Armenia tra Europa e Russia: l’equilibrio fragile di Yerevan (Gariwo 08.05.26)

In un contesto segnato da nuove tensioni geopolitiche e da una crescente corsa a petrolio, gas e vie commerciali alternative, il tema dell’allargamento dell’Unione europea sembra iniziare a riguardare anche il Caucaso meridionale. I processi, in questa zona, sono più complessi e sfumati rispetto ad altre aree del vecchio continente, ma al tavolo delle trattative ci sono sempre più nuovi attori che potrebbero essere interessati o quanto meno incuriositi. E tra questi c’è l’Armenia, che negli ultimi anni ha accelerato il dialogo con Bruxelles pur restando legata, sotto molti aspetti, alla Russia. Con il giornalista Aleksej Tilman, esperto di Caucaso, abbiamo parlato delle prospettive di avvicinamento all’UE e dei residui problemi geopolitici.

A che punto sono le relazioni tra l’Unione europea e l’Armenia, anche alla luce del summit che si è svolto in questi giorni a Yerevan?

Tra l’Armenia e l’Unione europea c’è stata un’accelerazione, anche inaspettata, a partire dal 2023. Da parte armena c’era molta insoddisfazione per il mancato intervento della Russia quando l’Azerbaigian ha attaccato il Nagorno-Karabakh, ma soprattutto quando ha colpito il territorio internazionalmente riconosciuto dell’Armenia nel settembre 2022, arrivando anche a occupare una parte del territorio armeno. Questa situazione ha portato a un’accelerazione e il governo armeno ha iniziato a parlare apertamente di una possibile integrazione europea. Il Parlamento europeo ha dichiarato di essere pronto ad avvicinarsi all’Armenia quando entrambe le parti lo riterranno opportuno. Attualmente si sta negoziando la liberalizzazione dei visti, per consentire ai cittadini armeni di entrare nell’Unione europea per soggiorni turistici senza dover richiedere un visto. Tuttavia, questo processo richiede riforme piuttosto complesse, ad esempio nel campo dell’etichettatura dei prodotti alimentari, per permettere ai prodotti armeni di essere esportati nell’Unione europea. Il summit è stato sicuramente una vittoria simbolica per il governo armeno: portare tanti capi di governo a Yerevan è qualcosa di nuovo e del tutto insolito. Dal punto di vista europeo, però, l’Armenia resta ancora molto legata alla Russia, e questo è incompatibile con una piena adesione all’Unione europea. Nonostante negli ultimi anni ci sia stato un certo allontanamento, l’Armenia resta vicina alla Russia dal punto di vista economico e militare. Sul piano militare, ospita una base russa ed è membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, un’alleanza a guida russa, anche se ha congelato la propria partecipazione proprio per protestare contro il mancato intervento russo. Dal punto di vista economico, la Russia resta il partner commerciale più importante: l’Armenia importa gas a prezzi convenienti ed esporta molto, soprattutto prodotti alimentari. Questo è un elemento cruciale per l’economia armena, e le autorità russe non mancano di sottolinearlo, arrivando a minacciare possibili ritorsioni economiche se il processo di integrazione con l’Unione europea dovesse proseguire.

E per quanto riguarda i rapporti con i Paesi vicini?

Con la Georgia i rapporti sono ottimi, e lo sono sempre stati. La Georgia rappresenta un collegamento fondamentale: attraverso il suo territorio passano le merci armene dirette in Russia e l’Armenia utilizza i porti georgiani per avere accesso al mare, non avendo sbocchi marittimi. I rapporti restano buoni anche con l’attuale governo georgiano. Il primo ministro armeno è stato tra i primi a congratularsi con Sogno Georgiano per la vittoria alle elezioni.

Non è un controsenso rispetto al percorso europeo?

Fino a un certo punto. I Paesi del Caucaso meridionale – Georgia, Armenia e Azerbaigian – stanno cercando di mantenere buoni rapporti con tutti i vicini. La Georgia ha forse gestito questo equilibrio in modo meno coerente, passando da una forte spinta verso l’integrazione europea a una direzione opposta. Tuttavia, cerca comunque di mantenere relazioni sia con l’Unione europea sia con i Paesi vicini. In generale, tutti e tre i Paesi della regione sembrano aver capito che, in un contesto globale instabile, non è possibile affidarsi a un unico partner. Anche per questo il processo di integrazione europea dell’Armenia ha dei limiti ben chiari, che il governo conosce: non vuole diventare completamente dipendente da un solo attore.

E i rapporti con Iran, Turchia e Azerbaigian?

Con l’Iran i rapporti sono storicamente buoni e non sono cambiati negli ultimi mesi. Le criticità principali riguardano invece Turchia e Azerbaigian. Per quanto riguarda la Turchia, il confine è chiuso dal 1993, in seguito alla guerra del Nagorno-Karabakh. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche, ma dal 2023, dopo la riconquista del Nagorno-Karabakh da parte dell’Azerbaigian, la situazione è migliorata e si sta andando verso una possibile normalizzazione. La Turchia, però, aspetta prima una normalizzazione tra Armenia e Azerbaigian, per non compromettere i rapporti con Baku. Ci sono stati anche gesti simbolici: ad esempio, l’accordo per il restauro di un ponte storico sul fiume Aras, nel sito archeologico di Ani. Inoltre, dopo il terremoto in Turchia, l’Armenia ha inviato aiuti umanitari, un segnale importante.

E sul fronte azero?

Ad agosto 2025, con la mediazione degli Stati Uniti, Armenia e Azerbaigian hanno firmato a Washington una dichiarazione congiunta che sancisce un accordo sul testo di pace. Tuttavia, l’accordo non è ancora stato firmato: serviranno ulteriori passaggi, tra cui modifiche costituzionali in Armenia. La situazione è comunque molto più distesa rispetto a qualche anno fa. Anche recentemente ci sono stati segnali di apertura, con messaggi e partecipazioni istituzionali ai summit regionali. Detto questo, l’intesa comporta sacrifici significativi per l’Armenia: ha rinunciato a perseguire i crimini di guerra dell’Azerbaigian e non solleva più la questione del Nagorno-Karabakh nei tribunali internazionali. Anche la questione dei rifugiati armeni è oggi sostanzialmente accantonata.

Ci sono possibilità concrete di ingresso dell’Armenia nell’Unione europea?

Nel breve e medio periodo lo vedo improbabile. La cooperazione si rafforzerà, ma un’adesione è difficilmente prevedibile, anche alla luce della situazione regionale, in particolare quella della Georgia. Nel lungo periodo è difficile fare previsioni.

Cosa pensi dell’allargamento dell’Unione europea al Caucaso e all’Europa orientale?

In origine, le politiche europee verso questi Paesi non avevano come obiettivo primario l’allargamento. Tuttavia, in molti casi – soprattutto in Georgia e ora anche in Armenia – sono state interpretate come un passo in quella direzione. Questo crea una distanza tra le intenzioni di Bruxelles e quelle dei governi locali. L’Unione europea dovrebbe avere una politica estera più chiara e coerente, soprattutto quando avvia processi che hanno conseguenze così rilevanti. Per quanto riguarda l’Europa orientale, il processo è più avanzato, in particolare nei Balcani e in Moldova, mentre l’Ucraina rappresenta un caso a sé.

Queste politiche sono anche un messaggio alla Russia?

In parte sì, ma spesso l’iniziativa parte più dai governi locali che da Bruxelles. Sono stati soprattutto i governi armeno e, in passato, georgiano a spingere verso l’integrazione europea, trovando una risposta non sempre calorosa da parte dell’Unione. Oggi qualcosa è cambiato, soprattutto dopo il 2022. Tuttavia, più che un messaggio politico, l’interesse principale dell’Unione europea nel Caucaso sembra essere la stabilità della regione, anche per ragioni energetiche: l’Azerbaigian è diventato una fonte importante di gas e petrolio.

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