Gli incontri tra esperti Armeni e Azeri previsti in Armenia nell’ambito dell’iniziativa «Ponte della pace» sono stati rinviati dalla parte azera. Come riferisce OC Media, Boris Navasardian, Presidente onorario dello Yerevan Press Club e partecipante all’iniziativa, ha spiegato che i colleghi azeri preferiscono attendere che le tensioni si attenuino. Per i partecipanti armeni, invece, era proprio questo il momento di incontrarsi, discutere le divergenze e cercare una comprensione reciproca.
Il rinvio segue la controversia suscitata dalla presentazione di Gandzasar e Dadivank durante la visita di diplomatici stranieri nell’Artsakh. La testata azera Minval Politika attribuisce la decisione a quella che definisce una vasta campagna d’informazione contro l’Azerbaigian, condotta anche con il coinvolgimento di ambienti stranieri. Sono accuse della testata, da distinguere dal fatto del rinvio. Il primo ostacolo concreto incontrato dal «Ponte della pace» riguarda così la possibilità di parlare apertamente delle questioni che dividono le due società.
Dalla visita dei diplomatici al rinvio dell’incontro
L’11 e il 12 settembre l’Azerbaigian ha organizzato una visita di diplomatici stranieri nell’Artsakh e nei territori circostanti. Durante il viaggio, il consigliere presidenziale Hikmet Hajiyev ha presentato Gandzasar e Dadivank come monumenti della tradizione albana caucasica, negandone l’identità armena. Le dichiarazioni hanno suscitato reazioni in Armenia, che abbiamo seguito nell’articolo Per Baku anche Pashinyan non è più abbastanza «pacifista». La macchina mediatica azera trasforma Gandzasar in un nuovo test di obbedienza.
Le divergenze erano già emerse nelle dichiarazioni dei due gruppi del «Ponte della pace» pubblicate da Commonspace.eu. Il gruppo azero aveva criticato la reazione dei media e il tono del dibattito pubblico in Armenia, sostenendo che la visita dei diplomatici non dovesse essere contestata. Il gruppo armeno aveva espresso preoccupazione per il modo in cui era stato presentato il patrimonio culturale armeno a Gandzasar, richiamando alla necessità di conversazioni difficili e sincere. La questione del patrimonio era dunque già entrata nel dialogo prima del rinvio.
Il 23 settembre Minval Politika ha riferito che la parte azera aveva deciso di rinviare gli incontri. Secondo la testata, a Baku si ritiene che una campagna contro l’Azerbaigian abbia coinvolto ambienti stranieri e che le critiche ricevano sostegno da strutture statali armene. L’articolo arriva ad attribuire tali «attacchi» alla dirigenza dell’Armenia, citando proprie informazioni senza presentare elementi che consentano di verificarle. Il rinvio viene descritto come una decisione della parte azera, non come una conclusione concordata tra i partecipanti all’iniziativa.
Chi decide quando parlare
La scelta merita attenzione per ciò che rivela del metodo. Se lo scopo del «Ponte della pace» è permettere alle due società di affrontare questioni difficili, la tensione avrebbe potuto essere una ragione per incontrarsi. È questa, in sostanza, la posizione espressa da Navasardian. La parte azera ha scelto di attendere che la tensione diminuisca.
Conosciamo il copione. Baku propone il dialogo, ma si riserva di giudicare quali parole e quali reazioni siano compatibili con la sua prosecuzione. Dopo le contestazioni armene sulla presentazione di Gandzasar e Dadivank ai diplomatici, viene rinviato proprio l’appuntamento in cui quelle contestazioni avrebbero potuto essere discusse faccia a faccia. Il rinvio di una visita non equivale alla fine dell’iniziativa, ma mostra quanto il dialogo sia esposto a una decisione unilaterale.
Una pace duratura richiede che sia possibile parlare anche quando le posizioni sono inconciliabili, senza subordinare l’incontro al silenzio di una delle parti sulla propria storia e sul proprio patrimonio. Altrimenti il «ponte» rischia di restare aperto soltanto quando Baku ritiene accettabili i termini della conversazione.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-24 19:40:452026-09-25 19:41:32Baku rinvia il «Ponte della pace»: si dialoga quando decide l’Azerbaigian (Korazym 24.09.26)
Bruxelles – L’UE rafforza le sue relazioni nel Caucaso. Dopo la prima approvazione il 2 settembre scorso, il Consiglio dell’Unione europeaha oggi (24 settembre) adottato formalmente le misure temporanee per liberalizzare gli scambi con l’Armenia, sospendendo i dazi all’importazione su un’ampia gamma di prodotti, compresi alcuni di quelli agricoli. Il regime preferenziale, che si applicherà per due anni, riguarda circa l’80 per cento delle esportazioni armene verso l’UE.
“Stiamo intensificando il nostro sostegno all’Armenia e al suo popolo, che hanno chiaramente scelto un percorso europeista nonostante le pressioni straniere”, ha spiegato la ministra degli Affari esteri e del Commercio irlandese, Helen McEntee. È uno degli aspetti più rilevanti del nuovo accordo tra Bruxelles e Yerevan: l’Armenia, dopo Ucraina e Georgia, sta cercando di avvicinarsi sempre più all’Unione europea e di ridurre la propria dipendenza dalla Russia. “La decisione odierna dimostra che i nostri partner possono sempre contare sull’UE”, ha concluso la ministra.
L’obiettivo è sostenere l’economia armena dopo le restrizioni commerciali imposte dalla Russia, che hanno colpito le esportazioni e le rotte di transito del Paese. Le misure riguarderanno in particolare quasi il 99 per cento delle esportazioni armene di frutta fresca, verdura e piante verso l’Europa e oltre il 91 per cento delle esportazioni di bevande e alcolici.
Il nuovo regime introduce una sospensione temporanea dei dazi anche per determinati prodotti agricoli soggetti a contingenti tariffari, rafforzando i legami commerciali tra Bruxelles e Yerevan. La decisione si inserisce nel quadro dell’accordo di partenariato globale e rafforzato (CEPA) tra UE e Armenia. Le preferenze commerciali saranno tuttavia subordinate al rispetto di alcune condizioni da parte dell’Armenia. Yerevan dovrà rispettare le norme di origine applicabili, cooperare con le autorità europee e non introdurre nuove restrizioni commerciali sulle importazioni dall’UE.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-24 19:05:132026-09-27 19:06:05L’UE apre il mercato unico ai prodotti armeni, Yerevan e Bruxelles più vicine (Eunews 24.09.26)
Ora l’Azerbaigian vuole ottenere la restituzione di beni del monastero armeno di Dadivank, nell’Artsakh occupato, accusando gli Armeni di averli «rubati». Secondo Sabina Hajiyeva, responsabile del Servizio statale azero per la protezione, lo sviluppo e il restauro del patrimonio culturale, il 9 ottobre 2025 informazioni relative ad affreschi e khachkar, le croci di pietra armene, sarebbero state inserite nella banca dati delle opere d’arte rubate dell’Interpol.
Hajiyeva sostiene che, prima di lasciare Karvachar dopo la guerra del 2020, gli Armeni abbiano portato in Armenia croci, campane e altri oggetti ecclesiastici, staccando anche affreschi dalle pareti. È un’accusa formulata dalle autorità azere: la dichiarazione pubblicata dall’agenzia APA non identifica pubblicamente i singoli beni segnalati, né presenta elementi che permettano di verificare per ciascuno le circostanze della rimozione.
Che cosa accadde nel novembre 2020
La vicenda dei khachkar non comincia con la dichiarazione di Hajiyeva. Il 14 novembre 2020, mentre si avvicinava il passaggio di Karvachar sotto il controllo azero, la Santa Sede di Etchmiadzin annunciò che alcune celebri croci di pietra erano state rimosse per preservare il patrimonio spirituale e culturale del monastero. Nella stessa comunicazione riferì che Dadivank era passato sotto il controllo delle forze russe di mantenimento della pace e che il santuario, in quel momento, non era in pericolo.
Ne riferimmo il 14 novembre 2020 e tornammo sulla protezione russa di Dadivank due giorni dopo. Quel contesto è decisivo: i religiosi armenirimasero nel monastero e vi continuarono le celebrazioni sotto la protezione dei militari russi. Non si trattò dunque di un edificio semplicemente «svuotato» dagli Armeni prima del loro allontanamento, come potrebbe far pensare il racconto di Baku. La presenza religiosa armena terminò dopo l’offensiva azera del settembre 2023 e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh. Il contingente russo lasciò la regione nel 2024.
La comunicazione di Etchmiadzin documenta la rimozione a scopo di salvaguardia di alcuni khachkar. Da sola non consente di stabilire che cosa sia accaduto a ogni affresco o a ciascun altro oggetto oggi menzionato da Hajiyeva. Proprio per questo occorrono un inventario verificabile dei beni, la documentazione del loro stato precedente e successivo al 2020 e un esame indipendente delle circostanze in cui furono rimossi.
Il monastero armeno di Dadivank, nell’Artsakh occupato. Il complesso monastico, sorto tra il IX e il XIII secolo, si trova in una zona montuosa e boscosa. Dopo la guerra del 2020 rimase sotto la protezione delle forze russe di mantenimento della pace; i religiosi armeni vi continuarono a celebrare la liturgia fino al settembre 2023.
Padre Hovhannes Hovhannisian, abate di Dadivank, nel novembre 2020 (prima foto). Prima del passaggio della regione di Karvachar sotto il controllo azero, previsto dall’accordo trilaterale di cessate il fuoco, espresse a Sputnik il timore che anche il monastero potesse essere distrutto, alla luce della sorte subita dal patrimonio armeno nel Nakhichevan, che ha avuto a lungo un ruolo molto importante nella storia e nella cultura dell’Armenia. Però, la millenaria presenza armena è stata completamente cancellata in questa regione che costituisce una repubblica autonoma dell’Azerbajgian. Non solo, gli Armeni hanno cessato completamente di vivere nel Nakhichevan, ma il loro imponente patrimonio artistico – in particolare i khachkar di Julfa, ma anche le numerose chiese – è stato completamente distrutto dalle autorità azere negli ultimi decenni.
Dopo il ritorno degli Armeni a Karvachar negli anni Novanta, Padre Hovhannisiansi era impegnato a ripulire, restaurare e restituire al culto il complesso. Nel novembre 2020 cercò veicoli e volontari per trasferire a Erevan alcuni beni mobili, tra cui le campane (seconda foto) e i kachkar gemelli (terza foto). «Ma la cosa più importante: il monastero non può essere spostato», osservò.
Che cosa significa la segnalazione all’Interpol
La banca dati dell’Interpol raccoglie descrizioni e immagini di beni segnalati come rubati o scomparsi. Secondo l’organizzazione, i Paesi trasmettono le informazioni e i suoi esperti inseriscono quelle provenienti da soggetti autorizzati. L’Interpol precisa inoltre che nel registro entrano soltanto oggetti identificabili.
L’eventuale presenza dei beni nel registro va presa sul serio, ma non equivale a una decisione che accerti un furto o attribuisca definitivamente la proprietà all’Azerbaigian. Per valutare la pretesa di restituzione occorre conoscere le schede relative ai singoli oggetti e affrontare la questione che la dichiarazione azera omette: perché la Chiesa armena ritenne necessario mettere in salvo parte del patrimonio di Dadivank mentre il monastero stava per passare sotto il controllo di Baku.
Il patrimonio e la sua identità
Dadivank conserva iscrizioni armene, affreschi e khachkar che testimoniano la sua storia religiosa e culturale. La nuova accusa si colloca inoltre nel quadro della campagna con cui le autorità azere presentano il monastero, come anche Gandzasar, quale monumento dell’«Albania caucasica», contestandone l’identità armena. Abbiamo seguito le recenti dichiarazioni su Gandzasar e l’uso politico di quella narrazione.
La domanda alla quale Baku deve rispondere riguarda anche i beni rimasti a Dadivank: chi può esaminarli oggi, documentarne lo stato e verificare che iscrizioni, affreschi e croci di pietra siano conservati senza alterazioni? Un accesso effettivo agli esperti indipendenti e alla Chiesa apostolica armena, cui il monastero appartiene per storia e culto, darebbe a questa controversia fatti controllabili, anziché un’altra accusa contro gli Armeni espulsi dall’Artsakh.
La comunicazione della Santa Sede di Etchmiadzin conferma la messa in salvo di alcuni khachkar. Non abbiamo trovato una documentazione pubblica equivalente che permetta di verificare la rimozione degli affreschi descritta da Hajiyeva. Anche l’inserimento delle singole schede nella banca dati dell’Interpol resta, allo stato delle fonti consultabili, un’affermazione dell’autorità azera.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 23:39:202026-09-25 19:40:37Dadivank, Baku accusa gli Armeni di «furto» e invoca l’Interpol per i khachkar messi in salvo (Korazym 23.09.26)
Naré Kerobyan, 13 anni, rappresenterà l’Armenia allo Junior Eurovision Song Contest 2026 al Malta Fairs and Conventions Center di Malta il prossimo 24 ottobre. Il suo brano, presentato questa sera in première alla tv armena, si intitola “Boo!” ed è firmato da Grigor Kyokchyan, Lilit Navasardyan, Nick Egibyan, Martin Mirzoyan e Anush Ter-Ghukasyan.
Naré è stata scelta dopo che oltre 100 cantanti si sono candidate per rappresentare l’Armenia a Malta. Quaranta cantanti sono stati invitati al secondo turno di audizioni a luglio. I cantanti sono stati valutati da una giuria di otto membri, tra cui Rosa Linn, che ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision 2022 con “Snap”.
La piccola artista ha genitori – per così dire – influenti: è infatti la la figlia di Vahan Kerobyan, imprenditore ed ex Ministro dell’Economia dell’Armenia.
Nonostante la sua giovane età, Naré ha già partecipato a musical famosi, programmi televisivi e alcuni dei progetti musicali più popolari in Armenia, acquisendo una preziosa esperienza e crescendo come artista. l Junior Eurovision è sempre stato un grande sogno a cui Naré non ha mai rinunciato. Ha partecipato per ben quattro volte alle selezioni nazionali armene, tornando ogni anno con ancora maggiore determinazione. Al quarto tentativo, la sua perseveranza è stata finalmente premiata: ha vinto le selezioni e si è guadagnata l’opportunità di rappresentare l’Armenia al Junior Eurovision Song Contest 2026.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 19:51:032026-09-25 19:52:22Junior Eurovision 2026: l’Armenia in gara con Naré e “Boo!” (Eurofestival 23.09.26)
Le parole, nel Caucaso meridionale, non sono mai soltanto parole. Lo abbiamo osservato anche recentemente, a proposito della progressiva scomparsa dell’Artsakh dall’agenda dell’informazione, nell’articolo Quando una patria scompare anche dalle notizie. Perché l’Artsakh è uscito dall’agenda dei media: la scelta delle parole non è neutra, perché può riflettere – e contribuire a consolidare – letture profondamente diverse della stessa realtà. E quando si parla del collegamento attraverso il Syunik tra l’Azerbaigian e la sua exclave del Nakhichevan, la differenza tra una via di comunicazione e un «corridoio» riguarda direttamente la sovranità della Repubblica di Armenia. È una distinzione sulla quale siamo tornati ripetutamente nella nostra copertura e che oggi viene nuovamente posta al centro del dibattito dall’Iran.
L’Ambasciatore della Repubblica Islamica di Iran in Armenia, Khalil Shirgholami, intervenendo il 23 settembre 2026 all’APRI Forum a Yerevan, ha ribadito che Teheran sostiene i progetti destinati ad aumentare la connettività regionale, compreso il Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), purché siano rispettate due condizioni fondamentali.
La prima è che non venga arrecato alcun pregiudizio alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Armenia. La seconda è che il progetto non comporti una presenza militare o di sicurezza statunitense vicino al confine iraniano. È importante distinguere i due piani. La seconda condizione deriva direttamente dal confronto geopolitico tra Teheran e Washington. La prima riguarda invece l’Armenia e tocca il nodo che accompagna da anni il negoziato sulle comunicazioni regionali.
Il problema non è aprire una strada
L’Iran non si oppone all’apertura delle comunicazioni. Shirgholami ha ribadito il sostegno iraniano al progetto armeno Crocevie di Pace e, più in generale, allo sviluppo dei collegamenti est-ovest e nord-sud attraverso il Caucaso meridionale. La distinzione riguarda il regime giuridico della via che dovrebbe collegare l’Azerbaigian al Nakhichevan attraversando il territorio sovrano dell’Armenia.
Il TRIPP, secondo i documenti sottoscritti da Armenia e Stati Uniti, deve infatti svilupparsi nel rispetto della piena sovranità, integrità territoriale e giurisdizione della Repubblica d’Armenia. L’accordo quadro armeno-americano del 26 maggio 2026 è particolarmente esplicito: l’Armenia conserva la propria autorità legislativa, regolamentare e giudiziaria nelle aree interessate; mantiene il controllo sulla sicurezza e sull’applicazione della legge; conserva la competenza sulle frontiere, sulle dogane e sull’immigrazione; e le autorità armene mantengono la presenza fisica nelle strutture di controllo frontaliero e doganale. In altri termini: una via di transito attraverso l’Armenia rimane in Armenia.
Perché «corridoio» non è una parola neutra
È precisamente qui che torna la questione terminologica che abbiamo più volte affrontato. Parlare semplicemente di «corridoio» può apparire innocuo. Nel contesto del confronto armeno-azero, però, il termine è stato utilizzato da Baku per indicare qualcosa di diverso dalla normale apertura di una strada, di una ferrovia o di altre comunicazioni internazionali sottoposte alla sovranità dello Stato attraversato.
La dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 prevedeva lo sblocco delle comunicazioni economiche e di trasporto della regione. Non parlava di «Corridoio di Zangezur». L’espressione è stata successivamente trasformata dalla leadership azera in un concetto politico.
Ilham Aliyev arrivò a dichiarare nel gennaio 2023 che il «Corridoio di Zangezur» sarebbe stato una «necessità storica» e che sarebbe stato realizzato indipendentemente dalla volontà dell’Armenia. Nella nostra copertura avevamo già osservato come una simile formulazione trasformasse un problema di connettività in una questione di sovranità territoriale: Sono tre i principi fondamentali per la pace e la normalizzazione tra Armenia e Azerbajgian.
E avevamo approfondito ulteriormente il significato strategico del Syunik e di Meghri, spiegando perché un collegamento extraterritoriale avrebbe conseguenze completamente diverse rispetto alla riapertura di normali comunicazioni sottoposte alla giurisdizione armena: L’errore di concedere Artsakh a Baku porta alla minaccia contro Armenia.
Poi c’è «Zangezur»
Ma esiste una seconda parola nella formula che merita altrettanta attenzione. Non soltanto «corridoio», dunque, ma «Zangezur». Nella terminologia politica azera contemporanea, il nome viene utilizzato in un sistema narrativo territoriale molto più ampio, che comprende espressioni come «Zangezur occidentale» e soprattutto «Azerbaigian occidentale».
«Zangezur occidentale» è un termine geopolitico e storico utilizzato dall’Azerbaigian per fare riferimento alla Provincia di Syunik, la regione più meridionale dell’attuale Armenia. Negli ultimi anni, il regime azero ha promosso il concetto irredentista di “Azerbaigian occidentale”, applicata ormai sistematicamente al territorio dell’attuale Repubblica di Armenia, definendo lo «Zangezur occidentale» come «terra ancestrale» azera, che sarebbe stata ingiustamente ceduta all’Armenia nel secolo scorso. Questa retorica è criticata a livello internazionale in quanto percepita come una potenziale minaccia all’integrità territoriale armena
Per questo anche l’espressione «Corridoio di Zangezur» non può essere assunta acriticamente come una semplice denominazione geografica.
Teheran distingue il TRIPP dal progetto di Baku e Ankara
È significativo che proprio l’Ambasciatore iraniano abbia formulato questa distinzione in termini molto chiari.
Già il 17 settembre Shirgholami aveva osservato che il progetto attualmente discusso nell’ambito del TRIPP non corrisponde alle richieste originariamente avanzate da Baku e Ankara per un collegamento extraterritoriale.
Il 23 settembre è tornato sul punto, osservando che la leadership azera continua a parlare apertamente del cosiddetto «Corridoio di Zangezur», mentre per l’Iran qualsiasi cambiamento geopolitico o qualsiasi iniziativa capace di danneggiare la sovranità e l’integrità territoriale armena rimane inaccettabile.
La posizione iraniana contiene quindi una distinzione che sarebbe sbagliato cancellare: Teheran non equipara automaticamente il TRIPP al «Corridoio di Zangezur». Può accettare il primo proprio nella misura in cui non diventi il secondo.
Baku continua però a usare quella formula
La questione non appartiene soltanto al passato.
Ancora il 15 settembre, il Ministro degli Esteri azero Jeyhun Bayramov, parlando a Baku insieme al suo omologo turco Hakan Fidan, ha definito i circa 42 chilometri che attraverseranno il territorio armeno «parte del Corridoio di Zangezur». Pur riconoscendo che il tratto si trova in Armenia, Bayramov ha affermato che i punti di entrata e uscita saranno in territorio azero, al confine con l’Azerbaigian; alcune fonti armene hanno reso le sue parole nel senso, più ambiguo, che «l’entrata e l’uscita saranno effettuate dall’Azerbaigian».
Interrogato il giorno successivo in Parlamento proprio sul significato di questa formulazione, il Primo Ministro Nikol Pashinyan ha riconosciuto l’evidenza geografica – il TRIPP collega il territorio principale dell’Azerbaigian con il Nakhichevan e dunque ha alle due estremità il confine azero – ma ha precisato il punto giuridicamente decisivo: alla domanda su chi prenderà concretamente le decisioni al momento dell’entrata e dell’uscita, ha risposto: «La Repubblica di Armenia, lo dico specificamente». Ha quindi ribadito che il tratto del TRIPP situato in Armenia rimarrà sottoposto alla sovranità, all’integrità territoriale e alla giurisdizione della Repubblica di Armenia.
Questa divergenza terminologica merita attenzione proprio perché riflette due rappresentazioni differenti del medesimo progetto.
Da una parte, i documenti Armenia-Stati Uniti descrivono una connessione multimodale realizzata sul territorio sovrano armeno, con permanenza della giurisdizione, dei controlli frontalieri e delle competenze di sicurezza di Yerevan. Dall’altra, esponenti della leadership azera continuano a ricondurre quella stessa connessione al concetto politico di «Corridoio di Zangezur».
La seconda linea rossa iraniana: niente presenza militare americana
Esiste poi l’altra condizione posta da Teheran, che non va confusa con la questione della sovranità armena.
Shirgholami ha dichiarato che l’Iran non potrebbe accettare una presenza militare o di sicurezza statunitense in prossimità della propria frontiera.
Questo non significa che una presenza militare americana sia prevista dal TRIPP. Al contrario, il quadro di attuazione pubblicato da Armenia e Stati Uniti afferma che le autorità armene conservano la piena competenza sulla sicurezza e sull’applicazione della legge. Eventuale personale privato addetto alla sicurezza delle infrastrutture deve essere sottoposto a licenza armena, mentre nelle situazioni di emergenza la responsabilità primaria rimane alle autorità della Repubblica di Armenia.
La dichiarazione iraniana deve quindi essere letta per ciò che è: una condizione preventiva posta da Teheran, non la denuncia dell’esistenza di una presenza militare statunitense già concordata.
Il Syunik rimane il punto sensibile
L’intervento dell’Ambasciatore iraniano riporta così l’attenzione sul punto essenziale.
Il problema non è se debbano essere aperte le comunicazioni tra Azerbaigian e Nakhichevan. L’Armenia stessa ha accettato il principio dell’apertura delle comunicazioni e presenta il TRIPP come parte di una più ampia strategia di connettività regionale.
Il problema è come quella comunicazione funzionerà e sotto quale sovranità. Frontiere, dogane, sicurezza, giurisdizione, controllo del territorio e presenza di soggetti stranieri non sono dettagli tecnici. Sono ciò che distingue una normale via internazionale di transito attraverso uno Stato sovrano da un corridoio extraterritoriale. Ecco perché le parole contano.
Chiamare indistintamente il TRIPP «Corridoio di Zangezur» finisce per confondere due progetti che, almeno nei documenti oggi disponibili, non sono giuridicamente la stessa cosa.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 19:38:032026-09-25 19:39:09TRIPP non è il «Corridoio di Zangezur». L’Iran ribadisce il sostegno alla sovranità armena sul Syunik (Korazym 23.09.26)
Il compiacimento per una “pace” che dimentica l’Artsakh, la guerra giudiziaria contro il Catholicos, le chiese rase al suolo nell’indifferenza generale. Un popolo è stato abbandonato e fatico a credere che nessuno ne sappia nulla
Il segretario generale della Nato Mark Rutte osserva la stretta di mano fra il presidente francese Emmanuel Macron e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan ad Ankara, 8 luglio 2026 (foto Ansa)
Cari amici, un turista ha dimenticato sulla riva del lago di Sevan una rivista italiana di geopolitica. Si chiama Limes. Duecentosessantotto pagine, titolo: «Gli stretti indispensabili». Conosco abbastanza l’italiano per capire da solo: indispensabile è ciò di cui non si può fare a meno. Bosforo, Suez, Hormuz, Malacca. Ho sfogliato tutte le pagine cercando l’Armenia. Non c’è. Dunque è ufficiale, messo per iscritto dai dotti: di noi si può fare a meno. Del nostro cuore cristiano, delle nostre croci di pietra, perfino delle trote del mio lago. Siamo lo stretto dispensabile del mondo. Bene. Da questa posizione scomoda si vede benissimo. Vi racconto tre cose. I sorrisi di Erdogan e Macron (e Trump) La prima. Il Caucaso meridionale, dicono, è pacificato. Ricordate la Francia? Ricordate l’Europa intera, che nel 2020 e poi nel 2023, mentre l’Azerbaigian compiva l’opera conquistando l’Artsakh, sosteneva l’Armenia? A parole. Le parole non fermano i droni. La Russia poi, che per trattato avrebbe…
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 19:36:562026-09-25 19:37:53I finti amici che hanno deciso di fare a meno dell’Armenia (Tempi 23.09.26)
Il presidente del Consiglio regionale del Veneto in visita a Yerevan con l’ambasciatore italiano Alessandro Ferranti. Un pensiero alla comunità armena che vive in Veneto
Un momento della visita di Luca Zaia a Jerevan
Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale del Veneto, ha visitato mercoledì 23 settembre 2026 il memoriale di Tsitsernakaberd e il museo del genocidio armeno a Yerevan, nell’ambito di una missione istituzionale in Armenia. Ad accompagnarlo, l’ambasciatore d’Italia in Armenia, Alessandro Ferranti. «Ci sono luoghi nei quali il silenzio è carico di storia e di dolore. Luoghi che parlano attraverso immagini, documenti, volti e testimonianze. Visitare il memoriale e il museo del genocidio armeno è stato un momento solenne e, lo dico sinceramente, profondamente commovente», ha dichiarato Zaia al termine della visita.
Il presidente si è soffermato sull’importanza di dedicare tempo e attenzione a questa tappa: «Credo sia giusto fermarsi e prendersi il tempo per comprendere ciò che è accaduto. Questo è uno di quei luoghi che obbligano a riflettere e davanti ai quali non si può passare distrattamente. Tenevo particolarmente a questa tappa e ho voluto dedicarle il tempo e l’attenzione che merita». Secondo il museo del genocidio armeno, circa un milione e mezzo di armeni persero la vita tra il 1915 e il 1923, vittime di deportazioni, massacri, fame e marce della morte.
Il memoriale dedicato al genocidio armeno
La fotografia che ha colpito Zaia
Tra i materiali esposti, Zaia si è soffermato in particolare su alcune fotografie dedicate ai bambini. «Mi sono fermato per diversi minuti davanti a una fotografia che mi ha colpito profondamente: una madre guarda il corpo del suo bambino, torturato e ucciso, mentre tiene per mano il figlio più grande. È un’immagine di una crudezza estrema, ma penso che proprio immagini come questa non debbano essere nascoste. Dovrebbero essere mostrate, studiate, conosciute anche dai più giovani, perché solo entrando davvero nella sofferenza di queste persone possiamo capire fino in fondo che cosa è accaduto».
La foto che ha colpito Luca Zaia
E ha aggiunto: «Non si tratta di indugiare nell’orrore, ma di trasformare la memoria in consapevolezza. Perché fatti come questi non accadano mai più non bastano le commemorazioni: serve un impegno personale, quotidiano, di ciascuno di noi. In un momento storico in cui la parola guerra è tornata prepotentemente alla cronaca».
Il pensiero alla comunità armena in Veneto
Al termine della visita, Zaia ha rivolto un messaggio alle comunità armene presenti in Italia e in Veneto. «Questo viaggio mi ha aperto ancora di più il cuore verso il popolo armeno. Voglio mandare un grande abbraccio in particolare, alla comunità armena italiana e del Veneto. Dopo essere stato qui sento ancora più forte questo legame con tante persone e famiglie che vivono nella nostra terra, ne sono parte e continuano a custodire con orgoglio la propria storia e la propria memoria». Ha concluso: «Luoghi come questo ci parlano del passato, ma anche del presente. Ogni tanto dobbiamo fermarci, aprire gli occhi e aprire il cuore. La memoria ha senso se diventa responsabilità. Perché ‘mai più’ non resti soltanto una frase».
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 19:35:352026-09-25 19:36:40Zaia al memoriale del genocidio armeno: «Il silenzio qui è carico di storia e dolore» -- Zaia al memoriale del genocidio armeno: «Il silenzio qui è carico di storia e dolore» (Traviso Today 23.09.26)
Grande partecipazione all’Auditorium della Conciliazione per le celebrazioni del 35° Anniversario dell’Indipendenza della Repubblica d’Armenia. L’evento, promosso dall’Ambasciata in Italia, ha riunito esponenti del corpo diplomatico, rappresentanti della comunità armena e numerosi ospiti in una serata scandita dalle musiche della Gerardo Di Lella Grand Orchestra e conclusa con un elegante ricevimento dedicato alle tradizioni enogastronomiche del Paese.
Accolti dall’Ambasciatore Vladimir Karapetyan, gli ospiti hanno preso parte a una celebrazione che ha avuto nel Concerto di Gala il suo momento più significativo. Diretto dal Maestro Gerardo Di Lella, il programma ha proposto un raffinato percorso musicale tra Armenia e Italia, intrecciando le composizioni di Aram Khachaturian e Arno Babajanyan con le celebri colonne sonore e i temi firmati da Nino Rota, Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Stelvio Cipriani e Riz Ortolani.
L’esecuzione ha valorizzato le affinità culturali e artistiche tra i due Paesi, suscitando calorosi applausi da parte della platea, che ha seguito con attenzione e partecipazione ogni momento della serata. Particolarmente significativa la presenza della diaspora armena in Italia, intervenuta numerosa insieme a rappresentanti delle istituzioni, membri del corpo diplomatico, giornalisti e amici del Paese. Una partecipazione che ha conferito all’evento un’atmosfera intensa e sentita, in una ricorrenza che rappresenta non solo un momento di memoria nazionale, ma anche un’occasione per rafforzare i legami culturali e umani che uniscono l’Armenia e l’Italia.
Al termine del concerto, ha avuto luogo il ricevimento riservato organizzato per l’occasione. In un contesto elegante e ricercato, gli ospiti hanno potuto apprezzare la rinomata ospitalità armena attraverso una selezione di piatti tipici della tradizione gastronomica nazionale, accompagnati da vini armeni di pregiata qualità.
Grande successo ha riscosso anche il buffet dei dolci tradizionali, che ha permesso agli invitati di scoprire alcuni dei sapori più caratteristici della cultura del Paese. L’atmosfera di classe e convivialità ha favorito l’incontro e il dialogo tra rappresentanti del mondo diplomatico, culturale e dell’informazione, confermando ancora una volta il valore della diplomazia culturale quale strumento di avvicinamento tra i popoli.
La celebrazione romana del 35° Anniversario dell’Indipendenza dell’Armenia si è così trasformata in una festa della cultura e dell’amicizia tra nazioni, capace di unire musica, tradizione e relazioni internazionali in una cornice di grande prestigio nel cuore della Capitale.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-23 19:34:022026-09-25 19:35:15Grande partecipazione al Concerto per il 35° Anniversario dell’Indipendenza dell’Armenia (Gazzetta Diplomatica 23.09.26)
Per l’Azerbaigian, il 19 settembre 2023 segna l’inizio dell’«operazione antiterroristica locale» attraverso la quale sarebbe stato «ripristinato l’ordine costituzionale» nel Nagorno-Karabakh. Per gli Armeni dell’Artsakh, quella stessa data indica invece l’attacco militare che, dopo nove mesi di blocco, provocò la resa della Repubblica di Artsakh e lo sfollamento forzato della sua popolazione. A tre anni di distanza, le due narrazioni non potrebbero essere più distanti. Baku celebra una vittoria militare durata meno di ventiquattro ore; le organizzazioni per i diritti umani ricordano una regione svuotata dei suoi abitanti autoctoni, mentre diciannove Armeni restano detenuti in Azerbaigian.
Proprio il 19 settembre, l’Ombudsman azera ha respinto come «completamente infondate» le denunce di Ruben Vardanyan sulle condizioni di detenzione, senza però rispondere puntualmente alle violazioni da lui elencate.
Il giorno precedente, ricevendo una delegazione di Save Armenia, Sua Santità Karekin II, Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni, aveva ricordato che una pace autentica e duratura non può prescindere dalla giustizia, dalla verità, dalla dignità umana e dai diritti fondamentali dei popoli.
Le due memorie del 19 settembre
In occasione del terzo anniversario dell’attacco all’Artsakh, i media statali e filogovernativi azeri hanno riproposto la versione ufficiale degli avvenimenti del settembre 2023. Secondo questa narrazione, il 19 settembre l’Azerbaigian avrebbe avviato «operazioni antiterroristiche locali» per attuare le disposizioni della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020, disarmare le «formazioni armate armene», neutralizzarne le infrastrutture militari, garantire la sicurezza della popolazione civile e ristabilire l’ordine costituzionale del Paese.
L’operazione, sottolineano i mezzi di informazione azeri, durò 23 ore e 50 minuti e terminò il 20 settembre alle ore 13.00, dopo l’accettazione del cessate il fuoco e delle condizioni imposte da Baku.
Il linguaggio della celebrazione acquista un significato ulteriore alla luce delle parole pronunciate da Ilham Aliyev, pochi giorni prima dell’anniversario. Il 15 settembre, durante l’incontro a Baku con il Segretario Generale dell’Organizzazione degli Stati Turchi, Kubanychbek Omuraliev, il Presidente azero ha affermato che nelle relazioni internazionali «il fattore della forza è passato in primo piano» e ha indicato la necessità di continuare a rafforzare il potenziale militare dell’Azerbaigian e di mantenere alta la vigilanza. Come ha osservato Armenia Today, la dichiarazione è intervenuta mentre, nonostante l’agenda di pace fra Erevan e Baku, la leadership azera continua a insistere sul potenziamento dell’esercito e ad aumentare la spesa destinata alla difesa e alla sicurezza. È una formulazione che rende ancora più difficile separare la pace proclamata da Baku dalla centralità attribuita alla superiorità militare.
Nella ricostruzione di Baku scompare però quanto avvenne prima e dopo quelle ventiquattro ore. Scompare il blocco del Corridoio di Berdzor (Lachin), iniziato nel dicembre 2022 e progressivamente trasformato in un assedio totale. Scompaiono la penuria di viveri, medicinali e carburante e l’isolamento di circa 120.000 persone. Scompare, soprattutto, la conseguenza concreta dell’operazione: nell’arco di pochi giorni l’intera popolazione armena dell’Artsakh fu costretta ad abbandonare la propria terra.
Il 19 settembre è stato ricordato in Armenia anche con il Giorno del Ricordo e la marcia silenziosa al Pantheon militare di Yerablur], in memoria di quanti persero la vita per la libertà e la sicurezza dell’Artsakh tra il 1988 e il 2023, dei dispersi, dei prigionieri detenuti in Azerbaigian, delle vittime civili dello sfollamento forzato e di quelle dell’esplosione del deposito di carburante del 25 settembre 2023.
Non si tratta, dunque, soltanto di due diverse interpretazioni politiche. Da una parte viene celebrato il conseguimento di un obiettivo militare e territoriale; dall’altra si ricordano le vite spezzate, la perdita della patria e la cancellazione di una comunità dalla terra nella quale aveva vissuto per secoli.
Perché nell’Artsakh non ci sono più Armeni?
In occasione dell’anniversario, l’organizzazione Protection of Rights without Borders ha rilanciato il rapporto internazionale Why Are There No Armenians in Nagorno-Karabakh?, pubblicato nel 2024 da Freedom House insieme a International Partnership for Human Rights, Democracy Development Foundation, Helsinki Citizens’ Assembly-Vanadzor, Protection of Rights without Borders, Law Development and Protection Foundation e Truth Hounds.
Il rapporto non è quindi un documento nuovo, ma conserva tutta la sua rilevanza davanti al tentativo di presentare lo svuotamento dell’Artsakh come una conseguenza spontanea o volontaria del cambiamento di sovranità.
Sulla base di centinaia di interviste a testimoni e dell’analisi di fonti aperte, la missione internazionale ha documentato come, a partire dalla guerra del 2020, la popolazione armena sia stata sottoposta ad attacchi, intimidazioni, privazione dei diritti fondamentali, progressivo deterioramento delle condizioni di vita, blocco e infine offensiva militare.
La conclusione del rapporto è inequivocabile: le autorità azere avrebbero attuato una strategia complessiva e metodicamente realizzata per svuotare il Nagorno-Karabakh della sua popolazione armena e della sua presenza storica e culturale.
È precisamente questo elemento che la formula «operazione antiterroristica» tende a rimuovere. Il risultato non fu soltanto il disarmo delle forze di difesa dell’Artsakh, ma la scomparsa della popolazione armena dalla regione.
L’Ombudsman azera risponde a Ruben Vardanyan
Al terzo anniversario dell’attacco si è sovrapposto un nuovo passaggio nella vicenda dei prigionieri Armeni detenuti a Baku.
Il 16 settembre Ruben Vardanyan, già Ministro di Stato della Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh, condannato a venti anni di carcere al termine di un processo duramente contestato, aveva rivolto un appello pubblico al Commissario per i Diritti Umani dell’Azerbaigian, Sabina Aliyeva. Vardanyan chiedeva che l’Ombudsman visitasse personalmente lui e gli altri detenuti Armeni nel complesso penitenziario di Umbaki e rispondesse alle denunce riguardanti le condizioni di detenzione e l’esercizio dei loro diritti.
Il 19 settembre l’Ufficio dell’Ombudsman ha replicato attraverso una dichiarazione riferita da AzerNews, definendo «completamente infondate» le affermazioni sulle violazioni dei diritti dei prigionieri Armeni.
Secondo la dichiarazione, Vardanyan e gli altri detenuti sarebbero stati visitati ripetutamente, anche senza preavviso, durante le indagini preliminari, i processi e dopo il trasferimento negli istituti penitenziari. Le loro condizioni di salute sarebbero state esaminate da un medico del Gruppo nazionale di prevenzione; avrebbero ricevuto spiegazioni sui propri diritti e pubblicazioni nella loro lingua; disporrebbero inoltre della possibilità di telefonare alle famiglie, accedere a servizi medici e notarili, svolgere attività fisica e presentare richieste alle istituzioni statali.
La risposta, tuttavia, non entra puntualmente nel merito delle violazioni elencate da Vardanyan. Oppone alle sue denunce una generale attestazione dell’autorità azera incaricata di controllare strutture appartenenti allo stesso Stato che lo ha arrestato, processato e condannato.
L’Ombudsman afferma inoltre che la responsabilità dei detenuti per crimini contro la pace e l’umanità, crimini di guerra, terrorismo e finanziamento del terrorismo sarebbe stata «provata in tribunale». Ma è proprio l’equità di quei procedimenti a essere contestata dai difensori, dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e dai ricorsi presentati davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
La versione dell’Ombudsman contrasta inoltre con quanto denunciato dall’avvocato e difensore dei diritti umani Siranush Sahakyan. I prigionieri non possono ricevere visite dei familiari e non hanno contatti diretti con avvocati indipendenti, medici di fiducia, rappresentanti consolari o delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa, che nel settembre 2025 ha dovuto chiudere la propria delegazione in Azerbaigian. Ne abbiamo riferito nell’articolo Artsakh, cancellata la memoria a Shushi mentre a Baku i prigionieri Armeni restano nell’isolamento.
Karekin II: la pace deve fondarsi sulla giustizia e sulla verità
Nel corso dell’incontro, il Capo della Chiesa Apostolica Armena ha richiamato tre questioni strettamente collegate: la tutela dei diritti degli Armeni dell’Artsakh sfollati con la forza; la necessità della pronta liberazione dei prigionieri Armeni detenuti illegalmente in Azerbaigian; la politica di distruzione e appropriazione del patrimonio spirituale e culturale armeno dell’Artsakh.
Karekin II ha sottolineato la necessità di una risposta più attiva e mirata da parte degli organismi internazionali competenti, delle Chiese sorelle e delle organizzazioni cristiane. I componenti della delegazione di Save Armenia hanno assicurato che continueranno a sollevare la questione dei prigionieri presso le istituzioni governative degli Stati Uniti e gli organismi competenti in materia di libertà religiosa internazionale.
«Una pace autentica e duratura deve fondarsi sulla giustizia, sulla verità, sulla dignità umana, sulla libertà religiosa e sul rispetto dei diritti fondamentali dei popoli», ha affermato il Patriarca Supremo e Catholicos di Tutti gli Armeni. Sono parole che riportano la questione al suo punto essenziale. La cessazione delle operazioni militari non basta a definire la pace, quando una popolazione rimane privata della propria terra, i prigionieri sono detenuti in condizioni sottratte a un controllo internazionale indipendente e il patrimonio cristiano armeno viene distrutto, trasformato o presentato come appartenente a un’altra identità.
La vittoria celebrata, il diritto all’autodeterminazione e le domande senza risposta
Tre anni dopo, Baku celebra il 19 settembre come il giorno nel quale avrebbe ristabilito la propria «sovranità territoriale». Ma il richiamo alla «sovranità» dell’Azerbaigian non può cancellare la questione dell’autodeterminazione del popolo del Nagorno-Karabakh, né trasformare retroattivamente la Repubblica di Artsakh/Nagorno-Karabakh in una semplice «organizzazione terroristica».
La Repubblica di Nagorno-Karabakh, successivamente denominata Repubblica di Artsakh, non nacque infatti da una formazione armata clandestina, ma da istituzioni rappresentative e da un processo politico sviluppatosi nel contesto della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Il 2 settembre 1991, il Consiglio regionale del Nagorno-Karabakh e il Consiglio del distretto di Shahumyan proclamarono la Repubblica di Nagorno-Karabakh, richiamandosi alla legislazione sovietica allora vigente e, in particolare, alla legge del 3 aprile 1990 sulle procedure per la secessione di una Repubblica federata dall’URSS, che riconosceva alle regioni autonome il diritto di determinare separatamente il proprio status.
Il 10 dicembre 1991, mentre l’Unione Sovietica era ormai prossima alla dissoluzione, la popolazione del Nagorno-Karabakh confermò attraverso un referendum la scelta dell’indipendenza. Il nuovo ordinamento si dotò successivamente di una Costituzione, di un Presidente, di un’Assemblea Nazionale, di un governo e di istituzioni giudiziarie; per oltre trent’anni si svolsero consultazioni elettorali e si sviluppò una vita politica retta dalla volontà popolare. Il mancato riconoscimento internazionale della Repubblica di Artsakh non cancella l’esistenza di queste istituzioni, né autorizza a qualificare come «terroristi» un intero sistema statale, i suoi rappresentanti eletti e la popolazione che lo aveva costituito.
La disputa, pertanto, non può essere ridotta alla contrapposizione fra la «sovranità territoriale» dell’Azerbaigian e alcune presunte «formazioni separatiste». Al centro rimane il conflitto tra il principio dell’integrità territoriale e il diritto all’autodeterminazione del popolo armeno dell’Artsakh: una questione che per oltre trent’anni fu riconosciuta come irrisolta dalla stessa comunità internazionale e affidata a uno specifico processo negoziale.
Il vertice sul conflitto del Nagorno-Karabakh promosso il 16 maggio 2016 a Vienna dai Paesi copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE. Al tavolo i Presidenti dell’Armenia, Serzh Sargsyan, e dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, con i rappresentanti delle potenze copresidenti e mediatrici — Stati Uniti, Russia e Francia — che non riuscirono a impedire le guerre del 2020 e del 2023, lo sfollamento forzato della popolazione armena dell’Artsakh e la soluzione militare imposta da Baku (Foto della Presidenza della Repubblica di Armenia).
Il principale organismo internazionale incaricato di promuovere una soluzione pacifica fu il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa, divenuta successivamente Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Sotto la copresidenza di Stati Uniti, Francia e Russia, il Gruppo aveva il compito di favorire una soluzione politica e negoziata del conflitto del Nagorno-Karabakh fra Armenia e Azerbaigian. Pur avendo progressivamente perduto centralità, soprattutto dopo la guerra del 2020 e l’invasione russa dell’Ucraina, la sua stessa esistenza attestava che lo status del Nagorno-Karabakh e i diritti della sua popolazione non potevano considerarsi risolti mediante il solo richiamo all’integrità territoriale azera. Il 1° settembre 2025, in seguito a una richiesta congiunta di Armenia e Azerbaigian, il Consiglio ministeriale dell’OSCE decise la chiusura del Processo di Minsk e delle strutture collegate; la procedura fu completata il 30 novembre dello stesso anno. Il Gruppo venne così soppresso quando il conflitto veniva ormai presentato come «risolto». Ma a risolverlo non erano stati i negoziati di pace condotti sotto l’egida dell’OSCE: era stata la forza militare impiegata dall’Azerbaigian, prima con la guerra del 2020 e poi con l’attacco del settembre 2023. Quest’ultimo impose la resa delle istituzioni della Repubblica di Artsakh e provocò l’espulsione di fatto della popolazione che quelle istituzioni rappresentavano.
Restano quindi le domande che la propaganda ufficiale non può cancellare. Perché nell’Artsakh non vivono più Armeni? Perché non è garantito il loro ritorno sicuro e dignitoso? Perché osservatori internazionali indipendenti non possono accedere liberamente ai detenuti e al patrimonio culturale e religioso della regione? Perché alle denunce circostanziate dei prigionieri viene risposto con dichiarazioni generali provenienti dalle stesse istituzioni statali coinvolte? E come può essere definita «pace» una situazione nella quale il diritto all’autodeterminazione è stato soffocato militarmente e i rappresentanti delle istituzioni democratiche dell’Artsakh sono detenuti e condannati come terroristi dallo Stato che ne ha conquistato il territorio?
L’«operazione antiterroristica» durò, secondo Baku, 23 ore e 50 minuti. Ma non sconfisse un’organizzazione terroristica: pose fine con la forza a un’esperienza statale sorta dalla volontà popolare e durata oltre trent’anni, costringendo all’esodo pressoché l’intera popolazione armena dell’Artsakh. Le conseguenze continuano ancora oggi. E finché il diritto al ritorno, la liberazione dei prigionieri, la tutela del patrimonio e il diritto all’autodeterminazione resteranno esclusi dal cosiddetto processo di pace, la vittoria celebrata dall’Azerbaigian non potrà essere scambiata per una pace fondata sulla giustizia.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-22 19:33:032026-09-25 19:33:53Per Baku il 19 settembre 2023 fu un’«operazione antiterroristica». Tre anni dopo l’Artsakh è senza Armeni e i prigionieri restano a Baku (Korazym 22.09.26)
Istanbul non è una città, è una grande nave. Una nave dalla rotta incerta su cui da secoli si alternano passeggeri di ogni provenienza, colore, religione. Lo scopre Armanoush, giovane americana in cerca nelle proprie radici armene in Turchia. E lo sa bene chi a Istanbul ci vive, come Asya, diciannove anni, una grande e colorata famiglia di donne alle spalle, e un vuoto al posto del padre. Quando Asya e Armanoush si conoscono, il loro è l’incontro di due mondi che la storia ha visto scontrarsi con esiti terribili: la ragazza turca e la ragazza armena diventano amiche, scoprono insieme il segreto che lega il passato delle loro famiglie e fanno i conti con la storia comune dei loro popoli. Elif Shafak, nuova protagonista della letteratura turca, affronta un tema ancora scottante: quel buco nero nella coscienza del suo paese che è la questione armena. Simbolo di una Turchia che ha il coraggio di guardarsi dentro e di raccontare le proprie contraddizioni.
http://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.png00adminwphttp://www.comunitaarmena.it/wp-content/uploads/2022/08/Logo_armenia-04-1-300x92.pngadminwp2026-09-22 19:30:022026-09-25 19:31:24Le città che siamo diventati - La bastarda di Istanbul GDL (Comune di Venezia 22.09.26)
Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.Ok