Turchia e Armenia concordano di allentare le restrizioni sui visti per rilanciare la normalizzazione delle loro relazioni (Entrevue 30.12.25)
Turchia e Armenia hanno concordato di semplificare le procedure per i visti nell’ambito degli sforzi per normalizzare le relazioni a lungo tese, ha annunciato lunedì il Ministero degli Esteri turco. L’accordo mira a facilitare i viaggi tra i due Paesi confinanti, che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche formali. Scopri di più su WORLD
Le relazioni tra Turchia e Armenia sono segnate da profonde controversie storiche e dalla stretta alleanza di Ankara con l’Azerbaigian. Il confine condiviso tra i due stati è rimasto chiuso dagli anni ‘1990, a simboleggiare una duratura frattura diplomatica nel Caucaso meridionale.
Nonostante questo contesto, nel 2021 i due Paesi hanno deciso di avviare un processo di normalizzazione, nominando inviati speciali incaricati di esaminare possibili misure per una graduale riconciliazione e una potenziale riapertura del confine. Queste discussioni si sono svolte parallelamente agli sforzi per ridurre le tensioni tra Armenia e Azerbaigian.
La Turchia ha sostenuto Baku durante il conflitto del 2020 con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, una disputa territoriale che dura da quasi quarant’anni. Questo sostegno ha aggravato la sfiducia di Yerevan nei confronti di Ankara, complicando al contempo gli sforzi di riavvicinamento regionale.
In una dichiarazione pubblicata sul social network X, il Ministero degli Affari Esteri turco ha chiarito che i titolari di passaporti diplomatici, speciali e di servizio di entrambi i Paesi potranno ottenere visti elettronici gratuiti a partire dal 1° gennaio. Entrambi i governi hanno inoltre ribadito il loro impegno a proseguire il processo di normalizzazione in vista di un pieno ripristino delle relazioni, senza precondizioni.
Le relazioni bilaterali, tuttavia, rimangono tese da una disputa durata più di un secolo riguardante la morte di circa 1,5 milioni di armeni durante massacri, deportazioni e marce forzate a partire dal 1915 sotto l’Impero Ottomano. Questi eventi sono ampiamente descritti come genocidio dagli storici e da molti stati, una definizione che la Turchia respinge, sostenendo che il numero delle vittime è esagerato e che le morti si sono verificate nel contesto di una guerra civile e di disordini interni.
L’accordo sui visti rappresenta comunque un concreto passo avanti in un fragile processo diplomatico. È visto come un segno di volontà politica, sebbene permangano notevoli ostacoli prima di una piena normalizzazione tra Ankara e Yerevan.
