Fuga senza ritorno L’esodo del Nagorno Karabakh (Insideover 18.02.21)

Un esodo di migliaia di cittadini e case date alle fiamme per non lasciare i ricordi di sempre ai vincitori del conflitto: sono queste le immagini che hanno raccontato, meglio di tutte, la fuga di quasi 100mila persone dal Nagorno Karabakh pochi giorni prima della firma del cessate il fuoco.

Il fronte, nei primi giorni di novembre, era sempre più vicino a Stepanakert, la città di Shushi, lontana soltanto 8 chilometri dalla capitale, era cinta d’assedio e, nelle ore precedenti alla tregua, la gran parte dei cittadini dell’Artsakh abbandonava le proprie case e fuggiva in Armenia percorrendo il corridoio di Lachin.

Una casa in fiamme nel villaggio di Karmiravan, mentre gli armeni lasciano la zona prima che le forze azere prendano il controllo della regione separatista del Nagorno-Karabakh, giovedì 19 novembre 2020. Un cessate il fuoco mediato dalla Russia per fermare sei settimane di combattimenti sul Nagorno-Karabakh ha stabilito che l’Armenia ceda all’Azerbaigian il controllo di alcune aree che detiene al di fuori dei confini del territorio separatista. Gli armeni sono costretti a lasciare le loro case prima che la regione venga consegnata al controllo delle forze azere ( Foto AP/Sergei Grits)

“Eravamo in automobile, bloccati. Macchine e furgoni ovunque: davanti a noi, dietro di noi, ai lati; da tutte le parti. C’erano così tanti veicoli che si era formata una coda lunga chilometri“.

Nagorno-Karabakh, gli armeni costretti a lasciare le loro case (LaPresse)

È così che Roubina Margossian giornalista di Evn Report, e che ha coperto il conflitto in Karabakh sin dalle prime fasi della guerra, ricorda quel momento divenuto una rappresentazione iconica della tragedia umanitaria che ha colpito il Karabakh. “La cosa più impressionante è stata vedere le colonne di fumo che si alzavano dalle case che la gente stava incendiando. È stato davvero scioccante. Non una casa, non due, ma decine di case e fattorie, lungo tutta la strada che dal Karabakh porta in Armenia, bruciavano. Uomini e donne stavano dando fuoco alle proprie abitazioni per non lasciare nulla ai soldati azeri. Un momento che mi ha lasciata attonita, un gesto estremo che è difficile da commentare: dare fuoco a ciò che di più prezioso si ha, al luogo dove sono conservati i propri ricordi, la propria vita affinché la sacralità del proprio passato, della propria storia non possa essere violata e oltraggiata da nessuno: è un gesto molto doloroso che fa comprendere meglio di tanti altri l’assurdità e la disperazione che le guerre provocano”.

Un uomo si trova vicino alla sua auto che ha preso fuoco durante la salita lungo la strada di un valico, vicino al confine tra Nagorno-Karabakh e Armenia, domenica 8 novembre 2020. (LaPresse)

Una strada immersa nella campagna armena conduce oggi da Yerevan ad Aparan dove vive Volodia Tadevosyan, cittadino della regione di Karvachar, uno dei distretti passati sotto controllo azero al momento della cessazione delle ostilità, che prima di abbandonare per sempre la terra dove è cresciuto ed è vissuto ha compiuto l’irremeabile gesto di dare fuoco alla sua casa e ai ricordi di sempre. “Dove ho trovato il coraggio di cospargere di benzina i muri di casa mia e poi dare fuoco a tutto? Dalla rabbia che c’è in me e dal fatto che era la sola cosa da fare per potere vivere ancora con una dignità”.

Fumo e fiamme si alzano da una casa in fiamme in una zona un tempo occupata dalle forze armene (AP Photo/Dmitry Lovetsky)

 

Sono frasi potenti, lapidarie e caustiche e Volodia proseguendo con il racconto spiega: “La casa dove vivevo è stata la casa che abbiamo costruito generazione dopo generazione mio nonno, mio padre ed io. Giorno dopo giorno, pietra dopo pietra. Non erano semplici muri quelli che formavano quella casa, erano il sudore, il sangue, i sacrifici e la storia di un’intera famiglia. Avevamo un orto, delle api, un piccolo terreno che lavoravamo tutti insieme…Potevo accettare che quella casa venisse oltraggiata, che dei soldati si facessero foto trionfanti e poi imbrattassero e distruggessero tutto? Potevo accettare e permettere tutto questo? No, ovvio che no. Dare fuoco a casa mia è stato estremamente doloroso, ma se non l’avessi fatto qualcuno avrebbe potuto violare la mia casa e la memoria dei miei genitori, e quello sarebbe stato molto peggio delle fiamme e io, difronte a un fatto del genere, non avrei più avuto alcuna dignità”.

 

 

È un presente scritto al passato remoto quello della famiglia di Volodia. Tutto sembra essere stato sepolto per sempre sotto un cumulo di cenere e macerie, e il futuro è un coacervo di incognite e interrogativi senza risposte. E lo stesso dramma di precarietà e paura lo vivono anche Alyona e Gagik, madre e padri di Maria e Lyova, di sette e cinque anni.

Un uomo smonta una croce dal tetto della sua casa nel villaggio di Karmiravan, mentre gli armeni lasciano l’area prima che le forze azere prendano il controllo della regione separatista del Nagorno-Karabakh, giovedì 19 novembre 2020. ( Foto AP/Sergei Grits)

La famiglia è originaria di Hadrut e, a causa della guerra, è fuggita in Armenia e ora vive tra gli sfollati a Masis. I genitori erano entrambi professori, oggi la madre però fa la parrucchiera e il padre è disoccupato, ma ciò che preoccupa di più la coppia, molto più della precarietà economica e di aver visto tutti i loro sforzi e sacrifici andare in frantumi, è il futuro dei loro bambini.

Un soldato mostra un kalashnikov ad un ragazzo del Dadivank, un monastero della Chiesa Apostolica Armena del IX secolo, mentre gli armeni lasciano la regione separatista del Nagorno-Karabakh per l’Armenia, sabato 14 novembre 2020 (Foto AP/Dmitry Lovetsky)

“Mia figlia, Maria, un giorno ha fatto delle ricerche in internet e ha visto un video di soldati azeri che entravano nel nostro villaggio. Ha visto le immagini della casa distrutta ed è scoppiata in un pianto isterico che io non sono riuscita a fermare”. Confida Alyona, la mamma, che proseguendo aggiunge: “La guerra ha toccato i bambini. Anche se non hanno una piena comprensione di ciò che è successo comunque il conflitto li ha segnati. E quando mi chiedono chi sono gli azeri dico loro che sono persone come noi.

Firuza Bakhchyan, sorvegliata dal marito Sergei, taglia i fili nei pressi della loro casa nel villaggio di Karmiravan, mentre gli armeni lasciano la zona prima che le forze azere prendano il controllo della regione separatista del Nagorno-Karabakh (Foto AP/Sergei Grits)

Quando mia figlia mi chiede perchè hanno rotto la sua bicicletta dico che non l’hanno rotta ma che stavano giocando e che quando torneremo a casa ne troverà una ancora più bella. Io e mio marito abbiamo tantissime incognite e paure per i nostri figli. Quale sarà il loro futuro?

 


Una rotta per unire Armenia e Russia (passando dall’Azerbaigian) (Insideover 18.02.21)

Da quando la seconda guerra del Nagorno Karabakh è terminata, l’Azerbaigian si è trasformato in un cantiere a cielo aperto dalle mille sfaccettature dove si incrociano le strade di operai impegnati nell’estrazione di gas naturale, nella restaurazione di complessi di raffinazione del petrolio, nella costruzione di parchi tecnologici, centrali solari e idroelettriche e nell’inaugurazione di tratte ferroviarie internazionali, come la Ankara–Baku–Mosca, la Jiaozhou–Baku e la Nakhchivan–Baku.

Naturalmente, il dopoguerra è stato vissuto in maniera differente in Armenia, dove il malcontento nei confronti dell’esecutivo ha alimentato la tensione per le strade e Nikol Pashinyan ha posticipato la fine della propria esistenza politica ripiegando su un riallineamento tout court in direzione del Cremlino. Contrariamente all’Azerbaigian, il vincitore sul cui carro desiderano salire persino gli (ex?) alleati di Pashinyan, in Armenia – per il momento – si prefigura la materializzazione di un solo progetto degno di nota: la linea ferroviaria Yerevan–Mosca.

L’idea della rotta

Quando una guerra termina in maniera definitiva, con un chiaro vincitore ed un inequivocabile vinto, è compito del negoziatore – qualora ve ne sia uno – corteggiare il primo ed evitare l’umiliazione totale del secondo. Nel caso del Nagorno Karabakh, il negoziatore, ovvero il Cremlino, ha accordato all’Azerbaigian una serie di concessioni inevitabili, dalla ricomposizione della zona contesa alla Nakhchivan–Baku, e all’Armenia la salvaguardia del corridoio di Lachin ed un collegamento ferroviario diretto con la Russia.

La rotta Armenia–Russia rientra nell’ambito degli accordi siglati lo scorso 11 gennaio a Mosca fra Vladimir Putin, Ilham Aliyev e Pashinyan. I tre statisti si erano incontrati per discutere dei progressi avvenuti nel dopo-cessate il fuoco e concordare un piano d’azione comune che migliorasse le relazioni bilaterali fra Yerevan e Baku e incidesse positivamente sulle dinamiche postguerra nel Karabakh Superiore. Il vertice si era concluso con la firma di una dichiarazione congiunta riguardante lo sviluppo di progetti infrastrutturali nella regione contesa, fra i quali, appunto, una linea ferroviaria per connettere Armenia e Russia attraversante il territorio azero.

Da Yerevan a Mosca (attraverso Baku)

Il 15 febbraio, partecipando alla posa della prima pietra della tratta ferroviaria Horadiz–Agbend, nel distretto (nuovamente) azero di Fuzuli, Aliyev è tornato sull’argomento del collegamento armeno-russo spiegando come da parte azera vi sia la piena volontà di concretare il progetto e inquadrarlo nella rete di comunicazione regionale. Nello specifico, il presidente azero ha dichiarato che “i progetti di trasporto nella regione dovrebbero svolgere un ruolo speciale nello sviluppo a lungo termine della stessa, garantendo stabilità, riducendo a zero il rischio di guerra e facendo in modo che tutti i Paesi partecipanti ne traggano vantaggio”.

Inoltre, ha proseguito ancora Aliyev, “l’Azerbaigian sta avviando il collegamento con la repubblica autonoma di Nakhchivan e la Turchia. Allo stesso tempo potrebbe essere aperta una ferrovia dalla Russia all’Armenia. Questa linea può passare solo attraverso il territorio dell’Azerbaigian. Ci sarà anche un collegamento ferroviario tra Russia e Iran attraverso il territorio del Nakhchivan e un altro fra Iran e Armenia. Ci sarà un collegamento ferroviario tra Turchia e Russia. Ovvero tutti i Paesi della regione ne trarranno vantaggio”.

La linea, in realtà, potrebbe aggirare l’Azerbaigian e passare dalla Georgia – cosa che la renderebbe meno esposta alle turbolenze politiche e più efficace in termini di tempi di percorrenza –, ma le dichiarazioni del presidente azero sono da leggere come un promemoria alla controparte armena circa il contenuto degli accordi dell’11 gennaio: o via Baku, o progetto abortito.

Curiosamente, ma non casualmente, l’intervento di Aliyev avviene alla vigilia della bilaterale tra i ministri degli esteri di Russia e Armenia, Sergej Lavrov e Ara Ayvazyan, che si incontreranno a Mosca il 17 per discutere di “questioni nell’agenda bilaterale, regionale e internazionale […] [dedicando] particolare attenzione alle dichiarazioni trilaterali del 9 novembre e dell’11 gennaio”. I due capi diplomatici, in breve, parleranno (anche) della Yerevan–Mosca e Aliyev, pur non presenziando, ha lasciato nella loro segreteria il proprio messaggio.