Un grido d’amore per l’Armenia. La lettera del Molokano dal lago Sevan all’Europa smemorata come Te Deum per l’anno 2025 (Korazym 31.12.25)

[Korazym.org/Blog dell’Editore, 31.12.2025 – Renato Farina] – Vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.

Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”
Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica.
Un anno in cui hanno provato a persuadere noi Armeni – ma forse anche voi Italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità.

Ma io sono Molokano, e i Molokani non sanno mentire.
Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, non si riscalda di retorica. È bianca, ingenua, infantile come il pianto delle pietre. E allora permettetemi di dirvi la verità, nuda come la montagna d’inverno:
questo 2025 è stato un anno di letame.
Un letame geopolitico, ecclesiale, umano.

Ma il Te Deum non si canta per i trionfi: si canta perché Dio c’è.
E allora: Te Deum laudamus. Per il letame? Sì. Proprio per il letame.

 

Quando abbiamo letto che Pashinyan, il nostro premier, aveva firmato l’“accordo di Washington” davanti a Trump, l’8 agosto, ci siamo guardati negli occhi come animali feriti.
Era una quasi verità, una fake truth come dico io.
Il Corridoio dei 32 chilometri per l’Azerbaijan? Va bene. Anche se significa amputare l’Armenia. Ma il vero scandalo è ciò che non c’era:
nel testo non compare mai la parola Artsakh.
Mai.
Non esistiamo più.
Non esistono i nostri 120mila cristiani cacciati come cani.
Non esistono i nostri morti, né i nostri cimiteri profanati.
È il genocidio perfetto: quello che non ha bisogno di sangue perché cancella la memoria.

Eppure il mondo ha applaudito: “Che bravi! Che pace! Che maturità!”
Pace?
Come chiamare pace l’accordo che sancisce l’estinzione di un popolo?
Un cimitero delle anime spacciato per giardino botanico?

Poi è arrivata la menzogna di Sharm el-Sheikh.
Una tregua per Gaza – benedetta, per carità! – firmata dai grandi della terra il 13 ottobre. E lì, in prima fila, Aliyev e Pashinyan, col volto serio dei protagonisti della storia.
Io ho letto i venti punti del trattato. Tutti.
Ho letto: “Nessuno sarà costretto ad abbandonare Gaza.”
Ho letto: “Tutti gli ostaggi dovranno essere restituiti.”
Ho letto: “La dignità e i diritti del popolo palestinese saranno tutelati.”
E ho pianto. Ho pianto di santa invidia.
Perché nel trattato di Washington, quello per noi, non c’è niente di tutto questo.
Niente sugli esuli armeni.
Niente sui nostri prigionieri.
Niente sui 14 leader dell’Artsakh trascinati via come bottino umano.

A noi non è toccato un punto, una virgola, un avverbio di pietà.
È la legge del mondo: a Gaza misericordia, all’Armenia cancellazione.
Doppio standard. Il più indecente.

E poi, amici miei, c’è stato qualcosa di peggio.

La rottura – violentissima, quasi blasfema – tra potere politico e Chiesa.
Pashinyan che tenta di deporre Karekin II, il nostro Catholicos, il Papa armeno.
Lo accusa di avere una figlia, come se la diceria fosse dogma.
Tentano di farne un anti-papa, come se la Chiesa fosse un ministero.
Il popolo si stringe attorno a Echmiadzin. Noi Molokani, eretici sì, ma non scemi, siamo con loro: perché sappiamo riconoscere quando un uomo parla come Giovanni Battista a un Erode impazzito.

E nel frattempo – che dolore scriverlo – il Vaticano inciampa.
La Gregoriana, la nostra università dei gesuiti, ospita un simposio dove l’Azerbaijan viene celebrato come “defensor fidei” e presentato come “tutore della libertà religiosa”.
L’Azerbaijan.
Il Paese che ha costruito un Parco dei Trofei dove i bambini prendono a schiaffi manichini di soldati armeni col “naso armeno” stereotipato, come segno di disprezzo etnico.
Il Paese che smantella monasteri, che cancella iscrizioni armene dalle pietre, che tortura prigionieri.

E io, Molokano, ho dovuto chiedermi se il mondo fosse impazzito.
O forse ero pazzo io, che continuo a credere che la Chiesa sia la casa dei senza casa.

Eppure, amici miei, dentro questo letame ho visto anche tre semi di grazia.
Li trovate solo se non distogliete lo sguardo.

Primo seme

Una donna di New York, santa e bella, che hai amato e che ha amato gli Armeni.
Siobhan Nash-Marshall (1965-2024), professoressa di Filosofia al Manhattanville College è morta dentro la notte, nel buio, mai ne nacque un’altra cos’ piena di speranza contemplando il “Grande Male”. La immagino in quei momento, tragedia della Croce che fiorisce, sola con il Solo, dunque insieme, nella sua casa di New York, D’accordo è stato nel dicembre 2024, ma la notizia giunse a me, tramortito, il capodanno successivo. Il suo sacrificio nascosto è una lampada negli angoli del mondo che annega nel niente liquido. La sua offerta è stata come il ramo d’ulivo che la colomba riportò a Noè.

Secondo seme

Il Cardinale Krikor Bedros XV Agagianian (1895-1971).
Il nostro armeno universale, che unì Roma e Oriente, che parlò il linguaggio del martirio e quello della diplomazia, che seppe tenere insieme pietra e fiore. Traslato intatto a Beirut in settembre, unendo intorno a sé armeni, maroniti, siriaci, arabi sciiti e arabi sunniti, ebrei.
In lui il popolo armeno è custodito per sempre, come seme invernale.

Terzo seme

Il nuovo santo appena proclamato, uno dei nostri grandi, la cui vita è stata un altare. Ignazio Maloyan, arcivescovoi armeno, cittadinanza ottomna, arcieparca di Mardi, eliminato durante il genocidio, il nostro Massimiliano Kolbe. In lui vedo la promessa mantenuta che la nostra fede non muore sotto il mucchio di cadaveri, neanche il Grande Male ci separeraà dall’amore di Cristo genocidio. La pietra armena ancora canta, anche se noi non la sentiamo.

E ora vi dico la cosa più difficile:
il dono del 2025 è stato il letame.

Perché il letame è ciò che resta quando tutte le illusioni sono evaporate:
– la fiducia nelle potenze;
– l’illusione delle diplomazie;
– la favola dei trattati;
– la speranza che i forti difendano i deboli.

Quando tutto è letame, allora rimane solo Dio.
E Dio – ce lo ha detto Giobbe, ce lo ha gridato Agostino –
è più in basso ancora.
Più in basso del male, più in basso della disperazione.
Più in basso del genocidio.
Più in basso del silenzio del mondo.

E allora singolo uomo armeno, singolo lettore italiano, il mio Te Deum è questo:

Ti lodo, o Dio, perché sei nel fondo del fondo.
Perché sei dove non c’è più nulla da lodare.
Perché nel letame prepari la resurrezione.

Le pietre urlanti dell’Armenia, diceva Mandelstam, parlano anche quando noi siamo muti.
Quest’anno le pietre non hanno potuto neanche urlare.
Ma Dio no: Dio ascolta, ascolta, ascolta.
Come nei Soliloquia di Agostino:
“Domine, audi me, audi me, audi me…”
Ascoltaci. Anche se noi non sappiamo più parlare.
Ascoltaci. Anche se siamo ridotti a cenere.
Ascoltaci. Anche se non riusciamo neppure a gridare.

Amici miei, vi consegno questo Te Deum che profuma di fango e lacrime, perché è l’unico che posso cantare.
Perché il nostro popolo è stato ridotto al letame.
Perché le nostre chiese sono state umiliate.
Perché i nostri esuli non hanno una sola parola nel trattato che dovrebbe proteggerli.
Perché i nostri prigionieri dormono in celle senza finestre.
Perché i nostri vescovi vengono accusati e diffamati.
Perché il mondo ci ha venduto per un corridoio di 32 chilometri.

E però – attenzione –
perché Dio è ancora più in basso del letame.
E solo Lui può far germogliare la pietra.
Solo Lui può risuscitare il popolo che non c’è più.
Solo Lui può restituire voce alle pietre mute.

Io, Molokano, vi scrivo questo nell’ultimo tramonto del 2025.
Guardo il Lago Nero.
Non vedo riflessi.
Ma sento una voce dentro l’acqua:
“Non temere. La croce fiorirà.”

E allora lo dico – tremando, eppure certo –
Te Deum laudamus.
Anche quest’anno.
Soprattutto quest’anno.

Tuo,
il Molokano

Questa lettera del Molokano è stata pubblicata su Tempi.

 

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Te Deum per il letame che resta dopo tutte le illusioni (Tempi 28.12.25)

Amici miei cari, vi scrivo dal lago Sevan, che oggi è nero. Non nero come la notte che prepara l’alba, ma nero come un’ombra senza promessa, come un’icona spezzata. Eppure ci sto dentro: ci ammollo i piedi, come facevo da ragazzo, quando il lago era uno specchio del cielo. Oggi non riflette più nulla, né arcobaleni né stelle: è un pozzo, un cimitero di voci. E forse proprio per questo – per questa cecità dell’acqua – è diventato più sincero.
Mi scrivete: “Molokano, che anno è stato questo 2025?”. Vi rispondo: un anno di paci, troppe. Un anno di accordi, troppi. Un anno in cui il mondo ha cercato di convincerci che il letame è concime divino, che la decomposizione è speranza, che la mutilazione è chirurgia salvifica. Un anno in cui hanno provato a persuadere noi armeni – ma forse anche voi italiani – che la resa è saggezza, che il silenzio è diplomazia, che la finzione è maturità. Ma io sono molokano, e i molokani non sanno mentire. Beviamo latte, non vino: la nostra fede non fermenta, …

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