Ian Manook e la speranza per gli Armeni della Terra Promessa in “Il canto di Haïganouch” (Io Donna 03.05.26)
Nel 1947, il protagonista Agop decide di rispondere all’appello di Stalin e del Partito comunista francese: tutti gli armeni del mondo sono benvenuti in Unione Sovietica, una nuova Repubblica di Armenia li aspetta. Ma non tutto andrà per il verso giusto. In un romanzo, una ricostruzione storica accurata e molti ricordi di famiglia
Èil secondo volume di una trilogia, una lunga e appassionante saga, in cui Ian Manook, al secolo Patrick Manoukian, ripercorre la storia della sua famiglia, scampata al genocidio armeno ed emigrata in Francia
Dopo che nel primo libro L’uccello Blu di Erzerum (sempre edito da Fazi) aveva raccontato le terribili violenze subite da sua nonna Araxie e le vicissitudini della deportazione qui, ne Il canto di Haïganouch, il filo della storia riprende nel 1947, quando Agop, il miglior amico di suo nonno Haigaz, decide di lasciare la Francia e tornare in Patria, rispondendo alla chiamata di Stalin e del Partito comunista francese. Insieme a lui migliaia di armeni si ritrovarono invece ingannati e resi prigionieri in Unione Sovietica, obbligati a lavorare come schiavi nei campi della Siberia o rinchiusi nei gulag.
Protagonista resistente e ingegnoso, Agop trova mille espedienti per sopravvivere, cuce amicizie e complicità per architettare tentativi di fuga, senza mai perdere la speranza di ricongiungersi all’amatissima moglie e al resto della famiglia che lo attende in Francia.
Ian Manook è noto per i suoi noir ambientati in Mongolia. Presenterà il secondo capitolo della trilogia dedicata alla sua famiglia armena al Castello
di Riomaggiore, il 16 maggio (comune. riomaggiore.sp.it). Photographie par Emmanuelle Pays / Hans Lucas.
Contemporaneamente Manook segue anche il complesso percorso di vita di Haïganouch, la sorella cieca di Araxie, perduta durante la deportazione e finita in Unione Sovietica, dove è diventata una poetessa e una pianista famosa. Una ricostruzione storica accurata mescolata a continui colpi di scena e un intreccio commovente di sentimenti d’amore e amicizia indistruttibili.
Questa trilogia è arrivata dopo che aveva firmato, con vari pseudonimi, molti bestseller gialli, libri di fumetti e di viaggi: quando ha deciso che era pronto per affrontare una storia così intima?
L’avevo in mente da molti anni, ma senza urgenza. Inizialmente l’avevo concepita come un volume unico che avrebbe dovuto uscire prima del 2015, anno del centenario del genocidio, perché aveva un finale forte ma immaginario. Per ragioni editoriali non è stato possibile e si è trasformato in una trilogia. Ma credo, anche se inconsciamente, di aver voluto attendere che i miei familiari non ci fossero più, per evitare di far loro rivivivere ricordi dolorosi.
Tutte le cose che racconta sono ispirate da fatti realmente accaduti?
Sì, la gran parte delle storie sono memorie che negli anni ho sentito in famiglia, in particolare da mia nonna: ho avuto la grande fortuna che lei avesse la forza di raccontare. Quasi sempre chi ha vissuto in prima persona una diaspora, tace. Io ho iniziato a farle domande quando avevo più o meno 10 anni: lei mi ha risposto con una prima frase, poi ha iniziato a piangere. Il giorno dopo però ha ripreso e mi ha detto un paio di frasi in più. Pian piano, per trent’anni, l’ho ascoltata. E davvero ha vissuto tutto quello che ho scritto: anzi alcune cose erano talmente terribili che ho scelto di non raccontarle nel primo libro.
Il canto di Haïganouch di Ian Manook, Fazi, 360 pagg, 20 €
Anche il protagonista di questo secondo capitolo, Agop, è realmente esistito ed era così vitale e inarrestabile?
Sì, ho cambiato il suo nome, ma era il miglior amico di mio nonno. Anche le sue avventure sono vere, era molto simile al personaggio: sono convinto che sia lui sia i miei nonni avessero una forza interiore speciale che li ha resi capaci di sopravvivere. Ovviamente per ricostruire gli eventi e l’ambiente dell’Unione Sovietica di quegli anni ho fatto una ricerca su documenti storici ascoltando anche altri testimoni. Ma il mio obiettivo era sempre unire le due cose in ogni pagina: un pezzetto di storia e un pezzetto di saga, di emozione familiare.
Ho letto che, nonostante sia un grande viaggiatore, non è mai stato in Armenia…
È vero, ma è stata una scelta: ci ho mandato i miei fratelli, le sorelle, i miei figli. Io invece ho deciso che non ci sarei andato prima di finire questi due libri: la mia esperienza dell’Armenia, quella che racconto qui, è quella della comunità della diaspora, che è molto diversa dal paese reale di oggi. Non volevo esserne in nessun modo influenzato. Ci andrò, ma in futuro.
Quanto è ancora importante per la vostra comunità il riconoscimento del genocidio, che i Turchi non hanno mai fatto?
Ci sono due piani diversi: in generale è ancora fondamentale farlo conoscere alle persone, per parlare di cos’è davvero un genocidio, il massacro di massa di un popolo, organizzato e attuato con la forza di uno Stato. Tanto più attuale oggi, con ciò che sta succedendo in altri Paesi. Per il riconoscimento del nostro specifico, credo che sia troppo tardi: tutti i sopravvissuti sono morti. Purtroppo, a differenza degli ebrei della Shoah, non c’è stata da parte nostra un’opera di raccolta e conservazione delle testimonianze dirette. Credo sia importante trovare un modo di mantenere viva la memoria: quello che mi sono impegnato a fare anche attraverso questi romanzi.
