Armenia: cosa aspettarsi nel 2026 (EastJouranl 14.01.26)

Saranno essenzialmente tre le questioni che Yerevan dovrà affrontare questo nuovo anno: lo sviluppo delle relazioni con le vicine potenze regionali (Azerbaijan e Turchia), l’evoluzione delle relazioni con potenze extra-regionali (UE e Russia in modo particolare), e tensioni interne legate alle elezioni politiche che si terranno nel giugno 2026 e per cui la campagna elettorale è già ampiamente cominciata.

La pace nel Caucaso è ancora lontana

La realizzazione degli obiettivi della Dichiarazione di Washington firmata lo scorso agosto alla Casa Bianca, dipende più da Baku che non da Yerevan. Il governo armeno di suo sta facendo tutto il possibile per facilitare la pace con l’Azerbaijan e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia. Il rischio è di bloccare il paese in una condizione di tensione permanente con i propri vicini, in un mondo sempre più senza regole. O meglio, dove l’unica regola che conta è quella della violenza. Pashinyan lo sa, il problema è che lo sa anche Aliyev. Il presidente azero continua a riferirsi alla Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP) come “corridoio di Zengezour”, sottintendendo che si tratta di un’estensione della sovranità azera in territorio armeno per legare l’exclave del Nakhichevan al resto del paese. L’Azerbaijan ha inoltre aumentato ulteriormente il suo budget per la difesa, e si è sempre apertamente opposto all’ipotesi che il confine turco-armeno possa aprirsi prima della firma del trattato di pace, la cui precondizione però, secondo Baku, deve essere una riforma costituzionale che l’Armenia semplicemente non può fare in tempi brevi (il governo azero vuole che Yerevan modifichi il preambolo della Costituzione che non è emendabile tramite procedura ordinaria ma richiede l’adozione di una nuova carta costituzionale). È legittimo domandarsi se l’Azerbaijan voglia davvero la pace, e le continue dichiarazioni di Aliyev sull’Armenia come “territorio storicamente azero” fanno pensare il contrario.

Tra Ue e Russia meglio non dover scegliere

Un altro sviluppo importante riguarderà i rapporti con potenze extra-regionali. Nel maggio del 2026 l’Armenia ospiterà per la prima volta nella sua storia il summit della Comunità Politica Europea e il summit UE-Armenia. Si tratta di un fatto molto significativo, in quanto Yerevan diventerà centro di discussione sul futuro dell’Europa e il paese dovrà ospitare 44 leader europei. Ciò dimostra indubbiamente un approccio sempre più propositivo dell’Armenia verso l’UE ma non è chiaro fino a dove questo porterà. Alcuni funzionari armeni parlano apertamente di entrare in Unione Europea, ma non è mai stata presentata una domanda formale di adesione. Inoltre, Yerevan non vuole rinunciare alla sua partecipazione all’Unione Economica Euroasiatica, e nel luglio del 2025 ha presentato domanda di adesione all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, la cui decisione a riguardo spetta a Mosca e Pechino. L’Armenia conferma l’approccio pragmaticamente equilibrista della sua politica estera. In effetti, memori dell’esperienza georgiana del 2008, perché mai dovrebbero cercare uno scontro frontale con la Russia, che di imperialismo si nutre, e che vede nel Caucaso del Sud un suo giardino casa? Meglio di no. La parola d’ordine deve rimanere “diversificare”, ma mai escludendo Mosca, che deve rimanere partner politico, economico, e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidano dei russi. Il governo ha infatti chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersicurezza e combattere influenze esterne in vista delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Nelle parole dell’Alta Rappresentante per l’UE Kaja Kallas, la richiesta sarebbe la stessa che presentò la Moldavia in occasione delle elezioni che hanno visto la vittoria del fronte europeista di Maia Sandu.

Elezioni politiche: un test per Pashinyan

Quanto detto fino ad ora è appeso al filo delle elezioni politiche che si terranno a giugno. Le posizioni del Primo Ministro in politica estera vengono apertamente paragonate ad un tradimento da tutta l’opposizione, e anche l’opinione pubblica è ostile. Solo l’11% degli aventi diritto dichiarano che voterebbero per Contratto Civile (il partito di Pashinyan) se le elezioni si tenessero oggi, ma i partiti di opposizione guidati dai cacicchi Kocharyan e Sargsyan non sono messi meglio. Ciò potrebbe aprire spazio a figure terze, come del resto accadde proprio con Pashinyan nel 2018. È inoltre probabile che la campagna elettorale si svolgerà quasi prevalentemente sulla politica estera. Il partito del Primo Ministro cercherà di presentarsi come il partito della pace contro chi vuole la guerra, e cercherà di difendere il proprio pragmatico equilibrismo in politica internazionale. L’opinione pubblica però è divisa. Un sondaggio ha mostrato che circa il 47% degli armeni è favorevole a firmare un trattato di pace con Baku, mentre il 40% è contrario. Tuttavia, la quasi totalità dei cittadini vuole che il trattato venga reso pubblico prima che venga firmato, cosa che Pashinyan non vuole fare sottintendendo che il paese dovrà fare delle concessioni dolorose. Inoltre, se un anno fa il supporto popolare all’entrata in Ue era del 51%, oggi non arriva al 40% mentre invece il 60% dei cittadini vuole che la Russia sia coinvolta nel processo di pace con l’Azerbaijan. Per adesso questi sono solo numeri che vanno interpretati anche alla luce di un panorama partitico estremamente frammentato dal quale Contratto Civile può trarre vantaggio, anche considerando la scarsissima popolarità dei maggiori partiti di opposizione. La strategia di mettere i cittadini di fronte alla scelta “tra la guerra e la pace” potrebbe quindi risultare vincente, e se avesse successo Pashinyan potrebbe vantare una stabilità politica inedita nella storia armena e certamente utile alla pace.