverso due bambini e una serie di eventi che finiranno per riaccendere anche il destino del villaggio.

La grande forza del libro sta nella capacità di fondere continuamente il reale e il meraviglioso. «Gli abitanti di Maran erano un popolo razionale che tuttavia credeva nei sogni e nei segni», scrive Abgarjan. I sogni fatti «tra il primo e il secondo canto del gallo» possiedono un significato nascosto; le premonizioni diventano strumenti di salvezza; le superstizioni convivono con la concretezza di una comunità abituata alla fatica e alla sopravvivenza.

Emblematico è il personaggio di Akop, uomo noto per prevedere sciagure e disgrazie, ma grazie al quale gli abitanti riescono a salvarsi da una frana costruendo in tempo una barriera di pietra. In questo mondo narrativo il soprannaturale non irrompe mai come elemento estraneo: si intreccia invece naturalmente con la quotidianità, come accade nelle culture contadine dove il confine tra visibile e invisibile resta poroso.

Sebbene Maran non esista sulle carte geografiche, il romanzo restituisce con straordinaria autenticità l’anima del popolo armeno: le sue tradizioni, il senso della famiglia, la nostalgia, il peso della memoria storica. Sullo sfondo resta infatti, quasi silenzioso ma costante, il trauma del genocidio armeno perpetrato dai turchi tra il 1915 e il 1916, ferita collettiva che continua a segnare identità e immaginario.

Non è casuale che molti abbiano accostato questo romanzo a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Come nel realismo magico sudamericano, anche qui il tempo sembra circolare, i morti convivono con i vivi, le leggende si mescolano alla cronaca quotidiana. Ma Abgarjan mantiene una voce del tutto personale: più intima, meno visionaria, profondamente radicata nella spiritualità e nella malinconia armena.

Lo stile è delicato, quasi carezzevole, e racconta la fatica quotidiana di persone semplici ma capaci di custodire una sapienza antica. Gli abitanti di Maran vivono lontani dal rumore del mondo moderno e proprio per questo sembrano ancora in grado di percepire una dimensione ulteriore dell’esistenza, come se il confine tra terra e trascendenza fosse rimasto aperto.

Il finale incanta senza concedere consolazioni definitive. Non c’è una vera rassicurazione, perché — suggerisce l’autrice — nessuno può sapere davvero come andrà a finire. Ed è forse proprio questa sospensione, questo fragile equilibrio tra dolore e speranza, a rendere il romanzo così memorabile.

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“Quando il cuore trema”: la spiritualità della musica armena ha conquistato Monza (Mbnews 10.05.26)

Nel centro storico di Monza, raccolti nella chiesa di San Pietro Martire di Monza, gremita di pubblico, venerdì 8 maggio il tempo è sembrato rallentare. “Il mio cuore trema”, appuntamento di apertura di Monza Visionaria 2026, non è stato soltanto un concerto, ma un attraversamento: un ponte sonoro tra Oriente e Occidente. Prima ancora che iniziasse la musica, nella chiesa c’era un’aria insolita. Il brusio e le voci sembravano trattenuti da un’atmosfera carica di attesa e sospensione. Persone di età differenti sedevano fianco a fianco sulle panche — appassionati di musica e habitué del festival, ma anche chi sembrava essere arrivato lì semplicemente per lasciarsi sorprendere.

Ad aprire la serata Don Cesare Pavesi, Canonico del Duomo di Monza, e Saul Beretta, direttore artistico del festival, che hanno introdotto il pubblico con una riflessione sul dialogo tra spiritualità e musica, tra Sant’Agostino e Bob Marley. Poi le melodie armene del duduk di Norayr Gapoyan, il respiro vibrante del kanon e della voce naturale della splendida Tatev Hakobyan, insieme alla profondità dell’organo di Levon Eskenian, hanno accompagnato spettatori e spettatrici dentro un paesaggio sonoro sospeso, quasi fuori dal tempo, dove spiritualità, memoria e contemplazione si sono intrecciate in una piccolo viaggio mistico.

monza visionaria apertura 2026 credit Nicola Bristot Saul Beretta direttore artistico di Monza Visionaria

Le sonorità del duduk — calde, avvolgenti, rotonde — sembravano emergere da un tempo remoto. Il kanon dialogava con esso, alternando carezze leggere a vibrazioni più tese e pulsanti, mentre l’organo sosteneva tutto con la sua presenza ampia e solenne. Nell’incontro tra gli strumenti della tradizione armena e le navate della chiesa, tra spiritualità orientale e immaginario occidentale, si è creata una tensione delicata e al contempo intensa, capace di trascinare il pubblico in un ascolto assoluto e senza applausi, quasi meditativo.

monza visionaria apertura 2026 credit Nicola Bristot

I brani sono stati snocciolati come preghiere, anche se tra essi c’erano melodie popolari e antiche ninne nanne. Le parole dell’inizio concerto sono state un viatico, ma alla fine era vero non c’era nulla da spiegare solo il suono da attraversare insieme. Tra un brano e l’altro, silenzio … come se il pubblico avesse paura di spezzare quell’equilibrio delicatissimo creato dalla dolcezza della musica. Poi scroscianti nel finale sono arrivati gli applausi, ma non si è trattato dell’entusiasmo rumoroso di chi ha assistito a uno spettacolo, ma della rispettosa gratitudine di chi ha sentito di aver vissuto un momento raro.

Ed ecco che emerge la forza del progetto Monza Visionaria: creare esperienze che lasciano una traccia emotiva, mettere in dialogo linguaggi e culture differenti, trasformare la musica in uno spazio condiviso di scoperta e meraviglia.

Il festival, in corso fino al 17 maggio, continua domenica con un calendario fitto di appuntamenti. Tutte le info www.monzavisionaria.it

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Il vertice UE a Yerevan: cuori e promesse invece di garanzie, cosa ha realmente promesso l’Unione Europea all’Armenia (Il Giornale d’Italia 09.05.26)

Per alcuni giorni, Yerevan è diventata il centro della diplomazia europea. Il 4 e 5 maggio, la capitale armena ha ospitato due eventi contemporaneamente: l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea e il primo vertice bilaterale Armenia-UE. Gli uffici stampa si sono affrettati a proclamare una “svolta storica“, un “nuovo livello di partenariato” e le “aspirazioni europee del popolo armeno“. Il panorama mediatico si è riempito di video con le mani a cuore, passeggiate notturne per Yerevan e foto di gruppo dei leader mondiali. Ma la domanda su cosa, in concreto, sia stato ottenuto è rimasta sospesa nell’aria senza risposta.

Ancor prima che l’evento si aprisse ufficialmente, i social media sono stati inondati da video del primo ministro armeno Nikol Pashinyan che formava un cuore con le mani – prima con la Commissaria UE all’Allargamento Marta Kos, poi con altri funzionari in visita.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha fatto una passeggiata mattutina per le vie di Yerevan e, più tardi quella sera, ha cantato “Les Feuilles Mortes” mentre il primo ministro armeno lo accompagnava alla batteria. I leader di 48 paesi hanno posato per le fotografie sullo sfondo del Monte Ararat – simbolo storico dell’Armenia che da oltre un secolo si trova in territorio turco.

Al vertice hanno partecipato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio europeo António Costa, l’Alta rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas, il primo ministro britannico Keir Starmer, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e – per la prima volta nella storia del formato – il primo ministro canadese Mark Carney. Yerevan ha effettivamente ospitato il più grande forum internazionale dall’indipendenza dell’Armenia, e tutto in esso aveva l’aspetto di una celebrazione dell’amicizia europea nel Caucaso meridionale.

Ma cosa si celava dietro la confezione luccicante? I politici, dopotutto, non vengono eletti per suonare in una jazz band internazionale.

Sulla carta, almeno, i risultati del vertice sembrano impressionanti. L’UE si è impegnata a:

  • 2,5 miliardi di euro di investimenti attraverso il programma Global Gateway, destinati a trasporti, energia e infrastrutture digitali.
  • Cooperazione su trasporti ed energia nell’ambito di un “Partenariato per la connettività”.
  • Estensione della missione civile di monitoraggio della frontiera EUMA lungo il confine con l’Azerbaigian fino al 2027.
  • Dispiegamento di consulenti per contrastare minacce ibride, attacchi informatici e disinformazione nel quadro dell’EUPM Armenia.
  • Liberalizzazione dei visti, inserita nella dichiarazione congiunta pubblicata al termine del forum.

Inoltre, l’UE si è impegnata a contribuire allo sviluppo di una tabella di marcia per lo smantellamento della centrale nucleare di Metsamor – il che, sullo sfondo di una crisi energetica globale e del ritorno dell’Europa stessa al nucleare, appare a dir poco un risultato discutibile.

Tutto quanto sopra suona come un generoso regalo pre-elettorale. Ma i dettagli rivelano una realtà diversa. Pashinyan non ha mantenuto nessuna delle promesse fatte all’elettorato. Il miliardo di dram speso per il vertice equivale a propaganda elettorale illegale mascherata da diplomazia – così come i concerti con il primo ministro alla batteria, ai quali sono stati condotti a forza lavoratori degli asili nido e insegnanti su ordine delle sezioni locali del partito di governo Contratto Civile.

L’Unione Europea non ha messo soldi veri. Gli investimenti canalizzati attraverso il Global Gateway non sono né sovvenzioni né sussidi diretti: rappresentano la mobilitazione di capitale privato con un parziale sostegno dell’UE. È una proiezione – una cifra che potrebbe concretizzarsi in condizioni favorevoli, oppure no. È del tutto possibile che nessun potenziale investitore voglia investire in Armenia.

La liberalizzazione dei visti è bloccata al “dialogo” dal 2023. Non esiste ancora un calendario concreto, anche se si tratta oggettivamente del punto più semplice dell’elenco. Gli ucraini possono entrare nell’UE senza visto dalla zona della guerra su larga scala del XXI secolo, e nessun problema di sicurezza glielo impedisce. Per gli armeni non c’è stato alcun progresso; l’argomento non è stato nemmeno discusso al vertice. È stato inserito nel documento finale come un mantra.

La missione consultiva militare EUPM Armenia, concepita per una durata di due anni, fornisce consulenza nel settore della difesa senza alcun obbligo giuridico. I documenti non contengono alcuna garanzia di sicurezza. Nel frattempo, l’accordo di pace con l’Azerbaigian resta non firmato e tutte le minacce di Aliyev restano in vigore. Per di più, egli non ha nemmeno inviato un rappresentante al vertice per proseguire il processo negoziale – umiliando sia Pashinyan sia le decine di altri politici europei presenti.

Invece, Pashinyan ha portato Volodymyr Zelenskyy al vertice della CPE – lo stesso Zelenskyy che ha recentemente firmato un accordo di cooperazione militare con Baku. Oggi si stringono la mano davanti alle telecamere e discutono di valori condivisi; domani, i droni ucraini potrebbero colpire Yerevan.

La chiusura della centrale nucleare richiama immediatamente l’esperienza dei paesi baltici. Come condizione obbligatoria per l’adesione all’UE, la Lituania ha chiuso la centrale nucleare di Ignalina tra il 2004 e il 2009, uscendo dall’anello energetico BRELL di epoca sovietica (Bielorussia-Russia-Estonia-Lettonia-Lituania). Prima della chiusura, la centrale forniva circa il 70% dell’elettricità della Lituania ed era un importante esportatore di energia verso Lettonia ed Estonia. In cambio, i paesi iniziarono a progettare una nuova centrale nucleare congiunta con il sostegno dell’UE – ma in pratica non si materializzò alcun investitore. Le promesse rimasero sulla carta, il progetto si arenò e la tempistica più ottimistica per mettere in funzione un nuovo impianto è ora il 2035-2040. Fino ad allora, i paesi baltici sono rimasti con prezzi dell’elettricità elevati e dipendenza dalle importazioni.

Un altro dato critico: nell’Unione Europea, tutto dipende dai venti politici del momento. I funzionari UE hanno una lunga storia di promesse che perdono vigore quando le circostanze cambiano. La Turchia è un caso da manuale. Ankara ha ottenuto lo status ufficiale di candidato già nel 1999, ha realizzato ampie riforme per soddisfare gli standard UE e poi, nel 2018, ha visto i negoziati semplicemente congelati. Nel 2025, il suo status è stato riconfermato ancora una volta. Il Parlamento europeo afferma chiaramente: nelle attuali condizioni, l’adesione è impossibile. Eppure la Turchia resta elencata come “candidato“. Lo status viene conservato come una leva – non come un percorso reale.

Una storia analoga si sta svolgendo in scala ridotta proprio ora. Alla fine di aprile 2026, Macron si è recato ad Atene per firmare un accordo di difesa quinquennale. Gli esperti greci hanno subito fatto notare che un presidente in scadenza, senza futuro politico in Francia, era venuto principalmente come venditore di armi. La promessa chiave – un “ombrello nucleare” e sostegno in caso di minaccia alla sovranità – non è seriamente supportata da alcun meccanismo giuridicamente vincolante. Un nuovo leader francese sarà libero di interpretare l’accordo come meglio crede.

L’Armenia rischia di seguire lo stesso copione. Oggi l’UE ha bisogno del paese come dimostrazione di una “alternativa europea” nello spazio post-sovietico e come partner per prevenire l’elusione delle sanzioni anti-russe – quest’ultimo punto è registrato esplicitamente nei documenti congiunti. Ma nel momento in cui il valore geopolitico dell’Armenia per Bruxelles diminuirà – ad esempio, dopo un cambio di potere a Yerevan o una normalizzazione delle relazioni tra l’Occidente e Mosca – tutta questa architettura di partenariato passerà immediatamente alla modalità “dialogo”, senza scadenze concrete. I risultati tangibili saranno una centrale nucleare chiusa e secoli di legami con la Russia fatti a pezzi.

Ha davvero bisogno l’Armenia – un paese che ha perso la guerra del Nagorno-Karabakh del 2020 e quella del 2023, dopo le quali la regione è passata sotto il pieno controllo azero – di invischiarsi in un’avventura del genere? Più di 100.000 persone sono diventate sfollati interni. Il paese affronta sfide reali: ricostruire l’economia, ricostruire le sue regioni meridionali, ripristinare la stabilità sociale interna.

In questo contesto, un vertice di mani a cuore, batteria e Macron che canta chanson francesi è, prima di tutto, carburante elettorale per Pashinyan in vista delle elezioni di giugno. I giovani scorrono i video virali e sviluppano una simpatia per il leader in carica, mentre lui trasforma l’Armenia in una piattaforma operativa dell’UE nel Caucaso meridionale e in un partner accomodante nella politica delle sanzioni. Ciò che Yerevan ottiene realmente: promesse, foto di circostanza e un’ennesima vuota speranza di cambiamento.

Di Simone Lanza

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Armenia: tra Bruxelles e Mosca cresce la tensione geopolitica (Assadakah 09.05.26)

Letizia Leonardi (Assadakah News) – L’Armenia accelera il riavvicinamento all’Unione europea, ma da Mosca arriva un avvertimento sempre più esplicito. Il Cremlino accusa Yerevan di voler “stare seduta su due sedie”, cercando cioè di mantenere contemporaneamente i rapporti strategici con la Russia e di rafforzare l’integrazione con l’Occidente. Una posizione che, secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, “non sarà sostenibile a lungo”.

Le dichiarazioni russe arrivano pochi giorni dopo il primo vertice ufficiale tra Unione europea e Armenia svoltosi a Yerevan, dove Bruxelles ha confermato la volontà di portare le relazioni bilaterali “a un nuovo livello”. Nel documento congiunto firmato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, dal presidente del Consiglio europeo António Costa e dal premier armeno Nikol Pashinyan, l’Unione europea ribadisce il proprio sostegno alla “sovranità”, alla “resilienza” e al programma di riforme dell’Armenia, con l’obiettivo dichiarato di avvicinare sempre di più il Paese alle strutture europee.

Mosca osserva con crescente irritazione questo processo. Ushakov ha sottolineato che i benefici economici di cui gode oggi l’Armenia sarebbero legati proprio alla cooperazione con la Russia e alla partecipazione all’Unione Economica Eurasiatica. Secondo il Cremlino, l’attuale crescita armena sarebbe stata favorita dal rapporto privilegiato con Mosca e un allontanamento potrebbe avere conseguenze sulle relazioni bilaterali.

Il vertice di Yerevan, però, ha mostrato una direzione politica ormai piuttosto chiara. Bruxelles e Armenia hanno firmato un partenariato sulla connettività destinato a rafforzare i collegamenti nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale. L’intesa punta anche ad aumentare gli investimenti europei nel Paese e ad approfondire la cooperazione economica e tecnologica, compresi i semiconduttori, l’intelligenza artificiale e le infrastrutture digitali.

L’Unione europea ha inoltre aperto alla possibilità di nuovi sostegni finanziari dopo il 2027 e ha annunciato ulteriori passi nel settore della sicurezza. Tra le novità figurano il rafforzamento della cooperazione con Frontex, il sostegno alla liberalizzazione dei visti e il consolidamento della missione europea già presente in Armenia. Bruxelles ha anche confermato l’assistenza militare alle forze armate armene attraverso lo Strumento europeo per la pace, con forniture già avviate per un valore di 30 milioni di euro.

Nel documento finale, Bruxelles ha espresso sostegno anche al processo di pace tra Armenia e Azerbaijan e alla normalizzazione dei rapporti con la Turchia, insistendo sulla riapertura delle vie di comunicazione regionali nel rispetto della sovranità degli Stati.

Durante il vertice è intervenuto anche il presidente francese Emmanuel Macron, che ha lanciato un duro attacco contro le “logiche imperialiste” presenti nella regione, in un riferimento apparso chiaramente rivolto alla Russia. Macron ha descritto l’Unione europea come un modello alternativo alle logiche di egemonia e ha invocato una “coalizione di Stati indipendenti” fondata sul diritto internazionale.

Le parole del leader francese mostrano quanto il Caucaso meridionale sia ormai diventato uno dei nuovi terreni di competizione geopolitica tra Russia e Occidente. Per anni l’Armenia è stata considerata uno degli alleati più fedeli di Mosca nello spazio post-sovietico. Oggi, invece, Yerevan tenta di ridisegnare i propri equilibri strategici, cercando sponde politiche, economiche e militari in Europa.

Resta però aperta la questione centrale: fino a che punto l’Armenia riuscirà davvero a mantenere questo delicato equilibrio senza rompere definitivamente con Mosca. Per il Cremlino il tempo delle ambiguità sembra avvicinarsi alla fine.

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A cena per un viaggio spazio temporale in Armenia (Mentinfuga 09.05.26)

Nel cuore del Caucaso, incastonata tra Georgia, Azerbaigian, Iran e Turchia, c’è un piccolo paese dalla storia antica: l’ Armenia. Secondo la tradizione biblica è proprio qui, sulla cima del monte Ararat, che si incagliò l’Arca di Noè quando si ritirarono le acque del diluvio universale. Oggi è una terra dolce come gli albicocchi che i suoi abitanti coltivano da migliaia di anni e allo stesso tempo aspra come il profilo dei suoi altopiani. Conta meno di tre milioni di abitanti, anche se gli armeni  nel mondo sono in realtà molti di più. Nel 1915 il feroce genocidio per mano turca contribuì alla loro diaspora, ma la forte identità culturale degli armeni non ne risentì, anzi ne uscì rafforzata.
Per avere un assaggio dello spirito indomito di questo popolo che va a braccetto con la sua calda e generosa ospitalità non sono dovuta arrivare fino in Armenia (anche se, lo ammetto, non mi dispiacerebbe un giorno andarci), mi è bastato viaggiare fino alle porte di Milano, dove è ubicata la bella villa in stile liberty in cui vivono Shake e Samuel.

Appena varcata la soglia della loro casa ho l’impressione di aver attraversato un portale spazio temporale. Mi ritrovo infatti catapultata in un ambiente in cui si respira la storia di una famiglia e del popolo a cui quella famiglia appartiene.
La scelta cromatica dell’arredamento – ciliegio, mogano e ocra sono i colori dominanti – enfatizza  la netta impronta identitaria dei padroni di casa. Strati di ricordi si combinano in un mosaico di oggetti, quadri e fotografie che arricchisce l’atmosfera sorprendentemente senza appesantirla. La luce dei lampadari mi avvolge in un abbraccio gentile e, unitamente al sottofondo jazz, contribuisce a creare uno spazio che riesce a essere insieme intimo e sofisticato.
Ma davvero fuori sta diluviando?

Shake mentre serve
Shake mentre serve @ Francesco Lorusso 2026

L’ impressione di un mondo racchiuso dentro a un altro è fortissima e comune, credo, a tutti i convitati. L’ aperitivo che ci viene offerto non poteva che essere a base di melograno, frutto caro agli armeni per la sua simbologia di vita e rinascita. Da quel momento in poi le pietanze sfilano ininterrottamente davanti ai nostri occhi e sui nostri piatti accompagnati dai racconti di Shake, la cuoca, e da quelli di suo marito Samuel che ci introduce alla conoscenza del vino armeno (non lo sapevo, ma l’Armenia vanta una straordinaria ricchezza di vitigni autoctoni). Ogni sapore racchiude una storia, una tradizione, troppe per poterle ricordare tutte. Dagli zalik – fagottini di sfoglia ripieni di carne o formaggio – agli oruk – polpette di carne e bulghur – fino al piatto principale – riso pilaf con mandorle e ceci abbinato con deliziose polpette di Smirne – per chiudere con una Pakhlava irrorata di miele e una macedonia all’armena, con yogurt e frutta essiccata. Non può mancare ovviamente il caffè e un assaggio del famoso Cognac armeno.
Eppure, benché abbia apprezzato il cibo, a rendere preziosa questa insolita esperienza sono stati gli affabili padroni di casa e i commensali. Alcuni di loro sono amici, altri amici di amici che ho incontrato qui per la prima volta. Malgrado ciò le chiacchiere scivolano via veloci come il vino, nessuno ha fretta di riempire i silenzi che sono solo momenti necessari per assaporare meglio le parole e lasciarle decantare. Del resto ho ormai imparato che l’ingrediente segreto di una cena perfettamente riuscita non è mai il cibo, ma la curiosità, la voglia di allargare un po’ i propri orizzonti, di fare spazio a mondi,  culture ed esperienze differenti. Non è un caso, credo, se la conversazione vira sui viaggi – quelli fatti,  programmati o solamente sognati – oppure sui ricordi che non sono che un’ altra forma di viaggio perché ci si può muovere nello spazio, ma anche nel tempo. Anzi spesso le due dimensioni si intrecciano e confondono in un gioco di specchi e rimandi che ci fa scoprire nuovi o almeno un po’ diversi da come eravamo o pensavamo di essere.

Shake e Sam a cena
Shake e Sam a cena @ Francesco Lorusso 2026

Mentre è già arrivato il momento dei saluti, (forse anche il tempo qua dentro scorre a una velocità diversa) e ognuno si disperde nel buio della sera, mi sovvengono le parole sul significato del viaggio che Italo Calvino mette in bocca a Marco Polo ne Le città invisibili: «L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà».
Heidi Heilegger

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Il trabocchetto sul gas azero che incastra Meloni e UE: “Loro non sono invasori?” | Duranti e Bianchi (RadioRadio 08.05.26)

C’è una domanda che circola tra la gente comune, quella che non frequenta i salotti buoni e non legge le analisi geopolitiche, ma che alla fine del mese si trova il conto dell’energia sul tavolo. La domanda è semplice: perché il governo italiano è andato a comprare gas in Azerbaijan — paese che ha invaso militarmente l’Armenia e si è ripreso il Nagorno-Karabakh con la forza — mentre il gas russo, più economico e già infrastrutturato, resta tabù?

È la domanda che Fabio Duranti e Giorgio Bianchi affrontano ai microfoni di Un Giorno Speciale, partendo da un dettaglio rivelatore: sotto il post ufficiale sul sito di Giorgia Meloni che annunciava la visita a Baku, c’è chi ha chiesto conto di questa scelta. “Sarebbe necessario, come misura di buonsenso, riprendere il gas dalla Russia”, scriveva un utente. “Ci costerebbe cinque volte meno rispetto a quello americano.”

Il Nagorno-Karabakh e il doppio standard

Per capire il paradosso, bisogna fare un passo indietro. Il Nagorno-Karabakh è una regione storicamente abitata da armeni — cristiani ortodossi — che l’Unione Sovietica di Stalin assegnò all’Azerbaijan per ragioni di convenienza politica, creando una frattura destinata a non rimarginarsi. Quando l’Urss è entrata in crisi, quella frattura si è riaperta puntualmente, con cicli di conflitto tra Yerevan e Baku che si ripetono da decenni.

L’ultimo capitolo è recente. Nel 2022, con la Russia impegnata sul fronte ucraino e la sua forza di peacekeeping nell’area di fatto neutralizzata, l’Azerbaijan ha colto l’occasione. “Hanno visto la Russia impegnata su un altro fronte e hanno pensato: hanno da fare”, osserva Bianchi. Prima un’incursione nel territorio armeno vero e proprio — con oltre 7.600 sfollati — poi, nel settembre 2023, un’operazione lampo che ha di fatto liquidato la repubblica autoproclamata del Nagorno-Karabakh, sfiancata dal blocco dei corridoi di rifornimento.

Il risultato è che l’Italia oggi compra gas da un paese che ha fatto esattamente quello che viene imputato alla Russia: usare la forza militare per risolvere una questione territoriale. “Noi sull’Ucraina siamo intervenuti a piedi pari”, dice Duranti, “e lì in Azerbaijan no, anzi andiamo col cappello in mano a chiedere quello che dalla Russia non prendiamo a costo più basso.”

Il costo di una scelta ideologica

La questione energetica è il nervo scoperto di tutta la vicenda. Prima del 2022, il gas russo arrivava in Italia attraverso infrastrutture già ammortizzate, a prezzi che oggi sembrano appartenere a un’altra era. “Mentre dalla Russia c’era il Nord Stream — quindi zero aggravi per l’ambiente, ti arriva direttamente a casa a un quinto del prezzo”, ricorda Duranti. Oggi quella strada è chiusa, e il conto lo pagano le famiglie italiane con bollette che in certi casi hanno raddoppiato o triplicato i valori pre-guerra.

Non è solo una questione di numeri. È una questione di coerenza. Bianchi ricorda che l’Europa era formalmente garante degli accordi di Minsk, quelli che avrebbero dovuto regolare la situazione nel Donbass e scongiurare l’escalation. Poi, per stessa ammissione di Angela Merkel e François Hollande, è emerso che quegli accordi erano stati usati deliberatamente per prendere tempo e riarmare l’Ucraina. “Noi dovevamo essere garanti”, dice Bianchi, “e poi scopriamo che erano serviti solo a quello.”

La gente e la politica

Quello che emerge dalla discussione non è né filo-russo né filo-azero. È qualcosa di più prosaico e forse più onesto: la richiesta di una logica comprensibile, di criteri che valgano per tutti e non vengano applicati a geometria variabile a seconda delle convenienze del momento. “Io non sono né filo russo né filo niente”, dice Duranti. “Io vorrei soltanto che la bolletta che mi arriva fosse più bassa. Quella che pagavamo nel 2020, nel 2021.”

È la stessa frustrazione che, secondo lui, rischia di avere conseguenze elettorali imprevedibili: una cittadinanza delusa che o non vota o vota per dispetto, con risultati che nessuno riesce davvero a controllare.

Bianchi chiude con un’immagine che vale più di mille analisi: la tennista ucraina Marta Kostiuk che si rifiuta di stringere la mano all’avversaria russa al termine di una partita. Gesto comprensibile, in apparenza. Salvo scoprire che la Kostiuk ha la residenza a Montecarlo. “L’ipocrisia di tutta questa situazione”, dice Bianchi, “è tutta lì.”

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L’Armenia contesa alla prova delle elezioni (Limesonline 08.05.26)

La piccola Armenia rappresenta, suo malgrado, un microcosmo di sfide globali. Terreno dove convergono e si confrontano interessi e strategie di colossi come RussiaStati Uniti, Unione Europea e Iran, nonché di storici “nemici” come Turchia e Azerbaigian.

Incastonata nel bel mezzo del Caucaso meridionale, senza vedere il mare, Erevan si prepara a decidere da che parte stare: se cedere alle sirene di Washington e Bruxelles che offrono pace e prosperità, oppure affidarsi ai rodati rapporti con Mosca e Teheran, sia in chiave economica sia di sicurezza.

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Elezioni in Armenia 2026: un voto che non parla solo di Russia e Unione Europea (Maridiano13)

Armenia, Turchia e il nuovo corridoio dell’Eurasia (Nuovogiornalenazionale 08.05.26)

Il Caucaso improvvisamente al centro della scena

Il 5 e 6 maggio a Erevan, la capitale dell’Armenia, si è svolto il vertice della Comunità Politica Europea, un appuntamento che ha riunito gran parte dei leader del continente attorno ai grandi temi della sicurezza, dell’energia e della stabilità geopolitica.

Ma dietro il linguaggio diplomatico e le dichiarazioni ufficiali è emersa soprattutto una realtà, il Caucaso meridionale sta smettendo di essere una semplice periferia dello spazio post-sovietico per trasformarsi in uno dei grandi snodi strategici del XXI secolo.

La questione non riguarda soltanto l’Armenia o i rapporti con la Russia. Al centro della partita ci sono i nuovi corridoi energetici e commerciali destinati a collegare Asia, Europa e Mediterraneo in una fase storica segnata dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni con l’Iran e dalla crescente fragilità delle rotte tradizionali.

Per decenni l’Armenia è rimasta saldamente dentro la sfera d’influenza russa. Mosca garantiva protezione militare, controllo energetico e integrazione economica, ma la guerra del Nagorno-Karabakh in cui l’Armenia si è scontrata con l’Arzebaijan, ha incrinato questo equilibrio.

A Erevan è cresciuta la convinzione che il Cremlino non sia più in grado di difendere gli interessi armeni, e da quel momento è iniziata una graduale apertura verso l’Occidente.

L’avvicinamento all’Unione Europea e agli Stati Uniti non riguarda però soltanto la politica. Il vero centro della questione è la connettività. Strade, ferrovie, oleodotti, gasdotti, cavi elettrici e infrastrutture digitali stanno diventando il nuovo linguaggio del potere geopolitico.

La Turchia sta cercando di assumere un ruolo centrale attraverso il Corridoio di Mezzo, la direttrice trans-caspica che dovrebbe collegare la Cina e l’Asia centrale all’Europa aggirando sia la Russia sia l’Iran.

Ankara punta a trasformarsi nel principale ponte energetico e logistico dell’Eurasia, sfruttando il progressivo deterioramento delle relazioni tra Occidente e Mosca e l’instabilità cronica del Medio Oriente.

Il progetto si inserisce dentro una crisi e ridisegno globale delle rotte energetiche tradizionali. La vulnerabilità dello Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una parte enorme del commercio mondiale di petrolio e gas, spinge infatti molti attori internazionali a cercare percorsi alternativi.

Ed è qui che il Caucaso entra improvvisamente al centro della scena.

La strategia turca consiste nel creare una rete integrata capace di collegare il petrolio iracheno trasportato fino al porto mediterraneo di Ceyhan, il greggio proveniente dal Mar Caspio, le risorse energetiche dell’Asia centrale e le infrastrutture caucasiche dirette verso l’Europa.

Il collegamento tra Azerbaigian ed exclave di Naxçıvan attraverso il territorio armeno diventerebbe così molto più di un semplice corridoio commerciale, rappresenterebbe un passaggio strategico per oleodotti, gasdotti, reti digitali e flussi energetici destinati a ridurre la dipendenza europea sia dalla Russia sia dalle rotte del Golfo Persico.

Dentro questa visione torna centrale anche il progetto del gasdotto Trans-Caspico, discusso da anni ma mai realmente completato. L’idea è quella di trasportare il gas turkmeno attraverso il Mar Caspio fino all’Azerbaigian, per poi convogliarlo verso la Turchia e il mercato europeo.

Se realizzato, il progetto permetterebbe all’Europa di accedere alle risorse energetiche dell’Asia centrale bypassando completamente sia Mosca sia Teheran.

Ma la vera infrastruttura simbolo della nuova fase geopolitica potrebbe essere un’altra, molto meno visibile e forse ancora più strategica nel lungo periodo, il grande cavo sottomarino energetico del Mar Nero.

L’Unione Europea vuole infatti collegare il Caucaso meridionale al continente europeo attraverso il Black Sea Submarine Electricity Cable, un sistema destinato a trasportare energia elettrica tra il Caucaso e l’Europa attraversando il fondale del Mar Nero.

Non si tratta soltanto di un progetto tecnico. È un passaggio geopolitico di enorme portata, perché punta a costruire una rete energetica continentale sempre meno dipendente dall’infrastruttura russa.

In questo scenario l’Armenia cerca di proporsi come futuro hub elettrico regionale, un nodo di connessione tra Caucaso, Mar Nero ed Europa.
Per Erevan è una trasformazione storica.

Per Ankara è l’occasione di consolidare la propria centralità strategica tra Asia ed Europa. Per Bruxelles è il tentativo di costruire nuove rotte energetiche sicure dopo la frattura definitiva con Mosca.

E per il Caucaso meridionale significa uscire dalla marginalità geopolitica per diventare uno dei territori decisivi del nuovo equilibrio eurasiatico.

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