Aggressore e vittima: tra violenza, memoria e propaganda (Notizie Geopolitiche 07.05.26)

Il meccanismo dell’aggressore vittimista.
Nel mondo di oggi, a 111 anni dal primo genocidio del ventesimo secolo, il ruolo della vittima è sempre più spesso abusato e strumentalizzato da poteri che si apprestano a esercitare violenza contro altri. Simili dinamiche si intravedono tra le righe dei discorsi di vari attori che hanno sconvolto lo spazio geopolitico tra il Mediterraneo e il Caspio, tra il Mar Nero e lo stretto di Hormuz.
Di conseguenza, sta emergendo con sempre maggiore chiarezza un modello politico ricorrente: quello dell’“aggressore vittimista”, un sistema in cui il potere esercita pressione, forza o violenza sul terreno mentre continua a rivendicare per sé il ruolo esclusivo di vittima. Nel contesto instabile del Medio Oriente e del Caucaso meridionale, alcune dinamiche sollevano interrogativi sempre più scomodi su questo schema narrativo.
Ad esempio, nei casi di Israele e Azerbaigian, il rapporto con l’“altro” e con la memoria culturale nei territori contesi è spesso al centro di accuse e contro-accuse che vanno oltre la dimensione militare e toccano la cancellazione, la riscrittura o la rimozione del patrimonio culturale e religioso. È proprio in questa zona grigia tra sicurezza, propaganda e memoria che si gioca una delle battaglie più dure del presente.
Quando la violenza viene codificata nella legge, smette di apparire come violenza e si trasforma in procedura. È in questo modo che gli abusi si normalizzano nel tempo. La storia offre numerosi esempi di questo meccanismo: l’Impero Ottomano parlava di “sicurezza” mentre procedeva alle deportazioni degli armeni; la Germania nazista invocava la “legalità” mentre trasformava la persecuzione in una macchina burocratica di annientamento.
Più recentemente, l’Azerbaigian ha fatto ricorso al principio dell’«integrità territoriale», definendo come «operazione antiterrorismo» un’offensiva (2023) che, nei fatti, ha comportato assedio, espulsione e cancellazione progressiva della popolazione autoctona armena dell’Artsakh dalla propria terra.
Accanto a queste molteplici forme di violenza e di damnatio memoriae, si colloca anche la soppressione sistematica di ogni tentativo di commemorazione. In un altro contesto regionale, le autorità di Istanbul sono nuovamente intervenute per limitare la commemorazione del 24 aprile, data simbolica della memoria del genocidio armeno, arrivando a vietare eventi pubblici previsti per la ricorrenza, secondo quanto riportato da fonti locali.
La violenza si radica profondamente anche nel discorso dei leader di Stato. Secondo il Lemkin Institute for Genocide Prevention, la retorica politica contemporanea segue schemi ben noti. Le dichiarazioni del presidente azero Ilham Aliyev, che ha paragonato detenuti armeni ai criminali nazisti, sono state interpretate da diversi osservatori come parte di una retorica sempre più aggressiva e, secondo alcune analisi critiche, di impronta fascistoide nella sua logica discorsiva.
In questo quadro si riconosce il meccanismo noto come DARVO: negare, attaccare e invertire i ruoli tra vittima e aggressore. In questo modo, la violenza non solo viene esercitata, ma anche riformulata e occultata: lo Stato si presenta come vittima mentre delegittima l’esistenza dell’altro, ribaltando la percezione delle responsabilità e contribuendo alla normalizzazione del conflitto sul piano narrativo.

Il vittimismo politico come strumento di potere.
Sullo sfondo del progressivo distacco politico e istituzionale dall’Europa, il presidente azero Ilham Aliyev ha utilizzato la piattaforma della Comunità politica europea, nella sua ottava riunione tenutasi a Yerevan, per ribadire una narrazione nazionalista tanto prevedibile quanto distorsiva. Il suo intervento, in collegamento da remoto, si è configurato come una sequenza di lamentele e rivendicazioni più che come un contributo politico credibile.
Tra le affermazioni principali, Aliyev ha descritto la pulizia etnica e la deportazione di massa degli armeni autoctoni dell’Artsakh come “fine del separatismo in Karabakh”, sostenendo di aver attuato le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, omettendo tuttavia ogni riferimento alle conseguenze umanitarie dell’operazione. Ha poi denunciato l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa per aver introdotto sanzioni contro la delegazione azera, parlando di “doppi standard” divenuti sistemici, e ha accusato il Parlamento europeo di aver approvato “14 risoluzioni contenenti menzogne sull’Azerbaigian” tra il 2021 e il 2026.
Ne emerge il profilo di un potere tendenzialmente sovranista e segnato da una logica autoritaria di impronta fascistoide, che, mentre restringe gli spazi interni, tenta di ribaltare sul piano retorico ogni forma di critica esterna. La postura vittimista adottata in sede europea appare così funzionale a eludere responsabilità sostanziali, trasformando il confronto politico in una rappresentazione distorta dei rapporti di forza. In questo senso, più che un interlocutore, il leader azero si presenta come il portavoce di una narrazione chiusa, impermeabile ai richiami istituzionali e ancorata a una logica di autoassoluzione permanente.

Dal 1918 al 1992: una linea di violenza documentata.
È in questo contesto che va letta la narrazione secondo cui nel 1918 sarebbe avvenuto un “genocidio degli azerbaigiani”. Gli storici occidentali non confermano questa tesi. Studiosi come Thomas de Waal e Ronald Grigor Suny descrivono quegli eventi come una guerra civile brutale, non come un genocidio pianificato.
Al contrario, i fatti documentati mostrano una sequenza di violenze contro la popolazione armena. Nel 1918, a Baku, pogrom e massacri portarono alla distruzione dei quartieri armeni e a un esodo di massa. Nel 1920, a Shushi, la parte armena della città fu annientata. Nadezhda Mandelstam parlò di una «catastrofe», mentre Osip Mandelstam evocò «quarantamila finestre morte», immagine di una città svuotata della vita.
Nel 1988, il pogrom di Sumgait segnò il ritorno della violenza etnica. Nel 1990, a Baku, la comunità armena scomparve quasi completamente. Nel 1992, il massacro di Maraga, oggi in gran parte dimenticato e troppo spesso rimosso dal dibattito pubblico, mentre si dà spazio a narrazioni allineate alla posizione ufficiale di Baku ,chiuse tragicamente questa sequenza.

Yerevan oggi: fratture tra memoria e realtà, tra giustizia e pace.
Nei giorni scorsi, a Yerevan è stata tenuta la conferenza internazionale intitolata “Il genocidio armeno e la regione in trasformazione”. Mentre accademici e analisti discutono quel passato sanguinoso di oltre un secolo fa e il futuro incerto del Caucaso, la realtà contemporanea impone interrogativi urgenti e difficili da eludere.
Le vittime più recenti di questa lunga storia, cioè gli armeni detenuti da anni a Baku, si sono rivolte all’ombudsman armeno chiedendo almeno una visita ufficiale, un gesto minimo di monitoraggio e tutela. La loro richiesta, semplice e umanamente essenziale, si scontra tuttavia con un contesto politico più ampio, nel quale emergono segnali di normalizzazione dei rapporti economici tra Yerevan e Baku.
Tutto ciò si colloca sullo sfondo di una detenzione arbitraria che ignora il diritto internazionale, le convenzioni e le decisioni dei tribunali internazionali. Il quadro è aggravato da un’anomala campagna di dearmenizzazione dell’Artsakh armeno, caratterizzata dalla cancellazione sistematica di ogni traccia di armenità nel territorio. Tra gli esempi più recenti figurano la distruzione della cattedrale della Santa Madre di Dio (1), della chiesa di Surb Hakob e del campanile dedicato alla memoria del genocidio armeno, a Stepanakert.
Questo contrasto è difficile da ignorare: da un lato, la memoria del genocidio e delle persecuzioni, accompagnata quasi quotidianamente da notizie di demolizioni dei monumenti del patrimonio cristiano armeno; dall’altro, dinamiche politiche ed economiche che sembrano procedere come se le questioni umanitarie, cioè detenzione, diritti, sicurezza delle persone e genocidio culturale, potessero essere relegate tra parentesi.

Dalla libertà limitata alla memoria manipolata
Secondo le valutazioni internazionali, l’Azerbaigian rimane uno dei Paesi meno liberi al mondo, con livelli di libertà politica inferiori persino a quelli dello Zimbabwe In un sistema di questo tipo, la narrazione storica difficilmente può svilupparsi in modo indipendente.
Non sorprende quindi che alcuni osservatori parlino dell’Azerbaigian come di una “Corea del Nord del Caucaso meridionale”: un sistema in cui il controllo dell’informazione e della memoria è parte integrante dell’esercizio del potere. Sotto la pressione di una macchina propagandistica pervasiva, i due Stati turchi rimangono, ancora oggi, saldamente in prima linea nel negazionismo internazionale, con il “satellite” Baku attivo anche sul terreno del vittimismo, attraverso una incisiva politica a specchio rivolta contro la democratica Armenia.
Ma la questione centrale non è solo la propaganda. È il suo effetto. Perché quando la storia viene riscritta, quando la violenza viene relativizzata o negata, il rischio non è soltanto quello di distorcere il passato, ma di preparare il terreno perché certe dinamiche possano ripetersi.

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