Stop alle armi ma non al sopruso: così la pace ha sigillato un’ingiustizia (Il Sussidiario30.12.25)

La firma del trattato di pace tra Armenia e Azerbaijan avvenuta Washington l’8 agosto sancisce un’ingiustizia e umilia un popolo (1)

La pace è sempre meglio della guerra. Sempre. Anche quando è una pace ingiusta, anche quando è asimmetrica, anche quando è subita. Lo ripeto senza esitazioni, perché conosco il sangue, la paura, la carne fragile delle popolazioni inermi e dei giovani mandati a morire. Detto questo, però, il 2025 è stato un anno che ci obbliga a distinguere: non tra pace e guerra, ma tra pace giusta e pace falsa, tra pacificazione e congelamento dell’ingiustizia.

1. Un anno di paci sbagliate

Il mondo ha applaudito molte firme quest’anno. Ha applaudito perché aveva bisogno di silenzio, di tregue, di tregue narrative prima ancora che militari. E così si è convinto – o ha fatto finta di convincersi – che ogni accordo sia una vittoria dell’umanità. Non è vero. Alcuni accordi sono atti notarili del sopruso, registrazioni ufficiali di una violenza già compiuta, consacrazioni di una realtà che non si vuole più guardare in faccia.


La pace siglata, non ancora ratificata, l’8 agosto scorso davanti a Trump, a Washington, tra Armenia e Azerbaijan appartiene a questa categoria. Non è una pace che sana una ferita: è una pace che la chiude male, lasciando il pus dentro. È una pace che non nasce dal riconoscimento del torto, ma dalla stanchezza del mondo e dalla sproporzione delle forze. Una pace che dice, in sostanza: così è andata, così resti.

Si dirà: l’Armenia era allo stremo, isolata, priva di protezioni reali; l’Azerbaijan era forte, armato, sostenuto apertamente dalla Turchia e tacitamente da altri Stati; la Russia era distratta; l’Occidente lontano. Tutto vero.


Ma proprio per questo il giudizio morale non può essere sospeso, perché la necessità non trasforma l’ingiustizia in giustizia, e la firma non redime il sopruso. Il 2025 ha segnato la fine della guerra aperta nel Caucaso meridionale, ma ha anche segnato qualcosa di più grave e più definitivo: la trasformazione di una violenza in normalità, di un crimine in fatto acquisito, di una pulizia etnica in dato geopolitico. È questo che rende questa pace così inquietante. Non perché abbia fermato le armi – benedette siano le armi che tacciono –, ma perché ha chiesto al mondo di dimenticare ciò che è accaduto. E il mondo, stanco e distratto, ha accettato.

2. Artsakh: quando la pulizia etnica diventa normalità

L’Artsakh, che il linguaggio internazionale chiama Nagorno Karabakh, non è una sigla diplomatica né una pedina su una scacchiera. È una terra abitata da millenni da armeni. È una regione costellata di chiese, monasteri, cimiteri, iscrizioni in lingua armena. È un luogo dove la fede cristiana non è un ornamento identitario, ma una carne storica, una memoria incisa nella pietra.

Tra il 2020 e il 2023, questa terra è stata svuotata dei suoi abitanti. Non in modo improvviso, non in un solo giorno, ma secondo una dinamica ormai ben nota nella storia del Novecento e del nostro secolo: prima la guerra, poi l’assedio, poi la fame, infine l’esodo forzato.

L’ultima fase – settembre 2023 – è stata rapida solo perché tutto il resto era già stato preparato. Quando l’esercito azero ha sferrato l’attacco finale, non c’era più una società in grado di resistere: c’erano famiglie stremate, bambini denutriti, anziani senza medicine. In pochi giorni, 120mila persone hanno lasciato tutto: case, campi, scuole, chiese, tombe. Non per scelta, ma per necessità. Non perché avessero perso una guerra civile, ma perché era diventato impossibile restare vivi restando lì.

Questo ha un nome preciso nel diritto internazionale, anche se dà fastidio pronunciarlo: pulizia etnica. E la pulizia etnica, quando è totale, quando cancella una comunità da un territorio, coincide giuridicamente con il genocidio.

Yrevan, Armenia. Proteste contro le operazioni delle forze azere in Nagorno-Karabakh, settembre 2023 (Ansa)

Non si tratta di retorica. Si tratta della definizione elaborata dopo il Novecento per impedire che la distruzione dei popoli si ripetesse sotto altre forme. Non è necessario il massacro immediato per parlare di genocidio: basta l’intenzione di distruggere un gruppo come tale, rendendone impossibile la permanenza, la continuità, la memoria.

Esattamente ciò che è avvenuto in Artsakh. Eppure, nel racconto ufficiale del 2025, tutto questo scompare. L’Artsakh diventa un “territorio conteso”, gli armeni diventano “sfollati”, l’esodo diventa una “conseguenza del conflitto”. Il linguaggio neutro è la seconda violenza, perché trasforma una vittima in una variabile, un crimine in un effetto collaterale, e una responsabilità diventa una fatalità.

Il dato più rivelatore è questo: nell’accordo di pace non compaiono gli armeni dell’Artsakh. Non una riga, un riferimento, un diritto. Come se non fossero mai esistiti. Come se 120mila persone potessero evaporare dalla storia senza lasciare traccia. È il genocidio perfetto: quello che non ha più bisogno di sangue, perché cancella prima la memoria.

Questa è la sostanza del 2025 per l’Armenia. La guerra è finita, sì, ma è finita dopo che l’obiettivo dell’aggressore è stato raggiunto. E quando una pace ratifica il risultato di una pulizia etnica, non è una pace neutra: è una pace che insegna al mondo che si può vincere così. Ed è qui che il 2025 smette di essere solo un bilancio regionale e diventa un monito universale.

3. Il silenzio del trattato

Ogni trattato dice qualcosa non solo per ciò che afferma, ma soprattutto per ciò che sceglie di non dire. Nel caso dell’accordo di pace siglato nel 2025 tra Armenia e Azerbaijan, il silenzio non è una dimenticanza ma una strategia. È il silenzio che serve a rendere irreversibile ciò che è accaduto. Nel testo dell’accordo non compare mai la parola Artsakh. Nagorno Karabakh non compare come realtà umana, storica, culturale, ma solo come territorio implicitamente “normalizzato” sotto sovranità azera. Non c’è un riferimento agli abitanti espulsi, non c’è una clausola sul diritto al ritorno, non c’è una tutela internazionale per i luoghi sacri, non c’è una garanzia per i prigionieri armeni detenuti nelle carceri azere. Non c’è nemmeno un riconoscimento formale della sofferenza patita da una popolazione intera.

È un trattato che amministra lo spazio, ma ignora le persone; che disegna confini, ma cancella biografie. Che regola i flussi, ma non guarda i volti. In questo senso è un documento perfettamente contemporaneo: parla la lingua fredda della stabilità, non quella calda, ma scomoda, della giustizia.

Si dirà: non era possibile ottenere di più. Forse è vero. Ma ciò che colpisce non è solo ciò che l’Armenia ha dovuto concedere; è ciò che il mondo ha accettato di non esigere. Perché se è vero che la parte sconfitta firma sotto pressione, è altrettanto vero che i garanti internazionali avrebbero potuto, e dovuto, e porre almeno alcune condizioni minime: il riconoscimento degli sfollati, la protezione dei monumenti cristiani, la sorte dei prigionieri politici, una supervisione internazionale credibile. Nulla di tutto questo è entrato nel testo. Il risultato è un accordo che normalizza l’espulsione e trasforma la pulizia etnica in fatto compiuto, in dato amministrativo. Una volta che il trattato è firmato, ciò che è avvenuto smette di essere una ferita aperta e diventa una “nuova realtà”. E la nuova realtà, si sa, chiede silenzio, non memoria. C’è qualcosa di più inquietante ancora. Questo silenzio non riguarda solo l’Artsakh, ma il principio stesso su cui si regge l’idea di pace. Perché una pace che non nomina le vittime non è neutra: è una pace che sceglie il punto di vista del vincitore. Non perché lo celebri apertamente, ma perché assume come irreversibile ciò che il vincitore ha imposto.

Così il diritto internazionale, nato per proteggere i deboli, si rovescia nel suo contrario: diventa lo strumento che ratifica la forza. Non la forza del diritto, ma il diritto della forza. E quando questo accade senza scandalo, senza protesta, senza un sussulto morale, il problema non è più solo caucasico. Diventa europeo, occidentale, universale.

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